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Corriere della sera - 08.07.2014

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MARTEDÌ 8 LUGLIO 2014 ANNO 139 - N. 160
In Italia EURO 1,40
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FFo
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nel 1876
POCHE IDEE, MOLTA CONFUSIONE
Il Mondiale
C’è Brasile-Germania
Chi vince va in finale
Aveva 88 anni
Addio a Di Stefano
leggenda del calcio
Con il Corriere
La favola rock
di Vasco Rossi
Servizi e commenti nello Sport
da pagina 38 a pagina 41
Calcagno a pagina 42
con Sandro Mazzola
Giovedì cd a 9,99 euro
più il prezzo del quotidiano
Giannelli
Senato e Italicum
VAGHE STELLE
DEL GRILLISMO
Tensione Pd-M5S sulle riforme
Napolitano: basta con i rinvii
di BEPPE SEVERGNINI
9 771120 498008
40 7 0 8>
Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano
mare il suo stato maggiore. Chi, ogni tanto, sa stupire, affascina; chi stupisce ogni giorno irrita e
stanca. L’elenco delle capriole pentastellate è lungo, e non riguarda solo i
rapporti con il Pd, partiti
male fin dall’arrogante
streaming con uno stremato Bersani. Ci limitiamo alle più spettacolari.
Il 10 luglio 2013 Grillo
(accompagnato da Casaleggio e dai capigruppo alla Camera e al Senato) incontrava Giorgio Napolitano al Quirinale. Uscendo
parlava di un «incontro
molto piacevole», in cui
«la situazione è stata condivisa dal presidente». Il
30 gennaio 2014 il M5S
chiedeva l’impeachment
del capo dello Stato per il
reato di attentato alla Costituzione. Lo scorso 4 luglio Debora Billi, responsabile web (!) dei Cinquestelle a Montecitorio, twittava: «Se ne è andato
Giorgio. Quello sbagliato.
#faletti». Poi si scusava su
Facebook.
Il 13 maggio Beppe Grillo tuonava contro Expo:
«Va fermata, è un’associazione a delinquere!». Ieri,
7 luglio, il gruppo lombardo del M5S ha incontrato
il commissario di Expo,
Giuseppe Sala, «per avere
aggiornamenti dal diretto
responsabile in merito allo stato attuale di avanzamento dei lavori, del numero di occupati e della
contrattualistica dei volontari».
Potremmo continuare,
ma è chiaro. Quello di
Grillo è un movimento in
altalena: spinte eccessive e
frenate improvvise spaventano gli attivisti (di qui
le scomuniche e le espulsioni), confondono i simpatizzanti, esasperano gli
avversari politici. Ma l’altalena, per quanto eccitante, resta un gioco infantile. Prima o poi bisogna scendere, e crescere.
@beppesevergnini
Renzi: non mi fermano
di MARIA TERESA MELI
«A
lla fine si farà la riforma che vogliamo
noi», assicura Renzi ai collaboratori.
E aggiunge: «Berlusconi controlla quella parte di Forza Italia che serve». Quindi: «Abbiamo una maggioranza solida e non c’è nessun
motivo reale per essere preoccupati».
A PAGINA 3
Giornata di tensione tra Pd e Movimento 5 Stelle, con gli insulti di Beppe Grillo («Sbruffoni, criminalità organizzata») seguiti al mancato incontro sulla legge elettorale. Alla fine, gli M5S riavviano il dialogo rispondendo per iscritto alle 10 domande del Pd. Sulla riforma del Senato si va invece
verso il rinvio alla prossima settimana dell’esame
in Aula del provvedimento, osteggiato da pezzi del
Pd, di Sel e di FI e dagli ex grillini. Ma il presidente
Napolitano chiede di evitare «ulteriori spostamenti» per non rischiare «l’inconcludenza».
DA PAGINA 2 A PAGINA 5
Breda, Di Caro, M. Franco, Labate, Martirano
Primi patteggiamenti per gli appalti truccati, 3 anni a Rognoni, ex direttore di Infrastrutture
Noi e l’Europa
Milano, lite infinita in Procura
FLESSIBILITÀ
E RIGORE
TANTI ERRORI
ED EQUIVOCI
Expo, ora il pg Minale accusa: da Bruti poca trasparenza
di ENZO
MOAVERO MILANESI
di LUIGI FERRARELLA
Grande festa, Nibali resta in giallo
S
i allarga il fronte dello
scontro nella Procura di
Milano. Nella lite tra Alfredo
Robledo ed Edmondo Bruti
Liberati entra il procuratore
generale Manlio Minale,
che accusa: «Da Bruti poca
trasparenza». Appalti truccati, primi patteggiamenti.
Tre anni a Rognoni.
ALLE PAGINE 8 E 9
Fasano, Piccolillo
L’alluvione
dei ricorsi futili
di GIAN ANTONIO
STELLA
D
a secoli, la giustizia
italiana è alle prese
con arretrati da spavento:
quasi otto milioni di processi pendenti. A PAGINA 34
Merkel e il caso dell’agente «traditore»
GETTY IMAGES / OLI SCARFF
C
i ha pensato la voce
barbuta di Beppe
Grillo a suggellare i
negoziati con Matteo Renzi e il Partito democratico sulla riforma
della legge elettorale.
Quelli che, fino a ieri, erano interlocutori affidabili
(«Noi parliamo solo con
Renzi») sono diventati, di
colpo, avversari biechi e
autoritari («Renzi è un
ebetino, anzi un ebetone»,
«criminalità organizzata
di stampo democratico»,
«una dittatura a norma di
legge», «sbruffoni della
democrazia», «vigliacchi,
ipocriti e falsi»: il tutto in 1
minuto e 18 secondi).
Finale melodrammatico, ma istruttivo. Il Movimento 5 Stelle, per adesso,
funziona così. Alterna toni
concilianti e insulti, proposte ragionevoli e accuse
scomposte. Il pretesto di
quest’ultimo scontro non
è importante. Se basta un
disaccordo sulle preferenze o una lettera non spedita per scatenare tanta furia, non si va lontano. Serve poco che Luigi Di Maio,
poi, tenti di incollare i cocci: «Beppe ha il diritto di
arrabbiarsi. Ma la proposta di dialogo è sempre
aperta».
Certi toni, per quanto
sgradevoli, possono servire finché si tratta di intercettare il malumore (in
Italia ce n’è tanto, e giustificato). Ma non aiutano a
costruire un’opposizione,
quindi un’alternativa, di
cui c’è bisogno. Lo dimostra il voto di maggio. Il
41% raccolto dal Pd — nessuno dei 186 partiti in lizza
alle Europee ha fatto meglio, ricorda il Financial
Times — è certo un’apertura di credito verso il governo e una prova di fiducia verso Renzi. Ma è anche una prova di sfiducia
verso i suoi avversari, nessuno escluso.
Beppe Grillo, finalmente uscito dalla fase catatonica post elettorale, deve
rendersene conto, e infor-
Richiamo del presidente. In serata il Movimento riapre
Il Tour fa impazzire Londra
di GAIA PICCARDI
G
rande folla anche a Londra, in un delirio di selfie, per la terza e ultima tappa
inglese del Tour de France. La corsa partita da Cambridge è arrivata davanti a
Buckingham Palace: vittoria del tedesco Kittel, Vincenzo Nibali resta in maglia gialla.
A PAGINA 43 Bonarrigo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La Germania protesta:
spiati ancora dagli Usa
«Sono sconcertata: se si
confermerà vera, è una vicenda grave». Reagisce così
Angela Merkel al caso dell’agente tedesco «doppio»
che passava agli Usa documenti riservati. Dopo la
scoperta del telefono della
cancelliera spiato, un nuovo scandalo divide i due Paesi. E Berlino non esclude
«conseguenze».
A PAGINA 13 Lepri
Pedofilia Francesco incontra sei vittime: commessi peccati e gravi crimini
Preti e abusi, il Papa chiede perdono
di GIAN GUIDO VECCHI
A
lle sette del mattino, a Santa Marta, il Papa ha chiesto perdono a
sei persone che hanno subito abusi
sessuali da parte di esponenti del clero
cattolico, tre uomini e tre donne giunti da Irlanda, Gran Bretagna e Germania. E si è spinto oltre. «Chiedo perdono — ha detto Francesco — anche per
i peccati di omissione da parte dei capi
della Chiesa», che «hanno recato una
sofferenza ulteriore» e «messo in pericolo altri bambini».
A PAGINA 18 Calabrò
e un commento di Luigi Accattoli
Il delitto di Brembate
Cinquant’anni dopo
Yara, Bossetti
scrive al pm:
oggi farò
un altro nome
Cousteau junior
batte il nonno:
trentun giorni
sotto il mare
di ARMANDO DI LANDRO
di STEFANO MONTEFIORI
A PAGINA 20
A PAGINA 23
Quei legami
da riannodare
di DANILO TAINO
S
i alza il muro tra Europa
e Usa: divisi da banche,
Ogm e politica. La relazione transatlantica è in uno
stato di apatia. A PAGINA 11
I
n Europa, la parola
«flessibilità» suscita
sentimenti divergenti.
Chi vede nel rigore
normativo un baluardo
a difesa dell’euro, teme
che la «flessibilità» ne
sottenda un
affievolimento tale da
suscitare nuovamente,
sui mercati, dubbi
verso la moneta unica
e l’affidabilità dei
meccanismi che la
reggono. Al contrario,
chi ritiene che le regole
approvate per
fronteggiare la crisi
eccedano in severità
e inibiscano gli
interventi favorevoli a
una piena ripresa, ne
auspica un’applicazione
elastica. A mio parere, il
postulato dualismo
concettuale non c’è, per
almeno due ragioni
fondamentali.
In primo luogo, siamo di
fronte a elementi
complementari,
ambedue vocati a
garantire il successo
all’eurozona.
CONTINUA A PAGINA 34
2
Primo Piano
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
#
Le riforme Il caso
Le posizioni sul ddl che cambia Palazzo Madama
Contrari
90
Favorevoli
204
Per l’Italia
8
Scelta
civica
Lega
Nord
7
15
Nuovo
centrodestra
10
40
Pd
Incerti
Forza
Italia
33
M5S
ex M5S
14
92*
25
Sel
7
AutonomiePsi
Per
l’Italia
1
2
16
Forza
Italia
320
49
Pd
AutonomiePsi
senatori
4** a vita
9
i senatori
*in tutto sono 93 ma il presidente Piero Grasso per prassi si astiene
**Mario Monti, senatore a vita, è nel gruppo di Scelta civica
11
1
Gal
Gruppo misto
CORRIERE DELLA SERA
Gorizia Giorgio Napolitano con
il presidente della Slovenia Borut
Pahor e la governatrice friulana
Debora Serracchiani (Ansa)
L’ira di Grillo sul Pd. Poi l’apertura
Napolitano: no alle inconcludenze
Salta l’incontro, il Movimento risponde sì alle 10 domande del Nazareno
ROMA — Sulla legge elettorale è stata una giornata di rutilanti fuochi d’artificio tra Pd e
M5S — di insulti e di aperture di
Grillo, di risposte piccate di
Renzi e di ammorbidimenti di
Guerini — però poi tutti hanno
scelto (apparentemente) la strada del dialogo dopo l’inconto
La spinta del Colle
«Il superamento del
bicameralismo paritario
si è fatto sempre
più urgente»
saltato. In serata, i grillini hanno
finalmente risposto per iscritto
alle 10 domande poste dal Pd
(tutti sì, seppure condizionati).
E, dunque, ora ci sarebbero le
condizioni minime per far svolgere il secondo incontro sulla
legge elettorale tra le due delegazioni, che ieri è stato annullato per volontà del Pd. Il faccia a
faccia, a questo punto, potrebbe
svolgersi oggi in un clima diver-
so visto che Grillo, dopo un post
assai minaccioso, parla di «porte aperte al dialogo». Mentre
Renzi canta vittoria per avere
imposto un metodo di lavoro
(risposte scritte).
Ma la partita che è arrivata allo scadere è un’altra. Sulla riforma del Senato, si va verso l’ultimo rinvio — a giovedì o a martedì prossimo — dell’esame in
Aula del provvedimento che deve ancora affrontare molte votazioni difficili in commissione a
Palazzo Madama. Ieri, per la prima volta, ha alzato la voce in
pubblico un’agguerrita minoranza trasversale (pezzi del Pd e
di FI, Sel, gli ex 5 Stelle), ostile al
Senato non elettivo, che chiede
tempo prima dell’Aula (chiamando come testimonial politico Alfonso Pecoraro Scanio)
contro l’aut aut di Renzi.
In questo contesto — in cui i
democratici raffreddano comunque i rapporti con il M5S
(«Sbruffoni, criminalità organizzata», è stata la prima reazione di Grillo) e le minoranze del
Pd e di FI alzano la testa — è ar-
rivata in serata una nota del
Quirinale, diramata nei minuti
in cui a Palazzo Madama iniziava l’assemblea dei senatori del
Pd. Giorgio Napolitano ha ricordato ancora una volta quello che
non si stanca di sottolineare soprattutto dal giorno in cui ha
accettato su pressione di tutti i
partiti di accettare il secondo
Sul blog
I 3 post Tre i post di ieri sulle riforme: alle 15.35 («Confronto
impossibile»), alle 17.02 («Dialogo aperto») e, in serata, quello
con le risposte alle domande pd
mandato a tempo: «Senza entrare nel merito di opzioni ancora aperte, è parte della mia responsabilità auspicare una conclusione costruttiva, evitando
ulteriori spostamenti in avanti
dei tempi di un confronto che
non può scivolare, come troppe
volte accaduto, nell’inconcludenza».
La nota presidenziale non ha
un destinatario esplicito, però
arriva al termine di una giornata
in cui si sono condensate tutte
le tensioni di questo delicato
passaggio della Repubblica. Le
scintille tra Pd e M5S sulla legge
elettorale, la riluttanza delle minoranze del Pd e di FI a sposare
un progetto che giudicano autoritario, se combinato con l’Italicum dei nominati, sono solo le
punte dell’iceberg. Ma sotto la
superficie c’è l’oggettività difficoltà della I commissione Affari
costituzionali, guidata da Anna
Finocchiaro, a chiudere un testo
complesso entro domani, come
stabilito. Scrive dunque Napolitano: «Merita apprezzamento
l’impegno intensissimo dispie-
ROMA — Si era ripromesso d’intervenire una volta che la commissione Affari
costituzionali del Senato avesse concluso i propri lavori, dunque con ogni probabilità domani. E invece ieri sera, una
volta rientrato a Roma dalla missione tra
Venezia Giulia e Slovenia, Giorgio Napolitano ha deciso che non poteva aspettare un minuto di più. Tre i motivi che lo
hanno spinto a tagliare corto e a farsi
sentire attraverso una nota ufficiale, diffusa all’ora di cena: 1) il peso di certe dichiarazioni, echeggiate da più parti, sul
suo silenzio in questa fase, silenzio da
alcuni compreso, da altri invece aspramente censurato; 2) la sensazione che
l’intero cantiere delle riforme rischiasse
di bloccarsi subito, sotto un crescendo
di divisioni dei partiti che si erano impegnati nella scommessa tentata da Matteo
Renzi; 3) l’imminenza dell’assemblea
del gruppo dei parlamentari democratici, convocata per le 21, gruppo dalla cui
coesione dipendono in buona parte le
sorti di un ipotetico, nuovo Senato.
Com’è ovvio evita di «entrare nel merito di opzioni ancora aperte», il presidente della Repubblica. Si decida come
si crede meglio, insomma, e cercando la
più larga condivisione possibile. Purché
si decida. Ma l’avvertimento a evitare le
solite, eterne inconcludenze su questo
fronte — e, si badi, di «fatali inconcludenze» parlò con toni recriminatori nel
secondo discorso d’insediamento, l’anno scorso — alza il velo sulle sue preoccupazioni. Non a caso certi effetti perversi del «bicameralismo paritario» cui
tutti dicono di voler mettere mano, senza troppo costrutto però, li misura proprio lui. In prima persona. Esercitando
le proprie funzioni da capo dello Stato,
cui la Costituzione assegna il compito di
chiudere con una firma di ratifica il processo di formazione delle leggi. E quegli
effetti sono l’uso sempre più frequente
di un paralizzante ostruzionismo in Parlamento, il ricorso da tempo eccessivo
allo strumento dei decreti legge (con relativi maxiemendamenti), l’interpretazione del voto di fiducia come una co-
I tempi
Napolitano desiderava
intervenire solo una volta
conclusi i lavori della
Commissione al Senato
di Massimo Franco
M5S vuole rompere
il patto tra dem e FI
ma rischia di spaccarsi
L
Marzio Breda
o scarto di Beppe Grillo contro il Pd per l’annullamento dell’incontro di ieri non deve sorprendere.
Dimostra che il Movimento 5 Stelle non è passato
«dalla protesta alla proposta», come suggeriva il
suo capo nei giorni scorsi. Persegue piuttosto il
suo progetto di destabilizzazione con altri mezzi, in apparenza più suadenti e disponibili. Ma proprio per questo
non bisogna meravigliarsi nemmeno se nei prossimi
giorni Grillo tornerà alla carica con una miscela di insulti e
di aperture. Sta tentando una «strategia del cuneo» per inserirsi in tutte le possibili crepe dell’asse istituzionale tra
Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Non è riuscito a farlo saltare col muro contro muro, e prova con un altro metodo.
Per questo, dopo avere tuonato contro gli «sbruffoni
della democrazia» ed evocato una «dittatura a norma di
legge» instaurata dal premier, Grillo si è affrettato a dire
che il dialogo rimane aperto; e a negare contraddizioni col
vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, più possibilista. La verità è che la richiesta di proposte scritte arrivata
da Renzi ha spiazzato un M5S
che già si preparava a offrire
una riforma elettorale «in cento giorni»: quasi una competizione sulla velocità col presiDopo gli insulti dente del Consiglio. L’altolà di
Chigi, invece, ha fatto
Grillo ritenta il Palazzo
riemergere le pulsioni di Grildialogo in nome lo.
Ma si sono rivelate un boodella strategia
merang. Scoprono infatti il
del cuneo
nervosismo di un capo che sa
quanto il suo movimento sia
percorso da malumori sia sui
suoi metodi, sia sulla politica verso il governo; e che dopo
le europee vuole smentire l’immagine di un voto al M5S
inutile, perché si autoesclude da ogni gioco. Per questo,
seppure strumentale e tardiva, la «strategia del cuneo» è
destinata a durare; e lo schiaffo ricevuto dal Pd tende a essere ridimensionato. La preoccupazione di Grillo è di «esserci»: soprattutto se la legislatura durerà.
«Le porte per una discussione sulla legge elettorale per
il M5S sono sempre aperte, né mai le ha chiuse nonostante continue provocazioni», ha dichiarato dopo parole di
guerra totale. Al punto che Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, ha rimarcato lo «stato confusionale» del M5S.
Grillo ritenterà l’aggancio, ma dopo quanto è accaduto, la
manovra risulta meno credibile. Lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano,invita a non perdersi in mediazioni
inconcludenti. D’altronde, in apparenza Grillo si offre come sponda a Renzi e Berlusconi. In realtà, i suoi veri interlocutori sono gli avversari del premier e di Berlusconi.
Vengono offerti un’alleanza e voti di ricambio a quanti
vogliono affossare il patto Renzi-Berlusconi ma temono di
ritrovarsi isolati. Non solo. La proposta di Grillo va letta
anche nella prospettiva delle votazioni per il Quirinale, se
e quando ci saranno: prevedibilmente il prossimo anno.
Anche lì, il tentativo è di incunearsi in qualsiasi accordo
abbozzato dalla maggioranza delle riforme istituzionali; e
sparigliare, offrendo le sue truppe parlamentari per candidature alternative. Ma è un gioco d’azzardo, che sopravvaluta la compattezza del M5S. Alla fine, Grillo potrebbe
rendersi conto che il suo cuneo non ha funzionato; e, partito per spaccare, ritrovarsi spaccato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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gato dalla commissione Affari
costituzionali del Senato anche
attraverso larghe audizioni e
sfociato in una ricca messe di
emendamenti da parte dei relatori». Inoltre, insiste il capo dello Stato, «merita apprezzamento l’ampio dibattito» sul progetto del governo «notevolmente
prolungatosi rispetto agli annunci iniziali» ma ormai «una
riforma rivolta al superamento
del bicameralismo paritario si è
fatta sempre più urgente per le
sue ricadute negative sul processo di formazione e approvazione delle leggi».
Il probabile rinvio a giovedì o
al 15 luglio dell’esame in Aula
della riforma (primo dei 4 passaggi parlamentari previsti)
non è l’ultima spiaggia ma quasi. E ieri sera è arrivato anche
l’emendamento dei relatori che
rende flessibile il quorum per i
referendum abrogativi. Ma che,
allo stesso tempo, porta da 500
mila a un milione le firme necessarie per indirli.
Dino Martirano
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il retroscena I motivi all’origine della nota del Colle nell’imminenza delle riunioni di democratici e azzurri
Le divisioni trasversali
che hanno spinto
il Quirinale a intervenire
La Nota
moda mannaia per zittire un’aula abituata a lavorare su ritmi insopportabilmente lenti.
Si sa, sono vecchi vizi della nostra politica. Tanto risaputi e denunciati che ne
parlò perfino Oscar Luigi Scalfaro, una
ventina d’anni fa, ricorda Napolitano.
Aggiungendo che tra le riforme ormai
«mature» e, anzi, «urgenti» c’è appunto
quella della cosiddetta Camera Alta. Fino
a qualche settimana fa si era compiaciuto della velocità impressa dal premier su
questo dossier, e si dichiarava cautamente fiducioso nelle intese che si stavano costruendo. Poi, sono via via cresciute le fronde interne. Quella di Forza
Italia, sulla quale si è arrivati a minacciare addirittura una scissione. E quella del
Pd, forse più pericolosa perché tocca la
stessa tenuta del governo, per non dire
dell’estrema difficoltà di comunicazione
tra Renzi e il Movimento 5 Stelle. È così
che il negoziato è giunto al punto critico
di ieri. Un approdo così infido da spingere il capo dello Stato a lanciare l’allarme.
❜❜
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
3
#
Il retroscena La preoccupazione per la resistenza della burocrazia
Ecco i numeri di Renzi:
i «Min» non ci fermeranno
i voti in Aula ci sono
La battuta sulla «dinastia Minzolini-Mineo»
405
120
i parlamentari del Pd,
la prima formazione per
numero di seggi in entrambi
i rami. Al Senato il gruppo
conta 109 seggi, alla Camera
296 deputati
i membri eletti della direzione
del Pd: 80 con Renzi, 22 nelle liste con Cuperlo e 18 con Civati. A
questi si aggiungono 20 sindaci
e membri di diritto (come ex segretari, ex premier, governatori)
ROMA — Matteo Renzi non sembra nutrire troppe preoccupazioni
per le turbolenze di Palazzo Madama.
«Alla fine si farà la riforma che vogliamo noi», assicura ai collaboratori
in serata. E aggiunge: «Berlusconi
controlla quella parte di Forza Italia
che serve». Quindi: «Per farla breve,
abbiamo una maggioranza solida e
non c’è nessun motivo reale per essere preoccupati».
Secondo il pallottoliere di Palazzo
Chigi, i senatori «sicuri» del Pd sono
almeno 90, 50 quelli di Forza Italia, 30
del Nuovo centrodestra, 15 della Lega, 15 quelli di Scelta civica e popolari, 15 quelli di Gal e delle autonomie.
E visto che il quorum è 160, i
renziani si dicono tranquilli. E sicuri di portare a
termine la «missione» che
si sono dati entro i tempi
stabiliti. A fine luglio la riforma del Senato e del Titolo
V della Costituzione da Palazzo Madama approderà alla Camera.
I timori, che rimangono,
sono invece altri. «Piuttosto
— è il succo dei ragionamenti
che il premier va facendo in
questi giorni con i fedelissimi — preoccupa di più la resistenza passiva delle burocrazie, il tentativo di rimandare. Non si rendono conto
che rischiano di farci ridere
dietro dai cittadini e dalle
istituzioni europee che legano le riforme alla flessi-
bilità. Comunque — è la tranquillizzante (e ironica) conclusione del premier — i numeri ci sono, e a dispetto
della manovra mediatica della dinastia Min (Minzolini e Mineo, ndr), la
fronda non cresce».
Dunque, è un Matteo Renzi piuttosto fiducioso quello che segue da Palazzo Chigi i lavori del Senato. Un
Renzi che ritiene che entro l’autunno
la riforma verrà approvata in prima
lettura anche alla Camera. Dopodiché
sarà la volta dell’Italicum, riveduto e
corretto. Ma fino a un certo punto.
Perché il presidente del Consiglio
non intende cadere nei «trabocchetti» dei grillini, nel caso la loro intenzione sia soltanto quella di farlo rompere con Silvio Berlusconi. Anche per
questa ragione ieri il premier ha dato
ai suoi delle direttive ben precise: «Io
voglio vedere le risposte e le tesi del
Movimento 5 Stelle scritte nero su
bianco, perché, non dimentichiamolo, “Verba volant, scripta manent”.
Perciò io non affido l’apertura di un
All’estero
Il Wall Street Journal:
prima guardi all’Italia
«Renzi deve prima guardare all’Italia»: così titola
il Wall Street Journal, secondo cui il premier «si
è assegnato il ruolo di opposizione ad una
risposta filotedesca alla crisi dell’euro»,
chiedendo maggiore flessibilità. Parole che sono
«musica per le orecchie di molti europeisti, ma
non è chiaro cosa vogliano dire in pratica»,
scrive Simon Nixon: «Il discorso ha contenuto
poche proposte politiche» e «i funzionari italiani
sono stati vaghi sui dettagli». In Italia poi «ci
sono pochi segni finora delle riforme di vasta
portata» su lavoro e burocrazia. Per il New York
Times «il premier italiano non può permettersi
di perdere tempo». Per il giornale Usa Renzi deve
rischiare, con azioni incisive su giustizia civile,
evasione fiscale, burocrazia, lavoro. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Nei 5 Stelle
confronto a dichiarazioni, interviste,
battute, né voglio offrire ai grillini la
possibilità di fare uno show mediatico. Se si vuole dialogare veramente,
lo si faccia sul serio. E comunque un
primo risultato lo abbiamo ottenuto:
li abbiamo fatti scendere dal tetto».
In realtà, però, sull’Italicum è nel
Pd — dove è pronta una nuova fronda (composta da bersaniani e da altri
pezzi del Partito democratico — che
potrebbero aprirsi nuovi problemi. È
un particolare, questo, che non sfugge a Renzi. Eppure il premier è convinto ugualmente di riuscire a mandare in porto anche la riforma elettorale, sebbene ci sia «chi non si vuole
rassegnare». «Del resto — è la riflessione dell’inquilino di Palazzo Chigi
— alla fine ognuno si prenderà le
proprie responsabilità al momento di
votare le riforme nelle aule del Parlamento. E non risulta che queste siano
materie classiche da voto di coscienza...».
Insomma, Renzi, ancora una volta,
batte sul tasto dell’assunzione di «responsabilità» da parte di tutti. Lui è
«pronto» a prendersi la sua. Anche
per quello che riguarda un altro fronte che lo interessa non poco. Ossia
quello della Ue. Il premier, cui certo
non fa difetto l’ottimismo, punta a
ottenere una «vittoria» anche su quel
campo da gioco. Nonostante lì la partita sia ben più complessa e gli avversari molto più agguerriti dei ribelli di
Forza Italia o dei «malpancisti» del
Partito democratico, dei «gufi» o di
qualsiasi altro animale simbolo di
malaugurio verrà prossimamente citato dal presidente del Consiglio. Su
quel fronte Matteo Renzi punta a far
ottenere all’attuale ministra degli
Esteri Federica Mogherini il posto di
Lady Pesc e di vice di Jean-Claude
Juncker. In questo modo sulla scrivania di una sua fedelissima passeranno tutti i dossier della Ue che contano. E questo consentirà al premier
italiano di poter giocare la sua partita
con una «chance» importante in più.
Maria Teresa Meli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’assemblea Il voto sul nuovo Senato la prossima settimana. Tonini: chi parla di riforma dittatoriale si mette fuori dal partito
Ma ora i frondisti si concentrano sull’Italicum
Bersani avverte: servono correzioni
Critiche anche dal ministro Martina
Legge elettorale, spunta un documento
ROMA — «Signori, facciamo i seri.
Le differenze tra il Senato che vogliono
gli amici come Chiti e il Senato che prevede il testo del governo sono differenze quasi tecniche. Se uno lo riconosce,
bene. Ma se vengono a dire che la differenza tra i due disegni è la stessa che
passa tra una democrazia compiuta da
un lato e dall’altro la dittatura, il Pcus,
Stalin, Mao, Lin Biao... Ecco, questo
non è vero, non ci siamo».
Alle 19.50, poco prima di infilarsi
nell’assemblea dei senatori del Pd, il senatore Giorgio Tonini si prepara per il
dibattito con la fronda che si oppone al
governo. «Sia chiaro, a persone come
Chiti e Mineo io parlo in amicizia. Se dici che il tuo partito propone una riforma che sa di dittatura, è ovvio che da
quel partito finisci fuori. E non certo
perché ti cacciano. Ricordo per esempio che Cesare Salvi non aderì al Pd perché diceva che il Pd non sarebbe stato
nel socialismo europeo. Oggi il Pd è il
primo partito del socialismo europeo.
Salvi, invece, non c’è...».
Corradino Mineo, prima di entrare
nella riunione, lancia un telegramma.
«Non facciamo una bella figura se trasformiamo questo scontro in una battaglia personalistica. Non mi si può dire “ah, Mineo, tu sei stato nominato e
non eletto”. Anche perché lo sto dicendo io che basta col Parlamento dei nominati. E per sempre».
L’assemblea comincia dopo le 20.
Anna Finocchiaro annuncia un mezzo
colpo di scena. «Giovedì la relazione va
in Aula. E i primi voti saranno da martedì prossimo». Tutto slitta , insomma.
«Oggi eviterei di contarci», scandisce il
capogruppo Luigi Zanda. L’atmosfera
sembra serena. Ma basta che nel menù
della riunione entri il tema dell’Italicum ed ecco che, da Palazzo Madama,
si sente una puzza di bruciato che arriva anche a Palazzo Chigi.
Il super-lettiano Francesco Russo la
mette così: «Se la riforma del Senato
fosse stata quella prevista dal primo testo Boschi, allora avrei votato no. Ma
ora il testo è profondamente cambiato.
Ora — qui la parte più “calda” del suo
intervento — siamo più forti per cambiare l’Italicum su parità di genere, soglie di preferenza e scelta ai cittadini».
Quest’ultima, probabilmente, è una
formula eufemistica dietro la quale si
nasconde la parola «preferenze». «È
una forzatura mettere insieme legge
elettorale e riforma costituzionale»,
prova a parare il colpo il renziano Andrea Marcucci. Ma poi ecco che, in soccorso di Russo, arriva lo storico Miguel
Gotor. «La riforma è migliorata ma resta il tema dell’elezione del capo dello
Stato. Non è possibile che, se un partito
vince il premio di maggioranza alla Camera, possano bastargli solo 26 senato-
I nodi
Elezione diretta
Un fronte trasversale, che
vede esponenti anche di Pd
e FI, spinge perché i senatori
restino eletti dai cittadini.
Ma che la nuova Camera
alta non sia elettiva è uno
dei cardini della riforma
Taglio dei deputati
La minoranza pd poi insiste
perché ci sia un taglio di
seggi anche alla Camera: la
proposta Chiti prevede 500
deputati invece degli attuali
630. L’idea ha consensi
anche da altri partiti
Il voto per il Colle
Altro terreno di polemica è
l’elezione per il Colle: a
Camere riunite, è la critica,
conterebbero soprattutto i
deputati. E con l’Italicum il
partito vincitore potrebbe
eleggere da solo il capo
dello Stato
All’assemblea Il senatore del Pd Giorgio Tonini, 55 anni
(Benvegnù - Guaitoli)
ri per eleggersi l’inquilino del Colle da
solo». E poi, ecco l’affondo del senatore
bersaniano, «l’Italicum dovrà cambiare. Non possiamo andare avanti con un
Parlamento di nominati. Dobbiamo
evitare a tutti i costi una deriva oligarchica».. Non sono soltanto parole. Nella
riunione, infatti, piomba un documento bersanian-lettiano in cui si chiede,
esplicitamente, di rimettere mano alla
riforma elettorale. Magari reintroducendo le preferenze, magari anche solo
per una quota di eletti.
La trappola dell’Italicum, evidentemente, è scattata. In un solo giorno, oltre agli interventi nell’assemblea del
Pd, dalla legge dell’accordo Renzi-Berlusconi si smarca un ministro del governo (Maurizio Martina, che boccia la
legge durante un’intervista con l’Huffington Post). E torna a parlare anche
Pier Luigi Bersani: «Facciamo pure in
fretta, ma sulle riforme non si può
scherzare, vanno corrette». E ancora,
sempre dalla voce dell’ex segretario del
Pd, che non si pente «affatto» di avere
accettato a suo tempo il dialogo con
Grillo: «Se la riforma del Senato rimane
così insieme all’Italicum si creerebbe
una situazione insostenibile.».
Poco prima, la renzianissima senatrice Rosa Maria De Giorgi s’era lasciata
scappare quanto segue: «Dentro Forza
Italia si vedono cose strane. Ma sarà vero che Berlusconi vuole il rinvio del voto? Se è così, quelli della fronda del Pd
daranno una mano alle strane mosse
dei berlusconiani...». Ce ne sarà un’altra, di assemblea, prima che la riforma
arrivi in Aula. Si discuterà dei problemi
relativi all’elezione del capo dello Stato.
E dell’Italicum, ovviamente. E si voterà,
la prossima volta.
T. Lab.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Buccarella:
il premier
ha già scelto
l’altro forno
ROMA — «Ecco, ora le
risposte ai 10 punti del Pd
sono arrivate per cui cade
anche l’ultimo alibi di
Renzi. La storia del
compitino scritto con
l’ordine impartito da loro
non ce la siamo bevuta.
Non siamo caduti nei
trabocchetti mediatici di
Renzi anche perché è
chiaro che il premier, tra i
due forni, ha scelto il forno
di Berlusconi con un
accordo che va ben oltre la
legge elettorale e le
riforme: e magari riguarda
anche la futura agibilità
politica di Berlusconi...».
Dunque, senatore
Buccarella, il dialogo con
il Pd finisce prima ancora
di iniziare?
«Noi, nonostante tutto,
riteniamo che il dialogo
sulla legge elettorale
debba andare avanti.
Siamo una forza
responsabile». Maurizio
Buccarella, presidente dei
senatori di M5S,
commenta dal suo ufficio a
Palazzo Carpegna la scelta
di rispondere ai dieci punti
del Pd e accusa Renzi di
tenere di più a Berlusconi.
L’incontro Pd-M5S è
saltato. Dicono che non
eravate preparati. E ora
che li avete fatti i compiti
a casa?
«I dieci punti individuati
dal Pd stanno diventando
il centro del mondo. Ma
domenica, proprio sul
Corriere, Luigi Di Maio
spiegava bene qual è la
nostra posizione. Per loro
non è stato sufficiente».
Evidentemente, il Pd
insisteva su una risposta
formale che poi ha
ottenuto.
«Noi eravamo pronti,
l’incontro era fissato per le
15 in una sala della Camera
che poi è stata disdetta dal
Pd. Abbiamo saputo da
altri che era saltato tutto».
Renzi ha tenuto il punto
sulla risposta scritta ai 10
punti. Lo ha fatto
strizzando l’occhio a
Berlusconi?
«Tra i due forni, Renzi ha
scelto quello di Berlusconi:
con lui ha stretto un patto
sulla legge elettorale, sulle
riforme e su molto altro
che non conosciamo».
«Molto altro» che non
riguarda le riforme?
«Non avendo contezza di
quello che si sono detti
Renzi e Berlusconi nei loro
colloqui riservati, siamo
legittimamente portati a
ritenere che l’accordo
complessivo ruoti intorno
alla futura agibilità politica
di Berlusconi».
Si riferisce a un eventuale
provvedimento di grazia?
«Chiamiamola agibilità
politica».
D.Mart.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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italia: 51575551575557
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Primo Piano
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5
Le riforme Il centrodestra
Strategia e conti del partito, sale la rabbia in FI
In bilico la riunione dei gruppi di oggi, Berlusconi in campo per convincere gli indecisi
Malumori anche per la richiesta di contribuire ai bilanci: 30-40 mila euro a parlamentare
verso. Con argomenti («Non si
poteva in questa fase fare di
più»), lusinghe, promesse e
mozioni degli affetti. È probabile che l’operazione funzioni e
porti al rientro di buona parte
dei dissidenti, di sicuro non Augusto Minzolini che avverte che
non voterà la riforma «nemmeno se mi telefona e me lo chiede
Berlusconi». Ma non c’è dubbio
che il malumore non può essere
sottovalutato, per gli effetti immediati e futuri, nonostante
Berlusconi mal sopporti «queste continue divisioni».
Anche per questo non si sa
ancora se si terrà oppure no la
seconda puntata della riunione
dei gruppi sospesa giovedì
scorso e rimandata ufficialmente ad oggi. Le convocazioni
non sono partite e dunque per
oggi è improbabile che si tenga,
si parla di domani, ma il rischio
che si trasformi in un nuovo
sfogatoio è alto e i dubbi sul tenerla o meno sono moltissimi
nell’entourage del Cavaliere.
Sì perché a rendere caldissi-
mo il clima non c’è solo la questione Senato, ma tanti altri fattori di scontento. Non strombazzato ma più che reale è il disagio per la richiesta perentoria
arrivata dall’amministrazione
del partito (guidata dalla Rossi)
di restituire le somme dovute
per la campagna elettorale, più
le quote mensili che molti non
hanno mai versato. Cifre da 3040 mila euro che molti dichiarano di «non avere», e che altri
comunque sono restii a conce-
I numeri
Verdini è convinto che solo in 5
o 6 voteranno contro la linea
del leader, ma la tensione è alta
La sfida
Oggi Pascale a Napoli per
iscriversi all’Arcigay. Le critiche
dell’ala più conservatrice
dere ad un partito nel quale «le
ricandidature poi si decideranno nel cerchio magico di Arcore, senza nessuna garanzia...».
Insomma, il problema c’è,
come d’altronde c’è quello del
finanziamento, sempre più impellente, se è vero che domani
sera si terrà a Roma una cena di
fundraising con Berlusconi, alla
quale i parlamentari sono praticamente costretti a partecipare
pagando somme notevoli per
ogni tavolo (sembra diecimila
euro, da dividere poi tra gli altri
commensali che riusciranno a
coinvolgere).
Se a questo si aggiungono i
tanti mugugni per l’attivismo
di Francesca Pascale su un fronte delicato come quello dei diritti degli omosessuali — oggi
sarà a Napoli ad iscriversi alla
sezione cittadina dell’Arcigay,
dopo aver preso già la tessera
dei Gaylib — si capisce come le
spine siano tante: «Si arrabbieranno i campani per lo sfondamento nel loro territorio, e tutti
i tradizionalisti per la linea su
cui ci sta portando...», prevede
un senatore.
Sullo sfondo, restano due temi: lo «schiacciamento» su
Renzi, come lo definisce Renato
Brunetta che, pur dichiarandosi
fedele a Berlusconi, avverte che
«è una posizione che il nostro
elettorato non capisce», e la gestione del partito su temi così
delicati in questo momento.
Raffaele Fitto, pur restando in
silenzio, è tra coloro che non
stanno affatto condividendo né
la linea sulle riforme, né la sottovalutazione del malessere rispetto al rapporto con Renzi. E
nei prossimi giorni le sue mosse conteranno.
La previsione è che alla fine il
voto sulle riforme ci sarà, ma tra
i «5-6 dissidenti che voteranno
contro», secondo Verdini, e la
«ventina» che prevedono altri,
c’è il senso di una miccia che
potrebbe esplodere da un momento all’altro. Nel partito, ancora prima che in Parlamento.
La mossa
Il sondaggio
dei «dissidenti»
bipartisan
I senatori pd dissidenti,
ostili alla riforma del
Senato, Paolo Corsini e
Corradino Mineo (primo e
ultimo al tavolo dei
relatori), con l’azzurro
Augusto Minzolini
(seduto in prima fila),
Loredana De Petris (Sel) e
Francesco Campanella
(Misto), hanno presentato
ieri il sondaggio «Gli
italiani e la riforma del
Senato», realizzato da Ipr
Marketing di Antonio
Noto (accanto a Mineo):
per il 63% degli
intervistati il Senato è da
abolire e in caso di riforma
il 55% lo vorrebbe elettivo
e il 30% non elettivo, con
sindaci e consiglieri
regionali
(Eidon)
Paola Di Caro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
✒
ROMA — Balla l’assemblea
dei gruppi, ma balla pericolosamente anche Forza Italia. In vista del voto del Senato sulle riforme, che con ogni probabilità
slitterà alla prossima settimana, il partito ribolle e il disagio
cresce.
Non è solo il merito della riforma del Senato — la non elettività che è sentita come un vulnus insopportabile — ad agitare le acque nel partito, ma un
complesso di fattori che stanno
portando la tensione a un pericoloso livello di guardia. Tanto
che in queste ore sono partite a
raffica le telefonate di un Silvio
Berlusconi sempre più infastidito e incupito per le sue vicende giudiziarie (oggi arriverà anche il verdetto Mediatrade sul
figlio Piersilvio), di Gianni Letta e di Denis Verdini ai vari senatori inquieti che potrebbero
votare contro le riforme in Senato.
Il fine è quello di convincere
il maggior numero di parlamentari a non mettersi di tra-
La lettera
Finocchiaro: da noi
nessuna modifica
che aumenta la spesa
❜❜
Caro direttore,
l’editoriale di ieri a firma dei
professori Alesina e Giavazzi
intitolato «I moltiplicatori della
spesa» presenta almeno tre inesattezze. La
prima: l’art. 81 della Costituzione non è oggetto
di proposta di modifica né con il ddl
governativo, né con alcun emendamento dei
relatori. La seconda: nel citare l’art. 81 della
Costituzione citano la parte sbagliata (VI
comma) e non quella che disciplina
l’approvazione della legge di bilancio (IV
comma). Errore non trascurabile, visto che per
l’approvazione della legge di cui al VI comma
(c.d. legge ordinamentale) la maggioranza
assoluta della Camera è prevista a Costituzione
vigente e la riforma nulla modifica sul punto né
prevede poteri interdittivi del Senato. Infine, i
due editorialisti criticano un presunto
emendamento dei relatori Finocchiaro e
Calderoli che aumenterebbe la spesa pubblica e
lo squilibrio dei conti pubblici e creerebbe «una
legge distorta, che favorisce chi deriva benefici
dalla spesa senza sopportarne i costi». I relatori
non hanno presentato alcun emendamento sul
punto. Il testo è rimasto quello del disegno di
legge governativo. A prescindere da valutazioni
più generali sul testo della riforma di cui vorrei
discutere con i professori Giavazzi e Alesina, mi
sembrava giusto formulare queste precisazioni.
Cordiali saluti,
Anna Finocchiaro
senatrice del Pd
Ringraziamo la senatrice Anna Finocchiaro per le
precisazioni, le quali tuttavia non rassicurano affatto sui
rischi che le modifiche dei meccanismi di voto sui disegni di legge di cui all’articolo 81 ( e soprattutto all’articolo
119 che regola i trasferimenti Stato-Regioni) possono
produrre sui conti pubblici. Il punto da noi sollevato, e
che rimane intatto, è che il «nuovo Senato» non dovrebbe
avere voce in capitolo su alcuna legge di bilancio, in
quanto esso rappresenta enti, le Regioni appunto, che
derivano benefici dalla spesa senza sopportarne i costi.
Cogliamo comunque l’invito e saremo ben felici di discuterne con la senatrice Finocchiaro.
Alberto Alesina
Francesco Giavazzi
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Il retroscena Rossi, Santelli, De Girolamo e Saltamartini: l’incontro «top secret»
Quella cena in rosa tra alfaniane e forziste
Segnale di disgelo tra i due centrodestra
ROMA —Tutte a quattro insieme, soprattutto se a cena, avrebbero dato nell’occhio. E non sarebbero passate inosservate,
come invece prevedevano gli «accordi» di un
incontro che doveva rimanere segreto. Perché trattasi di quattro persone che appartengono a due fronti che — più che semplici
«avversari» — sono formalmente «nemici».
Per questo hanno scelto un quartiere al di
fuori dal triangolo del potere Chigi-Montecitorio-Palazzo Madama, un ristorante di
quelli non troppo frequentati e, soprattutto,
una serata infrasettimanale che avesse nel
palinsesto tv un’attraente partita dei Mondiali, nella fattispecie del Brasile.
E così pochi giorni fa — ben riparate dai
taccuini dei giornalisti, dagli obiettivi dei fotografi e dalle malelingue dei colleghi —
Mariarosaria Rossi, accompagnata da Jole
Santelli, e Nunzia De Girolamo, accompagnata da Barbara Saltamartini, si sono ritrovate a cena. Di sera tardi, nella saletta di una
trattoria del quartiere Prati, a Roma. Un po-
ker di donne. Due berlusconiane, di cui una
— la Rossi — braccio destro e sinistro dell’ex premier. Due alfaniane, di cui una — la
De Girolamo — capogruppo alla Camera di
Ncd.
Non si è trattato di «una cena per farle co-
noscere», come quella dell’omonimo film di
Pupi Avati, anche perché le quattro si conoscono da una vita. E nemmeno di una «cena
delle beffe», come quella raccontata da Alessandro Blasetti in uno dei capolavori del cinema italiano dell’Anteguerra. «È stata una
I rapporti tra il ministro e l’ex Cavaliere
Gli attriti
sul governo Letta
Nel 2013, Angelino
Alfano (Pdl) è ministro
dell’Interno nel
governo guidato da
Enrico Letta (Pd). Tra gli
azzurri si accentua la
frattura tra falchi (ostili
al governo)
e colombe
1
La scissione
e il nuovo partito
Nell’estate del 2013 i
falchi del Pdl lavorano
alla rinascita di FI
e premono per uscire
dal governo. Alfano si
chiama fuori: fonda un
partito, il Nuovo
centrodestra, e resta al
governo
2
I tentativi
di riavvicinamento
I rapporti tra FI e Ncd
sono stati subito tesi.
«Alfano non ha il quid
della gratitudine», ha
detto a maggio
Berlusconi. Ma i tentativi
di ricomporre
il dissidio non si sono
mai arrestati
3
cena politica», avrebbe spiegato a un amico
Maurizio Lupi, uno dei pochissimi esponenti del «fu» centrodestra unito a conoscere i
dettagli dell’operazione. Una cena politica
che si è svolta dopo che ciascuna delle partecipanti aveva avuto l’esplicita autorizzazione
di Berlusconi e Alfano a sedersi a quel tavolo.
Berlusconi e Alfano non si parlano da mesi. L’ultima telefonata lunga tra i due, probabilmente, risale agli auguri di Natale. Poi ci
sono stati solo contatti indiretti, tra l’altro
improntati al reciproco gelo. Per di più il ministro dell’Interno, come ha ribadito anche
nell’intervista di domenica al Corriere, per i
prossimi «mille giorni» non ha intenzione di
schiodarsi di un millimetro dal perimetro
della maggioranza che sostiene il governo
Renzi. Perché allora autorizzare «un tavolo
segreto»? Perché imbastire un dialogo tra
diplomazie? Perché pianificare quella che
assomiglia tanto – visto che la cena è andata
benissimo – all’inizio di una lunga «marcia
della pace»? Per rispondere a questa domanda bisogna puntare il radar su Arcore. Dove
Berlusconi avrebbe dato alla Rossi un mandato pieno per riallacciare «qualche contatto
esplorativo» con gli esponenti del Nuovo
centrodestra. Non uno «scouting» né tantomeno «una campagna acquisti». Anzi, è stato proprio l’ex Cavaliere a premere perché
Alfano venisse avvisato per tempo dalla De
Girolamo. Sia chiaro, la distanza politica con
gli alfaniani rimane. Ma l’ex premier, che è
preoccupato per la sentenza del 18 e che non
ha per nulla intenzione di legare il suo futuro politico solo all’«accordo» con Renzi, è
tornato a immaginare un centrodestra di
nuovo unito. E quella cena a quattro, in prospettiva, potrebbe essere la prima, piccola,
pietra sul cantiere di «un altro centrodestra»
da ricostruire dopo l’estate. «Un centrodestra giovane».
Ma non ci sono soltanto la paura per la
sentenza Ruby e il patto con Renzi dietro la
scelta berlusconiana di attivare «un tavolo
segreto» con Ncd. Nella (lontana) prospettiva di un futuro comune, infatti, la fronda di
Raffaele Fitto dentro Forza Italia perderebbe
consistenza. E così, berlusconiani e alfaniani
rimangono distanti. Ma, a guardali senza essere visti, molto meno di quanto sembri.
Prova ne è che non sono soltanto Rossi e De
Girolamo a condividere «cene politiche».
Tanto per fare un altro esempio, all’alba di
un’estate rovente, altri due «ambasciatori»
di FI e Ncd si sono fatti sorprendere l’altra
sera allo stesso tavolo. Trattasi del berlusconiano Paolo Romani e dell’alfaniano Luigi
Casero. Parlavano, giurano diversi testimoni, fitto fitto. Sottovoce.
Tommaso Labate
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6
Primo Piano
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Le riforme Le scelte
La spinta del governo:
«Parlamento in ferie
solo per due settimane»
A Roma
Parlamento Maria Elena Boschi
un esame dei decreti attuativi
bloccati e il ministro farà una
relazione nel prossimo Consiglio dei ministri. Dai ministeri
viene descritto un quadro privo di pause, un’immagine di
forte operosità. Sempre Nencini dice di essere impegnato per
la presentazione del decreto
Sblocca-Italia (grandi opere e
semplificazioni, come l’unificazione Aci-Pra) e che lavorerà
anche ad agosto. Dallo Sviluppo economico del ministro
Guidi, dicono che saranno all’opera sempre (a parte il 15
agosto) e anche fino a dopo il
tramonto. Dall’Economia af-
L’impegno di Grasso e Boldrini:
terremo conto delle esigenze del Paese
ROMA — Il sottosegretario
ai Trasporti e alle Infrastrutture Riccardo Nencini lo ha suggerito pochi giorni fa al sottosegretario alla presidenza del
Consiglio Luca Lotti: «Il governo vada avanti a lavorare almeno fino a metà agosto. E Camera e Senato chiudano solo per
due settimane». Lotti ha annuito, perché la proposta è in armonia con i tempi da corsa
di Matteo Renzi, che ha bisogno di esibire cambiamenti rapidi, in Italia e in
Europa.
Il governo non può permettersi lunghi stop, neanche ad agosto, la scommessa consiste nel dimostrare che stavolta si fa sul
serio. La riduzione delle
«ferie istituzionali» era anche il
tema dell’articolo di fondo del
Corriere di ieri («Troppe misure solo su carta»). La spinta del
governo è ancora sottotraccia,
ma va in questa direzione. «Sono troppi i provvedimenti da
smaltire, troppe le riforme da
portare a conclusione», dice
Il dibattito
L’editoriale
Ieri Sergio Rizzo, nel suo
editoriale sul Corriere, ha
invitato le Camere a ridurre
le ferie e smaltire gli arretrati:
nel 2013 la sosta durò dal
12 agosto al 4 settembre
La proposta
Il sottosegretario ai Trasporti
Riccardo Nencini ha invitato
il governo a lavorare fino a
metà agosto e il Parlamento
a chiudere solo due
settimane. Favorevole
il sottosegretario Luca Lotti
Nencini.
Camera e Senato non hanno
ancora preso decisioni sulla
sospensione estiva. «Si terrà
conto delle esigenze del Paese», assicurano i collaboratori
del presidente Grasso. La conferenza dei capigruppo a Palazzo Madama decide il calendario di quindici giorni in quindici giorni. Alla Camera, per
ora, hanno la certezza che la
prima settimana di agosto
Montecitorio starà aperto. Fra
Camera e Senato ci sono da
convertire i decreti Cultura e
turismo entro il 30 luglio,
quello sulla Pubblica amministrazione entro il 23 agosto,
quello sui risarcimenti ai detenuti entro il 26 agosto, Agricoltura, ambiente ed energia entro il 23 agosto, Competitività,
entro il 23 agosto. Mentre, naturalmente, al Senato, si discute la riforma costituzionale,
cioè l’autoriduzione dei poteri
del Senato stesso.
Lo scorso anno Camera e Senato fecero una sosta dal 12
agosto al 4 settembre, ma en-
Il calendario
Alla Camera hanno
la certezza che la prima
settimana di agosto
i lavori saranno regolari
Un flash mob per la «Robin Hood Tax»
Oltre 50 organizzazioni, tra cui le Acli, hanno
aderito alla Campagna ZeroZeroCinque e ieri a
Roma hanno messo in scena un flash mob
(LaPresse) per chiedere al premier Matteo
Renzi e al ministro dell’Economia Pier Carlo
Padoan un impegno alla vigilia del primo
trambi i presidenti decisero
brevi riaperture per l’annuncio
dell’arrivo di nuovi decreti. Ci
sono parlamenti in Europa più
sensibili alle vacanze: il Bundestag chiude dal 17 luglio al 7
settembre, la Camera dei Comuni inglese dal 22 luglio al 1°
settembre, quella dei Lord ad-
Ecofin del semestre di presidenza italiana per
raggiungere un accordo sull’adozione di una
tassa sulle transazioni finanziarie, la Robin
Hood Tax: «Una tassa dell0 0,05% per colpire la
speculazione e creare risorse contro povertà e
cambiamenti climatici».
dirittura dal 30 luglio all’8 ottobre, nei Paesi scandinavi ci si
riposa fra i 24 e i 29 giorni.
Oltre alle conversioni e alle
leggi, in Italia ci sono da smaltire anche più di 500 decreti attuativi di leggi approvate, e
questa è materia dei ministeri.
Un esempio: decine di provve-
dimenti da varare per rendere
operativo il decreto Irpef. I ministeri non chiudono mai i battenti del tutto, si tratta però di
trovare le chiavi per sveltire il
lavoro degli uffici che approntano i testi. Il presidente del
Consiglio Renzi ha chiesto al
ministro per i Rapporti con il
fermano che Padoan svolge un
compito di «stimolo continuo»
per il varo dei decreti di attuazione. Dalla Pubblica amministrazione fanno sapere che, nonostante la bimba del ministro
Madia abbia appena compiuto
tre mesi, da loro non ci sono
sabati né domeniche e di vacanze non si parla proprio. Alla
Giustizia c’è da perfezionare il
lavoro sulla riforma, concluso
nelle sue grandi linee, ma sul
sito del ministero vengono aggiunte ogni giorno schede sui
vari temi, a disposizione per la
consultazione pubblica.
Andrea Garibaldi
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’analisi
LAVORO AI GIOVANI, IL SOGNO DI UN’ESTATE APERTA
di DARIO DI VICO
Di fronte ai numeri record della
disoccupazione giovanile avremmo
potuto attenderci un’estate particolare, all’insegna della mobilitazione
per creare occasioni di impiego, per
far partire stage o esperienze di alternanza studio-lavoro. Nei territori qualcosa si segnala, come a Bologna dove la Fondazione Golinelli
insegna ai ragazzi di 17-18 anni il
valore dell’imprenditorialità. È un
lavoro di semina ma iniziative che
promettano un raccolto immediato
non se ne vedono tante. Così il luglio-agosto del sesto anno della
Grande Crisi sembra viaggiare all’insegna dell’ordinaria ammini-
strazione. Per carità, vale la battuta
secondo la quale «un anno senza
agosto non l’hanno ancora inventato» ma è la nostra interpretazione
delle ferie estive che suona anacronistica. È uno stop totale che in
epoca di risorse scarse e disoccupazione crescente forse sa tanto di
lusso che non possiamo permetterci. E che molti altri Paesi hanno affrontato da tempo in maniera diversa.
Garanzia Giovani è l’iniziativa
europea nata per dare una chance ai
ragazzi in cerca di lavoro: può essere un efficace contenitore di iniziative. L’opinione pubblica, del resto,
lo chiede se è vero che secondo un
sondaggio condotto dall’istituto Ixè
la priorità dell’azione di governo
viene individuata dal 61% nella lotta alla disoccupazione mentre solo
il 18% ha indicato i costi della politica. A Garanzia Giovani si sono
iscritti ad oggi 110 mila ragazzi/ragazze e ciascuno ha diritto entro
quattro mesi a ricevere una proposta di lavoro o di tirocinio. Per i giovani che hanno risposto più tempestivamente il tempo scadrebbe proprio in agosto ma i centri per l’impiego riusciranno a onorare il
timing? Il dubbio è fondato perché
nelle cattive tradizioni del servizio
pubblico c’è purtroppo una sorta di
interruzione dell’attività nei mesi
estivi per l’abitudine ad organizzare
male le turnazioni delle ferie dei di-
pendenti. Spesso infatti bisogna
addirittura aspettare ottobre perché la normale operatività riparta
davvero visto che agosto viene considerato come un mese «passivo» e
settembre ha visto in passato un
addensamento di permessi. Ribatte
però Bruno Busacca, capo della segreteria tecnica del ministro Poletti:
«Stiamo facendo uno sforzo di politiche attive del lavoro che non ha
Le chance
L’occasione di Garanzia
Giovani, iniziativa europea per
dare una chance ai ragazzi
precedenti. La macchina si è messa
in moto con qualche scricchiolio, lo
ammetto ma sono già 10 mila i ragazzi che sono stati intervistati e ai
quali è stata già fatta o lo verrà a
breve una proposta concreta. È
chiaro che questo processo ad agosto rallenterà, anche le imprese però chiuderanno». Vista dalla agenzie private del lavoro la situazione è
meno rassicurante. «Avremmo bisogno di risposte celeri ed omogenee ma entrambi i requisiti non si
stanno verificando — sostiene
Claudio Soldà, responsabile progetti speciali di Adecco — e ci troviamo invece di fronte a un continuo rimbalzo di responsabilità tra
ministero e regioni. In verità non si
capisce quanto le Regioni vogliano
effettivamente l’ingresso dei privati
e con l’arrivo dell’estate sarà sicuramente tutto più complesso».
Per non fermarsi all’esistente e
immaginare un’estate di mobilitazione straordinaria sul fronte occupazione bisogna ascoltare chi crede
nella sharing economy. Dice Ivana
Pais, una delle promotrici di Sharexpo: «Una provocazione poteva
essere aprire tutti gli spazi che chiudono d’estate e destinarli a progetti
realizzati dai giovani. Scuole, uffici,
negozi e si potrebbero usare le risorse di Garanzia Giovani per coprire le spese vive. Del resto le città
vivono anche d’estate e i giovani
potrebbero finalmente avere la loro
chance di mettersi alla prova. È giusto finanziare i servizi per l’impiego
ma non è insensato provare a finanziare direttamente loro, i ragazzi».
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
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Primo Piano
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
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Procuratore A sinistra, Manlio
Minale procuratore generale
di Milano (Maule / Fotogramma)
Le inchieste sulle tangenti
Lite in Procura, Minale al Csm:
«Sbagliati i veti sul caso Expo»
Il pg boccia le circolari del capo dei pm: poca trasparenza
Bruti: resto altri 4 anni, è il mio vice a danneggiare l’ufficio
MILANO — «Indubbio vulnus alla trasparenza», «revoca di singoli atti esclusa»,
«motivazione apparente»: stavolta, nell’ormai quadrimestrale tenzone sulla gestione
dei fascicoli nella Procura di Milano tra il
n.2 Alfredo Robledo e il capo Edmondo Bruti Liberati, a prendere carta e penna è il procuratore generale di Milano, Manlio Minale,
predecessore di Bruti alla guida della Procura della Repubblica e ora superiore gerarchico sia di Bruti sia di Robledo. E lo fa per
inviare al Consiglio superiore della magistratura a Roma e al Consiglio giudiziario
presso la Corte d’Appello di Milano (che si
riunirà oggi) una lettera con la quale boccia
tutte e tre le ultime circolari di Bruti, ritenendo che il capo della Procura il 18 giugno
non potesse vietare a Robledo di interrogare
due degli indagati di Expo, non potesse assumere il 5 e 26 giugno del coordinamento
di tutte le indagini vagamente afferenti
Expo, e non potesse l’1 luglio escludere il
coordinatore (Robledo) del pool anticorru-
zione dalla coassegnazione ad altri due pm
del filone sul Mose (corruzione del generale
della Guardia di Finanza Emilio Spaziante)
trasferito a Milano da Venezia.
Dell’«area omogenea Expo» coordinata
solo da Bruti, anziché dai vari vice a capo dei
pool per tipo di reati, Minale critica «l’indeterminatezza dell’ambito di operatività», e
censura che «la prevista assegnazione diretta dei procedimenti ai singoli pm annulla e
supera ingiustificatamente il sistema dei
criteri obiettivi automatici di assegnazione
dei procedimenti all’interno di ciascun pool, con indubbio vulnus alla trasparenza».
Il veto posto da Bruti a che Robledo (coassegnatario dell’inchiesta con i pm Pellicano-Filippini-Polizzi) partecipasse all’interrogatorio degli indagati Rognoni e Paris,
per Minale non è corretto nei casi (come
questo) in cui il coordinatore sia anche coassegnatario; «peraltro in via generale è
esclusa dallo stesso Csm» la possibilità di
«una revoca parziale» di singoli atti a un
pm; sicché l’esclusione di Robledo dall’interrogatorio avrebbe dovuto essere se mai
«preceduta e porsi come conseguenza della
revoca» a Robledo «dell’assegnazione stessa».
Infine il processo Mose arrivato da Venezia, che Bruti ha assegnato a sé (cosa che
rientra nei suoi poteri) e coassegnato al pool di Robledo ma non al coordinatore del
pool (Robledo), bensì ai pm Orsi e Pellicano. Qui Minale giudica «apparente la motivazione» di Bruti perché fondata «su richiami a pregressi procedimenti», a «ulteriori
incomprensioni» e a «profili di rilevante
criticità» tra Bruti e Robledo, che a Minale
appaiono «sostanzialmente estranei all’esigenza di coordinamento, inteso come capacità dell’aggiunto di seguire con puntualità
ed efficacia le indagini nelle materie di competenza del proprio dipartimento».
Tutt’altra la posizione di Bruti, che rinfaccia a Robledo di aver fatto lui in passato
ciò che ora il suo vice lamenta, e cioè di aver
tolto il 28 aprile ai pm Pirotta e D’Alessio
«per stralcio senza alcuna motivazione»
una costola del fascicolo su Infrastrutture
Lombarde, centrata sull’appalto della «piastra» di Expo; e di aver interrogato da solo
Rognoni il 3 aprile, senza gli altri due pm.
Quanto all’inchiesta Mose da Venezia,
Bruti ne motiva l’assegnazione a se stesso
per «la risonanza pubblica» e «la qualità degli indagati», e trova impercorribile una coassegnazione a Robledo perché, «a seguito
dell’esposto di Robledo al Csm e delle fughe
di notizie conseguite, si è determinato un
clima di polemiche pubbliche che ha inde-
bolito “la credibilità e l’efficacia dell’azione
giudiziaria” dell’Ufficio». Bruti rivela anche
un colloquio con Robledo, nel quale «a
fronte del mio suggerimento di coassegnare» il fascicolo ex veneziano sul generale
Spaziante «ai pm Pellicano e Orsi, tu hai
espresso un netto dissenso portando una
serie di argomenti che concludono per una
tua mancanza di fiducia nel collega Orsi».
Passaggio criptico, forse da mettere in relazione alle doglianze di Robledo al Csm sui
due ufficiali GdF che (in un fascicolo di Orsi) riversarono una relazione di servizio sulle calunniose confidenze su Robledo di una
mitomane, poi incriminata anche per essersi spacciata nipote del presidente Napolitano. Fatto sta che Bruti giustamente conclude che una «preclusione» verso il pm Orsi
«non può essere presa in considerazione»
vista «la notoria elevatissima professionalità del collega».
Bruti, che ieri ha completato i suoi primi
4 anni da capo, scrive poi sia a tutti i pm sia
al Csm. Ai suoi pm conferma di aver chiesto
al Csm di essere confermato come capo per
altri 4 anni, rivendicando «l’ampio condiviso apprezzamento» e «il prestigio indiscusso» della Procura «a dispetto di qualche piccola, circoscritta polemica degli ultimissimi
mesi». Al Csm rivolge una preghiera: «Mi
permetto ancora di auspicare vivamente
che una rapida definizione di questa pratica
presso il Csm possa evitare il protrarsi di
polemiche di stampa che certo non contribuiscono ad assicurare la “credibilità e l’efficacia dell’azione giudiziaria” dell’Ufficio».
Luigi Ferrarella
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20
144
Milioni
I visitatori previsti all’Esposizione Universale di Milano che
si svolgerà dal 1° maggio al 31
ottobre 2015 e avrà come tema: «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita». Il 30 per cento
dei visitatori saranno stranieri
Paesi
Sono quelli che hanno aderito
alla manifestazione Expo
2015 e che si disporranno
in 60 padiglioni che
occuperanno una superficie
espositiva di un milione
di metri quadri
Infrastrutture Lombarde A meno di 4 mesi dagli arresti accettano la pena l’ex direttore generale e l’ex capo delle gare
Arrivano i primi accordi per il patteggiamento
A Rognoni tre anni per gli appalti legali truccati
MILANO — Non sono passati ancora
4 mesi dagli arresti del 20 marzo nell’inchiesta su «Infrastrutture Lombarde» (la holding della Regione Lombardia per 11 miliardi di investimenti nelle
grandi opere), e già sono arrivati ieri i
primi patteggiamenti: l’ex direttore generale Antonio Rognoni, l’ex capo dell’«ufficio gare e contratti» Pierpaolo
Perez, e l’ex direttore amministrativo
I reati
Associazione a delinquere,
turbativa d’asta e falso i reati
contestati nel fascicolo
sulla holding della Regione
Maurizio Malandra hanno concordato
con i pm del pool Robledo, Antonio
D’Alessio e Paolo Filippini, l’applicazione della pena per tutte le imputazioni mosse loro nell’ordinanza d’arresto
(prima) e nel decreto di giudizio immediato (poi) del gip Andrea Ghinetti.
L’applicazione della pena — cioè il
patteggiamento che sarà poi ratificato
da un giudice — è stata concordata tra
difese e accusa in 3 anni per Rognoni, 2
anni e 8 mesi per Perez, e 1 anno e 8
mesi per Malandra. Il 18 settembre inizierà il processo agli altri 5 imputati arrestati il 20 marzo, tra i quali i quattro
avvocati più beneficiati dalle commesse di Ilspa e ora sospesi dall’Ordine
professionale.
Le turbative d’asta oggetto dell’indagine erano quelle per gli appalti dei servizi legali. A Rognoni e Perez era contestato di aver «creato, in palese violazione di legge, una struttura parallela»
composta sempre dagli «stessi avvocati
esterni» alla quale «esternalizzare la
parte più delicata e importante dell’attività», perché costoro erano disponibili a «escogitare soluzioni tecnicamente adeguate rispetto alle illecite finalità preordinate dalla struttura». Anche Expo 2015 sarebbe stata interessata
da queste irregolarità, giacché nel medesimo modo illecito sarebbero stati
affidati i servizi legali anche di «supporto tecnico-amministrativo alla stazione appaltante Expo 2015 spa nella
fase di aggiudicazione e direzione lavori», o nella «gestione dei rapporti contrattualistici di “Arexpo spa” che deve
acquisire le aree per l’esposizione».
Complessivamente i 67 capi d’imputazione mossi a Rognoni e in misura
Manager
In alto, l’ingegnere Antonio Rognoni
quando era direttore generale di
Infrastrutture Lombarde, società che
gestiva 11 miliardi di investimenti
nelle grandi opere pubbliche per
Regione Lombardia
variabile agli altri coindagati («associazione a delinquere» finalizzata «almeno dal 2008» a una miriade di turbative
d’asta, truffe alla Regione e falsi in atto
pubblico nell’assegnazione di incarichi
di servizi legali e ingegneristici) riguardavano commesse esterne del valore di
circa 8,7 milioni di euro fino al 2012 per
servizi legali pertinenti anche all’autostrada Pedemontana, alla Brescia-Bergamo-Milano, alla Tangenziale Est
Esterna Milano, all’ospedale San Gerardo di Monza, alla costruzione della
nuova sede della Regione o al recupero
edilizio della Villa Reale di Monza.
Rognoni, per la parte sinora divenuta nota dei suoi interrogatori, aveva rivendicato di essere «un ingegnere»,
che dal 2004 come n. 1 di Ilspa ha «realizzato 9 ospedali, la nuova sede della
Regione, la Brebemi ormai ultimata, la
tangenziale Tem che verrà ultimata entro Expo e la Pedemontana per un terzo
entro Expo». Però «non ho una preparazione di carattere giuridico, e quindi
per la parte giuridica mi avvalevo di
una struttura che ritenevo solidissima
e colloquiava in continuità con la Regione». Aveva cioè sostenuto ai pm di
aver operato sì sbrigativamente, con
forzature nelle regole pur di fare i vari
La vicenda
Chi è
Antonio Giulio Rognoni
è nato 53 anni fa. Si è
laureato in Ingegneria
civile
strutturale al Politecnico di
Milano nel 1985
La carriera
Ha iniziato nel 1987 come
project manager in Techint
Spa. Quindi è stato
amministratore delegato
di diverse aziende. Nel
2004 è stato nominato
direttore generale di
Infrastrutture Lombarde
L’inchiesta
Il 20 marzo scorso è stato
arrestato nel corso di
un’inchiesta su presunte
irregolarità nella gestione
degli appalti da parte di
Infrastrutture Lombarde.
Vicenda giudiziaria per cui
ieri ha concordato il
patteggiamento a tre anni
lavori pubblici in tempi rapidi, ma «neanche per un secondo immaginai» di
farlo «senza una preventiva condivisione dei loro contenuti con Regione
Lombardia». Per questo aveva addebitato al Pirellone «il vero torto» di «metterci fuori strada, nessuno ci ha detto
che la strada era sbagliata».
Si intuisce dunque che la scelta ieri
di patteggiare tutte le imputazioni, anche quelle che Rognoni respinge, si inserisce in una strategia difensiva volta
— stante le frizioni in Procura tra i pm
delle due inchieste in cui Rognoni è
stato arrestato, questa su Infrastrutture
Lombarde del pool Robledo il 20 marzo
e quella del pool Boccassini su Expo l’8
maggio — a guadagnare un punto fermo processuale: un giudicato a partire
dal quale cercare di minimizzare le ulteriori conseguenze della seconda inchiesta Expo. Rognoni ha infatti motivato l’interruzione della propria collaborazione nella terza indagine (quella
sulla «piastra» di Expo condotta dal
pool Robledo e nella quale allo stato è
solo teste) proprio con la situazione in
Procura e il disorientamento, a suo avviso, per la mancanza di un interlocutore unico che possa valutarne l’eventuale contributo alle indagini. Ora un
secondo patteggiamento manderebbe
la pena nominale in continuazione con
i 3 anni concordati ieri, e quindi in concreto gli varrebbe presumibilmente solo qualche settimana in più di pena.
L. Fer.
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Primo Piano
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9
L’interrogatorio
Le tappe
I temi di Expo 2015
Il pianeta e il nutrimento
Dal 1° maggio al 31 ottobre
del 2015 a Milano si terrà
l’Esposizione Universale.
Una manifestazione che ha
come tema: «Nutrire il
Pianeta, Energia per la Vita».
Un viaggio attraverso il cibo
con percorsi tematici e
approfondimenti sul
complesso mondo
dell’alimentazione a 360
gradi, dei sapori e delle
tradizioni dei popoli della
Terra fino al tema della
fame nel mondo
Adesioni da tutto il mondo
e 184 giorni di rassegna
I Paesi che hanno dato la
loro adesione sono 144 e
per 184 giorni la rassegna
si snoderà su una
superficie espositiva di un
milione di metri quadri.
Expo 2015 vuole essere
ricordata per il contributo
al dibattito e all’educazione
sull’alimentazione, sulle
risorse a livello planetario
Milanese sui fondi per il Mose
«Furono un favore alla Lega»
DALLA NOSTRA INVIATA
VENEZIA — «I 400 milioni per il Mose furono un favore che Tremonti fece alla Lega.
Non è vero che io ho preso una tangente per
fare pressione sul ministero e sbloccare la
situazione. Fu Tremonti che sbloccò quei
soldi quando Zaia fu eletto governatore,
perché doveva restituire ai leghisti il favore
di averlo sostenuto politicamente. A Galan
non avrebbe mai dato un centesimo neanche morto perché lo detestava. Così ha tergiversato fino alla nomina di Zaia e dopo ha
dato il via libera. Era semplicemente un accordo politico fra lui e la Lega».
È così che Marco Milanese, ex deputato
pdl ed ex consigliere politico di Giulio Tremonti (non indagato) all’epoca in cui era
ministro dell’Economia, spiega lo stanziamento del Comitato interministeriale per la
❜❜
Non feci pressioni
Il ministro
detestava Galan,
sbloccò i soldi dopo
la nomina di Zaia
programmazione economica (Cipe) che nel
2010 finanziò – con 400 milioni, appunto –
la grande opera di ingegneria idraulica per
salvare Venezia dall’acqua alta. Il braccio destro dell’allora ministro ha raccontato la sua
versione al giudice che ieri l’ha interrogato
in carcere, a Santa Maria Capua Vetere, dov’è
detenuto dal 4 luglio con l’accusa di corruzione: una mazzetta da 500 mila euro, dice
l’ordinanza di custodia, avuta (attraverso
Roberto Meneguzzo, patron della Palladio
Finanziaria) da Giovanni Mazzacurati, ex
presidente del potente Consorzio Venezia
Nuova, concessionario unico dello Stato per
gestire i soldi e i lavori del Mose. Con quella
tangente, secondo la ricostruzione della
procura veneziana, Mazzacurati voleva assicurarsi di poter accedere ai finanziamenti
del Cipe.
Infrastrutture Lombarde
e la bufera giudiziaria
La procura di Milano ha
messo la sua lente su
Infrastrutture Lombarde
società, a cui Regione
Lombardia ha affidato la
gestione di tutti i suoi
principali appalti. In
particolare i pm hanno
indagato su una serie di
incarichi esterni
Gli arresti dei manager
Otto i provvedimenti
Il 20 marzo il Gip di Milano
ha emesso otto
provvedimenti di custodia
cautelare contro alcuni
manager tra cui Antonio
Rognoni, direttore generale
dal 2004 di Infrastrutture
Lombarde, Pier Paolo
Perez e Maurizio Malandra
In gioco incarichi e lavori
da 8,7 milioni di euro
Gli indagati dalla procura di
Milano in tutto sono 29 .
Per 8 di queste il Gip
Andrea Ghinetti ha da poco
emesso il decreto di
giudizio immediato che
inizierà il 18 settembre.
Il valore degli incarichi
legali contestati ammonta
a circa 8,7 milioni di euro
Insieme
A fianco, in una
foto d’archivio
l’allora
ministro
dell’Economia
Giulio Tremonti
insieme al suo
ex
collaboratore
Marco
Milanese
(Ansa)
Il giudice delle indagini preliminari di Venezia Alberto Scaramuzza ha seguito l’impostazione dei pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto,
concedendo l’arresto di Milanese «per motivi di urgenza» anche se la procura lagunare
non è competente del caso, poiché la presunta tangente sarebbe stata pagata a Milano, dove gli atti dell’inchiesta sono già stati
trasferiti. Il gip ha quindi disposto il carcere
dichiarandosi incompetente e su questo
punto Milanese ha preteso che fosse messa a
verbale tutta la sua contrarietà. «Non c’era
nessuna ragione di urgenza», si è lamentato.
Ma è della corruzione che si è parlato per
gran parte dell’interrogatorio. «Ma davvero
pensano che io avessi il potere di spostare
400 milioni di euro?» ha chiesto al suo avvocato Bruno Larosa e ha fatto mettere a verbale. «Quello era un finanziamento per il quale
si erano allungati molto i tempi», ha spiegato ancora Milanese raccontando come si
giocò la partita fra il ministero delle Infrastrutture di Altero Matteoli e quello dell’Economia di Tremonti. Le infrastrutture, a
cui toccava il finanziamento, avevano un
miliardo da distribuire per le opere pubbliche in tutt’Italia e darne 400 al Mose sarebbe
stato troppo. Così chiesero all’Economia che
i 400 per le barriere anti-acqua di Venezia
L’inchiesta
L’origine e le verifiche fiscali
L’inchiesta della Procura di Venezia
sul sistema del Mose, che dovrà
proteggere la città lagunare dall’acqua
alta, inizia nel 2008 da una verifica
fiscale a una cooperativa di Chioggia
La segretaria collabora
Nel 2013 vengono arrestati il
manager Piergiorgio Baita e
Claudia Minutillo, ex segretaria di
Giancarlo Galan, che collabora con
gli inquirenti
Il blitz e gli arresti eccellenti
Il 4 giugno la Guardia di Finanza
arresta 35 persone. Tra loro nomi
noti della politica veneta. Il 4 luglio
tocca a Marco Milanese accusato di
aver ricevuto una tangente
fossero un’aggiunta al miliardo. Da qui il
ruolo di Tremonti nella vicenda, come se
fosse stato facile per l’ex ministro reperire
altri fondi e distribuirli a suo piacimento .
Secondo Milanese lo era: «Tremonti resisteva. Diceva “non voglio aiutare Galan per
nessuna ragione al mondo”, ma aveva a che
fare con Mazzacurati, conosciuto tramite
Meneguzzo, che lo chiamava a ripetizione
per avere certezze sul finanziamento. Insisteva così tanto che a un certo punto Tremonti mi disse: per favore non ne posso più,
occupatene tu. Per questo ho mandato a Meneguzzo l’sms che diceva che tutto era risolto».
Con quell’sms, contestano i pm, Milanese
violò il segreto dando a Meneguzzo l’informazione in anticipo rispetto all’ok del Cipe.
Lui la spiega in un altro modo: «Quando si
arriva alla convocazione del Cipe vuol dire
che è già tutto deciso e che la decisione è già
nota perché comunicata ai parlamentari».
Il giudice che lo interrogava (per rogatoria) gli ha chiesto perché mai Mazzacurati
avrebbe dovuto inventarsi la tangente dei
500 mila euro. «Non credo che abbia risentimento nei miei confronti» ha spiegato Milanese. Ma cito solo quel che ho visto sui giornali in questi giorni: in una intercettazione
Mazzacurati parlando con la moglie sul-
❜❜
Non ho preso
tangenti, ipotizzo
una bugia detta da
Mazzacurati che ha
tenuto tutto per sé
l’ipotesi di una casa da comprare a Roma le
ha detto: «So io come tirar fuori i soldi dal
Consorzio...». Una menzogna del grande
vecchio del Mose, stando all’interpretazione
di Milanese: una bugia per giustificare, con i
soci finiti nell’inchiesta assieme a lui, il
«prelievo» di una somma così grossa che
avrebbe poi tenuto per sé.
A fine interrogatorio la richiesta di scarcerazione, la stessa depositata ieri anche da
Lia Sartori, ex eurodeputata di Forza Italia
accusata di finanziamento illecito che si appella al contestato decreto del 28 giugno:
quello che vieta il carcere e i domiciliari se il
giudice ritiene che con la sentenza possa essere applicata la sospensione condizionale
della pena.
Giusi Fasano
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L’elezione del Csm Ferri a colloquio col ministro Orlando dopo il messaggino inviato per raccomandare due toghe candidate
Il sottosegretario: «Non mi dimetto per un sms»
Ma i suoi colleghi magistrati lo attaccano
«Gravissima interferenza della politica»
ROMA — «Dimettermi? Non ho mai
parlato di dimissioni. Chi ne ha parlato?». Alle 19.30, prima dell’incontro con
il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il sottosegretario Cosimo Ferri
smentiva con forza le indiscrezioni che
già lo davano in uscita dal dicastero di
via Arenula. E al termine dell’incontro,
intorno alle 22, confermava: nessun addio. «Il ministro non mi ha chiesto di lasciare. Più che un colloquio è stato un
monologo. Del resto avevo chiesto io
l’incontro. Lui ha ascoltato attentamente
le mie spiegazioni. Non mi ha parlato del
presidente del Consiglio. Ha voluto capire. Spero di aver fornito tutti gli elementi
per ridimensionare l’accaduto. Adesso
anche lui ha gli elementi per riferire su
quanto è accaduto». Vinto o pareggiato?
«Nè l’uno nè l’altro perché per ora ho
giocato da solo». Ora però la palla passa
al premier.
Intanto resiste, Cosimo Ferri. E’ vero
che quel messaggino promozionale, inviato agli ex colleghi per sostenere la candidatura al Csm di Lorenzo Pontecorvo e
di Luca Forteleoni, nelle votazioni concluse ieri, gli ha procurato critiche dure.
A partire da quella del premier Matteo
Renzi che aveva parlato di «vicenda indi-
fendibile». E ieri anche l’Associazione
Nazionale Magistrati si è scagliata contro
l’iniziativa di Ferri, magistrato fuori ruolo sì, ma membro dell’esecutivo. «Un’evidente e grave interferenza» accusa il sindacato delle toghe, censurando quell’sms
elettorale che fa emergere «ancora la problematicità dei rapporti tra politica e magistratura e la necessità di porre dei limiti
per assicurare una netta distinzione di
ruoli e funzioni». Il fatto che Ferri fosse
«un magistrato che al momento della nomina ricopriva la carica di membro del
Comitato direttivo centrale dell’Anm,
nonché di segretario nazionale di una
delle componenti della magistratura associata, ripropone il dibattito relativo alla
partecipazione dei magistrati alla vita
politica», rincara. Invitando ad «evitare
ogni possibile confusione di ruoli».
Ma Ferri, ieri, glissava su quelle critiche e sulla richiesta di dimissioni formulata dal segretario Adusbef, Elio Lannutti,
e dal Cinquestelle Maurizio Giarrusso.
Del resto una certa resistenza alle bufere politiche il sottosegretario l’ha già dimostrata nello scorso governo, quando
non mollò la poltrona dopo l’addio della
componente berlusconiana, appellandosi al fatto di essere un «tecnico». Stavolta,
nel colloquio con Orlando ha fatto pesare
l’opposto: rivendicando il suo diritto a
schierarsi per due candidati al Csm, pur
ricoprendo un incarico istituzionale super partes.
La composizione
I 27 membri e le cinque liste di candidati togati
Il Consiglio superiore della magistratura (Csm) è composto da 27 membri: 3 di
diritto (presidente della Repubblica, primo presidente della Cassazione e procuratore
generale della Cassazione), 8 laici e 16 togati. I togati sono stati scelti tra cinque liste
di candidati, di diversa ispirazione: Unità per la Costituzione (centro), Area (sinistra),
Magistratura Indipendente (moderati), Altra proposta e i due candidati indipendenti:
Fernanda Cervetti (consigliere alla Corte d’Appello di Torino, e non Trento come
erroneamente riportato ieri) e Carlo Fucci (pm a Santa Maria Capua Vetere)
Orlando ha ascoltato. Ne riferirà a
Renzi nelle prossime ore. E sarà lui a decidere se Ferri debba restare o lasciare
l’incarico. «Renzi induca Ferri a rassegnare le dimissioni - invoca l’ex magistrato Ferdinando Imposimato -. Non si
possono esercitare contemporaneamente le funzioni di magistrato, votando e
facendo propaganda a due candidati al
Csm , e proporre disegni di legge sulla
giustizia. C’è un macroscopico conflitto
di interessi».
Intanto occorrerà aspettare forse fino a
venerdì per sapere se le votazioni hanno
avuto l’effetto auspicato da Ferri. O hanno vinto candidati di Mi più invisi a lui,
come Sergio Amato, pm anti-camorra a
Napoli che oggi sul Corriere del Mezzogiorno chiarisce: «Finiamola con ‘sta storia dei tecnici. Ferri è un politico». Il problema, per Amato, non è l’sms, anche se
«uno nella sua posizione non può interferire nella campagna elettorale per il
Csm». Ma il problema vero è «l’eterodirezione del gruppo di Mi da parte di un sottosegretario di Stato». E il fine di avere
propri candidati: «Il Csm nomina procuratori, presidenti dei tribunali, dirigenti
degli uffici. Gli sponsorizzati avranno un
debito di riconoscenza. Ma chi ha aderito
a Mi perché era la corrente di Paolo Borsellino, non si può riconoscere in una
corrente etero-diretta da Ferri».
Virginia Piccolillo
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10 Primo Piano
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Bruxelles L’Eurogruppo
Le valute e gli scambi internazionali
IL CAMBIO EURO DOLLARO dal 2000 a oggi
CAMBIO
MASSIMO
1,55
Piano Italia per l’Ue: più crescita e lavoro
«L’alto debito pubblico? Sostenibile»
Padoan: ridurre il Fisco rispettando i vincoli. Schäuble: niente scappatoie
DAL NOSTRO INVIATO
BRUXELLES — Il ministro
dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha anticipato il programma del semestre di presidenza italiana dell’Ue, che
punta sulla crescita e l’occupazione usando maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio.
«A Bruxelles il dibattito su come spingere la crescita in Europa sta finalmente iniziando», ha comunicato all’Eurogruppo dei 18 ministri finanziari Padoan, che oggi presiede
per la prima volta l’Ecofin con
28 membri.
Il presidente francese, il socialista François Hollande,
principale alleato dell’Italia, da
Parigi ha ribadito l’importanza
di rispettare i vincoli di bilan-
cio, ma anche di utilizzare
«tutti i margini, tutte le flessibilità per chi è impegnato nelle riforme».
L’obiettivo italo-francese è
rendere concreto l’impegno
generico, concordato dai capi
di governo nel summit a
Ypres/Bruxelles, di «fare l’uso
migliore della flessibilità» all’interno delle regole del patto
di Stabilità e di crescita. Ma all’Eurogruppo il fronte del rigore finanziario, ispirato dalla
cancelliera tedesca Angela Merkel, frena. «Vogliamo fare di
Al vertice Pier Carlo Padoan,
ministro dell’Economia e delle Finanze italiano (a sinistra)
e Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco (a
destra)
più per avere più investimenti
e crescita — ha detto il ministro delle Finanze tedesco
Wolfgang Schäuble —. Ma
questo non deve essere un
pretesto o una scappatoia per
non fare quello che ci serve». Il
presidente dell’Eurogruppo,
l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha ribadito — in sintonia
con la Bundesbank di Francoforte — che «non bisogna solo
parlare di riforme, ma occorre
farle» perché solo successivamente si può avere «più tempo» nei vincoli di bilancio.
Padoan ha sostenuto che c’è
«un generale accordo» sulla
priorità della presidenza italiana di rilanciare la crescita e
l’occupazione puntando su
«tre pilastri: riforme strutturali, investimenti per la crescita,
1,5
1,45
1,4
1,35
Ieri
Eur 1
Usd 1,3592
Eur 1
Usd 1,599
CAMBIO
MINIMO
1,3
1,25
Eur 1
Usd 0,825
1,2
1,15
1,1
1,05
1,0
0,95
0,9
0,85
0,8
2000
2002
2004
2006
2008
2010
2012
2014
Fonte: Eurostat, Banca dei regolamenti internazionali
Fisco
Effetto Iva,
gettito
in aumento
dell’1,4%
Segnali di ripresa per il
Fisco. Tra gennaio e
maggio gli incassi sono
aumentati dell'1,4%
rispetto allo stesso
periodo dello scorso
anno. Ma se le imposte
dirette, come l’Irpef (0,4%), e soprattutto l’Ires
(-10,2%), segnano una
riduzione, qualche
indicazione di ripresina
arriva dall’Iva che
guadagna il 3,7% in
cinque mesi, con i
consumi che crescono
del 5,5%. Migliorano gli
incassi da recupero
dell’evasione: +16,1%,
quasi mezzo miliardo in
cinque mesi. Sale del
2,6% il gettito degli enti
locali per le addizionali
Irpef regionale (+2,9%) e
comunale (+9,6%),
compensato in parte dal
calo dell’Irap (-5,5%).
L’Imu cresce del 111,5%:
l’incasso della mini-Imu
sulla prima casa di
gennaio arriva a 715
milioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
più integrazione del mercato
interno». Ma ha ammesso che
«c’è divergenza di vedute su
quale tipo di misure sono necessarie». Intende partire dall’Ecofin di oggi per concordare
«raccomandazioni di politica
economica strutturale più efficienti, con maggiori risultati
in termini di crescita e posti di
lavoro».
Padoan ha respinto le voci
sulle difficoltà dei conti pubblici italiani soprattutto in relazione all’altissimo debito
pubblico. «Le nostre finanze
pubbliche sono tra le più sostenibili dell’Ue — ha affermato —. Questo non lo dico io,
ma la Commissione». In particolare sulla dinamica del debito ha precisato che, rispetto ai
tre parametri di riferimento
(sforzo fiscale, tasso d’interesse e crescita): «Lo sforzo fiscale italiano, il surplus primario,
è il più alto d’Europa assieme a
quello tedesco. I tassi d’interesse sono scesi. La crescita
nominale è ancora insoddisfacente, ma anche con bassa crescita la sostenibilità del debito
è fuori discussione».
Nell’Eurogruppo è stato valutato il taglio del cuneo fiscale
in Italia e in altri Paesi con i relativi impatti sul bilancio dello
Stato e sul mercato del lavoro.
Padoan ha spiegato le recenti
misure del suo governo «che
tagliano il cuneo, sia dal lato
del reddito disponibile delle
famiglie che dal lato delle imposte delle imprese». E ha affermato che «il carico fiscale in
Italia resta molto elevato, bisogna farlo cadere compatibilmente con gli spazi di bilancio
che il Paese ha a disposizione».
Ivo Caizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il confronto Crescono India e Bangladesh
Immigrati, le rimesse
a 5,5 miliardi
Come gli italiani
all’estero nel '68
ROMA — Ammontano a 5,5 miliardi di euro nel 2013 le somme che gli
immigrati stranieri in Italia hanno inviato alle loro famiglie d’origine, secondo i dati diffusi da Banca d’Italia. Si
tratta del dato più basso degli ultimi
sette anni e corrisponde a poco più
della stessa cifra, attualizzata, che gli
emigranti italiani inviavano nel nostro
Paese nel 1968 (5,1 miliardi), quando
ormai gli espatri annui, grazie al boom
economico, erano crollati, posizionandosi sotto le 200 mila unità.
La crisi nel 2013 ha ridotto le rimesse straniere di 1,3 miliardi (-20%) in
un anno. A testa ogni immigrato ha
mandato mediamente a casa in dodici
mesi 1.250 euro, il 25% in meno rispetto al 2012 e ben 800 euro in meno
All’anno
In media i
lavoratori stranieri
trasferiscono nei
loro Paesi
d’origine circa
1.250 euro l’anno
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Primo Piano 11
italia: 51575551575557
DEBITI PUBBLICI
dati luglio 2014
LE TRANSAZIONI
Le valute
Le valute più utilizzate nelle transazioni internazionali. Visto che due valute sono coinvolte negli scambi,
la somma delle percentuali è 200% e non 100%
LEGENDA
87
Nel 2013
84,9
2.069
Gli scambi internazionali
Germania
2.147
Il volume giornaliero dello scambio
di valuta estera (media, aprile 2013)
Francia
1.925
Spagna
960
in miliardi di dollari
Nel 2010
5.000
Il caso
Si alza il muro
tra Europa e Usa
Divisi da banche,
Ogm e politica
PIL dati 1° trimestre 2014,
variazioni su anno
39,1
4.000
33,4
3.000
23
21,7
19
22,9
2.000
11,8 12,9
Eur
Zona euro
Jpy
Giappone
Gbp
Regno Unito
ITALIA
-0,5%
Germania
+2,3%
Francia
+0,8%
Spagna
+0,5%
DEFICIT/PIL
dati 2013
8,6 7,6
Usd
Stati Uniti
in miliardi
ITALIA
Aud
Australia
5,2 6,3
Chf
Svizzera
4,6 5,3
Cad
Canada
1.000
2,5 1,3
Mxn
Messico
2,2
ITALIA
Germania
3%
0
0,9
Cny
Cina
Altre
valute
2001 2004 2007 2010 2013
Francia
4,3%
Spagna
7,1%
CDS
Valute Il ministro Sapin: non ha senso che persino gli europei usino il biglietto verde per le transazioni
Parigi alla crociata anti-dollaro
«Negli scambi pesa troppo»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — De Gaulle inviò le navi
della Marina all’altro lato dell’Atlantico, nel 1965, per cambiare 150 milioni
di dollari in oro e mostrare che faceva
sul serio: in una conferenza stampa rimasta storica il presidente francese in
quell’anno aveva detto che «gli scambi
internazionali si svolgono in gran parte in dollari, invece dovrebbero basarsi
su una base monetaria che non porti il
marchio di alcun Paese in particolare.
Quale base? Non c’è altra soluzione
che l’oro». La sua tirata contro il dollaro contribuì alla fine, nel 1971, degli
accordi di Bretton Woods e alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro.
La tradizionale avversione di Parigi
per la supremazia del biglietto verde e
il «privilegio esorbitante» degli Stati
Uniti (definizione di Valéry Giscard
d’Estaing all’epoca ministro delle Finanze di de Gaulle), è stata rispolverata nelle ultime ore dal ministro delle
Finanze, Michel Sapin, che a differenza
di de Gaulle non ha invocato l’oro ma
l’utilizzo di altre valute, tra le quali naturalmente l’euro.
«Persino noi europei effettuiamo
delle transazioni in dollari, per esempio quando vendiamo e compriamo
degli aerei. È necessario? Non credo —
ha detto Sapin al Financial Times —.
Penso che un re-equilibrio sia possibile e doveroso, non solo a favore dell’euro ma anche delle altre valute dei
Paesi emergenti, che pesano sempre di
rispetto al 2007, quando la cifra superava i duemila euro. Anche nel 2012 si
era registrato un calo, limitato però a
un -7,6%. Secondo uno studio della
Fondazione Leone Moressa, molto è
dipeso dalla Cina che da sempre è il
Paese verso il quale maggiormente si
indirizzano le rimesse dall’Italia: nel
2012 il peso della Cina era pari al 40%
dell’importo complessivo mandato all’estero, mentre nel 2013 la quota si è
dimezzata passando a 1,1 miliardi di
euro da 2,7.
Più ridotto il calo delle altre nazionalità: filippini -7,3% , marocchini e
peruviani meno dell’1%, mentre si registrano gli incrementi degli immigrati del Bangladesh (+ 52%), dell’India (+ 22%) e dello Sri Lanka (+ 62%). Il
maggior calo si è verificato nel Lazio
(-48%), dove le rimesse si sono attestate a un miliardo contro l’1,2 della
Lombardia.
Ma cosa succede nel frattempo agli
italiani che hanno cercato fortuna all’estero? Anche se ormai i risparmi
rimpatriati pesano in misura inferiore
al passato sulla bilancia dei pagamenti
e sui conti economici nazionali, in
passato hanno rappresentato una fonte di ricchezza non indifferente. Il flusso migratorio iniziato nel secondo dopoguerra, che produceva rimesse nel
1947 pari a 183 milioni di euro (dati
Francia Michel Sapin, ministro delle Finanze
più nel commercio internazionale».
Tutto nasce dalla multa record —
8,9 miliardi di dollari — decisa dalle
autorità americane per punire la banca
francese Bnp Paribas, colpevole di avere violato l’embargo e fatto affari con
Iran, Cuba e Sudan. La legge americana
si applica anche agli istituti di credito
stranieri — compresa la filiale svizzera
di Bnp Paribas — se questi usano il
dollaro come valuta per la transazione.
Il dollaro è usato all’incirca nel 90
per cento degli scambi internazionali,
oltre il 50 per cento dei depositi e prestiti utilizzano il dollaro. Un’abitudine
che secondo Sapin è ormai anacroni-
Svizzera
La stretta
sui conti
americani
Le banche svizzere,
scrive il Financial
Times, potrebbero
congelare i conti
dei clienti Usa che
non dimostrano di
essere in regola con
il Fisco nazionale.
(nella foto il
dipartimento Usa
del Fisco).
stica. La sua posizione sembra condivisa dal presidente di Total, Christophe
de Margerie, secondo il quale non c’è
ragione per comprare petrolio usando
i dollari, anche se la valuta americana
rimarrà probabilmente come punto di
riferimento. «Il prezzo di un barile di
petrolio è espresso in dollari — ha detto de Margerie in margine dell’incontro Le Cercle des Economistes a Aixen-Province —. Una raffineria potrebbe prendere quel prezzo e usare il tasso
di cambio euro-dollaro per ottenere il
pagamento in euro».
Un altro manager di un’impresa
quotata alla Borsa di Parigi (il Financial Times ne tace il nome) spiega più
esplicitamente il nocciolo della questione: «Aziende come la nostra si trovano in un impasse perché vendiamo
in dollari ma non vogliamo essere
sempre costretti a seguire le norme e i
regolamenti americani».
Ecco il punto. La presa di posizione
del ministro Sapin arriva perché la filiale svizzera di Bnp Paribas ha usato il
dollaro per concludere affari con il Sudan, Stato sulla lista nera degli Stati
Uniti perché colpevole di genocidio ai
danni della popolazione del Darfur.
Quella transazione non ha infranto la
legge francese, né le regole europee né
le norme delle Nazioni Unite, ma solo
la legge americana. Che non sarebbe
stata applicabile se Bnp Paribas avesse
usato l’euro o un’altra valuta diversa
dal dollaro.
Solo che non è certo per autolesionismo che anche le società europee
usano il dollaro invece dell’euro. Intanto, i costi delle transazioni in dollari
sono inferiori. Poi, il dollaro continua
a essere preferito perché giudicato più
sicuro, legato a un Paese dalla crescita
più sostenuta e dalla governance monetaria più chiara di quella europea.
Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori
© RIPRODUZIONE RISERVATA
attualizzati), esplode tra il 1958 e il
1963, quando il dato annuale delle rimesse raddoppia: da 336,1 milioni di
dollari nel 1958 a 638,2 milioni di dollari nel 1963. In dati attualizzati se nel
1950 le rimesse ammontavano a circa
791 milioni di euro, dopo dieci anni
erano passate a 3 miliardi e nel 1968
toccavano i cinque miliardi.
Nel corso del tempo il flusso migratorio si è ridotto di pari passo con
l’espansione della nostra economia e
di conseguenza anche le rimesse hanno rappresentato una percentuale del Pil (Prodotto interno lordo) assai più ridotta. Fino al 2001 quando, in
coincidenza con la crisi americana ed europea, il fenomeno migratorio è ripartito.
In questo modo dal 2001 al
2011 le rimesse sono aumentate del 33% passando
da 359 milioni di euro a 478.
Soltanto tra il 2010 e il 2011
sono cresciute del 9,9%, passando da 435 milioni di euro
a 478 milioni di euro, per poi
attestarsi a 486 l’anno successivo, dato
confermato nel 2013.
Ma da dove vengono questi soldi? I
dati suggeriscono di guardare con
grande attenzione alla realtà europea,
perché tre su quattro tra i Paesi in testa
alle statistiche sulla presenza italiana
nel mondo (Germania, Svizzera e
Francia) sono europei, mentre l’unico
extraeuropeo è l’Argentina.
Per inquadrare correttamente l’importanza di questo nuovo fenomeno,
che è caratterizzato da una emigrazione di livello culturale e professionale
più elevato, l’Ispi mette a confronto i
dati con altri indicatori economici relativi agli ultimi anni. Confrontando,
ad esempio, l’andamento delle rimesse con quello del Pil, emerge che nel
In America Una famiglia di immigrati
italiani il giorno dell’arrivo a Ellis
Island nel 1905. Ellis Island è un isolotto alla foce del fiume Hudson, nella
baia di New York, principale punto
d’ingresso negli Stati Uniti
periodo 2009-2011 il volume di rimesse dall’estero è aumentato tendenzialmente di anno in anno in modo più
cospicuo rispetto al Pil, e quando è diminuito, è calato meno di quanto sia
calato il Pil. Ecco come: tra il 2008 e il
2009 il Pil italiano è calato del 5,1%, le
rimesse del 4,6%; tra il 2009 e il 2010 il
Pil è aumentato dell’1,3%, le rimesse
del 5,3%; tra il 2010 e il 2011 l’incremento del Pil è stato dello 0,4%, quello
delle rimesse del 9,9% (dati Banca
d’Italia).
Se ne deduce che in un momento di
crisi economica, come quello che caratterizza il triennio in questione,
l’emigrazione può garantire alla bilancia dei pagamenti una risorsa ulteriore
per la stabilità.
La crescita delle rimesse dall’estero
è da mettere in relazione con la parallela crescita delle partenze degli italiani. Come rileva l’Aire (anagrafe dei residenti italiani all’estero), l’emigrazione ha conosciuto negli ultimi anni un
significativo incremento: nel 2009 gli
iscritti all’Aire erano 4.028.370, nel
2011 erano passati a 4.208.977 (dati
Fondazione Migrantes). Risultato: nel
2011 le rimesse, pari a 1.580.220 milioni di euro, hanno influito sul Pil italiano per lo 0,03%.
Antonella Baccaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La relazione transatlantica è in uno stato di apatia. O forse
di atrofia, come scriveva ieri il Financial Times. Certamente,
la confusione e l’incomprensione stanno prendendo il sopravvento nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. L’alleanza
delle democrazie che per decenni ha dato stabilità a buona
parte del pianeta è al livello di intensità più basso dal dopoguerra. E al momento non si sa come l’amicizia fattiva possa
essere riparata e soprattutto chi sia in grado di farlo.
Ieri, il ministro delle Finanze francese Michel Sapin ha
evocato — appoggiato da voci influenti dell’industria — la
necessità di limitare l’uso del dollaro come valuta principe
del commercio mondiale. Si tratta, in buona misura, di una
reazione alla vicenda Bnp-Paribas, la banca francese multata
per quasi nove miliardi di dollari da Washington per il ruolo
che svolse a favore del governo del Sudan proprio nel momento in cui le milizie sudanesi effettuavano massacri nel
Darfur. Ora: gli europei hanno la responsabilità di non aver
fermato la condotta vergognosa di alcune banche (non solo
Bnp) nella vicenda africana. Ma l’azione di «polizia bancaria» americana è stata altamente discutibile: sotto la minaccia di un processo che avrebbe potuto concludersi con il
ritiro dell’autorizzazione a operare negli Stati Uniti (una
sentenza di morte per una banca internazionale) Washington ha costretto Bnp a dichiararsi colpevole e ad accettare
la sanzione. Nessun tribunale coinvolto, qualcosa che secondo alcuni si avvicina al ricatto e che mette in evidenza il lato
certe volte arrogante e unilaterale dell’America. Il risultato è
la crescita del nervosismo tra le due sponde dell’Atlantico.
Per parte sua, da Pechino dove è in visita d’affari, Angela
Merkel ha protestato risolutamente contro le attività di spionaggio americane in Germania, che continuano anche dopo
che Barack Obama aveva assicurato del contrario in seguito
allo scandalo delle intercettazioni della Nsa. E, nelle settimane scorse, di fronte alla crisi in Ucraina, America ed Unione
Europea si sono divise sulla risposta da dare alla Russia di
Vladimir Putin: Vecchio
Continente incerto sulle
sanzioni, Washington accusatoria per le scarse e calanti
spese militari del lato europeo della Nato. Sullo sfondo,
l’impressione, che gli Stati
Miliardi di dollari la
Uniti di Obama siano semmulta inflitta dagli Usa a
pre meno interessati a gaBnp Paribas per aver
rantire gli alleati e a rimaneviolato l’embargo in
re il punto di stabilità in
Iran, Sudan e Cuba
regioni importanti del pianeta (oltre all’Ucraina, la
Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, l’Iran, la Libia e, c’è chi teme, in
prospettiva anche l’Est asiatico). È «il pericolo — secondo
l’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers — che gli
Usa abdichino alla responsabilità che hanno intrapreso per
70 anni, sin dalla Seconda guerra mondiale, di sostenere
un’economia globale più integrata, fondata sempre più sulle
regole e ad alta crescita».
In discussione è il ruolo dell’Occidente in un mondo in
cui emergono nuove potenze che non necessariamente condividono le sue idee di libertà, di commercio aperto e multilaterale, di responsabilità negli affari internazionali. Un’iniziativa che avrebbe dovuto essere il grande rilancio dell’alleanza tra Usa ed Europa, cioè le trattative per la Partnership
economica transatlantica (Ttip), rischia così di rivelare la
realtà di confusione e mancanza di leadership dell’Occidente. I negoziati sono ogni giorno più difficili – dice chi li segue da vicino. Questioni come gli standard alimentari, le
regole finanziarie, la privacy e la proprietà intellettuale sono
gli ostacoli che impediscono di arrivare a una partnership
che nelle intenzioni dovrebbe creare un mercato unico
transatlantico. E la volontà politica di raggiungere un accordo sembra sempre più flebile: a Washington, dove l’interesse del Congresso è scarso, e a Bruxelles, dove l’opposizione
ad aperture commerciali da parte di alcuni Paesi si accoppia
all’irritazione verso l’America.
La speranza di raggiungere un accordo in tempi brevi per
ora rimane. Il ministro del Commercio britannico, Lord
Livingston, potrebbe proporre — anche su spinta dell’Italia
che detiene la presidenza semestrale della Ue — di firmare
un patto transatlantico sulle questioni su cui già c’è consenso e di rinviare le altre a trattative successive. Sarebbe un
early harvest, un raccolto anticipato, su temi come tariffe,
energia, appalti pubblici e liberalizzazioni in sei settori industriali già individuati: un esito ridimensionato e anche
rischioso, perché renderebbe difficile raggiungere gli obiettivi più ambiziosi con cui erano iniziate le trattative; ma
forse darebbe il segno della volontà politica di fare sentire la
voce dell’Occidente in un momento di confusione. Nemmeno questo risultato minimo, però, è garantito: l’Atlantico,
oggi, è un oceano che divide.
8,83
Danilo Taino
@danilotaino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Assistance
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Primo Piano 13
italia: 51575551575557
#
Alleanze Rapporti transatlantici
✒
Merkel gela gli Usa
«L’agente doppio?
Una vicenda grave»
L'analisi
La settima visita nella Repubblica Popolare
MOGHERINI
E LA VIA
DIPLOMATICA
PER L’UCRAINA
Spionaggio, alta tensione con l’America
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO — Tra un impegno e l’altro della visita in Cina
era trapelato lo «sconcerto» di
Angela Merkel per il caso dell’«agente doppio» tedesco che
ha passato documenti confidenziali agli Stati Uniti. Ora,
dopo qualche giorno, la cancelliera ha preso posizione su
una vicenda che rischia di creare nuove tensioni tra Berlino e
Washington. «Se le informazioni sono corrette, si tratta di
una vicenda grave», è stato il
suo commento. «Se le accuse si
dimostreranno vere — ha proseguito, parlando ad una conferenza stampa con a fianco il
premier cinese Li Keqiang —
siamo di fronte ad una chiara
contraddizione con quello che
io considero debba essere una
cooperazione basata sulla fiducia tra agenzie e partner».
La cancelliera non ha voluto
dire di più, in attesa di ulteriori
verifiche, nella speranza che le
autorità americane — dopo la
convocazione al ministero degli Esteri tedesco dell’ambasciatore John B. Emerson, avvenuta nei giorni scorsi — collaborino per fare piena luce su
quanto è accaduto, come peraltro ha promesso ieri sera a
Washington il portavoce della
Casa Bianca. Ma il traffico di
materiale riservato tra il colla-
Il profilo
Tappe di una crisi
Le prime frizioni
sul caso Snowden
Le prime frizioni fra
Germania e Stati Uniti si
hanno quando, nel
giugno 2013, Snowden
rivela che nel mirino
della Nsa sono finiti
anche politici europei
Angela Merkel
intercettata
In ottobre, dopo la
scoperta che il cellulare
della Merkel era stato
intercettato dall’Nsa per
anni, il Parlamento
tedesco istituisce una
commissione d’inchiesta
La spia tedesca
al soldo degli Usa
Il 2 luglio un dipendente
dei servizi tedeschi
viene arrestato con
l’accusa di
doppiogiochismo:
avrebbe spiato il lavoro
della commissione che
indagava sull’Nsa
boratore dei servizi segreti e il
suo misterioso contatto statunitense sta allarmando il mondo politico tedesco. Tanto è vero che c’è chi, come per esempio il presidente cristiano-democratico della commissione
interni del Bundestag, Wolfgang Bosbach, ha ventilato un
possibile provvedimento di
espulsione degli americani
coinvolti. A mettere il Parlamento sul piede di guerra c’è
anche il fatto che alcuni dei documenti confidenziali venduti
agli Stati Uniti (218, per la precisione, che sarebbero stati pagati 25.000 euro) riguardano
proprio l’attività della commissione parlamentare, appena insediata, incaricata di indagare sulle attività di controllo della Nsa in Germania dopo
le rivelazioni della «talpa» Edward Snowden.
Anche il governo, naturalmente, è molto preoccupato,
in uno scenario reso più difficile dal sostanziale fallimento
dei negoziati bilaterali iniziati
dopo lo scandalo del cellulare
di Angela Merkel «ascoltato»
dagli americani. Un possibile
accordo di «non spionaggio»
tra i due Paesi, di cui si era parlato a lungo nei mesi scorsi, è
rimasto infatti lettera morta.
Non è un caso che ora si ipotizzino «contromisure». Il ministro degli Interni Thomas de
di GIUSEPPE SARCINA
N
Angela prende lezioni (di cucina) dai cinesi
CHENGDU — Nonostante la recente dieta che le ha permesso di perdere diversi chili,
la cancelliera tedesca Angela Merkel non smentisce la sua fama di buona forchetta:
nella sua settima visita di Stato in Cina, durante la sosta a Chengdu, capoluogo del
Sichuan, ha assistito alla preparazione del Gongbao, piatto tradizionale a base di pollo
Espulsione
Berlino pronta
a espellere gli
americani
coinvolti nel caso
Maizière avrebbe messo a punto, secondo quanto ha scritto la
Bild, un documento che prevede la possibilità di monitorare
le comunicazioni dei servizi
segreti americani su territorio
tedesco. Intanto ci si aspetta
dall’amministrazione Obama
«una spiegazione veloce e
chiara». Il ministro degli Esteri
Frank-Walter Steinmeier non
esclude «possibili conseguenze». Il nuovo capitolo del confronto è appena cominciato.
Paolo Lepri
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Aveva 86 anni. È stato ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica e poi presidente della Georgia. Sfiduciato nel 2003
Addio a Shevardnadze, protagonista del disgelo
Al fianco di Gorbaciov durante la perestrojka, architetto della riunificazione tedesca
Nel 1977 Con Leonid Breznev,
allora segretario del Pcus
Nel 1986 Con Mikhail Gorbaciov ai tempi della perestrojka
Nel 1997 In compagnia dell’ex presidente Usa Bill Clinton
MOSCA — Mentre le guardie del
corpo lo portavano fuori dal Parlamento invaso dai contestatori nel novembre
del 2003, il volto di Eduard Shevardnadze indicava stupore più che paura. Lo
stupore per essere finito dalla parte dei
«cattivi» che aveva combattuto per tutta la vita. Fu cacciato dal posto di presidente della Georgia da una folla inferocita: tutti gridavano contro i corrotti,
contro il despota, il tiranno che aveva
falsificato, secondo loro, le elezioni.
Proprio lui che si era fatto un nome da
giovane cacciando i ladri
dal partito comunista? Lui
che aveva dato vita alla primavera del disgelo nella
Georgia di Breznev? Lui che
era stato negli anni Ottanta
il più acceso sostenitore
della riforma dell’Urss e
che aveva favorito le scelte
di libertà dei Paesi satelliti
del Patto di Varsavia?
Prima di morire ieri all’età di 86 anni, Shevardnadze ha avuto
la soddisfazione di vedere il suo Paese
contestare e cacciare quasi allo stesso
modo anche Mikhail Saakashvili, il suo
ex pupillo che nel 2003 aveva guidato la
rivoluzione delle rose che portò alla sua
defenestrazione. Per il resto, in questi
ultimi dieci anni, aveva evitato ogni
uscita pubblica, rinchiuso quasi permanentemente nella sua casa di Tbilisi.
E oggi tutti lo ricordano soprattutto
per il ruolo svolto ai tempi di Mikhail
Gorbaciov, quando da ministro degli
Esteri impedì che le rivolte nell’Urss e
nei Paesi satelliti fossero soffocate nel
sangue. E quando favorì la pacifica riu-
Capo di Stato Eduard Shevardnadze fu il primo presidente della Georgia indipendente
nificazione delle due Germanie, separate dopo la guerra. Ma proprio quell’aver consentito lo sganciamento pacifico dei Paesi del blocco e di alcune delle Repubbliche sovietiche gli viene
ancora oggi rinfacciato come una gravissima colpa dai nostalgici del Grande
Impero. A lui, come all’ultimo presidente dell’Urss Gorbaciov, si imputa lo
scioglimento dell’Unione Sovietica che
venne poi attuato dal presidente russo
Boris Eltsin e da leader di altre Repubbliche.
Nato in un paesino della Georgia,
Shevardnadze aveva rapidamente salito i gradini del potere locale negli anni
del Dopoguerra, fino a diventare ministro degli Interni e quindi leader del
partito comunista georgiano. Sotto di
lui, il Paese divenne negli anni della
Grande Stagnazione Sovietica il più vivace e il più liberale dell’Unione. Memorabile, poi, era stata la sua campagna contro la corruzione.
Furono questi i meriti che spinsero
Gorbaciov, appena diventato segretario
generale del Pcus, a chiamarlo a Mosca
quale ministro degli Esteri. Sostenne
con convinzione la perestrojka, appoggiando il leader sovietico nel suo tenta-
L’«esilio»
Negli ultimi 10 anni ha evitato
ogni uscita pubblica, rinchiuso
nella sua casa di Tbilisi
tivo di riformare con ogni mezzo il pachiderma sovietico. Quando il nuovo
corso moscovita iniziò a innescare le richieste di libertà dei satelliti, lui fece in
modo di contenere la reazione del partito. «Uno dei più grandi statisti del secolo passato» lo ha definito Hans-Dietrich Genscher, l’allora ministro degli
Esteri tedesco che trattò la riunificazione.Alla fine del 1990 Shevardnadze capì
che Gorbaciov stava per finire ostaggio
dei conservatori che volevano bloccare
le riforme. Denunciò quello che stava
accadendo e si dimise. Sei mesi dopo ci
fu il tentativo di colpo di Stato restauratore a Mosca. Dopo la fine dell’Urss,
tornò in Georgia dove infuriava la
guerra civile. Riuscì a riportare la pace e
anche a negoziare il cessate il fuoco con
l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, le due
regioni che si erano proclamate indipendenti da Tbilisi. La sua pace ha retto
fino al 2008, quando il successore
Saakashvili tentò di riconquistare con
la forza l’Ossezia, provocando la reazione russa.
Dopo quei primi anni Novanta, il suo
governo della Repubblica caucasica era
stato però un fallimento. La corruzione
era dilagata, mentre il Paese precipitava
nell’indigenza nonostante gli aiuti
americani. Così nel 2003 la cacciata di
Shevardnadze apparve a molti georgiani come la magica soluzione a tutti i
mali. Le cose iniziarono ad andare meglio, la corruzione venne combattuta.
Ma poi l’eccesso di nazionalismo portò
la Georgia in rotta di collisione col potente vicino. E fu la guerra.
Fabrizio Dragosei
© RIPRODUZIONE RISERVATA
on è facile mediare mentre
gli interlocutori fanno saltare
in aria i ponti o organizzano
spedizioni punitive. I miliziani
filorussi ieri hanno distrutto tre
viadotti sulle strade principali
che portano a Donetsk,
l’epicentro dell’industria e della
rivolta contro Kiev. Nella notte
tra domenica e lunedì, invece, un
gruppo di uomini mascherati ha
assaltato le tende che ancora
restano a Maidan, il cuore
rivoluzionario della capitale:
quattro feriti secondo la polizia
ucraina. Eppure non sembra
esserci alternativa al negoziato. Si
ragiona su una formula a cinque
voci: disarmo bilaterale da parte
dell’esercito ucraino e dei
separatisti; controllo delle
frontiere, così che non passino
armi e rinforzi a sostegno dei
filorussi; rilascio di prigionieri e
ostaggi; decentramento di
maggiori poteri alle regioni;
garanzia di elezioni politiche a
breve. Ieri sera, il presidente
degli Stati Uniti Barack Obama e
quello francese François
Hollande hanno rivolto un
appello congiunto a Vladimir
Putin affinché faccia pressione
sui separatisti perché accettino di
aprire un tavolo con Kiev. In
questa fase la costruzione del
dialogo sul campo è affidato
all’Osce, l’Organizzazione per la
sicurezza e la cooperazione
europea. L’Unione Europea
accompagna, appoggia. Questo è
il senso della due giorni tra Kiev
e Mosca del ministro degli Esteri,
Federica Mogherini, alla sua
prima uscita nel semestre Ue a
presidenza italiana. Ieri ha visto
per oltre un’ora Yulia
Tymoshenko, leader sconfitta
nelle presidenziali. Poi altro
incontro con il primo ministro
Arseniy Yatsenyuk e oggi, prima
di volare a Mosca, colloquio con
il pari grado Pavlo Klimkin e con
il presidente Petro Poroshenko.
«Ho chiesto a tutti di lavorare al
disarmo bilaterale. Lo dirò al
presidente Poroshenko: è
complicato, ma l’unico modo per
risolvere la crisi è il dialogo
politico», osserva il ministro che
ha anche chiesto e ottenuto
un’inchiesta formale sul
fotoreporter Andy Rocchelli,
colpito a morte dall’esercito
ucraino nei pressi di Sloviansk. Il
problema è come superare la
sfiducia reciproca. Kiev risponde
con una combinazione di
aperture e rigidità. Da una parte
il governo si prepara a stringere
d’assedio Donetsk e Lugansk;
dall’altra sollecita l’appoggio
degli europei per trattare con
Mosca (gas compreso,
naturalmente). Dal Cremlino
replicano con mosse altrettanto
contraddittorie. Vladimir Putin
accetta la presenza di osservatori
Osce anche sul proprio territorio,
come ha riferito al ministro
italiano Heidi Tagliavini, l’inviata
dell’organizzazione in Ucraina.
Ma il presidente russo non
sembra ancora intenzionato a
spingere i leader dei separatisti a
partecipare al gruppo di contatto
del‘Osce. A meno che l’equazione
separatisti=Mosca non sia ormai
più sufficiente per spiegare e
chiudere la guerra dell’Est.
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Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
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Esteri
Il caso Governo in crisi e rischi di contagio regionale
Finanziamenti illeciti
Corsa agli sportelli
e investitori in fuga
Bulgaria in bilico
Si allarga la crisi bancaria, Ue in allarme
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES — Una meraviglia, almeno sulla carta. In termini di bilanci pubblici, la Bulgaria è (quasi) una meraviglia:
un deficit che è la metà di quello
francese, un debito pubblico che
supera di poco il 20% del prodotto interno lordo, quasi un
settimo di quello italiano. E un
rating, un giudizio assegnato
dall’agenzia Moody’s, praticamente uguale a quello dell’Italia.
Infine, una grande crisi superata
non peggio di altri vicini balcanici. Ma in questi giorni, la meraviglia si converte in sfacelo,
ecco la smentita fulminea ed
amarissima: file agli sportelli
delle banche, conti prosciugati
in poche ore (prelevato il 20%
dei risparmi, più quelli già portati via dalle migliaia e migliaia
di emigranti), piccoli e medi investitori in fuga, sfiducia che dilaga come le acque alla foce del
Danubio. E il governo, risuscitato solo nel 2013 fra mille tumulti
e fratture, tornato sull’orlo di un
burrone: a fine luglio dovrebbe
dare le dimissioni, e subito dopo
dovrebbe sciogliersi anche il
Parlamento. Saranno convocate
nuove elezioni a settembre, che
difficilmente risolveranno qualcosa. I tre antichi guai sono infatti sempre là: instabilità politica, corruzione sorretta da una
leggendaria mafia locale, poi
rapporti internazionali distorti e
legami di dipendenza energetica
— non solo religiosa, culturale,
etnica — dalla Russia. I mali di
sempre si sono dunque coagulati in un unico nodo, proprio
quando il resto d’Europa riprende a marciare faticosamente.
Il Paese
Repubblica
La Bulgaria ha una
superficie di 110 mila
chilometri quadrati (poco
meno della Grecia) e 7,3
milioni di abitanti. La
Repubblica è nata nel 1946
ed è stata retta dal Partito
Comunista, l’unico
autorizzato, aderendo al
blocco sovietico, fino alle
elezioni del 1989 che hanno
dato il via al multipartitismo
e all’economia di mercato
Economia
Paese emergente e ormai
fortemente industrializzato,
la Bulgaria ha visto una
forte crescita del settore
privato che conta oggi per
l’80% del Pil (111 miliardi di
dollari nel 2013). Rispetto al
Pil il debito pubblico è del
22% e il deficit l’1,8%. I
rating internazionali sono
pari a quelli dell’Italia. In
giugno però è esplosa la
crisi, quando la banca
centrale ha dovuto prendere
il controllo temporaneo delle
due maggiori banche per
vari problemi, scatenando la
corsa dei correntisti agli
sportelli. La Ue ha quindi
approvato aiuti per 1,7
miliardi evitando il collasso
del sistema bancario
Regno Unito
Cameron: farò piena luce
sui pedofili a Westminster
LONDRA — Il premier conservatore britannico David Cameron
si è impegnato ieri a «fare piena luce» sul nuovo scandalo
pedofilia che sta scuotendo il Regno Unito e ha affidato
l’inchiesta al capo di una nota Ong per i diritti dei bambini, la
Nspcc. Lo scandalo, in realtà legato a fatti di oltre 30 anni fa,
vede coinvolti una quarantina di allora deputati e Lord, tra
sospetti autori di crimini sessuali contro minori e loro complici
che hanno tenuto segreto il dossier in cui già nel 1983 si
facevano molti nomi si chiedeva un’inchiesta, mai fatta. La
settimana scorsa, dopo che nel 2013 un’indagine interna a
Westminster aveva riaperto discretamente il caso, un deputato
laburista lo ha risollevato pubblicamente. Chiedendo in
particolare al conservatore Lord Brittan, che nel 1983 era
ministro degli Interni, dove fosse finito il dossier che gli era
stato consegnato e poi era sparito. Lord Brittan ieri si è
giustificato sostenendo di aver passato i documenti alle
«autorità competenti». L’inchiesta indipendente, che darà i suoi
risultati entro fine settembre, dovrà far luce sull’insabbiamento
del caso da parte dell’establishment politico e della polizia.
Intanto Sergei Lavrov, potente
ministro degli Esteri russo, arriva a Sofia per ricordare a tutti
che South Stream, il gasdotto,
non è un giocattolo a noleggio, e
tutti devono rispettarne la potenza e il prestigio. Ma neanche
il fido compagno di Putin, probabilmente, può comprendere e
catturare le redini di questa crisi
che scuote una nazione considerata sorella (per l’alfabeto cirillico, la religione cristiano ortodossa, il gusto dell’arte). Prima,
un paio di mesi fa, quegli scricchiolii a catena in una serie di
istituti di credito, poi la banca
centrale che accorre a rianimare
i due più grandi, poi ancora la
sfiducia che non si ferma: soprattutto perché animata da false e anonime mail, da messaggi
Gli sposini
Una coppia di bulgari in abiti
tradizionali mano nella mano dopo le nozze. Le banche
del Paese sono state prese
d’assalto dai risparmiatori
che annunciano buchi nascosti
in Borsa. Risultato: la crisi scacciata dalla porta, rientra dalla
classica finestrella ma in formato nazionale. Solo che ora interessa tutta l’Europa, questa minaccia di contagio finanziario.
Perché diverse banche europee
hanno piantato da tempo le loro
radici in quest’angolo di Balcani:
istituti finanziari della Grecia,
dell’Austria, dell’Ungheria. E poi
la banca a partecipazione straniera più grande di tutte, l’Unicredit Bulbank: 3.800 impiegati,
1,3 milioni di clienti, 23 filiali,
depositi per 8,2 miliardi di lev
(la moneta bulgara, circa 4,2 miliardi di euro), investimenti per
12,7 miliardi (6,5 miliardi di euro), prestiti per 8,5 miliardi (4,3
in euro). Al contrario delle consorelle bulgare, la Bulbank sembra aver mostrato finora tenuta e
solidità. Ma il problema è che la
Bulgaria sussulta ormai da oltre
un anno. E accanto a lei c’è la
Romania, ugualmente in allerta.
E poi, le lande contese fra ucraini e russi. Fino ai suoi confini
più lontani, l’Ue attende ancora
giorni sereni.
Luigi Offeddu
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Una nuova
inchiesta
su Sarkozy
PARIGI —Nicolas
Sarkozy ancora nella
bufera. L’ex presidente
francese è coinvolto in
una nuova inchiesta
riguardante i
finanziamenti nella
campagna elettorale per
le presidenziali del 2012.
Le autorità giudiziarie
vogliono verificare se
l’Ump, il partito di
centrodestra, abbia
pagato le multe
comminate a Sarkozy
per aver sforato i limiti
imposti dalla legge. Il
triumvirato che
attualmente guida l’Ump,
composto dagli ex primi
ministri Juppé, Fillon e
Raffarin, ha chiesto una
revisione completa dei
conti del partito che sarà
presentata oggi.
16 Esteri
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
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Medio Oriente Netanyahu-Lieberman: l’alleanza si scioglie
Presidenziali
Pioggia di razzi da Gaza
Hamas sfida Israele
Richiamati i riservisti
Elezioni
afghane:
Ghani
in testa
Sfuma la tregua, 70 missili in un giorno
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
La vicenda
Sequestro e omicidio
dei tre ragazzi ebrei
Rapiti in Cisgiordania il
12 giugno nei pressi di
Hebron, Eyal Yifrah, 19
anni, Gilad Shaar, 16
anni e Naftali Frenkel,
anche lui sedicenne,
sono stati trovati privi
di vita il 30 giugno. Per
Israele i responsabili
dell’omicidio sarebbero
da cercare tra le fila di
Hamas
La scomparsa
del giovane arabo
Nella notte tra il 30
giugno e il primo luglio
Mohammed Abu
Khudair, 16enne di
Gerusalemme Est,
viene rapito da
sconosciuti. La mattina
dopo il corpo del
ragazzo è stato trovato
carbonizzato nei boschi
vicino a Gerusalemme
Movente: la vendetta
Indagini e arresti
L’autopsia sul corpo di
Mohammed Abu
Khudair conferma che il
ragazzo è stato bruciato
vivo. La polizia
israeliana ha arrestato, il
6 luglio, sei israeliani
sospettati dell’omicidio
«per vendetta». Ieri tre
di loro hanno confessato
GERUSALEMME — Al mattino ha perso l’alleanza con il suo
ministro degli Esteri, al tramonto le giustificazioni che gli permettevano di ripetere agli israeliani «stiamo calmi e la tensione
calerà». Avigdor Lieberman ha
deciso di andarsene da solo, di
riprendersi per intero il nome
del partito e di non condividerlo
più con il Likud del premier
Benjamin Netanyahu. Hamas ha
deciso che la calma non tornava
utile ai suoi piani e in un’ora ha
sparato assieme alle altre fazioni
palestinesi quasi settanta tra
razzi e missili verso il sud e il
centro di Israele: il suo esercito
irregolare ha rivendicato i bombardamenti con la gittata più
lunga, quelli che hanno fatto risuonare le sirene ad ovest di Gerusalemme. Non succedeva dagli otto giorni di guerra della fine di novembre del 2012.
Se il governo di Netanyahu
traballa (anche se Lieberman
per ora ha assicurato che resterà
nella coalizione, la spaccatura
riguarda il gruppo parlamentare), l’unità palestinese sembra
andare in frantumi. L’offensiva
dei fondamentalisti dalla Striscia di Gaza è coincisa con un
editoriale scritto da Abu Mazen
e pubblicato dal quotidiano
israeliano Haaretz. Il presidente
ribadisce che i palestinesi vogliono la pace e spiega con quale
visione è possibile raggiungerla.
I miliziani di Hamas proclamano di aver voluto vendicare i
nove uomini uccisi nell’esplosione di un tunnel: sarebbe stato
scavato per portare un attacco in
Israele da sotto la sabbia, ma è
stato fatto saltare prima del raid.
L’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno anche colpito obiet-
tivi nella Striscia. Il governo ha
richiamato 1.500 riservisti, soldati che rafforzano per ora il
quartier generale a Tel Aviv, le
squadre che guidano il sistema
anti-missile Iron Dome e il comando per il fronte interno.
Gli ufficiali dei servizi segreti
egiziani che avevano cercato di
mediare una tregua sembrano
essersi ritirati dalle trattative.
Gli analisti fanno notare che il
presidente Abdel Fattah al Sisi
può vedere solo vantaggi in un
conflitto tra Israele e Hamas, a
differenza del predecessore
L’abbraccio
La famiglia Frenkel ha
inviato un messaggio di
pace ai genitori di
Mohammed Khudair
Mohammed Morsi che due anni
fa aveva cercato di evitare un
colpo troppo duro al movimento islamista palestinese.
In cambio del cessate il fuoco
Hamas avrebbe cercato di ottenere la liberazione dei quattrocento palestinesi arrestati dopo
il rapimento in Cisgiordania dei
tre ragazzi israeliani. Da allora, il
12 giugno, la tensione è solo
cresciuta. I cadaveri dei giovani
(uccisi subito dopo essere stati
portati via) sono stati trovati lunedì sera, martedì mattina un
ragazzino palestinese è stato rapito e bruciato vivo nella foresta
attorno a Gerusalemme: per
l’omicidio sono stati arrestati
sei estremisti ebrei.
Netanyahu che per carattere e
strategia politica predilige la
stabilità si è ritrovato con tre
fronti aperti: i disordini nella
parte orientale di Gerusalemme
6
le persone arrestate
dalla polizia israeliana e
sospettate di aver ucciso il giovane palestinese Mohammed Abu
Khudair bruciato vivo
nella notte tra il 30 giugno e il 1° luglio
e nei villaggi a maggioranza araba nel nord del Paese, le ricerche
dei sospettati nel rapimento dei
tre israeliani (due palestinesi vicini ad Hamas), i razzi da Gaza.
L’abbraccio tra le famiglie
non è bastato ad allontanare la
guerra. I genitori di Naftali
Frenkel, uno degli adolescenti
uccisi, hanno mandato un messaggio al padre e la madre di
Mohammed Abu Khudair:
«Condividiamo il vostro dolore,
nessuno dovrebbe mai patire la
nostra stessa sofferenza. Speriamo che la calma ritorni nelle
strade del nostro Paese».
Zona di confine
Militari e tank israeliani
al confine con la Striscia
di Gaza. Ieri Israele è
stato investito da una
pioggia di razzi lanciati
da miliziani palestinesi,
a cui il governo israeliano ha risposto con l’intensificazione dei raid
aerei che hanno provocato almeno nove morti
tra i miliziani
Davide Frattini
@dafrattini
KABUL — La
commissione elettorale
dell’Afghanistan ieri ha
annunciato che l’ex
ministro delle Finanze
Ashraf Ghani Ahmadzai è
in testa con il 56,44% dei
voti, secondo i risultati
preliminari delle
presidenziali, mentre il
rivale ed ex ministro degli
Esteri Abdullah Abdullah
avrebbe ottenuto il
43,56%. Quest’ultimo ha
tuttavia contestato il
vantaggio di Ghani,
dichiarando
pubblicamente di «non
accettare i risultati del
ballottaggio del 14 giugno
a meno che la
commissione decida di
distinguere tra i voti validi
e quelli irregolari».
Entrambi i candidati
hanno accusato il fronte
opposto di brogli
portando a un nuovo
conteggio delle schede,
ancora in corso, in oltre 7
mila seggi e ritardando il
previsto annuncio del
vincitore al 22 luglio. Lo
staff di Abdullah è
impegnato in colloqui con
il team di Ghani per
evitare un’escalation dopo
che la crisi è stata
aggravata dalle accuse
dell’ex ministro degli
Esteri alla commissione
elettorale di complicità nei
brogli e nelle irregolarità.
Dopo un processo
elettorale complesso e in
sostanza positivo, gli
ultimi sviluppi stanno
creando preoccupazione
anche nella comunità
internazionale. Ieri gli
Stati Uniti hanno chiesto
un’inchiesta sulle
presunte frodi e
sottolineato che i primi
risultati che indicano
vincitore Ghani «non
sono definitivi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
✒
La testimonianza
Che gioia incontrare Meriam con in braccio il suo bambino
❜❜ K
di ANTONELLA NAPOLI*
Cooperazione
hartoum, ambasciata degli Stati
Uniti. Una sala lettura piena di
scaffali e libri attrezzata con
quattro letti e un grande
televisore al plasma: questo il rifugio in
cui Meriam Yahia Ibrahim Ishag, suo
marito Daniel Wani e i loro due
bambini, Martin e Maya, stanno
trascorrendo gli ultimi giorni in attesa
della libertà. Quella libertà che non sarà
garantita fino a quando sarà pendente
l’accusa di falsificazione di documenti
che aveva portato al secondo arresto la
giovane donna condannata a morte per
apostasia e rilasciata dopo
l’annullamento disposto dalla Corte
d’Appello della sentenza di primo
grado. Arrivo poco dopo l’ora di pranzo,
al controllo di sicurezza mi chiedono di
lasciare ogni attrezzatura elettronica. Il
protocollo statunitense è molto rigido.
Mi dicono di proseguire fino all’area
riservata ai dipendenti. Al punto ristoro
c’è qualche funzionario che sta ancora
pranzando. Sorridono e, indicandomi
una porta, chiedono: «Sei qui per
Daniel?». La targhetta dice che si tratta
della biblioteca. Busso, mi apre una
ragazza bionda, Patricia. È lei che si
occupa del «file Wani» come
definiscono il caso gli americani. Mi
dice che Meriam è in bagno con Martin.
Entro. Daniel è seduto sulla carrozzella.
Da anni è affetto da distrofia muscolare.
Un ambulatorio
per le donne
del Darfur
Sorrisi Meriam e il marito Daniel Wani in un’immagine scattata il giorno del loro matrimonio
Mi avvicino, gli prendo la mano. E i suoi
occhi mi dicono molto più delle sue
parole di riconoscenza. Sento un vagito.
Sul letto, dietro le mie spalle, c’è Maya.
Chiedo a Daniel se posso prenderla. È
piccola, indossa una tutina giallo-blu
La forza dell’amore
«È proprio questo loro amore che
ha permesso a Meriam e Daniel di
superare questa assurda vicenda. Il
loro amore e l’amore di chi si è
mobilitato per loro nel mondo»
con su scritto «I love ocean». Ha tanti
capelli neri, come il suo sguardo vivo e
luminoso. È bellissima. Mi perdo in
quegli occhi. In quell’attimo entra
Meriam. Ha in braccio Martin, nudo. Ha
appena fatto il bagnetto. Meriam è
minuta, più di quanto immaginassi.
Incantevole nel suo abito fiorato e i suoi
lunghi capelli intrecciati. Timida,
abbozza un sorriso quando rimetto giù
Maya e comincio a giocarci mentre lei
cambia il fratellino. Non parla inglese,
Daniel traduce per me. Apriamo i regali
che ho portato per lei e i bambini. Una
volpe peluche per Martin, un abitino
La onlus Italians for
Darfur, di cui
Antonella Napoli è
presidente, è
un’organizzazione
impegnata da anni in
progetti di
cooperazione in Sudan,
e in particolar modo
nella regione del
Darfur. È stata in prima
linea nella campagna
per la liberazione di
Meriam raccogliendo
circa 150 mila firme, e
oggi inaugura a Nyala,
la capitale del Sud
Darfur, un ambulatorio
ginecologico.
Realizzato in
collaborazione con
l’Unamid, la missione
Onu in Darfur,
l’ambulatorio si trova
all’interno
dell’ospedale pubblico
della città.
bianco con fiocchetti azzurri per Maya e
un foulard di seta per lei. Lo prova, è
felice ed eccitata come una bambina.
Le chiedo se è più tranquilla ora che il
dottore che ha visitato Maya in
ambasciata ha assicurato che la piccola
sta bene e che tra qualche settimana
potrà effettuare un’ecografia alle anche
per vedere che non abbia problemi a
camminare in futuro. Meriam temeva
che aver partorito in catene, senza poter
aprire bene le gambe, potesse aver
causato danni alla bimba. E invece sta
bene, stanno tutti bene. Daniel lo ripete
più volte. Guarda moglie e figli con uno
sguardo pieno d’amore. Ed è proprio
questo loro amore, dico a entrambi
congedandomi e lasciandoli con gli
avvocati arrivati per discutere della
prossima udienza, che gli ha permesso
di superare questa assurda vicenda. Il
loro amore e l’amore di centinaia di
migliaia di persone che si sono
mobilitate in tutto il mondo. Daniel non
mi lascia andar via prima di aver
ringraziato ancora una volta l’Italia per
l’impegno profuso nel chiedere al
Sudan di liberare Meriam, con
l’ambasciatore Armando Barruco e il
vice ministro Pistelli che una settimana
fa ha ricevuto garanzie dalle autorità
sudanesi che presto Meriam potrà
lasciare il Paese.
Inshallah.
*Presidente di Italians for Darfur
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Esteri 17
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#
La storia
Bloomberg è pronto a finanziare una campagna in grande stile. La potente Rifle Association ora potrebbe avere un avversario
Una questione culturale
NUMERO
DI ARMI
DA FUOCO
tra
270
310
e
milioni
I 10 STATI
CON IL PIÙ ALTO
TASSO DI MORTI
PER ARMA DA FUOCO
Wyoming
di armi civili
milioni
Ogni 100.000 abitanti
Arkansas
MORTI PER ARMA DA FUOCO
3.000
9.000
12.000
15.000
Louisiana
5.697
2014
0
12.042
2013
ARMI DA FUOCO OGNI 100 CITTADINI
0
20
40
60
80
120
54,8
45,7
Svizzera
45,3
Finlandia
Italia
100
101,05
USA
Yemen
11,9
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
5
10
Louisiana
Mississippi
Alaska
Wyoming
Oklahoma
Montana
Arkansas
Alabama
New Mexico
South Carolina
«Fuori i fucili dai negozi»
La lobby delle madri anti-armi
DAL NOSTRO INVIATO
In armi
Cittadini
americani
con fucili a
tracolla in un
grande magazzino. Negli
Usa prende
forza un movimento che
vorrebbe vietare l’accesso
ai negozi a
chi possiede
un’arma
va sottovalutata: per la prima volta negli Usa un movimento di opinione dal
basso impone un cambio di politica
commerciale a una grande azienda, su
un terreno incandescente e finora dominato dalla potente lobby delle armi.
A far da miccia alla ribellione delle
madri sono state le azioni dimostrative
di gruppi texani come Open Carry, che
avevano incoraggiato i loro membri a
farsi vedere più spesso in giro armati
— facendo acquisti, andando nei ristoranti e quant’altro — per farlo sembrare normale. Guida la rivolta Moms Demand Action for Gun Sense, un grup-
po fondato e finanziato dall’ex sindaco
di New York Michael Bloomberg, campione della campagna anti-armi nella
quale è pronto a investire 50 milioni di
dollari del suo patrimonio personale.
«Abbiamo aperto gli occhi di una icona
del business, convincendola che è più
importante ascoltare la maggioranza
della clientela che non quella di una
minoranza prepotente — ha detto
Shannon Watts, leader di Moms Demand Action —. Se il cambiamento
non viene dalla legge, verrà dalla nostra voce e dai nostri portafogli».
Detto altrimenti, è soprattutto la pa-
Mississippi
15
20
18,8
17,9
16,9
16,7
16,6
16,3
16
16
14,8
14,8
CORRIERE DELLA SERA
I film
Sotto la loro pressione un’altra catena li proibisce
NEW YORK — «Leave the gun and
take the cannoli», lascia la pistola e
prendi i cannoli. Torna in mente l’immortale battuta di Clemenza nel Padrino, di fronte alla coraggiosa decisione
di Target, gigante americano della distribuzione discount, che ha deciso di
chiedere «con rispetto» ai suoi clienti
di non avere addosso armi quando
vanno a fare acquisti in uno dei suoi
1.789 punti vendita, sparsi in 47 Stati
americani.
Messo sotto pressione dai cosiddetti «mom groups», i collettivi di mamme che da mesi sono in rivolta contro
l’incapacità della classe politica di regolare il porto di ordigni da fuoco di
fronte al continuo ripetersi di tragiche
sparatorie, Target segue l’esempio già
dato da Starbucks, Chipotle, CostCo e
altre catene commerciali che hanno invitato la clientela a lasciare a casa l’artiglieria quando entrano nei loro negozi.
Ma la decisione ha un valore simbolico
enorme, trattandosi di un leader della
distribuzione a prezzi convenienti negli Stati Uniti.
«Portare armi da fuoco da Target
crea un ambiente che è in contrasto
con lo shopping familiare e l’esperienza di lavoro che noi ci sforziamo di creare», ha detto l’amministratore delegato ad interim di Target, John Mulligan, spiegando che la richiesta vale
anche per le comunità dove entrare in
un negozio armati è legale. Per quanto
la richiesta sia volontaria e non vincolante, l’importanza dell’annuncio non
South
Carolina
Oklahoma
Alaska
6.000
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Alabama
New Mexico
0
Amina:
«Aggredita
e rasata
a Parigi»
Montana
USA
La
classifica
La National Rifle
Association,
organizzazione che
difende i «diritti» di
detentori (e
produttori) di armi
da fuoco Usa, ha
stilato nel 2013,
dopo la strage di
Newtown, la
classifica dei
«migliori film» nei
quali le armi hanno
un ruolo principale.
Primo è «Alba
Rossa» con Patrick
Swayze, seguito da
«Alamo» di John
Lee Hancock, e da
«Terminator». A
seguire: «Die Hard»,
«Il Padrino»,
«Zombieland»,
«Matrix», «Delta
Force», «Road
Warrior», «Tremors»
ura di perdere clienti che muove le
aziende a voltare le spalle alla lobby
delle armi e ascoltare le ragioni del
buon senso. E’ un cambio epocale di
prospettiva in un dibattito che va alle
radici della cultura americana, quella
incarnata dal Secondo
emendamento alla Costituzione, che nella lettura prevalente proibisce ogni limitazione del
diritto a possedere armi.
A spingerlo sono stati i
colpi di frusta inferti alla
psiche nazionale da stragi
come quella di Newtown,
in Connecticut, dove nel
2012 venti bambini e 6
adulti vennero massacrati
da un giovane armato di carabina semi-automatica,
che aveva prima ucciso sua
madre e poi si suicidò.
La conflittualità rimane
alta. I fautori del libero commercio e
della libera circolazione delle armi minacciano rappresaglie e invitano al
boicottaggio delle aziende come Target che li hanno dichiarati persona
non grata. La National Rifle Association rimane una lobby potente, forte di
5 milioni di iscritti e in grado di gettare
il suo peso dietro i candidati al Congresso o negli Stati, che promettono di
opporsi a ogni misura restrittiva.
La differenza è che ora, anche grazie
a Bloomberg, una lobby anti-armi è in
embrione. Oltre a Moms Demand Action, l’ex sindaco ha creato infatti un
altro gruppo, Everytown for Gun Safety, che ha annunciato di voler inviare
a ogni candidato alle prossime elezioni
di Midterm, in programma a novembre, un formulario in dieci parti, per
spiegare esattamente la sua posizione
in materia di armi da fuoco. «Gli elettori hanno il diritto di sapere cosa i
candidati pensino di proposte ragionevoli per regolare il possesso, il commercio e la circolazione delle armi».
Paolo Valentino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Nigeria
Egitto
Studentesse rapite da Boko Haram
In 63 sono riuscite a scappare
Al Sisi e i giornalisti di Al Jazeera:
«Andavano espulsi, non condannati»
ABUJA — Libertà per 63 delle 68 studentesse
nigeriane rapite lo scorso giugno dagli
estremisti Boko Haram. Le ragazze sono
riuscite a scappare approfittando del fatto che i
loro sequestratori si erano assentati per
condurre un’operazione militare in un
villaggio. Le giovani erano state sequestrate a
Kummabza, nello Stato di Borno. Altre 200
studentesse furono rapite ad aprile dai Boko
Haram a Chibok. Una vicenda che ha scosso il
mondo. (Nella foto una manifestazione a
Manila con ragazze che indossano maschere
che ricordano le liceali rapite). La notizia della
fuga è stata riferita da un portavoce dei
vigilanti che collaborano contro la setta ultraradicale islamica con le forze di sicurezza
governative. «Hanno compiuto una mossa
molto coraggiosa quando i loro sequestratori si
sono allontanati per un’operazione militare».
L’ex Femen
IL CAIRO — Il presidente egiziano Abdel
Fattah Al Sisi (nella foto) è intervenuto ieri
per la prima volta sul caso dei giornalisti di
Al Jazeera condannati due settimane fa a
pene tra i sette e dieci anni di carcere con
l’accusa di aver screditato il Paese e
sostenuto la Fratellanza musulmana.
«Andavano espulsi, non processati», ha
dichiarato ieri il generale a riposo,
aggiungendo che «quelle condanne hanno
avuto un effetto molto negativo all’estero per
l’immagine dell’Egitto». Tra i condannati
figurano alcuni stranieri: l’australiano Peter
Greste e l’egiziano-canadese Mohamed
Fahmy attualmente in carcere al Cairo, due
reporter inglesi e una olandese scappati
prima dell’arresto. Le parole di Al Sisi sono
state interpretate come una possibile
apertura a concedere la grazia ai giornalisti.
PARIGI — Amina Sboui,
19enne tunisina, ex militante
dell’associazione femminista
Femen, rifugiata a Parigi, ha
denunciato di essere stata
vittima di un’aggressione,
all’alba di domenica, da
parte di quattro persone da
lei definite «islamisti».
Secondo il suo racconto,
dopo una notte passata al
pronto soccorso
dell’ospedale Bichat per una
caviglia slogata, Amina è
stata aggredita da un uomo
che l’ha trascinata fuori dalla
stazione del metro Place de
Clichy, alle 6 del mattino.
Altre tre persone sono
arrivate, hanno tirato fuori
un rasoio e tenendola
immobile le hanno tagliato
le sopracciglia e una ciocca
di capelli. «Mi hanno detto
che non merito la bellezza
che Allah mi ha dato, mi
hanno insultato dicendomi
“sporca prostituta, adesso ti
violentiamo e Allah ci
ringrazierà per questo”».
Incoraggiata dall’avvocato
Martin Pradel ieri mattina
Amina Sboui ha presentato
denuncia contro ignoti. «La
mia cliente è già stata
aggredita verbalmente ma
questo è il primo attacco
fisico — ha detto l’avvocato
—, l’hanno terrorizzata». La
ragazza diventa nota nel
marzo 2013 quando, liceale
in Tunisia, invia alle Femen a
Parigi una sua foto a seno
nudo con la scritta in arabo
«Il mio corpo mi
appartiene». Le Femen
diffondono l’immagine,
scoppiano le polemiche,
Amina dirà poi di essere
stata sequestrata dai suoi
famigliari «musulmani
tradizionalisti», mentre la
madre sostiene che la
ragazza soffre di problemi
psichiatrici. Due mesi dopo,
Amina scrive «Femen» sul
muro di un cimitero, e viene
incarcerata. Passato un mese
in prigione, colpo di scena:
Amina uscita dal carcere
lascia le Femen accusandole
di essere «islamofobe e
finanziate da Israele». Gli
investigatori ora stanno
cercando conferme della sua
aggressione. Amina ha detto
anche di avere
appuntamento al ministero
per i Diritti delle donne per
parlare dell’accaduto,
circostanza però smentita. La
Ratp ha reso noto di non
avere ricevuto alcuna
segnalazione da parte di altri
passeggeri, ma è in corso
l’esame delle telecamere di
videosorveglianza.
Stefano Montefiori
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18
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Cronache
Vaticano Prima l’omelia in Santa Marta, poi i colloqui privati di Bergoglio con chi ha subito violenze sessuali da esponenti del clero
Il Papa: la Chiesa piange per gli abusi dei preti
L’incontro con sei vittime: chiedo umilmente perdono, così si profana l’immagine di Dio
✒
Pedofilia
Il richiamo a Celestino V
❜❜
Task force anti abusi
I suicidi
CITTÀ DEL VATICANO — Pietro che rinnega Gesù, incrocia il
suo sguardo, piange. Francesco
parte da questa immagine della
Passione e alza gli occhi verso le
vittime di preti pedofili. «Incrociando oggi il vostro sguardo,
sento lo sguardo di Gesù e chiedo la grazia del suo pregare...
Oggi il cuore della Chiesa guarda gli occhi di Gesù in questi
bambini e bambine e vuole
piangere, chiede la grazia di
piangere di fronte a questi atti
esecrabili...». Santa Marta, sette
del mattino. Nella casa del Papa
sono arrivate sei persone che
hanno subito abusi, tre uomini
e tre donne giunti da Irlanda,
Gran Bretagna e Germania. La
sera prima hanno cenato nel refettorio e il Papa li ha salutati
una prima volta, dopo la colazione il Papa li incontrerà e
ascolterà uno ad uno, per tre ore
e venti minuti. Ora, nell’omelia
della messa, Francesco ha uno
sguardo assorto mentre sillaba:
«Davanti a Dio e al suo popolo
sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini
di abuso sessuale commessi da
membri del clero nei vostri confronti, e umilmente chiedo perdono». Ma non basta. «Chiedo
perdono anche per i peccati di
omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da
familiari e da coloro che sono
stati vittime di abuso», sospira.
Perché così «hanno recato una
sofferenza ulteriore» e «messo
in pericolo altri bambini».
Le parole di Francesco, secche, senza perifrasi, assumono e
portano avanti tutta la battaglia
avviata da Benedetto XVI contro
la pedofilia, 848 sacerdoti spretati in dieci anni. Parla delle «cicatrici a vita», di chi perde la fede, dei suicidi. «La morte di
questi amati figli di Dio pesa sul
mio cuore, sulla mia coscienza e
dotata di più poteri
Pesano sul mio
cuore, sulla mia
coscienza e su
quella della Chiesa
Una Commissione per la
tutela delle vittime di
abusi dotata di un ufficio
operativo stabile. Lo
vuole papa Francesco che
ha ripreso la condanna
verso la pedofilia già fatta
da Ratzinger e Wojtyla
Le prime misure
contro le violenze
Nel 2001 il Vaticano
aveva stilato le prime
regole anti pedofilia.
Poi, nel dicembre
scorso, l’annuncio della
task force da parte
dell’arcivescovo di
Boston, Sean O’Malley
Boston e lo scandalo
negli Stati Uniti
Boston, nel 2002, era
stata al centro di uno dei
grandi scandali-pedofilia
all’interno della Chiesa
cattolica. Dagli Anni 80,
proprio negli Usa e in
Canada, sono emersi i
primi casi
Rivelazioni in Irlanda
Messico e Belgio
Negli Anni 90 iniziarono
le rivelazioni di abusi
anche in Irlanda.
Scandali che hanno
lambito
la Chiesa anche
in Messico (2006)
e in Belgio (2010)
su quella di tutta la Chiesa».
Aveva già affermato che abusare
dei bambini «è come fare una
messa nera». E adesso dice che
questo «crimine e grave peccato» è «come un culto sacrilego»,
che i preti pedofili «hanno profanato la stessa immagine di
Dio». Parla dei «pochi che hanno cominciato a piangere e contagiato la nostra coscienza» rendendosi conto di ciò che accadeva, del «tanto tempo» in cui
tutto questo è stato «nascosto e
dissimulato» in «una complicità che non trova spiegazione».
Francesco elogia il «coraggio»
delle vittime che hanno fatto
emergere la verità, «un servizio
di amore» che ha «fatto luce» su
«una terribile oscurità della
Chiesa». Ora è finita, deve finire, «dobbiamo fare tutto il pos-
sibile perché tali peccati non si
ripetano mai più nella Chiesa».
Francesco ha nominato una
«commissione per la protezione
dei minori» che si è riunita domenica e tornerà a farlo in ottobre. Si stanno definendo gli statuti, le «migliori politiche» per
prevenire. Soprattutto si stabilisce la «responsabilità» dei pastori, Francesco è chiaro: «Non
c’e posto nel ministero della
Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali. Mi impegno
a non tollerare il danno recato
ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal
suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità». Fino a
L’omertà
Il Pontefice
ha anche
stigmatizzato
le omissioni
compiute dopo
le denunce
delle famiglie
scandire che «vale per tutti noi
il consiglio di Gesù a coloro che
danno scandalo», citando Matteo: «Gli conviene che gli venga
appesa al collo una macina da
mulino e sia gettato nel mare».
Il Papa ha ascoltato con attenzione le sei vittime. «Ha mostrato che l’ascolto aiuta a capire
e a preparare una strada per ritrovare la fiducia, guarire le ferite», spiegava padre Lombardi.
Alla fine Francesco ha chiesto
che pregassero per lui, «perché
Dio mi conceda il coraggio di
seguire questa strada per il bene
dei minori». E ha pregato per
sentire «la grazia della vergogna», la «voce di Gesù» che dice: «Non permettere che alcun
lupo entri nel gregge».
ROMA — «Ho incontrato Francesco
a lungo ieri mattina e poi altre tre volte, informalmente, ieri pomeriggio. Il
Papa ha voluto conoscere l’associazione che ho fondato diciannove anni fa,
era interessato al lavoro che facciamo:
può essere una strada, un modello anche per la Chiesa. Adesso mi sento riconciliato con la Chiesa, con la Chiesa
istituzione, anche se la fede non l’ho
mai persa», racconta Peter Saunders,
57 anni, uno dei tre uomini (che insie-
Il bilancio
In 19 anni di attività la sua
associazione ha assistito
oltre ventimila persone
me a tre donne) sono stati incontrati
dal Pontefice.
Cos’è che l’ha più colpita? La risposta è semplice: «Aver potuto vivere
sotto lo stesso tetto, nella stessa casa,
fare colazione con lui, scherzare dopo
cena con il Papa. E poi, come lui mi ha
ascoltato, come mi ha prestato attenzione».
Peter ha fatto della sua vita quello
che tante volte papa Francesco ha
chiesto, addirittura, con insistenza. È
uscito. È uscito da se stesso, è uscito
dal proprio dolore, è andato verso gli
altri. E così la sua vita, il suo dolore, il
male da lui subito da bambino, si è
tramutato in un’opera di pace per lui e
di salvezza per tanti. Oltre ventimila
persone. Nato e cresciuto nel South
West London, ha fondato «The National Association for People Abused in
Childhood» (Napac), un’organizzazione, meglio una charity, gestita da
«sopravvissuti per sopravvissuti»,
che aiuta gli adulti che hanno subito
una violenza sessuale o ogni altro tipo
di abuso nell’infanzia. Un’organizzazione molto nota in Inghilterra e riconosciuta per il grande lavoro che svolge tanto che nel 2010 ha ottenuto un
assegno di quasi mezzo milione di
sterline della Big Lottery Fund, l’organizzazione pubblica che distribuisce
«per una buona causa» i fondi raccolti
dalla National Lottery.
Un’esperienza completamente alternativa, quella di Napac, rispetto ad
altre organizzazioni di sopravvissuti,
più rivendicative, note soprattutto per
le cause legali, come l’americana
Snap. «La giustizia non è sufficiente»,
dice Saunders. È necessaria naturalmente, i casi di abuso devono essere
«denunciati alla polizia». Ma gli abusi
subiti «non diventano mai storici»,
Londinese
Peter Saunders, 57 anni,
è nato e cresciuto a
Londra. Ha subito abusi
sessuali da bambino
anche da parte di due
insegnanti cattolici,
a 38 anni ha deciso
di fondare la «National
Association for People
Abused in Childhood»
Il pool a tutela dei Minori
Antipedofilia Tra gli 8 membri anche una vittima irlandese di
abusi, Marie Collins (al centro), e il cardinale O’Malley (destra)
di LUIGI ACCATTOLI
P
apa Bergoglio a patrono del suo
sogno di una Chiesa «samaritana
e povera» non mette solo Francesco
d’Assisi, del quale ha preso il nome,
ma anche Celestino V, il Papa della
rinuncia che nei quattro mesi in cui
regnò diede esempio di «povertà,
misericordia e spogliamento»: ne ha
parlato sabato a Isernia, con parole
che aggiungono un elemento
significativo alla figura di Papa che
va abbozzando. È stato scritto dalla
rivista dei Gesuiti di Milano
«Aggiornamenti sociali» che
l’espressione «Papa Francesco» è un
ossimoro, cioè l’accostamento di due
termini dissonanti: la spoliazione che
caratterizzò Francesco e il «potere
delle Chiavi» che è proprio del Papa.
La stessa rivista aveva anche
osservato che nel perseguire il suo
sogno papa Bergoglio non poteva
rifarsi a nessuno dei predecessori,
tant’è che nessuno fino a lui aveva
osato chiamarsi Francesco. Ecco
invece che il Papa argentino si rifà a
Celestino V, unendolo a Francesco
d’Assisi e leggendo nei due, accostati,
la sua idea di Chiesa. L’ha fatto a
Isernia, patria di Celestino, nel
giorno anniversario della sua
elezione al Papato, che avvenne il 5
luglio 1294, esattamente 720 anni fa.
«Questi due santi — ha detto —
hanno dato l’esempio, loro sapevano
Eremita
Celestino V
fu Pontefice dal
29 agosto fino
al 13 dicembre
del 1294
Gian Guido Vecchi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il personaggio Il racconto dell’inglese Saunders, tra le persone ricevute ieri da Francesco
Peter, dalle molestie al volontariato:
aiutando gli altri ho ritrovato me stesso
«Scelse la povertà»
archiviati nel passato. Oltre la giustizia, le vittime devono raggiungere pace e riconciliazione, per riprendere in
mano la propria vita.«Ho fondato il
Napac — spiega — perché prima non
c’era nessuno su cui una persona abusata potesse contare, con cui potesse
parlare».
Saunders fu prima abusato sessualmente da un familiare prossimo, dagli
8 ai 13 anni, e poi da due preti a scuola,
blandito con qualche spicciolo e soprattutto alcol, finché il ragazzino non
divenne abbastanza forte per sfuggire
ai suo predatori. Peter era il più piccolo di cinque fratelli, nato in una famiglia cattolica devota. «Chiesa e scuola
erano la norma — ha dichiarato — le
discussioni sul sesso erano un tabù.
Non si discuteva di sesso e non sapevo
niente sul sesso o sul mio corpo».
Lasciata la scuola a 16 anni, è passato da un lavoro ad un altro per alcuni
anni, ha ottenuto una laurea tardi e ha
insegnato per dodici anni. Ma il trauma della violenza subita è tornato a
riaffiorare tanto che all’età di 38 anni
ha deciso di fondare l’associazione per
l’aiuto a gente come lui. Attualmente
vi lavorano uno staff di 8 persone e 50
volontari, musulmani, ebrei, cattolici,
non credenti.
Lui, nonostante tutto, è rimasto
cattolico. Nell’aprile scorso, ha partecipato ad un seminario organizzato da
Catholic Voices. Tema: «Il prossimo
passo della Chiesa Cattolica» nei confronti delle vittime della pedofilia. «Il
prossimo passo» della Chiesa cattolica, è stato fatto ieri.
M.Antonietta Calabrò
© RIPRODUZIONE RISERVATA
che come chierici — uno era diacono
l’altro vescovo, vescovo di Roma —
come chierici tutti e due dovevano
dare l’esempio di povertà, di
misericordia e di spogliamento totale
di sé stessi». Benché proclamato
santo (da Clemente V nel 1313),
Celestino V non è tenuto in grande
onore nella tradizione papale e
quando gli hanno reso omaggio i Papi
più recenti, da Paolo VI e Benedetto
XVI, la considerazione è sempre
andata alla santità dell’eremita e
all’umiltà della sua rinuncia al
Papato. È senza precedenti il
richiamo di Papa Francesco al suo
«esempio» di «spogliamento» dato
da «vescovo di Roma». Ha detto
papa Bergoglio di aver trovato
«un’idea forte» in Celestino V che
nella sua considerazione l’ha
avvicinato a Francesco di Assisi:
ambedue hanno avuto «un senso
fortissimo della misericordia di Dio
che rinnova il mondo», «erano molto
vicini alla gente», avevano «la stessa
compassione di Gesù verso tante
persone affaticate e oppresse»,
hanno fatto «una scelta
controcorrente» (quella della
povertà) intesa «non solo come
ascesi personale ma come
testimonianza profetica e come
profezia di un mondo nuovo». Le
parole sono impegnative: da sabato
sappiamo che Celestino V è uno dei
modelli ai quali si richiama l’attuale
vescovo di Roma.
www.luigiaccattoli.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Cronache 19
italia: 51575551575557
Oppido Grasso: complimenti al carabiniere che è andato via
L’appello del presidente
dei vescovi calabresi:
«Stop alle processioni»
La Chiesa
Perugia
Il vescovo di
Cosenza
Domenico
Nunnari: ha
proposto che i
sacerdoti
fermino le
celebrazioni «in
odor di mafia»
(foto Mario Tosti)
Morto l’uomo
che ha sparato
alla ex
e al figlio
La Procura antimafia indaga sull’inchino
La vicenda
La festa
L’«inchino»
della Madonna
e le polemiche
A Oppido Mamertina, in
provincia di Reggio Calabria,
il 2 luglio si celebra la
processione della Madonna
delle Grazie. Quest’anno la
statua di Maria Santissima è
stata fatta inchinare davanti
alla casa del boss Peppe
Mazzagatti. La sosta «fuori
programma » di trenta
secondi non è andata giù al
maresciallo dei carabinieri
Andrea Marino, che ha
abbandonato la processione
per protesta contro il gesto. Il
ministro dell’Interno
Angelino Alfano ha parlato di
«ributtanti rituali
cerimoniosi»
Chi è Mazzagatti
L’alleanza
con i Piromalli
per il cemento
Giuseppe Mazzagatti, 82 anni,
è ritenuto il capo
dell’omonima cosca di
Oppido Mamertina. Il
presunto boss, condannato
all’ergastolo per omicidio e
associazione mafiosa, sta
scontando la pena a casa per
motivi di salute e per la sua
età. Grazie a un patto stretto
con la famiglia Piromalli
riuscì a imporre il predominio
sulla vendita e sul trasporto
del cemento destinato alla
costruzione della strada
Rosarno — Gioiosa Jonica.
Nel 1993 è stato ucciso suo
figlio Pasquale
La faida
Uno degli uccisi
dato in pasto
ai maiali
A Oppido Mamertina va
avanti da diversi anni una
cruenta guerra di mafia che
ha già provocato decine di
vittime. La faida non ha
risparmiato nemmeno donne
e bambini. Lo scorso anno
uno delle persone uccise è
stata addirittura data in pasto
ai maiali. Le fazioni coinvolte
in questo scontro senza fine
sono da un lato i FerraroRacosta, dall’altro PolimeniMazzagatti-Bonarrigo. A
novembre del 2013
un’operazione della Dda di
Reggio Calabria ha portato
all’arresto di 20 affiliati alla
cosca Mazzagatti
OPPIDO MAMERTINA
(Reggio Calabria) — Chiesa
contro Chiesa. La vicenda dell’«inchino» della statua della
Madonna delle Grazie davanti
alla casa del boss Giuseppe
Mazzagatti durante la processione, per la prima volta, in
Calabria, mette l’un contro
l’altro uomini di Chiesa. In paese tutti danno la «caccia» a
don Benedetto Rustico, il parroco della chiesa della Madonna delle Grazie, tutti lo indicano come uno dei responsabili
del gesto. E c’è chi ne chiede la
rimozione. Ed è dura anche la
reazione del vescovo di Cosenza e presidente dei vescovi calabresi, monsignor Domenico
Nunnari, che considera quell’«attenzione» particolare verso il boss come un sacrilegio.
«Siccome sotto la statua può
capitare che ci sia il mafioso di
turno che fa poi il capo, allora
bisogna avere il coraggio di
fermare le processioni — ha
detto monsignor Nunnari —.
Dispiace che i preti non abbiano avuto il coraggio non di andare via, ma di scappare dalla
processione. Avrebbero dato
un segnale, uno di quelli di cui
abbiamo bisogno».
La fuga però non c’è stata.
Lo stesso sindaco di Oppido
Domenico Giannetta, che è
anche assessore provinciale,
ha specificato ieri in conferenza stampa che anche l’amministrazione, presente alla processione, ha evitato fughe in
avanti «per non creare problemi di ordine pubblico». Il primo cittadino in carica da ap-
Il sindaco
«Il paese si
costituirà parte civile
in caso di processo
sull’accaduto»
Il magistrato
«Servono
provvedimenti forti
contro il rischio di
infiltrazioni»
pena quaranta giorni ha voluto però mettere un punto fermo sulla vicenda
annunciando la costituzione
di parte civile dell’ente qualora
l’indagine della magistratura
dovesse individuare dei colpevoli. Su questo fronte sta infatti indagando la procura distrettuale antimafia di Reggio
Calabria. I carabinieri cui è stata affidata l’inchiesta stanno
cercando, attraverso i filmati,
di identificare i portatori della
statua della Madonna delle
Grazie.
Il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De
Raho ha parlato di «inquinamento territoriale» della
‘ndrangheta. «Dovrebbero
adottare provvedimenti molto
forti perché non si ripetano
gesti che finiscono con l’inquinare il diritto alle manifestazioni religiose dei cittadini»
ha detto De Raho. Un plauso
all’operato dell’Arma dei carabinieri e in particolare al maresciallo Andrea Marino, comandante della stazione di
Oppido, è giunto dal presidente del Senato Pietro Grasso che
ha telefonato al sottufficiale e
ha definito il gesto di Marino
un esempio cui riferirsi. «Mi
piacerebbe che questi gesti
fossero la quotidianità di ciascuno di noi: allontanarsi ogni
volta che non è opportuno restare, scegliere da che parte
stare e andare a fare il proprio
dovere per cambiare le cose».
Carlo Macrì
[email protected]
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In paese La nipote dell’ergastolano attacca: si benedice la via. L’ex vicario: i divieti dei prelati inascoltati
A casa del boss dove la processione si è fermata
«Tutto falso, il maresciallo vuole pubblicità»
OPPIDO MAMERTINA (Reggio Calabria) — I campanelli delle porta della
casa del boss sono quattro, i piani pure.
La palazzina di via Aspromonte è diventata famosa per via della processione e
dell’inchino al boss. «Pure dall’America
ci hanno chiamato», urla la signora
Mimma affacciata al balcone del primo
piano. «Dall’America, capito?». Mimma
è una delle figlie di Giuseppe Mazzagatti, condannato all’ergastolo ma che
sconta la pena ai domiciliari per motivi
di salute. L’effigie della Madonna delle
Grazie s’è fermata o no mezzo minuto
per rendergli omaggio? La signora
Mimma continua a urlare la sua verità
dal balcone e al pian terreno, sbuca la
sorella, che la riprende: «Mimma lascia
stare, non parlare vai dentro». Nello
stesso istante parcheggia ed esce dall’auto Rosalba, una nipote del boss. «Dite sciocchezze, solo sciocchezze». Suo
la ‘ndrangheta. È ora di finirla. I vescovi
da anni emettono divieti. Che vengono
disattesi dai pastori. La ‘ndrangheta attraverso le processioni cerca consenso:
s’intromette nei comitati che le organizzano. Come risolvere il problema?
Come ho fatto io a Polistena: il boss voleva gestire la processione. L’ho cacciato».
Don Cesare non è per nulla d’accordo. Era parroco del Calvario a Oppido
nel 1998 quando una strage colpì due
innocenti: morirono per sbaglio una
bambina di otto anni, Mariangela Anzalone, e il nonno. Obiettivo dell’agguato
era Domenico Polimeni, macellaio, cognato del boss Mazzagatti. «Qui con i
morti ammazzati — ha detto la mamma
di Mariangela, Francesca Biccheri — la
gente ha imparato a conviverci». Don
Cesare era un parroco di battaglia: il sindaco dell’epoca voleva cacciarlo. Oggi
però don Cesare difende don Benedetto
Rustico, cugino di Mazzagatti, che
La famiglia
«Ci hanno chiamato anche
dall’America. Ma questa è la
tradizione, altro che riverenza
a un condannato»
Sacro e profano
Da sempre le celebrazioni
religiose sono un modo
per i capi clan per guadagnare
consenso e potere tra la gente
padre cerca di allontanarla. Lei si ribella:
«Fammi parlare...». È bionda, minuta,
occhi chiari.
Oppido Mamertina, quasi 4 mila anime e più di 100 morti di mafia nel giro
di qualche decennio. Le statistiche parlano di 300 affiliati. Guerre e faide che
durano da 25 anni. Una piccola grande
capitale del crimine a dieci chilometri
dal mare tra giardini di frutta, ulivi secolari e terra fertilissima. Rosalba ha la
sua versione sulla processione. La colpa
è del maresciallo: «Si sono inventati tutto. Si sa che la processione passa da lì
ma non c’è nessuna riverenza. Si benedice la via, una tradizione. Qualcuno (il
maresciallo ndr) evidentemente voleva
farsi pubblicità. Ma allora perché non
va al Grande Fratello? Non si gioca sul
dolore delle persone». Il dolore sarebbe
quello della sua famiglia, accusata di
più omicidi (ultimo episodio in ordine
cronologico, l’arresto di un nipote dei
Mazzagatti-Polimeni che intercettato al
cellulare raccontava di come è stato ucciso un loro rivale e di come era bello
sentire le urla dell’uomo mentre veniva
fatto sbranare dai maiali). Rosalba accusa di omertà una parte del paese: «Lo
avrebbe permesso l’inchino e ieri ha dichiarato: «Se potessi tornare indietro
annullerei la processione». «Non ha fatto niente di male — conferma don Cesare —. La processione si fa in quel modo,
da sempre. Il maresciallo era lì anche lo
scorso anno. Non si è accorto di nulla in
passato? Sfido chiunque a dire una sola
parola sulla mia parrocchia
quando ero a Oppido, nessun
contatto o apertura alla
‘ndrangheta. Eppure ai miei
tempi la processione si svolgeva in quel modo». Tradizione.
Arcangelo Badolati ha scritto un libro sulle faide di Oppido. Conosce la materia. «I fatti si
ripetono nel tempo», dice. Racconta che nel 1995 Salvatore Costantino, sindaco di Seminara,
firmò un’ordinanza per impedire
La strage
che la statua della Madonna si feril 9 maggi del ‘98 A Oppido
M
o
masse sotto la casa del capomafia
persone 1998 i killer ucci amertina
ne
sero quat
Vincenzo Ringo Gioffrè. Ad un
vittime M ll’ambito di una
tro
fa
ar
tratto i portantini si misero a corredi 8 anni iangela Anzalone ida. Tra le
colpita da
,
re, passarono sotto casa del boss e
un proiet una bimba
tile vaga
fecero il saluto.
nte
DAL NOSTRO INVIATO
Prima fila Il sindaco di Oppido Domenico Giannetta e il maresciallo
Marino alla processione del 2 luglio,
quella dell’«inchino» (Photo Masi)
sanno che la processione si svolge in
quel modo. E invece dicevano di non sapere niente».
La nipote del vecchio Mazzagatti a
suo modo dice quello che molti pensano: il filo che lega le processioni ai parroci, alla gente e ai boss. Don Pino De
Masi è stato per molti anni vicario della
diocesi di Oppido. Conferma la tradizione dell’inchino. «Ma il problema —
denuncia — non è cosa fa la ‘ndrangheta verso l’altare ma cosa fa l’altare verso
Agostino Gramigna
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PERUGIA — È stato
dichiarato clinicamente
morto Riccardo Bazzurri, il
carrozziere 32enne che
domenica ha sparato alla
ex, al figlio e a un’amica di
lei, per poi spararsi. «Il
reparto di Rianimazione
del S. Maria della
Misericordia di Perugia —
si legge in una nota —
comunica che alle ore 15
sono iniziate le operazioni
di accertamento di morte
del paziente sottoposto ad
intervento chirurgico alla
testa. I sanitari hanno dato
notizia di tale attività ai
genitori dell’uomo e alla
Direzione Sanitaria
dell’Azienda Ospedaliera
di Perugia. I familiari si
dono riservati di
autorizzare l’espianto degli
organi». È sempre in
«prognosi strettamente
riservata», invece, il
bambino di 2 anni. Il
piccolo, raggiunto alla
testa da un colpo di pistola,
è ricoverato nel reparto di
rianimazione dell’ospedale
pediatrico Meyer di
Firenze, dove è stato
trasferito poche ore dopo il
suo ferimento. Le sue
condizioni domenica
erano state definite
«molto, molto gravi» dai
sanitari fiorentini. e tali
sono rimaste anche per
tutta la giornata di ieri.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Napoli
Il crollo
in Galleria
peggiora
il ragazzino
NAPOLI — Si sono
aggravate ulteriormente le
condizioni di Salvatore G., il
ragazzo di 14 anni colpito
sabato scorso, mentre
passeggiava nella
centralissima via Toledo,
dai calcinacci crollati da
una delle facciate della
Galleria Umberto. Ieri
pomeriggio si è temuto
seriamente che la sua
situazione clinica stesse
raggiungendo il punto di
non ritorno. Poi, in
ossequio alla richiesta di
riserbo fatta dei familiari, i
sanitari dell’ospedale
Loreto Mare, dove il ragazzo
è ricoverato da sabato
pomeriggio, non hanno più
diramato alcun bollettino
medico, limitandosi a una
scarna nota in cui
affermano che Salvatore
viene ritenuto un «paziente
critico», che le sue
condizioni «restano gravi»
e che lui rimane «nel
reparto di rianimazioni con
una prognosi riservata».
Sull’incidente è stata aperta
un’inchiesta dalla Procura.
Per ora agli atti c’è solo una
prima informativa della
polizia municipale che
ricostruisce l’accaduto ma
non specifica ancora a chi
appartenga il cornicione
crollato. Nei prossimi giorni
i magistrati potrebbero
disporre una perizia.
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20 Cronache
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Il delitto di Yara Il muratore al pubblico ministero. Dopo due rifiuti risponderà agli inquirenti
L’indagine
Il messaggio di Bossetti dal carcere
«Pronto a fare un altro nome»
La «talpa»
del caso
Schumacher
è in Svizzera
Oggi l’interrogatorio. I suoi legali: il Dna non basta per condannarlo
Assassinata Sopra, Yara
Gambirasio. A sinistra, Massimo Giuseppe Bossetti
nessuno, tra gli inquirenti,
avrebbe sentito l’esigenza di
anticipare d’urgenza il faccia
a faccia. L’indiscrezione
giunta dal carcere ha sorpreso forse di più gli avvocati di
Massimo Bossetti. «Ma quali
rivelazioni, non scherziamo
— hanno dichiarato i legali,
Claudio Salvagni e Silvia
Gazzetti —. Sono state pubblicate notizie sulle quali
vuole dire la sua. In più, intende approfondire circostanze sulle quali già il giudice delle indagini preliminari gli aveva posto alcune
domande. Risponderà ai
quesiti che gli saranno posti».
L’interrogatorio si annuncia lungo. Intanto è la stessa
difesa a essere protagonista
di un cambio di linea. Dopo
una serie di dichiarazioni in
BERGAMO — Una telefonata dal carcere di Bergamo
al pubblico ministero: «Dottoressa, il Bossetti vuole parlare con lei. Dice che ha un
nome da fare, di una seconda
persona...». Pur sapendo che
l’interrogatorio da lui richiesto era già stato fissato per
oggi alle 10.30, Massimo
Giuseppe Bossetti ha vissuto
una mattinata d’agitazione,
ieri, nella sua cella d’isolamento. L’uomo accusato di
aver ucciso Yara Gambirasio
si è rivolto più volte, con un
certo nervosismo, agli agenti
della polizia penitenziaria,
ripetendo in modo quasi ossessivo di voler parlare con il
sostituto procuratore Letizia
Ruggeri, titolare delle indagini, chiedendo esplicitamente di chiamarla. Per dirle
che ha «un nome da fare»,
che c’è una «seconda persona di cui parlare». Queste le
espressioni, piuttosto chiare,
riportate dalla polizia penitenziaria, al telefono con la
procura.
L’inchiesta è vicina ad una
nuova svolta, dopo la compatibilità del Dna del carpentiere di Mapello con
quelle tracce ematiche sui
vestiti di Yara? Le indiscrezioni sono altalenanti. «Cosa
L’accusa
1
Il Dna
Il codice genetico di Massimo
Giuseppe Bossetti «coincide con
Ignoto 1 e si trovava sugli slip e i
leggings della vittima». Per
questo è indagato per omicidio
2
Il padre naturale
A identificare Bossetti come
«Ignoto 1» si è arrivati attraverso
il Dna dell’autista Giuseppe
Guerinoni: la genetica ha
dimostrato che è il suo vero padre
3
L’alibi
Marita Comi, la moglie di
Bossetti con il quale ha tre figli,
ha affermato davanti ai pm
di non ricordarsi dove fosse
il marito il giorno del delitto
4
Le celle telefoniche
Le celle agganciate dal cellulare di
Bossetti lo collocano vicino alla
palestra di Yara nei giorni prima
del delitto. Gli inquirenti ipotizzano
che l’uomo la stesse pedinando
5
Il giorno del delitto
Secondo quanto accertato dagli
inquirenti, il cellulare di Bossetti
aggancia la cella di Mapello
in un orario compatibile a quello
in cui viene aggredita Yara
mi aspetto dall’interrogatorio? No comment», ha dichiarato il magistrato uscendo ieri dalla Procura all’ora
di pranzo. È chiaro però che
lo stesso pubblico ministero
si è interrogato sulla telefonata che la polizia penitenziaria ha ritenuto di dover fare e sull’agitazione in carcere
dell’indagato: una circostanza della quale ieri sono stati
informati anche i carabinieri
e la polizia. C’è chi, tra gli inquirenti, sostiene con scetticismo che le frasi di Bossetti
rivolte alle guardie carcerarie
possano essere dettate solo
da uno stato confusionale
sempre più difficile da gestire, che non porterà a indicazioni utili per le indagini. Altri investigatori, invece,
sembrano aspettarsi qualcosa di nuovo dall’interrogatorio di oggi e si chiedono se le
parole dell’arrestato dalla
cella siano un riferimento a
un possibile complice, quindi con un’ammissione dello
stesso carpentiere, oppure
un modo di spostare l’attenzione su altri soggetti per ribadire ancora la propria innocenza.
L’incontro tra l’indagato e
la pubblica accusa resta fissato per oggi alle 10.30: ieri
La difesa
1
Il Dna
Bossetti dice di non aver
mai incontrato Yara e afferma
di non sapere come le tracce
del suo Dna possano essere
finite sui pantaloni della vittima
2
Il padre naturale
Ester Arzuffi, la madre di Bossetti,
continua a negare che suo figlio
sia nato da una relazione
clandestina con Guerinoni: «La
scienza si sta sbagliando»
3
L’alibi
La moglie non ricorda di preciso
cosa avesse fatto il marito quella
sera, ma afferma che molto
probabilmente si trovava a casa,
come sempre, con lei e i figli
4
Le celle telefoniche
Bossetti sostiene di essersi
limitato a frequentare, come
d’abitudine, la zona di Brembate:
in paese vivono infatti il fratello
Fabio e il suo commercialista
5
Il giorno del delitto
Bossetti ha spiegato che stava
tornando a Mapello, dove abita,
di ritorno dal cantiere di
Palazzago dove stava lavorando
proprio in quei giorni
La novità
Potrebbe trattarsi di
un’ammissione oppure
di un modo per ribadire
la propria innocenza
cui i due avvocati sostenevano di «non voler contestare
gli esiti delle analisi sul Dna,
svolte dai prestigiosi consulenti della procura», ora il registro è decisamente cambiato. «È verosimile — ha
spiegato ieri Salvagni — che
chiederemo un nuovo test
del Dna». E non è mancata
un’altra presa di posizione,
sempre dello stesso legale:
«La procura si sta affannando alla ricerca di nuove prove, o meglio di nuovi riscontri. Un motivo forse c’è: probabilmente l’accusa è consapevole che la compatibilità
tra il profilo genetico del nostro assistito e quello di
“Ignoto 1” non è sufficiente
per reggere un processo, per
far condannare una persona.
In uno stato di diritto non si
può essere condannati solo
con quella prova».
Armando Di Landro
[email protected]
Sono partite da Zurigo,
dagli uffici di
un’importante società di
elicotteri le email, firmate
«Kagemusha» (in
riferimento al film di
Kurosawa), con cui
venivano offerte a vari
giornali indiscrezioni sulle
reali condizioni di salute di
Michael Schumacher.
L’indirizzo «Ip» del
computer è stato
individuato dagli
investigatori francesi, dopo
quasi tre settimane di
ricerche e un’inquietante
certezza: «Kagemusha»
aveva davvero avuto
accesso in qualche modo
alla cartella clinica del
campione, forse in
occasione del suo
trasferimento
dall’Ospedale Nord di
Grenoble al centro di
riabilitazione di Losanna.
Trovato il computer, non è
stato però ancora
identificato chi lo abbia
utilizzato per offrire
anonimamente lo scoop. Il
quotidiano francese «Le
Dauphiné Libéré» assicura
che le notizie provengono
da un rapporto riservato
inviato dall’équipe
sanitaria di Grenoble alla
società di elicotteri,
inizialmente prescelta per
trasferire Schumi dalla
Francia alla Svizzera.
Proprio sui lettighieri
erano caduti nei giorni
scorsi i sospetti degli
inquirenti, prima che la
polizia arrivasse a
localizzare il computer.
L’indagine, alle battute
finali, è passata quindi alle
autorità svizzere. Nel
frattempo, a un trofeo
equestre nel suo ranch di
Givrins, in Svizzera, la
prima apparizione
pubblica di Corinna, la
moglie di Schumacher, dal
giorno dell’incidente
sciistico che lo ha ridotto
in fin di vita (il 29
dicembre a Méribel), ha
portato una ventata
d’ottimismo. I suoi sorrisi
e la sua, almeno apparente,
serenità lasciano sperare
sui progressi del marito.
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Il caso Colpito al gluteo un cuoco di un hotel di lusso in città solo da una settimana, la Digos indaga in tutte le direzioni. Busta con minacce a «Libero»
Ultrà romanista accoltellato a Napoli, il timore di una vendetta
L’aggressione: «Romano di m...»
Alla vittima era vietato lo stadio
NAPOLI — C’è un preoccupante
sospetto dietro l’aggressione subita tre giorni fa in un vicolo del centro storico di Napoli dal cuoco ventisettenne dell’Hotel Romeo, uno
dei più lussuosi della città. Il giovane, Federico Sartucci, sabato è
stato accoltellato a un gluteo mentre rincasava. Secondo quanto lui
stesso ha raccontato alla polizia, a
colpirlo è stato un uomo che ha
agito da solo e che quando lo ha
avvicinato, lo ha dapprima insultato e poi gli ha intimato di lasciare il
lavoro presso la cucina dell’albergo.
Sulle prime poteva quindi sembrare che dietro l’aggressione ci
fosse una gelosia professionale. Ma
potrebbe non essere così. Perché
Sartucci è romano, romanista e pur
non appartenendo a nessuno dei
gruppi del tifo organizzato che frequentano la curva Sud dell’Olimpi-
co, la sera del 26 agosto 2012, in
occasione della prima giornata di
campionato, si trovava proprio in
quella curva per assistere a RomaCatania e fu coinvolto in una rissa
tra soli tifosi giallorossi che gli è
costata un Daspo di quattro anni.
Inevitabile, a questo punto, che le
indagini della polizia — che non a
caso sono condotte dalla Digos —
prendano in considerazione anche
l’ipotesi che Sartucci sia stato colpito proprio in quanto romanista,
in un primo accenno di quella resa
dei conti che in molti temono dopo
l’omicidio del tifoso napoletano
Ciro Esposito, omicidio di cui è accusato l’ultrà giallorosso Daniele
De Santis.
Quella della vendetta non è certo
l’unica pista che seguono gli investigatori, e non potrebbe che essere così dal momento che la ricostruzione dettagliata dei fatti non
permette di escludere niente. A sostegno dell’ipotesi «tifosa», oltre
alla personalità della vittima, c’è
l’insulto che Sartucci ha riferito alla
polizia: «Romano di m...», gli ha
detto l’aggressore prima di colpirlo. E anche la coltellata al gluteo è
abbastanza tipica di certe dinamiche ultrà, dove l’uso della lama
nello scontro fisico col tifoso rivale
è previsto, ma si tende a mirare in
quella parte del corpo dove non si
rischia l’imputazione per tentato
omicidio ma solo per lesioni (salvo
casi tragici come quello del genoano Vincenzo Spagnuolo, ucciso il
29 gennaio 1995 dalla coltellata di
un milanista).
A far ipotizzare invece che dietro
l’accoltellamento del giovane cuoco ci sia una motivazione «privata»
ancora da individuare, è soprattutto il fatto che Sartucci era a Napoli
da non più di una settimana e non
ha raccontato di alcun diverbio per
questioni calcistiche in cui si sarebbe venuto a trovare in questi
pochi giorni. Anche il particolare
che l’aggressore avrebbe agito da
solo (a meno che non fosse spal-
L’incidente
Bloccati nel tunnel della Manica
Uno scatto, postato su Twitter da un viaggiatore, ritrae l’evacuazione
di centinaia di passeggeri rimasti bloccati nel tunnel sotto la Manica
dopo che una navetta Folkstone-Calais si è bloccata per un guasto
tecnico. © RIPRODUZIONE RISERVATA
leggiato da complici che la vittima
non ha notato), è poco riconducibile alle condotte degli estremisti
del tifo che solitamente si muovono in gruppo.
Se però dai successivi sviluppi
investigativi dovesse prendere corpo l’ipotesi della vendetta, significherebbe che gli appelli alla pace
tra tifoserie e alla non violenza
dentro e fuori gli stadi lanciati ripetutamente dai familiari di Ciro
Esposito, sarebbero già stati dimenticati. E certo qualche timore
in questo senso arriva anche da un
altro episodio inquietante: una busta contenente alcuni proiettili e
una lettera anonima è stata bloccata ieri al centro di smistamento postale di Genova, era indirizzata al
quotidiano Libero e in particolare
al giornalista Mario Giordano, autore di un articolo in cui ha sostenuto che Ciro Esposito la sera del 3
maggio scorso, quando fu colpito
(per morire poi dopo oltre cinquanta giorni passati in ospedale),
stesse prendendo parte a una rissa.
Fulvio Bufi
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Cronache 21
italia: 51575551575557
✒
Abruzzo Maranella ebbe un contratto di tre mesi nel 2004 per ragioni di urgenza
Il dirigente a tempo del Parco
prorogato per ventotto volte
Quell’area protetta
affidata
a un giornalista
di SERGIO RIZZO
N
Al Gran Sasso l’incarico provvisorio rinnovato da 10 anni
Il caso
Il protagonista
Il direttore «facente funzioni»
del Parco Gran Sasso e Monti
della Laga, Marcello Maranella,
è giornalista, ex militante del Pci
ed ex assessore in Provincia di
Teramo. La sua biografia sul
sito del Parco lo presenta come
«esperto di economia e
programmazione negoziata»,
già «consulente per la pubblica
amministrazione e dirigente
d’azienda», e vanta i «premi
giornalistici» ricevuti
L’incarico
La legge prevede che il direttore
del Parco debba essere scelto
tra gli iscritti ad un albo di
idonei a cui si accede mediante
concorso per titoli. Maranella,
invece, aveva ricevuto un primo
incarico temporaneo di tre mesi
a partire dal 1° giugno 2004,
per ragioni di necessità e di
urgenza. Quell’incarico a
termine è stato prorogato per
ben ventotto volte per dieci
anni
ASSERGI (L’Aquila) — Ventotto proroghe. Così l’incarico
dirigenziale temporaneo al dipendente di un ente diventa
stabile. Quasi perpetuo. Retribuzione lorda annua, 83 mila
euro, come scritto sul sito dell’Ente Parco Nazionale del Gran
Sasso e Monti della Laga. Protagonista del paradosso burocratico è il direttore facente funzioni, Marcello Maranella, giornalista, ex assessore in Provincia
di Teramo e un passato da militante nel Pci. Ad apporre la firma sulla proroga, qualche settimana fa, è stato un altro collega,
Arturo Diaconale, che a differenza di Maranella il giornalista
lo fa sul serio dirigendo a Roma
il quotidiano L’Opinione delle
libertà e del Parco è presidente.
Lui e il direttore sostituiscono
nei poteri il Consiglio Direttivo
dell’Ente Parco, scaduto nel
2007 e mai rinominato, e amministrano un’area protetta che
copre tre regioni (Abruzzo, Lazio e Marche), cinque province
(L’Aquila, Teramo, Pescara, Rieti
ed Ascoli Piceno) e 44 comuni.
Ma siccome Diaconale può garantire la sua presenza ad Assergi, sede del Parco, solo per un
paio di giorni alla settimana, il
vero deus ex machina dell’Ente
è Maranella, finito nell’occhio
del ciclone proprio a causa del
suo eterno incarico. Tra i contestatori c’è Bruno Dante, ex con-
La delibera
Il documento firmato
dal presidente del
Parco Arturo
Diaconale proroga
l’incarico di direttore
a Marcello Maranella
fino al giugno 2015
83.000
sigliere comunale di Castel Del
Monte (L’Aquila), che, in una
lettera al quotidiano abruzzese
Il Centro, cita numeri e leggi: il
direttore del Parco è nominato
con decreto del ministro dell’Ambiente e scelto in una rosa
di tre candidati proposti dal
consiglio direttivo tra gli iscritti
a un albo di idonei a cui si acce-
Il presidente
La carica di presidente
dell’Ente è di Arturo
Diaconale, che dirige
l’«Opinione delle libertà»
de mediante concorso per titoli.
«Ora — scrive l’ex consigliere
—, il dottor Maranella non risulta iscritto al predetto albo (e
comunque di tale iscrizione
non si dà conto nella deliberazione di proroga), né è stato nominato con decreto ministeriale. Ha avuto semplicemente un
incarico dirigenziale della durata di tre mesi a partire dal 1°
giugno 2004 per ragioni di necessità e urgenza. Nessuno ha
avuto da ridire su quell’incarico
provvisorio. Però, quando le ragioni di necessità e di urgenza
durano dieci anni, anzi undici
con la proroga in corso, allora
quelle ragioni non sono più cre-
Euro
La retribuzione annua
lorda percepita
dal direttore facente
funzioni
Marcello Maranella
44
I comuni
che rientrano nel Parco
del Gran Sasso e Monti
della Laga: fanno capo
a tre regioni e cinque
province
dibili». Maranella è amareggiaitiche ma si difende:
to per le critiche,
«Le proroghe sono legittime e i
miei diritti non me li tocca nessuno — si sfoga con il Corriere il
direttore dell’Ente Parco —, lavoro tutti i santi giorni in silenzio e portando a casa con il personale i risultati, ben dieci milioni di euro di progetti europei
per la biodiversità che hanno
consentito di sopperire alla riduzione dei trasferimenti statali. Qui l’unico danneggiato sono
io». Danneggiato perché? «Non
ho alcun beneficio dalle proroghe e non sono io a volerle, il
problema è che si vogliono
mettere in discussione anche le
cose virtuose». Ma il paradosso
resta. E c’è una legge che impone di pescare dall’albo. «Stiamo
parlando di un elenco ormai superato, la maggior parte dei direttori delle aree protette italiane è stata selezionata con una
procedura analoga e la metà va
avanti con le proroghe. È la legge semmai che va cambiata.
Sbaglia chi contesta che il mio
nome non è presente nell’albo,
quell’elenco lo ripeto non è aggiornato. Ora, per esempio, io
ho tutte le idoneità».
Nicola Catenaro
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Maltempo
Temporali al Nord:
a Padova crolla
un albero secolare
L’ente
Istituito nel 1991, il Parco
Nazionale del Gran Sasso e
Monti della Laga è una delle
riserve naturali più importanti
d’Italia e, con 141.341 ettari di
territorio, la terza per
grandezza. Si estende per tre
regioni (Abruzzo, Lazio e
Marche), cinque province
(L’Aquila, Teramo, Pescara, Rieti
ed Ascoli Piceno) e 44 comuni.
Ospita, tra gli altri animali, il
lupo appenninico, l’orso
marsicano e l’aquila reale
Temporali, trombe d’aria, bombe
d’acqua: ieri il maltempo è
tornato a colpire l’Italia, in
particolare al Nord, dove ci sono
stati danni, con alberi abbattuti,
strade e cantine allagate dal
Piemonte al Veneto.
Particolarmente colpite Pavia, con
200 piante sradicate, e Padova,
dove la pioggia ha causato alcuni
blackout, e ha fatto crollare un
tiglio secolare in Piazza Castello
(nella foto di Pietro Bellini). Il
cattivo tempo continuerà anche
nei prossimi giorni: sono previste
precipitazioni soprattutto sulle
regioni settentrionali e sulla
Toscana. E un calo delle
temperature è in arrivo anche al
Sud.
e vediamo così tante che la
vicenda del dirigente di un
Ente parco prorogato 28 volte
potrebbe anche lasciarci
indifferenti. Se non fosse per quello
che sottintende. Una cosa del
genere è possibile soltanto in
presenza di un disinteresse
assoluto della politica nazionale e
locale nonché degli apparati
amministrativi nazionali e locali.
Tanto ostinato menefreghismo nei
confronti della gestione di una
struttura pubblica che avrebbe il
compito di tutelare uno dei beni
più preziosi del nostro
meraviglioso e fragile Paese,
ovvero l’ambiente, si spiega con il
fatto che ormai da anni gli enti
parco servono a tutto tranne che ai
parchi. Soddisfare piccole clientele
locali, garantire lo strapuntino a
qualche ex politico, talvolta
ricompensare con una poltrona
non troppo impegnativa qualche
fedelissimo: ecco le loro funzioni
spesso prevalenti. Così a destra,
come a sinistra. Ricordiamo le
polemiche sollevate dalla sinistra
contro la destra che nel 2009 (il
dirigente di cui sopra era forse
soltanto alla sua quattordicesima
proroga) aveva nominato il
commissario, attuale presidente,
del parco nazionale Gran Sasso e
Monti della Laga: Arturo
Diaconale, giornalista, del quale è
noto l’impegno nell’agone politico
più che in quello ambientale.
Dirige «L’Opinione delle libertà»,
quotidiano pronipote del glorioso
organo del vecchio Pli, edito ora da
una cooperativa (Amici de
l’Opinione) della quale il direttore
del giornale è anche
amministratore unico. Cooperativa
che ha diritto ai contributi pubblici
per l’editoria previsti dalle leggi sul
finanziamento alla stampa
politica: nel 2012 ha incassato 952
mila euro. Oggi il giornale è
l’organo del Movimento delle
libertà fondato dall’ex deputato di
Forza Italia Massimo Romagnoli.
E lo stesso Diaconale, leggiamo sul
sito del partito di Silvio Berlusconi,
è stato incaricato dall’ex Cavaliere
in persona di organizzare
all’interno dei Club Forza Silvio la
lotta alla malagiustizia. Che cosa
c’entri con la gestione di un parco
nazionale e soprattutto come quel
parco sia stato gestito, sarebbero
due domande più che legittime. Ma
una terza ci tormenta ancora di
più. Come mai non riusciamo a
trovare un altro Paese nel quale il
direttore di un giornale politico
finanziato dallo Stato sia
presidente di un ente statale?
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La querelle sul degrado di Roma
Rifiuti, lite tra Vespa e Marino. E Fuksas fotografa i cassonetti
di PAOLO CONTI
L
a foto mostra tre cassonetti per la
raccolta differenziata strapieni.
Accanto, un immenso cumulo di
immondizia indifferenziata. Lo scatto
porta la firma dell’architetto e urbanista Massimiliano Fuksas: «Via Ostiense 50. Vespa ha torto? Senza commento». Ostiense, patria di Ferzan Ozpetek che abita di fronte alla nuova discarica. È solo uno dei tanti frutti
mediatici dell’inedito duello sul degrado di Roma tra Bruno Vespa e il
sindaco di Roma Ignazio Marino. Il
tweet di Vespa («A San Pietroburgo, 5
milioni di abitanti, non ho visto un
solo rifiuto sulla strada. Mi sono vergognato di abitare a Roma») ha fatto il
giro dei social network. La replica del
sindaco Marino, dal palco della Festa
dell’Unità, è stato un invito a rimanersene in Russia: «Ma se qualcuno si
sente di stare così bene in un’altra città, perché non ci resta?». Scarsissimi
applausi, lo testimonia con chiarezza
il video girato alla Festa.
E qui comincia un bel confronto.
Con Marino che sostiene, nel giro di
pochi giorni, la stessa tesi: «Da cinquant’anni nulla è stato fatto per togliere a un monopolista privato la gestione dei rifiuti che era basata su una
grande buca dove veniva buttato di
tutto, dal materasso al frigorifero».
Giorni fa aveva affermato che in «quarant’anni nulla è stato fatto» in materia di rifiuti. Provocando forte irritazione nel Pd (del vicepresidente del
Parlamento europeo David Sassoli,
proprio alla Festa dell’Unità) visto che
in Campidoglio hanno lavorato a lun-
go sindaci come Walter Veltroni e
Francesco Rutelli, titolari di quel
«modello Roma» che incise molto su
una città allora in pieno rilancio.
Marino sollecita uno speciale di
«Porta a Porta»: «Io sono sorpreso che
un osservatore attento come Bruno
Vespa in questi cinquant’anni non si
sia accorto di cosa stava accadendo.
Sarebbe interessante se ci dedicasse
una sua trasmissione di approfondimento». Un invito a nozze per Vespa:
«Ce ne siamo occupati ben due volte
perché la gestione dei rifiuti a Roma è
uno scandalo nazionale. La prima volta il 10 aprile 2013 in campagna elettorale per l’elezione del sindaco di Roma. Facemmo una inchiesta su Malagrotta, ne parlammo con Alemanno e
Marchini, non con Marino che aveva
declinato l’invito a confrontarsi con i
suoi competitori. La seconda volta il
13 gennaio 2014 con due servizi. Anche in questo caso il sindaco si rese
indisponibile all’intervista e ci mandò
una nota che io lessi in studio».
Ma Roma, in questi giorni, è sommersa dai rifiuti. Ieri Pietralata sembrava un remake di «Blade Runner»
in salsa capitolina. In serata Marino
ha invitato a «volare a livelli diversi»
rispetto alla polemica «di un turista in
terra straniera che parla dell’Italia».
Però le foto, la rabbia di migliaia di romani, le proteste sui social network,
le lettere di protesta che raggiungono
i giornali impongono un volo diverso,
e urgente, al Campidoglio. Il tweet di
Vespa è un dettaglio, davvero solo
mediatico. Il dramma collettivo sono
quei cumuli che ammorbano Roma.
Sacchetti La foto dell’architetto e urbanista Massimiliano Fuksas in via Ostiense
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22 Cronache
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
In tribunale
Spagna
Vallanzasca
e il furto
dei boxer:
un complotto
Mancata collisione
all’aeroporto
di Barcellona
Un Boeing 767 della russa Utair si avvicina a una delle due piste
dell’aeroporto di Barcellona. Metro dopo metro scende verso terra. Fino
a quando, all’improvviso, un Airbus A340 della Aerolineas Argentinas
invade e attraversa lo stesso pezzo d’asfalto su cui sta per atterrare: il
Boeing, che ormai è a 60 metri (e 20 secondi) dal suolo è costretto a
riprendere quota. La mancata collisione è stata documentata da un
video girato sabato. La visibilità ottima e l’abilità del pilota russo hanno
evitato il peggio. È stata aperta un’inchiesta. «Ma non c’è stato
pericolo», ha detto l’Ente per l’aviazione civile spagnolo. Nessun
pericolo immediato. Ma una situazione critica sì: un aereo autorizzato
ad atterrare conta su una pista libera. Qualcosa non ha funzionato nella
comunicazione tra i piloti dell’A340 e la torre di controllo: i primi
devono sempre aspettare il via libera dei secondi per poter attraversare
una pista. Ma, come sottolineano dagli stessi piloti, con l’aumento del
traffico sono aumentati i fraintendimenti. E le incursioni in pista.
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Trasporti L’allarme dell’intelligence su possibili azioni con esplosivi nascosti nelle batterie e invisibili ai rilevatori
Il tuo telefonino resta spento?
Non puoi volare negli Usa
Controlli più severi su cellulari, tablet e computer
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — Cellulari accesi e ben in vista, tablet, pc e
ogni altro apparecchio elettronico pronti a funzionare su richiesta, perché se le batterie sono scariche sarà vietato portarseli a bordo e resteranno a terra:
Al Qaeda minaccia attentati con
nuovi esplosivi che sfuggono ai
rilevatori e le autorità americane rispondono alzando sempre
più il livello dei controlli, con
riflessi in tutti gli aeroporti del
mondo mentre milioni di turisti prendono la via delle vacanze.
L’ultimo allarme arriva domenica al termine di una settimana in cui l’allerta per il rischio attentati era già scattata
un paio di volte ed ha a che fare
con i movimenti della rete creata da Osama Bin Laden. Ossessionato dall’idea di far cadere in
nome della jiahad islamica un
aereo, possibilmente americano, l’artificiere di Al Qaeda
Ibrahim al Asiri dopo averci
provato a lungo secondo noti-
zie di intelligence (delle quali
però non c’è prova) sarebbe
riuscito a realizzare un tipo di
esplosivo che i controlli di routine negli aeroporti non sono in
grado di individuare. Una sostanza da nascondere non solo
nelle scarpe o nei cosmetici, già
nella lista nera delle autorità
aeroportuali, ma anche nei più
diffusi modelli di telefoni cellulari al posto delle batterie che,
essendo sigillate al loro interno, non possono essere sottoposte alle verifiche dirette. Per
questo motivo verrà chiesto ai
viaggiatori in partenza di accendere i telefonini al momento dei controlli prima dell’imbarco e per la stessa ragione bisognerà far partire ogni altro
apparecchio elettronico in modo da dimostrare che le batterie
sono vere e non sono delle
bombe. «Gli apparati che non si
accendono non potranno essere portati sull’aereo e i possessori dovranno essere sottoposti
ad ulteriori verifiche», impone
l’ultima severa prescrizione
della Tsa, l’agenzia americana
per la sicurezza dei trasporti
per i voli diretti negli Stati Uniti
in partenza da qualunque scalo
mondiale.
Dato che la Tsa non può eseguire le verifiche all’estero,
queste nuove misure dovranno
essere applicate dalle autorità
locali nei 250 aeroporti di tutto
il mondo dai quali partono voli
diretti e senza scalo per gli Usa.
Tutto questo si tradurrà in un
aumento delle attese ai varchi,
già appesantiti in questo perio-
Nuove regole
Le direttive delle
autorità statunitensi
dovranno essere
applicate nei 250
scali dai quali si parte
per gli Stati Uniti
do dai viaggi delle vacanze estive. «Lavoreremo per assicurare
che questi passi necessari creino meno fastidi possibili ai
viaggiatori», dichiara Jeh Johnson, il segretario americano alla
sicurezza interna il quale spiega
che ci saranno anche ulteriori
«controlli non visibili» di cui,
però, non dice nulla «per non
fornire informazioni a coloro
che ci vogliono colpire» dato
che «il nostro compito — dice
— è di anticipare il prossimo
attacco, non di reagire all’ultimo».
Da una base nello Yemen,
Ibrahim al Asiri si sarebbe di recente spostato in Siria per unirsi ai miliziani che combattono il
regime di Assad. Il 32enne terrorista nato a Riad ha una predilezione per i kamikaze, tanto
che nell’estate 2009 per uccide-
La scheda
Stop ai dispositivi spenti
sugli aerei diretti negli Usa
Niente telefoni, tablet e altri
apparecchi elettronici scarichi sugli
aerei in volo per l’America. Al
Qaeda, infatti, secondo le autorità di
Washington minaccia attentati con
esplosivi che sfuggono alle
rilevazioni. Per questo saranno
rafforzati i controlli
1
L’allarme di nuovi attentati
con kamikaze occidentali
I servizi di sicurezza statunitensi
temono possibili nuovi attentati da
parte di Al Qaeda. Secondo le
informazioni raccolte dagli 007 i
terroristi starebbero reclutando
attentatori tra gli occidentali che
hanno lasciato il loro Paese per
andare a combattere in Siria
2
MILANO — Il corpo del reato
è fuori taglia ma soprattutto è
sparito. Non c’è traccia dei
boxer, peraltro di una misura
ben più larga rispetto al suo
magro fisico, che Renato
Vallanzasca (nella foto ieri in
tribunale) avrebbe rubato dal
supermercato Esselunga di
viale Umbria, a Milano. Boxer
che forse andavano sequestrati
e che rischiano di far perdere
al bandito l’agognata libertà
condizionale in discussione a
dicembre. Ieri Vallanzasca, 64
anni lo scorso maggio, è
comparso davanti ai giudici
per l’accusa di furto, il 13
giugno, dei suddetti boxer e di
un paio di cesoie e di una
scatola di concime, prodotti
che gli sarebbero stati messi «a
tradimento» nella borsa della
spesa da un giovane
sconosciuto, il quale l’aveva
notato, s’era spacciato per
amico della sua ex moglie e
s’era offerto di portargli la
stessa borsa salvo scappare
una volta arrivati alla cassa
re l’allora ministro degli Interni
saudita, il principe Nayef, non
si fece scrupolo di utilizzare suo
fratello Abdallah nascondendogli una microbomba nelle
parti intime. L’attentato non
riuscì e Abdallah rimase ucciso.
Sempre Asiri sarebbe stato la
mente a guidare, a Natale dello
stesso anno, Umar Faruk Abdulmutallab facendolo salire su
un volo per Detroit con un ordigno, anche quella volta nelle
mutande, che però non riuscì
ad innescare perché fu immobilizzato da alcuni passeggeri.
Altri attentati furono programmati riempiendo di esplosivo le
cartucce delle stampanti e c’è
anche chi dice che con Asiri,
uno dei terroristi più ricercati al
mondo, Al Qaeda stia addirittura studiando come impiantare le bombe nel corpo dei kamikaze. I servizi segreti americani hanno raccolto informazioni secondo le quali i jihadisti
stanno reclutando attentatori
suicidi tra gli occidentali che
hanno lasciato il proprio Paese
per andare a combattere con
l’Isis in Siria. Tra loro ci sono
anche americani ancora in possesso del loro passaporto che
tornando in patria desterebbero meno sospetti e potrebbero
superare più facilmente i controlli di sicurezza con addosso
una bomba.
accampando un incidente in
macchina della sorella...
L’addetto alla vigilanza aveva
fermato il bandito
raccontando d’averlo visto
arraffare i prodotti e aveva
chiamato i carabinieri. Una
versione fasulla, secondo
Vallanzasca, che difeso
dall’avvocato Debora Piazza si
domanda chi mai voglia
incastrarlo. Uno del vecchio
giro? Ci sarebbe un modo
semplice per vedere cos’è
successo: i filmati del circuito
di sorveglianza interna.
Peccato che, allo stato, i filmati
non ci sono. E peccato anche,
così ha sostenuto l’avvocato,
che in aula un fondamentale
teste come il direttore
dell’Esselunga di viale Umbria
non s’è presentato. L’udienza è
stata aggiornata: anche i
giudici, dice il legale, vogliono
vederci meglio e chiaro.
Giuseppe Guastella
Andrea Galli
[email protected]
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Cronache 23
italia: 51575551575557
Cinquant’anni dopo Dalla base sottomarina «Aquarius» ha condotto osservazioni sulla flora e la fauna comunicando con i social network
La dinastia
Insieme Fabien con il nonno
Jacques Cousteau (1910–1997),
esploratore, oceanografo
e regista francese, nel 1970
All’oblò Fabien Cousteau, 46 anni, guarda dall’oblò del laboratorio Aquarius, venti metri sotto il mare della Florida (Reuters/Mission Blue)
Trentun giorni vissuti sott’acqua
Fabien Cousteau supera il nonno
Il record in Florida del nipote del grande oceanografo francese
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — Manca il berrettino di
lana rosso, che Jacques Cousteau indossava in omaggio ai detenuti di
Tolone (i primi a sperimentare i suoi
scafandri, prima della guerra), e che
Bill Murray porta con fierezza nel
film «Le avventure acquatiche di Steve Zissou», parodia-omaggio di Wes
Anderson. Per il resto, Fabien Cousteau ha accolto l’eredità del nonno,
e la rilancia con la «Mission 31»: 31
giorni passati 19 metri sott’acqua, in
Florida, a bordo della base sottomarina «Aquarius», per celebrare i 50
anni della precedente avventura di
Jacques Cousteau.
Nel 1964 il fondatore della dinastia di esploratori marini guidò una
spedizione di 30 giorni nelle profondità del Mar Rosso, in Sudan, a bordo
del «Conshelf II», con lo stesso obiettivo: condurre esperimenti, studiare
fauna e flora degli abissi, e soprattutto sensibilizzare l’opinione pubblica
mondiale sul bisogno di conoscere e
quindi preservare il mare. In realtà
pare che Jacques Cousteau non abbia
passato neanche un giorno sott’acqua, limitandosi a dirigere le operazioni a bordo della sua mitica nave
«Calypso» ormeggiata vicino.
Ma la leggenda Cousteau è rimasta
e Fabien, 46 anni, è determinato a
farla rivivere. «L’obiettivo della mia
missione era raggiungere simbolicamente 331 milioni di persone in tutto il mondo — ha detto mercoledì
scorso, appena tornato in superficie
—, e credo di averlo largamente superato. Ho potuto usare mezzi come
Skype o Youtube che mio nonno po-
La famiglia
L’impresa del figlio
di Jean-Michel,
l’erede che il vecchio
esploratore portò
in tribunale
La missionee
Camera
da letto
Cucina
teva solo sognare, quando è morto
nel 1997».
Assieme agli svizzeri Piccard (dal
mare allo spazio al cielo, l’ultima
prodezza è l’aereo a energia solare
Solar Impulse 2), i francesi Cousteau
hanno trasportato nella realtà il sogno ottocentesco, tra Jules Verne e Illuminismo, del progresso legato al-
Laboratorio
Il precedente Jacques Cousteau
entra in una casa «sottomarina».
Nel 1964 guidò la missione di 30
giorni dalla sua nave «Calypso»
Boccaporto
Cape Coral
Coral Springs
19 metri
sotto il livello
del mare
13 metri
Lunghezza
del laboratorio
FLORIDA
Miami
Aquarius
È un laboratorio
sottomarino della Florida
International University
Key Largo
Fabien Cousteau, Mark Hulsbeck
e Ryan LaPete hanno svolto ricerche
per capire gli effetti dei cambiamenti
climatici sull’ecosistema marino
Key West
Aquarius
Fonte: Aquarius Reef Base, Florida International University
l’esplorazione. Con un tono tra l’entusiasta e il dolente, tra Tin Tin e catastrofismo, Jacques Cousteau ha
riempito le domeniche pomeriggio
di tanti bambini degli anni Settanta
con i viaggi della sua Calypso, tra
squali — in fondo buoni anche loro,
come tutta la natura — e i pericoli
dell’inquinamento prodotto dagli
uomini (cattivi, tranne lui). Prima
che Greenpeace prendesse in mano
la comunicazione globale sulla tutela
dell’ambiente, con metodi più determinati e spettacolari come l’assalto
dei gommoni alle baleniere, il berretto rosso di nonno Cousteau ha
solcato i mari in difesa della barriera
corallina e di altre cause destinate all’approvazione unanime, vincendo
Palma d’oro a Cannes e Oscar per il
documentario «Il mondo del silenzio» girato con Louis Malle.
La biografia non autorizzata di
Bernard Violet e il libro del figlio
Jean-Michel Cousteau hanno poi
gettato un po’ di ombra sulla figura
troppo luminosa del fondatore. Che
non sarebbe stato un resistente ma
piuttosto un collaborazionista di Vichy. Che avrebbe scritto parole ignobili contro gli ebrei che affollavano
Marsiglia nella speranza di sfuggire ai
nazisti e ai loro solerti aiutanti francesi. Che si sarebbe
vantato di avere
creato il sistema
aqualung (la bombola di ossigeno per
respirare sott’acqua) e lo Scuba
(Self Contained Underwater Breathing
Apparatus) quando
il merito andava
piuttosto all’ingegnere Émile Gagnan. Infine, Jacques Cousteau avrebbe preferito per
sempre l’altro figlio, Philippe, falciato dall’elica dell’idrovolante durante
una spedizione a Lisbona.
Jacques e Jean-Michel si sono
amati e dilaniati: il primo ha fatto
causa al secondo che aveva osato
aprire un parco di divertimenti Cousteau alle isole Fiji e un albergo alle
Hawaii, e poi ha scaricato su di lui
tutta la colpa per il clamoroso insuccesso del parco marino — senza una
goccia d’acqua — costruito sotto Les
Halles, a Parigi, negli anni Novanta,
con queste parole: «Non è il fallimento del parco, ma di mio figlio.
Non è perché un ragazzino nasce dal
tuo seme che ha le qualità per prendere il tuo posto».
Dopo splendori e orrori, la saga
della famiglia Cousteau torna adesso
grazie a Fabien, figlio di Jean-Michel,
che ha imparato la grande lezione divulgativa del nonno: «Finora è stato
esplorato neanche il 5 per cento del
mondo oceanico, ci sono ancora tante cose da scoprire». L’avventura riparte, (forse) senza Edipo.
D’ARCO
Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori
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Sulle Alpi La richiesta degli inserzionisti per Calsazio, versante piemontese del Gran Paradiso, è di 245 mila euro
IL BORGO IN VENDITA SU EBAY PER SALVARE LA MONTAGNA
di FRANCO BREVINI
L
assù gli ultimi. Il processo
di spopolamento delle valli
sta svuotando stagione dopo stagione i villaggi più remoti
delle Alpi e degli Appennini.
Che ora vengono addirittura
messi in vendita su eBay. È accaduto a Calsazio, nella splendida
Val Locana, scavata nel cuore del
versante piemontese del Gran
Paradiso: 14 case di legno e pietra al prezzo di un appartamento di città, 245 mila euro.
Perché a essere messa in vendita è una minuscola frazione a
monte di Sparone? Perché il
Gran Paradiso ha due facce:
quella valdostana e quella piemontese. La prima ha potuto
beneficiare di un flusso di investimenti assicurati dalla Valle
d’Aosta. Costruire e rinnovare
case e alberghi con i sostegni
della regione autonoma è più
facile. Dall’altra parte delle creste vale tutt’altro discorso. Chi
ha fatto interventi, li ha fatti totalmente a proprie spese. Ma c’è
una seconda ragione. L’unico
quattromila interamente in territorio italiano si è mostrato più
avaro di scenografici paesaggi
proprio sul lato meridionale. Invece delle belle praterie di Co-
Il rischio
Se i monti si spopolano
il problema è di tutti:
chi resta in alto custodisce
il territorio anche
per chi sta in basso
gne e dei boschi di Rhêmes e di
Valsavarenche, sul lato piemontese si incontrano ripidi valloni
rocciosi, che sono diventati negli ultimi decenni il paradiso
degli arrampicatori, ma che,
proprio perché lunghi e incassati, respingono il turista. L’unica eccezione è Ceresole, con il
suo bel lago. Ma anche la perla
della Val Locana stenta a decollare, nonostante il fittissimo turismo domenicale proveniente
da Torino, che però sul territorio lascia solo le briciole. Ed è un
peccato, perché chi avesse la voglia di avventurarsi nell’alto Vallone di Piantonetto, che si dirama solo una decina di chilometri a monte di Calsazio, troverebbe straordinari ambienti di
alta quota, con ripidi ghiacciai e
vertiginosi scivoli di granito.
La Val Locana è un po’ la Cenerentola della montagna piemontese, che ha puntato sulle
più lucrose destinazioni della
Valle di Susa. Vi hanno contribuito le favorevoli pendenze per
lo sci, sostanzialmente non praticabile tra le dirupate cime del
Gran Paradiso. Hanno ragione
gli inserzionisti a sostenere che
il borgo di Calsazio si presterebbe ottimamente a un turismo
dolce, fondato su attività rispettose dell’ambiente. Ma una rondine non fa primavera e, a dispetto di tutta la buona volontà
del magnanimo investitore, una
destinazione turistica deve vivere all’interno di un sistema,
che qui è ancora di là da venire.
Il rude Piemonte alpino non è
la prima volta che approda alle
cronache per l’ostilità e la du-
All’asta Il borgo di Calsazio (Torino), ai piedi del Gran Paradiso
rezza dei suoi paesaggi. Nel
2006 a Viganella, in Valle Antrona, sopra Domodossola, gli abitanti installarono un gigantesco
specchio, per riflettere il sole,
che qui spariva da novembre a
febbraio.
Nonostante le generose speranze di chi ha a cuore la conservazione della montagna, il modello agro-silvo-pastorale non
possiede, almeno per ora, molto
appeal per il turista, che anche
fra le vette ricerca servizi e divertimento. Per le località che
non ce la fanno, il destino dell’abbandono è purtroppo segnato. Ma cosa significa non
avere più gente che viva in
montagna e ne presidi il territorio? Le cronache di piene e dissesti idrogeologici parlano chiaro. Chi resta in alto custodisce il
territorio anche per chi sta in
basso. Una seria politica della
montagna non dovrebbe scordare questa elementare verità.
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24 Cronache
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Una fotografa
un’immagine
L’inchiesta
Le contadine
cinesi
con l’aratro
Quasi un incidente
diplomatico. Contadine
arano il campo (a
sinistra) è uno scatto non
previsto di Monica Silva
durante un reportage per
l’ente del turismo cinese.
A Shangri-La (Yunnan) di
fronte al paesaggio
popolato da lavoratrici,
ha fatto fermare l’auto. E
ha scattato, suscitando le
proteste dei funzionari.
«Mi ha colpito una Cina,
diversa da quella
pubblicizzata, basata
sull’agricoltura praticata
da contadine “semi”
schiave. Nei campi sotto
il sole vedi piccole donne
portare travi pesanti per
la costruzione delle case,
a raccogliere il grano o
ad arare i campi
trainando grandi bestie
come lo Yak. Gli uomini,
giovani per lo più, fanno
la supervisione».
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I personaggi e le
questioni aperte
per leggere la
mappa del
nuovo potere
femminile in
Italia. Il nostro
viaggio nel
presente (e nel
futuro) continua
con una indagine
per capire
esattamente la
situazione delle
retribuzioni
femminili. Con
una sorpresa:
negli altri Paesi
a volte il «gap»
è maggiore
Donne, in Italia il lavoro paga di più
Ma la differenza con gli uomini aumenterà
Gli stipendi in media sono inferiori del 6%: la difficile strada verso la parità
di CORINNA DE CESARE
e RITA QUERZÉ
I numeri
Lo sciopero delle sottane. Era il 1968 della
Primavera di Praga e delle occupazioni studentesche, I Beatles cantavano Lady Madonna
e in un piccolo laboratorio di Dagenham, contea di Essex a est di Londra, un gruppo di 187
operaie della Ford scioperava per avere lo
stesso trattamento salariale dei 55 mila colleghi uomini. «Lo sciopero delle sottane» fu il
sarcastico titolo del Mirror. Il ministro del Lavoro Barbara Castle incontrò le ragazze di Dagenham e due anni dopo fece approvare in
Gran Bretagna l’Equal pay act.
Il divario all’estero
Sono passati più di 40 anni da allora, le ragazze della Ford hanno ispirato un film di successo («We want sex»), la parità retributiva è
sancita da innumerevoli trattati ma il divario
salariale uomo donna continua a essere d’attualità. La Commissione europea, per la seconda volta consecutiva, ha fatto cadere nel
2014 la Giornata per la parità retributiva nell’ultimo giorno di febbraio «perché è come se
le donne lavorassero gratis per i primi due
mesi dell’anno». Da quando, nel 2011, è stata
inaugurata la Giornata per la parità, il divario
salariale in Europa è passato dal 17,5% al
16,4%. «Ma il lieve miglioramento degli ultimi
4 anni — hanno subito precisato da Bruxelles
— è in buona parte attribuibile alla crisi economica e ai suoi effetti su settori occupazionali tipicamente maschili più che a un aumento dei salari delle donne».
Non va meglio fuori dall’Europa: «Le donne sono quasi la metà della forza lavoro — ha
scritto l’Institute for women’s policy research
di Washington — quattro volte su dieci sono
capofamiglia, sono più istruite degli uomini
eppure continuano a guadagnare meno».
L’istituto di ricerca ha anche analizzato quanto sia diminuito il divario negli ultimi decenni
giungendo alla conclusione che se «le cose
continuassero ad andare allo stesso ritmo degli ultimi 50 anni, giungeremmo alla parità
nel 2058».
Nella Gran Bretagna di «We want sex» il divario è ancora al 19,1%, nella Germania della
cancelliera Angela Merkel arriva addirittura al
22,4%, in Francia siamo al 14,8%. Negli Stati
Uniti, nonostante gli annunci del presidente
Barack Obama, un impiegato uomo guadagna
in media 88.600 dollari all’anno, contro i
78.400 delle donne, il 13% in meno. Tanto che
il Washington Post ha pubblicato un approfondimento sul tema titolando: «Le politiche
sul divario retributivo restano intrappolate alla Casa Bianca».
La situazione in Italia
E in nel nostro Paese? Con sorpresa, secondo i dati pubblicati dalla Commissione europea, il divario salariale uomo donna è da noi
Il film
Qui sopra, una scena
di «We want sex», la
pellicola girata nel
2010 dal regista
Nigel Cole ispirata
allo «sciopero delle
sottane», effettuato
nel 1968 dalle 187
operaie della Ford di
Dagenham per
ottenere lo stesso
trattamento salariale
dei restanti 55 mila
colleghi uomini
Il divario
Da quando, nel
2011, è stata
inaugurata la
Giornata europea per
la parità, il divario
salariale fra uomini e
donne in Europa è
passato dal 17,5% al
16,4
Il confronto
Nella Gran Bretagna
di «We want sex» il
divario è ancora del
19,1% a favore degli
uomini, nella
Germania della
cancelliera Merkel
arriva addirittura al
22,4%, in Francia si
ferma al 14,8.
Le criticità
In Italia il divario
salariale è del 6,7%.
Ma dal campione,
avvertono gli esperti,
restano escluse
molte lavoratrici con
il livello di istruzione
e di retribuzione più
basso
fermo al 6,7%. Eppure c’è poco da festeggiare:
basta infatti confrontarsi con qualsiasi esperto di gender economy per capire che su questi
numeri qualcosa non torna. «Sono basati su
medie che non tengono conto del basso tasso
di occupazione femminile fermo da noi al 46%
— spiega Roberta Zizza, economista della
Banca d’Italia, che al gender pay gap ha dedicato un lavoro nel 2013 —. Il campione delle
donne che lavorano, per le quali quindi si osservano i salari, è selezionato positivamente:
comprende in misura relativamente maggiore
donne laureate ed esclude quelle che, sulla
base delle loro caratteristiche, avrebbero prospettive di remunerazione più basse». Non
solo: analizzando il dato che gli esperti definiscono «grezzo», si scopre che il divario retributivo in Italia, anziché diminuire, con il passare degli anni aumenta. Nelle tabelle Eurostat era al 4,9% nel 2008, poi salito nel 2009
(5,5%) e negli anni successivi fino ad arrivare
al 6,7% del 2014.
Il rischio che la situazione peggiori
L’analisi di Roberta Zizza è in linea con i lavori di due ricercatrici di origine italiana che
lavorano all’estero, Barbara Petrongolo (London School of economics) e Claudia Olivetti
(Boston University). Sulla stessa lunghezza
d’onda anche Daniela Del Boca, economista
dell’Università di Torino. « È vero, quando si
fa un confronto tra le retribuzioni di un uomo
e di una donna nello stesso settore, a parità di
qualifica e di servizio, si scopre che il gap si
aggira intorno al 6%. Che è sempre troppo, intendiamoci. Ma il punto è che queste percentuali calzano se si parla del lavoro in grandi
aziende e a livelli professionali medio alti. Se
si inglobassero anche le professionalità più
basse, la nostra situazione non sarebbe diversa da quella degli altri Paesi europei».
Per affiancare alla raffinatezza di analisi degli studi accademici, l’informazione grezza
Cosa fare
Convincere le ragazze a non
scartare a priori gli studi e i settori
meglio retribuiti: ecco la «mossa»
per aiutare il cambiamento
che arriva dalle buste paga, si può dare un’occhiata ai dati raccolti da Od&M consulting,
società che fa capo a Gi Group, sugli stipendi
di poco meno di 400 mila lavoratori dal 2009 a
oggi. Si scoprirà che in effetti la differenza di
stipendio è maggiore negli inquadramenti
medi e bassi. Tra gli impiegati raggiunge il
15%, in ambito operaio si ferma al 10%. Mentre dirigenti e quadri si attestano rispettivamente al 9,3 e 5,9%.
«Il punto è anche che negli anni della crisi
Il caso
Un «taglio» per aiutare le colleghe
La nuova vertenza simbolo
Negli Anni 60 la vertenza-simbolo per le donne a caccia di parità di stipendio è
stata quella delle operaie alla catena di montaggio della Ford di Dagenham,
vicino a Londra. Ma oggi questo modello di produzione è sempre meno diffuso.
Il lavoro è parcellizzato, flessibile. Una vertenza simbolo nel nostro Paese in
materia di rivendicazioni sulla parità retributiva può essere quella delle 275
ragazze delle erboristerie Isola verde. Tutte inquadrate con contratti di
associazione in partecipazione. Per capirci: con questo contratto non si ha diritto
a ferie, contributi, maternità, liquidazione. A conti fatti questo comporta una
drastica riduzione dello stipendio (oltre al taglio delle tutele normative).
Attraverso un accordo firmato dall’azienda, che ha sede a Pisa, con Cgil, Cisl e
Uil, si è arrivati l’anno scorso alla assunzione in massa delle quasi 300 commesse
distribuite in 175 negozi. La vicenda è già di per sé unica (non esistono altri casi
di queste dimensioni per quanto riguarda la conversione di contratti di
associazione in partecipazione in tempi indeterminati). Ma diventa ancora più
straordinaria se si considera che, per permettere l’ingresso in pianta stabile delle
275 ragazze, i dipendenti già in carico a tempo indeterminato hanno accettato
un contratto di solidarietà espansivo. In sostanza hanno detto sì a un taglio degli
stipendi del 5% per 24 mesi pur di consentire l’assunzione delle colleghe. Il
problema è che il via libero del ministero del Lavoro al contratto di solidarietà
non è per nulla scontato. Sindacati e azienda attendono a breve una risposta.
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il divario tra gli stipendi di uomini e donne
non è affatto diminuito», fa notare Simonetta
Cavasin, direttore generale di Od&M.
L’impatto del «fattore F»
Quali sono gli ostacoli da rimuovere per
avere una reale parità retributiva? E come
contrastare una tendenza che potrebbe addirittura far crescere il divario nei prossimi anni? Su un punto gli economisti sono d’accordo
con i direttori del personale: bisogna convincere le ragazze a non scartare a priori — come
avviene spesso oggi — gli studi e i settori meglio retribuiti. Abbiamo troppe insegnanti e
poche ingegnere. Troppe addette al personale
e poche commerciali.
Questa realtà è frutto di forme di autocensura che cominciano sui banchi di scuola. Secondo l’ultimo rapporto Almalaurea il gender
pay gap si palesa subito dopo la discussione
della tesi: in Italia a un anno dal titolo gli uomini guadagnano in media il 32% in più delle loro colleghe (1.194 euro contro 906 in termini nominale). Il consorzio ha analizzato i
dati dei laureati magistrali del 2008 e ha scoperto che a cinque anni dalla laurea, il divario
aumenta al 31% (1.587 contro 1.211 euro).
Su questa realtà pesa anche un’altra questione, meno dibattuta. Le donne sono più disponibili degli uomini ai contratti flessibili. Il
problema è che i contratti flessibili mediamente sono ancora meno retribuiti. E garantiscono un flusso di entrate più incerto.
«La situazione è esattamente quella appena
descritta — constata anche Paolo Iacci, dell’Associazione italiana direttori del personale
—. Attenzione, però: pensare di compensare il
gap riportando le donne su posti di lavoro più
stabili sarebbe irrealistico. Per come sta andando il mercato del lavoro, è molto più probabile che la flessibilità aumenti anche per gli
uomini, come già avviene nei Paesi del Nord
Europa». Insomma, fatta eccezione per poche
professionalità con forte potere contrattuale,
è più facile che siano gli uomini (seppure controvoglia) ad allinearsi alla flessibilità delle
donne. Certo l’attuale disparità di trattamento, porterà con sé un ulteriore sperequazione
in prospettiva, in materia di pensioni.
Per finire, un po’ di responsabilità in tutta
questa situazione è anche in capo alle donne.
Meno capaci di farsi avanti con il capo del personale per chiedere l’aumento. «Per carità,
tutto vero — osserva Simona Cuomo, dell’osservatorio sul Diversity management della
Sda Bocconi di Milano —. Però va detto che le
donne in materia di stipendi sembrano condannate all’inadeguatezza. Se non chiediamo
l’aumento siamo considerate poco determinate e consapevoli. Se lo chiediamo l’assertività viene scambiata per arroganza». Troppo
timide o troppo arroganti. Visto che tocca scegliere, non sarà forse meglio la seconda possibilità?
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Cronache 25
italia: 51575551575557
Le sfilate Al via le collezioni più preziose. La modernità che esplora il passato: l’ossessione di Raf Simons
Accessori
L’arte del collages era fra le
tante passioni di Roger Vivier
che aveva l’abitudine di
incorniciare i suoi come
quadri. Oggi, per l’edizione
limitata «Rendez Vous» Bruno
Frisoni tesse un dialogo
immaginario fra quei lavori di
Vivier e i découpages di Henri
Matisse. Lusso, freschezza e
spontaneità. Lo stilista
richiama la borsa icona Miss
Viv’, pura architettura
modernista, e facendo
proprio il prezioso savoir faire
degli atelier parigini, ne trae
nuove interpretazioni che si
incarnano in una envelope
(busta) bag longilinea o in
una grande shopper.
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Marni Evening
L’anima
sportiva
della couture
A margine del calendario
presentazione con applausi
per la collezione a edizione
limitata «Marni Evening»:
quando la sera preziosa
(ricami e sete) sceglie
un’anima sportiva (bomber e
felpe). Freschezze a sorpresa.
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PARIGI ALTA
Collages,
Vivier si ispira
a Matisse
Dior, le regine dello spazio
I nuovi Anni 50 di Versace
DALLA NOSTRA INVIATA
PARIGI — Metti un pomeriggio al museo Rodin, a due
passi, da Les Invalides, Maria Antonietta, l’ultima regina,
e Valentina Vladimirovna Tereškova, la prima astronauta, ed ecco gli opposti del nuovo vocabolario Dior: crinoline e tute spaziali. L’haute couture 2.0 di Raf Simons
parte da lontano, dal XVIII secolo, sorvola sulla storia
della moda (primi Novecento e poi gli anni Cinquanta) e
atterra sul terreno di un futuro prossimo che vuole citare
senza rifare, ricordare senza segnare. Alla ricerca del significato della modernità esplorando il passato: è la
nuova ossessione dello stilista. Il confronto è stato l’esercizio iniziale e, a seguire l’elaborazione. La sala è una
«navicella» di specchi e orchidee (migliaia e migliaia a
rivestire la sala «capsula») attraversata da otto equipaggi
di donne diverse: le regine con i loro abiti panier gonfi di
tulle bianco; le astronaute vestite di tute di seta delicata o
di taffetà e preziosamente ricamate; i cappotti edoardiani
lunghi sino ai piedi anche in cincilla o visone; le elaborazione ad abiti e gonne e giacche dei corsetti più perfetti;
le redingote XVIII ma al femminile e anche nella versione
gilet; gli anni Venti degli abiti, finalmente, liberati dalle
stecche; la tradizione very Dior del taglio Bar, anni Cinquanta, ma rieditato con colli importanti; infine il finale
in plissé tecnici con dettagli «space». E sono le crinoline
e i lunghi cappotti a stupire più di minigonne e tute: che
sia già stato detto tutto prima? Indubbiamente moderna
era comunque Valerie Trierweiler, l’ex compagna del
presidente Hollande, alla sfilata in t-shirt «bring back
our girls» per la liberazione delle ragazze nigeriane rapite da Boko Haram. Microabito d’oro invece per Charlize
Theron mano nella mano con il suo nuovo amore, Sean
Penn.
Celeb come se piovessero a queste sfilate parigini. Si
vede che piace la ville lumière d’estate: «Mi sono preso
una settimana di vacanza per essere qui» racconta entusiasta Jennifer Lopez già in Versace Couture, fotografatissima in prima fila alla sfilata dell’amica Donatella. Le due
andranno poi insieme e defilate a cena a un kebab très
Tre stili
In alto a sinistra
il bianco candido con tocchi
«space» di Dior;
a destra Versace Couture. Qui
accanto le maxi
spalle di Schiaparelli
Maxi spalle e piccoli
vezzi: Zanini convince
con Schiaparelli
chic. La collezione è finalmente più che meritatamente
couture. Un cambiamento radicale in forma e contenuto.
Pulizia nei colori (nero, bianco e blu), maestria nella
scelta dei materiali (duchesse, bouclè, cady, crinoline,
coccodrillo, vernice), tagli impeccabili (originali asimmetrie) e perfetti anni di riferimento (i Cinquanta) regalano agli ospiti una moderna visione del marchio della
medusa. Gli abiti per metà pantalone; i lunghi di taffetà
drappeggiato e serrati da cinte d’oro; le piccole giacche
couture monospalla; gli stivaletti spuntati.
Lavoro molto sofisticato e rispettoso della tradizione
per la prova numero 2 di Marco Zanini alla guida stilistica della maison Schiaparelli. Ancor più della prima volta,
senza dubbio. Ogni riferimento alla creatività della stilista non è certamente casuale: a cominciare dalle spalle
che sono importanti e decise e caratterizzano tutti i capi:
dai boleri, alle giacche, agli abiti. L’occhio cade lì e poi ritrova i cuori e i piccioni e i cani e gli scoiattoli (stampati o
ricamati) che Schiap adorava, come i cappelli bizzarri, le
cinte, le collane. Un guardaroba senza dimenticanze che
gioca su equilibri sottili fra l’eccentricità e l’eleganza
(«l’eccesso controllato di madame», sorride Zanini, soddisfatto): le tute ricamate e le lunghe vesti di velluto di
seta, le gonne e gli abiti al ginocchio e i boleri di pelliccia;
i cappotti vestaglia e gli abiti scivolati. Tra tocchi di fucsia, rosso fra i marroni, gli animalier, gli arancio, i lilla,
l’oro. Stivaletto anche qui, basso e a punta: l’ipermodernità controllata.
Paola Pollo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’evento di Miu Miu
Uma (in super forma) e le altre, festa a sorpresa
DALLA NOSTRA INVIATA
PARIGI — Ricevuti (solo in 150)
al Palais de Iena, storico e maestoso
edificio anni Trenta-Quaranta, ora
sede del Consiglio economico, come a casa: poltroncine di velluto,
atmosfera rilassata, grandi tavoli
rotondi apparecchiati con l’argenteria e i tovaglioli di lino. Cocktail
(champagne), concerto (Josephine
Oniyama), sfilata (crociera estate
2015), cena (gnocchi e vitello tonnato) e concerto (Jack White). Così
la serata targata Miu Miu, l’altra sera a Parigi. Una festa — quasi a sorpresa — per presentare, per la prima volta, con un evento la collezione per la prossima estate, quella
che tecnicamente si chiama appunto «crociera» perché arriva
nelle boutique in dicembre per, in
teoria, i clienti che pensano a mete
«calde» in pieno inverno o comun-
Trio Stacy Martin, Uma Thurman e Maya Hawke alla festa-sfilata di Miu
Miu. A destra un modello della nuova collezione Crociera 2015
que a climi più temperati.
Ma più che un assaggio è un tema completo, un gran bel tour nello spirito anni Sessanta e Settanta.
Un esprit che è forte (i mini abiti
svelti, i gilet, le stampe paisley, i
lunghi foulard annodati ai collo)
ma non soffoca la modernità dei
colori (più accesi e senza esclusione alcuna: dal rosso, al giallo, al
verde, al blu), delle stampe (dilatate e deformate e digitalizzate), delle
forme (più morbide), dei tessuti
(più leggeri) oltreché della democraticità perché quel che sarà il capo cool (c’è da scommetterci) e
cioè un variopinto gilet all’uncinetto è quanto di più self made si
possa fare! Mini, tante, per abiti o
gonne, poi piccole giacchine e cappottini. Qualche pantalone (senza
esagerare, Miuccia Prada, si sa, va
pazza per le sottane). Ai piedi stivali stringati o calzari tutti un lac-
cio.
Applausometro alle stelle dalle
stelle. Difficile radunare un parterre tanto ricco. Al primo giro di chitarra di Jack White (l’ex dei The
White Stripes, tormentone anni
Novanta con Get Behind Me Satan)
si scatenano: Uma Thurman (a meno 15 chili e senza Quentin Tarantino anche se i beninformati dicono che i due siano — finalmente —
una coppia) in sandalo rasoterra e
chiffon nero; e Léa Seydoux in tunica di broccato e Freida Pinto, Isla
Fisher, Alexa Chung, Stacy Martin,
Gemma Arterton, Emily Browning
Sophie, Kennedy Clark, Esther
Garrel, Emmanuelle Seigner, Melanie Bernier, Lola Bessis, Josephine
Oniyama, Dominic Cooper, Douglas Booth, Raphael Personnaz. Al
top per simpatica e semplicità e
originalità Steve McQueen, regista
Oscar con «Dodici anni da schiavo», in bermuda e t-shirt e tanta allegria spontanea.
Pa. Po.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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italia: 51575551575557
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
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italia: 51575551575557
Economia
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La lente
IPO FEDRIGONI,
UNICREDIT
E BNP PARIBAS
IN CABINA DI REGIA
A
Carlo Turchetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Televisioni Sarà una società autonoma aperta ad altri azionisti. Il gruppo di Segrate fornirà contenuti e pubblicità
Telefonica-Mediaset, asse anti Murdoch
Così l’accordo con l’ingresso degli spagnoli all’11% nella piattaforma Premium
Il numero uno di Telefonica,
Cesar Alierta, blinda il mercato spagnolo della pay tv e si fa
avanti, primo di un potenziale
nucleo di soci stranieri, in Mediaset Premium, la piattaforma che Pier Silvio Berlusconi
intende riposizionare sul
mercato internazionale. Lo
stesso vice presidente operativo di Mediaset aveva annunciato domenica in un’intervista al «Corriere» l’ultimo tassello di un più ampio accordo
Prospettive
Entro il 2014 potrebbero
essere cedute altre quote
di Mediaset Premium
raggiunto tra il gruppo italiano e Telefonica: l’ingresso del
big spagnolo delle tlc con
l’11,11%, e un esborso di 100
milioni, nelle attività della tv a
pagamento del Biscione. L’intesa è stata finalizzata nelle ultime tre settimane e firmata
domenica sera, 6 luglio.
A Madrid tengono alla netta
separazione tra le due vicende, ma per Telefonica, primo
azionista di Telecom Italia, si
tratta di un nuovo investimento strategico, sia pure di
entità contenuta , nel nostro
paese. Un asse tv-tlc che Mediaset non è mai riuscita a realizzare in casa. «Con Telecom
Italia avevamo studiato un accordo 14 anni fa, poi ci si è
Un anno a Piazza Affari
Ieri
19
3,619
58
3,358
3,096
96
2,835
35
5
Settembre
Novembre
G
Genn
Ge
Gennaio
e aio
Marzo
2013
messo di mezzo il conflitto
d’interessi, la poca convinzione...» ha riconosciuto nell’intervista Pier Silvio Berlusconi,
sottolineando che «oggi la situazione è completamente
cambiata, l’orizzonte non può
e non deve più essere solo nazionale, lo dimostra la stessa
estensione del gruppo che fa
capo a Rupert Murdoch».
Il contrasto al colosso che
muove in Italia sotto l’insegna
di Sky è certo una delle ragioni
che spinge Mediaset ad aprire
la piattaforma della pay tv a
più operatori internazionali.
Con i francesi di Vivendi e la tv
del Qatar Al Jazeera la «data
room» è aperta da tempo. Entro la fine dell’anno potrebbero essere stretti dunque nuovi
Equo compenso e diritto d’autore
Telefonini, tariffe fino a 4,8 euro
Pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministro della
Cultura che aggiorna l’equo compenso per copia privata, cioè
quel contributo che si applica su tutti i dispositivi con memoria
interna per «risarcire» gli autori per la copia delle loro opere
tutelate dal diritto d’autore. Le nuove tariffe erano state in parte
già rese note dal dicastero il 20 giugno scorso, quando Dario
Franceschini firmò il provvedimento. Si passa dai 90 centesimi
per gli smartphone fissati nel 2009 a tariffe modulari che vanno
da un minimo di 3 euro per dispositivi fino ad 8Gb di potenza ad
un massimo di 4,80 euro oltre i 32 Gb.
accordi e cedute altre quote di
minoranza di Mediaset Premium, valorizzata 900 milioni
e, nel frattempo, non più divisione di Rti (Reti Televisive
italiane) ma una società autonoma, quasi di certo una spa.
Lo scorporò richiederà qualche settimana. Intanto Mediaset España (quotata alla Borsa
di Madrid) cede, come previsto, il suo 22% in Digital Plus
alla stessa Telefonica che assume così il controllo assoluto
dell’operatore con il monopolio della pay tv spagnola, dopo
aver rilevato anche la partecipazione di maggioranza che
era in mano a Prisa, l’editore
tra le altre testate del quotidiano «El Pais». L’accordo che ha
un valore complessivo di circa
385 milioni prevede anche che
Mediaset fornisca a Digital
Plus raccolta pubblicitaria e
contenuti.
Paola Pica
paolapica
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Fattura elettronica e spese online
Il rilancio dell’agenda digitale
DAL NOSTRO INVIATO
subito sul campo dell’innovazione
con il Digital Venice che si tiene in
questi giorni nella laguna più bella
del mondo. E non è un caso se sarà
proprio questo il primo evento
sponsorizzato dalla presidenza italiana dell’Unione europea. Oggi
stesso è atteso il premier Renzi che
dovrebbe presentarsi anche con il
nome del posto lasciato vacante da
Agostino Ragosa, quello del presidente dell’Agenzia digitale italiana.
Fino ad oggi l’Agenzia - che avrebbe dovuto smontare i cavilli della
Pubblica amministrazione che
combatte per la propria sopravvivenza analogica non certo sinonimo di efficienza - non ha dato
grande prova di sé, rimanendo in
una zona di perenne polemica. Il
premier spera di chiudere la quadra anche perché sarebbe facile far
notare oggi quella casella ancora
vuota al cospetto del commissario
europeo Neelie Kroes che parlerà
insieme a lui qui a Venezia. Stato
analogico contro Stato digitale per
ora, a volere essere buoni, è un pareggio. Senza contare che manca
ancora il nome del cosiddetto digital champion, la figura istituzionale che serve da raccordo tra Europa
e paesi membri e che in taluni casi
coincide anche con il nome di un
ministro dedicato all’Innovazione.
Ma sull’Italia non aleggia una maledizione che ci relega in fondo alle
classifiche senza speranza. Lo stesso amministratore delegato delle
Poste, Francesco Caio, che oggi accompagnerà Renzi, ha scritto in un
pamphlet appena pubblicato per
Marsilio sulla sua esperienza da
Mister Agenda digitale, «Lo Stato
2,3
Milioni i cittadini italiani
privi di copertura Internet.
Il «digital divide»
raggiunge il 38% della
popolazione (28 milioni di
italiani) per le connessioni
ultraveloci
Maggio
Luglio
2014
Innovazione Oggi il premier Renzi al Digital Venice con il commissario Ue Kroes
VENEZIA — Se l’Europa si facesse un selfie mostrerebbe il volto
della noia, ha detto il premier Matteo Renzi nel suo discorso inaugurale alla presidenza italiana della
Ue. Vero. Ma se lo facesse l’Italia digitale sarebbe anche peggio: dalla
noia passeremmo all’espressione
dello sconforto. Da anni parliamo
dei ritardi nella diffusione della
banda larga, delle magnifiche sorti
che un’agenda digitale ben organizzata potrebbe svelare. Dei lacci
e lacciuoli che dovremmo slegare
per permettere agli startupper di
competere con un contesto internazionale molto aggressivo. Certo,
la politica interna in continua
emergenza non aiuta, ma forse nasce proprio da questo ritardo l’esigenza di modificare le priorità come sembra stia avvenendo grazie
al trampolino della presidenza italiana della Ue. Archiviato con Strasburgo il primo confronto sui bilanci e sui conti che rivendicano il
proprio primato sul resto, si passa
-0,97%
3,664 euro
80
3,880
D’ARCO
Verona, nel quartier
generale del gruppo
cartario Fedrigoni, è
stato messo un primo
punto fermo. Saranno
Unicredit e Bnp Paribas a
curare la cabina di regia
dell’ipo a Piazza Affari
messa in calendario per
l’autunno, anche se
nell’ambito di un
consorzio di collocamento
che in una seconda fase
potrà essere allargato a
un paio di joint
bookrunner. La selezione
dei due coordinatori
globali dell’offerta (non ci
sarà invece un advisor
finanziario) segue il disco
verde al progetto listing
deciso dal presidente
Alessandro Fedrigoni,
nome di spicco
dell’imprenditoria
scaligera, esponente
dell’unico ramo familiare
azionista dopo il
riacquisto, alcuni anni fa,
del 40% dal fratello
Giuseppe. La Fedrigoni
ha chiuso il bilancio 2013
con ricavi ancora in
crescita a 812 milioni e un
ebitda di 95. I giganti del
settore, come le finlandesi
Stora Enso e Upm oppure
la sudafricana Sappi,
quotano in Borsa con
multipli da sette a nove
volte il margine lordo.
Numeri che possono far
stimare per Fedrigoni
una capitalizzazione
futura nel range 700-800
milioni, una volta dedotti
i 144 milioni di debiti
netti. Non lontano quindi
dalla soglia delle blue
chip. Il collocamento
verrà strutturato come
Opvs, con parte delle
azioni vendute dalla
holding di famiglia San
Colombano e parte offerte
in sottoscrizione dalla
capogruppo veronese. A
dispetto della
congiuntura negativa
della filiera cartaria,
Fedrigoni continua a
crescere perché presidia
segmenti di mercato
specializzati con una
quota export del 65%. Le
carte da stampa
(editoria, brochure,
affissioni) e il packaging
di lusso (scatole, astucci)
valgono circa 30% dei
ricavi. Il settore ufficio il
19%. Poi ci sono le
etichette adesive (21%) e
le carte valori come quelle
per stampare gli euro, in
parte realizzate dalle
Cartiere Miliani di
Fabriano.
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del digitale», che l’Italia ha i numeri per riconquistare la leadership
europea su un tema molto innovativo come quello dell’identità digitale. Se difatti la cittadinanza europea è un fatto ormai conclamato,
molto diversa è la Ue vista da un
ipotetico calcolatore che dovrebbe
digerire standard diversi per mettere insieme un italiano, un tedesco e un francese. Ne uscirebbero
altro che i tre della barzelletta. I
progetti ci sono: la fatturazione
elettronica è un risultato anche se
siamo a metà del guado. Solo
quando verrà introdotto l’obbligo
del pagamento elettronico il cerchio verrà chiuso e il bilancio pubblico diventerà un vero file aggiornato in tempo reale, un monitor
perenne su sprechi e ritardi. Per il
prossimo anno è stato annunciato
il modello unico precompilato con
tanto di spese sanitarie sostenute
dal cittadino registrate dalla tessera sanitaria. Sono esempi che appaiono futuristici ma che rappresentano solo una minima parte di
ciò che si potrebbe fare a regime. A
patto di credere che l’innovazione
possa e debba essere una priorità.
Altrimenti l’Italia del digitale rischia di diventare la generazione
molto rumore per nulla.
Massimo Sideri
massimosideri
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Trieste Il Fondo Strategico Italiano
Generali,
Cassa Depositi
vende l’1,9%
Il Fondo Strategico Italiano è uscito da Generali.
Ieri pomeriggio il Fsi, controllato dalla Cassa depositi e prestiti, ha collocato con una procedura di
accelerated bookbuilding l’1,9% del Leone, cioè la
quota ancora non negoziata (il resto è già stato ceduto a termine) della partecipazione ex Bankitalia,
pari al 4,48%. L’operazione ha avuto luogo ieri a
mercato chiuso. Con un’asta è stata selezionata
come banca collocatrice Merrill Lynch ed è stata
avviata la vendita, diretta a investitori istituzionali.
Se, com’è verosimile, il collocamento dei 29 milioni
di titoli si è concluso ieri sera, le condizioni verranno comunicate questa mattina prima della riapertura della Borsa.
La cessione rientra nell’accordo sottoscritto il 19
dicembre 2012 tra Banca d’Italia, Cassa depositi e
prestiti e Fsi, con il quale il Fondo si è impegnato a
procedere a
«un’ordinata
vendita» a terzi
della partecipazione in Generali entro il 31
dicembre 2015 a
La partecipazione nel gruppo
condizioni di
Generali che il Fondo
mercato. VendiStrategico Italiano ha rilevato
ta il cui avvio è
dalla Banca d’Italia
stato comunicae che ieri ha cominciato a
to ufficialmente
collocare sul mercato
in maggio.
Per la prima
tranche di titoli, 40 milioni pari al 2,5% circa, è stata
scelta però una proceduta differente rispetto al collocamento accelerato e diretto. Il Fondo ha cioè
operato attraverso vendite a termine compiute da
intermediari incaricati, con un contemporaneo
prestito titoli. Ciò significa in sostanza che il Fondo
ne ha trasferito il possesso, e quindi i diritti patrimoniali e di voto, ma non la proprietà. I contratti
sono assistiti da clausole che prevedono la possibilità di «richiamare» i titoli dati in prestito in particolari circostanze: così è accaduto in occasione dell’assemblea Generali in aprile e al momento di incassare il dividendo. I contratti presentano scadenze differenti e il loro perfezionamento si dovrebbe
concludere nei primi tre mesi del prossimo anno.
Si può comunque dire a questo punto che Cdp è
uscita dal Leone. Non è noto invece se ci siano stati,
ieri e nei contratti a termine, controparti che abbiano effettuato acquisti di un certo rilievo.
4,48%
Sergio Bocconi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
28
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
RDB S.P.A.
IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA
PROCEDIMENTO PER LA CESSIONE DEI RAMI D’AZIENDA
DI PRODUZIONE DI PREFABBRICATI
In relazione a quanto previsto dal Programma ex art. 54 e ss. del D. Lgs. 270/99,
autorizzato dal Ministero dello Sviluppo Economico, i Commissari Straordinari
avvisano i soggetti interessati che intendono procedere alla cessione dei rami
d’azienda organizzati per la produzione, realizzazione e montaggio di strutture
prefabbricate per l’edilizia industriale e civile, situati nei comuni di Monticelli
d’Ongina (PC), Bellona (CE), Tortoreto (TE) e Belfiore (VR) e detenuti in locazione,
insieme agli uffici di Pontenure (PC), anch’essi rientranti nel perimetro della cessione (in seguito i “Rami d’Azienda”).
La cessione sarà effettuata escludendo i debiti - ad eccezione del TFR e dei ratei
di retribuzione, relativi ai dipendenti trasferiti, maturati dalla data di dichiarazione
dello stato d’insolvenza e fino alla cessione - ed i crediti maturati anteriormente
alla data di stipulazione del contratto definitivo di compravendita. In relazione a
ciò che precede i Commissari Straordinari
INVITANO
i soggetti interessati all’acquisto dei Rami d’Azienda, ad inviare le loro offerte,
le quali dovranno essere fatte pervenire entro e non oltre il trentesimo giorno
successivo alla data di pubblicazione del presente avviso, in particolare entro le
ore 12 del giorno 07/08/2014 presso lo Studio Notarile Capaccioni e Zinni in via
Morrozzo della Rocca n. 6, 20123 Milano. Tali offerte dovranno avere preferibilmente ad oggetto, in via unitaria ed inscindibile, tutti i Rami d’Azienda di RDB
S.p.A. in a.s., compresa quindi la sede amministrativa di Pontenure (PC), in conformità a quanto previsto nell’Avviso di Vendita, disponibile presso la sede legale
della Società in Pontenure (PC),Via dell’Edilizia 1, o sul sito www.rdb.it.
Si precisa che il presente annuncio non costituisce proposta né offerta al pubblico ex art.1336 c.c. né sollecitazione al pubblico risparmio, né impegna in alcun
modo i Commissari Straordinari a contrarre con i soggetti che presenteranno le
eventuali offerte irrevocabili d’acquisto. Ogni definitiva determinazione in ordine
alla stipulazione dei contratti di cessione dei rami d’azienda, anche in via tra loro
separata, sarà, in ogni caso, soggetta al potere autorizzativo del Ministero dello
Sviluppo Economico giusta previsione dell’art. 42 del D. Lgs. 270/99.
Ciascun interessato, in conformità a quanto previsto nell’Avviso di Vendita come
sopra pubblicato, potrà procedere all’esame dei dati e dei documenti relativi ai
Rami d’Azienda previa sottoscrizione di un accordo di riservatezza, la cui bozza
è pubblicata sul sito www.rdb.it.
Pontenure, 07 luglio 2014
I Commissari Straordinari
Prof. Renato Camodeca
Avv. Paolo Cevolani
Avv. Giorgio Zanetti
COMUNE DI CORSICO - PROVINCIA DI MILANO
L’Amministrazione comunale con Determinazione Dirigenziale n. 570 del 23/6/2014 ha indetto
ASTA PUBBLICA
per la vendita di un terreno, di proprietà comunale, sito in
Via Caboto, confinante con il pubblico Parco Travaglia e
altra area privata e prospiciente la strada statale 494
“Nuova Vigevanese”, con destinazione ad ambito di trasformazione produttiva (ATp3 - Documento di piano) commerciale. L’aggiudicazione verrà effettuata a favore
dell’ offerta più alta rispetto alla base d’asta fissata in
€ 2.019.000,00= oltre a tasse, imposte ed onorario notarile. PRESENTAZIONE DELLE OFFERTE ENTRO LE ORE
12.00 DEL 30/9/2014. Il bando è consultabile e scaricabile
sul sito comunale: www.comune.corsico.mi.it. Per informazioni rivolgersi al Servizio segreteria generale e contratti
02/4480387-385.
Corsico 1/7/2014
L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE
ANAS S.p.A.
ANAS S.p.A.
Compartimento della viabilità
per il Molise
Compartimento della viabilità
per l’Emilia - Romagna
AVVISO ESITO DI GARA
BANDO DI GARA BOLAV025-14 (ESTRATTO)
Gara CB LAV 01/2014: “Lavori di Manutenzione straordinaria per il risanamento corticale e
rifacimento dei giunti di dilatazione del viadotto S. Lucia tra il km.7+100 e 7+900- della S.S.
647 Dir/B - “ Fondo Valle del Biferno” -1° Stralcio “ - Codice CIG 5636931E9A.
Modalità di scelta del contraente e criterio d’aggiudicazione: procedura aperta ai sensi
del’art. 55 del D. Lgs. n. 163/2006 e ss.mm.ii.- Aggiudicazione definitiva in data
13/06/2014 a favore della ditta DELTA COSTRUZIONI SRL con sede in Roma, per un
importo complessivo di € 541.389,71 di cui € 440.235,77 per lavori al netto del ribasso del
-33,677%, € 101.153,94 per oneri di sicurezza non soggetti a ribasso.
Il contratto, in ossequio all’art. 11 del D.Lgs. 163/06, non verrà stipulato prima del
22/07/2014.
IL DIRIGENTE AMMINISTRATIVO
Campobasso, lì 24 giugno 2014
Avv. Annamaria Perrella
PROCEDURA DI GARA: Procedura aperta ai sensi del DLgs 163/2006 e del DPR 207/2010
smi. Determinazione a contrarre ai sensi dell’art. 11 comma 2 D.lgs 163/2006 del 24.06.2014
prot. n. 23480; Province Ferrara, Ravenna; Descrizione: Gara MSLAV025/14 SS.SS. 309
“ROMEA” - R.A.08 “RACCORDO FERRARA P.TO GARIBALDI” - lavori di rafforzamento della
pavimentazione stradale in tratti saltuari; Importo lordo dei lavori: Euro 1.014.900,00 tutti a
misura di cui per oneri della sicurezza Euro 19.900,00; Categoria prevalente: OG3 classifica
III°; Cauzione provvisoria: EURO 20.298,00; Termine di esecuzione: giorni 90 dalla data di
consegna dei lavori; Finanziamento: L’appalto è finanziato con mezzi correnti del bilancio
ANAS S.p.A.; Procedura indetta con riserva di aggiudicazione; Ai fini dell’ammissione alla
presente procedura concorsuale gli operatori economici dovranno presentare: ricevuta
del versamento all’AVCP di € 140,00 (CIG che identifica la procedura: 58231653C6); Termine di
ricezione: entro e non oltre le ore 12,00 del giorno 11.08.2014; Richieste informazioni: Ufficio
Gare Compartimento ANAS di Bologna, tel 051.6301182 BANDO INTEGRALE DI GARA: Il
bando è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (G.U.R.I.) ed
è altresì disponibile in forma integrale sul sito Internet www.stradeanas.it; RESPONSABILE DEL
PROCEDIMENTO: Ing. Matteo CASTIGLIONI.
IL DIRIGENTE AMMINISTRATIVO
VIA GENOVA, 54 - 86100 CAMPOBASSO
Tel. 0874/430234 - Fax 0874/96794 • sito internet www.stradeanas.it
Unione Europea
CRESCE L’EUROPA NEL LAZIO
AVVISO
Il Commissario Straordinario - Prof.ssa Daniela Saitta
Per la pubblicità legale e finanziaria
rivolgersi a:
AVVISO DI REVOCA/ANNULLAMENTO GARA
In merito alla gara, mediante procedura aperta, per la realizzazione del Sistema Informativo
Integrato Dipartimenti di Prevenzione (SIP) - CIG: 5513575A04, indetta dalla LAit - LAZIO
innovazione tecnologica S.p.A. per conto della Regione Lazio e pubblicata sulla G.U.U.E.
S 251 del 28/12/2013; sulla G.U.R.I. V° Serie Speciale n. 3 del 10/01/2014; sul Bollettino
Ufficiale della Regione Lazio, Parte III n. 3 del 09/01/2014, nonché sui profili di committente dell’Amministrazione aggiudicatrice e della Regione Lazio si comunica che la LAit
S.p.A., ha provveduto, su richiesta di Regione Lazio, con Determinazione n. 149 del
03/07/2014 (prot. n. 149), alla revoca/annullamento della procedura di gara di cui al bando
sopra indicato.
LAit S.p.A.
L’Amministratore Unico - Ing. Francescomaria Loriga
GIUNTA REGIONALE DELLA CAMPANIA
Direzione Generale Innovazione, Università e Ricerca
AVVISO DI PROROGA DEI TERMINI
Proc. n. 1310/P/14. Procedura aperta per l’appalto della realizzazione e
attivazione di una soluzione di Continuità Operativa e Disaster Recovery
per la Regione Campania. indetta con decreto dirigenziale n. 103 del 14
maggio 2014, inviato alla GUUE il 15/05/2014, pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale - 5a Serie Speciale - Contratti Pubblici n. 58 del 23/05/2014 e
sul BURC n. 36 del 26/05/2014. Con D.D. n. 158 del 25/06/2014 il nuovo
termine di presentazione delle offerte è stato prorogato alle ore 12.00
del 14/07/2014. Il presente avviso è stato inviato alla GUUE in data
26/06/2014 e pubblicato sul BURC in data 7/07/2014.
Il Direttore generale - avv. Silvio Uccello
RCS MediaGroup S.p.A.
Via Rizzoli, 8 - 20132 Milano
Via Valentino
Mazzola, 66/D
00142 Roma
Tel. 06 6882 8650
Fax 06 6882 8682
Vico II San Nicola
alla Dogana, 9
80133 Napoli
Tel. 081 49 777 11
Fax 081 49 777 12
Via Villari, 50
70122 Bari
Tel. 080 5760 111
Fax 080 5760 126
VIALE A. MASINI, 8 - 40126 BOLOGNA
Tel. 051/6301111 - Fax 051/244970 • sito internet www.stradeanas.it
ANAS S.p.A.
Compartimento della viabilità
per l’Emilia - Romagna
BANDO DI GARA BOLAV026-14 (ESTRATTO)
LAIT - LAZIO INNOVAZIONE TECNOLOGICA S.P.A.
Impresa S.p.A. in A.S., con sede legale in Roma, Via Catania n.9, con il
presente avviso sollecita la presentazione di offerte migliorative per l’acquisto di una quota di partecipazione pari al 31,58% del Consorzio
FU.G.I.S.T., con sede in Napoli, Via G. Porzio n. 4, meglio descritto nella
relazione di stima redatta per conto della Procedura, ad un prezzo base
di € 800.000,00 (Euro ottocentomila/00). Il regolamento di partecipazione,
unitamente alla relazione di stima della predetta partecipazione, saranno
forniti agli eventuali interessati che prenderanno contatto con il Commissario Straordinario, ai seguenti recapiti: Tel.06/35491670; Fax 06/35341159;
e-mail: [email protected] Le offerte, redatte in forma scritta, come
da regolamento, dovranno pervenire al Commissario Straordinario, presso
lo studio del Notaio Raimondo Zagami, all’indirizzo Viale Tiziano, 19 - 00196
Roma - Tel. 06/39754878, Fax 06/23326610, entro e non oltre le ore 18.00
del giorno 5.09.2014. Il presente invito non costituisce offerta al pubblico.
Via Rizzoli, 8
20132 Milano
Tel. 02 2584 6665
02 2584 6256
Fax 02 2588 6114
Dott. Paolo VENERI
COMUNE DI ROFRANO (SA)
Sede Legale: via P. Scandizzo - 84070
Tel. 0974952031 - Fax 0974952462 - E-mail: [email protected]
Bando di gara a procedura aperta - LAVORI DI COLLEGAMENTO DELLE RETI FOGNARIE AL
DEPURATORE COMUNALE - CIG 5761543FAD. IMPORTO DEI LAVORI: € 4.969.484,26 oltre
IVA di cui € 88.077,76 quali oneri per l’attuazione dei piani della sicurezza non soggetti a ribasso
d’asta. TERMINE DI ESECUZIONE: giorni 530 (cinquecentotrenta). DOCUMENTAZIONE: presso
l’Ufficio Tecnico Comunale: Lunedi dalle ore 12,00 alle ore 14,00 e giovedì dalle ore 17:00 19:00 fino a 7 giorni prima della presentazione delle offerte. TERMINE PRESENTAZIONE OFFERTE: ore 14,00 del 31/07/2014 (a seguito rinvio). APERTURA OFFERTE: prima seduta pubblica presso l’ufficio tecnico comunale - Via P. Scandizzo - Rofrano (SA) in data che verrà
comunicata dalla S.A.. CRITERIO AGGIUDICAZIONE: offerta economicamente più vantaggiosa.
Dalla residenza municipale, 30/06/2014
Il Responsabile Unico del Procedimento - F.to ing. Paolo FERRARO
PROCEDURA DI GARA: Procedura aperta ai sensi del DLgs 163/2006 e del DPR 207/2010
smi. Determinazione a contrarre ai sensi dell’art. 11 comma 2 D.lgs 163/2006 del 23.06.2014
prot. n. 23469; Province Ferrara, Ravenna, Rimini; Descrizione: Gara MSLAV026/14 SS.SS.
16 “ADRIATICA” - 67 “TOSCO-ROMAGNOLA” - 72 “DI SAN MARINO” lavori di rifacimento delle
pavimentazioni ammalorate in tratti saltuari; Importo lordo dei lavori: Euro 1.303.372,88 tutti
a misura di cui per oneri della sicurezza Euro 30.000,00; Categoria prevalente: OG3 classifica
III bis°; Cauzione provvisoria: EURO 26.068,00; Termine di esecuzione: giorni 90 dalla data
di consegna dei lavori; Finanziamento: L’appalto è finanziato con mezzi correnti del bilancio
ANAS S.p.A.; Procedura indetta con riserva di aggiudicazione; Ai fini dell’ammissione alla
presente procedura concorsuale gli operatori economici dovranno presentare: ricevuta
del versamento all’AVCP di € 140,00 (CIG che identifica la procedura: 58232211FD); Termine di
ricezione: entro e non oltre le ore 12,00 del giorno 25.08.2014; Richieste informazioni: Ufficio
Gare Compartimento ANAS di Bologna, tel 051.6301182 BANDO INTEGRALE DI GARA: Il
bando è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (G.U.R.I.) ed
è altresì disponibile in forma integrale sul sito Internet www.stradeanas.it; RESPONSABILE DEL
PROCEDIMENTO: Ing. Matteo CASTIGLIONI.
IL DIRIGENTE AMMINISTRATIVO
Dott. Paolo VENERI
VIALE A. MASINI, 8 - 40126 BOLOGNA
Tel. 051/6301111 - Fax 051/244970 • sito internet www.stradeanas.it
EUROFER
Fondo Pensione
Iscritto al n. 129 dell’Albo dei Fondi Pensione Covip
ESTRATTO DI BANDO
SOLLECITAZIONE PUBBLICA DI OFFERTA PER LA GESTIONE FINANZIARIA
In base all’art. 6 del D.lgs. n. 252/2005 sono indette le gare per la scelta dei
gestori finanziari di due comparti di investimento: bilanciato e dinamico. Il
bando completo e i questionari sono disponibili presso la sede del Fondo, in
Via Bari, 20, 00161 Roma, e-mail [email protected] oppure possono
essere scaricati dal web-site: www.fondoeurofer.it.
I questionari e le offerte dovranno pervenire presso la sede del Fondo, sia in
forma elettronica che cartacea, entro le ore 12 del giorno 8 agosto 2014.
INPS GESTIONE IMMOBILIARE
IGEI SPA
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UNITA’ IMMOBILIARI AD USO ABITATIVO E DIVERSO NELLE SEGUENTI REGIONI:
LAZIO – LOMBARDIA – EMILIA ROMAGNA – FRIULI VENEZIA GIULIA
TRENTINO ALTO ADIGE – TOSCANA – PUGLIA – SICILIA.
L’elenco completo delle disponibilità e le modalità di assegnazione
possono essere visionati sul sito: www.igei.eu
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Il gruppo tedesco
Economia 29
italia: 51575551575557
«Il governo Renzi? Sta facendo quello che va fatto in una situazione complessa ma le soluzioni sono europee»
«Siemens vuole crescere in Italia
Porte aperte per Ansaldo Energia»
MILANO — L’Italia è un Paese dove investire? «Assolutamente sì. Ci
sono persone altamente qualificate e
ora il governo ha annunciato che
renderà più facile la vita alle imprese.
Siamo qui da tanti anni e abbiamo
intenzione di rimanerci». Joe Kaeser,
57 anni, è il Ceo mondiale di Siemens, il colosso tedesco attivo nei
settori industria, energia, sanità e infrastrutture, che ha 362 mila dipendenti di cui 3.800 in Italia e un fatturato di 75,9 miliardi di euro. Nel nostro Paese, al settimo posto nella geografia globale del gruppo per giro
d’affari, Siemens Italia ha chiuso il
2013 con 1,9 miliardi di fatturato, ma
l’obiettivo è quello di avvicinarsi ai 2
miliardi pur in un contesto difficile.
«Vogliamo crescere», spiega. Crescita
organica per il momento, ma non
smettono di guardarsi intorno.
Siete ancora interessati ad Ansaldo Energia, anche se di recente sono entrati i cinesi di Shanghai
Electric?
«Ansaldo Energia è interessante, è
una buona società specialmente perché usa tecnologia Siemens nelle
turbine a gas. In una prospettiva europea sarebbe una buona alleanza, le
nostre porte sono aperte in qualsiasi
momento, se Ansaldo vuole venire
deve solo chiamare».
Alla fine Alstom ha preferito l’offerta di General Electric a quella di
Siemens, e lo Stato francese rileverà
il 20% del gruppo...
«Capiamo che la politica energetica e le infrastrutture sono importanti
per il governo francese. Dunque dobbiamo rispettare questa decisione. La
fusione con Siemens però rappresentava per il nostro partner un’offerta migliore in termini strategici,
industriali, finanziari e sociali. Ora
guardiamo avanti e torniamo a concentrarci sui nostri clienti».
L’alleanza Alstom-Ge porterà a
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Francesca Basso
❜❜
Alleanza
ve. E poi abbiamo la nostra strategia
e la nostra tecnologia che sono riunite nella “Vision 2020” di Siemens».
E’ stata persa l’occasione per creare due campioni europei nella generazione elettrica e nei trasporti,
così come era stato fatto per Airbus?
«Abbiamo offerto questa possibi-
lità e Alstom ha deciso diversamente.
Ora Alstom sarà ridotta a compagnia
attiva solo nel settore dei trasporti».
Cosa vuol dire essere un gruppo
«mondiale» in un periodo di crisi?
«Offre occasioni e consente scelte,
così come la crisi offre opportunità
di sviluppo e sfide. Siemens ha una
storia industriale di 160 anni. Eravamo nei Brics prima che nel 2001 Goldman Sachs ne coniasse la definizione. Il nostro sviluppo non è improvvisato, a noi interessa il lungo termine».
Il manager Joe Kaeser
è nato il 23 giugno
1957 ad Arnbruck. Ha
studiato business administration. Dal 1980
è nel gruppo Siemens
dove ha svolto tutta la
carriera fino a diventarne presidente e ceo
ad agosto 2013. Siede
anche nei board di
Daimler, Allianz, Nxp
Sì degli obbligazionisti
Seat Pg, più vicino il concordato
(f.ch.) Passo avanti per il concordato in
bianco di Seat Pagine Gialle. Ieri le
assemblee dei detentori di tre obbligazioni
Seat (rispettivamente da 550 milioni, 200
milioni e 65 milioni, tutte con scadenza nel
2017) che rappresentano oltre il 50% dei
crediti ammessi al voto nell’adunanza dei
Diffusione totale a maggio 2014, copie cartacee e digitali
creditori hanno detto sì alla proposta di
concordato preventivo di Seat Pagine Gialle e
Seat Pagine Gialle Italia. Le assemblee hanno
così dato ai loro rappresentanti i poteri per
esprimere il voto favorevole alle assemblee
del 10 luglio.
un cambio dello scenario europeo e
mondiale del business dell’energia? Che ruolo avrà ora Siemens?
«In campo energetico siamo il fornitore leader nell’intera catena: generazione, trasmissione, distribuzione,
smart grid (rete elettrica intelligente,
ndr), gestione ed efficientamento.
Perciò non siamo preoccupati per gli
sviluppi che ci potranno essere a bre-
In una prospettiva
europea quella con
Ansaldo sarebbe una
buona alleanza
La classifica dei quotidiani
Che impatto avrà sul mercato italiano la riorganizzazione che nasce
dalla «Vision 2020» di Siemens?
«Non si tratta di una strategia o di
un programma, la Vision 2020 è un
concetto che indirizzerà le prospettive di lungo termine del gruppo, dai
focus strategici (energia, infrastrutture, settore industriale e medicale,
automazione), alle performance finanziarie, al marketing di prossimità, all’attenzione per la soddisfazione
dei clienti. E’ importante per noi avere un management internazionale e
vogliamo che ci sia una partecipazione dei dipendenti ai successi del
gruppo. E’ un concetto totale che
coinvolge tutti gli stakeholder».
E l’Italia?
«L’Italia è uno dei principali Paesi
per Siemens ed è attrattivo non tanto
per la buona cucina o il buon vino ma
per le infrastrutture industriali che
possiede, specialmente nel Nord. Ci
sono dei veri campioni mondiali, come Enel, Eni, Fiat e altri. Ci sono contractor internazionali. Qui abbiamo
un ottimo team. Sono orgoglioso di
Siemens Italia».
Cosa pensa della ripresa italiana? Il governo Renzi si sta muovendo nella giusta direzione?
«Credo che il governo italiano stia
facendo quello che va fatto in una situazione complessa. C’è un problema
di crescita in Europa, anche in Germania. E’ necessario che i leader europei lavorino insieme per arrivare a
una soluzione. Ci sono due super potenze, gli Stati Uniti e la Cina: l’Unione europea deve farsi sentire con una
politica che la porti al livello economico delle altre super potenze».
Tra il 2006-2008 Siemens è stata
al centro di uno grande scandalo
per episodi di corruzione. In Italia
in questi giorni si parla di Expo e
Mose. Siemens come ne è venuta
fuori?
«Bisogna fare pulizia e mentre lo si
fa si deve essere molto trasparenti. E’
importante avere regole, ma la vera
sfida è raggiungere comportamenti
corretti non basati sul rispetto di regole ma di valori condivisi».
Kaeser: rispettiamo le decisioni ma con Alstom persa una chance
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il caso Il commissario alla spending review: una giungla inesplorata, variegata e di estensione incerta
Le società di Stato? Più consiglieri che dipendenti
Nel rapporto Cottarelli: in 2.671 casi più persone nei board che negli uffici
ROMA — Sono ben 2.671 le
società partecipate dalle amministrazioni pubbliche nelle quali
le persone che siedono nei consigli di amministrazione sono più
degli addetti. E’ questo il dato
clamoroso pubblicato ieri sul suo
blog dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, che
si appresta entro il 31 luglio a
consegnare al governo Renzi il
piano di razionalizzazione delle
partecipate. Una poderosa sforbiciata a quella che lo stesso Cottarelli definisce «una giungla
inesplorata, variegata e di estensione incerta», che nelle sue intenzioni non dovrebbe produrre
esuberi.
A proposito delle società partecipate, il commissario ha precisato un aspetto non secondario: tra le oltre 10 mila entità in
questione, secondo l’indagine
svolta dal Cerved, sono ben 2.671
quelle nelle quali le persone che
siedono nel consiglio di amministrazione sono più degli addetti. E addirittura 1.213 di queste
non hanno addetti, ma solo amministratori. Tra queste, tutte
operative, 86 sono holding, 137
gestiscono attività immobiliari e
più di 200 sono società con un
unico socio.
Nel confermare l’intenzione di
procedere allo sfoltimento delle
10 mila società partecipate, Cottarelli sottolinea che «ci sono
margini per semplificare il siste-
ma anche senza dover affrontare
la gestione di esuberi del personale». In queste società «ci si trova di tutto — fa notare –. Ci sono
i servizi pubblici “classici” come
elettricità, acqua, gas, rifiuti e
trasporto pubblico urbano, che
se in termini di fatturato rappresentano il 50-60%, in termini di
numero di aziende coprono soltanto intorno al 20% dell’universo delle partecipate». E poi ci sono società «che forniscono servizi all’ente pubblico (o agli enti
pubblici) di controllo (le cosiddette strumentali) – precisa il
commissario –. Queste sono circa un altro 40%. E ci sono anche
quelle che operano sul mercato
vendendo prodotti di diverso genere al pubblico, molti non di
particolare rilievo economico,
ma tanti altri sono in tutto simili
Commissari Carlo Cottarelli è commissario
alla spending review per il governo Renzi.
Lo era già nel governo Letta. Raffaele Cantone (a destra) è presidente dell’Autorità anticorruzione e commissario dell’Autorità
per il controllo dei contratti con la Pa
a ciò che è già offerto dal mercato». E fioccano gli esempi: oltre
50 aziende agricole producono
vino (e anche lo vendono al dettaglio), fiori, formaggio, prosciutti, zucchero e surgelati.
«Certo non si vede perché un ente pubblico locale debba agire in
settori in cui certo non manca
l’offerta da parte del settore privato», commenta il tecnico.
Quanto costano alla collettività le partecipate? «Le cifre circolate di recente sui giornali probabilmente esagerano – risponde
Cottarelli –. Si è parlato della possibilità di risparmiare 12-13 miliardi dalla loro eliminazione. Si
dimentica che molti dei fondi
erogati alle partecipate sono spesi per acquistare servizi che servono alla collettività. Ma anche al
netto di queste cifre, il costo resta
Le Fondazioni
Compagnia
San Paolo,
limite del 6,5%
in Intesa
(pa.pic.) Se come previsto dal piano, il
consigliere delegato Carlo Messina
riuscirà a remunerare nei prossimi
cinque anni gli azionisti di Intesa con
dividendi per 10 miliardi,
difficilmente la Compagnia di San
Paolo rinuncerà alla sua attuale quota
del 9,7%. E tuttavia la Fondazione
torinese presieduta da Luca Remmert e
primo socio della superbanca, ha
deciso ieri di indicare al 6,5% la soglia
I dati Ads di maggio
minima della sua partecipazione fin
qui stabilita al 7,96%. La Compagnia
ridurrà «in modo significativo» anche
il numero dei componenti del
consiglio generale (21) e del comitato
di gestione (7). La Carlo Tassara di
Romain Zaleski ha ceduto invece sul
mercato 231.268.56 azioni concesse in
garanzia a favore di alcune banche
finanziatrici.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
significativo». E il commissario
ricorda che nel 2012 le perdite
delle società censite dal ministero del Tesoro sono state di circa
«un miliardo e 200 milioni». Ma i
numeri non dicono tutto perché
a volte «l’attività dell’ente è finanziata con un contratto di servizio troppo generoso i cui costi
gravano sui cittadini», precisa
Cottarelli, che conclude: «Le partecipate sono troppe». Il programma di sfoltimento deve essere predisposto entro il 31 luglio 2014: «Restate in onda».
Intanto è in dirittura d’arrivo il
decreto che identificherà le 14
centrali appaltanti per gli acquisti della Pubblica amministrazione al di sopra dei 10 milioni di
euro di valore, sia che si tratti di
beni o servizi che di lavori che si
aggiungeranno alle venti Regioni
e alla Consip. Nel frattempo Cottarelli e Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione e commissario dell’Autorità
per il controllo dei contratti con
la Pubblica amministrazione,
stanno precisando la lista dei
cento enti pubblici che hanno
violato la normativa acquistando, al di fuori delle gare Consip,
beni e servizi rientranti nella lista
delle merceologie già stabilite
per legge. Perché sono stati fatti
questi appalti? Cottarelli e Cantone aspettano una risposta.
Francesco Di Frischia
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera
Repubblica
Sole 24 Ore
Gazzetta dello Sport (Lunedì)
La Stampa
Messaggero
Corriere dello Sport – Stadio
Qn-il Resto del Carlino
Avvenire
Tuttosport
Il Giornale
450.000
372.000
369.000
261.000
228.000
141.000
136.000
126.000
119.000
107.000
103.000
*
**
***
*234 mila gli altri giorni, **118 mila gli altri giorni, ***66 mila gli altri giorni
Fonte: ADS
D’ARCO
Il Corriere della Sera
conferma il primato
di quotidiano più diffuso
Il «Corriere della Sera» si conferma il
quotidiano più diffuso in Italia, con una media
di 450 mila copie giornaliere a maggio, +4% su
aprile e -4% su maggio 2013). Sono i dati Ads,
basati sulle statistiche degli editori e riferiti alla
somma delle copie cartacee e digitali. La
«Repubblica» è seconda con 372 mila copie (0,4% su aprile e -7% su 2013), quindi il «Sole 24
Ore» con 369 mila copie. La «Gazzetta dello
Sport» è quarta con 261 mila copie il lunedì
(234 mila gli altri giorni). Seguono «La
Stampa» (228 mila copie), il «Messaggero»
(141 mila), il «Corriere dello Sport-Stadio» (136
mila il lunedì, 118 mila gli altri giorni), «Qn-Il
Resto del Carlino» (126 mila), «Avvenire» (119
mila), «Tuttosport» (107 mila il lunedì, 66 mila
gli altri giorni), il «Giornale» (103 mila). I
numeri comprendono distribuzione in edicola,
abbonamenti, vendite dirette e copie digitali,
con dati per singolo canale diversi tra le testate.
Nella vendite di copie digitali, in testa c’è il
«Sole 24 Ore» (184 mila), poi «Corriere» (90
mila), «Repubblica» (70 mila), «Italia Oggi» (24
mila), la «Gazzetta dello Sport» (17 mila il
lunedì e 16 mila gli altri giorni), la «Stampa»
(18 mila), il «Fatto Quotidiano» (13 mila),
l’«Unione Sarda» (8 mila copie), il
«Messaggero» (7 mila) e il «Gazzettino» (6
mila).
Fabrizio Massaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Multiutility
Acea, nuovi vertici
per le controllate
Via alla rete digitale
Potremmo definirla Acea 2.0 per
l’introduzione, la prima in Italia, del
sistema «Work Force Management», una
gestione della rete idrica e dalla
manutenzione ad essa collegata
totalmente digitale che dovrebbe
dimezzare le tempistiche di intervento
sul territorio. Il sistema sta per essere
sperimentato su Roma e Lazio centrale
(3,8 milioni di abitanti) - dopo essere
stato implementato nell’area di Firenze e s’inserisce all’interno del processo di
consolidamento e di razionalizzazione
delle Ato di Acea, le unità territoriali
deputate alla gestione della rete idrica
sul territorio. Il consiglio di
amministrazione della multiutility
controllata dal
comune di
Le nomine
Roma (51%) ha
approvato nei
Scelti manager
interni anche per giorni scorsi
una tornata di
ridurre le spese
nomine, su
di gestione
proposta del
neo
amministratore
delegato Alberto Irace, improntate alla
crescita di alcune figure manageriali
interne al gruppo. Per Acea Ato 2,
principale operatore idrico per la
Capitale, è stato designato il presidente
Paolo Saccani, in passato
amministratore delegato di Acea Ato
5(Frosinone). Ad Acea Distribuzione
(energia elettrica) il board ha nominato
presidente Sandro Cecili, ingegnere
esperto di reti. Per Publiacqua
(operatore idrico del territorio compreso
tra Firenze, Prato e Pistoia e da cui
proviene proprio Irace) l’ad designato è
Alessandro Carli, responsabile delle
attività internazionali. Claudio
Cosentino, esperto di quadro
regolatorio, è invece stato scelto come
manager per Gori, operatore del
vesuviano. In Umbra Acque le deleghe
sono state affidate a Paolo Pizzari.
Fabio Savelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
30
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
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tel.02/6282.7555 - 02/6282.7422,
fax 02/6552.436
Si precisa che ai sensi dell’Art. 1, Legge 903 del
9/12/1977 le inserzioni di ricerca di personale
inserite in queste pagine devono sempre intendersi rivolte ad entrambi i sessi ed in osservanza
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CompAM Fund - Em. Mkt. Corp. B
CompAM Fund - SB Bond B
CompAM Fund - SB Equity B
CompAM Fund - SB Flexible B
European Equity A
European Equity B
Multiman. Bal. A
Multiman. Bal. M
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Multiman. Eq. Afr. & Mid. East M
Multiman.Target Alpha A
DB Platinum
Agriculture Euro R1C A
Comm Euro R1C A
Currency Returns Plus R1C
DB Platinum IV
Croci Euro R1C B
Croci Japan R1C B
Croci US R1C B
Dyn. Cash R1C A
Paulson Global R1C E
Sovereign Plus R1C A
Systematic Alpha R1C A
Fondi Unit Linked
Quota/od.
Quota/pre.
Nome
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
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1082,581
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1032,168
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118,362
117,998
76,283
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1082,691
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1424,220
1347,450
118,135
117,770
76,140
79,207
104,615
02/07 EUR
03/07 EUR
03/07 EUR
61,660
112,560
940,100
61,740
112,680
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124,480
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174,120
101,500
6131,170
107,070
10513,320
125,150
8707,000
172,930
101,500
6061,810
107,150
10534,950
Em. Mkt Corp Bd A
Euro Corp. Bond A
Euro Corp. Bond A-Dis M
Euro Short Term Bond A
European Bond A-Dis
Glob. Bond A-Dis
Glob. Equity Income A
Glob. Equity Income A-Dis
Glob. Inv. Grade.Corp. Bd A-Dis M
Glob. Structured Equity A-Dis
Glob. Targeted Ret. A
Glob. Tot. Ret. (EUR) Bond A
Glob. Tot. Ret. (EUR) Bond E-Dis
Greater China Eq. A
India Equity E
Japanese Eq. Advantage A
Pan European Eq. A
Pan European Eq. A-Dis
Pan European Eq. Inc. A-Dis
Pan European High Inc A
Pan European High Inc A-Dis
Pan European Struct. Eq. A
Pan European Struct. Eq. A-Dis
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Renminbi Fix. Inc. EUR A-Dis
US Equity A EH
US High Yield Bond A
US High Yield Bond A-Dis M
US Value Equity A
US Value Equity A-Dis
03/07
02/07
02/07
02/07
03/07
03/07
02/07
02/07
02/07
02/07
02/07
04/07
04/07
03/07
03/07
30/06
03/07
02/07
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Global Equity
Maximum
Progress
Quality
02/07
02/07
02/07
02/07
02/07
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ABSOLUTE RETURN EUROPA
BOND-A
BOND-B
EQUITY- I
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20/06
30/05
30/05
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EUR
EUR
EUR
EUR
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5,699
5,399
6,616
7,203
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
Kairos Multi-Str. A
Kairos Multi-Str. B
Kairos Multi-Str. I
Kairos Multi-Str. P
Kairos Income
Kairos Selection
Data Valuta
04/07
04/07
04/07
04/07
04/07
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04/07
04/07
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04/07
04/07
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04/07
04/07
04/07
04/07
04/07
04/07
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04/07
04/07
04/07
04/07
04/07
04/07
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04/07 EUR
Dividendo Arancio
04/07 EUR
Convertibile Arancio
04/07 EUR
Cedola Arancio
02/07 EUR
Borsa Protetta Agosto
02/07 EUR
Borsa Protetta Febbraio
02/07 EUR
Borsa Protetta Maggio
02/07 EUR
Borsa Protetta Novembre
04/07 EUR
Inflazione Più Arancio
04/07 EUR
Mattone Arancio
04/07 EUR
Profilo Dinamico Arancio
04/07 EUR
Profilo Equilibrato Arancio
04/07 EUR
Profilo Moderato Arancio
04/07 EUR
Top Italia Arancio
51,230
61,820
58,630
62,130
61,260
63,650
61,460
57,270
46,450
67,220
64,190
59,540
50,780
51,170
61,830
58,550
62,120
61,180
63,500
61,440
57,140
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51,540
Quota/od.
Quota/pre.
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16,807
12,731
11,011
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11,504
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10,390
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18,180
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12,230
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3140,000
18,110
16,350
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19,110
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14,080
10,683
9,495
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EUR 762273,652 756069,144
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EUR
EUR
EUR
EUR
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USD
USD
USD
USD
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USD
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KIS - Italia X
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KIS - Multi-Str. UCITS D
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KIS - Sm. Cap P
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EUR
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USD
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123,610
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155,450
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04/07 EUR
102,080
101,970
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04/07 EUR
102,610
102,500
NM VolActive I
Nome
Data Valuta
PS - Bond Opportunities B
PS - EOS A
PS - Equilibrium A
PS - Fixed Inc Absolute Return A
PS - Global Dynamic Opp A
PS - Global Dynamic Opp B
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PS - Liquidity A
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04/07
01/07
04/07
04/07
04/07
04/07
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04/07
04/07
04/07
04/07
01/07
01/07
03/06
01/07
01/07
01/07
04/07
04/07
04/07
01/07
01/07
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
EUR
Quota/od.
Quota/pre.
122,750
128,510
101,130
99,850
101,800
102,160
114,810
117,260
125,090
98,520
104,090
98,590
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107,170
109,300
109,370
106,630
103,080
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111,910
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107,250
122,710
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102,110
113,970
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125,080
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104,010
99,460
104,900
106,870
109,150
109,220
106,610
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Strategic Bond Retail C
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EUR
USD
EUR
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107,460
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105,930
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107,230
107,380
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04/07 EUR
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04/07 EUR
6,537
BInver International A
04/07 EUR
5,750
Cap. Int. Abs. Inc. Grower D
04/07 EUR
5,385
CITIC Securities China Fd A
04/07 EUR
5,524
Fidela A
04/07 EUR
5,792
Income A
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04/07 EUR
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Italian Selection A
04/07 EUR
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Liquidity A
04/07 EUR
5,034
Multimanager American Eq.A
04/07 EUR
4,701
Multimanager Asia Pacific Eq.A
04/07 EUR
4,463
Multimanager Emerg.Mkts Eq.A
04/07 EUR
4,702
Multimanager European Eq.A
04/07 EUR
5,407
Strategic A
04/07 EUR
6,231
Usa Value Fund A
04/07 EUR
5,635
Ver Capital Credit Fd A
7,157
7,551
6,540
5,734
5,368
5,519
5,789
7,337
7,117
5,342
5,018
4,683
4,443
4,676
5,412
6,225
5,634
Fondo Donatello-Michelangelo Due
Fondo Donatello-Tulipano
Fondo Donatello-Margherita
Fondo Donatello-David
Fondo Tiziano Comparto Venere
Caravaggio di Sorgente SGR
31/12
31/12
31/12
31/12
31/12
31/12
EUR 51470,165 52927,939
EUR 46691,916 47475,755
EUR 27926,454 27116,197
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EUR 468728,464 477314,036
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Asian Equity B
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Emerg Mkts Equity
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è disponibile sul sito www.invesco.it
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Bluesky Global Strategy A
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Legenda: Quota/pre. = Quota precedente;
Quota/od. = Quota odierna
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Sussurri & Grida
Piazza Affari
MPS E YOOX IN FRENATA
BENE AMPLIFON E GTECH
Crac Cirio, Unicredit rimborsa altri 224 milioni
di GIACOMO FERRARI
La doccia fredda che avrebbe
gelato le Borse di tutta Europa è
arrivata in mattinata: la
produzione industriale tedesca
è scesa a maggio, contro ogni
pronostico, dell’1,8%. Un
segnale preoccupante, non
assimilato dai mercati nel corso della seduta. Ora
si guarda alle prime trimestrali Usa (oggi come da
tradizione ad aprire la stagione sarà Alcoa) e
all’impatto che avranno su Wall Street. Gli indici
principali dei listini europei hanno così chiuso con
ribassi mediamente superiori al punto
percentuale. Il Ftse-Mib di Piazza Affari ha ceduto
l’1,33%, appesantito soprattutto dai titoli bancari e
dalla frenata di Yoox (-3,31%). Monte Paschi è
scesa del 3,13%, seguita dalla Popolare dell’Emilia
Romagna (-3,12%) e da Mediobanca (-2,85%). Fra
i pochi valori in controtendenza nel paniere delle
blue-chips spicca Gtech, in rialzo dell’1,73% dopo
la raccomandazione buy (comprare) da parte di
Banca Imi, mentre hanno registrato variazioni
minime Saipem (+0,60%) e Autogrill (+0,37%).
Bene, nel Ftse Italia Star, anche Amplifon
(+1,41%).
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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(Il.Sa.) Unicredit verserà 224 milioni di euro per risarcire
i risparmiatori del crac della Cirio. L’accordo è già stato perfezionato e l’avvocato della parte offesa, Nicola Madia, ha ritirato la costituzione di parte civile nel relativo procedimento. A questo punto, se dovesse essere confermata in appello la condanna di Cesare Geronzi e degli altri sei funzionari dell’ex Banca di Roma - sono accusati di bancarotta per
distrazione - gli obbligazionisti non avranno più nulla a
pretendere. Il 30 giugno scorso il giudice ha accolto l’istanza
del comitato dei creditori e quella dell’imputato Sergio Cragnotti di conoscere i termini della transazione depositata. Il
risarcimento è composto nella maniera seguente: 178 milioni in liquidità e 21 milioni e 800 mila euro di moneta «fallimentare», cioè crediti vantati da Unicredit nei confronti di
Cirio, crediti ai quali l’istituto rinuncia e che gira alla parte
offesa. Unicredit ha ceduto anche 17 milioni di crediti nei
confronti dell’erario e un risarcimento di 4 milioni di euro
che l’ex Banca di Roma avrebbe dovuto incassare da Cirio in
seguito alla prima condanna in sede civile. Alla cifra record
(superiore di 24 milioni a quella ottenuta in primo grado) si
è arrivati con una serie di rilanci e grazie alla tenacia del comitato presieduto da Emiliano Amato. Nel 2011 la banca offrì 150 milioni per le parti civili ma, dopo riunioni durate
fino a notte fonda, il comitato dei creditori scelse di rifiutare. Soddisfatto l’avvocato Madia: «Si è attenuato il danno
sofferto dal popolo dei risparmiatori che investirono a suo
tempo». La banche spiega: «Unicredit non ha elementi per
confermare cifre diverse da quelle comunicate ufficialmen-
te e congiuntamente con Cirio, ossia 178 milioni oltre alla
rinuncia alle azioni e ai crediti, per un valore complessivo
per il gruppo Cirio superiore a 200 milioni».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La missione del ministro argentino
a New York
(m.sid.) Accordo Argentina fondi sovrani Usa, atto primo. Ieri il ministro dell’Economia di Buenos Aires, Axel Kicillof, è volato a New York ufficialmente per incontrare Daniel Pollack, la figura individuata dal giudice Thomas Griesa per seguire la trattativa sul rimborso da 1,3 miliardi di
dollari ai fondi che hanno ottenuto la sentenza favorevole
dalla Corte suprema. Per ora siamo alla debacle diplomatica: Kicillof non incontrerà personalmente le controparti,
ma rispetto alla chiusura dei giorni scorsi è un grande passo
avanti, finalizzato probabilmente a dimostrare la buona volontà dell’Argentina. Il tempo passa e i 30 giorni che separano il default tecnico da quello definitivo scorrono via come
la calura estiva. Siamo già a meno 23. Fino ad ora le controparti non hanno risparmiato frecce al loro arco: i fondi hanno usato quelle legali, anche se la sentenza che ha bloccato i
pagamenti agli altri cittadini americani pare un paradosso
che colpisce i piccoli risparmiatori per difendere dei fondi
speculativi che hanno acquistato ben dopo il default del
2001. D’altra parte anche il presidente dell’Argentina, Cristina Kirchner, non è andata per il sottile mostrando i numeri dei fondi nel tentativo di scatenare una reazione da
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(f.ch) Tra il 2 e il 5% del valore nominale. Tanto (ma sarebbe da dire tanto poco) paga il mercato oggi per i prestiti
non performanti del credito al consumo. Ed è nella parte
bassa della forchetta di prezzo, cioè tra il 2 e il 3%, che Banca
Ifis ha pagato un portafoglio di non performing loan nel
settore del credito al consumo, focalizzato nel segmento dei
prestiti personali e delle carte di credito o revolving. Il valore nominale del portafoglio è di 1,263 miliardi di euro: è il
più grande finora acquisito dalla banca presieduta da Sebastien Egon Fürstenberg, che con questa acquisizione raggiunge un totale di posizioni di credito verso famiglie di 5,4
miliardi. Il venditore è il veicolo Iustitia Futura, con sede a
Conegliano, in provincia di Treviso. I crediti sono originati
da Fiditalia, società del gruppo Société Générale, ed erano
stati ceduti a fine 2012 al fondo britannico AnaCap Financial Partners.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Banca Ifis e il «pacchetto» da 1,2 miliardi
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nelle dispute tra Stati sovrani e obbligazionisti istituzionali
visto che se, verrà messa in pratica la sentenza di Griesa, i
fondi porteranno a casa il 100 per cento del valore dopo aver
acquistato quando il titolo era spazzatura mentre gli altri
obbligazionisti che avevano acquistato a 100 hanno ottenuto in media 30.
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Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
Cultura
Il saggio Marco Mondini denuncia le lacune La frattura Spesso i generali mostravano
di una memoria influenzata da fattori politici un forte disprezzo verso i loro stessi soldati
Quant’era esausta e rissosa
l’Italia di Vittorio Veneto
I drammi della Grande guerra sfatano i miti nazionalisti
di PAOLO MIELI
gior incubo o attesa ansiosamente come una grande
occasione», la guerra fu accolta, per usare le parole
a Grande guerra «costò» al- del giornalista Ugo Ojetti, «come la liberazione da
l’Europa 15 milioni di morti una lunga febbre che non voleva finire».
su un totale di 120 milioni di
Mondini definisce la Prima guerra mondiale per
maschi adulti mobilitati. I quel che riguarda l’Italia «un paradosso» contraddiferiti furono più di 34 milioni (tra stinto da «bizzarre antinomie». Il nostro intervento
cui 8 milioni di mutilati e invalidi) nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima
e 11 milioni i prigionieri, decine di campagna del Risorgimento, che avrebbe consentimigliaia dei quali morti nei campi to finalmente a tutti gli italiani di far parte di un unidi prigionia. Tra i prigionieri, nota Marco Mondini co Stato nazionale. Ma «il governo che condusse il
nell’avvincente La Guerra italiana. Partire, raccon- Paese in guerra aveva poco in comune con le idealità
tare, tornare, che sta per essere pubblicato dal Muli- del nazionalismo romantico e democratico di Mazno, 600 mila circa furono italiani, la metà dei quali zini o con l’ispirata strategia politica di Cavour… Per
caddero nelle mani del nemico dopo la disfatta di combattere contro i propri ex alleati, il presidente
Caporetto: una cifra altissima, se confrontata con del Consiglio, Antonio Salandra, e il suo ministro
quella corrispettiva dei francesi (520
degli Esteri, Sidney Sonnino, pretesero
mila), dei britannici (180 mila) e persila cessione del territorio di Bolzano,
no dei tedeschi (800 mila, ma su un nupopolato da 250 mila austro-tedeschi,
mero di richiamati alle armi che era il
ma lasciarono al suo destino la città di
doppio del nostro). L’Italia per di più
Fiume, abitata da una popolazione di
considerò gran parte dei propri prigiolingua e di cultura italiana».
nieri alla stregua di disertori o quantoNon dimentichiamo poi che il tradimeno gente che si era arresa senza
mento del patto — che ci legava dal
combattere e, di conseguenza, li aiutò
1882 all’Impero austroungarico e a
ben poco. Nel 1917, sempre all’epoca di
quello tedesco — non fu indolore.
Caporetto, fu dichiarato da fonti uffiNemmeno ai tempi dell’iniziale dichiaciali che i disertori italiani ammontavarazione di neutralità, dopo la quale
no a ben 55 mila, senza far cenno alla
l’addetto militare a Berlino, generale
circostanza che, di questi, 30 mila eraLuigi Calderari, si dimise «indignato
no poi rientrati spontaneamente nei Primo ministro
della slealtà dimostrata dal proprio goranghi.
verno», mentre gli ambasciatori a BerUnica fra le grandi potenze in lizza, Antonio Salandra
lino e Vienna, Riccardo Bollati e Giul’Italia affrontò la guerra non all’im- (1853-1931), il primo
seppe Avarna, contrari ad abbandonare
provviso, ma, scrive Mondini, «dopo ministro che decise
quelli che per 32 anni erano stati i noquasi un anno di tentennamenti e trat- l’intervento italiano
stri alleati, si opposero così veementetative». Se gli altri europei «scivolaro- nella Grande guerra. In mente ad un intervento a fianco dell’Inno» nel conflitto inconsapevolmente, i alto, nella foto grande,
tesa da essere ritenuti inaffidabili, e poi
governanti italiani ci entrarono in pie- un gruppo di Arditi
tenuti all’oscuro delle successive trattana coscienza, «il che non vuol dire che (Museo centrale del
tive avviate dal governo. E ancora. La
avessero pienamente compreso ciò che Risorgimento, Roma)
guerra avrebbe dovuto essere la «prova
stava succedendo; i lunghi mesi di neudel fuoco» per il carattere degli italiani,
tralità servirono poco per preparare il Paese e l’eser- il momento in cui avrebbero dimostrato al mondo
cito, ma in compenso alimentarono uno scontro di essere una nazione coesa, forte e degna di sedere
sull’opzione dell’intervento, la cui violenza non tro- tra le grandi potenze. E invece «l’Italia entrò in guerva eguali nell’Europa del 1914». Nelle grandi città ra lacerata da profonde rivalità sociali e politiche
italiane, l’annuncio delle ostilità non fu una sorpre- contro il volere della maggioranza parlamentare e di
sa. Quando il governo chiese ai propri prefetti di in- gran parte della popolazione». Divisioni ideologiformarlo su quale sarebbe stata la reazione della po- che più che radicali, che sopravvissero alla vittoria.
polazione di fronte all’intervento (ormai deciso) Talché, afferma Mondini, si può dire che «l’ultimo
dell’Italia, si sentì rispondere che, dopo mesi di ten- colpo di cannone della guerra non fu sparato il 4 notennamenti, annunci, smentite e voci, l’idea della vembre 1918 contro gli austriaci, bensì il giorno di
guerra era «entrata nella pubblica coscienza»: po- Natale del 1920, quando la Regia Marina bombardò
chi la volevano, ma tutti vivevano come se quella che la città di Fiume occupata dai legionari dannunziagià veniva chiamata «la Grande guerra» fosse inevi- ni, in un bizzarro (ma sanguinoso) strascico fratricitabile. Che la «si fosse a lungo temuta come il peg- da del conflitto».
L
Bibliografia
Le conseguenze
di un trauma
Esce in libreria dopodomani,
giovedì 10 luglio, il saggio di
Marco Mondini La Guerra
italiana. Partire, raccontare,
tornare (Il Mulino, pp. 460,
18). Nel libro di Annacarla
Valeriano Ammalò di testa. Storie
dal manicomio di Teramo, edito
da Donzelli (pp. 260, 26), si
trova un ampio capitolo dedicato
ai soldati che vennero ricoverati
in ospedale psichiatrico a causa
dei traumi subiti durante la
Prima guerra mondiale.
Non è tutto. La guerra che esplose nell’agosto del
1914 ci colse impreparati. Il giorno dell’attentato di
Sarajevo, l’esercito italiano contava poco meno di
300 mila uomini sotto le armi, tra ufficiali, sottufficiali e militari di truppa, più 40 mila nella Regia Marina. Il 24 maggio 1915, quando i primi reparti italiani varcarono il confine italo-austriaco, la forza dell’esercito operante, vale a dire il complesso delle
unità combattenti effettivamente impegnate al
fronte, toccava i 900 mila uomini. Quando la mobilitazione generale venne effettivamente compiuta,
con molti giorni di ritardo rispetto alle previsioni, il
Regno d’Italia schierava lungo tutto il confine, dal
passo dello Stelvio al mare, circa un milione e centomila uomini, più altri 500 mila circa impegnati nei
servizi e nei presìdi all’interno della penisola. L’esercito italiano, che il 24 maggio 1915 varcò la frontiera
dell’Austria-Ungheria, era dipinto come la parte migliore del Paese, una comunità salda e disciplinata
di cittadini in armi, guerrieri superbi devoti al re e ai
propri comandanti. Peccato, fa notare Mondini,
«che non avesse mai vinto una battaglia sul suolo
europeo e che a Adua, nel 1896, fosse andato incontro alla peggiore sconfitta subita da un’armata bianca in Africa, uno scacco eclatante che, insieme alla
disfatta di Custoza nel 1866, avrebbe lasciato agli italiani la perpetua fama di pessimi soldati». Il catastrofico andamento delle battaglie combattute dall’Unità d’Italia in avanti, culminate nel doppio tracollo per terra e per mare a Lissa e Custoza nel 1866,
aveva per di più avuto «un’eco mediatica enorme», e
il disastro di immagine era stato a malapena arginato dai successi personali di Giuseppe Garibaldi,
«l’unico eroe combattente popolare e di successo di
tutto il Risorgimento, ma anche una figura irregolare e politicamente marginale».
Gli stessi generali, rimarca Mondini, «non avevano fiducia nelle proprie truppe». Luigi Cadorna, capo di stato maggiore e comandante sul campo, era
convinto «che la sua armata fosse formata perlopiù
da contadini ottusi e operai traviati dalla predicazione socialista, che potevano essere tenuti in riga solo
attraverso una disciplina ferrea corroborata da continue punizioni esemplari». Eppure, mette in rilievo
l’autore, «quei fanti, alpini, bersaglieri, ritenuti inaffidabili e indisciplinati, si dissanguarono per tre anni in testardi assalti frontali sul peggiore dei fronti
europei, tra le alte cime delle Dolomiti e il brullo e
roccioso altipiano del Carso, sopportando perdite
spaventose senza alcun segno di cedimento».
Quando, nell’autunno del 1917, quegli uomini ripiegarono sotto i colpi di una brillante offensiva congiunta austro-tedesca, Cadorna seppe offrire come
una spiegazione dell’accaduto la «vigliaccheria» di
alcuni reparti e la «fantastica illazione» che altri, sobillati dalla propaganda sovversiva, avessero inscenato uno «sciopero militare». Eppure quegli stessi
La sproporzione
Nel nostro Paese l’arruolamento volontario
degli studenti nelle truppe di prima linea
fu un fenomeno assai inferiore rispetto
a quanto avvenne in altre nazioni europee
Idee Il Festival di Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo
Poesia La raccolta di Roberto Mussapi (Ponte alle Grazie)
La gloria, da virtù a ricerca di celebrità
Voce agli scomparsi, anche al Polo Sud
di PAOLO FALLAI
di PAOLA CAPRIOLO
U
na Nike ingabbiata dentro un’impalcatura cattura
lo sguardo sul manifesto del prossimo Festival di
Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo (dal 12 al 14
settembre). La statua ritrovata a Samotracia accompagna
il tema di questa edizione «La Gloria», solo in apparenza
rivolto ad una riflessione su ciò che i classici ritenevano
degno per altezza di virtù, opere insigni o qualità
eccezionali. Il comitato scientifico del Festival, presieduto
da Remo Bodei (nella foto), coordinato dall’infaticabile
Michelina Borsari e accompagnato dagli immancabili
menù filosofici di Tullio Gregory, questa volta ha voluto
giocare sull’interpretazione della contemporaneità: oggi
«gloria» è degradata a fama o a celebrità, quando non al
semplice apparire, senza alcun merito. Duecento gli
appuntamenti filosofici previsti dal programma, con
cinquanta lectio magistralis. Che parte dai valori fondanti
della nostra società, denaro e potere, e spalanca l’abisso
sull’assenza di altri riferimenti culturali, politici,
spirituali. Termine intrigante, «la gloria»: permette un
periplo alto e spericolato che sorvola le declinazioni
monumentali (la stessa Nike è una «gloria»), quelle
militari e religiose, per precipitare nell’orgoglio della
«vanagloria» («lei non sa chi sono io») e nella scomparsa
della vergogna. Ampio il parterre degli interventi, come
sempre, da Enzo Bianchi, Roberta De Monticelli,
Maurizio Ferraris, Umberto Galimberti, Michela Marzano,
Emanuele Severino, Remo Bodei, Marc Augé, Nathalie
Heinich, Zygmunt Bauman, Ellis Cashmore. Quaranta le
«location» nei tre comuni, con un
accordo raro in Italia: per i sindaci
Gian Carlo Muzzarelli (Modena),
Alberto Belleli (Carpi) e Claudio
Pistoni (Sassuolo) è gloria anche
questa. Con il consueto corredo di
mostre, dal grafico dei Sex Pistols a
Tullio Pericoli, da Mimmo Jodice
agli eroi delle figurine, al ciclo di
affreschi sui Trionfi petrarcheschi
in palazzo Pio a Carpi. Un successo che dal 2001 ha
portato al festival un milione e 629.000 presenze, 218.000
solo l’anno scorso, e quasi duemila eventi. Programma
completo su www.festivalfilosofia.it.
@pfallai
© RIPRODUZIONE RISERVATA
C
on le autorevoli prefazioni di Yves Bonnefoy e del
Premio Nobel Wole Soyinka, Ponte alle Grazie
presenta la raccolta completa delle Poesie (pp.528,
€ 29) pubblicate finora da Roberto Mussapi (nella foto),
una delle voci più intense e significative nel panorama
letterario italiano dell’ultimo trentennio. Occasione
preziosa per seguire in tutta la sua ricchezza e coerenza
il percorso di un autore che, reagendo sin dall’inizio a
un certo inaridimento intellettualistico della lirica
contemporanea, ha saputo riportare con forza nel cuore
della modernità una vocazione originaria della poesia:
quella narrativa. Da Gita meridiana a La polvere e il
fuoco, dal dickensiano Racconto di Natale alla
grandiosa e struggente rievocazione della conquista del
Polo Sud compiuta in Antartide, epos e lirica si fondono
nelle sue pagine a comporre una nuova, affascinante
forma letteraria, dove l’«oggettività» del mito si vena di
inquietudini inedite passando attraverso il filtro della
soggettività romantica. Solo queste due forze riunite
possono dimostrarsi all’altezza di quello che per
Mussapi è il compito fondamentale: dare voce ai morti,
redimere il tempo nel cerchio palpitante del ritorno;
un’idea che egli sembra avere perfettamente chiara sin
dai tempi di La gravità del cielo, il suo libro d’esordio
apparso nel 1984, nella cui nota finale afferma di aver
scorto la ragione più profonda dello scrivere nella
sensazione «che in ogni parola e in ogni verso si
parlasse in nome di qualcuno assente o muto, o accanto
in silenzio».
Così, da esercizio solipsistico o
sterile gioco formale,
nell’ardimentosa scommessa di
Mussapi la poesia torna a essere
l’arte del «ricordare» gettando un
ponte tra il passato e l’avvenire
della specie; o come è scritto nel
Cimitero dei partigiani, una delle
sue opere destinate, credo, a
rimanere quali pietre miliari nella storia letteraria del
passaggio di secolo: «...La sfera della biro / scaverà il
solco di questo cimitero, / penetrerà nel cuore di tutti i
morti. / Lì passerà la luce tra i vivi e i sepolti, / lì, in
quella traccia ostinata, si guarderanno».
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Cultura 33
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que morirono indossando la divisa da soldato o graduato di truppa. E «se in un grande ateneo come Padova, dalle cui aule erano usciti ufficiali di tutte le
armi, i morti oscillavano mediamente attorno al
dieci per cento degli arruolati, le scuole di specializzazione per ingegneri e i politecnici vantavano normalmente tassi di sopravvivenza molto maggiori (al
Politecnico di Torino cadde meno di uno studente
arruolato su venti)». Altro che giovani ardimentosi
come negli altri grandi Paesi europei, di loro si cominciò presto a parlare come di «imboscati».
La fama di imboscati degli addetti all’artiglieria e
al genio era così elevata «che i più spavaldi in cerca
di gloria tentavano in ogni modo di farsi destinare
alla fanteria o alle specialità più pericolose: Paolo
Caccia Dominioni, studente al terzo anno di Ingegneria a Milano, nel timore che lo si accusasse di essere un vigliacco, chiese (senza successo) di essere
assegnato all’artiglieria di montagna». Qualcuno si
accorse che si trattava di una sorta di una strana psicosi a scatole cinesi. Scrisse Silvio D’Amico: «Pei richiamati sotto le armi sono imboscati i borghesi, gli
artiglieri che sparano dicono imboscati a quelli che
sono ai Comandi… in compenso le pattuglie di fanti
che la notte escono oltre i reticolati in ricognizione
dicono imboscati ai compagni rimasti in trincea». Il
fatto è, osserva l’autore, che «fra coloro che vestivano l’uniforme, alcuni rischiavano la vita quotidianamente, altri solo talvolta, e una folta schiera di privilegiati praticamente mai».
Nell’estate del 1915 alcuni ufficiali guidarono i loro soldati a un qualche massacro (restò celebre l’assalto del colonnello Mario Riveri a forte Basson, dove furono persi 1.100 uomini su 2.800). Molti graduati furono uccisi in imprese come quella di forte
Basson e dovettero essere rimpiazzati da ragazzi appena arruolati: gli ufficiali di complemento. Che sarebbero stati oggetto nel 1930 di una forte polemica
tra Adolfo Omodeo, che li teneva in buona considerazione («quello di cui c’era bisogno nel nostro
esercito», scrisse di loro), e Gioacchino Volpe, che li
considerava invece «fatti contro voglia, snidati dagli
uffici, ragazzi usciti appena dalla casa paterna, fab-
Il cinema
Soltanto con il regista Mario Monicelli
abbiamo potuto vedere sul grande schermo
una rappresentazione veritiera del conflitto
soldati, alcune settimane dopo il supposto «sciopero militare», seppero dare, sul Piave e sul Monte
Grappa, prova di grande determinazione e coraggio.
Proprio loro che per quasi due terzi (400 mila su 650
mila) avevano dovuto contare un numero di caduti
nelle undici offensive dell’Isonzo davvero impressionante: «Un tasso di mortalità che non aveva nulla
da invidiare ai peggiori settori del fronte occidentale».
Non è vero inoltre che da noi (checché ne abbia
detto l’agiografia nazionalista postbellica) si sia avuta una mobilitazione giovanile pari a quella degli altri Paesi europei. E se ci fu, ad essa non corrispose
poi un marcato impegno nei combattimenti. Il King’s College di Londra perse il 15 per cento dei propri
studenti al fronte e oltre la metà degli studenti universitari berlinesi arruolatisi nel 1914 morì nel primo anno di guerra. Da noi la mortalità fra gli studenti fu pari al 6 per cento, «largamente inferiore a
quella media del resto dei combattenti e lontanissima dalle vere e proprie stragi registrate nei ranghi
degli studenti francesi, britannici o tedeschi». Certo, questo «risparmio di vite tra gli studenti» fu possibile perché molti universitari furono assorbiti nelle armi e nelle specialità più qualificate (e quindi
meno esposte al fuoco nemico) dell’artiglieria, del
genio e della sanità. E molti furono impiegati in posizioni ancora più sicure, nei comandi di retrovia e
negli uffici. Pressoché tutti, o almeno quelli che sopravvissero ai primi mesi di combattimenti, prestarono servizio in qualità di ufficiali di complemento.
Tra i 132 caduti dell’Università di Pisa (su 1.500 arruolati) cento erano ufficiali di fanteria e solo cin-
bricati in un mese».
È falso che l’uniforme, indossata da questi ragazzi
che venivano dalla società civile ed erano stati trasformati in ufficiali di complemento, incutesse soggezione e rispetto. A differenza di quanto succedeva
in Germania o in Francia, rileva l’autore, l’uniforme
da noi non era affatto un segno di distinzione e chi
sceglieva di divenire ufficiale di complemento era
attratto normalmente dalla ferma più breve, dal servizio meno faticoso e dalle condizioni di vita migliori, non da una (inesistente) promozione sociale.
Gli ufficiali di carriera «trattavano sprezzantemente
gli allievi e con indifferenza i subalterni di prima
nomina, ritenendo che “non valessero e non sapessero nulla del mestiere”, venendo ricambiati con
aperta disistima dai “civili”, i quali non vedevano
l’ora di riporre l’uniforme nell’armadio, non manifestavano nessun attaccamento al reggimento (solo
un terzo di loro rispondeva ai periodici richiami per
aggiornamento) e si guardavano bene dal fare domanda per raffermarsi». Come avrebbe ricordato il
generale Emilio De Bono «noi ufficiali permanenti
non li prendevamo sul serio e loro ufficiali di complemento se ne infischiavano». Per lui erano stati
nient’altro che «ragazzini impacciati». «La vera piaga dell’esercito», secondo il colonnello Angelo Gatti, collaboratore allo stato maggiore di Cadorna, «figli di calzolai, di portinai, gente refrattaria ad ogni
spirito di rifacimento morale»
La Prima guerra mondiale, secondo Mondini, è
stata sempre ricordata in modo insoddisfacente
(eccezion fatta per gli storici dotati di scrupolo). Fino agli anni Sessanta è stata raccontata, dai più, co-
me «una sublime prova di concordia e di unità na- capace di compiere anche il minimo sforzo, subisce
zionale, durante la quale il popolo in armi era stato qualsiasi cosa, non desidera altro che la fine di tale
guidato alla vittoria da uomini politici integerrimi, angoscia, e, rintanato in un cantuccio, nasconde il
generali autorevoli (sia pure con qualche scelta di- volto e attende la fine».
scutibile) e da una borghesia entusiasta che aveva
Assai particolare fu il caso dei contadini. «Nella
affollato i ranghi degli ufficiali di complemento». retorica militarista, cui si aggiunsero poi le voci delSuccessivamente si è ecceduto in senso
la classe psichiatrica», scrive Annacarla
opposto. Dagli anni Settanta in poi,
Valeriano, «l’atteggiamento di passività
Intellettuali
«con l’avvento di una nuova generaziodei contadini soldati assunse sfumatune di studiosi legati alla contestazione e
re ben diverse: la rassegnazione di queai movimenti di sinistra, i generali sono
sti uomini venne celebrata come virtù
divenuti carnefici con velleità dittatoin grado di apportare un contributo deriali e i soldati vittime inermi, ansiose
cisivo alla causa nazionale». Nel già cisolo di sfuggire al combattimento, fatato libro del 1917, Gemelli, tratteggian Il giudizio sul ruolo
cendosi passare per pazzi o passando al
do la figura di un soldato ignaro delle
svolto dagli ufficiali di
nemico». Facendosi passare per pazzi?
ragioni per cui combatteva, individuacomplemento durante
L’impazzimento non fu simulazione. O
va, nota ancora Valeriano, «nella sperla Prima guerra
quantomeno non lo fu in moltissimi casonalizzazione della vita di trincea la camondiale divise due
si.
ratteristica principale delle classi rurastorici di prestigio.
In uno straordinario libro appena
li», che fino a poco tempo prima avevaAdolfo Omodeo (nella
pubblicato da Donzelli, Ammalò di teno vissuto (parole di Gemelli) «la vita
foto qui sotto), che si
sta. Storie dal manicomio di Teramo
grama del loro lavoro dell’officina o dei
era arruolato
(1880-1931), Annacarla Valeriano ha
campi», senza alcuna ambizione, ma
volontario, era convinto
ben ricostruito quel che provocò, a seche in guerra avevano dimostrato il loro
che quei giovani
guito di quell’immane conflitto, «l’orroadattamento cessando di essere indivifossero stati di grande
re dei combattimenti e l’angoscia delle
dui e diventando parte di un tutto.
utilità nel corso del
perdite». A partire da quel che annotò,
Complicato sarebbe stato, infine, il
conflitto, mentre il
nel suo diario di trincea, lo psichiatra
rapporto tra la Grande guerra e la lettenazionalista
veneto Marco Levi Bianchini, futuro diratura. Ma soprattutto quello con il ciGioacchino Volpe (nella
rettore del manicomio della città abruznema. Nota Mondini che, anche quanfoto al centro) li definì
zese: «Tutti abbiamo la febbre nelle vedo nel 1931 il regime decise di soccorre«ragazzi usciti appena
ne e l’angoscia nel cuore: solo lo spirito
re l’agonizzante cinema nazionale, fidalla casa paterna,
rimane freddo in mezzo agli ordigni
nanziando le case di produzione, «il
fabbricati in un mese»
che insidiano ed annientano». Parole
1915-18 continuò a brillare per la sua asdalle quali, secondo Valeriano, emergesenza dallo schermo». Grazie al sosteva soprattutto «la pervasività della viogno pubblico, alla realizzazione di
lenza a cui i fanti erano esposti e che
grandiose infrastrutture come Cinecittà
avrebbe costituito una delle caratteristi(inaugurata nel 1937) e infine anche a
che più peculiari del conflitto: una
misure protezionistiche, il numero di
“brutalizzazione” dello scontro che non
film italiani distribuiti nelle sale crebbe
colpì soltanto coloro che combatterono
vertiginosamente (18 nel 1932, 83 nel
1940). Ma di questi «solo una manciain prima linea, ma si estese anche alle
ta» furono dedicati al conflitto del 15popolazioni civili, provocando ferite nel
18. Milizia territoriale di Mario Boncorpo e nell’anima… Le
nard, Le scarpe al sole di Marco Elter
conseguenze psichiche
(tutti e due del 1935), Cavalleria di Gofdella violenza si manifefredo Alessandrini e Tredici uomini e
starono sotto forme diverun cannone di Giovacchino Forzano
se: i nuovi stimoli deri(entrambi del 1936) e infine Piccolo Alvanti dalla “guerra di luci
pino di Oreste Biancoli (1940) «furono
e di scoppi terribili” furotra i pochi tentativi del cinema fascistizno infatti smaltiti dalla
zato di raccontare l’evento di fondaziopsiche dei soldati attrane della nuova Italia guerriera, a fronte
verso una serie di reazioni
di decine di produzioni storiche riserche continuarono a divate ai grandi condottieri del passato
spiegare per lungo tempo
(da Scipione a Giovanni dalle Bande Nei loro effetti».
re) e alle guerre di Mussolini». Questo a
Nel 1923, in occasione
causa della «difficile gestione di un
del Congresso internazionale di medi“mito di fondazione” che era stato tutto
cina militare, il tenente colonnello metranne che consensuale… i ricordi deldico Placido Consiglio tenne una relal’intervento deciso contro la maggiozione sulle psicosi e le nevrosi dei miliranza del Paese, per non parlare del clitari, in cui affermava che «l’effervescenma di violenza delle “radiose giornate”,
za della lotta, la paura della morte,
sconsigliavano di indulgere su un capil’orgasmo terrificante dello scempio
tolo di storia patria tutto sommato deliumano e l’azione logoratrice e depressicato».
va della vita nelle trincee» avevano proSi dovette aspettare il 1959 con La
vocato un ottundimento del senso della
Arrigo Serpieri
Grande guerra di Mario Monicelli
vita e del pericolo in coloro che erano
(nella foto qui sopra),
(scritto
da Luciano Vincenzoni) perché
stati nelle zone di combattimento. In
studioso di problemi
si voltasse pagina nel modo di ricordare
particolare, i contadini. Già nel 1930,
agricoli, fece notare che
il 1915-18. Quel film, afferma Mondini,
Arrigo Serpieri fece rilevare in La gueri combattenti italiani
«finì per rappresentare uno spartiacque
ra e le classi rurali italiane (Laterza),
della Grande guerra
per l’immagine pubblica della guerra,
che tra il 1915 e il 1918, su 5.758.277 uoerano in grande
tra chi l’aveva raccontata, pur con tutti i
mini arruolati, 2.618.234 (46 per cento
maggioranza
suoi orrori e le sue sofferenze, come la
del totale) erano lavoratori agricoli e la
lavoratori della terra
grande prova nonché la grande avvenmaggior parte prestavano servizio in
tura e chi, figlio di una nuova generafanteria, in un reparto cioè destinato a
subire il 95 per cento delle perdite. In un altro im- zione di intellettuali, metteva ora in scena un oloportante libro, Il nostro soldato. Saggi di psicologia causto vissuto senza entusiasmo e a cui non era più
militare (Fratelli Treves Editori), lo psicologo e me- vergognoso cercare di sopravvivere in ogni modo».
dico Agostino Gemelli notava nel 1917 come il pro- Toccò dunque al cinema restituirci un’immagine vetrarsi dei bombardamenti fosse in grado di determi- ritiera di quel che era stata per noi l’unica guerra a
nare «una tale scossa in tutto il sistema nervoso, cui abbiamo partecipato per uscirne da vincitori.
una tale inibizione di qualsiasi energia, una tale [email protected]
ralisi di tutta la vita psichica che il soldato è reso in© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mostre «La ripetizione differente» a cura di Renato Barilli replica la stessa esposizione del 1974. Alla Fondazione Marconi di Milano sino al 18 luglio
Misurare la salute del Postmoderno a quarant’anni dalla nascita
di PIERLUIGI PANZA
Q
uanto è durato il Postmoderno? Per misurarlo attraverso sensazioni e sentimenti bisogna andare alla Fondazione Marconi di Milano dove è esposta o, per meglio dire,
riesposta, la mostra La ripetizione differente curata da Renato Barilli.
Questa mostra che appare oggi come una retrospettiva dell’età postmoderna, che segue la
grande esposizione del 2011 del Victoria and Albert di Londra che faceva già i conti con questa
stagione, venne realizzata tale e quale quarant’anni fa (inaugurazione il 9 ottobre 1974). Allora, si era all’avvento della Postmodernità, che veniva registrata sotto i nomi più incerti di Citazionismo o Mode rétro. Si era in anticipo di tre anni
rispetto al manifesto di Charles Jencks Language
of Postmodern Architecture e di quattro sul saggio teorico di riferimento, La condition postmoderne di Jean-François Lyotard.
Che cosa significava, allora, questa mostra?
Nel ’74, Barilli aveva compiuto una verifica sui la-
Enrico Baj, «Femme d’après
Picasso», 1969, tecnica mista
su stoffa, 130 x 92 cm, courtesy Fondazione Marconi, in mostra in «La ripetizione differente», Galleria Marconi, via Tadino, Milano, sino al 18 luglio
vori in corso individuando come l’Angelus novus dell’arte avesse rivolto il capo all’indietro e
stesse costruendo su rovine, frammenti e citazioni il suo modo d’essere. Era questo il principale senso di lettura che si poteva conferire allora a lavori italiani come Femme d’après Picasso
di Enrico Baj (1969), Matisse che lavora su un
quaderno di disegni di Valerio Adami (1966), Archeologia con de Chirico di Emilio Tadini (1972)
e Vedo di Giulio Paolini (1974). E questo stesso
significato si poteva conferire anche a quanto arrivava dall’estero, come le opere di Eduardo Arroyo o i ritratti deformati di Richard Hamilton.
Cosa stava avvenendo? Più o meno quello che
Barilli scriveva nel catalogo di allora e che Lyotard avrebbe scritto poco dopo: «I mass media
hanno abbattuto le barriere dello spazio e della
geografia e hanno contribuito in misura maggiore alla caduta di quelle del tempo e della storia rendendoci compresenti tutte le epoche e le
maniere e le forme d’arte del passato».
Il pop – come appare dall’esposizione – fu la
declinazione più immediata in cui la Postmo-
dernità sapeva evidenziare questo tema.
E ora? A quarant’anni di distanza, oltre al valore documentario retrospettivo, bisogna interrogarsi sul senso della Postmodernità, sui suoi esiti e su quanto di essa sopravvive nel mondo digitale. L’aspetto che mi sembra più interessante
sottolineare è come la (pericolosa) idea di superamento della storia e delle barriere sia transitata inconsapevolmente oggi nella «condizione»
dei nativi digitali e delle loro espressioni artistiche, come rivela il più postmoderno tra gli scrittori italiani, Alessandro Baricco, nel suo I barbari. Saggio sulla mutazione del 2008. Nella visita
a questa mostra, un nativo digitale non coglierebbe più il lavoro di destrutturazione della storia compiuto da questi artisti e comprenderebbe
il loro come un normale lavoro di appropriazione di immagini. Immagini che stanno in una
sorta di Atlante di Mnemosyne, anzi di nuvola
digitale, a disposizione di tutti in maniera acritica. Non solo le immagini dissociate dal contesto,
ma persino il metodo della ripetizione differente è transitato nella cultura dell’arte digitale, seb-
bene in maniera post autorale, diventando sul
web un campo aperto a tutti. Intendo dire che
opere come StagiONE di Luigi Ontani (1975) o
Autoritratto sociale di Giancarlo Croce (1972-3)
si trovano oggi su qualsiasi pagina di Facebook
montati e smontati a piacimento da un utente.
Questo travaso segna un punto di favore nella
valutazione della Postmodernità? Forse, la critica può solo segnalare continuità e discontinuità,
paternità e messe in guardia. In questa luce,
quello della Postmodernità si mostra allora come un trionfo ermeneutico e popolare che porta
con sé anche le stigmate della fine del discorso
critico e, come diceva Susan Sontag, l’idea di
apocalisse che incombe ma non arriva, lasciandoci dentro una «catastrofe in slow motion» dove tutto si banalizza. Anzi, transitando nel digitale ci colloca sul ciglio di un precipizio dove tutto appare un limbo esteso a perdita d’occhio,
dentro il quale immagini e discorsi vanno e vengono infaticabilmente, scomposti, senza direttore, direzione e senza meta.
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Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
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NOI E L’EUROPA
✒
Il ministro della Salute vuole ritardare l’introduzione della fecondazione eterologa in Italia? Questa è
l’intenzione che è stata attribuita a Beatrice Lorenzin dopo un’intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera.
Un’interpretazione corroborata, in
alcuni casi, come quello dell’Associazione Luca Coscioni, da analisi tecniche
e giuridiche approfondite. La decisione
del ministro di aspettare linee-guida e
passaggi in Parlamento per partire con
la fecondazione eterologa può prestare
il fianco alla critica di voler normare
qualcosa per cui le norme già esistono.
Il rischio sarebbe quello di avviarsi su
un percorso scandito da una successione di sentenze che potrebbero poi
smontare pezzo per pezzo ciò che in fase di attuazione è stato modificato, o
forzato, a partire dalle leggi esistenti.
Un percorso già visto proprio con la legge 40. Detto questo, non si può non
concedere che quello del ministro possa essere invece un legittimo esercizio
di prudenza. Non è un mistero, per
esempio, che recenti casi di cronaca,
come quello dello scambio di embrioni
all’ospedale Pertini di Roma, abbiamo
minato la fiducia dei cittadini nei confronti delle procedure di fecondazione
assistita. E i medesimi casi di cronaca
hanno presentato problematiche inedite, che possono e devono essere risolte
in base alle norme vigenti, ma che sono
anche cariche di aspetti giudicati da diversi osservatori meritevoli di una discussione ad hoc per il futuro.
Casi e problematiche, questi, che
rendono anche cogente la responsabilità , e quindi il diritto-dovere, delle istituzioni di stabilire in modo inequivocabile criteri di qualità e sicurezza che devono essere garantiti dai centri autorizzati alla fecondazione assistita, a
maggior ragione ora che anche quella
eterologa è possibile. Una discussione
volta a evitare incertezze su questi
aspetti sembra dunque giustificata. Anche per non far correre a chi vorrà accedere alla fecondazione eterologa in Italia, i rischi che sono stati invece costretti ad affrontare coloro che, per praticarla, si sono dovuti recare in alcuni Paesi
dove pretendere sicurezza e qualità sarebbe stato certamente più difficile.
Luigi Ripamonti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL «CAPITALE» DI PIKETTY LIBRO MENO LETTO
SE LA CITAZIONE SI FERMA AL PRIMO CAPITOLO...
✒
I libri sono una cosa seria, ma
sanno invitare al gioco. L’estate a
sua volta invita al gioco. Le classifiche sono, addirittura, un gioco. E poiché anche
la matematica è un gioco, il Wall Street
Journal ha pensato mettere a punto un
(finto) modello matematico per stabilire
qual è, già ora, il libro meno letto della
stagione.
La formula che il quotidiano suggerisce poggia
sui popular highlights di
Amazon, ovvero i passaggi
di un volume segnalati dai
lettori che si riforniscono
nella libreria online più assortita e controversa del
mondo. Ribattezzato «indice di Hawking» partendo dal presupposto che La
breve storia del tempo di
Stephen Hawking sia «il libro meno letto
di tutti i tempi», il meccanismo si basa
sul fatto che se le citazioni sul sito Amazon sono distribuite su tutto il libro, significa che questo è stato effettivamente
letto fino in fondo; se invece i passaggi riportati si concentrano nelle prime pagine, vuol dire che ci si fa belli attingendo
all’inizio senza andare oltre.
Secondo questi parametri «neanche
lontanamente scientifici» e dichiaratamente ludici, il Wall Street Journal ha stabilito che se Il cardellino di Donna Tartt
(tradotto da Rizzoli) è il libro più letto, il
meno letto è Capital in the Twenty-First
Century (Il capitale nel XXI secolo), il saggio elogiato, contestato, citato, evocato,
demolito dell’economista Thomas Piketty. «Sono quasi 700 pagine — scrive il
giornale — e l’ultima delle
cinque citazioni più popolari appare a pagina 26».
Bocciato, stando al criterio della rilevazione,
Piketty (che il 10 settembre uscirà per Bompiani),
e con un fremito di piacere da parte dell’ultraliberista Wall Street Journal che
non ha in simpatia le teorie del neo- o post- o paramarxista Piketty. Il gioco funziona e dimostra caso mai, con buona pace dello
stesso Piketty, quello che pare un tic del
capitalismo reale: se ci si inventa un gioco, è per vincere. O almeno per far perdere i propri avversari.
Marco Del Corona
@marcodelcorona
leviedellasia.corriere.it
Tanti equivoci su flessibilità e rigore
Le riforme vero motore della crescita
di ENZO MOAVERO MILANESI
SEGUE DALLA PRIMA
Lo testimonia, sin dalle origini, la stessa
denominazione dell’accordo preposto al suo
funzionamento: patto di Stabilità e di
Crescita. La crisi economica e finanziaria
globale, nel manifestarsi in Europa, ha
assunto caratteristiche peculiari,
minacciando la tenuta del sistema dell’euro
e di alcuni degli Stati che lo adottano.
Corroborare e integrare le regole, gli
strumenti era ineludibile e occorreva dare
priorità all’urgenza maggiore: garantire la
stabilità. In quest’ottica, sono stati varati i
regolamenti Ue che rendono più cogente il
rispetto dei parametri relativi a deficit
annuale, debito pubblico e equilibrio del
bilancio (il cosiddetto Six Pack, poi ripreso
dal trattato Fiscal compact) e che
prevedono l’esame preventivo delle leggi di
Stabilità dei vari Stati (il cosiddetto Two
Pack). Peraltro, il secondo obiettivo non
veniva dimenticato. Già nel febbraio 2012,
su iniziativa di Italia, Regno Unito e Paesi
Bassi, dodici Stati propongono una lista di
concrete azioni europee a favore della
crescita e dell’occupazione; ne scaturisce un
apposito accordo al Consiglio europeo del
giugno 2012. Queste azioni sono tuttora in
corso — benché abbiano un’efficacia
variabile — e le ritroviamo puntualmente
riprese nel documento strategico
dell’ultimo vertice Ue di qualche giorno fa.
Dunque, «rigore» e «crescita» non si
elidono a vicenda, ma si supportano
reciprocamente, quali parti di un’armonica
diade.
In secondo luogo, le regole di cui tanto si
parla non sono rigide o manichee. Al
contrario, sono assortite di precisazioni che
le rendono duttili e delle quali va tenuto
conto al momento della loro applicazione.
La «flessibilità» è intrinseca alle stesse
regole: all’interprete spetta il compito di
individuarne i margini reali, a fronte delle
diverse situazioni concrete. Come dovrebbe
essere noto, questo vale sempre, per ogni
norma giuridica e quindi, anche per quelle
dell’unione economica e monetaria
europea. Del resto, ci sono già stati esempi
di una loro applicazione flessibile. Vale la
pena di ricordarne tre, rilevanti: al nostro
Paese è stato riconosciuto di poter
aumentare il debito pubblico, una tantum,
per pagare i crediti delle imprese nei
confronti delle Pubbliche amministrazioni;
a svariati Stati, sotto procedura per
disavanzo eccessivo dovuto al deficit
annuale (per esempio, Francia, Paesi Bassi e
Spagna), è stato dato più tempo per
rientrare sotto il limite prescritto del 3% del
Prodotto interno lordo (Pil); mentre, agli
Stati che mantengono il deficit sotto detto
BEPPE GIACOBBE
LINEE GUIDA SULLA FONDAZIONE ETEROLOGA
ADOTTARE CRITERI DI QUALITÀ E SICUREZZA
limite, è consentito di spendere la quota di
cofinanziamento nazionale degli
investimenti sostenuti dai fondi strutturali
Ue, in sostanziale deroga all’impegno di
portare il bilancio annuale in equilibrio (è la
cosiddetta «clausola per gli investimenti
produttivi» — frutto di un negoziato
italiano nel 2012 — che permette, ad
esempio, con un deficit del 2,5% del Pil, di
spendere fino allo 0,5% di risorse nazionali,
cui se ne aggiungono altrettante europee).
Inoltre, non dimentichiamo che
un’eventuale procedura per debito pubblico
eccessivo (dovuta, per esempio, alla sua
mancata riduzione di 1/20 l’anno, prevista
dal Six Pack) è soggetta a disposizioni più
aperte rispetto alla procedura per deficit
eccessivo; bisogna, infatti, vagliare
numerosi «fattori rilevanti» (come richiesto
dall’Italia, nell’ottobre 2011) e l’apertura della
procedura stessa dipende dal voto
favorevole della maggioranza degli Stati.
L’Unione Europea attribuisce, da sempre,
una nodale importanza alla crescita
dell’economia e alla creazione di posti di
lavoro; senz’altro pari all’importanza
tributata, parallelamente, alla stabilità e
all’integrità dell’eurozona. In questo quadro,
è auspicabile intensificare proposte e
negoziati volti ad affinare e ben coordinare
le iniziative europee e nazionali dirette a
conseguire tutti questi obiettivi. Alcune
sono in atto o in discussione da diverso
tempo, altre possono essere lanciate,
costruendo l’indispensabile consenso.
Fra quelle in atto, è il caso di richiamare: il
completamento del mercato unico digitale e
dei servizi, con il suo alto potenziale di
crescita; le politiche comuni dell’energia e
dell’ambiente, per un’economia verde e
sostenibile; i project bond della Banca
europea degli investimenti; gli accordi
commerciali con i Paesi non membri
dell’Unione. Fra le iniziative in fieri,
evocherei i «partenariati per le riforme».
L’idea è stata discussa a fondo al Consiglio
europeo nel dicembre 2013, con l’intento di
decidere al successivo vertice dell’ottobre
2014. Si tratta di favorire le riforme
strutturali nazionali, accordando specifici
incentivi, incluse opportune forme di
flessibilità. In sostanza, uno Stato
assumerebbe un impegno, volontario e
dettagliato, a varare più speditamente
determinate riforme, positive per
l’economia e l’occupazione, in cambio dei
maggiori margini nei conti pubblici,
consentiti dalle regole vigenti. Una
flessibilità, motivata e limitata nel tempo,
volta a fiancheggiare la fase attuativa delle
riforme che, grazie a essa, sarebbero
realizzate prima e in più gran numero. La
presidenza semestrale italiana dell’Unione,
appena iniziata, è l’occasione per stimolare
passi avanti. In particolare, penso che
l’interesse nazionale e l’interesse comune
europeo a una più rapida realizzazione delle
riforme strutturali siano evidenti. Infatti, il
costo delle non-riforme in alcuni Stati e le
divaricazioni che ne conseguono, minano
gli equilibri nell’Unione Europea e
rappresentano un vero problema comune,
da risolvere insieme.
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CASSAZIONE
PEDAGGIO STRADALE SOLO PER STRANIERI
LA REGOLA TEDESCA NON PIACE A BRUXELLES
✒
«Con me non si farà mai», aveva
assicurato Angela Merkel. Poi ha
cambiato idea. Si è adeguata alle pressioni dei cristiano-sociali bavaresi, dando
un’ennesima prova di quel realismo che
la contraddistingue. Ma non è detto che
la scommessa sul pedaggio stradale per
gli stranieri, annunciato ieri dal ministro
dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt, venga effettivamente vinta. La cancelliera si troverà contro non solo i Paesi
confinanti della Germania, ma soprattutto l’Unione Europea, che ha fatto sapere la
sua posizione — dopo qualche ondeggiamento del commissario Siim Kallas avvenuto durante il dibattito sulla proposta.
«La non discriminazione — hanno detto
a Bruxelles — è un principio di base della
legislazione Ue».
Il problema, infatti, è che i tedeschi
non pagheranno niente. Il costo del pedaggio su tutte le vie di comunicazione
automobilistiche, non solo sulle autostrade, verrà loro detratto dalle tasse già esistenti. Solo gli stranieri dovranno sborsare una media di 88 euro all’anno. Un «lasciapassare» per dieci giorni costerà dieci
euro, quello per due mesi verrà venduto a
I ricorsi inutili che affondano la giustizia
di GIAN ANTONIO STELLA
venti. Il governo di Berlino ha calcolato
entrate per 2,5 miliardi di euro ogni quattro anni. «Vengono effettuati ogni anno
170 milioni di viaggi di vetture immatricolate all’estero sulle nostre strade. Questi
automobilisti — ha spiegato Dobrindt —
non partecipano in alcun modo al finanziamento delle nostre infrastrutture. Vogliamo che chiunque usa le nostre strade
contribuisca alla loro manutenzione». Se
tutto andrà come l’ex segretario generale
della Csu spera, le nuove regole scatteranno il primo gennaio 2016.
E i socialdemocratici che cosa dicono?
Pienamente soddisfatti per l’approvazione del salario minimo e dell’abbassamento dell’età pensionabile a 63 anni per chi
ha una lunga anzianità di contributi (le
loro priorità programmatiche), non hanno intenzione di mettersi di traverso.
Quando in Germania si fa un accordo di
governo, quanto è stato stabilito viene generalmente rispettato. È uno dei punti di
forza del sistema politico tedesco. In questo caso, forse, bisognava pensarci prima.
Guardando al di là delle proprie ruote.
Paolo Lepri
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«V
ogliamo e ordiniamo che
al fine di limitare le spese
ai sudditi ed ai litiganti»,
stabilì alla fine del Trecento Eleonora d’Arborea, «circa vertenze o liti che non superano i
100 soldi sia vietato appellarsi a Noi o ad altri funzionari regi...». E se qualche cocciuto
litigante voleva andare a tutti i costi in appello? «L’appello inoltrato non deve essere
accettato, e la sentenza pronunciata dai nostri funzionari deve considerarsi definitiva...». Un solo processo, per le bagatelle,
bastava e avanzava.
Era chiarissimo, quel codice di leggi noto
come la «Carta de Logu», sulla necessità
che uno Stato serio non perda tempo e soldi nelle dispute piccole piccole incoraggiando alle risse tribunalizie i cittadini più
rissosi. Tanto più in un Paese come il nostro che, come avrebbe notato molto tempo
dopo Montesquieu, è da sempre esposto alla tentazione di andare per vie legali: «Non
c’è palazzo di giustizia in cui il chiasso dei
litiganti e i loro accoliti superi quello dei
tribunali di Napoli: lì si vede la Lite calzata e
vestita».
Sono passati secoli, da quell’antico codice. E la giustizia italiana è ancora alle prese,
nonostante l’incoraggiante ma modesta riduzione negli ultimi anni, con arretrati da
spavento: quasi otto milioni di processi
pendenti, per circa due terzi nel civile. Anche per colpa di una massa spropositata di
cause assurde o ridicole.
C’è la signora che denuncia la vicina per
un irridente sms: «Perepe qua qua qua qua
perepe». L’anziana contadina trascinata in
sei anni di dibattimenti (assolta) per «furto
di una zappa con un dente mancante». Il
suocero che querela la nuora per un piatto
di agnolotti. E via così. Centinaia di migliaia
di baruffe da ballatoio che rischiano di finire in Cassazione. Chiamata in questi anni a
decidere per due volte se esista una «servitù di stillicidio» per le camicie sgocciolanti
sul pianerottolo di sotto e per due volte sulla brucatina sul campo altrui di un’asina,
che benché solitaria va per legge considerata mandria. C’è da stupirsi se la Cassazione,
tirata in ballo da una quantità di ricorsi immensamente superiore a quella dei colleghi britannici o francesi, impieghi da 42 a
43 mesi per sbrigare una causa civile e non
riesca a smaltire un arretrato di 98 mila appelli che si rivelano poi inammissibili nel
64% dei casi?
Quanto costa, in soldi e tempo e decoro
della Giustizia che potrebbe concentrarsi
sulle cose serie, una causa per i panni stesi?
Quanto pesò sui bilanci il tormentone giudiziario per una mosca che partita da un letamaio punzecchiò malvagia un’anziana signora trevigiana? Per la prima volta, par di
capire, stanno facendo i conti.
Ne parleranno giovedì il ministro Andrea
Orlando e i vertici della Cassazione. Auguri,
perché il tema scotta.
Guai a sfiorarlo: giù le mani dalla Costituzione! Non dice forse all’articolo 111 che
«contro le sentenze e i provvedimenti sulla
libertà personale (...) è sempre ammesso ricorso in Cassazione»? E ti domandi: quanto
peserà, nell’arroccamento su questo tabù,
la presenza in Italia di 56 mila avvocati cassazionisti che nella sola provincia di Rieti,
come rivelò due anni fa il presidente della
Suprema corte, sono 125 contro i 103 dell’intera Francia? E noi qui, a rileggere con
un sospiro la «Carta de Logu»...
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
35
italia: 51575551575557
Lettere al Corriere
IL TERRORISMO ISLAMISTA
LE SUE ARMI E IL SUO DENARO
Risponde
Sergio Romano
Una miriade di sigle che non
nomino per brevità, tutte
sotto il denominatore comune
di Al Qaeda, dall’Africa sub
sahariana, alla Nigeria e
alla Somalia, dalla Siria e
dall’Iraq per arrivare fino al
Pakistan, strutturate come
veri e propri eserciti, stanno
combattendo una guerra in
nome dell’integralismo
islamico. Le mie domande
sono: ma chi li finanzia? Dove
trovano le risorse per
mantenere tutta questa vasta
organizzazione? Se gli Stati
che combattono il terrorismo
islamico non riusciranno al
più presto a bloccare i
finanziamenti e chi li
eroga, la guerra non sarà
mai finita.
Antonio Merlo
[email protected]
Caro Merlo,
opo gli attentati dell’11
settembre 2001 molti
Paesi adottarono leggi
che consentivano ai governi di
meglio vigilare sui circuiti finanziari. È probabile che quelle
leggi abbiano fortemente ridotto i trasferimenti di denaro
indirizzati a gruppi terroristici.
Ma vi sono almeno tre Paesi del
Medio Oriente — Arabia Saudita, Iran e Qatar — che non
hanno mai smesso di aiutare i
movimenti ideologici e religio-
D
FUTURISTI UCCISI
nella classe dirigente
politico-amministrativa che
tende a conservare e
complicare l’esistente perché
è ad essa funzionale e utile
sotto qualsiasi punto di
vista. La riforma andrebbe
sottratta ai «professori» e ad
alti burocrati e fatta fare da
chi è in prima linea, dagli
operatori di periferia che
sanno benissimo come
accorciare i tempi delle
pratiche, ridurre le spese,
tagliare i rami secchi,
eliminare mille disagi
all’utenza. Anonimi e mai
considerati «travet»
costituirebbero il migliore
antidoto per combattere i
mille interessi consolidati.
Umberto Boccioni
Caro Romano, fra i futuristi
caduti nella Prima guerra
mondiale, lei non ha citato
Umberto Boccioni che fu uno
dei principali del
movimento. Come mai?
Antonio Clerici
Pavia
Boccioni morì in guerra,
ma non in combattimento.
Nel maggio del 1915 si arruolò volontario nel battaglione
ciclisti e prese parte ad alcune operazioni di guerra. Congedato temporaneamente
dopo lo scioglimento del battaglione, fu richiamato e assegnato a un reggimento
d’artiglieria di stanza a Verona. Morì per una caduta da
cavallo il 17 agosto 1916.
Franco Bellini, Udine
NEI PROSSIMI ANNI
Interventi su pensioni
RIFORMA BUROCRAZIA
L’aver mandato per tanto
tempo la gente in pensione,
dopo pochi anni di contributi
e con il retributivo, ha
impoverito tutti noi.
Una lunga attesa
Dagli anni Settanta le nostre
istituzioni annunciano
con toni altisonanti e
rassicuranti un eccellente
progetto di riforma della
pubblica amministrazione.
Da altrettanti anni i cittadini
tutti constatano fallimenti
sempre più clamorosi; anzi,
registrano complicazioni
aggiuntive, disagi, perdita di
tempo e denaro. Io sono
convinto che il difetto sta
Le lettere, firmate con nome, cognome e città, vanno inviate a:
«Lettere al Corriere» Corriere della Sera
via Solferino, 28 20121 Milano - Fax al numero: 02-62.82.75.79
La tua opinione su
sonar.corriere.it
Di Maio (5 Stelle)
risponde ai
democratici: apertura
per 8 temi su 10. Si va
verso un accordo?
si con cui hanno una maggiore
affinità politica e spirituale.
Questi movimenti non sono
necessariamente terroristici,
ma i finanziamenti sono segreti e possono lungo la strada cadere in mano a fazioni e correnti radicali. È accaduto particolarmente in Siria dove i
gruppi che combattono contro
il regime di Bashar Al Assad sono stati aiutati con armi e denaro da molti donatori, fra cui
qualche potenza occidentale. È
Purtroppo i ripetuti
interventi sulle pensioni e
l’alta tassazione saranno
sempre più frequenti.
Peccato che le varie
confederazioni continuino a
non spiegarlo agli italiani.
Pietro Micheletti
[email protected]
PROCESSIONE IN CALABRIA
Ergastolano a casa
Si fa tanto clamore per il
fatto che la processione di
Oppido Mamertina (Rc) si
sia fermata sotto l’abitazione
di un boss ai domiciliari. In
realtà ritengo che sia molto
più drammatico il fatto che il
suddetto, condannato
all’ergastolo, fosse a casa
sua a scontare la pena e non
in carcere!
Mario Razzano
[email protected]
SIGARETTE
un ritardo di 7 secondi nella
virata! Con quel tempo non
si riesce a spostare un
peschereccio, figuriamoci
una nave di oltre 300 metri.
Vittorio Zanuso
[email protected]
PARAGONI
Cadorna e Schettino
Il comandante Schettino mi
ricorda il generale Cadorna
che nel ‘17 addossò ai soldati
la responsabilità di
Caporetto. Ora il nostro
accusa il povero timoniere di
SUL WEB Risposte alle 19 di ieri
La domanda
di oggi
Sì
La Francia contro il
dollaro: peso eccessivo
nelle transazioni.
Una opinione
da condividere?
31
No
69
di Paolo Di Stefano
hanno interesse a continuare le
loro operazioni e i governi non
possono abbandonare i loro
connazionali alla mercé di bande che non esitano a distruggere e a uccidere.
Vi sono state infine circostanze, caro Merlo, in cui le potenze occidentali hanno involontariamente contribuito a
riempire gli arsenali delle milizie islamiste. Una buona parte
delle armi usate per abbattere il
regime del colonnello Gheddafi sono finite nelle mani dei
guerriglieri di Al Qaeda nel Maghreb islamico, l’organizzazione che opera da qualche anno
nel Sahara e nel Sahel.
Il governo intende
aumentare il prezzo delle
sigarette di circa 20
centesimi. Per l’incredibile
costo sociale
(leggasi cure mediche) che il
tabacco costa alla nostra
società, secondo me
andrebbe aumentato di
almeno 5 euro. Per fare un
paragone, un pacchetto di
marca che in Italia viene
venduto per circa 5 euro,
negli Stati Uniti costa
circa 10 euro e in Australia
quasi 15.
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Rossano Lai
[email protected]
PER APPRENDERE LA STORIA
Studenti a Redipuglia
Guardando su Rai Tre la
commemorazione della
Grande guerra mi rendo
conto di come la scuola in
questi ultimi quarant’anni
non abbia istruito i giovani
alla nostra storia, e quindi
sia responsabile della
carenza della nostra identità
nazionale. Sarebbe doveroso
portare gli studenti a
Redipuglia e spiegare loro
come quei giovani sono morti
per la nostra patria.
Barbara Jonoch Gulinelli
[email protected]
GRANDE GUERRA
Ripristinare la festività
Si susseguono (giustamente)
le cerimonie per il centenario
della Grande guerra. Cosa
aspetta il governo a
reintrodurre la festività del 4
novembre a ricordo (e
memento alle nuove
generazioni) di coloro che
fecero di fatto l’Italia?
Franco Griffini
[email protected]
Interventi & Repliche
Quelle consulenze del Cnel
Mi riferisco all’articolo «Le consulenze del
Cnel: un danno da 2,6 milioni» (Corriere, 6
luglio) anzitutto per ringraziare per
l’attenzione dedicata a questa problematica
che all’epoca affrontai in totale solitudine e,
può ben comprenderlo, isolamento. Ma
debbo richiedere una precisazione.
Nell’articolo vengo qualificato come
«presidente dell’Ordine nazionale degli
Agronomi»: è inesatto. Sono in realtà
presidente dell’Ordine nazionale degli
Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati
Roberto Orlandi, Forlì
«Garanzia giovani» e la Sardegna
Nell’articolo «I distruttori di lavoro» e
dedicato al progetto «Garanzia giovani»
(Corriere, 3 luglio), l’autore, Maurizio Ferrera,
non cita la Sardegna tra le Regioni virtuose
che hanno iniziato i colloqui con i giovani che
hanno risposto al bando. In realtà dei circa
8.000 che hanno aderito, già più di 500 sono
stati sentiti in colloquio dagli operatori dei
centri servizi per il lavoro, che sono stati
appositamente formati per questa attività.
Non solo: oltre a procedere nella formazione
degli operatori, abbiamo già attivato i primi
rapporti con piccole e soprattutto grandi
aziende interessate ad accogliere i giovani
che orienteremo. Inoltre, a proposito
dell’apprendistato, nell’articolo si afferma
che non è previsto nessun finanziamento. La
Giunta regionale aveva già stanziato due
milioni di euro con fondi propri, senza
utilizzare finanziamenti europei o nazionali.
E non riteniamo inutile destinare
finanziamenti alla formazione degli operatori
che devono guidare i giovani in un percorso
virtuoso verso il lavoro. Se sarà necessario
interverremo ulteriormente, perché
«Garanzia giovani» è uno dei progetti su cui
abbiamo creduto sin dal primo momento.
Virginia Mura
Assessore del Lavoro
Regione Autonoma della Sardegna
Cinquecento colloqui su 8.000 iscritti è
sicuramente un inizio, ma non tanto virtuoso.
Con un numero di operatori significativamente
inferiore a quello della Sardegna, regioni come
Lombardia o Toscana hanno già intervistato
più della metà dei loro iscritti. Auguri di buon
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DIRETTORE GENERALE DIVISIONE MEDIA
Alessandro Bompieri
Ma l’«autofiction»
non è un vizio italiano
È
vero che i primi tre romanzi finalisti del premio Strega
erano ascrivibili alla cosiddetta autofiction, che è come
dire un’autobiografia reinventata. Eppure, non convince
l’idea, espressa domenica sull’Unità da Riccardo Chiaberge, che l’autofiction sia: a. un genere letterario tutto
italiano, b. l’equivalente del selfie in campo narrativo, «l’ultima
frontiera del narcisismo di un’umanità che ha perso ogni punto di
riferimento all’infuori del proprio ombelico». Nulla da dire su
quest’ultima affermazione: il narcisismo è una delle più serie malattie del nostro tempo. Non si sente altro che «io, io, io». Patetico, tronfio, strisciante, provocatorio, l’io tracima in tutti gli ambiti: la politica, il giornalismo, lo sport... Basti semplicemente dare
un’occhiata all’esplosione di codini, creste, mêches, treccine, rasature decorate, tatuaggi sui campi del Mondiale… Il vero terrore è
passare inosservati. Ma la letteratura? La letteratura è sempre autofiction (e non serve citare la frase più famosa di Flaubert). Che
cosa sono La coscienza di Zeno e La cognizione del dolore?
Ormai in ogni occasione si cita Emmanuel Carrère: Limonov,
Limonov, Limonov… Non esiste altro che Limonov. Anche Chiaberge prende Limonov a straordinario esempio del sapersi mettere nei panni degli altri, opponendovi la nostra «autofiction all’amatriciana». Avrebbe potuto citare: l’ultimo libro di Michele
Mari, Roderick Duddle, che come dimostra il titolo guarda verso
panorami molto più ampi dell’io
dell’autore. Oppure, se è per l’intenzione di narrare le vite altrui,
avrebbe potuto citare i nuovi libri
di Camilleri, Giordano, Recami,
Anche Carrère
Genna, Lucarelli, Carofiglio, Wu
Ming… Ma siamo sicuri che il teed Ellroy
nersi accuratamente fuori dalla
si raccontano
storia narrata sia una garanzia di
qualità, fascino, tenuta, ricchezza
facendo buona
letteraria? Chi l’ha detto?
letteratura
In Vite che non sono la mia, a
dispetto del titolo, Carrère racconta se stesso dentro varie vicende
che lo sfiorano: è una bestemmia dire che si tratta di un romanzo
più interessante di Limonov? Lo stesso si può dire per La vita come un romanzo russo o per Facciamo un gioco, dove Carrère metteva in scena se stesso. Uno dei romanzi più belli degli ultimi anni
è Livelli di vita dello scrittore inglese Julian Barnes, dove c’è Julian
Barnes in persona e la sua storia d’amore con la moglie, Pat Kavanagh. Autofiction? Sì, autofiction. E allora? C’è buona autofiction
e pessima autofiction, ammiccante, allusiva, compiaciuta, manierista. Anche il James Ellroy dei Miei luoghi oscuri è autofiction,
racconta il misterioso assassinio di sua madre negli anni 50: un
capolavoro senza ombelico. Carrère, Barnes, Ellroy non sono
scrittori italiani. Neanche Patrimonio di Philip Roth, con la storia
del padre dello scrittore, è un romanzo ombelicale, ma è, se proprio vogliamo, una magistrale autofiction. Non bastano le etichette a definire a priori la qualità di un romanzo. Dunque, l’invito agli italiani, ma non solo a loro, sarebbe non tanto quello di
Chiaberge («Coraggio, narratori italiani, un piccolo sforzo...»),
ma un altro, più banale: scrivete libri onesti, dirompenti, sfacciati,
duri, autoriferiti o eteroriferiti, come vi pare. Ma bei libri. Tutto
qui. Prima o poi persino lo Strega vi premierà.
❜❜
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Nidasio
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Il piccolo fratello
probabile che alcuni di questi
Paesi, dopo avere compreso
che i destinatari non erano affidabili, abbiano smesso di foraggiarli. Ma quando giungono
in un territorio dove non esistono due fronti, distinti e
compatti, le armi e il denaro
sono difficilmente «tracciabili».
Esiste poi l’autofinanziamento. Se un movimento armato dispone di una base territoriale, può sfruttarne le risorse minacciando le imprese di
colpire i loro impianti o sequestrando i loro dipendenti. Né le
imprese né i governi stranieri
ammetteranno mai di avere pagato un riscatto, ma le prime
Aumenti giustificati?
@
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lavoro comunque all’assessore Mura, in
particolare per i contatti avviati con le
imprese. (m.f.)
La direzione di Piero Ostellino
Caro direttore, nel mio articolo di ieri sul
Conte Ory di Rossini alla Scala per un
errore di trasmissione è caduta una
parola. Là ove nominavo «il direttore
Piero Ostellino» il testo originale era «il
grande direttore Piero Ostellino». E
siccome il caro e gentile Ostellino è stato
anche un grande direttore, vittima
peraltro dell’intolleranza politica di chi
allora comandava, ci tengo a ripristinare
il mio pensiero memore e grato.
Paolo Isotta
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La tiratura di lunedì 7 luglio è stata di 419.627 copie
ISSN 1120-4982 - Certificato ADS n. 7682 del 18-12-2013
Thailandia THB 190; UK Lg. 1,80; Ungheria Huf. 650; U.S.A. USD 5,00. ABBONAMENTI: Per informazioni sugli abbonamenti nazionali e per l’estero tel. 0039-0263.79.85.20 fax 02-62.82.81.41 (per gli Stati Uniti tel. 001-718-3610815 fax 001-718-3610815). ARRETRATI: Tel. 02-99.04.99.70. SERVIZIO CLIENTI: 02-63797510 (prodotti collaterali e promozioni).
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altre verità” € 8,30; con “I dolci di Benedetta” € 9,39; con “Scarpette rosse” € 9,30; con “Harry Potter” € 13,30; con “Skylander” € 11,30 ; con “La grande cucina italiana” € 11,30; con “Grande Guerra. 100 anni dopo” € 12,39; con “Geronimo Stilton. Viaggio nel tempo” € 8,30; con “English Express” € 12,39; con “Biblioteca della Montagna” € 10,30
36
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Spettacoli
L’annuncio
Festival di Roma, il pubblico deciderà i vincitori
Sarà il pubblico a decretare i vincitori della nona
edizione del Festival Internazionale del Film di
Roma (16-25 ottobre). Lo ha annunciato ieri il
direttore artistico della rassegna, Marco Müller.
Il Roma Film Fest dedicherà più attenzione al
cinema emergente istituendo uno speciale
premio da assegnare a tutte le opere prime e
seconde presenti nelle varie sezioni.
Il caso Il conferimento di un prestigioso premio a un colosso britannico rilancia le polemiche. Sovrintendenti succubi degli impresari?
Passione
Il soprano Diana
Damrau (43 anni) nel
ruolo di Violetta nella
«Traviata» in scena
l’anno scorso al Met.
L’artista è stata molto
applaudita nello
stesso ruolo, ma in
una versione bionda,
nell’opera che ha
inaugurato la
stagione scaligera
2013
Le leggi
e i compensi
Tensioni dietro le quinte della lirica
«Agenti delle star, troppo potere»
ca? «Non credo — dice Oldani —. Anche perché il
costo degli interpreti incide per il 15-16% sui bilanci dei teatri». In Italia, inoltre, i cachet massimi sono fissati per legge (DL 28 marzo 2006): 17 mila
euro per cantanti e direttori (a cui si aggiunge un
20% per chiara fama); 25 mila euro per direttori e
solisti nei concerti; ma li prendono pochissimi.
Oggi il cachet massimo si aggira intorno ai 10 mila
euro, e agli agenti va il 10%. Ad averli! Perché, racconta la Coletti «con i teatri stranieri si riesce a
programmare e a venir pagati; con gli italiani… ti
che evidenzia questa associazione sono la massicColetti, agente e consigliere dell’Aricas. «Non è rimandano il contrato firmato una settimana pricia presenza di agenzie straniere nel nostro Paese
così. Esiste complicità. Noi non imponiamo nien- ma, alcuni non lo rispettano e alcuni non pagano
(che godono di benefici fiscali), l’assenza di un rete». Pacchetti chiusi? «Possiamo proporre un arti- o lo fanno in ritardo. Molti artisti devono fare degistro degli agenti e l’allarme sui «teatri lirici che Gitana
sta minore assieme a un grande, sta all’altro rifiu- creti ingiuntivi». Circa il 40% dei cantanti lamenta
non pagano».
tare — dicono sia Coletti che Giovanni Oldani di insolvenze.
«Non capisco le polemiche. Sembra che siamo Elina Garanca
Music Center Domani —. Il punto è la credibilità
La difesa dei teatri è ovvia: se i finanziamenti aruna banda Bassotti che va a puntare la pistola alla (37 anni) in una dei teatri». Le agenzie italiane sono piccole, il pro- rivano in ritardo vengono effettuati in ritardo. Altempia. Saremmo tutti ricchi!», racconta Raffaella «Carmen» di
prietario è lo stesso agente che cura agenda e con- cuni teatri, però, negano agli agenti persino i bitratti. Un tempo si dividevano tra chi seguiva or- glietti per seguire gli artisti, segno che non sono
Bizet al Covent
chestre e direttori e chi i cantanti. Ora tutti fanno temuti. Per Francesco Saverio Clemente di In Art,
Garden di
tutto; c’è chi rappresenta 10-15 artisti, chi 150. Al- «la demonizzazione degli agenti è sciocca. Molti
Londra: il
l’estero le agenzie sono colossi che radunano cen- di noi hanno un grado di professionalità elevatismezzosoprano
tinaia di artisti, come la londinese Askonas Holt sima. Ciascuno ha rapporti di maggiore o minor
lettone è una
(Mehta, Rattle, Alagna, Antonacci…) e le america- fiducia con alcuni interlocutori, ma questo sta nel
delle cantanti
ne IMG Artist (Bychkov, Jurowski, Pappano…), Ca- gioco dei ruoli». Come sono questi rapporti? «Ci si
più quotate
mi (Gatti, Gergiev, Levine…) o quelle del gruppo trova a consigliare un giovane che il teatro non codell’attuale
Universal come la CSAM (con Netrebko e nosce. Quando si tratta di grandi artisti sono i teapanorama
Damrau).
tri a chiederti di avere periodi liberi, idee di prolirico
Sono le agenzie a far lievitare i prezzi nella liri- getti. Poi ci sono alcuni sovrintendenti che hanno
internazionale
idee chiare. Pereira, come
Lissner, sono uomini di
Il signore della musica e i suoi divi
Cantanti
Solista
Direttori personalità, che trattano
con gli artisti personalmente. In quei casi noi diventiaRoberto
mo solo esecutori». Solo i
Diego
Daniel
Alagna
Yo-Yo-Ma
piccoli teatri sono un po’
Matheuz
Barenboim
(tenore)
(violoncellista)
succubi degli agenti che,
per altro, hanno lanciato inChristopher
Ch
terpreti come Daniela BarHogwood
H
Anna Caterina
cellona, Maria Agresta,
Antonacci
Francesco Meli... «Oggi —
(mezzosoprano)
aggiunge Lorenzo Baldrighi
Zubin
della Baldrighi Artists MaMehta
nagement — il ruolo di
Elina
un’agenzia è quello di inforGaranca
mare puntualmente la diri(mezzosoprano))
Simon
genza di un teatro sulle quaRattle
lità e lo stato di carriera di
Angela
un artista».
Gheorghiu
Ma un conto sono i ca(soprano)
chet fissati per legge in ItaRobin
R
Thomas
Ticciati
Ti
lia, un conto quelli compoM
Mart
tiin
Martin
Giovanni
Allen
siti (massimo di legge, più
Campbell-White
Antonini
(baritono)
chiara fama, più sponsor,
Superconsulente della Askonas Holt
più sostegno di case discoche ha ricevuto il prestigioso premio musicale MBE
grafiche) per gli interpreti
più richiesti. Quelli compositi, utilizzati per attirare artisti che altrimenti in
Sul «Financial Times»
Italia non vedremmo, nessuno li riferisce. Cecilia
Bartoli ha richieste ampiamente sopra il cachet di
legge: si favoleggia di 60-80 mila euro a serata.
Quindi o canta all’estero (dove non dovunque si
guadagna di più, di certo in America) o si fa un caAppassionato dibattito sul Financial Times: a far parlare ancora di sé è
chet composito. Anche Lang Lang per una serata
Arturo Toscanini (1867 – 1957), in uno scambio di ricordi tra lettori. Il
può addirittura raggiungere, si dice, tra i 50 e i 100
primo riporta la battuta di Toscanini a proposito del secondo atto di
mila euro e i grandi direttori (Myung-Whun
Tristano e Isotta sulla lunga notte dei due innamorati: «Se fossero
Chung, Chailly, Barenboim, Muti…) hanno cachet
italiani avrebbero già fatto sette figli». Di reminiscenza in
di 25 mila euro sul mercato domestico ma più alti
reminiscenza, un secondo lettore ricorda di come il grande direttore
all’estero. Per un recital fuori dall’Italia gli interfosse uso a dirigere senza spartito. Una volta, quando gli fecero notare
preti più richiesti, come Kaufmann o la Netrebko,
che aveva un foglio con delle note di fronte a lui, rispose: «È lo spartito
superano i cachet imposti dalla legge italiana.
Pierluigi Panza
del prossimo concerto». Un maestro, anche d’ironia.
L’accusa: cachet gonfiati. La replica: tanti teatri inadempienti
MILANO — Nei giorni scorsi, la medaglia di
Member of the Order of the British Empire per
meriti musicali è stata assegnata agli agenti Martin Campbell-White e Robert Rattray della Askonas Holt, una delle maggiori agenzie del mondo.
Sul suo sito www.slippedisc.com il celebre musicologo Norman Lebrecht ha stigmatizzato questa
assegnazione, confortato da un largo seguito di
commenti. «Bisognerebbe premiare chi ha fatto
qualcosa per il genere umano, non per il profitto.
Il ruolo degli agenti era di facilitare; oggi, invece,
è quello di ostruire». La loro crescita, racconta al
Corriere Lebrecht, «è iniziata 25 anni fa, in un momento in cui due o tre agenzie hanno incominciato a esercitare troppo potere, gonfiando le commissioni a un punto che il mercato non poteva più
sopportare. Oggi, è vero, sono meno potenti, ma
non meno dannose. Alcuni agenti sono utili, altri
credono di poter attivare o disattivare i rubinetti».
Autodifesa
«Il costo degli interpreti incide solo per
il 15-16% sui bilanci dei teatri. Alcuni
non rispettano gli impegni o non
pagano in attesa dei soldi pubblici»
E se l’accusa è alle grandi agenzie, come la Askonas, «i rapporti tra agenti e teatri italiani sono ancora più intimi e, a volte, corrotti», afferma.
Insomma, è in discussione il ruolo degli agenti,
che è ben lontano da quello che rivestivano nell’Ottocento quando un Bartolomeo Merelli si gloriava di aver portato Donizetti e Verdi alla Scala. La
diatriba sugli agenti musicali in Italia ha una data
d’inizio, il 1967, quando la legge 800 li mise al bando. Fu riconsentito loro di operare dal ‘79 e, dal
2008 (legge 112), la loro figura è stata equiparata a
quella dei procuratori. Ma continuano a essere in
discussione. Ai tempi dei megaconcerti di Carreras, Domingo e Pavarotti a Caracalla (1990) furono
accusati di «voler solo fare business». Nel terremoto che investì la Scala nel 2005 (che portò alle
dimissioni di Riccardo Muti) si parlò dell’invadenza del procuratore monegasco Valentin Proczynski. Nel luglio 2013, nel difendere Un ballo in maschera di Michieletto, l’economista Michele Trimarchi scrisse che «nel sistema mummificato della lirica pesano gli interessi delle agenzie».
Recentemente, su corriere.it, il baritono Pierluigi
Dilengite ha parlato di «casta della lirica» in cui
«la maggior parte dei cantanti che passa un’audizione proviene dalle agenzie», aggiungendo che
le «tre agenzie Stage door, Atelier musicale e Opera art hanno in mano il monopolio dei 13 enti lirici
italiani».
Ma sono davvero così potenti le agenzie musicali? In Italia non esiste un loro registro. L’Aricas,
la loro associazione costituita nel 1981, ne raduna
17 e si è dotata di un codice etico dove si fissano
criteri di indipendenza e correttezza. I problemi
Toscanini appassiona i lettori
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cecilia Bartoli
Jonas Kaufmann
I tetti ufficiali:
17 mila euro
La normativa
italiana stabilisce
dei tetti ai cachet:
massimo 17 mila
euro a serata per i
migliori artisti (più
20% se di chiara
fama); 25 mila
euro per direttori e
solisti in concerto.
Secondo alcuni ciò
penalizza i nostri
grandi teatri
rispetto all’estero.
Ma di certo solo in
America, dove si
possono detrarre le
spese di soggiorno,
si guadagna di più
I cantanti
più pagati
Molti i nomi, da
Anna Netrebko a
Diana Damrau, da
Angela Gheorghiu
a Jonas Kaufmann
(foto). Per Cecilia
Bartoli (foto),
mezzosoprano e
direttrice del
festival di
Pentecoste a
Salisburgo, si parla
di guadagni
all’estero fino a
60-80 mila euro a
serata. Il cachet del
pianista cinese
Lang Lang si
aggirerebbe tra i
50 e i 100 mila
euro
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Il personaggio
Spettacoli 37
italia: 51575551575557
Il successo di «Balla coi lupi», i flop sul grande schermo, la resurrezione in tv e la passione per la musica: fenomenologia dell’attore, padre di 7 figli
Rock, pubblicità, feste con selfie
L’estate italiana dell’ex divo Costner
Galleria
Mille volti per riciclarsi. «Con i soldi degli spot difendo l’ambiente»
D
a balla coi lupi a balla coi tonni lo scarto non è solo zoologico. È la distanza che passa
dal sorriso fascinosamente
hollywoodiano di un sex symbol con
un Oscar in mano allo sguardo languidamente ittico di un pensionato termale che brandisce un grissino. Kevin
Costner era quello che è oggi George
Clooney, poi però succede qualcosa di
inspiegabile e ti ritrovi con un tonno in
mano.
Un tempo lo avrebbe fatto lui lo spot
a una cialda per caffè da 40 centesimi
che sembra che ti accolga in chissà
quale «club» esclusivo. Invece oggi ti
fa sedere sulla sua terrazza con vista
costiera amalfitana assieme a tre casalinghe semidisperate e l’unica cosa che
ti vien voglia di fare è buttarti in mare e
nuotare via il più rapidamente possibile da quel luogo «ameno», nel senso
che se ne può fare volentieri «a meno».
Era il 1990: Balla coi lupi, sette Oscar,
tra cui miglior film e miglior regia (la
sua). Non sbaglia un colpo Kevin Costner, come in Robin Hood dell’anno
successivo: dal cinema coraggioso,
lontano dalle mode, che racconta gli
indiani Sioux al cinema facile, vicino
alle mode, che racconta del ladro che
ruba ai ricchi per dare ai poveri. Ma
pian piano la sua mira tende a diventare quella dell’infallibile arciere strabico. La frattura avviene con un riuscitissimo buco nell’acqua, ai tempi di Waterworld (1995), all’epoca il film a budget
più alto mai prodotto (175 milioni di
dollari), ma che di kolossal ha solo i
Il tonno in terrazza
Kevin Costner nella pubblicità
del tonno in onda in tv
Duomo di Orvieto per celebrare il giorno dell’Indipendenza americana (a Orvieto, bah, gli strani itinerari della globalizzazione). Prima era passato da Roma: dopo una sessione di selfie con le
fan, si era ritrovato a una festa con il tiratissimo Renato Balestra e si era fatto
fare una foto con Antonella Mosetti,
indimenticata star del Bagaglino, che
ha postato lo scatto sul suo profilo Instagram. Lui si è lasciato andare a dichiarazioni che si spera siano state veicolate dall’alto tasso alcolico: «Ah, gli
italiani, sono più alti di quanto pensassi». Forse ci aveva confuso con gli Inuit.
La fenomenologia del 59enne Kevin
approda in tv: un guizzo di successo
con la miniserie tv ambientata nel
West (Hatfields & McCoys, 2012), un
Impegno
«Uso quei guadagni anche
per film sul razzismo
o sui nativi americani che
Hollywood si rifiuta di fare»
Cantante sul palco
Dal 2007 l’attore si è dato alla
musica con i Modern West
Nel West Kevin Costner (59 anni) nella miniserie tv ambientata nel West «Hatfields & McCoys» del 2012
mancati incassi. In realtà — per quegli
strani e distorti meccanismi che la comunicazione a volte sviluppa — guadagna comunque un netto di 100 milioni,
ma passa alla storia come un clamoroso flop. Da lì «KC» (un marchio da farci
mutande) non si riprenderà più. Già allora forse a guardar bene nel mare di
Waterworld si potevano iniziare a intravedere in lontananza delle pinne. Il
tempo avrebbe detto che non si trattava
di dentatissimi squali che il Nostro
avrebbe sconfitto a mani nude, ma di
tonni, resi ancor più mansueti dall’essere in scatola. Lì la sua parabola d’attore vira se non verso le isole dell’oblio,
per lo meno verso le paludi del declino.
Si è mai sentito un grande attore pure grande musicista? No. E ci sarà un
motivo, ma Kevin — che ha sulla co-
scienza molti italioti che ne portano,
ahiloro e ahinoi, il glorioso nome —
decide di darsi alla musica. Nel 2007
mette su una band, i Modern West, un
complessino di musica country, quel
genere così noiosamente yankee che
quando lo ascolti ti vien voglia di invadere la Polonia. Eppure qualche spettatore ce l’ha, il 4 luglio — quattro giorni fa — si è esibito nella piazza del
Lo scatto romano
Con la showgirl Antonella
Mosetti a una serata romana
balzo tonnesco con Rio Mare, del resto
tiene (cospicua) famiglia (sette figli,
uno per ogni Oscar, da tre donne diverse, l’ultimo nato nel 2010). Si è giustificato: «Non faccio pubblicità per fare
soldi ma per alimentare i miei sogni e
poter fare le cose che più mi piacciono.
Devo ringraziare l’azienda che mi ha
ingaggiato, sono stato benissimo, e
uso quei soldi per sviluppare tecnologie che ci aiutino nella difesa dell’ambiente oppure film sul razzismo o sui
nativi americani che Hollywood si rifiuta di fare». Datemi un tonno e vi
cambierò il mondo. È l’ultimo passo
(falso) di un uomo un tempo Insuperabile. Oggi, a occhio, ingaggiato a suon
di grissini, si candida a testimonial per
le scatolette della concorrenza.
Renato Franco
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Nelle nostre sale
Strategie anticrisi
Horror in testa agli incassi
Arriva un’ondata di paura
Le poltrone reclinabili
rilanciano il cinema Usa
di PAOLO VALENTINO
I
ncassi da far paura, ma anche far incassi con la paura.
Con la cifra non stratosferica di 372.000 euro (4 giorni),
ma buona per la stagione estiva e il weekend di sole, un
film horror americano Le origini del male di John Pogue,
lanciato senza squilli di tromba dalla Lucky Red e senza
nomi noti nel cast, è il primo incasso del fine settimana,
battendo il campione della seconda parte della stagione e
primo incasso 2014, Maleficent (364.000 euro) e Jersey
boys di Eastwood (137.000), mentre Tutte contro lui ha
raggiunto 237.000, poco sotto Babysitting. Big wedding
con De Niro, Sarandon, Keaton è il grande flop con 201.000
euro. Le origini del male (The quiet ones) è una storia di
cinema nel cinema che si svolge tra gli studenti Anni 70 a
Oxford dove alcuni ragazzi girano un documentario su una
ragazza posseduta da forze malefiche: la dicitura che si
tratta di fatti
realmente avvenuti è
ormai un modulo
troppo sfruttato da
Blair witch project:
se mai l’episodio di
terrore paranormale
di questa storia si
svolse a Toronto, in
Canada ed ebbe il
nome di Philip
Experiment. Ma che
l’estate si addica per
tradizione alla paura,
all’horror,
Urlo Erin Richards e Olivia Cooke nel film all’emozione forte
del thriller, è una
vecchia storia che è riconfermata anche quest’anno che
puntuale riporta in sala un genere classico ed anche in
America vince con 9 milioni e mezzo di dollari Liberaci dal
male di Scott Derrikson. E c’è anche lo spavento made in
Italy: se fra le ultime uscite c’era Surrounded della
Girolami e Patrizi, horror quasi muto tutto
claustrofobicamente chiuso in una villa, giovedì arriva
Paranormal stories, un film a episodi che rilancia il ghost
movie, impianto classico a fumetti del Creepshow con
grandi paure del paranormale nella regia di sei giovani
autori e un cast senza nomi noti. E in attesa di
Transformers 4, dal 16 luglio, titolo che conserva un po’ di
horror, è in arrivo per i mesi di caldo anche Anarchia la
notte del giudizio, prodotto dal ben noto Michael Bay, sulla
notte in cui ciascuno è libero di non obbedire alle leggi, un
sequel alla maniera di Carpenter.
A
l cinema, come sul divano o sulla chaise-longue di
casa vostra. Sempre alla ricerca di strategie per
attirare nuovi spettatori, le grandi catene
proprietarie dei cineteatri americani stanno investendo
centinaia di milioni di dollari per attrezzare molte delle loro
sale con poltrone completamente reclinabili. Anche se la
novità comporta fino a 2/3 di posti in meno a disposizione e
un prezzo del biglietto più alto, i manager sono convinti che
l’innovazione si rivelerà un successo, convincendo le
persone ad andare più di frequente al cinema. In prima
linea sulla nuova frontiera della visione sdraiata è Amc,
seconda maggior catena americana, acquistata nel 2012 dai
cinesi di Dalian Wanda Group, che progetta di spendere 600
milioni di dollari nei prossimi 5 anni per il «reseating» in
1.800 sale su 5 mila.
I primi risultati si
stanno già vedendo:
nei 37 teatri Amc
già equipaggiati
con le nuove
confortevoli
poltrone, l’audience
è aumentata in
media dell’80% e gli
incassi sono saliti
del 60% nei primi 3
mesi di quest’anno,
nonostante la
capacità per ogni
singola proiezione
Confortevoli Le nuove poltrone Usa
sia diminuita, in
qualche caso fino a 70 posti. Al momento la riconversione
punta soprattutto su location strategiche, evitando mercati
come New York e Los Angeles, dove non c’è bisogno di
particolari trovate per attirare i clienti. L’esempio fa già
scuola tra la concorrenza. Sia Cinema Holdings che Regal
Entertainment Group hanno cominciato a sperimentare le
nuove poltrone in alcune sale. Anche se nel caso di Regal, il
più grande gruppo del settore, l’approccio del management
è cauto: vuole vedere l’effetto concreto, prima di decidere un
grosso investimento. In generale, negli ultimi 10 anni, il
pubblico delle sale cinematografiche USA è rimasto stabile,
ma nel 2013 la vendita dei biglietti ha registrato un calo
dell’1,5% rispetto all’anno precedente. Allarmati, già prima
delle poltronissime i proprietari di sale hanno varato altre
contromisure, come più schermi in 3D, più proiezioni
digitale, la vendita in sala di pollo fritto e «mozzarella
sticks».
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Maurizio Porro
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G
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MondialiBrasile
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L'analisi
FANTASIA
AI MINIMI
TERMINI
Semifinale Si affrontano in una sfida
dai mille brividi la squadra di Scolari
orfana di Thiago Silva e della sua
stella Neymar, e quella di Löw che,
affidandosi ai gol di Müller, sembra
arrivata al giusto punto di maturità
Un tweet al giorno
Cristiano Ronaldo @CRonaldoNews
Don Alfredo ci lascia, ma la sua
memoria rimarrà per sempre
nei nostri cuori. Le leggende
non muoiono mai.
Grazie per tutto Maestro
Emozioni
Brasile e Germania
tutti i duelli di una sfida
che vale la storia
La tensione dei brasiliani
I calcoli dei tedeschi
di MARIO SCONCERTI
S
enza Neymar è un Brasile
con la fantasia ai minimi
termini. Quasi impossibile
trovarne di così operai.
Altrettanto difficile capire
dove si sia arenata la
moltiplicazione del talento.
Ormai va avanti da anni, più
di una generazione. Nel 2002,
ultimo titolo mondiale,
sempre con Scolari in
panchima, c’erano Ronaldo,
Ronaldinho e Rivaldo. Poi è
venuto il tempo di Kakà, un
fuoriclasse sempre
incompiuto, l’esatta
fotografia di una magia che
andava spegnendosi. Ora
siamo a Oscar, un ragazzo di
genio, ma leggero per
guidare la squadra verso una
finale mondiale. Forse
inadeguato. Lo stesso
Willian, che nello Shakhtar
sembrava inarrestabile,
portato dentro un calcio
aggressivo come quello
inglese si è involuto. E
adesso danza tra gli
incompiuti. Qualcuno invece
dovrà compiersi stasera,
perché senza un salto di
qualità dei giocolieri attuali il
Brasile uscirà dal suo
mondiale. Lo avverte
chiaramente anche Scolari
che infatti pensa a un
centrocampo a tre, dove i tre
sono tutti mediani. La mia
impressione è che la
Germania giocherà sempre
meglio del Brasile, ma
vincerà poche volte. È la
squadra meglio assortita, la
più disciplinata e
organizzata, ma Löw è un
esteta, per sé e per gli altri.
Ha dato grazia ai tedeschi,
ma li ha anche
degermanizzati. Va sempre
vicino a vincere, ma non
vince mai. Dalla parte di Löw
gioca la crescita naturale di
Müller, con Messi il migliore
rimasto al mondiale. Realizza
la parte più concreta e tecnica
dell’attaccante europeo,
finezza, corsa, senso del
tempo nella conclusione.
Meno spettacolare di Messi e
Neymar, come si conviene a
un europeo, ma non inferiore
nel rendimento. La Germania
giocherà dunque meglio del
Brasile per molti minuti, ma
ne subirà la forza e i cambi di
ritmo negli sprazzi che il
Brasile riuscirà a darsi sulla
spinta dell’ambiente e delle
caratteristiche dei suoi
giocatori. Manca ai tedeschi
un secondo attaccante di
valore internazionale, quello
che Podolski non è mai
riuscito a diventare e Klose ha
difficoltà ormai a essere.
Tutto, troppo, si basa su
Müller. Per correttezza devo
dire che la mia finale è
Brasile-Argentina e che in
finale vincerà l’Argentina. Ma
sono pronostici che valgono
come lo foglie di Ungaretti.
Un colpo d’aria e cade tutto.
L’idea è quella che alla fine
decida un fuoriclasse. E il
Brasile non ne ha. Vediamo
comunque stasera.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
a cura di uno dei nostri inviati LUCA VALDISERRI
«È il miglior libero della Germania dai tempi di
Beckenbauer». Parola di Andreas Köpke, preparatore dei
portieri tedeschi. Chi è l’elegante difensore? Manuel Neuer, il
numero 1 che, contro l’Algeria, ha fatto 32 passaggi. La sfida
con Julio Cesar è un corso accelerato per portieri che sanno
usare i piedi e danno un’interpretazione moderna del ruolo
(Neuer ha percorso 25,7 km, nel Mondiale, Julio Cesar 19,9).
Il tedesco ha parato di più (18 a 6), ma le statistiche Fifa non
tengono conto dei due interventi più decisivi dell’ex
interista: i due rigori parati contro il Cile, quando il Brasile
stava per uscire dal Mondiale. Neuer è il miglior portiere del
mondo e ha ancora margini di miglioramento; Julio Cesar
sembrava finito, tagliato anche dal Qpr, ma Scolari non ha
mai dubitato delle sue doti, in porta e nello spogliatoio. Il
Mondiale ha confermato il primo e resuscitato il secondo.
Per vincere un campionato non c’è dubbio: meglio Neuer.
Per vincere una partita come quella di oggi, carica di
simbolismo, la sfida è molto più equilibrata.
David Luiz è stato pagato 62 milioni di euro dal Psg, Mats
Hummels per il Borussia Dortmund non ha prezzo.
Difensori centrali che costano come un centravanti e il
motivo c’è. Anzi, ce ne sono due: sono una forza della natura
e sanno anche fare gol. Il brasiliano, in questo Mondiale, ha
segnato a Cile e Colombia, il tedesco a Portogallo e Francia.
David Luiz non ha perso un solo minuto con la maglia della
Seleçao nel 2014 e oggi sarà per la prima volta capitano,
vista l’assenza di Thiago Silva. Hummels era così forte anche
da ragazzo che all’Europeo Under 21 del 2009, quello vinto
in finale 4-0 contro l’Inghilterra, fu convocato anche se era
reduce da un infortunio gravissimo e non si sapeva se
poteva scendere in campo. David Luiz ha conquistato tutti
consolando James Rodriguez dopo la sconfitta e chiedendo
per lui l’applauso di tutto lo stadio. Hummels ha commesso
4 falli in tutto il Mondiale. Galantuomini. Il primo ha
recuperato 28 palloni, il secondo 36. Chi è il più forte?
L’ideale sarebbe prenderli in coppia.
BELO HORIZONTE — Quanto vale il fattore campo?
E quanto la storia, che non ha mai visto una nazionale europea vincere una Coppa del Mondo nei continenti americani? Brasile-Germania, prima semifinale, deve dare queste risposte. Con il Brasile senza
Neymar (non ci sarà nessuna resurrezione, nemmeno in finale) e senza Thiago Silva, al quale non è stata
tolta la squalifica, il pronostico dice Germania. Il
gruppo di Löw, nato con la nazionale campione d’Europa nel 2009, sembra arrivato al punto di maturazione: delle semifinaliste è la più completa e non è incappata in infortuni laceranti. Con Mario Gomez
avrebbe avuto anche l’opzione «vero nueve», ma la
perfezione non è di questo mondo. È peggio per il
Brasile avere perso Neymar, che Scolari ha schierato
in tutte e 27 le partite della
sua nuova esperienza alla
L’accusa
Seleçao. Gli manca la pietra
angolare. La Germania ha
Thiago Silva contro
curato ogni particolare: il
Zuniga: «Quello su
ritiro finanziato da uno
Neymar è stato un fallo sponsor e costruito su mida vigliacco»
sura, gli studi dell’Università dello sport di Colonia per
il database sugli avversari, il
minutaggio dei giocatori. I tedeschi non potevano
controllare la designazione arbitrale e sono preoccupati del messicano Rodriguez, quello di Italia-Uruguay. «Scordatevi i brasiliani che giocano di fino». Il
Brasile è la squadra che ha commesso più falli: 96
(subiti 95). La Germania ne ha fatti 57 (subiti 74).
Guarda caso, l’arbitro non dispiace a Scolari: «Ha
esperienza, se lo hanno designato vuol dire che va
bene. Non ha visto il morso di Suarez a Chiellini? È
umano. Gli arbitri a volte non vedono». Chissà stasera. Nel Brasile c’è lavoro per la psicologa Regina
Brandao. La pressione, il terrore di un altro Maracanaço, l’infortunio di Neymar. Più volte i giocatori
sono scoppiati in lacrime dopo le partite. Al termine
dei rigori contro il Cile, un fiume. Gli argentini di Olè
li hanno chiamati i campioni del pannolino. «Le difficoltà, però, possono cementare un gruppo. Giochiamo per Neymar», ha detto Thiago Silva, molto
polemico contro Zuniga: «Ha fatto un fallo vigliacco.
Sono un difensore anch’io, so cosa vuol dire entrare
con il ginocchio a quell’altezza». Quanto vale il fattore campo? La risposta delle statistiche è questa: dal
2008 il Brasile ha perduto in casa due amichevoli (6
giugno 2008, 0-2 col Venezuela; 3 giugno 2012, 0-2
col Messico), ha vinto 37 partite e ne ha pareggiate
14. Una di quelle contro il Cile, negli ottavi di finale,
poi vinta ai rigori. A Felipao andrebbe benissimo anche così.
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Numeri 1 Julio Cesar, 34 anni, e Manuel Neuer, 28 (LaPresse, Epa)
Muri David Luiz, 27 anni, e Mats Hummels, 25 (Ap, Action Images)
PORTIERI
Il «libero» Neuer
sfida JC il resuscitato
DIFESA
David Luiz e Hummels
gli stopper che segnano
Futebol-arte Il c.t. obbliga il Brasile alla marcatura, chiede ritmi alti e aggressività. Ma in tanti rivogliono un calcio spettacolare
La nostalgia
del «jogo
bonito»
Scolari vince
«all’italiana»
RIO DE JANEIRO — Pelé: «La Seleção
di Scolari gioca male, aver rinunciato al
nostro stile è stato un errore». Tostão:
«Felipe, apri gli occhi: brillantezza e
bellezza sono fondamentali!». Scolari:
«Se per raggiungere il risultato dobbiamo giocare male, giocheremo male».
Di quando sono queste dichiarazioni?
Seconda metà del 2001, tredici anni fa.
Il Brasile si qualifica al Mondiale asiatico per un pelo, Scolari è sotto un diluvio di critiche, vive nascosto perché teme l’ira della torcida più scalmanata:
gliel’hanno giurata perché non vuole
convocare Romario. Sui giornali, fiumi
di inchiostro lacrimano sui bei tempi
andati: il Brasile che incantava il mondo, i cinque numeri 10 del 1970 che
non marcavano, la meravigliosa squadra del 1982, sconfitta dall’Italia «solo
perché Gentile picchiò Zico».
Quello del futebol-arte che non esiste più è un tormentone che in Brasile
è vecchio quasi come l’arrivo del calcio
al tropico, per mano dello scozzese
Charles Miller. Eppure la tentazione resiste all’evidenza, e le frasi sopra riportate sono assai simili a quelle che circolano in queste ore. Cercando ancora
più indietro, negli archivi del 1994,
troveremmo le critiche per come la
squadra campione di quell’anno (ai rigori con l’Italia, Baggio, Pasadena) giocasse piuttosto male, chiusa in difesa,
palla lunga su Romario e Bebeto e nessuna danza con il pallone. L’ingannevole saudade dei bei tempi colpisce
tutti, qui e all’estero. Autorevoli commentatori brasiliani continuano a citare il «jogo bonito», come se fosse finito
Protagonisti
Pelè 73 anni,
tre volte
campione del
mondo (Reuters)
Scolari 65 anni,
è l’attuale c.t.
della Seleçao
(Getty Images)
Tostao 67 anni,
campione del
mondo nel 1970
(Ap)
In tv
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Sport 39
italia: 51575551575557
Le quote Snai
Così in semifinale
1
BELO HORIZONTE
oggi
CORINTHIANS ARENA
domani
Brasile
Germania
BRASILE
GERMANIA
ore 22
Raiuno, Sky Mondiale 1
OLANDA
ARGENTINA
ore 22
Raiuno, Sky Mondiale 1
Olanda
Argentina
STADIO MINEIRAO
SAN PAOLO
X
Fifa: nessuna punizione a Zuniga
2
2,75
3,20
3,15
3,10
Nessuna punizione a Zuniga per l’intervento su
Neymar che ha causato la frattura di una vertebra al
brasiliano. La Fifa ha spiegato che la Commissione
disciplinare non può fare niente perché l’episodio è
stato visto dall’arbitro, che pure non è intervenuto.
2,65
2,40
BRASILE
GERMANIA
Belo Horizonte
12
6
4-3-3
Julio Cesar
ore 22
Marcelo
4
11
David Luiz
Oscar
13
8
2
Dante
17
Paulinho 9
Dani Alves
Luiz
C.t.: Löw
13
Fred
5
Gustavo 7
Müller
Fernandinho
Hulk
11
7
Klose
8
16
Schweinsteiger
6
Özil
Lahm
Khedira
20
18
J. Boateng
Kroos
5
C.t.: Scolari
Hummels 1
4
A disposizione:
A disposizione:
Neuer
22 Weidenfeller (P), 12
1 Jefferson (P), 22 Victor (P),
Höwedes
da grandi
4-4-2
15 Henrique, 23 Maicon,
14 Maxwell, 18 Hernanes,
16 Ramires, 19 Willian,
20 Bernard, 21 Jo
Ind. 3 Thiago Silva (squalificato),
10 Neymar (infortunato)
Arbitro: RODRIGUEZ (Messico)
Tv: ore 22 Raiuno, Sky Mondiale 1
Zieler (P), 15 Durm,
3 Ginter, 15 Grosskreutz,
17 Mertesacker, 14 Draxler,
19 Goetze, 23 Kramer,
10 Podolski, 9 Schuerrle
Ind. 21 Mustafi (infortunato)
Stranezza La Seleçao per la prima volta non è favorita
Al grido «Io ci credo»
per battere il destino
e vincere per Neymar
Come reagirebbe il Paese all’eliminazione?
da uno dei nostri inviati ALDO CAZZULLO
Creativi Oscar, 22 anni, e Thomas Muller, 24 (Epa, Ap)
Bomber Fred, 30 anni, e Miro Klose, 36 (Ipp, Afp)
CENTROCAMPO
Oscar contro Müller
I talenti multiuso
ATTACCO
Tocca a Fred e Klose
Ma non è il massimo
Talentuosi e capaci di coprire più ruoli. Oscar ancora da
completare, Müller fatto e finito. Il primo predestinato fin
da ragazzino, il secondo che ha masticato il pane duro delle
seconde squadre e che in nazionale Under 21 ha giocato
soltanto 2 partite. Spavaldo il brasiliano: «La Germania ha
un gioco simile alla Spagna, che abbiamo battuto 3-0 nella
finale di Confederations Cup». Vero, i tedeschi hanno fatto
oltre mille passaggi più dei brasiliani: 2.938 a 1.816. Poco
diplomatico il tedesco con Argentina e Olanda: «Contro il
Brasile è una finale anticipata». Nella quale cercherà di far
valere i suoi numeri, nettamente migliori di quelli di
Oscar: 4 gol a 1; 14 tiri in porta a 7; 57,4 km percorsi a 50,1.
Però Oscar ha dato un grande contributo a centrocampo,
con 19 recuperi e 30 tackle. Scolari, oggi, potrebbe
avanzare leggermente la sua posizione, schierando un
centrocampo con tre mediani: Fernandinho (o Ramires),
Luiz Gustavo e Paulinho. Müller può ugualmente giocare
da attaccante centrale o da spalla di Klose.
Avessero Luis Suarez (senza morsi) o Benzema in rosa,
probabilmente Brasile e Germania sarebbero perfetti. E
invece ci sono Fred (pronuncia: Fregi) e, molto
probabilmente, Klose. Non il massimo per tecnica uno e per
carta d’identità l’altro. Scolari non ha scelta, tanto più senza
Neymar: Jo è peggio di Fred. Löw sta ancora riflettendo se
giocare con il falso o il vero «nueve». Klose è a caccia del
record assoluto di gol al Mondiale e anche questo potrebbe
pesare nella scelta. Fred ha segnato un solo gol in 402’,
provando 10 tiri in porta. Il contributo maggiore lo ha dato
con la simulazione che ha portato al rigore inventato contro
la Croazia. Klose ha fatto il suo gol in 134’ e con soli 3 tiri
nello specchio. Ha ridotto il suo raggio d’azione, ma è
ancora un punto di riferimento e apre gli spazi per i tanti
eclettici alle sue spalle. Brasile e Germania hanno segnato
10 gol: la Seleçao ha fatto gli ultimi tre da calcio piazzato, la
Germania è la squadra più alta del Mondiale. La finalista
può uscire a «palla ferma». Non sarebbe una sorpresa.
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il mese scorso; e molti degli stranieri
hanno ancora negli occhi le prime immagini dei campionati brasiliani che
attraversavano l’oceano. Da noi negli
anni Ottanta li passava Tele Montecarlo: colori sbiaditi, gioco lentissimo,
mille dribbling, telecronisti che urlavano «gooooooool».
In un bel libro appena uscito, «Guida
politicamente incorretta al calcio», i
giornalisti brasiliani Jones Rossi e Leonardo Mendes smontano queste e altre
credenze consolidate. Una è appunto
quella sulla «maravilhosa Seleção» del
1982, che da vittima di una ingiustizia
epocale diventa nel libro «squadra ingenua e boriosa» e che meritò essere
punita da Paolo Rossi: esattamente
quel che scrissero allora da noi Gianni
Brera e altri. «E poi non abbiamo noi
l’esclusiva del futebol-arte — aggiungono i due —. Che dire dell’Olanda di
Cruijff o del Barcelona di Guardiola?
Hanno avuto i loro cicli e sono finiti.
Non per questo il bel gioco è morto. E
poi loro non piagnucolano come noi:
sanno perdere..».
Se si vuol far arrabbiare Scolari, oggi, basta dunque chiedergli perché il
suo Brasile ormai gioca all’europea, o
peggio ancora all’italiana, nell’accezione negativa del termine in uso qui. Ma i
Critiche
Già nel 2001, Pelè e Tostao
obiettarono sul gioco dei verdeoro
guidati sempre da Scolari
fatti sono fatti. Il c.t. obbliga tutti i suoi
giocatori alla marcatura (secondo le
statistiche Fifa, Neymar corre molto di
più di Messi), impone ritmi asfissianti
e i molti falli commessi dal Brasile non
arrivano dal cielo: dopo il girone di
qualificazione Scolari aveva rimproverato i suoi chiedendo più aggressività.
Se il primo tempo con la Colombia è
stato il migliore fin qui giocato dalla
Seleção, il secondo è quasi un modello
di «non gioco». Scolari non ha trovato
nulla da eccepire. Poi la ginocchiata di
Zuñiga a Neymar ha fatto dimenticare
tutto. Se il Brasile, insomma, riuscisse
a vincere questo Mondiale senza giocare alla brasiliana, avremmo una sola
certezza: non sarà la prima volta.
Rocco Cotroneo
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BELO HORIZONTE — Per la prima volta il
Brasile non è condannato a vincere; potrebbe
essere finalmente la volta in cui fa il Brasile. Con
Neymar che tenta invano di recuperare per la finale nonostante la vertebra incrinata, con la Fifa che respinge il reclamo contro la squalifica di
Thiago Silva (e con Scolari che lo porta ugualmente in conferenza stampa con un gesto di sfida), con una Germania sulla carta superiore, la
Seleçao non è favorita, né dal pronostico né dal
destino. Paradossalmente, allo stadio Mineirao
di Belo Horizonte sta per crearsi un’alchimia da
cui i brasiliani hanno tutto da guadagnare.
I tifosi qui hanno già coniato lo slogan, da
ritmare per strada, da scrivere sui muri, da far
inquadrare in tv: «Eu acredito», io ci credo. È il
«grito de guerra» dell’Atletico Mineiro, la squadra da cui uscì Toninho Cerezo, che dopo anni
di tribolazioni ha vinto la Copa Libertadores. Si
fa notare che in mancanza del miglior giocatore
la Francia, priva di Ribéry, e la Colombia, senza
Falcao, hanno fatto un grande Mondiale (anche
se sono già a casa). Ci si crea nuovi eroi: a parte
il capitano David Luiz, grandi speranze sono
appuntate su Hulk, che oggi dovrebbe giocare
più vicino alla porta; già si sono visti per strada
e negli stadi energumeni colorati di verde e mascherati come lui, al primo gol il fenomeno dilagherebbe.
Nel ritiro di Teresopoli, dove il Brasile è rimasto sino all’ultimo, mandando qui a Belo
Horizonte il c.t. Felipao Scolari in elicottero per
motivare i giornalisti e l’opinione pubblica, si
vocifera che Dante, il difensore capellone che
rimpiazzerà Thiago Silva, abbia svelato alla Seleçao i più intimi segreti dei suoi compagni del
Bayern, ossatura della nazionale tedesca. In
particolare Dante avrebbe confidato a Scolari
che Philip Lahm, l’anziano terzino molto a suo
agio nell’attaccare, non sarebbe più in grado di
reggere ad alti ritmi se attaccato; da qui la scelta
di avanzare Hulk, che si chiama in realtà Givanildo Vieira de Souza, ed è un bravo figlio, molto amato in patria. Quando due anni fa una
banda di balordi sequestrò sua sorella Angelica
Aparecida mentre pranzava in un ristorante di
Campina Grande, nello Stato di Paraiba, all’ora
di cena l’aveva già liberata con tante scuse: il
Paese era insorto in sua difesa.
Felipao, come sempre nelle ore gravi, filosofeggia. Dopo il deludente esordio con la Croazia
aveva sentenziato in latino che «natura non facit saltus», e quindi l’evoluzione della squadra
sarebbe stata graduale. Nel frattempo il Mondiale è quasi finito. Stavolta il c.t. sente che la
pressione si è allentata, e sa che questo è un
vantaggio. Così si è rivenduto il noto apologo
dell’anagramma cinese della parola crisi, che
significa anche opportunità: «La situazione at-
tuale è catastrofica. Ma possiamo venirne fuori.
Possiamo e quindi dobbiamo vincere per il nostro popolo, e anche per Neymar».
Nel frattempo il ferito scalpita nella casa alla
periferia di San Paolo. L’avido Neymar senior,
preoccupato per i mancati introiti, ha convocato al capezzale del figlio un consulto medico:
Rafael Martini, fisioterapista del Santos, Mauricio Zenaide, medico del club, e il professor Nicola Carneiro, mago della colonna vertebrale. Il
tentativo è di rimettere in piedi Neymar junior,
che ora gira con il collare, e di fargli giocare
l’eventuale finale dopo una robusta infiltrazione antidolorifica. Dovranno passare sul corpo
del medico della Seleçao, José Luiz Runco, che
affida al quotidiano «Folha de S.Paulo”»il suo
monito: «Non possiamo creare illusioni nel popolo brasiliano. Neymar non ha alcuna chance
di essere al Maracanà domenica prossima».
Il Brasile ne ha qualcuna in più, ed è un bene;
perché nessuno sa come reagirebbe la nazione
all’eliminazione della sua nazionale. L’insofferenza nei confronti della Fifa si tocca con mano,
e lo scandalo dei biglietti rivenduti a prezzo
gonfiato non aiuta: sul cellulare del capobanda,
l’algerino Lamine Fofana, arrestato a Rio, sono
state recuperate 900 chiamate a numeri di cellulare intestati alla Federazione internazionale.
Recupero impossibile
Il padre di Neymar crede nei miracoli e
ha convocato i medici per un consulto:
vuole recuperare il figlio per la finale
Inoltre la Fifa, oltre a respingere il ricorso per
Thiago Silva, ha chiarito che non intende affatto punire Zuniga: è molto dispiaciuta per l’infortunio di Neymar, cui augura una pronta guarigione, ma l’intervento del colombiano è stato
visto e sanzionato dall’arbitro, quindi non rientra nei casi in cui può valere la prova tv; in compenso Brasile-Germania sarà arbitrata da Marco Rodriguez, il messicano che non vide il morso di Suarez a Chiellini.
I giornali continuano a titolare sui debiti
contratti per costruire gli stadi, che perseguiteranno i brasiliani per generazioni. Il successo
del Mondiale (è la seconda edizione come media di spettatori negli stadi dopo Usa ’94) non
ha del tutto dissolto l’idea che il Brasile sia stato
solo il palcoscenico di un business altrui. Ieri è
cominciata ufficialmente la campagna elettorale per le presidenziali, che si annuncia durissima, e l’esito della «Copa» è destinato a influenzare il clima che percorrerà il Paese da qui a ottobre. Anche per questo oggi a Belo Horizonte
non si gioca soltanto una partita di calcio.
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40 Sport
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Mondiali
Brasile
Germania
Insomma, Brasile e Germania non si scambiano solo scaramanzie ma anche ruoli (e
luoghi) comuni: rigidità teutonica, nel modulo e nella maniera d’interpretarlo per la Seleçao; flessibilità, creatività e
piedi buoni per la Mannschaft.
Per completare il gioco di maschere e travestimenti, Löw ha
messo una parolina anche sull’arbitro. Non in particolare sul
messicano Marco Rodriguez
Moreno, quello che in una stessa partita (Italia-Uruguay) è
riuscito a non dare un rigore su
Cavani, a espellere ingiustamente Marchisio e a mancare il
morso di Suarez a Chiellini.
«Ho visto Brasile-Colombia, c’è
stato un numero incalcolabile
di falli», ha spiegato il c.t. tedesco tenendosi sulle generali.
«In quei momenti deve essere
l’arbitro a prendere le decisioni
giuste e ad attribuire le sanzioni corrette». Quelle che avrebbe potuto prendere uno come
Howard Webb, ma i padroni di
casa avevano fatto sapere di
non gradire. Brasilien-Alemanha è davvero cominciata.
Lo scaramantico Löw
«Meglio se c’era Neymar»
Il tecnico tedesco si traveste da brasiliano
e si augura che l’arbitro non faccia danni
cato proprio da Pelé dopo l’infortunio di Neymar, Amarildo è
stato citato e intervistato da
giornali e tv di tutto il Brasile e
di tre quarti di mondo.
Pur avendo deluso perché
non ha mai pronunciato la frase «O meu nome é Amarildo,
resolvo problemas», l’ex attaccante ha di nuovo svolto il
compito per cui è stato richiamato in campo: tranquillizzare
un Paese. O almeno provarci. Il
concetto, ripetuto fino allo sfinimento (in primo luogo del
povero Amarildo) è chiaro: ok,
i fuoriclasse sono importanti,
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
RIO DE JANEIRO — La quiete
del pensionato Amarildo Tavares da Silveira non è mai stata
così disturbata come in questi
giorni. Il 75enne ex calciatore,
che in Italia viene ricordato per
lo scudetto vinto con la maglia
della Fiorentina, in Brasile e nel
resto del mondo è noto soprattutto per un’altra cosa: non
avere fatto troppo sentire al
Brasile l’assenza di Pelé, infortunatosi nella seconda partita
del Mondiale cileno del 1962
poi vinto dalla Seleçao. Rievo-
Tifoso
Schweinsteiger
ha tifato
Brasile contro
la Colombia
ma la squadra di più. E ci sono
episodi negativi che costringono tutti a fare di più e meglio,
finendo per spingere ciascuno
a trovare dentro di sé doti che
nemmeno sapeva di avere.
Ora, poiché è chiaro più o
meno a tutti che nella Seleçao
di Scolari non ci sono un Garrincha né un Vavá, che nel 1962
vinsero la classifica cannonieri
con 4 gol davanti ad Amarildo
con 3, è evidente che tutti questi discorsi non hanno fondamento tecnico o tattico, ma solamente scaramantico. E finché
li fa il Brasile, d’accordo.
«cambierà molto rispetto al
gioco che conosciamo». Il che è
vero se si considera che Neymar ha giocato in tutte le partite disputate dalla Seleçao da
quando Scolari è tornato sulla
sua panchina. Ma è anche vero
che da un anno a questa parte il
suo Brasile conosce uno e un
solo modulo, il 4-2-3-1. E quello sarà, anche stasera a Belo
La cosa strana è quando perfino la Germania ci prova: «Il
Brasile senza Neymar sarà più
difficile da battere che con Neymar», ha spiegato il c.t. tedesco
Joachim Löw. «Mi sarebbe piaciuto se Neymar avesse giocato», ha pure aggiunto parlando
alla tv Ard. La sua teoria è che
non solo il Brasile «raddoppierà gli sforzi», ma soprattutto
Horizonte. Di fronte ci sarà una
Germania che, pur impostata
intorno al 4-3-3, ha molte più
opzioni di gioco, a seconda che
usi Thomas Müller come falso
o Miroslav Klose come verissimo nove, oppure Lahm come
centrale di centrocampo invece
che laterale e potendo scegliere
tra Özil, Götze, Schürrle e lo
stesso Müller sull’esterno.
Tommaso Pellizzari
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Il cammino
verso la Coppa
GIRONE A
GIRONE B
GIRONE C
GIRONE D
GIRONE E
GIRONE F
GIRONE G
GIRONE H
Data
Ore
Croazia
3-1
Spagna
Olanda
1-5
Colombia
Messico
Camerun
1-0
Cile
Australia
3-1
Brasile
Messico
0-0
Australia
Olanda
2-3
Camerun
Croazia
0-4
Spagna
Cile
0-2
Camerun
Brasile
1-4
Australia
Spagna
Croazia
Messico
1-3
Olanda
Cile
Ore
Grecia
Incontro
3-0
Uruguay
C. d’Avorio Giappone
2-1
Colombia
2-1
Giappone Grecia
0-3
2-0
Ore
Data
Ore
Incontro
Ore
Ore
2-1
Germania
Portogallo
4-0
Belgio
Algeria
2-1
Inghilterra ITALIA
1-2
Francia
Honduras
3-0
Iran
Nigeria
0-0
Ghana
Stati Uniti
1-2
Russia
Sud Corea
1-1
Uruguay
Inghilterra
2-1
Svizzera
Francia
2-5
Argentina
Iran
1-0
Germania
Ghana
2-2
Belgio
Russia
1-0
0-0
ITALIA
Costa Rica
0-1
Honduras Ecuador
1-2
Nigeria
Bosnia
1-0
Stati Uniti
Portogallo
2-2
Sud Corea Algeria
2-4
Giappone Colombia
1-4
Costa Rica Inghilterra
0-0
Honduras Svizzera
0-3
Nigeria
Argentina
2-3
Portogallo
Ghana
2-1
Algeria
Russia
1-1
Grecia
2-1
ITALIA
0-1
Ecuador
0-0
Bosnia
Iran
3-1
Stati Uniti
Germania
0-1
Sud Corea Belgio
0-1
C. d’Avorio
Uruguay
Francia
P G V N P F S
Classifica
P G V N P F S
Classifica
P G V N P F S
Classifica
Brasile
7 3 2 1 0 7 2
Olanda
9 3 3 0 0 10 3
Colombia
9 3 3 0 0 9 2
Costa Rica
7 3 2 1 0 4 1
Francia
7 3 2 1 0 8 2
Argentina
9 3 3 0 0 6 3
Messico
7 3 2 1 0 4 1
Cile
6 3 2 0 1 5 3
Grecia
4 3 1 1 1 2 4
Uruguay
6 3 2 0 1 4 4
Svizzera
6 3 2 0 1 7 6
Nigeria
4 3 1 1 1 3 3
Croazia
3 3 1 0 2 6 6
Spagna
3 3 1 0 2 4 7
C. d’Avorio
3 3 1 0 2 4 5
ITALIA
3 3 1 0 2 2 3
Ecuador
4 3 1 1 1 3 1
Bosnia
3 3 1 0 2 4 4
Camerun
0 3 0 0 3 1 9
Australia
0 3 0 0 3 3 9
Giappone
1 3 0 1 2 2 6
Inghilterra
1 3 0 1 2 2 4
Honduras
0 3 0 0 3 1 8
Iran
1 3 0 1 2 1 4
3 OTTAVI DI FINALE
4 OTTAVI DI FINALE
5 OTTAVI DI FINALE
BRASILE - CILE
COLOMBIA - URUGUAY
FRANCIA - NIGERIA
GERMANIA - ALGERIA
OLANDA - MESSICO
4-3 d.c.r.
2-0
2-0
2-1 d.t.s.
2-1
10 QUARTI DI FINALE
6 OTTAVI DI FINALE
P G V N P F S
7 OTTAVI DI FINALE
COSTA RICA - GRECIA
Classifica
P G V N P F S
Classifica
P G V N P F S
Germania
7 3 2 1 0 7 2
Belgio
9 3 3 0 0 4 1
Stati Uniti
4 3 1 1 1 4 4
Algeria
4 3 1 1 1 6 5
Portogallo
4 3 1 1 1 4 7
Russia
2 3 0 2 1 2 3
Ghana
1 3 0 1 2 4 6
Sud Corea
1 3 0 1 2 3 6
8 OTTAVI DI FINALE
ARGENTINA - SVIZZERA
Le città del Mondiale
BELGIO - STATI UNITI
1-0 d.t.s.
6-4 d.c.r.
11 QUARTI DI FINALE
2-1 d.t.s.
12 QUARTI DI FINALE
Fortaleza
na
Manaus
FRANCIA - GERMANIA
0-1
BRASILE - GERMANIA
Belo Horizonte
OLANDA - COSTA RICA
FINALE 3° E 4° POSTO
Perdente 14 - Perdente 13
13 SEMIFINALI
oggi ore 22
Brasilia
12/7 ore 22
FINALE
Vincitore 14 - Vincitore 13
Tutte le partite in diretta online su
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or
Incontro
Bosnia
Classifica
2-1
dC
Su
Data
Argentina
P G V N P F S
BRASILE - COLOMBIA
ea
ia
ss
ria
Ru
Al
ti
io
ge
lg
Be
a
ni
an
iU
St
at
llo
ia
ga
an
rto
rm
Gh
Ore
2-1
Classifica
9 QUARTI DI FINALE
Incontro
Ecuador
P G V N P F S
2 OTTAVI DI FINALE
Data
Svizzera
Classifica
1 OTTAVI DI FINALE
Ge
ge
Ni
Bo
Data
Po
n
ria
ia
Ira
sn
in
a
as
nt
ur
ge
Ho
nd
an
Fr
Incontro
1-3
C. d’Avorio
Costa Rica
Ar
r
cia
a
do
Ec
IT
Sv
ua
izz
AL
er
IA
ra
ica
er
gh
In
Co
Data
ilt
aR
ua
st
ug
Ur
Gi
Incontro
Brasile
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O RD E M E
PRO
Rio de Janeiro
13/7 ore 21
ARGENTINA - BELGIO
4-3 d.c.r.
B R A S I L E
1-0
Cuiaba
OLANDA - ARGENTINA
domani ore 22
Brasilia
Salvador
Belo Horizonte
14 SEMIFINALI
San Paolo
Natal
Recife
S U D
A M E R I C A
San Paolo
Curitiba
Rio
de Janeiro
Porto Alegre
CORRIERE DELLA SERA
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
❜❜
Sport 41
italia: 51575551575557
Siamo arrivati lontano e abbiamo una grande
opportunità. Non possiamo lasciarcela sfuggire
Javier Mascherano, centrocampista Argentina
❜❜
L’Argentina è forte, non dobbiamo pensare
che sia solo Messi, sarebbe un errore fatale
Arjen Robben, attaccante Olanda
Gli avversari
Sneijder
simbolo
dell’Olanda
pacificata
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
Mascherano
Perno difensivo
del centrocampo,
ricopre il ruolo
che fu di Batista
Di Maria
Fantasista
sulla fascia, può
essere accostato
a Burruchaga
Messi
Quattro Palloni
d’oro gli permettono
di avvicinarsi
al divino Maradona
Higuain
Per senso del gol
e tecnica davanti
alla porta può essere
accostato a Valdano
SAN PAOLO — Tra le rivincite
della generazione perduta del
Triplete nerazzurro, quella di
Wesley Sneijder, 30 anni
appena compiuti, è forse la
più calda a causa dell’addio
traumatico dall’Inter. Fatto
capitano da Van Gaal, al
numero 10 anomalo d’Olanda
è stata poi ritirata la fascia nel
momento più difficile
professionalmente, quando
sembrava che la sua carriera e
anche la sua vita sentimentale
finissero nello sprofondo.
Il confronto Questa Albiceleste è migliore di quella che trionfò nel 1986 con Maradona leader
L’Argentina di Messi è più forte
ma quella di Diego sapeva vincere
La squadra di Leo: stessa difesa, più qualità. Le manca solo il titolo
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
O RD EM
M E PR
OG
GRE
RES
SSO
SO
Macarrão
SAN PAOLO — Argentina 1986-Argentina 2014, una fazza, una razza, un
pallone. Chi vince? Il gioco del confronto propone molte differenze, qualcosa
in comune e una provocazione. I punti
d’incontro tra quell’Argentina e questa,
a parte la semifinale, sono numerosi a
cominciare dalle nuvole, quelle del
Messico, la faccia triste e poi allegrissima dell’America dopo aver battuto la
Germania; quelle di San Paolo che oggi
coprono la megalopoli fino all’Arena
Corinthians, oltre le favelas. Poi l’atteggiamento, quella sintesi tra difesa (di
tutti) e genio (di uno solo), più accentuato allora.
L’Argentina 1986 schiera un 3-5-2 in
cui sopravvive il libero, Brown, staccato rispetto agli altre due difensori. Batista è il volante, centrocampista arretrato rispetto alla linea dei centrocampisti.
L’Argentina del 2014 è un 4-2-3-1 o 43-3, a seconda della posizione di Di Maria (quando c’era) e della squadra
quando si difende. Al di là dello schema, il dottor Carlos Salvador Bilardo,
ginecologo per pochi mesi, allenatore
per sempre, ancora oggi a 75 anni gran
studioso di tattiche, consegna la sua
squadra a Diego Armando Maradona.
Diego per la prima volta nella sua vita
— ritenta nel 1994, ma fallisce per le
note, fino a un certo punto, vicende —
Argentina 1986
C.T. Bilardo
3-5-2
si chiude in convento. Il fedele massaggiatore Carmando, che lo segue da Napoli, racconterà di un’astinenza totale. I
risultati si vedono e si ripercuotono sul
Napoli che conquista il suo primo scudetto un anno dopo (1987).
Bilardo, che si definisce «gestore di
D’ARCO
Argentina 2014
C.T. Sabella
4-2-3-1
MARADONA
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PUMPIDO
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ROMERO
Mazzocchi e il mago Do Nascimento
di LUCA BOTTURA
FATTORE CHIELLINEN Germania tranquilla nonostante la designazione dell’arbitro Moreno per la partita col Brasile: «Invece della canfora, sui polpacci
spalmeremo maionese».
RADICI «Ho i miei dubbi che Balotelli possa migliorare, non per il colore della pelle...» (Sergio Brio, «Talk
Mattina Mondiale», RaiSport).
RADICI/2 «Se porti Balotelli per fare colore, lo puoi
tranquillamente lasciare a casa» (Ivan Zazzaroni,
«Processo al Mondiale», Raiuno).
RADICI/3 «Lo sbaglio principale è stato quello di
Neymar è stato quello di impiantarsi con i piedi per
terra in attesa di sentire il contatto dietro di Zuniga»
(Fabio Petruzzi, «Talk Pomeriggio Mondiale», RaiSport).
FUORI GLI AUTORI Zazzaroni:
«Mazzocchi essendo tornato dal
Brasile conosce il medico che
curerà Neymar». Mazzocchi:
«Pare sia stato contattato il
mago Do Nascimento». Varriale: «Bravissimo! Questa
battuta è preparata da mo’».
Mazzocchi: «Ahah da 25 minuti ce l’abbiamo!». («Processo al Mondiale», Raiuno).
SELFIE SERVICE «Questa è la foto di un’infermiera
che ha appena perso il posto di lavoro, avendo violato
la privacy del paziente Neymar è stata licenziata in
tronco... fa anche un self sorridendo» (Simona Rolandi, «Notti Mondiali», Raiuno).
DONARE UN RENÉ L’ex malavitoso Renato Vallanzasca è apparso ieri in tribunale per un furto di mutande.
Chiara la linea difensiva: «Non sono stato io e comunque ci sono ex criminali interisti che, se saltassero fuori
tutte le intercettazioni, avrebbero rubato ben più mutande di me».
QUELLI BRAVI CHI? «Quello che conta è avere un
progetto e un gruppo di lavoro: più che il singolo nome
io sarei del parere di trovare uno skill, come dicono
quelli bravi, di un identikit di un punto fermo apicale
ma anche di un gruppo» (Fabrizio Failla direttamente
da «Consorzio Nettuno», «Dribbling», Raidue).
GIRI DI WALTER «Polemiche all’Inter dopo la scomparsa della stella dal nuovo logo. Mazzarri ha addirittura pianto. Per la stella? No, si allena per le interviste
in campionato».
(ha collaborato Francesco Carabelli)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
successi», capisce che tutto dipende da
Diego. Il suo 3-5-2 in realtà è un 9-1. La
prevalenza di Maradona comincia prima del Mondiale. Il Pibe fa fuori Daniel
Passarella. Il capitano del titolo 1978,
ufficialmente, viene distrutto dalla maledizione di Montezuma che trasforma
il suo mese in Messico in un mese di
sofferenza. La realtà sarebbe diversa:
Dieguito non sopporta il piedistallo dove il Caudillo dimora dal 1978. In ogni
caso la maledizione cade a fagiolo. Il
posto di Passarella va a José Luis «Tata»
Brown, convocato come riserva, in tutti
i sensi: nei precedenti 18 mesi con il
Deportivo Español, ha messo i piedi in
campo solo 5 volte. Dalla panchina di
una modesta formazione argentina al
Mondiale da titolare. Però sa cogliere
l’occasione: segna un gol in finale.
Per questo Carlos Bilardo è superiore
a Alejandro Sabella. Mediamente l’Argentina 2014 è meglio di quella del
1986. Quindi merito maggiore va al tecnico di allora. Sui portieri, Pumpido e
Romero, siamo lì. Però Zabaleta e Garay
(soprattutto) superano senz’altro tutti i
componenti del pacchetto arretrato del
1986; Rojo e Basanta possono rilevare
Olarticoechea; Mascherano e Di Maria,
che abbiamo lasciato in formazione
perché questa era l’idea di partenza ed è
quella che ha portato l’Argentina in semifinale, troverebbero facilmente spazio nel 1986. Ma la differenza si vede
davanti. Tutti i punteros di Sabella sono
migliori di quelli del 1986, da Lavezzi a
Higuain, da Palacio ad Aguero. La provocazione, però, non è discutere su chi
è più grande tra Maradona e Messi, ma
farli giocare insieme, magari alle spalle
di una prima punta.
Sabella non ha consegnato le chiavi
della squadra a Messi come Bilardo ha
fatto con Maradona. Però qualcosa per
la Pulce, come Bilardo col Pibe, è stata
eseguita. Carlitos Tevez, cannoniere
scudettato della Juventus che poteva
fare ombra a Messi, è stato lasciato a casa. In questo senso Messi divora più attaccanti di Maradona. Uno guarda di
più a questioni tecnico/tattiche, l’altro
al feeling, alla «pelle». Questo Sabella
assomiglia di più al Bilardo di Italia 90
che, con una squadra meno forte di
quella del 1986, arriva di nuovo in finale. Pur felice di avere in squadra il migliore giocatore del mondo, preferisce
metterci del suo. A suo modo è trapattoniano. Più che nel sistema, nell’idea:
se facciamo un gol più degli altri, poi
debbano essere questi a sbrogliare la
partita.
In sintesi ecco la formazione
1986/2014: Pumpido; Zabaleta, Garay,
Brown, Rojo; Di Maria, Batista, Mascherano; Messi, Maradona; Higuain. È
un gioco, ma se la può giocare.
Roberto Perrone
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Palla avvelenata
La maglia giusta
nella città sbagliata
Bumerangeffekt. C’è bisogno della traduzione dal tedesco o si capisce lo
stesso? La nazionale di Germania si è presentata in Brasile con una
grande idea: una seconda maglia a strisce rossonere orizzontali, identica
a quella del Flamengo, la squadra più popolare nel Paese. Fin troppo chiaro
l’intento non troppo sottostante: intercettare il tifo locale. Che va bene se
giochi la finale al Maracanà di Rio de Janeiro, la città del «Mengão». Ma la
semifinale, che la Germania giocherà in rossonero, va in scena a Belo
Horizonte. Dove è fortissimo l’«odio» per il Flamengo, per un’antica
rivalità esplosa nel 1980. La finale del campionato brasiliano, vinta dai
«rubronegros» di Zico sull’Atletico Mineiro, fu segnata da duri
scontri fra tifosi. All’andata e al ritorno. L’anno dopo, in una
partita di Coppa Libertadores, la partita non finì perché furono
espulsi 5 giocatori dell’Atletico Mineiro e via così. Insomma,
peggio che se la Germania scendesse in campo, per una
semifinale mondiale contro l’Italia a San Siro, con
la maglia della Juve. Non era facile.
p.t.
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Abbraccio Sneijder con Krul
Non è bello quando la fiducia
viene ritirata, soprattutto per
dare la fascia a Robin van
Persie. È un po’ come quando
la Fifa, per sistemare i suoi
dignitari e i suoi sodali, ti
scippa l’hotel sul lungomare
di Ipanema dove sei stato per
tutta l’avventura del Mondiale
e anche se sei olandese e non
credi alla scaramanzia,
insomma qualche pensiero ce
l’hai e ti arrabbi a fare i
bagagli. L’Olanda ha preso
cappello, la Fifa si è
comportata come sempre, in
maniera subdola. La
portavoce Delia Fischer ha
negato che l’Olanda venga
sfrattata: «L’Olanda resterà
nell’hotel fino a quando è
stato prenotato». Tradotto:
giovedì non potrà più
tornarvi, perché arriveranno i
cargo con gli invitati e gli
accoliti di Blatter, però la
colpa è dell’hotel. Questa è
l’unica nuvola che si è
posizionata sopra la nazionale
arancione di cui Wesley
Sneijder è il simbolo. Una
nazionale pacificata.
«Rispetto all’atmosfera
dell’Europeo 2012 — ha detto
l’ex interista — siamo come il
giorno con la notte. Ho
l’impressione di rivivere il
Mondiale 2010 dove i rapporti
all’interno del gruppo erano
buonissimi». Meno buoni i
rapporti in seno alla famiglia
reale, il re Willem-Alexander
e sua moglie, Maxima, sono
nemici. La regina è argentina
di nascita e pare che non
rinunci al suo tifo. Per evitare
problemi diplomatici, ma
soprattutto strascichi nel
focolare domestico, la coppia
regale non si presenterà a San
Paolo. Se l’Olanda andrà in
finale li rivedremo a Rio.
r. per.
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42 Sport
Il lutto
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Si è spento a 88 anni uno dei più grandi di ogni epoca, il simbolo del Real Madrid che con lui vinse otto campionati e cinque Coppe dei Campioni
I gol
Di Stefano
segna l’1-1
nella finale
di Coppa dei
Campioni
contro
l’Eintracht,
che poi finì
7-3 per il
Real: è stata
l’ultima Coppa dei Campioni vinta
da Di Stefano (Ap)
I trofei
In una foto
scattata
il 25 maggio
1960,
Di Stefano
mostra
le cinque
Coppe dei
Campioni vinte
con il Real Madrid, che lasciò
dopo aver perso la finale con
l’Inter nel ‘64
(Epa)
Di Stefano genio del pallone
Il primo giocatore totale
Il centravanti che segnava e non faceva segnare
È morto a 88 anni Alfredo
Di Stefano. Il presidente onorario
del Real Madrid era ricoverato
al Gregorio Maranon Hospital
della capitale spagnola. Sabato
era stato colpito da un infarto.
Di Stefano ha vinto otto scudetti
e cinque Coppe dei Campioni
con il Real ed è considerato uno dei
migliori giocatori di tutti i tempi.
La particolarità dei geni è di anticipare quello che verrà dopo. E non c’è
dubbio che Alfredo Di Stefano abbia
un posto riservato nel ristrettissimo
club. Era un centravanti, ma un centravanti come non se ne erano mai visti. Giocava dappertutto. Se lo marcava un difensore arretrava nel cuore del
gioco. Se lo seguiva un mediano avanzava. Difendeva, impostava, segnava,
faceva segnare e vinceva. È stato il primo giocatore totale, apparso in un calcio fondato sulla suddivisione netta di
compiti e ruoli. Ovunque giocasse Di
Stefano faceva la differenza, perché
era la differenza. E se non cambiò radicalmente il gioco è perché all’epoca
era un pezzo unico, inimitabile. Solo
Valentino Mazzola, tra i suoi contemporanei, aveva caratteristiche simili.
Nato a Buenos Aires il 4 luglio 1926,
figlio di Alfredo, stesso nome, un italiano partito da Capri che aveva giocato nel River e nel Boca, e di Eulalia
Laulhe Gilmont, sangue francese e irlandese, il giovane Di Stefano crebbe a
Barracas, quartiere dove la vita era dura e a volte pericolosa. Dove «giocavamo partite infinite, tutti contro tutti,
sospese solo quando faceva troppo
buio per vedere la palla». Capì immediatamente di essere più bravo degli
altri e che il calcio avrebbe potuto portarlo lontano. A 15 anni è già il piccolo
fenomeno delle giovanili del River, il
club della borghesia di Buenos Aires, a
16 è in prima squadra. Comincia a collezionare soprannomi (la «saeta rubia», la freccia bionda, lo accompagnerà per tutta la carriera, anche
quando i capelli se ne erano andati), e
si rende conto in fretta che di soldi, in
Argentina, non se ne possono fare
molti. Si guarda attorno e sceglie la
Colombia, i Millionarios (un nome
che è una promessa) di Bogotà. Il
campionato colombiano è stato messo fuorilegge dalla Fifa, ma gli ingaggi
cancellano i dubbi. Gioca con i Millionarios per tre anni, finché le minacce
Unico
Alfredo
Di Stefano
ha segnato
485 gol
in carriera
di squalifica non si fanno consistenti e
la squadra di Bogotà gioca un’amichevole con il Real. È uno choc, lo vogliono a Madrid e a Barcellona. Santiago
Bernabeu si accorda con i Millionarios, l’inviato del Barça, Pepe Samitier,
con il River, che era rimasto proprietario del cartellino. Vince il Real, anche
perché i catalani si fanno da parte sdegnati immaginando (forse non a torto) l’intervento del generale Francisco
Franco e a 27 anni Di Stefano trova il
club e la città della sua vita.
Era uno squadrone il Real, c’erano
Kopa, Puskas, Gento, Santamaria. Ma
Di Stefano lo rende imbattibile. Otto
Gli onori
Di Stefano
è stato
presidente
onorario
del Real: qui è
con Cristiano
Ronaldo,
il 6 luglio 2009,
il giorno della
presentazione
allo stadio
Bernabeu
del
portoghese
(Ansa)
Un simbolo
Alfredo Di Stefano
era nato a Buenos
Aires il 4 luglio
1926. A inizio
carriera aveva
giocato nel River
Plate, Huracàn
e Millonarios, prima
di trasferirsi
nel 1953 al Real
Madrid e diventarne
un simbolo tanto da
essere nominato
presidente onorario
nel 2000. Ha chiuso
la carriera nel 1966
con l’Espanyol. Ha
giocato per due
nazionali: 6 partite
con l’Argentina e 31
con la Spagna,
senza mai disputare
un Mondiale. Ha
allenato Elche, Boca
Juniors, Valencia,
Sporting Lisbona,
Rayo Vallecano,
Castellón, River
Plate e Real Madrid
conquistando 5
trofei, tra i quali una
Supercoppa
di Spagna con il Real
e una Coppa delle
Coppe con
il Valencia.
Palmarès
Da giocatore ha
vinto 13 campionati
(8 con il Real
Madrid, 3 con
il Millonarios e 2 con
il River Plate); una
Coppa di Colombia
e una Coppa di
Spagna. In Europa
con il Real ha
conquistato 5 Coppe
dei Campioni, 2
Coppe Latine e una
Coppa
Intercontinentale.
Con l’Argentina ha
vinto una Coppa
America nel 1947.
Senza dimenticare
i 2 Palloni d’Oro nel
1957 e nel 1959.
Il ricordo
scudetti e cinque Coppe dei Campioni
(segnando in tutte e cinque le finali)
dal ‘53 al ‘64, 396 partite e 307 gol tutto
compreso. Poi le ultime due stagioni
all’Espanyol, il ritiro a 40 anni e altre
25 passate a far l’allenatore (anche al
Boca Juniors e al Real) con cinque titoli (due campionati argentini, uno spagnolo e una Coppa delle Coppe nell’80
con il Valencia) fino a diventare, il 5
novembre del 2000, presidente onorario del Real, l’immagine, la faccia della
squadra più famosa (e ricca) del mondo.
Ha vinto e rivinto tutto con i club,
solo una Coppa America, nel ‘47, in
Ecuador con l’Argentina, una delle sue
due nazionali. Di Stefano ha vestito sei
volte la maglia albiceleste (6 i gol) e 31
quella rossa della Spagna (23 gol), ma
non ha mai partecipato a un Mondiale. Nel 1950 giocava in Colombia ed
era quindi fuori dal giro, nel ‘54 l’Argentina non arrivò alla fase finale e
quattro anni dopo non ci arrivò la
Spagna. Nel ‘62, in Cile, l’ultima occasione, fu un infortunio muscolare a
impedirgli di giocare. Eppure solo a
lui, in 50 anni, «France Football» ha
assegnato il «Superpallone d’oro», riconoscimento unico per un giocatore
unico.
Amava i soldi, gli abiti eleganti, il
lusso. Ma non ha mai saltato un alle-
Era il dio
del calcio
Sarebbe il n. 1
anche oggi
di SANDRO MAZZOLA
D
Domenico Calcagno
i Stefano era il mio idolo di
ragazzo, mi ricordava un
po’ mio papà, almeno, per come
me lo avevano raccontato, mio
papà in campo lo immaginavo
come lui. A casa non avevamo
la tv, io andavo all’osteria a
vedere le finali di Coppa dei
Campioni: se prendevi un
bicchiere di spuma Giommi ti
facevano vedere la televisione.
La Rai, se non c’erano italiane
in corsa, trasmetteva solo le
finali e il Real Madrid in finale
c’era sempre. Io ero
innamorato di Di Stefano. Così,
quando siamo andati noi
dell’Inter in finale a Vienna e
me lo sono ritrovato di fronte
come avversario, all’inizio sono
rimasto incantato a guardarlo.
Eravamo nel sottopassaggio,
per andare in campo bisognava
passare sotto le tribune; non
era ben illuminato, nella
penombra Di Stefano mi
sembrava alto due metri: era il
dio del calcio. A quel punto
Suarez mi ha dato una pacca
sulla spalla e mi ha scosso:
«Senti, noi andiamo a giocare
una finale, tu che fai? Stai qui a
guardare Alfredo?». A sentire
quel nome, Alfredo, mi sono
svegliato. Abbiamo vinto, io ho
segnato due gol e ovviamente
alla fine volevo scambiare la
maglia con Di Stefano. Al
fischio finale, però, mi viene
incontro Puskas, il numero 10,
e mi dice: «Senti ragazzo, ho
giocato contro tuo padre, tu sei
degno di lui, tieni la mia
camiseta». Ovviamente era un
onore, non potevo certo
rifiutare, però io avrei voluto la
maglia di Di Stefano. Per me
era lui il numero 1: incitava i
compagni, era un 9 che sapeva
giocare in tutte le zone di
campo, andava a prendersi la
palla anche davanti alla difesa.
Era modernissimo, per questo
dico che oggi sarebbe ancora il
numero 1. Da dirigente mi è
ricapitato di incontrarlo, ma
non sono mai andato oltre i
saluti: per me restava il dio di
quel ricordo.
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Anticipatore
Anticipò i tempi e sconvolse
un gioco all’epoca fondato
sulla suddivisione
netta di compiti e ruoli
namento ed era un professionista
scrupoloso, attento, maniacale. Per
questo riuscì a giocare fino a 40 anni,
segnando 485 gol. Come tutti i fuoriclasse semplificava, giocava di prima,
vedeva spazi e traiettorie che gli altri
non potevano nemmeno immaginare.
Con lui il calcio sembrava facile, lineare, elementare, ma era un’illusione.
Per molti è stato il miglior giocatore
di tutti i tempi, per Gianni Brera era
meglio di Pelé e di chiunque. «Uno dei
migliori, probabilmente il migliore»
per Bobby Charlton. Un idolo e un bersaglio per un gruppo rivoluzionario
anti-franchista che nel ‘63, durante
una tournée in Venezuela, lo rapì e lo
tenne prigioniero per due giorni per
avere la certezza di essere ascoltato. Un
uomo che ha segnato un’epoca senza
mai dimenticare come e per merito di
chi. Nel giardino della sua casa, a Madrid, c’è la riproduzione in bronzo di
un pallone. E sotto la palla ci sono
scritte due parole: «Grazie vecchia».
In Turchia Contratto biennale
Prandelli arriva
al Galatasaray
«Non scappo via
Oggi spiegherò
un po’ di cose»
DAL NOSTRO INVIATO
ISTANBUL — Se in Italia lo hanno
scaricato in fretta dopo il deludente
Mondiale, in Turchia lo hanno accolto come un re. Da ieri intorno all’ora di pranzo, quando è arrivato
l’annuncio sul sito della società, i tifosi del Galatasaray non parlano che
di Cesare Prandelli, il secondo allenatore italiano dopo Roberto Mancini, il terzo della Fiorentina dopo
Fatih Terim e lo stesso Mancio.
«Non scappo via. In Italia ho tutti i
miei affetti. Intanto mando un
grande abbraccio a tutti», ha sibilato l’ex c.t. all’aeroporto di Pisa, prima di imbarcarsi con la sua squadra
sul volo privato per Istanbul.
La nazionale è il suo passato, ancora ingombrante e doloroso. Per
chiuderlo, ha scritto una lettera alla
Figc: «Un ringraziamento particolare lo devo al presidente Giancarlo
Abete che ha sempre saputo dirmi
la parola giusta nel momento giusto. Mi auguro che la nostra esperienza sia un punto di partenza». Il
futuro, intrigante e un po’ misterioso, è il Gala, la Juventus di Turchia.
Appena arrivato allo scalo privato
dell’aeroporto Ataturk, Prandelli è
andato a visitare il centro sportivo e
poi ha cenato con il presidente Aysal. Questa mattina firmerà il contratto, che sarà biennale con opzione per il terzo anno: 1,7 milioni di
euro a stagione, come in Federcal-
cio, più una serie di bonus a obiettivi. Un altro milione se lo spartiranno i suoi collaboratori, cinque in
tutto, compresa Silvia Berti che si
occuperà delle relazioni con il mondo esterno.
Oggi Prandelli sarà presentato
alla stampa e nell’occasione «avrò
modo di spiegare un po’ di cose».
Dalla preparazione al ritiro di Mangaratiba, dalle liti tra vecchi e giovani al tradimento (tecnico) perpetrato da Balotelli. Ma ormai è concentrato sul giallorosso del Galatasaray.
Tomas Ujfalusi, ex pilastro della sua
Fiorentina, che proprio per l’arrivo
di Prandelli sarà confermato nel
ruolo di d.s., ha già anticipato quali
saranno gli obiettivi: «Vincere il
ventesimo scudetto della storia e
andare avanti in Champions League». Cioè, realisticamente, superare la fase a gironi, magari centrare i
quarti. Il raduno sarà in Austria, la
prima sfida vera a Ferragosto: Supercoppa contro il Fenerbahce. Il
mercato sarà più difficile del solito
perché dalla prossima stagione gli
stranieri in Turchia dovranno essere al massimo otto e non più di cinque in campo. Prandelli però vuole
solo lavorare, il suo entusiasmo è
più forte delle difficoltà che incontrerà sul Bosforo. «Solo le persone
che guardano il cielo si aspettano
sempre cose positive».
Alessandro Bocci
Turco Prandelli al Galatasaray (Ansa)
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
Sport 43
italia: 51575551575557
Ciclismo Mancava solo la Regina nella tappa di ieri vinta da Kittel, si torna in Francia con l’italiano al comando
Test F1
Kimi si riposa
Al suo posto
gira Bianchi
Bagno di folla
I ciclisti del Tour de France accolti da un
tifo scatenato sulle strade dell’Inghilterra,
sopra davanti a Buckingham Palace,
a sinistra all’ombra del Big Ben
(Reuters, Getty, Epa)
Il Tour party di Londra è finito
con Nibali stratega in giallo
Dovrà stringere alleanze per opporsi all’attacco di Froome e Contador
Marco Bonarrigo
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18- Lille
15- Armentières
147- Moint Noir
152- Cassel
52- Lumbres
10- Saint Omer
LONDRA — Immaginate un muro di folla lungo 546 km e
sostenuto da non meno di cinque file di uomini, donne e
bambini. Così erano disposti, da Leeds a Londra, i 4 milioni
di tifosi che hanno accolto il Tour in Gran Bretagna. Attorno a
loro ha ronzato uno sciame di centinaia di migliaia di bici che
si muovevano tra i punti più scenografici delle tre tappe. «La
più grande partenza della nostra storia», ha detto Christian
Prudhomme, patron della corsa. Parlare di passione dei
britannici per le due ruote è riduttivo. Quello ottenuto in
Gran Bretagna è l’effetto del più ambizioso progetto di
mobilità ciclistico-sportiva del mondo. Piste ciclabili e «bike
sharing» a tappeto, ma grazie a un programma statale come
Cyclescheme (già 500 mila adesioni), l’impiegato inglese che
si accorda col datore di lavoro per muoversi in bici riceve uno
sconto sulle tasse pari al 42 per cento del costo della bici e un
incentivo di 20 penny (circa 25
centesimi di euro) per ogni
Economia a pedali miglio percorso tra casa e lavoro.
Incentivi anche per chi installa
Incentivi per chi
compra la bicicletta spogliatoi, docce e bike-box
protetti in azienda, prassi che ha
e per chi va
trasformato molti tragitti casaal lavoro sui pedali lavoro in allenamenti: i «cycling
commuters» di Londra sono i più
performanti del pianeta, con una
velocità media urbana superiore a quella dei taxi: 13 miglia
all’ora. I riflessi sul piano sportivo sono importanti. Ogni
giorno l’Italia registra 5 nuovi ciclisti tesserati. Nel 2013
British Cycling ha tesserato 109 nuovi agonisti al giorno,
passando da 81 mila a 122 mila unità. Funzionano anche gli
eventi di massa. Con differenze enormi: lo scorso ottobre a
Roma l’unica pedalata metropolitana d’Italia (4 mila partenti)
è stata bloccata dopo 800 metri dai vigili urbani, per far
passare gli automobilisti infuriati. Il 10 agosto, per ospitare
gli 80 mila della Prudential Ride (dai bambini a Bradley
Wiggins), Londra sarà «aperta solo alle bici».
159- Colle di
Campegnette
Un muro di folla di 546 km
La bici va oltre la passione
DALLA NOSTRA INVIATA la saggezza popolare della sua
terra, «una tappa alla volta», Le classifiche
LONDRA — Che party sareb- «una buona giornata protetto
be, senza le Femen? E infatti ec- dalla squadra», «avanti a piccoli
cole, inseguite a seno nudo dai passi», ha dormito con la maglia
Ordine d’arrivo
poliziotti in riva al Tamigi, men- gialla ai piedi del letto per la pri3ª tappa, Cambridgetre il Tour sfreccia davanti a We- ma volta nella vita e ha scoperto
Londra, 155 km
stminster nella tappa-cartolina, che gli dà i brividi di Rachele, la
1. Kittel (Ger)
piatta come un’asse da stiro, da moglie che lo aspetta in cima ai
in 3.38’30’’
Cambridge a Londra. Il panzer Pirenei. Vestirsi in total look gial(media 42,6 km/h)
Kittel sprinta sul Mall di puro lo, nel suo nuovo ruolo di leader,
2. Sagan (Svk)
s.t.
muscolo in faccia a Sagan (bis ieri, non era un obbligo. Nibali ha
3. Renshaw (Aus)
s.t.
dopo Harrogate), ma è la
4. Coquard (Fra)
s.t.
sagoma affilata di Vincenzo
5. Kristoff (Nor)
s.t.
Nibali in maglia gialla a
6. Van Poppel (Ola) s.t.
stagliarsi contro tutti i luo10. Oss (Ita)
s.t.
ghi simbolo della City, la
29. Nibali (Ita)
s.t.
regina dà buca nonostante
Classifica generale
l’arrivo davanti a Buckin1. Nibali (Ita)
gham Palace però c’è il dio
in 13.31’13’’
pagano, José Mourinho,
2. Sagan (Svk)
a 2’’
venuto a salutare il cam3. Albasini (Svi)
s.t.
pione del mondo porto4. Van Avermaet (Bel)
ghese Rui Costa: bye bye
s.t.
cara vecchia Inghilterra,
5. Froome (Gbr)
s.t.
dopo il bagno di folla il
Così oggi
Tour de France, era ora, Rivali Nibali, in giallo, e Froome (Getty)
4ª tappa, Le Touquettorna a casa. Sbarco nella
Lille, 164 km
notte. L’organizzazione monstre risposto: no grazie, solo la maCosì in tv
ha allestito quattro aerei speciali glia. Il ragazzo è superstizioso. Ha
ore 12.45: Eurosport
per spostare i 196 vasi di cristallo rituali, gesti, piccole macumbe
ore 13.50: RaiSport2
(Cavendish si opera alla spalla da dividere con Michele Pallini,
ore 15: Raitre
domani, l’azzurro Modolo allet- massaggiatore di fiducia, l’uomo
tato da un’infezione virale) dall’isola al continente senza ri- LA TAPPA DI OGGI
schiare di incrinarli.
LE TOUQUET PARIGI PLAGE
VILLENEUVE
Dalla Cote d’Opale, oggi, la
8m
D’ASCQ
Grande Boucle riparte verso il pa41 m
vé e le cicatrici della Grande
Guerra, cent’anni fa sul fronte di
Ypres combattevano tedeschi e
alleati, domani sarà Nibali a dover stringere amicizie preziose
contro Froome e Contador, chiamati a battere un colpo nella piccola Roubaix. Vincenzino nostro
km 18 34
59 71
92
117 133 149 158
è tonico, pedala sulle nuvole con
C.D.S.
8 - Montreuil Sur Mer
Festa grande
Astana che ogni giorno lo accoglie tra le braccia subito dopo
l’arrivo. Poiché al Giro 2010, in
maglia (la prima) e calzoncini rosa, era caduto, Vincenzo ha deciso di tenersi addosso i pantaloncini azzurri dell’Astana. «Si vestirà interamente di giallo solo
quando, e se, sarà certo di vincere...» spiega Pallini. Incrociamo
dita e ruote e aspettiamo la crono
di Bergerac, allora.
Lo choc della vittoria a Sheffield non ha avuto controindicazioni. Lo squalo non è tipo da
sbornia: brindisi con acqua (liscia) nell’albergo della squadra e
a nanna presto. «Oh, ma ti sei reso conto che hai preso la maglia o
no?» l’ha canzonato Michele a tavola, con la confidenza di chi
massaggia dal 2008 muscoli e
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Presidenza Figc
Tavecchio
annuncia
la candidatura
animo di velluto. La campagna
d’Inghilterra, di Nibali e del Tour,
è stata un trionfo. Quattro milioni di persone sulle strade per tre
tappe, mai visto un grand depart
così partecipato. Il Guardian ci ha
scherzato sopra ma non troppo:
la vera piaga del Tour non è il doping (una prece), sono i selfie.
Spalle al plotone che sfreccia a 40
all’ora, telefonino in mano, anche
ieri molti spettatori hanno rischiato di essere arrotati: «sempre in mezzo alle scatole» ha detto Thomas (Sky), «una cretinata»
ha twittato Van Garderen (Bmc),
Andy Schlek (Trek), vincitore
2010, ha investito un tifoso vicino al parco olimpico. Nessun ferito. Il Tour portatore sano del virus dell’amore. E se verranno
tempi peggiori, ci cureremo con
questi ricordi.
MILANO — (a.b.) Oggi Carlo
Tavecchio, all’assemblea della
Lega Dilettanti, dovrebbe
annunciare la candidatura alla
presidenza federale. Più o
meno alla stessa ora Andrea
Agnelli incontrerà a una
tavola rotonda sul futuro del
calcio Giovanni Malagò, n. 1
del Coni, al quale confiderà
l’ambizione della Juventus di
presentare un candidato
giovane e riformista. La corsa
alla poltrona lasciata libera da
Giancarlo Abete entra nel
vivo. Tavecchio è il favorito:
conta sull’appoggio dei
Dilettanti, sulla Lega Pro,
oltreché su una buona fetta
della A, capeggiata da Lotito e
appoggiata da Galliani, Cairo e
Preziosi. Ma Agnelli, assieme
a Roma, Napoli e Fiorentina,
spinge per un rinnovamento e
la candidatura autorevole
potrebbe essere quella di
Demetrio Albertini, pressato
anche dal sindacato giocatori
e dall’assoallenatori, contrari
a Tavecchio. Bisognerà capire
la posizione della Lega di B,
che il presidente Abodi
riunirà domani e che
potrebbe schierarsi con
Albertini, così come l’Aia.
Gaia Piccardi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Selfie pericolosi
Il problema dei selfie:
telefonino in mano, spalle
al gruppo a scattare foto
e il rischio di incidenti
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Inter
Mercato Dodò arriva all’Inter
La Juve più vicina
a Morata ed Evra
Il Milan ci prova
con Iturbe e Cerci
MARANELLO — Solo un po’
di dolore e una contusione a
caviglia e ginocchio sinistri
per Kimi Raikkonen, dopo
l’incidente e lo spaventoso
scontro con le barriere a
Silverstone. A Maranello si
è però deciso di tenere a
riposo il finlandese e non
fargli disputare i test, che
iniziano oggi sullo stesso
circuito inglese, in modo da
riaverlo in piena efficienza
per il Gp di Germania (20
luglio, ad Hockenheim). In
pista per la Ferrari oggi ci
sarà il collaudatore Pedro de
la Rosa, mentre domani, al
posto di Kimi, ci sarà Jules
Bianchi, dal 2010 pilota
della Ferrari Driver
Academy, che sta
disputando un’ottima
stagione alla Marussia. Per
de la Rosa sarà l’occasione
per provare la F14 T per la
prima volta in pista in
modo da confrontarlo con
quanto provato per molti
chilometri al simulatore. A
Maranello, invece, al
contrario del solito, al
simulatore ci sarà Fernando
Alonso proprio per
incrociare i dati.
MILANO — «Morata è più vicino alla Juventus». L’annuncio viene dato da Juanma Lopez, agente della punta del Real
Madrid, al termine del colloquio avuto con i vertici delle merengues alla presenza di Beppe Bozzo, intermediario per
conto dei bianconeri. Che a 6 giorni dal raduno accelerano
per fornire a Conte una rosa già definita: la Juve alza l’offerta
a 18 milioni più bonus per l’attaccante legato ai madridisti
fino al 2015 e determinato a scegliere la soluzione bianconera che gli può garantire vetrina in Champions. Il nodo è legato al diritto di riacquisto da parte del Real (intorno ai 30
milioni). Oggi nuovo incontro, ma si respira ottimismo.
Passi avanti anche per l’esterno del Manchester United,
Evra: la Juve ha già trovato l’intesa con il giocatore per un
biennale a 3,5 milioni. Federico Pastorello è in Inghilterra
per lavorare all’affare. Il terzo tassello è Juan Iturbe: fra oggi e
domani è atteso il decisivo summit fra Marotta e il presidente del Verona Setti. Ma occhio al Milan: l’argentino è stato
uno degli argomenti di discussione nel vertice a casa Berlusconi che si è tenuto ieri sera con Galliani, Filippo Inzaghi e
Fedele Confalonieri. La valutazione di 28 milioni di euro che
il Verona dà al giocatore frena però i rossoneri che per 18,
dopo il colloquio in Versilia fra l’ad milanista e Cairo, possono aggiudicarsi Cerci (su cui ci sono anche Roma e Atletico
Madrid). Si è discusso di Rami (possibile che nelle prossime
ore si concluda alzando l’offerta al Valencia a 4 milioni) e di
Vrsaljko, il difensore del Genoa valutato 7 milioni. Ma ogni
operazione in entrata è legata alle uscite di Matri (al Genoa,
con Gilardino a un passo dal Guanzhou) e di Robinho (futuro in Mls con prestito a Santos o Flamengo). Gilmar Veloz
apre a un ritorno in Italia di Pato: «L’Inter? È una possibilità,
speriamo». Oggi M’Vila, autorizzato dal Rubin Kazan, effettuerà le visite mediche per i nerazzurri che ieri si sono aggiudicati anche Dodò con un prestito biennale (riscatto a 7
milioni). La Roma lo sostituisce con Ashley Cole, svincolato
dal Chelsea. Sartori ds del Chievo si è dimesso, Braida tratterà la buonuscita con il presidente della Samp Ferrero.
Monica Colombo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Nuovo logo, l’ironia dei tifosi
Prima
...e dopo
MILANO — (f. fio.) Internazionale o
Internesia? Ironia del popolo nerazzurro sui
social dopo la presentazione del nuovo logo e
delle nuove maglie. Pochi consensi, tante
critiche, un unico rimpianto: perché la stella è
sparita dal logo e le strisce verticali (più o
meno larghe) dalla maglia? Unanime il
commento dei tifosi. «Ne abbiamo solo una e
la togliamo pure? E pensare che la Juve ha
aggiunto una stella...». «Il nuovo logo non è
brutto, peccato non ci sia più una maglia
nerazzurra dove metterlo». «Chi se ne frega del
logo, vogliamo giocatori da Inter». E la maglia?
«Sembra un pigiama, perfetta per la nanna».
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44
italia: 51575551575557
La moglie Bona, i figli Sveva con Paolo e Filippo, Uberto con Barbara, Marcello e Emma, il suocero Alberto Bianchi, straziati dal dolore piangono l’improvvisa scomparsa del
Dottor Ingegner
Rinaldo e Silvia con Giovanni Matteo Marta e
Costanza con immenso dolore si uniscono in un
forte abbraccio a Bona Sveva Uberto Paolo Barbara e a nonno Alberto per l’improvvisa scomparsa di
Alberto
Alberto Filippini Fantoni
marito, padre, nonno esemplare, uomo di grande ingegno, intelligenza e cultura, cuoco ineguagliabile, botanico eccelso, lavoratore indefesso e
appassionato.- Per il giorno e l’ora dei funerali si
prega chiamare l’Impresa San Siro al numero
02.32867. - Milano, 5 luglio 2014.
Affranti per l’improvvisa scomparsa del
Dottor Ingegner
Alberto Filippini Fantoni
Sandro e Ornella Rovetta si stringono a Bona,
Uberto, Sveva, al bisnonno Alberto, alla famiglia
tutta.- Lo porteremo sempre nel cuore.
- Milano, 7 luglio 2014.
- Milano, 7 luglio 2014.
Giovanni e Marta si stringono con affetto a Sveva Uberto Paolo e Barbara nel ricordo del carissimo
Alberto
- Milano, 7 luglio 2014.
Marina, Federica, Valentina abbracciano con
affetto Angelo, Angelica e Andrea per la dolorosa perdita dell’amica di una vita
Maria Grazia Lanzi Amato
- Udine, 7 luglio 2014.
Raffaella e tutti i colleghi del Management
Team di RCS MediaGroup sono vicini a Laura in
questo momento di grande dolore per la scomparsa del fratello
Mauro Penitenti
- Milano, 7 luglio 2014.
Raffaella Papa e tutti i colleghi della Direzione
Business Change & Corporate Development di
RCS MediaGroup partecipano con grande commozione e affetto all’immenso dolore che ha colpito Laura per la perdita del caro fratello
Mauro Penitenti
Sergio Scalpelli, incredulo, stringe forte Uta,
Luca, Sara, Edda, Daniele, Marco e Laura, piangendo la scomparsa di
Mauro Penitenti
- Milano, 7 luglio 2014.
Emanuele Farneti con Roberta si stringe ad Andrea, Angelica e Antonio nel dolore per la scomparsa di
Il giorno 6 luglio 2014, dopo lunga malattia,
si è spento
Alberto
Maria Grazia Lanzi Amato
Bruno Bianchi
e ricorda con affetto tante estati felici.
- Milano, 7 luglio 2014.
Ing. Alberto Filippini Fantoni
Ezio e Mivi con Pietro sono vicini ad Andrea e
alla famiglia per la perdita della mamma
Paola, Andrea, Niccolò sentitamente partecipano
al dolore di Uberto e famiglia.
- Brescia, 7 luglio 2014.
Milena Massimo Eleonora Federico Pisati partecipano al dolore di Bona Sveva e Uberto per la
scomparsa del caro
Ing. Alberto Filippini Fantoni
- Milano, 8 luglio 2014.
Addolorati per l’improvvisa scomparsa
dell’amico
Alberto
piangiamo con i suoi cari.- Mimi, Adriano con i
figli Cristiana e Roberto.
- Isola d’Elba, 8 luglio 2014.
Grazia Eloisa e Stefano con Veronica, affranti,
piangono la perdita di
Alberto
e si stringono con profondo affetto alla famiglia
tutta in questo momento di straziante dolore.
- Milano, 7 luglio 2014.
La notizia, così improvvisa, così insensata, ci ha
tramortiti.- Caro
Maria Grazia
- Milano, 7 luglio 2014.
Carlo e Laura, Chiara e Andrea, Cecilia e Filippo si stringono con affetto ad Andrea per la
perdita della sua cara mamma
Maria Grazia Lanzi Amato
- Milano, 5 luglio 2014.
Edoardo e Valérie Gambaro sono vicini con
grande tristezza e affetto ad Andrea per l’improvvisa scomparsa della cara mamma
Gheri, Daniele con Jaquelina, Stefania con
Ruggero, abbracciano Bona, Sveva e Uberto nel
ricordo del caro
Alberto
Alberto
- Milano, 7 luglio 2014.
Giorgio e Annalisa Cocini si stringono con affetto a Ubi e alla sua famiglia nel dolore per la
perdita del papà
Alberto Filippini Fantoni
- Londra, 7 luglio 2014.
Piero con Grazia, Riccardo e Alessandra è vicino a Bona, Sveva ed Uberto in questo triste momento per la perdita del caro amico
Alberto
- La Spezia, 8 luglio 2014.
Cristiana e Roberta si stringono a Sveva ed alla
sua famiglia, addolorate per l’improvvisa perdita
del papà
Alberto Filippini Fantoni
- Milano, 7 luglio 2014.
Tutti gli amati dipendenti di CBG Acciai piangono la scomparsa del loro maestro
di 85 anni.- Amatissimo marito e padre, già pilota delle Frecce Tricolori, noto commercialista e
Direttore Generale di Ultragas S.p.A.- Ne danno
notizia, con immenso dolore, la moglie Mira e i
figli Claudio e Marina, il genero Guglielmo con
gli adorati nipoti Giuseppe e Maddi.- Il funerale
avrà luogo oggi, martedì 8 luglio 2014, alle ore
15 partendo dalla camera mortuaria dell’ospedale Pierantoni Morgagni di Forlì per la chiesa
dei Cappuccinini e proseguirà, dopo la Santa
Messa, per il cimitero di Savignano sul Rubicone.Si ringraziano, anticipatamente, tutti coloro che
parteciperanno al dolore dei familiari.
- Forlì, 8 luglio 2014.
Marco Ottelli, Sebastiano Isenburg, Antonella
Bruzzi, Carlo Mingoia, Roberto Serino, Roberto
Sardi, Eugenio Vignale, Cristian Bertilaccio, Roberto Locatelli sono vicini al collega e amico Lorenzo per la perdita del caro papà
La moglie, i figli e i nipoti annunciano con immenso dolore la scomparsa del loro caro
Arturo Dalle Piane
Famiglia Dalle Piane. - Milano, 5 luglio 2014.
Mesto saluto alla memoria del Presidente
Eduard Shevardnadze
uomo di pace e di alti ideali da Vito Fiorellini.
- Milano, 7 luglio 2014.
Nel ventiseiesimo anniversario della scomparsa del
Dott. Antonio Vallardi
e nel sesto della sorella
Ida
il figlio Carlo, Alessandra e Mariapia, li ricordano
sempre con immenso affetto.
- Milano, 8 luglio 2014.
9 luglio 2008 - 9 luglio 2014
Maria Francesca Schiavone
Panni Caputi
Olga, Maria Grazia e Cesare, Adriana, Alfredo
ed Andreina e i nipoti tutti, la ricordano con immutato affetto e rimpianto.- Una Messa verrà celebrata in Santa Teresa, via Paisiello il 9 luglio
ore 18.30. - Roma, 8 luglio 2014.
Gulli con Paola, Terri con Max, si stringono affettuosamente ad Andrea e famiglia per l’improvvisa perdita della cara mamma
Roberto, Eugenio, Leonardo e i colleghi della
Direzione Tecnica RCS Quotidiani sono vicini a
Lorenzo Peni in questo triste momento per la perdita del caro papà
Sono trascorsi trentanove anni.- Sono trascorsi
con il tuo amore al nostro fianco.- Così ricordano
il loro caro padre e nonno
Maria Grazia Lanzi in Amato
- Milano, 7 luglio 2014.
Luigi Peni
Luigi
- Milano, 7 luglio 2014.
Giovanni, Mauro, Roberto e tutto lo staff Luz
stringono in un abbraccio Andrea e la sua famiglia per la perdita di
Maria Grazia
- Milano, 7 luglio 2014.
Partecipano al lutto:
– Federico, Flaminia, Gioia, Laura, Maddalena,
Tommaso, Paolo, Marzia, Daniele e Chiara.
"Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno
di stima ed Io ti amo".
Ieri il nostro amato fratello
Giovanni Illeni Sivi
ci ha lasciati tornando alla casa del Padre e ricongiungendosi alla sua adorata Carla.- Ne
danno il triste annuncio le sorelle Maria Teresa
con Gianalfredo, Elisabetta, Enrica con Paolo ed
i nipoti tutti.- Il funerale si svolgerà presso la chiesa di Santa Maria al Paradiso, per il giorno ed
ora telefonare al n. 02.324772 dopo le ore 13.
- Milano, 8 luglio 2014.
Partecipa al lutto:
– La famiglia De Meo.
Caro
zio Giovanni
ci hai lasciati troppo presto.- Ti ricorderemo sempre con tanto affetto.- I nipoti Cesare ed Erika
con Giacomo e Filippo, Anna Maria e Giorgio con
Enrico, Giovanna e Alessandro con Camilla, Alberto e Valentina con Carlo e Umberto, Paola.
- Milano, 8 luglio 2014.
Buon viaggio Giorgio.- San Pietro sa che sta
arrivando
L’Unità Operativa di Medicina Interna Metabolica-Nutrizionistica di NOCSAE di Modena è vicina a Bruno e Federica, nel momento della gravissima perdita del Direttore Professoressa
È mancata all’affetto dei suoi cari
Anita Pirovano
Si uniscono al dolore del marito Francesco e della
figlia Mariangela: Attilio e Maria Letizia, Giovanni Federica e Claudia, Paola e Stefano, Andrea e
Susan. - Milano, 7 luglio 2014.
Partecipano al lutto:
– Alessandro Lyndsay e Leonora.
Il Collegio Sindacale di Retelit S.p.A., nelle persone dell’Avvocato Paolo Lorenzo Mandelli, del
Professore Silvano Crescini e del dottore Vittorio
Curti, si stringe al dottore Gabriele Pinosa, Presidente del Consiglio di Amministrazione in questo momento di grande dolore per la scomparsa
del padre
Luigi Pinosa
Diletta Cerinotti Frignati
Giorgio Faletti
Partecipano al lutto:
– Paola Soncini e figli.
Ciao
Giorgio
straordinario eclettico artista... straordinario
eclettico amico!!!- Giorgio Restelli.
- Cologno Monzese, 7 luglio 2014.
RCS MediaGroup S.p.A. - Via Rizzoli,8 - 20132 Milano
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TARIFFE BASE IVA ESCLUSA:
Corriere della Sera
PER PAROLA:
Necrologie: € 5,00
Adesioni al lutto: € 10,00
A MODULO:
Solo anniversari, trigesimi
e ringraziamenti: € 540,00
- Milano, 7 luglio 2014.
I condomini e inquilini di via Redi 28 Milano
ricordano con affetto e stima la signora
e ha spalancato le porte del Paradiso.- Anna Porta. - Isola d’Elba, 8 luglio 2014.
Dottor Ingegner
Grand Ufficiale
Emanuele Rossetti
Emma e Babila. - Milano, 8 luglio 2014.
Paola Loria
amatissimo scienziato, medico e docente universitario.- La ricordano con commozione, affetto e
gratitudine i medici strutturati ed in formazione
specialistica, la caposala, il personale infermieristico, gli operatori socio sanitari e le segretarie.
- Modena, 7 luglio 2014.
- Milano, 7 luglio 2014.
Alberto Filippini Fantoni
- Caronno Pertusella, 7 luglio 2014.
Hau Wan (Nuvola) Wong
E’ una vita che sei a Milano, donna forte di animo.- Ti ricordiamo sempre.- Buon viaggio da Rita
e Davide Lon Fon. - Milano, 7 luglio 2014.
- Milano, 7 luglio 2014.
Maria Grazia Lanzi Amato
- Torino, 7 luglio 2014.
Franco e Tina Baudo commossi sono vicini con
affetto a Bona, Sveva, Uberto e a tutti i famigliari
nel ricordo di
Ciao cara
- Milano, 7 luglio 2014.
Alberto
ci mancherai tanto, ci mancherai troppo.- Franco
Cristina Andrea Stefano.
- Milano, 7 luglio 2014.
Fernando Colombo
- Castellanza, 8 luglio 2014.
- Milano, 7 luglio 2014.
Giancarla, Gianmarco e Anna si stringono con
affetto al dolore di Bona, Sveva ed Uberto per
l’improvvisa perdita dell’amato marito e padre
- Bellagio, 7 luglio 2014.
Il consiglio d’amministrazione, il collegio sindacale, i dipendenti e i collaboratori tutti di Tmc
group partecipano al dolore della famiglia Colombo per la perdita del Presidente Onorario
Armida Anna Gianni Eleonora e Paolo sono vicini all’amica Lidia in questo triste momento per
la perdita della sorella
Anna Cermenati
- Caronno Pertusella, 7 luglio 2014.
Gazzetta dello Sport
PER PAROLA:
Necrologie: € 1,90
Adesioni al lutto: € 3,70
A MODULO:
Solo anniversari, trigesimi
e ringraziamenti: € 258,00
Diritto di trasmissione:
pagamento anticipato € 1,67 - pagamento differito € 5,00
L’accettazione delle adesioni
è subordinata al pagamento
con carta di credito
Servizio fatturazione necrologie:
tel. 02 25846632 mercoledì 9/12.30 - giovedì/venerdì 14/17.30
fax 02 25886632 - e-mail: [email protected]
Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
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italia: 51575551575557
Il Tempo
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a San Paolo
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Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Tv in chiaro
Teleraccomando
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di Maria Volpe
PER DIVERTIRSI
PER CONOSCERE
Il nano più famoso Che fatica vivere
di Hollywood
nel Medioevo
Al via la cinica serie
britannica creata da Ricky
Gervais sulla vita e le vicende
quotidiane di Warwick Davis
(foto, alle sue spalle Gervais)
uno degli attori nani più
celebri della storia del
cinema che interpreta se
stesso. Il telefilm è un finto
documentario sulla sua vita
d’attore (è stato Evok in
Guerre stellari e ha recitato
in Harry Potter). Tra le guest
star della serie: Liam Neeson
paranoico depresso (prima
puntata), nella seconda
Johnny Depp stupido e
vanaglorioso, nella terza una
malvagia Helena Bonham
Carter e Sting, ospite del
settimo episodio.
Un team di archeologi e
una squadra di esperti in
analisi forense vuole
scoprire aspetti e dettagli
della vita quotidiana del
Medioevo tra misteriosi
riti pagani, spaventose
epidemie di peste che
devastavano intere città
e la quotidiana battaglia
per la sopravvivenza
dovuta alle precarie
condizioni di vita
dell’epoca. Grazie all’aiuto
di esperti, che hanno
riportato alla luce e
analizzato i resti di
scheletri di allora ( foto),
scopriamo le abitudini e i
segreti della gente del
tempo.
Life’s Too Short
Sky Arte, ore 21.10
Medioevo da brivido
Focus, ore 23
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L’eleganza
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Res - Donne straordinarie
Rai Storia, ore 21.35
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Corriere della Sera Martedì 8 Luglio 2014
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Film
e programmi
Firth e i problemi
di balbuzie di re Giorgio
Giorgio VI (Colin Firth, foto) e il
rapporto con il logopedista che
lo ha in cura per la balbuzie.
Ispirato a una storia vera, il film
di Tom Hooper vincitore di
quattro premi Oscar.
Il discorso del re
Cinema Emotion, ore 21.15
I tesori dell’usato
a Las Vegas
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˜`ÞV>À -ŽÞ -«œÀÌ Ó Al via la serie con Jason T. Smith e
Bryan Goodman (foto). Gli abili
ricercatori di oggetti di seconda
mano e altrettanto bravi a
trasformarli in ottimi affari sono a
Las Vegas.
Thrift Hunter: occasioni a Las
Vegas; Discovery Channel, ore 21
Leo DiCaprio
milionario infelice
Long Island, 1922. Il giovane Nick
Carraway conosce il milionario Jay
Gatsby (Leonardo DiCaprio, foto).
L’uomo è da sempre innamorato di
Daisy Buchanan (Carey Mulligan),
ma il loro è un amore impossibile.
Il grande Gatsby
Sky Cinema 1, ore 21.10
A fil di rete
di Aldo Grasso
L’eroismo quotidiano
delle levatrici inglesi
D
esolation Row: l’eroismo quotidiano e l’innocente gaiezza delle levatrici, la denuncia sociale del
degrado e della povertà delle Docklands, le prime
politiche solidaristiche. Questo e altro è «L’amore e la vita - Call the Midwife», la nuova serie tv
tratta dal libro Call the Midwife: A True Story of the East End
in the 1950s, dell’ostetrica Jennifer Worth. Il memoir è il primo volume di una trilogia best-seller, pubblicato in Italia da
Sellerio con il titolo «Chiamate
la levatrice» (Rete4, domenica,
Vincitori e vinti
ore 20.30).
«Call the Midwife» è una
Christine
sorta di diario di una levatrice
Neubauer
dell’East Side di Londra agli iniGli amori
zi degli anni Cinquanta. Alcune
germanici
giovani ostetriche e le suore del
superano le
convento anglicano di Nonnagag all’italiana. Serata
tus House compiono la loro
di riposo per i Mondiali,
missione nel quartiere più malRaiuno pensa al
famato e povero di Londra, dopubblico femminile col
ve la parola proletariato ha anfilm tv tedesco «Una
cora un senso: «I bambini eraseconda vita», con
no ovunque. Le strade erano il
Christine Neubauer: per
loro parco giochi… gli edifici
3.032.000 spettatori, e
bombardati erano il posto ideauna share del 15,7%.
le per i giochi avventurosi».
Prodotta dalla Neal Street
Ficarra
Productions di Sam Mendes
e Picone
(American Beauty, Era mio paLe gag
dre, Skyfall), ideata e scenegall’italiana
giata da Heidi Thomas (Upsuperano gli
stairs Downstairs), la serie è
amori germanici. Serata
stata trasmessa dalla Bbc con
di riposo per i Mondiali,
ottimi ascolti. È un perfetto
Canale 5 pensa al
esempio, magari un po’ old stypubblico familiare rile, di fiction da Servizio pubbliprogrammando «La
co: la perfetta ricostruzione stoMatassa», con Ficarra e
rica, una materia cruda trattata
Picone: per 2.457.000
senza compiacimenti pauperispettatori, e una share
stici (grazie anche alla bravura
del 13,1%.
della protagonista Jessica Raine
che interpreta la giovane levatrice Jenny Lee), la nascita del Sistema sanitario nazionale.
L’aspetto più interessante della serie è che gli uomini non
esistono. O meglio, non sono mai protagonisti (se non a letto): manca loro il fondamentale coraggio delle donne. Lavorano nei docks, il porto di Londra, ma, se non ci sono barche
da scaricare, affondano la desolazione nell’alcol, fumano e
attaccano briga. E fanno figli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Forum «Televisioni»: www.corriere.it/grasso
Videorubrica «Televisioni»: www.corriere.tv
L’ex agente García
indaga su un massacro i`ˆ>ÃiÌ *Ài“ˆÕ“
Un ex agente della Cia (Andy
García), diventato presentatore di
talk show politici, viene assoldato
da una multinazionale. Deve
portare alla luce il massacro di un
villaggio in Sud America.
Un’oscura verità
Sky Cinema Hits, ore 21.10
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Martedì 8 Luglio 2014 Corriere della Sera
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