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Camera di Commercio
di Udine
Friuli Future Forum
BE
NEW
ESSERE
NUOVI
ISTRUZIONI
PER L’USO
dal Future Forum 2013
FORUM
ESSERE NUOVI / BE NEW
Istruzioni per l’uso,
dal Future Forum 2013
Stampato su Arcoset w.w. carta realizzata con cellulose
derivate da legni provenienti da foreste gestite in modo sostenibile
© Camera di commercio, industria,
artigianato e agricoltura di Udine
Via Morpurgo, 4 - 33100 Udine
Tel. 0432 273111
www.ud.camcom.it
FORUM 2014
Editrice Universitaria Udinese srl
Via Palladio, 8 - 33100 Udine
Tel. 0432 26001 / Fax 0432 296756
www.forumeditrice.it
Progetto di copertina
cdm/associati, Udine
Impaginazione e stampa
Cooperativa Tipografica degli Operai - Vicenza
ISBN 978-88-8420-853-8
Camera di Commercio di Udine
Friuli Future Forum
ESSERE NUOVI / BE NEW
Istruzioni per l’uso,
dal Future Forum 2013
a cura di Renato Quaglia
FORUM
4
Essere nuovi = Be new: istruzioni per l’uso dal Future Forum 2013 / a cura di
Renato Quaglia.
Udine: Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Udine; Forum, 2014.
Atti della prima edizione del Friuli Future Forum, Udine 14-29 ottobre 2013.
- In testa al frontespizio: Camera di Commercio di Udine, Friuli Future Forum
ISBN 978-88-8420-853-8
1. Economia [e] Tecnologie-Previsioni-Congressi
I. Quaglia, Renato II. Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Udine III. Friuli Future Forum
330.900112 (ed. 22) - SITUAZIONI E CONDIZIONI ECONOMICHE. Previsioni
Scheda catalografica a cura del Sistema bibliotecario dell’Università degli studi
di Udine
Essere nuovi Be new
5
La prima edizione del Future Forum si è svolta a Udine dal 14 ottobre al 29 novembre 2013, promossa dalla Camera di Commercio
di Udine, in collaborazione con OCSE, Institute for the Future
di Palo Alto e Copenhagen Institute for Future Studies, insieme
alle Associazioni di categoria del territorio, l’Università di Udine,
l’Associazione vicino/lontano e gli attori del sistema produttivo,
dell’educazione, dell’impresa e della ricerca.
Incontri, conferenze e workshop si sono tenuti in diverse sedi
della città e hanno proposto, nel corso di più settimane, visioni e riflessioni sul futuro e su come cambieranno modi, stili,
sistemi e regole nei prossimi quindici-venti anni. Esperti delle
maggiori organizzazioni internazionali insieme a studiosi e ricercatori italiani sono stati chiamati a confrontarsi attorno agli
scenari futuri che modificheranno la nostra società, rispondendo a cinque domande chiave: come cambierà l’industria,
le piccole e medie imprese, il welfare? come cambierà l’artigianato, il turismo, il green growth? come cambierà la trasmissione dei saperi, la scuola, la formazione, i nuovi media? come
cambieranno le città, i centri storici, con il riuso, con le forme
di autogoverno? come cambierà la natura, l’alimentazione, la
nutrizione, l’energia?
Una settimana per ciascun tema, affrontato con dibattiti, seminari,
case history, per dimostrare che non basta sperare in un domani
migliore, ma bisogna essere capaci di costruirlo giorno dopo giorno, idea dopo idea, rischio dopo rischio.
A fianco dei consueti strumenti di sostegno alle imprese la Camera di Commercio ha voluto sperimentare un progetto speciale per
promuovere una maggiore cultura dell’innovazione nel sistema
produttivo, offrendo agli imprenditori, come alla società civile,
occasioni di confronto con chi nel mondo, costruendo futuro, sta
superando la crisi.
6
7
Essere nuovi Be new
INDICE
Giovanni Da Pozzo
Prefazione Omar Monestier
Editoriale
pag. 13
»15
ESSERE NUOVI / BE NEW. Istruzioni per l’uso
dalla prima edizione del Future Forum di Udine
Renato Quaglia e Armando Massarenti
Introduzione »
19
Daniele Pitteri
Envisioning be new. Tendenze e previsioni per il futuro prossimo
»
26
Sergio Arzeni
Considerazioni sul futuro prossimo dell’Italia
»
34
Claus Kjeldsen
Gli scenari che si preparano per il 2030
»
41
Alberto Felice De Toni
Il futuro appartiene a chi sa immaginarlo »
55
Alessandro Verona
La città globale
»
59
Michele Morgante
Nutrire il pianeta: è possibile andare avanti tornando indietro?
»
68
Viktor Mayer-Schönberger
Grandi innovazioni attraverso i Big Data
»
75
Alberto Abruzzese
Crisi della formazione e crisi delle classi dirigenti
»
82
8
Indice
Derrick De Kerckhove
Il mercato intelligente
pag. 87
Paolo Palamiti
La scuola del futuro
»
91
Nicola Baldo
Il futuro delle infrastrutture stradali.
Sostenibilità e riutilizzo dei materiali marginali
»
97
Alberto Capatti
Il pensiero alimentare e la sua stagnazione
» 101
Rossano Ercolini
Le buone azioni di Rifiuti Zero
» 104
Luca Capra
Supportare l’innovazione nelle aree montane.
Il modello trentino
» 109
Christina Conti
L’accessibilità e la valorizzazione dei beni, degli spazi e dei servizi.
Dall’abbattimento delle barriere architettoniche
alla progettazione inclusiva
» 113
Bernhard Deutsch
Lo sviluppo delle energie rinnovabili a Güssing
e le sue ramificazioni
» 117
Alberto Di Gioia
Nuovi processi e attrattività dei territori alpini contemporanei
» 125
Erwin Durbiano
I nuovi abitanti delle Alpi
» 129
Fabio Feruglio
Ma il futuro quando arriva?
» 133
Franco Iseppi
Il futuro ci è già addosso
» 139
Essere nuovi Be new
Bruno Lamborghini
Lavoro del futuro e futuro del lavoro.
Da Adriano Olivetti alla Società della Conoscenza condivisa
9
pag.143
Norman Longworth
Udine/Friuli - a learning City/Region?
»154
Andrea Pollarini
Le nuove frontiere del turismo e lo sviluppo di imprese e territori
» 161
Raffaella Ida Rumiati, Francesco Foroni
Il cibo visto con la lente delle neuroscienze
» 166
Annalisa Saccardo
Il futuro dell’alimentazione » 170
Attilio Scienza
I nuovi vitigni resistenti alle malattie.
Una minaccia o una opportunità per la viticoltura italiana?
» 176
Bruce Sterling
Robots
»180
Antonio Vanuzzo
Sul reddito di cittadinanza
» 183
INTERVISTE
di Giada Marangone per «Udine Economia»
Ivanhoe Lo Bello
L’emergenza educativa
» 189
Bertram Maria Niessen
Fare rete nell’innovazione sociale
» 191
INTERVISTE
di Alessandro Cesare per «Messaggero Veneto»
Brinda Dalal
Migliore qualità della vita con le nuove tecnologie
» 195
10
Indice
Roberto Siagri
Città intelligenti per il successo economico
pag.197
Bernardo Secchi
Persone e ambiente perno della città del domani
» 199
Bruno Manfellotto
I giornali alla sfida digitale, ma il cartaceo resisterà
» 201
Tiziano Treu
Le sfide della flessibilità del welfare aziendale e del sistema pensioni » 204
Alberto Cottica
La democrazia e la politica 2.0 nell’era della rete
» 206
Agostino Quadrino
Nelle scuole il processo digitale non si può fermare
» 208
Massimo Paniccia
PMI più forti e razionalizzazione degli enti associativi
» 210
Sergio Campo Dall’Orto
Trasferire tecnologie per costruire futuro
» 213
Antonio Piva
100 milioni risparmiati se tutti utilizzassero il pc
» 216
Enzo Rullani
Reti di impresa e business diversificati per superare la crisi
» 218
Roberto Calugi
Sfida alla crisi puntando sulla Borsa
» 220
Essere nuovi Be new
11
Dall’altra parte c’era il futuro e
lei, rumorosamente, è fuggito
in direzione opposta.
Leo Longanesi
12
Essere nuovi Be new
13
Prefazione
Un territorio, un’economia, che nel momento più duro della crisi non
si arrendono né si compiangono, ma guardano al futuro. Al futuro non
solo tecnologico, ma inteso come innovazione a 360 gradi, un processo
culturale che investe ogni campo, produttivo e concettuale. È questo
lo spirito e sono queste le fondamenta su cui si è poggiata un’iniziativa
unica, il Future Forum, rassegna che, dal 14 ottobre e fino al 29 novembre 2013, la Camera di Commercio di Udine ha ideato e promosso
in sinergia con i principali attori istituzionali e associativi del territorio.
Si è cominciato concretamente a riportare Udine e il Friuli al centro di
una riflessione internazionale sul futuro e ciò è stato possibile innanzitutto grazie a un intenso e convinto lavoro di costruzione di reti, di
relazioni, di network a livello locale che hanno permesso a una terra
intera di porsi unita di fronte alle sfide del futuro, di respirare all’unisono una voglia di futuro che sempre più ha bisogno di essere immaginato, fabbricato, progettato oggi. Future Forum, estrinsecazione del
Friuli Future Forum, progetto d’innovazione che la CCIAA udinese
ha avviato dal 2010, per oltre un mese ha portato in Friuli alcuni dei
massimi ‘esperti di futuro’ a livello internazionale. Reti locali, dunque,
ma apertura alla creazione di nuove reti in tutto il mondo. OCSE, Institute for the future di Palo Alto, Copenhagen Institute for Future
Studies sono stati i partner internazionali della manifestazione e hanno
partecipato sia alla stesura del programma sia, direttamente, inviando
in Friuli i loro esperti – scienziati, economisti, ricercatori, analisti di
futuro – per un confronto continuo e proficuo con la realtà produttiva
e istituzionale friulana. La formula ha consentito la partecipazione di
imprenditori, studenti, cittadini e il format, molto variegato e flessibile,
con tantissimi appuntamenti quotidiani per oltre un mese, ha permesso di sviscerare temi fondamentali: il futuro dell’impresa, dei distretti,
delle aggregazioni, della finanza e del credito, il futuro della formazione e dei saperi, il futuro delle città e della scienza, dell’alimentazione
e della ricerca. Si è consentito così ai partecipanti di dialogare con chi
nel mondo è specializzato nella fabbricazione quotidiana del futuro (e
dei futuri possibili): una sorta di ‘master in futuro’ con suggerimenti,
14
Giovanni Da Pozzo
spunti, idee, progetti nuovi e utili per essere tradotti in pratica e realizzati anche dalla società e dall’economia friulane.
‘Essere nuovi’ è stato il riuscito claim che ha contraddistinto la manifestazione. Ed è stato anche un vero sprone. Per ‘essere nuovi’, infatti,
bisogna esserlo ora, perché è indispensabile, perché è questo lo spirito
con cui dobbiamo affrontare probabilmente il più difficile periodo della
nostra storia repubblicana. La crisi che per molti aspetti stiamo ancora
vivendo, e che al Friuli Venezia Giulia sta lasciando quella che speriamo
essere ormai una coda, seppur molto lunga e pesante, ci pone irrimediabilmente di fronte a una grande occasione di cambiamento. I paradigmi
di spazio e tempo si sono completamente trasformati: il tempo si è ridotto all’istantaneità, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione,
e invece lo spazio d’azione, con la globalizzazione, si è dilatato a tutto il
mondo. Sono questi i parametri entro cui anche i cittadini e il sistema
economico della nostra regione si trovano oggi a muoversi. La rapidità e la violenza di questa crisi dell’economia sono state destabilizzanti,
lasciandoci attoniti e in molti, troppi casi, a terra, a causa anche di un
sistema istituzionale italiano che non ha saputo reagire allo scossone.
Imprese e lavoratori, invece, vogliono reagire e lo stanno facendo, pur
entro un sistema che non è ancora riuscito a risolvere problemi strutturali atavici, e che invece dovrebbe accompagnare la rinascita dell’economia. Molti, nel sistema produttivo, hanno già capito che nulla è come
prima, che il cambiamento richiede un nuovo sguardo sulla realtà. Molti lo stanno intuendo. Molti hanno ancora la necessità di essere aiutati
ad abbandonare un pericoloso attaccamento al passato.
Consapevoli che non si può chiedere il cambiamento se non lo si pratica in prima persona, come Camera di Commercio di Udine, ci siamo
messi all’opera, cominciando a dare un nostro contributo a questa
richiesta di futuro, senza la pretesa di essere risolutivi, ma con il desiderio forte, sincero di essere utili. Un impegno grande e corale, il
respiro di un territorio intero che anela futuro, perché crediamo che
per guardare avanti sia necessario un nuovo approccio, sia necessario essere aperti. Sì, ‘essere nuovi’. Perché per ‘essere nuovi’ davvero,
dobbiamo essere convinti tutti. E dobbiamo esserlo tutti insieme.
Giovanni Da Pozzo
Presidente della Camera di Commercio di Udine
Essere nuovi Be new
15
Editoriale
Nei giorni, drammatici, nei quali una grande multinazionale indica il
limite del sistema manifatturiero tradizionale del Friuli, s’odono molte
proteste, mille accorgimenti e perfino qualche progetto bislacco di tagli alle buste paga per recuperare competitività. La competitività è un
elemento assai importante, ma non può essere l’unico. Senza la competenza e la creatività che cosa ce ne possiamo fare? La competitività
è un elemento dell’oggi e di ieri. Sarà fondamentale per il futuro, ma
non è su quello che possiamo sperare di rigenerare il nostro sistema.
Il Friuli ha concluso la fase dell’esplosione produttiva, della quantità
(unita alla qualità) dei beni di largo consumo. Oggi vive e ricrea valore nei comparti che guardano all’export, affrontando nuovi mercati
ma non con prodotti tradizionali. Il Friuli torna a essere, perfino suo
malgrado, un luogo dove si vince se si torna sulla via pioneristica della
sperimentazione, dell’innovazione, dell’assistenza al consumatore. È
necessario recuperare lo spirito che fu di Rino Snaidero e di Lino
Zanussi, pur in un mercato interno che va in una direzione opposta a
quella che offrì loro, invece, una grande opportunità. Quel mondo è
finito. L’Italia resta, per le imprese friulane, una tappa intermedia del
loro sviluppo. Il traguardo è altrove.
Piccoli esempi positivi di riflessione e di stimolo devono provenire
anche dalle associazioni di categoria, posto che non è pensabile che
un qualche tipo di contributo risolutivo venga dalla classe politica,
avvitata in un processo introspettivo senza fine. È necessario provocare, bucare l’insidioso velo del pessimismo e dell’attendismo. Reagire,
combattere, ripartire.
Ho sostenuto e partecipato con grande sollievo all’iniziativa ideata e
portata avanti dalla Camera di Commercio di Udine, mentre tutt’intorno la politica osservava col sussiego di coloro che rilasciano dichiarazioni roboanti a proposito della crisi, al solo fine di occupare uno
spazio, ma non hanno una idea, una qualunque, sul da farsi. Perché
bisogna avere il coraggio di dirlo, a costo di sembrare sgarbati. Il dibattito è ormai un rumore di fondo, mentre le aziende chiudono, i la-
16
Omar Monestier
voratori si disperano e la spesa pubblica continua a essere esorbitante
e sprecata.
Future Forum è stata dunque una luce, vivida, pulsante, intensa. A
volte destinata a un pubblico che non c’è ancora, che non ha tempo
per ascoltare, che teme l’ennesima esibizione di visioni accademiche.
Belle, ma lontane. Future Forum è andato avanti per moto proprio,
sapendo di essere una scheggia impazzita in un sistema che pensa altrimenti. È andata bene anche quando la sala non era gremita, è andata meglio quando il pubblico ne è uscito sconvolto dalle informazioni
ricevute. I grandi nomi che animano i dibattiti sulle prospettive di
crescita mondiale sono passati per Udine. Sono stati accolti con curiosità dalle imprese, dai professionisti, dalle scuole, dall’università. Ed è
costato così poco che bisognerebbe dirlo senza vergogna. Adesso, la
seconda edizione.
Omar Monestier
Direttore del «Messaggero Veneto»
Essere nuovi Be new
ESSERE NUOVI / BE NEW
Istruzioni per l’uso
dalla prima edizione
del Future Forum di Udine
17
18
Essere nuovi Be new
19
INTRODUZIONE
Renato Quaglia e Armando Massarenti
Pochi anni fa (eravamo all’inizio e i più erano impegnati a rassicurare e ridimensionare le preoccupazioni) credevamo che la crisi fosse
finanziaria, gli indicatori di riferimento erano i PIL europei e la rappresentazione che si dava di quel ciclo era una V (un rapido crollo
e una altrettanto rapida risalita ai livelli pre-crisi). L’estensione delle
criticità ci ha fatto comprendere che la crisi era economica: la sua rappresentazione diventava una U, con una caduta, una fase non breve di
stagnazione, poi la risalita.
Ma se non prendiamo il PIL come indicatore unico della crisi, e consideriamo invece l’occupazione come elemento su cui misurare il fenomeno, allora la sua rappresentazione può essere quella della L, dove al
crollo segue una nuova diversa fase, da cui non si guarisce, ma di cui
occorre prendere definitivamente atto. In questa nuova dimensione, il
procedere verso un tempo prossimo mantiene intatta la sua carica di
aspettative e responsabilità, perché il futuro non è un tempo che accadrà imprevisto, a un certo momento, in un tempo distante e distinto
dal nostro oggi. Non si presenterà un giorno bussando inatteso alla
porta, presentandoci come un piazzista tutto il nuovo che porterà con
sé. Il futuro si sta determinando già oggi, appartiene e sarà conseguenza delle nostre azioni (o inazioni) odierne. È già iniziato e sappiamo
sin d’ora che nulla sarà come prima, che le regole del gioco stanno
già ora cambiando profondamente. Quella in corso, sostengono molti
analisti, non è una crisi o, per lo meno, quello che sta accadendo non è
solo una profonda crisi economica: è in atto un profondo cambiamento di sistema, che sta coinvolgendo larghe parti del pianeta (in greco
krisìs significa mutamento).
Nelle negoziazioni più difficili, nella politica come nella vita quotidiana, tendiamo a spostare ‘al futuro’ quello che non riusciamo a risolvere
oggi. Le scelte per cui non si trova accordo, le decisioni che sarebbe
impopolare prendere oggi, vengono posticipate a un tempo futuro, a
cui stiamo delegando il coraggio di fare tutto quello che avremmo dovuto decidere oggi (o ieri) e speriamo qualcuno risolverà per noi dopo.
20
Renato Quaglia e Armando Massarenti
Ma il futuro non è un tempo che si determina altrove e lontano da noi.
È l’esito delle nostre decisioni e l’espressione delle nostre potenzialità.
Non sarà lo stesso per tutti («il futuro arriva come gli autobus di Londra – chiosa Angela Wilkinson, dell’OCSE –, non arrivano uno alla
volta, ma due o tre contemporaneamente, e mai quando li si attende»)
e riguarderà sempre meno lo Stato o le Regioni, e sempre di più le
singole città. Da tempo ogni città è un soggetto autonomo dal contesto
nazionale a cui appartiene: sviluppa proprie politiche di attrattività e
di sviluppo, si dota di identità nuove o coltiva quelle originarie, costruisce reti relazionali che producono politiche internazionali e standard
di vita tipici per i suoi abitanti. In diverse città o territori del mondo
sono in corso processi per la definizione dei futuri possibili. Si chiamano ‘produzione di scenari’. Le città si ascoltano: analizzano le idee di
futuro che esprimono al loro interno i diversi gruppi che le compongono, parallelamente studiano il DNA delle loro comunità, ovvero le
caratteristiche che permettono a quella città alcuni sviluppi e ne inibiscono invece altri, consentirebbero certi risultati e non altri. Poi, sul
risultato del confronto e della partecipazione di tutti gli attori sociali,
economici, della formazione, delle professioni, culturali, pubblici, privati della città, costruiscono i loro scenari futuri, la città che vorranno e
potranno essere. Su questi obbiettivi condivisi vengono convogliate le
energie dell’intero sistema cittadino o territoriale, pubblico e privato.
Si indirizzano congiuntamente tutti i gruppi che costituiscono e rappresentano la complessa struttura civile, sociale, culturale e produttiva
che chiamiamo città. È un’azione coordinata e organizzata di tutte le
sue principali componenti, quella che potrà avere più chance per raggiungere quella visione e farla diventare il prossimo presente della sua
comunità (migliore, più felice di quella che si è lasciata alle spalle).
Prima della crisi, alcune città avevano già avviato strategie di sviluppo
per una propria nuova identità, proiettata verso le nuove possibilità
che per tempo avevano scelto di perseguire. La crisi (il grande cambiamento in atto) ha colto queste città in una posizione avvantaggiata rispetto a quelle che non avevano intrapreso dei piani di aggiornamento.
Ora la recessione e la ridotta disponibilità della spesa pubblica rendono necessario un ripensamento delle modalità di crescita e di innovazione. Se qualsiasi strategia di sviluppo non può che essere sistemica,
la rete è la migliore immagine delle connessioni, della collaboratività,
Essere nuovi Be new
21
della complementarietà e della polidisciplinarietà, che a ogni scala devono prendere il posto del solipsismo, dell’autosufficienza e dell’iperspecializzazione che hanno segnato il fordismo e il secolo scorso. Ogni
comunità deve essere capace di valorizzare le proprie migliori energie:
sostenere i propri talenti, attrarne da altre città e Paesi, investire sulla
cultura, sulla formazione, sull’apprendimento permanente. Superare la
frammentazione politico-decisionale (come nei progetti pilota di Oslo,
Brisbane, Amburgo), sperimentare nuovi modelli di partecipazione del
settore privato alle strategie pubbliche (come a Manchester, Barcellona, Cape Town), integrare i livelli cittadini e regionali (come a Zurigo e
Lione). Ogni futuro, ci avvertono tutti gli studi dei maggiori istituti internazionali, sarà fondamentalmente metropolitano, perché da tempo
si sono sgretolati i confini daziarii delle città che abbiamo conosciuto,
e si sono materializzate foreste urbane, senza più distanza tra centro
e periferia, tra città e territorio, tra fuori e dentro. Non ci sono più
confini definiti (né sui territori, né nei settori e tra le discipline). Sarà
un futuro migliore se sapremo determinarlo attraverso modelli partecipativi il più ampi possibili. Esperienze come quelle del Foro di Vauban
(l’eco-sobborgo di Friburgo che si è dato forme di autogoverno che
hanno inciso sul suo sviluppo e su comportamenti che sono diventati
stili di vita condivisi da migliaia di persone, che hanno modificato abitudini e costi quotidiani in una specie di comunità indipendente molto
efficiente e rispettosa dei suoi cittadini – e dei bambini innanzitutto)
o anche della Federazione dei Comuni veneti del Camposampierese
(governati da giunte di sinistra e di destra) i cui consigli comunali hanno messo da parte i concetti novecenteschi dell’autosufficienza, per
condividere alcuni servizi, normalmente considerati invece prerogativa
municipale (la sicurezza, la nettezza urbana, i trasporti locali, la polizia
locale) ottenendo enormi economie di scala, che hanno liberato risorse
per nuovi servizi al cittadino, sono solo esempi che potrebbero essere
verificati direttamente, con poche ore di viaggio, dagli amministratori
pubblici ancora ingabbiati nelle logiche del secolo trascorso. Non ci si
attardi con atteggiamenti rinunciatari, lamentando la perifericità delle
nostre città e territori, come ragione che renderebbe inutile una progettualità su temi e traiettorie di futuro globale. Il concetto di periferia
è stato già ampiamente superato proprio dalla globalizzazione: nella
dimensione planetaria ogni città è diventata periferia, ogni territorio è
22
Renato Quaglia e Armando Massarenti
marginale rispetto a qualcosa. Il centro non esiste più. Saskia Sassen ne
offriva un’interessante definizione: «possiamo definire centro l’incontro di due periferie».
Cambierà il lavoro. In questi ultimi decenni abbiamo assistito al passaggio dalla certezza del posto fisso, alla precarizzazione dell’impiego.
Accompagnata dalla recessione dei diritti, dall’esclusione generazionale, la riduzione del welfare e la crisi dei modelli novecenteschi, ma
acquisiti, della previdenza pubblica, si imporranno nuove forme del
lavoro. Adam Smith, alla fine del Settecento, aveva compreso che il
grande sviluppo a cui stava assistendo il mondo era frutto della rivoluzionaria divisione del lavoro. Per due secoli abbiamo seguito queste
linee: divisione del lavoro e specializzazione professionale dell’individuo. Già oggi, e sempre più in futuro, la richiesta del mercato sarà
invece di competenze pluridisciplinari (e di flessibilità). La persona si
formerà lungo percorsi e cercherà esperienze non unidirezionate, né
esclusive: coltiveremo due o tre carriere professionali contemporaneamente, dovremo essere capaci di relazionarci ad altrettanti ambienti
sociali, forse linguistici; il viaggio sarà una componente implicita alla
professione, anzi: alle diverse professioni che svolgeremo in diverse
città. Ci troveremo metaforicamente in piedi, in equilibrio precario,
su una zattera, condotti dalle correnti di un torrente in piena, con la
possibilità di passare con un salto su altre zattere, che corrono a fianco
più veloci, portate dalla forza della corrente. Saltiamo da una zattera
all’altra, restandoci finché l’equilibrio lo consente, pronti a passare su
un’altra e un’altra ancora, sempre incerti e instabili.
Su scala planetaria si stanno registrando fenomeni di emergenza e
inabissamento di economie e modelli culturali dei cui molti segnali
anticipatori non ci eravamo accorti. Non è in atto un processo di delocalizzazione, ma una grande redistribuzione sul pianeta della produzione, del lavoro e del consumo di beni e servizi. A pensarci, era
quello che auspicavamo negli anni ’60 e ’70: che il cosiddetto terzo
mondo e i Paesi emergenti aumentassero l’industrializzazione, crescessero fino a raggiungere il benessere di cui noi già godevamo, convinti
della possibilità di una crescita infinita e progressiva. Ma non potevamo immaginare che questo sviluppo sarebbe avvenuto attraverso una
redistribuzione, che le produzioni del nuovo mondo facessero (faranno) venir meno quelle del vecchio mondo, ricollocandole in altre parti
Essere nuovi Be new
23
del mondo. Anche la popolazione si riposiziona (si muove, si mescola,
si scompone). E determina nuovi stili di vita, nuovi bisogni, nuove opportunità. La popolazione di pelle bianca è il 12% della popolazione
del pianeta, come possiamo pensare che il modello di vita dominante
per quella percentuale di popolazione possa condizionare i modelli di
vita degli altri gruppi e dell’intero pianeta? La popolazione europea
produce il 9% del PIL mondiale e spende il 55% dei valori di previdenza sociale e sanitaria mondiali. La sproporzione è evidente e il suo
peso insostenibile, anche se la risposta non deve essere la più semplice
e feroce. Il welfare va ripensato, ma in maniera tale da non far aumentare, ma semmai ridurre, le sempre più evidenti diseguaglianze. È
invece il loro progressivo annullamento che dovrebbe rientrare nelle
agende politiche internazionali. A partire dalla fine del XIX secolo le
diseguaglianze sociali erano progressivamente diminuite, e avevano
continuato a farlo fino agli anni ’70 del secolo scorso, ma dal decennio seguente hanno inaspettatamente ricominciato ad aumentare e
creano oggi fenomeni sempre più diffusi e complessi. Essere povero
oggi è più drammatico di pochi decenni fa, le spese per la casa, la
salute, la mobilità, ad esempio, incidono percentualmente sul reddito
in proporzioni più importanti sulle disponibilità effettive dei poveri,
di quanto incidano sulle possibilità effettive dei ricchi. La ricchezza
non è più misurabile solo unidimensionalmente sui valori di potere
d’acquisto. Bernardo Secchi ha descritto al Future Forum con grande lucidità i tratti delle nuove diseguaglianze da possesso di capitale:
ricchezza non è più solo poter disporre di grande capitale economico,
esiste anche il capitale intellettuale (il grande medico, il grande artista…); il capitale sociale (avere buone e diffuse relazioni con il potere)
e anche il capitale spaziale (dove vivi). L’abitare è un indicatore e un
fattore che incide in maniera non irrilevante nel destino delle persone.
Nei territori regionali o nazionali la distanza dei luoghi di residenza
dai centri dove si producono processi decisionali, determina una difficoltà di accesso a quei processi direttamente proporzionale alla distanza da cui si parte. Nelle città si stigmatizzano alcune zone urbane,
che connotano inevitabilmente l’individuo e la sua identità percepita.
L’immaginario collettivo legato a un quartiere degradato, ad esempio, determina fenomeni di lunga durata e prescinde dalle eventuali
mutazioni intervenute nel tempo in quel quartiere, per trasmettere
24
Renato Quaglia e Armando Massarenti
quel (vecchio) giudizio sociale, generalizzando senza distinguo, anche
sui suoi residenti attuali e prossimi, etichettati in relazione alla residenza, prima che all’individualità personale. Chi a Parigi è andato a
risiedere nei quartieri di nord-est è percepito come un povero, come
l’etichetta attribuita da anni a quell’area urbana; il sud-est è invece da
sempre zona da ricchi. L’abitare, da risultato di convenienze e casualità, è diventata una scelta di collocazione sociale, dalle conseguenze
imprevedibili. Quando parliamo di politiche di sviluppo o anche solo
di nuovo welfare, avverte Secchi, dobbiamo sapere che il tema non
è solo di natura economica: occorre incidere anche sull’immaginario
collettivo, sul capitale intellettuale, su quello sociale.
Con la cultura è sempre più difficile mangiare (in conseguenza delle
politiche pubbliche miopi e incompetenti degli ultimi decenni e anche
attuali); ma senza cultura non si mangia, non si beve, non si dorme,
non si dialoga: non si vive. Un serio o anche solo appena sufficiente
investimento sulla cultura, la formazione e la ricerca determinerebbe
un indotto straordinario: il cambiamento. Che è anche uno dei fattorichiave dello sviluppo anche economico.
La scuola è parametrata sul modello fordista novecentesco, i percorsi
didattici sono gli stessi delle generazioni passate, da 50/60 anni a questa parte. Siamo prigionieri di un modello didattico e organizzativo
passato. «Se oggi insegniamo solo quello che sapevamo nel passato,
rubiamo il futuro ai nostri figli» avverte Peter Bishop. Come ricordava Ivan Lo Bello, l’annuncio dei primi dati PISA (i dati comparati dall’OCSE sulla formazione europea) fu uno shock formidabile
per molti Paesi europei. Sarebbe dovuto esserlo anche per l’Italia:
la qualità del modello formativo nazionale risultava infatti agli ultimi posti della classifica europea. La reazione italiana purtroppo fu
invece tipica: invece che riflettere sulla critica, si delegittimò, come
sempre, il criticante, mettendo in discussione l’autorevolezza di chi
aveva fatto le valutazioni, il metodo che si era scelto, i parametri che
erano stati messi a confronto. La Germania ebbe riguardo il proprio
sistema formativo esiti valutativi analoghi ai nostri, ma non reagì come
noi: i tedeschi iniziarono una profonda autocritica delle proprie scelte
educative, ridiscussero e tuttora discutono su programmi, modalità
di trasmissione dei saperi, obbiettivi, qualità del personale docente:
il loro sistema iniziò a cambiare rapidamente e i risultati, da negativi,
Essere nuovi Be new
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divennero nel tempo tra i migliori in Europa. Dall’indagine PIACC
2013 dell’OCSE, su 24 Paesi l’Italia è agli ultimi della graduatoria
per quanto riguarda le competenze alfabetiche e penultima per quelle
matematiche, senza che questi sconfortanti dati determinino l’allarme
che invece desterebbero e destano in ogni altro sistema nazionale che
si trovi in questa situazione.
Nel campo del sapere e delle conoscenze le nuove tecnologie assumeranno un peso sempre più rilevante, si svilupperanno modelli
open collaborative e di reti connettive. Cambieranno le dinamiche di
trasmissione del sapere determinando una progressiva perdita della
funzione di mediazione degli istituti formativi tradizionali (e quindi
anche delle forme associative che non riusciranno a trasformarsi). Si
affermeranno modelli di post-umanesimo.
La trasformazione in atto è molto più radicale di quanto ci viene descritto. Non ci è consentito in questi anni di fare semplice manutenzione del presente.
È quanto mai valida, in questa epoca di cambiamento, la metafora del
ponte che crolla e del treno che corre. La situazione prevede tre possibilità: il treno precipita (questa è la fine); il treno ce la fa e il ponte crolla
dopo (vi è una cesura con il passato); il treno resta sul ponte che perde
l’inizio e la fine (è la condizione della soglia: l’incertezza, il ‘non ancora,
ma non più’). Dove è ora il treno che rappresenta questo Paese?
Renato Quaglia
Project manager, direttore artistico e organizzativo, coordinatore di istituzioni
e iniziative culturali, è docente di Storia dell’impresa culturale e di Economia
della cultura. Presidente della Fondazione CRT di Milano; è stato direttore
del Napoli Teatro Festival e direttore generale della Fondazione Campania
dei Festival dal 2007 al 2011; direttore organizzativo della Biennale di Venezia
dal 1998 al 2007; consulente per progetti di sviluppo nelle Regioni Obbiettivo
1, ha collaborato con il DPS del Ministero dello Sviluppo Economico. Chevalier de l’Ordre des Art set des Lettres della Repubblica Francese.
Armando Massarenti
Giornalista e filosofo, è responsabile del supplemento culturale ‘Domenica’ del
«Sole-24 Ore», dove si occupa di storia e filosofia della scienza, filosofia morale
e politica, etica applicata, e dove tiene la rubrica ‘Filosofia minima’. È direttore
della rivista «Etica ed economia» e autore di numerose pubblicazioni. Ha ricevuto per la sua attività giornalistica e pubblicistica diversi prestigiosi premi.
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ENVISIONING BE NEW
TENDENZE E PREVISIONI PER
IL FUTURO PROSSIMO
Daniele Pitteri
Premessa
Per quanto l’immaginazione del futuro sia una disposizione costitutiva e identitaria dell’uomo – che da sempre desidera, prospetta, progetta, proietta la propria esistenza in un tempo e in uno spazio di là
da venire – in un mondo complesso e in rapida trasformazione come
quello attuale non è facile individuare le prospettive entro le quali
orientare una tale attività immaginativa. Le linee di tensione del presente sono spesso talmente contraddittorie da ingenerare confusione e
smarrimento, perché non in grado di lasciare intravedere né la portata
né gli effetti dei cambiamenti, tanto da atrofizzare la capacità immaginativa e da trasformarla in disorientamento e paura, in chiusura in un
presente statico e perenne, antistorico e antievolutivo.
Sin dal momento in cui si è iniziato a ragionare sul Future Forum è
sembrato, dunque, necessario provare a dare corpo e dimensione al
futuro, provare non solo a prospettarlo, ma anche a rappresentarlo,
tentando così di renderlo palese nelle sue dinamiche, leggibile e interpretabile.
Uno studio e una mappa
Envisioning be new è appunto questo: uno studio che isola le principali macrotendenze in atto e che ipotizza scenari e previsioni in
cinque settori prioritari della dimensione umana (il lavoro, i processi
produttivi, la città, il sapere e la conoscenza, la scienza), a partire
da un’analisi incrociata delle ricerche realizzate negli ultimi anni da
alcuni fra i principali istituti internazionali di studi sul futuro; una
mappa che organizza e descrive graficamente gli scenari e le previsioni emersi dallo studio, i cambiamenti che potrebbero prospettarsi in
ciascuno dei cinque settori e le direzioni che potrebbero imboccare
da qui al 2030.
Essere nuovi Be new
27
Dallo studio si delinea uno scenario complessivo molto articolato e
fluido, dunque sostanzialmente ricco ma incerto, per quanto altamente probabile, essendo basato su segnali e dinamiche attualmente in
atto e di cui è possibile, allo stato delle cose, ipotizzare le trasformazioni future. Emergono in particolare 10 macrotendenze (i cosiddetti
Megatrends), cambiamenti strutturali di lunghissimo periodo, i cui
effetti, positivi e negativi, impattano sui processi economici, sociali
e culturali, generando ulteriori ricadute a livello globale nei 5 settori presi in analisi, ciascuno dei quali si sviluppa lungo un percorso
proprio in cui si individuano le tendenze in atto e presumibilmente
perduranti per tutto il decennio in corso, e le previsioni, i potenziali
cambiamenti che potrebbero determinarsi dopo il 2020.
Graficamente la mappa si presenta come la piantina di una metropolitana. Ognuno dei cinque settori si trasforma in un percorso connotato
da tappe (ciascuna delle quali corrisponde a una macrotendenza, a
una tendenza o a una previsione), che si snoda, incrociandosi con gli
altri, in uno ‘spazio temporale’ di circa 20 anni, suddiviso in due aree:
una centrale (di colore più chiaro) che delimita l’arco temporale da
qui al 2020 e in cui si collocano le ‘tappe’ che corrispondo alle ten-
28
Daniele Pitteri
denze in atto; una periferica e di contorno (di colore più scuro) in cui
si collocano invece le previsioni e che quindi definisce l’arco di tempo
compreso fra il 2021 e il 2030. I punti di incrocio dei percorsi sono
costituiti dalle macrotendenze, che pur investendo con la propria influenza tutti e 5 settori, non li impattano direttamente tutti.
Le macrotendenze
Esiste un’abitudine diffusa a stimare le conseguenze delle macrotendenze solo nel breve periodo, sottostimandole nel lungo. È bene
sottolineare invece che essendo frutto di un processo lungo che ha
coinvolto e interessato la società in generale, non solo le macrotendenze ‘debbono’ essere prese in considerazione perché non le si può nascondere né ci si può opporre ad esse, ma manifestano i propri effetti
in particolar modo nel lungo periodo, anche perché sono contraddistinte da altre caratteristiche basilari:
• hanno una durata di almeno 10-15 anni;
• sono dinamiche e non statiche, ossia pur persistendo a lungo modificano il proprio percorso e la propria conformazione nel corso del tempo;
• sono globali, ma i loro effetti possono variare localmente;
• sono ‘percorsi’ di sviluppo previsto, ma non è detto che ciò che
prospettano debba verificarsi in maniera lineare;
• sono interconnesse e quindi si determinano possibilità e opportunità di sinergia tra di loro.
Come si è detto lo studio ha isolato 10 macrotendenze, che tuttavia non sono le uniche emerse incrociando le ricerche sviluppate a
livello internazionale, ma sono quelle che in generale risultano essere più determinanti nella definizione degli indirizzi futuri in questo
particolare momento storico e che in particolare hanno maggiore
influenza e ricadute nei 5 settori su cui si è concentrata l’analisi.
Ecco una veloce descrizione delle 10 macrotendenze.
1. Debito
Lo scotto economico che gli Stati, in particolare quelli occidentali,
stanno pagando per effetto di un mix di elementi: corruzione e malapolitica, applicazione del welfare state, mancata applicazione di principi di corretta gestione negli organismi pubblici, approvvigionamenti
energetici, ecc.
Essere nuovi Be new
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2. Digitalizzazione
Indica il passaggio da una cultura analogica a una digitale e investe
sia i processi tecnologici e produttivi che i processi di generazione del
pensiero. Per cultura digitale si intendono soprattutto processi creativi, cognitivi, formativi basati su logiche sostanzialmente conformate
sulla struttura di internet e del web 2.0 e basate su una dilatazione
della dimensione spaziale a scapito della conseguenzialità temporale e
sulla convergenza di forme ricettive ed espressive differenti.
3. Disorientamento
Più correttamente ‘ansietà’, ossia una condizione emotiva e cognitiva individuale, politica e sociale a partire dalla quale si tendono ad affrontare i cambiamenti (del presente, ma anche quelli
prospettici e futuri) accompagnati da incertezza, trepidazione e
apprensione.
4. Globalizzazione
Il mega trend che con denominazioni ed evoluzioni diverse ha caratterizzato buona parte del XX secolo e questo primo scorcio del XXI
secolo. Si tratta di un processo, con effetti positivi e negativi, di interdipendenze economiche, culturali, politiche e tecnologiche che tende
a far convergere verso un’unica ‘cultura’ tutte le culture particolari.
Effetti principali: velocità delle comunicazioni e delle informazioni;
opportunità di crescita per Paesi a lungo rimasti ai margini dell’economia; la contrazione della distanza spazio-temporale; la riduzione
dei costi per l’utente finale; degrado ambientale; rischio dell’aumento
delle disparità sociali; indebolimento delle identità locali; riduzione
della sovranità nazionale e dell’autonomia delle economie locali; diminuzione della privacy.
5. Individualismo
Al valore morale dell’individuo si è sommato quello delle comunità,
dei territori o dei gruppi di rappresentanza di interessi. È l’esercizio,
con ricadute positive e/o negative, del raggiungimento di alcuni obiettivi quali l’indipendenza e l’autonomia e al tempo stesso la più strenua
resistenza verso ogni intralcio esterno sugli interessi personali, sia per
la società che per qualsiasi altro gruppo o istituzione.
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Daniele Pitteri
6. Invecchiamento
L’allungamento della vita (e quindi l’abbassamento della mortalità) è
uno dei principali effetti degli sviluppi novecenteschi in campo economico, scientifico e industriale che ha consentito il miglioramento
delle condizioni di vita della popolazione mano a mano che aumentava il livello di benessere socio-economico delle stesse. Il fenomeno è
più evidente nel mondo occidentale, dove si sta iniziando a verificare
uno squilibrio fra percentuali di popolazione anziana (a favore di questi) e popolazione giovane.
7. Localismo
In senso ampio si tratta di una forma mentis o di un’impostazione culturale che tende a trattare temi e problemi locali come se fossero generali e, viceversa, quelli generali con un’ottica principalmente locale.
In senso più stretto significa una focalizzazione sul territorio, sui suoi
equilibri, sulle sue culture, sulle comunità che lo abitano, sulle economie che vi si sviluppano, sui rapporti con le comunità e con i territori
limitrofi e di prossimità. In parte rientrano in questa macrotendenza i
processi di urbanizzazione sostenibile.
8. Personalizzazione
È il processo attraverso cui gli individui tendono a customizzare su
se stessi o a profilare a partire da se stessi qualunque attività lavorativa, economica, politica, ludica, formativa. Ma è anche il processo
attraverso cui i fornitori di servizi e/o prodotti di qualunque natura
tendono a favorire profilature e/o customizzazioni ‘personali’, basata
sulle esigenze/necessità/bisogni dei singoli. Le nuove tecnologie e i
nuovi media hanno accelerato questo processo, tuttavia in atto da diversi decenni.
9. Spostamento del potere a Est
Mix di processi di globalizzazione, e di processi demografici, che
hanno determinato uno scivolamento progressivo e continuo del baricentro economico e politico da ovest (Stati Uniti, Canada, Europa)
a est (Russia, Cina, India, Giappone, Corea). Ultimamente si assiste
a un ulteriore spostamento da nord a sud, con l’aumento dell’influenza economica e politica di Brasile, Sud Africa, Australia.
Essere nuovi Be new
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10. Sostenibilità
Al contempo: un’idea, uno stile di vita, un modo di produrre. Anche
se la definizione di sviluppo sostenibile non è univoca, in generale indica la capacità di un ecosistema di mantenere processi ecologici, biodiversità e produttività nel futuro. Perché un processo sia sostenibile
esso deve utilizzare le risorse naturali a un ritmo tale che esse possano
essere rigenerate naturalmente.
Naturalmente tutte queste macrotendenze non sono autonome l’una
dall’altra, ma sono interconnesse e determinano sinergie a più livelli,
che nel nostro studio si concretizzano nei punti in cui sulla mappa si
incrociano i vari percorsi.
I 5 percorsi del futuro
Se le macrotendenze ci offrono una visione chiara di quali sono le forze che determinano i vari processi di cambiamento, è l’insieme delle
tendenze in atto e delle previsioni possibili, che può offrirci una visione abbastanza chiara, anche se talvolta contraddittoria, degli scenari
che si prospettano nei 5 settori su cui si è concentrata l’analisi.
Pur senza analizzare punto per punto i singoli settori e le dinamiche
in atto e possibili così come emergono dai segnali attuali, vediamo nel
dettaglio che cosa emerge in ciascuno dei 5 settori.
1. Nel lavoro, inteso come campo ampio delle dinamiche produttive
e dei rapporti fra i soggetti partecipi ai processi, peseranno sempre
più la capacità di collaborazione, il lavoro a distanza, le competenze cross culturali e cambieranno le dinamiche e i modelli organizzativi delle imprese. Inoltre, l’invecchiamento dell’occidente sposterà il baricentro economico a est con possibile rischio di conflitti
generazionali a ovest.
2. Nell’industria e nei mercati convivranno processi di globalizzazione, collaborazione sud-sud e sviluppo di micro economie locali;
prenderanno corpo nuove modalità di accesso al credito con un
peso crescente della finanza islamica; si affermeranno modelli di
welfare aziendale e aumenterà il peso e il valore delle tecnologie
green anche in ambito artigianale. Ma aumenteranno anche il debito e lo spostamento del baricentro economico a est.
3. Nel campo del sapere e delle conoscenze le nuove tecnologie assumeranno un peso sempre più rilevante e si svilupperanno mo-
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Daniele Pitteri
delli open collaborative e di reti connettive. Sul versante formativo,
cambieranno le dinamiche di trasmissione del sapere con una perdita di mediazione pressoché totale degli istituti formativi tradizionali e, allo stesso tempo, si assisterà all’affermazione di modelli
di post-umanesimo. La grande incognita è costituita dal rischio di
usi impropri dei Big Data con conseguenze sulla privacy e sulla
sicurezza.
4. Le città e i territori si svilupperanno secondo modelli diversi ma
convergenti: megalopoli e smart city saranno entrambe strutturate su reti energetiche intelligenti e su processi di sviluppo green.
Sul versante della governance e della produzione si prevedono
l’affermarsi di modelli partecipativi, la crescita degli spazi urbani condivisi, un aumento sostenuto delle produzioni a km zero
e il ricorso diffuso alla pratica del riuso. D’altra parte il forte
cambiamento del tessuto sociale (aumento della popolazione anziana, delle famiglie mononucleari e dei turisti/residenti temporanei) ingloba il duplice rischio di crescita del debito delle città
e delle diseguaglianze.
5. Nel campo della scienza e della ricerca emergono alcuni temi
caldi: la salute, la cura delle patologie; le modalità di produzione di nuova energia, di trasmissione e di stoccaggio della stessa;
la produzione di nuovi cibi e alimenti sufficienti al fabbisogno
crescente. Al contempo cresce l’ansietà per alcune direzioni intraprese dalla ricerca, in particolare per gli studi sul DNA e sul
genoma e sul legame sempre più stretto con l’industria e con le
multinazionali.
Da questa veloce ricognizione emerge con chiarezza non solo l’influenza delle 10 macrotendenze su ciascuno dei settori, ma anche
e soprattutto le interconnessioni che esistono fra di essi. La città,
ad esempio si configura come il vero nucleo di costruzione del futuro entro il quale dovranno svilupparsi tutti i principali processi
di trasformazione e si concretizzeranno alcune dinamiche operative
portanti, come ad esempio la costruzione dei network collaborativi
fra individui e organizzazioni o di reti tecnologiche. D’altra parte,
risulta chiaro che alcune di quelle che oggi sono considerate delle
previsioni con altissima probabilità potrebbero attuarsi in tempi più
rapidi di quanto previsto, ma potrebbero anche non concretizzarsi
Essere nuovi Be new
33
del tutto se dovesse modificarsi in maniera sostanziale l’equilibrio
fra le varie macrotendenze attuali e alcune, in particolare quelle a
più alto potenziale di effetto negativo, dovessero aumentare la propria forza e intensità.
Daniele Pitteri
Docente di Sociologia dei processi sostenibili allo IULM di Milano, si occupa
di comunicazione, consumi, industrie e processi culturali. Consulente di enti
e aziende pubbliche e private, ideatore e curatore di eventi culturali, è autore di numerose pubblicazioni, fra cui: La pubblicità in Italia (Laterza, 2002);
L’intensità e la distrazione (Franco Angeli, 2006); Democrazia elettronica (Laterza, 2007); AdverMarketing (Carocci, 2010).
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CONSIDERAZIONI SUL FUTURO
PROSSIMO DELL’ITALIA
Sergio Arzeni
Il Future Forum è un’iniziativa originale e importante perché vuole
porre i problemi di oggi in una prospettiva, in un orizzonte, che non
è secolare, ma è quello del mondo che ragionevolmente vedremo nei
prossimi 15-20 anni, e soprattutto non è quello del dibattito politico
quotidiano, che vive solo di emergenze, per tappare la falla del giorno
in una barca che prende acqua da tutte le parti, una barca che affonda
e ha perso la rotta, il cui solo obiettivo è tirare avanti un altro giorno,
un’altra settimana.
Cominciamo con l’Europa, nel cui quadro politico, istituzionale ed
economico ci troviamo, che è in panne perché, mentre negli ultimi
15-20 anni 800 milioni di persone del mondo ex-comunista e del terzo mondo sono uscite dalla povertà, da noi la crescita è stata lenta,
ridotta e quel poco di crescita che abbiamo avuto ha aumentato le disuguaglianze fra i Paesi, fra i territori, fra le classi sociali e le persone.
Intanto non si può più parlare di Europa come fosse un soggetto unico
e omogeneo quando si parla per esempio della disoccupazione, quando si affronta il tema del lavoro che è il fattore principale di inclusione
sociale. Perché c’è un’Europa che soffre della disoccupazione e soprattutto dove la disoccupazione giovanile è due, tre, volte superiore alla disoccupazione degli adulti (Francia, Gran Bretagna, Irlanda,
Spagna, Portogallo, Grecia) e c’è un’Europa in cui la disoccupazione
è bassa e soprattutto dove non c’è lo scandalo della disoccupazione
giovanile, dove la disoccupazione giovanile è pari o inferiore a quella
degli adulti, e quell’Europa comincia alle porte del Friuli, dall’Austria
fino alla Danimarca, passando per Svizzera, Germania, Olanda fino
alla regione del Nord Baltico.
Purtroppo quell’Europa a due velocità preconizzata circa quarant’anni fa dall’allora Primo Ministro belga Leo Tindemans e che tanti soprattutto in Italia rifiutarono, non solo si è affermata, ma si è addirittura consolidata negli ultimi anni di crisi mettendo in discussione
Essere nuovi Be new
35
anche la tenuta dell’Euro, la più grande realizzazione dell’Europa
degli ultimi venti anni. Ma soprattutto è entrato in panne il motore
dell’Europa, l’asse franco-tedesco. Da dieci anni a questa parte Parigi
e Berlino, invece di convergere, divergono, e ricordiamo che tutta l’idea della costruzione economica dell’Europa è basata sul principio di
convergenza. La Francia da dieci anni non fa che accumulare deficit
crescenti della bilancia commerciale, mentre la Germania non fa che
accumulare enormi surplus. Soltanto fra il 2009 e il 2013, in quattro
anni, la Francia ha avuto mediamente un deficit commerciale di 70
miliardi l’anno, la Germania invece un surplus di 180 miliardi. Un
gap di 250 miliardi l’anno, 1.000 miliardi di euro in quattro anni. E
questo trend non accenna a diminuire. Domandiamoci: può continuare questo trend per i prossimi 15-20 anni? Andando avanti cosi,
sul piano inclinato della divergenza, finisce l’Europa. Fra 15-20 anni
non ci sarà più. Per questo sono importanti delle riforme strutturali per rimettere l’Europa in piedi, perché l’Europa e l’Euro facciano
ancora parte del nostro futuro. Per questo sono così importanti le
prossime elezioni europee, che per la prima volta nella storia consentiranno di eleggere il presidente del governo d’Europa direttamente
dal Parlamento europeo e non più con accordi fra governi che hanno
puntato, da venti anni a questa parte, a eleggere delle personalità poco
incisive alla testa della Commissione europea. Oggi il leader europeo
riconosciuto dal mondo è il Cancelliere tedesco Angela Merkel: se
fosse eletta lei prossimo presidente della Commissione, se decidesse
di lasciare Berlino per Bruxelles, non v’è dubbio che questo darebbe
un colpo d’ala all’Europa, farebbe coincidere leadership formale con
leadership reale. Perché l’Europa ha la necessità di essere più politica
e meno teocratica per sopravvivere e per rappresentare il nuovo e la
speranza degli Europei di fronte alle sfide nazionaliste, razziste e anti
europee che stanno emergendo: vedi i sondaggi che danno Marine Le
Pen e il Front National 1° partito di Francia. E perché l’Europa come
l’Italia ha bisogno di riforme strutturali per diventare competitiva, o
tornare competitiva, sui mercati mondiali.
La rivoluzione tecnologica del gas e del petrolio da scisti interrompe
un trend che è andato aggravandosi negli ultimi 20 anni e che finirà
fra un paio d’anni, quando gli Stati Uniti da importatore netto di petrolio diventerà esportatore. In questo modo, grazie alla innovazione
36
Sergio Arzeni
tecnologica, Obama avrà mantenuto la sua promessa elettorale, che
era quella di rompere quel ciclo vizioso per cui ogni anno gli USA
prendevano a prestito 700 miliardi di dollari della Cina per darli all’Arabia Saudita. Il costo dell’energia negli USA è già del 30% più basso
che in Europa e questo porrà un grosso problema di competitività al
vecchio continente.
Ma nell’economia della conoscenza il fattore primo della competitività delle imprese è dato dal capitale umano, dalle competenze, dalle
intelligenze, dai talenti, dai saperi, e dalla velocità di reazione alle nuove sfide. Ora sul piano delle competenze e della velocità di reazione
l’Europa e l’Italia fanno acqua da tutte le parti. Non possono competere sul piano dell’innovazione con una gestione della ricerca lenta
e burocratica. Il risultato è che oggi ci sono più società High-Tech
israeliane nella borsa tecnologica di New York che in tutta Europa,
più imprese da un Paese di 7 milioni di abitanti che da un continente
di 500 milioni. E tutto questo è avvenuto negli ultimi 20 anni!
Nel 2013 l’OCSE ha pubblicato il rapporto PIAAC (Programme per
the International Assessment of Adust Competencies). Risultato: su
24 Paesi gli italiani sono gli ultimi nella graduatoria delle competenze
alfabetiche (literacy) e penultimi nelle competenze matematiche (numeracy), fondamentali per la crescita individuale, la partecipazione
economica e l’inclusione. Le statistiche e i dati ricavati dalle molte
ricerche sul saper «leggere, scrivere e fare di conto» analizzano il livello delle competenze fondamentali della popolazione adulta fra i 15 e
i 65 anni. Un adulto su cinque in Italia e in Spagna legge peggio di un
bambino di 10 anni, mentre solo uno su tre sa far di conto in modo
decente. Negli ultimi decenni l’attenzione è stata concentrata sull’istruzione di massa, molto meno, invece, sulla qualità dell’istruzione.
La diffusione dei MOOCs (Massive Open Online Courses), ovvero
di massicci corsi on line a livello universitario, sta trasformando le dimensioni e la geografia dell’istruzione universitaria su scala planetaria.
In molti Paesi europei la funzione principale dell’università è quella
di fungere da ascensore sociale, anche se da tempo apre solo le porte
alla disoccupazione diplomata. Sul fronte dell’istruzione occorre intervenire, certo, ma è urgente rendere funzionante soprattutto la formazione professionale. È un fallimento della politica il fatto che tante
persone non trovino un lavoro e che tanti imprenditori non trovino le
Essere nuovi Be new
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competenze di cui hanno bisogno. Occorre una vera rivoluzione nel
campo delle competenze, a cominciare dall’uso inefficiente del Fondo
Sociale Europeo. L’apprendistato e la formazione in azienda hanno
dimostrato di aprire le porte dell’occupazione, della produttività e
della competitività.
L’Italia negli ultimi 15-20 anni ha sprecato le risorse e le opportunità
offerte dall’Europa. Soprattutto ha dato di più di quello che ha ricevuto e tutto questo, come dichiarato da autorevoli ministri italiani,
per incapacità. È per incapacità che si sono persi soldi del Fondo di
sviluppo regionale al ritmo di 800 milioni l’anno e i soldi del Programma Quadro per la ricerca al ritmo di 500 milioni l’anno. L’Italia potrà
ancora continuare a sprecare risorse al ritmo di migliaia di miliardi
l’anno per i prossimi 15-20 anni? A quel punto non ci saranno più né
l’Europa, né l’Italia.
I tre quarti dell’occupazione in Europa è nelle PMI, in Italia l’80%.
Però la politica europea e quella italiana sono tutte focalizzate sulle grandi imprese. Al Summit G20 di San Pietroburgo, l’OCSE ha
presentato un rapporto (BEPS: Base Erosion and Profit Shifting) che
documenta come in media le grandi imprese paghino il 5% di tasse,
mentre le PMI pagano il 30%, 6 volte di più. Di fatto le PMI, spina
dorsale dell’economia, sono svantaggiate nei confronti del fisco, del
credito, delle commesse pubbliche, nei pagamenti sempre tardivi, nel
finanziamento della ricerca e dell’innovazione come pure nel sostegno all’export. La politica industriale o dell’impresa finisce sempre
con l’essere la politica della grande impresa. Questo è particolarmente
grave per l’Italia dove le PMI fanno quasi il 60% dell’export italiano,
una proporzione maggiore che in Germania, Gran Bretagna, Francia,
Spagna e Stati Uniti. Italia dove quasi il 30% dell’export è fatto dalle
imprese medie, che rappresentano solo 0.5% del totale delle imprese.
Un rapporto sulle PMI in Italia, che discuteremo la prossima settimana a Parigi, indica come l’impresa manifatturiera media italiana fra
i 50 e i 250 addetti sia più produttiva di analoghe imprese francesi,
inglesi e anche tedesche. Sono queste imprese che ci tengono a galla,
che ci consentono ancora di avere un surplus della bilancia commerciale. Il rapporto fa anche l’elogio dei Confidi guidati da Da Pozzo
e del Fondo Centrale di garanzia che in anni di crisi hanno tenuto
aperte le linee di credito di tante piccole imprese che altrimenti non
38
Sergio Arzeni
sarebbero sopravvissute. Giavazzi e Alesina sul «Corriere della Sera»
si domandavano giustamente: «come può nascere una classe di veri
imprenditori se ogni volta che si dimostrano incapaci lo Stato li salva,
o meglio, li salva se sono grandi, li lascia fallire, magari non pagando
i propri debiti, se sono piccoli?». Ma vediamo anche che l’Italia è
fanalino di coda nell’attrarre gli investimenti esteri, nel trattenere e
attrarre talenti. Vediamo che il malfunzionamento della giustizia civile
costa agli italiani, secondo la Banca d’Italia, l’1% del PIL, rallentando
così la crescita del sistema imprenditoriale e ostacolando l’attrazione
degli investimenti. Nella logistica e nel trasporto su rotaia il forte ritardo danneggia la competitività del Paese.
Le autorità locali, a cominciare dalle Regioni, hanno un ruolo fondamentale da giocare per invertire la rotta: riformando il sistema sanitario che assorbe la grande parte del proprio budget, ripensando il
modo di funzionare della formazione professionale, favorendo l’innovazione, lo sviluppo delle competenze delle PMI attraverso reti di
imprese e l’associazionismo – come quello delle Camere di Commercio –, favorendo la trasmissione d’impresa e la creazione di una nuova
generazione di imprenditori.
Solo così, partendo dal basso, dai territori, si può costruire un futuro
che ridia speranza ai giovani, all’Italia e all’Europa.
Ecco le nuove sfide per le PMI friulane
Intervista di Giada Marangone a Sergio Arzeni
Qual è lo stato dell’arte ora per quanto riguarda le PMI e le micro imprese nei Paesi dell’UE e, in particolar modo, in Italia?
Le politiche pubbliche rivolte alle PMI sono state, a mio avviso, sempre residuali non solo in Italia, ma in tutti i Paesi. La politica sembra
interessarsi quasi esclusivamente in campagna elettorale del tessuto
imprenditoriale delle micro e delle piccole e medie imprese, privilegiando poi politiche mirate a sostenere solo quelle grandi. Le micro
e le piccole e medie imprese sono oggi soffocate dal peso della burocrazia, dagli adempimenti amministrativi, dal costo del lavoro e dell’energia, dalla difficoltà di accesso al credito, dal ritardo dei pagamenti
(specie dalle PA) e dalla mancanza di una flessibilità reale.
Essere nuovi Be new
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Cosa significa per lei ‘innovazione’?
Per me innovazione non significa solo tecnologia. L’innovazione riguarda anche i servizi. Si innova nel sociale, nel commercio e in tutte
le attività economiche. Anche un ospedale o un’università possono
essere gestiti in maniera innovativa o meramente burocratica. La tecnologia è uno degli strumenti a disposizione, ma bisogna anche saperla usare. Le imprese devono, perciò, essere capaci di assorbire la
tecnologia in modo veloce, per essere competitive e restare sul mercato. Diviene primario, inoltre, che le nostre imprese siano in grado
rapidamente di acquisire conoscenza (che diviene subito obsoleta) ed
essere dinamiche e flessibili per cogliere le trasformazioni.
Quale potrebbe essere la chiave di volta per le nostre imprese?
Ce ne sono molte. Innanzitutto è necessaria una riforma, a più livelli,
della scuola. La formazione, specie quella professionale, dovrebbe essere fatta soprattutto in azienda più che negli istituti professionali. A
mio avviso, ora non esiste più il tempo dello studio e il tempo del lavoro. Devono necessariamente viaggiare sullo stesso binario. È indispensabile pertanto costruire e creare dei meccanismi tali per cui i percorsi
professionali o le necessità di formazione delle imprese siano costruite
‘a misura d’azienda’. Formare i giovani all’etica del lavoro è di importanza cruciale. Bisogna inoltre creare sinergie tra il mondo delle
imprese e quello della ricerca. In quest’ottica un ruolo fondamentale
lo hanno le Camere di Commercio e le Associazioni imprenditoriali
e il rapporto che riescono a instaurare con le università e/o gli istituti
professionali e le imprese. È essenziale, inoltre, attuare politiche economiche mirate all’abbattimento del costo del lavoro. Negli ultimi 10
anni sono stati spesi 80 miliardi di euro per la cassa integrazione. Le
nuove sfide saranno il cambiamento di rotta e l’inversione di tendenza
tra quelle che sono le politiche passive e quelle attive del lavoro. Bisognerà attrarre capitale e investitori stranieri in Italia e attuare politiche
di incentivi volte allo sviluppo di quello che è il tessuto economico
locale.
Quali sono le potenzialità del Friuli Venezia Giulia?
In Friuli Venezia Giulia esistono ‘perle’ come la Danieli, uno dei leader mondiali nella produzione di impianti siderurgici, che ha investito
40
Sergio Arzeni
in modo trasversale in innovazione, internazionalizzazione, formazione, ricerca e sviluppo. Ci sono numerose altre eccellenze e realtà interessanti. È pertanto necessario che ci sia la volontà di tutti gli attori
coinvolti ad attuare politiche mirate allo sviluppo e alla competitività
di questo territorio.
Sergio Arzeni
Direttore del Dipartimento per l’imprenditorialità, le PMI e lo sviluppo locale
dell’OCSE. È esperto in materia di imprenditorialità e innovazione, creazione
di nuovi posti di lavoro, sviluppo locale, finanziamento e internazionalizzazione delle PMI. Economista, da vent’anni all’OCSE, ha condotto e diretto
numerosi studi nelle aree di sua competenza. Ha svolto incarichi per la Commissione europea, il Parlamento italiano e le organizzazioni sindacali italiane.
Tiene corsi e seminari di Economia internazionale e di Imprenditorialità e
innovazione in università italiane e straniere. Autore di saggi, collabora con
numerose e autorevoli testate.
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GLI SCENARI CHE SI PREPARANO
PER IL 2030
Claus Kjeldsen
2030 - Corpo e salute.
Da umano a sovrumano
Nel 2004 è stata pubblicata una sequenza quasi completa di DNA del
genoma umano. Oggi è quindi possibile mappare la struttura biologica di ciascuno e comprendere le variazioni genetiche tra individui.
«Soffrirò anche io di tumore al seno come mia madre o di cataratta
come mio padre?»: da quel punto in poi è stato tecnicamente possibile rispondere a tali domande. Nel 2030 gli scienziati avranno lavorato
oltre 30 anni per comprendere il genoma umano e adattare le terapie
ai singoli, sostiene il futurista del Copenhagen Institute for Futures
Studies (CIFS), Rolf Ask Clausen.
«La promessa consiste nella possibilità di curare anche le malattie più
gravi», prevede. L’ipotesi si basa sul fatto che il costo della mappatura
completa del genoma di un individuo avrà un costo così basso nel
2030 che non sarà più solo appannaggio di pochi.
Da qui la possibilità di una democratizzazione di massa delle informazioni relative a genetica e salute personali. Di conseguenza, si attuerà appieno la tendenza all’‘auto-monitoraggio’ con cui si può, ad
esempio, monitorare modelli di sonno, esercizio, sesso, produttività o
zuccheri nel sangue. Søren Riis, professore associato con un dottorato
in filosofia, ritiene che in futuro utilizzeremo l’auto-monitoraggio in
misura tale da «registrare ogni cosa che vediamo e sentiamo, e condurre quindi una specie di doppia vita che potremo poi percorrere
avanti e indietro».
Entro il 2030 anche le terapie compiranno enormi progressi. Inoltre,
potremo vivere più a lungo e, in futuro, diventare una sorta di superuomini. Molti ricercatori sostengono che ci stiamo muovendo verso
un’era trans-umana e post-umana.
Secondo il futurista statunitense Ray Kurzweil, con i progressi tecnologici di oggi, nel giro di alcuni decenni saremo in grado di svilup-
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Claus Kjeldsen
pare un’intelligenza artificiale che sia complessa come quella umana
e superi ogni nostra competenza. Uomo e macchina si fonderanno,
e la conoscenza contenuta nel nostro cervello si espanderà grazie a
maggiore velocità e memoria delle macchine. Questo inaugurerà una
nuova era: la Singolarità.
Se raggiungeremo o meno tale traguardo entro il 2030, il corpo umano
sarà comunque ottimizzato. Perfino oggi si possono produrre protesi
umane che sembrano macchine. Un esempio è quello della sedicenne
inglese Chloe Holmes che a 3 anni perse le dita di entrambe le mani:
recentemente le è stato dato un guanto con dita robotiche dotato di
sensori che leggono gli impulsi nervosi del braccio, consentendole di
muovere le dita semplicemente con il pensiero. Questa fusione di tecnologia robotica e anatomia umana si definisce bionica.
Chloe è solo un esempio di persona disabile che grazie alla tecnologia
moderna può condurre una vita normale, e gli esempi saranno molto
più numerosi e avanzati fino al 2030. Le protesi intelligenti collegate
al nostro sistema nervoso saranno allora perfezionate e non è irragionevole pensare che i non vedenti possano in futuro avere una visione
artificiale accettabile.
«Il costo delle protesi bioniche è ancora molto alto, ma in base alla
tendenza dei prezzi di altri dispositivi elettronici, questo potrebbe
presto scendere. Se il costo di una classica protesi scende fino a un
quinto nel giro di dieci anni, come ad esempio per i computer portatili, nel giro di 20 anni il costo scenderà del solo 4%», dichiara Klaus
Æ. Mogensen del CIFS.
Anche il campo della parafarmaceutica compirà enormi passi avanti
per il 2030, grazie pure a una base di bio e nanotecnologie. La scrittrice
e filosofa Lene Andersen ha formulato una serie di previsioni concrete:
«Con le nanotecnologie sarà possibile costruire robot di dimensioni
molecolari. Questi nanobot potranno essere programmati per trovare
particolari tipi di cellule all’interno del nostro organismo e somministrare farmaci solo ed esclusivamente a quelle cellule», prevede.
La biotecnologia, in particolare, può essere utilizzata per produrre
medicine personalizzate e costruire nuovi organi sulla base del DNA
individuale.
«Questo renderà i farmaci molto più efficaci e non si utilizzeranno più
gli organi di donatori. Le analisi genetiche sono largamente utilizzate
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anche per scartare feti che presentano un elevato rischio di malattie,
deficit intellettivi o disturbi mentali», spiega.
Questo promuove anche la possibilità di futuri superuomini. Secondo Klaus Æ. Mogensen ciò significherà se non altro un futuro senza
persone disabili: «In futuro sarà possibile curare i disturbi genetici
prima della nascita mediante una terapia genetica in utero in cui si
effettuano modifiche del patrimonio genetico all’interno dell’utero.
Questo escluderà la difficile scelta tra abortire e dare vita a un figlio
disabile. Da qui il passo è breve per genitori che vogliano aggiungere
determinati geni».
2030 - Famiglia e svago.
Flessibilità, flusso e incredibili possibilità di svago
La famiglia nucleare come la conosciamo oggi non è più incontestata.
La libertà degli stili di vita dei single e le strutture di famiglie alternative quali i LAT, Living Apart Together (Vivere insieme separatamente),
in cui non si divide l’abitazione con il proprio partner e, quindi, non
necessariamente tutto il tempo con i figli, ben si adattano allo stile di
vita urbano individualistico e alla transitorietà e flessibilità delle città
nel 2030.
Anne Skare Nielsen, futurista e direttore di Future Navigator, individua tre nuove forti tendenze relative alla vita familiare futura: «Primo:
la famiglia diventerà più importante della carriera; secondo: gli amici
diventano la famiglia; terzo: cercheremo l’appartenenza alle comunità
locali».
Nelle aree rurali (ormai molto ridotte) di tutto il mondo, e non da
meno nelle regioni più povere, è vero il contrario: qui la famiglia nucleare continua a essere la famiglia più importante, semplicemente
perché non è stata depauperata delle sue funzioni, come invece avviene nelle zone del mondo più benestanti.
Assisteremo, quindi, a una polarizzazione in cui i valori della famiglia
tradizionale e i ruoli di genere prosperano laddove continua a sussistere una ragione (tipicamente economica), mentre pari opportunità e
valori di famiglie più moderne prevarranno altrove.
Questa è la tendenza principale, ma come sottolinea Thomas Geuken,
psicologo e futurista del CIFS, molti si aggrapperanno ancora al modello tradizionale: «Non tutti si sentono a proprio agio nei confronti
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Claus Kjeldsen
della liberazione sessuale globale, e una porzione crescente sta tornando agli stereotipi dei ruoli di genere e della struttura familiare, per
dare stabilità e maggior semplicità a un’altrimenti caotica vita globalizzata».
Le comunità di scelta prospereranno laddove i cittadini potranno
permetterselo e avere un surplus che consenta loro di vivere a quel
modo, e nel 2030 i confini tra famiglia, lavoro e svago saranno molto
più fluidi per questa classe globale medio-alta. Flessibilità e reti sono
parole chiave importanti.
«L’automazione ci offre molte più libertà e possibilità di spendere
i soldi che guadagniamo. Poiché si lavora molto di più con oggetti immateriali quali intrattenimento ed esperienze, lavoro e svago si
mescoleranno in vari modi. I nostri hobby diventeranno lavori secondari da cui potremo trarre guadagno», sostiene il futurista Klaus Æ.
Mogensen del CIFS, in riferimento alla experience economy, economia
orientata all’esperienza, che si affermerà definitivamente entro il 2030.
L’experience economy si basa sulle esperienze nelle attività economiche e sul posto di lavoro, ma soprattutto sullo svago, in cui esistono
infinite e inimmaginabili possibilità. Con la supernet, super-rete, tutti
i dispositivi elettronici saranno connessi, e ciò vale anche per la gran
parte di manufatti.
L’idea di un internet delle cose diverrà quindi realtà e, nel 2030, diversi
formati elettronici, altrimenti distinti, convergeranno in concetti di
intrattenimento transmediali.
Nel 2030 il gioco avrà raggiunto un livello in cui sarà difficile distinguere tra il mondo reale e quello virtuale. Assisteremo al neurogaming
in cui gli input psico-emotivi si integreranno all’interazione delle macchine. Si potranno misurare battito cardiaco, voce, movimenti del
volto, dilatazione delle pupille, attività cerebrale e umore, e quindi
l’individuo stesso a un livello di intimità senza precedenti.
Le consolle di gioco acquisiranno forme nuove, più piccole e mobili,
e nel 2030 sarà possibile camminare con una consolle o un computer
sulla testa, a casa, al lavoro e a scuola. Tuttavia, forse non lo considereremo divertimento e gioco. Come ha dichiarato il game designer Noah
Feldstein alla rivista «Forbes», in futuro i giochi potranno renderci
migliori come esseri umani in ogni campo: «Gli operatori sanitari col-
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laborano in maniera sempre più stretta con i game designer per creare neurogame, neurogiochi, per curare DPTS, ADHA e altri disturbi
comportamentali ed emotivi. Già oggi alcune aziende che producono
interfacce controllate dal cervello, come la InterAxon, offrono applicazioni di assistenza alla meditazione. Numerosi esperti parlavano di
un giorno in cui sarebbero stati prescritti giochi al posto dei farmaci
di oggi per disturbi quali depressione e ansia». David Bue Pedersen,
PhD e postdottorato al Politecnico della Danimarca (DTU), individua un altro ambito in cui le opportunità virtuali si fondono con il
mondo reale nei cosiddetti hacker space, dove si incontrano persone
con interessi comuni in campo elettronico e tecnologico. Perfino oggi
questi forum sviluppano qualsiasi cosa: da droni, telefoni cellulari e
stampanti 3D, fino a interfacce per utenti di pc.
«Se si può realizzare a livello industriale, viene creato anche negli hacker space», dichiara, e prevede che per il 2030 assisteremo all’impiego
dell’alta tecnologia a livello di hobby in una misura che non possiamo
neppure immaginare: «I sistemi hardware liberi hanno democratizzato i droni. Le stampanti 3D da casa stanno democratizzando la produzione. Le prossime a essere democratizzate saranno le biotecnologie.
Allora saremo in grado di condurre la nostra ricerca genetica nella
cucina di casa. Questo sta già succedendo», aggiunge.
Ciononostante, non tutto sarà prodotto dalla tecnologia per il 2030,
anche se molto verrà promosso e migliorato dalla tecnologia. Avremo
ancora bisogno dei rapporti sociali, di sport ed esercizio, e le città
saranno sempre più organizzate per consentire ciò.
2030 - Cibo, energie e acqua.
OGM, insetti, carne artificiale e polarizzazione
Il mondo dovrà poter produrre nei prossimi 40 anni frumento e granturco per una quantità pari a quella prodotta nei precedenti 500 anni.
Questa sfida all’approvvigionamento di cibo, insieme a questioni relative a energie e risorse idriche, si considera la sfida principale per il
mondo verso il 2030. Le ragioni sono incremento demografico, urbanizzazione, aumento della ricchezza e industrializzazione.
Perciò, nei prossimi 20 anni si registrerà una forte crescita nella domanda di materie prime e soluzioni efficienti per garantire la produzione di cibo.
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Claus Kjeldsen
«La nostra sfida sarà trovare il modo di nutrire la popolazione mondiale», dice il futurista Martin Kruse (CIFS).
Anche l’acqua dolce rappresenta una delle aree critiche principali per
il 2030. Analisi condotte da diverse fonti indicano che rischiamo di
attraversare una crisi idrica, o almeno una situazione con serie carenze idriche in futuro. Oltre alla carenza di acqua potabile, si corre il
rischio di innalzare la pressione dei prezzi su cibo, energia, metalli e
minerali, i quali richiedono molta acqua per crescere o essere estratti.
A sua volta questo può limitare la crescita globale, dal momento che
soprattutto i Paesi in via di sviluppo dipendono da un accesso relativamente economico alle materie prime, e in alcuni Paesi e regioni si
potrebbe arrivare a disordini.
«D’altro canto, abbiamo dinanzi a noi straordinarie opportunità
tecnologiche», dice Martin Kruse, che sottolinea la necessità di una
spinta simile a quella degli anni ’50 e ’60 promossa dalla ricerca del
professor Norman Borlaug, il quale generò colture che potevano crescere più vicine tra loro ed essere raccolte con maggior frequenza, con
un’importanza enorme per i Paesi in cui fame e carestia costituiscono
una seria minaccia. Borlaug ricevette il Premio Nobel per la Pace nel
1970 e si stima che la sua ricerca abbia consentito la sopravvivenza di
oltre un miliardo di persone.
Kruse prevede che uno dei prossimi progressi sarà legato ai tanto discussi organismi geneticamente modificati (OGM), che saranno più
diffusi nel 2030: «Gli OGM saranno probabilmente uno dei metodi
più semplici per prevenire disordini e al tempo stesso evitare che si
muoia di fame». Diverse colture geneticamente modificate sono state
sviluppate per essere resistenti a insetti nocivi e pesticidi, incrementando molto produttività e sicurezza dei raccolti. Tuttavia, gli OMG
sono molto contrastati in diversi Paesi, soprattutto per la ricerca secondo cui gli alimenti geneticamente modificati possono essere dannosi per gli esseri umani e per le piante stesse.
Oltre agli OGM, il 2030 vedrà una polarizzazione tra discount e lusso.
Per garantire la sicurezza alimentare assisteremo a una transizione da
metodi agricoli a metodi industriali, ad esempio nella produzione di
carne, mentre d’altro lato si registrerà una crescita di prodotti biologici e locali di alta qualità e con una storia (esempi di oggi includono
champagne e prosciutto Patanegra).
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I locavori (chi si nutre di cibi locali prodotti a pochi chilometri di
distanza) aumenteranno, mentre mangeremo anche più cibi economici d’importazione. Questa tendenza si registra già oggi, ma nel 2030
raggiungerà livelli estremi.
Secondo Martin Kruse, assisteremo anche a un boom di alimenti funzionali promossi dal progresso tecnologico. Brain food, beauty food
and mood food, ovvero cibo per il cervello, cibo per la bellezza e cibo
per l’umore, alimenti geneticamente modificati o contenenti additivi
artificiali con effetti positivi su conoscenza, aspetto e umore, saranno
più diffusi.
E poi il grande classico sul cibo del futuro: l’idea che mangeremo
più insetti. E questi contengono acqua, dice Kruse: «È semplicemente più ecologico mangiare grilli e vermi anziché manzo, e in tutto il mondo si usano già oltre 1.400 specie di insetti come alimento.
Perché in Occidente non dovremmo aprirci a questo?», aggiunge,
e sottolinea che il ristorante più famoso al mondo, il ‘Noma’ di Copenhagen, già oggi serve formiche. Kruse indica anche la carne in
vitro come possibile alternativa all’attuale produzione di cibo: «In
parole povere, si tratta di carne cresciuta in una capsula di Petri,
ovvero cellule animali coltivate al di fuori di un organismo vivente,
e perfino oggi potremmo già produrre una bistecca grande quanto
un’unghia. Nel 2030 la tecnologia avrà fatto progressi tali per cui
potremo comprare il primo hamburger che non abbia mai neanche
visto una mucca».
Infine, la futurista indipendente Birthe Linddal prevede che nel 2030
il settore alimentare sarà influenzato anche dall’automisurazione: «Nel
2030 conosceremo molto meglio gli effetti del cibo che mangiamo sul
nostro organismo e la nostra salute. Allora, quindi, mangeremo cibo
più orientato alle esigenze personali, e molti monitoreranno l’apporto
calorico giornaliero».
Prevede inoltre che la vendita al dettaglio sarà molto diversa da oggi.
«Oltre la metà dello shopping verrà fatto su internet, pertanto con
una struttura di acquisto molto diversa da quella di oggi. Molti negozi tradizionali scompariranno, soprattutto nelle aree rurali». D’altro
canto, secondo lei, si registrerà una crescita di negozi specializzati nelle aree più densamente popolate: un’evoluzione che concorda con la
polarizzazione paventata da Martin Kruse.
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Claus Kjeldsen
2030 - Produzione e consumo.
Supernet, stampa 3D e prosumer
Numerosi ricercatori e scrittori indicano in modo unanime come produzione e consumi nel 2030 saranno anzitutto caratterizzati da una
rete onnipresente e onnicomprensiva, una specie di super-internet.
«Oggi i nostri consumi digitali sono limitati dalla nostra possibilità di
accesso a internet, dalla larghezza di banda, dal nostro potere, dalla
potenzialità dei nostri dispositivi digitali di comunicare e trasmettere
dati. Nel 2030 compatibilità e infrastrutture, inclusi accesso e potere di
internet, non saranno più qualcosa di cui preoccuparsi, saranno invece
ubiqui, integrati e liberi ovunque andremo. Le unità si ricaricheranno
da sole o senza filo, senza doverci pensare noi. L’accesso a internet sarà
naturale come l’elettricità, anche all’estero, e cosa ancora più importante: sarà senza limiti», sostiene Natasha Friis Saxberg, esperto digitale e autore del libro Det digitale menneske (L’umano digitale, 2013).
Anders Sandberg, PhD all’Università di Oxford, concorda: «Nel
2030 utilizzeremo appieno internet, i social media e numerose altre
forme di media che non sono ancora state inventate. Saranno presenti ovunque, letteralmente in ogni oggetto smart, per documentare e
argomentare la nostra vita quotidiana. Fino ad allora avremo di certo
attraversato diverse mode, cicli di hype ed eccessi, e avremo finalmente imparato a creare interfacce utenti discrete ed efficaci – forse ultra
personalizzate per ciascun utente, o forse solo generiche, ma così efficaci che tutti le vorranno».
Il supernet globale implicherà una continuazione e un miglioramento
della produzione e dello sviluppo orientati alla rete, cui già oggi assistiamo. Le parole chiave sono decentramento, peer-to-peer, lavoro
collaborativo e conferimento di potere ai cittadini, che in parte contribuiranno essi stessi alla creazione dei prodotti di consumo.
«Componenti elettronici e software a basso costo o gratuiti con enormi capacità e flessibilità, insieme a un accesso facile e libero alla rete
globale, consentono al singolo un facile accesso a tutta la conoscenza,
il sapere e la cultura del mondo nonché a mezzi di comunicazione,
produzione e distribuzione globali che erano finora ad appannaggio
di una ristretta élite economica globale. Ciò costituirà una spinta in
particolare per le popolazioni più povere», sostiene Klaus Æ. Mogensen, CIFS. Egli fa notare come la rete sia in grado di rendere il
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mercato più trasparente ed efficace, dal momento che non sono più
molti gli intermediari che hanno bisogno della propria percentuale di
valore e lavoro.
Nel 2030 le stampanti 3D saranno molto più diffuse di oggi e saranno
realmente un fattore decisivo nella produzione di oggetti materiali.
«Nel 2030 saremo in grado di produrre molti oggetti a casa nostra
e stampare il bene o l’oggetto che vogliamo», dice Natasha Friis
Saxberg: «Si possono stampare organi, così come un paio di Manolo
Blahnik e la vostra nuova bici. È la nostra immaginazione a porre dei
limiti, e come consumatori potrete mettere il vostro marchio su quello
che consumate adattandolo al 100% alle vostre esigenze e alla vostra
configurazione fisica», aggiunge.
Nel 2030 le stampanti 3D saranno nella maggior parte se non in tutte
le case, e non solo in occidente, poiché la tecnologia si adatta perfettamente ai Paesi che oggi definiamo in via di sviluppo. Nelle nostre case
avremo principalmente stampanti 3D per oggetti di piccole dimensioni, mentre i modelli più grandi saranno disponibili nelle stamperie
– proprio come la stampa su carta oggi, secondo Klaus Æ. Mogensen.
Egli sottolinea, inoltre, un aspetto più essenziale che annullerà la distinzione tra produttore e consumatore: «L’idea del prosumer diverrà
allora una realtà, dal momento che tutti potranno stampare i propri
prodotti, di cui si sarà comprato il design o di propria progettazione»,
dichiara.
Tuttavia, il professore e PhD in filosofia, Søren Riis, dell’Università di
Roskilde, indica l’esistenza di una tendenza alla centralizzazione, in
parallelo alla tendenza alla decentralizzazione di produzione e consumi nel 2030.
Questi definisce tale tendenza «la vita facile, sicura, controllata e automatizzata», e anch’essa affonda le proprie radici nell’onnipresente
supernet e nella nostra impronta digitale.
«Autorità e cittadini registrano qualunque avvenimento. Questo ci
piace perché rende la nostra vita più semplice e sicura. La sorveglianza verrà considerata anzitutto un vantaggio per i cittadini. Con essa
sostanzialmente non dovremo preoccuparci di cosa acquistiamo, dal
momento che la registrazione dei consumi passati nostri e dei nostri
amici fornisce indicazioni sicure. Possiamo fare shopping senza aspettare in fila alla cassa – i nostri acquisti saranno registrati automatica-
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Claus Kjeldsen
mente a nostro nome. Tutti i consumatori porteranno con sé ovunque
computer smart senza i quali non potranno fare acquisti, dal momento che per allora i contanti saranno banditi, e potremo usare in tutta
sicurezza trasporti pubblici e frequentare negozi e spazi pubblici di
notte. Qualora si registri un episodio di violenza, questo si risolverà
facilmente poiché tempo, luogo e persone coinvolte potranno essere
determinati rapidamente».
2030 - Trasporti.
Biciclette da stampanti 3D, automobili senza conducente e dirigibili
Nel corso dei decenni abbiamo immaginato che automobili volanti
ed elicotteri personali avrebbero in futuro sostituito le nostre auto.
Invece, i principali mezzi di trasporto privato nel 2030 saranno ancora l’automobile con quattro ruote e la buona vecchia bicicletta. La
bicicletta resiste perché si adatta perfettamente alla domanda di oggi
(e di domani) di trasporto ecologico e salutare, e oltretutto consente
un trasporto veloce e flessibile su brevi distanze come nelle città, che
si ingrandiranno in termini di dimensioni e di popolazione.
«La massiccia tendenza all’urbanizzazione alimenta la necessità di
mezzi di trasposto compatti e flessibili», secondo il futurista Klaus Æ.
Mogensen. E aggiunge che anche oggi si fanno esperimenti di biciclette prodotte con stampanti 3D e con nuovi e migliori materiali quali
polimeri e nanotubi di carbonio.
«Oggi il costo di queste soluzioni costituisce un ostacolo alla loro fattibilità, ma per il 2030 diverranno molto più economiche e, quindi, realtà. Nel 2030 andremo in un negozio di biciclette e avremo la nostra
bicicletta prodotta su misura con stampanti 3D mentre aspettiamo»,
dichiara.
Le automobili non cambieranno il loro aspetto nei prossimi 17 anni,
ma la grande differenza sta nel fatto che l’autista si estinguerà come il
dodo, perché gli interni saranno automatizzati e intelligenti. Nel 2030
l’automobile robotizzata sarà una realtà. Le auto saranno in grado di
guidare da sole, e il 50% di tutte le auto in Europa non avrà conducente. Questa automazione non solo sarà importante per l’industria
dei trasporti, ma permetterà di risparmiare enormi quantità di tempo
e denaro, eliminando il traffico in autostrada e sui principali incroci;
avrà conseguenze profonde anche su tutta la società.
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«Le automobili senza conducente influenzeranno molto la scelta dei
luoghi in cui vivere, amplieranno i confini delle città e promuoveranno la tendenza alle megalopoli», spiega Klaus Æ. Mogensen.
Il futurista Martin Kruse, CIFS, concorda, ma offre sfumature diverse.
Egli è infatti convinto che le auto robotizzate costituiranno un beneficio anche per le regioni periferiche: «Sappiamo che la gente è disposta
a fare il pendolare un’ora al giorno per andare e tornare dal lavoro,
ma con le auto senza conducente questa distanza può essere abbondantemente superata. Il tempo che trascorriamo oggi per spostarci
verrà tramutato in ore di lavoro, tempo per rilassarsi e per programmazione e intrattenimento personale. Questo costituirà un beneficio
per le regioni periferiche, che aumenteranno così la loro attrattività,
contrastando la tendenza diffusa all’urbanizzazione». Il fatto di non
dover più guidare la nostra automobile apre alla possibilità che altri
possano noleggiare la nostra auto mentre siamo al lavoro. L’auto fungerà quindi da taxi, e non ci sarà più il problema di trovare parcheggio
in città. Entro il 2030, inoltre, avremo scoperto combustibili più verdi,
secondo Klaus Æ. Mogensen, che daranno impulso alla produzione
di auto elettriche alimentate a energia eolica e solare.
Il traffico intelligente dominerà il futuro urbano. Nel 2030 saremo
molto più capaci di utilizzare e combinare dati di GPS di taxi, sensori
di traffico e misurazioni effettuate da stazioni stradali e rilevatori di
inquinamento, per fornire migliori dati sul traffico in tempo reale, che
a sua volta consentiranno a veicoli automatizzati di scegliere subito il
percorso più veloce in città. Inoltre, mezzi pubblici intelligenti (senza
conducente) saranno più evoluti e integrati sin dall’inizio nelle nuove
città e nei nuovi quartieri. La metropolitana è un esempio attuale (e
passato) di un’idea ancora viva.
I trasporti a lungo raggio saranno ancora a bordo di treni e aerei, e i
treni ad alta velocità saranno molto più diffusi nel 2030. La Cina, ad
esempio, ha in cantiere il progetto di costruire binari che la colleghino
all’Europa, con la possibilità di viaggiare da Pechino a Londra in due
giorni. Fra 17 anni il trasporto aereo soffrirà un serio problema di immagine a causa dell’elevato consumo di carburante e non sarà necessariamente economico come oggi. Tuttavia, il progresso tecnologico è
imprevedibile e potrebbe ridurre il consumo di carburante. La European Aeronautic Defence and Space Company (EADS), ad esempio,
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Claus Kjeldsen
lavora con Rolls Royce al concetto di un futuro aereo passeggeri per
trasporto regionale, che funzioni parzialmente a batteria e offra una
resistenza aerodinamica nettamente inferiore.
Allora forse ci muoveremo verso un futuro passato per il trasporto
merci. Klaus Æ. Mogensen ritiene che i vecchi dirigibili, che ebbero
il loro periodo d’oro negli anni ’20 e ’30, potrebbero vedere una rinascita: «Con la tecnologia moderna, i dirigibili possono essere utilizzati
per il trasporto merci. Sono pratici, dal momento che saranno più
veloci di ogni altra forma di trasporto pesante e in grado di volare
ovunque senza dover atterrare. Questo offre preziose opportunità per
la consegna di merci in aree difficili da raggiungere».
I dirigibili sono anche più ecologici in quanto consentono una riduzione del consumo energetico del 70% e di emissioni di CO2 almeno
del 66% rispetto al trasporto merci di oggi.
2030 - Istruzione e lavoro.
Addio a lavoratori dipendenti e aule
Molti elementi suggeriscono che nel 2030 la supremazia dell’occidente sarà scomparsa o almeno molto diminuita. Si sente spesso parlare di
uno spostamento del potere globale da nord-est a sud-est con il ruolo predominante della Cina, che nel 2030 sarà la maggiore economia
mondiale, secondo previsioni indipendenti.
Tuttavia, come ha recentemente dichiarato Charles Kupchan, professore di politica internazionale alla Georgetown University di Washington, «il XXI secolo non sarà quello di America, Cina, Asia, o di
chiunque altro; non apparterrà a nessuno». Nessuna delle aspiranti
potenze possiede la combinazione di forza materiale e ideologica necessaria per esercitare il dominio globale.
«Nel 2030 il mercato del lavoro sarà globale e la lingua di lavoro sarà
solo l’inglese», secondo la scrittrice e filosofa Lene Andersen, autrice
di numerosi libri sulla società del futuro. E sottolinea come la fuga dei
cervelli sarà allora diretta verso le grandi città.
Numerosi esperti parlano nel 2030 di un mercato del lavoro caratterizzato da flessibilità, volatilità e agenti liberi. Il futurista Johan Peter
Paludan, Copenhagen Institute for Futures Studies (CIFS), ritiene
che già oggi assistiamo a uno smantellamento del concetto di lavoratore dipendente e allo sviluppo di una società di liberi professionisti, e
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dà credito all’ex Segretario Generale OCSE (e fondatore del Copenhagen Institute for Futures Studies), Thorkil Kristensen, che già negli
anni ’80 aveva previsto che il XX secolo sarebbe stato considerato a
posteriori l’‘era dei lavoratori dipendenti’. Quest’era si sarà abbondantemente conclusa per il 2030.
Il futurista del CIFS, Rolf Ask Clausen concorda: «Mansioni e posti di
lavoro saranno in continuo cambiamento. Nuove mansioni, nuove organizzazioni, nuovi clienti. Questo porterà a forme di impiego a breve
termine, a contratti specialistici e all’aumento dei liberi professionisti,
e metterà sotto pressione i classici contratti collettivi. D’altronde, ci si
adatterà perfettamente alle necessità degli ottantenni attivi, che saranno selettivi ed esigenti nella scelta di un lavoro interessante».
Egli fa qui riferimento alle previsioni secondo cui la popolazione anziana nel 2030 lavorerà di più e più a lungo di oggi, e prevede lo spostamento dell’età pensionabile a 78 anni.
«L’aspettativa di vita è aumentata e nel 2030 molti di noi vivranno fino
a 100 anni. Pertanto, per molti ottantenni non avrà senso smettere di
lavorare», aggiunge.
Le mansioni lavorative saranno mutate, e robot e computer assumeranno anche i compiti più complessi.
«Nel 2030 la maggior parte di autisti, medici, chirurghi, speculatori,
editori, giornalisti, traduttori, guide turistiche e insegnanti – per non
citare lavoratori nell’industria e nei servizi – saranno completamente o
parzialmente resi obsoleti da robot, computer e smartphone», sostiene Klaus Æ. Mogensen, CIFS.
«Questo porterà a una polarizzazione del mercato del lavoro, per cui
sempre più persone si ritireranno o dovranno accettare di lavorare per
una miseria, mentre coloro il cui lavoro non sarà facilmente automatizzato guadagneranno sempre di più. Le professioni che restano sono
quelle di natura creativa quali intrattenimento, invenzione o racconto
di storie, design, ricerca e servizi in cui si vuole il contatto personale».
Anders Sandberg, PhD e ricercatore presso The Future of Humanity
Institute, Università di Oxford, suggerisce che a un certo punto l’intelligenza artificiale trasformerà molte mansioni lavorative. Egli non è
certo che questo accada entro il 2030, ma dice che per allora ci saranno almeno «abbastanza software intelligenti da compiere la maggior
parte delle mansioni che per noi oggi costituiscono un lavoro». Secon-
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Claus Kjeldsen
do lui, professioni relativamente sicure saranno quelle che implicano
intelligenza creativa e sociale, e forse percezione umana e destrezza.
Nel 2030 anche la scuola e l’istruzione cambieranno di pari passo con
il mercato del lavoro. In generale ci si concentrerà meno sull’accumulo di sapere – che comunque diventa subito obsoleto – e più su
strumenti e competenze che consentano di acquisire rapidamente le
informazioni necessarie. Lene Andersen prevede che la formazione
accademica diverrà presto obsoleta e «richiederà un aggiornamento
almeno ogni cinque anni».
Klaus Æ. Mogensen ritiene che le barriere linguistiche si sgretoleranno, anche perché il materiale di studio verrà tradotto elettronicamente
nella propria lingua (dando slancio anche al Terzo Mondo), mentre
Lene Andersen prevede che per il 2030 ‘metà delle classi’ alle scuole
elementari in Danimarca, si terranno in lingua inglese.
Entrambi concordano sul fatto che l’insegnamento d’aula tradizionale
scomparirà del tutto o in parte, in favore dell’insegnamento elettronico a distanza e/o di maggior responsabilità personale nell’apprendimento.
Secondo Lene Andersen: «I libri di scuola non esisteranno più, e invece assisteremo al diffondersi su internet di brevi video per l’insegnamento».
Il futurista Anders Bjerre, CIFS, aggiunge: «Nel 2030, il lavoro a distanza o ‘telelavoro’ sarà diffuso in molte situazioni. Avremo comunque bisogno di incontrarci fisicamente di tanto in tanto, anche per
lavoro, e comunque non avremo proprio la medesima larghezza di
banda come se fossimo nella stessa stanza. Tuttavia, la differenza non
sarà enorme e avrà ancora senso incontrarsi per mansioni di routine.
Ci si dovrà recare sul posto di lavoro o nel laboratorio di ricerca forse
una volta a settimana».
Claus Kjeldsen
Amministratore delegato del Copenhagen Institute for Future Studies, think
tank con sede in Danimarca e centro di ricerca internazionale tra i più autorevoli. Esperto di strategia, innovazione, marketing e consumer trends, tiene conferenze in tutto il mondo. Ha collaborato con istituzioni governative, organizzazioni internazionali, istituti finanziari e aziende private su progetti strategici di
larga scala. È stato amministratore delegato e consulente in numerose start-up.
Essere nuovi Be new
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IL FUTURO APPARTIENE
A CHI SA IMMAGINARLO
Alberto Felice De Toni
Il cambiamento – e non la stasi – è la nostra condizione abituale, la
costante della nostra vita. Il verbo cambiare deriva dal greco kàmbein
o kàmptein, che significa curvare, piegare, girare attorno a qualcosa.
Figurativamente, sembra indicare una strada, un percorso che, se fino
a un dato momento ci appariva lineare, si apre d’un tratto alla possibilità di una svolta.
Rispetto al cambiamento possiamo decidere se resistervi (inutilmente), adattarvisi di volta in volta (reagendo) o giocare d’anticipo (in
modo proattivo). Per anticipare il futuro sono necessari approcci
avanzati che vadano oltre i tradizionali modelli di previsione basati
sulla proiezione in avanti delle esperienze passate. Questi metodi, cosiddetti di anticipazione, costruiscono scenari possibili considerando:
la molteplicità dei presenti in essere, i segnali deboli, i trend emergenti
e percorsi diversi di evoluzione. Il tutto per rispondere a un cambiamento che è sempre più accelerato, interconnesso e discontinuo. Solo
in questo modo è possibile affrontare la complessità del reale e il suo
perenne cambiamento.
La velocità del cambiamento è diventata così elevata che oggi non
riusciamo a dare tutte le risposte in tempo utile. Viviamo in tempi
esponenziali. Nel 1970 nella terra vivevano circa 3,5 miliardi di persone, oggi superiamo i 7 miliardi. Il primo sms fu spedito nel dicembre
del 1992, oggi il numero degli sms spediti e ricevuti ogni giorno è
maggiore del totale degli abitanti del pianeta. Per raggiungere un pubblico di 50 milioni di persone la radio impiegò 38 anni, la televisione
13, internet 4, l’iPod 3, facebook 2. Gli utenti collegati a internet nel
1984 erano mille, nel 1992 un milione, nel 2013 oltre due miliardi. Il
vivere in tempi esponenziali comporta un presente sfuggente, compreso quando già sta scomparendo, e un futuro sempre più vicino.
Come diceva l’amico e compianto Ernesto Illy: «Quando la vita scorreva lenta come un pigro fiume, la complessità esisteva, ma non veniva
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Alberto Felice De Toni
percepita. Oggi tutti se la sentono addosso, perché il ritmo si è fatto
serrato come un torrente vorticoso».
Il vivere in sistemi sempre più interdipendenti evidenzia che i presenti
sono molteplici; ciascuno di noi appartiene simultaneamente a diverse reti culturali, sociali ed economiche. Viviamo molti presenti che si
intersecano tra di loro a livello individuale e di gruppo, sul piano economico e sociale. Dei molteplici presenti non riusciamo a capire quale
di questi prevarrà sugli altri. Per questo motivo il futuro è sempre più
imprevedibile, inaspettato.
Il vivere in ambienti con risposte sempre più amplificate (si pensi alle
conseguenze che oggi una crisi finanziaria di un Paese provoca sull’intero sistema) rende il presente sempre più instabile, soggetto a grandi
cambiamenti generati da piccole cause, nella logica dell’effetto farfalla. La discontinuità del cambiamento, la non linearità della risposta,
annuncia un futuro dirompente.
Il mondo cambia come i disegni in un caleidoscopio: le tendenze si
espandono, si contraggono, si disgregano, si fondono, si disintegrano
e svaniscono, mentre altre si formano. Nulla resta costante. I trend più
importanti non conoscono confine e condizionano ogni aspetto della
società: hanno il potenziale di cambiare profondamente il modo in cui
il mondo funzionerà domani, e possono impattare più velocemente di
quanto si possa pensare.
Il futuro ci arriva addosso in modo sempre più accelerato, interconnesso e discontinuo. Ma non solo. Il futuro arriva come un gatto. Il
gatto, come tutti i felini, si avvicina a passi felpati. I rumori sono lievi:
sono i cosiddetti segnali deboli. Poi i segnali addirittura cessano: è il
momento dell’agguato. Infine c’è il balzo finale e il futuro ci arriva
addosso senza nemmeno che ce ne accorgiamo. Dobbiamo saper cogliere i segnali deboli. Ogni adulto sa che un mago non può produrre
un coniglio senza che esso sia già nascosto nel suo cappello; allo stesso
modo, le sorprese quasi mai emergono senza un segnale d’allerta. Tali
segnali di allerta sono i segnali deboli. Essi sono deboli nel senso di
difficili da individuare, ma non nel loro impatto potenziale che può
essere molto rilevante. Come il coniglio di un mago è già nel cilindro
prima che noi lo vediamo, così il futuro è già qui anche se non lo vediamo ancora in modo chiaro. E non lo vediamo perché all’inizio si
manifesta solo con segnali deboli.
Essere nuovi Be new
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La creazione del futuro tramite nuove idee, la sfida alle idee dominanti, le innovazioni presuppongono una certa dose di disobbedienza
ai canoni precedenti; ma possono dirsi realmente innovazioni solo se
vanno a buon fine. Altrimenti rimangono solo tentativi, disobbedienze che non portano a vantaggi reali. I veri innovatori sono quelli che
non solo rompono schemi mentali consolidati, fino ad allora condivisi
– aprendo con nuovi occhi a nuove prospettive – ma che sono anche
capaci di trarre frutto da queste discontinuità. In altre parole l’innovazione è una disobbedienza andata a buon fine. Ma non solo: l’innovazione nasce in periferia, lontano dal dominant design che occupa
sistematicamente il centro.
Sogno, visione e mito sono i reali motori del cambiamento in quanto sono l’immaginario rispettivamente del singolo, del gruppo e del
sociale. Motori alimentati dal potere dell’immaginazione. Leopardi
spiega cosa ci dona l’immaginazione: «L’immaginazione è la prima
fonte della felicità umana». Einstein ci ha insegnato invece dove ci
porta l’immaginazione: «La logica ti porta da A a B. L’immaginazione
ti porta ovunque». Per Kant l’immaginazione è uno strumento fondamentale per la percezione del presente; grazie all’immaginazione
è possibile trasformare l’esperienza, il mondo del reale, votata alla
sua mutevolezza, al suo cambiamento. Lo scrittore americano Carl
Sandburg ci rammenta che: «Nothing happens unless first a dream».
Mentre Martin Luther King rivolgendosi agli afroamericani disse «I
have a dream» e non invece «Ho un piano quinquennale»! Dal mito
antico della terra promessa fino al mito più recente della frontiera
americana, i miti guidano e accompagnano da sempre i grandi cambiamenti sociali. E le visioni guidano, su una scala minore, i cambiamenti delle organizzazioni.
Nell’impetuoso fiume del cambiamento, se pensiamo di essere in un
grande battello a vapore e di poter risalire il corso dell’acqua ci inganniamo. Siamo piuttosto in una piccola canoa che discende la corrente
tumultuosa. Se osserviamo attentamente il flusso dell’acqua, con la
sensazione di farne parte, sapendo che varia di continuo e che conduce sempre a nuove complessità, ogni tanto possiamo affondare un
remo nell’acqua e spingerci da un vortice all’altro.
Convivere con il cambiamento ci regala in ogni modo un orizzonte infinito; come ci ricorda Schopenhauer: «Solo il cambiamento è eterno,
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Alberto Felice De Toni
perpetuo, immortale». La sfida odierna è quella di essere alla Charles Snow: «Uomini che hanno il futuro nel sangue». Come affermava
John F. Kennedy: «Abbiamo bisogno di uomini che possano sognare
cose che non sono mai esistite». In altri termini: il futuro appartiene a
chi sa immaginarlo.
Alberto Felice De Toni
Rettore dell’Università di Udine, è stato preside della Facoltà di Ingegneria,
dove insegna Organizzazione della produzione e Gestione dei sistemi complessi. È stato presidente della Commissione nazionale del MIUR per la riorganizzazione dell’istruzione tecnica e professionale. Si occupa di organizzazione della produzione, gestione dell’innovazione e della complessità. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Tra i suoi saggi: Prede o ragni (con
F. Comello, Utet, 2005); Viaggio nella complessità (Marsilio, 2007); Il pianeta
degli agenti (con Erika Bernardi, Utet, 2009); Auto-organizzazioni. Il mistero
dell’emergenza nei sistemi fisici, biologici e sociali (Marsilio, 2011).
Essere nuovi Be new
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LA CITTÀ GLOBALE
Alessandro Verona
Negli ultimi 15-20 anni la città si è trovata al centro di una rinnovata
attenzione per le nuove dinamiche che la hanno interessata: i processi di inurbamento, determinati da flussi migratori globali e costanti,
hanno favorito la nascita e lo sviluppo continuo di nuove megalopoli,
anche in conseguenza a processi di concentramento di capitali che ne
hanno determinato lo sviluppo e il successo.
Assistiamo a una competizione globale tra città-territorio che si contendono il primato nel mercato globale.
Quando sarà completato, nel 2015, il Dubai World Central-Al
Maktoum International diventerà il più grande aeroporto del mondo
con 6 piste, 4 terminal e una capacità annua di 160 milioni di passeggeri e 12 milioni di tonnellate di merci. Nasce così da una idea
precisa di conquista della leadership mondiale, lo sviluppo, a partire
dal 1992, di questa città, che viene concepita e pianificata utilizzando
principi urbanistici ‘internazionali’: oggi, la lingua parlata prevalente
è l’inglese in quanto solo il venti percento della popolazione è locale.
Dopo aver attirato EMC Corporation, Oracle Corporation, Microsoft
e IBM, il Dubai knowledge village punta a diventare uno degli hub
della conoscenza principali al mondo.
A Dubai la connessione permanente dei sistemi permette agli amministratori pubblici, alle imprese, alle forze dell’ordine e ai gestori di
prendere le migliori decisioni sui vari asset quali trasporti e mobilità, sicurezza e sorveglianza, medicina e pronto intervento, logistica e
grandi eventi ed energia e utility secondo la visione e la strategia. A
proposito di città intelligenti (smart city), tutti gli edifici sono connessi
a una rete dati di controllo che misura costantemente la CO2 prodotta
dalla città.
L’Europa e le città europee, in un contesto storicamente antropizzato,
guardano questa esperienza ricca di luci, ma anche di ombre, con impotenza, tranne per un aspetto che caratterizza lo scenario a noi più
vicino. Il tessuto urbano storico e il paesaggio europeo, a confronto
del consumo di suolo cinese, coreano o africano agiscono secondo
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Alessandro Verona
una naturale vocazione ad arricchire ciò che la storia ci ha consegnato e cioè la stratificazione dei nostri centri urbani. Essa, determinata
dalla sovrapposizione nelle varie epoche di fatti urbanistici, infrastrutturali, architettonici e paesaggistici, mostra oggi la sua capacità di generare edifici-landmark, sui quali costruire nuove strategie, a volte tra
l’esotico e lo stravagante, di marketing territoriale. Era il 1997 quando
venne inaugurata a Bilbao la nuova sede museale della Guggenheim
Foundation che avviò la rincorsa alle archistar per firmare le nuove
icone delle città emergenti.
Tale approccio rappresenta un processo di costruzione di leadership
secondo una nuova etica del pragmatismo.
Ma in realtà, secondo le analisi OCSE, questo aspetto – che è il
più superficiale in quanto è quello anche a volte più glamour – è
il prodotto di un processo più complesso, che risulta ineluttabile
e necessario. Oggi più che mai ogni città deve capire quale è il
proprio DNA per costruire strategie che non siano frutto solo del
desiderio.
È proprio questa capacità di porre in discussione la propria identità
e quella futura che può determinare, secondo Debra Mountford, il
successo di una città. Le analisi OCSE comparative tra 12 medie città
(Amsterdam, Barcellona, Boston, Brisbane, Cape Town, Amburgo,
Manchester, Lione, Nanchino, Oslo, Shenzhen, Zurigo) mostrano
come ciascuna stia sviluppando una propria vocazione generando
nuove relazioni tra città affini, a partire dal nuovo contesto economico. Per questo motivo oggi è necessario riorientare le politiche del
territorio, a partire da nuove connessioni utili a interpretare i nuovi
trends, quali lo sviluppo tecnologico, il commercio e la capacità di
attrarre talenti per conquistare la leadership.
Se saprà farlo la città metterà al centro delle politiche del futuro l’integrazione tra trasporti, le vocazioni del territorio, del paesaggio, degli
investimenti, delle arti e della scienza e dei servizi integrati. Per questo motivo sarà necessario reinterpretare anche il sistema città-regione
consapevoli che il cluster (concentrazioni settoriali e geografiche di
imprese interconnesse) è un modello che, superando i distretti industriali, è già utilizzato.
Per questo motivo le città che si dimostreranno inclusive, multiculturali e aperte al cambiamento e che svilupperanno la capacità di costru-
Essere nuovi Be new
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ire relazioni multidisciplinari extraterritoriali si potranno ricavare una
posizione nella competizione globale.
Nel rapporto di competitività regionale redatto da Paola Annoni dell’Unità di econometria della Commissione europea, nel 2013
Utrecht e la sua regione sono al primo posto, confermando la tendenza che la competizione oggi non si gioca più tra Stati, nemmeno
tra città ma tra sistemi città-territorio/città-regione. I parametri di
valutazione che vengono utilizzati sono raggruppati in tre categorie:
un primo ambito di base (istituzioni, stabilità macroeconomica, infrastrutture, salute, educazione di base), un secondo legato all’efficienza
(alta formazione e lifelong learning, efficienza del mercato del lavoro,
dimensione del business) e infine un terzo ambito legato all’innovazione (adeguatezza tecnologica, livello di sofisticazione del business,
innovazione).
Una delle componenti di successo di Utrecht e della sua regione è l’alto
grado di accessibilità, anche per le caratteristiche infrastrutturali che
la pongono al centro di intersezioni ferroviarie europee. Paradossalmente nell’era digitale, al centro delle politiche strategiche nel futuro,
il sistema infrastrutturale, sul quale l’Italia sconta un ritardo storico,
sarà un elemento di successo di un territorio: nel nostro caso, la rete
e i collegamenti ferroviari possono, offrendo sempre più mobilità ai
city users, restituire centralità al Friuli Venezia Giulia rispetto agli assi
nord/sud e est/ovest dell’Europa allargata. In particolare le politiche
della mobilità saranno utili ad affermare il principio dell’accessibilità
ai servizi e utile contrapposizione all’avanzare delle disuguaglianze.
La città che verrà
Il Future Forum ha messo, per la prima volta, al centro dell’attenzione
la città e la nuova questione urbana che essa pone. Né nelle politiche
europee, né tantomeno in quelle nazionali il tema viene affrontato.
Dentro la crisi, che abbiamo compreso essere non solo economica e
finanziaria, ma anche sociale e istituzionale, vengono messi in discussione i principi della democrazia.
Dentro la crisi, attendendo che la fine della caduta libera del PIL desse luogo alla ripresa, ci siamo accorti che l’occupazione non cresce più
e la produzione di beni e servizi si sta ridistribuendo.
Questa ridistribuzione caratterizza anche l’andamento demografico,
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Alessandro Verona
con i flussi migratori che determinano nuovi equilibri delle popolazioni in rapporto ai territori.
In questo scenario, quali saranno i problemi principali che in futuro le
città dovranno affrontare?
Volendo dare una visione generale potremmo dire che cambiamenti
climatici e ambientali, disuguaglianze e mobilità sono gli elementi attorno ai quali si dovrà costruire il futuro della città.
Ma se sui cambiamenti climatici e ambientali da anni assistiamo alla
crisi del modello di governo del territorio adottato, esito di una cultura ‘neopositivista’ novecentesca e in particolare del dopoguerra, l’aspetto nuovo che secondo Bernardo Secchi si manifesta e che offre
l’occasione di pensare a nuove relazioni attraverso le quali reinterpretare l’idea di città, è costituito dal tema delle disuguaglianze e dal loro
modo di manifestarsi: le disuguaglianze sociali si sono trasformate,
complice un approccio urbanistico deterministico e quantitativo, in
disuguaglianze spaziali, generando così ingiustizie spaziali.
Per questo motivo, dopo il capitale economico, oltre che sul capitale
intellettuale e sul capitale sociale dovremo investire anche sul capitale
spaziale che vede, tra l’altro, nella dispersione e nella frammentazione
una delle caratteristiche specifiche europee.
Il cambio di paradigma nel governo delle città presenta per il futuro
una agenda che, a partire dal consumo zero di territorio (negli ultimi
cinquant’anni in Italia abbiamo consumato 8 mq al secondo), sia in
grado di immaginare la città policentrica, restituendo qualità spaziale
e quindi sociale alle periferie che, interessate dagli interventi, acquisteranno nuova centralità. Ma è lo stesso concetto di periferia che è
mutato negli ultimi decenni, in quanto parti di città interne (come
aree dismesse, caserme dismesse o i quartieri residenziali di casette
degli anni ’50 e ’60) si offrono come vuoti urbani in attesa di nuove
identità. La necessità di costruire sul costruito, l’incremento del verde
pubblico, il potenziamento del sistema del trasporto pubblico non
devono essere frutto di una posizione ideologica che fa riferimento
alla decrescita, ma il frutto di una volontà di ridare senso e autonomia alle parti che compongono il tessuto urbano nel quale il sistema
degli spazi aperti ritornerà a essere il luogo delle relazioni, così come
nei centri storici l’Italia dei millecinquecento festival ha dimostrato di
riutilizzare, restituendo senso e nuova vita culturale e sociale al Paese.
Essere nuovi Be new
63
Bisogna saper guardare anche a esperienze come quella di Don Antonio Loffredo, che in una periferia interna di Napoli come il Rione
Sanità, attraverso la valorizzazione storica e artistica delle catacombe
abbandonate e il coinvolgimento dei giovani del quartiere, sta costruendo una nuova identità e un nuovo futuro a quella parte di città,
sottraendola alla criminalità.
Il territorio urbano si presenta così in una forma nuova da esplorare,
‘foresta urbana’ nella quale tracciare nuovi sentieri semantici e metodologici che superino le categorie utilizzate fino a oggi per il suo
governo. Il centro storico si rimetterà in gioco se saprà integrare le
politiche di valorizzazione culturale nelle sue diverse forme con l’offerta formativa e quella turistica, se saprà favorire l’insediarsi dei nuovi mestieri creativi legati anche all’artigianato 2.0 e alla nuova manifattura, se sarà capace di integrare le diverse comunità favorendo
anche i servizi per i residenti non esclusi in futuro da nuove forme di
pedonalizzazione ‘permeabile’.
Tuttavia risulta necessario governare la frammentazione per affrontare minori risorse, mettendo a rete alcuni servizi come alcune municipalità stanno iniziando a fare.
Si presenta così anche l’occasione per stabilire nuove forme di relazione tra amministrazioni diverse e comunità che si avvicinano favorendo
economie di scala.
Oggi, tuttavia, è necessario avere anche la capacità si superare la dicotomia urban vs. rural.
L’evidenza empirica dimostra che le città non sono ‘punti’ nello spazio: esse esistono e hanno interazioni complesse all’interno dei territori in quanto vi sono aree funzionali multidimensionali nelle quali la
dimensione delle aree funzionali cambia a seconda della funzione che
si considera. Il rapporto OCSE esposto da Raffaele Trapasso, dimostra che territori integrati hanno le migliori perfomance in termini di
well-being.
In una dimensione territoriale più ampia dovremmo pensare anche
che il sistema città-regione policentrica sia costituito su un partenariato che copra un territorio che si estende ben al di là dei sistemi locali
del lavoro. Ci sono complementarietà economiche nella gestione del
territorio (pianificazione e produzione), innovazione, trasporto pubblico, e identità territoriali comuni.
64
Alessandro Verona
Per questo motivo è necessario promuovere una migliore comprensione delle condizioni socio-economiche nelle città e nelle aree rurali e
della loro integrazione, affrontando le sfide territoriali a una scala che
tenga in conto i legami funzionali tra città e aree rurali, incoraggiando
l’integrazione delle policy urbane e rurali, lavorando per una comune
agenda nazionale. Chiarendo gli obiettivi del partenariato e le misure
connesse per aumentare l’effetto learning e la partecipazione di attori
chiave, sia dalle città sia dalle aree rurali.
Futuro quotidiano
Già oggi alcune esperienze ci informano che il futuro si costruisce
fissando obbiettivi anche ambiziosi, raggiungibili con metodo, con
spostamenti per approssimazioni successive quotidiane applicate alle
pratiche. Questo approccio, che vede nella dimensione del tempo un
partner strategico, è in grado di operare differenze significative negli
obbiettivi e nel metodo che si intende costruire e adottare. Possiamo affermare che, oltre alle questioni legate allo spazio fisico della
città nelle sue varie dimensioni e relazioni, si afferma un approccio
nuovo nelle questioni legate anche alla gestione della città nelle sue
varie articolazioni. Senza una ricerca costante nell’individuare criticità
e superamento delle stesse non è possibile costruire, nella complessità,
il nuovo metodo. L’aspetto della formazione ancora una volta ritorna per la sua capacità di produrre crescita culturale della comunità
che genera, in questo modo, comportamenti virtuosi. Il rapporto tra
formazione, lavoro e città è quello che determina la prospettiva della
Learning City, che offre un nuovo modello di apprendimento costante
nell’arco della vita delle persone che si allunga, e della comunità in
continua evoluzione. Queste sono, per Norman Longworth, le ‘città che imparano’, che vogliono diventare luoghi di apprendimento.
Nell’era digitale, l’accesso ai dati mette le persone nelle condizioni
di attivare processi di conoscenza e di gemmazione di nuove identità
professionali, se accompagnati e sostenuti da sistemi e istituti formativi finalizzati alla riconversione dei profili professionali, in un mondo
che vede nascere nuovi lavori. La conoscenza quindi al centro di un
processo di rigenerazione delle città e del tessuto sociale che la compone e la vive. Abbiamo assistito negli ultimi quindici anni in Italia alla
rivitalizzazione delle piazze e degli spazi che determinano la straordi-
Essere nuovi Be new
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naria qualità delle città italiane grazie alla proliferazione dei festivals
che hanno riportato le persone nei luoghi della comunità, dove si produce scambio e crescita culturale. Questo processo di riattivazione dei
luoghi ha moltiplicato le occasioni per ristabilire la coesione sociale,
così necessaria in questi tempi difficili da comprendere e affrontare.
Come una sorta di rito collettivo attorno al quale la comunity sta costruendo una nuova identità attraverso un processo formativo partecipato, 107 città italiane hanno aderito nel 2013 al programma Zero
Waste promosso da Rossano Ercolini, un maestro elementare e sindaco del Comune di Capannori in provincia di Lucca, che ha ricevuto
da Obama il Golden Environmental Prize per l’ambiente, per essere
stato il primo a essersi dato un obbiettivo ambizioso: Rifiuti Zero per
il Comune di Capannori, 16.000 abitanti per il 2020. Raggiunto oggi
all’80%, questo obbiettivo è maturato nel tempo, dopo che nel 1984
Ercolini aveva iniziato la sua sfida (vinta) contro la realizzazione di un
inceneritore. Ecco cosa succede se a scuola vengono proposti in modo
efficace modelli intelligenti.
Per questo motivo anche il rapporto tra formazione e città offre l’occasione di una riflessione.
L’università, ad esempio, porta ricchezza alla città, e non tanto in termini materiali (l’ampio indotto di affitti, bar, ristoranti e discoteche,
negozi specializzati), ma perché costruisce capacità, competenze, un
clima culturale, reputazione.
Ma come sempre succede nella città, la presenza di popolazioni diverse porta conflitti di vario tipo: economico, culturale, di uso degli spazi,
fiscali, per l’accesso a beni e servizi. E come sempre succede non tutti
godono dei vantaggi.
In molti casi l’università interviene sul patrimonio immobiliare, recuperandolo per fini istituzionali e didattici e riqualificando parti di
città. In particolare, questi edifici destinati alla conoscenza vengono
continuamente vissuti per le attività che generano. Diverso è il caso
dei Campus chiusi in se stessi, separati dal resto e talvolta anche isolati, o dei centri di ricerca che anziché ‘contaminare’ la città che li
ospita, vivono di vita propria.
La presenza di un gruppo consistente di intellettuali e la costruzione
di un ambiente più aperto e internazionale che anche i festivals e il
comparto culturale contribuiscono a generare, unito alla presenza del-
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Alessandro Verona
la popolazione studentesca, a volte anche trasgressiva, fanno bene alla
città, in quanto l’insieme di queste attività innesca processi virtuosi, se
si è in grado di costruire una condizione e uno stile di vita attrattivi, al
fine di evitare che sia gli studenti che i docenti vivano la dimensione
del cosiddetto ‘mordi e fuggi’. Le università che esprimono un’idea di
futuro, oltre a costruirsi una prospettiva e una reputazione, contribuiscono a rendere più attrattive le città che le ospitano. Per la cronaca,
nella classifica mondiale i primi venti posti sono occupati da università
americane e inglesi, Bologna è la prima italiana con il n. 188.
La ridistribuzione del lavoro e delle risorse e la riduzione dello spreco
e dell’impatto delle attività dell’uomo sull’ambiente hanno generato
una nuova categoria che è comparsa nell’era post-consumistica: la sostenibilità ambientale.
La memoria collettiva sembra essersi risvegliata a favore del bene comune, complice anche il dominio della iperproliferazione delle immagini e dei contenuti che nell’ambito della conoscenza, reinventata
dalla tecnologia, non distingue più i produttori di conoscenza dai consumatori della stessa.
La sostenibilità sta condizionando anche gli stili di vita. Ci siamo abituati all’idea che gli oggetti e anche le forme non debbano necessariamente essere nuove, ma possano esprimere oltre alla funzione anche
un sentimento, che permette di stabilire rapporti nuovi, relazioni nuove con oggetti che hanno forme vecchie. È uno spostamento di senso
che ha prodotto parole paradossalmente nuove come riuso, rigenerazione, riutilizzo.
Una nuova cultura dello spazio pubblico esprime anche una nuova
estetica che spesso opera per riduzioni e spostamenti di senso, nei
quali il contributo dell’arte pubblica si fonde con l’arredo urbano e
che, con una nuova sensibilità green-oriented, dimostra come la città
sia in grado di accogliere le diverse forme ed essere inclusiva e condivisa. La transizione dall’economia industriale a quella postindustriale
ha dato luogo alla gentrificazione, il fenomeno di rigenerazione e rinnovamento delle aree urbane sia dal punto di vista sociale che spaziale, tipica delle ‘città globali’ che non sono necessariamente megalopoli
per la dimensione che raggiungono. Lo sono per la qualità delle relazioni che sanno costruire.
Abbiamo analizzato nei vari aspetti la città e i nuovi territori che
Essere nuovi Be new
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ha generato e con i quali sta trasformando le relazioni. Il rapporto
tra centro e periferia è oggetto di una continua mutazione. Siamo al
definitivo congedo di un intero modello di organizzazione del territorio fondato sulla disposizione di grandi aree specializzate attorno
alla città dei residenti e su un flusso alternato di pendolarismo tra
la casa e i luoghi dell’industria. Lo spazio europeo si manifesta con
una impetuosa estensione degli spazi abitati, ma contemporaneamente assistiamo alla ritrazione della presenza umana in alcune parti che
compongono il nuovo corpo della città. Oggi la città non si sviluppa
più in modo omogeneo, per parti, ma per singole costruzioni, ognuna
diversa dall’altra, secondo logiche funzionali differenti. Viene delegato a questi nuovi fatti urbani (la costruzione di nuovi luoghi, territori
e paesaggi) quello che la politica dovrebbe saper fare: costruire visioni
future radicate nel quotidiano presente.
Alessandro Verona
Architetto, dopo l’esperienza presso la Gregotti Associati International dove
ha lavorato a progetti in Italia, Francia e Germania, ha avviato l’attività di libero professionista a Udine. Ha svolto per il Comune di Udine diversi progetti di riqualificazione urbana, promuovendo la realizzazione di una Società di
trasformazione urbana per la riconversione dell’area ex-Safau. Ha realizzato
per la Gemona Manifatture la riconversione degli stabilimenti, uno dei primi centri commerciali di prossimità. È stato invitato a partecipare, in qualità
di professionista esterno, al Design Camp Inside/Out presso la Fondazione
Buziol di Venezia con Michele de Lucchi, Giorgio Camuffo e Marcello Chiarenza. È tra i fondatori dell’associazione culturale vicino/lontano, di cui è
attualmente presidente.
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NUTRIRE IL PIANETA:
È POSSIBILE ANDARE AVANTI
TORNANDO INDIETRO?
Michele Morgante
Secondo il rapporto ‘The environmental food crisis’ stilato dallo
UNEP (United Nations Environment Programme), nel 2009 è previsto un aumento della popolazione di 2.7 miliardi di persone nel 2050.
Ciò richiederà un aumento del 50% nella produzione di cibo e del
56% nella produzione di pesce globalmente. Dall’altro lato stiamo
assistendo a un deterioramento ambientale che causa perdita di superfici coltivate per via di degradazione e urbanizzazione da un lato e
dei cambiamenti climatici dall’altro. Ci aspettiamo quindi che l’effetto
combinato di cambiamento climatico, degradazione del suolo, perdite
di superfici coltivate, scarsezza di risorse idriche porterà a livelli produttivi che saranno dal 5 al 25% al di sotto della domanda globale
nel 2050. Si stima che i prezzi mondiali del cibo aumenteranno negli
anni a venire dal 30 al 50% e saranno soggetti a maggiore volatilità.
A fronte di queste previsioni, da qui al 2050 cosa possiamo fare per
approvvigionarci di cibo in maniera più sostenibile, apportando meno
danni all’ambiente, aumentando la qualità dei cibi e al tempo stesso
evitando gli aumenti di prezzi e la scarsità di derrate alimentari previsti? Quali investimenti e sviluppi tecnologici saranno richiesti? Possiamo fare a meno di nuove tecnologie e tornare indietro, al passato,
oppure dobbiamo guardare avanti e pensare a nuovi cibi e/o a nuove
maniere per produrre gli stessi cibi? Come possiamo garantire la sicurezza alimentare negli anni a venire senza scendere a compromessi
con tutela ambientale e qualità? Questi sono i temi di cui Expo 2015,
dedicato a ‘Nutrire il pianeta’ dovrebbe occuparsi, anche se quanto
visto finora sugli organi di stampa lascia pensare che la discussione su
questi argomenti non potrà essere affrontata in maniera completa ed
esaustiva, come meriterebbe, a causa di un rifiuto aprioristico del progresso scientifico e un sentimento di fondo largamente antiscientista.
Sono invece argomenti di cui c’è grande bisogno di discutere in un Pa-
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ese come l’Italia, dove sembra spesso che della scienza e della ricerca
non ve ne sia più bisogno, sia se guardiamo l’attenzione che la politica
vi dedica (anche, se non soprattutto, dal punto di vista delle risorse
che vi decide di investire), sia se guardiamo l’atteggiamento di larga
parte dell’opinione pubblica. Sono anche problemi che in Europa,
per un certo periodo di tempo, pensavamo di avere ormai risolto. Gli
ultimi anni li hanno invece riproposti all’attenzione generale e li hanno rimessi al centro dell’agenda economica della Comunità Europea.
Le soluzioni a questi pressanti problemi possono venire da un aumento della produzione, oppure da un’ottimizzazione dell’efficienza
energetica della produzione di cibo. Fra i vari processi che portano
alla produzione di cibo, uno dei meno energicamente efficienti e ambientalmente compatibili è la produzione di carne e in generale di
tutti i prodotti derivati dagli animali. Sempre dal sopra citato rapporto UNEP: «È previsto che gli impatti dell’agricoltura sull’ambiente
aumenteranno notevolmente a causa della crescita della popolazione, e del maggior consumo di prodotti di origine animale. A differenza dei combustibili fossili è difficile trovare alternative: la gente
deve mangiare. Una riduzione sostanziale degli impatti potrebbe essere possibile solo con un cambiamento drastico nella dieta a livello
mondiale, diminuendo il consumo dei prodotti animali». All’inizio
del 2010 si stima che 27 miliardi di animali siano mantenuti in allevamento con un totale di 66 miliardi macellati ogni anno nel mondo
(M. Schlatzer, Tierproduktion und Klimawandel, Wien, LIT Verlag,
2010). Questo numero eccede il numero di uomini sul pianeta di un
ordine di grandezza. La produzione globale di carne è raddoppiata
fra il 1980 e il 2007 da 136.7 a 285.7 milioni di tonnellate, la produzione di uova è cresciuta del 150 per cento da 27.4 a 67.8 milioni di
tonnellate e la produzione di latte è aumentata da 465 a 671, 3 milioni di tonnellate (FAO, The state of food and agriculture - livestock in
the balance, Rome, Food and Agriculture Organisation, 2009). Se non
interverranno misure atte a diminuire i consumi di prodotti animali,
si prevede un aumento della produzione di carne a 465 milioni di
tonnellate nel 2050 e di latte a 1043 milioni di tonnellate (H. Steinfeld, P. Gerber et al., Livestock’s long shadow. Environmental issues
and options, Rome, Food and Agriculture Organization of the United
Nations, FAO, 2006) come conseguenza della crescita globale della
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Michele Morgante
popolazione e del previsto aumento del consumo pro capite di carne
e latte. I cambiamenti nella nutrizione nei Paesi in via di sviluppo – e
soprattutto nei mercati emergenti come la Cina – che portano verso
un consumo molto più elevato di alimenti derivati da animali (B.M.
Popkin, The Nutrition Transition: An overview of world patterns of
change, «Nutrition Reviews», 62/7: 140-143, 2004) aggravano ancora
di più i problemi globali legati all’aumento della domanda di prodotti
ottenuti da animali di allevamento.
Il Worldwatch Institute (2004) indica i problemi ambientali causati
dall’allevamento animale: la deforestazione, la distruzione dei pascoli,
l’uso di risorse idriche e in particolare di acqua dolce, lo smaltimento
dei rifiuti cioè degli escrementi e il conseguente inquinamento delle
acque, gli elevati consumi energetici, il riscaldamento globale e la perdita della biodiversità e minaccia di estinzione delle specie. L’impatto
ambientale della produzione di cibi di origine animale è forse però
meglio rappresentato dalla quantità di energia richiesta per produrre
1 kg di proteina in diversi alimenti. Da queste analisi risulta che serve
20 volte più energia per produrre 1 kg di proteina da carne bovina che
dal mais. Ciò è dovuto principalmente all’allungamento della catena
alimentare fra piante e uomini che, aggiungendo un altro anello, porta
a una perdita di nutrienti per gli uomini dovuta all’uso di un’enorme
parte del cibo per il metabolismo degli animali. In altri termini, l’animale è un convertitore di calorie molto inefficiente, in quanto una
gran parte delle calorie contenute nei mangimi animali (che sono principalmente di origine vegetale) è convertita in escrementi, pelle, ossa,
piume e simili e solo una parte piuttosto piccola in carne, latte o uova.
L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (WHO) ha dimostrato che
un ettaro di terra in un anno può nutrire 19 persone tramite riso, 22
tramite patate ma solo 2 persone tramite agnello e 1 persona tramite manzo (Availability and changes in consumpion of animal products,
Geneva, World Health Organisation).
A questi problemi vanno poi aggiunti anche quelli legati all’impatto
sul clima della produzione di cibi animali. Secondo il rapporto FAO
‘Livestocks’s long shadow’ il settore degli allevamenti animali contribuisce per il 9% alla produzione globale di CO2, per il 65% alla produzione di ossido di diazoto (N2O) derivato da attività umane, e per
il 37% alla produzione di tutto il gas metano prodotto dall’uomo. In
Essere nuovi Be new
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termini di contributo globale alla produzione di emissioni umane di
gas serra, l’allevamento animale contribuisce al 18% di tali emissioni e
a quasi l’80% di tutte le emissioni dovute al settore agricolo (H. Steinfeld, P. Gerber et al., Livestock’s long shadow. Environmental issues
and options, Rome, Food and Agriculture Organization of the United
Nations, FAO, 2006).
In sintesi, nella grande maggioranza dei sistemi di allevamento animale gli animali rappresentano dei concorrenti per gli uomini per il cibo
e portano a perdite di calorie lungo il percorso che va dalle piante agli
uomini, a causa del metabolismo animale, che su scala globale sono
enormi.
Una delle idee che negli ultimi tempi sono state proposte per cercare
di migliorare la situazione in questo campo è la produzione di carne
attraverso metodiche rivoluzionarie, molto distanti dall’attuale allevamento animale. L’approccio di cui attualmente si parla di più per
la produzione di carne artificiale è l’approccio in vitro, che consiste
nella preparazione di prodotti della carne attraverso tecnologie di ingegneria tissutale. La carne coltivata o in vitro potrebbe avere vantaggi rispetto alla carne tradizionale dal punto di vista finanziario, della
salute, del benessere animale e del rispetto e tutela ambientale. L’idea
è di produrre carne animale, ma senza usare gli animali. Le cellule di
partenza potrebbero essere prese da animali viventi o da embrioni
animali e poi essere messe in un mezzo di coltura dove inizierebbero a
proliferare e crescere. In linea teorica questo processo potrebbe essere
sufficientemente efficiente per far fronte all’intera domanda globale di
carne. Produrre carne in vitro per ottenere prodotti processati come
salsicce, burgers e similari potrebbe risultare di più facile realizzazione, mentre produrre in vitro una bistecca in cui la carne coltivata dovrebbe essere molto più strutturata rappresenta una sfida molto più
complessa, visto che non è sufficiente ottenere la riproduzione cellulare, ma è necessario riprodurre un complesso tessuto muscolare.
Fra i numerosi problemi tecnici da risolvere per la produzione di carne in vitro sono da ricordare la scelta dei tipi cellulari a partire dai
quali iniziare le colture cellulari e tissutali, la definizione dei mezzi
di coltura per moltiplicare e differenziare le cellule, la scelta di uno
scaffold commestibile sul quale far proliferare le cellule, la costruzione
di grandi bioreattori e le tecnologie per il processamento delle cellule
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Michele Morgante
coltivate in alimenti che siano attrattivi per il consumatore. In termini
economici e ambientali non sono al momento quantificabili gli esatti
vantaggi o svantaggi della produzione di carne in vitro rispetto alla
produzione tradizionale, visto che il processo per la produzione di
carne in vitro non è ancora definito nei suoi dettagli tecnici. Ciò nonostante, un’analisi iniziale mostra che la produzione di carne in vitro
potrebbe portare a un uso di energia inferiore del 35-60%, emissioni
di gas serra più basse del 80-95% e utilizzo di superficie agricola diminuito del 98% (H.L. Tuomisto, M.J. Teixeira de Mattos, Life cycle
assessment of cultured meat production, 7th International Conference
on Life Cycle Assessment in the Agri-Food Sector, Bari, Italy, 2010).
Nell’agosto 2013 il team di ricerca guidato da Mark Post, professore
di Fisiologia e ingegneria tissutale presso l’Università di Maastricht
in Olanda, ha presentato a Londra il primo hamburger di carne coltivata in vitro, che è stato cucinato dallo Chef Richard McGeown, del
Couch’s Great House Restaurant in Cornwall e assaggiato da esperti.
L’hamburger è stato ottenuto dalla coltivazione di 20.000 sottili strisce
di tessuto muscolare coltivato, ottenute partendo da cellule staminali
di bovino e si stima sia costato svariate decine di migliaia di euro.
Siamo quindi ancora lontani da un’applicazione su larga scala e vi è
bisogno ancora di molta ricerca per diminuire i costi e migliorare la
qualità del prodotto. Dal punto di vista fondamentale dell’accettazione sociale, la Commissione europea ha condotto un Eurobarometro
nel 2005 che ha incluso la domanda sulla accettabilità per i cittadini
europei della carne ottenuta da colture cellulari come alternativa alla
macellazione degli animali allevati. Questo sondaggio mostra che la
carne in vitro incontrerebbe notevole scetticismo e resistenza in Europa, con il 54% degli europei che non la mangerebbero mai e il 12%
solo in circostanze eccezionali.
Quali altre opzioni abbiamo? È pensabile andare almeno nei Paesi più
sviluppati verso diete interamente basate su prodotti vegetali? Benché
manchino ancora dati empirici e prove scientifiche per una dieta siffatta, bisogna ricordare che la maggiore organizzazione statunitense
di professionisti del cibo e della nutrizione, la American Dietetic Association (ADA) ha già dato la sua approvazione a una dieta vegana.
Avvicinarsi a un tale tipo di dieta attraverso l’utilizzo di cibi alternativi
e una marcata riduzione del consumo di prodotti animali potrebbe
Essere nuovi Be new
73
consentire di abbandonare sistemi di allevamento animale di tipo intensivo e industriale. Una dieta vegana, per risultare in una nutrizione
ottimale dal punto di vista della salute, dovrebbe prevedere la fortificazione degli alimenti, specifiche tecniche di fertilizzazione delle
colture e miglioramento genetico delle varietà coltivate per perfezionarne le caratteristiche nutrizionali. Se adottata, la dieta vegana potrebbe portare a diminuire malattie causate da batteri negli alimenti,
diminuire il colesterolo e gli acidi grassi saturi e aumentare la quantità
di fibre, vitamina C ed E. Gli interventi di fortificazione, fertilizzazione e miglioramento genetico sono necessari per riuscire ad aumentare,
in una dieta di questo tipo, i nutrienti essenziali che potrebbero essere
carenti, quali le vitamine B12 e D, alcuni minerali, acidi grassi quali
gli omega-3 (in particolare DHA e EPA) e aminoacidi essenziali quali
la metionina. Per tutti questi elementi esistono sistemi di produzione
che non prevedono l’uso di animali (ad esempio sintesi chimica, estrazione da proteine vegetali, fermentazione microbiologica). Va altresì
ricordato che quando ci addentriamo nel campo delle diete e dei loro
effetti sulla salute, i grandi assenti sono dati empirici e prove scientifiche, e quindi queste considerazioni vanno prese cum grano salis.
Quali tipologie di allevamenti animali potrebbero essere difendibili
in futuro? Sicuramente tutti quegli allevamenti che producono alimenti per la nutrizione umana in aree dove nessun altra produzione
di cibo è possibile, come allevamenti di ruminanti al pascolo libero su
pascoli che non possono essere usati per altre produzioni agricole. In
casi come questo gli animali agiscono come ‘creatori di calorie’ e non
competono con l’uomo per il cibo, diventando ‘distruttori di calorie’.
Riportando la discussione al tema generale da cui siamo partiti, ossia
come faremo a nutrire una popolazione crescente in numero e in esigenze alimentari a fronte delle emergenze ambientali esistenti, a parte
l’ottimizzazione dell’efficienza energetica della produzione di cibo
che potrebbe derivare da un minore utilizzo dei prodotti animali, è indubbio che un contributo importante dovrà venire dall’aumento delle
produzioni agricole. È quindi veramente possibile pensare a un futuro
del pianeta in cui riusciremo a nutrirci in maniera completa sia da un
punto di vista qualitativo che quantitativo aumentando le produzioni
e diminuendo il loro impatto ambientale, senza ricorrere profondamente alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica? Potremo
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Michele Morgante
limitarci a tornare indietro a ciò che coltivavamo in passato, come
molti soprattutto in Italia vagheggiano? Oppure: quali sono le innovazioni di cui abbiamo bisogno? Solo miglioramenti incrementali di ciò
che già utilizziamo, oppure vere rivoluzioni nel modo di produrre gli
alimenti? Sperare che nell’agricoltura italiana e anche in quella mondiale si possa andare avanti e guardare al futuro ritornando indietro
e recuperando ciò che coltivavamo 100 anni fa, senza ulteriormente
migliorarlo geneticamente, è una pura e semplice utopia, che non ha
fondamento né scientifico né economico, visto il contributo decisivo
che il miglioramento genetico ha dato nel corso della storia dell’uomo
all’aumento delle produzioni agricole e al benessere della popolazione
umana. Modificare geneticamente le piante di cui ci nutriamo è un’esigenza imprescindibile, a cui l’uomo ha dato risposta con tecnologie
che si sono via via affinate nel tempo e hanno consentito progressi
decisivi nell’agricoltura. Escludere in maniera preconcetta le nuove
potenti tecnologie oggi a disposizione del miglioramento genetico vegetale, che ci consentono di modificare le piante in maniera più precisa ed efficace, non risponde ad alcuna logica, se non a quella di chi
vuole portare avanti i propri interessi e non quelli del paese e dell’ambiente in cui vive.
Michele Morgante
Professore ordinario di Genetica presso l’Università di Udine. È direttore
scientifico dell’Istituto di Genomica applicata, membro del consiglio scientifico del CNR e autore per prestigiose riviste scientifiche. Nel 2005 ha ricevuto
la medaglia per le Scienze fisiche e naturali dell’Accademia delle Scienze detta
dei XL ed è dal 2007 socio dell’Accademia nazionale dei Lincei, Classe di
scienze fisiche, matematiche e naturali.
Essere nuovi Be new
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GRANDI INNOVAZIONI
ATTRAVERSO I BIG DATA
Viktor Mayer-Schönberger
Siamo agli albori di un’importante nuova era nella storia dell’umanità.
Se la rivoluzione di Gutenberg è stata alimentata dalla parola stampata, dal contenuto intellettuale, questa rivoluzione, ormai imminente,
lo sarà dai dati e migliorerà il modo in cui prendiamo le nostre decisioni, da quali prodotti acquistare (o produrre) a quali terapie sono
efficaci, da come educare i nostri figli a come inventare un’autovettura
senza conducente. Di conseguenza, nell’arco di un decennio, le nostre vite saranno molto diverse da oggi, sostanzialmente non perché
disporremo di un nuovo strumento tecnico, bensì perché avremo una
comprensione nettamente migliore della realtà.
In quanto esseri umani, desideriamo e abbiamo bisogno di capire
il mondo attorno a noi per sopravvivere e prosperare. Siamo partiti
da superstizioni, pregiudizi e convinzioni. Successivamente abbiamo
imparato a basare il nostro concetto della realtà su teorie corroborate da dati. Secoli fa, le università italiane hanno accolto le premesse
dell’illuminismo. Nel XX secolo siamo giunti a verificare con rigore
le nostre teorie utilizzando dati empirici, un approccio scientifico che
ha iniziato a permeare il nostro processo decisionale, anche nel campo
del commercio.
È tuttavia sorto un ostacolo: poiché la raccolta, la memorizzazione e
l’analisi dei dati si sono rivelate molto dispendiose in termini di tempo
e risorse economiche, abbiamo escogitato ogni sorta di scorciatoia ed
escamotage per utilizzare il minor numero di dati possibile al fine di
convalidare (sempre che sia possibile) la nostra interpretazione del
mondo. I sondaggisti politici chiedono a poco più di un migliaio di
potenziali elettori di valutare l’opinione politica dell’intera popolazione; gli esperti di marketing utilizzano gruppi target e piccoli campioni
per stimare la domanda di un nuovo prodotto; i direttori di stabilimento fanno testare campioni casuali di prodotti prelevati dalle linee
di produzione per garantirne la qualità in generale. Oggi, pertanto, le
76
Viktor Mayer-Schönberger
nostre decisioni si basano, nella maggior parte dei casi, su dati empirici, ma poiché ottenerli ha comportato un costo non indifferente, li
utilizziamo come se fossero un prezioso vino d’annata, molto caro, da
centellinare anziché bere avidamente per placare la nostra sete.
Il risultato è che la nostra visione della realtà è distorta e offuscata,
oltre che viziata da un ragionamento errato, basato su dati tutt’altro
che imparziali. Peggio ancora: in un mondo siffatto, siamo solo capaci di esplorare interrogativi già posti, non di generarne di nuovi, sui
quali non abbiamo ancora riflettuto. È un mondo in cui preferiamo
intuire il ‘perché’, anziché sapere ‘cosa’. Più di 150 anni fa, l’ungherese Semmelweis si è occupato del fenomeno del decesso delle donne
dopo il parto, suggerendo che i medici avrebbero dovuto lavarsi accuratamente le mani prima di visitare una nuova paziente e dimostrando che, con tale semplice precauzione, il numero di decessi poteva
notevolmente diminuire. Tuttavia, poiché Semmelweis non è stato in
grado di provare la reale causa della sua intuizione, i colleghi lo hanno
deriso e, per decenni, i medici in Europa hanno ignorato il suo consiglio; di conseguenza, decine di migliaia di donne hanno continuato
a perdere la vita. Semmelweis ha utilizzato dati per mostrare una correlazione, un nesso tra la pulizia delle mani e una drastica riduzione
delle infezioni intraospedaliere, fornendoci in tal modo una chiave di
lettura della realtà che non avevamo.
Scoprire i nessi nascosti nei dati è esattamente l’obiettivo dei Big Data,
ma a una velocità mozzafiato, grazie a potenti strumenti digitali e alla
loro straordinaria capacità di raccogliere, memorizzare e analizzare dati.
Con i Big Data siamo in grado di prevedere quando un componente
della nostra autovettura potrebbe rompersi prima che ciò effettivamente avvenga. Le multinazionali della logistica come Fedex e UPS
già li utilizzano per la manutenzione dei veicoli in servizio, in modo
che non restino inaspettatamente in panne sul ciglio della strada, risparmiando, in tal modo, centinaia di milioni di dollari ogni anno.
Sono in corso ricerche per ottenere lo stesso risultato sul corpo umano: individuare una patologia prima che i sintomi si manifestino e in
una fase in cui è ancora possibile combatterla facilmente. La chiave
sta nel fatto che siamo in grado di prevedere un ‘malfunzionamento’
analizzando enormi quantità di dati e ricercando modelli specifici di
correlazione con il ‘disturbo’.
Essere nuovi Be new
77
Ma non basta: con i Big Data possiamo non limitarci più a utilizzare i
dati soltanto per convalidare un’ipotesi già formulata. Possiamo invece ‘lasciare che i dati parlino’ e ci indichino l’ipotesi più promettente.
Negli anni ’90, Amazon lo ha sperimentato nel campo dei consigli
per gli acquisti, definendo categorie per classificare i clienti in base
a precedenti transazioni di acquisto, senza tuttavia grande successo.
Dopodiché Amazon ha adottato un approccio radicalmente diverso:
ha iniziato ad analizzare i libri che venivano acquistati assieme ad altri dai clienti e ha iniziato a formulare i propri consigli sulla base di
tali informazioni. Il nuovo approccio ha permesso di ottenere risultati nettamente migliori, anche se Amazon non ha assolutamente idea
del motivo per il quale due libri siano acquistati insieme dallo stesso
cliente. Oggi, secondo quanto affermato, il sistema dei consigli per gli
acquisti di Amazon rappresenta il 30% dei suoi proventi.
Il pregio fondamentale dei Big Data consiste nel fatto che ci offrono
nuove prospettive, mentre l’approccio empirico tradizionale si preoccupava soprattutto di convalidare ciò che già sapevamo, e questo rappresenta una nuova fonte di innovazione dalla quale saremo ispirati,
non solo illuminati.
Tale nuova fonte, tuttavia, ci obbligherà anche a prendere coscienza del fatto che l’unica costante nella vita è il cambiamento. Aggiungendo sempre nuove prospettive, scopriremo continuamente nuovi
aspetti della realtà da esplorare, sempre più nuovi interrogativi da
porci, il che potrebbe destare timore in alcuni elementi della nostra
società abbarbicati alle loro posizioni di potere non in ragione della
loro capacità o perspicacia, bensì del loro ostinato attaccamento alla
gerarchia e allo status quo.
Molti ritengono che i vincitori naturali dell’era dei Big Data saranno coloro che li possiedono, ma questa è solo una parte della
verità. Parimenti importante è il concetto che, a differenza della rivoluzione di Gutenberg, non servono cospicui investimenti iniziali
per intraprendere un’analisi dei Big Data. I dispositivi di memorizzazione e analisi dei dati possono essere noleggiati a poco prezzo e,
pagando diritti relativamente modesti, è possibile accedere anche
a serie di dati più ampie. Ciò che realmente conta è comprendere il
potere dei dati e individuare modi innovativi per estrarne il valore
latente. Le piccole e medie imprese, start-up comprese, possono
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Viktor Mayer-Schönberger
farlo altrettanto bene, se non addirittura meglio di alcuni dei principali colossi di internet.
Nella Silicon Valley, come altrove negli Stati Uniti, già vediamo emergere un ecosistema di big dati estremamente dinamico, costituito da
piccole start-up che, raggiunto il successo, vengono acquisite a prezzi
stratosferici dai giganti soltanto allo scopo di fornire a questi imprenditori dei big dati ancora più denaro per creare la start-up successiva,
che avrà ancora più successo. Possiamo tranquillamente ipotizzare
che il prossimo Google o Facebook nascerà proprio da questo gruppo di imprenditori.
Sinora l’Europa ha accusato un ritardo in questo settore, ma deve
recuperarlo, e anche i governi a corto di liquidità possono dare il
proprio apporto al riguardo. Se concedere sovvenzioni era il modo
tradizionale (quantunque costoso) per agevolare l’imprenditoria innovativa, nell’era dei Big Data i governi potrebbero prendere in considerazione l’idea di aprire i loro caveau di dati per ‘sovvenzionare’
l’innovazione dei Big Data. Così facendo, non soltanto metterebbero
a disposizione quella che è la materia prima dell’era dei Big Data, ma
opererebbero anche una scelta molto più economica rispetto alle elargizioni monetarie. È possibile far molto per agevolare l’analisi dei Big
Data. Tuttavia, ciò ci impone un cambiamento.
Inoltre, non tutti i Big Data sono scevri da pericoli. Alcuni loro utilizzi
sono sicuramente nocivi e vanno senza dubbio regolamentati, ma anche per questo occorre capirne e valutarne il potere.
I Big Data modificheranno il modo in cui interpretiamo il mondo, per
cui incideranno molto profondamente su tutti i settori della nostra
economia e della nostra società, creando nuovo valore e nuove opportunità commerciali per quanti ne comprendono i pregi. Inoltre,
a differenza di altre rivoluzioni tecniche della storia, anche le piccole
e medie imprese possono usufruirne a un costo relativamente contenuto e persino i governi possono contribuirvi ‘sovvenzionando’ la
rivoluzione con il loro patrimonio di informazioni.
Se utilizzati in maniera corretta, limitandone le implicazioni pericolose, i Big Data saranno potenti e utili. Tuttavia, ciò che più
conta è prendere coscienza del fatto che si tratta, di per sé, di una
grande innovazione, perché trasforma il modo in cui interpretiamo
il mondo.
Essere nuovi Be new
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Tecnologie e Big Data per comprendere meglio il futuro
Intervista di Fabio Chiusi a Viktor Mayer-Schönberger
Analizzare masse sterminate di dati per comprendere la realtà. O
anticiparla, formulando ipotesi probabilistiche sul verificarsi di determinati eventi o comportamenti. È il cosiddetto ‘Big Data’, che
il docente di Oxford, Viktor Mayer-Schönberger, descrive in un
omonimo volume e in un incontro al Future Forum. Ma è anche
la tecnologia e l’atteggiamento culturale che ha reso possibile lo
scandalo della sorveglianza di massa della NSA (National Security
Agency) statunitense: registrare e processare più dati possibili, su
tutto e tutti.
Professore, il caso NSA è il primo scandalo del Big Data?
Sì, e ci sono due elementi interessanti. Uno è che ce lo aspettavamo,
anche se non di questa portata. L’altro è che nel dibattito pubblico
seguito alle rivelazioni di Edward Snowden si è parlato di sorveglianza, di George Orwell, ma nel mio libro mostro chiaramente come il
vero pericolo di un abuso del Big Data è che l’NSA raccolga così tante informazioni non necessariamente per sorvegliare le persone, ma
perché vuole predirne i comportamenti futuri per poterle mandare
in prigione prima ancora che compiano un crimine. Come nel film
Minority Report.
Non è solo un problema di privacy, dunque, ma di libertà stessa dell’individuo.
La questione della salvaguardia della libertà umana a mio avviso è
perfino più importante di quella della privacy, perché se ci è negato il
libero arbitrio, se siamo imprigionati dalle probabilità, siamo costretti
a essere ritenuti responsabili per qualcosa che ancora non abbiamo
fatto. Ed è la fine delle società libere.
Senza contare che le predizioni dell’NSA non sembrano nemmeno buone, non abbastanza da provare che abbiano sventato attacchi terroristici.
Ma se fossero buone, le mie preoccupazioni non farebbero che aumentare. Facciamo finta che lo siano. Allora si potrebbe dire: ‘perché
non dovremmo prevedere comportamenti futuri per contrastare il ter-
80
Viktor Mayer-Schönberger
rorismo?’ Si creerebbe una forte pressione a livello sociale per mettere
in piedi un meccanismo che fondamentalmente distrugge il libero arbitrio. Quindi dobbiamo rallegrarci che siano inefficaci.
Perché?
Così possiamo dire: «non dovremmo fare previsioni, perché non sono
buone abbastanza». Avere un’agenzia di intelligence efficace è più
problematico che averne una inefficace: una vera minaccia per la democrazia.
Ma l’NSA riesce davvero ad analizzare una massa così ingente di dati?
Sì. A loro interessa soprattutto capire le proprietà delle reti sociali.
Non sono interessati necessariamente a comprendere di cosa stiamo
parlando, ma sono interessati a capire che stiamo parlando.
Cercano correlazioni, invece che cause. Come scrive nel suo libro, l’essenza della ‘rivoluzione’ del Big Data.
Esatto. Stanno costruendo una mappa delle relazioni sociali dell’intera società americana e del resto del mondo.
Lei ha scritto il suo ultimo libro prima dello scoppio dello scandalo. Alla
luce di quanto si è scoperto, pensa che il lato oscuro del Big Data sia già
diventato preponderante?
Non penso che l’equilibrio tra aspetti positivi e negativi si sia ancora
spezzato. Penso che avrei scritto più o meno lo stesso libro. Nell’ultimo capitolo, per esempio, insieme a Kenneth Cukier scrivo molto
chiaramente che senza umiltà e umanità le cose andranno esattamente
nel verso sbagliato.
Come se ne esce?
Non sono i singoli individui a poter fronteggiare il Golia dell’NSA e
fermare questa follia, ma il sovrano. E cioè, in democrazia, il demos,
il popolo. Noi, come collettivo sociale, possiamo agire attraverso il
Parlamento per ottenere trasparenza e controllo sui controllori. Il
vero problema con l’NSA è che il controllo del Parlamento ha fallito completamente. Serve una istituzione indipendente deputata a
farlo, con l’aiuto di una nuova figura professionale: gli ‘algoritmisti’
Essere nuovi Be new
81
di cui parlo nel libro, che aiutino i parlamentari a comprendere le
implicazioni e i limiti delle operazioni dell’NSA e delle altre agenzie
di intelligence.
Viktor Mayer-Schönberger
Professore di Internet Governance and Regulation all’Internet Institute
dell’Università di Oxford. Già docente della School of Management all’Università di Harvard, si occupa di Internet governance e del ruolo dell’informazione in una economia di rete. È consulente del World Economic Forum
e di numerose istituzioni e aziende, tra cui Microsoft, oltre che del governo
austriaco per quanto concerne l’innovation policy. Tra i suoi saggi, è stato
pubblicato anche in italiano il pluripremiato Delete. Il diritto all’oblio nell’era
digitale (Egea, 2013). Le proposte avanzate nel libro si stanno traducendo in
politiche effettive dell’Unione Europea.
82
CRISI DELLA FORMAZIONE E CRISI
DELLE CLASSI DIRIGENTI
Alberto Abruzzese
Il vecchio adagio borghese sosteneva che la ‘proprietà obbliga’: la globalizzazione – ultima tappa della progressiva polverizzazione finanziaria della proprietà in senso originario così come della nazione in senso
storico e sociale – ha vanificato, fatto svanire il sentimento dell’obbligo individuale del proprietario di beni materiali e immateriali nei
confronti della sua comunità di appartenenza e con essa delle altre
esistenze umane e infine del mondo intero, della sua stessa natura.
Questa progressiva liberazione dal carico individuale di possedere per
sé e per gli altri si sta traducendo in supremazia assoluta, imperiale,
di un modo di immaginare e fare mondo che è soltanto occidentale in
quanto è il ‘solo’ a essere stato inventato come ‘possibile’ dall’essere
umano e dalla sua volontà di potenza.
Questa nota si interroga sulla possibilità di creare contenuti in grado
di obbligare la persona a sentirsi responsabile di se stessa e degli altri
spingendosi al di là della dicotomia contemporanea tra proprietà e
impero. Qui stanno le ragioni delle brevi e rapide analisi di questo documento. E da qui discende il suo campo di osservazione: l’università.
La constatazione diretta del degrado in cui versa l’università – tanto i
significati quanto le forme che la contraddistinguono – costituisce la
traccia e lo stimolo iniziale per una teoria più generale.
Chi sono dunque i destinatari? Non ci si rivolge ai differenti attori
universitari, a contratto o di ruolo che siano, al fine di coinvolgerli in
una proposta culturale militante, come vuole la tradizione di chi nella
società si muove secondo un disegno e un obiettivo politico; tanto
meno ci si rivolge a quelle professioni intermedie (manager, artista,
intellettuale, giornalista e scrittore) che, della formazione universitaria, sono il territorio di riferimento, e che, nei giochi universitari,
sono spesso coinvolte, non solo per dare loro qualche incarico o affidamento, ma assai più per fare immagine, creare contatti e clientele,
disporre di mezzi e sponsorizzazioni. Fare scambio di saperi e favori.
Essere nuovi Be new
83
Questo discorso non cerca interlocutori nell’immediato, vuole piuttosto sottrarsi a ogni urgente e cocente attualità, nella convinzione
che tale prospettiva costituisca l’unico modo possibile di fare fronte
all’agire. ‘Stare al passo’ con i bisogni e problemi del momento in
realtà significa rinunciare a qualsiasi opportunità divergente, qualsiasi
interruzione del passato (né un suo ripensamento, né l’accettazione
del presente che lascia intravedere). L’obiettivo è arrivare a una prima
riflessione sul lavoro intellettuale e sulla sua utilizzazione in campo
formativo: mostrare la sua crisi complessiva, generale, non soltanto al
centro (o periferia?) delle istituzioni accademiche ma anche alla deriva di tutte quelle forme di lavoro intellettuale non universitario che
di tali istituzioni sembrano essere l’insidia e insieme la pretesa, solo in
parte consapevole, di un ricambio epocale.
In cosa consiste l’innovazione introdotta da ambiti così decisivi per
la vita umana? Un giudizio sul valore degli studi letterari e filosofici,
sociologici e mediologici, deve considerare il doppio piano attraverso
cui il sapere umanistico ha inciso, dalle origini della società industriale
fino all’attuale società delle reti: la sfera privata dei consumi e quella
pubblica delle università. La comprensione del mondo, dei conflitti e
delle abitudini dominanti, si è sviluppata secondo due direttrici parallele: da un lato un sapere esperienziale, perfettamente aderente ai
flussi e ai capricci della vita quotidiana, dall’altro un sapere progressivamente distante dalla realtà, addirittura fiero di esserlo, interessato,
per necessità o cecità, al proprio potere più che alla effettiva ricerca
dei contenuti per il quale esercitarlo. Ai ritmi, ai vuoti e agli eccessi
della prima modalità, la seconda ha risposto e ancora risponde creando campus e spazi chiusi, riviste e collane del tutto autoreferenziali.
Qui si è andato elaborando un sistema di valori e interdizioni che –
invece di superare i limiti del consumo, spingersi oltre ciò che già di
per sé si fa illimitato, siderale, e quindi costruire a partire da questo
salto politico-culturale l’esperienza di un territorio di vita attuale e
significativo – moltiplica la forza e l’efficacia delle sue opposizioni e
congiunzioni tra teoria e pratica, qualità e quantità, soggetto e oggetto, riflessione e vissuto, studio e professione.
Pur nelle reciproche contaminazioni, fino all’epoca televisiva queste
sfere – da un lato la produzione di sapere e dall’altro il consumo di
esperienza, da un lato i linguaggi della scrittura e dall’altro i linguaggi
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Alberto Abruzzese
del corpo: da un lato la cultura dei colti e dall’altro la cultura popolare
o meglio di massa – hanno funzionato come due universi autonomi,
sicuri dei loro interlocutori come delle loro rispettive funzioni: occupare e disegnare il tempo professionale, divertire e intrattenere i
momenti di pausa e svago. Oggi, nell’epoca delle reti, si assiste a una
profonda riconfigurazione dell’esistente: a una messa in discussione
delle precedenti distinzioni tra pubblico e privato, lavoro e loisir, interiorità ed esteriorità, si pone con drammatica urgenza la necessità di
un ripensamento dei modi e dei luoghi predisposti alla ricerca e alla
conseguente formazione professionale.
Sono coinvolti, in questo dibattito, anche coloro che, pur non avendo
mai vissuto il consumo e il sapere come due dimensioni inconciliabili, hanno da subito creduto in un percorso formativo centrato sulla
ricchezza simbolica del mondo. Spinti dalla convinzione che i media
e i loro immaginari potessero di per se stessi costituire un contenuto
formativo, la base su cui erigere un pensiero instabile e provvisorio
ma costantemente teso alla comprensione del vissuto, interessato alle
trasformazioni dell’esperienza piuttosto che alle metamorfosi del potere e della proprietà. È stata ed è la posizione più contrastata dalle
tradizioni istituzionali e politiche; persino dall’impresa, spinta – non
molto diversamente dalla politica – dal suo servilismo nei confronti
dei valori che più sono in grado di consentire facili consensi e connivenze. La risposta delle parti coinvolte in queste polemiche – in questo scontrarsi tra diverse (ma non troppo o non abbastanza) politiche,
ovvero tra diverse forme di abitare il mondo – è stata frantumata dalle
proprie inconciliabili contrapposizioni ideologiche. La mediologia
più attenta alla sociologia dell’immaginario e dei consumi è andata
almeno cercando un pensiero esperto nel superare la dialettica tra
consumo e sapere, riconoscere il divario incolmabile che separa, da
un lato, un umanesimo accademico sprofondato in miseria, confinato
in una posizione marginale e insignificante, e dall’altro, un umanesimo
di consumo divenuto straordinariamente potente, non solo ai vertici
ma anche alla base della vita quotidiana.
Tuttavia, è stata una miopia insistere così a lungo sullo scontro tra
filosofie e estetiche del consumo e filosofie e estetiche delle istituzioni.
Non poteva che essere una battaglia di retroguardia. Dunque non può
più bastare (è mai bastato?) un pensiero che, pur senza incertezze e
Essere nuovi Be new
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ambiguità, ancora voglia porre questioni di fondo come queste, cruciali per molti intellettuali di buona volontà ma del tutto interne alla
tradizione politica occidentale: quali obiettivi assumere e raggiungere
nell’ambito del sapere umanistico? Quali luoghi e soggetti costruire
in vista di una sua effettiva realizzazione? Quali pubblici o mercati
immaginare per una sua reale ed efficace diffusione? È ormai evidente
che si tratta di questioni in cui l’umanesimo stesso si limita a interrogarsi su se stesso, a mostrarsi perfettibile, a rivendicare la propria
universalità e il proprio universalismo, ma anche a restaurare le sue
capacità politiche; la sua ambizione a orientare ogni genere di conflitti. A conservare il proprio tempo, la sua Storia: le forme di vita
di una sapere consustanziale al potere e in particolare al manto di
valori sociali di cui veste la sua sovranità sulla vita. Se le domande
sull’umanesimo restano dentro queste sue strategie di incantamento,
c’è da chiedersi, prima di penderne le distanze, quali siano gli ambiti
– gli abiti e le abitudini – in cui il lavoro intellettuale esercita la propria influenza sulle opinioni e sui processi formativi, senza riuscire a
emanciparsi dalla corazza del proprio umanesimo e tuttavia perdendo
terreno sul piano dei suoi stessi contenuti.
L’indicatore che meglio di altri riassume la crisi dell’università e dei
processi di civilizzazione a essa connessi, è la progressiva perdita di
reputazione. Il prestigio di un docente, e per estensione di un libro o di
un film, si rivela nell’attimo in cui la comunicazione realizzata da quel
singolo intervento, avvento, evento appare talmente autorevole da imporsi all’opinione comune, talmente efficace da formare e disegnare il
destinatario. Il principio teorico soggiacente all’intero sistema riflessivo di McLuhan – il medium è messaggio – sostiene che la qualità del
medium sia in generale più forte di colui che prende voce in quello
stesso dispositivo. Le singole comunicazioni godono di un grado di
reputazione direttamente proporzionale al successo e al potere di cui
dispone il medium in oggetto. Così, gli accademici del passato erano
grandi perché grande era l’istituzione che essi stessi contribuivano a
rendere tale; altrettanto circolare era ed è il prestigio tra testate della
stampa e grandi giornalisti. La deriva che attraversa oggi l’istituzione
universitaria è dovuta, in parte, a una esasperata burocratizzazione,
in parte a una diffusa incapacità nel leggere e attribuire valore a una
formazione anti-accademica, legata al consumo e ai suoi ambienti più
86
Alberto Abruzzese
significativi. Si pensi in particolare a come la pubblicità e la fiction
televisiva abbiano accelerato alcune trasformazioni essenziali: il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale, dalla riproducibilità tecnica a quella digitale, dalle identità collettive alla persona.
L’università, con i suoi protocolli di lavoro e comportamento, non
sembra in grado di reggere i ritmi e la velocità delle reti. Lungo il
corso della modernità, gli apparati predisposti alla formazione riuscivano, mediante una struttura verticale, a conservare reputazione, ad
anticipare i contenuti necessari al proprio avanzamento. Nel tempo
assai più rapido dell’eclissi dei soggetti e dei valori moderni, potrebbe
invece servire un focolaio di sapere destinato a ‘mettere in forma’ contenuti in tutto anti-moderni, una radura di pensiero teso a elaborare
quelle capacità che sfuggono agli attuali regimi di senso.
Alberto Abruzzese
Insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi allo IULM di Milano, dove è responsabile scientifico del Master in Management dei processi
creativi. Esperto di comunicazione e new media, ha svolto attività di ricerca
e consulenza per aziende private e pubbliche, per il CNR e per il Ministero
dei Beni Culturali. È autore di saggi sulla comunicazione e sui nuovi media,
tra i quali: L’intelligenza del mondo, fondamenti di storia e teoria dell’immaginario (Meltemi, 2001), L’occhio di Joker. Cinema e modernità (Carocci, 2006);
Contro l’Occidente. Analfabeti di tutto il mondo uniamoci (Bevivino, 2010);
Il crepuscolo dei barbari (Bevivino, 2011); Forme estetiche e società di massa
(Marsilio, 2011).
Essere nuovi Be new
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IL MERCATO INTELLIGENTE
Derrick De Kerckhove
Spesso, nel mondo imprenditoriale, si citano le risorse umane, la
tecnologia e i mercati come le tre fonti di qualunque economia.
Tuttavia, la digitalizzazione le ha ridefinite tutte, ridistribuendo
le risorse umane e diversificando infinitamente i mercati. L’odierna economia è contrassegnata da quella che potrebbe definirsi la
‘condizione digitale’, di cui una delle caratteristiche principali è
ovviamente il fatto di essere basata sull’alternanza di zero e uno
al posto delle complesse articolazioni dell’alfabeto, che garantisce
la convergenza di tutto, la traduzione di ogni sostanza, senso o
esperienza, incorrendo nell’inestricabile fusione tra contenitore e
contenuto. In ragione di questa alternanza, un cellulare può contenere, tradurre ed espandere le forme convergenti di tutta la comunicazione umana sin dall’inizio dei tempi. La condizione digitale è
ubiqua e rende vicini tutti e tutto. L’accesso istantaneo a persone,
oggetti e servizi promuove una ‘cultura partecipativa’ suscitando
nella gente il desiderio di essere coinvolti, un’esigenza alimentata
dai social media. La connettività è virale e la reputazione diventa
un capitale realmente importante.
Al momento, l’economia digitale è guidata dalle grandi metafore industriali come il cloud computing, la cosiddetta ‘nuvola informatica’,
o l’internet degli oggetti e, più recentemente, i Big Data. L’aspetto
curioso, però, è che nessuna di queste ‘innovazioni’ è affatto nuova.
Tutta l’informatica di rete, dagli albori di internet alla memorizzazione effettiva in database indipendenti da dispositivi, ha sfruttato
una ‘nuvola’ sospesa in qualche posto in attesa che qualcuno la riportasse a terra. L’internet degli oggetti è stato inventato due decenni fa da Neil Gershenfeld presso il Center for Atoms and Bits
del Massachusetts Institute of Technology, molto prima che la distribuzione di tag e sensori e gli indirizzi univoci dei nostri telefoni
diventassero normale amministrazione. Sembra come se queste parole di moda emergano dalla pratica delle reti per imprimere una
nuova direzione al settore delle telecomunicazioni e delle tecnologie
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Derrick De Kerckhove
dell’informazione e della comunicazione. I Big Data sono semplicemente un’estensione del concetto di Customer Relation Management
(CRM), ovverosia la gestione della relazione con i clienti, una pratica
esistente da circa trent’anni.
Tuttavia, la vera fonte di una possibile rinascita dell’economia è ciò
che è ora noto come il ‘mercato intelligente’, costituito da persone
collegate in rete che si riuniscono puntualmente online per valutare e
consigliare prodotti e servizi, crearne o proporne di nuovi, sviluppare
applicazioni e mash-up. Il mercato intelligente supera tutti i confini
gerarchici e conosce tutti i segreti delle aziende, mettendo in discussione il motivo per il quale la gente dovrebbe continuare a sottostare ai
grandi azionisti quando può diventare il vero protagonista di progetti
che ha scelto personalmente. Infatti, se non vi sono business angel in
vista, queste persone collegate si riuniscono online anche per finanziare direttamente un progetto. Il crowdfunding, detto anche microfinanziamento collettivo, sebbene ancora allo stato embrionale, può, di
fatto, essere il segnale di una svolta del tutto innovativa nell’economia,
oltre che fonte di creatività e prosperità. Grazie a Creative Commons,
movimento per la liberalizzazione del copyright, i mercati intelligenti
possono usufruire online di contenuto riutilizzabile e remixabile per
creare mash-up di applicazioni.
I mercati intelligenti trovano posto nella coda lunga degli interessi
della gente tramite siti di consigli e social media. Internet funge, infatti, da sistema limbico sociale trasferendo emozioni attraverso confini geografici, sociali e ideologici. Benché molto traffico in rete sia
irrilevante o illogico, la maggior parte di esso è emozionale perché le
emozioni, positive o negative che siano, sono ciò che la gente è più
pronta a condividere, incoraggiata anche da Twitter, blog e Facebook.
Pertanto, proprio come la creazione di contenuto tende a dipendere
sempre più dal contenuto generato dagli utenti, il cosiddetto UserGenerated-Content (UGC), la promozione nei mercati intelligenti si
affida a una sorta di ‘pubblicità generata dagli utenti’.
Sono tre le regole d’oro per promuovere qualunque cosa nei mercati
intelligenti:
1. essere presenti online;
2. stimolare il coinvolgimento;
3. creare comunità.
Essere nuovi Be new
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Come raccomanda il Clue-Train Manifesto, dimentichiamo il branding e il broadcasting per trasformare, invece, la promozione in una
conversazione. Sta diventando sempre più importante essere presenti online anziché sui cartelloni pubblicitari, tanto che il Sindaco
di San Paolo del Brasile, suscitando notevole apprezzamento, ha
eliminato tutta la pubblicità da strade e viali della città, seguito ben
presto, in tale iniziativa, da Houston negli Stati Uniti. Consideriamolo un debole segnale del futuro. Gli stessi utilizzatori di questa
formula pubblicitaria sono abbastanza compiaciuti della decisione:
se nessuno può più utilizzare questo genere di pubblicità, la concorrenza non verrà da lì e potranno investire il loro denaro in mezzi di
comunicazione più efficaci.
Il secondo elemento è il coinvolgimento. In una cultura partecipativa,
la gente non vuole che le si dica cosa fare (‘Mangia questo’, ‘Guarda
questo’, ‘Vota per questo candidato’, ecc.). Ora che può esprimere i
propri sentimenti attraverso Twitter, desidera dire la sua al riguardo.
L’idea è, pertanto, quella di scoprire strategie e mezzi per coinvolgere
il potenziale pubblico e invitarlo a una conversazione. La forma minima di coinvolgimento – e contenuto emozionale – è rappresentata
dalla pratica futile, ma efficace, di fare clic su ‘Mi piace’ per qualunque cosa. Personalmente non lo faccio mai perché non apprezzo il
sistema; non voglio che i miei sentimenti siano ridotti a un qualche
trucchetto binario!
La terza regola d’oro della promozione nell’era digitale è creare comunità. Il modo migliore per far parlare di sé, dei propri prodotti
o dei propri servizi consiste nel riunire la gente affinché si scambi
opinioni, creando in tal modo una comunità di interesse. Attenzione,
però: ciò potrebbe anche ritorcersi contro se si commette un errore.
La reputazione è il valore più prezioso e non va dimenticato che si è
sempre valutati. Tutta colpa di uno dei più importanti innovatori della
cultura digitale, un italiano la cui invenzione ha supportato l’industria
più potente dei nostri tempi, Google. Massimo Marchiori ha, infatti,
inventato e sviluppato il page ranking e, per questo, tutti noi siamo
continuamente classificati in qualche luogo, in qualche modo, anche
voi, cari lettori.
Esistono già molti esempi dell’utilizzo di tali regole nei mercati intelligenti e intendo descriverli per vedere come potrebbero essere
90
Derrick De Kerckhove
applicati a Udine al fine di indicare la via per la possibile rinascita
dell’economia al Future Forum.
Derrick De Kerckhove
Massmediologo di fama internazionale, insegna Sociologia della cultura digitale e Marketing e nuovi media all’Università di Napoli. Allievo ed erede
intellettuale di Marshall McLuhan, è uno dei massimi studiosi della web
society oltre che uno dei più autorevoli teorici della comunicazione. I suoi
concetti di brainframes e di intelligenza connettiva sono al centro del dibattito contemporaneo. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in
Culture & Technology dell’Università di Toronto, dove è tuttora docente.
Poliglotta, tiene seminari in tutto il mondo. Tra i suoi saggi tradotti in italiano: Brainframes: mente, tecnologia mercato (Baskerville, 1993); L’architettura dell’intelligenza (Testo&Immagine, 2001); Transpolitica: nuovi rapporti
di potere e di sapere (con V. Susca, Apogeo, 2008); Il sapere digitale (con A.
Buffardi, Liguori, 2011).
Essere nuovi Be new
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LA SCUOLA DEL FUTURO
Paolo Palamiti
La scuola del futuro terrà conto in qualche modo di quanto il mondo
sia cambiato negli ultimi 20 anni e continui a farlo in maniera molto
sostenuta giorno per giorno, allargando i suoi confini e facendo dipendere i suoi sviluppi da variabili sempre più complesse e sempre
più difficili da controllare. Laurearsi oggi, oppure prendere un diploma, significa essere ben lungi da una soluzione definitiva riguardo al
proprio futuro, sia in termini lavorativi che in termini di conoscenze
acquisite. La vecchia idea che avevamo fino a qualche tempo fa di
titolo di studio, un po’ come se fosse un titolo onorifico che poteva
garantire il diritto a un certo tipo di impiego e a un certo compenso,
è ormai definitivamente tramontata, dietro il sipario dell’ennesima rivoluzione industriale e della globalizzazione. Quello che i ragazzi di
domani dovranno imparare sarà di guardare il mappamondo in modo
diverso rispetto al modo in cui lo hanno sempre guardato i loro genitori. La nostra idea di planisfero era quella che si trovava appesa
in tutte le aule insieme al crocefisso, con l’Europa al centro e tutti gli
altri continenti intorno. La geografia che ci insegnavano a scuola era
quella con le nazioni, i confini, le capitali, i fiumi, i laghi e le catene
montuose, dove al massimo si arrivava a toccare un po’ di orografia
e un po’ di tettonica delle placche. Il planisfero di oggi dovrebbe almeno prendere in considerazione l’idea di mettere la Cina al centro
del mondo, sulla base degli sconvolgimenti che la sua apertura dei
mercati e lo spostamento verso il mercato delle dinamiche della sua
economia hanno provocato all’economia e alla politica internazionale.
Se si volesse poi essere ancora più moderni e ancora più espliciti, si
dovrebbe provare a immaginare un insegnante che ogni giorno cambia il disegno del suo planisfero, quello appeso nell’aula dove insegna,
mettendoci al centro un altro Paese, o almeno un’altra area geografica.
Quelli che fino a poco tempo fa erano i BRIC (Brasile, Russia, India
e Cina) poi sono diventati i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud
Africa), poi sono diventati i NEXT 11 (Bangladesh, Egitto, Indonesia,
Iran, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia, Corea del Sud,
92
Paolo Palamiti
Vietnam), fino a diventare oggi i MINT (Messico, Indonesia, Nigeria,
Turchia). Nel giro di pochi anni ognuna di queste sigle ha rappresentato il futuro, come a voler dire ai nostri giovani «se volete veramente
crescere e guardare al futuro non potete non pensare di specializzarvi
in uno di questi Paesi».
Se provo a immedesimarmi in uno qualsiasi di questi ragazzi, sarei già
sconvolto, nei panni della maggior parte di loro, di dover fare i conti
con il fatto di dover guardare al futuro al di fuori di quei confini entro
i quali ho trascorso i miei giorni fino a oggi, ovvero il mio paese, o la
mia città, la mia provincia o al massimo la mia regione. Il significato
di domestico, i miei insegnanti dovranno insegnarmi che da qualche
tempo non è più lo stesso, che non è più legato alla mia casa, alle mie
mura, alla mia famiglia, al mio giardino e che inteso in questo senso
può diventare un vincolo. Rimane invece una risorsa se l’aggettivo
domestico lo associo a una cultura e a un insieme di tradizioni che
fanno parte integrante della mia identità e delle quali io mi posso
fare forte per creare valore aggiunto. Ripensare a un nuovo modo
di concepire il mio attaccamento alla mia casa, alla mia famiglia, al
mio giardino, alla mia cultura e alle mie tradizioni sarebbe comunque soltanto il primo passo da compiere verso una nuova dimensione
entro la quale dover concepire la mia cultura e la mia società: quella
europea. L’Europa, infatti, è ormai entrata a far parte delle nostre
vite molto più in profondità di quanto ci immaginiamo o qualcuno
ci vuole dare a credere. Partendo dall’idea che ormai più della metà
del nostro patrimonio legislativo è soltanto la trasposizione a livello
nazionale di decisioni prese a Bruxelles, in un mondo così fortemente globalizzato come il nostro, quella europea sarà sempre di più la
nostra dimensione minima, dove i nostri giovani dovranno andare
a inserire le loro vite, le loro decisioni di studio, la loro dimensione
culturale, insieme a quella lavorativa.
L’Europa è ormai entrata talmente tanto a far parte del nostro immaginario e della nostra idea di futuro da aver ormai intaccato anche
il nostro modo di sognare. Anche senza rendercene conto, ad esempio, ormai facciamo sempre di più appello, non soltanto noi europei,
a un’Europa che protegga per il futuro un’idea di pace che ha saputo
garantirci negli ultimi 60 anni, come mai era successo prima. Questa
pace, in particolare, l’Europa continua a difenderla con grande suc-
Essere nuovi Be new
93
cesso (come testimonia il Premio Nobel per la pace di cui l’Unione
Europea è stata insignita proprio nel 2013) sia all’interno che all’esterno dei propri confini, andando ad allargarli anche proprio con
la speranza di riuscire a raggiungere regioni del mondo all’interno
delle quali il raggiungimento della pace attraverso l’Europa rimarrebbe davvero l’ultima speranza concreta di successo (come nel caso
del Medio Oriente). Inoltre, parlando del modo in cui l’Europa ci
insegna a sognare, non possiamo non pensare al modo diverso in
cui l’Europa ci fa pensare (o almeno dovrebbe farci pensare) alla
gestione della nostra politica. Da questo punto di vista, infatti, mi
immagino e abbiamo voluto immaginarci attraverso il Future Forum
una scuola dove la politica, così come la storia, vengono insegnate sì
a partire dai greci, ma arrivano almeno fino quasi ai giorni nostri, addirittura spingendosi oltre la nostra epoca, fino al futuro. Perché soltanto in questo modo si riuscirà davvero a far capire a chi il nostro
Paese, o le nostre amministrazioni o le nostre imprese, un giorno le
dovranno guidare, che la nostra politica oggi, avendo come punto
di riferimento quello europeo e poi quello internazionale, non è soltanto diversa da quella dei greci, ma è anche molto diversa da quei
partiti e da quelle ideologie che hanno governato il nostro mondo
fino ai primi anni ’90. La fine della guerra fredda, infatti, e la caduta
del muro del Berlino, hanno fatto entrare le generazioni di allora in
un’epoca storica che, se da un lato rappresenta la nostra attualità,
dall’altro ha creato dinamiche talmente diverse sia dal punto di vista
economico, che da un punto vista giuridico, ma soprattutto dal punto di vista della gestione del potere a livello internazionale, che senza
insegnarle ai nostri giovani, non si potrebbe neppure pensare che i
nostri giovani in questo nostro mondo potrebbero essere veramente
pronti a dire la loro.
A conti fatti, quindi, ai nostri giovani, pensando al futuro, dovremmo cercare di trasferire un messaggio molto forte: studiare fino a
trent’anni non basta. Ma anche che studiare fino a trent’anni è fin
troppo, se fatto in modo esclusivo. In altre parole, le complessità del
nuovo mondo globalizzato – sia per quanto riguarda il numero delle variabili che incidono nei diversi meccanismi di funzionamento
del sistema, sia per quanto riguarda gli innumerevoli collegamenti
fra le stesse variabili, sia tenedo conto dell’incertezza dei risultati
94
Paolo Palamiti
attesi, sia della velocità dei loro cambiamenti – richiedono un grado di specializzazione e di approfondimento che non si può certo
esaurire in ventiquattro anni di vita (tenendo conto che fino a sei
anni, giustamente, non si va a scuola). Allo stesso tempo, le stesse
considerazioni implicano che la scuola, per quanto vorrà aggiornarsi
e rendere i propri insegnamenti più fluidi e più moderni, sia dal punto di vista dei contenuti che delle modalità didattiche, non sarà mai
in grado di comprendere la complessità e raggiungere la velocità di
crociera di ciò che là fuori, nel modo reale, succede in tempo reale,
mentre nella mente dei ragazzi non può che essere filtrato, per la velocità più giusta al loro apprendimento, che cambia moltissimo con
la loro età, con il loro livello di maturità e con le scelte che faranno
riguardo al loro futuro. Se è vero, infatti, che la nostra epoca è quella dell’economia della conoscenza, allo stesso tempo è anche vero
che viviamo nell’epoca della conoscenza applicata, ovvero di una
conoscenza data sempre meno in astratto, sempre meno assoluta,
che deve invece essere sempre testata praticamente nell’immediato,
prima di passare alla scoperta o al livello di conoscenza successivo.
Ecco, dunque, che l’unico modo di far guardare i nostri giovani al
futuro in modo istruttivo diventa quello di farli pensare al loro lavoro in astratto e alla loro conoscenza in concreto. Questo significa
due cose. Da una parte pensare al lavoro in astratto significa non
pensare a un lavoro specifico che, una volta individuato, rimanga
quello per sempre. Molto meglio pensare a un modello di lavoro che
ci permetta di mettere sempre più a frutto i nostri talenti e le competenze e le esperienze che abbiamo acquisito, anche se il contesto
a cui le applichiamo cambierà, come succederà per certo e anche
più volte.
Dall’altra parte, pensare alla conoscenza in concreto, significa dimenticarsi della cultura come nozione e cominciare a far propria l’idea
delle discipline più astratte (come la filosofia, la letteratura o la storia) come contributi essenziali al nostro modo di essere, e l’idea delle
discipline più tecniche come contributi essenziali al nostro modo di
fare. In altre parole, per essere sicuri di non aver gettato al vento ventiquattro anni della nostra vita e di non ritrovarsi a uscire dall’università
e dai vari Master e Dottorati a trent’anni ritrovandosi di fronte a un
mondo che, nel frattempo che noi passavamo le nostre giornate sui
Essere nuovi Be new
95
libri, è cambiato talmente tanto da rendere le nostre conoscenze quasi
totalmente inutili, i nostri studi dovranno essere sempre più affiancati
da esperienze lavorative che ci facciano conoscere il mondo fin da
subito, senza correre il rischio di essere esclusi da un mercato del lavoro che ci considera già troppo vecchi prima ancora di esserci entrati,
ma soprattutto facendo maturare in noi la coscienza di quel tipo di
conoscenza e di esperienza nei confronti della quale i nostri giovani
dovranno essere sempre più esigenti, rivolgendosi a un mondo della
scuola che, se non vorrà definitivamente rinunciare a loro, dovrà saper
loro rispondere adeguatamente.
Il Liceo Economico e Sociale (LES), in questo senso, rappresenta sicuramente la frontiera del nostro modo di fare scuola e del nostro
modo di fare cultura.
Se da un lato, infatti, il tipo di economia alla quale si pensa insegnando e frequentando il LES non è quella tradizionale, orientata soltanto all’individuo e al profitto – al LES si insegna e si impara pensando
anche alla solidarietà necessaria a far rinascere un territorio e quindi
un’idea di persona orientata non soltanto al proprio tornaconto, ma
anche a far nascere negli operatori di quel territorio un profondo
senso di comunità che solo può riuscire a far emergere anche in un
contesto internazionale – dall’altro lato il LES punta a formare la
vera classe dirigente del futuro, partendo già dai ragazzi delle scuole
superiori, affiancando a una scuola comunemente intesa – fatta di
libri e aule, lezioni e compiti in classe, mattinate di insegnamento e
pomeriggi di studio – una serie di progetti che possiamo tranquillamente definire d’impresa, dove non soltanto accanto all’economia
politica si insegna l’economia aziendale, ma dove i nostri ragazzi imparano a pensare come dei veri e propri ‘imprenditori globalizzati’,
capaci di ragionare con l’ampiezza necessaria oggi ad abbracciare le
giuste valutazioni per rivolgersi ai mercati, ma anche con il coraggio
necessario a immaginare la loro vita, il loro lavoro, la loro azienda,
a trent’anni di distanza e abituandosi a prendere decisioni oggi che
dipenderanno da come sarà il mondo per allora, ma che soprattutto
influenzeranno fin da oggi non soltanto la loro vita, ma sicuramente
anche quelle dei loro figli e probabilmente anche quella dei loro
nipoti. Frequentare il LES oggi significa far apprendere ai nostri
giovani un linguaggio capace di farli interloquire fin da subito con
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Paolo Palamiti
quelle imprese, con quei datori di lavoro, con quelle istituzioni, con
quei gruppi di interesse insieme ai quali saranno protagonisti di un
mondo che cambierà sempre di più anche grazie a loro, possibilmente in meglio.
Paolo Palamiti
Consigliere parlamentare europeo, si è occupato di regolamentazione del
mercato interno, ambiente, di relazioni esterne e bilancio comunitario. Laureato in Economia, specializzato in Politica internazionale presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), prosegue la sua attività di ricerca e
d’insegnamento presso l’Università Bocconi, l’Istituto per gli Studi di Politica
Internazionale e l’Istituto Universitario Sophia.
Essere nuovi Be new
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IL FUTURO DELLE
INFRASTRUTTURE STRADALI
Sostenibilità e riutilizzo
dei materiali marginali
Nicola Baldo
Sostenibilità è la parola chiave che meglio di ogni altra può sintetizzare con efficacia quale possa e debba essere il futuro delle infrastrutture stradali, per un Paese che voglia rimanere al passo con quelli più
sviluppati e competitivi, a maggior ragione in un momento storico
caratterizzato da una difficile congiuntura economica.
Il concetto di sviluppo sostenibile è stato già da tempo definito in
ambito internazionale, in termini del tutto generali, nel rapporto
Brundtland (ONU, 1987); si parla di un modello di sviluppo che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere la possibilità delle
generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Più recentemente,
in ambito italiano, le norme in materia ambientale (D.Lgs. 16 gennaio
2008, n. 4) hanno delineato con maggior precisione le caratteristiche
salienti dello sviluppo sostenibile (art. 3 quater):
• non compromissione della qualità della vita;
• prioritaria tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale;
• equilibrio fra risorse ereditate, da risparmiare e da trasmettere sulla
base di un principio di solidarietà;
• salvaguardia degli ecosistemi naturali dalle modificazioni negative
prodotte dalle attività umane.
Per comprendere come tali principi possano concretizzarsi nel settore
delle costruzioni stradali, risulta opportuno introdurre alcune brevi
premesse, relative alla tecnologia costruttiva delle infrastrutture viarie.
Risulta immediato osservare quale sia l’elemento comune a tutte le
strade, qualunque sia il tracciato geometrico; si tratta della pavimentazione, che costituisce la sovrastruttura stradale. La percezione visiva di
una pavimentazione si limita per lo più alla superficie di rotolamento
degli pneumatici, ma il manto superficiale è solo la punta dell’iceberg;
98
Nicola Baldo
al di sotto di esso si sviluppa il corpo della sovrastruttura, di composizione e spessore variabile, in relazione allo specifico ambito di esercizio (viabilità autostradale, piuttosto che locale, ecc.). Il componente
principale delle pavimentazioni stradali, da un punto di vista quantitativo, è certamente l’aggregato minerale, che costituisce lo scheletro
litico della sovrastruttura. Tale aggregato, ricavato prevalentemente
dalle attività estrattive di cava, rappresenta una risorsa naturale limitata, il cui impiego risulta sempre più oneroso, sia in termini economici,
che dal punto di vista dell’impatto ambientale e territoriale. Del resto,
se da un lato si registra una minore disponibilità di aggregati naturali,
poiché le cave vengono aperte con crescente difficoltà in ragione di
autorizzazioni molto stringenti, dall’altro si presenta la possibilità di
impiegare materiali di scarto, per i quali lo smaltimento in discarica
appare una opzione sempre meno sostenibile. La difficile reperibilità
di siti nel territorio da adibire a tale uso e la ferma opposizione della
popolazione residente nelle aree attigue, rendono certamente preferibile la possibilità di riutilizzare tali materiali residuali.
Pertanto, i principi dello sviluppo sostenibile, in particolare quelli della tutela ambientale e dell’equilibrio delle risorse, possono
tradursi per l’ambito in esame nella sostituzione, totale o parziale,
dell’aggregato minerale con materiali di scarto, che in termini tecnologici possono essere definiti come materiali marginali. Trattasi di
sottoprodotti industriali e rifiuti dalle più svariate origini (industriali, di trasformazione, di costruzione) che possono presentare caratteristiche fisiche e meccaniche, nonché prestazionali paragonabili a
quelle dei tradizionali materiali da costruzione. Il riutilizzo dei materiali marginali consente quindi di tutelare le risorse naturali, limitando l’impiego di inerte da cava e al contempo di salvaguardare il
territorio con la riduzione di rifiuti da smaltire in discarica. Naturalmente l’impiego dei materiali marginali non può prescindere dalla
verifica dell’idoneità tecnica del materiale, in relazione alla particolare applicazione e agli eventuali specifici problemi di progettazione,
costruzione ed esercizio, ma soprattutto della totale compatibilità
ambientale, al fine di evitare l’uso indiscriminato di rifiuti tossici e
pericolosi per la salute dell’uomo.
Molteplici sono le tipologie di materiali marginali potenzialmente di
interesse, come le scorie di acciaieria e le sabbie di fonderia, sotto-
Essere nuovi Be new
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prodotti delle lavorazioni siderurgiche e metallurgiche, il granulato
di gomma ottenuto dalla triturazione degli pneumatici fuori uso, gli
aggregati derivanti dalle demolizioni e costruzioni edili, le ceneri pesanti prodotte dall’incenerimento dei rifiuti solidi urbani, i fanghi di
dragaggio, le plastiche riciclate e naturalmente il fresato stradale, ricavato dalla demolizione delle pavimentazioni esistenti a fine vita utile,
solo per citare quelli maggiormente investigati a livello nazionale e
internazionale. Sono infatti oramai numerose le ricerche sperimentali condotte in questo ambito che hanno verificato positivamente la
possibilità di sostituire l’aggregato di cava con alcuni dei materiali
menzionati, nella formulazione di conglomerati innovativi per pavimentazioni stradali.
In questo senso l’Ateneo di Udine, in collaborazione con altre prestigiose istituzioni Universitarie (in particolare l’Università di Padova e il Politecnico Olandese di Delft) è da tempo impegnato, con
successo, nella ricerca e nello sviluppo di miscele speciali caratterizzate da elevati contenuti di materiali marginali (dal 30% al 90%
in peso per le miscele bituminose, fino al 100% in peso per quelle
cementizie), che soddisfino pienamente i requisiti di accettazione
dei principali capitolati tecnici. Tra le diverse formulazioni messe a
punto si menzionano i conglomerati antisdrucciolo chiusi tipo SMA
(Stone Mastic Asphalt) per gli strati superficiali di usura, le miscele
ad alto modulo per gli strati di collegamento e quelli portanti di
base, i conglomerati cementizi e quelli schiumati per gli strati profondi di fondazione delle pavimentazioni stradali. In tutte queste
applicazioni le soglie minime di idoneità tecnica sono sempre state
raggiunte e anzi largamente superate, anche ben oltre il 100%, in
relazione al parametro fisico-meccanico considerato. Non meno rilevanti sono risultati i miglioramenti nelle prestazioni ingegneristiche
più significative, quali la resistenza alla fessurazione da fatica e alle
deformazioni permanenti delle miscele bituminose, o la resistenza
all’acqua dei conglomerati schiumati, con incrementi prestazionali
anche superiori al 50% rispetto alle corrispondenti miscele confezionate con aggregato minerale convenzionale. Tutto questo nel pieno rispetto dei requisiti ambientali vigenti, ad esempio con cessione
di metalli pesanti per eluizione sempre contenuta entro i valori ammissibili dalle norme ambientali.
100
Nicola Baldo
La sostenibilità delle costruzioni stradali, per mezzo del riutilizzo dei
materiali marginali, è quindi un obiettivo realisticamente perseguibile,
in grado di coniugare felicemente esigenze di convenienza economica,
di idoneità tecnica e di salvaguardia ambientale del territorio.
Nicola Baldo
Ricercatore nel settore scientifico disciplinare ‘Strade, ferrovie, aeroporti’
presso il Dipartimento di Chimica, Fisica e Ambiente dell’Università di
Udine, dove svolge anche attività didattica. Laureatosi in Ingegneria civile
all’Università di Padova, ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Geodesia e Geomatica presso il Politecnico di Milano nel 2006.
Essere nuovi Be new
101
IL PENSIERO ALIMENTARE
E LA SUA STAGNAZIONE
Alberto Capatti
Nella storia presente, la cultura alimentare è strabica. Guarda per un
verso al passato e ritrova negli alimenti ‘tipici’ la continuità temporale con esso; si affida per il fabbisogno quotidiano a una industria e
a una grande distribuzione che sopperiscono ai bisogni e ai desideri,
senza contestare la nostalgia dell’orto e del piccolo mercato. Apparentemente non sembra esserci un futuro, in Italia, al di fuori del nostro passato e di una attualità di consumi programmati e soddisfatti
dall’industria agroalimentare. Questa visione si fonda sulla certezza che la storia presente è nata da una catastrofe identificata con
la seconda guerra mondiale e con Hiroshima (fine e preludio della
pace) e che una possibile catastrofe incomba più che mai su di noi,
declinata come termica, climatica, ambientale, ovvero demografica
o ancora economica. Gli indici che vengono citati, dalla biodiversità alla CO2, dal surriscaldamento della terra, alla crescita della popolazione mondiale e di consumi probabilmente insostenibili, sono
tutti a supporto della certezza che viviamo una gravissima crisi e che
s’impongono delle scelte. D’altro canto l’industria serve proprio a
scongiurare la rarità e le crisi d’approvvigionamento, che in passato
toccavano popolazioni intere e soprattutto le classi lavoratrici e gli
stessi contadini, e costituisce un fattore di equilibrio e di squilibrio
contemporaneamente.
Dal 1984, con il volume Gastronomia e società curato da Corrado Barberis, e soprattutto dall’istituzione europea di DOP e IGP, nel 1992, il
prodotto permette di misurare il nostro legame al passato, e serve a far
sopravvivere e a rifondare la tradizione culinaria. Per tradizione non
si intende la storia alimentare, ma la continuità o l’avvicendamento
generazionale nelle pratiche contadine o artigianali, nel lavoro domestico e nella cucina di casa, con la premessa che l’industrializzazione
e le sue conseguenze – che vanno dall’emigrazione al trasferimento
degli alimenti nel mondo intero – hanno creato, creano fratture che
102
Alberto Capatti
provocano scomparsa o rarità di vere e proprie eccellenze, o azzerano, con piatti pronti, qualsiasi competenza. Nell’ultimo ventennio, le
associazioni (Slow Food, ambientalisti, verdi…) e i certificatori eco e
bio, si sono alleati in una salvaguardia del patrimonio ‘naturale’, della
civiltà contadina e dei saperi artigianali. La conseguenza è stata che
per assicurarci un futuro migliore, bisogna ispirarci, in Italia, ai valori
di un’epoca anteriore al boom economico e ai suoi effetti industriali.
Si tratta di una nuova cultura ispirata a principi etici che ritrovano
nell’orto, nel chilometro zero, nel contadino un punto di riferimento,
una certezza.
La conseguenza è stata una conflittualità permanente. Tecnocibo e
prodotti ‘naturali’ entrano in collisione rappresentando valori incompatibili anche quando il primo risponde alla necessità di nutrire tutta
la popolazione, razionalizzando i processi, e i secondi legittimano la
memoria e i valori del cibo. Gli OGM hanno rappresentato e rappresentano il punto di collisione di un sistema alimentare bifronte,
in cui contano non la ricerca scientifica, la pianificazione economica,
la cultura stessa macro e micro, ma la visione apocalittica o utopica o
semplicemente unidimensionale e presentista del futuro. Il problema
è diventato ‘quale natura ci immaginiamo’: tradizionale o brevettata, etica o scientifica, a prescindere dalla nostra storia attuale, che ci
imporrebbe di valutarla con tutte le sue contraddizioni. I cibi stessi
fungono da idee: nel consumo di una mela, nella scelta di un formaggio, mettiamo in gioco dei valori, al fine di mascherare le nostre stesse
perplessità sulla loro origine.
La principale conseguenza di questo conflitto che si ripercuote nella
nostra percezione dello spazio, locale e/o globale, e del tempo, passato
e/o presente, è stata la perdita di una visione critica, e una perfetta stagnazione del pensiero alimentare. Sarebbe facile documentare questo
aspetto con una cronaca delle fasi di programmazione di Expo 2015 e
dei suoi ipotetici padiglioni, sino al compimento del 2013, oppure con
una analisi della cultura gastronomica attuale strangolata dalla incapacità di affrontare la sua stessa crescita, favorita da fattori in conflitto e
compromessa dalla sua ideologia. Gli squilibri del sistema alimentare
non permettono che il pensiero si rifugi oggi nei luoghi comuni della
tradizione e della catastrofe e Future Forum è sicuramente il segnale
che occorre superare una ormai ventennale recessione.
Essere nuovi Be new
103
Alberto Capatti
Membro del comitato scientifico di CasaArtusi, è stato professore di Storia
della cucina e della gastronomia all’Università di Scienze gastronomiche di
Pollenzo, di cui è stato Rettore. Le sue ricerche si muovono nel campo della
cultura gastronomica, della storia dell’alimentazione e della cucina italiana e
francese. Ha diretto il mensile di cultura alimentare «La Gola» e il trimestrale
di Slow Food «Slow». Ha all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui la curatela
dell’autobiografia di Pellegrino Artusi, La scienza in cucina (Rizzoli, 2010) e
La cucina italiana: storia di una cultura (con M. Montanari, Laterza, 2005).
104
LE BUONE AZIONI
DI RIFIUTI ZERO
Rossano Ercolini
Le certezze nella vita sono poche, ma nel ‘piccolo’ alcune certezze le
ho. Una: il Goldman Prize il 15 aprile scorso mi è stato assegnato a
San Francisco e poi in un’altra cerimonia partecipatissima a Washington perché ho promosso in Italia e in Europa una campagna a favore
della strategia Rifiuti Zero, contro l’incenerimento dei rifiuti. Questa
‘certezza’ è stata rinforzata da incontri autorevoli avuti con almeno
trenta tra deputati e senatori guidati da una raggiante Nancy Pelosi
(per uno dei sei premi assegnati a un italiano) a Capitol Hill Building
nel corso di un lunch e dall’incontro avuto con lo staff del presidente
culminati con l’incontro con Obama. Nella stessa mattinata, nel corso
di un tour de force, avevo incontrato la task force della Banca Mondiale e poi l’intera direzione dell’Ente di Protezione ambientale degli
USA. Prime conclusioni: se negli USA e per volontà della Goldman
Foundation si è voluto attribuire un riconoscimento che viene definito
il ‘Nobel alternativo per l’ambiente’, come direbbe Cocciante ‘ci sarà
un perché’. Magari è un perché che in Italia ha turbato e turba le alte
sfere dell’industria sporca e assistita e gli stati maggiori della Federambiente (che vuole gli inceneritori) e gran parte della ‘politica’ che
trasversalmente ha promosso la bugia della ‘termovalorizzazione’. Ma
è un perché che riconosce, oltre alla ‘biografia’ del sottoscritto spesa
nel lottare dal 1976 contro inceneritori e discariche, anche i percorsi
di una rete diffusa di comitati, associazioni e Comuni (guidati dal Comune di Capannori in provincia di Lucca) impegnate a promuovere
l’alternativa dei ‘10 passi verso Rifiuti Zero’.
Sarà per questo che adesso quando vado, invitato da moltissimi gruppi di cittadinanza attiva ma anche da Comuni intorno a me c’è un
rispetto e una attenzione mai avuta negli anni precedenti.
E io, questa ‘autorevolezza’ riconosciuta sul campo la voglio interamente giocare perché in Italia e in Europa non sia l’incenerimento dei
rifiuti (‘dedicato’ cioè in inceneritori, o ‘non dedicato’ cioè in cemen-
Essere nuovi Be new
105
tifici) a farla da padrone, ma lo sforzo entusiasmante e rivoluzionario
dell’obiettivo Rifiuti Zero o Zero Waste.
Esso si fonda ed esalta non il ruolo delle tecnologie costosissime e
comunque inaffidabili (perché comunque anche gli inceneritori moderni emettono diossine e PCB oltre a nanopolveri che non sono
nemmeno previste dagli standard emissivi di legge, ma che sono pericolosissime per la salute umana) ma il ruolo delle comunità e della
cittadinanza attiva. Sono i cittadini che hanno letteralmente nelle loro
mani la possibilità di fare o di non fare rifiuti. Infatti i rifiuti ci sono
quando mischiamo l’umido con gli scarti asciutti come carta, plastiche
e metalli, mentre se le stesse mani tengono separati i flussi degli scarti,
a partire dagli scarti putrescibili, non abbiamo rifiuti ma ‘scarti’ di
grande valore ecologico ed economico. Non a caso nel 2012 l’UE ha
affermato che nel cassonetto c’è una vera e propria miniera urbana
preziosissima, soprattutto perché nei prossimi 25 anni tutti gli analisti
prevedono una crisi nel reperimento delle materie prime (raw materials scarcity). Allora non la Zero Waste Italy, ma il ‘governo’ europeo
ha affermato che ‘Rifiuti Zero è possibile’ e che entro il 2020 niente
che sia riciclabile e/o compostabile potrà essere interrato o bruciato.
È possibile davvero andare in questa direzione? Chi lo sta facendo e
dove? E come?
Certo che sì! San Francisco e gran parte della California (comprese
Los Angeles, San Diego, Oakland, e l’intera Silicon Valley) lo stanno
facendo. San Francisco, bellissima città, è già ora all’82% di sottrazione dallo smaltimento in discarica (e non vuole inceneritori). Los
Angeles, quattro milioni e mezzo di abitanti è un po’ più indietro ma
pur sempre a un discreto 65% (e Rifiuti Zero si intende raggiungibile entro il 2020-2022). Ma molte altre città come Camberra e intere
regioni del Canada e degli USA stanno perseguendo tale obiettivo.
Ci si accorge, sulla scorta dei ‘continenti di plastica’ che le correnti
degli Oceani hanno materializzato al largo del Pacifico (tra California
e Haway) che occorre venir fuori dalla ‘inciviltà dell’usa e getta’ e che
non è più tempo di produrre rifiuti che rappresentano in termini ambientali, ma anche economici, delle vere e proprie pietre al collo della
stessa economia.
Ecco, allora il successo dei 10 passi Rifiuti Zero in Italia. Ecco il perché del successo di quella ‘rivoluzione in corso’ di 200 Comuni italia-
106
Rossano Ercolini
ni che rappresentano ormai più del 7% della popolazione del nostro
Paese. Paese bellissimo e ben strano, dove, in una sorta di luna-park
troviamo il peggio della gestione dei rifiuti ‘azzerata’ in discariche e
inceneritori (come in quello di Brescia, che blocca le potenzialità della
raccolta differenziata di questa città) ma anche il meglio. Abbiamo
Treviso, che a pieno titolo può considerarsi la nostra San Francisco,
e abbiamo Salerno con buona pace di chi dice che nel Sud le buone
pratiche non sarebbero possibili. Passando naturalmente per Capannori (47.000 abitanti in provincia di Lucca) di cui nessuno si sarebbe
accorto se non avesse sconfitto gli inceneritori che la Regione voleva
costruire e se non avesse adottato la ormai ‘mitica’ delibera Rifiuti
Zero adottata ora da oltre 200 Comuni del Bel Paese. 10 passi per
tanti posti di lavoro a favore della raccolta porta a porta (a Capannori
60, nell’empolese Val d’Elsa, 220.000 abitanti, almeno 160 e in Italia
almeno altri 500.000). Allora, in un riassunto incalzante che scandisce
modi e tempi del ‘fare’: RD, raccolta differenziata porta a porta, impianti di compostaggio che producano per un’agricoltura sana, biologica e a filiera corta, riciclo di materiali come metalli preziosi, fibre
cellulosiche, polimeri plastici, vetro ecc., centri per la riparazione e il
riuso che ridiano una seconda vita a beni durevoli, a mobili, ad abiti
e oggetti con cui riempire di gente e di acquisti vere e proprie (e convenienti) boutique dell’usato. E poi interventi locali di riduzione ‘a
monte’ degli scarti, a partire dall’autocompostaggio familiare e/o di
condominio, di sistemi di ricariche alla spina, di adozione di pannolini
lavabili, di sostituzione dell’usa e getta in sagre, scuole, feste e marce
non competitive. In questo modo, Comuni come quello da Capannori
hanno ridotto del 40% la propria produzione dei rifiuti (rispetto al
2004, anno di maggior produzione i rifiuti pro capite giorno sono scesi da un 1,92 kg a 1,18) e molti altri, soltanto passando dalla raccolta
attraverso cassonetti stradali al cosiddetto porta a porta (no Vespa)
hanno fatto registrare riduzioni immediate del 15-20%. Complice la
crisi, oggi Rifiuti Zero è ancora più possibile, se soprattutto applichiamo sistemi di tariffazione ‘you pay as you throw’ (paghi in base ai
rifiuti non differenziati prodotti) che incentivano le buone pratiche,
scoraggiando invece la produzione indiscriminata di rifiuti.
Soltanto applicando questi primi sette passi si ottengono risultati di
riduzione degli ‘smaltimenti’ spesso superiori al 75% (come sta avve-
Essere nuovi Be new
107
nendo in migliaia di Comuni italiani dal nord al sud). Il passo numero
8 risulta importantissimo per applicare il progetto RZ. Infatti secondo
la strategia RZ il ‘residuo’ o RUR (Rifiuto Urbano Residuo) non deve
essere fatto scomparire in discariche e/o inceneritori (anche un inceneritore ha bisogno di due discariche per le ceneri pesanti e per le
ceneri ‘fini’ e più pericolose) o trasformato in ‘nanopolveri’ dai camini
degli inceneritori, ma deve essere reso ben visibile e studiato. Certo, in
un periodo transitorio deve essere anche trattato attraverso ‘impianti
a freddo’ o ‘fabbriche dei materiali’ in grado di recuperare ancora
metalli, fibre cellulosiche e le stesse plastiche eterogenee (plaxmix)
oltre che a stabilizzare le residue frazioni organiche. In questo modo
di quel 25-30% che residua dopo le raccolte porta a porta non più
del 10-12% verrà stabilizzato per essere smaltito in discariche dove
niente di pericoloso e particolarmente impattante andrà conferito.
Con il plasmix ormai recuperato si potrà realizzare un lungo elenco di
prodotti quali i pallets, i vasi per fiori, i tubi per l’idraulica, le cassette
per l’ortofrutta, materiali per l’edilizia. In questo senso e per iniziativa
del Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune di Capannori che io
dirigo e in collaborazione con l’industria cartaria del distretto cartario
della piana di Lucca (il più importante d’Europa continentale) stiamo dirottando lo smaltimento dello scarto di pulper (derivante dalla
lavorazione dei maceri per produrre cartone ondulato) consistente soprattutto in plastiche eterogenee dall’incenerimento alla produzione
di manufatti da ‘plastica seconda vita’ attraverso un impianto pilota
di Occhiobello (RO) dell’azienda R-Ritecno-R. L’obiettivo è quello di
realizzare proprio a Capannori un impianto a regime che metta a sistema la piena riuscita dei test condotti ormai su tonnellate di uno scarto
che da problema sta per diventare materia prima/seconda.
Lo step 8/b (la seconda parte del passo 8) è invece quella di studiare cosa ‘rimane sullo stomaco del sistema di digestione dei rifiuti’ a
partire dai rifiuti non riciclabili e/o compostabili. Anche qui ormai
possono essere ‘raccontate’ esperienze di ‘successo’ come quelle del
centro di ricerca RZ di Capannori, che avendo il compito di studiare
che cosa rimane nel sacco grigio del RUR ha aperto dei ‘casi studio’ di
cui quello più famoso è stato quello sulle capsule del caffè. Ebbene,
dopo aver scritto una ‘famosa’ lettera a Lavazza si è aperto un tavolo di confronto con AIIPA (che raccoglie le aziende del settore) le
108
Rossano Ercolini
quali stanno preparando tre centri pilota per recuperare le plastiche
e il fondo del caffè delle capsule. Nel frattempo è stato stimolato un
confronto tecnico che ha portato brevetti di capsule riutilizzabili per
centinaia di volte, di ‘compresse’ di caffè ‘monoporzionato’ i cui fondi
sono interamente recuperabili così come il ridottissimo imballaggio
plastico. Insomma, seppur nel concreto, è stato sollevato il problema
della ‘Responsabilità Estesa del Produttore’ per cui se il 70% del problema dei rifiuti viene risolto dalle buone pratiche della comunità, il
restante deve essere messo nelle mani dei cicli produttivi che, a fronte
degli attuali prodotti non recuperabili e quindi considerati dei veri e
propri errori di progettazione, devono, appunto, essere riprogettati
industrialmente. È infatti questo il passo n. 9 mentre il n. 10 è quello
di ridurre sempre più il ricorso alla discarica, considerata transitoria e
dove mettere solo scarto non impattante.
Ma Rifiuti Zero non si occupa solo di rifiuti. Esso è tutt’uno con la
buona educazione e il coinvolgimento dei cittadini che fanno la differenza e la differenziata. Allora, attivare un percorso Rifiuti Zero a
partire dal basso (buttom up) significa sviluppare la democrazia delle
comunità locali, restituendo un volto umano alle amministrazioni, ai
Comuni e alla politica. Allora Rifiuti Zero va oltre la stessa, importante, sostenibilità ambientale e introduce una ‘società oltre lo spreco’
che, guidandoci gradualmente fuori dalla ‘inciviltà del consumismo’,
lancia una sfida radicale alla stessa politica. Rifiuti Zero è allora ‘il
nuovo che avanza’.
Rossano Ercolini
Responsabile del progetto ‘Passi concreti verso Rifiuti Zero’ è il coordinatore
del Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune di Capannori, in provincia di
Lucca. È presidente dell’associazione ‘Diritto al Futuro’, che ha promosso
la vertenza contro i CIP6 ed è tra i principali fondatori della Rete nazionale
Rifiuti Zero, un impegno che è stato raccontato nei volumi Rifiuti Zero, una
rivoluzione in corso (di Paul Connett, con P. Lo Sciuto, Dissensi, 2010) e in
Zero rifiuti (di M. Correggia, Altreconomia, 2013). Per la sua attività gli è stato
assegnato il prestigioso Goldman Environmental Prize 2013, Nobel alternativo per l’ambiente.
Essere nuovi Be new
109
SUPPORTARE L’INNOVAZIONE
NELLE AREE MONTANE
Il modello trentino
Luca Capra
L’economia trentina è fortemente influenzata dalla presenza della
montagna. Il 60% della superficie del Trentino è al di sopra dei mille
metri s.l.m. Il 71,3% del territorio ospita bosco, pascolo e acque. Il
70% della popolazione risiede nei Comuni al di sotto dei 600 m s.l.m.
Si può parlare a tutti gli effetti di economia di montagna.
Il modello di sviluppo trentino non si fonda pertanto su grandi aree
industriali, bensì su tre concetti facilmente incardinabili anche in un
territorio di piccole dimensioni e orograficamente complicato: ‘green’, ‘small’ e ‘smart’.
Ogni anno in Trentino si investono più di 200 milioni di euro in ricerca, sia verso strutture pubbliche che private. Il Trentino ospita
infatti importanti centri di ricerca, come la Fondazione Kessler e la
Fondazione Mach oltre a importanti centri nevralgici di sviluppo di
importanti aziende nazionali e multinazionali. Non solo, anche l’università rientra tra le eccellenze italiane ed europee nella ricerca, nella
qualità dell’offerta e nell’attrazione internazionale. Ricerca e formazione quindi sono importanti pedine per lo sviluppo strategico della
Provincia. Il sistema trentino inoltre offre incentivi e agevolazioni per
lo start-up, lo sviluppo e il consolidamento di impresa, l’export, oltre
che servizi di carattere logistico che consentono di trovare una casa
all’azienda, a seconda delle proprie necessità e dello stadio di sviluppo. Passo importante in questo senso è stata la creazione di due poli
di innovazione tematici gestiti da Trentino Sviluppo – il Polo della
Meccatronica e Progetto Manifattura – a supporto di due cluster trainanti del territorio, quello della meccatronica e delle green techs, che
assieme a legno, ICT e agroalimentare detteranno lo sviluppo futuro
del sistema.
In questo contesto si colloca anche il ruolo di Trentino Sviluppo,
l’agenzia creata dalla Provincia autonoma di Trento per favorire lo
110
Luca Capra
sviluppo sostenibile del Trentino. L’esperienza operativa di Trentino
Sviluppo, in continuo confronto con le dinamiche nazionali e internazionali, ne fa l’enzima del territorio trentino ovvero il punto di contatto con le opportunità offerte a livello territoriale, nazionale, europeo
e internazionale.
Quattro sono i driver operativi di Trentino Sviluppo – logistica, servizi, finanza e network – attraverso i quali si favorisce la nascita, lo sviluppo, la crescita, il consolidamento e l’innovazione di impresa. Alle
imprese si offre quindi un moltiplicatore di opportunità orientato allo
sviluppo del business verso l’eccellenza e il successo. Il punto di forza
di Trentino Sviluppo è di utilizzare di volta in volta i propri strumenti
a seconda delle esigenze e del contesto che vive l’impresa per massimizzarne la competitività attraverso percorsi di sviluppo progettati ad
hoc.
Per lo sviluppo della propria missione nel triennio 2012-2015 Trentino Sviluppo ha individuato alcuni driver strategici. In particolare:
promozione, creazione e sviluppo di nuove imprese, promozione, innovazione e sviluppo di cluster e filiere, internazionalizzazione, innovazione del sistema delle attività produttive del territorio, attrazione
di investimenti e gestione del sistema della ricerca applicata.
Per massimizzare l’impatto e i risultati delle azioni messe in campo
si rende necessaria l’individuazione di fattori di moltiplicazione che
ne ottimizzino l’efficacia: fare rete e sistema diventano quindi mantra fondamentali per la guida dell’attività della società. Con la riorganizzazione delle attività dopo l’estate, Trentino Sviluppo ha deciso di
investire nelle professionalità a supporto dello sviluppo e dell’innovazione aziendale.
Trentino Sviluppo: una filiera di servizi per fare impresa
Trentino Sviluppo è una società partecipata dalla Provincia autonoma di Trento e creata per favorire lo sviluppo sostenibile del territorio attraverso azioni e servizi volti a supportare la nascita di nuova
imprenditorialità e la competitività e innovatività delle imprese esistenti. Essa ha il compito, inoltre, di promuovere i fattori di attrattività del sistema trentino nei confronti di aziende e centri di ricerca
di eccellenza extraprovinciali potenzialmente interessati a stabilirsi
sul territorio.
Essere nuovi Be new
111
Le attività operative spaziano dalla gestione di un Parco scientifico
tecnologico – che raggruppa sette BIC con oltre 120 aziende insediate, centri di ricerca, laboratori – alle attività immobiliari e di partecipazione nel capitale sociale delle imprese, dall’apprestamento di aree
industriali ai servizi di supporto alla nuova imprenditorialità e alla
crescita delle imprese esistenti.
Questi ultimi sono indirizzati alle singole aziende per le quali Trentino
Sviluppo ha messo a punto negli ultimi anni una vera e propria ‘filiera
di servizi’, favorendo collaborazioni tra imprese e sostenendo l’avvio e
lo sviluppo di filiere, distretti e cluster ad alta specializzazione.
La filiera dei servizi riguarda aziende nelle diverse fasi del loro ciclo
di vita. In particolare si distinguono le fasi di seed (aziende in fase
di progettazione), start-up (aziende all’inizio dell’attività operative) e
crescita/maturità.
Il successo di una nuova impresa non richiede solo la presenza di talento, doti innate (leadership, desiderio di apprendere, un approccio
innovativo e pragmatico), impegno ed entusiasmo, ma anche un contesto esterno favorevole. Creare un ambiente che possa facilitare la
nascita di un imprenditore è quindi di importanza vitale per tutto l’ecosistema ed è ciò che Trentino Sviluppo sta cercando di perseguire.
Per la fase di seed Trentino Sviluppo ha attivato il concorso D2T StartCup che premia le migliori idee di business dei giovani, al quale si
collega, per le imprese in uno stadio successivo, in fase di avviamento,
lo strumento di finanziamento cosiddetto ‘Seed Money’ per il lancio
di nuove start-up ‘ad alto potenziale’. Completano il quadro delle iniziative a supporto della fase di elaborazione, definizione e costruzione
dell’idea imprenditoriale, il progetto di animazione imprenditoriale
rivolto principalmente al tutoraggio di iniziative di autoimpiego, il
progetto di pre-incubazione che prevede di riservare appositi spazi
‘leggeri’ all’interno del Polo tecnologico di Rovereto per accogliere e
accompagnare con attività di tutoraggio i primi passi degli aspiranti
imprenditori, e l’affiancamento delle nuove iniziative imprenditoriali
interessate alla ricerca di investitori (organizzazione di forum di investimento, attivazione di contatti con business angel e fondi di investimento).
Alle start-up innovative è poi offerta la possibilità di insediamento nei
nostri incubatori (BIC), nei quali, oltre a trovare servizi di carattere
112
Luca Capra
logistico, hanno la possibilità di fruire di servizi di supporto personalizzato per il miglioramento dell’operatività aziendale.
Continuando nella filiera a sostegno dell’innovazione d’impresa i
servizi offerti dal team di Trentino Sviluppo passano dallo Sportello Ricerca e Impresa, che offre supporto ai ricercatori intenzionati a
divenire imprenditori e realizza un luogo d’incontro tra università e
imprenditori, al supporto nella protezione e valorizzazione della proprietà intellettuale. Il trasferimento tecnologico e il supporto all’innovazione d’impresa (prodotto, processo, organizzazione) sono, invece,
attuati tramite il progetto ‘Aquile Blu’ – dieci esperti senior affiancano Trentino Sviluppo – e tramite la rete Enterprise Europe Network,
che, mettendo in collegamenti circa 600 enti europei aiuta le aziende
locali nella ricerca di partner internazionali.
Parallelamente a tutto ciò, Trentino Sviluppo ha sviluppato un’offerta
nell’ambito della cultura d’impresa, ovvero iniziative di formazione
e training: ne sono esempi, workshop, seminari e corsi specialistici,
metodologie per il miglioramento sul campo dell’operatività aziendale
quali i cantieri Kaizen e il Quality Function Deployment.
Luca Capra
Responsabile dell’Area Promozione tecnologica di Trentino Sviluppo, l’agenzia creata dalla Provincia autonoma di Trento per favorire lo sviluppo sostenibile del sistema trentino attraverso azioni e servizi volti a supportare la
crescita dell’imprenditorialità e la capacità di fare innovazione. Ha diretto
progetti di ricerca industriale cofinanziati dalla Commissione europea ed è
stato direttore dell’Area Impresa e Innovazione, occupandosi delle attività di
incubazione, start-up d’impresa e supporto all’innovazione. Ha collaborato
con EBN (Rete europea dei BIC) come esperto per la valutazione delle prestazioni di centri europei, al fine di concedere il marchio di qualità BIC.
Essere nuovi Be new
113
L’ACCESSIBILITÀ E LA
VALORIZZAZIONE DEI BENI,
DEGLI SPAZI E DEI SERVIZI
Dall’abbattimento delle barriere
architettoniche alla progettazione
inclusiva
Christina Conti
Le persone vivono in spazi progettati e costruiti per essere fruiti. Se
con il termine ‘persone’ si facesse riferimento a tutti, soggetti abili e
non abili naturalmente in evoluzione, e se la ‘fruizione’ fosse considerata un requisito essenziale del progetto, l’accessibilità sarebbe propria dell’architettura.
In realtà ciò non accade, le nostre città continuano a essere piene di
ostacoli fisici e percettivi e gli spazi a essere usati limitatamente, nonostante da più di vent’anni sia vigente un apparato legislativo, continuamente implementato, che fornisce criteri progettuali sufficientemente articolati per l’edilizia privata e pubblica.
Anche se si tratta di provvedimenti non sempre esaustivi, deliberati in
anni diversi e riportati in apparati tra di loro inorganici, basterebbero se fossero assunti dai progettisti come requisiti base del progetto
e non come parametri per una verifica a posteriori; è prassi infatti
che l’accessibilità delle opere venga verificata dal progettista in fase
avanzata adottando le indicazioni come vincoli e non come elementi
di composizione.
L’inaccessibilità dei nostri spazi non dipende, quindi, dalla mancanza di strumenti bensì dalla inadeguata ‘cultura dell’accessibilità’ degli
operatori del processo, che tendono ad applicare pedissequamente i
provvedimenti cogenti dimenticandosi che l’accessibilità è allo stesso
tempo un requisito normativo e un carattere della composizione. Nella maggior parte dei progetti, quando le soluzioni proposte scindono
le richieste della norma dai canoni formali, il risultato è la sommatoria
114
Christina Conti
di dispositivi tecnologici aggiunti come ausili; elementi riconoscibili
e a volte incongruenti, che alterano la qualità complessiva dell’intervento.
Ragionando secondo la logica esigenziale/prestazionale che considera
le esigenze degli utenti fondamentali per l’individuazione dei requisiti
di progetto, è opportuno fare alcune considerazioni generali partendo
dal presupposto che l’obiettivo sociale è permettere la massima autonomia possibile al maggior numero di persone, compatibilmente con
i diversi gradi di abilità e in relazione ai naturali mutamenti evolutivi.
Ciò comporta il riconoscimento della diversità dei profili delle persone, uguali per ‘valore’ ma con esigenze tra di loro differenti; quelle
stesse peculiari esigenze che devono essere considerate per parametrizzare i diversi bisogni in termini di benessere, comfort e qualità
formale. L’individuazione critica delle esigenze prioritarie rispetto alla
moltitudine degli utenti in base alla destinazione d’uso dell’ambiente
di progetto è guidata dal buon senso e vincolata dai provvedimenti
legislativi che forniscono dimensioni limite e indicazioni prestazionali.
Le regole lasciano ampia libertà di ragionamento sul dimensionamento degli spazi secondo i parametri antropometrici e sulle scelte tecnologiche di costruzione e gestione degli ambienti; ciò significa che,
assimilati i vincoli dimensionali e le indicazioni prestazionali, è possibile ragionare:
• sui minimi funzionali: controllo delle misure antropometriche delle
persone, abili e disabili, rispetto allo spazio;
• sull’orientamento: valutazione dei diversi gradi di percezione dello
spazio da parte delle persone, abili e disabili, in relazione alla luce
(naturale e artificiale) e ai colori;
• sull’illuminotecnica: uso della luce naturale e artificiale per la composizione degli ambienti;
• sull’acustica: impiego di soluzioni formali che contribuiscono alla
riflessione del suono e espedienti tecnologi fonoassorbenti;
• sui caratteri tipologici: dimensionamento e aggregazione degli ambienti, dei percorsi e degli elementi tecnici rispetto alla destinazione d’uso;
tenendo sempre presente che:
• le persone si muovono in uno spazio e svolgono determinate funzioni in un tempo diverso a seconda del proprio grado di abilità;
Essere nuovi Be new
115
• ognuno di noi costruisce, consapevolmente o meno, una mappa
mentale del luogo in cui si trova, percependo lo spazio secondo
la qualità fisica degli elementi che lo compongono (forme, colori,
disposizioni, materiali, ecc.) per orientarsi autonomamente e in sicurezza.
Per quanto concerne la tecnologia, non esistono limiti oggettivi ma
solo prescrizioni di prestazioni necessarie; la scelta dei materiali e dei
componenti è quindi libera da specificità di prodotto. Ciò è importante perché svincola il progetto dalle dinamiche merceologiche permettendo il raggiungimento di risultati formalmente adeguati anche
attraverso scelte ‘ad hoc’ coerenti con l’estetica complessiva dell’opera; quando la normativa non fornisce i parametri necessari per poter
procedere con la scelta e il dimensionamento degli elementi e delle relative finiture è quindi l’esperienza a supportare il progetto esecutivo.
L’accessibilità non è quindi solo un problema di applicazione dei minimi imposti dalla normativa obbligatoria bensì è un modo completo
di pensare le forme degli spazi per le persone. In questa direzione,
nell’ultimo ventennio sono stati fatti importanti passi avanti da parte
degli operatori e ancora prima dalla società nel suo insieme, portando
verso una nuova consapevolezza della persona e alla volontà di raccordarla con gli strumenti vigenti.
L’obiettivo attuale secondo cui si stanno muovendo gli istituti pubblici di governo e istruzione e le associazioni di categoria mira a trasformare l’abbattimento delle barriere architettoniche da elemento
limitante a strumento per il progetto.
Un percorso articolato che è iniziato nella seconda metà del secolo
scorso, quando la ricerca di qualità del vivere quotidiano ha posto
al centro dell’attenzione le esigenze delle persone per la salvaguardia
dello sviluppo sociale. La lenta presa di coscienza dei diritti di uguaglianza delle persone, abili e disabili, è il risultato raggiunto attraverso
l’attività svolta dagli istituti pubblici e relativi apparati legislativi, delle
associazioni che rappresentano i diversi portatori d’interesse, i servizi
sanitari e sociali, e gli enti di formazione, anche attraverso le consulte
e i comitati territoriali (l’istituto di coordinamento delle associazioni
in Friuli Venezia Giulia è la Consulta Regionale delle Associazioni
delle Persone Disabili e loro famiglie FVG onlus).
In questo contesto di riferimenti ancora frammentati, una possibile
116
Christina Conti
strada da percorrere per i progettisti è la partecipazione dei progetti
con persone esperte in materia e ipotetici utenti abili e disabili. Le
associazioni rappresentanti delle diverse persone con disabilità sono
generalmente a disposizione per interventi di confronto e verifica preventiva dei progetti; spetta quindi ai progettisti adottare la prassi di
condivisione del progetto ricercando il risultato ottimale, consapevoli
che non esiste mai un risultato valido nell’esatta misura per tutti quanti.
La partecipazione del progetto è quindi una delle possibili strade da
percorrere per il soddisfacimento del requisito dell’accessibilità ed è
in questo senso che anche nella nostra Regione si sta operando; esemplificativo in questo senso è il CRIBA FVG Centro di Informazione
Regionale sulle Barriere Architettoniche che dal 2009 opera fornendo
un servizio locale di assistenza ai privati, ai professionisti e agli enti
pubblici.
La partecipazione è una prassi sperimentale che trova supporto anche nell’ampia letteratura scientifica, risultato della continua attività
di ricerca, e nella didattica dell’architettura il cui impegno qualifica la
formazione dei futuri professionisti.
(Testo tratto da: C. Conti, La forma dell’accessibilità, Dossier della rivista «Costruire», vol. 332: 47-54).
Christina Conti
Architetto. Ricercatore in Tecnologia dell’architettura all’Università di Udine, è professore aggregato nel Corso di studi in Architettura. Svolge attività
di didattica e di ricerca nell’ambito della progettazione inclusiva e dell’accessibilità ambientale. È responsabile scientifico del Laboratorio DALT del
Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura e coordinatore del comitato
tecnico-scientifico del CRIBA FVG, nell’ambito del Design for All e della
progettazione inclusiva.
Essere nuovi Be new
117
LO SVILUPPO DELLE ENERGIE
RINNOVABILI A GÜSSING
E LE SUE RAMIFICAZIONI
Bernhard Deutsch
Quando il progetto fu avviato agli inizi degli anni ’90, la regione di
Güssing versava in condizioni piuttosto sfavorevoli.
Cinquanta anni di storia di regione confinante lungo la Cortina di
ferro (a 8 km dal confine ungherese); mancanza di infrastrutture di
trasporto; la regione meno sviluppata e quindi con il minor reddito
pro capite in Austria; poche realtà imprenditoriali; scarse possibilità
occupazionali; combustibili fossili a basso costo; pessimo diradamento forestale; elevata dipendenza dai combustibili fossili.
Due avvenimenti furono decisivi per il futuro sviluppo della regione
di Güssing: in primo luogo, la caduta della Cortina di ferro e, con
essa, lo spostamento geografico che proiettò Güssing dai margini al
cuore dell’Europa; in secondo luogo, il previsto accesso dell’Austria
all’Unione Europea (UE) e, con esso, la prospettiva di importanti finanziamenti nell’ambito dell’Obbiettivo 1 del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), cui il Land austriaco del Burgenland aveva
diritto per il basso reddito pro capite.
Prima dell’adesione dell’Austria all’UE, vennero condotti in tutto il
Burgenland sondaggi e progetti di iniziativa comunitaria per definire
idee e argomenti relativi all’Obbiettivo 1 del FESR. I sondaggi prevedevano anche domande su questioni relative a riscaldamento ed energia. Questi furono i risultati: la maggior parte delle abitazioni private
nella regione di Güssing utilizzava gasolio o carbone per il riscaldamento e, per la mancanza di reti di gasdotti o di teleriscaldamento, le
abitazioni avevano forme di riscaldamento autonomo.
L’energia fossile doveva essere acquistata all’esterno con la conseguente fuoriuscita di denaro dalla regione. Numerose risorse disponibili in regione (quali resti del diradamento forestale, erba tagliata
con l’aratura, insilato di mais, ecc.) restavano intatte e non venivano
neanche considerate fonti di energia.
118
Bernhard Deutsch
La nascita del ‘Modello Güssing’
Come in molte altre storie di successo, il fattore decisivo che rese possibile il ‘Modello Güssing’ fu l’incontro delle persone giuste al momento giusto. Nel 1992, Peter Vadasz fu eletto sindaco della città di
Güssing e incontrò l’ingegner Reinhard Koch. Koch era a capo di un
piccolo studio tecnico di Güssing e ricevette dal Comune il compito
di progettare il sistema di trattamento delle acque reflue e la fognatura
comunale. Sin dall’inizio Vadasz e Koch si trovarono subito d’accordo
sul fatto che la questione energetica costituisse la soluzione per eccellenza per un miglioramento della situazione economica regionale.
Questa era l’idea di base: l’utilizzo di risorse locali per la produzione
energetica, invece dell’acquisto di combustibili fossili. L’obiettivo di
questa strategia erano tre risultati possibili: 1) evitare la fuoriuscita
di denaro dalla regione, trattenendolo invece al suo interno mediante l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse locali, creare nuovi posti
di lavoro e aumentare il valore aggiunto della regione; 2) diminuire,
quindi, la dipendenza dai combustibili fossili; 3) ridurre in maniera
decisiva le emissioni di CO2. Tuttavia, l’obiettivo fondamentale consisteva nel rilanciare definitivamente l’economia regionale tramite l’utilizzo di energie rinnovabili. Vadasz e Koch concordarono subito che
questa strategia fosse non solo giusta ma anche realizzabile.
Il sindaco Vadasz fu responsabile delle decisioni politiche e diede avvio allo sviluppo economico di quegli anni, mentre Koch fu responsabile della progettazione tecnica e della realizzazione dell’idea. Sotto
la responsabilità del sindaco Peter Vadasz il Consiglio comunale di
Güssing adottò le seguenti risoluzioni:
• risoluzione del Consiglio comunale del 13 luglio 1993: bozza di
progetto di studio sul futuro approvvigionamento energetico;
• risoluzione del Consiglio comunale del 24 novembre 1994: partecipazione del Comune di Güssing all’azienda Güssinger Fernwärme
GmbH (Riscaldamento urbano Güssing Srl);
• risoluzione del Consiglio comunale del 19 marzo 1996: il Comune
mette a disposizione uno speciale appezzamento di terreno per la
costruzione del riscaldamento urbano.
Dopo le prime misure per il risparmio energetico adottate dalla città
di Güssing (rinnovamento termico degli edifici pubblici, successivi sostituzione/rinnovo dell’illuminazione stradale, ecc.), molti proprietari
Essere nuovi Be new
119
di terreno forestale della regione iniziarono a coltivare questi terreni
con la consapevolezza che il diradamento boschivo avrebbe prodotto
risorse per il riscaldamento e non solo. Iniziarono, inoltre, a delineare
logistica e trasporto del legno. Venne fondata l’associazione forestale
del Burgenland (Burgenländischer Waldverband) per garantire, insieme ai molti proprietari di terreno forestale, l’utilizzo sostenibile e la
tutela delle risorse forestali.
Infine, nel 1992 furono costruiti i primi piccoli impianti di riscaldamento a corto raggio (urbani) nei villaggi circostanti la città di Güssing. Nella maggior parte dei casi furono i Sindaci o i responsabili
locali ad avviare il processo, ma anche privati e agricoltori avviarono
iniziative in tal senso. Una delle iniziative più importanti consistette nella creazione del concetto di ‘progetto faro’: qualunque realtà
funzionante che si potesse ‘vedere e toccare’ aumentò la credibilità
della tecnologia e promosse un sentimento di sicurezza e fiducia tra
la popolazione.
Prima della costruzione di questi impianti (molti dei quali basati su
cooperative agricole) fu necessario convincere la popolazione locale
del nuovo sistema. Come già menzionato, il combustibile fossile era
a basso costo, il riscaldamento a gasolio era considerato moderno e
progressista, mentre il riscaldamento a legna (come tutti i lavori legati alla lavorazione del legno) veniva reputato obsoleto. Si successero
numerosi consigli comunali e campagne informative per convincere
la popolazione dei benefici del riscaldamento urbano: indipendenza
dall’approvvigionamento di combustibili fossili, provenienza del legno dalle aree circostanti, creazione di valore all’interno della propria
regione, nessuna pulizia delle canne fumarie, nessun lavoro di manutenzione, costi inferiori a quelli dei combustibili fossili sia a breve che
a lungo termine (soprattutto costi di riscaldamento stabili nel lungo
termine grazie all’uso delle risorse locali) e, di conseguenza, maggior
benessere.
L’importante passo successivo fu fatto nel 1996 con la costruzione a
Güssing di un impianto di riscaldamento urbano a biomassa. Questo
costituì una vera e propria sfida in quanto doveva rifornire non un
piccolo villaggio di 200 abitanti bensì una cittadina di 4.000 abitanti.
Anche in questo caso furono necessarie diverse campagne informative. L’amministrazione comunale attuò un importante provvedimento
120
Bernhard Deutsch
collegando tutti gli edifici pubblici (scuole, asili, ospedali, ecc.) alla
rete di riscaldamento urbano. Questo fu un segnale positivo per la
popolazione. Oggi oltre il 50% delle abitazioni private, degli edifici
pubblici e una gran parte delle attività commerciali e industriali sono
collegati alla rete di riscaldamento urbano.
Güssing divenne interessante per imprese e industrie per i bassi costi
e un prezzo stabile del riscaldamento. I due principali produttori di
pavimenti in legno in Austria si stabilirono a Güssing perché qui le
imprese avevano garanzia di riscaldamento a basso prezzo nel lungo
termine. In cambio, l’impianto di riscaldamento urbano viene rifornito di legno di scarto proveniente da questi stessi impianti di produzione di parquet.
Silvicoltura sostenibile e risorse disponibili
La superficie forestale complessiva del Burgenland ammonta a 133.000
ha (che corrispondono a circa il 30% di foreste). Il 57% è costituito
dalla cosiddetta piccola area boschiva (< 200 ha), il 43% da boschi
comunali o da estese aree forestali private. Il catasto forestale nel distretto di Güssing ammonta a circa 19.741 ha che corrispondono al
45% di foreste (rispetto a una superficie complessiva di 485 km2). Di
media un appezzamento di terreno forestale nel comune di Güssing
misura 0,48 ha (rispetto alla media di 0,61 ha nel Burgenland). Questo
relativamente piccolo appezzamento di terreno forestale (che storicamente si deve al diritto di successione) rappresenta uno dei motivi per
cui un diradamento forestale professionale con attrezzature moderne
non fosse possibile dal punto di vista economico. Attualmente viene
utilizzato solo il 40-50% della produzione annuale di legno; di questo
il 60% viene impiegato per legna da energia, il 20% per uso industriale e il restante 20% come tronchi da sega. Sempre meno proprietari privati di terreno forestale (che costituiscono la percentuale più
alta) sono in grado di occuparsi del diradamento del proprio terreno.
A causa del mancato diradamento in passato, oggi sono disponibili
molte risorse inutilizzate. Inoltre, organizzazioni quali l’associazione
forestale del Burgenland come altri fornitori privati di servizi sono
stati incaricati da molti proprietari terrieri del diradamento e della
consegna del legname alle centrali elettriche a biomasse.
In tema di centrali elettriche a biomasse e approvvigionamento di ri-
Essere nuovi Be new
121
sorse nel distretto di Güssing: come summenzionato, la maggior parte
dei piccoli impianti di riscaldamento a biomasse sono cooperative di
agricoltori che sostanzialmente si riforniscono di legna proveniente
dalle terre circostanti; i membri della cooperativa consegnano la legna
del proprio terreno forestale all’impianto di riscaldamento urbano.
L’azienda per il riscaldamento urbano, Güssinger Fernwärme GmbH,
utilizza principalmente il legno di scarto dei produttori di parquet di
Güssing. La centrale elettrica a biomasse di Güssing viene alimentata
con cippato di legno proveniente dalla regione di Güssing (nel raggio
di 30-40 km dalla città) fornito perlopiù dall’associazione forestale del
Burgenland.
La centrale elettrica a biomasse
Con la costruzione della centrale elettrica a biomasse a Güssing nel
2001, si acquisì maggior efficienza sotto diversi aspetti. Calore ed
energia vengono prodotti utilizzando una speciale tecnologia di gassificazione del legno sviluppata dal Politecnico di Vienna. Le specifiche
caratteristiche del gas generato consentono la produzione di gas naturale sintetico (BioSNG) e di combustibili liquidi sintetici quali benzina o diesel (BTL - Biomass To Liquid), nonché l’impiego di celle a
combustibile ad alta temperatura. Oggi Güssing è considerato un centro di ricerca all’avanguardia in Europa nel campo della gassificazione
del legno e della produzione di combustibili di seconda generazione.
Effetti sociali ed economici
Grazie a tutti questi sviluppi, Güssing ha registrato enormi progressi. È difficile poter confermare un cambiamento nella mentalità della
popolazione, ma molti sono sicuramente orgogliosi dei progressi fatti.
Ciononostante, gli abitanti di Güssing non sono più ‘alternativi’ di
chi vive altrove. La cosa più importante è che la lampadina funzioni
quando si accende l’interruttore e che i termosifoni siano caldi. Sono
soprattutto agricoltori e guardie forestali a dover affrontare la questione in quanto fornitori delle risorse. Da parte del Comune si può
ancora intensificare l’impegno nell’ambito delle relazioni pubbliche e
della sensibilizzazione.
La realtà dei fatti è che, comunque, con lo sviluppo della città di Güssing sono stati creati oltre 1.000 nuovi posti di lavoro (fonte: Austria
122
Bernhard Deutsch
statistiche: 2.136 occupati nel 1991; 3.388 occupati nel 2006). Oltre
50 nuove imprese si sono trasferite a Güssing. L’introito derivante
dall’imposta municipale è aumentato da € 340.000 nel 1993 a € 1,5
milioni nel 2009. Le emissioni di CO2 si sono ridotte da 37.000 tonnellate nel 1996 a 22.500 tonnellate nel 2009. In merito ai consumi per
riscaldamento ed elettricità nel settore delle abitazioni private, degli
edifici pubblici e di attività commerciali e industrie, l’attuale livello di
indipendenza è pari al 71%; se si omette il consumo energetico delle
industrie, il grado si indipendenza supera il 100%.
Ma in generale il grado di indipendenza è una variabile!
Il Centro europeo per le energie rinnovabili
Il ‘Centro europeo per le energie rinnovabili’ (abbreviazione tedesca
EEE) venne fondato come associazione nel 1996 a Güssing per coordinare e attuare in modo professionale tutti i progetti relativi alle
energie rinnovabili. Nello stesso anno venne messo in funzione l’impianto di riscaldamento urbano di Güssing – il più grande impianto
di riscaldamento urbano a biomassa in Austria. Nel 2002, venne fondato l’EEE Ltd. come consociata dell’associazione. L’EEE Ltd. ha la
sua sede nel Centro tecnologico di Güssing creato dal Burgenland nel
2002. Intanto, l’EEE è diventato un’istituzione riconosciuta a livello
europeo per lo sviluppo di concetti locali e regionali sostenibili di risparmio energetico e l’utilizzo e la produzione di energie rinnovabili.
L’EEE si è guadagnato un’eccellente reputazione di partner affidabile
in diverse reti a livello nazionale ed europeo. Nel campo della ricerca,
dello sviluppo e della gestione di progetti è sempre molto richiesto
come ufficio di coordinamento. L’EEE è anche cofondatore del Progetto ‘Eco Energy Land’ (ökoEnergieland) e funge da organizzazione ombrello per tutte le attività in campo energetico della regione di
Güssing. Organizza seminari e formazione nel campo delle energie
rinnovabili e visite guidate dell’‘Eco Energy Land’.
Settori di attività dell’EEE
Amministrazione di impianti dimostrativi
Nell’area circostante la città di Güssing esistono oltre 30 impianti che
utilizzano tecnologie diverse e sono in parte amministrati dall’EEE. È
possibile organizzare visite guidate su richiesta in qualunque momen-
Essere nuovi Be new
123
to; le prenotazioni si effettuano direttamente presso l’EEE nell’ambito del turismo eco-energetico.
Ricerca e Sviluppo
Una delle principali chiavi del successo delle energie rinnovabili a
Güssing è stata ed è tuttora l’integrazione della ricerca. Sin dall’inizio
l’EEE ha promosso progetti di cooperazione con diversi istituti di ricerca; tuttavia, l’EEE non ha mai condotto direttamente alcun progetto di ricerca, bensì ha assunto il ruolo di piattaforma di collegamento.
L’EEE riunisce imprese, ingegneri edili e ricercatori.
La costruzione della centrale elettrica a biomasse di Güssing è stata
possibile solo grazie a questa innovazione e a una struttura di cooperazione unica.
La centrale elettrica a biomasse costituisce il fulcro del lavoro di ricerca e sviluppo di Güssing e il punto di partenza per ulteriori innovazioni nei settori della tecnologia delle celle combustibili, del Biomass
to Liquid (BTL, combustibili di seconda generazione) e BioSNG (gas
naturale sintetico). Nel 2009 venne inaugurato il centro di ricerca
(Programma COMET) per la gassificazione delle biomasse e i combustibili sintetici. La rete di ricerca ‘bioenergy 2020+’ ha sede nel
‘Technikum Güssing’ all’interno di questo centro di ricerca cui partecipano, tra gli altri, il Politecnico di Vienna, il Politecnico di Graz
e il Joanneum Research. Un importante passo avanti nel campo della
ricerca è costituito dalla costruzione nel 2011 di un impianto dimostrativo per la gassificazione termica di materiali di scarto di ogni tipo.
Formazione
Negli ultimi anni l’EEE ha organizzato numerosi seminari e conferenze. Su richiesta questi possono essere organizzati singolarmente in
qualunque momento. Inoltre, l’EEE intende condurre campagne di
sensibilizzazione sulle energie rinnovabili al fine di accrescere l’interesse per le energie alternative. Formazione ed eventi su base regolare
mirano a garantire la qualità delle centrali elettriche a biomasse.
Nell’ambito dell’istruzione e della formazione, l’obiettivo a medio termine è costituito da energia solare, fotovoltaico e pompe di calore e
altresì dalla promozione di una formazione professionale nel campo
della gestione energetica.
124
Bernhard Deutsch
Servizi
L’EEE ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo delle energie rinnovabili a Güssing ed è lieto di condividere le proprie esperienze, ad
esempio mediante la fornitura di piani energetici su misura a comuni e regioni. Questi comuni e regioni sulla strada dell’autosufficienza
energetica ricevono sostegno dall’EEE e traggono beneficio dall’integrazione dell’EEE nella rete di ricerca di Güssing. Per diffondere le
esperienze nel campo della gestione di progetti è stata creata una rete
di partner regionali, nazionali e internazionali. Nell’ambito di svariati
progetti di cooperazione vengono sviluppati concetti regionali sostenibili per l’impiego di energie rinnovabili e attuati progetti concreti.
Turismo eco-energetico
Per far fronte al crescente numero di turisti a Güssing, è stato istituito
il turismo eco-energetico. Guide certificate addestrate dall’EEE effettuano visite negli impianti. Inoltre, è stato lanciato il progetto ‘Eco
Energy Land’ con cui la regione ha acquisito un marchio comune nel
settore turistico. Nel 2010 è stato creato a Güssing un percorso pedagogico dedicato alle scuole. Il passo successivo è stato un campeggio
sull’energia nell’estate 2011 in collaborazione con l’Università di Risorse naturali e Scienze della vita di Vienna (in tedesco BOKU) e il
Resort naturale ‘Weinidylle’ con l’obiettivo di sensibilizzare i giovani.
Bernhard Deutsch
È membro dello European Center for Renewable Energy di Güssing, centro
austriaco fondato nel 1996 che sviluppa progetti regionali e comunitari per il
risparmio energetico e l’impiego di energie rinnovabili basati sulla decentralizzazione della produzione di energia e sull’impiego di tutte le possibili fonti
rinnovabili disponibili sul territorio.
Essere nuovi Be new
125
NUOVI PROCESSI
E ATTRATTIVITÀ DEI TERRITORI
ALPINI CONTEMPORANEI
Alberto Di Gioia
I cambiamenti alla luce dei dati socio-economici
Le Alpi sono considerabili come insieme di sistemi ad alto livello di
differenziazione, sottoposte a una intensa multiscalarità di pratiche,
dinamiche e processi per i quali si contraddistinguono come una regione peculiare d’Europa, connotate da un palinsesto denso di sovrapposizioni di significati di elementi culturali, sociali, economici e
politici, con un’alta intensità delle dinamiche poste dal mutamento e,
negli anni recenti, dalla transizione alla post-modernità.
Alcuni aspetti smentiscono le sensazioni degli stereotipi (sostanzialmente urbani) comunemente diffusi, che legano da una dimensione
le Alpi all’immagine da cartolina del tempo che fu, patria di prodotti
tipici e culture locali di montanari e pastorelli, da un’altra dimensione
esclusivamente al loisir invernale o estivo, sulla scia della definizione
già data nel 1871 da Leslie Stephen, padre di Virginia Woolf, sulle
‘Alpi terreno di gioco dell’Europa’. Fenomeni di trasformazione territoriale molto evidenti nelle Alpi, vissuti soprattutto nell’ultimo secolo,
con forti variazioni di tendenza dell’ultimo decennio rispetto alle serie
storiche del passato e la nascita di nuovi processi in alcuni casi di
ri-popolamento, fanno sì che sia molto interessante analizzare quali
cambiamenti stiano avvenendo. Il 73% dei Comuni alpini a livello
transnazionale, intendendo quindi i Comuni appartenenti ai sette
Paesi alpini sottoscriventi la Convenzione delle Alpi, nel ventennio
1981-2001 ha incrementato la popolazione residente, che oggi si attesta complessivamente su circa 14 milioni di abitanti. Aumento certamente non diffuso equamente sul territorio, che anzi è contraddistinto
dalla presenza di notevoli squilibri sia a livello regionale (differenze
poste a livello di sistemi territoriali), che a livello locale (fenomeni di
polarizzazione di risorse e attività). Nei Comuni alpini un sostanziale
aumento di popolazione è correlato a un aumento degli squilibri inter-
126
Alberto Di Gioia
ni dovuti ai processi di iper-polarizzazione di alcuni centri rispetto ad
altri, i quali determinano, di fatto, la desertificazione di molti Comuni
mentre altri soffrono di un ‘surriscaldamento dello sviluppo’ (Ruffini, 2009). Tale squilibrio è piuttosto notevole in Italia: considerando
che sul territorio alpino nostrano risiede il 49,7% della popolazione
urbana alpina complessiva, circa 4 milioni di abitanti diffusi in circa
1.800 Comuni, i Comuni in incremento demografico sono il 50% del
totale dei Comuni alpini italiani, contro (in base al dato precedente)
circa il 75% dei Comuni alpini in crescita degli altri Stati. Osservando
viceversa i Comuni alpini italiani toccati da spopolamento, dagli anni
’80 essi rappresentano una cifra prossima al 50% del totale (in una
proporzione quindi analoga a quella dei Comuni in crescita, dato che
conferma come la situazione complessiva sia fortemente dinamica),
situazione che trova seguito soltanto nella situazione slovena, contro,
viceversa, un 12% e 8,1% dei Comuni alpini svizzeri e tedeschi (rappresentano le aree a minor spopolamento, se escludiamo per ovvie ragioni statistiche i dati del Liechtenstein e del Principato di Monaco).
Considerando il saldo migratorio delle aree alpine italiane nel periodo
2009-2011, esso mostra una situazione sostanzialmente stabile o positiva, in cui in generale la popolazione delle aree interne sta crescendo
(confronto con il rapporto immigrati/emigrati). Sono molto scarsi i
casi di saldo fortemente negativo (con più di 50 unità). La concentrazione delle aree con saldo negativo è più forte nelle Alpi Orientali,
anche se si deve dare lettura del fatto che questo dato è da ascrivere
alla presenza di una maggior dinamica dei residenti interni (ovvero
spostamenti di residenza da un Comune a uno viciniore) piuttosto
che a fenomeni di reale spopolamento: infatti osservando i dati dei
nuovi iscritti, i valori di queste aree sono solitamente in linea se non
superiori alla media (a eccezione delle Alpi venete). Indice del fatto
che, pur a fronte di un saldo migratorio negativo, è comunque molta
la popolazione in arrivo.
Un caso particolare è quello dell’Alto Adige, in cui a fronte di saldi migratori in alcuni casi negativi, la popolazione è quasi sempre in
aumento se non stabile. Indice di come questo dato sia sostenuto da
valori positivi del saldo naturale. Nel Nordovest è osservabile invece
come, accanto a zone in cui lo spopolamento è ancora in atto, localizzate soprattutto nei Comuni minori interni, si instaurino processi
Essere nuovi Be new
127
inversi soprattutto a partire dai centri locali per servizi e occupazione
e con una certa diffusione sui territori limitrofi. Questo fenomeno è
abbastanza evidente, rimanendo al Piemonte, in tutto il territorio valdostano, nel biellese, nel verbano, nelle vallate del cuneese meridionale (Valli Gesso e Tanaro) e nell’Alta Langa.
L’attrattività territoriale verso nuovi abitanti
Dall’osservazione delle dinamiche demografiche e in relazione a uno
studio condotto sui nuovi abitanti delle Alpi (NovAlp, Associazione Dislivelli) possiamo osservare come vi siano in molti luoghi nuovi
processi caratterizzati sia dal ritorno di popolazione residente, nuovi
montanari legati a occupazioni in molti casi assai diverse rispetto al
passato, sia al cambiamento del carattere dell’abitare (aspetti fondamentali: servizi e multi-lavoro), in relazione ai tipi di territori coinvolti
da questi processi e alle persone che lo abitano. In molte parti delle
Alpi il rapporto tra abitanti e territorio alpino ha innescato processi
virtuosi di sviluppo locale, che si pongono come pratiche interessanti
per l’impostazione di politiche territoriali per la montagna effettivamente orientate ai reali bisogni degli abitanti. Sempre dallo studio
NovAlp emerge infatti come i territori alpini esercitino, in molti casi,
una certa e nuova attrazione verso nuove forme di immigrazione di
persone in cerca di nuove condizioni di vita sia per la qualità abitativa
che per il lavoro. Dall’integrazione tra classi motivazionali e condizioni socio-economiche è possibile definire tipologie di abitanti interessati da questo processo (si rimanda a Corrado, Dematteis, Di Gioia,
2014), nella maggior parte dei casi interessati a migliorare la propria
vita e la vita familiare rispetto alle condizioni poste dalle medie e grandi città, con nuove occupazioni create da idee e progetti personali e
integrate con le risorse territoriali e le specificità locali. Dal punto di
vista territoriale le aree maggiormente attrattive verso questi processi
sono quelle che, alternativamente, hanno una certa disponibilità di
servizi territoriali, in primo luogo reti telematiche e comunicazioni
(quindi sia materiali che immateriali), hanno disponibilità di risorse e
beni utilizzabili quindi dai nuovi residenti, hanno instaurato già negli
ultimi anni processi di sviluppo locale, solo in alcuni casi riflesso direttamente da politiche locali di accoglienza o di attrazione di nuovi
abitanti. Questo aspetto è in realtà fondamentale e deve essere consi-
128
Alberto Di Gioia
derato, insieme alla disponibilità di servizi, come un indirizzo fondamentale per la possibilità di attrazione verso nuovi residenti e nuovi
lavoratori. Queste politiche possono anche essere strutturate da forme di azioni congiunte pubblico-privato, in relazione ad esempio alla
ricomposizione fondiaria di lotti agricoli abbandonati o non utilizzati
per nuovi lavoratori esterni, o per la rifunzionalizzazione di manufatti
non utilizzati e la progettazione di attività agro-ambientali magari integrate con attività turistiche a basso impatto (turismo lento).
Alberto Di Gioia
Docente di Analisi urbanistiche e territoriali con strumenti GIS al Politecnico
di Torino, si interessa di analisi spaziale e dinamiche evolutive delle regioni
alpine. È membro di Dislivelli, associazione di Torino che opera per favorire
una visione innovativa della montagna e delle sue risorse. Ha realizzato analisi sistemiche dello spazio alpino in relazione all’individuazione di tipologie
territoriali legate alle potenzialità di sviluppo, alla marginalità e all’isolamento
territoriale.
Essere nuovi Be new
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I NUOVI ABITANTI
DELLE ALPI
Erwin Durbiano
Il fenomeno dei nuovi abitanti delle Alpi italiane
A partire dalla metà degli anni ’90 si assiste in Italia alla ridefinizione dell’approccio strategico e progettuale al territorio di montagna e
alle sue specificità, così da poter approdare oggi allo slegarsi da una
visione assistenzialistica, stereotipata e spesso contraddistinta da una
logica di sviluppo economico riduttivo e monosettoriale, a favore di
nuove idee e forme di sviluppo rivolte alle terre alte; i provvedimenti
legislativi a carattere specifico, la valorizzazione delle peculiarità in
ambito della pianificazione territoriale e la crescente rilevanza nei
programmi e nelle politiche europee, sono tra i principali elementi
che confutano il cambiamento nel concepire e nell’agire sulle aree di
montagna. Nel 2012 il documento ‘Le aree interne: nuove strategie
per la programmazione 2014-2020 della politica di coesione territoriale’ pubblicato dal Ministero per la Coesione Territoriale proietta la
montagna (e non solo) verso uno sviluppo che implicitamente fa leva
sulle potenzialità intrinseche dei territori e su una cooperazione con
forze esterne.
Il cambiamento in atto nell’intero arco alpino, non solo italiano, così
come dimostrato dalla letteratura nazionale e internazionale sul tema,
è altresì verificato dall’insediamento di nuova popolazione (definito in
seguito come il fenomeno del ritorno alla montagna) anche in territori
marginali e da sempre in continua e costante perdita di popolazione.
Analizzando i lineamenti generali del fenomeno si può affermare che
si tratta di uno spostamento spontaneo, che non è il risultato di specifiche pianificazioni né oggetto di dedicate politiche pubbliche e che
porta con sé il riappropriarsi dei paesaggi montani, la riqualificazione
di borgate, lo sviluppo di nuovi turismi, la creazione di nuovi mestieri
e la riproposizione di quelli antichi in un’ottica odierna. Il fenomeno
del ritorno alla montagna comporta cambiamenti in ambito sociale, in
termini di popolazione residente, in ambito economico, in termini di
130
Erwin Durbiano
recupero di vecchi mestieri e/o implementazione di nuovi mestieri e
culturale, in termini di nuovi stili di vita e di consumo e di creazione
di nuove associazioni. Il fenomeno del ripopolamento riguarda un numero limitato di nuovi abitanti non ancora in grado di rappresentare
un saldo migratorio positivo, ma risulta comunque interessante tanto
da poter permettere di affermare che si sono innescate nuove dinamiche sociali.
La ricerca a carattere esplorativo del fenomeno dei nuovi insediati
nelle Alpi italiane (si rimanda a Corrado, Dematteis, Di Gioia, 2014)
permette di ottenere una conoscenza preliminare di un fenomeno recente e di ampia diffusione, in cui risulta fondamentale individuare
le caratteristiche dei neo-montanari per poter definire tipologie di
insediati, comprendere le dinamiche e i fattori attrattivi e repulsivi
dei potenziali territori di accoglienza e di conseguenza indirizzare le
politiche pubbliche.
Un primo indizio di rinascita della montagna è da ricercarsi nelle dinamiche demografiche più recenti: considerando la variazione della
popolazione nei Comuni dell’arco alpino italiano nel periodo 20012011 si nota un aumento di popolazione che riguarda non solo le aree
più tipicamente a vocazione turistica ma anche le aree marginali e tendenzialmente soggette, in passato, a un continuo e costante spopolamento. Il dato demografico assume un rilevante significato se letto a
una scala comunale, per cui emerge la reale dimensione dei processi in
atto da considerarsi come cambiamenti all’interno dei sistemi locali.
In alcuni casi l’arrivo di nuovi abitanti consente di poter parlare di
una vera e propria inversione di tendenza del saldo migratorio, generalmente da mettersi in relazione con l’arrivo di un’intera comunità di
soggetti. In questo caso, spesso, si tratta di comunità extracomunitarie
che si formano in aree, solitamente, fragili, dove i costi della vita sono
minori rispetto al contesto urbano ed è possibile dedicarsi a mestieri
della tradizione (Dematteis, 2010).
Le categorie di nuovi abitanti
Il fenomeno dei nuovi abitanti, analizzato nelle dinamiche socioeconomiche più recenti (si considera il periodo 2009-2011), viene
indagato anche attraverso le anagrafi comunali dalle quali è possibile ottenere informazioni dettagliate, che permettono di ricostruire il
Essere nuovi Be new
131
profilo del neo abitante delle Alpi, al fine di comprendere le scelte e le
motivazioni, le preferenze e i vantaggi, i costi e le difficoltà incontrate.
Il nuovo abitante, spinto principalmente alla montagna dalle occasioni lavorative e dal minor costo della vita, è motivato da scelte a
forte valenza in termini di qualità della vita, da declinarsi soprattutto
nella gestione dei rapporti sociali, dell’ambiente di vita quotidiana
e di una diversa concezione del tempo e del ritmo di vita. Il nuovo
abitante proviene per lo più dall’interno della stessa provincia di
residenza, sovente della cerchia dei Comuni più vicini, e la scelta
della specifica località non sempre è dovuta a precedenti legami con
la realtà di inserimento (i casi più frequenti rimangono comunque
quelli dove per questioni di parentela o amicizia, o per via di una
visita pregressa avvenuta durante le vacanze si è a conoscenza della
località di arrivo).
Una descrizione interpretativa del fenomeno sia sotto l’aspetto oggettivo dell’apporto dei nuovi insediati all’economia e alla vita sociale
locale, sia sotto quello soggettivo delle motivazioni e delle valutazioni
positive o negative delle scelte effettuate è possibile attraverso classificazioni dei nuovi abitanti. Le componenti socio-economiche del
fenomeno possono essere assunte come un primo criterio per una
classificazione e interpretazione dei nuovi insediati; considerando la
suddivisione dei neo-abitanti in popolazione attiva e non, emergono
preferenze localizzative correlate ai diversi tipi di aree montane: quelle più accoglienti per infanti, studenti e pensionati sono caratterizzate
da un’elevata offerta di servizi, dal facile accesso al trasporto pubblico
e da una certa densità di popolazione. Tra gli attivi occorre distinguere
coloro che praticano attività radicate, da quanti svolgono lavori tendenzialmente ubiquitari o generici. Questa distinzione è rilevante per
distinguere due diversi modi di contribuire allo sviluppo montano. Le
attività ubiquitarie e i lavori generici hanno un ruolo quantitativamente non trascurabile: i loro effetti positivi sullo sviluppo locale, oltre
alla produzione di reddito, consistono nell’aumento dell’occupazione
e della popolazione locale. Le attività ‘radicate’, oltre a questi effetti,
ne hanno altri due particolarmente importanti: lo sviluppo basato su
un miglior utilizzo delle risorse potenziali locali e la domanda di ricerca applicata e di formazione professionale specifica. Un’altra distinzione rilevante riguarda gli effetti che l’attività dei nuovi insediati ha
132
Erwin Durbiano
sull’economia locale e in particolare sulla capacità di mettere in valore
le risorse potenziali presenti nel contesto locale.
Una seconda classificazione, maggiormente a carattere soggettivo, si
basa essenzialmente sulle motivazioni della nuova scelta insediativa;
la prima principale distinzione è tra chi persegue esclusivamente o
prevalentemente un’utilità economica e chi invece ne fa una questione esistenziale, tra gli estremi di queste due figure ci sono varie
combinazioni intermedie, che non sempre permettono una netta distinzione tra di esse. Nella classe degli ‘utilitaristi’ occorre distinguere
tra imprenditori, occupati dipendenti o saltuari e semplici residenti.
La scelta utilitaristica di tipo imprenditoriale può riguardare attività
rivolte a sfruttare risorse locali sotto-utilizzate oppure (specie nelle
aree più urbanizzate e in crescita demografica) la domanda locale di
beni e servizi. In entrambi i casi giocano a favore della scelta montana
situazioni locali di risorse poco o male utilizzate e di domanda poco o
male soddisfatta. Nella classe degli ‘esistenziali’ si ha una vasta gamma
di motivazioni che di base interpretano differentemente l’approccio
alla montagna e rifiutano in modo più o meno marcato la vita di città,
passando da una scelta anti-urbana e quella che potremmo dire della
città in montagna.
Ognuna di queste categorie richiede politiche diverse, sia sul piano
soggettivo, cioè per quanto riguarda le azioni di attrazione e di accompagnamento, sia sul piano oggettivo degli interventi rivolti a rendere il
territorio di accoglienza attrattivo in quanto rispondente alle diverse
esigenze; risulta pertanto necessario operare in modo selettivo sulle
categorie di nuovi abitanti che si vogliono attrarre in specifici territori
di montagna a fronte, soprattutto, del contributo allo sviluppo che
sono in grado di apportare.
Erwin Durbiano
Pianificatore territoriale, è membro dell’associazione Dislivelli di Torino, che
opera per favorire una visione innovativa della montagna e delle sue risorse,
costruendo reti tra ricercatori, amministratori e operatori e promuovendo
servizi socio-economici integrati, oltre che interventi sociali, tecnologici e culturali capaci di futuro. Con Federica Corrado e Daria Rabbia è autore del
documentario Ritorno alla montagna: la Valle di Susa si racconta.
Essere nuovi Be new
133
MA IL FUTURO
QUANDO ARRIVA?
Fabio Feruglio
Questo testo, per essere efficace, deve essere letto sfogliando la presentazione dell’intervento che è disponibile in slideshare:
http://www.slideshare.net/fabio.feruglio/20131129-future-forum
Il testo sarà intervallato dalla parola click ogni volta che c’è da far scorrere la presentazione, si parte dalla prima slide (copertina).
L’idea di questo intervento è nata mentre con Renato (Quaglia) stavamo lavorando sul programma preliminare di Future Forum e sul
contributo che Friuli Innovazione avrebbe potuto dare a un evento
così ampio e complesso.
Mentre parlavamo Renato mi fece notare che io tornavo sempre su un
punto, che in buona sostanza era questo: in generale nel nostro Paese
ci facciamo sempre sorprendere dal futuro.
E anche quando il futuro lo stavamo inventando noi (sto pensando a
Marconi, Meucci, Cruto, Natta, Olivetti, per capirci) chi lo ha fatto
diventare presente per tutti, sono stati gli altri e non noi.
Così a un certo punto mi ha detto «Beh dai, fai anche tu un intervento,
vieni a raccontarci queste cose». Forse allora lo disse per andare avanti più rapidamente nel lavoro che stavamo facendo, ma come vedete
ho accettato.
Quindi io non vi racconterò di quello che succederà tra 15 o 20 anni
ma vi presenterò brevemente alcune riflessioni su quanto sia necessario abituarci a comprendere e cogliere gli spunti che ci anticipano il
futuro.
Era da un bel po’ che qui non succedeva qualcosa di importante come
Future Forum click Finalmente uno squarcio di luce,
click finalmente qui a Udine,
click finalmente uno slancio per guardare oltre, per porsi degli interrogativi,
click Ma soprattutto per far rinascere, in chi l’avesse persa, la voglia
134
Fabio Feruglio
della sfida sui temi cruciali: Lavoro
click Industria
click Sapere
click Città
click Scienza
click.
Nella giornata conclusiva di Future Forum, dopo tutto ciò che abbiamo ascoltato, dobbiamo fare in modo che anche questa non sia
un’occasione persa.
Non sprechiamo questa opportunità, questo regalo che ci è stato fatto, perché ha un valore di gran lunga maggiore dell’impegno enorme
(di questi tempi) di chi lo ha concepito, progettato, realizzato e supportato.
Questa opportunità deve trasformarsi in un nostro cambiamento.
Dobbiamo da oggi in poi fare in modo di interessarci tutti con maggior continuità e assiduità ai temi che sono stati trattati e, se ce ne
sarà ancora uno a breve, alle visioni di futuro; dobbiamo abituarci a
considerarle anche nelle nostre scelte e azioni. E per imparare a farlo,
dobbiamo trovare la risposta a questa domanda.
click La parola futuro è una di quelle parole che quando si pronunciano in un contesto di lungo periodo, il più delle volte ci incanta.
Restiamo tutti affascinati dalle meraviglie che può riservarci il futuro,
ovviamente quando rifuggiamo dai futuri catastrofici.
Però è vero che in generale pensando al futuro pensiamo al progresso,
all’innovazione, per lo più ci sentiamo proiettati molto lontano dal
presente e dalle nostre responsabilità attuali.
Parlare di futuro dovrebbe invece farci riflettere (inchiodarci) sulle
nostre responsabilità di oggi e sulla nostra capacità di azione, perché
altrimenti non saremo mai protagonisti del futuro.
Allora andiamo alla ricerca di una risposta a questa domanda.
Forse già tutti ne abbiamo una pronta, ma dobbiamo trovarne le motivazioni profonde.
click Innanzitutto il futuro è strettamente legato alla natura dell’uomo,
al suo desiderio di progredire, di sviluppare della progettualità.
click Questa è oramai ‘storica’: sono passati quasi vent’anni, ma qualcuno è ancora fermo lì, al sito vetrina. Questo è un altro esempio di
progresso,
Essere nuovi Be new
135
click ma qui qualcosa forse è andato storto.
Preparando questo intervento ho riscoperto le prime cose che mi hanno fatto riflettere sul futuro:
click Nel gioco degli scacchi c’è una visione del gioco, una strategia,
uno sforzo continuo nel prevedere le mosse, nell’influenzarle, c’è ovviamente un obiettivo, un ruolo attivo, è un gioco che mi piacque
subito e ne imparai le regole a 5/6 anni per giocare con i ragazzi un
po’ più grandi di me.
click Mio padre mi fece leggere questo libro quando uscì: era il 1972.
Credo che rappresenti in assoluto la prima riflessione sul concetto di
risorse finite e di implicazioni dello sviluppo, con analisi quantitative,
modelli matematici e capacità di calcolo che oggi ci sembrano primitive.
L’altra cosa straordinaria è che la ricerca fu commissionata da italiani
(Aurelio Peccei, il Club di Roma) al MIT.
Ecco ma
click Come arriva il futuro? Come lo percepiamo? Quando ci accorgiamo che arriva?
Il più delle volte ci sorprende.
click Avremmo immaginato nel 2005 cosa sarebbe successo nel 2013?
Non tanto in relazione all’elezione del Papa, quanto al modo diverso
di vivere le emozioni: non solo le possiamo conservare, ma le possiamo
condividere immediatamente con tutto il mondo, le possiamo fotografare o filmare, e poi subito twittare, postare, commentare, chattare.
Questa è la parte che ci sorprende, ma in realtà anche quel futuro lì è
arrivato così:
click qui se ne comincia a parlare,
qui si stanno creando grandi aspettative,
qui cominciano i problemi
da qui in poi si imbocca la strada giusta
questo click è un esempio che posiziona le diverse tecnologie sulla
curva e ci può far capire cosa stia succedendo oggi, e cosa possiamo
aspettarci domani.
Ci aiuta a prepararci per essere pronti.
click Questo invece è un esempio che ho tratto da un documento del
2008,
click ma che mi piace sempre far vedere
136
Fabio Feruglio
click per l’immediatezza con cui evidenzia le questioni fondamentali
sulle quali si sviluppa il nostro futuro, le competenze.
click Questo purtroppo è del 2013 e deve farci riflettere (inchiodarci)
alle nostre responsabilità: nell’analisi delle competenze degli adulti
l’Italia è risultata all’ultimo posto (OCSE).
click Qui vediamo le competenze
click Da un altro punto di vista
click click click Credo che ci stiamo avvicinando a scoprire la risposta
che cerchiamo: ma quando arriva il futuro? Ma farei ancora qualche
passaggio.
Quali sono i limiti di ciò che possiamo aspettarci dal futuro?
click click click click click Bene credo che adesso cominciamo a mettere a fuoco la risposta alla nostra domanda
click e a comprendere
click perché quella risposta ci sembri sempre di più ragionevole, come
risposta
click click Però dove lo andiamo a cercare il futuro?
click Abbiamo visto che il futuro è in qualche modo legato alla stessa
natura umana,
abbiamo visto come arriva il futuro
ma dove lo si incontra, ci sono dei luoghi del futuro? Luoghi fisici, ma
anche virtuali?
click Scuole, da qui possiamo cominciare a leggere il futuro
click Imprese, certo c’è anche qui il futuro, ma non in tutte
click Centri di ricerca, qui il futuro è di casa, ma non dobbiamo farcelo sfuggire (Fermi, Majorana, Segrè, Amaldi, Pontecorvo)
click Università, anche qui il futuro è di casa. Ma insegniamo anche a
trasformare buoni risultati di ricerca in business.
click Parchi scientifici e tecnologici, possono essere un’opportunità
per chi il futuro se lo vuole costruire (qui facciamo le start-up), o per
chi l’ha perso e se lo vuole riprendere (qui facciamo incontrare gli
imprenditori con i ricercatori). Il Parco nella foto è a 6,5 km da qui ed
è lì anche per voi, è qualcosa di nostro (il presidente della CCIAA di
Udine, Da Pozzo, è uno dei soci di riferimento).
click Qui non servono commenti
click Qui sì. Andando a leggere cosa si sta brevettando: si impara molto del futuro.
Essere nuovi Be new
137
Guardate che ancora oggi c’è qualcuno che pensa alla Cina come a
quelli che ci copiano le sedie. La Cina detiene il 20% dei brevetti in
nanotecnologie.
Adesso sappiamo come arriva il futuro, anche dove trovarlo il futuro,
ma non ancora come fare a prenderlo, a non perderlo…
click click Dobbiamo allenarci a percepire e cogliere il futuro quando
si avvicina
click Dobbiamo essere pronti ad afferrarlo, a plasmarlo, e per fare
questo dobbiamo essere predisposti al cambiamento, anche se non è
facile
click E come vedete spesso non è stato facile neanche per coloro che
già erano sulla buona strada
click Però dobbiamo provarci
click Ma non possiamo fare la fine della rana bollita, che sguazza
nell’acqua tiepida senza accorgersi che la temperatura sale e quando
l’acqua bolle non ha più le forze per saltare via.
click Oramai abbiamo trovato la nostra risposta, la nostra risposta alla
domanda «quando arriva il futuro?», e siamo conviti che sia quella
giusta.
click Anche i ragazzi che hanno scritto questo articolo l’avevano trovata.
Loro hanno capito subito quando arriva il futuro.
Quei ragazzi erano in quarta e quinta liceo nel 2008 quando sono
venuti a visitare il Parco Scientifico e Tecnologico Luigi Danieli di
Udine.
Anche qui qualcuno ha scritto un articolo sul giornale
click Ma i risultati non arriveranno, se continuiamo ad autocelebrarci,
immaginando una realtà apparente.
In quella mappa, che proviene dal recente rapporto europeo sull’indice di competitività delle regioni, noi siamo medio bassi nella scala
dei valori.
Se non cerchiamo sempre di migliorare, se non guardiamo in faccia
la realtà, non faremo progressi. Non coglieremo mai il futuro, e allora
resteremo prigionieri del passato (o del presente) senza opportunità
di essere davvero protagonisti del futuro
click Ormai conosciamo la risposta e ne siamo ben consapevoli!
click Che è ciò che più conta! Siamo anche consapevoli che oggi ci
138
Fabio Feruglio
sono molte più opportunità di quante ce ne fossero in passato, per
essere protagonisti e non comparse del nostro futuro.
Ecco, dobbiamo ‘Essere nuovi tutti insieme per guardare avanti’.
click
Fabio Feruglio
Direttore di Friuli Innovazione, vanta un’ampia esperienza professionale internazionale. Ha operato con crescenti responsabilità nel settore della consulenza aziendale, lavorando nell’ambito di progetti innovativi, di cambiamento
dell’organizzazione, dei processi aziendali dei sistemi informativi, in tutte le
aree aziendali: produzione, logistica, vendite e distribuzione, manutenzione
impianti, amministrazione e controllo, risorse umane. È stato partner italiano
e internazionale di Arthur Andersen e di Deloitte. Le sue esperienze professionali si sono concentrate per lo più nei settori manifatturiero, del consumer
business, pubblico (università), chimico, farmaceutico e petrolifero.
Essere nuovi Be new
139
IL FUTURO
CI È GIÀ ADDOSSO
Franco Iseppi
Il punto di vista
Il tema può essere affrontato partendo da molti punti di vista. Quanto
si è detto finora mi consiglia di partire dall’idea che la costruzione di
una ipotesi sul turismo di domani debba partire dalla nostra capacità
di intercettare la domanda (a volte inespressa) di chi oggi pratica il
turismo in senso generale e nelle sue specifiche espressioni.
Intendiamoci: capire un bisogno, una domanda latente non è compito
solo di sociologi, antropologi, psicologi, ma anche di imprenditori,
perché il turismo svolge una funzione sociale e culturale, ma è anche
e, per alcuni, soprattutto un business. Henry Ford se avesse ascoltato i suoi concittadini avrebbe fatto dei cavalli più veloci, invece ha
inventato l’automobile. Silvio Berlusconi, quando ha iniziato la sua
avventura professionale, lo ha fatto comprendendo prima degli altri
che c’era una risorsa nascosta di cui il mercato aveva bisogno: la pubblicità. Essa avrebbe cambiato il peso del consumatore nel mercato
stesso. Carlo Petrini, dando vita a Slow Food, aveva intuito che c’era
una forte domanda (non organizzata) verso un nuovo tipo di rapporto
tra produttore e consumatore. Vi ricordo che l’idea del nome al movimento non è di Carlo Petrini ma di Folco Portinari. Folco Portinari è
stato anche uno dei primi stimolatori del premio Nonino.
Partire dalla domanda per costruire una ipotesi di futuro non significa
che non si prende in considerazione l’offerta, perché entrambe sono
facce della stessa operazione e cioè l’invenzione di prodotti e servizi.
Significa solamente partire da un punto di vista piuttosto che da un altro, senza porci troppo il problema se è nato prima l’uovo o la gallina.
Certo è più facile partire da prodotti e servizi esistenti per ipotizzare
un futuro, ma questa strada potrebbe portare non troppo lontano,
vista la velocità con la quale cambia lo stile di vita dei consumatori
e i bisogni di chi pratica il turismo, anche se in modo consapevole e
compatibile.
140
Franco Iseppi
I limiti dei trend
Se noi ci limitassimo a tenere conto dei trend di crescita o di criticità come
li vediamo oggi, ci limiteremmo: a tutelare offerte sature (mare e montagna), senza valutare le loro stesse potenzialità evolutive; a rafforzare offerte
storicamente forti (beni culturali, città d’arte); a promuovere offerte emergenti e significative (enogastronomia, artigianato, made in Italy, eventi...)
• sottovalutando le potenzialità del turismo urbano e rurale, proprio
nel momento nel quale sta cambiando il rapporto tra cultura urbana e cultura rurale nel nostro Paese;
• non considerando seriamente che l’attrattività dei beni culturali si
sta allargando alla nostra eredità culturale in senso lato, espressione
di una domanda culturale più allargata;
• non investendo nelle zone interne del Paese, la cui attrattività complessiva sta aumentando;
• accettando come inevitabili le forme di turismo più persuasive e
avanzate della omologazione planetaria;
• non riconoscendo a sufficienza che l’orientamento verso un turismo personale racchiude in sé la possibilità di cambiamento radicale della pratica turistica (fine dell’intermediazione e nuova concezione del modo di viaggiare).
La necessità di distinguersi
Sarebbe sbagliato non riconoscere ai trend di crescita e di criticità
(basati sull’offerta di beni e servizi) un grande peso nella definizione
del futuro, ma essi non bastano per sostenere e affermare un turismo
come il nostro, che può godere di asset peculiari, sui quali costruire le
proprie prospettive di sviluppo. Possiamo permetterci di disegnare il
futuro del nostro turismo su molte distintività:
a) la storia. Siamo la memoria del turismo europeo: si veda la funzione
di ‘GranTour’. Il nostro turismo può essere supportato:
1. da un indiscutibile valore del patrimonio culturale, come capitale
artistico riconosciuto;
2. da un ineguagliabile patrimonio agro-alimentare;
3. da un paesaggio, testimonianza della impronta che la storia e l’uomo hanno lasciato sul territorio (nel bene e nel male);
4. dalla ricchezza della sua biodiversità, da considerarsi un unicum;
5. dall’essere posizionato in modo centrale nella civiltà mediterranea;
Essere nuovi Be new
141
b) l’immaginario. Il turismo è anche rappresentazione. La rappresentazione nel mondo dei luoghi turistici italiani (spesso compromessa dalla immagine di disastri ambientali e di degrado non solo fisico, ma anche morale) è ancora molto forte e positiva (merito della letteratura, del cinema,
della natura, della storia, della geografia), al punto di rappresentare ancora un punto di forza. Si può allargare all’Italia quanto Simone Anholt,
guru del National Brand, sostiene relativamente alla Toscana: la bellezza
è qualcosa di hard e non di soft, e pertanto è un valore strutturale;
c) l’identità plurale. L’Italia è vissuta come un Paese con forte identità
plurale, e cioè basato sul valore della diversità, valutabile come un
vero vantaggio competitivo;
d) il territorio. Le riforme legislative e la modifica dell’art. 5 della Costituzione configurano il turismo in chiave territoriale, e quindi caratterizzato da specificità ambientali, storiche e culturali. L’aggettivo
‘locale’ non connota il turismo come localistico. Si tratta di trovare
nella specificità del territorio l’essenza di una offerta non standardizzata, non banale e non necessariamente di massa. Perché il territorio,
‘i territori’ sono importanti per il turismo? Perché il territorio è diventato il contesto integratore (meglio il contenitore) nel quale si esprime
la domanda del viaggiatore. Nessuno viaggia più con una sola motivazione (beni culturali, beni enogastronomici, eventi), ma ognuno
ha una sua gerarchia di bisogni che, però, vorrebbe soddisfare nello
stesso contesto. La diversa identità dei territori diventa pertanto un
vero vantaggio competitivo per soddisfare contemporaneamente tutti
i bisogni dei viaggiatori.
I condizionamenti del presente
Il nostro ragionamento termina con una ultima considerazione: il nostro presente come condiziona il nostro futuro turistico?
Vediamo quali sono le criticità universalmente riconosciute al nostro
sistema turistico:
a) accessibilità: il nostro è un Paese spezzato a metà, a causa dello stato
delle infrastrutture di comunicazione;
b) Sud: ha le potenzialità di una industria-traino, ma si ferma lì;
c) carenza di prodotti specifici (per famiglie, anziani, disabili – richiesti
dai buyer internazionali) e di servizi personali efficienti e competitivi,
spesso accompagnati da costi alti e gestiti con professionalità non ec-
142
Franco Iseppi
cellente. Insomma, spesso la qualità complessiva della nostra offerta
lascia a desiderare e l’accoglienza è di scarsa qualità;
d) sviluppo durevole e sostenibile: non è (purtroppo) il contesto nel
quale si collocano le nostre strategie di intervento;
e) promo-commercializzazione mondiale molto carente e polverizzata;
f) tecnologicamente povero: il 53% in Europa si informa e sceglie utilizzando internet. Noi non abbiamo un portale nazionale;
g) modello di governance non virtuoso tra gli attori del sistema (Stato,
Regione ed ente locale);
h) prodotto di sistema: il turismo è certo se c’è una buona relazione
tra politiche dei beni culturali, politiche ambientali, politiche agroalimentari e politiche delle infrastrutture (queste poi sono una precondizione allo sviluppo turistico). Esiste questa buona relazione tra
le diverse politiche? Non c’è bisogno di rispondere. Il turismo non
riesce a essere un prodotto di sistema;
i) l’osservatorio sul turismo. Per ora i dati sistematici (ISTAT e Banca
d’Italia) sono disponibili due anni dopo. Per chi deve prendere delle
decisioni il lasso di tempo è troppo lungo. Ci si deve accontentare di
informazioni anche buone, ma non sistematiche.
Riflessione finale
Anche per coloro che preferiscono vedere il bicchiere dalla parte piena, non c’è da essere allegri. Non chiedetemi se è possibile un futuro
radioso, con un presente come il nostro. Forse è possibile, ma è certo
che c’è moltissimo da fare. In ogni modo cominciamo a sfatare un luogo
comune: in un mondo in continuo movimento (accelerato, disconnesso
e continuo), il presente non si distingue ma si identifica con il futuro.
Franco Iseppi
Insegna Teorie e tecniche di comunicazione dei media alla Facoltà di Ingegneria
del cinema e dei media al Politecnico di Torino. Dal luglio 2010 è presidente del
Touring Club Italiano. Produttore, curatore e ideatore di numerosi programmi
televisivi, ha ricoperto vari incarichi dirigenziali in RAI, di cui è stato direttore
generale dal 1996 al 1998. È consulente e manager di associazioni, istituzioni e
imprese operanti nel campo della convergenza tra televisione, telecomunicazioni
e internet. Osservatore ed esperto di apparati di comunicazione di massa, ha
scritto e collabora a riviste specializzate nazionali e internazionali. Ha pubblicato
saggi e ricerche sul sistema televisivo e dei media italiani e sui consumi culturali.
Essere nuovi Be new
143
LAVORO DEL FUTURO
E FUTURO DEL LAVORO
Da Adriano Olivetti alla Società
della Conoscenza condivisa
Bruno Lamborghini
Oggi parlare del futuro del lavoro in Italia, in un momento drammatico della più grave crisi dal dopoguerra, una depressione che appare
peggiorare senza speranza da un quinquennio, sembra un dibattito
astratto, fuori del tempo.
Più che di futuro del lavoro, oggi si parla della mancanza di lavoro,
quasi della morte del lavoro che tanti pagano sulla propria pelle, un
lavoro che i giovani cercano invano oggi in Italia, con indici di disoccupazione giovanile tra i più alti, con il frustrante parcheggio delle
risorse più strategiche, quelle dei giovani che sono l’asset per costruire
futuro.
Credo che invece, oggi in particolare, in Italia occorra parlare del lavoro in modo nuovo.
Se c’è una morte del lavoro è quella del lavoro dequalificato, la catena
di montaggio, la fine del taylorismo-fordismo, i caratteri del lavoro
che hanno determinato oltre 200 anni di sviluppo industriale, ma che
ora non hanno più spazio, in occidente, ma sempre più anche nei Paesi emergenti che cercano di rincorrere i vecchi modelli dell’occidente.
La fine del taylorismo-fordismo nelle fabbriche, ma anche negli uffici,
nei servizi, anche se da tante parti si cerca sbagliando di proseguire su
questa strada che non ha più futuro.
La perdita di senso nella ricerca di una produttività statistica astratta,
quando la competitività, l’innovazione e lo sviluppo richiedono ben
altro. È assolutamente necessario parlare di futuro del lavoro, di lavoro del futuro, avendo chiaro che la grande depressione delle economie
occidentali e in particolare delle economie dell’eurozona meridionale
è solo la causa più superficiale, non strutturale delle perdite di occupazione. Ma vi è ben altro da considerare.
144
Bruno Lamborghini
Al di là e al di sopra degli effetti della crisi nata dalla finanza internazionale e dalle politiche sbagliate per frenare la crescita incontrollata
dei debiti degli stati e delle banche, è in atto una mutazione strutturale
dei sistemi economico-sociali che hanno governato sinora la crescita
industriale, non solo nei Paesi di antica industrializzazione, ma anche
nelle economie emergenti.
È in atto una sfida radicale di cambiamento di fronte alla quale siamo
del tutto impreparati, anche se facciamo convegni, scriviamo libri sul
cambiamento, sul change management.
Cominciamo a renderci conto che qualcosa sta cambiando sotto i nostri piedi, diamo la colpa spesso alle nuove tecnologie, alla globalizzazione, alla concorrenza della Cina, ma non andiamo oltre, perché
prevale l’istinto di conservazione, del business as usual, l’add’a passà
a nuttata.
Ci sarà un giorno la ripresa, basta guardare quanto fanno nella Germania della Signora Merkel, senza renderci conto di quanto anche i
tedeschi sono preoccupati del futuro e cercano di trovare la stabilità
tra le braccia di Mutti.
Ci rifugiamo nella difesa del posto di lavoro del passato, anche se le
fabbriche si sono svuotate, non tanto per colpa dei cinesi, ma perché
non siamo capaci di innovare i nostri prodotti, di innovare soprattutto
le forme e i contenuti del lavoro.
Nel lavoro del futuro non c’è più il posto di lavoro certo e immutabile,
c’è al suo posto la crescita continua della mia professionalità che solo
io gestisco, non devo affidarmi ad altri, ma solo alla mia capacità di
cambiare, di aggiornarmi, di stare al passo con il cambiamento continuo.
È un salto traumatico perché il nostro istinto naturale è la difesa del
nostro saper fare, anche se non lo aggiorniamo. Anche se è divenuto
drammaticamente obsoleto e non serve più.
Credo che dobbiamo modificare anche il nostro linguaggio, sostituire
la parola lavoro con attività, professione, così come sostituire la parola formazione con la parola apprendimento. Possibilmente apprendimento continuo per tutta la vita, in stretto collegamento con la nostra
attività, la nostra capacità di lavoro.
C’è un modello di formazione dominante da abbandonare, quello
dell’impegno scolastico che impegna la nostra vita per alcuni anni e
Essere nuovi Be new
145
poi basta, da un certo momento in poi nessuna formazione, si vive di
una falsa rendita formativa che finisce rapidamente, e ci rende obsoleti, inadatti ad affrontare una società che cambia quotidianamente e
che chiede nuovi contenuti lavorativi.
In alcuni Paesi si comincia a comprendere che apprendimento e impegno lavorativo devono procedere sempre assieme, non in fasi separate e distanti, ma in modo integrato in tutte le età della vita.
In Germania ad esempio apprendimento teorico e apprendistato pratico procedono assieme almeno in alcune fasi della vita scolastica.
In Italia sembra ancora un sacrilegio parlare a scuola di lavoro e di
impresa.
Io, che vengo dal mondo aziendale insegnando in università, mi sono
spesso sentito guardato con sufficienza dai colleghi quando promuovevo o meglio obbligavo stages in azienda ai tesisti.
Il principio è che l’università deve essere un monumento all’insegnamento scientifico, non occuparsi di business.
Il risultato finale è quindi il restare a casa per anni dopo la laurea inviando invano curricoli.
Devo dire però che al di là della mancanza generale di comprensione
dei problemi del lavoro e della sua mutazione, così come delle conseguenze in termini di scelte o mancate scelte da parte della politica e
anche da parte imprenditoriale, sta crescendo una nuova Italia che ha
capito e vuole partecipare al cambiamento.
Non vi è dubbio che le imprese esportatrici, che vivono la realtà dei
mercati internazionali più dinamici e che sono forse l’unico vero
motore della nostra economia, hanno chiaro quanto sta accadendo
e hanno profondamente modificato la loro azione organizzativa, con
particolare riferimento alle modalità di lavoro.
Un esempio per tutte, che mi è particolarmente caro: Enrico Loccioni,
un medio imprenditore marchigiano che opera nelle high tech dei sistemi di automazione a contatto con le realtà mondiali più innovative,
ha capito quale è il futuro del lavoro.
Se andate a visitare i suoi reparti capite subito che i lavoratori sono
principalmente persone che considerano gli obiettivi come propri,
partecipando personalmente e in team in cui lavoro e apprendimento
continuo stanno assieme. La conoscenza, il know how nella sua impresa è totalmente condiviso.
146
Bruno Lamborghini
C’è una consapevolezza etica nel proprio lavoro che produce effetti straordinari nella capacità di innovare, di introdurre idee nuove e
quindi nel successo dei risultati.
Nel caso di Loccioni vale quanto qualcuno ha detto riguardo il fatto
che le imprese tradizionali sono industrie specializzate per prodotti,
come automobili, elettrodomestici. Le nuove imprese sono specializzate nel produrre innovazione dovunque e cambiano attività guidate
dai percorsi dell’innovazione (tecnologica, organizzativa, ecc.). Innovation driven, non product driven.
Per questo, anche se vi sono crisi in un mercato, utilizzano la capacità
d’innovazione per trovare altri mercati e quindi non c’è mai crisi del
lavoro e l’impresa, fintanto che innova, non va mai in crisi.
L’Italia è piena di imprese innovative e credo che tutti voi conoscete
altri casi simili che danno speranza a questo Paese di ritrovare una
strada di vero sviluppo.
A metà settembre 2013 abbiamo organizzato a Salerno un grande
Congresso di AICA dedicato alle nuove frontiere digitali.
Abbiamo incontrato e sentito tanti giovani, in gran parte del Sud, che
hanno avviato start-up, spin off universitari, per divenire artigiani digitali, dai FabLab con le stampanti 3D, agli sviluppi di nuovi media
digitali e app, ai cosiddetti makers che riescono a coniugare bit e atomi, innovazione digitale e capacità manifatturiera, con un rapporto
dal basso con le università, con la creazione di fitte reti relazionali
con i centri di ricerca più avanzati in USA, in Svezia, in Giappone. A
Roma recentemente vi è stata la Makers Faire con centinaia di nuovi
giovani produttori.
Un grandissimo impegno creativo, anche in carenza di grandi risorse
finanziarie e in mancanza di un sistema Paese che non li ostacoli, ma
con forti legami territoriali, l’unione feconda tra valori locali e reti
mondiali. Impresa e lavoro devono trovare forza nel legame con il
territorio, che diviene un ecosistema interattivo con le imprese, senza
il rischio di specializzare il territorio come nel caso dei distretti, per i
quali tutto il sistema locale rischia di entrare in crisi quando cambiano
i mercati e le tecnologie.
Questi giovani non sono preoccupati del futuro, perché lo stanno creando con la loro attività, con il loro entusiasmo.
Questa creatività la troviamo se visitiamo gli ambienti di coworking,
Essere nuovi Be new
147
dove si trovano assieme competenze diverse di giovani innovatori che
condividono computer, ma anche tavoli di calcio balilla.
C’è una iniziativa che si sta sviluppando chiamata TAG (Talent Garden) ormai in diverse città del Nord Italia.
Sono sedi aperte 24 ore su 24, dove si va con modica spesa e si trova un
ambiente infrastrutturato always on, senza orari, dove si opera già nel
modo di lavorare del futuro, in totale partecipazione e collaborazione,
in cui vita e attività operativa tendono a coincidere, in cui l’unica garanzia di futuro è la propria testa, in scambio continuo con altre teste.
So che alcuni sorridono di fronte a queste prospettive pensando che
gli artigiani digitali, i coworker non risolveranno nel breve i problemi
della disoccupazione italiana, i cassintegrati, il 40% di disoccupazione
giovanile.
Non dimentichiamo però che negli USA, ma anche in Europa, da queste nuove forme di attività, dai garage sono nate in pochissimo tempo
imprese di dimensioni mondiali.
Pensiamo a Google, che ha adottato queste modalità operative in ambienti aperti all’open innovation e in cui un giorno alla settimana è
lasciato libero a ciascuno per pensare.
Ma pensiamo anche che si può pure in Italia: Arduino, un microprocessore open source a bassissimo costo, nato a Ivrea da 5 ragazzi in un
garage, oggi è divenuto standard internazionale, tanto che Intel nei
giorni scorsi ha deciso di integrarlo nei suoi sviluppi.
Abbiamo introdotto per il Congresso di AICA uno slogan: «I protagonisti dell’Italia digitale sono già tra noi».
I nuovi protagonisti stanno nascendo nel silenzio dei media, forse con
l’eccezione di Riccardo Luna su «Repubblica», ma soprattutto nel silenzio e nell’indifferenza della politica e delle istituzioni.
Non si tratta di chi opera solo nel mondo digitale: vediamo nascere
nuove iniziative libere anche in altre aree, come ad esempio le nuove
imprese tecno-agrarie, nuovi prodotti e servizi dell’ambiente, dell’energia, del turismo.
È uscito un bel libro che consiglio, scritto da un giovane economista
italiano che insegna a Berkeley, Enrico Moretti. Si intitola La nuova
geografia del lavoro e parla degli Stati Uniti, ma quello che dice vale
anche per il nostro Paese e apre opportunità per il futuro, assieme a
mostrare i rischi per chi sta fermo.
148
Bruno Lamborghini
Moretti dice: negli Stati Uniti l’economia postindustriale, basata sul
sapere e sull’innovazione, sta cambiando profondamente il mercato del lavoro per la tipologia dei prodotti, per le modalità e per la
localizzazione produttiva, creando enormi disparità geografiche tra
i centri innovativi, come Seattle, e i centri in declino irreversibile
come Detroit, in conseguenza dell’incapacità di cambiamento innovativo.
Per alcune regioni e soprattutto alcune città americane, la globalizzazione e la diffusione di nuove tecnologie generano aumenti della
domanda di lavoro, più produttività e redditi più alti.
Le aree che non riescono a partecipare a questo processo vengono
emarginate con pesanti effetti in termini di istruzione, aspettative di
vita e stabilità famigliare.
Noi pensiamo agli effetti della globalizzazione mondiale, mentre in
realtà questi fenomeni si manifestano all’interno delle nazioni o delle
aree regionali.
Le imprese e i lavoratori più creativi si concentrano in determinati
luoghi e non in altri, creando fenomeni di forte attrazione e mobilità
del lavoro, con mercati del lavoro ‘densi’ in alcune aree a danno di
altre a minor tasso di innovatività.
Questa analisi deve farci riflettere anche per il futuro dell’Italia produttiva in termini di fattori innovativi concentrativi in alcune aree, di
crisi endemiche per carenza di innovazione e processi di maggiore
mobilità sociale.
Nel sottotitolo del mio intervento ho evidenziato ‘Da Adriano Olivetti
alla Società della Conoscenza condivisa’ e cerco di spiegare perché
prendo questi due riferimenti parlando del lavoro del futuro.
Il termine Società della Conoscenza è ormai abusato sia nei convegni
che anche nelle politiche europee.
Ricordiamo Lisbona Obiettivo 2010 dell’Unione Europea, in cui si
programmava di fare dell’Europa la più avanzata Società della Conoscenza, dando ai Paesi membri precisi target da raggiungere. Arrivati al 2010 senza averli raggiunti, si è spostato l’obiettivo su Horizon
2020, più o meno con gli stessi target tecnologici, formativi e organizzativi.
La grande crisi ha interrotto parte di questi obiettivi, ma resta sempre
aperta l’esigenza di dare un futuro di sviluppo innovativo al vecchio
Essere nuovi Be new
149
continente, schiacciato tra Stati Uniti e Paesi emergenti e condizionato dalle politiche di austerità connesse all’Eurozona.
Non basta accumulare conoscenza. Oggi internet, i social networks
accumulano miliardi di miliardi di informazioni, i Big Data che gestiscono quantità stratosferiche di informazioni, alimentate sempre più
anche da oggetti in rete (internet of things), informazioni e dati che
non divengono conoscenza se non vengono finalizzati.
La conoscenza assieme all’abilità pratica diviene competenza e solo
allora serve davvero. Ma il valore della conoscenza si accresce esponenzialmente solo se è oggetto di scambio, se diviene conoscenza condivisa.
Nei laboratori di ricerca oggi si sono aperte le porte. Ci si muove
nell’open innovation, nello scambio in rete attraverso i Forum e allora
la conoscenza diviene la materia prima dell’innovazione e del nuovo
lavoro.
È la fine della frammentazione della catena di montaggio sia in fabbrica che negli uffici. Ciascuno apporta la sua conoscenza al gruppo e la
condivide arricchendola e producendo valore aggiunto.
La nuova value chain è conoscenza condivisa, apprendimento di
scambio che produce nuova conoscenza individuale e collettiva, innovazione aperta, partecipazione creativa nelle attività del lavoro, condivisione dei risultati.
In fondo, si potrebbe dire che questo era il modello dell’artigiano
classico, della bottega artigianale, uccisa dalla fabbrica di massa.
L’Italia per sua natura è forse un ambiente adatto a un rilancio di
questo modello, che peraltro non significa non divenire mai grande
impresa, dato che abbiamo modelli di artigiani italiani di successo divenuti grandi imprese, come Luxottica, Della Valle, Cucinelli e tanti
altri.
In più oggi le tecnologie di rete permettono di essere glocal, cioè di
fare ricerca e innovazione con strutture limitate, aperte al mondo attraverso ampissime relazioni in rete con tutto il mondo, di produrre
con nuovi modelli produttivi a costi ridotti (il digital fabrication model
sta entrando anche nella produzione di larga scala e consente di personalizzare i prodotti), ma ancora le nuove tecnologie di rete consentono di vendere in tutto il mondo attraverso reti di e-commerce a costi
minimi di distribuzione.
150
Bruno Lamborghini
Ripeto, oggi la vera sfida è la centralità dell’investimento, è nelle persone, nelle competenze, più che nelle tecnologie o nelle macchine.
Oggi molte imprese, di fronte alla crisi della domanda, sono costrette
a tagliare i costi e cioè a mandare a casa i dipendenti, senza badare
se con loro se ne va via dall’azienda il patrimonio di conoscenze, il
know how, cioè il vero asset per lo sviluppo futuro e restano solo i
muri vuoti.
Le persone e le loro competenze, il loro lavoro sono gli elementi vitali,
e l’investimento fondamentale per lo sviluppo è rappresentato dalla
valorizzazione delle competenze dei propri dipendenti, aiutandoli a
una formazione permanente e creando una capacità di rinnovare la
value chain dei collaboratori.
La centralità delle persone mi porta immediatamente a parlare di
Adriano Olivetti e della sua concezione dell’azienda e del lavoro.
Un pensiero e una azione imprenditoriale, quella di Adriano Olivetti,
che oggi a 50 anni dalla sua scomparsa viene riscoperta come la chiave
per affrontare questo nuovo scenario.
C’è un discorso di Adriano, quando deve affrontare una crisi di mercato nel 1952, un discorso che esprime bene il significato del ruolo di
imprenditore verso le persone che collaborano assieme con lui all’obiettivo di crescita aziendale.
«Verso l’estate del 1952 la fabbrica attraversò una crisi di crescenza
e di organizzazione. Fu quando riducemmo gli orari; le macchine si
accumulavano nei magazzini di Ivrea e delle filiali a decine di migliaia.
L’equilibrio tra spese e incassi inclinava pericolosamente: mancavano
ogni mese centinaia di milioni. A quel punto c’erano solo due soluzioni: diventare più piccoli, diminuire ancora gli orari, non assumere
più nessuno; c’erano cinquecento lavoratori di troppo; taluno incominciava a parlare di licenziamenti. L’altra soluzione era difficile e
pericolosa: instaurare immediatamente una politica di espansione più
dinamica, più audace. Fu scelta senza esitazione la seconda via. In
Italia furono assunti 700 nuovi venditori, fu ribassato il prezzo delle
macchine, furono create nuove filiali. Diciotto mesi dopo, il pericolo
di rimanere senza lavoro era ormai scongiurato».
C’è una espressione nel pensiero di Adriano Olivetti che mi ha sempre
colpito: «Per vivere occorre progettare». Tutta la sua vita è stata motivata, guidata da questa esigenza quasi ossessiva: progettare significa
Essere nuovi Be new
151
guardare avanti, pensare al futuro per innovare sempre, per crescere e
creare ricchezza collettiva, per costruire valori destinati a restare vivi
anche al di là della vita dell’impresa.
Pensiamo invece quanto oggi sia difficile programmare, andare oltre
al budget annuale o perfino mensile. Ma questa vista corta porta inesorabilmente al fallimento.
Adriano Olivetti non amava guardare indietro, guardare al passato.
Preferiva guardare avanti, a un domani prossimo, non futuribile, un
domani da costruire partendo oggi con una squadra secondo un progetto preciso.
A proposito del suo concetto di lavoro ecco cosa dice ai lavoratori di
Pozzuoli nel 1955: «Perché lavorando ogni giorno tra le pareti della fabbrica e le macchine e i banchi e gli altri uomini, per produrre
qualcosa che vediamo correre nelle vie del mondo e ritornare a noi
in salari che sono poi pane, vino e casa, partecipiamo ogni giorno alla
vita pulsante della fabbrica, alle sue cose più piccole e alle sue cose
più grandi, finiamo per amarla, per affezionarci e allora essa diventa
veramente nostra, il lavoro diventa a poco a poco parte della nostra
anima, diventa quindi una immensa forza spirituale».
E ancora sulla disoccupazione, ricorda l’ammonimento di suo padre
Camillo, «la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo
affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico
peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla
perdita del lavoro».
E Adriano poi aggiunge: «E il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento
di fare un lavoro che non serva e non giovi a un nobile scopo».
Lavoro, persona, ambiente sociale, comunità di persone nella fabbrica e nel territorio, conoscenza, formazione, cultura. Una sintesi della
concezione adrianea che è stata tradotta in una utopia concreta, che
ha prodotto sotto la sua guida negli anni ’50 la più grande, bella e
competitiva impresa italiana e un modello unico del lavoro, osteggiato
da sindacati, politici e confederazioni industriali, legati a modelli di
sfruttamento fordista.
E che vedevano in lui un nemico, un rivoluzionario, quando si chiedeva
«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano semplicemente nell’indice dei
152
Bruno Lamborghini
profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita della fabbrica?».
Ho cercato di concentrare in sette valori olivettiani questo messaggio
per dare a chi fa impresa, ma anche a chi vi lavora delle direzioni
verso cui andare per affrontare questa grande mutazione del lavoro
e soprattutto un aiuto ai giovani per costruire il loro futuro di lavoro.
Questi valori sono:
1) visione del futuro, avere una ricerca e una curiosità insaziabile e
progettare sempre il futuro, non subirlo, non ancorarsi all’esistente, ma guardare avanti, sognare, avere vision;
2) intelligenza che innova, porre al centro conoscenza, innovazione e
decisione di cambiamento;
3) ricerca e libertà creativa, dare e avere spazio alla libertà di pensare,
divenire una comunità di condivisione di idee e conoscenze;
4) cultura del cambiamento, non fermarsi mai ai risultati raggiunti,
ma ripartire ogni giorno come fosse il primo, avere il coraggio di
abbandonare quello che si sa per imparare il nuovo tutti i giorni
della vita. Il cambiamento è l’unica certezza in un contesto di incertezza ma non bisogna avere paura;
5) coscienza sociale: non siamo delle isole ma degli arcipelaghi. Siamo responsabili della costruzione del bene comune, che ci ritorna
moltiplicato mille volte. L’etica deve entrare in tutte le azioni, in
tutti i lavori, in tutte le imprese.
6) forma, bellezza, tecnologia, la bellezza delle cose, delle idee cambia il mondo e rende felici. Tecnologia e bellezza stanno assieme
nei prodotti, nell’attività degli artigiani. Adriano Olivetti esprime
bene la sua visione di bellezza: «colui che prende il giusto cammino deve cominciare ad amare le bellezze della terra e progredire
incessantemente (cioè innovare, creare il nuovo) verso l’idea della Bellezza stessa: dall’armonia delle forme a quella delle azioni,
dalla perfezione delle azioni (l’impresa) a quella delle conoscenze
(la società della conoscenza) per raggiungere infine quella ultima
conoscenza che è la Bellezza in sé (la forma più alta della vita)»;
7) apertura al mondo: il mondo oggi è aperto, non è un nemico, ma
un alleato per costruire il nostro futuro di lavoro, mondo e ambiente locale stanno assieme, vi è una logica olivettiana del think
global and act local.
Essere nuovi Be new
153
Credo che se tutti fossimo convinti di seguire queste strade, potremmo ridisegnare il percorso per il nostro lavoro del futuro già oggi.
Nel dopoguerra la ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra ha spinto tutti, piccoli e grandi, pubblici e privati, a darsi da fare
per costruire, creare nuove attività, arrivando sino a quello che venne
chiamato il miracolo economico.
Oggi credo siamo di fronte a tante macerie che sono le aziende che
chiudono, i giovani senza lavoro, la perdita di speranza di futuro e
perfino di valori di una etica civile e sociale.
Occorre oggi ritrovare la volontà di ricostruire, avendo però chiaro
che è finito un ciclo, è finita una storia, ma questo richiede di affrontare un nuovo cammino caratterizzato da un grande cambiamento,
forse una mutazione permanente senza più rendite di posizione, false
illusioni e falsi privilegi.
Non riusciremo a creare come allora un altro miracolo economico, ma
dobbiamo provarci e soprattutto dare ai giovani la speranza di futuro.
Bruno Lamborghini
Presidente di AICA (Associazione Italiana di Informatica e Calcolo Automatico) di Milano, dell’Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea e dell’Associazione Prometeia di Bologna. È docente del Master in Comunicazione
digitale all’Università Cattolica di Milano, dove ha insegnato Organizzazione aziendale. Già direttore centrale della Olivetti oltre che amministratore e
presidente di società del Gruppo Olivetti, è autore di libri, saggi e articoli di
economia industriale con particolare riferimento alle tecnologie digitali. Tra i
lavori recenti: L’impresa web. Social Networks e Business Collaboration per il
rilancio dello sviluppo (Franco Angeli, 2009).
154
UDINE/FRIULI A LEARNING CITY/REGION ?
Norman Longworth
Se c’è una cosa che abbiamo imparato negli ultimi anni è che il nostro
mondo locale è diventato un luogo più complesso in cui vivere. I politici e le autorità cittadine di oggi sembrano dover tenere in equilibrio
più palline in aria allo stesso tempo. Tra queste: nuove tecnologie,
cambiamenti climatici, terrorismo internazionale, sostenibilità, internet, invecchiamento della popolazione, migrazioni di massa, energie
rinnovabili, promozione di salute e benessere. Nessuna di tali questioni complesse arrovellava le menti delle amministrazioni locali sessanta
o anche solo trenta anni fa. Lo Sviluppo Professionale Continuo delle
autorità cittadine era necessario per pochi tecnici, manager e leader.
Lo sviluppo delle autorità locali in Learning Organisations, organizzazioni che imparano, indica che esso è ormai parte integrante dell’apprendimento continuo di tutti i lavoratori in molte città, proprio come
lo è in numerose imprese come elemento che ne contraddistingue la
qualità.
La globalizzazione e un mondo in rapido cambiamento hanno stravolto tutto. Le autorità cittadine sono oggi tenute a trovare soluzioni a questioni che colpiscono l’intero pianeta, così come gli interessi
quotidiani di servizi, cittadini e istituzioni all’interno della città. Tale
complessità è alimentata dalle incerte fluttuazioni della finanza internazionale, dalla richiesta di competenze, dagli atti terroristici, dall’instabilità politica e dalla risposta a una crescente povertà globale.
I tre principali fattori di interesse dei governi locali sono:
• primo, lo sviluppo economico: fornire posti di lavoro, crescita e investimenti endogeni per la popolazione e prestazioni previdenziali;
• secondo, lo sviluppo sociale: con la sua enfasi su servizi per il pubblico, istruzione, comunità sane e riduzione della povertà;
• infine, il più recente interesse ambientale in questioni quali sostenibilità, energia, risorse idriche e gestione dell’inquinamento
dell’aria.
Essere nuovi Be new
155
In passato ciascuna questione veniva trattata in compartimenti separati dell’amministrazione urbana. Tuttavia, oggi ci rendiamo conto che
tutto è collegato. Molti elementi trascendono i semplici confini di modelli separati. La gestione delle Learning cities, città che imparano, è
oggi un business olistico. La crescita, ad esempio, se apparentemente
è un requisito economico, assume un aspetto ambientale allorché le
viene richiesto di essere sostenibile, e un aspetto sociale laddove coincide con l’esigenza di una popolazione istruita e qualificata in grado
di utilizzare la tecnologia moderna. Ogni cosa diviene interdipendente, interattiva, interconnessa, e la consapevolezza di tali interrelazioni
insieme allo sviluppo di strategie per affrontarle, sono oggi l’interesse
prioritario di leader e autorità cittadine.
Queste sono alcune previsioni tratte da relazioni governative, libri e
periodici:
• il 20% dei profili professionali del 2023 non esiste ancora;
• chi finisce gli studi oggi sarà preparato a svolgere più di 4 professioni nell’arco della vita: la natura del lavoro, la tecnologia, gli stili di
lavoro e di vita rendono le nostre conoscenze e competenze subito
obsolete;
• la maggior parte della popolazione sarà obbligata e in grado di lavorare oltre i settanta anni di età;
• i cambiamenti climatici influenzeranno profondamente il nostro
futuro.
Oggi l’incertezza contraddistingue le nostre vite. Cosa possiamo farci? Un indizio lo fornisce Arthur C. Clarke, scrittore inglese di fantascienza, che disse: «Ognuno dovrà ricevere un’istruzione al livello
di semi-alfabetismo dello studente universitario medio entro il 2000.
Questo garantirà la sopravvivenza minima del genere umano».
La risposta allora, come sempre, sta nell’istruzione e nell’apprendimento. C’è differenza, tuttavia, non nella misura in cui ci è stato trasmesso in passato: anche l’istruzione deve cambiare per rispondere
alle sfide.
Siamo passati dall’epoca dell’Istruzione e della Formazione – per coloro che la volevano, quando era necessario, concentrandoci su cosa
insegnanti e istituzioni erano pronti a offrire – all’epoca dell’Apprendimento Permanente, che:
• è rivolto a tutti nella città e nella regione;
156
Norman Longworth
• avviene in qualunque luogo, tempo e modo desideri colui che apprende;
• si concentra sulle esigenze e domande di colui che apprende;
• consente a colui che apprende il pieno possesso del proprio apprendimento;
• utilizza strumenti e tecniche propri dell’Apprendimento Permanente, quali la costruzione di programmi e verifiche di apprendimento personalizzati;
• utilizza tecnologie informatiche, quali internet come meccanismo
di ricerca e trasmissione;
• sfrutta il potere dell’apprendimento collaborativo attraverso reti
locali, nazionali e internazionali;
• è promosso da un esercito di consulenti, mentori, guide e insegnanti per facilitare il percorso di apprendimento;
• si basa sullo sviluppo di competenze, attitudini, attributi e sulla
definizione di valori di apprendimento.
Le regioni, il Friuli, dovranno diventare Learning Regions, regioni che
imparano, e le città, Udine, diverranno Learning Cities. Per loro si
tratta di una crescita nel senso più ampio del termine – ambientale,
sociale, economica, culturale, personale e di comunità – in cui ciascun
aspetto deve essere sostenibile e basato sullo sviluppo di capacità di
riflessione innovative.
Quindi cos’ha questo a che fare con il Friuli Future Forum? La risposta sta nelle tendenze attuali registrate negli USA, dove l’incremento
della ricchezza nazionale è alimentato da città e regioni; in Cina, che
sta compiendo uno sforzo enorme per trasformare le sue città in Learning Cities; in Corea, dove le sue 110 Learning Cities hanno contribuito a un tasso di crescita annuo del PIL superiore al 7%. Simon Jenkins
ha scritto su «The Guardian» il giorno di questa presentazione: «Le
città sono le polis del futuro. Per la prima volta la maggior parte della
popolazione vive nelle città anziché al di fuori di esse. Questi luoghi
sono i motori della crescita economica e della mobilità sociale, sono le
capitali della cultura e crogioli di migrazione. Esse devono crescere e
mutare, altrimenti si fossilizzeranno».
Pertanto città e regioni stanno diventando sempre più i motori della
crescita nazionale. Ma i motori hanno bisogno di combustibile e il
combustibile in ogni caso deve essere l’apprendimento, un appren-
Essere nuovi Be new
157
dimento di una qualità ancora mai vista in gran parte dell’Europa.
Per avere successo le città/regioni di oggi devono essere intelligenti,
creative, innovative, adattabili, ingegnose, varie e aperte, e così i loro
cittadini. I sistemi d’istruzione moderni, soprattutto le scuole, tendono a non generare individui con tali aspirazioni e ampie vedute. Un
apprendimento continuo nel corso della vita è necessario non solo a
funzionari, manager e dipendenti delle imprese, né soltanto a politici,
responsabili e dipendenti dei governi locali, né esclusivamente a insegnanti ed educatori: è necessario a tutti, tutti i cittadini, la città intera
come una gigantesca Learning Organisation.
Allora cos’è una Learning City? Ecco alcune delle centinaia di definizioni:
Un luogo con progetti e strategie per promuovere crescita personale,
coesione sociale e creazione di ricchezza sostenibile attraverso lo sviluppo del potenziale umano di tutti i cittadini e il potenziale sociale,
finanziario e culturale delle sue istituzioni e organizzazioni.
La Piattaforma Internazionale UNESCO per Learning Cities è una
rete globale di città che lavoreranno insieme per l’attuazione di concetti e progetti di Learning City. Da 2 anni collaboro con l’UNESCO
per definire aspetti chiave, indicatori, atti a determinare e misurare
crescita e prestazioni delle Learning Cities.
Tempo e luogo non consentono ora un’analisi dettagliata di questi
indicatori. Tra i ‘maggiori benefici’ gli indicatori economici riguardano un miglioramento degli aspetti della prestazione economica tra
cui: sfruttamento di tutte le risorse, formazione interna all’azienda,
ricerca e sviluppo, innovazione e creatività, imprenditorialità, facilità
di creare start-up, promozione di investimenti interni, nuove abilità e
competenze, Learning Organisations e altri.
Gli Indicatori di Sostenibilità includono consapevolezza e partecipazione dei cittadini, aree urbane verdi, controllo/riduzione dell’inquinamento, controllo/riduzione del consumo energetico, valutazione
dell’impatto ambientale, preparazione ai cambiamenti climatici, ecc.
Gli Indicatori Sociali comprendono alfabetizzazione degli adulti, mentori, strumenti di apprendimento personalizzati, partecipazione civile,
pari opportunità, inclusione e molto altro.
I Pilastri Principali coprono un’ampia gamma di idee e attività di
apprendimento permanente che consentiranno alla Learning City di
158
Norman Longworth
evolversi, con la creazione di possibilità di apprendimento per tutti,
rilanciando l’apprendimento comune, la formazione sul posto di lavoro, l’utilizzo della tecnologia e la creazione di una cultura di apprendimento. Questi si suddividono a loro volta in 28 indicatori.
Infine, le Condizioni Fondamentali, a sottolineare impegno e volontà
politica, partenariato e partecipazione di tutti gli interessati e l’approvvigionamento di risorse. Un aspetto estremamente importante di
quest’ultimo è l’enorme incremento di risorse grazie a collegamenti
con altre città e regioni, scambi di conoscenze, esperienze, idee, buone prassi e occasionalmente di denaro.
Mi auguro che questo breve documento possa convincervi che Udine
e il Friuli insieme debbano diventare una Learning City/Region, se
non altro perché questo è il futuro e offre benefici per tutti, cittadini,
organizzazioni e istituzioni. Prendete allora in considerazione le parole del documento politico della Commissione europea: «In un mondo
globalizzato città e regioni non possono permettersi di non diventare
Learning City/Region. È questione di prosperità, stabilità, occupabilità e benessere personale di tutti i cittadini».
Infine, strumenti e materiale per l’apprendimento sono disponibili sul
sito web http://eurolocal.info.
Raccomandazioni al testo ‘Udine/Friuli – Learning City/Region?’
In allegato, e di conseguenza al dibattito che si è svolto dopo la mia presentazione, ho inviato al Sindaco di Udine una serie di raccomandazioni
che consentiranno di iniziare questo percorso. Ciò non avverrà nell’arco
di un anno e neppure di 5 anni, ma si dovrebbe iniziare subito.
Come può realizzarsi questo nella città/regione di Udine/Friuli? Le
seguenti raccomandazioni sono state inviate al Sindaco della città per
discuterne con le autorità e i professionisti locali.
1. Decidere di sviluppare la città (oppure la città e la regione circostante) in una Learning City. Distribuire un elenco di caratteristiche chiave della Learning City (anch’esso fornito al Sindaco) e
chiedere alle autorità cittadine di scegliere i tratti più importanti
per la città. Concentrarsi su questi e su altri che riguardano esclusivamente la vostra città.
2. Fondare una Commissione per la Lifelong Learning City, ovvero
per l’apprendimento permanente della città, composta da rappre-
Essere nuovi Be new
3.
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5.
6.
7.
8.
9.
159
sentanti di tutti gli interessi locali, pubblici e privati. Definire le
linee guida per la Commissione e darle la facoltà di promuovere
attività e individuare obiettivi per ciascuna attività. Essere innovativi (ad esempio, un disoccupato, uno studente).
Fondare delle sottocommissioni per lo sviluppo dei concetti di
apprendimento permanente in ciascuna area di azione, economica, sociale/culturale, ambientale. Coinvolgere in ciascun gruppo
la più ampia gamma di persone possibile. Definire obiettivi per
singoli cittadini e organizzazioni.
Nominare un alfiere della futura Lifelong Learning City, una delle
figure più influenti della città, e dargli potere esecutivo.
Organizzare una conferenza di un giorno con la presenza di 100
persone chiave e l’intervento di esperti di Lifelong Learning City
per trasmettere il messaggio (1). Rendere la conferenza bidirezionale: durante il giorno ospitare una serie di sessioni guidate
di brainstorming nelle diverse aree di azione per ottenere il loro
impegno e le loro idee. Dare a un partecipante la responsabilità di
raccogliere e pubblicare queste idee sul sito web della città.
Creare sul sito web della città un Forum elettronico di Learning
City cui tutti possano contribuire.
Ingaggiare esperti per una serie di workshop, seminari e conferenze di Lifelong Learning City dedicati a tutti gli attori della vita
cittadina al fine di creare il più rapidamente possibile un nucleo di
collaboratori impegnati. Renderlo un processo a cascata: chiedere
agli esperti di fornire materiale e istruire i partecipanti a formare
a loro volta altri.
Associarsi a un’organizzazione di Learning City, anche più di una
laddove ciò costituisca un valore aggiunto. Alcune offrono più
opportunità di altre, ad esempio l’UNESCO ha creato di recente
una piattaforma internazionale di Learning City (2) che promuove
gli scambi elettronici tra scuole, università, istituti di istruzione
per adulti, imprese, autorità locali, musei, biblioteche, ecc., di
numerose città. Questo promuoverà lo sviluppo di casistiche di
buone prassi, informazione e conoscenza in rete, e un nucleo di
città alla pari con cui collaborare: un’enorme risorsa supplementare per le città membro. Il mondo a due passi.
Organizzare un Learning Festival: coinvolgere molte organizza-
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Norman Longworth
zioni della città, collegarlo ad altre attività quali settimana dell’istruzione per adulti, festeggiamenti per gli obiettivi raggiunti, ecc.
10. Coinvolgere in maniera positiva i media. Attribuire loro un ruolo
nell’ambito di consultazioni e riunioni, anche organizzando concorsi che portino benefici alla città, quali maggior sicurezza, idee
per pubblicizzare la città, per coinvolgere i cittadini, per esporre
il lavoro dei bambini: se questo aumenterà la loro circolazione i
media saranno molto interessati.
11. Sviluppare un piano imprenditoriale e strategico. Collegarlo alle
attività descritte sopra, negli allegati e suggerite nel corso di conferenze e seminari. Fissare obiettivi realistici con delle scadenze (2
anni, 5 anni, 10 anni).
12. Mobilitare i cittadini, come a Brisbane. Creare un ufficio (con
personale volontario) per lo sfruttamento di talenti, competenze,
conoscenze, idee ed esperienze quale risorsa umana della comunità, e collegarli alle diverse esigenze. Includere persone di tutte
le età.
Norman Longworth
Già docente di Lifelong Learning all’Università di Stirling, è l’ideatore della
‘information ladder’, un diagramma che descrive gli stadi dell’apprendimento. Ha tenuto corsi in numerose università europee e ha diretto progetti sulla
Learning City, ambito in cui è considerato uno dei massimi esperti. È stato
consulente per UE, OCSE e UNESCO e ha collaborato con l’Osservatorio
Pascal. Autore di numerosi saggi, in italiano ha pubblicato Città che imparano.
Come far diventare le città luoghi di apprendimento (Cortina, 2007).
Essere nuovi Be new
161
LE NUOVE FRONTIERE
DEL TURISMO E LO SVILUPPO
DI IMPRESE E TERRITORI
Andrea Pollarini
Quella che definiamo, complessivamente, industria turistica è in realtà il combinato-disposto di quattro diversi sistemi d’offerta – nati in
epoche, con scopi e modalità differenti – e dei diversi gradi e livelli di
interazione che questi hanno determinato nel corso del tempo. Specificamente:
• il sistema dell’‘esperienza’ ovvero dell’agire turistico come rito di
appartenenza, nato attorno al XVII secolo nell’ambito dell’aristocrazia europea (britannica in particolare) e che attraverso la sua
espressione più nota – il Grand Tour – ha dato il nome all’intero
comparto;
• il sistema della ‘villeggiatura’ e della ‘vacanza’, che ha origini ancor più remote ma che nella sua forma moderna è figlio del XIX
secolo e si riferisce all’utilizzo commerciale di quei ‘periodi’, più
o meno estesi, di sospensione dell’attività lavorativa che la società
industriale riconosce ai propri addetti;
• il sistema del ‘viaggio organizzato’ fatto di reti, snodi e veicoli (per
molti secoli rudimentali, scomodi, lenti e insicuri e poi, via via,
sempre più rapidi, comodi e capienti) utilizzati per scopi che, il
più delle volte, avevano ben poco a che fare con il turismo quanto
piuttosto con il lavoro, il commercio, la pratica religiosa, lo studio,
l’emigrazione, ecc.;
• il sistema dell’‘accoglienza’ che denota invece l’insieme degli strumenti, delle tecniche e dei dispositivi atti a ‘ospitare’ (ricavandone
un legittimo compenso o altre forme di riconoscenza) quanti decidano di risiedere per un periodo determinato in una città o in una
residenza diversa dalla propria.
Ma allora perché abbiamo parlato e continuiamo a parlare di ‘industria turistica’ come se si trattasse di un tutt’uno? Probabilmente
perché da un certo punto in avanti (più o meno dalla metà del XIX
162
Andrea Pollarini
secolo) uno di questi sistemi – quello della vacanza – è divenuto culturalmente egemone, subordinando o assoggettando gli altri ai propri
disegni e alle proprie strategie.
Questo, almeno, fino all’ultimo quarto del XX secolo, quando ha preso forma un significativo cambiamento di direzione. Quello ‘spazio
sociale’ che un secolo e mezzo prima aveva consentito l’affermazione
dell’industria delle vacanze – vale a dire lo spazio del tempo libero
(dal lavoro) e della ri-creazione (della forza lavoro) – si è dilatato e riempito di significati. Da spazio ‘sospeso’ è diventato progressivamente e per un numero crescente di persone lo spazio in cui gli individui
esercitano concretamente le proprie passioni, in cui costruiscono nuovi ambiti e nuovi modelli di relazioni, in cui ridefiniscono il proprio
intorno comunitario: in sintesi, lo spazio a cui affidano la definizione
di un’identità più ricca, articolata e cangiante di quella assegnata in
sorte dalla società industriale sulla base del parametro identificativo
del ‘lavoro’. Un’identità che si esprime attraverso la realizzazione di
‘esperienze’ di vario genere e che trova nell’agire turistico il proprio
veicolo privilegiato, il proprio ambito ideale di svolgimento.
È da questo switch – da questo cambiamento di paradigma, in relazione al quale internet ha svolto un ruolo di acceleratore formidabile
– che ha preso forma l’industria turistica contemporanea, basata su
un modello industriale in cui il prodotto turistico, al pari delle altre
merci post-industriali, è diventato o ritornato a essere una merce sostanzialmente ‘valoriale’, strumento di auto-definizione e di relazione
con i propri simili.
Nel processo di scomposizione (dei contenuti e delle modalità dell’offerta, che diventano quindi soggetti a migliaia di possibili combinazioni) e di riaggregazione della ‘filiera del valore’ dei sistemi turistici ovvero del rapporto tra attrattore-viaggio-sistema d’accoglienza nonché
del rapporto tra industria turistica e non (un prodotto alimentare tipico è una componente dell’offerta turistica? Qualche anno fa l’avremmo negato oggi ne siamo certi) l’identità è diventata quindi la parola
chiave, l’unica capace di tenere assieme i concetti di ri-creazione e di
valore, la proiezione di una domanda frastagliata e cangiante e, al contempo, della potenzialità competitiva dei sistemi turistici territoriali.
Di conseguenza le declinazioni del termine identità non rappresentano un’esercitazione linguistica o sociologica ma sono anzi, al contra-
Essere nuovi Be new
163
rio, il punto focale del posizionamento e del modo di stare sul mercato
di una destinazione turistica o di un singolo operatore.
Perché l’identità – almeno dal punto di vista turistico – è attraente, caratteristica e distintiva oppure non è (perché dovrei comprare
qualcosa che ho già o che posso facilmente trovare dovunque?). Nel
costruire la nostra offerta turistica dobbiamo chiederci innanzitutto
cosa ci rende ‘speciali’ e può indurre un insieme più o meno esteso di
individui a sceglierci tra tutti gli altri.
L’identità è evolutiva. Non è una semplice fotografia del passato –
come comunemente si tende a credere – ma un rapporto dialettico
tra consapevolezza del passato e ‘visione’ del futuro. Un individuo
(così come un territorio) è, al tempo stesso, la propria storia e il proprio progetto futuro. Una persona che ha smesso di ‘progettarsi’ è
una persona (un territorio) che probabilmente ha smesso di esistere
attivamente.
L’identità è relazionale: non è una semplice esposizione di bellezze
o di luoghi attrattivi ma è fare in modo che il nostro ospite possa
‘entrare in relazione’ con quella bellezza e sentirsi partecipe di quei
luoghi. Nel turismo contemporaneo, poi, il concetto di relazionalità si
arricchisce di una valenza ulteriore perché prevede che i nostri ospiti
possano entrare in relazione tra loro tramite noi, sentirsi parte della
stessa ‘comunità’ di valori.
L’identità è ‘risultante’ nel senso che ogni risorsa turistica – che si
tratti di una vasta porzione di territorio piuttosto che di un singolo
asset – è in realtà un significante suscettibile di una pluralità di significati possibili. Significati che spetta a noi sviluppare in una direzione piuttosto che in un’altra in ragione dei nostri obiettivi strategici,
dell’immagine ‘storicamente’ percepita del nostro territorio, del profilo dei concorrenti e – soprattutto – dell’evoluzione delle sensibilità
di consumo, ovvero degli intorni valoriali che definiscono la domanda
(da cui l’idea di un’identità che risulta come il punto d’incontro tra
alcuni caratteri ‘connaturati’ alla risorsa offerta e determinate aspettative specifiche della domanda)
L’identità è molteplice. Quante e quali identità ha una città come
Milano? Moda, certamente, ma anche design, industria, arte, storia,
lirica (la Scala), sport (la ‘Scala del calcio’), gastronomia tradizionale
(il panettone) e innovativa (Marchesi e i suoi numerosi allievi) e altre
164
Andrea Pollarini
ancora. Ciascuna di queste è un ‘pezzo’ dell’identità complessiva di
Milano. Di più, è una ‘marca di specificazione’ del brand Milano che
– per poter funzionare adeguatamente – deve essere strutturata come
tale ovvero organizzata come una linea di prodotto a scala territoriale.
Il futuro delle destinazioni turistiche articolate e ‘mature’ passa inevitabilmente da un riassetto di questo tipo in cui le singole linee di
prodotto competono in mercati specifici (la moda con Parigi, Londra,
New York; il calcio con Madrid, Manchester o Monaco ecc.) e, tutte
insieme nella competizione tra destinazioni omologhe.
L’identità è composita. Attraverso quali elementi ci formiamo l’immagine dell’identità di un territorio? Ovviamente da qualunque elemento in grado di penetrare all’esterno di quel territorio e di comunicarci qualcosa, sia che si tratti di un output ‘turistico’ in senso stretto
piuttosto che culturale, produttivo o altro. Pensare che il turismo sia
un’industria ‘a parte’ e che il suo appeal possa essere determinato senza tener conto di tutto il resto è semplicemente una sciocchezza da
evitare.
L’identità è prospettica, nel senso che la sua determinazione cambia in
funzione della ‘distanza’ di chi guarda. Nell’Italia dei mille campanili
le differenze di identità tra due territori adiacenti rischiano di perdersi
già oltre il confine della regione e diventare del tutto incomprensibili
quando si passa il confine nazionale. Questo non significa azzerare
le differenze ma significa invece calibrarle in funzione della distanza
dell’osservatore e, contestualmente, definire il tipo di ‘aggregazione’
con cui ci presentiamo a lui (marca territoriale, regionale, nazionale,
ecc.). Significa anche, però, che nel turismo post-industriale la definizione geografica dei pubblici tende a scomparire in favore della loro
caratterizzazione vocazionale (certamente ci sono differenze tra un
appassionato d’arte nordamericano e uno cinese ma la loro provenienza è subordinata al fatto di essere, entrambi, appassionati d’arte) e che la definizione in senso ‘vocazionale’ del posizionamento di
mercato di un territorio risulterà sempre più determinante per la sua
capacità competitiva.
L’identità, infine, è accogliente e per accoglienza non si intende semplicemente l’organizzazione del sistema ricettivo ma l’insieme dei
punti di contatto che uniscono turista e territorio.
In un sistema così articolato e composito l’accoglienza è anche la fon-
Essere nuovi Be new
165
damentale ‘camera di compensazione’ che consente di trasformare le
divaricazioni dell’offerta turistica in sinergie piuttosto che in conflitti.
Un dispositivo che può esercitare positivamente questo ruolo solo se
si progetta – a sua volta – su base ‘valoriale’: accessibilità, sicurezza,
amichevolezza, analiticità (capire che ‘tipo’ di turista abbiamo davanti e quali siano le sue esigenze), suggestione, adeguatezza, continuità
(diacronica e sincronica) sono i valori da cui partire per realizzare un
‘lavoro’ che, per funzionare, non deve però essere inteso come l’applicazione astratta di una ‘tecnica’ ma come la traduzione della capacità
di un territorio di fare sentire l’ospite benvoluto, di farlo sentire parte
di un posto ‘speciale’. Perché questo è quello che lui, in fondo, ci
chiede ed è questo che un luogo turistico che si reputi tale è tenuto a
dargli.
Andrea Pollarini
Presidente e fondatore della Scuola Superiore del Loisir e degli Eventi di
Comunicazione di Rimini, un istituto di ricerca e consulenza che dal 2001
esplora sistematicamente l’area dei consumi vocazionali e dei ‘nuovi turismi’
originati nella sfera del loisir. Studia i modi attraverso cui questi consumi
interfacciano il sistema delle imprese e i sistemi turistici locali, arrivando a
configurarsi come la prima struttura italiana specializzata in Tourism Design.
Da oltre trent’anni si occupa – dal punto di vista professionale e didattico – di
eventi di comunicazione e di consumi culturali. Ha collaborato con numerosi
enti territoriali, istituzioni culturali, aziende e fiere alla realizzazione di eventi
culturali e progetti di marketing territoriale. Ha tenuto e tiene corsi e seminari
presso diverse università italiane (La Sapienza di Roma, Bocconi e IULM di
Milano).
166
IL CIBO VISTO CON LA LENTE
DELLE NEUROSCIENZE
Raffaella Ida Rumiati e Francesco Foroni
Nel suo ultimo libro Catching Fire Richard Wrangham argomenta che
il salto evoluzionistico che ha permesso di passare dall’Australopiteco
all’Homo erectus, passando per l’Homo habilis, è stato favorito dall’uso del fuoco per cuocere i cibi. L’uso del fuoco per la preparazione del
cibo ha avuto un impatto a più livelli: ha aumentato il valore del cibo,
ha cambiato il nostro corpo, il nostro cervello, l’uso del nostro tempo,
e la nostra vita sociale. Questo salto evoluzionistico ci ha dotato di un
cervello sufficientemente complesso, fornito di meccanismi sofisticati che ci permettono di riconoscere il cibo e di guidarci nelle nostre
scelte alimentari. La selezione naturale ha fatto di noi degli onnivori:
diversamente dai panda che si nutrono prevalentemente di bambù, o
dai koala che si alimentano di foglie di eucalipto, noi possiamo mangiare di tutto. L’essere onnivori, insieme all’eccessiva disponibilità di
cibo specie nei Paesi più ricchi, rende le nostre scelte alimentari molto
ardue: scegliere cosa comprare al supermercato o che cosa ordinare al
ristorante genera ansia. Fortunatamente il nostro cervello ci viene in
soccorso. Delle diverse modalità sensoriali gusto, olfatto, tatto, udito
e vista, quest’ultima è sicuramente quella cui più facciamo riferimento
nella vita di tutti i giorni, unitamente alle nostre passate esperienze
(cioè la nostra memoria).
Lo scopo principale della nostra ricerca è studiare i meccanismi neuro-cognitivi che sono alla base delle nostre scelte alimentari. I metodi
di cui ci serviamo sono quelli delle neuroscienze comportamentali e
includono: compiti cognitivi, potenziali evento-relati (un’applicazione dell’elettroencefalografia), risonanza magnetica funzionale, e neuropsicologia (lo studio dei pazienti affetti da malattie neurologiche). I
risultati di questo progetto, oltre a spiegare come normalmente giungiamo a compiere le nostre scelte alimentari, ci permetteranno se non
di prevenire almeno di controllare le conseguenze di comportamenti
irrazionali che conseguono alle crisi alimentari, come nel caso dell’a-
Essere nuovi Be new
167
viaria o della ‘mucca pazza’, e di quelli patologici. Oltre alle crisi alimentari siamo interessati a studiare le cause che determinano l’obesità
e altri disturbi dell’alimentazione che colpiscono sia individui neurologicamente sani che quelli affetti da malattie neurodegenerative quali
il Morbo di Parkinson e le demenze.
Per prima cosa abbiamo creato un database di circa 900 immagini,
delle quali un terzo raffigura cibi sia trasformati che naturali, mentre le rimanenti raffigurano utensili da cucina, elementi naturali non
commestibili, animali e ambienti. Per ciascuna immagine abbiamo
raccolto dati relativi a diverse variabili di interesse quali il contenuto
calorico percepito, la distanza dal momento in cui si può mangiare, il
livello di trasformazione percepita, la valenza dell’immagine (quanto
piacevole), l’attrattività, ecc. (Foroni et al., 2013).
Abbiamo coinvolto circa 110 partecipanti di cui conosciamo età, sesso, scolarità, le abitudini alimentari e il peso corporeo ecc. FRIDa è
‘open source’ (http://foodcast.sissa.it/neuroscience/). Da quando lo
abbiamo pubblicato, abbiamo ricevuto un centinaio di richieste di accesso da parte di ricercatori di enti di ricerca pubblici e privati.
L’analisi dei risultati ha messo in luce alcune caratteristiche intrinseche dei cibi che influenzano il modo in cui li percepiamo. Innanzitutto
abbiamo osservato una correlazione significativa tra il contenuto calorico reale del cibo e il contenuto percepito dai partecipanti: questi
ultimi cioè sono in grado di stimare il contenuto calorico dei cibi molto accuratamente. Tuttavia, sono più accurati nel caso dei cibi naturali
(r =.70) che di quelli trasformati (r =.33). Che fossimo in grado di
stimare il contenuto calorico era già stato dimostrato in precedenza e
con il nostro studio lo abbiamo confermato. Ciò che è assolutamente
nuovo nel nostro studio è che dal nostro studio si evince che questa
capacità dipende dal tipo di cibo (naturale o trasformato). Il livello di
trasformazione dei cibi non è mai stato studiato prima e questo risultato suggerisce che questa caratteristica svolge un ruolo importante
nel modo in cui percepiamo il cibo.
Sappiamo che i primati non-umani usano strategie o euristiche particolari quando devono scegliere il cibo da mangiare. Per esempio,
scegliere i cibi sulla base della quantità di rosso o verde è una strategia
ampiamente utilizzata dai primati non umani. Infatti, in generale il
colore indica il loro livello di maturazione e il conseguente contenu-
168
Raffaella Ida Rumiati e Francesco Foroni
to energetico. Quello che non è chiaro è se questa distinzione giochi
ancora un ruolo nelle nostre scelte alimentari. Per rispondere a questa domanda abbiamo analizzato come il grado di attrattività dei cibi
venga associato al colore. Ci siamo chiesti quindi se siamo più attratti
dai cibi più rossi e meno da quelli verdi? E se così fosse, questa regola
si applica a tutti i cibi indiscriminatamente, anche quando il colore
non è indicativo del livello di maturazione? Abbiamo osservato che i
cibi che contengono una quantità superiore di colore rosso sono giudicati come più attraenti: questo effetto vale tanto per i cibi naturali
che per quelli trasformati, ma questi ultimi però sono giudicati come
più attraenti di quelli naturali. Invece, nel caso degli stimoli che non
sono commestibili, come gli utensili di cucina, questa preferenza per
il rosso non è stata osservata. Questo suggerisce come un meccanismo
primitivo sia rimasto nel nostro repertorio comportamentale anche a
scapito talvolta dell’accuratezza.
Sappiamo dalla ricerca condotta con animali che il cibo trasformato o cotto offre un maggior vantaggio energetico, risultato che è in
linea anche con il ruolo giocato della trasformazione del cibo nel
favorire l’evoluzione della nostra specie. Pertanto ci siamo chiesti
come questa caratteristica sia rappresentata nel nostro cervello.
Abbiamo condotto un esperimento utilizzando i potenziali eventorelati, un’applicazione dell’elettroencefalografia, che registra l’attività delle onde cerebrali quando i partecipanti all’esperimento osservano degli stimoli ambientali. In questo particolare esperimento gli stimoli consistevano in una frase seguita da un’immagine di
un cibo naturale o trasformato, presentati sullo schermo. Le frasi
descrivevano una caratteristica sensoriale del cibo, per esempio ‘È
dolce’, oppure una funzionale ‘È adatto per un pranzo di nozze’: in
alcuni casi l’accoppiamento era congruente (calamari - ‘È adatto per
un pranzo di nozze’), in altri casi l’accoppiamento era incongruente (ostrica - ‘È dolce’). Le risposte cerebrali associate alle coppie
congruenti sono state confrontate con quelle associate alle coppie
incongruenti. In particolare, ci aspettavamo di osservare una modulazione della N-400, un’onda cerebrale che viene modulata dal conflitto cognitivo-semantico generato dalla presentazione della coppia
di una frase e di una immagine incongruenti. La nostra ipotesi era
che quest’onda cerebrale mostrasse delle differenze importanti tra
Essere nuovi Be new
169
come il nostro cervello analizza i cibi naturali e quelli trasformati.
I risultati mostrano come intorno a 400 millisecondi dalla presentazione degli stimoli, il cervello elabori il cibo naturale in modo diverso da quello trasformato, in funzione del tipo di informazione cui
è associato, rispettivamente sensoriale o funzionale. Questi risultati
suggeriscono come i concetti che riassumono le nostre conoscenze
sui cibi naturali siano caratterizzati meglio dall’informazione sensoriale, mentre quelli relativi ai cibi trasformati sono meglio descritti
dall’informazione funzionale.
Ci sono ancora molte domande cui le neuroscienze del cibo devono
rispondere, e noi intendiamo farlo con il nostro lavoro nei prossimi
anni. Oltre a studiare l’effetto delle caratteristiche intrinseche degli
stimoli, analizzeremo anche l’influenza delle caratteristiche delle persone quali, per esempio, lo stato fisiologico o il loro peso corporeo.
Siamo convinti che la comprensione dei meccanismi neuro-cognitivi alla base della categorizzazione e della scelta del cibo, favorendo
un’educazione alimentare basata su principi scientifici, può aiutarci
a gestire al meglio le crisi alimentari e migliorare la nostra salute in
generale.
Raffaella Ida Rumiati
Professore di Neuroscienze cognitive alla Scuola Internazionale Superiore di
Studi Avanzati di Trieste. Ha lavorato presso istituti di ricerca in Giappone,
Israele e Germania. Si è specializzata nello studio del coinvolgimento delle
rappresentazioni motorie nelle funzioni cognitive dei soggetti normali e dei
pazienti con disturbi neurologici. Ha svolto ricerche nel campo dei deficit cognitivi legati a pazienti affetti da demenza, ictus, morbo di Parkinson, sclerosi
laterale amiotrofica (SLA) e sclerosi multipla. Ha pubblicato molti articoli
scientifici sul ruolo del sistema motorio nelle funzioni cognitive e sulle implicazioni etiche di alcuni temi neuroscientifici.
Francesco Foroni
Ricercatore in Neuroscienze cognitive alla Scuola Internazionale Superiore di
Studi Avanzati di Trieste. Ha lavorato in istituti universitari in Olanda e Stati
Uniti. Specializzato nello studio dei processi cognitivi coinvolti nei giudizi
sociali (preferenze in ambito sociale riguardo il cibo e l’opinione in rapporto
a gruppi sociali), ha svolto ricerche sui processi che determinano le emozioni
e su come queste influenzano giudizi e processi decisionali. Ha pubblicato
articoli scientifici sui temi neuroscientifici.
170
IL FUTURO
DELL’ALIMENTAZIONE
Annalisa Saccardo
Un anonimo del Cinquecento soleva sempre dire: «Ci sono tante cose
importanti nella vita: la prima è mangiare, le altre non le conosco».
Nel 2050 saremo 9 miliardi di persone. Si apre la grande sfida di
garantire cibo sicuro e in quantità sufficiente per tutti nel rispetto
dell’ambiente. Siamo e andremo sempre più verso un modello di agricoltura sostenibile. Si rafforzerà il trend già in atto nell’UE di ottenere
la produzione di alimenti ricorrendo a processi di produzione a basso
impatto ambientale. In Europa, l’agricoltura grazie alla Politica Agricola Comunitaria è già, quindi, nella Green economy.
La domanda di cibo nel mondo sarà espressione di esigenze molto
diverse: quelle dei Paesi a economia avanzata nei quali i consumatori,
chiedono qualità, quantità, sicurezza alimentare, rispetto del benessere animale, produzioni a basso impatto ambientale e quelle dei Paesi
in via di sviluppo che dovranno progressivamente passare da un regime alimentare vegetariano a uno che includa le proteine di origine
animale.
Cosa influenzerà la scelta alimentare dei consumatori nei Paesi a economia avanzata? Avremo:
1. una motivazione nutrizionale legata essenzialmente alla tutela della salute, con una percentuale di consumatori attenti alle caratteristiche organolettiche e nutrizionali dell’alimento. Ci sarà una
domanda crescente dei cosiddetti functional food, alimenti cioè
che possiedono caratteristiche benefiche per la salute (ad esempio
antitumorali, anti-invecchiamento, antiossidanti e così via) o naturalmente o perché ‘aggiunte’ nel processo di produzione (si pensi
alla patata al selenio);
2. una motivazione percettivo-sensoriale, per cui si richiedono cibi di
alta qualità legati al territorio;
3. una motivazione economica per cui alcuni consumatori sono interessati solo ad acquistare alimenti a basso prezzo da hard discount;
Essere nuovi Be new
171
4. una motivazione etica che riguarda consumatori sensibili alla tutela
ambientale e al rispetto del benessere animale (alimenti biologici,
biodinamici, diete vegetariane ecc.) nonché una domanda di alimenti specifici da parte di coloro il cui regime alimentare è condizionato dalle convinzioni religiose.
Il sistema agro-industriale, quindi, dovrà tener conto di una domanda
di alimenti molto diversificata
Sotto il profilo della tutela ambientale un aspetto importante sarà
quello della gestione delle risorse idriche.
L’agricoltura impiega il 70% delle risorse idriche mondiali. Per produrre cibo per una persona per un giorno, servono 2000 litri di acqua
(fonte: IFAD Water facts and figures). L’obiettivo, sarà quindi, quello
di produrre più cibo utilizzando meno acqua. D’altro canto, se nel
1950 un ettaro di terra dava cibo a 2 persone, nel 2030 un ettaro dovrà
sfamarne 5. La sfida, pertanto, è: l’adozione di processi di produzione
sostenibili con una popolazione mondiale in crescita. Ogni giorno ci
sono 200.000 persone in più da sfamare nel mondo. Oggi, un miliardo
di persone sono denutrite, un altro miliardo sono sovralimentate.
Ma il produrre più cibo dovrà avvenire tutelando ambiente e biodiversità. Ogni anno nel mondo si perdono 7.3 milioni di ha di foreste.
In Italia la superficie forestale è in aumento perché aumentano i terreni dismessi dall’attività agricola. Ogni secondo si perde un terreno
destinato all’agricoltura. L’agricoltura, oltre a produrre alimenti deve
proteggere gli habitat e, parallelamente, deve essere tutelata rispetto
alla sottrazione di suolo, da parte di altri settori produttivi (industria e
servizi). In futuro, quindi, dovranno diffondersi sempre di più tecniche agronomiche volte a realizzare:
• fasce a bordo campo per la riproduzione di insetti impollinatori;
• minimun tillage (aratura minima);
• rotazioni colturali;
• pratiche agronomiche a basso impatto ambientale;
• fasce tampone;
• gestione della fauna selvatica.
Oggi, e sempre più in futuro, l’agricoltore è e diventerà un land manager: fornirà alimenti, gestirà il territorio e le risorse ambientali.
Come saranno raggiunti tali obiettivi? Diceva Eisenhower «L’agricoltura sembra tremendamente facile quando il tuo aratro è una matita,
172
Annalisa Saccardo
e sei lontano migliaia di chilometri dal campo di grano». Per vincere queste sfide l’agricoltura ha bisogno di ricorrere all’innovazione. I
governi europei dovranno investire nel miglioramento genetico senza
ricorrere agli OGM, al fine di soddisfare la domanda dei consumatori
che rifiutano alimenti GM.
Dal momento che la maggior parte degli Stati membri dell’UE e prima
di tutti l’Italia, ha rifiutato l’introduzione degli OGM in agricoltura è
tanto più importante garantire un uso efficiente e sostenibile dei mezzi
di produzione e cioè, fitofarmaci per la difesa delle colture contro gli
attacchi di parassiti e fitopatie e fertilizzanti. Ma innovazione significherà anche:
• riciclo degli scarti della produzione agroalimentare e reimpiego nel
ciclo produttivo aziendale (produrre + cibo producendo – rifiuti);
• gestione efficiente delle risorse idriche tramite sistemi di irrigazione
innovativi;
• gestione efficiente delle fonti energetiche ricorrendo alle agro-energie.
Un aspetto fondamentale è il miglioramento genetico delle colture
senza ricorso agli OGM: la ricerca sulle sementi a seguito della domanda di mercato di sementi OGM free, dovrà necessariamente continuare a sviluppare innovazione in questo settore.
Oggi per il mais e la soia la ricerca sul miglioramento genetico è soprattutto orientata al ricorso agli OGM perché la domanda di sementi
GM, nel caso di queste colture, supera quella di sementi OGM free.
Ma qualcosa sta cambiando. Non a caso di recente è stato realizzato in
Italia dal Centro Ricerche in Agricoltura (CRA), il progetto Esplora.
La ricerca pubblica in Italia e all’estero si sta orientando verso tecniche di miglioramento genetico delle colture senza ricorrere agli OGM
al fine di ottenere cultivar che presentano resistenza alle fitopatie e ai
cambiamenti climatici (ad esempio alla siccità).
Attraverso la diffusione di nuove varietà viene incrementata la potenzialità produttiva delle colture senza effetti collaterali sulla sostenibilità dell’ecosistema agricolo. Ciò avviene tramite il trasferimento di
caratteri da una cultivar all’altra. A tal fine è necessario individuare
il maggior numero di marcatori possibili. Cosa si fa con tali tecniche? Sono introdotti nuovi caratteri di resistenza ai patogeni o a stress
ambientali (ad esempio cultivar resistenti alla siccità o ad alcune ma-
Essere nuovi Be new
173
lattie); nuovi caratteri qualitativi che promuovono un ampliamento
della gamma di prodotti in sintonia con le esigenze dell’industria di
trasformazione alimentare consumatori (ad esempio, nel grano duro
creazione di varietà che hanno un maggior contenuto proteico per la
produzione di pasta che tenga la cottura); nuovi caratteri che promuovono un ampliamento della gamma degli alimenti in sintonia con le
esigenze dei consumatori (ad esempio functional food).
Innovazione significa anche uso sostenibile della chimica in agricoltura. Da anni ormai si assiste a una riduzione dell’uso di fitofarmaci
e all’adozione di tecniche agronomiche per la mitigazione dei rischi.
Secondo i dati ISTAT 2013, in Italia, nel periodo 2002-2012, la quantità di prodotti fitosanitari è diminuita complessivamente di 33 mila
tonnellate (-19,8%). Si registra un calo dei fungicidi (-28,9%), degli
insetticidi e acaricidi (-17,7%) e dei prodotti erbicidi (-22,9%), nonché una riduzione dei prodotti molto tossici e tossici del 33,6% e una
riduzione dei prodotti non classificabili del 26,1%.
La tendenza alla diminuzione è in linea con le indicazioni della PAC.
L’uso sostenibile dei fitofarmaci nell’UE è già un obbligo: la direttiva
2009/128/CE dal 1 gennaio 2014 impone a tutta l’agricoltura convenzionale di convertirsi alla difesa integrata.
La diffusione dei prodotti di origine biologica e delle trappole sono
il segmento più innovativo della distribuzione, anche se le quantità
immesse al consumo risultano ancora di entità limitata. In futuro i fitofarmaci resteranno un mezzo indispensabile di produzione, seppure
in quantità sempre più ridotte. La quantità del loro uso è influenzata
da condizioni meteorologiche, nuove avversità, piani colturali adottati
dagli agricoltori.
L’offerta alimentare sarà sempre più condizionata dai consumatori. È
un trend già in atto. Le multinazionali e i fast food stanno cambiando
le loro scelte in funzione dei consumatori. Monsanto ha rinunciato a
commercializzare OGM nei Paesi dove non sono accettati e investe
in tecnologie alternative come il Progetto AquaTek, nell’ambito del
quale si stanno sperimentando ibridi di mais non GM resistenti alla
siccità abbinati a sistemi di irrigazione innovativi.
Anche Pioneer si sta muovendo nella medesima direzione sperimentando ibridi di mais non GM resistenti alle aflatossine e ibridi di mais
non GM resistenti alla siccità.
174
Annalisa Saccardo
In futuro il cibo locale aprirà un breccia importante nell’alimentazione
globalizzata. Ci sono già le prime avvisaglie. Grazie a un accordo con
Coldiretti, Mac Donald e INALCA hanno introdotto alimenti made in
Italy. La domanda di cibo a connotazione territoriale e di alimenti non
OGM sta trovando un proprio spazio nella globalizzazione: il trend è
irreversibile. Nel fast food è entrato, in questi giorni, l’hamburger di
chianina IGP e carne piemontese con uno storico cambiamento nell’alimentazione, soprattutto dei più giovani. La catena metterà in distribuzione il panino attraverso un accordo siglato dalla Filiera Agricola
Italiana Spa associata alla Coldiretti con Inalca del Gruppo Cremonini.
Gli alimenti a forte connotazione territoriale conquisteranno, quindi,
sempre maggiori quote di mercato.
Del resto, secondo uno studio dell’Eurispes sull’alimentazione (dati
2013): acquistano prodotti alimentari made in Italy oltre due terzi degli
italiani (77,6%); due terzi del totale (76,8%) controllano anche l’etichettatura e la provenienza degli alimenti che acquistano; quasi la metà
(46,4%) compra spesso prodotti DOP, IGP, DOC. L’88% degli italiani pone attenzione all’origine geografica e alla marca (68%); la Grecia
ci supera per attenzione all’origine del prodotto (90%), la Spagna si
ferma al 66%, Germania 74%, Francia 75% e Gran Bretagna 52%.
Nell’Unione Europea, in media, il 71% ha risposto di essere attento
all’origine geografica e il 47% alla marca.
La tendenza al consumo locale e regionale fa riferimento al rapporto
tra cibo e territorio, alla prossimità tra il luogo di produzione e quello
di consumo di un alimento, garanzia di autenticità (vedi ad esempio
i prodotti a chilometro zero). La ricerca di cibi locali e di stagione
spinge i consumatori a variare le abitudini di acquisto, privilegiando
esperienze in cui vi possa essere un contatto diretto con i produttori.
Come ha giustamente evidenziato il prof. Montanari dell’Università
di Bologna ‘mangiare geografico’ significa conoscere o esprimere la
cultura del territorio tramite una cucina (prodotti ricette naturali). In
questo caso, il cibo locale racconta una storia.
Per quanto concerne il futuro degli OGM, diminuirà la produzione
nei Paesi sviluppati. Già nel 2012 per la prima volta dal 2006, la crescita degli OGM rallenta nei Paesi sviluppati (48% delle colture OGM
mondiali), mentre aumenta nei Paesi in via di sviluppo (52%). I Paesi
leader nel mondo nella produzione di colture GM sono a parte Usa e
Essere nuovi Be new
175
Canada i Paesi in via di sviluppo: Cina, India, Brasile, Argentina e Sud
Africa. In Europa, si coltivano solo in Portogallo, Spagna, Repubblica
Ceca, Slovacchia e Romania.
È evidente che i Paesi europei con prodotti di alta qualità a denominazione d’origine rifiutano e continueranno a rifiutare gli OGM (Francia e Italia) così come quelli a grande tradizione agricola (Germania,
Austria, Inghilterra) e i Paesi nordici che sono grandi consumatori di
prodotti biologici (Scandinavia e Danimarca).
Anche Monsanto ha dovuto arrendersi a questa ostilità dei consumatori europei verso gli OGM, cambiando la strategia sul mercato comunitario a causa dell’assenza di prospettive commerciali. Il gigante
agroalimentare ha annunciato, alcuni mesi fa, che ritirerà tutte le domande pendenti di omologazione di nuove colture OGM nell’Unione
Europea, tra cui cinque qualità di mais, una di soja e una di barbabietola da zucchero.
«Ritireremo le richieste di approvazione nei prossimi mesi», ha affermato il presidente e direttore generale della multinazionale americana
per l’Europa, Josè Manuel Madero. La decisione ha spinto, pertanto, il
gruppo a concentrarsi sul business delle sementi tradizionali in Europa.
Per quanto riguarda, infine il futuro degli alimenti biologici, la produzione aumenterà, ma sono cibi destinati a restare un mercato di
nicchia. «L’agricoltura biologica tutela l’ambiente, ma non sfamerà il
mondo» come emerge da uno studio pubblicato sulla rivista «Nature»
nel 2012. I cali di rese sono dovuti a una minore disponibilità di azoto
e di fosforo, specialmente in alcuni tipi di terreni. Nei Paesi industrializzati l’agricoltura biologica rende il 20% in meno, mentre nei Paesi
poveri e in via di sviluppo le rese sono ridotte addirittura del 43%.
Annalisa Saccardo
Presso l’Area Ambiente e Territorio di Coldiretti si occupa della legislazione
nazionale e comunitaria in materia agro-ambientale, con particolare riferimento alla disciplina in materia di acque, aree protette, biodiversità, forestazione, caccia e fauna selvatica, fitofarmaci, fertilizzanti, apicoltura e OGM e,
quindi, con riferimento a tutto ciò che riguarda l’agricoltura sostenibile. È
responsabile in modo specifico del settore dell’agricoltura biologica e dell’impiego dei fitofarmaci e dei fertilizzanti. Pubblica notizie su «Il Punto Coldiretti», giornale online della Confederazione, e tiene docenze e relazioni a livello
internazionale sulle materie di competenza.
176
I NUOVI VITIGNI RESISTENTI
ALLE MALATTIE
Una minaccia o una opportunità
per la viticoltura italiana?
Attilio Scienza
Quasi ogni giorno emergono nuove occasioni per accentuare il
conflitto tra scienza e società. Questa distanza crescente spesso è
causata dallo ‘scientismo’, da quell’eccesso di autorità che va oltre
la portata legittima della scienza e che attribuisce alla scienza la
capacità esclusiva di produrre l’effettiva conoscenza dell’uomo e
della società. È infatti lo scientismo il responsabile della retorica della comunicazione, di quella faglia che costantemente viene
approfondita, tra le ragioni della scienza e gli orientamenti della
società. Il vero nemico della scienza è quindi lo scientismo quando associa gli OGM alla ricerca genetica tradizionale o attribuisce
alla diffusione degli OGM in India l’incremento dei suicidi tra gli
agricoltori, senza che questi fenomeni non abbiano nulla in comune dal punto di vista intrinseco. È l’esempio delle cosiddette
biotecnologie alle quali appartiene la ricerca genetica, sviluppata
attraverso l’uso dei MAS che comprende ambiti di ricerca assai
distanti e questa etichetta trasferisce le critiche ad altri settori delle
biotecnologie verdi/agroalimentari.
Le cause di questa incomunicabilità hanno radici negli albori del Novecento quando Croce e Gentile allo scopo di elevare la filosofia al
rango di ‘religione dello spirito’ si lanciarono con successo contro le
scienze empiriche e la matematica alle quali non riconoscevano alcun
valore cognitivo. Il primato assoluto della filosofia idealista sulle scienze positive fu reso esplicito con la Riforma Gentile del 1923 con l’istituzione del liceo scientifico che non consentiva l’accesso alla Facoltà
di Giurisprudenza dove si formava la classe dirigente di allora. In
questo modo, afferma Corbellini, «le élites politiche e amministrative
in Italia hanno maturato una formazione esclusivamente umanistica
Essere nuovi Be new
177
e non sono in grado di comprendere l’impatto economico e sociale e
il ruolo della ricerca scientifica nel dare competitività all’economia e
dinamismo alla società».
Anche l’informazione non aiuta a far comprendere i rapporti tra
scienza e società, sottolineando quegli aspetti propri dello scientismo
che rendono la cosiddetta scienza-spettacolo o delle star-system scientifiche, l’unico linguaggio che giunge distorto alla vita sociale e finisce
per assomigliare alla magia in quanto assume un obiettivo intimamente connesso con gli istinti e le aspirazioni umane, come ad esempio la
pubblicità dei produttori di alimenti che dichiarano l’assenza di derivati dagli OGM nei loro prodotti associando a questi un’idea fuorviante di genuinità e di naturalità.
Può sembrare paradossale ma l’opposizione ai riscontri della genetica
viene da due gruppi di opinione tra loro diametralmente opposti per
basi ideologiche: la sinistra, i radicali e i no global da un lato e dall’altro i cattolici più conservatori, i millenaristi e i new age. L’elemento
che gli unisce trasversalmente è il comune rifiuto, più o meno esplicito, al darwinismo e in genere al concetto di evoluzionismo.
Mentre qualche tempo fa gli scienziati esprimevano con franchezza
le loro idee, ora è loro consentito fare qualche professione di fede,
veemente quanto imbarazzata, magari alla radio la domenica mattina, perché queste esternazioni possono essere professionalmente
dannose.
Purtroppo anche gli ambientalisti e i difensori delle tradizioni alimentari di un Paese sono diventati scientisti, in quanto fanno un uso
opportunistico della scienza come risorsa retorica nella pubblicità in
modo analogo a quello che avviene in ambito politico usando come
modo di dire ‘scientificamente fondato’ o ‘scientificamente infondato’ per giustificare le loro prese di posizione dichiarate come sagge e
giuste.
Un caso emblematico è quello del cambiamento climatico che vede lo
schieramento degli ambientalisti contro il ruolo delle scienza e della
tecnologia alimentare nel determinare il peggioramento della qualità
dell’ambiente e per le conseguenze sulla salute umana.
Questo consente loro di assumere atteggiamenti scientistici e di avvalersi della scienza per legittimare i loro punti di vista, salvo poi riferirsi
178
Attilio Scienza
a una banale spiritualità orientale che miscela yoga con yogurt, messaggio con massaggio, fitness con ascetica.
Il tema della accettazione della scienza ha nello sviluppo della genetica viticola contemporanea una efficace esemplificazione. Se da un lato
abbiamo la decodificazione del DNA della vite realizzato dal progetto
italo-francese ‘Vigna’ e l’interazione con altri settori di ricerca quali
la fisica, la scienza dell’informazione, la biochimica applicata, ecc.,
dall’altra parte non è stato possibile cogliere la portata di questi sviluppi senza tener conto in una prospettiva di lungo periodo dell’emergere di una attenzione sociale e culturale verso i temi della tradizione,
del parere dei consumatori, della rigidità delle normative comunitarie,
del bisogno di sostenibilità.
Per adempiere al suo ruolo sociale la scienza non può permettersi di
essere scientista e per fare questo deve investire di più nella comunicazione, che non è solo mero trasferimento, un modo semplicistico o
diluito di comunicare un discorso specialistico come viene oggi realizzato, ma un processo selettivo. Deve infatti essere realizzata come
un’interferenza (o corto circuito), una sorta di interazione multipla
tra i contenuti specialistici e l’attenzione del pubblico, dove non si
veda la comunicazione come la causa di cambiamenti o di atteggiamenti da parte del pubblico in seguito al trasferimento di certi risultati della ricerca, ma anche come effetto di sviluppi nella creazione
di una zona di interazione tra il discorso specialistico e il pubblico
stesso.
Questo può essere realizzato attraverso un continuo interscambio attorno a un determinato tema dove il processo di elaborazione della
conoscenza è il risultato di un corto circuito tra consumatore e ricercatore.
Non estranei sono i mezzi di comunicazione di massa, che spesso disinformano più che informare, alla ricerca della notizia clamorosa che
omologa le piante transgeniche ai frequenti rischi alimentari, al monopolio nella ricerca delle multinazionali, alla perdita di biodiversità con
toni catastrofici e frasi d’effetto.
Cosa vuole sapere la gente? Chi ha prodotto questi vitigni resistenti, perché li ha fatti, se posso fidarmi che siano stati fatti per il bene
comune, quali sono le possibili conseguenze del loro impiego… Gli
aspetti scientifici vengono dopo.
Essere nuovi Be new
179
È verosimile che nei prossimi anni la viticoltura europea avrà a disposizione molti vitigni resistenti capaci di produrre vini di buona qualità, non dissimile da quella dei vitigni di sangue europeo: l’impatto
sulla produzione e sul consumatore sarà paragonabile a quello che è
avvenuto 150 anni fa con l’arrivo della fillossera. Ci aspetta una vera
innovazione culturale sulla quale possiamo riflettere senza pregiudizi
per trovare una risposta convincente a tutti i dubbi che ci poniamo.
Ci sono anche problemi relativi alla nomenclatura e alle conseguenze
delle Denominazioni d’origine nei confronti delle viti resistenti? E i
produttori di vini da vitigno potranno chiamare ancora i loro vini con
il nome dei vitigni resistenti, se questi vengono denominati analogamente ai vitigni europei che sono stati usati per l’incrocio?
I progressi ottenuti dalla biologia molecolare, hanno consentito di
ridurre notevolmente i tempi di valutazione dei nuovi incroci, con
un significativo risparmio di tempo e di denaro, ma i problemi non
risiedono nella ricerca, ma come in passato nel grado di accettazione
dell’innovazione da parte del consumatore. I tempi fortunatamente
sono cambiati in quanto la crescente domanda di sostenibilità ambientale forse riuscirà a vincere la sua diffidenza, dando così dignità a
queste varietà per poter produrre vini a Denominazione e non dover
quindi essere relegate a vitigni di seconda categoria.
Un appello finale, destinato ai ricercatori e tratto dal Rapporto PUS
del 1985: «il nostro messaggio più diretto e urgente deve essere agli
stessi scienziati: imparate a comunicare con il pubblico, siate disponibili a farlo e consideratelo un vostro dovere».
Attilio Scienza
Professore ordinario di Viticoltura e professore associato di Fitormoni e fitoregolatori in arboricoltura presso l’Università di Milano. Accademico ordinario dell’Accademia italiana della vite e del vino e socio corrispondente
dell’Accademia dei Georgofili, ha vinto il Premio AEI per la ricerca scientifica
nel 1991 e il Premio Internazionale Morsiani nel 2006. Direttore del Master
universitario di primo livello in ‘Gestione del Sistema vitivinicolo’ dell’Università di Milano, è autore di oltre trecento pubblicazioni scientifiche, prevalentemente dedicate alla vite e alla viticoltura.
180
ROBOTS
Bruce Sterling
Il mio argomento sui robot è molto semplice ed è il seguente: la vecchia concezione di robot non corrisponde alla realtà tecnica moderna.
In origine i robot erano personaggi di un testo teatrale, RUR, dell’autore ceco Karel Capek. Questi robot del 1920 avevano due gambe,
due braccia e una testa; avevano le sembianze di esseri umani artificiali
perché in realtà erano persone: attori cechi in costume.
Nessuno ha mai costruito un robot che sostituisca l’essere umano, che
abbia le sembianze e agisca da essere umano. Questa è pura fantasia,
paragonabile all’idea di costruire un aeroplano che abbia le sembianze
e il comportamento di un uccello.
I robot moderni sono macchine che hanno seguito una linea di sviluppo tecnologico molto difficile. Essi non imitano gli esseri umani
perché questo sarebbe troppo complicato. I robot hanno, invece,
funzioni limitate: possono muoversi, percepire e afferrare oggetti.
Hanno moduli software diversi specializzati nel movimento, nella
percezione e nella manualità. Ciascuno di questi rappresenta un
problema distinto in informatica. Non esistono robot in grado di
svolgere in maniera egregia le tre funzioni insieme, ovvero muoversi,
percepire e afferrare oggetti.
I robot efficienti non sono delle vere e proprie opere d’arte in cui ogni
elemento si incastra perfettamente, sono piuttosto sistemi plug and
play plasmati dall’economia.
Il robot moderno è parte di un sistema di rete più ampio, non è un
apparecchio indipendente che pensa in maniera autonoma. Il robot
moderno è una periferica, come una stampante, un computer portatile o un telefono cellulare. L’auto senza conducente di Google è parte
di Google, il drone che consegna pacchi è parte di Amazon: si tratta
di robot telecomandati da banda larga wireless e Big Data. Sono robot
moderni ma non assomigliano affatto agli esseri umani, sono come
Google e Amazon con ruote e telecamera, e sono i migliori robot mai
prodotti.
Essere nuovi Be new
181
I robot non sono mai stati in grado di pensare, ma l’avvento di Big
Data e Cloud li rende molto più capaci e potenti. Quando oggi parliamo di robot non ci riferiamo più agli attori in costume degli anni ’20,
bensì parliamo di Cloud e Big Data dotati di movimento, percezione
e manualità.
Se si comprende la situazione moderna è facile capire perché società
basate su Big Data e Cloud, come Google e Amazon, siano oggi particolarmente interessate ai robot: esse considerano i robot un nuovo
modo meccanico per accrescere il potere che già possiedono.
E per quanto riguarda le piccole e medie imprese, un settore in cui
l’Italia eccelle per tradizione? A tal proposito si deve menzionare la
famosa scheda Arduino di Ivrea. Finora sono state vendute circa un
milione di schede Arduino. Arduino rappresenta la start-up tecnologica più famosa ed efficace.
Arduino è un dispositivo in grado di tradurre un software digitale
in segnali elettrici per il controllo di apparecchiature; si tratta di una
sorta di traduttore tra software e azione meccanica. Per questo motivo
Arduino è molto popolare tra gli appassionati di robot. È economico, semplice e ha una vasta base di utenti sviluppatori: tutti elementi
positivi.
Alla Maker Faire di Roma nell’ottobre 2013, Intel ha annunciato
un’alleanza con Arduino: Intel lavora sulla creazione della scheda
‘Galileo’ compatibile con Arduino. Intel è un gigante industriale che
possiede una capacità manifatturiera enorme e, con la creazione di
Galileo, l’azienda scommette su un diverso tipo di robotica con caratteristiche italiane.
Non esiste un Google italiano né un Amazon italiano, ma c’è un Arduino italiano, che ha molti amici internazionali. Il mio suggerimento
per coloro che sono interessati ai robot è quello di accantonare idee
vecchie di un secolo e confrontarsi con le reali opportunità di oggi.
Bruce Sterling
Scrittore e giornalista, è autore di romanzi di fantascienza e saggi. Celebre per
Mirrorshades – antologia di racconti del 1986 che ha contribuito a definire
il filone cyberpunk –, critico della Rete e teorico del cyberspazio, è uno dei
più attenti osservatori dell’impatto delle nuove tecnologie sulle nostre vite.
Collabora con autorevoli testate internazionali (tra cui «Time», «Newsweek»,
182
Bruce Sterling
«The Wall Street Journal», «The New York Times», «Der Spiegel»). Dal 2007
vive a Torino e scrive per «La Stampa», dove cura insieme alla moglie Jasmina Tešanović la rubrica ‘Globalisti a Torino’. Collabora a «Repubblica»
e all’edizione italiana di «Wired». Tiene corsi intensivi di Media e Design
alla European Graduate School. Tra i suoi romanzi più recenti: Cronache dal
basso futuro (Mondadori, 2005;) Artificial kid (Mondadori, 2006); Il chiosco
(Delos Book, 2008); Atmosfera letale (Mondadori, 2009). Tra i saggi: Giro di
vite contro gli hacker (Mondadori, 2004); Tomorrow Now. Come vivremo nei
prossimi cinquant’anni (Mondadori, 2004). È stato appena ripubblicato La
forma del futuro (Apogeo Education, 2013), una sorta di manifesto del design
del XXI secolo.
Essere nuovi Be new
183
SUL REDDITO
DI CITTADINANZA
Antonio Vanuzzo
Ci hanno detto che il reddito di cittadinanza è presente in tutti i Paesi
europei tranne la Grecia e l’Italia. È un fatto. Il MoVimento 5 Stelle
ha ottenuto ampio consenso nella scorsa tornata elettorale inserendolo nel programma. Un altro fatto. Secondo l’ISTAT, a ottobre 2013 la
platea di disoccupati di età compresa tra i 15 e i 64 anni – escludendo
gli inattivi – si è assestata a 3,18 milioni di persone, con una crescita
del 9,9% rispetto allo stesso periodo del 2012. Anche questo è un
fatto.
Per configurare un sistema di welfare attivo utilizzando la leva del reddito di cittadinanza, invece, si passa necessariamente nel campo delle
ipotesi. Il merito dei grillini è di aver portato prepotentemente nel
dibattito pubblico una questione che la sinistra, con l’eccezione di Sel,
aveva sostanzialmente abbandonato. Il problema riguarda un Paese in
deflazione, dove cioè i prezzi scendono per assenza di domanda causa
crisi, e con un debito pubblico che sfiora il 130% del PIL, le risorse
sono scarse e i margini di manovra inesistenti.
Andando nel dettaglio, la proposta dei pentastellati prevede un assegno dagli 800 ai 1.000 euro, e alcuni requisiti: essere maggiorenni, residenti in Italia e avere un reddito netto inferiore alla soglia di povertà
(600 euro al mese per un individuo, 1.000 per una coppia e 1.330 per
una coppia con figlio: soglie più generose dell’Isee). Per gli immigrati,
essere residenti in Italia da almeno due anni, aver lavorato per un minimo di 1.000 ore o conseguito un reddito di almeno 6.000 euro netti,
sempre negli ultimi 24 mesi. Un reddito minimo garantito, in buona
sostanza. Domanda: quanto costa? L’economista Tito Boeri, assieme
a Paola Monti in un paper uscito a novembre 2013 ha calcolato che
l’esborso della mozione grillina, divenuta poi un disegno di legge proprio con il supporto di Sinistra Ecologia e Libertà, si assesterebbe sui
19 miliardi di euro. Troppo? Dipende. Da due elementi: equità ed
efficacia.
184
Antonio Vannuzzo
Prendiamo la Francia, Paese equiparabile all’Italia per cultura e numero di abitanti. Nel 2009, l’Eliseo – all’epoca il premier era Nicolas
Sarkozy, uomo di destra – ha approvato il Revenu de Solidarietè Active (Reddito di Solidarietà Attivo), con l’obiettivo di dare supporto
ai lavoratori disagiati e di incoraggiarne il ritorno nella forza lavoro.
L’RSA francese garantisce un reddito minimo in caso di inattività attraverso l’RSA-Socle, che ammonta a 470 euro al mese per una coppia
senza figli e a 980 euro mese per una coppia con due figli. Il programma garantisce inoltre un reddito integrativo per le famiglie che lavorano, ma percepiscono un reddito basso, attraverso l’RSA-Chapeau.
Si tratta di un sistema d’integrazione del reddito per gli stipendi sotto
una certa soglia, che però incentiva la ricerca attiva del lavoro: per
ogni euro di reddito da lavoro l’RSA copre 0,62 euro di reddito addizionale. Questo strumento è aperto a tutti i lavoratori over 25, under
25 con figli a carico e, dal 2010, è stato esteso anche agli under 25 già
entrati nella forza lavoro.
Prima di questa riforma, in Francia erano presenti nove diversi tipi di
benefici sociali. In Italia, basta una superficiale ricognizione sul sito
dell’Inps per rendersi conto che – tra cassa integrazione ordinaria e
in deroga, mobilità ordinaria e in deroga, assegni familiari, ecc. – di
strumenti a sostegno del reddito ce ne sono una ventina. Una semplificazione che sta studiando Matteo Renzi, neo segretario Pd, attraverso
il Job Act: «Proponiamo un sussidio unico di due anni per chi perde il
posto di lavoro e contemporaneamente un sistema serio di formazione
professionale», ha detto intervenendo a ‘Che tempo che fa?’.
Equità ed efficacia. Torniamo sugli Champs Elysees: i percettori di
RSA devono iscriversi al Pôle Emploi (il servizio di collocamento pubblico francese) o a un’agenzia di collocamento privata. Il sistema è
migliorabile: solo il 30% dei beneficiari risultano iscritti. Le politiche
attive, insomma, vanno monitorate. A fronte di stanziamenti pari allo
0,6% del PIL, il costo del sistema è dello 0,1% del PIL (1,5 miliardi), ed è stato finanziato aumentando la tassa sui redditi da capitale
dell’1,1 per cento. Il risultato, guardando al bicchiere mezzo pieno,
è un aumento del reddito al consumo mediano del 18% (da 699 a
825 euro al mese al dicembre 2009, dati del ministero dell’Economia
transalpino).
Se ripartono i consumi, la deflazione si allontana e il costo del debito
Essere nuovi Be new
185
si riduce. Sempre Boeri – che sembra aver sostituito il senatore di
Scelta civica Pietro Ichino come ispiratore di Renzi su temi di lavoro
e welfare – all’interno di un gruppo di lavoro ministeriale ha studiato
la possibilità di implementare un ‘sostegno d’inclusione attiva’ (SIA),
che comporta una spesa potenziale di 17 miliardi di euro. A differenza
del disegno di legge grillino, il quoziente di calcolo è familiare e non
individuale, e soprattutto prevede un sistema di controllo dei consumi
dei beneficiari, circa il 12% delle famiglie italiane.
Si vedrà se il Sindaco rottamatore sarà capace di coagulare un ampio
consenso sull’idea di Boeri. D’altronde, il sistema pensionistico evidenzia pesanti squilibri: come dimostra l’ultima relazione della Corte
dei Conti sull’INPS, l’ente previdenziale è da due anni in deficit, sostenuto prevalentemente dalle prestazioni dei contratti atipici. Senza
una riforma del lavoro non solo i giovani non vedranno mai la pensione, ma nemmeno gli anziani. Il che è ben più grave.
Antonio Vannuzzo
Giornalista. Classe 1983, si laurea in Economia dei media all’Università Cattolica di Milano. Inizia la sua carriera nel 2003 come inviato a Telechiara,
emittente televisiva del Nordest. Dopo un periodo di stage all’agenzia stampa
americana Dow Jones, segue la cronaca di Piazza Affari per «Il Riformista».
Nel 2010 fonda l’agenzia giornalistica FpS Media, service che fornisce contenuti editoriali a «Radio 24», «Il Fatto Quotidiano», «Repubblica TV», «L’Espresso». Collabora con «Il Foglio», «Panorama Economy» e «Capo Horn».
A «Linkiesta» dalla sua fondazione, ricopre l’incarico di responsabile della
sezione Finanza & Mercati.
INTERVISTE
di Giada Marangone per «Udine Economia»
188
Essere nuovi Be new
189
L’EMERGENZA EDUCATIVA
Ivanhoe Lo Bello
Lei è responsabile del settore Education di Confindustria. Come vede il
tema della scuola?
Se si affronta il tema del futuro, bisogna farlo con ‘occhi nuovi’, necessari per guardare alla scuola e all’impresa che sono le due ali che
ci faranno volare verso la società della conoscenza. La questione educativa in Italia investe lo sviluppo economico, la coesione sociale, l’innovazione e il welfare. Le imprese dovranno riacquisire la loro dignità
formativa per affrontare le sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica.
Che ruolo riveste la formazione nella creazione di nuovi posti di lavoro?
La formazione crea posti di lavoro se fa crescere persone capaci di
creare posti di lavoro, se fa affidamento cioè sulle competenze che
ciascun giovane può sviluppare nel suo percorso formativo. Oggi chi
arriva al diploma o alla laurea non deve chiedersi se ci sarà un posto
di lavoro per lui, ma quanti posti di lavoro riuscirà a creare. Gli ultimi
dati OCSE hanno mostrato quanto basse siano le competenze degli
italiani. È questo il cuore del problema. Una formazione valida crea
posti di lavoro quando sviluppa competenze negli studenti. Una maggiore apertura delle scuole all’impresa sollecita anche, negli studenti,
la nascita di uno spirito di auto imprenditorialità che è necessario per
tornare a competere nel mondo. Abbiamo un manifatturiero avanzatissimo e un Paese che offre risorse culturali e paesaggistiche non
seconde a nessuno.
La formazione deve essere sempre di più ‘a misura d’azienda’, costruita
cioè su reali esigenze del tessuto imprenditoriale e del territorio. È d’accordo?
Sì, ma con un’aggiunta: lo sviluppo nasce solo sulle reali esigenze
del territorio se tra un territorio e l’altro si crea una rete formativa e produttiva. I territori sono infatti un parametro essenziale per
190
Ivanhoe Lo Bello
cogliere e orientare le potenzialità di sviluppo per le imprese e per
chi ci lavorerà. Il discorso riguarda dunque la formazione ‘a misura
di territorio’ che significa farsi aiutare dalle imprese a capire quali
sono le reali esigenze produttive di un’area. Molte scuole lo fanno,
basti pensare all’Istituto tecnico Malignani di Udine, un fiore all’occhiello della scuola italiana, che collabora stabilmente (e con ottimi
risultati) con le imprese del territorio. Abbiamo tanti settori su cui
puntare, grazie alle nuove tecnologie: agricoltura e agri-business,
economia green, manifatturiero 2.0, innovazione, moda e tanto altro. È ora che in ogni territorio si rifletta realmente su ciò che lo
rende più competitivo.
Quali sono, a suo avviso, le misure che devono necessariamente essere
introdotte affinché le nostre aziende siano competitive anche a livello
internazionale?
Le imprese italiane devono essere messe in condizione di poter competere e di essere protagoniste nella dialettica Europa-Territori. In
sintesi voglio suggerire tre criticità urgenti: 1) costo del lavoro elevato:
abbiamo il costo del lavoro più elevato d’Europa; 2) burocrazia: per
avviare e gestire un’impresa serve troppo tempo e le procedure sono
complicate; 3) la formazione non è sempre adeguata. Molti giovani si
trovano spesso senza avere competenze spendibili e con una scarsa
conoscenza dell’inglese.
Reti d’impresa un’opportunità per le micro e PMI?
Le reti di impresa stanno mostrando di essere uno strumento molto
efficace per lo sviluppo di PMI. Il numero delle reti è cresciuto in
modo esponenziale negli ultimi anni. Anche il mondo delle reti si sta
aprendo all’Education. E con ottimi risultati. Sono già 93 infatti in
Italia le reti ‘scuola-impresa’ e sono la dimostrazione che tutti devono
e possono fare la propria parte per combattere l’emergenza educativa.
Ivanhoe Lo Bello
Vice presidente per l’Education di Confindustria e vice presidente di Unioncamere. Imprenditore, è socio e amministratore di altre società industriali. È
stato presidente di Confindustria Sicilia e ha fatto parte del Direttivo e della
Giunta di Confindustria.
Essere nuovi Be new
191
FARE RETE
NELL’INNOVAZIONE SOCIALE
Bertram Maria Niessen
Lei è stato uno degli ideatori e il project manager del progetto cheFare, uno spazio che permette alle imprese sociali profit e non profit di
realizzare il proprio progetto, inducendo a fare rete e attivare network
territoriali. Quali sono i pilastri sui quali si è fondata l’idea e attorno ai
quali è stato concepito il progetto?
Volevamo costruire un percorso che premiasse l’impatto sociale dei
progetti culturali innovativi, segnalando e raccontando i nuovi modi
possibili di fare cultura oggi in Italia. Per questo ci siamo concentrati
su una serie di criteri molto concreti: collaborazione, co-produzione,
innovazione, sostenibilità economica, equità economica e contrattuale, uso di tecnologie open-source e soprattutto impatto sociale positivo. Chi ha sintetizzato al meglio tutti questi requisiti guadagnando la
borsa di 100.000 euro è stata Lìberos, una rete etica di stakeholder del
libro, che sta cambiando l’economia culturale della Sardegna.
Cosa si intende per innovazione sociale?
L’innovazione sociale è l’insieme di idee, prodotti, servizi o modelli
(sociali negli scopi e nei mezzi) in grado di creare nuove collaborazioni e relazioni. Chi opera nell’innovazione sociale ha tra i suoi obiettivi
principali lo sviluppo del tessuto civico, grazie ad approcci in grado di
facilitare e incoraggiare la collaborazione e la partecipazione.
Qual è l’importanza della rete e come le nuove tecnologie dovranno
integrarsi nel tessuto imprenditoriale?
Oggi siamo a un punto di svolta. La digitalizzazione ha completamente
cambiato i modi della produzione materiale. Bisogna capire che il Web non
è un punto d’arrivo, ma di partenza. È dinamico e molto diverso da quello
che era anche solo pochi anni fa. Noi in Italia siamo in ritardo perché non
abbiamo quegli strumenti culturali in grado di cogliere evoluzioni così rapide. I dati, ad esempio, confermano che le nuove forme di business model
che riescono a operare tramite piattaforme open-source sono più flessibili.
192
Bertram Maria Niessen
Come reputa oggi il legame fra artigianato e nuove tecnologie?
Tramite le nuove tecnologie si sta cercando di recuperare un settore
rilevante per l’Italia, anche se c’è confusione tra quelle che sono le
PMI manifatturiere e l’artigianato tout court; molti credono che siano
la stessa cosa, ma non è così. Ci si sta muovendo verso un ‘artigianato digitale’, dove tecnologie anche non nuovissime (come il Cad
e la stampa 3D) e nuove comunità online si scambiano know how e
interagiscono, creando opportunità e ottenendo risultati importanti.
Start-up e nuove tecnologie: binomio vincente?
Non è così scontato. Per la crescita di start-up di successo è importante un ecosistema funzionale, efficiente e variegato, che da un lato
si sviluppi attraverso un dialogo con le università e i sistemi di governance territoriale, dall’altro riesca a costruire modelli di investimento
differenziati, tarati sulle nuove necessità imprenditoriali.
Quali sono, a suo parere, le nuove sfide che dovranno affrontare le PMI
italiane per uscire dalla crisi ed essere competitive anche oltre confine?
Due sono le sfide che le PMI del nostro Paese dovranno affrontare.
Per molti anni le nostre imprese sono state costrette, loro malgrado,
a rinunciare a fattori strategici indispensabili per la crescita: la ricerca
e lo sviluppo. Dovranno cioè riuscire nuovamente a investire per innovare. L’altra sfida assolutamente urgente è trovare il modo di conservare il capitale umano in Italia. In un Paese sempre più vecchio, la
migrazione sistematica di quei giovani che hanno il sapere e la visione
necessaria a innovare costituisce un danno incalcolabile per le PMI,
come per la società nel suo complesso.
Bertram Maria Niessen
Ricercatore, progettista e manager per i processi di innovazione al crocevia tra
cultura, arte e tecnologia. Nel 2009-2010 è stato ricercatore post-doc all’Università di Milano, lavorando sui progetti della Comunità Europea Edufashion e
Openwear (economie P2P, crowdsourcing, moda e design). Attualmente lavora
principalmente nei campi della ricerca urbana, economia della cultura, Diy 2.0
e manifattura distribuita, culture della rete e della collaborazione, innovazione
dal basso. Dal 2012 è tra gli ideatori e il project manager di cheFare, premio da
100.000 euro per progetti di innovazione culturale promosso da doppiozero.
Collabora con numerose riviste, blog e quotidiani italiani e internazionali.
Essere nuovi Be new
INTERVISTE
di Alessandro Cesare per «Messaggero Veneto»
193
194
Essere nuovi Be new
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MIGLIORE QUALITÀ DELLA VITA
CON LE NUOVE TECNOLOGIE
Brinda Dalal
Brinda Dalal, direttore di ricerca all’Institute for the Future di Palo Alto
(California), cosa dobbiamo aspettarci dal rapporto tra le nuove tecnologie e l’essere umano?
Le implicazioni possibili sono innumerevoli. La prima delle evoluzioni già in atto è quella della distributed sensing, cioè di quei sistemi
di misurazione in grado di potenziare i nostri sensi. C’è poi la cosiddetta biologia sintetica, che consente di combinare le cellule con
i circuiti elettrici. In questo modo è possibile accendere o spegnere
gruppi cellulari. L’idea a cui i ricercatori stanno lavorando è quella di
poter arrestare il processo di duplicazione delle cellule cancerogene
per fermare il progredire di un tumore. Le nuove tecnologie applicate alla scienza, quindi, non ci consentono più soltanto di migliorare
l’aspetto esterno di un essere umano, ma il suo interno, rendendolo
in qualche modo ‘trasparente’. Pensiamo alle possibili connessioni
tra campo biologico ed elettrico anche attraverso il coinvolgimento
del pensiero, con una comunicazione ‘brain to brain’, da cervello a
cervello.
Scenari che chiamano in causa l’etica?
La tecnologia non ha un’etica, è indifferente all’etica. Sta a noi utilizzare le scoperte scientifiche in un certo modo.
Abbiamo parlato di scenari futuri. Ci può fare degli esempi di come la
tecnologia, oggi, ha migliorato la vita delle persone?
Mi vengono in mente le persone affette da asma, che in Usa sono 25
milioni. Attraverso un erogatore dotato di tecnologia bluetooth, nel
caso di un attacco d’asma si attiva un collegamento con lo smartphone che può mandare informazioni al tuo medico su dove ti trovi e
sull’intensità della tua crisi. In tempo reale si ha a disposizione una
mappatura completa del tuo stato di salute, con la possibilità di rice-
196
Brinda Dalal
vere un feedback sui comportamenti da tenere. Un sistema che può
servire per comunicare il sintomo di un malore e ricevere la cura in
tempo zero.
Le persone sono pronte a questa ‘rivoluzione’?
Certamente le tecnologie, da sole, non bastano. Serve una nuova competenza da parte delle persone, che da un punto di vista culturale devono essere pronte a gestire queste informazioni e le implicazioni che
ne possono derivare. Siamo sicuri di voler davvero conoscere a quali
malattie genetiche siamo predisposti?
Brinda Dalal
Direttore di ricerca all’Institute for the Future di Palo Alto del programma
‘Technology Horizons’ che supporta società di tutto il mondo nel capire e
progettare il cambiamento. All’IFtF dal 2002, ha coordinato progetti che
spaziano dal futuro dei consumi alla mobilità, dalla riduzione della povertà
all’accesso all’acqua potabile. La sua attività di ricerca è ora focalizzata sul
rapporto tra uomo e tecnologia con particolare riguardo alla condivisione di
esperienze soggettive. È presidente di Dhoopa Ventures LLC, società che fornisce consulenza in materia di innovazione e strategia di ricerca nei mercati
emergenti e ad alta tecnologia. È tra i fondatori della Clean Technology Initiative allo Xerox Palo Alto Research Center.
Essere nuovi Be new
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CITTÀ INTELLIGENTI
PER IL SUCCESSO ECONOMICO
Roberto Siagri
Entro il 2050, il 70% della popolazione vivrà nelle città. Una moltitudine di 9 miliardi di persone che dovrà disporre di sistemi in grado
di gestire servizi ed emergenze. L’unico modo per riuscirci, però, sarà
dando concretezza alle ‘smart cities’, le città intelligenti, ambienti urbani capaci di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei
propri cittadini.
Roberto Siagri, si sente parlare spesso di smart cities. Esistono esempi
concreti?
Ci sono diverse esperienze smart nel mondo, ma l’argomento è piuttosto recente e quindi il percorso è all’inizio. Però esistono città che
stanno andando decisamente in questa direzione, con l’obiettivo di
creare sistemi urbani sempre più a misura di cittadino.
In cosa consiste il concetto di smart?
Appurato che il trend di abitanti della Terra è in crescita e quindi le
problematiche legate all’inquinamento, alla sicurezza, al traffico delle città sono destinate ad aggravarsi, servono città che comincino ad
agire in maniera intelligente, consentendo di superare ostacoli di varia
natura con sistemi di controllo in grado di migliorare la qualità della
vita delle persone. Senza questo tipo di sistemi le criticità rischiano di
diventare ingestibili.
Bisogna puntare sull’innovazione?
È l’unica strada. Città intelligenti significano strade e palazzi pieni di
sensori e computer in grado di comprendere, in tempo reale, ciò che
sta accadendo, dando così informazioni migliori agli amministratori e
alle forze di sicurezza, che in questo modo possono scegliere e intervenire non seguendo l’emotività ma basandosi sui numeri, sui dati certi,
su informazioni dirette e in tempo reale. Il successo economico di una
198
Roberto Siagri
città dipenderà da quanto sarà capace di essere sostenibile attirando
forza lavoro qualificata e creativa.
Da dove bisogna partire?
Ogni città deve definire i suoi obiettivi primari: il concetto di smart
può essere declinato in maniera differente. Amsterdam, ad esempio,
ha posto come priorità la risoluzione del problema parcheggi, Melbourne vuole diventare la città più verde al mondo, alcuni centri cinesi vogliono combattere la piaga del traffico.
I giovani sono pronti a questa ‘rivoluzione’?
I giovani sono coscienti che nel futuro le città dovranno essere smart.
Il problema è nelle classi digerenti. Sarebbe il momento di abbassare
l’età di chi occupa posti decisionali, dando più spazio alle nuove generazioni.
Roberto Siagri
Presidente di Eurotech, azienda leader nell’ambito della tecnologia embedded, è responsabile per le strategie, i nuovi modelli di business e l’internazionalizzazione della società. Collabora con il Dipartimento di Ingegneria
elettronica e meccanica dell’Università di Udine, dove ha tenuto corsi di Elettronica dei sistemi digitali. È membro dell’Italy-Japan Business Group e del
comitato consultivo della Facoltà di Economia dell’Università di Padova.
Per
la sua competenza in temi legati all’innovazione, alla ricerca tecnologica e
all’imprenditorialità, ha ricevuto riconoscimenti e premi da istituzioni italiane
e internazionali.
Essere nuovi Be new
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PERSONE E AMBIENTE
PERNO DELLA CITTÀ DEL DOMANI
Bernardo Secchi
Città a misura d’uomo, ‘intelligenti’ nella misura in cui riusciranno a
superare i problemi legati all’ambiente, alle disuguaglianze sociali e
alla mobilità. A gettare lo sguardo sul futuro dei centri abitati è Bernardo Secchi, professore emerito di Urbanistica allo IUAV di Venezia,
da sempre impegnato nello sviluppo di idee e progetti per la città.
Professor Bernardo Secchi, come si immagina le città dei prossimi decenni?
Diverse da quelle di oggi, perché ogni grande crisi della storia ha portato con sè un radicale mutamento dei centri urbani.
Ci può dare qualche anticipazione?
Non mi interessa tanto spiegare come saranno le città, perché nessuno
può dirlo, non avendo una palla di cristallo. Certamente saranno capaci di risolvere alcune delle loro principali criticità: penso, ad esempio, alla questione ambientale, alle disuguaglianze sociali, alla mobilità intesa come una sorta di diritto di cittadinanza.
Ogni città nello stesso modo?
Assolutamente no. Ognuna secondo la sua specificità. Roma risolverà
i problemi in modo diverso da Parigi o da Londra. L’importante è che
li affrontino e li risolvano.
Non c’è alternativa?
L’alternativa è un futuro di città invivibili, come quelle che si vedono
nei film di fantascienza.
Che ruolo avranno i cittadini?
Un ruolo essenziale. Le città del futuro dovranno essere all’insegna
delle persone, dando la priorità ai cittadini e alle loro esigenze. Servirà
200
Bernardo Secchi
però un cambiamento delle politiche messe in atto finora. Oggi ci si
ricorda delle città solo per la sicurezza e l’ordine pubblico. È strano,
ma nei programmi dei governi, in Italia come in Europa, nonostante i
grandi problemi siano tutti individuati nei centri urbani, non si fa mai
riferimento alle città.
Cambieranno le cose?
In Italia certamente. Siamo molto bravi a reagire un attimo prima di
trovarci sull’orlo del dramma.
Bernardo Secchi
Professore emerito di Urbanistica allo IUAV di Venezia, è stato preside della
Facoltà di Architettura dell’Università di Milano e ha insegnato in diverse
università straniere. Ha ricevuto la laurea honoris causa dalle Università di
Grenoble e di Hasselt e il Grand Prix d’Urbanisme. Ha partecipato alla redazione di numerosi piani e progetti, in Italia e all’estero. Con Paola Viganò
ha vinto concorsi di progettazione in Italia e in Europa. È stato invitato a
sviluppare idee e progetti per la ‘Grande Parigi’, per Bruxelles 2040 e per
la ‘Grande Mosca’. È stato direttore di «Urbanistica». Tra i suoi ultimi libri:
Prima lezione di urbanistica (Laterza, 2007); La città nel ventunesimo secolo
(Laterza, 2008); La città dei ricchi e la città dei poveri (Laterza, 2013).
Essere nuovi Be new
201
I GIORNALI ALLA SFIDA DIGITALE,
MA IL CARTACEO RESISTERÀ
Bruno Manfellotto
La tecnologia sta cambiando l’informazione in maniera radicale: nei
contenuti, nelle tempistiche, nel rapporto con gli utenti. Il flusso di
notizie è aumentato in maniera esponenziale, così come il numero di
fonti. Un processo inarrestabile, che va governato per dare valore alla
moltitudine di informazioni presenti sul web. Compito che spetta al
giornalista, figura chiamata ad avvalorare le notizie con la loro pubblicazione cartacea. Bruno Manfellotto, direttore dell’«Espresso», ne
è convinto, ancor di più oggi che la comunicazione digitale va per la
maggiore.
Direttore, come inciderà la tecnologia digitale sulla trasmissione delle
notizie?
Il modo di trasmettere le notizie si è già evoluto. Rispetto a dieci anni
fa le fonti e gli strumenti di informazione sono completamente diversi.
Questo costringe la carta stampata e i media in genere a tener conto non più soltanto di un telex o di un’agenzia, ma di un complesso
apparato informativo. E il cambiamento sarà ancora più drastico nei
prossimi anni.
E questo è un vantaggio o uno svantaggio per una redazione?
Se da una parte rischi di subire gli effetti di questi strumenti digitali,
dall’altra li puoi utilizzare a tuo vantaggio per raggiungere luoghi e
fonti fino a qualche anno fa inimmaginabili. Si presentano opportunità e metodi di lavoro diversi.
Il flusso di notizie va gestito. Ci può spiegare in che modo?
È necessario far convivere l’aspetto più tradizionale del fare informazione con quello più innovativo. I contenuti a disposizione di una redazione vanno suddivisi tra più mezzi di comunicazione. Se prima un
settimanale come «L’Espresso» elaborava il prodotto cartaceo nell’ar-
202
Bruno Manfellotto
co di una settimana, ora è possibile che alcuni contenuti escano sul
web prima della pubblicazione del giornale. Per questo, per evitare
anticipazioni di altri, bisogna pensare a un prodotto spendibile su
più piattaforme: alcune informazioni vanno date subito sul sito, approfondendole in un secondo momento sulla parte cartacea e quindi
dandone diffusione sui social networks, in modo da verificarne l’impatto promuovendo discussioni tra i lettori. Serve cioè un approccio
multimediale e multicontenuto.
Un approccio che avete messo in pratica nel nuovo sito de «L’Espresso».
I siti internet invecchiano rapidamente, come avviene per gli stili nella
moda. E visto che si comunica attraverso lo stile, serve un restyling
continuo per evitare che questo strumento di comunicazione diventi
inefficace. Il sito va adeguato per essere in grado di ospitare contenuti
informativi diversi, integrandolo col prodotto giornale, che a mio avviso continua a essere la parte che dà contenuto al sito.
Un ragionamento valido anche nell’eventualità che i siti di informazione diventino a pagamento?
L’Italia è un po’ in ritardo in questo processo. Comunque se domani
dovremo confrontarci con strumenti a pagamento, sarà maggiore la
necessità di fornire al lettore contenuti di qualità firmati dai giornalisti
di punta dell’edizione cartacea, frutto di un lavoro approfondito e
documentato.
Quindi il web non scalzerà il prodotto cartaceo?
L’edizione cartacea esisterà sempre perché l’informazione via web, ancora per molti, è avvalorata dalla carta stampata e dalla firma del giornalista. Il caso più eclatante, in questo senso, è la vicenda WikiLeaks:
sono stati messi in rete migliaia di documenti, ma senza il lavoro di
decodifica da parte di persone qualificate e specializzate, che li hanno
scelti e pubblicati, avrebbero perso di significato. Le professionalità per
portare a termine queste azioni si trovano nelle redazioni dei giornali.
La politica come utilizza i nuovi strumenti di comunicazione via web?
L’unica preoccupazione che hanno politici e governi è di verificare
cos’è stato scritto di negativo contro di loro.
Essere nuovi Be new
203
Restando alla politica, siete stati recentemente al centro di un attacco da
parte di un consigliere della Regione Campania che ha chiesto alla magistratura di bloccare l’uscita de «L’Espresso» per una vostra inchiesta.
Lo abbiamo invitato a leggere l’accurata inchiesta sulla situazione ambientale in Campania, prima di esprimere giudizi. Prendersela con chi
fa informazione, invece che con chi dovrebbe impedire il traffico di
rifiuti tossici gestito dalla criminalità organizzata, può solo peggiorare
la vita di chi vive in quelle zone e da anni sopporta le terribili conseguenze dell’inquinamento.
Bruno Manfellotto
Giornalista, è direttore de «L’Espresso» dal luglio 2010. Ha iniziato la carriera
giornalistica a «Paese Sera», dove alla fine degli anni ’70 ha inaugurato e diretto le pagine economico-finanziarie. Chiamato poi a «Panorama», si è diviso
negli anni ’80 tra i temi dell’economia e della politica per poi assumere la guida della redazione romana; si è poi trasferito a Milano per l’incarico di capo
redattore centrale. Passato a «L’Espresso» nel 1992, ne è stato vice direttore
dal 1995 al 2000, quando è diventato direttore della «Gazzetta di Mantova».
Dal 2003 al 2009 ha diretto «Il Tirreno» per assumere poi la carica di direttore editoriale dei quotidiani locali del Gruppo Editoriale «L’Espresso». Un
anno dopo è stato chiamato alla direzione de «L’Espresso». Ha vinto il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo nel 2007. Ha pubblicato S-profondo
nord (Sperling & Kupfer, 2003).
204
LE SFIDE DELLA FLESSIBILITÀ
DEL WELFARE AZIENDALE
E DEL SISTEMA PENSIONI
Tiziano Treu
Welfare aziendale e occupazione giovanile, ma anche crisi del manifatturiero e nuova classe dirigente del Pd. Tiziano Treu, ex ministro
del Lavoro e dei Trasporti alla fine degli anni ’90 (nei governi Dini,
Prodi e D’Alema).
Come deve evolvere il concetto di welfare in questo momento di crisi?
Sono del parere che si debba introdurre il concetto di flessibilità anche nel sistema pensionistico, creando una finestra per consentire l’uscita dal mondo del lavoro tra i 60 e i 70 anni, prevedendo delle penalizzazioni economiche in base all’età prescelta. In questo modo, pur
alzando l’età pensionabile, si eviterebbero drammi sociali. Cerchiamo
la condivisione delle forze politiche.
Lei si sta facendo promotore anche di un welfare aziendale. In cosa consiste?
È una novità che si sta sviluppando. La prima azienda ad averlo messo
in atto è stata Luxottica. Invece di dare premi di produzione in denaro, si propone ai dipendenti di investire tali risorse in servizi di welfare, che possono andare dagli asili nido ai ticket sanitari. A seconda
del bisogno delle persone si può sviluppare una serie di servizi che lo
Stato non riesce a garantire.
Una soluzione fatta propria però prevalentemente dalle grandi aziende.
Questo è il problema. Le istituzioni dovrebbero intervenire per allargare questo welfare integrativo anche alle piccole imprese, mettendo
in campo un sistema di incentivi.
Oggi arriva in una regione che sta vivendo crisi aziendali importanti
(Electrolux, Ideal Standard). Il manifatturiero sta cedendo il passo?
Essere nuovi Be new
205
In tutto il mondo ci sono stati problemi in questo settore. Il settore
manifatturiero può uscire da questa situazione solo arricchendosi di
innovazione, tecnologia e qualità.
Lei ha introdotto per legge la flessibilità nel lavoro. Crede che per i giovani il posto fisso sarà sempre di più una chimera?
La flessibilità non va intesa come precariato, ma come consapevolezza
che il proprio ruolo nel mondo del lavoro può mutare nel tempo.
Certo, bisogna assicurare una certa continuità lavorativa, altrimenti
le famiglie non possono sopravvivere. In questa fase i giovani vanno
sostenuti e aiutati a muoversi in un mercato del lavoro sempre più
complesso. L’ho detto alla governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, è stato un peccato chiudere l’Agenzia del Lavoro
in FVG, funzionava bene.
Ha citato la presidente Debora Serracchiani. Che impressione le ha fatto?
La classe dirigente del Pd ha bisogno di persone come lei, giovani e
capaci. È brava e l’apprezzo molto.
Tiziano Treu
Senatore della Repubblica Italiana, è vice presidente della Commissione permanente su Lavoro e previdenza sociale. Già ministro del Lavoro nei governi Dini (1995), Prodi (1996) e ministro dei Trasporti nel governo D’Alema
(1998), dal 2001 ha fatto parte, come senatore, di numerose commissioni
ministeriali. Il suo nome è legato al cosiddetto ‘Pacchetto Treu’ da cui trae
origine la legge 196/97 (‘Norme in materia di promozione dell’occupazione’)
con cui il lavoro interinale e altre forme contrattuali di lavoro atipico hanno
ottenuto riconoscimento legislativo da parte dell’ordinamento italiano. Docente emerito e già professore ordinario all’Università Cattolica di Milano,
ha insegnato anche all’Università di Pavia e in atenei stranieri, tra cui Parigi
X, Università Cattolica di Lovanio, Sophia University di Tokyo. Autore di
numerose pubblicazioni, nella sua attività di studioso ha tenuto una stretta
collaborazione con il sindacato (in particolare la Cisl) e con diverse associazioni internazionali di diritto del lavoro e relazioni industriali.
206
LA DEMOCRAZIA E LA POLITICA 2.0
NELL’ERA DELLA RETE
Alberto Cottica
Il concetto di democrazia, nell’era digitale, può avere applicazioni più
ampie, consentendo ai cittadini interessati una partecipazione e un
controllo della cosa pubblica a più ampio raggio. Una politica in stile
Wikipedia: collaborativa, aperta e liberamente modificabile.
Alberto Cottica, qual è la tesi introdotta dal suo libro sulla Wikicrazia?
Con questo testo apro a una possibilità di intendere la politica pubblica. Non spiego dove la rivoluzione digitale ci sta portando, ma dove
è possibile arrivare se ci impegniamo. Non sono convinto che il solo
fatto di aver sviluppato tecnologie di comunicazione e di averle diffuse su larga scala sia sufficiente a propiziare un cambiamento del modo
in cui si governano la società e i processi. Serve uno sforzo di tutti per
riformare in profondità il modo con cui i cittadini si occupano delle
politiche pubbliche. Quello che ho fatto con il libro non è raccontare
la transizione digitale in atto, ma proporre un cammino di democrazia
comune.
Un po’ quello che sta tentando di fare il Movimento 5 Stelle?
Non mi interesso di politica, ma di politiche. In questo senso non
sono in opposizione al M5S, ma mi colloco proprio da un’altra parte. Dal mio punto di vista l’intelligenza collettiva dei cittadini non va
utilizzata per prendere le decisioni di tipo macro, che spettano alla
politica, quanto per la gestione della fase esecutiva.
Si spieghi meglio.
Prendo come esempio l’inclusione dei disabili. Tutti sono d’accordo
e la politica può decidere di favorire questa inclusione. Il difficile è
riuscirci davvero, perché magari chi dovrebbe progettare un marciapiede non presta la dovuta attenzione e finisce per creare una barriera
architettonica insormontabile. La mia proposta ‘wiki’ è pensata pro-
Essere nuovi Be new
207
prio per monitorare questa fase operativa: se tanti occhi controllano la
progettazione del marciapiede, difficilmente potrà scappare l’errore.
Come accade su Wikipedia, la condivisione consente di trovare gli
errori e di porvi rimedio. Un approccio replicabile anche nelle attività
di governo.
Ci sono già esempi di governance in stile Wikipedia?
Di iniziative che si basano su questo approccio ce ne sono molte, anche in Italia e nel libro porto alcuni esempi. La più ‘vecchia’ è quella
di una cittadina del Regno Unito con il progetto ‘Fix my street’. In
pratica è stato chiesto ai cittadini di monitorare il proprio quartiere
per garantire una manutenzione urbana costante. In caso di guasti ai
lampioni o di buche nella strada, c’è chi li segnala su internet e il sistema coinvolge il funzionario competente. Questo consente di avere
molti controllori.
Per funzionare, questo approccio, deve essere condiviso da tutti i cittadini?
Non ce n’è bisogno. L’importante è coinvolgere quei cittadini che
si sentono motivati, lasciando l’opportunità di entrare nel sistema a
chiunque. Prendo di nuovo a esempio Wikipedia per spiegarmi: non
tutti scrivono, lo fa una minoranza di cittadini. Ma tutti vi possono
accedere, modificare eventuali errori e decidere di diventare a loro
volta scrittori di contenuti. In questo modo ognuno si occupa di ciò
che gli interessa in autonomia, e un cittadino può anche scegliere di
non prendere parte al sistema.
Alberto Cottica
Economista, si occupa di economia creativa e digitale, con un forte interesse
per le politiche di sviluppo. È esperto di politiche pubbliche collaborative e
partecipazione online. Lavora al Consiglio d’Europa e all’Università di Alicante. Ha collaborato con il Ministero dello Sviluppo Economico come direttore di ‘Kublai’, il primo progetto dell’amministrazione centrale italiana
basato sulle logiche del web 2.0. Il suo impegno è volto a rendere l’azione di
governo più aperta, utilizzando internet per attingere all’intelligenza collettiva
dei cittadini. È autore di Wikicrazia (Navarra, 2010). Come musicista ha suonato con i Modena City Ramblers, di cui è tra i fondatori.
208
NELLE SCUOLE IL PROCESSO
DIGITALE NON SI PUÒ FERMARE
Agostino Quadrino
«La storia non si può fermare». Agostino Quadrino, direttore editoriale di Garamond, chiude così l’intervista in cui denuncia l’ostracismo messo in atto dalle grandi case editrici italiane contro l’affermazione della didattica digitale. Ma a suo modo di vedere, non porterà ai
risultati sperati, visto che oramai il processo di diffusione tecnologica
tra i ragazzi è in atto e non può più essere arrestato.
Partiamo dalla casa editrice che dirige, la Garamond.
La nostra è una realtà piccola ma molto presente nel mondo della
scuola. Lavoriamo in questo settore da 25 anni e ciò che ci qualifica
è il contatto diretto con gli insegnanti, poco più di 67 mila. Comunichiamo direttamente con loro per saggiare gli orientamenti negli
istituti scolastici e per proporre i nostri contenuti digitali.
Come procede il processo di innovazione nelle scuole?
Il cambiamento digitale non solo è in atto, ma in gran parte c’è già
stato, anche se non tutti vogliono ancora ammetterlo. La connessione ormai è nelle tasche di quasi tutti gli studenti, che comunicano tra
loro grazie alle tecnologie digitali. E anche l’accesso al web, nelle sue
varie forme, è disponibile praticamente a chiunque. In alcuni casi
più fuori che dentro le scuole.
Cos’è cambiato in questi anni nei ragazzi?
Il modo di rapportarsi con la conoscenza e con le discipline. Dieci
o vent’anni anni fa il libro di testo classico rappresentava la sola
fonte disponibile. Oggi le fonti sono innumerevoli e accessibili ai
più, con una scelta critica senza pari rispetto al passato. Chi ancora
si attarda a discutere se la scuola debba adeguarsi a questa evoluzione, o vive in un altro mondo o non ha mai avuto a che fare con
i ragazzi.
Essere nuovi Be new
209
Non tutti sembrano pronti a questa ‘rivoluzione digitale’.
Ci sono resistenze da parte della classe docente, che si dimostra non
ancora pronta a queste nuove modalità di apprendimento (l’età media
degli insegnanti italiani è 50 anni), oltre a non essere incentivata alla
formazione e all’aggiornamento. Poi c’è una resistenza di tipo produttivo da parte delle case editrici più grandi (ce ne sono quattro o cinque
che determinano il 75% del mercato). Basta un dato per comprendere
il volume d’affari che sta dietro ai libri di testo: ogni anno le famiglie
italiane spendono 800 milioni di euro per l’acquisto di volumi cartacei.
Qual è il ruolo della politica in questo processo?
Purtroppo i partiti più grandi fanno gli interessi degli editori e quindi
le istanze di rinnovamento vengono osteggiate. Diversa la posizione
del Movimento 5 Stelle, che spinge in maniera esplicita per il passaggio dai libri analogici a quelli digitali, che sono più economici, abbatterebbero il consumo di carta e favorirebbero la multimedialità.
È così anche all’estero?
No, non c’è un regime di oligopolio come in Italia. Nei Paesi più industrializzati hanno investito molto più che da noi nella digitalizzazione
delle scuole e in banda larga. E anche i cosiddetti Paesi marginali ci
stanno superando in questo settore.
La diffusione del digitale nelle scuole pare però inevitabile.
Le nuove generazioni studiano e chiedono le nuove tecnologie. L’innovazione non potrà essere fermata da battaglie di retroguardia, al
massimo potrà subire un rallentamento. Gli editori non capiscono che
quella digitale è l’unica strada anche per la loro sopravvivenza.
Agostino Quadrino
Direttore editoriale di Garamond. Ha insegnato per molti anni nelle scuole superiori di Roma e svolto attività di formazione e aggiornamento per docenti su temi
di metodologia didattica e uso educativo delle tecnologie digitali e di rete. È autore
di saggi filosofici sul pensiero di E. Lèvinas e di testi scolastici per le scuole medie e
superiori. Da 15 anni dirige Garamond, casa editrice impegnata nell’innovazione
della scuola con la pubblicazione online di strumenti e contenuti per la didattica
digitale – come l’ultimo nato ‘EduCloud’ – in una logica di condivisione aperta dei
saperi e di costruzione collaborativa della conoscenza come bene comune.
210
PMI PIÙ FORTI
E RAZIONALIZZAZIONE
DEGLI ENTI ASSOCIATIVI
Massimo Paniccia
Non parla apertamente di ripresa, ma ammette che il sistema sta rallentando la sua corsa negativa. Massimo Paniccia, presidente di Confapi FVG, chiede maggiore forza per le piccole e medie industrie,
lasciando aperto uno spiraglio a una possibile unione tra Confapi e
Confindustria.
Dopotutto è già successo in altre parti d’Italia con la nascita di Unindustria.
«Intanto abbiamo pensato a Confapi – afferma Paniccia – che l’anno
scorso ha deciso di riunirsi in un unico organismo regionale e il processo di fusione oramai è in fase di completamento. Questo era quello
che ci interessava fino a oggi, per il futuro potremo pensare ad altri
tipi di aggregazione».
Sulla possibile fusione con Confindustria, Paniccia aggiunge: «Proprio a Udine, tempo fa, abbiamo dato vita, insieme, alla Confederazione del sistema delle imprese affinché rappresentasse l’intero
comparto produttivo. Ho sempre detto che questo è un problema
che riguarda il livello nazionale e non il locale. Credo che queste
debbano essere le basi su cui ragionare per avere un futuro comune».
Il numero uno di Confapi FVG si è quindi soffermato sul ruolo
delle piccole e medie imprese in Italia e sulla necessità di dare
loro un maggior peso: «Non possiamo dire che le PMI sono l’asse
portante del Paese solo quando fa comodo – precisa – lasciando
poi che il sistema resti in mano a pochi. Questa è una delle contraddizioni italiane che va superata, parlando più di Paese che di
individui. Anche se – continua Paniccia – appare chiaro che gli
individui, gli imprenditori, più sono grandi e più hanno potere
e possibilità di parlare, mentre invece i milioni di industriali che
devono combattere quotidianamente per la sopravvivenza sono
Essere nuovi Be new
211
molto più silenziosi, nonostante, con la loro voglia di fare, tengano
in piedi questo Paese».
Lo sviluppo delle PMI passa attraverso le aggregazioni tra le diverse realtà espressione di un territorio: «Il ruolo delle associazioni di
categoria e della CCIAA – chiarisce Paniccia – è quello di aiutare
le aziende a crescere, e noi lo stiamo facendo da una ventina d’anni con chi ha compreso che guardare al mondo è un’opportunità
di crescita non solo per la sua azienda, ma per l’intero comparto
economico regionale. Il nostro Paese ha circa 200 mila imprese che
esportano, ma il 95% di esse sono piccole aziende che incidono
solo per il 7% dell’export totale. Ciò significa che circa 2 mila imprese esportano per il 93% del totale. Ecco perché senza una crescita del settore produttivo con processi di aggregazione, il futuro
del sistema Italia è a rischio. Il nostro compito è quello di mostrare
agli imprenditori la strada per andare sui mercati internazionali a
competere».
Sul tema della crisi, Paniccia ha una visione ottimistica: «La discesa
del nostro sistema economico sta rallentando e ci si comincia a preoccupare di come rimettersi in piedi, di come crescere, piuttosto che
continuare a tener duro per non soccombere. Non vedo nessuna ripresa ma sicuramente c’è, da parte degli imprenditori, la voglia di non
mollare, di tornare a investire e di pensare al futuro. In quest’ottica
– conclude – vanno inseriti i ragionamenti su aggregazione e internazionalizzazione come modelli per superare una crisi che non è solo
strutturale, ma rappresenta un modo nuovo di vivere in un sistema
diverso da quello ante 2008».
A discutere della finanza del domani, nella sede di Confapi FVG,
è intervenuto anche Domenico Tonussi, ad private equity di Finanziaria Internazionale Holding Spa. «Oggi, alle imprese – mette
in luce – serve un cambiamento di mentalità perché una fase del
modello di sviluppo è passata, e la crescita per vie interne ormai
non riesce più ad assicurare i benefici del passato. Serve un rafforzamento patrimoniale delle aziende, che può concretizzarsi, ad
esempio, attraverso le private equity, strumenti in grado di sostenerle in termini di ricapitalizzazione, di ricambio generazionale e
di ricomposizione delle quote societarie».
212
Massimo Paniccia
Massimo Paniccia
Presidente della Federazione Regionale delle Piccole e Medie Industrie del
Friuli Venezia Giulia (Confapi FVG). Imprenditore, è presidente e amministratore delegato della Solari, azienda leader nei sistemi di informazione al
pubblico e di orologeria industriale. Ha presieduto e fatto parte dei consigli
di amministrazione di numerose aziende, associazioni di categoria e istituzioni bancarie. Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana, gli
sono state conferite la laurea ad honorem in Scienze politiche dall’Università
di Trieste e in Economia aziendale dall’Università di Udine.
Essere nuovi Be new
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TRASFERIRE TECNOLOGIE
PER COSTRUIRE FUTURO
Sergio Campo Dall’Orto
Lo sviluppo di un’impresa passa attraverso la sua capacità di innovare prodotti e processi. Facile a dirsi, difficile a farsi. Perché è
piuttosto complicato riuscire a connettere il mondo della ricerca con
quello dell’impresa, per creare valore. Per Sergio Campo Dall’Orto,
responsabile business development di PoliHub, la nuova struttura del
Politecnico di Milano nata per affiancare le start-up, il modo migliore di portare l’innovazione in azienda non è trasferirla direttamente
dall’università, ma costruirci attorno un’impresa. Un vero e proprio
ripensamento del paradigma che lega le tecnologie ai nuovi prodotti
e al lavoro.
Professor Campo Dall’Orto, ci spieghi la sua visione di trasferimento
tecnologico al mondo delle imprese.
La mia posizione è frutto di un’esperienza pluriennale maturata al
Politecnico. Il concetto di trasferire tecnologia e individuare all’interno dei centri di ricerca accademici delle innovazioni che possono
essere utilizzate dalle imprese, è un percorso molto difficile da realizzare. Sono più propenso a creare metodi di collaborazione in cui
si sviluppano progetti insieme fin dal principio.
Un processo che può valere per ogni tipo di impresa?
Soprattutto per quelle di dimensioni più elevate, con 100 dipendenti e oltre. Diventa difficile far collaborare le strutture più piccole, che sono il cuore della nostra economia. Vanno quindi cercate
nuove modalità di interscambio tra mondo accademico e questo
tipo di attività economiche, soprattutto in termini di know how.
Per una piccola impresa diventa dispendioso distaccare del personale per fare ricerca, quindi è naturale che tenti di fare innovazione
in casa.
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Sergio Campo Dall’Orto
Ma fare da soli, specie per le PMI, non sempre dà i risultati sperati.
Al giorno d’oggi l’innovazione sta diventando troppo rapida e le
piccole aziende non riescono a tenere il passo. Il tempo che ci impiegano a generare una nuova applicazione le fa arrivare tardi sui
mercati e quindi i vantaggi che ne ricavano sono pochi. Bisogna
trovare forme che siano immediatamente applicabili. Se io presento un’innovazione a un’impresa e ci vuole almeno un anno per farla
diventare un prodotto industriale, molte aziende preferiscono rifiutare per puntare a processi più rapidi, magari meno innovativi,
ma più spendibili.
In questo contesto che ruolo hanno le università?
Un ruolo fondamentale, perché i ricercatori viaggiano dieci anni in
avanti rispetto alle aziende. Chi fa ricerca nel campo dell’innovazione,
lo fa indipendentemente dal costo di trasformazione in prodotto. La
sfida del futuro sarà proprio quella di creare un collegamento diretto
tra centri di ricerca e aziende, per dar vita a qualcosa di immediatamente spendibile sul mercato.
Come riuscirci?
Al Politecnico di Milano ci stiamo provando. Il nostro trasferimento di innovazione è atipico, perché è finalizzato alla nascita di nuove
imprese. Quando abbiamo raggiunto un nuovo processo innovativo,
cerchiamo i giovani che lo possano accompagnare in una start-up e
quindi farla diventare una nuova impresa. Questa, a mio modo di vedere, è la nuova frontiera del trasferimento tecnologico dell’università.
Ci sono già esempi concreti?
C’è, ad esempio, Fabtotum, la stampante 3D aiutata nel suo sviluppo
da PoliHub, il nuovo incubatore del Politecnico di Milano: una struttura dedicata alle start-up creative e innovative. Oppure l’esperienza
dell’ombrello biodegradabile.
Sergio Campo Dall’Orto
Docente di Imprenditorialità e design al Politecnico di Milano e responsabile
del Business development di PoliHub, la nuova struttura per le start-up del
Politecnico. Si è sempre interessato di innovazione e nuove tecnologie, in par-
Essere nuovi Be new
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ticolare del loro impatto sulle organizzazioni complesse. È uno dei maggiori
esperti di telelavoro, che ha studiato, approfondito e implementato in imprese
private e amministrazioni pubbliche. Ha svolto una intensa attività di studio
sui modelli di diffusione dell’innovazione e del trasferimento tecnologico. È
stato consulente di decisori pubblici per i modelli strategici di implementazione delle politiche dell’innovazione. Ha costituito e avviato il Consorzio
Politecnico Innovazione (oggi Alintec), primo esempio italiano di struttura
di interfaccia tra mondo della ricerca e sistema delle imprese, specializzandosi nella individuazione di giovani imprese start-up e nel supporto alla loro
crescita.
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100 MILIONI RISPARMIATI
SE TUTTI UTILIZZASSERO IL PC
Antonio Piva
Per migliorare il ‘sistema Italia’ non serve aspettare necessariamente
l’arrivo del futuro. Basta mettere in atto piccoli accorgimenti per aumentare le competenze di ognuno e, di conseguenza, per realizzare
risparmi consistenti. Un esempio in questo senso l’ha dato Antonio
Piva, coordinatore per il Nordest di Aica, l’Associazione italiana per
l’informatica e il calcolo automatico.
«Se tutti i dipendenti degli enti locali e della sanità del Friuli Venezia
Giulia avessero una certificazione per l’utilizzo degli strumenti informatici – assicura Piva – si potrebbero risparmiare 100 milioni di euro
l’anno. Conoscere bene il funzionamento dei computer richiederebbe
minori costi per interventi tecnici e di assistenza».
Le certificazioni di cui parla il coordinatore dell’Aica sono le patenti
europee ECDL (European Computer Driving Licence), che dovrebbero diventare un insegnamento obbligatorio in tutte le scuole medie
e superiori d’Italia. «Nel Nordest siamo un po’ indietro rispetto ad
altre parti d’Italia – aggiunge Piva – e anche in Friuli le scuole che
hanno adottato il protocollo ECDL sono poche. E questo non è un
fattore positivo, perché un utilizzo consapevole dei sistemi informatici
non soltanto può servire ad aumentare la sicurezza on line di bambini
e ragazzi, ma può rappresentare un valore aggiunto per affacciarsi sul
mercato del lavoro».
Un tema, quello dell’inadeguatezza della formazione scolastica, toccato anche da Bruno Lamborghini, presidente di AICA e docente
dell’Università Cattolica di Milano. «È un problema drammatico – afferma Lamborghini – perché non esiste un ponte tra scuola e mondo
del lavoro. E così i nostri giovani cominciano a pensare al lavoro non
durante gli anni dell’università o delle superiori, ma alla fine del loro
percorso scolastico».
Il presidente di AICA ha quindi parlato del lavoro in senso più ampio: «Serve un ripensamento del concetto stesso di lavoro, che va
Essere nuovi Be new
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ricostruito sulla base delle competenze e delle capacità di ognuno. I
giovani devono sfruttare le nuove tecnologie per diventare ‘artigiani
digitali’ e inventarsi un’occupazione ‘fai da te’. Il lavoro tradizionale
è fisso; nel futuro, non esisterà più. Le competenze, invece, continueranno a essere spendibili ovunque».
Per Lamborghini sono sette le caratteristiche attorno alle quali deve
svilupparsi la capacità lavorativa del futuro, per permettere alle ‘persone’ («non più al capitale umano, come siamo malamente abituati a
dire») di essere competitive: innovazione, ricerca e libertà creativa, capacità di operare condivisione e conoscenza, cultura del cambiamento
e coraggio di cambiare, coscienza sociale, gusto della bellezza e apertura al mondo. Più si riuscirà a essere fedeli a questi dettami, maggiori
saranno le possibilità e le occasioni per avere successo. Il contesto nel
quale operare non è certo semplice, tutt’altro.
Secondo i dati analizzati da Lamborghini «il quadro di sviluppo economico del 2016 è drammatico. L’occupazione non crescerà. Se dovesse andare bene non calerà, la brutta notizia è questa. Se non ci
muoviamo immediatamente – conclude – le giovani generazioni non
avranno un lavoro. I ragazzi di oggi faticano a gestire la propria conoscenza: è fondamentale che imparino a farlo al più presto».
Antonio Piva
Laureato in Scienze dell’Informazione, vice presidente dell’ALSI (Associazione Nazionale Laureati in Scienze dell’Informazione e Informatica) e presidente della commissione di informatica giuridica, coordinatore AICA Nordest.
Ingegnere dell’Informazione, docente a contratto di diritto dell’ICT, qualità e
comunicazione all’Università di Udine. Consulente su Governo Elettronico,
Agenda Digitale e innovazione nella PA locale, Auditor Sistemi informativi e
231, è consulente e valutatore di sistemi di qualità ISO9000, Privacy e Sicurezza presso Enti pubblici e privati, autore di diverse pubblicazioni e libri su
diritto ICT e Privacy. Ispettore AICA presso scuole ed enti di formazione,
esperto di certificazioni e competenze informatiche, collabora con SDA Bocconi e Confindustria per ricerche sui costi dell’ignoranza informatica. Membro del Consiglio Nazionale del Forum Competenze Digitali, è presidente
della Sezione Territoriale AICA del Nordest.
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RETI DI IMPRESA E BUSINESS
DIVERSIFICATI PER SUPERARE
LA CRISI
Enzo Rullani
L’affermarsi delle reti di impresa dipenderà dal superamento di una
‘resistenza culturale’ diffusa tra gli imprenditori delle aziende di piccole e medie dimensioni. Se un modello è utilizzato da anni per fare
impresa, è molto difficile lasciarselo alle spalle di punto in bianco. Ma
è quello che richiede il mercato del futuro, come sostiene Enzo Rullani, docente di Economia della conoscenza e di Strategie di impresa
alla Venice International University.
Professor Rullani, perché le reti di imprese sono così importanti?
Innanzitutto perché consentono alle aziende di cambiare i propri modelli di business. In pratica permettono alle imprese, unendo le forze,
di realizzare ciò che hanno sempre visto come un ostacolo difficile da
superare. È necessario superare resistenze soprattutto di tipo psicologico, perché gli imprenditori non si fidano troppo dei loro colleghi.
Si deve vincere una vera e propria ‘resistenza culturale’ da parte di
quegli imprenditori che in passato sono riusciti ad avere successo da
soli. Ora però le condizioni sono mutate e non è più possibile farcela
solo con le proprie forze.
Questa ‘resistenza culturale’ esiste anche all’estero?
All’estero è diverso perché il tessuto produttivo è costituito in prevalenza da grandi aziende, con le PMI che rappresentano una percentuale residuale, o perché si tratta di realtà appena nate o operanti in
settori marginali. Da noi invece le piccole imprese sono l’asse portante
del sistema produttivo. Esiste quindi un approccio diverso nel modo
di considerare le reti e le aggregazioni.
Esiste un numero massimo di aziende per creare una rete?
Direi di no. Il problema non è il numero di imprese, ma l’approc-
Essere nuovi Be new
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cio che hanno. I consorzi legavano aziende che restavano comunque
concorrenti, essendo specializzate tutte in un settore produttivo. Per
le reti il discorso è completamente diverso, visto che nascono per creare complementarietà e dipendenza tra le diverse aziende. Ogni realtà produttiva è specializzata nella produzione di un componente che
aggiungendosi a quello di un’altra impresa della rete crea il prodotto
finito. Perché questo processo funzioni serve fiducia e integrazione.
Il distretto è un concetto vicino alla rete di imprese?
Non del tutto, dipende dalla reale conoscenza che il distretto ha dei
meccanismi di aggregazione. Se una rete nasce, ad esempio, per aumentare l’export verso la Germania, dovrà comprendere un’azienda
che opera già su quel mercato, magari tedesca, che quindi non fa parte
fisicamente del distretto. Altrimenti si rischia di chiedere aiuto a una
diretta concorrente.
Che ruolo ha la politica?
La politica deve scegliere le sue priorità. Se, come dovrebbe essere,
si decide di investire su produzioni complesse, la politica deve dimostrarsi selettiva e premiare quelli che, per realizzare ‘cose difficili’, si
mettono insieme e puntano sull’innovazione. Non dimentichiamo che
dobbiamo competere con Paesi come la Cina.
Enzo Rullani
Presidente di TeDIS e docente di Economia della conoscenza e di Strategie
di impresa alla Venice International University. È stato direttore del tLab,
centro di studi sull’economia dell’immateriale e sull’innovazione nelle imprese di servizi del CFMT di Milano. Si occupa di economia della conoscenza e
dell’immateriale, di terziario innovativo e dell’impatto del capitalismo globale
sui distretti industriali e sulle reti trans-territoriali. Tra i suoi libri: La fabbrica
dell’immateriale. Produrre valore con la conoscenza (Carocci, 2004); Il capitalismo personale. Vite al lavoro (con A. Bonomi, Einaudi, 2005); Innovare.
Re-inventare il Made in Italy (con M. Plechero, Egea, 2007); Modernità sostenibile. Idee, filiere e servizi per uscire dalla crisi (Marsilio, 2010).
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SFIDA ALLA CRISI
PUNTANDO SULLA BORSA
Roberto Calugi
La stretta del credito è uno dei maggiori problemi delle imprese in
questo momento di crisi. In futuro, un diverso e nuovo panorama
tecnologico e imprenditoriale richiederà nuovi e diversi strumenti di
finanziamento. Il compito sarà cercare di capovolgere la prospettiva
con la quale si guarda al rapporto tra banche e aziende. Tutto questo
in uno scenario che, negli ultimi tre anni, ha visto diminuire di oltre
3,5 miliardi di euro il credito concesso alle imprese del Friuli Venezia
Giulia.
Roberto Calugi, come si fa, in un momento come quello attuale, a mettere in dubbio la stretta del credito?
La mia provocazione è: si dice che ci sia poca finanza oggi nel rapporto tra istituti di credito e imprese. Siamo certi, e lo dico provocatoriamente, che invece non ce ne sia troppa?
Si spieghi meglio.
I dati riguardanti le caratteristiche dell’indebitamento delle imprese
italiane rispetto a quelle europee o extraeuropee ci dicono che la percentuale dei debiti bancari rispetto ai debiti delle imprese è pari al
66,5%, quando in Francia si arriva al 36%, la media dei Paesi OCSE
si attesta su un 50%, mentre la media degli Stati più evoluti arriva
fino a 28,5%. Queste percentuali dimostrano come in Italia, nel corso
degli ultimi anni, ci sia stato un fortissimo ricorso alla leva del debito per finanziare la crescita delle imprese. Quindi c’è stata troppa
finanza. Nel nostro Paese ci sono canali di approvvigionamento delle
risorse finanziarie largamente sottoutilizzate, e non certamente per
demerito delle imprese. E questo porta, di conseguenza, a un utilizzo
con il contagocce degli strumenti di capitale di rischio e di fondi di
investimento. Ecco perché il mercato azionario italiano è anch’esso
sottoutilizzato.
Essere nuovi Be new
221
Resta il fatto che la stretta del credito è una realtà.
È vero, le banche sono rigide e non prestano facilmente il denaro. E
a soffrirne sono soprattutto le imprese piccole e piccolissime. Voglio
citare un dato a questo proposito: dal 2011 al 2013, la concessione del
credito, in Friuli Venezia Giulia, si è ridotta di 3,7 miliardi di euro, per
una percentuale pari al 10,8%.
Quale può essere la strada per uscire da tale situazione?
È come un cane che si morde la coda. Finché le imprese saranno
dipendenti da un unico canale finanziario e avranno a disposizione
risorse limitate, continueranno a essere caratterizzate da uno scarso
sviluppo e saranno sempre più in sofferenza. Non c’è la bacchetta
magica per cambiare le cose. Però è possibile migliorare la situazione guardando a forme di approvvigionamento finanziario alternative
o ad altre modalità di partecipazione, considerando la quotazione in
borsa una strada percorribile.
E la politica che ruolo ha in questo contesto?
Sicuramente un ruolo importante, visto che può varare una serie di
normative per aiutare la concessione del credito alle imprese. Pensiamo a quanto è stato fatto per i mini-bond, che danno la possibilità
anche alle aziende non quotate in borsa di emettere obbligazioni e
cambiali finanziarie.
Roberto Calugi
Responsabile dell’Area ‘Sviluppo delle imprese’ alla Camera di Commercio
di Milano, dove si occupa di accesso al credito, innovazione e internazionalizzazione delle aziende. Per Promos, l’Azienda Speciale della Camera di
Commercio di Milano per le attività internazionali, ha seguito lo sviluppo
di innovativi strumenti finanziari per l’internazionalizzazione di impresa e
la promozione delle aziende milanesi nei Paesi Arabi. Responsabile per la
Camera di Commercio di importanti eventi internazionali, ha curato la realizzazione delle prime sette edizioni della Conferenza Euromediterranea. Ha
tenuto corsi presso le Università Bocconi, Cattolica del Sacro Cuore e Politecnico di Milano.
Hanno partecipato alla prima edizione di
Future Forum
Esseri nuovi / Be new
Udine, ottobre/novembre 2013
Alberto Abruzzese, Paola Annoni, Sergio Arzeni, Alberto Barberis, Stefano
Baroni, Alessandra Bechi, Carsten Beck, Roberto Bonzio, Marina Brollo, Luigino Bruni, Paolo Cacciato, Roberto Calugi, Sergio Campo Dall’Orto, Alberto Capatti, Antonello Caporale, Maurizio Caporali, Ivana Capozza, Luca
Capra, Giovanni Caprara, Enore Casanova, Enrico Castrovilli, Francesco
Cazzaro, Mirco Cervi, Annalisa Chirico, Maurizio Cinelli, Claudio Cipollini,
Cristiana Compagno, Christina Conti, Alberto Cottica, Brinda Dalal, Mirko
Daneluzzo, Luca De Biase, Derrick De Kerckhove, Andreas Delleske, Antonio De Lorenzo, Michele De Nigris, Lionel Devlieger, Alberto Felice De
Toni, Marco Di Ciano, Maura di Mauro, Rossano Ercolini, Paolo Ermano,
Valeria Filì, Walter Filiputti, Vittorio Foramitti, Andrea Fumagalli, Domenico Garofalo, Salvatore Giuliano, Giuseppe Granieri, Furio Honsell, Franco
Iseppi, Christian Keglovitz, Claus Kjeldsen, Bruno Lamborghini, Ivanhoe Lo
Bello, Antonio Loffredo, Norman Longworth, Riccardo Luna, Barbara Lunghi, Bruno Manfellotto, Marco Masella, Armando Massarenti, Fulvio Mattioni, Stefano Maurizio, Viktor Mayer-Schönberger, Barbara Mazur, Elisa Micelli, Michele Morgante, Marco Morganti, Debra Mountford, Luca Nardone,
Guido Nassimbeni, Bertram Niessen, Paolo Palamiti, Massimo Paniccia, Angelo Patrizio, Daniele Pittèri, Andrea Pollarini, Agostino Quadrino, Renato
Quaglia, Stefano Quintarelli, Dilip Rahulan, Mario Rotta, Fabrizio Rovatti,
Enzo Rullani, Raffaella Rumiati, Kurt Schmidinger, Bernardo Secchi, John
Shehata, Roberto Siagri, Bruce Sterling, Stephen Taylor, Raffaele Trapasso,
Tiziano Treu, Giuseppe Tucci, Antonio Vannuzzo, Alessandro Verona, Angela Wilkinson, Gabriella Zanocco.
Future Forum 2013
Essere nuovi / Be new
Udine, 14 ottobre/29 novembre
Camera di Commercio di Udine
Progetto Friuli Future Forum
Con il patrocinio di
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Comune di Udine
Comitato d’onore
Giovanni Da Pozzo (Presidente), Debora Serracchiani, Alberto Felice De
Toni, Sergio Arzeni, Antonella Nonino
Partner scientifici
OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico - Parigi, IftF, Institute for the future - Palo Alto, CIFS, Copenhagen Institute for
Future Studies - Copenhagen
in collaborazione con
Università degli Studi di Udine, Friuli Innovazione, Associazione culturale
vicino/lontano, Enterprise Europe Network
Progetto
Renato Quaglia (project manager)
Daniele Pittèri, Maria Lucia Pilutti, Alessandro Verona, Paolo Ermano, Michele Morgante, Manuela Croatto
Comitato scientifico
Marina Brollo, Maria Chiarvesio, Claudio Cipollini, Leopoldo Coen, Fabio
Feruglio, Vittorio Foramitti, Gianluca Foresti, Francesco Marangon, Armando Massarenti, Michele Morgante, Gioacchino Nardin, Guido Nassimbeni,
Roberto Siagri
Curatori tematici
Armando Massarenti, Michele Morgante, Guido Nassimbeni, Daniele Pittèri,
Renato Quaglia, Alessandro Verona
Curatori di sezione
Roberto Calugi, Annalisa Chirico, Walter Filiputti, Giorgio Jannis, Paolo Palamiti, Vanni Treu, Gino Zottis
Segreteria organizzativa
Azienda Speciale Imprese e Territorio - I.TER
Associazione culturale vicino/lontano
partner
Messaggero Veneto
RAI - Radiotelevisione Italiana sede FVG
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Il volume riunisce gli interventi presentati
alla prima edizione del Future Forum 2013,
dedicato all’innovazione e al futuro.
Come cambieranno nei prossimi decenni
lavoro, impresa, città, trasmissione dei
saperi, nutrizione? Esperti delle maggiori
organizzazioni internazionali, studiosi e
ricercatori italiani tentano di rispondere a
queste domande chiave per affrontare con
strumenti più adeguati le trasformazioni
che attendono nei prossimi anni l’economia
e la società.
Progetto Friuli Future Forum
Avviato nel 2010 su iniziativa del presidente della
Camera di Commercio di Udine, Giovanni Da Pozzo,
il progetto Friuli Future Forum si offre come
strumento innovativo di sostegno alla crescita
economica e sociale del territorio friulano.
All’inizio con il coordinamento di Lorenzo De Rita
e, dalla fine del 2012, su progetto di Renato Quaglia,
ha inaugurato un programma dedicato più
esplicitamente alle imprese e al futuro: osservatorio
dell’innovazione e rete di collaborazioni territoriali
con le Associazioni di categoria e i protagonisti
del sistema imprenditoriale, della formazione,
universitario, culturale, della ricerca del territorio.
Ha avviato partnership con istituti di ricerca europei
e internazionali e promosso e realizzato la prima
edizione del Future Forum
(www.friulifutureforum.com).
copia gratuita
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