The Lion, the Witch and the Wardrobe: Full Color Collector`s Edition

Storie Aspettando il Califfo.
Dai Galli ai Lanzichenecchi,
tutti i sacchi nella storia
di Roma 9
Innovazioni Strategie.
L’arrocco di Murdoch per
salvare l’ancien régime
delle pay tv 20 | 21
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, LO/MI
PUBBLICAZIONE SETTIMANALE
Arti Il romanziere a
scuola. Reportage sui corsi
di scrittura, fra talenti
ed egomaniaci 32 | 33
IL QUOTIDIANO DEL WEEKEND • 4 | 10 OTTOBRE 2014 • ANNO 1 N. 62 • EURO 3,00
WWW.PAGINA99.IT
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Idee Narrare i conflitti.
Se il giornalismo di
guerra subisce il fascino
della violenza 26 | 27
sindrome tedesca
KAI PFAFFENBACH / REUTERS / CONTRASTO
Ma quale locomotiva, la Germania è in panne e ci sta affondando
FRANCESCO SARACENO
n L’economia europea si è ormai avvitata in una
crisi senza fondo. Come in una grottesca rappresentazione, ogni anno, in primavera i dirigenti
europei annunciano alle popolazioni stremate
che l’austerità porta infine i suoi frutti, e che si vede la luce in fondo al tunnel. Ma poi, inesorabile
SPAZIO
geopolitica delle stelle
pagina 13
come il succedersi delle stagioni, viene l’autunno
con le sue cattive notizie (in Europa, sembra che
abbiamo perduto il diritto di godere dell’estate).
Purtroppo, ci viene detto, la ripresa non si è materializzata, a causa di qualche evento non previsto e non prevedibile. Ma se si tiene la barra dritta, e si persiste con le riforme, l’anno prossimo
certamente le cose andranno meglio.
u
segue alle pagine 2 e 3
I NUMERI
•100 miliardi di euro
La cifra che, secondo l’istituto Diw, la Germania dovrebbe investire ogni anno per fermare
l’erosione dello stock di capitale
pagine 2/3
•144.209
Le aziende attive in Italia nel settore della cura
del corpo. Due anni fa erano 455 in meno
pagina 8
•57,6 miliardi di euro
La spesa globale per i programmi spaziali nel
2013: il 53% è solo degli Stati Uniti
pagina 13
LIBRI
cucino ergo sum
•32 milioni
Gli spettatori in streaming per la finale di un
torneo del videogame League of Legends
pagina 22
pagina 40
•139
I Paesi di origine dei quasi 6 mila studenti che
nel 2013 hanno frequentato il Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam di Trieste
pagina 28
STEFANO CINGOLANI
n Angela Merkel ha capito molto presto che il
complesso bancario-industriale, tutelato dalla
Bundesbank (Buba), è il cuore del Modell Deutschland, un cuore politico non solo economico. E
ne ha fatto l’alfa e l’omega del suo cancellierato.
È una delle grandi differenze rispetto ai prede-
il mondo capovolto
delle masserie pugliesi
ALESSANDRO LEOGRANDE
n Guarda le masserie, e capirai la grande trasformazione della Puglia negli ultimi decenni. Perché se è vero, come diceva Cesare
Brandi, che la vera Puglia è quella rurale,
quella delle pianure di terra rossa solcate dagli ulivi, dalla vite, dal grano, quella delle carrarecce, dei muretti a secco e della pietra addomesticata, è proprio là che un intero mondo è mutato. Anzi, sì è letteralmente capovolto, molto più che nelle città che sorgono lungo la costa. Di quel mondo rurale, plurale e
diversificato, la masseria era il cardine architettonico, economico, antropologico, una
sorta di ecosistema capace di resistere al passaggio del tempo.
u
segue alle pagine 10 e 11
cessori. Il democristiano Helmut Kohl seppe sfidare la Buba quando decise l’unificazione tedesca
con un cambio di uno a uno tra marco dell’ovest e
dell’est. Il socialista Gerhard Schröder cominciò a
sciogliere gli intrecci perversi tra banca e industria
nati ai tempi di Bismarck, per modernizzare la
Germania e aprirla al mercato europeo e a quello
globale.
u
segue a pagina 4
pagina 99we |
2 | STORIE
sommario
n STORIE | pagine 2-12
sindrome tedesca
Malgrado le performance da record degli ultimi anni, la Germania è in trappola. L’economia, incentrata sull’export,
dipende da soggetti esterni, i salari crescono molto meno della produttività e,
soprattutto, da 15 anni Berlino ha smesso di investire in innovazione e infrastrutture. Intanto la fragilità del sistema
bancario tedesco, che per far fronte alla
forte esposizione verso laperiferia ha europeizzatoleperdite, rischiadiminarela
stabilità del continente. A seguire l’asse
russo-tedesco che spaventa gli Usa e la
storia della discarica socialista a est del
Muro di Berlino dove l’occidente capitalista smaltiva i suoi rifiuti. Quindi il
boom dei centri di bellezza al tempo della crisi, i sacchi di Roma in attesa del Califfo e il revival delle masserie in Puglia,
tra jet set, pannelli solari e caporalato.
n MAPPE | pagine 13-19
come cambia la geopolitica delle
stelle
Il cosmo riflette gli equilibri terrestri:
mentre gli Usa gestiscono il declino, la
Space Race si regionalizza. Segue un reportage sulle strategie di Israele nel Golan. Il 12 la Bosnia vota: una croce piantata sui colli di Sarajevo ha fatto piombare lacampagna elettorale neisoliti veleni
etnici. Quindi la riforma delle tlc che rischia di garantire al governo messicano
pieno accesso ai dati di tablet, pc e telefoni. Poi la Cina: malgrado le promesse di
Xi Jinping, i giudici sono più che mai sottoposti all’arbitrio del potere. E Pechino
studia come adottare il diritto latino per
attrarre investimenti.
n INNOVAZIONI | pp 20-23
L’arrocco di Murdoch con i barbari
alle porte
Le strategie di Sky per fronteggiare il rischio che i produttori vendano i serial direttamente al pubblico. Quindi il fenomeno di quelli che assistono in streaming ai tornei di videogame: un business da 32 milioni a partita che attira big
come Amazon e Google. Per finire con il
software che rende user-friendly la consultazione dei Big Data.
n IDEE | pagine 24-31
Minoranza etnica specie a rischio
estinzione
Le immagini di Stefano Marzoli raccontano la vita di tutti i giorni dei popoli che,
sparsi a macchia di leopardo sulla cartina geografica del vecchio continente,
condividono una stessa lingua, cultura e
tradizioni. E stanno scomparendo. A seguire, il feticcio della guerra: giornalisti
al fronte prigionieri dell’idea che la violenza fisica sia l’unica lente per narrare
un Paese in guerra. Poi i 50 anni dell’Ictp, il centro della fisica di Trieste che continua ad attrarre i migliori cervelli dei
paesi in via di sviluppo. E i genitori che,
dopo aver adottato, decidono di restituire i bambini.
n ARTI | pagine 32-43
Quando lo scrittore
deve andare a scuola
Negli Usa è del tutto normale, mentre da
noi c’è diffidenza: reportage fra i principali corsi di scrittura a più di 25 anni dalla loro fondazione, fra talenti riconosciuti ed egomaniaci squilibrati. A seguire il
graphic novel sulla pionieristica spedizione di Ernest Shackleton in Antartide.
Poi il primato della Pixar con Ed Catmull, l’uomo che ha trasformato una
start up in un vero e proprio colosso. La
fotografia con i volti di Weimar per capire il mondo furioso e spietato fra le due
guerre; la grandeur dell’arte a Pechino
con il progetto di Jean Nouvel per il
grande Museo Nazionale Cinese dell’Arte, i libri e la moda.
n OZII | pagine 44-48
La luce atlantica di Paul Gauguin
A Pont-Aven, il villaggio bretone dove si
stabilì il pittore e dove trovare un angolo
di pace per sfuggire al rumoroso turismo
di massa. Poi i sapori della valle dell’Adige, dove nascono le bollicine al profumo
di montagna. Per finire con i giochi e il
cruciverba di pagina99.
FRANCESCO SARACENO *
u
segue dalla prima
sabato 4 ottobre 2014
la Germania
è un modello
(di incoscienza)
n Questo copione si ripete immutato
ogni anno, e cambiano solo i personaggi
che lo recitano (prima la Grecia, poi la
Spagna, oggi la Francia e l’Italia). Il solo
personaggio che recita sempre lo stesso
ruolo, di arcigno fustigatore degli altrui
peccati, è la Germania della cancelliera
Angela Merkel che, forte del proprio successo economico, ha spinto perché i Paesi in crisi adottassero tutti lo stesso modello: compressione di costi e salari e riduzione della spesa per sostenere la
competitività delle imprese, con conseguente compressione della domanda interna a vantaggio delle esportazioni.
L’austerità e le riforme strutturali sono
state imposte ai Paesi della periferia in
crisi (ma anche alla Francia di Sarkozy e
poi di Hollande) perché questi seguisse-
Il gap di investimento tra
il 1999 e il 2012 è stato del
3%, il valore più elevato
dell’Ue, Pigs compresi
ro il “modello tedesco”, e potessero quindi fondare la ripresa su un’economia
competitiva e capace di esportare.
I danni dell’austerità sono sotto gli occhi di tutti e, come era facile prevedere,
fare determinate riforme in periodo di
bassa crescitaglobale puòessere controproducente (se ne dovrebbe ricordare
anche il nostro presidente del Consiglio). Proprio la Germania lo dimostra,
avendo potuto beneficiare, quando nel
2003 ha messo in cantiere le celebri riforme Hartz, di una forte crescita globale - che ne ha sostenuto l’economia durante la complessa transizione. Ciononostante, la dottrina di Berlino non viene emendata, e la Germania è il più fiero
oppositore di ogni politica macroeconomica volta a sostenere il ciclo (che sia una
politica della Bce più espansiva, o un
temporaneo programma di stimolo fiscale).
A sostegno della dottrina di Berlino
possono essere portati i brillanti risultati dell’economia tedesca. La Germania
ha superato il livello del Pil del 2008
(+3%), mentre la zona euro è ancora al
di sotto (-2%), e l’Italia arranca con un
-7%. Inoltre la Germania è riuscita a tenere sotto controllo l’aumento della disoccupazione, che è salita al massimo fino all’8% ed è oggial 4,9%, mentre la zona euro nel suo insieme naviga tra l’11 e il
12%. Questa brillante performance economica avviene con un bilancio pubblico in leggero attivo, un debito pubblico
in calo, e un colossale avanzo negli
scambi con l’estero. La Germania è oggi
il primo Paese esportatore al mondo,
davanti alla Cina. È comprensibile
quindi che nel resto dell’Europa, appesantita da debiti pubblici e privati, si
guardi con timore ma anche con interesse allo scintillante schiacciasassi tedesco.
Nel dibattito europeo molti hanno
sostenuto che la generalizzazione del
modello tedesco al resto dell’eurozona
non sarebbe auspicabile. In primo luogo,
perché un modello di crescita trainato
dalle esportazioni non è per definizione
generalizzabile. Se tutti esportano, chi
rimane per importare e sostenere la do-
u CONTI CON L’ESTERO E FINANZE PUBBLICHE
FONTE: BUNDESBANK, EUROSTAT, COM. SERV. CALC.
FONTE: EUROSTAT, COM. SERV. CALCULATION
u COSTO UNITARIO DEL LAVORO
FONTE: OECD
REICHSTAG Operai
lavorano all’imballaggio del
palazzo, frutto del progetto
firmato da Christo nel 1995. In
copertina, un dettaglio della
cancelliera Angela Merkel
manda aggregata? E il secondo motivo
per cui una grande economia in buona
salute non può essere trainata solo dalle
esportazioni è di ordine più geopolitico,
visto che l’economia è esposta a tutti i rischi macroeconomici globali. Il recente
rallentamento della Germania, la cui
economia crescerà nel 2014 molto meno
del previsto 1,8%, ne è un buon esempio.
La crisi ucraina e le tensioni in alcuni
Paesi emergenti legate alla politica monetaria Usa, hanno avuto un impatto immediato sulle esportazioni e quindi sul
Pil.
Ma c’è di più che una semplice impossibilità di replicare il modello. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le analisi
dell’economia tedesca che ne evidenziano i limiti strutturali, che potrebbero
venire al pettine prima di quanto non si
immagini.
Il mercato del lavoro, in primo luogo.
Dietro ai lusinghieri dati sulla disoccupazione si nascondono serissimi problemi. In primo luogo, il proliferare di
lavori a bassissimo salario e a bassissima produttività, spesso part-time (i cosidetti minijobs). E, anche nei settori
più protetti (nel manifatturiero e in generale nelle branche legate alle esportazioni) i salari sono negli ultimi 20 anni
cresciuti molto meno della produttività. Se questo ha consentito alle imprese
di fare profitti straordinari, ha anche
però, nel lungo periodo, ridotto l’incentivo dei lavoratori ad acquisire qualifiche appropriate (per le quali non sarebbero stati pagati il giusto) e delle imprese ad investire in ricerca e sviluppo.
Mail problemava benaldi làdell’innovazione. L’economia tedesca non investe
più da unquindicennio almeno. Se sifa un
confronto con il vicino “in crisi”, la Francia,
il quadroè impietoso(vedi figura).L’investimento globale è stato tra il 1999 e il 2013
di molto inferiore a quello francese, ma
anche se confrontato con l’eurozona nel
suo complesso.Non solo,la carenzaè particolarmente marcata per quel che riguarda l’investimento pubblico in infrastrutture, sanità, istruzione, università e ricerca
(grafico a pagina 3).
Il prestigioso istituto Diw di Berlino
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
STORIE | 3
Disfunzioni | Malgrado i numeri stellari degli ultimi
u I N T E RV I STA
anni, Berlino è in trappola. L’economia, tutta incentrata
sull’export, dipende da soggetti esterni. I salari
crescono molto meno della produttività. E, soprattutto,
da 15 anni si è smesso di investire sul futuro
u 30-34ENNI LAUREATI
UNIVERSITÀ
Un sistema non competitivo
Per colmare l’assenza di atenei tedeschi
che possano competere con Stanford o
Harvard, dal 2005 un fondo speciale mira
a sostenere finanziariamente alcuni istituti per formare una serie di “cluster d’eccellenza”. Tuttavia, le università tedesche
sono ancora assenti dai ranking internazionali. La Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco è la prima a comparire tra
i migliori atenei del mondo, ma occupa
solo la 55esima posizione, preceduta dalle
rinomate università americane e inglesi,
ma anche da quelle svedesi, cinesi, giapponesi e canadesi. A ciò si aggiunge una
quota di laureati (il 33,1% tra i 30 e i 34 anni) più bassa della media europea del
36,9%,tanto che- comeevidenziato direcente dall’Ocse - crescono i casi di figli con
un titolo di istruzione inferiore ai propri
genitori, in quella che viene definita la
«mobilità in discesa». Mentre sono in
continuo aumento gli studenti di ceti medio-bassi che devono ricorrere al credito
per non abbandonare gli studi. La Germania è riuscita negli ultimi anni ad attrarre molte intelligenze da tutto il mondo, e al contempo a far rientrare i propri
giovani con alti studi all’estero, grazie alla
sua spettacolare performance economica. Ma in assenza di un sistema dell’educazione terziaria competitivo, non è detto
che questo trend possa durare.
C. G.
GIOVANI La campagna della start-up tedesca Fairnopoly
«non è un Paese
per start-up»
Innovazione | Scarsa propensione al rischio
e leggi cervellotiche, denuncia Florian Nöll
CRISTINA GIORDANO
REINHARD KRAUSE / REUTERS
ha presentato lo scorso luglio un rapporto pieno di ombre sul tema. Secondo
i calcoli dell’istituto, il gap di investimento tra il 1999 e il 2012 è stato di circa
il 3% del Pil, il valore più elevato di tutta
l’Unione europea - che peraltro è già, nel
suo insieme, afflitta da una cronica carenza di investimenti. E il Diw non fornisce solo numeri, ma anche una batteria di esempi concreti di infrastrutture
che cadono a pezzi sotto gli occhi di un
governo ricco e inerte. Solo per fermare
l’erosione dello stock di capitale (non
per riportarlo a livelli più consoni), l’economia tedesca dovrebbe spendere
circa 100 miliardi in più ogni anno. Per
rendersi conto dell’ordine di grandezza,
si pensi che il tanto sbandierato piano
Juncker prevede 300 miliardi in 3-5 anni, ma per l’Europa nel suo complesso.
Paradossalmente, visto che l’economia tedesca ha superato la crisi con una
certa facilità, negli ultimi anni il divario
con gli altri Paesi si è ulteriormente ampliato. Secondo uno studio del
think-tank France Strategie, la zona euro ha accumulato un ritardo considerevole, soprattutto nel settore manifatturiero. Se non è sorprendente che l’investimento sia crollato in Paesi come la
Spagna e l’Italia, non si capisce cosa abbia impedito alla Germania di compensare il calo degli Stati in crisi.
Così, la mancanza di fiducia nel futuro sta oggi innescando un pericolosissimo circolo vizioso. Le imprese tedesche
investono poco, e quando lo fanno, sempre meno in Germania. Bmw e Daimler
hanno recentemente aperto degli impianti negli Stati Uniti. La mancanza di
investimento rende a sua volta le prospettive per il futuro fosche, e giustifica
ulteriori riduzioni dell’investimento.
Insomma, non è tutto oro ciò che luc-
FONTE: EUROSTAT
u TASSI DI INVESTIMENTO PUBBLICI E PRIVATI
n BERLINO. Fairnopoly è una sorta
di mercatino delle pulci virtuale, fondato da una community di 1.700 piccoli consumatori. Per diventare socio
bastano 50 euro. Affidandosi a TripRebel per prenotare un hotel, si è
certi che si pagherà la tariffa più conveniente: se altrove vi sono offerte più
vantaggiose, verrà rimborsata la differenza. Kreutzbergs Regenerativum
vende un energy drink basato su un
cocktail alla vitamina C e alle erbe
medicinali orientali, che promette di
far sparire il mal di testa da ubriacatura – e sappiamo bene quanto i tedeschi ne abbiano bisogno. Sono alcune
delle giovani aziende nate lo scorso
anno in terra tedesca. Germania,
eden delle startup? Solo in apparenza. Perché stando a un rapporto del
Bundesverband Deutsche Startup e.
Alla politica tedesca si
chiede più dinamismo.
Mancano stimoli per
creare nuove aziende
FONTE: OECD ECONOMIC OUTLOOK
cica. Dietro una performance stellare,
la Germania mostra il volto di un Paese
che non punta sul proprio futuro. I risparmi non sono canalizzati verso l’investimento, pubblico o privato, o verso
l’istruzione e la qualificazione del lavoro. Al contrario, essi vanno a finanziare
gli eccessi di spesa di altri Paesi (prima
della crisi principalmente quelli del sud
Europa, oggi gli Stati extraeuropei).
Questo non solo contribuisce agli squilibri globali, e a ridurre la crescita mondiale inondandola di risparmi. Ma sottrae risorse preziose all’ammodernamento e alla costruzione del futuro, rivelando un sistema Paese miope e concentrato sul presente.
Anche la virtù delle finanze pubbliche, che i dirigenti tedeschi mostrano
come esempio ai partner europei, assume contorni ben diversi.
Uno Stato il cui governo si siede su
una pila di euro, e che accumula crediti
verso l’estero, mentre le proprie infra-
M. BRITSCH
strutture cadono in pezzi, non è virtuoso ma incosciente.
La Germania deve rompere la trappola in cui si è cacciata, e che vuole generalizzare a tutta la zona euro. I suoi dirigenti dovrebbero concentrarsi sulla
produttività, e non su una competitività
di costo basata sulla riduzione di salari e
domanda interna, il cui unico effetto è
minare alle fondamenta il sistema sociale europeo. Il governo dovrebbe inoltre abbandonare il mito dell’austerità
fine a se stessa, e lanciare un vasto piano
di riammodernamento infrastrutturale
e del sistema formativo, che farebbe da
volano all’investimento privato. La
Germania si riapproprierebbe così del
proprio futuro. E il resto d’Europa ringrazierebbe.
* L’autore è docente presso l’OFCESciencesPo Paris e la Luiss School of
European Political Economy, Rome
@fsaraceno
V., la confederazione federale che riunisce 350 startup made in Germany,
le idee ci sono ma non è poi così semplice concretizzarle in un’impresa.
Anche qui, l’ostacolo maggiore resta quello di reperire il capitale necessario. Non tanto nella fase iniziale di
incubazione dell’azienda, quanto nel
momento in cui ci si vuole espandere
e si necessita di una disponibilità finanziaria più ampia. «Si hanno più
chance contattando gli investitori
esteri» dice Florian Nöll, presidente
del Bundesverband Deutsche Startup. «Gli investitori tedeschi sono
troppo pochi e non possiedono capitale a sufficienza. O per meglio dire,
anche quando lo dispongono non sonomentalmenteportati arischiarein
un nuovo progetto, soprattutto se l’idea è particolarmente originale. Preferiscono andare sul sicuro».
Una grossa responsabilità spetta
tuttavia alla politica. Da un lato sottovaluta il potenziale dei giovani imprenditori, dall’altro elabora troppo
spesso una regolamentazione che
strangola la gestazione di attività imprenditoriali non ancora robuste.
Basti pensare alla recente norma che
in alcune città tedesche vieta di subaffittare la propria stanza o il proprio appartamento, e che ha bloccato
il florido mercato di Airbnb – il portale in cui privati offrono case vacanze. La confusione è tale per cui in alcune città il subaffitto è illegale, in altre no. Il Bundseverband Deutsche
Startup da tempo chiede maggior dinamismo alla politica tedesca, che fino ad oggi si è occupata soprattutto
di riforme sociali, ma sembra aver
perso di vista l’urgenza di riforme
economiche.
Mancano stimoli per la creazione
di nuove e giovani aziende. Florian
Nöll suggerisce: «Sarebbe già un passo in avanti se venisse semplificato un
sistema fiscale estremamente macchinoso». Con l’Agenda digitale, inserita nel contratto di coalizione, Spd
e Unione si impegnano a non perdere
il passo con i tempi e assicurano passi
da gigante nell’innovazione e nello
sviluppo tecnologico. Per l’opposizione siamo davanti alle solite promesse
e nulla più. In programma c’è tuttavia
la volontà di gettare le basi per una
normativa che sostenga proprio l’innovazione, e in questo caso le startup
potrebbero avvantaggiarsene.
Secondo Florian Nöll, fondatore
lui stesso di diverse startup – tra cui
Spendino, società che produce un
software che facilità le donazioni a organismi no profit via sms – la più
grande carenza della politica tedesca
è data dalla mancanza di coraggio.
Bisognerebbe intervenire fin dal sistema scolastico dice Nöll, che dovrebbe trasmettere già in tenera età la
forma mentis imprenditoriale, necessaria ad alimentare il desiderio di
diventare un imprenditore self-made, così come accade negli Usa. Una
mentalità che invece manca poiché
gran parte della ricchezza in Germania è in realtà un lascito ricevuto dalle
generazioni passate.
pagina 99we |
4 | STORIE
sabato 4 ottobre 2014
così le banche tedesche
ci fanno ballare
STEFANO CINGOLANI
u
segue dalla prima
n La Merkel, al contrario, ha
perseguito in modo sistematico la conservazione del sistema. Agli industriali ha concesso una risposta alla crisi attraverso la svalutazione salariale
e un astuto protezionismo (lo
si è visto quando ha difeso la
Opel dalla Fiat nel 2009).
Alle banche ha offerto il salvataggio, in parte con i soldi
dei contribuenti, ma soprattutto con i denari del resto
d’Europa. Le tappe di questa
strategia sono sotto gli occhi di
chiunque voglia guardare.
Salvataggi | La Kanzlerin è intervenuta più volte per
puntellare gli istituti in crisi. E per far fronte all’esposizione
record verso la periferia è riuscita a europeizzare le perdite
Il primo salvataggio
La crisi bancaria in Europa
s'affaccia nell’estate del 2007
e la prima banca a saltare si
chiama Ikb Deutsche Industriebank, con sede a Düsseldorf. Sulla carta, è specializza-
L’unione bancaria
La Merkel ha puntato i piedi fino all'ultimo e ha ottenuto
di limitare i poteri di sorveglianza della Bce alle banche
con attività superiori a 30 miliardi di euro, ciò vuol dire circa 150 istituti sui seimila esistenti. Così, la Deutsche Bank,
bomba a orologeria con tutti i
derivati e subprime dei quali è
imbottita, è una rogna che dovrà grattarsi la Banca centrale
La prima a saltare
nel 2007 è la Ikb ,
ma la Bundesbank
corre in suo soccorso
ta nel credito alle piccole e medie aziende, in realtà grazie ai
suoi prestiti sono stati realizzati interi quartieri nella Florida del boom edilizio. È il 31
luglio e la virtuosa Buba si affretta a orchestrare un salvataggio lampo grazie al KfW,
Kreditanstalt fur Wiederaufbau, il braccio finanziario del
governo che oggi possiede il
38% dell’istituto.
Non è l’unico aiuto di Stato,
anzi. Dresdner Bank, arrivata
nel 2009 sull’orlo del crack,
viene fusa nella Commerzbank, ma l’operazione impiomba i conti della seconda
banca del Paese. Il governo interviene con il fondo pubblico
Soffin creato per puntellare il
sistema creditizio e il governo
diventa primo azionista. Uno
dei più noti economisti tedeschi, Norbert Walter, spiega
che «in Germania metà degli
istituti di credito e delle casse
di risparmio sono gestiti dallo
Stato fin dalla loro nascita. E
noi tedeschi siamo molto orgogliosi di questo. I politici sono convinti che questa sia la
strada giusta da percorrere
per organizzare il nostro sistema. È quindi ovvio che nel momento in cui una banca va in
rosso, lo Stato deve intervenire». E l’Unione europea acconsente.
Tedeschi in Grecia
Nel 2008, in pieno panico
dopo il crollo della Lehman
Brothers, la Merkel rifiuta la
proposta francese presentata
dall'allora ministro delle fi-
desca vuole essere accreditata
presso la Bundesbank. La
banca italiana quindi chiede
alla Banca d’Italia di addebitarla in conto e accreditare la
Bundesbank. Così, la Bundesbank resta creditrice, e la
Banca d’Italia debitrice, sul sistema di pagamento della Bce
noto come Target 2.
In questo modo l’esposizione verso la periferia dell’eurozona del sistema bancario tedesco scende a circa 380 miliardi. Il saldo creditore della
Bundesbank balza a oltre 520
miliardi, però la Germania ne
risponde solo per il 27% (la
sua quota nella Banca centrale
europea); dunque ha nazionalizzato i vantaggi ed europeizzato le perdite.
La Deutsche Bank
è una bomba a
orologeria che dovrà
disinnescare la Bce
europea. Invece, restano fuori
le banche regionali e le casse di
risparmio locali dove si annidano le maggiori sofferenze
generate da una gestione politico-clientelare del credito.
TIM WEGNER / LAIF / CONTRASTO
FRANCOFORTE
Il presidente Jens
Weidmann durante
una conferenza
stampa della
Bundesbank
nanze Christine Lagarde, di
istituire un fondo europeo per
risolvere le crisi bancarie sul
modello americano (prestiti
pubblici restituibili, pulizia
dei bilanci, cambiamento dei
vertici manageriali). Ciascun
per sé, dicono i tedeschi, ma
presto ricorrono a un ben più
consistente quanto occulto
salvataggio europeo.
Quando esplode la crisi greca tra il 2009 e il 2010 si scopre
che le più esposte sono le banche francesi e tedesche. Quelle
italiane non hanno investito
nulla in Grecia, tanto meno in
Spagna sull'orlo del fallimento per scialo nazionale.
Berlino nega una rinegoziazione dei debiti greci con prestiti a lungo termine e a basso
interesse: avrebbe risolto la
crisi, ma messo in luce le perdite delle banche tedesche; così, per salvare i bilanci a breve
degli istituti di credito nazionali, la Germania ha consentito che una crisi locale infettasse non solo l'Eurolandia, ma i
mercati internazionali.
Paracadute europeo
Nell'autunno 2010 la Merkel si convince che ci vuole un
meccanismo comune di intervento, ma per il fondo salva
Stati sceglie la soluzione a lei
più conveniente: un finanziamento in proporzione al prodotto lordo non in rapporto all'esposizione effettiva dei singoli Paesi. In questo modo, l'Italia, che con il collasso della
Grecia non c'entrava, ha pagato per salvare le banche tedesche.
Il banchiere Antonio Foglia
calcola che il sistema bancario
tedesco, a furia di erogare credito che andava a finanziare
anche le bolle immobiliari, si
ritrova nel 2008 esposto per
più di 900 miliardi di euro
verso la periferia dell’eurozona, cifra pari a oltre due volte e
mezzo il capitale totale. E a
quel punto viene trasferita
dalla Bundesbank alla Bce
una quota consistente delle
perdite. Come?
Quando una banca tedesca
chiede a una banca italiana di
rimborsare un credito interbancario, o di pagarle un Btp
che le ha venduto, la banca te-
Riformismi
Per evitare equivoci complottisti va precisato che Berlino ha reagito alla crisi anche
grazie ad alcune mosse intelligenti, come la riforma del
mercato del lavoro, o all’abilità nell’usare le occasioni che la
Ue le ha concesso nei primi
anni dell’euro. Poi ha difeso i
risparmi e consolidato l’immagine di rifugio sicuro, anche a scapito della crescita
propria (la media del decennio supera di poco l’un per
cento) e dell’intera area euro.
L’euro forte e la deflazione, da
questo punto di vista, l’hanno
favorita. La Germania che le
richiede agli altri come patente di virtù, sfugge alle riforme
di struttura che mettono in discussione i propri equilibri di
potere. Hanno ragione gli
americani: non è egemone,
ma egoista, difende il complesso bancario-industriale
del quale si nutre la classe politica, così diventa una palla al
piede per la economia mondiale e una minaccia per la stabilità europea.
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
STORIE | 5
DARIO FABBRI
n Il connubio tra Russia e Germania è
uno degli incubi che da secoli rovina i
sonni degli strateghi occidentali, lo
spauracchio bicefalo che incendia la
fantasia dei pensatori geopolitici. Teoricamente complementari dal punto di
vista economico e militare, nonché tendenti per tradizione a considerarsi alternative all’Occidente, Berlino e Mosca
potrebbero unire virtù e deficienze per
puntare alla conquista dell’Eurasia, ovvero del globo.
Progetto assai insidioso perché concretamente rispolverato negli ultimi
vent’anni dalle rispettive cancellerie,
con i sistemi produttivi dei due Paesi
(parzialmente) dipendenti l’uno dall’altro e la volontà di difendere le prerogative comuni. A guardare con particolare
La Germania acquista il 36%
del gas da Gazprom , contro il
24% dell’Ue, ed è il solo Paese
direttamente collegato
ai giacimenti siberiani
ostilità a tale unione sono gli Stati Uniti
che, esaurita l’illogica stagione post-11
settembre, sono oggi impegnati a contrastare l’ascesa della Cina e a prevenire
sviluppi avversi sul fronte europeo. Ne
sono scaturiti conflitti coperti e convenzionali, culminati negli ultimi mesi nella crisi ucraina, con Washington intenzionata a danneggiare tanto gli interessi
di Berlino quanto quelli di Mosca. L’offensiva americana ha parzialmente raggiunto il suo obiettivo, ma sotto la cenere delle sanzioni approvate dall’Ue, almeno nel medio periodo, i legami russo-tedeschi appaiono solidi.
Germania e Russia, caso unico nel panorama europeo, hanno caratteristiche
opposte e convergenti che potrebbero
tramutarle nella superpotenza antagonista. In possesso di grandi capacità
produttive, Berlino necessita degli idrocarburi russiper alimentare lasua industria. Così Mosca ha bisogno del
know-how teutonico per sviluppare il
settore manifatturiero. Non solo. Intenzionato aridurre ilnumero digastarbeiter che annualmente raggiungono il
Paese, il governo tedescofavorisce la delocalizzazione nello spazio ex-sovietico,
che abbonda di manodopera a basso costo. Allo stesso modo la Russia vuol servirsi della Germania per ammodernare
il proprio arsenale militare, già l’unico
ingradodi competereinambitonucleare con quello statunitense. L’idea affascina da decenni i leader di entrambe le
nazioni, che fino alla seconda guerra
mondiale hanno cercato di realizzarlo
sopraffacendosi a vicenda. Nel 1941 Hitler predispose l’Operazione Barbarossa proprio per conquistare i giacimenti
petroliferi sovietici e nel 1945, durante
la conferenzadi Potsdam,Stalin pretese
il trasferimento sulla pianura moscovita del 10% della produzione industriale
tedesco-occidentale.
La novità emersa nel post-guerra
fredda è stata il recupero pacifico della
cooperazione bilaterale. In particolare
tra gli anni Novanta e il Duemila le grandi industrie teutoniche hanno iniziato a
investire in Russia, mentre aumentava
vertiginosamente la dipendenza di Berlino dal gas siberiano. Oggi la Germania
è il soggetto europeo che maggiormente
esporta nella Federazione, dove operano circa 6 mila aziende tedesche: tra
queste colossi come Siemens, che fornisce alla Lukoil il materiale elettrico per
sfruttare la piattaforma petrolifera di
Filanovskaya nel Mar Caspio, e Basf che
ha investito 1,4 miliardi di dollari nell’estrazione di gas siberiano. Inoltre fino
allo scorso agosto la multinazionale degliarmamenti Rheinmetallhacostruito
nell’oblast di Niznij Novgorod una
AVVICINAMENTI Le premure del presidente russo Vladimir Putin nei riguardi della cancelliera tedesca Angela Merkel in occasione del G20 dello scorso giugno
CAMERA PRESS / CONTRASTO
l’asse Mosca-Berlino
spaventa gli Stati Uniti
Geopolitica | Il nano della guerra fredda riscopre il pensiero strategico.
E guarda a est, puntando sulla complementarità economica e militare.
Così a Kiev gli Usa provano ad azzoppare l’antagonista che verrà
struttura per l’addestramento delle
truppe russe dal costo di 120 milioni di
euro. Sul piano energetico Berlino acquista dalla Russia il 39% del petrolio, il
36% del gas, contro il 24% importato
mediamente dalresto dell’Ue,ed èl’unica nazione del continente ad usufruire
di un collegamento diretto ai giacimenti
siberiani (Nord Stream).
Peraltro proprio con l’inizio del nuovo millennio i due Paesi hanno manifestato la volontà di adottare una politica
estera indipendente, molto spesso in
funzione anti-Usa. Nel 2003 il cancelliere Gerhard Schröder, ora alla guida
proprio del consorzio Nord Stream, si
oppose all’invasione Usa dell’Iraq, e nel
2008 Angela Merkel respinse la proposta americana di accogliere Georgia e
Ucrainanella Nato,mentre, complicela
crisi economica, Berlino diveniva l’egemone incontrastato del Vecchio continente.
Nello stesso periodo l’avvento di Putin ha rinsaldato l’influenza di Mosca
sul proprio “estero vicino” e creato all’America più di un grattacapo su dossier di
grande rilevanza, dalla Siria all’Egitto,
fino alla concessione dell’asilo al fuggitivo Edward Snowden. Troppo per Washington, che legittimamente considera l’asse russo-tedesco una minaccia al
suo primato globale e che, dopo aver
provato invano a disinnescare l’austeri-
Da Iraqi Freedom all’ultimo
scontro sulle sanzioni
per l’Ucraina, i due partner
hanno creato non pochi
grattacapi a Washington
ty imposta dalla Germania al resto della
Ue, ha approfittato dello stallo ucraino
per creare distanza tra i due (insospettabili) partner.
Nell’ormai celebre telefonata intercettata lo scorso febbraio,il vice segretario di Stato VictoriaNuland ha candidamente illustrato i piani di Washington,
bocciando sia il filorusso Viktor Yanukovich che l’ex pugile Vitali Klitschko,
candidato dalla Merkel alla presidenza
ucraina e addestrato alla politica dalla
fondazione Konrad Adenauer. Alla fine
l’hanno spuntata gli Usa, che hanno ottenuto la nomina ad interim di Arsenij
Jatseniuk e l’approvazione da parte della Ue, specie in seguito all’intervento
russo in Ucraina orientale, di considerevoli sanzioni ai danni di Mosca.
Tuttavia la manovra statunitense ha
irritato la Merkel che, ancorché preoccupata dall’atteggiamento bellicoso di
Mosca, durante l’estate ha scelto di pubblicizzare l’espulsione dal territorio tedesco del capo della stazione Cia, accusato d’aver assoldato membri dell’intelligence locale per condurre operazioni
di controspionaggio. L’estradizione di
spie è pratica comune anche tra alleati,
ma la volontà di rendere pubblico l’accaduto palesa l’abisso in cui sono precipitate le relazioni bilaterali. Ancor più rilevante, a dispetto dei toni di forte condanna espressi in pubblico e su imbeccata della grande industria nazionale,
per tutta l’estate la cancelliera ha cercato di risolverediplomaticamente la questione ucraina, raggiungendo con Putin
un compromesso che prevede la futura
associazione di Kiev all’Ue ma non l’ingresso nella Nato. Per di più, in caso di
rispetto del cessate-il-fuoco raggiunto
fra le parti, Berlino ha intenzione di annullare l’impianto sanzionatorio, che
pure scientificamente non colpisce il
settore energetico.
Nel prossimo futuro i rapporti tra
Russia e Germania appaiono dunque
destinati a ricompattarsi e per questo
proseguirà l’offensiva americana ai loro danni. Come dimostrato dagli eventi ucraini, Berlino e Mosca si contendono l’egemonia nell’Europa orientale e
nel lungo periodo l’intesa è destinata a
sfaldarsi, ma almeno per il momento le
esigenze economiche sembrano prevalere sulle ambizioni geopolitiche. E la
superpotenza non può permettersi di
attendere gli eventi. Ne va della pax
americana. Che rischia d’essere fagocitata dalla Cina e dal mostro a due teste russo-tedesco.
pagina 99we |
6 | STORIE
RAYMOND DEPARDON / MAGNUM PHOTOS / CONTRASTO
Un gruppo di bambini gioca a costruire il muro, Berlino Ovest, 1962
MATTEO TACCONI
n BERLINO. Il Muro è venuto giù venticinque anni
fa. In realtà, volendo eccedere in precisione, il 9
novembre del 1989 fu solo consentito il transito tra
i varchi interposti tra Berlino ovest e Berlino est.
La demolizione in quanto tale è cominciata nel
giugno del 1990, a pochi mesi dalla riunificazione
formale tra le due Germanie e quella, conseguente, tra i due tronchi berlinesi.
Il processo è stato rapido, inesorabile. Blocco
dopo blocco il simbolo della divisione berlinese, tedesca ed europea è stato espulso dal palcoscenico
urbano. Ne restano sporadici reperti e due interi
tratti, l’East Side Gallery e quello sulla Bernauer
Strasse. Solo il secondo conserva le sembianze di
una volta e corre esattamente sulla faglia tra le due
Berlino, altrimenti identificabile – se l’occhio è attento – con una striscia di ciottoli che s’insinua in
certe parti della città. Ma queste sono eccezioni, il
Muro non c’è più. E liberandosene, la capitale tedesca ha acquisito tanti spazi da rioccupare, sui quali
s’è scatenata la vena inventiva degli architetti.
Le piste del Muro
Il Muro si pensa quasi sempre in verticale, come
una cerniera ermetica che lungo l’asse nord/sud
provocava uno scisma. Ma il suo tracciato in realtà
tendeva al circolare. Il fatto è che la parte occidentale della città si configurava come un’exclave della
Germania federale all’interno della Ddr, che pertanto ebbe l’esigenza di evitare non solo il contatto
tra Berlino est e Berlino ovest, ma anche quello tra
quest’ultima e il Brandeburgo, la regione storica –
oggi Stato federale – che si spalanca oltre i limiti
della metropoli. La Germania comunista, in altre
sabato 4 ottobre 2014
la monnezza dell’ovest
scaricata a est del Muro
Piste | Oltre a spaccare Berlino,“il vallo antifascista” la sigillava dal
resto della Ddr. Oggi il tracciato è un laboratorio verde, ma resiste
la discarica socialista che smaltiva a caro prezzo i rifiuti dei capitalisti
parole, segregò completamente la Berlino alleata.
Procedendo sul percorso verticale di Muro e su
quello che segue il confine con il Brandeburgo si
realizza che la principale differenza, più che nelle
rispettive lunghezze (quaranta e più di cento chilometri), sta nel colpo d’occhio. Se il primo è costellato dagli esperimenti architettonicidella città post-’89, il secondo è un laboratorio ecologico, tanto
è ricco di aree verdi. È che la terra di nessuno tra l’ex
Berlino ovest e il Brandeburgo, intorno alla quale
forte era la presenza di campagne, rimase intonsa
durante tutta la stagione della divisione. Singolarmente, la Guerra fredda ha lasciato in eredità un
corridoio d’erba e terra, del quale molti segmenti,
dopo l’89, hanno progressivamente ricevuto una
cura ricostituente, facendosi bosco o parco.
«Eppure si può ancora riconoscere la pista del
Muro, anche in mezzo alla selva. Basta guardare
l’altezza degli alberi. Quelli piantati al posto del calcestruzzo sono più giovani, quindi più bassi», ci
spiega Cornelia Grosch, architetto. Tra il 2009 e il
2010 ha percorso a piedi tutto il circuito del Muro,
stoccando impressioni e foto in rete (conyberlin.blog.de). Il verde è l’elemento cromatico più insistente, sul Muro circolare. Ma – annota l’architetto Grosch – non tutto è incontaminato. La resistenza al mattone non è stata totale. «A volte si nota che
nel lato brandeburghese sono stati costruiti complessi residenziali moderni. Si contrappongono alle
case, vecchie e modeste, del versante berlinese».
Rifiuti e storia
La Kölner Damm è uno stradone che si fa largo
l RICOSTRUZIONI
l
il castello prussiano
resuscita l’antico centro
n In fondo alla Unter den Linden lo scheletro del nuovo-vecchio castello degli Hohenzollern cresce a vista d’occhio, settimana dopo settimana. I muratori sono già arrivati al quarto piano, quanto basta per
chiudere la prospettiva orientale del boulevard che nasce a
ovest sotto la Porta di Brandeburgo. Se si socchiudono gli occhi e si lascia andare l’immaginazione, incollando mental-
mente gli stucchi barocchi sull’attuale facciata di cemento liscio del palazzo, si può avere,
anche solo per un attimo, l’idea
di come doveva essere il centro
storico di Berlino, prima che le
bombe della seconda guerra
mondiale lo sfigurassero per
sempre.
La ricostruzione accanto al
Duomo protestante di quel che
fu lo Stadtschloss, il castello di
città, è stata accompagnata da
polemiche infinite sull’utilità
di riproporre oggi un monumento legato al passato. Lesionato durante la guerra e finito
nella metà a est della città, il
castello venne demolito da
Walter Ulbrich, il primo segretario comunista della Ddr,
perché ricordava troppo la storia aristocratica e militarista
della Prussia. Le cariche di dinamite crearono il vuoto che
due decenni dopo il successore
di Ulbricht, Erich Honecker,
colmò con lo stile realsocialista del Palast der Republik. A
sua volta demolito dopo la riunificazione, ufficialmente perché pieno di amianto. I critici
della ricostruzione del castello
sostenevano che quei 590 milioni di euro di budget, che in
parte sono stati raccolti privatamente da una fondazione,
potevano essere impiegati altrimenti e che, nella Berlino
del Duemila, nessuno avrebbe
saputo che farsene di un maniero imperiale.
E invece, ora che l’edificio
sta lentamente tornando alla
vita, pare avverarsi la profezia
pronunciata dal suo nuovo architetto, il vicentino Franco
Stella: «Vedrete che tutto riprenderà il suo ordine», disse
un anno fa, dando il via ai lavori. «Il palazzo era parte della
storia della città, della sua
identità passata ma era soprat-
tutto l’unità di misura attorno
alla quale sono state realizzate
l’isola dei musei, la Unter den
Linden con i palazzi storici che
vi si affacciano, la prospettiva
che lega questa arteria alla
Porta di Brandeburgo. Senza il
castello non si capisce il passato e neppure il senso dei monumenti più importanti che sono
sopravvissuti alle bombe. E
d’altronde le città europee sono piene di edifici ricostruiti
dopo distruzioni».
Aveva ragione. A un quarto
di secolo dalla caduta del Muro, il cuore storico e monumentale di Berlino sta riprendendo
d’incanto il suo filo conduttore
urbanistico. Ed è quasi un con-
trappasso della sua identità
che dopo tre lustri di rincorsa
al futuro, di ardite e innovative
architetture moderne sorte
lungo la vecchia cicatrice del
Muro, quasi a ostentare il mito della Berlino sempre in divenire, il nuovo passo verso
un’ulteriore composizione urbanistica avvenga attraverso
la ricostruzione di un palazzo
del passato. Un tuffo all’indietro per la città del domani, forse ora stanca di correre sempre a perdifiato in avanti e desiderosa di cominciare a fare i
conti anche con la sua non facile storia.
P.M.
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
nel distretto di Buckow, incapsulato nel quartiere
di Neoukölln, ex Berlino ovest. Si estingue a ridosso del sobborgo brandeburghese di Grossziethen,
lì dove correva il Muro circolare.
A Grossziethen c’è un parco. In mezzo campeggia una discarica caratterizzata dal classico susseguirsi di dune, sotto le quali giace la spazzatura.
Sono ricoperte da grossi teli di plastica. Non filtrano odori, non ci sono rifiuti in giro. Tutto molto ordinato, alla tedesca. In apparenza questo è un posto come un altro. L’impressione, però, è ingannevole. La discarica racconta infatti la recente biografia di Berlino meglio di molti fossili di Guerra
fredda, parchi o complessi architettonici situati su
tutta la linea del Muro.
La storia parte dai tempi delle due Berlino. Galleggiando dentro la Ddr e risultando sigillata dal
“vallo antifascista”, come i dirigenti della Germania orientale definivano il Muro, la parte occidentale della città perse il retroterra. Cosicché fu costretta a scaricare l’immondizia oltre la sua stessa
sagoma, chiedendo l’utilizzo delle discariche altrui. Si stipularono diversi accordi, mutuamente
convenienti. La Ddr si faceva pagare; Berlino ovest
si disfaceva di una non piacevole zavorra. A Grossziethen, tra il 1973 e il 1977, si seguì questo canovaccio. I mezzi della compagnia di smaltimento rifiuti di Berlino ovest transitavano fino alla pattumiera, tenuti d’occhio dai gendarmi tedesco-orientali. Rovesciavano i loro carichi e via, ripartivano. In quell’arco di tempo, si legge su berlin.de, sito ufficiale della città Stato di Berlino (tale
è il suo rango), furono sversate quattro milioni di
tonnellate di rifiuti.
Werner è un abitante del quartiere. Ricorda
che davanti ai cancelli della discarica c’erano
lunghe file di autotreni e aggiunge che a Muro
caduto, la struttura ha continuato a svolgere il
suo particolare ruolo di registro della storia cittadina. Qui, negli anni ’90, arrivavano i detriti
dell’immenso cantiere di Potsdamer Platz, uno
dei simboli della nuova Berlino. Distrutta da
bombardamenti e battaglie della seconda guerra mondiale, la Potsdamer Platz, da snodo nevralgico della città, si ritrovò a essere un grande
spiazzo vuoto e triste tagliato in due dal Muro. A
riunificazione avvenuta fu naturale che divenis-
STORIE | 7
La chiesa, trovandosi proprio a una spanna dall’acqua, divenne inaccessibile. «Navigando sul
fiume si poteva ben vedere la progressione del
deperimento».
Il caso dell’aeroporto
La storia potrebbe finire qui, se non fosse che il
sobborgo di Grossziethen è testimone di un’ulteriore vicenda di rilievo della Berlino post-Muro: la
costruzione del nuovo aeroporto, chiamato Berlino-Brandeburgo e intitolato a Willy Brandt. Progetto ambizioso e costoso, orientato a dare alla cit-
tà un solo scalo, dai tre che ha avuto in dote dalla
riunificazione: i due di Berlino ovest (Tegel e Tempelhof) e quello di Berlino est (Schönefeld), situato
poco oltre Grossziethen.
Se la tabella di marcia fosse stata rispettata i tre
aeroporti sarebbero già stati chiusi e tutto il traffico si sarebbe spostato nel nuovo, appiccicato a
Schönefeld. Ma a oggi solo Tempelhof ha cessato
le attività e non si capisce quando s’inizierà a rullare al Berlino-Brandeburgo, inceppato com’è da
problemi burocratici, ingegneristici e finanziari
che tra l’altro hanno portato il sindaco Klaus Wo-
wereit, il suo più accanito sostenitore, a rassegnare le dimissioni. Scatteranno a dicembre. La
leggerezza della filiera costruttiva era diventata
insostenibile. Intanto, però, è già stato organizzato e completato un piccolo travaso di popolazione. Tredici famiglie, quando sono partiti i lavori del nuovo scalo, sono state sloggiate dalle loro case affacciate sul cantiere. Hanno preso dimora a Grossziethen, nel 2005. Lo iato tra i tempi
del loro trasloco e il battesimo dell’aeroporto è
notevolissimo. Anche in Germania, delle volte,
non tutto fila liscio.
skater, aquiloni e grigliate turche
dove sorgeva l’aeroporto del Terzo Reich
Cimeli | Il vecchio scalo Tempelhof ha scandito i drammi e
le epopee tedesche del Ventesimo secolo. Oggi è un non-parco
scampato alle tentazioni della speculazione edilizia
Ai berlinesi piace così:
un enorme buco nel mezzo
della metropoli che sfida
amministratori impopolari
Nella selva si può ancora riconoscere
il percorso della barriera che non c’è
più . Basta guardare l’altezza degli
alberi. Quelli piantati al posto del
calcestruzzo sono più bassi
se uno dei luoghi dove la nuova Berlino avrebbe
preso forma. Dopo mille dibattiti fu dato il via al
progetto di riqualificazione, vergato tra gli altri
da Renzo Piano. Ne è scaturita una spianata
molto avanguardista, sotto certi aspetti americana. Alte torri, luci, spazi commerciali, qualche
eccesso creativo. Si dice che gli autoctoni non
amino frequentarla. Ritengono che non s’intoni
troppo bene con lo spirito berlinese.
I lavori sono durati anni. Ruspe, gru, impalcature. Montagnole di rena, pezzi di metallo, mattoni,
materiali edili vari e tante altre cose da smaltire:
tutto veniva convogliato a Grossziethen sfruttando un collegamento ferroviario. Non è più attivo,
per quanto i binari ci siano ancora. Muoiono a pochi passi dall’ingresso della discarica, alla quale
s’accede esclusivamente con mezzi gommati.
Il sito continua a lavorare. Lo gestisce una ditta
privata, la Hafemeister. Werner, il residente, spiega che ha ottenuto il diritto a sfruttare economicamente questo posto, ma in cambio ha contribuito
alla bonifica dell’area circostante, avviata dopo la
metà degli anni ’90 e finalizzata a contenere l’impatto dei fattori inquinanti trasmessi dal socialismo realizzato. La gestione della discarica, sotto la
Ddr, non fu molto sensibile alla tutela di salute e
ambiente.
Alla bonifica s’è affiancata la riqualificazione,
con la nascita del parco. Anche in questo caso la
Hafemeister, sottolinea Werner, ha dovuto mettere mano al portafoglio. E un altro anello s’è aggiunto sulla pista verde che avvolge Berlino, popolata da tante altre cose grondanti storia, benché ordinarie a prima vista, come questa: «A Sacrow, sulle sponde orientali dell’Havel, il fiume
che marca il confine sud-ovest tra Berlino e il
Brandeburgo, c’è la chiesa del Cristo redentore.
Oggi è curata e aperta al pubblico, ma fino al 1989
è rimasta inutilizzata, andando in rovina», rammenta Cornelia Grosch. Il Muro non sorgeva sugli argini dell’Havel, ma qualche metro prima.
niche odorose di arrosti anatolici.
È un paradosso della storia che lo
scalo definito da Norman Foster «la
madre di tutti gli aeroporti» sia diventato un problema urbanistico.
Qui Berlino ha scandito le epopee e
soprattutto i drammi del suo Ventesimo secolo. Da uno spiazzo per gli
esordi dell’aviazione civile e militare
di inizio Novecento nacque nel 1923
l’aeroporto, impreziosito nel 1927 da
un piccolo edificio per le partenze.
La megalomania di Adolf Hitler lo
trasformò negli anni Trenta nell’aeroporto del Terzo Reich, con il sontuoso terminal ora finito sotto tutela
artistica. Orgogliosi lo occuparono i
sovietici nella battaglia di Berlino,
per poi cederlo agli americani nella
spartizione della città. Agli statunitensi piaceva, questo piccolo gioiello
Un breakdancer si esibisce al Tempelhofer Park, Berlino
PIERLUIGI MENNITTI
n Sulla lunga scia d’asfalto di una
delle due piste di decollo e atterraggio scivolano fanatici dello skateboard, sportivi su pattini a rotelle,
ciclisti disattenti, comitive con le
sporte per i picnic, bimbi con genitore al fianco e aquilone al guinzaglio,
deliziose nonnine aggrappate tenacemente al deambulatore. C’è posto
per tutti sul vecchio tracciato dell’aeroporto di Tempelhof.
Dove una volta rombavano i motori dei Rosinenbomber, gli aerei alleati che nel 1948 laceravano dal cielo il blocco di Berlino Ovest voluto
da Stalin, ora si estende un campo
infinito di quasi 400 ettari. Lo chiamano così, anche se del parco ha poco o nulla: non un albero, né un percorso botanico, neppure un’aiuola. È
un enorme spazio indefinito sul quale vengono proiettate visioni urbanistiche della Berlino futura, puntualmente destinate a svanire.
L’ultima è stata affossata da un referendum popolare, promosso dal
comitato civico 100% Tempelhofer
Feld. In ballo c’era il progetto del Se-
nato cittadino, o almeno la sua variante più recente: realizzazione di
una biblioteca centrale, riqualificazione del terminal in un forum per lo
sviluppo dell’economia creativa,
edificazione di tre aree abitative e
creazione nei restanti 220 ettari di
un parco attrezzato, con alberi,
piante, laghetti artificiali e servizi
sportivi e ricreativi. I cittadini non si
sono fidati. Quando il Senato insisteva sulla necessità di calmierare
l’emergenza abitativa e il conseguente aumento degli affitti, loro
evidenziavano la cupidigia degli investitori immobiliari e il timore che
la tipologia degli edifici progettati
fosse destinata a soddisfare solo
clientele benestanti. Quando gli amministratori sollevavano il problema
della frammentazione della rete di
biblioteche, gli esponenti del comitato reclamavano sui costi del nuovo
edificio.
In realtà pare che ai berlinesi lo
spazio di Tempelhof piaccia così com’è, un non-parco strappato alle
tentazioni degli speculatori dove riversarsi nel tempo libero senza troppe pretese. Una sorta di luogo fuori
pianificazione, un immenso grande
WOLFGANG BELLWINKEL /LAIF /CONTRASTO
buco inedificato nel mezzo (o quasi)
della metropoli a tardiva memoria
dei tanti spazi liberi urbani colmati
dalla furia costruttiva che ha contagiato i pianificatori dalla caduta del
Muro in avanti. Se si vuole, una reazione dal basso alle decisioni non
condivise degli amministratori, una
sfida carica di scetticismo alla politica rappresentativa.
Il terreno è stato aperto al pubblico nel maggio del 2010 e suddiviso
in aree abbastanza definite. Percorrendo le strade asfaltate su cui fino
a sei anni fa rollavano aerei e mezzi
di servizio, si costeggia l’area destinata ai picnic, poi quella riservata
alle coltivazioni ortofrutticole gestite dall’associazione Allmende
Kontor - che ha ottenuto dal Senato
la concessione triennale per realizzare orti urbani - e infine si raggiunge lo spazio assegnato alle grigliate.
Immerse in una nebbia di arrosti di
würstel e spiedini di kebab, prolifiche famigliole turche si affaccendano davanti alle griglie: si sono tutte
rifugiate in questo recinto, dopo che
il sindaco aveva dichiarato guerra ai
barbecue nel Tiergarten, che per
decenni aveva conosciuto dome-
architettonico. Le due piste erano
perfette per i velivoli dell’epoca, si
atterrava e si rombava fino al grande
piazzale ad arco che replicava la
struttura centrale del terminal. Così
cominciò l’era americana di Tempelhof. Da quelle piste partì il primo
volo dell’American Overseas Airlines, che inaugurò nel maggio 1946 la
linea per New York: l’alba di una
nuova era. Ma la fama di Tempelhof
doveva ancora conoscere il suo apice, il momento che resterà impresso
sui libri di storia: il ponte aereo. Ai
tempi del blocco sovietico, dal giugno 1948 a fine settembre 1949,
278.228 aerei decollati dagli aeroporti di Stati Uniti, Francia e Gran
Bretagna vi scaricarono 2.326.406
tonnellate di carbone per riscaldamento, cibo, forniture, macchinari e
medicinali. Le foto dei berlinesi assiepati sulla collinetta antistante le
piste di atterraggio, con le mani alzate al cielo in segno di saluto, testimoniano l’emozione del momento.
Lo sviluppo dei grandi aerei intercontinentali ne segnò il tramonto,
relegando l’aeroporto a scalo regionale. Il colpo di grazia arrivò però
dalla caduta del Muro: la nuova capitale voleva dotarsi di un nuovo aeroporto moderno. Dei tre scali della
Berlino della Guerra Fredda (due a
ovest, uno a est) solo Tempelhof ha
però già chiuso i battenti. Gli altri
due sono ancora in piena attività,
mentre l’inaugurazione del nuovo
scalo intitolato a Willy Brandt continua a essere rimandata, scandalosamente, di anno in anno. Vista dagli
aquiloni di Tempelhof, pare una
perfida vendetta.
pagina 99we |
8 | STORIE
sabato 4 ottobre 2014
il boom della bellezza
nell’età della crisi
Estetismi | Dai parruchieri ai nails bar, il settore è
in crescita. Gli economisti lo chiamano lipstick effect, segno
di un mercato anticiclico. Ma per i demografi la vera spinta
viene dalle ragazze del baby boom arrivate ai cinquanta
ROBERTA CARLINI
n È la crisi, bellezza. Tra tutti i segnali negativi sui consumi che ci
piovono addosso da quando è iniziata la Grande Recessione, spicca
qualche segno più. E non si tratta
solo di effetti prevedibili (più spesa
al discount, più bancarelle, più generi low cost). Ma anche di qualche
effetto all’apparenza paradossale.
Come il recente boom dell’estetica,
a tutti i livelli, dai capelli ai piedi. Se
ne ha qualche sentore per le strade
delle nostre città, dove i nuovi esercizi spuntano come funghi, in mezzo a una moria di negozi che chiudono. E i numeri ufficiali confermano: al sesto anno di recessione,
la gente corre ai ripari. Quelli del
corpo, però.
Le cifre
Il salone che ti aggiusta dai piedi
in su, così come il piccolo nails bar
appena aperto seguendo la moda
delle unghie, sbarcata in Italia da
qualche anno, stanno tutti dentro
una sigla: S96. Sotto questa categoria le camere di commercio registra-
no le imprese della bellezza. Tecnicamente, si chiamano «altre attività
di servizi per la persona». Dentro ci
sono tutti: parrucchieri, acconciatori, barbieri, istituti di bellezza, servizi di manicure e pedicure, centri per
il benessere fisico (esclusi solo gli
stabilimenti termali).
Secondo l’ultimo dato disponibile – fine agosto 2014 – le imprese così registrate in Italia sono 144.209.
In Italia sono 145 mila
le imprese attive nel
business dell’apparenza.
Nella capitale sono 162 in
più negli ultimi due anni
Tante? Poche? Di certo di più di
quelle dell’anno prima: nel 2013
erano 144.149, e mancano ancora
quattro mesi a completare l’anno.
Ancor prima, nel 2012, le imprese
della bellezza erano 143.754. Insomma, il trend è in salita, in controtendenza rispetto a quasi tutti
l INDICATORI
hot waitress index o della recessione
spiegata dalle cameriere attraenti
n Sembra non finire mai l’elenco delle
dimensioni che definiscono la mappa
dell’iniquità della nostra vita quotidiana. Non bastano le diseguaglianze basate sulla provenienza familiare o geografica, sulle abilità o le informazioni a disposizione, sul genere o il background
etnico. Di recente, infatti, gli economisti
hanno scoperto che le persone di più bell’aspetto hanno maggiore successo sui
banchi di scuola e nel mercato del lavoro. La bellezza percepita, infatti, è misurabile oggettivamente, come dimostrano decenni di studi da parte di psicologi
sociali, ed è strettamente correlata con
la simmetria dei tratti fisici e del volto.
Sulla base di questa metrica, uno studio
sugli Stati Uniti ha mostrato che le donne che erano considerate “molto belle”
avevano un reddito dell’8% più elevato
di quelle considerate “mediamente belle”, che a loro volta guadagnano il 4% in
più delle donne considerate “bruttine”.
L’effetto vale soprattutto per le donne,
ma tocca anche gli uomini, con quelli
“molto belli”aguadagnareil 4%inpiù ei
“brutti” il 13% in meno di coloro considerati di aspetto nella norma.
Potrebbe esserci anche questo fattore, dietro il cosiddetto lipstick effect. Che
non è l'unico strano indicatore inventato dagli economisti, a proposito di bellezza e recessione. C’è persino chi si spinge a teorizzare un hot waitress index, capace di indicare con anticipo le fluttuazioni di una data economia. La regola è
semplice: in tempi di crisi, le cameriere
sono più belle. In tempi di crescita, infatti, c’è un forte mercato per la bellezza. La
vendita al dettaglio di prodotti, ad esempio, è facilitata se il contatto con i clienti
è condotto da persone considerate attraenti. Così, occupazioni che implicano
un rapporto con la clientela ma più impegnative e meno remunerative, come
ad esempio servire ai tavoli di un bar o un
ristorante, sono meno richieste. Durante una crisi, tuttavia, i lavori scarseggiano e dunque le persone di più bell’aspetto tendono ad accettare anche altre opportunità, ritornando dietro il bancone.
NICOLÒ CAVALLI
gli altri settori dell’economia.
A guardare dentro i dati (forniti
dalla Camera di commercio di Roma), si vede che soffrono un po’ i saloni di barbiere e parrucchiere,
mentre salgono tutti quelli che fanno trattamenti sul corpo: le unghie
curate e smaltate, diventate un must dai 14 anni in su, spiegano molto
ma non tutto il boom, che si alimenta anche di trattamenti antirughe e massaggi, cerette e depilazioni finali, guerre a cellulite e tessuti
di troppo. Zoomando sui dati romani, si vede che nella capitale piagata dalla crisi abbiamo comunque
162 centri bellezza in più, dal 2012
all’agosto 2014, sparsi in quasi tutte le categorie.
L’indice del rossetto
Ma com’è possibile che, mentre
tagliamo sulle spese della frutta e
verdura per i bambini, corriamo
tutte (e tutti: l’afflusso di maschi
dall’estetista è ormai faccenda consolidata) a farci belle/i? Una versione moderna della spietata genitrice della vecchia canzone Balocchi e profumi?
Senza moraleggiare, gli economisti, che amano dare definizioni a tutto, questo fenomeno l’hanno già etichettato da un pezzo. Lipstick effect,
l’hanno chiamato, notando che le
vendite di rossetto sono anticicliche,
vanno su quando le cose vanno male. Qualcuno ha calcolato un’impennata delle vendite di rossetto dopo il
crollo delle Twin Towers (ma era un
tal Mr. Lauder, dell’omonima casa,
non proprio un osservatore disinteressato). Secondo The Economist,
sarebbe meglio misurare, più che le
sole vendite di singoli cosmetici, il
settore della bellezza nel suo insieme, e buttar giù un beauty index.
Il fenomeno, secondo queste teorie, sarebbe più che comprensibile:
la gente, in tempi di crisi, tende a sostituire piccoli lussi a grandi lussi.
Magari non può fare il viaggio ai Caraibi, ma si concede il super-massaggio, o almeno un’abbronzatura
posticcia. Forse dovrà lavorare qualche ora di più a condizioni peggiori,
ma almeno sul posto di lavoro ci arriverà in ordine, con nuovo taglio e
shatush. E se proprio la situazione fa
piangere, almeno che il mascara
non coli.
La teoria dell’offerta
Ma c’è un’altra spiegazione possibile, che si trova guardando più ai
nuovi esercenti che ai nuovi clienti.
Con gli affitti delle mura che – finalmente – sono scesi un po’, aprire
un’attività nel campo della bellezza
MARTIN PARR / MAGNUM PHOTOS / CONTRASTO
CONTROTENDENZA
Anche in tempi di crisi
spunta qualche segno più.
Tra questi il business
dell’estetica, con nuovi
esercizi che spuntano
come funghi nelle nostre
città
non richiede un grosso investimento iniziale, né ha alti costi fissi.
Dunque, è possibile che sempre più
ragazze – o donne che magari avevano smesso di lavorare e rientrano
sul mercato del lavoro per necessità – ci provino, dopo un corso di
qualificazione o un diploma da
qualche parte. Senza contare l’arrivo in forze degli stranieri (soprattutto cinesi) nel settore capelli.
L’aumento dell’offerta estetica, vista da questo versante, fa il paio
con la tenuta dell’occupazione
femminile, che ha fatto parlare
molti esperti di una recessione tutta al maschile (anche qui, battezzando il fenomeno: he-cession).
Il fattore demografico
Ma la fame di lavoro non spiega
tutto. I saloni di bellezza non paiono
destinati a fare la fine degli spacci di
e-sigarette, che hanno vissuto un
boom effimero e transitorio. Anzi, i
numeri delle camere di commercio
mostrano che il fenomeno continua.
E allora? Forse una spiegazione la si
può trovare nella demografia più
che nell’economia. In un fattore generazionale, che spinge la clientela
dei beauty.
Dal dopoguerra in poi, qual è l’anno nel quale sono nate più bambine?
Il 1964. In quell’anno si ebbe il picco
del baby boom, e nacquero
1.016.120 bambini, di cui 493.964
femmine. Cioè: il numero delle
bambine nate 50 anni fa è quasi
uguale al numero totale dei bambini
(maschi e femmine) nati l’anno
scorso. Visto dal punto di vista demografico, è il crollo che sappiamo e
lamentiamo tutti i giorni. Visto dai
saloni di cura del corpo, è una manna dal cielo: c’è un’ondata di baby
boomer femmine che sta scavalcando i cinquant’anni e spesso non ha
alcuna intenzione di mostrarli; che
ha una cura del proprio corpo superiore a quella delle proprie mamme,
e (spesso) i mezzi per provvedervi; e
che spesso accompagna da estetista
e parrucchiere anche le proprie figlie, in un precoce profluvio di cerette e mèches colorate.
È bene che i quasi 150mila esercenti di bellezza in giro per l’Italia lo
sappiano: non ci sono mai state tante donne insieme in giro, in cerca di
riparazioni e correzioni. E mai ci saranno più, quando le baby boomer
smetteranno di farsi belle.
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
STEFANO CIAVATTA
n «Conquisteremo la vostra
Roma, spezzeremo le croci e
faremo schiave le vostre donne», questa la minaccia dei
dell'Isis. Non bastavano la
Grande bellezza e il Sacro Gra
a farla sentire sotto i riflettori
dell'immaginario, anche se
fuori fuoco e con uno sguardo
stanco, – ora Roma si riscopre
nel mirino della sicurezza. E
puntuale si fa sentire l'ironia
romanesca, ormai unico gergo
nazionalpopolare. I commenti dei romani – raccolti pochi
giorni fa dal sito Dagospia stendono sui feroci proclami
jihadisti la solita nebulosa di
malesseri e affanni. Roma
chiama a protezione il cerchio
gastrosessuale di battute che
compone il primato comico di
una città che rivendica come
anticorpo contro i mali del
pianeta una infastidita autarchia. «Pjamose Roma» diceva
il Libanese di Romanzo Criminale, «prima però pensateci bene» risponde l’urbe agli
uomini del Califfo. Ma non è
sempre andata così, anzi.
Nel suo Diario Notturno
Ennio Flaiano scriveva che
«Roma è una città eterna non
per le sue glorie, ma per la capacità di subire le barbarie dei
suoi invasori, di cancellarle
STORIE | 9
aspettare il Califfo
ricordando i sacchi di Roma
Barbarie | Alle minacce dell’Isis la romanità oggi risponde con l’ironia. Eppure
la città – dalle razzie dei Galli a quelle dei Lanzichenecchi – ha avuto i suoi
devastanti undici settembre. Conversazione con lo storico Umberto Roberto
IL LIBRO
Roma capta
di Umberto Roberto
• Editori Laterza
• pagine 346
• euro 11,50
Quello di Alarico durò
solo tre giorni, ma
ebbe l’impatto
emotivo più forte
col tempo, di farne rovine». Le
rovine sono arrivate col passare dei secoli, non certo con l'ironia. L'eternità è stata guadagnata pagando un tributo
enorme con il suo rovescio,
ovvero una precarietà scandita dai cosiddetti sacchi di Roma.
Il nemico alle porte, le mura
violate, il panico, l'esercito in
rotta, la fuga delle vestali, la
città a ferro e fuoco, le basiliche depredate, l'umiliazione
del riscatto, l'incubo del ritorno, il mito infranto dell'invulnerabilità, la resa della capitale dell'Impero e della Cristianità, e ancora le leggende sui
salvatori, il presagio, la paranoia, l'angoscia latente per la
devastazione, le sepolture nascoste, i palazzi imperiali danneggiati e abbandonati, ma
maestosità rinnegata, la città
museo di se stessa costretta a
non specchiarsi più intatta.
Anche Roma ha avuto il suo 11
settembre. Ma quale? Più di
uno.
Nell'estate del 386 a.C. i
Galli entrano nella Roma repubblicana tra la Salaria e la
Nomentana, se ne andranno
sei mesi dopo carichi di bottino e con un clamoroso riscatto
in denaro. Poco si è riuscito a
ricostruire storicamente, di
certo è il primo dei ripetuti
colpi all'equilibrio mentale
della città: un disastro, un incubo, un big bang della paura.
Nel 410 d.C. fu la volta dei Goti di Alarico alle prese con la
Roma imperiale.
Per il professore di Storia
Romana presso l'Università
Europea di Roma Umberto
Roberto, che li ha raccontati
tutti nel libro Roma Capta
Roma Capta,il Sacco dellacittà dai
Galli ai Lanzichenecchi è il saggio
scritto da Umberto Roberto, professore di Storia Romana, che racconta un millennio di Eternità,
guadagnata al prezzo di traumi e
violazioni che hanno segnato l’immaginario capitolino.
La memoria dei Sacchi rivive in
un’indagine che va dal 386 a.C. quando i Galli misero a ferro e fuoco la città repubblicana - alle occupazioni di Visigoti, Vandali, Ostrogoti, perfino Saraceni e Normanni,
fino alla razzia in pieno Rinascimento dei soldati protestanti assoldati da Carlo V.
Una serie di eventi che hanno cambiato fisionomia e abitudini alla
Roma classica e alla capitale della
Cristianità.
STORIA Il sacco di
Roma del 1527 a opera
delle truppe dei
Lanzichenecchi al
soldo dell’Imperatore
Carlo V d’Asburgo
(Laterza), fu il sacco con l'impatto emotivo più forte: «durò
solo tre giorni - spiega a pagina99 -la città opulenta viveva
della sua memoria, era indifesa, l'imperatore era a Ravenna
e infatti politicamente non ebbe il valore terribile che invece
fu nell'immaginario. Alarico
diede retta alla parte più oltranzista del suo popolo per
dare una lezione a Roma».
Nel 455 e nel 472 è la volta
dei Vandali, i mori di Genserico entrano da Portuense e de-
portano le donne a Cartagine.
«Durò due settimane, fu il
sacco peggiore perché i Vandali arrivando dall'Africa interruppero il flusso economico a cui era legata l'aristocrazia senatoriale, Roma era una
città parassita, viveva di sussidi e così non ci furono più risorse per rimetterla in piedi»,
racconta Roberto.
I tre sacchi del quinto secolo cambiano la mentalità dei
romani e la loro concezione
dello spazio urbano, sono
traumi che si inseriscono nella
memoria storica, c'è la consapevolezza - in una città così
grande e spaziosa - che qualcuno possa portare via tutta la
ricchezza che a Roma è arrivata da fuori. Anche la mappa
della città cambia. «Nel 410 i
miliardari dell'epoca, le grandi famiglie e la Chiesa, si erano
impegnate per restituire Roma alla memoria dell'età dell'oro, alcune grandi basiliche
vengono costruite su terreni
saccheggiati, come Santa Maria Maggiore e il Celio, dopo il
455 invece molte zone vennero abbandonate a se stesse, la
città si concentra tra Campo
Marzio e Trastevere».
Altri cinque assedi avvenuti
tra il 535 e il 552, con i Goti che
entrano da sud a Porta San
Paolo. Non sono nomi da soap
opera quelli che i romani sono
costretti a imparare - Brenno,
Alarico, Totila, Genserico eppure non erano barbari rozzi estranei alla società romani.
Però l'immaginario dei Galli
spina nel fianco è servito, anche a distanza di secoli.
L'avvicinamento dei Galli
a Roma, il dipinto ottocentesco del francese Evariste-Vital
Luminais, potrebbe essere la
copertina di Meridiano di
Sangue di Cormac McCarthy:
chiome fulve, enormi cavalli
minacciosi, l'agro romano che
risuona del trotto, nell'aria
una lingua straniera contro
cui - diceva Sallustio rammaricato - «ci si batteva sempre
non per la gloria ma per la vita». Idem per la cavalcata fragorosa e apocalittica tra i Fori
illustrata dallo spagnolo Ulpiano Checa y Sanz.
I sacchi non si fermano e
Roma riduce notevolmente la
sua popolazione scendendo a
poche migliaia di abitanti.
Nell'alto medioevo c'è il sacco
dell'846 da parte di diecimila
Saraceni che risalgono il Tevere e bivaccano a San Pietro
indisturbati. Nel 1084 c'è il
sacco dei Normanni in soccorso del Papa che mutilò di nuovo la città rendendo marginali
l'Esquilino e il Laterano. Infine il sacco imperiale dei protestanti Lanzichenecchi per tutto l'anno 1527 contro una Roma-Babilonia, sede della
Chiesa
trionfante
quattro-cinquecentesca e insieme
della raffinata corte rinascimentale di Raffaello, Bramante e Michelangelo, di
nuovo urbe Caput Mundi grazie a uomini che guardavano
al mondo classico come modello da seguire e superare.
«Il sacco arriva a riproporre
dopo l'antico splendore rinnovato anche la decadenza e
l'angoscia delle devastazioni
subite nel quinto secolo - spiega Roberto - Erasmo disse che
Roma se l'era meritato. L'evento segnò la marginalità
dell'Italia». E la razzia sangui-
naria dell'orda di soldati affamati, quella che una per tutte
conia il termine sacco, indurrà
Clemente VII a commissionare il Giudizio Universale.
Dopo la punizione divina
del 1527 solo nel 1870 verranno assediate di nuovo le mura
di Roma, ma non ci sarà nessun sacco con la Breccia di
Porta Pia, anzi Roma è da proteggere ed esaltare a gloria nazionale. Alla modesta capitale
del Papa, tutta entro le mura,
si aggiunge la nuova capitale
del regno. Cambierà di nuovo
la mappa, poi con Mussolini
Roma raggiunge il milione di
abitanti ma arriveranno pure i
bombardamenti e i rastrellamenti, un antico vulnus riaperto, e finalmente la liberazione con i carri americani. La
città dal dopoguerra a oggi è
ridiventata enorme e popolatissima, con quartieri che si
ignorano e urne disertate da
un milione e mezzo di persone. Unico argine alla minaccia
una risata. Carlo Verdone incalza: «Questa è la grandezza
dei romani». Un esorcismo un
po' misero.
pagina 99we |
10 | STORIE
sabato 4 ottobre 2014
Alcuni degli invitati al matrimonio della figlia del magnate delle miniere Pramod Agarwal e della moglie, ereditiera di un vasto impero di moda. La cerimonia, celebratasi a Savelletri di Fasano, è costata 10 milioni di euro
ALESSANDRO LEOGRANDE
u
segue dalla prima
n Ancora oggi, ci sono non
poche masserie produttive,
dal nord al sud della regione,
dalla Capitanata al Salento.
Sono quelle che hanno puntato su colture innovative (ad
esempio, il ciliegino di qualità, quando tutti invece si sono vocati al pomodoro da trasformare in salsa, impiegando la manodopera sottopagata straniera per stare nei costi), sulla ricerca enologica, o
affinando metodi zootecnici
all’avanguardia. Ma questo è
un discorso che riguarda le
eccellenze. E soprattutto chi
è rimasto a vivere in campagna: quasi sempre i figli dei
mezzadri di ieri.
Per chi invece è andato in
città, la manutenzione a distanza di strutture estese e
complesse è divenuta ben
preso economicamente insostenibile. E questo riguarda
anche i discendenti del “blocco agrario” di un tempo: le
masserie devono essere luoghi vivi, altrimenti periscono.
Eppure a volte rinascono.
Nella Puglia sempre più trendy degli ultimi anni, la regione che nell’ultima estate ha
sentito meno di qualsiasi al-
il revival della masseria
tra jet set e caporalato
Puglia | L’universo rurale autosufficiente di cui erano il cardine
si è capovolto. Ma le aziende agricole tornano a popolarsi.
Oggi sono un volano per il turismo. Non senza contraddizioni
tra la crisi del turismo, le
masserie stanno tornando a
nuova vita sotto forma di
strutture agrituristiche.
È un processo carsico, ma
tumultuoso. Secondo l’Istat
sono oltre duecento gli insediamenti pugliesi trasformati in agriturismo. Secondo la
Regione, invece, l’ospitalità
rurale coinvolge un numero
di realtà molto più esteso: arrivano quasi a un migliaio,
considerando anche i resort
più moderni e i bed and breakfast. Ovviamente non tutte
queste realtà nascono dal recupero delle vecchie masserie, ma le strutture più grandi
(e, sia detto per inciso, anche
quelle più richieste) sorgono
proprio sui complessi di ieri.
Si ricavano stanze con ogni
comfort dai vecchi locali, si
ristrutturano le magioni centrali, si coniugano turismo e
ricerca enogastronomica, si
rispolvera il serbatoio di me-
morie e storie del passato
(anche se edulcorandole).
Basta scorrere i quotidiani
pugliesi degli ultimi mesi,
per accorgersi di quanto frequenti siano i matrimoni da
favola di magnati indiani,
miliardari americani, aristocratici inglesi in Terra di Bari
o in Valle d’Itria (ormai ribattezzata Itriashire) nelle più
belle tra le masserie ristrutturate, come Torre Coccaro o
Torre Maizza. Pare che a dare
un forte impulso all’andazzo
siano state un pugno di puntate di Beautiful girate proprio qui, tra Polignano a Mare, Fasano e Savelletri, con
tanto di matrimonio tra le
pietre bianche di due rampolli dei Forrester. Ma, al di
là della punta dell’iceberg costituita dal turismo d’élite, il
sommovimento è reale. L’agriturismo permette a strutture altrimenti inutilizzate di
rinascere a nuova vita, inter-
cettando una domanda reale,
forte tanto quanto quella che
si indirizza verso le località
balneari. Anzi, in Salento, è
stata proprio la presenza di
masserie recuperate a pochissimi chilometri dal mare
a far da base al boom degli ultimi anni.
***
Costruite su larga scala nel
Cinquecento e nel Seicento
(anche se alcune, le più antiche, risalgono alla fine del
Trecento), le masserie sono
sempre state strettamente legate al latifondo e alla sua
cultura, all’alternanza tra pascolo e cerealicoltura, e quindi alla produzione di latte e di
grano quali principali basi di
una civiltà materiale sedimentata nei secoli.
Generalmente di color
bianco, tanto da apparire nei
giorni assolati d’estate una
nuvola di luce che s’alza dalla
terra circostante, le masserie
hanno ripreso il concetto di
casa agricola con corte. Le
più grandi, tuttora, appaiono
munite di un ampio cortile
interno fortificato. Spesse
mura cingono il loro perimetro: oltre a proteggere l’abitato dall’esterno, la loro funzione era quella di segnare i confini di un mondo autosufficiente. O meglio, che a lungo
si è pensato come autosufficiente: un universo stratifi-
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
STORIE | 11
GIANNI BERENGO GARDIN / CONTRASTO
LUOGHI La masseria Lorusso a Poggiorsini, Bari
AFP /GETTY IMAGES
cato, spesso cristallizzato
nelle sue differenze di ruolo,
ma allo stesso tempo organico.
Nei secoli quell’organicità
ha assunto una sua fisionomia specifica. Nella compresenza di uomini, arnesi e animali, all’interno dell’ampio
cortile vi erano le stalle per i
cavalli, le vacche, le pecore, le
cantine per le botti di vino, gli
alloggi per chi lavorava e poi
– quasi sempre su due piani –
la magione centrale. Subito a
ridosso delle mura, nell’aia,
venivano raccolti i covoni di
paglia dopo la mietitura, un
lavoro che in assenza di macchine richiedeva, in un breve
lasso di tempo, l’impiego di
centinaia o migliaia di braccia.
Elemento essenziale della
masseria, quasi sempre al
confine tra l’interno e l’esterno, era la cappella, le cui volte
e il cui altare sono spesso affrescati e ornati da sculture
in legno: proprio queste chiese rupestri con i loro piccoli
campanili sono state per
molto tempo il fulcro della liturgia rurale.
Ancora oggi, girando per la
Puglia interna, è possibile capire come quello delle masserie fosse un sistema articolato. Accanto alla masseria-madre, quella più grande
riservata ai signori del lati-
fondo (generalmente anche
quella fornita di cappella),
sorgevano come satelliti alcune masserie più piccole, affidate ai mezzadri o ai mediatori di un sotto-mondo basato sulla cultura estensiva del
grano. Visto su una cartina
topografica, tale sistema appare ancora oggi come un reticolato pre-urbano, in cui la
vita a lungo si è svolta seguendo regole diverse da
quelle della città, intorno a
proprietà immense che potevano raggiungere e superare i
due-tre mila ettari.
La masseria è stata per secoli un mondo circoscritto,
che non aveva bisogno di
scambi con l’esterno se non
all’interno del reticolato con
le masserie “sorelle”. Un
mondo autosufficiente, in
cui agrari, mezzadri, “suprastanti” (gli antesignani dei
caporali), contadini, braccianti vivevano a stretto contatto tra loro, condividendo
lo stesso cibo, gli stessi santi,
le stesse leggende, lo stesso
orizzonte culturale. Un mondo in cui sovente l’unica koiné linguistica era costituita
dal dialetto dalle inflessioni
levantine, un dialetto dalle
vocali avvitate su se stesse,
separato dall’italiano. Un
mondo austero, in cui l’ostentazione immediata della
ricchezza – anche per chi ric-
co lo era davvero – era considerato un vizio cittadino. Un
mondo basato sulla rigida
differenza di ruoli, ma non
sulla separatezza. In questo
senso, le masserie sono state
a lungo un guscio chiuso, che
ha attutito gli scossoni della
Storia, e che solo raramente è
stato stravolto dalle jacquerie che provavano a sovvertire l’ordine dei campi. Semmai, come divenne evidente
nei primi decenni del Novecento, con l’emergere del movimento della terra, il vero
conflitto era tra “dentro” e
“fuori” la masseria, tra chi viveva all’interno di quei gusci
e le centinaia, le migliaia di
braccianti alla fame impiegati solo per poche settimane
all’anno nella raccolta del
grano.
Il meridionalista Tommaso Fiore, in una serie di lettere pubblicate su La rivoluzione liberale di Piero Gobetti, usò l’espressione «popolo
di formiche» per definire il
fervido lavorio che aveva prodotto quell’universo. Anche
per questo, le masserie sono
sempre state un serbatoio di
memorie e di narrazione:
non c’è racconto sulla civiltà
contadina, sulla Spedizione
dei Mille, sull’epopea dei briganti, sui fatti del biennio
rosso o sull’arrivo degli Alleati al Sud che non abbia nelle
masserie il proprio epicentro. Un groviglio orale pronto
a cementare l’identità di un
antico sistema e le sue relazioni.
***
Quel mondo rurale, sedimentatosi nei secoli, è andato
rapidamente in crisi negli an-
Questi luoghi, costruiti
nel ’500, sono sempre
stati legati al latifondo e
alla sua cultura autarchica
ni Cinquanta e Sessanta del
Novecento. Come raccontato
da Carlo Levi, Rocco Scotellaro o Manlio Rossi-Doria,
coloro i quali a lungo erano
rimasti fuori dalla Storia, o
comunque ai suoi margini,
dopo la Seconda guerra mondiale fanno il loro ingresso in
scena. Le “formiche” dal Tavoliere, delle Murge, dell’Arneo richiedono la terra, il superamento del latifondo improduttivo, l’utilizzo delle
terre incolte, in un impasto
di voglia di riscatto e di messianismo sociale.
Con la riforma agraria, effettivamente si è realizzato
un enorme trasferimento di
ettari da quello che fino ad allora era stato definito “blocco
agrario” e chi voleva tirarsi
fuori dalla miseria. Tuttavia è
stato un processo a macchia
di leopardo. Si sono diversificate le colture, sono state bonificate ampie zone, spesso si
sono create aziende agricole
efficienti. Ma ci sono stati anche dei pesanti insuccessi.
Come diceva Rossi-Doria, nel
complesso si è passati dalla
«cultura del latifondo» alla
«cultura della polverizzazione». Si sarebbero dovute costruire moderne cooperative
agricole, a partire magari dai
nuclei costituiti dalle vecchie
masserie più efficienti. Invece l’ansia della terra si è spesso tradotta nel desiderio di
possedere un piccolo appezzamento, qualunque esso
fosse, anche in cima a un’arida collina, pur di potersi dire
piccoli proprietari. L’ansia
del “tomolo” (antica unità di
misura della terra, in voga in
Puglia, Lucania e Sicilia, che
più o meno equivale a mezzo
ettaro) ha prodotto in alcune
aree tante piccolissime unità
improduttive – speculari al
latifondo di prima.
Così, negli anni del boom
industriale, l’emigrazione è
diventata una valanga. Interi
paesi e interi borghi agricoli
si sono svuotati attratti dalle
luci del Nord. Che a emetterle fosse la città in generale, o
la fabbrica in particolare,
non importa. Il flusso ha portato via quattro milioni di
meridionali.
In questo feroce scombussolamento degli assetti economici e culturali, sono venuti meno anche la masseria
e il sistema da essa emanato.
Non sono solo venute meno
le premesse socio-economiche su cui questo si fondava.
È appassita una volta per tutte la sua autosufficienza culturale. Specie tra i più giovani, il mito della città è diventato sempre più forte anche
all’interno delle sue mura
fortificate.
Impossibile resistervi, così
a poco a poco si sono spopolate. In alcune zone della Puglia più interna il sistema si è
trasformato in un arcipelago
di ruderi vuoti. Basta fare un
giro in macchina per accorgersene. Ma, in altre zone, è
stato avviato un circuito virtuoso del recupero, e in altre
ancora alcune famiglie hanno retto da sé.
Prendiamo due casi tra i
tantissimi che si potrebbero
citare. Vicino Orta Nova, gli
ex coloni mezzadri hanno rilevato la masseria Durando
dalla baronessa Bacile di Castiglione. Salentini d’origine,
l’avevano seguita nel nord
della Puglia per avviare la
coltivazione del tabacco. Oggi il tabacco non rende più,
ma Durando è ancora là e i
nuovi proprietari si ostinano
a produrre pomodoro di qualità nonostante le difficoltà
del mercato. Sono orgogliosi
Con il boom economico
e l’emigrazione
la campagna diventò
un arcipelago di ruderi
della cappella che hanno ereditato, insieme a tutta la
struttura raccolta intorno alla corte interna. La domenica, qualche volta, si celebra
ancora messa.
Nelle cuore delle Murge
invece, tra Gioia del Colle e
Matera, proprio nelle contrade in cui Pasolini girò nell’estate di quarant’anni fa il suo
Vangelo secondo Matteo, Salvatore G. ha ereditato la masseria di famiglia, La Torre,
una vecchia masseria bianca
fortificata e in gran parte finita in disuso. Benché sia andato via dalla Puglia da molti
anni, e non abbia mai vissuto
in campagna, a poco a poco
ha iniziato di recuperarla
stanza dopo stanza, cantina
dopo cantina. Ha sistemato i
tetti, fatto potare l’ampia pineta. Così ha finito per trascorrere sempre più tempo
proprio là dove, oltre un secolo prima, i propri avi si erano stabiliti per coltivare centinaia di ettari di grano. Oggi
medita seriamente di farvi ritorno.
***
Tuttavia le contraddizioni
non mancano. Non ci sono
solo i matrimoni dell’upper
class globale, il successo dell’agriturismo o i singoli casi
di rinascita. C’è anche un’altra faccia della medaglia, e
può essere resa con due immagini.
La prima ha a che fare con i
pannelli solari. Grazie agli
incentivi degli ultimi anni, i
campi di pannelli si sono
estesi a macchia d’olio in tut-
ta la regione, spesso oltrepassando il limite della decenza
e della sostenibilità, e sostituendo i vigneti di ieri. Il caso
estremo è costituito da quelle
masserie che, abbandonato il
grano, la vite o l’allevamento,
si presentano interamente
circondate da un mare di
pannelli.
L’altra riguarda il caporalato. Nonostante le misure
messe in campo, la piaga non
è stata ancora debellata. La
Puglia rurale svuotatasi dei
cafoni di ieri, è stata ripopolata da nuovi cafoni marocchini, sudanesi, ghanesi, burkinabè, romeni, bulgari... Sono loro a raccogliere i frutti
della terra. Quasi sempre lavorano sotto caporale dall’alba al tramonto, spesso nelle
stesse identiche condizioni
dei braccianti dei tempi di Di
Vittorio. Come se nulla intorno fosse cambiato, le testimonianze della vita nei campi, quelle di ieri e quelle di oggi, sono sovrapponibili.
Più che le masserie, i nuovi
cafoni hanno ripopolato le
vecchie borgate agricole dell’Ente Riforma ormai lasciate
abbandonate, e le hanno trasformate in nuovi villaggi che
spesso prendono il nome di
“ghetto”. Nel Tavoliere, quello di Rignano è diventato il
Grand Ghetto, quello di Borgo Libertà Ghetto Ghana,
uno vicino Borgo Mezzanone
il Ghetto dei bulgari. In
ognuno vivono dalle cinquecento alle mille persone,
spesso anche intere famiglie.
È quasi un nuovo arcipelago
del sotto-lavoro che sostituisce l’arcipelago rurale di ieri.
Nell’estate di tre anni a
Nardò, a pochi chilometri dagli ombrelloni di Gallipoli, ci
fu il primo sciopero dei braccianti africani nel Sud Italia.
La scintilla si accese tra i lavoratori che alloggiavano in
un nuovo accampamento rurale, questa volta sorto intorno a una vecchia masseria in
disuso, la Masseria Boncuri.
Sul portone di legno della
vecchia struttura fortificata,
avevano appeso un foglio
scritto a mano con le loro rivendicazioni. Era scritto in
arabo, in francese e in italiano. In italiano diceva: «Avere
dei contratti di lavoro veri;
aumentare il prezzo del cassone oppure essere pagati all’ora; abolire il sistema del
caporalato; aprire un ufficio
(centro per l’impiego) dentro
al campo; che ci vengano
messi a disposizione i mezzi
di trasporto e i medici».
pagina 99we |
12 | OPINIONI
n «Il rischio è che cambino radicalmente i rapporti sindacali nel nostro
Paese», ha affermato di recente
Maurizio Landini discutendo l’impianto del Jobs Act del premier Matteo Renzi. Dichiarazioni che hanno
riavvicinano i metalmeccanici al sindacato centrale, dopo il duro scontro
tra il governo e il segretario confederale Susanna Camusso, che prefigura uno sciopero generale in opposizione alle misure votate a grande
maggioranza dalla direzione del
Partito Democratico e sottoposte nei
prossimi giorni ai primi passaggi
parlamentari.
In realtà, cambiare radicalmente i
rapporti sindacali nel nostro Paese
sembra un’opportunità più che un rischio. Negli ultimi decenni, i sindacati italiani hanno subito un costante
calo degli iscritti, con un tasso che –
secondo i dati Ocse – è calato dal circa 50% di inizio anni ’80 fino al 35%
del 2010. Durante questo periodo è
drasticamente diminuita la fiducia
verso le organizzazioni sindacali: secondo un sondaggio Ipr Marketing,
nel 2011 solo il 33% degli intervistati
u L AVO R O
la svolta nei rapporti sindacali
è un’opportunità per il Paese
aveva fiducia nelle parti sociali. Ciononostante, il coinvolgimento degli
stessi nelle principali scelte di politica economica è aumentato nel tempo. I dati mostrano che, negli ultimi
quattro decenni, la natura della partecipazione dei sindacati nella definizione della politica economica nazionale è profondamente cambiata,
in Italia come nei principali paesi
Ocse. I processi di contrattazione salariale sono diminuiti in numero, come specchio della progressiva marginalità delle organizzazioni collettive
tra i propri potenziali iscritti, sostituiti dall’ascesa progressiva della
partecipazioni dei sindacati ai pro-
cessi di policy-making, spesso attraverso l’aumento della quantità e della rilevanza delle consultazioni con i
governi.
Secondo Lucio Baccaro, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’Onu, questa seconda fase
del sindacalismo ha rappresentato
un regime di macro-concessioni associato a una riduzione della quota
dei salari sul reddito nazionale e all’aumento delle diseguaglianze. Sotto la spinta dei cambiamenti macroeconomici globali, le organizzazioni sindacali hanno scambiato la
partecipazione ai tavoli decisionali
con il via libera a numerose riforme
lesive delle opportunità economiche
della maggioranza dei lavoratori, ottenendo in cambio alcune tutele concentrate a favore dei propri iscritti uno schema che si ripropone oggi
con la discussione sull’articolo 18, le
cui tutele sono del tutto sconosciute
a una platea sempre più alta di lavoratori, in particolare giovani. In quest’ottica, i sindacati hanno spesso
rappresentato uno strumento di formazione delle preferenze e di organizzazione del consenso attorno alle
misure proposte, attraverso processi
di democrazia discorsiva organizzati
con ripetute e ampie consultazioni
con gli iscritti, nei quali i dirigenti
sabato 4 ottobre 2014
dell’organizzazione hanno potuto
spiegare logiche, motivazioni e inevitabilità dei provvedimenti. Così, secondo l’analisi di Baccaro tra il 1990
e il 2005 l’effetto del corporativismo
nella riduzione della diseguaglianza
è di circa tre volte più piccolo di quello del precedente periodo, dal
1974-1989.
Uno dei più robusti risultati nella
letteratura quantitativa sul tema è
quello secondo cui le caratteristiche
istituzionali del sistema di relazioni
industriali, in particolare la densità
sindacale e la struttura di contrattazione collettiva centralizzata o coordinata, conducono a una maggiore
eguaglianza economica. Se dunque è
questo l’obiettivo della politica economica, come non solamente l’articolo 3 della Costituzione ma anche la
natura progressista del partito principale azionista del governo in carica
dovrebbero suggerire, allora è necessario rivedere sin da oggi il sistema
istituzionale delle relazioni industriali nel nostro Paese, a partire dalla lettera morta dell’articolo 39 della
Costituzione del 1948.
u 99 NASONI di Joshua Held
u MEDIA
u CA M B I A M E N T I
lo strappo rivoluzionario se Netflix conquista
la Kamchatka
che serve alla Cina
n Qualche giorno fa la Tribuna
del popolo, rivista dell'organo ufficiale del partito comunista cinese, ha pubblicato un singolare
sondaggio sui problemi che affliggono la società in Cina.
Non è banale che la stampa della Repubblica Popolare faccia sapere che il 24% degli intervistati
indichi nel deficit di credibilità
dei governanti la causa principale
della mancanza di fiducia che avvelena la comunità. O che quattro
cinesi su cinque considerino la società «poco sana», se non malata.
A ben guardare, però, la parziale glasnost dell’informazione è in
linea con la campagna contro l’élite corrotta lanciata dal potere,
mentre tenta, con limitato successo, di ridurre il divario sociale
ed economico che si è spalancato
con il boom. La speranza è di salvare così il contratto sociale sui
generis che combinando repressione e l'enrichissez- vous declinato da Deng Xiaoping già alla fine degli anni settanta («Arrichirsi è glorioso», assicurava il Segretario che liberalizzò l'economia
della Cina post-maoista) ha mantenuto l'ordine dopo il massacro
di Piazza Tienanmen.
Ma nella classifica dei mali cinesi pubblicata dalla Tribuna del
popolo l'assenza di libertà politica
non c'è. E non può esserci, perché
delegittimerebbe l’intero sistema. Per questo la semplicissima
sfida che gli studenti di Hong
Kong hanno lanciato al potere
(«scegliamo noi chi ci governa,
senza veti preventivi») per il partito è un rompicapo complicatissimo. Ed espone i limiti del riformismo cinese, sul piano politico
abbozzato fin qui solo nel laboratorio di Hong Kong.
Hong Kong è un’altra cosa rispetto al Continente, sia chiaro.
Pechino recuperando la piena sovranità diciassette anni fa si è impegnata a non soffocare il liberalismo che si è radicato durante il
lungo dominio britannico, come
prescrive il modello “un Paese,
due sistemi”. Eppure anche confinare l'eresia a Hong Kong rappresenterebbe un precedente pericoloso, tanto più nei giorni in cui,
dallo Xinjiang al Tibet, l'irrequieta periferia dell'Impero di Mezzo
è tornata ad agitarsi. E il rallentamento del boom offre meno possibilità di addolcire il malcontento altrove. Perché le riforme incrementali varate da un regime
autoritario non possono introdurre la libertà politica senza
cambiare radicalmente la natura
del regime stesso. Ma un’altra via
- se non sul breve, sul medio periodo - non si vede.
Quando sono state chiuse le
pagine di questo giornale, i più
arditi a Hong Kong celebravano
la festa nazionale della Cina comunista preparandosi ad occupare le sedi del governo locale. Le
truppe dell’Esercito di Liberazione Popolare non sono ancora
uscite dalle caserme. Ma la resa
dei conti per la Cina autocratica,
vittima come tutte le dittature
della sua rigidità, potrebbe essere
già iniziata. Senza un piccolo, rischioso strappo rivoluzionario
non ne uscirà. E dovrebbe essere
chiaro anche ai suoi partner commerciali.
n La storia non telefona prima
per avvertirci che qualcosa sta
cambiando e forse per sempre.
E per quanto i nuovi cellulari
siano sempre più smart e arrivi
una nuova generazione di orologi molto più sveglia di quella
precedente, non prevedono di
segnare appuntamenti con mutazioni epocali. Dobbiamo ancora affidarci alle nostre antenne e guardare con molta attenzione ciò che accade intorno.
Un trillo che si annuncia forte arriva dalle parti di Netflix,
produttore di contenuti online
e non solo. E una data da segnare sul calendario forse c’è, visto
che è stata già annunciata: il 28
agosto del 2015.
Cosa può accadere di tanto
particolare? Apparentemente
nulla di strano: è prevista l’anteprima di un film, Crouching
Tiger, Hidden Dragon: The
Green Legend, il sequel di La tigre e il dragone blockbuster cinoamericano del 2000.
L’aspetto rilevante della
questione è dove sarà possibile
vedere il film. Netflix ha annunciato che, grazie a un accordo con i produttori Bob e
Harvey Weinstein, il lancio avverrà in contemporanea nelle
supersale tecnologiche del circuito Imax o comodamente a
casa, online. Alcuni dei circuiti
tradizionali delle sale come
Amc hanno già annunciato il
boicottaggio della pellicola
(ma ha ancora un senso usare
questo termine?).
E il mondo di Hollywood è in
agitazione. Cosa accadrà? È
probabile che le polemiche si
trascineranno come una lunga
telenovela da qui al prossimo
agosto e il mondo dei media si
dividerà ancora una volta fra
apocalittici e rottamatori. Forse Netflix farà retromarcia (improbabile), forse i produttori
cercheranno una mediazione
(possibile).
Quel che è certo è che un
equilibrio si sta rompendo.
Perché la questione non riguarda solo le sale cinematografiche, ma tutta la catena del valo-
re dei film. Cosa se ne fa una
pay tv come Sky (vedi anche
l’articolo di Daniele Doglio alle
pagine 20 e 21) di un prodotto
che, oltre ai frequentatori delle
sale, ha già incontrato il pubblico dell’online?
Nel Risiko del cinema Netflix
ha conquistato la Kamchatka.
Sembrano remoti i bei tempi quando si poteva dare la responsabilità di un’industria in
crisi alla pirateria. È già da diverso tempo che la gran parte
dei film disponibili online sono legali perché legati a contratti di abbonamento (Skygo
per esempio) e messi a disposizione dagli stessi aventi diritto. Ora, se un distributore
alla Netflix, già produttore
importante di contenuti cinetelevisivi (House of Cards, per
esempio), usa il suo canale per
le anteprime, senza affidarsi
ai network televisivi o agli
esercenti delle sale, possiamo
dire che qualcosa di nuovo sta
accadendo. Anche senza appuntarcelo sullo smartphone.
sabato 4 ottobre 2014
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MAPPE | 13
RITORNI Gli astronauti Zhang Xiaoguang, Nie Haisheng e Wang Yaping, in missione con la capsula cinese Shenzhou-10, salutano all’atterraggio sulla Terra, Mongolia Interna, 26 giugno 2013
REUTERS /CONTRASTO
come cambia
la geopolitica delle stelle
Lassù | L’austerity frena i sogni. E la cooperazione si scontra con la realpolitik.
Perché lo spazio riflette gli equilibri terrestri. Così mentre Washington gestisce
il suo declino relativo, la sfida si regionalizza. L’ultimo colpo (low cost) è indiano
ANDREA LUCHETTA
n Possiamo immaginare l’amarezza del vecchio
Buzz, mentre scuote il testone e sentenzia: «L’America ha perso l’amore per lo spazio dopo il programma Apollo. Non c’è stato un seguito, non avevamo
obiettivi chiari». Buzz Aldrin – il secondo uomo a
mettere piede sulla Luna – una visione ce l’ha, e ha
pubblicato pure un libro (Mission to Mars, First Edition, 2013) per spiegare come e perché conquisteremo Marte nel 2034. Obiettivo in nome del quale perfino lui, repubblicano duro e puro, apre alla condivisione delle conoscenze sul piano internazionale. È
qui, brutalmente, che si cela il cuore del problema:
come conciliare l’austerity con i costi dell’esplorazione spaziale? Per dirla con Charles Bolden, numero
uno della Nasa, «nessun Paese può andare da solo
nello spazio nel clima economico di questi giorni».
La cooperazione è realtà da decenni – si pensi al
rendez-vous spaziale fra una Soyuz e un Apollo nel
1975 – , e ha raggiunto una profondità impensabile
all’apice della Space Race: dal 2011, anno di pensionamento dello Shuttle, gli astronauti americani volano solo su razzi russi. Nel 2013, per la prima volta
dal 1995, è diminuita la spesa globale per i programmi spaziali: 57,6 miliardi di euro, 630 milioni in meno dell’anno precedente. Il mantra ricorre nelle parole di Chris Hadfield, veterano della Stazione spaziale internazionale (nonché primo uomo a suonare
in orbita Space Oddity di David Bowie): «L’obiettivo
di lungo periodo è lo stesso per ogni Paese: cercare di
comprendere l’universo. Il nemico comune sono i
costi e la complessità dell’impresa».
Vero. Ma solo in parte: non si può ignorare come
la ricerca spaziale sia legata a doppio filo alla sfera
militare. E così anche i sogni più audaci di cooperazione finiscono per fare i conti con la realpolitik.
L’Authorisation Act del 2010, per esempio, vieta
alla Nasa di sviluppare relazioni bilaterali con l’agenzia spaziale cinese. La crisi ucraina, fra le varie
lezioni, ha ricordato anche la precarietà della cooperazione in un settore tanto delicato. Ad aprile, il
governo Usa ha proibito alla Nasa qualsiasi contatto con la Russia, eccezion fatta per le attività legate alla Stazione spaziale internazionale (Iss).
Sullo stesso tono la risposta di Mosca, che ha annunciato di non voler estendere la sua partecipazione all’Iss dopo il 2020 e ha promesso 41 miliardi
extra ai cosmodromi nazionali nei prossimi sei anni.
Lo stato dell’arte nella corsa allo spazio finisce per
riflettere gli equilibri geopolitici, e non si vede come
potrebbe andare diversamente. Incontestabile il
primato degli Usa, assorbiti però nelle strategie di
management of decline. Negli anni del programma
Apollo, Washington riservava alla Nasa il 4% del
budget federale, ora è tanto se sfiora lo 0,5%. Lo
sbarco su Marte non è solo un sogno del vecchio
Buzz, ma l’obiettivo verso cui si sta muovendo la Nasa – raggiungere il pianeta rosso entro la fine degli
anni ’30 – fa a pugni coi tagli al bilancio. Per quanto
in contrazione, comunque, i 30,6 miliardi di euro investiti dagli Usa nel 2013 rappresentano il 53% della
spesa mondiale.
Considerando inattaccabile la supremazia americano, la Space Race assume allora delle declinazioni
regionali. E non è un caso se il nuovo epicentro si trova in Asia, che lancia l’assalto a modo suo, comprimendo costi e tempi. L’ultimo colpo lo ha messo a segno l’India: a fine settembre è diventata il primo
Paese del continente capace di piazzare una sonda
(Mangalyaan) nell’orbita di Marte, per soli 60 milioni di euro: meno di quanto sia stato investito nel film
di fantascienza Gravity. Poi, è ovvio che da Mangalyaan non possiamo aspettarci la stessa accuratezza
scientifica di Maven, la sonda Usa costata dieci volte
tanto ed entrata pure lei da pochi giorni nell’orbita
marziana. Ma in fin dei conti poco importa, perché
l’obiettivo di Delhi era un altro: mandare un messaggio forte e chiaro, tanto agli investitori internazionali quanto a Pechino. La Cina resta avanti – è il solo
Paese con Usa e Russia ad aver fatto volare un astronauta su un proprio vettore – e destina alla ricerca
spaziale un budget più generoso dell’India, ma lo
schiaffo brucia eccome.
Delhi è in buona compagnia, quando cerca di sfidare la supremazia asiatica di Pechino: in ballo, oltre
al prestigio, ci sono le riserve petrolifere celate nei
fondali oceanici. Il controllo dello spazio garantirebbe un chiaro vantaggio militare e nella fase di mappatura dei giacimenti. Malesia, Thailandia, Vietnam e Taiwan nel 2013 hanno investito almeno 100
milioni di dollari nella ricerca spaziale, e hanno lanciato chiari segnali di voler incrementare la spesa.
Nuova stilettata alla Cina, con cui tutti questi Paesi
sono in conflitto per la definizione dei confini nel Pacifico meridionale.
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14 | MAPPE
sabato 4 ottobre 2014
l’acqua del Golan fra i fuochi
dei coloni e della guerra civile
Reportage | Gli abitanti sono siriani e per l’Onu l’occupazione è illegale. Ma l’oro blu
delle strategiche alture soddisfa il 33% del fabbisogno idrico dello Stato ebraico.
E con il conflitto alle porte, in molti si rassegnano a chiedere la cittadinanza israeliana
GIULIA BERTOLUZZI
COSTANZA SPOCCI
n MAJDAL SHAMS (GOLAN). Dalle alture del
Golan, sopra il valico di Quneitra, i curiosi si
appostano con binocoli e zoom fotografici
per capire chi sta avanzando nei combattimenti che assediano l’altra parte del confine.
Quneitra, la città fantasma situata all’interno della fascia di sicurezza Onu creata nel
1974 in seguito all’armistizio della guerra
dello Yom Kippur, era l’unico varco attivo
Approfittando dell’attenzione
concentrata su Gaza,
il Ministero dell’Energia ha deciso
di avviare nuove esplorazioni
petrolifere nella regione
tra Israele e Siria. Da qui, migliaia di studenti del Golan passavano per andare all’Università di Damasco. Ora Quneitra è stata dichiarata una zona militare chiusa. Chiuso è
anche il contingente Undof dell’Onu, che dal
15 settembre ha ritirato tutti i caschi blu dall’area di confine. Lungo la cortina di ferro
che divide la frontiera, i pick-up delle Nazioni Unite continuano a muoversi verso l’entroterra. In direzione contraria invece arrivano gli autobus carichi di soldati israeliani
di leva assegnati alle varie basi militari e agli
avamposti di confine.
Lì, sicuramente, capiterà loro di dover rispondere ad un attacco o ad un razzo mal direzionato, dato che le bombe facilmente cadono nei pressi della cortina o addirittura la
oltrepassano. Pochi giorni fa, è stato abbattuto un aereo siriano mentre entrava nello
spazio aereo israeliano nei pressi di Quneitra. «È stato solo un errore, l’esercito di Assad non farebbe mai un attacco così flagrante di proposito, andrebbe contro i suoi interessi» dice il professore di Islam e Medio
Oriente dell’Università ebraica di Gerusalemme Moshe Maoz, uno dei massimi esperti di politica siriana in Israele.
Gli avamposti israeliani e siriani sono a
pochi chilometri di distanza gli uni dagli altri, così vicini che Randa Mdah, artista e attivista di Majdal Shams, la città più grande
delle quattro rimaste ai siriani reduci dalla
guerra del ‘67, non ha bisogno di nessun cannocchiale per vederne i dettagli da casa sua.
Abita sul limitare di Majdal Shams, tra il
monte Hermon e la grande vallata sottostante divisa in due dalla cortina di ferro. Inizialmente la valle era chiamata “Sorgente dei fichi”, ma durante la guerra gli alberi sono stati sostituiti dai morti e dagli evacuati, prendendo il nome di “Valle delle lacrime”. Di
130 mila abitanti, solo 22 mila sono rimasti.
Tante famiglie, separate da un nuovo confine, hanno tentato per anni di mantenere la
comunicazione con i loro cari e, prima dell’avvento di internet, gridavano da una parte
BAZ RATNER / REUTERS / CONTRASTO
TERRITORI Membri dell’Undof
(Forza di disimpegno degli
osservatori delle Nazioni Unite)
alla guida di veicoli di trasporto
truppe, nei territori occupati
delle alture del Golan
all’altra con megafono alla mano, rinominando di fatto la vallata “Collina delle grida”.
La risoluzione 497 del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite ha dichiarato nulla l’annessione del Golan da parte di Israele nel
1981 e ha chiesto il ritiro immediato delle
truppe, ma per Israele sembra che questo
ostacolo non esista. «Il Golan è stato annesso nel 1981 ed è parte integrante del territorio nazionale ripete il professor Maoz. Illuminante al proposito un famoso motto israeliano che dice sarcasticamente: «Sarà restituita prima Gerusalemme Est del Golan».
Sul tetto di casa sua Randa ha creato una
video installazione in cui una decina di cocci
di specchio gira con il vento, mostrando la
controversa situazione in cui vivono i siriani
del Golan occupato, tra i cecchini siriani e
quelli israeliani. «Attraverso gli specchi riesci a vedere entrambi gli avamposti contem-
poraneamente. Questo per mostrare come
sia Israele che il regime di Assad hanno palesato la stessa brutta faccia».
«Molte persone sono state obbligate a fare
un paragone tra la loro vita protetta sotto
l’occupante israeliano e la vita dall’altra parte del confine» racconta il marito di Randa,
Yasser Khanger, poeta e attivista politico. La
guerra in Siria ha messo davanti agli occhi
dei siriani del Golan occupato una realtà diversa: in tanti iniziano a chiedere la cittadinanza israeliana, non vedendo più speranze
né da una parte né dall’altra. Come dice Randa, «è veramente facile prendere la cittadinanza, per poco non ti portano la carta d’identità a casa!». D’altra parte, Wael Tarabaih, co-fondatore del centro artistico di
Majdal Shams, racconta che i quattro villaggi arabi rimasti nel Golan occupato (Majdal
Shams, ‘Masada, Bqa’atha e ‘Ein Qinyeh)
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
hanno agito sempre in blocco: «Sin dal 1981
i capi del villaggio si erano riuniti e avevano
proibito di prendere la cittadinanza israeliana». «Anche se prendiamo la cittadinanza»
racconta Amer Ibrahim, studente di Scienze
politiche all’Università di Tel Aviv, «saremo
sempre considerati dei cittadini di serie B. È
la base della struttura israeliana, una società
estremamente frammentata e settaria».
Il fatto che le pressioni siano opprimenti
da tutti i lati rende questo momento il «peggiore per negoziare con Israele, perché nonostante tutto, sebbene non sia il loro fine, ci
stanno proteggendo dalla guerra» spiega il
dottor Taiser Mara’y, direttore dell’Ong Golan for Development. Ma anche se sempre
più persone chiedono la cittadinanza, questo
non cambia il fatto che il Golan sia un territorio occupato, ripete Taiser. E l’indipendenza non è facile da mantenere nemmeno a
livello economico, soprattutto quando la forza occupante ha preso possesso sin dall’armistizio della gestione delle risorse naturali,
violando così il diritto internazionale.
L’acqua è la risorsa naturale più ambita, e
contraddistingue la maggioranza delle politiche di occupazione israeliana. La distribuzione dell’oro blu è profondamente iniqua
tra i siriani del Golan e le fattorie dei coloni
israeliani. Le quote destinate ai siriani sono
talmente basse che vengono sempre superate, con conseguenti tariffe stellari. Come
contrattacco i siriani hanno costruito migliaia di bacini per la raccolta dell’acqua piovana, azione che è stata duramente combattuta sia dai coloni che dall’amministrazione
israeliana con pesanti sanzioni. Eppure non
sembra abbastanza. L’acqua del Golan soddisfa da sola il 33% del fabbisogno israeliano
– secondo un rapporto pubblicato nel 2007
dalle Nazioni Unite – e la perdita di questo
bacino sarebbe rovinosa per Israele.
Lo scorso 24 luglio, quando l’attenzione
mediatica e del Paese era rivolta alla guerra a
Gaza, la Commissione petrolio del Ministero
dell’Energia ha approvato i permessi per la
Afek Oil & Gas di condurre esplorazioni in 17
nuovi siti in Golan. La compagnia è la filiale
israeliana della Genie Energy Ltd (Gne) del
New Jersey, tra i cui azionisti di spicco spuntano Rupert Murdoch, Dick Cheney e il banchiere americano Jacob Rotschild.
Non è la prima volta che Israele tenta di
estrarre petrolio dal Golan occupato: già dai
primi anni ’90 il Ministero dell’Energia aveva approvato esplorazioni ed estrazioni condotte dalla statale Oil Israeli Company, ma il
permesso era stato sospeso con i negoziati di
pace tra Siria e Israele sotto il governo Rabin. Nel 1996 – governo Netanyahu – alcune
MAPPE | 15
l LO STATUS QUO
l
47 anni di pallottole
e schermaglie diplomatiche
n Il Golan occupa un’area di circa
1800 chilometri quadrati, prosieguo della catena montuosa dell’Antilibano. Parte del territorio siriano dal 1923, durante la guerra
del 1967 viene occupato da Israele.
Il 31 maggio 1974, l’armistizio della
guerra dello Yom Kippur si risolve
con un accordo che prevede il recupero da parte della Siria di un quarto del territorio. Nel 1981, le Nazioni Unite richiedono l’immediata
restituzione dell’area a Damasco, a
cui ancora oggi appartiene de iure.
Ma dal 1981 viene integrata de facto nello Stato ebraico, con il nome
di Distretto Settentrionale. Israele
sostiene la sua posizione rifacendosi alla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza Onu, che richiama a «confini sicuri e riconosciuti,
liberi da minacce o atti di forza».
Cambia poco anche la Conferenza di Madrid (1991) sotto l’egida
statunitense. Per i primi cenni
d’intesa bisogna aspettare il gover-
Il villaggio siriano Jubata al-Khashab bombardato il 23 settembre 2014
no di Yitzhak Rabin: sotto l’influsso di Bush prima e di Clinton poi, il
primo ministro si convince che sul
«binario siriano» - utilizzato anche
per fare pressioni su Arafat - «la
profondità del ritiro» avrebbe riflettuto «la profondità della pace».
D’altro canto, anche Hafez Assad
sembra giungere a più miti consigli: dopo aver escluso qualsiasi accordo senza un’intesa fra israeliani
e palestinesi, a metà degli anni ‘90
apre a una «pace definitiva con un
ritiro definitivo». Formula che lascia intravedere la possibilità di includere la questione idrica e della
normalizzazione delle relazioni
economiche e diplomatiche con
Israele come parte di una soluzione globale. Rabin fatica moltissi-
JALAA MAREY / AFP / GETTY IMAGES
«Ci sentiamo parte della Siria,
ma dall’inizio della rivoluzione
siamo divisi: a Majdal alcuni
sostengono il regime di Assad,
gli altri invece l’opposizione»
voci avevano ricominciato a circolare sulla
possibilità di procedere con le estrazioni, ma
la Siria aveva pubblicamente denunciato le
intenzioni israeliane. Netanyahu allora era
corso ai ripari negando ogni possibilità di
erogare nuovi permessi.
La Commissione Petrolio, invece, tra febbraio e novembre 2013 ha rilanciato il processo con l’appalto a Gne per una superficie
di 395 chilometri quadri a sud della colonia
di Katzrin. Questo 28 settembre ha segnato
la data ufficiale d’inizio delle esplorazioni.
Secondo Yaron Ezrahi, teorico politico, le
tempistiche parlano da sole: «Il governo siriano in questo momento non è in grado di
far fronte al problema né di rispondere». «Si
tratta di un’azione prettamente politica, il
via libera alle esplorazioni è un tentativo
israeliano di fortificare ulteriormente la sua
presenza in Golan» dice in un’intervista rilasciata al Financial Times.
Per Israele, in effetti, il controllo del Golan
costituisce una necessità strategica imprescindibile, «è una semplice questione di analisi» spiega Ma’oz: le riserve d’acqua e la topografia del posto, ovvero le alture da cui
controllare il confine e da cui prima i siriani
sparavano ai kibbutzim. E non solo, «il Go-
Riserva d’acqua presso le alture del Golan occupate da Israele
lan è anche una questione psicologica»,
un’area cuscinetto che impedisce alla Siria di
non oltrepassare il lago Tiberia, sbarrandole
così il passo alla valle del Giordano.
Dall’annessione del 1981, gli amministratori locali vengono nominati da Tel
Aviv, e gli abitanti del Golan devono richiedere permessi speciali per ogni tipo di necessità, dall’acqua per i campi alla spartizione delle terre. Nella realtà dei fatti, però, l’organizzazione locale dei residenti avviene in maniera autonoma: nel solo capoluogo della regione, Majdal Shams, esistono almeno 17 cooperative per una redistribuzione collettiva dell’acqua. Gli abitanti,
dal 1967 a oggi, hanno inoltre proceduto
con una divisione informale dell’area,
piantando meleti in quelle zone lasciate
terra di nessuno da Israele, in modo da poterne reclamare in seguito il diritto.
RONEN ZVULUN / REUTERS / CONTRASTO
I legami politici con la Siria sono sempre
stati molto forti. Il commercio stesso delle
mele era in gran parte diretto verso Damasco e solo quest’anno è stato fermato dalla
guerra, lasciando il mercato locale senza alcuno sbocco e impossibilitato a competere
con le imprese dei coloni. Anche gli scambi
universitari con Damasco – e fino agli anni
’90 anche con la San Pietroburgo sovietica –
hanno protratto e cementificato la cultura
siriana nel Golan, ma anche in questo caso
sono stati interrotti a causa della guerra civile. Oggi, i golani sono completamente isolati, tagliati fuori dalla Siria così come da
Israele.
Da un mese e mezzo il tuonare delle bombe e le raffiche da entrambi i lati della Valle
delle lacrime si fa sempre più intenso. Dal lato siriano l’Esercito libero, che per la presa di
Quneitra sembra aver stretto un’alleanza
mo per sostenere un vero ritiro - a
cui si oppongono anche ampie
frange del partito laburista - e viene ucciso poco prima della ripresa
dei negoziati.
L’Intifada e gli avvenimenti dell’11 settembre arrestano nuovamente il processo di pace. Nel
2003, Assad dichiara di voler riaprire i negoziati e nel 2008 fa altrettanto John Kerry, segretario di
Stato americano. Ma con la rielezione di Netanyahu e la guerra in
Siria, più che la via dei negoziati,
Israele sceglie di fortificare le sue
posizioni nel Golan occupato. Tanto che nel 2014 cominciano i lavori
per nuove esplorazioni petrolifere,
senza che Damasco abbia possibilità di replica.
temporanea con Jabat al Nusra e altri gruppi salafiti e islamici, si è spostato verso nord
e si scontra tutti i giorni con l’esercito di Assad nel triangolo di villaggi di Turnejeh, Jubata al Kashab e Ufaniya. «Non so chi si sia
messo in testa che ci sia l’Isis a combattere
qui alla frontiera» commenta Yasser Khanjar ridendo, «di Isis per ora non c’è neanche
l’ombra da queste parti!». I combattimenti
continuano ancora più a nord, nei campi del
villaggio siriano di Hadar, a poco più di un
chilometro in linea d’aria dalla casa di Yasser.
Stando a fonti siriane due settimane fa
una settantina di ribelli sarebbe stata sterminata, proprio ad Hadar, da milizie druse
di pattuglia nel villaggio; Israele sarebbe
coinvolto nell’imboscata e in molti sono convinti che se la situazione in Siria dovesse ulteriormente deteriorarsi, Israele potrebbe
inglobare i territori drusi del Golan siriano.
«Non è che ad Hadar siano tutti pro-regime, conosco persone che sostengono anche i
ribelli» spiega Yasser mentre indica con la
mano le case dall’altra parte della valle, «è
fondamentale smettere di pensare per categorie religiose. Questo è un gioco prettamente politico!».
Per la liberazione del Golan dall’occupazione israeliana non vuole il regime, né salafiti o jihadisti, ma l’Esercito libero siriano,
perché crede che un Golan libero non sia
possibile se prima non ci sarà una Siria libera. «Noi abitanti del Golan siamo un ramo
della Siria, ma da quando la rivoluzione è
iniziata anche questo ramo è diviso: qui a
Majdal una parte sostiene il regime siriano
di Assad, mentre l’altra – soprattutto giovani
– sostiene la rivoluzione».
Se da un lato Israele ha già di fatto il controllo amministrativo delle terre del Golan,
dall’altra secondo Moshe Ma’oz la questione
fondamentale resta chi politicamente la gestirà. E il controllo politico dipenderà da come si evolverà la situazione in Siria. «Come
israeliani in realtà preferiremmo che Bashar
al Assad restasse, meglio combattere un male conosciuto di uno ignoto» commenta.
Israele intanto continua a fortificare la sua
presenza sul territorio con le esplorazioni di
petrolio, uno stretto controllo dell’acqua e
con un piano di rilancio del turismo per far
ripartire le industrie delle colonie. L’esercito
pattuglia il confine giorno e notte, rispondendo ogni tanto ai colpi di mortaio che arrivano da oltreconfine, ma sembra darsi da
fare anche al di là della frontiera. Come racconta Salman Fakher Al Deen dell’ Ong
Marsad: «Alcuni residenti hanno detto di
aver visto un gruppo di 10 persone entrare
dalla parte siriana. Di solito sparano contro
chiunque si avvicini, o se fanno entrare rifugiati – rarissimo – li detengono per ore. Queste persone invece sono arrivate, nessuno li
ha controllati e subito si sono infilati in un
furgoncino e sono andati via. Erano dei loro».
Per gli abitanti di Majdal resta da capire se
la terra che Israele vuole proteggere includa
anche la totalità delle persone che la abitano
e non solo i coloni. Come fa notare Randa,
notevolmente preoccupata, «se la situazione
peggiora, cosa ne faranno di noi?».
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sabato 4 ottobre 2014
una croce avvelena
le elezioni di Bosnia
RODOLFO TOÈ
n SARAJEVO. Fino a quando una croce di
circa dieci metri di altezza non è comparsa
sulle colline sopra Sarajevo, in un mattino di
metà settembre, si poteva affermare che la
campagna elettorale bosniaca – giunta ormai alla settimana conclusiva – fosse trascorsa tranquillamente, senza i consueti attriti tra i rappresentanti dei suoi principali
gruppi etnici (musulmano-bosgnacchi, serbi e croati) e senza che la memoria del recente conflitto giocasse un ruolo di primo piano
nei comizi dei candidati.
Il Paese, che questo 12 ottobre si avvia alle
urne per la sesta volta dalla fine della guerra,
vorrebbe aprire con il voto una stagione
nuova: perché, per la prima volta, in Bosnia
Erzegovina voterà la generazione nata dopo
il conflitto, i diciottenni per i quali le granate
e i cecchini sono esistiti solo nei racconti dei
Manipolazioni | Si vota il 12 ottobre, dopo un anno in cui la politica
si è mostrata inadeguata come non mai. La campagna procedeva senza
scosse. Finché qualcuno non ha piantato quel simbolo sui colli di Sarajevo
ka Srpska, una delle due entità che costituiscono il Paese – ha tentato di sfruttare l’impatto mediatico del referendum scozzese,
per cercare una volta di più di lusingare i
propri elettori con le promesse di una futura
indipendenza. Ed è volato a Mosca, per farsi
immortalare al fianco di Vladimir Putin.
Specularmente Bakir Izetbegovic, candidato alla presidenza dell’Sda (partito storicamente bosgnacco e musulmano) si è recato
in visita ad Ankara, per incontrare il presidente turco Recep Tayyp Erdogan. Ognuno
cerca un padrino, un nume tutelare all’ombra del quale riacquistare credibilità.
Si tratta comunque di una retorica a cui
sempre meno persone sono disposte a credere. D’altra parte i politici di Bosnia Erzegovina, quando si tratta di parlare dei problemi reali del Paese (la corruzione, le difficoltà economiche), si trovano a disagio: la
storia della campagna elettorale che si sta
concludendo è quella di una classe politica
che cerca, in realtà senza nemmeno troppa
convinzione, di colmare la distanza con l’elettorato.
Fino a qualche settimana fa, pareva una
missione impossibile. In pochi sembravano
disposti a prestare orecchio alle parole d’ordine dei vecchi partiti. Poi è comparsa quella
La struttura è povera cosa: due tubi
di ferro, eretti in gran silenzio
da ignoti, durante la notte. Ma sorge
su una postazione da cui i serbi
bombardavano la capitale
genitori o dei fratelli più grandi. E perché
questo 2014 è stato un anno particolarmente traumatico. Probabilmente il più difficile,
dal dopoguerra a oggi.
In maggio, la Bosnia Erzegovina è stata
colpita dalle alluvioni più gravi della propria
storia, costate decine di vite umane e danni
per qualcosa come il 10% del Pil. Una catastrofe che ha messo in luce le inefficienze
della classe politica e dell’amministrazione:
nelle aree colpite dalle inondazioni, il governo non ha fatto alcunché. Anche solo ottenere una conta ufficiale del numero delle vittime è stato impossibile.
«Quattro mesi dopo le alluvioni, i politici
di Bosnia ed Erzegovina non hanno seri piani, né idee per la ricostruzione», ha dichiarato recentemente David Barth, il direttore
dell’agenzia Usaid in Bosnia. La distruzione
causata dall’acqua e l’assenza di un qualsiasi
tipo di risposta ha ulteriormente frustrato la
cittadinanza, confermando una volta di più
ai suoi occhi l’immagine di un’élite politica
parassitaria.
I bosniaci cominciano a capire che le divisioni basate sulla pulizia etnica degli anni
‘90 e sugli accordi di Dayton, che hanno de
facto spartito le istituzioni tra le tre etnie costitutive, li stanno conducendo alla rovina.
Lo scorso febbraio, migliaia di cittadini erano scesi in piazza, frustrati dalla pessima
condizione economica (la disoccupazione
viaggia su percentuali vicine al 40%, uno stipendio medio è di poco più di 400 euro) e da
un ventennio di privatizzazioni criminali,
spesso gestite dagli stessi partiti che hanno
giocato la carta del nazionalismo per condurre i propri affari e spartirsi il Paese. Le
manifestazioni erano sfociate nell’incendio
di diversi palazzi governativi e nella creazione di assemblee popolari aperte a tutti, i plenum, con il compito di formulare delle rivendicazioni dirette ai politici, come l’abolizione dei loro privilegi economici e la revisione delle privatizzazioni.
Il movimento però, per scelta, non ha voluto incarnarsi in un nuovo soggetto politico. E il partito tradizionalmente meno legato a logiche di appartenenza nazionale o etnica, la socialdemocrazia erede del partito
comunista jugoslavo, ha dato pessima prova
«I cittadini non sono così stupidi da
non vedere che chi semina odio se ne
va in giro su macchine blindate,
ingrossando il conto in banca»,
scrive il quotidiano Oslobodjenje
ANDREW TESTA / THE NEW YORK TIMES / CONTRASTO
VECCHIE FERITE
Dietro una moschea, un condominio
di Sarajevo mostra le cicatrici del
conflitto in cui la città bosniaca fu
assediata dai serbi
di sé durante questi quattro anni trascorsi al
governo. L’idea di un’alternativa civica, che
possa opporsi alla tradizionale divisione del
paese in tre “etnie politiche”, non esiste, oppure è oggi ancora troppo debole.
Il rischio è quindi che il bisogno di cambiamento venga frustrato per l’ennesima
volta. Un mese fa, ancora più stancamente
del solito, i cittadini si sono rassegnati all’inizio del predizborni cirkus, come lo chiamano qui: il circo pre-elettorale. La sfida,
per i partiti, è prima di tutto riconquistare il
proprio elettorato. Ma i manifesti propongono slogan ormai lisi e ai comizi i candidati, pur di fingere una parvenza di sostegno
popolare, devono portare da sé il proprio
pubblico, dando vita a parossistiche processioni di autobus o a pranzi gratuiti riservati
soltanto a chi esibisce la tessera.
Di circo elettorale, insomma, si è trattato
per davvero, con una classe politica alla disperata ricerca di un nuovo puntello con cui
ricavarsi nuova legittimazione. Così, Milorad Dodik – il leader dei serbi della Republi-
croce, sulle colline dalle quali i Serbi bombardavano la capitale durante la guerra. È
povera cosa: due tubi di ferro, eretti in gran
silenzio da ignoti, durante la notte. Ma è ben
visibile dalla città e tanto è bastato per suscitare le ire della cittadinanza. «Una croce di
sfida», secondo il principale quotidiano, il
sarajevese Dnevni Avaz, «che sparge sale
sulle vecchie ferite».
Improvvisamente sui giornali i discorsi
sul rilancio dell’economia e sulla necessità di
una riforma delle istituzioni hanno lasciato
il posto ai vecchi fantasmi della guerra. Ritornano le associazioni delle vittime, parlano ex generali e veterani di guerra, riprende
il consueto scambio di accuse su un passato
che non è ancora stato metabolizzato. «Serbi, croati e bosgnacchi interpretano in modo
differente gli anni della guerra», ha scritto
un altro quotidiano storico di Sarajevo,
Oslobodjenje, «ma i cittadini di Bosnia-Erzegovina non sono così stupidi da non accorgersi che gli stessi che oggi seminano odio se
ne vanno in giro su macchine blindate, circondati da guardie del corpo, ingrossando il
loro conto in banca». È un teatrino oramai
consolidato. E del quale una classe politica a
corto di argomenti sembra fin troppo felice
di servirsi, pur di rimanere ancora una volta
in sella.
sabato 4 ottobre 2014
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ALFREDO ESTRELLA / AFP / GETTYIMAGES
Un membro del movimento #YoSoy132 protesta contro il risultato delle elezioni messicane del 2012
MARINA FORTI
n CITTÀ DEL MESSICO. Immaginate
che la posizione del vostro telefonino sia
registrata di continuo, e così il vostro tablet o il computer: si chiama “geolocalizzazione”, in ogni momento è possibile
sapere dove siete. E anche con chi parlate, quando, per quanto tempo, da dove,
dov’è l'interlocutore. E con quali reti e siti web vi collegate. Non è una novità, ma
ora immaginate che queste informazioni, raccolte dalla vostra compagnia telefonica, siano sempre a disposizione di
una lunga lista di enti dello Stato, dai
servizi di intelligence fino al fisco, che
possono pretendere di sapere i fatti vostri: senza autorizzazione di un magistrato, e senza che voi sappiate di essere
osservati.
Beh, c’è poco da immaginare: è la legge sulle telecomunicazioni appena approvata in Messico, in vigore a tutti gli
effetti da due mesi. «Negli Stati Uniti
non sono riusciti a fare tanto», commenta Primavera Téllez Giron, giornalista e presidente dell’Associazione
messicana per il diritto all’informazione
(Amedi), una delle organizzazioni della
società civile che si battono per una riforma democratica delle tlc in Messico.
Ma attenzione, aggiunge: «La legge
emanata nel nostro Paese prefigura ciò
che potrebbe succedere nei vostri».
Incontro Primavera Téllez nella capitale messicana, dove scopro che il controllo dei media e il diritto a comunicare
sono al centro di un movimento politico
il grande fratello messicano
che domani verrà a trovarci
Diritti | Libero accesso dello Stato ai dati di cellulari, tablet e pc, possibilità
di sospendere i servizi e di bloccare i contenuti. La riforma delle tlc rischia
di fare scuola tra i censori di tutto il mondo. Ma la società civile non si piega
che da due anni mobilita studenti, organizzazioni popolari, avvocati, giornalisti. Marce di protesta, petizioni, propostedi leggediiniziativapopolare. Oblitz
sui social media – ad esempio con il video Do you know what’s happening in
Mexico?, «sapete cosa sta succedendo in
Messico?»:in inglese«perchévogliamo
farci sentire oltre i confini della lingua
ispanica», dice Primavera.
Riassume: nel 2013 il Parlamento
NEL MIRINO
n L’ultimo caso è di agosto, un giornalista ucciso davanti a casa sua nello stato di Oaxaca, nel sud del Messico. Il
giorno prima sul quotidiano locale era
uscito un pezzo sul capo della polizia,
preso in flagrante ruberia. Non era firmato ma i suoi amici sono convinti che
sia stata la sua condanna a morte: nella
sua cittadina Octavio Rojas Hernandez
era il solo corrispondente del quotidiano El buen tono. Il caso precedente è del
30 luglio, a Zacatecas, nel nord. E prima ancora in febbraio a Veracruz. Tutti
giornalisti che scrivono di cartelli criminali, notabili coinvolti in affari poco
puliti o conflitti sociali.
L’associazione Article19, che si dedica al monitoraggio della libertà di stampa nel mondo, in Messico conta 79 giornalisti uccisi tra il 2000 e il 2014, e cen-
tinaia di casi di attacco fisico o minacce
(www.articulo19.org). Già due anni fa il
Relatore speciale dell’Onu per il diritto
alla libertà di opinione e di espressione,
Frank La Rue, aveva definito il Messico
il Paese più pericoloso delle Americhe
per i comunicatori. Le cose non sono
migliorate da allora. Al contrario.
Article19 ha documentato nell’anno
scorso un totale di 330 aggressioni contro giornalisti, fotoreporter e lavoratori
dell’informazione, e già 201 casi fino a
tutto agosto di quest’anno. Quando i responsabili di tali aggressioni sono identificati, risulta che in sei casi su dieci m
si tratta di funzionari pubblici, e solo il
13 per cento dei casi è attribuibile al crimine organizzato. Nel 90 per cento dei
casi, i responsabili dell’aggressione restano impuniti.
messicano ha approvato una riforma
costituzionale su media e telecomunicazioni, dopo trent’anni di vuoto legislativo. Appena un anno prima, maggio
2012, era esploso un movimento giovanile contro quella che chiamano «imposizione mediatica»: il Messico era in
piena campagna presidenziale e i giovani accusavano i gruppi televisivi dominanti di manipolare l’informazione a favore dell’allora candidato (oggi presidente) Enrique Peña Nieto. Il movimento si è dato nome #Yosoy132, da un
episodio di contestazione di studenti
contro la visita del candidato Peña Nietonella lorouniversità. Ilrettore liaveva
chiamati 131 “teppisti”; sulla rete è imperversato allora un hashtag, «io sono il
132esimo». Per mesi il movimento ha
travolto le università e le piazze, trascinando professori, intellettuali e attivisti
sociali in azioni mediatiche e in grandi
dimostrazioni davanti al grattacielo di
Televisa, primo gruppo tv del Paese.
Per quanto contestata, l’elezione di
Peña Nieto ha chiuso quel capitolo. Ma
il movimento #Yosoy132 aveva ormai
acceso il dibattito pubblico su un dato
incontestabile: la concentrazione dei
media in Messico fa impressione. Due
gruppi televisivi, Televisa e TvAzteca,
possiedono il 96% delle tv commerciali,
detengono il 94% delle frequenze e fanno circa il 92% dell’audience nazionale.
Si spartiscono anche il 99% della pubblicità televisiva. Televisa è stata l’unica
tv nazionale fino alla liberalizzazione
degli anni ’90, quando è nato il network
Tv Azteca (emanazione del Gruppo Salinas). Televisa controlla anche il 70%
della tv via satellite e il 56% di quella via
cavo, e afferma di essere prima per produzione di contenuti in lingua ispanica
nelle Americhe (dati raccolti da Amedi
da fonti ufficiali).
«Un potere schiacciante, che passa
perfino sopra alle istituzioni dello Stato», afferma Primavera Téllez. Anche
Televisa e TvAzteca hanno il
96% delle tv commerciali, il
94% delle frequenze, con un
audience del 92 per cento
perché «l’opinione pubblica si forma
sulla tv», osserva Mireille Campos Arzeta, studentessa di dottorato che incontro all’università statale di Città del
Messico,laUnam: èunadei#Yosoy132,
con due compagne ha appena presentato alla stampa una dettagliata analisi dei
media messicani. «L’imposizione mediatica passa non solo attraverso i sevizi
giornalistici, né solo in ciò che viene censurato, ma in ciò che propongono come
intrattenimento - telenovelas, pubblicità, commenti subdolidallo studio», dice
la giovane donna.
In quel clima di critica pubblica il
Parlamento ha dunque approvato una
riforma costituzionale sui media. «Non
era male», spiega Augustin Ramirez,
anche lui dirigente dell’Associazione
per il diritto all’informazione: definisce
le telecom come un servizio pubblico,
parladidiritti degliutenti.Soprattutto,
stabilisce un tetto alla concentrazione
dei media e istituisce un ente di vigilanza indipendente. Il fatto è che alcuni
mesi dopo il governo ha presentato la
legge attuativa di quella riforma: «Ed è
stato chiaro che i vecchi monopoli avevano ripreso il sopravvento», spiega
Ramirez.
Dunque oggi in Messico il governo
può creare “zone di silenzio”, cioè sospendere la copertura di telefonini e internet
permotivi disicurezzae ordinepubblico,
e i concessionari dovranno bloccare i
contenuti a richiesta del governo. Potranno anche offrire internet a diverse
velocità secondo i segmenti di mercato:
la net neutrality è a rischio. Così pure il diritto alla privacy, vista la mole di metadati ormai a disposizione delle agenzie dello
Stato. Inoltre il duopolio televisivo non è
scalfito, e l’ente di vigilanza Ifetel svuotato di poteri (tra cui quello di concedere le
frequenze). Tutte le proteste sono risultate vane: «Il Parlamento ha approvato
la legge in seduta straordinaria, in luglio,
durante i mondiali dicalcio». Per questo,
conclude Mireille Campos, il #Yosoy132
continua: perché «il nostro obiettivo di
democratizzare la comunicazione è ancora lontano».
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sabato 4 ottobre 2014
l’anomala via cinese
allo Stato di diritto
Contraddizioni | Appena designato presidente Xi Jinping aveva detto di voler
governare in base alla Costituzione. A un anno di distanza in Cina i giudici sono
più che mai soggetti all’arbitrio del potere. E la rule of law resta un miraggio
CECILIA ATTANASIO GHEZZI
n PECHINO. Quello dei giudici non è un mestiere facile, in nessun paese. Figuriamoci in
Cina, dove la loro carriera è legata a doppio filo ai segretari di Partito e, di conseguenza, ai
loro interessi locali. Nella maggior parte dei
casi, infatti, crescono all’interno di un’unica
corte di giustizia e, sicuramente, hanno meno
potere non solo della polizia ma anche degli
imprenditori. Troppo spesso questi ultimi
possono vantare appoggi politici di così alto
livello da far passare a qualunque giudice la
fantasia di indagarli. «Le corti non sono indipendenti. Di conseguenza i giudici non sono
credibili e la gente non crede nella legge». È
questa la semplificazione che restituisce all’Economist un’ex giudice di Shanghai. Dopo otto anni in cui non le era stato concesso nessun
avanzamento di carriera, ha lasciato il suo misero salario da 14 mila euro l’anno per un affermato studio legale privato. Oggi guadagna
cifre nemmeno comparabili a quelle offerte
dallo Stato ed è paradossalmente più libera di
svolgere il proprio lavoro. La sua impressione
è che molti dei giudici più giovani stiano facendo la sua stessa scelta. E il Partito, che da
quando Xi Jinping è presidente è tutto concentrato nella lotta alla corruzione e nell’affermare che nessuno (soprattutto i nemici politici del Presidente) può dirsi al di sopra delle
leggi, non ci fa certo una gran bella figura.
E infatti la quarta assemblea plenaria del
Comitato Centrale in calendario per il prossimo ottobre (uno dei rari appuntamenti che
riunisce gli oltre 300 uomini preposti alla guida del Paese) si concentrerà proprio sulla rule
of law, ovvero sul sistema di regole che disciplinano l’esercizio del potere pubblico. Il sistema legale, sono d’accordo anche i più alti
vertici, ha bisogno di essere riformato. L’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare al
punto in cui «i giudici possano decidere essi
stessi i casi da esaminare e possano esaminare
i casi che essi stessi decidono». Ma allo stesso
tempo Xi Jinping vuole essere sicuro che la
parola finale spetti al Partito. Così i giudici, la
cui stragrande maggioranza è iscritta al Partito, vengono obbligati a partecipare a “sessioni
di studio” dove si rinfresca l’ideologia socialista. Il presidente nei suoi discorsi chiede alle
corti di giustizia di aiutarlo a «costringere il
potere in una gabbia». Ma nella Repubblica
popolare neanche le parole del presidente sono definitive. Mentre i discorsi trasferiti su
carta salgono e scendono i piani del Dipartimento di propaganda e degli uffici preposti, si
riempiono di correzioni, aggiunte e cancellature. E sulla riforma della giustizia e l’importanza della rule of law sotto Xi Jinping ancora
non è chiaro quale sia la versione da consegnare alla Storia.
Quest’estate l’ufficialissimo Dipartimento
centrale di propaganda ha pubblicato Il manuale introduttivo dei discorsi del segretario
generale Xi Jinping. Come si legge nell’introduzione, si tratta della «bussola scientifica
sulle idee unificanti e sull’avanzamento dei lavori [del Pcc] nella nuova era». Un’opera destinata a essere la base delle scelte dei funzio-
REUTERS / CONTRASTO
CERIMONIA Alcuni giudici cinesi
partecipano all’inaugurazione
dell’anno giudiziario a Hong Kong
nari del Paese più popoloso del mondo e quindi a indirizzare il suo enorme Partito (oltre 80
milioni di iscritti) nella direzione scelta dalla
leadership. Per farsi un’idea si calcola che solo
nella seconda metà di agosto ne siano circolate più di dieci milioni di copie. Ecco, da questa
summa governativa dell’era Xi Jinping, è
scomparso un discorso stra-citato dai media
occidentali e non. Si tratta di uno dei primi discorsi. Xi Jinping era stato appena designato
presidente e - in occasione del trentesimo anniversario delle modifiche alla Costituzione di
Deng Xiaoping (4 dicembre 1982) - aveva affermato di voler «governare la nazione sulla
base della Costituzione». Un passaggio scomparso dalla summa ufficiale, ripreso in un recente discorso del presidente (5 settembre)
senza però che i media locali lo riprendessero.
A un lettore occidentale, queste precisazioni sembreranno quantomeno didascaliche.
Non a chi si occupa di studiare le volontà politiche di quella che si appresta a divenire la
prima economia mondiale. I processi decisionali della Repubblica popolare, infatti, rimangono tra i meno trasparenti del mondo.
Al punto che gli osservatori cinesi e internazionali scherzano sul fatto che si trovano costretti a leggere e interpretare le foglie di tè. Il
punto qui da sottolineare è che per «i principi
base della Costituzione» spesso governo e opinione pubblica non intendono le stesse cose.
Per il governo il principio base è quello del
preambolo del 2004 che di fatto assume che la
leadership del Partito comunista è il cuore del
progetto del socialismo con caratteristiche cinesi. L’opinione pubblica invece si riferisce ai
principi fondamentali dei diritti e doveri dei
cittadini e, in particolar modo, «alla libertà di
parola, di stampa, di assemblea, di corteo e
manifestazione», «al rispetto e la salvaguardia dei diritti umani» e «alla protezione dei
diritti di proprietà».
Infatti, sebbene la Costituzione li garantisca, troppo spesso si verificano situazioni in
cui questi diritti vengono negati con il tacito
assenso delle istituzioni. Specie se la negazione di questi diritti è il risultato di una politica
governativa. La testimonianza evidente sono
tutti quegli avvocati che, per denunciare gli
abusi subiti dai loro assistiti, rischiano di diventare essi stessi vittime del sistema. O più
semplicemente l’aumento esponenziale delle
restrizioni su internet e del numero di intellettuali messi a tacere con accuse quanto mai
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vaghe come «disturbo dell’ordine pubblico» o
«tentativo di sovvertire l'ordine dello Stato».
Il vero problema della Cina oggi, non sono le
leggi, ma la loro applicazione.
Susan Finder è un ricercatore che ha studiato la Suprema corte del popolo per oltre
vent’anni e ha recentemente messo in luce come questa stia lentamente assorbendo alcuni
concetti legali occidentali come la pubblicazione di “casi studio” che dovrebbero far da
guida alle corti di livello inferiore. Tra questi,
un regolamento del 2007 che prevede che i
cittadini cinesi possano richiedere ai governi
informazioni in merito a specifiche questioni.
Ovviamente in questi anni diversi cittadini se
ne sono serviti. Chi ha richiesto l’impatto ecologico di determinati progetti, chi contratti di
proprietà di terreni che venivano espropriati
forzatamente. Ma, nell’opinione stessa della
Corte suprema, in ognuno di questi casi specifici i governi locali hanno alzato un muro di
gomma senza specificare le basi legali su cui
poggiavano il rifiuto. È una situazione che
suggerisce il fatto che la principale autorità
giudiziaria sta cercando di far pressioni affinché le leggi vengano applicate e che i percorsi
legali siano più trasparenti. Ma allo stesso
tempo evidenzia come più che della mancanza di leggi specifiche, la Cina soffre la non applicazione di quelle già esistenti.
Si veda il caso più eclatante, quello dei vertici politici della nazione. Il presidente Xi Jinping ha annunciato di voler fare pulizia sin dal
suo insediamento. Per i funzionari di partito
non sono più tollerati stili di vita eccentrici e,
soprattutto, la corruzione. Ma come agisce sui
funzionari corrotti? Attraverso l’applicazione
della rule of law? Neanche per idea. Non è la
magistratura a indagarli ma la Commissione
centrale per le ispezioni disciplinari guidata
da Wang Qishan, sodale del presidente fin
dalla gioventù. E, poiché è uno strumento interno al Partito, la sua attività è avvolta da totale segretezza. Agisce sui suoi membri attraverso lo shuanggui ovvero una sorta di misura di detenzione extralegale senza limiti temporali né procedura stabilita. I funzionari che
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trattamento che sarebbe giusto riservare anche ai loro competitor cinesi. Ma il messaggio
evidentemente è rivolto ai cittadini: non pensate che i marchi stranieri siano migliori dei
nostri. Il vero problema, ci spiegava l’ex direttore della Camera di commercio europea Davide Cucino, è che in Cina «è come se l’arbitro
e i giocatori giocassero nella stessa squadra».
Una situazione che manderebbe ai matti
qualsiasi concorrente.
Ad agosto la Camera di commercio europea
ha accusato l’Antitrust cinese di abusare del
suo potere con tattiche intimidatorie e non
permettendo ai loro rappresentanti legali di
partecipare alle audizioni. Jörg Wuttke, l’at-
tuale presidente, ha recentemente espresso
«l’assoluta necessità di una maggiore aderenza alla rule of law». Ma Emanuela Verrecchia,
avvocato presso Rouse, uno dei più importanti studi internazionali che si occupano di proprietà intellettuale, ci tiene a specificare che
su queste questioni c’è anche un grande pregiudizio da parte delle aziende straniere «che
non investono nella prevenzione prima di entrare nel mercato cinese. Spesso non brevettano nemmeno i prodotti e quando si rivolgono
a noi perché sono stati copiati, le loro richieste
non sono neanche impugnabili».
Anche secondo l’avvocato, le leggi in Cina ci
sono e hanno fatto passi da gigante. «Ma co-
me spesso accade», ci spiega, «le difficoltà sono nell’enforcement, nell’applicazione dei diritti». È sempre la costituzione che recita che
la Repubblica popolare è governata secondo
la legge ed è un Paese socialista soggetto alla
rule of law. Ma a chi vive e lavora nella realtà
cinese da anni pare evidente che la piega che
la Cina di Xi Jinping sta prendendo è molto
più autoritaria e reazionaria di quanto annunciato appena un paio di anni fa, quando il nuovo presidente appariva il riformatore che
avrebbe ripristinato la rule of law risolvendo
finalmente le contraddizioni tra la natura socialista del regime e la strada capitalistica imboccata negli ultimi 30 anni.
per attrarre capitali
Pechino studia i codici latini
Importazioni | Il mercato richiede l’adozione di
un corpus solido per garantire gli investitori stranieri.
L’eredità degli antichi romani si presta perfettamente
Sono sempre più numerosi
gli studenti asiatici che
si stanno specializzando
nelle nostre università
I magistrati hanno meno potere
della polizia e degli imprenditori.
Le corti non sono indipendenti
e i cittadini non credono
nella legge e nella tutela dei diritti
vi incappano in teoria devono semplicemente mettersi a disposizione dell’indagine interna. Ma in pratica vengono costretti a confessare qualunque crimine, con conseguente
espulsione dal Partito e consegna al pubblico
ministero. E, senza dubbio, corruzione e abuso di potere sono le accuse più semplici da denunciare per evitare che l’opinione pubblica
venga a conoscenza di “sordidi dettagli”, ovvero intrighi e giochi di potere che “macchierebbero” in maniera indelebile l’immagine
del Partito.
Così hanno arrestato Bo Xilai, l’ex principino rosso che sembrava destinato a diventare il
novello Mao. E, più recentemente, il generale
in pensione Xu Caihou, già membro del Politburo, vice presidente della Commissione militare centrale e incaricato di supervisionare le
nomine all’interno dell’Esercito popolare di
liberazione. Così hanno incastrato la “tigre”
Zhou Yongkang. L’ex zar dei servizi di sicurezza cinesi, il potentissimo numero 9 che nella
scorsa nomenklatura era a capo della Commissione militare verosimilmente sarà espulso dal Partito durante il prossimo plenum. Solo allora il suo caso passerà nelle mani della
magistratura. E pare che sia sotto shuanggui
da oltre un anno. Certo erano pezzi grossi e
erano corrotti. Ma siamo sicuri che i cittadini
cinesi non avrebbero più fiducia nella legge se
i loro processi avvenissero alla luce del sole
senza il sospetto che siano guidati principalmente da desideri personali di vendetta o da
giochi di potere?
Anche la recente campagna contro le multinazionali straniere sembra guidata dal un’istanza di protezionismo piuttosto che da una
vera e propria compagna legale. Sono accusate da media e governo di non prestare attenzione alla sicurezza alimentare, di concorrenza sleale e di altre pratiche poco nobili. Un
settori. Per esempio la necessaria
spinta verso la protezione della proprietà intellettuale, o la riforma antitrust».
Secondo Bellotto - che si è laureato
in diritto a Modena, è solicitor nel Regno Unito e da più di sette anni lavora
in Asia -, «resta un obiettivo ambizioso portare a termine con successo
quell’esercizio di codificazione organica che tipicamente è necessario per
creare un codice civile». Però è innegabile che la Rpc si stia “giuridicizzando”. Non a caso l’articolo 5 della
Costituzione recita: «La Rpc governa
il Paese secondo la legge, e ne fa una
nazione socialista retta dal diritto (rule of law)». Certo, tra i proclami costituzionali e la realtà c’è un divario non
indifferente. Ma sono lontani gli anni
bui della Rivoluzione culturale, quando imperava il nichilismo giuridico.
Oggi la Rpc, pur non essendo uno
Stato di diritto come il vicino Giappone, riconosce il ruolo cruciale della
legge. E lo stesso presidente cinese Xi
Jinping è, in parte, un giurista: oltre
agli studi giovanili in ingegneria (un
Guardie di sicurezza all’ingresso del congresso del partito comunista, Pechino
GABRIELE CATANIA
n Per i corridoi dell’università La Sapienza di Roma ci si può imbattere in
dottorandi cinesi che conoscono il latino, parlano l’italiano e studiano il
diritto romano. Scene del genere non
sono insolite neanche all’ateneo di
Bologna. Il motivo dell’interesse cinese verso il Digesto o le glosse di Accursio non nasce certo da un’improvvisa
passione asiatica per le antichità romane o per la Scuola dei glossatori. Il
fatto è che Pechino si sta (lentamente)
dotando di un codice civile, e per scriverlo guarda al diritto più venerando
e autorevole del mondo: quello romano, appunto.
Tutto inizia nel 1978, quando il leader cinese Deng Xiaoping vara le prime, importanti riforme economiche.
Che in poco più di 30 anni trasformano il più grande Paese comunista del
mondo in un’«economia socialista di
mercato», come proclama la Costituzione cinese, emendata nel 2004.
Ma perché il capitalismo funzioni,
serve un quadro giuridico adeguato, e
i cinesi lo sanno. Non si attirano i tanto agognati investimenti stranieri diretti se non si può offrire un minimo
di garanzie giuridiche. Pacta sunt ser-
vanda, recita un brocardo romano: i
patti vanno rispettati. Ecco dunque la
necessità di trasformare in modo radicale il sistema giuridico cinese. Che
a livello civile è di matrice romanistica, non troppo diversamente dalla
Germania o dall’Italia (di ispirazione
germanica, peraltro, era già il primo
codice civile cinese, elaborato agli
sgoccioli dell’età imperiale).
«I cinesi si sono posti il problema di
una codificazione civile quando si sono avviati lungo la strada delle quattro modernizzazioni di Deng Xiaoping, e si sono dovuti dare delle regole». A dirlo a pagina99 è Oliviero Diliberto. L’ex ministro della Giustizia
(ed ex segretario dei Comunisti italiani) insegna diritto romano alla Sapienza, ed è uno dei grandi promotori
di questo insolito asse (a livello giuridico) tra Roma e Pechino. «I cinesi
hanno puntato sul diritto romano
perché è straordinariamente duttile,
e applicabile in qualunque sistema
politico. Il diritto romano è una grande griglia, dove si può inserire qualsiasi tipo di istituto giuridico».
In altre parole, si tratta di un grande ordine che il legislatore di ogni colore può riempire dei contenuti legali
che preferisce. Ecco perché piace tanto alla nomenclatura cinese. E d’altra
ED JONES / AFP / GETTY IMAGES
parte c’è una sola vera alternativa al
modello europeo basato sul diritto romano: «Il modello angloamericano
di common law. E non credo che avessero voglia di adottare il modello di
impronta anglosassone», osserva Diliberto. Sia chiaro: non esiste ancora
un codice civile completo. «Stanno
promulgando pezzi di codice. Hanno
cominciato con i diritti reali e le obbligazioni, e non è difficile capire perché: si tratta della proprietà e dei contratti, le basi di qualunque economia
di mercato». Finora l’esperimento ha
dato i suoi frutti, tanto è vero che sempre più giuristi cinesi si recano in Italia per approfondire il tema. «Sono
studenti eccezionali, vere macchine
da guerra», racconta l’ex ministro,
«qui alla Sapienza abbiamo 25 dottorandi, un bel numero».
Quanto detto da Diliberto è confermato dall’avvocato Nicolò Bellotto,
dello studio Chiomenti, che vanta sedi a Pechino, Shanghai e Hong Kong.
«La Rpc ha iniziato a modernizzare il
proprio sistema giuridico negli ultimi
decenni di forte sviluppo, spesso spinta dalla necessità di attrarre investimenti stranieri. Per fare ciò, sta adottando norme che, di volta in volta,
tentano di sopperire a esigenze precipue che sopraggiungono in diversi
must, tra i leader cinesi) e in marxismo, vanta un dottorato in diritto
conseguito nel 2002 alla prestigiosa
università Qinghua, dove tra l’altro ha
avuto modo di familiarizzare con il
miglior pensiero riformista cinese.
Così come un numero crescente di
imprenditori italiani guarda alla Cina
come mercato di sbocco per i suoi prodotti, molti studi legali occidentali
aprono filiali a Pechino, Hong Kong o
Shanghai. Non a caso negli ultimi anni si sono verificate mega-fusioni tra
studi cinesi ed europei che hanno portato alla nascita di colossi legali da
3.000 avvocati.
Naturalmente lo sviluppo tumultuoso del diritto cinese rappresenta
una grande occasione professionale
per i giuristi italiani, che hanno alcuni
vantaggi competitivi rispetto ai colleghi tedeschi o francesi: la conoscenza
del latino (spesso grazie agli studi al
liceo classico), e una buona padronanza del diritto romano, che nelle facoltà di giurisprudenza italiane è materia obbligatoria. Ancora, varie facoltà offrono corsi complementari di
diritto asiatico o cinese, ad esempio
quelle di Bologna e Trento. Bellotto
dà ai giuristi in erba questo consiglio:
«Trovo sia di fondamentale importanza che un giovane laureato italiano
vada all’estero a studiare, a imparare
una lingua e a specializzarsi. Ci sono
svariati corsi universitari, sia a Hong
Kong che nella Rpc, che possono servire allo scopo. Resta però cruciale
crescere prima in Italia per poi, un
giorno, tornare in Asia e mettere la
propria professionalità al servizio
delle società asiatiche che investono
nel nostro Paese».
pagina 99we |
20 | INNOVAZIONI
sabato 4 ottobre 2014
l’arrocco di Murdoch
con i barbari alle porte
Televisione | Se i produttori venderanno i serial
direttamente al pubblico, per i network saranno
guai. E il magnate rinsalda l’Impero per resistere
DANIELE DOGLIO
n L’annuncio della possibile fusione delle
Sky d’Europa era sembrato l’evento mediatico dell’estate. Poi, come talvolta accade nel
caso di annunci che fanno clamore, è successo davvero e invece non se ne è parlato più.
Forse perché nel settore è esploso il samba
brasiliano Telecom-Telefonica-Vivendi, con
appendici Mediaset (Premium) e così l’attenzione dei media è stata attirata da altro.
Un evento che sembra configurare una linea
di resistenza mediterranea sul nostro mercato. Ma ciò che sta accadendo alle Sky e in genere al settore delle pay tv in giro per il mondo, è da osservare con estremo interesse.
Perché sembra configurare un importante
cambiamento strutturale dell’intero sistema
televisivo.
Vediamo di mettere insieme tutti gli elementi che ci permettono di cogliere appieno
la portata della novità. Adesso che Netflix ha
aperto bottega in Francia e a breve in Germania, Austria, Svizzera (forse addirittura in
Italia) e che anche Home Box Office comincia a muoversi in Europa (è la veterana delle
pay-tv americane, nata nel 1970, Hbo per gli
amici), si capisce meglio il senso della decisione di Murdoch.
Partiamo da Netflix, che ha inventato un
nuovo modo di distribuire televisione, streaming sulla rete internet a larga banda, ma anche un nuovo modo di consumarla: a piacere
e senza vincoli di orario e di piattaforma. Si
tratta in definitiva di un modello pay a basso
costo che sembra vincente. Hbo invece è uno
dei grandi serbatoi di televisivi di qualità a
cui attingono a piene mani tv tradizionali e a
pagamento. La rete statunitense potrebbe
prima o poi decidere di commercializzare in
proprio i suoi gioielli senza passare per le reti-cavo a pagamento che attualmente la distribuiscono. A seguire altri operatori Over
the Top (così il mondo del business definisce
i servizi di televisione via web), come Hulu,
Amazon Prime e i soliti Apple e Google, stanno flettendo i muscoli. In un certo senso l’attesa è finita, lo sgretolamento del sistema televisivo tradizionale inizia davvero.
Anche in Europa comincia la fase della post televisione, quella dell’ormai stucchevole
ritornello sui palinsesti personalizzati ad accesso libero multipiattaforma. Dall’alto dei
suoi incomparabili ricavi medi per utente
(otto volte quelli di Netflix e Hbo), Sky avrebbe poco da preoccuparsi, ma basta guardare
di cosa è fatto un canale come Sky Atlantic
per capire quanto pesano come produttori
Netflix (House of cards, Orange is the New
Black) e Hbo (True Detective, Boardwalk
Empire, Sopranos, Sex & the City, i prodotti
più conosciuti) anche per un colosso come
Sky. Rupert Murdoch deve aver pensato che
era arrivato il momento di muoversi.
Il 25 luglio scorso le agenzie annunciano
che la sua controllata 21stCenturyFox venderà al britannico BSkyB il 100% di Sky Italia e
il 57% di Sky Deutschland per una somma di
circa 8 miliardi di dollari di cui 7,5 in contanti
e il resto trasferendogli il 21% del National
Geographic Channel International in suo
possesso. Così nasce Sky Europe. Il meno
probabile degli entusiasti scommette sull’Europa in tempi di euroscetticismo galoppante. Il magnate australiano, risorto dalle
ceneri dello scandalo News of the World e dai
giudizi sferzanti del giudice Levinson
(«Mr.Murdoch is unfit to run a media company»), sarà anche inadatto, ma a 84 anni
suonati ha fatto la sua mossa.
Nasce dunque un colosso mondiale della
Pay Tv, con 20 milioni di abbonati e 12 mi-
Netflix ha aperto bottega
in Francia e a breve in Germania,
in Austria e in Svizzera. Non
ci vorrà molto che sbarchi anche
altrove. Forse addirittura in Italia
liardi di ricavi in essere, controllato al 100%
da BSkyB, cioè al 39,17% dalla stessa 21stCenturyFox. L’Anti-Trust dell’Unione europea ha già dato il suo benestare perché il nuovo soggetto non altera le condizioni di concorrenza sul mercato continentale. Difficile
quindi che si mettano di traverso le autorità
di controllo nazionali. Piuttosto avrebbero da
ridire gli azionisti di minoranza, che sono il
61% in BSkyB e il 43% in Sky Deutschland.
Vale la pena soffermarsi solo un momento
sulla composizione degli azionisti di Sky
Deutschland. La struttura azionaria di Sky
Deutschland Twenty-First Century Fox (già
News Corporation) controlla il 54,8% del capitale azionario. Il restante 45,2% è il flottante di cui fanno parte le quote attribuite al Ceo
Brian Sullivan (30 mila azioni) e a due membri del Supervisory Board, Stefan Jentzsch
(120 mila azioni) e Harald Rösch (circa 30
mila azioni). Altri investitori istituzionali con
quote rilevanti e relativi diritti di voto sono
Odey Asset Management LLP (8,94%) e
T.Rowe Price Group (3,01%). In effetti il
Consiglio di Amministrazione della compagnia tedesca non è soddisfatto della valutazione e ha invitato la minoranza a opporsi.
Ma è certo che la minoranza non cederà le
proprie quote, ma non si vede come possa impedire al socio di maggioranza di vendere le
sue.
Per quale motivo Rupert il Rosso (così era
soprannominato a Oxford quando da studente teneva un busto di Lenin sul comodino) cede il controllo assoluto in due paesi, per
uno di maggioranza relativa? Intanto perché
con quella stessa quota (39%) controlla da
sempre sia la pay tv satellitare inglese che la
corazzata multinazionale NewsCorp (e da un
anno anche la 21stCenturyFox nata per gemmazione, con in pancia le attività cine-televisive e i nuovi media). Miracoli della finanza.
D’altra parte le centinaia di migliaia di azionisti dei cinque gruppi hanno pochi titoli e
sono interessati agli utili e ai dividendi, non
al potere aziendale. Così come i soci istituzionali (banche d’affari e fondi pensione) che
hanno quote importanti, ma sono sempre
sotto il 20%. La somma dei tre operatori na-
ELENA DORFMAN / REDUX / CONTRASTO
ANTAGONISTI Sopra Reed Hastings,
fondatore e CEO di Netflix, nella sede
dell’azienda a Los Gatos, California.
A destra il magnate dell’editoria
Rupert Murdoch, proprietario di 21st
Century Fox, News Corp e BskyB
zionali ha un mercato potenziale di quasi 100
milioni di utenti, e applicando agli altri due i
parametri storici di BSkyB c’è spazio per crescere ancora del 20% arrivando a 40 milioni
di abbonati in pochi anni.
Con un ricavo medio annuo di oltre 700
euro per utente (che è quanto incassa
BSkyB), farebbero la bella cifra di 28 miliardi. BSkyB può effettuare un acquisto così impegnativo perché viene da tre anni di crescita
in tutti i segmenti da cui hanno origine i suoi
ricavi, che non sono solo televisivi. L’ultimo
bilancio chiuso a giugno presenta entrate per
7,6 miliardi di sterline (9,1 miliardi di euro)
in crescita del 7% sull’anno precedente, anche se entrambi i margini operativi sono in
calo, quello lordo dell’1,6% a 1,66 miliardi,
quello netto del 5,3% a 1,26 miliardi.
La crescita dei ricavi è il risultato di un aumento degli abbonati BSkyb (+ 342 mila il
numero più alto degli ultimi tre anni), di cui
246 mila ai servizi di televisione, che dopo un
periodo di calma piatta hanno ricominciato a
crescere raggiungendo quota 10,7 milioni.
Ma soprattutto di una maggior spesa per i
servizi di connessione digitale offerti dal
gruppo, dato che più della metà degli abbonati è ormai connessa in rete attraverso la telefonia Sky. Così sono aumentate di tre volte
le richieste per i servizi on demand e del 19%
quelle per la Tv in mobilità di Sky Go.
Anche la raccolta pubblicitaria (che pesa
meno del 9% sul totale ricavi) è cresciuta
grazie all’adozione di una tecnologia che
raggiunge in modo più preciso i target di
pubblico. Va bene anche NowTv, il nuovo
servizio Ott (cioè over-the-top) lanciato da
poco, mentre le scommesse online di Sky Bet
continuano a crescere. Dunque le risorse ci
sono, ma perché tanta fretta ? Naturalmente
si possono ipotizzare risparmi sui costi e sinergie sul piano produttivo, soprattutto nel
campo dei sempre più costosi diritti sportivi,
cinematografici e della fiction. Ma fintanto
che l’Europa è somma di paesi e non un unico territorio, questo tipo di diritti si declina
per mercati e canali nazionali e viene negoziato territorio per territorio. Così Sky compete con i vari Bt Vision, Mediaset e Deutsche Telekom. Tuttavia presentandosi con
un profilo multinazionale in grado di acquisire i diritti per tre paesi e mercati diversi il
suo potere negoziale sarebbe molto forte.
Soprattutto nel campo di sport meno popolari del calcio (come il rugby, l’hockey su
ghiaccio, il basket) dove le leghe potrebbero
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
INNOVAZIONI | 21
l SPETTATORI
cara amica Hbo ti scrivo,
perché non vuoi i miei soldi?
TakeMyMoney Home box office, è un
movimento d’opinione formato da alcuni
milioni di utenti che vorrebbero poter acquistare direttamente il pacchetto Hbo
(sette canali) senza essere costretti a pagare fino a 100 dollari al mese per abbonarsi ai servizi via cavo fatti di centinaia di
canali che a loro non interessano.
Il target-price proposto è $15 per abbonato, la stessa cifra che Hbo incassa al lordo
dalle cable-companies, ma che in questo
caso sarebbe praticamente netta.
Per ora Hbo nicchia, ma è probabile che
ci stia pensando perché il numero degli
l
abbonati americani non riesce a andare
oltre i 30 milioni, e il cordcutting sta diventando l’incubo di quella industria del
cavo che dopo aver raggiunto il 90% delle case statunitensi vede da anni calare il
numero degli abbonati che si spostano
su internet.
Hbo go è la tv ovunque del canale controllato dal gruppo Time Warner. È già attiva
negli Stati Uniti e adesso anche in 14 paesi
dell’Europa centrale e orientale. In Europa Hbo ha il suo quartier generale a Praga. Da qualche tempo sta sperimentando
anche l’uso del cloud per i servizi on-demand.
Per il momento è una estensione dell’abbonamento-cavo che consente di vedere i
canali Home box office su piattaforme diverse dal televisore tradizionale, anche in
mobilità.
Domani potrebbe diventare il suo principale canale di distribuzione. In che modo? Andando a cambiare in radice lo
schema delle finestre di esclusiva che ha
fin qui consentito di ottimizzare investimenti e ricavi nelle fiction, programmando al millimetro il licensing dei diritti fra
un canale e l’altro per ciascun paese-mercato. Si partirà dalla tv pay-per-view, poi
il noleggio home video, quindi l’acquisto
dvd e la pay-tv di base, per finire un paio
d’anni dopo con la tv generalista.
E ricominciare daccapo fino a esaurimento d’interesse.
della tv di domani. Integrando i servizi dei tre
operatori potrebbe lanciare una offerta quadruple-play (televisione + telefonia mobile +
internet + ott), partendo magari proprio dall’Italia dove non c’è concorrenza via cavo e lo
sviluppo della offerta Iptv è ancora debole.
Post Television insomma, ovvero non-solo-tv, di cui Murdoch è stato un pioniere fin
da quando si è messo a vendere scommesse
sulle dirette dello sport.
In questo modo Sky si rafforzerebbe anche
nei confronti dei nuovi entranti, che hanno
dimostrato di saper trasferire il loro modello
di business da un paese all’altro, sviluppando
rapidamente una dimensione operativa internazionale. Netflix corre veloce, perché la
rete glielo consente e perché deve occupare
più spazio di mercato possibile prima che il
punto debole del suo modello possa impensierire Wall Street. A otto dollari al mese si
fanno molti abbonati (più di 50 milioni in pochi anni, di cui oltre 15 milioni sono fuori dagli Stati uniti), ma il margine di guadagno è
risicato. Si rischia di non avere risorse sufficienti per acquisire altri diritti di film e serie o
per produrne in proprio in quantità sufficiente. Hbo ha meno fretta, sa come produrre
contenuti al top che è uno dei fattori strategici di questo business, guadagna molto (14
miliardi il suo fatturato 2013, metà dagli abbonamenti tramite reti-cavo e metà dalla gestione dei diritti televisivi) e può decidere
quando sarà il momento di andare da sola
over-the-top, tagliando il cordone con le pay
tv statunitensi .
Già, proprio Hbo, gallina dalle uova d’oro
di proprietà di Time Warner. Era probabilmente proprio Home box office la vera preda
a cui ambiva Rupert Murdoch quando a inizio estate di quest’anno ha offerto 80 miliardi
per tutto il gruppo. Per qualche settimana è
apparso evidente che l’operazione europea
andava vista in un quadro globale, dove il
Nasce Sky Europe. Il nuovo
assetto rafforza la posizione
competitiva del gruppo.
Lo streaming sposterà infatti
tutto il confronto sulla rete
DENIS ALLARD / REA / CONTRASTO
essere attirate da licenze multi-territoriali.
Così si muove già Fox Sports, il marchio
specializzato della casa, che ha acquistato per
più paesi i diritti di Bundesliga tedesca, Major League of Baseball e National Football
League americane. Peraltro Sky ha già ampiamente dimostrato di saper costruire e potenziare un brand sportivo attraverso la tv, e
potrebbe offrirsi come il partner strategico
che serve ai detentori dei diritti per gestire la
distribuzione degli eventi a livello mondiale.
Si pensi alla Premier League inglese, che ha
raggiunto la stratosferica valutazione di 2,2
miliardi di euro all’anno; ma anche all’investimento nel ciclismo fin dai tempi in cui a
capo del gruppo sedeva ancora il figlio del
magnate, James Murdoch (grande appassionato delle due ruote), sponsorizzando una
squadra (Team Sky) che negli ultimi anni ha
fatto moltissimo per diffondere questo sport
in Gran Bretagna e in tutta Europa, grazie
anche ai successi dei Wiggins e dei Froom.
Il nuovo business europeo si sposerebbe
bene con quello di Fox Sports negli Usa, in
Asia e Australia, e con Star Sports in India, fino a formare una piattaforma globale, magari in grado di acquisire gli eventi stessi. Anche
se molto costosi, come nel caso della Formula
Uno che pare sia davvero in vendita.
Ma al di là delle sinergie e dei risparmi sui
costi che può produrre, l’aspetto più interessante dell’operazione sta nel rafforzamento
della posizione competitiva di Sky sul fronte
gruppo guidato da Murdoch punta a rafforzare la capacità produttiva interna. Infatti è
appena stata confermata la decisione di
creare il più grande conglomerato di produzione al mondo che sarà guidato da una ex
manager di BSkyB. Il progetto infatti è di
fondere la Shire di Fox con Endemol e Chorus controllati dall’Apollo Fund. Con i sette
miliardi incassati Fox avrebbe potuto formulare un’offerta più allettante per gli azionisti di TimeWarner, ma per il momento ha
lasciato perdere.
Il colosso che ne deriverebbe non ha eguali
nel campo dei media in generale, ma in tempi
di post tv sarebbe solo un pari grado dei vari
Google o Apple o Amazon, e in prospettiva
degli alfieri della nuova televisione via internet a cui basta una rete a banda larga per
moltiplicare gli abbonati. E in Italia? Si va
avanti nella tradizione. Nuova stagione al via.
Vecchia televisione. Belle fiction marcate
Hbo o Netflix. Niente di rilevante da segnalare. Il Paese, come sappiamo è concentrato
su altro.
Rupert il rosso
il tycoon dei cinque continenti
con Move, News Corp punta
anche all’immobiliare
se Ecclestone decide
e si vende la Formula 1
È il Citizen Kane del nuovo millennio, cittadino australiano e americano, con NewsCorp opera in cinque continenti controllando
quotidiani (Wall Street Journal, NewYork Post, The Times, The
Sun), e case editrici (Harper Collins).
Con 21stCentury Fox controlla case di produzione cinetv via etere,
cavo e satellite negli Usa (Fox, Fox Tv Network, Fox Cable), in Gran
Bretagna (BSkyB), Germania (Sky Deutschland), Italia (Sky Italia) e in Asia (Star TV Network) e Australia. Nel 2009 l’impero sembrava sul punto di crollare travolto dallo scandalo delle intercettazioni illegali, corroborate da ricatti e ampio uso di corruzione, che il
suo settimanale News of the World, il più popolare e più venduto in
Gb utilizzava per costruire i suo servizi. Sottoposto a una inchiesta
pubblica affidata al giudice Levinson, Murdoch riuscì a cavarsela
sacrificando il figlio James e tutto il gruppo dirigente del giornale.
È l’ultima in ordine di tempo, la News Corp di Murdoch, compra Move, sito americano di inserzioni immobiliari. L’investimento è importante, 950 milioni di dollari in contanti.
«L'acquisizione accelererà l'espansione globale e digitale di News Corp» ha dichiarato il Ceo Robert Thomson, «Intendiamo
usare le nostre attraenti piattaforme mediatiche per alimentarne il traffico online e e dar vita al sito immobiliare di maggior
successo negli Stati Uniti».
News Corp è un azienda strategica, controlla in prevalenza quotidiani, periodici e case editrici. Move e' l'acquisizione più anomala in un periodo di forte espansione della società. Di recente
Murdoch ha acquisito anche Harlequin Enterprises, editore
molto noto in Usa per i romanzi rosa. Il costo: 415 milioni di
dollari.
Pronti via! Si parte. Oppure no. La Formula 1 non è in vendita
ma, se lo fosse, nessuno si stupirebbe. Le smentite si rincorrono
da almeno 4 anni, mentre Cvc Capital Partners – azionista di riferimento – ha passato l'estate a chiudere una operazione di rifinanziamento insieme ad altri soci. Cvc, la cui quota è oggi al
35,5% dopo avere avuto il 70%, è entrata nel business governato
dall'83enne Bernie Ecclestone nel 2005 mettendo 1 miliardo di
dollari e 2,5 miliardi di dollari di debito. È stata fin qui una corsa
d'oro: il gruppo ha realizzato più di cinque volte il capitale iniziale investito. Ma i soldi non bastano mai, soprattutto quando
le tribune di alcuni circuiti restano semivuote per il caro-biglietti e forse non solo per quello, ecco che la Formula 1 si preparerebbe a esordire in borsa. Ipotesi di cui si parla da un paio di
anni, ma che potrebbe avere un seguito concreto a Singapore.
CREDIT
pagina 99we |
22 | INNOVAZIONI
sabato 4 ottobre 2014
guardare i gamer giocare
è il business del futuro
e-Sport | 32 milioni di spettatori a torneo, la metà negli Usa. Sono i numeri
FILIPPO SANTELLI
da capogiro totalizzati dai videogiochi trasmessi gratuitamente in streaming.
n «Perché così tanti seguono i tornei di
videogiochi? Per lo stesso motivo per
cui si segue il calcio». L’incantesimo di
un elfo come una veronica di Messi. Il
colpo in testa di un cecchino come una
punizione di Pirlo. In fondo, provoca il
35enne Daniel Schmidhofer, quando
guardiamo le stelle del pallone e quelle
del joystick vediamo le stesse cose: preparazione, abilità, intuito. Per questo
Esl, la piattaforma di cui gestisce le operazioni in Italia, può definirla una Uefa
dei videogame: «Organizziamo tornei
online di tutti i livelli, dagli amatori ai
professionisti». Altro che passatempo
da ragazzini. In Corea gli e-sportivi sono da tempo miti nazionali, ora pure gli
Stati Uniti riservano loro visti agevolati
e borse di studio, come agli atleti che si
rispettano. Altro che sfide tra amici in
Un settore che adesso suscita gli appetiti di big come Google e Amazon
A sponsorizzare i tornei sono
marchi come Intel, Samsung,
Coca Cola, interessati ai
giovani che non seguono la tv
cantina. A Los Angeles, per l’ultimo
mondiale di League of Legends, gioco in
cui si sfidano due eserciti di orchi e mostruosità varie, c’era un pubblico di 18
mila persone. Mentre altre 32 milioni
seguivano in Rete.
Più spettatori che per le finali Nba.
Messa così, non sorprende che Amazon
abbia investito 970 milioni di dollari
per comprarsi Twitch, la piattaforma
numero uno al mondo per lo streaming
dei videogiochi. L’acquisizione più costosa della sua storia, chiusa lo scorso
agosto dopomesi in cui sembravaun affare già chiuso da Google. «Gli e-Sport
hanno raggiunto un’audience planetaria», scrivono gli analisti di SuperData
Research. Calcolano che 71 milioni di
persone, metà delle quali negli Stati
Uniti, guardano in Rete i tornei di Dota
2 e League of Legends, sfide a squadre in
mondi fantasy, o di Counter-Strike e
Call of Duty, simulatori militari in prima persona.
In Italia siamo indietro, un campetto
di provincia. Ma a livello globale le competizioni sono ormai mainstream. E
proprio grazie a Twitch, conferma Alessandro Avallone, 27 anni, il nostro gamer più forte: «L’e-Sport esiste da inizio anni 2000, diffuso soprattutto in
Corea e Scandinavia. L’esplosione, attorno al 2010». Proprio quando Justin
Kan e Emmett Shear, reduci dall’esperienza di Justin.tv, lanciavano la loro
LIONEL BONAVENTURE / AFP / GETTY IMAGES
IN DIRETTA Il pubblico di
League of Legends durante la
competizione internazionale
di gamers avvenuta a Parigi
nel maggio scorso
nuova piattaforma per trasmettere in
Rete, tutta dedicata ai videogiochi. Un
po’ Youtube, chiunque può aprire un
canale, partecipando ai ricavi pubblicitari. Un po’ Netflix, trasmissioni sempre accessibili. E pure un po’ Sky visto
che la passione degli spettatori, che in
media ci rimangono incollati per oltre
due ore, non è diversa da quella riservata agli sport tradizionali. All’ultimo
controllo 45 milioni di utenti: il 43% del
traffico streaming globale, il 2% del
movimento dati negli Usa.
«Quello che facciamo non è nuovo,
nuova è la partecipazione», dice Shear.
EROI E INCANTESIMI
n Difendere la propria fortezza, distruggere quella nemica.
Da una parte i Radiant, alleanza tra uomini, elfi, e divinità varie. Dall’altra i Dire, demoni e
non morti. A Dota, dell’americana Valve, si combatte a squadre, massimo cinque contro
cinque: ogni giocatore controlla un eroe con specifiche abilità
e incantesimi. Cresce di potere
durante la partita, uccidendo le
orde controllate dal computer,
fino al grande scontro finale.
Una sola mappa, da esplorare a
volo d’uccello, strategie sempre diverse. Simile anche League of Legends, della californiana Riot Games: entrambi
nascono da una costola del mitico fantasy World of Warcraft.
32 milioni - gli spettatori su
Twitch della finale 2013 della
League of Legends World
Championship, disputata a
Los Angeles.
Bara: Twitch è riuscita per prima ad assicurare una trasmissione stabile con
milioni di utenti connessi. Ma bara solo
in parte: «L’industria dei videogiochi
aveva tralasciato l’aspetto della comunità», dice Niccolò Maisto, 28 anni, ceo
di Faceit, startup inglese che ospita tornei online. «Il nostro canale su Twitch,
dove trasmettiamo le partite, è decisivo
per acquisire utenti». Anche gli editori
lo hanno capito. Aziende come Riot Games, Activision Blizzard e Valve hanno
investito nelle leghe professionali, finanziando tornei dai montepremi milionari che vanno tutti in streaming.
Perché è guardando i campioni, chattando con loro e gli altri appassionati,
che ci si fidelizza a un gioco. Decisivo,
specie per chi adotta il modello «free to
play»: il videogame è gratis, si paga per
avere accesso a personaggi, livelli o abilità speciali. In ritardo, pure i produtto-
ri di console stanno arrivando: le nuove
PlayStation 4 e Xbox One permetteranno di lanciare uno streaming su Twitch
senza passare dal Pc.
Legare il proprio marchio all’e-Sport
ora interessa a molti: «I gamer hanno
un profilo interessante per le aziende,
giovani tra i 14 e i 30 anni che parlano
due o tre lingue e spendono molto in
elettronica», spiega Schmidhofer. È
con loro che Samsung ha testato i propri
tablet, prima di lanciarli sul mercato. E
a loro Intel fa sperimentare i nuovi processori, quelli più potenti. Usandone
poi l’attivismo all’interno della comunità per innescare un passaparola: ogni
giocatore, in media, consiglia il prodotto preferito a sette persone diverse.
L’interesse di Red Bull, Coca Cola e
McDonald’s, sponsor di alcuni grandi
tornei, dice invece del grande seguito
dell’e-Sport. Non proprio alimenti da
DAGLI AI TERRORISTI! (O AI MILITARI!)
n La guerra in prima linea, in
prima persona. La versione
originale di Counter-Strike risale addirittura al 1999. L’ultima, Global Offensive, è stata
rilasciata da Valve ad agosto
del 2012. Dal coltello al lanciagranate passando per le infinite varietà del fucile mitragliatore: un arsenale infinito con
cui costruire il proprio Rambo. Diversi teatri di scontro e
modalità di gioco, tutti contro
tutti vince il più forte, a squadre conta la tattica. Milioni di
utenti pure per Call of Duty, la
chiamata alle armi firmata
Activision Blizzard. Stesso
mondo diviso in due: forze
speciali e terroristi, online vale
anche stare con i secondi.
1 milione di dollari - il
montepremi della passata edizione della Call of Duty Championship, uno dei tornei più
ricchi finora disputati.
sportivi, il loro tentativo è comunicare
con ragazzi che non guardano più la televisione. «Per la prima volta quello dei
gamer è considerato un segmento di
mercato specifico», sintetizza Maisto.
Anche per questo è probabile che Amazon non allargherà le trasmissioni di
Twitch oltre i videogiochi, rischierebbe
di snaturarla. Ne userà contenuti e tecnologia, lasciandola però indipendente: con questa garanzia, dicono le voci,
Jeff Bezos si sarebbe fatto preferire, come acquirente, a Google. Di certo, per
l’industria che fu di Super Mario, il pubblico che guarda sarà sempre più importante. Più ancora di chi tiene in mano il controller? «Non credo», conclude
Schmidhofer. «Le aziende alla fine
hanno bisogno che i ragazzi non si limitino a fare da spettatori, ma che giochino. No, in questo non sarà mai come il
calcio».
GUERRA GALATTICA
n XXVI secolo, tre razze combattono per dominare un remoto settore dell’universo: i
terrestri, gli insetti Zerg e gli
alieni umanoidi Protoss. In
Starcraft II, storico prodotto
della Blizzard, ogni giocatore
sceglie la sua civiltà: la visuale
sul campo di battaglia è quella
dall’alto, come in Dota, ma anziché un singolo personaggio
si controlla un intero esercito.
Lo si costruisce e comanda,
sulla base della struttura della
mappa e delle mosse degli avversari. Strategia in tempo
reale, da due a otto utenti che
giocano a squadre oppure tutti contro tutti. L’obiettivo,
manco a dirlo, non lasciare vivo nemmeno un nemico.
20 dollari - il costo del download di Starcraft, uno dei
motivi per cui sta perdendo
terreno rispetto ai giochi free
come League of Legends
sabato 4 ottobre 2014
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INNOVAZIONI | 23
un software apre
i Big Data a tutti
Hi-tech | Un’interfaccia consentirà anche
agli internauti meno esperti di analizzare in
tempo reale grandi quantità di dati complessi.
Lo ha messo a punto la californiana Adatao
ABITI STAMPATI Open Knit, la stampante 3d realizzata dallo spagnolo Gerard Rubio
CRISTIANA RAFFA
n Cosa facciamo noi per i Big
Data ormai lo abbiamo recepito
e quasi metabolizzato: li alimentiamo con scie di presenze nella
rete. I nostri click sono archiviati
e analizzati per renderci bersagli
definiti. Cosa possono fare invece i Big Data per noi semplici
utenti di internet e lavoratori è la
domanda che qualche illuminata startup comincia a porsi. Così
è nata nel 2012 Adatao, grazie alla scommessa di investitori che
hanno messo insieme un capitale di 13 milioni di dollari.
Il ceo e fondatore è Christopher Nguyen, nella direzione ingegneristica di Google dal 2006
al 2008. Adesso Adatao comincia a mettersi in gioco con un nucleo di primi utilizzatori che po-
tranno trasportare i Big Data
nella loro fase 2.0: una relazione
interattiva tra utente e web.
Nguyen ha spiegato che il sistema è composto da due strumenti. Uno, pAnalytics, per i cosid-
Il sistema è pensato per
fare collaborare utenti
comuni e smanettoni.
E creare così forme
d’intelligenza collettiva
detti geek, gli smanettoni digitali, e l’altro, pInsights, per gli
utenti comuni che hanno bisogno di elaborare dati per ricerche personali o di lavoro. Si tratta di un’interfaccia SmartQuery
OPEN DATA Grandi quantità di dati diventano accessibili
CONTRASTO
in grado di comprendere il linguaggio naturale e un sistema
costruito con Apache Spark,
adatto per essere facilmente
usato da chi ha familiarità con
strumenti come R, Python, SQL
e Java.
Per aziende o gruppi di interesse i Big Data potrebbero rappresentare un’infinita mole di
opportunità, ma trovare analisti
in grado di estrapolarli, analizzarli e tradurli in grafici, diagrammi e strumenti comprensibili, è un impegno oneroso di
complessa esecuzione. Il sistema messo a punto da Adatao è
pensato per mettere in collaborazione esperti e utenti, gli uni
hanno bisogno degli altri, e più si
elaborano dati su tutto lo scibile
connesso – magari in tempo reale – più aumentano le conoscenze che l’azienda può archiviare e
offrire come servizi. In definitiva
l’obiettivo dichiarato di Adatao è
quello di porre l’intelligenza
umana e quella delle macchine
da calcolo in una proficua relazione reciproca in grado di alimentare un crescendo di opportunità per gli utenti. Per fare un
esempio: un impiegato del trasporto aereo potrebbe chiedere
ad Adatao un rapporto sui ritardi dei voli negli ultimi 20 anni. In
3 secondi il sistema potrebbe
analizzare 124 milioni di righe su
29 colonne di dati contenuti nei
servizi di Amazon e fornire risposte divise per settimane, mesi, anni e cause degli intoppi. Si
aprono dunque scenari interessanti al servizio dei cittadini, delle amministrazioni pubbliche o
dell’informazione. E una non
trascurabile rivincita degli smanettoni al servizio dei naviganti.
@cristianaraffa
vestiti fatti in casa
basta la stampante 3D
Maker | Un programma open source collegato a un
telaio a basso costo apre la strada alla moda fai-da-te.
L’intuizione di un giovane designer di Barcellona
n «Questa stampante 3D in
un’ora può produrre un maglione pronto per essere indossato. Può farlo grazie a un file
digitale connesso all’hardware
Arduino. Niente di tutto ciò sarebbe possibile con un telaio
tradizionale». A immaginare e
realizzare Open Knit, una piccola rivoluzione a basso budget
per la moda fai-da-te, è stato il
giovane designer spagnolo Gerard Rubio. Il suo intento, spiega a pagina99, era di innovare
il mondo dell’autoproduzione,
rendendo disponibile uno strumento creativo totalmente personalizzabile. «Si tratta di un
progetto open-source», precisa, «sul nostro sito si trovano
tutte le istruzione per costruire
la stampante grazie a un kit
non costoso. Sono liberi anche i
software che permettono di
scegliere i modelli da realizzare».
La stampante, che pesa solo
5 chili, si può trasportare ovunque; 500 dollari il prezzo per
ricevere a casa le parti necessarie a costruirla. Le grandi
aziende hanno macchine enormi che funzionano come Open
Knit, ma nessuno finora ne
aveva realizzata una così piccola ed economica. Si erano visti
fenomeni di hacking dei telai
tradizionali, più che altro mo-
500 dollari il costo
dei pezzi necessari
a montare la macchina,
che è trasportabile
difiche artigianali di macchine
esistenti.
«Penso che se si moltiplicassero progetti come questo», afferma Rubio, «se diventasse
sempre più semplice farsi i vestiti in casa in base al proprio
gusto e con i materiali di partenza scelti personalmente, si
INTERNET
in Sudafrica il wi-fi
arriva con le lattine
n Piazze digitali in arrivo anche
in Sudafrica grazie al wi-fi che
Coca-Cola e BT porteranno in alcune aree rurali, ancora digitalmente divise. L’hot spot pubblico
e gratuito sarà installato nei distributori di bevande griffati dalla multinazionale di Atlanta; l’operatore telefonico britannico si
occuperà invece di portare la connessione internet senza fili.
Per utilizzare il servizio non sarà necessario né pagare né consumare una bibita, basterà sempli-
cemente entrare nei dieci metri
circa del raggio di azione dell’hot
spot. I centri prescelti per l’avvio
di questa iniziativa sono a Qunu,
il villaggio in cui nacque Nelson
Mandela, nella regione di Mthatha (provincia orientale del Capo
di Buona Speranza) e Nelspruit,
il capoluogo della provincia di
Mpumalanga nel nordest del
Paese.
Con il fine di essere utilizzabili
dalla maggior parte degli utenti
sudafricani i distributori sono
stati installati in prossimità di
aree densamente popolate, uno
vicino a un parcheggio di taxi,
l’altro in un centro commerciale.
Prossimamente altri punti di accesso saranno accesi in altre località che presentano le stesse caratteristiche delle prime due.
Nei comunicati diramati da
BT l’entusiasmo prende un po’ la
mano e si arriva a immaginare
che intorno alle macchinette delle bibite si raccolgano gli studenti
per fare i compiti. Nei commenti
alla notizia riportata dalla stampa Usa invece si levano critiche, a
volte anche molto aspre, contro il
progetto colpevole di diversi misfatti: associare un diritto (di
connessione) a uno (anzi due) loghi; indurre gli avventori del wi-fi
OLI SCARFF / GETTY IMAGES
a cadere nella tentazione di consumare una bevanda molto zuccherata e gassata; e infine di irradiare i cittadini africani con onde
elettromagnetiche molto pericolose (le stesse sotto cui vive chi ha
commentato sul web la notizia).
Sebbene non del tutto prive di
fondamento, le critiche sembrano eccessive. Sarà interessante
sentire cosa ne pensano anche i
diretti interessati, che da oggi
hanno la possibilità di dire la loro
anche online.
potrebbe davvero incidere nel
mercato spietato e inquinante
della moda». E non serve essere una maglierista, non serve
saper usare ferri da calza o da
uncinetto, non c’è bisogno di
cucire tra loro le parti.
Tra l'altro, a differenza dei
materiali ricaricabili che normalmente si inseriscono nelle
stampanti 3D per produrre oggetti, la maglieria è una base
che si trova in abbondanza sul
mercato, con diverse composizioni di tessuti, colori e fantasie, a prezzi di ogni sorta, dal
super commerciale all’extra
lusso.
Progetti come quello di Gerard si mettono in mostra nelle
fiere dei maker digitali, dove è
possibile che il seme di un’idea
trovi impianto in sistemi digitali che realizzano oggetti veri
utili a cambiare la vita delle
persone. E poi viaggiano online
se vengono ripresi dai blog specializzati, se, come ha fatto lui,
si trova un modo per raccontare una storia di innovazione
che cresce e cambia giorno per
giorno attraverso video, interviste e grafiche. In questo modo realizzare in casa cappellini,
sciarpe, maglie, guanti e vestiti,
può diventare un modo di vivere alternativo al mercato di
massa, uno stile prosumer che
strizza l’occhio al non convenzionale.
«Da quando ho pubblicato
in rete la mia idea mi hanno
scritto da ogni parte del mondo
per acquistare la macchina o
per capire come poter utilizzare le mie istruzioni da applicare
ad altre stampanti 3D», spiega
Rubio, felice di aver centrato
l’obiettivo. «Serve una certa di
dedizione iniziale e un piccolo
sforzo per capire come funziona, ma poi basta davvero un
click per trasformarsi in sarti
digitali».
GDP
C.R.
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24 | IDEE
sabato 4 ottobre 2014
minoranza etnica
specie a rischio estinzione
u ALBUM FOTOGRAFICO DEL WEEKEND
EUROPA Esistono minoranze etniche, nel vecchio
continente, che rischiano l’estinzione culturale. Decine di
popoli che, sparsi a macchia di leopardo sulla cartina
geografica d’Europa, condividono una stessa lingua, cultura,
tradizioni da centinaia di anni. E sono oggi in pericolo.
The Oblivio Project, progetto fotografico del pescarese
Stefano Marzoli, racconta per immagini la vita di tutti i giorni
di queste persone, sospesa tra le vicende
del quotidiano e l’angoscia di un progressivo sradicamento
culturale. Assimilazione forzata, povertà, emigrazione
in paesi più ricchi e persecuzione politica sono alla base
di un processo di perdita della propria identità che costringe
queste genti ad abbandonarsi alla cultura dominante. Ci
sono gli csángó, un’antica popolazione ungherese di
religione cattolica che rischia l‘estinzione nella moderna
Romania ortodossa. Poi gli arbëreshë, anche detti albanesi
d'Italia, minoranza etno-linguistica stanziata storicamente
nel mezzogiorno. I gorani, un gruppo etnico di ceppo slavo e
di religione musulmana che vive nella zona montuosa
di Gora, compresa tra il Kosovo, l’Albania e la Repubblica
di Macedonia. Infine i sami, più conosciuti come lapponi, una
popolazione di circa 75.000 persone stanziata nella parte
settentrionale della Fennoscandia, in un'area
da loro chiamata Sápmi, che si estende dalla penisola di Kola
fino alla Norvegia centrale. Il lavoro di Marzoli verrà
presentato nell’ambito della rassegna Si Fest#23, il primo
Festival di fotografia in Italia per nascita, che inaugurerà tra il
3 e il 5 ottobre a Savignano sul Rubicone, in provincia di Forlì.
Kosovo
I gorani sono una minoranza
etnica di fede islamica che
parla un dialetto slavo del
sud, chiamato Našinski.
L’etnonimo Gorani, che
significa “uomo di
montagna”,
deriva dal toponimo slavo
gora, che indica la
montagna. La situazione di
instabilità e i problemi
economici
dell’area hanno spinto molti
gorani a lasciare il Kosovo.
Alcuni sostengono di essere
Italia
Gli arbëreshë, qui ritratti a Santa
Sofia d’Epiro, sono una
minoranza etnico-linguistica
albanese che abita in diverse aree
dell’Italia meridionale.
Nella seconda metà del XV secolo
i turchi ottomani si lanciarono alla
conquista dell’Albania e di tutto
l’impero bizantino, dando avvio a
ondate di migrazioni durate fino
al XVIII secolo.
Le comunità arbëreshë
manifestano la chiara
consapevolezza di appartenere a
uno specifico gruppo etnico, con
una cultura peculiare e
gelosamente conservata.
La lingua arberica, l'arbërisht,
è un’antica variante del tosco,
dialetto albanese parlato nel sud
dell'Albania.
In basso, battesimo celebrato
secondo il rito tradizionale
bizantino.
A destra Riccardo, giovane
carabiniere con il tatuaggio
dell’aquila bicipite, emblema
dell’eroe nazionale albanese
Skanderbeg
stati minacciati e
discriminati dalla
maggioranza albanese.
L’amministrazione ONU
in Kosovo, l’UNMIK,
ha ridisegnato i confini
interni della provincia e
oggi non esiste più un
comune a maggioranza
gorana.
Sopra, l’imam richiama
i fedeli alla preghiera del
pomeriggio nella moschea
a Slipotok.
A sinistra, ritratto di un
cacciatore con i suoi trofei
presso Donja Rapca, nella
regione di Gora
sabato 4 ottobre 2014
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IDEE | 25
Romania
Gli csángó ritratti a Ciucani,
piccolo villaggio nella
contea di Bacau. Eredi della
conquista magiara della
Moldavia romena nel
Medioevo, gli csángó
hanno
conservato una lingua che,
pur influenzata da tratti
slavi e romeni, si presenta
come una sorta di
ungherese
arcaico. Una minoranza
perseguitata più volte
sull’orlo della scomparsa. Il
territorio
abitato oggi dagli csángó è
sempre stato la porta
d'oriente per gli Europei.
Qui passa la grande steppa
eurasiatica che - come una
grande autostrada di
popoli e culture - collega la
Cina alla Pianura
Ungherese.
Una situazione che
potrebbe cambiare se agli
csángó venisse
riconosciuta la piena
cittadinanza, il diritto di
usare liberamente la loro
lingua e di esprimere la loro
cultura.
In alto a sinistra, un pastore
intento in una chiamata con
il cellulare. A destra, un
cavallo si gratta la schiena.
In basso, bambini in abito
tradizionale nella stanza
computer della
Fondazione Csángó
Russia
I lapponi, nome con cui viene
tradizionalmente indicata la
popolazione sami, risiedono in
una regione che interseca
i confini di Norvegia, Svezia,
Finlandia e Russia.
Pur facendo parte di una
comunità consapevole della
propria identità culturale e
linguistica, i sami non hanno mai
avuto né preteso un’autonomia
politica completa.
Tuttavia, sono riusciti a non
soccombere a un processo di
totale assimilazione. I governi di
Svezia, Norvegia e Finlandia si
sono impegnati in politiche di
tutela dell’identità Sami
successivamente al secondo
conflitto mondiale.
In alto, un falegname trascina
corna d’alce, Lovozero (Russia).
A destra, ritratto di donna
anziana in abiti tradizionali
all’interno della sua casa
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26 | IDEE
sabato 4 ottobre 2014
GIULIANO BATTISTON
n KABUL. «Non accettiamo
più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi
dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in
Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le
useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director
dell’agenzia
giornalistica
France Presse, uno dei colossi
dell’informazione
globale,
l’uccisione e il rapimento di
giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare
l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la
preoccupazione per la dignità
delle vittime. Affidata al sito
della France Presse, la presa di
posizione di Léridon, lo scorso
17 settembre, suona tardiva e
un po’ tartufesca, ma rimane
significativa. Perché proviene
I freelance soddisfano
le esigenze compulsive
dei media, un settore
capitalistico come altri
dall’interno di un’agenzia che
per sua stessa natura alimenta
la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.
Che Léridon parli soprattutto di giornalisti freelance
non deve sorprendere. C’è una
ragione contingente: James
Foley, il reporter statunitense
sgozzato il 19 agosto da un militante dello Stato islamico,
era un freelance, collaboratore abituale di France Presse. E
c’è una ragione strutturale:
l’informazione è un settore capitalistico come gli altri, deve
produrre profitti, occupare in
modo parassitario sempre
nuove terre vergini, sfruttarle
e poi spostarsi altrove, costruire o rilanciare califfi sempre
nuovi, più barbuti e sanguinari dei precedenti. I freelance
soddisfano queste esigenze
compulsive.
Professionisti
specializzati ma duttili, in forte competizione tra loro, flessibili/precari, affrontano quei
rischi che i “protetti” non possono o non vogliono più assumersi. Valigia alla mano,
mentre gli inviati si raccomandano con la segretaria di
redazione sull’albergo in cui
alloggiare, i freelance sono già
sul campo. Nessuno li invia.
Sul fronte di guerra, vanno per
conto proprio.
È passato molto tempo da
quando le guerre erano dominio pressoché esclusivo di pochi inviati, ammirati dai lettori, coccolati dagli editori e
spesso contesi a suon di denaro sonante: «Salpo oggi per
Yokohama. Parto per Hearst.
Avrei potuto andare per l’Harper o per il Collier oppure per il
New York Herald – ma Hearst
mi ha fatto l’offerta migliore».
È il 7 gennaio 1904, Jack London scrive all’amico e poeta
Cloudesley Johns. Quell’Hearst a cui si riferisce London – che l’anno precedente
aveva pubblicato Il richiamo
della foresta e Il popolo degli
abissi, inchiesta esemplare
nel quartiere operaio londine-
il reporter vittima
del feticismo del conflitto
Giornalismo | Un tempo al fronte inviavano i cinici , ora
prevalgono gli empatici. Entrambi prigionieri dell’idea che la
violenza fisica sia l’unica lente per narrare un Paese in guerra
se di East End – non è altri che
William Randolph Hearst,
«magnate dell’editoria e della
comunicazione americana nei
primi anni del Novecento, che
avrebbe fornito poi il modello
per il megalomane Citizen
Kane di Orson Wells», nota
Cristiano Spila nell’introduzione a Jack London. Corrispondenze di guerra (Nova
Delphi 2013). A ventotto anni
Jack London è una firma riconosciuta. Il 7 gennaio 1904,
accettando l’offerta del proprietario del San Francisco
Examiner, si imbarca sul piroscafo ‘Siberia’ alla volta del
Giappone, per poi raggiungere la Corea e seguire il conflitto
tra Russia e Giappone. Più che
per necessità economiche,
parte per inseguire quell’intreccio inedito tra azione e
scrittura, avventura e narrazione che solo la guerra può offrirgli. Come ricorda Clotilde
Bertoni in Letteratura e giornalismo (Carocci 2009), tra la
fine dell’Ottocento e la prima
metà del Novecento quell’intreccio avrebbe attratto sui
fronti di guerra grandi nomi
della letteratura, da Stephen
Crane a John Steinbeck, da
John Dos Passos a George Orwell, da André Malraux fino
allo scrittore-reporter per antonomasia, Ernest Hemingway.
Nelle sue corrispondenze,
Jack London lo ammette. È
stato mosso da suggestioni
letterarie e dal desiderio di un
contatto con la realtà più incandescente, più vera: la guerra. «Mi ricordavo delle descrizioni di Stephen Crane sotto il
fuoco a Cuba», scrive. «Avevo
sentito – oddio, cos’è che non
ho sentito! – di corrispondenti
di ogni livello e condizione
proprio nel bel mezzo di battaglie e schermaglie di ogni tipo,
dove la vita era intensa e si vivevano momenti immortali».
Rimarrà deluso: «Sono venuto in guerra aspettando di provare fremiti. I miei soli fremiti
sono stati quelli di indignazione e irritazione» ammette. È il
crollo dell’ambiguo ideale romantico della bellezza della
guerra, già demistificato cin-
quant’anni prima da Tolstoj
con le storie poi raccolte ne I
racconti di Sebastopoli (Garzanti 2014). Ma è anche un artificio letterario, di cui si sarebbe dimostrato maestro indiscusso proprio Hemingway.
Quello di fluttuare tra autocompiacimento e autoironia,
di enfatizzare e dissacrare allo
stesso tempo la figura del reporter. Che diventa tanto più
un personaggio credibile e vicino al lettore quanto più revoca la sua posizione di osservatore onnisciente, tanto più
coraggioso quanto più ammette limiti, debolezze e passi
falsi.
Nella sua prima corrispondenza, inviata il 3 febbraio
1904, Jack London riferisce di
essere stato scambiato per una
spia. Si trova a Nagasaki, dove
aspetta di imbarcarsi per Chemulpo, in Corea. Scatta alcune
foto ai facchini per strada. Finisce al comando militare
giapponese. «Mi sono ritrova-
sabato 4 ottobre 2014
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IDEE | 27
è rimasto inevaso. Tranne rare
eccezioni – quella di Kapuscinski appunto - vecchi cinici
coraggiosi e nuovi empatici
sono spesso due espressioni
della stessa, vecchia patologia
del giornalismo di guerra: il
feticismo del conflitto.
L’idea che la violenza - la
violenza fisica, non quella storica, politica, economica, sociale, ideologica, culturale sia l’unica lente per raccontare
Herr sostiene che in
guerra sei responsabile
di ciò che vedi come
di tutto ciò che fai
PHILIP JONES GRIFFITHS / MAGNUM PHOTOS / CONTRASTO
PHILIP JONES GRIFFITHS / MAGNUM PHOTOS / CONTRASTO
to in una selva di uniformi blu,
tra spade e bottoni dorati […]
All’inizio fu tutto molto comico – “ottimo”, ho pensato,
“passare un po’ di tempo prima di partire col vaporetto”.
Quando, però, sono stato portato in una stanza al piano superiore e le ore scorrevano, ho
pensato che era una cosa seria».
L’artificio di giocare sul
proprio status, di celebrarsi e
allo stesso tempo denigrarsi,
finirà con l’essere adottato da
quasi tutti i corrispondenti di
guerra consapevoli, mossi da
ambizioni letterarie o dal desi-
ALEX MAJOLI / MAGNUM PHOTOS / CONTRASTO
derio di fare «giornalismo intenzionale» (la definizione è
del polacco Kapuscinski, ne Il
cinico non è adatto a questo
mestiere, nuova edizione e/o
2011, a cura di Maria Nadotti).
Lo dimostra Michael Herr,
l’autore di Dispacci (Bur
2008), un libro fondamentale, forse il più onesto, nell’ampia letteratura sulla guerra del
Vietnam. «Potrei lasciarvi
continuare a credere che eravamo tutti coraggiosi, spiritosi, affascinanti e vagamente
tragici, che eravamo come un
insuperabile commando di arditi, un formidabile squadro-
ne, il Terribile Chi, amanti del
pericolo», scrive Herr. «Potrei
usare anch’io questa favola, ne
verrebbe senz’altro un film più
carino, ma tutto questo discorso su di noi, tanto come
soggetti quanto come oggetti,
va rivisto e corretto».
A quasi quarant’anni di distanza dalla pubblicazione di
Dispacci, con l’emergere delle
nuove guerre che coinvolgono
i civili più che i soldati, accanto alla categoria dei reporter
coraggiosi e arditi si è affermata e consolidata quella degli empatici: «Le persone cattive non possono essere dei
bravi giornalisti. Se si è una
buona persona si può tentare
di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro
tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino.
È una qualità che in psicologia
viene chiamata empatia»,
scrive Kapuscinski.
Ma l’ingresso sulla scena
degli empatici non ha cambiato le cose. L’invito di Michael
Herr a rinunciare alla favola
del reporter di guerra, chiarendone e correggendone
compiti, strumenti e obiettivi
FOTOREPORTER
Da sinistra, un Viet
Cong assiste una
civile ferita; soldati
americani
soccorrono un Viet
Cong durante la
battaglia di Saigon,
Vietnam, 1968. In
basso a destra, una
protesta di donne
siriane a Damasco,
2003
un Paese in guerra. I cinici e
coraggiosi ne sono attratti.
Pasteggiano parlando di sangue incrostato e tibie umane
morsicate da cani randagi, osservano con perizia da chirurghi braccia amputate e gambe
saltate per aria. Gli empatici la
denunciano: per loro le vittime di guerra non sono numeri, ma persone. Nome, cognome, età, relazioni famigliari,
vicende passate e sogni futuri
interrotti. Spetta a loro, ricostruire la storia di una vita, restituirgli dignità, conferirgli
quell’integrità che la violenza
insensata della guerra ha
spezzato.
Per i cinici la violenza è un
elemento inevitabile del mondo, per gli empatici una rottura dell’ordine naturale delle
cose che può essere esorcizzata con la narrazione. Per entrambi, si dimostra un limite,
una forma di miopia. Perché
finiscono per vedere solo la
violenza. Dimenticando che la
guerra è storia e politica sedimentate. E scordando di interrogarsi sul voyeurismo predatorio di ogni forma di giornalismo, sul proprio ruolo,
sulle proprie responsabilità.
Michael Herr solleva interrogativi ancora urgenti e attuali, quando racconta le ragioni che lo condussero in
Vietnam: «Ci andai con la
convinzione, grossolana ma
seria, che si deve essere capaci
di guardare qualsiasi cosa, seria perché agii di conseguenza
e partii, grossolana perché
non sapevo, ci volle la guerra
per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi».
PERCORSI DI LETTURA
dalla Crimea di Russell
all’Afghanistan di Gopal
n Anche per Oliviero Bergamini, autore di Specchi di guerra. Giornalismo e
conflitti armati da Napoleone a oggi
(Laterza 2009), il giornalista che ha
inaugurato la storia dei corrispondenti
di guerra è William H. Russell, inviato
nel 1854 dal Times al seguito del corpo
di spedizione inglese nella guerra di
Crimea contro la Russia.
La vita di Russell – nato a Dublino
nel 1820, amico degli scrittori Charles
Dickens e William Thackeray – è stata
raccontata da Alan Hankinson in Man
of Wars: William Howard Russell of
the Times of London (Heineman
1982), mentre le sue corrispondenze
sono state raccolte da Nicholas Bentley
in Despatches from the Crimea
1854-1856 (Panther 1966). E sulla storia del giornalismo di guerra, rimane
utile I reporter di guerra: storia di un
giornalismo difficile da Hemingway a
Internet, di Mimmo Candito (Baldini e
Castoldi 2002).
Alle domande fondamentali – «A cosa servono i corrispondenti di guerra?
Cosa ci si aspetta da loro? Chi crede ancora in loro?» - cerca di rispondere invece Phillip Knightley nell’ormai classico The First Casualty: The War Correspondent as Hero and Myth-Maker
from the Crimea to Iraq (versione aggiornata, Johns Hopkins University
Press 2004).
Oltre agli studi storici e critici, è ampia la pubblicistica di giornalisti e
scrittori su conflitti specifici. Sulla
guerra in Vietnam, si può leggere Reporting Vietnam. American Journalism (due volumi, 1959/1969 e
1969/1975, a cura di Milton J. Bates,
The Library of America 1998), l’ottimo
Fire in the Lake. The Vietnamese and
the Americans in Vietnam, della giornalista Frances Fitzgerald (Back Bay
1972), e il dossier su “Literature and
the Vietnam War” apparso nell’estate
del 2010 per la rivista Dissent.
Ci sono libri utili per comprendere
anche i conflitti più recenti: sulla guerra al terrorismo, è fondamentale Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre, di Lawrence Wright
(Adelphi 2007), insieme ad American
Ground, di William Langewiesche
(Adelphi 2003), autore che si è occupato della guerra irachena in Regole d’ingaggio (Adelphi 2007) e di nuovi e vecchi strumenti di guerra in Esecuzioni a
distanza (Adelphi 2011).
Finora, il testo più ambizioso e completo sul conflitto in Afghanistan è
quello di Anand Gopal, No Good Men
Among the Living: America, the Taliban and the War through Afghan Eyes
(Metropolitan Books 2014), mentre
tra i giornalisti embedded si distingue
Sebastian Junger, autore di War (Sperling & Kupfer 2011).
Sul conflitto in corso in Siria, sono
disponibili due libri recenti di giornaliste italiane, La guerra dentro, di Francesca Borri (Bompiani) e Come vuoi
morire? Rapita nella Siria in guerra,
di Susan Dabbous (Castelvecchi),
scritti con onestà e impegno ma entrambi troppo schiacciati sull’attualità.
Per recuperare il senso della guerra
come combinazione di storia e politica,
c’è Robert Fisk e il suo Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra
inglese racconta cent’anni di invasioni,
tragedie e tradimenti (Il Saggiatore,
nuova edizione 2009).
G.S.
pagina 99we |
28 | IDEE
sabato 4 ottobre 2014
Sessanta si trattò di decidere sull’apertura del centro, tutti i grandi del mondo
si schierarono contro, con un’inedita
convergenza tra Stati Uniti e Unione
Sovietica. Le due potenze erano divise
su tutto, ma concordavano nel non voler sostenere Trieste come porto franco
scientifico per la rinascita economica
dei Paesi del Terzo Mondo attraverso la
ricerca pura. Per i detrattori si trattava
di un progetto folle e visionario che però
incontrò il sostegno determinante dell’ambasciatore Egidio Ortona e sopra-
L’istituto è un significativo
strumento di politica estera.
E ora anche Cina e Brasile
vogliono copiarne il modello
POLO D’ECCELLENZA Il Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam (International Centre for Theoretical Physics, ICTP) a Trieste, località Miramare
ICTP
il porto franco triestino
della fisica dell’altro mondo
Ricerca | Fondato durante la guerra fredda dal Nobel Salam, l’Ictp continua
ad attrarre i migliori cervelli dei Paesi in via di sviluppo. Ora compie 50 anni
NICO PITRELLI
n TRIESTE. Cinquant’anni fa nasceva
nel pieno della guerra fredda a Trieste
un istituto scientifico unico al mondo:
un centro di ricerca pura pensato per
permettere ai Paesi in via di sviluppo di
svolgere attività scientifica d’eccellenza. La sua storia è celebrata in questi
giorni in un convegno a cui partecipano
fra gli altri premi Nobel per la fisica,
medaglie Fields per la matematica e il
direttore generale dell’Unesco. Ma il
Centro internazionale di fisica teorica
(Ictp) Abdus Salam ha avuto origine in
un contesto culturale e geopolitico che
non esiste più ed è lecito chiedersi quale
sia il senso della sua mission oggi.
L’Ictp è il solo istituto scientifico al
mondo su cui sventola la bandiera dell’Onu. Il suo fondatore, il pakistano
Abdus Salam, a cui è intitolato il centro
dal 1996, è stato finora l’unico scienziato di origine islamica ad aver vinto
un premio Nobel per la fisica. Fortemente voluto negli anni Sessanta del
secolo scorso dall’allora ministro degli
Esteri Giulio Andreotti, l’Ictp è tuttora
ampiamente sostenuto dal governo
italiano con un contributo attuale di
20,5 milioni di euro all’anno, pari
all’85% circa del budget complessivo.
Un ottimo investimento, a leggere i
numeri. Solo nel 2013, l’istituto è stato
frequentato da quasi seimila studenti e
ricercatori provenienti da 139 nazioni,
soprattutto da Paesi in via di sviluppo,
in primis Algeria, Nigeria, Egitto, fino a
Costa Rica, Ecuador, Guatemala, di cui
il 23% sono donne. In cinquant’anni di
vita il centro è stato teatro di più di 140
mila visite (così vengono definiti i periodi di permanenza di studenti e ricercatori stranieri) soprattutto da Paesi
poveri, con una produzione scientifica
costante e di livello internazionale.
Una delle caratteristiche peculiari
del modello organizzativo dell’Ictp è favorire il ritorno dei visitatori nei Paesi
d’origine dopo il periodo di permanenza a Trieste. L’obiettivo è raggiunto attraverso una serie di programmi che, da
una parte, permettono di mantenere un
legame duraturo col centro triestino,
dall’altra di promuovere progetti scientifici legati ai bisogni specifici del territorio di provenienza.
Uno dei più consolidati è l’Associateship Scheme, grazie al quale vengono
stabiliti rapporti di lungo termine con i
singoli ricercatori. Attraverso il Federation Arrangement Scheme, le istituzioni dei Paesi in via di sviluppo posso-
no invece mandare a Trieste i loro
scienziati, di età inferiore ai 40 anni, per
visite comprese fra i 60 e i 150 giorni,
per un periodo complessivo di tre anni,
durante il quale i partecipanti svolgono
varie attività formative e di ricerca. In
questo caso le spese sono condivise.
I successi dell’Ictp sono stati raggiunti anche grazie alla capacità, negli
Il progetto fu osteggiato da
Usa e Urss che lo reputavano
folle e visionario. Alla fine
passò grazie ad Andreotti
anni, di mutare pelle sia negli interessi
di ricerca, perché alla fisica pura si sono
aggiunti altri ambiti disciplinari, come
la fisica del tempo e del clima, la geofisica dei terremoti o la computer science,
sia sul piano strategico-istituzionale.
«I profondi cambiamenti geopolitici
accaduti dal 1964 a oggi», spiega a pagina99 Sandro Scandolo, senior scientist
e delegato dell’Ictp per le relazioni con
l’Italia, «hanno modificato il rapporto
con diversi Paesi che una volta riceveva-
no il nostro supporto. Nazioni come la
Cina e il Brasile, diventate forze trainanti della ricerca internazionale, hanno sempre meno bisogno dei servizi tradizionali del nostro istituto, ma continuano a chiederci aiuto perché vogliono fare nel loro Paese quello che abbiamo fatto a Trieste. Da diretti beneficiari
sono diventati partner: per questo credo che il modello organizzativo originale sostenuto dai fondatori dell’Ictp abbia vinto».
Nella visione del già citato Salam e
del fisico triestino Paolo Budinich, i due
artefici del Trieste Experiment, come lo
definì all’epoca il New York Times, c’era
un progetto inedito di sostegno ai Paesi
poveri attraverso la scienza. Non semplicemente un centro d’attrazione per i
ricercatori di Paesi in via di sviluppo,
ma un investimento di lungo termine
sul capitale umano: l’Ictp doveva essere
un necessario luogo di formazione, ma
di passaggio, per chi poi sarebbe ritornato in patria per assumere ruoli di leadership scientifica. Un approccio molto diverso da quello seguito da grandi
istituzioni come il Mit di Boston o il College de France di Parigi, dove sapevano
bene che la “fuga dei cervelli” conveniva
soprattutto se unidirezionale.
Non a caso, quando nei primi anni
tutto dell’allora ministro degli Esteri
Giulio Andreotti.
Iniziò una lunga battaglia diplomatica che, come spiega Pietro Greco nel
libro Buongiorno prof. Budinich, edito
da Bompiani nel 2007, trovava le sue
ragioni in motivi che andavano al di là
della scienza. In particolare, il nostro
Paese dopo aver perso la guerra aveva
bisogno di recuperare lo status di potenza sviluppata e per questo voleva
mostrarsi come nazione donatrice. Ed è
proprio la generosità del finanziamento garantito dal governo italiano che risultò infine decisiva per vincere le resistenze.
Tale stanziamento, come già accennato, continua a essere cospicuo anche
oggi e se da una parte l’Ictp rimane una
scommessa di successo, dall’altra bisogna confrontarsi con un contesto internazionale radicalmente cambiato e con
un’Italia attraversata da una profonda
crisi economica.
«Non c’è dubbio», afferma Scandolo,
«che ci dobbiamo rapportare con problemi nuovi. Rispetto al passato siamo
ad esempio sempre più costretti a lavorare con governanti che prediligono
aspetti applicativi e pretendono risultati immediati: in poco tempo vorrebbero costruire centri di ricerca innovativi dove adesso non c’è niente. Questo
non è possibile e noi abbiamo il compito
di convincerli che la formazione di base
è fondamentale, richiede pazienza, ma
si rivela cruciale sul lungo periodo. Credo che per questo la nostra funzione
continui a rimanere fondamentale».
Come convive la realtà del centro
triestino con le difficoltà economiche
italiane? Al di là dell’importante impatto scientifico, Scandolo ammette che
«bisogna comunicare meglio il fatto
che l’Ictp continua a essere strategico in
termini di cooperazione internazionale
dando la possibilità all’Italia di costruire contatti con realtà altrimenti difficilmente raggiungibili». In altre parole
l’Ictp, anche se da noi poco conosciuto,
rimane un significativo braccio operativo della politica estera nazionale.
Non si può dimenticare poi che l’istituto è stato il generatore del cosiddetto
Sistema Trieste, ha fatto cioè decollare
la nascita dell’insieme di realtà scientifiche e tecnologiche che rende il oggi il
capoluogo giuliano una delle città europee con la maggiore densità di persone
impiegate nel settore ricerca e sviluppo.
Lasciata alle spalle la stagione dei
“lucidi visionari” Salam e Budinich, ai
successori alla guida dell’Ictp rimane
quindi il compito di non far perdere il
mordente a scienziati, politici e opinione pubblica per una storia scientifica e
politica di successo, in controtendenza
con la narrativa del declino italiano e
che ha reso fra l’altro Trieste, come ha
affermato il fisico ruandese Romani
Maurenzi, direttore esecutivo dell’Accademia mondiale delle scienze, forse
l’unica città al mondo e sicuramente l’unico posto in Italia dove «quando incontri una persona di colore pensi che
sia uno scienziato».
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
IDEE | 29
quando i genitori
restituiscono i bambini
Adozioni | I casi oscillano tra
l’1 e l’1,8% del totale. Quasi sempre
alla base dell’insuccesso c’è un deficit
di assistenza alle famiglie in difficoltà
HELENA PERTOT
n Due persone che si amano e vogliono diventare genitori, desiderano essere chiamati “mamma” e “papà”, e perciò compilano decine di documenti e aspettano un bambino, il
loro bambino, anche per lunghi anni.
Finalmente arriva: lo accolgono a casa, lo fanno diventare parte della famiglia e della società. Ma poco dopo,
stremati, lo respingono. E lo restituiscono al mittente.
I bambini restituiti sono la triste
conseguenza di una seria difficoltà:
fare i genitori, adottivi per di più. Ci
La procedura prevede
il coinvolgimento di una
nutrita folla di operatori
che non sempre sono nelle
condizioni di poter dialogare
si trova ad avere a che fare con minori
che mettono alla prova: provocano,
mentono, sono violenti. Molte volte
sono ragazzi con alle spalle una storia buia e confusa. Molti sono cresciuti in istituti, sono stati dati in affido e si sono affezionati diverse volte
a qualcuno, per finire di nuovo soli.
Un’altalena emotiva a momenti straziante.
Ma quanti sono davvero i bambini
restituiti? Sfortunatamente ci sono
pochi dati ufficiali. Nel 2003, però, la
Commissione per le adozioni internazionali ha svolto un’approfondita
indagine dalla quale è risultato che le
adozioni fallite oscillavano tra l’1 e
l’1,8 per cento. Inoltre ha rivelato che
un buon 26% di esse riguarda i bambini di età compresa tra i 15 e i 18 anni. Sembra, infatti, confermarsi la
difficoltà d’instaurazione del doppio
processo di genitorialità e filiazione
quando i minori hanno un’età in cui
la loro individualità appare più definita e «il timore di non corrispondere alle aspettative dei genitori adottivi spesso si manifesta con modalità
fuorvianti quali crisi di rabbia e di aggressività», come scrive Caterina
Adami Lami, professoressa al Dipartimento di pediatria dell’Università
degli studi di Firenze. «Gli adolescenti richiedono per questo una
particolare consapevolezza, preparazione e impegno da parte dei genitori adottivi», continua la dottoressa, «devono essere una coppia unita e
solida, capace di conservare la sicu-
rezza nelle proprie capacità genitoriali anche di fronte ad atteggiamenti trasgressivi e ribelli e di contenere
il disagio di questi ragazzi che, al di là
degli atteggiamenti provocatori, sono molto fragili e insicuri». L’adolescenza diventa quindi uno specchio
che riflette e amplifica le fragilità di
un sistema incrinato.
I fattori che possono portare al fallimento di un’adozione sono molteplici: i traumi precedentemente subiti dal bambino, la disponibilità dei
genitori ad accettare un bambino
“non perfetto” come l’avevano sognato, ma forse su tutti, la solitudine della famiglia stessa. La legge, infatti,
non prevede per i servizi sociali l’obbligo di accompagnamento nella fase di inserimento nel nuovo contesto
famigliare, soltanto la possibilità di
farlo nel caso in cui lo si chieda. Ma il
più delle volte è proprio chi non lo
chiede in genere ad aver bisogno di
aiuto. «È auspicabile che il servizio
crei da subito un rapporto di stima e
di fiducia che permetta, qualora insorgano problemi, come di solito avviene nell’adolescenza, il ritorno della famiglia al servizio», scrive Melita
Cavallo, allora presidente della Commissione per le adozioni internazionali, nel medesimo report. «Senza
dubbio molti degli insuccessi registrati si sarebbero potuti evitare se la
coppia fosse stata seguita, affiancata,
sostenuta, orientata, se insomma
avesse avuto un ancoraggio forte e sicuro e se nel periodo dell’adolescenza vi fosse stato un ricorso tempestivo al servizio».
Ma i servizi sono in Italia una
realtà composita: oltre all’assistente
sociale e allo psicologo, troviamo, a
seconda dei casi, il neuropsichiatra
infantile, il terapista della riabilitazione, il pediatra, l’assistente sanitario e altri ancora. Nell’adozione internazionale sono coinvolti poi i servizi del Paese d’origine del giovane
da adottare. Una folla abbastanza
nutrita di operatori quindi, che non
sempre si trovano nelle condizioni
di poter dialogare. Una complessità
che non consente di identificare un
solo punto critico responsabile del
fallimento del progetto iniziale, poiché questo risulta spesso danneggiato in più punti. «Per strutturare
una migliore attività di prevenzione
sembra quindi più utile intervenire
a più livelli, in diverse fasi dell’iter
adottivo, cercando di potenziare e
coordinare tra loro gli interventi
dei diversi soggetti coinvolti al fine
di una più idonea tutela degli interessi del minore» spiega Raffaella
Pregliasco, referente adozioni del-
PETER MARLOW / MAGNUM PHOTOS / CONTRASTO
LEGAMI FRAGILI La legge
non prevede per i servizi
sociali l’obbligo di
accompagnamento del
bambino nella fase di
inserimento nella famiglia
d’adozione, ma solo nel caso
in cui lo si chieda. Il più delle
volte è proprio chi non lo
chiede ad aver bisogno
di aiuto
l’Istituto degli Innocenti di Firenze.
Esistono però anche adozioni impossibili. Ci sono ragazzini con un
passato così difficile che rifiutano di
accettare un’altra famiglia. In quel
caso è meglio la comunità dove sono
seguiti costantemente da un’équipe
di psicologi. Il difficile è accettarlo,
ammettere il fallimento e rendersi
conto che non si era la persona giusta.
Ritorniamo per un attimo alla
coppia innamorata di cui sopra. Immaginiamo che prima di arrivare alla
scelta dell’adozione abbia passato
degli anni frustranti tra tentativi falliti e pratiche di procreazione assistita. Immaginiamo abbia passato poi
altri anni in attesa del figlio adottivo.
La trafila per adottare un bambino
come abbiamo visto è molto lunga e
le domande di adozione nazionale
superano di gran lunga le disponibilità di bambini in stato di adottabilità, per ogni bambino ci sono almeno
dodici coppie in attesa. Alessandra,
infermiera e madre adottiva di due
bambini indiani, dice di aver visto
delle coppie a dir poco intimorite al
momento del colloquio per l’adozione. «Spesso», spiega, «è l’ultima possibilità che hai di diventare genitore.
Arrivi a una certa età e non hai molte
alternative. Qualsiasi prolungamento è tutt’altro che piacevole, ed è normale che tu sia stremato e terrorizzato che la procedura non vada a buon
fine». Immaginiamo allora la nostra
coppia in questa difficile situazione.
Avrà avuto la lucidità di dire di no, se
l’esperienza fosse risultata troppo
difficile? Avrà avuto il sostegno necessario e in caso contrario la forza di
chiedere aiuto?
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
IDEE | 31
combattere il tumore alimentandolo
Scoperta | Individuato un nuovo bersaglio molecolare per le terapie anti-angiogeniche.
Consente di aumentare penetrazione ed efficacia dei farmaci chemioterapici
ELEONORA DEGANO
n Rendere più funzionale la rete vascolare di un tumore, garantendogli
ossigeno e nutrienti, per aumentare
l’efficacia dei farmaci. Sembra paradossale, ma è il principio sul quale si
basano le terapie anti-angiogenesi,
ora indirizzate verso un nuovo bersaglio: L1, scoperta recentemente allo
IEO, l’Istituto europeo di oncologia.
La molecola è presente nei vasi sanguigni di vari tipi di tumore, ma non
in quelli dei tessuti normali: inibirla
I vasi sanguigni tumorali
sono fragili e permeabili:
intervenendo su di essi è
possibile migliorare
la risposta terapeutica
permette di normalizzare i vasi, favorendo il flusso sanguigno. Una possibile conseguenza è la migliore penetrazione dei farmaci chemioterapici,
con il potenziale risultato di migliorare la risposta terapeutica. «Le prime
scoperte nell’ambito dell’angiogenesi
hanno portato a elaborare farmaci
come il Bevacizumab [in commercio
con il nome di Avastin], ormai annoverati nella pratica clinica e associati
alle terapie convenzionali», spiega a
pagina99 Ugo Cavallaro, che ha
coordinato lo studio su L1 e guida un
team di ricerca nel Molecular medicine program dello IEO.
Tali farmaci, sempre somministrati in concomitanza con radioterapia o
chemioterapia, danno risultati promettenti bloccando il VEGF, vascular endotelial growth factor. Vengono
usati in particolare sul tumore dell’ovaio e su quello del colon, la cui sopravvivenza è legata alla vascolarizzazione; per quanto riguarda le altre
tipologie di tumore, l’argomento è ancora controverso. Negli anni, tuttavia, è emerso che tali farmaci presentano un certo grado di tossicità. Per di
più, la maggior parte dei tumori è in
SIMONE DONATI / TERRAPROJECT / CONTRASTO
CURA Il laboratorio del
dipartimento di
Immunoterapia Oncologica
all'Ospedale Santa Maria Le
Scotte di Siena
grado di sviluppare strategie che
bypassano il blocco del VEGF, riprendendo la vascolarizzazione con modalità differenti. «Bloccando il VEGF
accade anche che si verifichi l’”effetto
rimbalzo”: una volta interrotta la terapia il tumore diventa più aggressivo», spiega Cavallaro. «Il fenomeno è
stato osservato sia nei modelli preclinici che nei pazienti, e anche per talemotivo era necessario cercare un
nuovo bersaglio. Questo ha reso necessario studiare i meccanismi di ba-
se dell’angiogenesi, lo sviluppo dei vasi sanguigni, ed è così che abbiamo
trovato L1».
Osservando una serie di tumori per
altri scopi, Cavallaro e il suo team
hanno scoperto che L1 gioca un ruolo
funzionale nel promuovere la formazione dei vasi tumorali: si tratta di vasi differenti da quelli normali poiché
aumentano di numero in modo sregolato, caotico, e paradossalmente
funzionano peggio. La loro organizzazione è meno precisa, l’architettura
meno rigorosa, e questo comporta
che spesso siano fragili e permeabili.
Come dei tubi che perdono.
La “scarsa qualità” di tali vasi comporta che quando una terapia viene
somministrata per via circolatoria,
come la chemioterapia, vi sia un’ingente perdita durante il percorso. Il
farmaco fatica ad arrivare a tutte le
la sofisticata socialità
dei pungiglioni altruisti
ENRICO ALLEVA
n Gli insiemi biologici sono sottoposti a stringenti leggi darwiniane,
che li hanno plasmati lungo la complessa e non di rado contorta storia
della vita sulla Terra. Dagli aggregati di cellule alle società animali, la
sopravvivenza dei singoli è spesso
facilitata dalla vita con altri della
stessa specie.
Prendiamo il caso dell’alveare,
una società di insetti eusociali, ovvero “provvisti di alto grado di so-
cialità animale”. Immaginiamo
una situazione di crisi in cui un predatore, attirato dal miele, attacchi
l’arnia. La risposta sarà coordinata
tra vari individui: le caratteristiche
morfologiche e quelle comportamentali coopereranno per scoraggiare l’intruso.
L’ape è provvista di quell’ammirevole apparecchiatura che è il pungiglione: scorta una sagoma che si
avvicini all’alveare oltre una soglia-limite di distanza, la reazione
sarà quella di pungerla. Una fase di
irritabilità generalizzata che culmi-
nerà in un preciso atto di trafittura.
Fissatosi il pungiglione nella pelle
del predatore, tuttavia, l’addome
dell’ape si lacererà e questa morirà.
Ma il pungiglione continuerà ad
affondare autonomamente, e rilascerà una serie di feromoni che
esercitano una duplice funzione.
Da una parte mettono in allarme
qualsiasi ape si trovi a una certa distanza, dall’altra le facilitano l’attacco e la puntura. Se immaginiamo un predatore che se ne va in giro
con uno o più pungiglioni conficcati nella pelle, questi sarà subito sco-
aree del tessuto neoplastico, il tumore
non viene irrorato nella sua interezza
e il medicinale, di conseguenza, non è
mai efficace al 100%. È perciò molto
difficile che un qualsiasi tipo di terapia sistemica riesca a indurre la completa regressione di un tumore: può
esserci una ricaduta, o una resistenza.
Agendo nelle cellule endoteliali,
quelle che rivestono le pareti dei vasi
sanguigni, la molecola L1 le induce a
proliferare e migrare per formare
nuovi vasi. Eliminandola, ad esempio
inattivando il gene che la esprime o
tramite anticorpi neutralizzanti, tutto ciò non avviene. «In questo modo
blocchiamo l’angiogenesi del tumore,
limitiamo la repressione metastatica
e normalizziamo i vasi tumorali»,
spiega Cavallaro. «Certo è paradossale, perché sto rendendo la rete vascolare del tumore più efficiente: ma ho
anche più probabilità che il medicinale vi arrivi. Il fatto stesso di sapere
che un tumore produce una particolare molecola, che è invece totalmente assente nei tessuti normali di un essere umano, potrebbe significare proprio che sta esplorando tutte le possibili vie per aumentare la propria vascolarizzazione».
Nella fase successiva della ricerca
dello IEO, si lavorerà in questa direzione. Scoperto il nuovo target per la
terapia, «rimane da dimostrare che
l’effetto di una vascolarizzazione normale sia una miglior risposta del tumore ai medicinali. Di certo per arrivare a dei trial clinici sugli esseri umani ci vorranno degli anni, dobbiamo
ancora ottenere una serie di dati che
supportino l’efficacia del trattamento
anti-L1 in assenza di effetti tossici significativi», spiega Cavallaro.
Etologia | Le strategie di sopravvivenza animali
e degli uomini si incontrano alla manifestazione
BergamoScienza (in programma fino al 19 ottobre)
perto se tenta di attaccare un alveare, e dissuaso a suon di punture. Insomma, il sacrificio di un soggetto
sarà a beneficio dell’intera società.
Un fenomeno di questo genere è
particolarmente sviluppato in insetti sociali quali api, formiche o
termiti in quanto il patrimonio genetico dei vari individui è molto simile: sono quasi tutti figli di un’unica femmina, la regina. Sacrificandosi, quindi, alcuni individui “proteggeranno” il proprio patrimonio
genetico, in comune con le sorelle.
Pensiamo, come secondo esem-
pio, a una forte siccità in Africa che
colpisca un gruppo di elefanti. Anche per queste emergenze l’evoluzione ha provvisto alcune strategie:
nel branco, oltre ai maschi e le femmine adulte, sono spesso presenti
alcune femmine molto anziane.
Vari evoluzionisti si sono chiesti come mai sapendo che in molte specie, al fine di non competere con i
giovani per le risorse, il ciclo vitale
termina a breve distanza dalla fine
del periodo riproduttivo. Nel caso
degli elefanti, è probabile che le
femmine anziane abbiano, nella lo-
ro vita, frequentato pozze d’acqua
molto distanti dalle zone consuete
del branco. Esse divengono perciò
un elemento dirimente per la sopravvivenza dell’intero gruppo.
Non dobbiamo tuttavia farci
trarre in inganno, cercando negli
animali spiegazioni per le strategie
umane. I nostri sistemi sono molto
differenti, in funzione delle capacità linguistiche, della storia naturale
e della scrittura. Quest’ultima in
particolare ci rende diversi da qualsiasi altra specie si aggiri sul pianeta
Terra.
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32 | ARTI
MARCO CUBEDDU
n Se un ballerino va a scuola di danza è
normale. Se un pittore frequenta l’accademia è scontato. Se un pianista non si
diploma al conservatorio è strano.
Da sempre, gli artisti, per diventare
artisti, vanno a scuola. E gli scrittori?
A più di 25 anni dalla fondazione delle prime, in Italia parlare di “scuole di
scrittura” fa storcere il naso. Probabilmente il pregiudizio dipende dal fatto
che si impara a leggere e scrivere fin dalle elementari, così tutti crediamo di disporre dei mezzi tecnici per raccontare
una storia.
Una convinzione così radicata da
rendere incalcolabile, in rapporto alla
popolazione attiva, l’altissima percentuale di manoscritti nel cassetto. È probabile che molti lettori di questo pezzo
non saprebbero distinguere, in un pentagramma, una tona da una semitona.
Certo in pochi si sentirebbero all’altezza
di interpretare il Lago dei cigni anche in
una versione da oratorio. Difficile che
una percentuale significativa si cimenti
con la scultura. Ma è probabile che, essendo a tutti decifrabile la frase «prima
o poi scrivo la storia della mia vita», molti abbiano pensato di farlo. Senza bisogno di studiare.
sabato 4 ottobre 2014
se lo scrittore
deve andare a scuola
Letteratura | Negli Usa è del tutto normale. Da noi c’è diffidenza. Reportage
fra i principali corsi di scrittura a più di 25 anni dalla loro fondazione.
Dove, fra talenti riconosciuti, crescono anche egomaniaci e squilibrati
• Usa
Negli Usa non è così. Il professor
McGurl in The program Era (Harvard
University Press) sostiene che «l’affermarsideiprogrammi discritturacreativa è il più importante evento nella storia
della letteratura americana del dopoguerra». Prime tracce se ne hanno fin
dall’800. Tutto è nato dai poeti. Molti
È un dato di fatto che realtà
come la Holden vedono il
70% di diplomati lavorare nei
campi attinenti alla scrittura
intrapresero la carriera accademica per
mantenersi e, dai vicendevoli inviti a tenere seminari nei rispettivi campus,
nacquero corsi strutturati che presto
coinvolsero anche i romanzieri.
Nel 1936 nacque l’Iowa Writing Workshop, in cui hanno studiato e/o insegnato, fra gli altri, John Cheever, Kurt
Vonnegut, Philip Roth, Robert Lowell,
Michael Cunningham. Dal dopoguerra
si sono moltiplicate le realtà che hanno
coinvolto autori come Doctorow, J.C.
Oates, Toni Morrison, John Irving,
McInerney, Carver, Saul Bellow, Nabokov, Foster Wallace, Updike, ecc. Difficilenon pensarechel’andare “a bottega”
migliori il livello medio delle opere pubblicate. In Italia, diversi autori e scuole
portano avanti la stessa battaglia formativa.
• Giulio Mozzi
«La cosa più difficile è spiegare che una
narrazione è una concatenazione di
eventi legati da un principio di causa-effetto». Giulio Mozzi, scrittore e pioniere
dell’insegnamento della scrittura creativa in Italia, parte dall’analisi dei testi,
in un lavoro collettivo che diventa amplificazione dell’editing. «Moltiplicando le letture gli allievi prendono atto di
come è composto il loro immaginario.
Per 2000 anni, fino all’800, si insegnava
la retorica. C’erano le riviste, i circoli letterari. Che so, uno che andava al caffè
Giubbe rosse di Firenze a sentire Montale che parlava con Landolfi, e anche se
non lo sapeva stava andando a scuola.
La sparizione di queste realtà ha fatto sì
che dei corsi organizzati colmassero
quel vuoto. L’importante è non confondere quelli per dopolavoristi, senza ambizioni professionali, e quelli rivolti a chi
cerca strumenti professionali. In Italia
bisogna ancora combattere con una
FRANK MARTIN/BIPS/GETTY IMAGES
A LEZIONE
I guanti numerati e letterati
utilizzati per l’insegnamento
della dattilografia in una foto
degli anni ‘60
concezione classista della scrittura, come appannaggio divino. Da notare che
lo squilibrio con gli Usa si evince anche
dalla pubblicistica tecnica in merito all’insegnamento. In Americaè sterminata. In Italia, langue». A Milano, presso
Laurana editore, insieme a Gabriele
Dadati, gestisce la Bottega di narrazione che accoglie circa 20 corsisti all’anno
(costo 2.400 euro, due borse di studio da
500) che abbiano un testo o un’idea nel
cassetto da sviluppare. Fra i diversi allievi di Mozzi, Giorgio Falco, vincitore
del Campiello 2014.
• Raul Montanari
Nel 2013 sono 13 gli esordi con varie case editrici importanti passati dalla sua
scuola. E i numeri sono un buon termometro della didattica. Nata nel 1999, la
sua scuola, personale e itinerante, sempre nell’area milanese, ha portato diversi allievi a pubblicare con Mondadori,
Rizzoli, Fandango, Feltrinelli, Einaudi,
ecc. La formazione è al centro degli interessi di Raul Montanari che ricorda come «Rocky Marciano continuava a
prendere lezioni di boxe anche dopo essere diventato un campione. Fra i miei
allievi,cisono anchescrittorigiàpubblicati che desiderano migliorarsi e la redazione di Sky cinema, direttore in testa. Il
talento è anche determinazione e impegno. È importante per ogni autore fare
in modo che la fiducia in se stesso non diventi idiozia (“sono il più bravo di tutti”)
e che l’autocritica non diventi paralizzante (“non ce la farò mai”)». Ogni anno
ruotano attorno alla scuola circa 100
studenti da tutta Italia. Il corso è struttu-
rato a moduli, per ognuno 600 euro, ma
farli tutti ne costa meno di 2000.
• Palomar
La Palomar, a Rovigo, è una piccola
realtà virtuosa fondata dallo scrittore
Mattia Signorini. Dall’esperienza maturata con l’agente letterario Vicki Satlow, per conto della quale ha scoperto
diversi autori emergenti, è nata l’idea di
una scuola strutturata con un programma molto anglosassone, i primi mesi di
corso dedicati alla scaletta dei romanzi
degli allievi,i successiviquattro ascrivere. Per accedere non ci sono limiti di età
otitoli distudio,ilcorso èstrutturatonei
week end e ha un costo variabile tra i
1500 e i 2000 euro. I migliori lavori prodotti vengono direttamente proposti all’Agenzia Vicki Satlow, per una rappre-
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
sentanza in Italia e all’estero presso le
più importanti case editrici, per cui diversi autori passati tra le mani di Signorini hanno già pubblicato o stanno per
pubblicare.
• Omero
La più antica, fondata a Roma nel 1988
da Paolo Restuccia e Enrico Valenzi,
convinti che «sia possibile insegnare alcuni principicondivisi dachi scrive,suggerire il modo più efficiente per editare
un proprio testo, accompagnare gli autori a scrivere al meglio le storie che hanno voglia di scrivere». Al primo docente,
Vincenzo Cerami, si sono aggiunti alcuni tra i più importanti scrittori italiani,
come Sandro Veronesi, Francesco Piccolo, Giancarlo De Cataldo.Ogni anno si
aggiungono decine di nuovi iscritti agli
allievi che seguono i corsi già da qualche
anno.Organizzati suvarilivelli, alprimo
si accede attraverso un breve colloquio,
al secondo con delle prove scritte, al terzo con un progetto editoriale. Il corso
classico per iniziare dura dieci settimane
con dieci incontri di due ore e costa
300,00 euro. Tra gli ex allievi, oltre a
quelli che lavorano in vari ambiti della
scrittura, anche diversi romanzieri come
Gianrico Carofiglio e Giordano Tedoldi.
• Minimum
I corsi di scrittura di Minimum Fax, a
Roma, sono legati al circuito romano
della casa editrice, già molto attiva nei
corsi di editoria, e si dividono in due offerte formative. I seminari aperti a tutti, a
cura di Carola Susani, in compagnia di
un ospite diverso per ogni argomento
trattato (da Walter Siti a Domenico Starnone, su personaggi, trama, stile, ecc.), e
Come per il cinema, si può
insegnare a fare un buon film
ma nessuno può insegnare
a realizzare un capolavoro
il corso biennale, nella formula di un sabato al mese, a cui si accede con un progettodiromanzoo diraccoltadiracconti
suddiviso in una parte di letture, una seconda di scrittura, una terza di editing,
individuale e di gruppo, e un’ultima di
presentazione dei propri lavori, a riviste,
quotidiani ed editori. Fra i docenti Christian Raimo, Giordano Meacci, Cristiano De Maio, Francesco Pacifico.
• Gruppo di Supporto
Scrittori Pigri
È un laboratorio online della durata di
quattro mesi che coinvolge 40 iscritti
provenienti da tutta Italia oltre a diversi
italiani all’estero, da Germania, Belgio,
Brasile e Perù. Strutturato come un forum, a parte i giorni fissi per le consegne
dei lavori, per il resto si può accedere in
qualunque momento. Obiettivo, lo sviluppo di un progetto personale di minimo 25-massimo 40 cartelle, attraverso
esercizi settimanali specifici. A gestirlo,
Barbara Fioro, scrittrice, e Christian
Delorenzo, editor. 220 euro a persona.
• Holden
Dal 1994, quando, secondo i ricordi di
chi c’era, sembrava un gruppo di autocoscienza, fondata a Torino da Alessandro Baricco, è diventata una vera e propria scuola. È una realtà che conosco da
vicino per averla frequentata nel biennio 2006-2008. Oltre alle mille lezioni,
utili per rendersi conto che se il genio
per la scrittura di Nabokov è intrasmettibile, con l’esercizio e la forza di volontà
il “mestiere” alla Carver è apprendibile,
è stato un periodo di incontri fondamentali, come quello con lo scrittore
Dario Voltolini, con il giornalista e scrittore Luca Rastello e soprattutto con il
regista Werner Herzog. È scuola anche
fumare una sigaretta sul balcone con
qualcuno che ti esorta a «narrare per
non morire» o ti invita a contemplare
«la violenza dell’universo». Dal 2013 si è
rinnovata, in partnership con Eataly e
Feltrinelli, diventando una specie di
università, con sei corsi, chiamati college, in cui la scrittura narrativa è solo una
delle branche della narrazione. Il master biennale si rivolge a un target prettamente studentesco, dai 18 ai 30 anni,
per un costo di 10.000 euro l’anno, con
borse di studio per il secondo anno per i
più meritevoli.
• Pro
Anche la prosa più elementare è frutto
di un artificio, formalizzare i pensieri è
qualcosa che si sviluppa con l’allenamento. C’è un filo rosso che unisce il ragionamento sulla struttura delle storie,
smontandole per scoprirne il funzionamento, da Aristotele alle scuole di creative writing. A quelli che dicono «Hemingway non ha mai fatto corsi di scrittura» bisognerebbe ricordare, oltre alla
sua esperienza giornalistica, che fre-
FRANCESCO GUGLIERI
n Alla fine della terza stagione di Girls,
Hannah, la protagonista interpretata da
Lena Dunham, decide di abbandonare
New York per andare a studiare scrittura
creativa alla Iowa University. Non punta a
scrivere il Grande Romanzo Americano
(con tutta la tradizione di sottintesi che si
porta dietro: una gara tra Maschi Bianchi
Morti e i loro omologhi viventi a chi ce l’ha
più lungo), maun libro a metàtra memoire
il personal essay – immaginate qualcosa di
simile a Sheila Heiti o Joan Didion.
Ecco, se vi serviva una rappresentazione
plastica del campo letterario americano
oggi, non potevate chiedere di meglio: da
una parte New York City, le case editrici di
Manhattan, gli anticipi a sei cifre, gli agenti, le vendite all’estero e le feste sugli attici.
Dall’altra le università con i Mfa (Master of
Fine Arts) e i loro corsi e diplomi in scrittura creativa – e prima fra tutte proprio Iowa,
nelle cui classi di creative writing passarono, come insegnanti, studenti o entrambi,
Cheever e Carver, Boyle, Michael Cunnigam e molti altri.
Ovviamente non è così semplicistico. E
per capire meglio come stanno le cose può
essere utile un libro uscito da poco negli Stati
Uniti, intitolato MFA vs NYC e curato da
Chad Harbach per i tipi di n+1 (pp. 312, $
16.00). Molti dei contributi di questa antologiavengono propriodaautori cheruotano
intorno alla rivista n+1 (Keith Gessen, Elif
Batuman, Emily Gould, lo stesso Harbach):
ma ci sono anche pezzi di David Foster Wallace, George Saunders, LorinStein o Fredric
Jameson, tutta gente che per accidente biograficoo interessescientifico aun certopunto si è chiesta “Come vive uno scrittore?”. Che
è come dire “Di cosa vive una scrittore?”.
Le constatazioni da cui parte Harbach
sono semplici: i programmi di scrittura attivi nelle varie università del Paese sono aumentati in maniera esponenziale negli ultimi trent’anni (nel 1975 erano 79, oggi sono 1269); questa espansione ha fatto sì che
mai come oggi ci siano scrittori dentro i
campus. Un altro modo per dirla è che l’insegnamento è diventata sempre più la fonte di reddito principale per molti scrittori.
Gessen ne dà una bella testimonianza nel
suo contributo, intitolato giustamente Money: il racconto di un anno di insegnamento alla Columbia dopo aver dilapidato l’anticipo del suo primo romanzo e di cosa ciò
ha comportato per la sua scrittura ma anche, con tantodi estratti conto, peril suo tenore di vita. Gessen chiude con le perplessità di chiunque si trova per le mani un apparente paradosso: com’è possibile che la
noia di un lavoro retribuito e ad alto tasso
burocratico abbia contribuito alla serenità
(economica e non solo) che serve per scrivere? Del resto, molti se non la maggior
parte di quelli che si iscrivono per prendere
un Mfa in scrittura creativa non lo fanno
per imparare a scrivere, ma per trovare il
tempo di scrivere, per sfuggire, trasferen-
ARTI | 33
quentò Parigi negli anni ’20 e che i suoi
primi lavori venivano letti e discussi da
gente tipo Gertrude Stein, Joyce,
Pound, Fitzgerald. Se uno non abita a
Roma, o Milano, città che traboccano di
posti di cui si può dire «lì vanno gli scrittori», le scuole di scrittura accelerano il
processo di formazione di un autore e
sono l’ambiente ideale per mettersi in
collegamento con altri aspiranti scrittori, leggersi a vicenda, incoraggiarsi,
mettersi in competizione l’uno con l’altro, rubare dall’esperienza altrui. È un
dato di fatto che realtà come la Holden
vedono il 70% di diplomati lavorare nei
campi attinenti alla scrittura.
• Contro
Spesso sono frequentateda egomaniaci,
squilibrati capaci di passare dall’esaltazione alla depressione nel giro di pochi
minuti e svogliati ragazzini con molte
disponibilità famigliari. Molti docenti
non di rado sonoscrittori falliti, frustrati
il doppio dei loro studenti. Il circolo vi-
zioso è alimentato da ex studenti irrealizzati che passano dall’altra parte della
cattedra per raggranellare qualche soldo, alimentando la mediocrità degli insegnamenti. Capita che certe lezioni siano impostate su idiozie naif (cacce al tesoro per far scoprire agli allievi le proprie
potenzialità nascoste, giri in mongolfiera per provare un diverso punto di vista).
• Conclusioni
Come per le scuole di cinema, o le accademie, si può insegnare a fare un buon
film, o una scultura che stia in piedi, ma
niente al mondo può insegnare a realizzare un capolavoro come Apocalypse
now o Amore e Psiche. Una contraddizione evidente è che a fronte di una crisi
del mercato editoriale ci sono sempre
più persone che vogliono scrivere. Dalle
veline ai calciatori agli attori, tutti vogliono scrivere un libro, un dato sociologico registrato anche da programmi tv
come Masterpiece o da concorsi come
La giara. Si moltiplicano editor im-
provvisati, insegnanti di lettere che non
hanno la più pallida idea di come si scriva un libro che convincono i creduloni a
definirsi sui social network come «scrittore presso me stesso», editori a pagamento che non sonoaltro che stampatori più costosi di una tipografia. Meglio
valide scuole di scrittura. Utili anche per
capire che i contatti sono fondamentali,
ma non sono tutto. Alle presentazioni,
nelle serate fra scrittori, tutti si conoscono, si baciano, si abbracciano, tutti pubblicano, spesso compulsivamente, ma
quasi nessuno vende molte copie: le gratificazioni economiche di questo mestiere sono molto modeste. Quasi tutti
gli scrittori che hanno provato a calcolare la loro retribuzione oraria hanno accarezzato l’idea di darsi una morte onorevole. Una buona scuola di scrittura è
un modo per prepararsi e difendersi
dalle insidie del mondo editoriale. Magari decidendo, dopo averle frequentate, che non vale la pena scrivere.
@cubamsc
in America si scontrano
le due culture della fiction
Scenari | Da un lato romanzieri a sei cifre. Dall’altro quelli
nei campus, per cui l’insegnamento è la principale fonte
di reddito. Ecco come tutto ciò ha influito nella narrativa
DAVID FOSTER WALLACE L’autore (a sinistra) durante il book signing del suo libro Considera l'aragosta, 2006
dosi inun campus,alle distrazionie allenevrosi di una grande città. E ai suoi affitti. E
ancora: la maggior parte, se non la totalità,
delle cattedre in scrittura creativa sono occupate da gente che vuole scrivere, non insegnare. D’altro canto i master in scrittura
creativa sembrano rispondere a una richiesta della società contemporanea: come prolungare l’adolescenza fino ai trent’anni e soddisfare la domanda di chi vede
“la creatività” come un proprio personale
destino manifesto. Per quanto non fu sempre così: negli anni Cinquanta proprio Iowa ricevette i finanziamenti della Cia che
vedeva nel Programma una sorta di risposta del mondo libero all’influenza socialista. Se ne può leggere in The Program Era
di Mark McGurl, un volume che ripercorre
la storia dell’insegnamento della scrittura
creativa e i suoi rapporti con la narrativa.
Ma al di là di questa genealogia da Guerra Fredda, l’idea è che la contrapposizione
“istituzionale” porti a delle ricadute estetiche: il campo editoriale, leggi Nyc, tende a
incoraggiare il romanzo; mentre i corsi
universitari trasformano il racconto in uno
strumento didattico.
Cambiano anche i pubblici: se lo scrittore da college si confronta soprattutto con i
pari, quello “professionista” si confronta
col mercato.
Ma quale “creatività” si insegna? Il saggio di Jameson (e quello della Batuman)
tenta di affrontare le mediazioni ideologiche con cui si legittima l’insegnamento.
In fondo, dice Jameson, se c’è una cosa che
sembra impossibile da insegnareè proprio il romanzo, genere aperto e mutante per definizione.
CONTRASTO
L’università gioca uno strano ruolo in
Mfa vs Nyc. Da una parte è lo sfondo su cui
tutto si gioca. Che tu lavori nell’editoria di
Nyc o insegni in un Mfa, molto probabilmente lo fai perché ti sei laureato o hai preso un dottorato in un’università. Viene
quindi naturale chiedersi quale idea di letteratura si insegni oggi nelle università,
quali tipi di lettori si formino, con quali gusti e valori. Dall’altra l’università, o meglio
una sua parte, è la grande assente: la critica. È venuta meno la funzione di mediazione tra i testi e i lettori che per lungo tempo
ha svolto la critica, così come sempre meno
il critico è il compagno segreto, lo sparring
partner, dell’autore. Il perché questo sia
successo e se sia un male o no, è il tema di un
altro libro. In fondo di critici in Girls, io non
ne ricordo.
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sabato 4 ottobre 2014
solo tempeste e silenzi bianchi
per gli audaci esploratori polari
Graphic novel | La pionieristica spedizione di Ernest Shackleton
alla scoperta del continente antartico rivive in un libro illustrato
che documenta le privazioni di uomini e cani coraggiosi
FERRUCCIO GIROMINI
n A rileggere oggi di certe imprese esplorative
del nostro passato storico, neppure tanto lontano nel tempo, si trasecola. Ti rendi conto di
quanto siamo tutti ormai viziati dalle comodità, pappemolle belle e buone, senza speranza –
mentre anche solo i nostri nonni erano di ben
altra tempra, in grado di sopportare avversità e
privazioni di fronte alle quali invece le nostre
generazioni soccomberebbero ben presto miseramente, morirebbero come mosche. La
sconfortante considerazione, inevitabile e incontrovertibile, si fa largo nel nostro cervello
sedentario ogni volta che veniamo a sapere
qualcosa di preciso sulle disavventure degli
esploratori del nostro globo terracqueo, quando questo era in parte ancora da calcare, e cartografare, e in definitiva vivere in prima persona, forse appunto per la prima volta.
È il caso, ad esempio, delle vicende che costi-
La messinscena è sperimentale: si
alternano brevi capoversi di testo
con illustrazioni di varie dimensioni,
producendo un effetto di lettura
altalenante fra scritto e immagini
tuiscono il resoconto delle esplorazioni antartiche organizzate dall’anglo-irlandese Ernest
Shackleton. Due sono state le sue epiche imprese di perlustrazione e scoperta del Polo
Sud: la prima, la British Antarctic Expedition,
tra il 1907 e il 1909, e la seconda, la Imperial
Trans-Antarctic Expedition, tra il 1914 e il
1916. Roba da – letteralmente – gelarti il sangue nelle vene. Anche quando a raccontarcele è
un delicato autore inglese noto per lavorare soprattutto per bambini e ragazzi: il giovanissimo e già molto apprezzato William Grill, che
sa intrattenere molto bene con le parole insieme con le figure; ma non solo per bambini e
per ragazzi, come si scopre con piacevole sorpresa sfogliando il fresco di stampa L’incredibile viaggio di Shackleton, che si concentra
sulla seconda spedizione dello scopritore e che
riesce a coinvolgere lettori di tutte le età grazie
all’insinuante understatement britannico, così
lontano dalle celebrazioni più smaccate cui
siamo infaustamente abituati noi mediterranei.
Con le parole insieme con le figure. Il libro
infatti presenta un tipo di messinscena quasi
sperimentale: a metà tra libro illustrato e graphic novel, porta avanti la sua trattazione alternando con efficacia brevi capoversi di testo
con illustrazioni mute di varie dimensioni, e
producendo un originale effetto di lettura altalenante tra lo scritto e le immagini – non simultanea come nel fumetto, ma neppure separata come nel classico libro illustrato. Se ne ricava la curiosa impressione di assistere come a
un documentario, magari a disegni animati,
dove il continuo variare del peso delle parti figurali, che in ogni pagina è differenziato ad ar-
te, suggerisce sensazioni di montaggio appunto cinematografico, ora con inquadrature veloci e ora con sequenze più distese. Bambini e ragazzi, dunque, va bene, ma uno sguardo adulto
forse sa godersi questo volume anche di più.
Sul fondo delle pagine, candido come vergine neve polare, cominciano così a stagliarsi
con bell’ordine figure e figurine colorate: uomini, ambienti, animali, attrezzature, tutto bene in vista, bene riconoscibile, beneducato. Il
linguaggio di Grill è tranquillamente persuasivo. Comincia spiegando chi era Shackleton:
«Sin da piccolo, si ribellava agli insegnanti, ma
aveva un forte interesse per la letteratura, soprattutto per la poesia – anni dopo, durante le
spedizioni, avrebbe letto ad alta voce brani di
libri per tirare su di morale il suo equipaggio».
E poi – con le parole di Ernest su sé stesso –
sempre «particolarmente attratto dal misterioso Sud» e convinto che «al di là del suo valore storico, la prima traversata del continente
antartico da una costa all’altra, attraverso il Polo Sud, sarà un viaggio di enorme valore scientifico». Le premesse indispensabili ci sono.
L’8 agosto 1914 Shackleton e il suo equipaggio salpano da Plymouth per Buenos Aires,
pronti a affrontare l’ultima grande spedizione
dell’epoca eroica dell’esplorazione antartica.
La loro nave, che si dice sia forse il vascello di
legno più resistente al mondo, è stata battezzata Endurance in omaggio al motto della famiglia Shackleton: By Endurance We Conquer
(«resistendo vinceremo»). Molto solida e robusta, è stata progettata rinforzandone ogni
elemento strutturale per affrontare debitamente le dure condizioni polari. La prua, che
deve servire come ariete per rompere il ghiaccio, è spessa addirittura 1,3 metri. E dispone di
una piattaforma sotto il bompresso in modo da
poterla filmare mentre fende la banchisa.
Avendo trovato a fatica il denaro per finanziare
la spedizione, almeno le scialuppe di salvataggio sono state battezzate giudiziosamente con i
nomi degli sponsor. Il reclutamento dell’equipaggio ha visto la scelta finale di 26 uomini tra
i 5000 che avevano fatto richiesta; e di 69 cani
tra 99, i più forti e vispi. Ci si aspetta che possano coprire fino a 30 chilometri al giorno trainando una slitta carica; e alcuni sono stati
chiamati come personaggi famosi: Amundsen,
Caruso, Shakespeare…
Finalmente pronto, il vascello lascia la
Georgia del Sud il 5 dicembre 1914 e fa rotta
verso le Isole Sandwich Australi, ammainando ogni tanto la vela di prua per poter avvistare ed evitare i piccoli iceberg. Raggiunta
la banchisa, procede lentamente e a fatica,
tra un solido strato di ghiaccio spesso quasi
un metro, con blocchi lunghi fino a un chilometro e mezzo. La nave deve percuoterli ripetutamente con la prua a mezza velocità per
indebolirli e aprirsi un varco; poi deve avviare i motori e procedere a maggior velocità attraverso il ghiaccio come un cuneo.
Dopo avere affrontato la banchisa per oltre
mille chilometri, l’Endurance è circondata dai
ghiacci e sopraffatta. Prima di provare a disincagliarla, bisogna però aspettare un miglioramento delle condizioni meteorologiche. Il 14
febbraio Shackleton ordina di aumentare la
pressione del vapore, e la nave cigola provando
a liberarsi dalla morsa della banchisa. Per più
di 48 ore l’intero equipaggio attacca furiosamente il ghiaccio con scalpelli, picconi e seghe,
ma l’Endurance resta intrappolata. E a questo
punto Shackleton informa l’equipaggio che la
nave dovrà intendersi come la loro base invernale, sperando che la primavera possa portare
miglior fortuna. Con legno e ghiaccio si costruiscono degli igloo per i cani, che si mostrano felicissimi di trovarsi fuori dalla nave. Oltre
a addestrare gli animali, l’equipaggio si tiene
impegnato provando a cacciare pinguini per
aumentare le riserve di cibo.
I mesi di maggio e giugno si snodano nel crepuscolo di lunghi giorni bui illuminati solo
dalla luna. Il sole fa un primo timido ritorno all’inizio di luglio. Ma la stretta dei ghiacci intorno allo scafo dell’Endurance, che si trova a 800
chilometri dalla più vicina forma di civiltà, aumenta. Una intensa pressione su tutti i lati inizia a spingere la chiglia fuori dall’acqua. A ottobre, la nave si ritrova inclinata di 30° rispetto
al suolo e inizia a deformarsi e a rompersi, con
l’acqua che comincia a inondare gli interni.
Quando dal ghiaccio proviene un ruggito as-
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ARTI | 35
L’INCREDIBILE VIAGGIO
DI SHACKLETON
William Grill
Isbn Edizioni
• pagine 72
• euro 19,00
sordante, Shackleton ordina di abbandonare
lo scafo. Il 27 ottobre la povera nave si rompe
irreparabilmente e comincia ad affondare piano piano. Per i due mesi successivi l’equipaggio, accampato sulla banchisa, si impegna nel
recuperare dal relitto scialuppe, slitte, razioni
di cibo, combustibile e attrezzature. Finché il
21 novembre 1915 la nave si inabissa in modo
definitivo.
Che fare? L’unica è marciare in direzione
nord nel mare di Weddell, da cui poi partire
via acqua verso la terraferma. Con l’arrivo
della stagione più mite, il ghiaccio comincia
ad assottigliarsi e può rompersi da un momento all’altro. Il 23 dicembre Shackleton e i
suoi uomini impacchettano i loro pochi beni
e partono alla ricerca di uno strato di ghiaccio
più sicuro, trainando le slitte per sette giorni
e sette notti. Una nuova base all’aperto, chiamata Patience Camp, li accoglie per i successivi tre mesi e mezzo. Le razioni scarseggiano,
e a gruppi si va a caccia di foche e pinguini.
Altri passano il tempo leggendo l’Enciclopedia Britannica e interrogandosi a vicenda.
Ma il tempo peggiora e il ghiaccio su cui gli
uomini si sono stabiliti continua ad andare alla
deriva e a spaccarsi, così Shackleton decide di
provare a raggiungere la terraferma con le
scialuppe. Dolorosamente, ciò significa però
dover uccidere i cani, perché a bordo per loro
non ci può essere cibo né spazio. E gli uomini si
sono affezionati agli animali, era inevitabile.
Ora comunque la navigazione è pure particolarmente pericolosa, perché le acque sono agitate, e onde gelate alte anche 20 metri scagliano blocchi di ghiaccio avanti e indietro. Perdipiù una sera, mentre gli uomini sono rannicchiati nei piccoli scafi, per sicurezza legati fra
loro, dall’acqua affiorano sibilando e schizzando grandi orche, che rischiano fortemente di
rovesciare le scialuppe.
La meta agognata è l’isola Elephant, lontana
circa 150 chilometri. Ci si arriva, con l’indispensabile aiuto di una bussola da tasca, dopo
108 ore di fatica, tutti a rischio di assideramento. Ma la vista della terraferma è entusiasmante: dopo 16 lunghi mesi, infine si tocca terra!
Sembrerebbe di essere in salvo. E invece i guai
non sono affatto finiti: la costa è esposta alle
perturbazioni e una terribile tempesta infuria
per giorni e giorni. Le condizioni fisiche degli
uomini non possono che peggiorare, visto che
da troppo tempo sopravvivono a stento con pasti quanto mai miseri. E, quel che è peggio, attorno all’isola non passano navi. Per trovare
aiuto, Shackleton capisce che non possono che
fare rotta per la Georgia del Sud, un altro viaggio di oltre mille chilometri, e decide di partire
con una sola scialuppa e pochi uomini, lasciando i rimanenti ad aspettare una spedizione di
soccorso.
Il viaggio di traversata verso la Georgia del
Sud è estremamente rischioso. L’oceano a sud
di Capo Horn è tra i più pericolosi al mondo,
tristemente noto per le sue burrasche mortali.
Alla partenza della scialuppa, caricata con
provviste sufficienti per sei mesi, gli uomini rimasti sulla spiaggia lanciano tre sonori «urrà»
e guardano a lungo i compagni mentre lentamente spariscono all’orizzonte. Possiamo immaginare che sia il momento forse più intensamente drammatico di tutta quella dura e interminabile avventura polare. Gli uni e gli altri
possono ben dubitare di mai più rivedere gli
amici dell’altro gruppo. Ma non c’è alternativa.
Fatto sta che, dopo aver affrontato innumerevoli onde maligne e venti infami per altri dieci
giorni consecutivi, il gruppo di Shackleton raggiunge sano e salvo la baia di Re Haakon, nella
Georgia del Sud. Ora bisogna avventurarsi all’interno dell’isola per cercare aiuto presso la
stazione baleniera di Stromness. Ancora 36
ore di marcia forzata e finalmente, quando in
lontananza appare il porto di Husvik, quegli
uomini spossati si stringono le mani l’un l’altro
in silenzio, senza più neanche la forza di esultare visibilmente.
Accolti con cibo, bevande e un ristoratore
bagno con acqua calda, Shackleton e i suoi
hanno ora come primo pensiero l’immediata
salvezza dei compagni lasciati sull’isola Elephant. Per fortuna, in breve il governo cileno
presta una nave a vapore, con la quale il 30
agosto 1916, dopo quattro tentativi falliti, il
capo spedizione raggiunge gli amici ancora
isolati e li imbarca dirigendo a nord, verso l’America del Sud. E lì si decide che tutti ricorderanno e celebreranno la giornata del 30
agosto per il resto della loro vita. All’arrivo a
Punta Arenas, in Cile, 30.000 persone riempiranno le strade per accogliere degnamente
il ritorno degli eroi dell’Antartide. Ernest
Shackleton ha concluso la sua perigliosa spedizione senza perdere neanche un membro
dell’equipaggio: «Tra la vita e la morte, ho
scelto la vita, per me e i miei amici... Credo
che sia nella nostra natura esplorare, ricercare ciò che è sconosciuto. Il vero fallimento sarebbe non esplorare affatto».
I disegni del tenero William Grill, caratterizzati da una levità che s’indovina sorridente,
si attagliano a una materia tanto rude e maschia davvero a sorpresa. Sono matite colorate
dalle tinte accese, particolarmente risaltanti
sul biancore accecante che le circonda, e in un
certo senso attenuano la drammaticità degli
eventi raccolti e rievocati. Però, allo stesso
tempo, la imprimono forse meglio nella memoria – potenza affabulatoria delle sollecitazioni retiniche.
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36 | ARTI
sabato 4 ottobre 2014
il primato della Pixar
nella fabbrica della fantasia
MARIUCCIA CIOTTA
n Il 95% delle start up della Silicon Valley fallisce, ma tra le sopravvissute ce n’è una che fa la
storia. Il segreto di quel successo
lo svela l’uomo che insieme a
Steve Jobs e a John Lasseter ha
creato lastar(t)più brillante della Baia di San Francisco, la società che ha rivoluzionato il cinema
d’animazione, la Pixar.
Ed Catmull, al comando della
società californiana passata da
45 a 1200 dipendenti in 25 anni
di vita, ne racconta l’avventura
dalle origini, quand’era ancora
una costola della Lucasfilm. Fu
lui il primo a sognare un lungometraggio realizzato in computer graphic nonostante il disinteresse di tutti, compreso George Lucas, che aprì il dipartimento informatico solo per potenziare l’alta tecnologia nelle sue
Guerre stellari.
Autore della guida per creativi e manager Creativity Inc. (titolo italiano: Verso la creatività
e oltre, Sperling&Kupfer, pp.
360, 18 euro) Catmull presenterà il suo libro al festival di Internazionale per esportare le regole d’oro che lo hanno portato alla
testa della più grande corporation mondiale dell’entertainment, sgorgata dalla sua mente
di bambino fan di Walt Disney.
Quel bambino non solo è riuscito a trasformare la piccola Pixar
in un colosso, ma è entrato dai
cancelli di Burbank come salvatore della major di Mickey Mouse. Negli ultimi 16 anni, infatti,
la Disney aveva perso in bellezza
e in business e nessuno dei suoi
film dal 1994 (anno di Il re Leone) al 2010 aveva più toccato la
cima del box-office, nonostante
titoli pregevoli come Mulan
(’98) e Lilo &Stitch(2002).
L’acquisizione della Pixar nel
2006, non a caso, fu sollecitata
dal ceo della Disney Company
Bob Iger, subentrato a Michael
Eisner che aveva sperperato il
patrimonio artistico della compagniacon unapoliticaaziendale del profitto al primo posto.
Non fu la Pixar, come si crede, a
cedere sovranità, ma il contrario. Ed Catmull, il tecnico, e
John Lasseter, il poeta in camicia hawaiana di Toy Story, salirono alla testa dello Studio nato
dallafusione. Ilprimonominato
presidente, il secondo direttore
artistico.
Manuale pionieristico, Verso
la creatività e oltre ci racconta il
viottolo da percorrere per raggiungere il primato della fantasia, a cominciare da un tavolo.
Lungo e stretto con al centro i
leader, disseminato di segnaposti e, a scalare, le persone meno
importanti, il che spegneva, nota Catmull, lo scambio creativo.
Il principio della massima circolazione delle idee e della libertà di critica, fondamenti della
cultura aziendale Pixar, prende,
dunque, una forma quadrata
per vedersi e sentirsi meglio, e
avvia il metodo per spremere a
Dal 1994 (anno de Il re
Leone) al 2010 nessun
film Disney toccò
la cima del box-office
ogni dipendente, compreso l’addetto alle pulizie, il meglio di sé.
Il mondo di Luxo Junior, la
lampada-marchio del gruppo
che, alta sei metri, dà il benvenuto all’ingresso dello Studio di
Emeryville, è descritto da Catmull come il regno del conflitto
costruttivo.
Eliminati i supervisori alla
produzione e le gerarchie tradizionali (niente piani alti per i
boss né parcheggi auto privilegiati), il campus, dotato di una
piscina, spazi d’incontro e di gioco (calcio e pallavolo) è disegnato a misura di operai immaginifici. Alla Pixar le scrivanie sono
zeppe di oggetti personali, e
ognuno può suggerire modifiche al piano di lavoro con i colleghi di altri reparti senza passare
dal capo-struttura. Un mondo
IN SALA
I mostriciattoli
protagonisti del film
d’animazione Monsters
University, diretto da
Dan Scanlon e
prodotto dalla Pixar
basato su teorie del tipo «date a
un team mediocre una buona
idea su cui lavorare e la sprecherà; date a un team brillante un’idea mediocre e riuscirà a sistemarla e a sostituirla con una migliore», «cercate sempre di assumere chi è più intelligente di
voi», «eccellenza, qualità e bon-
tà, sono parole che dobbiamo
guadagnarci. Non tocca a noi attribuircele, sono gli altri che devono usarle quando parlano di
noi», «il miglior modo di prevedere il futuro è inventarlo». Ma
le pillole di saggezza snocciolate
da Catmull non dicono la sostanza dell’ascesa Pixar, che si
affermò grazie a una radicale difesa del progetto fondativo, come spiega il libro, anche quando
tutto andava a rotoli.
Evitata la disintegrazione del
concept (sperimentare le nuove
tecnologie informatiche a servizio del cinema d’animazione)
minacciata dalla General Mo-
l A FERRARA
l
grande schermo Internazionale
n Molti film, belli e dannati, usciti nel
mondo non raggiungeranno mai né i
cinema né le tv (quelle più consapevoli
non hanno budget). Esempi lampanti
e recenti Palo Alto di Gia Coppola, Seppellendo la ex di Joe Dante o il film postumo di Alexej German È difficile essere un dio. Visto che non possiamo
contare sulla distribuzione, pubblica o
commerciale, merita una particolare
segnalazione il doppio festival cinematografico organizzato all’interno del
week end Internazionale a Ferrara
(3-5 ottobre). Verranno infatti presentati durante il week end con i giornalisti di tutto il mondo, nel cinema Boldi-
ni e nella sala Estense, una decina di
film di qualità (anche spettacolare), sia
documentari che di finzione, acquistati per il nostro mercato da case di distribuzione eretiche come MovieInspired, FeltrinelliReal Cinema, Cineclub
Internazionale e Exit Media e pronti
per il battesimo del pubblico. Tra i film
proiettati nei giorni scorsi a Ferrara
nella sezione “Mondocinema” (film di
finzione) ricordiamo Altman, che il canadese Ron Mann, divulgatore dei
succhi benefici della controcultura anni ’60 e ’70 ha presentato a Venezia;
Stray Dogs di Tsai Ming Liang, affresco poetico-politico estremo, successo
a Cannes e L’immagine mancante di
Rithy Pahn, sulla persecuzione, tortura e sterminio degli abitanti di Phnon
Penh da parte dei Khmer rossi
(1975-1979) . Se nel settore d’essai il regime di monopolio è preoccupante, sono esagerate le rigidità di circolazione
e questi film rischiano di non circolare,
le cose vanno ancora peggio per i documentari, nonostante il successo incalzante delle opere di Michael Moore e
Sabina Guzzanti.
Marmata di Mark Grieco (scontro
contadini e multinazionali dell’oro in
Colombia); Documented del premio
Pulitzer di origini filippine Jose Antonio Vargas, per una legge equa sull’immigrazione in Usa; Hope on the line di Papanicolau e Yannoukou (su
Tsipras) e #chicago girl di Joe Pisca-
tella (sulla rivoluzione siriana combattuta dai social network), scelti dal
curatore della sezione Mondovisioni
Sergio Fant, per il sesto anno consecutivo si avvarranno di una distribuzione capillare alternativa (l’anno scorso
ha toccato 22 città per un totale di 200
proiezioni). Per questo l’iniziativa di
coinvolgere nel festival anche il sito
MyMovies e programmare in streaming i film di finzione selezionati (da
Francesco Boille, critico di Internazionale), è particolarmente necessaria (e bene ha fatto la Mostra di Venezia 2014 a gemellarsi con MyMovies
per socializzare on line parte della sezione Orizzonti, anche se per 400 persone a film). Per superare i limiti territoriali della manifestazione basterà
collegarsi alla pagina wwwmymo-
vies.it/live/ registrarsi e attivare un
profilo Free o Unlimited. Francesco
Boille ha scelto per questa serata del 4
(a ingresso gratuito) due splendidi
film latinoamericani, El estudiante e
Malo Pelo che ci introducono, e non
superficialmente, dentro l’atmosfera
politica e sociale dell’Argentina e del
Venezuela di oggi, attraverso le peripezie di un renziano di Buenos Aires e
di un ragazzino nero innamorato dei
capelli lisci di una star del neomelodico, gay e glam. Nella sezione documentari, stasera e domani, due lavori
scandinavi sulla emigrazione dall’Africa (Days of Hope di Ditte H. Johnsen) e su Franz Fanon e il suo elogio
della violenza anticoloniale (Concerning violence di Goran H. Olsson).
(r.s.)
sabato 4 ottobre 2014
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ARTI | 37
Animazione | In un libro le ricette di Ed Catmull,
l’uomo che ha trasformato una start-up in
un vero e proprio colosso. Ed è riuscito anche
a salvare dai guai la major di Mickey Mouse
WALT DISNEY PICTURES / PIXAR ANIMATION STUDIOS
tors che, attratta dalle conquiste
informatiche (da applicare alle
auto), tentò l’acquisto del gruppo, la futura Pixar incontrò Steve Jobs. Il genio folle, il manager
arrogante, aggressivo, autoritario, come lo descrive Catmull ai
primi incontri, e poi addolcito
negli anni dalla sua creatura di
pixel e fantasia, dalla fabbrica di
A Bug’s Life,Nemo,Wall-E.
Jobs estromesso dalla Apple
nel 1985, acquistò il settore computer graphic della Lucasfilm
l’anno seguente, e all’inizio la
immaginò come clava per battere, con la sua NeXT Computer,
la società della mela che lui stesso aveva fondato.
Cartoon digitali? Macché, gli
interessava solo vendicarsi degli ex soci. Catmull tenne duro,
perfino quando Jobs minacciò
di rivendere la Pixar al miglior
offerente e di disfarsi di quel ridicolo manipolo di artisti digitali. Fu invece la minuscola start
up visionaria a trasformarlo e a
favorirne il ritorno trionfale alla
Apple, dove iniettò il virus della
macchina creativa, tecnologia
più software, iPod, iPhone,
iPad, balocchi informatici, fonte di nuovi piaceri, destinati a
sovvertire la comunicazione
e a diffondere la conoscenza.
Inizio del Jobs Act, quello vero, che farà decollare la Pixar, di
cui il guru formato Mac annuncia la quotazione in Borsa, tra lo
sconcerto generale, prima ancorache ilfilmd’esordio, Toy Story
(’95) abbagli spettatori e botteghino (è il più visto dell’anno,
357 milioni di dollari in tutto il
La cultura aziendale è
fondata sulla massima
circolazione delle idee
e della libertà di critica
mondo), diretto da John Lasseter, licenziato a suo tempo perché troppo innovativo dalla Disney, la quale tentò non solo di
riprenderselo ma di piegare la
società di Catmull alla sua logica
produttiva.
Un’altra aggressione all’indipendenza della Pixar fu perpetrata, infatti, dall’amministratore delegato della major con le
orecchie, Eisner, che di fronte al
rifiuto di realizzare sequel a basso costo destinati all’home-vi-
deo, aprì un nuova divisione,
Circle 7, al fine di produrre film
senza qualità con i personaggi
dei titoli Pixar con la quale aveva
stipulato un accordo per la distribuzione. La manovra fallì, la
divisione fu chiusa. Woody, il
pupazzo cowboy digitale, conquistò Topolino.
La passione per l’ignoto, ancora invisibile ai più, e per un
progetto ritenuto impossibile ha
permesso all’ambiente fertile
Pixar di prosperare al di là dell’ansia da prestazione, chiamata
da Catmull la Bestia, e di risolvere i problemi anziché evitare gli
errori: «Un insuccesso non è assolutamente negativo. È una
conseguenza necessaria del tentativo di fare qualcosa di nuovo». L’errore come motore propulsore, anche a rischio del disastro: le immagini di Toy Story 2
scomparvero dal computer
quando qualcuno per sbaglio
schiacciò il tasto /bin/rm – rf*,
un comando per cancellare all’istante il contenuto di un file
system. Il lavoro fu recuperato
grazie a un imprevisto (la casualità feconda): l’intero database
del film era stato copiato nel suo
pc personale da un membro dello staff, distaccato a casa per la
nascita del figlio.
Moltitudine di idee, le persone al centro, un collettivo all’opera, allenato a braintrust non
competitivi, solidale nelle divergenze e in grado di fare scintille,
perché «all’inizio i nostri film sono un disastro», Catmull indica
le regole del gioco, buone per
ogni impresa intenzionata a destabilizzare l’esistente e a seguire la massima del compositore
Philip Glass: «il vero problema
non è trovare uno stile... ma sbarazzarsene».
L’insegnamento maggiore,
però, traspare suo malgrado (o
forse no) dalle ultime pagine del
libro, quando testimonia la superfetazione della corporation
bifronte, che ha acquistato la
Marvel nel 2009 e la Lucasfilm
nel 2012, con la conseguente
perdita negli Studios di Emeryville del tavolo quadrato. Ridurre personale, tempi di lavorazione e budget del 10%, la parola d’ordine, per scodellare tre
film ogni due anni, quando Toy
Story ne ha richiesti almeno
quattro. Ecco il perché del sequel Cars 2 e del prequel Monsters University, opere dimenticabili, insieme al super sponsorizzato The Brave. In quanto alla
Disney, l’Oscar 2013 a Frozen,
storpiatura della favola di Andersen (La regina delle nevi) e
maggior incasso di sempre, non
l’assolverà dalla caduta d’incanto. L’Academy, pentita, assegnerà quest’anno la statuetta d’oro
alla carriera a Hayao Miyazaki,
battuto al Kodak Theatre con il
suo memorabile Si alza il vento.
La Pixar/Disney, insomma, rischia di farsi divorare dalla bestia bramosa di performance e
profitti. E di seppellire la filosofia della sua infanzia: «La qualità è il miglior business plan».
HOLLYWOOD Da destra, Douglas Fairbank, Charles Chaplin, Mary Pickford e D.W. Griffith
CONTRASTO
il cinema è sempre stato
colorato (e mai muto)
Rassegna | A Pordenone i migliori film dei ruggenti
anni Venti, primi straordinari esperimenti a colori
ROBERTO SILVESTRI
n L’età del jazz fu scatenata, vitale, antiproibizionista, sperimentale. E colorata, come la
pubblicità, le big band di Duke
Ellington e le tele surrealiste. Alle Giornate del cinema muto di
Pordenone n. 33 (dal 4 all’11 ottobre), quest’anno la sezione più
sorprendente è infatti dedicata
proprio ai film a colori dei ruggenti anni Venti. Sono corti, medi e lungometraggi, cartoon,
spot o sequenze inserite in kolossal in bianco e nero. Ben Hur
del 1925 (quello che si doveva girare al Quadraro di Roma), l’atteso L’isola misteriosa, il primo
I dieci comandamenti di Cecil B.
De Mille, Il pirata nero con
Douglas Fairbanks impegnato
nel bacio più lungo della storia,
The Joy Girl di Allan Dwan e
Sally sono tra i lungometraggi
più attesi. Realizzati prima o durante l’avvento del sonoro, miracolosamente ritrovati e restaurati dai maggiori laboratori del
mondo, queste opere renderanno omaggio alla febbre metropolitana per la pellicola a colori,
agli esperimenti cromatici sensoriali, spettacolari ed esotici di
quel decennio e soprattutto a chi
li seppe sintetizzare e sviluppare, cioè alla Technicolor di Boston che prese il nome dal Mit,
l’università scientifica da cui
provenivano i suoi fondatori.
La società oggi è francese,
proprietà dal 2001 della ex
Thompson Multimedia, nazionalizzata da Mitterrand e poi riprivatizzata nel 2003. Ma l’azienda di Issy-les-Moulineaux
non ha molto più che il nome
della gloriosa creatrice di Via col
vento, Il mago di Oz, Biancaneve
e i 7 nani, Cantando sotto la
pioggia, Padrino parte II, Godzilla, Batman & Robin. Nata nel
1915, in 50 anni anni di invenzioni tecnologiche, fallimenti,
conquiste e investimenti spesso
azzardati, l’originale Technicolor Motion Picture Corporation
di Herbert e Natalie Kalmus divenne sinonimo di cinema a colori sbaragliando la concorrenza
attraverso ben sei procedimenti
di ripresa, stampa e colorizzazione prima bicromatica poi tricromatica (i primi tre brevettati
proprio durante il periodo muto), sempre più perfezionati. Per
poi sparire con la morte della
celluloide. E risorgere come società transnazionale, leader nei
servizi di post-produzione, pro-
Ecco i codici espressivi
di viraggio: verde per
l’orrore, rosa per
l’alba, blu per l’esterno
duzione digitale, effetti speciali,
animazione e realizzazione di
edizioni blue-ray d’eccellenza.
La qualità cromatica digitale di
recenti blockbuster come Resident Evil, RoboCop o Anchorman: The Legend Continues si
deve proprio alla nuova Technicolor Inc.
Il cinema in realtà non è mai
stato muto ed è sempre stato colorato. E non solo per la presenza in sala del pianista e dell’orchestra, o per la proiezione di fotogrammi dipinti a mano agli albori del secolo scorso da centinaia di operai e operaie muniti
di pennellini e di inchiostri trasparenti. Dai fratelli Lumière ai
codici espressivi di viraggio griffitthiano (blu per l’esterno, rosa
per l’alba, verde per l’orrore, ambra per gli interni, rosso per gli
incendi), dai grandi musical
Mgm anni 50 allo schermo gigante in alta definizione e al dolby system, la tecnologia e la ricerca scientifica, non solo in Europa e negli Stati Uniti, hanno
saputo registrare su disco o pel-
licola i suoni e le musiche e simulato la ricchezza e le sfumature dello spettro cromatico con
approssimazioni ottiche sempre più sorprendenti. Il mercato
ha però trasformato con parsimonia quelle invenzioni in processi industriali operativi e ad
alto tasso ideologico (una sciabolata di colore acido può marchiare per sempre un cattivo
particolarmente nemico). Gli
alti costi e i laboriosissimi procedimenti hanno frenato la diffusione del cinema a colori, come
noi lo conosciamo, almeno fino
alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. Se macchine primitive per colorare le immagini
erano state messe a punto nel
1902 dall’inglese Edward Raymond Turner, superando la
tecnica del puchoir (la stessa
usata per colorare le cartoline illustrate) e l’abitudine al viraggio, è solo dopo la fine della
grande guerra che, grazie ai brevetti chimici confiscati come riparazione dei danni di guerra
dagli americani ai tedeschi, leader nell’uso dell’anilina, si riuscì
a rendere economico e sempre
più semplice il processo di colorizzazione, liberandosi dalle gigantesche macchine da ripresa a
tre bobine e dai laboriosissimi
sistemi di imbibizione.
Un omaggio a Charlie Chaplin, nel centenario della nascita
di Charlot, una retrospettiva di
film interpretati dalla dinastia
Barrymore, i tre giganti della
scena teatrale americana, shakesperiana e moderna, del secolo scorso (Ethel, Lionel e John
non misero mai in scena i drammi di D’Annunzio, ma La cena
delle beffe sì); i film comici di
Protazanov, di epoca sovietica,
completano il programma della
rassegna, al teatro Comunale
Giuseppe Verdi. E, sarà bene ricordarlo, si tratta del festival italiano di cinema che, dopo Venezia, ha più eco nel mondo e, più
di Venezia, prestigio.
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38 | ARTI
sabato 4 ottobre 2014
nei volti di Weimar
il mondo furioso e spietato
Fotografia | August Sander e Helmar Lerski in mostra all’Accademia
Tedesca di Roma (fino al 7 novembre). Attraverso il loro obiettivo l’epoca
fra le due guerre, topografia di un continente sull’orlo del cambiamento
IRENE ALISON
n Due uomini armati di macchina
fotografica negli anni tumultuosi
di Weimar, due ossessioni e due
modi di guardare che si esercitano
sullo stesso oggetto – l’uomo – producendo esiti diametralmente opposti. All’Accademia Tedesca di
Roma August Sander e Helmar
Lerski sono i protagonisti di una
mostra (fino al 7 novembre 2014,
nell’ambito della XIII edizione di
Fotografia – Festival Internazionale di Roma, dedicata quest’anno
al ritratto) che crea un dissonante
e illuminante parallelo tra l’opera
dei due fotografi tedeschi, autori di
esplorazioni e di elaborazioni diversissime intorno all’idea di ritratto.
Catalogazione minuziosa delle
maschere esteriori per definire tipi
e archetipi della società del suo
tempo per Sander, scavo espressionista nell’interiorità dell’individuo
AUGUST SANDER
Foto che colgono le tipologie
umane del tempo: un
catalogo a metà strada fra
arte e indagine sociologica
oltre la superficie del volto per Lerski, il ritratto è per entrambi il criterio di conoscenza del mondo furioso, convulso e spietato in cui i
due fotografi vivono e lavorano:
quello della Germania tra le due
guerre, in cui i semi del nazismo
germoglieranno fino a dare i loro
terribili frutti. «Per vedere la verità
bisogna essere in grado di tollerarla, quindi lasciate che sia onesto e
che vi dica il vero sulla nostra epoca e la sua gente», dice Sander nel
1927. Fotografo di studio per la
borghesia di Linz nei primi anni
del Novecento e poi, dopo un radicale cambiamento di forme e di intenzioni, sguardo prediletto dalla
generazione del Gruppo degli Artisti Progressisti di Colonia (dove si
trasferisce nel 1910), Sander concepisce l’ambizioso progetto di fotografare, mantenendo un punto
di vista rigorosamente neutrale, le
tipologie umane del suo tempo,
fornendo un catalogo a metà strada tra la ricerca artistica e l’indagine sociologica.
Musicisti, segretarie, contadini,
burocrati, bambini, ballerine, artisti: dall’obiettivo di Sander (e dalla
sua opera, Uomini del ventesimo
secolo, rimasta incompiuta) emerge l’inventario di un’epoca, la topografia socioantropologica di un
AUGUST SANDER
mondo sull’orlo del cambiamento.
Raramente chiamati per nome e
inseriti in categorie corrispondenti
ai mestieri e alle classi sociali, i
soggetti di Sander sono ripresi
quasi esclusivamente di fronte, in
posizioni statiche e con lo sguardo
rivolto all’obiettivo. Colti dalla
macchina fotografica nell’abito
della domenica, immortalati nella
migliore delle loro maschere, rivelano nello sguardo la vaga inquietudine di una stagione al crepuscolo, in procinto di essere spazzata
via dalla modernità e dalla guerra.
«In ogni essere umano c’è ogni cosa, la questione è solo come la luce
ci cade sopra», afferma, agli antipodi della visione di Sander, Helmar Lerski. Lontano dalla ricerca
di oggettività che anima il suo contemporaneo, Lerski considera la
fotografia uno strumento per plasmare i volti a misura dei moti del-
l’anima. Lerski è attore, fotografo,
cineasta e viaggiatore senza pace.
Figlio di ebrei polacchi, nel 1932
fugge dagli spettri del nazismo verso la Palestina, dove realizza la sua
opera più celebre, Trasformazioni
attraverso la luce, 175 close-up dello stesso soggetto scattati su un tetto di Tel Aviv.
Dietro l’obiettivo dà volto alla
frenesia del suo tempo in ritratti
che, negando ogni possibile neutralità e chiamando lo spettatore a
un confronto serrato, sembrano
esondare dalla carta fotografica
animati da un’urgenza incontenibile. La stessa urgenza che, con
forme diverse, anima in realtà la ricerca di Sander: quella di un ritratto che, molto al di là della somiglianza con il soggetto, punta a rivelare l’incertezza del destino
umano attraverso l’ontologica incertezza della fotografia.
AUGUST SANDER
RITRATTI
Sopra in senso orario,
Jungbauern auf dem
Wege zum Tanz, 1914;
Helmar Lerski, aus
Metamorphose, 1936;
Der Industrielle Daniel
Jung aus Brünn, 1930;
Der Maler Franz Wilhelm
Seiwert, Köln, 1928
AUGUST SANDER
sabato 4 ottobre 2014
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ARTI | 39
ATELIERSJEANNOUVEL
ANDREA DUSIO
n Dalla balaustra che si affaccia sul
giardino interno del Namoc, il nuovo Museo Nazionale Cinese dell’Arte progettato da Jean Nouvel, un
rincuorante sole primaverile invade
l’immenso ambiente, popolato da
una vegetazione traboccante, come
in una delle serre londinesi dei Kew
Gardens. E un attimo dopo, basta
cambiare immagine, è già autunno,
la gamma caldissima dei rossi e dei
gialli come da noi si vedono solo negli orti botanici è baciata da una luce
appena smorzata, come in una clamorosa ottobrata pechinese.
Potenza del rendering. I disegni
di Nouvel sono stati svelati con un
grande evento/stampa, a cui ha partecipato, unitamente al Ministro
della Cultura cinese Liu Yandong,
anche il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, a coronamento di una collaborazione che ha visto
gli ateliers parigini affiancati dal
Beijing Institute of Architectural
Design. Il risultato è un edificio che
si riconnette agli esiti più noti di
la grandeur dell’arte
si costruisce a Pechino
Architettura | Svelato il progetto di Jean Nouvel per il Namoc, il grande
Museo Nazionale Cinese dell’Arte, che sorgerà nel centro della metropoli e
ne ridisegnerà le geometrie. Al via le critiche dei detrattori e l’elogio dei fan
door, schermato da una facciata che
fa, con le allusioni formali a segni,
geometrie e andamenti dello scrittura e dell’arte cinese, da scambiatore simbolico tra interno ed esterno, e ancora il soffitto d’oro neotradizionale dell’ambiente superiore,
la cosiddetta “sala d’estate”, e una
grande e poco connotata terrazza
sul tetto, la sensazione è che in definitiva Nouvel abbia disegnato un
Un edificio carico di una
magniloquenza che i critici
hanno stigmatizzato
parlando di «intenti epici»
e «grandiosità comica»
Nouvel (a partire dall’Istituto del
Mondo Arabo, la realizzazione che
lo rivelò negli anni Ottanta) ma è
anche carico di una magniloquenza
che i detrattori hanno stigmatizzato
duramente, parlando di «intenti
epici» e «grandiosità comica». Al
Namoc è in effetti assegnata una posizione e un ruolo chiave nella riconfigurazione simbolica della nuova Pechino: al centro del nuovo distretto museale, che sta sorgendo al
posto dell’area utilizzata per le
Olimpiadi del 2008, a ridosso dei
principali assi urbani, e con una
connessione potente con la Città
Proibita, dove sorge il vecchio Museo Nazionale delle Arti, che la nuova struttura con i suoi 13mila metri
quadri supererà otto volte in dimensioni (la superficie è, come ha rimarcato Fabius, il doppio di quella
del Louvre).
Ma il problema forse più complesso che è chiamato a risolvere il
progetto di Jean Nouvel – preferito
nel 2012 a quelli di Frank Gehry,
Zaha Hadid e Moshe Safdie – è il carattere “aperto” del dispositivo museale Namoc: un luogo che non si li-
Il dispositivo museale avrà
un carattere aperto, ossia
non si limiterà a ospitare
le collezioni storiche ma
dovrà estendersi al futuro
ATELIERSJEANNOUVEL
RENDERING Alcune
immagini del progetto
dell’architetto Jean Nouvel
per il Museo Nazionale Cinese
dell’Arte (Namoc) che
sorgerà a Pechino
mita a ospitare le collezioni storiche, ma che deve in qualche modo
suggerire l’idea di una continuità
temporale e di un’estensione verso il
futuro. L’intenzione infatti è quella
di collocarvi opere e testimonianze
che
vanno
dall’era
Ming
((1368-1644) a oggi. Nella presentazione, Nouvel spiega: «Il Namoc è
inscritto nello spazio come il frammento di un ideogramma elaborato
da un artista in un lungo periodo di
tempo, dando allo stesso tempo un
senso di maestosità e di incompiutezza voluta. Ancorandosi al terreno
si impone nel cielo». Una dichiara-
zione piuttosto impegnativa che,
unitamente all’assenza di indicazioni relative ai tempi di realizzazione e
al costo dell’opera, ha scatenato i
commenti ironici di chi identifica
nell’architetto francese (anche in
ragione della commessa ottenuti
negli Emirati Arabi per un altro
Moloch, il Louvre di Abu Dhabi) il
campione del nuovo priapismo legato al desiderio di affermazione
culturale delle economie rampanti e
al diffondersi dei franchise museums.
E se i caratteri principali del progetto sono il già citato giardino in-
edificio “aperto ma non troppo”,
piuttosto anonimo – a quanto si vede dalla sezione longitudinale – per
organizzazione degli spazi espositivi, meno vitale e creativo delle intenzioni esibite, il cui pregio maggiore è il tentativo di inserirsi nel
paesaggio, riverberando i rami e il
profilo degli alberi, le rocce e le
montagne, il passaggio della gente
come un grande specchio in cui si rifletta l’immagine persistente e cangiante della natura pechinese. Assolta questa funzione rassicurante
di rappresentazione con meccanismi di mimesi sufficientemente
spettacolari, il progetto si smarca
dalla tentazione di un affondo sulla
relazione contenitore/contenuto,
consegnando ad allestitori e fruitori
più un problema che una soluzione.
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40 | ARTI
sabato 4 ottobre 2014
siamo ciò che cuciniamo
Gastronomia | Tre libri sull’attività che, secondo un antropologo, ci distingue dalle scimmie.
Dalla maniacale e gioiosa passione per i fornelli all’epopea sovietica ricostruita a suon di ricette
CARLOTTA VISSANI
I LIBRI
n Cuocere è quello che ci distingue
dalle grandi scimmie, come dice
Richard Wrangham, antropologo
e primatologo di Harvard - e ripreso da Michel Pollan, editorialista
del New York Times e professore di
giornalismo all’Università di Berkeley, in Cotto. Storia naturale della trasformazione (traduzione di
Isabella C. Blum, Adelphi, pp. 506,
euro 28,00).
A renderci umani, secondo
Wrangham, fu la scoperta della
cottura del cibo da parte dei nostri
remoti antenati, non la fabbricazione di strumenti né il consumo
Cotto
di Michel Pollan
Adelphi
• tr. di Isabella C. Blum, pp. 506, 28 euro
L’arte della cucina sovietica.
Una storia di ricette e nostalgia
di Anya Von Bremzen
Einaudi
• tr. di D. Sacchi, pp. 300, 20 euro
Gastromania
di Gianfranco Marrone
Bompiani
• pagine 203, 14 euro
In Grecia la parola che
indicava il cuoco, il macellaio
e il sacerdote era la stessa:
mageiros, termine che ha la
radice etimologica di magia
di carne o il linguaggio. Qualunque sia la verità una cosa è certa: il
cibo è magia. In Grecia la parola
che indicava il cuoco, il macellaio e
il sacerdote era la stessa: mageiros, termine che ha la radice etimologica di magia. La magia, insegna Pollan, non si sprigiona infilando un cibo precotto nel microonde né andando al fast food,
per quanto una consistente fetta di
umanità (de)civilizzata, americani
e anglosassoni in testa alla classifica, pensi che scongelare un’imitazione della soupe à l’oignon parigina significhi cucinare. Quanto
tempo dedichiamo al giorno per la
preparazione dei pasti principali?
Studi recenti dicono che la media
sia una ventina di minuti eppure
passiamo ore a osservare persone
che maneggiano pentolame in televisione, leggiamo libri di gastronomia e consideriamo gli chef stellati venerabili star (se vi interessa
capire il perché di questa moderna
tendenza leggete Gastromania di
Gianfranco Marrone per Bompiani). Quella stessa attività che molti
considerano un’ingrata routine
quotidiana è stata elevata al rango
di evento di richiamo mentre nelle
nostre case impazzano piatti pronti e carne in scatola. La magia s’innesca certo più facilmente quando
si sorveglia per ore un brasato in
casseruola dopo averne preparato
il soffritto e aver massaggiato il taglio con il giusto quantitativo di
sale (lo avete mai fatto?, Pollan sì),
quando si osserva la pasta del pane
lievitare sotto un canovaccio avendo prodotto da sé il lievito madre,
quando ci si cimenta, dopo moltissimi anni dall’ultima volta, nella
ricetta della kulebjaka sovietica,
una sorta di torta pasqualina farcita di cavoli, semola, midollo di storione e uova sode, essendo nativi
di Mosca e avendo patito la fame
in tempi di guerra.
La kulebjaka è il territorio della
NAVESH CHITRAKAR / REUTERS / CONTRASTO
MENÙ I preparativi della
colazione per i fedeli in una
moschea di Kathmandu
newyorkese Anya Von Bremzen,
foodwriter nata a Mosca nel 1963,
cresciuta in un appartamento la
cui cucina era in condivisione con
diciassette famiglie, ed emigrata a
Philadelphia con la madre Larisa
nel 1973.
Pollan, affetto da una maniacale
e gioiosa passione per l’arte dei fornelli e dell’alimentazione corretta
già dimostrata nel bestseller Il dilemma dell’onnivoro e ne In difesa
del cibo, inviterebbe volentieri a
cena Anya, ancor di più Larisa per
un tête-à-tête ai fuochi. Perché Larisa, nella sua difesa della cucina
sovietica doc, tenuta viva nonostante la storia abbia devastato la
popolazione a cui appartiene, decimandola e stravolgendone ogni
abitudine alimentare, c’è l’amore
indefesso per la preparazione di alcuni piatti tradizionali, prendendosi il tempo per farlo e scegliendo
con chi dividerli perché gli ospiti
hanno il loro peso. Entrambi concordano, pur avendo vissuto esistenze totalmente diverse, su
quanto sia triste arrendersi ai pasti
mordi e fuggi quando, per necessità o volontà, si è sperimentato il
piacere di ritagliarsi del tempo per
sporcarsi le mani con acqua e farina. Tempo che pare mancare a
molti perché presi da altre attività
di apparente importanza vitale e di
fattuale inutilità.
In Cotto Pollan regala al lettore
la storia del suo apprendistato così
come si è svolto nella cucina di casa
sua, ma anche nel forno del panettiere, nel caseificio, nel birrificio,
accanto ai mitici pit masters, maestri del barbecue, gente che in
Nord Carolina cuoce interi maiali
più o meno come i sardi fanno con
il porceddu o a tu per tu con la scoperta del quinto sapore, l’umami
giapponese. Il volume è suddiviso
in quattro parti e ciascuna di esse
corrisponde a uno dei classici elementi – fuoco, acqua, aria e terra –
e ne dipende al 100%. Poetico e decisamente magico nonostante la
terminologia e i dettagli ne facciano un vademecum tecnico.
Come sono toccanti, spesso tragici ma sempre venati di un’ironia
che è figlia dell’istinto di sopravvivenza, i ricordi della Von Bremzen,
per la prima volta pubblicata in
Europa con L’arte della cucina sovietica. Una storia di ricette e nostalgia (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi, pp. 300, 20 euro).
Una donna che ancora oggi ha la
sensazione di abitare due universi
alimentari paralleli: uno dove i
menù degustazione dei ristoranti
di lusso di Manhattan sono all’ordine del giorno e l’altro in cui anche una banana, vera e propria rarità nella sua infanzia, esercita sulla sua psiche un’attrazione fortissima. Attraverso un memorabile foodoir che coinvolge quattro generazioni rappresenta la dolorosa eppur epica epopea dell’Urss attraverso il cibo e una serie di
personaggi, i suoi famigliari, eccentrici e carismatici.
«Avremmo ricostruito», scrive
riferendosi a lei e alla madre, «tutti
i decenni della storia sovietica osservandoli attraverso il prisma del
cibo. Ricordi delle tessere annonarie in periodo di guerra, delle requisizioni di grano di Lenin e delle
abitudini a tavola di Stalin; del dibattito in cucina di Kruscev e della
politica antialcol di Gorbaciov. Ricordi del cibo come nucleo nodale
della nostra vita quotidiana, ma
anche, malgrado gli stenti e la penuria, ricordi di ospitalità compulsiva e tavole imbandite». D’altronde se anche Nikolaj Gogol’ elesse lo
stomaco come il più nobile degli
organi diventa difficile contraddire la massima di Ludwig Fuerbach
secondo cui siamo quello che mangiamo. E, a questo punto, siamo
anche ciò che cuciniamo.
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
VALENTINA PIGMEI
n Che fortuna gli americani.
Si dice spesso che Oltreoceano gli scrittori abbiano vita facile con tutti quei luoghi sperduti, le lande desolate, i motel,
le pompe di benzina sghangherate. Gli americani hanno
il Texas, il Midwest, la California, il Mississippi: tutti potenziali Far West dove l’azione si
fa subito serrata e la storia
inevitabilmente avventurosa.
Qui da noi gli italiani devono
vedersela con grandi città
sempre più a misura di turista
e province ben poco magnetiche. O forse è soltanto una nostra abitudine esterofila? E se
gli americani fossero soltanto
più bravi? Forse anche noi abbiamo il nostro Far West ma
non lo sappiamo. Silvia Avallone, per esempio, ha provato
con Marina Bellezza (Rizzoli)
a fare del Biellese – risaie, silos, cascinali, rettilinei di
asfalto – una specie di “luogo
delle possibilità”, e c’è riuscita: ha scritto un romanzone
dal respiro un po’ epico, che
altrimenti sarebbe una banale
storia d’amore. Perché è chiaro che l’Italia della crisi ha bisogno di essere ridisegnata.
Dopo gli anni Novanta dell’escapismo, siamo tornati a
guardare e raccontare un Paese rovinato da anni di malgo-
ARTI | 41
il fascino feroce
del Far West Italia
Nicola Lagioia | L’incarognita provincia pugliese è la protagonista di un
romanzo che ridisegna letterariamente la nostra Penisola, rovinata da anni
di malgoverno e segnata dall’arretratezza. Eppure bella d’una Grande Bellezza
Il libro ha una struttura
a ragnatela, con il
centro dell’azione che si
sposta continuamente
in un arco di dieci anni
verno, segnato dall’arretratezza e insieme da un fascino
implausibile ad altre latitudini. E sembra che, dopo e grazie lo shock editoriale provocato da Gomorra, questo stia
accadendo. Mancava però un
libro in grado di raccontare il
degrado – e la bellezza – della
nostra Italia familista, un libro che denunciasse il malcostume della Sanità come una
puntata di Report, ma insieme
fosse un Grande Romanzo
Italiano. Il libro è arrivato finalmente, e si intitola La ferocia (Einaudi). Lo ha scritto
Nicola Lagioia, autore barese,
vincitore del premio Viareggio nel 2010 con Riportando
tutto a casa e molto amato da-
LA FEROCIA
di Nicola Lagioia
• Einaudi
• pagine 418
• euro 19,50
gli ascoltatori mattutini di
Radio Tre. Qui la provincia
pugliese selvaggia e incarognita dalla disonestà – provincia che riflette il decadimento di tutta la Penisola – fa
da sfondo alla narrazione.
Quanto ci ha lasciato esterrefatti la visione della serie True
Detective per la forza dirompente dell’ambientazione –
una Lousiana segnata dalle
alluvioni, gotica, derelitta,
spaventosa… invece che il solito Far West – tanto ci paralizza la Puglia di Lagioia, tra
abusi edilizi in Gargano e una
Bari marcia fin dalla fondamenta. Corruzione pubblica e
marciume privato, s’intende,
visto che al centro del romanzo c’è proprio una famiglia, i
HARD BOILED
CHANDLER AL FORTE
n «I morti non hanno fretta»,
dice il commissario Dino Santini quando, informato della
morte di una giovane donna,
sta per gustare il suo fritto misto al Guazzetto, la “sua” trattoria sulla Darsena. Al porto di
Viareggio hanno trovato una
ragazza impiccata: è Marta Innocenzi, la figlia di un grosso
imprenditore indebitato fino al
collo, che alla figlia ha da poco
intestato l’azienda. Il cantiere è
fallito e gli operai non prendono lo stipendio da mesi, ma
«per tenere aperto il villone al
Forte ce li ha i quattrini», precisa uno dei personaggi di I
SALVATORE ESPOSITO / CONTRASTO
BARI Venditrici di orecchiette in una strada del centro storico
morti non hanno fretta (Mondadori) il nuovo libro di Filippo
Bologna. Un’altra vittima della
crisi? Santini non è convinto.
Con un antefatto è molto simile
a quello de La ferocia, il libro di
Bologna, ottimo scrittore e sceneggiatore, è all’opposto un
noir classico, quasi un hard
boiled americano ambientato
in Versilia. Come una dichiarazione d’intenti, l’autore apre il
libro con una citazione da una
lettera di Raymond Chandler
del 1942: «Non m’importava se
l’enigma non sussisteva, m’importava della gente, di questo
strano mondo corrotto in cui
viviamo, e del fatto che ogni uomo che cerchi di essere onesto
appare in fondo o sentimentale
o semplicemente sciocco». E
Bologna scrive così bene che
potrebbe fare del suo abitudinario e un po’ cinico Dino Santini un nuovo Fabio Montale,
l’anti-detective protagonista
della famosa trilogia di
Jean-Claude Izzo su Marsiglia.
Viareggio non è certo Marsiglia, ma è una città strana e sconosciuta alla letteratura, stretta tra le Alpi Apuane e i “villoni”
di Forte dei Marmi: «Viareggio: elegante prima della Guerra, combattente durante, esistenzialista dopo, decadente
infine. Maniacale d’estate e depressa d’inverno, bipolare come tutte le città di mare».
Salvemini, ricchissimi costruttori edili. «La Puglia è la
terra del rimorso, dove è sorta
l’Ilva, e Punta Perotti – i grattacieli a strapiombo sul mare
di Bari fatti esplodere nel
2006 – dov’è scoppiato lo
scandalo dei Tarantini e delle
D’Addario, e dove la malasanità non è stata mai sconfitta», spiega Lagioia a pagina99. Una Puglia che non è
quella incantata del Salento,
né quella verde di Nichi Vendola, nemmeno quella dei
santi che volano cari a Carmelo Bene, ma una Puglia inventata, cruenta, dove prevale
l’attrazione per il morboso,
per il gotico meridionale. «Ho
inventato tutto – continua Lagioia – però mi sono documentato. Non come farebbe
un giornalista di cronaca giudiziaria, ma seguendo l’istinto, l’ossessione. Ho parlato
con medici, avvocati, giudici.
Da loro ho saputo di morti
strane, affari poco chiari di
personaggi importanti della
città. Notabili. Belle ragazze
da clinica psichiatrica. Situazioni morbose. Non mi interessava se quello che mi raccontavano fosse vero, cosa su
cui non ho mai indagato. Ma
capivo che erano storie verosi-
mili, o meglio: familiari. Ho
riconosciuto un olezzo che appartiene da secoli alle nostre
terre e ci tiene legati gli uni
agli altri, anche quando non
vorremmo. E nel marciume e
nel disastro, c’è anche un certo
splendore».
Come in 2066 di Roberto
Bolaño o Cuore Selvaggio di
Lynch, anche in questa Puglia
Corruzione pubblica
e marciume privato, fra
abusi edilizi in Gargano
e una Bari marcia fin
dalla fondamenta
feroce, notturna, livida, le statali sono illuminate solo da
una «pallida luna» e sembra
«quasi di avanzare nel deserto». Del resto il plot del romanzo assomiglia a quello di
un noir: Clara Salvemini, una
donna di trentasei anni, bella
e maledetta, viene trovata
morta in un autosilo. È la figlia del più potente costruttore della zona e tutti pensano a
un suicidio, tutti tranne l’instabile fratellastro della don-
na che, tornato in città dopo
molti anni, a suo modo farà
un’indagine. Il romanzo è sorretto da una struttura a ragnatela, con il centro dell’azione
che si sposta continuamente e
sbalzi temporali velocissimi,
quasi digitali: da una riga all’altra, nel tempo di un clic, ci
si sposta di dieci anni, dal passato a un presente spesso distorto e incomprensibile senza le continue discese all’indietro. Anche il tratteggio dei
personaggi si sviluppa in modo sghembo, con continue interruzioni e intermittenze, come in un quadro cubista: pezzo a pezzo, ricostruiamo tutto
(o quasi). La ferocia è anche
una modernissima anti-saga
famigliare, dove tutto ruota
attorno alla famiglia-simbolo
della rovina contemporanea –
in questo senso il modello di
Lagioia sono i Vicerè di De Roberto con il loro familismo
amorale, l’arrivismo, la micromegalomania, i rapporti
morbosi. Una famiglia cariata, fondata sull’ipocrisia dei
rapporti, sull’infedeltà, sul denaro; un denaro che può tutto, risolve tutto, aggiusta anche gli affetti, almeno finché
non lo fa più. «In Italia la famiglia è sacra. Di solito la gente preferisce farsene distruggere», dice uno dei personaggi nelle pagine finali del romanzo. E così non succederà
ne La ferocia, un libro che racconta, come nessun altro, la
nostra Italia, quella di adesso,
in spaventosa simultanea. E la
speranza, l’unica che emerge,
è proprio questa: non farsi distruggere.
pagina 99we |
42 | ARTI
L’AMORE SENZA FUTURO
DOVE SI VA DA QUI
di Simone Marcuzzi
Fandango
• pagine 318
• euro 16,50
I due protagonisti sono due personaggi tipici della nostra epoca, morosa di futuro, incastrata in un eterno
presente. Nadia e Gabriele conducono infatti un’esistenza comune: si sono conosciuti dodici anni prima all’università, si sono piaciuti e amati, e
ora condividono la vita. Lui, ingegnere, è manager e per stare con la compagna ha rinunciato a un’esperienza
lavorativa all’estero. Lei, veterinaria,
ha interpretato la scelta come sigillo
d’amore. Eppure, nonostante tutto
vada come deve andare, la promessa
di felicità che l’amore portava con sé
sembra appassire nella quotidianità
routinaria. Con una scrittura asciutta, l’autore mette così a fuoco i dettagli di due vite rintuzzate nella ristrettezze asfittiche del privato, dove una
generazione priva di futuro sembra
spegnersi lentamente.
(l.s.)
UNA VITA MEDIOCRE
NESSUNA CAREZZA
di Alberto Schiavone
Baldini e Castoldi
• pagine 171
• euro 14,00
Cos’è una vita normale? Senz’altro
quella di Veronica e Mauro lo è. Una
coppia di trentenni che stanno per
diventare genitori, lei un lavoro come cameriera, lui un contratto a termine presso un ingrosso alimentare.
Fin qui nulla da eccepire, i personaggi giocano il ruolo della norma.
Ma che succede quando una sera
Mauro investe un collega e per sostituirlo l’azienda è costretta ad assumere un altro dipendente? Veronica
allora si manifesta per quello che è e,
apprendista Lady Macbeth, convince Mauro a uccidere uno dei lavoranti in modo da prenderne il posto.
Ma è il contesto di quella banalità a
manifestarsi come palcoscenico di
mediocrità, di vanità senza concretezza, una commedia umana grottesca che l’autore sa rendere con la
giusta distanza e ironia.
(l.s.)
sabato 4 ottobre 2014
UN CLASSICO ALCOLICO
MOSCA-PETUŠKÌ
POEMA FERROVIARIO
di Venedikt Erofeev
Quodlibet Compagnia Extra
• tr. di Paolo Nori
• pagine 216, euro 15,00
Questo poema ferroviario,dicui latraduzione ci restituisce la freschezza linguistica, è un classico della letteratura
russa del secolo scorso. Non un classico
come ci si può aspettare, fatto di misura ed elevatezza. Anzi. Si tratta piuttosto di un viaggio alcolico di bassa materialità, tra visioni, sproloqui, frammenti di narrazioni che non si sa bene
dove conducano. Ci si possono trovare
dialoghi con messaggeri angelici, ricette di cocktail a base di vernice, lacca
eolio perfreni. Anchela suacircolazione non ha nulla di tradizionale: quando uscì nel 1973 circolò clandestinamente ciclostilato, per veder la luce ufficialmente solo nel 1990 quando l’Unione Sovieticae i suoi fondalidi cartapesta della fase terminale non c’erano
già più. Del resto il libro di Erofeev di
quella dissoluzione non era nient’altro
che una capitale anticipazione.
(l.s.)
il manoscritto incompleto
dell’Omero d’Azerbaigian
VINS GALLICO
Kamal Abdulla | Un romanzo in cui l’importante non è
n Immaginiamo di abitare
oggi in Azerbaigian e di non
conoscere nulla della letteratura europea. Come reagiremmo alla pubblicazione di
una saga che canta gli eroi
della cultura mediterranea
quasi ai suoi albori, che narra le vicende della guerra di
Troia, di Ulisse o di Enea?
Basterebbe un po’ di vivacità
sapere quello che succederà, ma non sapere quel che è successo
La trama si dipana come
un labirinto di scatole
cinesi in un riproporsi
di frattali narrativi
intellettuale per rendersi
conto dell’importanza di
quel documento, probabilmente lo considereremmo
un’illuminante rivelazione.
Con l’uscita in Italia de Il
manoscritto incompleto di
Kamal Abdulla (Sandro Teti
Editore, pagine 240, 15 euro, con una prefazione di
Franco Cardini) avviene
qualcosa di analogo, anche
se a parti inverse.
Il romanzo di Abdulla, già
tradotto in ventisei lingue, si
concentra infatti sulla reale
figura di Dede Korkut, una
sorta di Omero azerbaigiano, autore del più noto poema epico di tradizione turcomanna, un dastan diffuso
prima oralmente e poi trascritto nel XV secolo.
L’intreccio del romanzo si
fonda su un abituale escamotage letterario, ovvero il
ritrovamento di un manoscritto, in questo caso nella
biblioteca di Baku. Lo studioso io narrante fornisce
non una, bensì tre prefazioni
prima di affrontare l’analisi
filologica del testo. D’altro
canto le anomalie del manoscritto richiedono un’accurata riflessione. È come se
PERSONAGGIO
Sopra, illustrazione
che ritrae Dede
Korkut (al centro),
autore del più noto
poema epico di
tradizione
turcomanna
un grecista s’imbattesse in
un codice dell’Iliade, non in
versi, ma in prosa, che iniziasse così: «Achille è furioso, bisognerebbe cominciare
con il racconto della sua ira
(ricordarsi di invocare le
Muse nel prologo)».
Ne Il manoscritto incompleto abbiamo la narrazione
delle vicende di Bayindir
Khan alle prese con un’indagine: nella complessa situa-
zione politica nel IX secolo,
sempre in bilico per i disordini fra Oghuz interni ed
esterni (anche allora in quelle zone c’erano problemi di
confine!), è stata arrestata
una spia e poi senza l’autorizzazione del gran Khan è
stata liberata.
L’inchiesta ruota sull’identità del traditore e dei
collaborazionisti, e il ruolo
dell’aedo Dede Korkut, con-
vocato per redigere il verbale
dell’indagine, si rivelerà tutt’altro che marginale nell’intreccio. Come se Omero raccontasse il fatto di cronaca
che ha ispirato l’Odissea e ne
diventasse alla fine una figura cruciale.
Nel codice della biblioteca
di Baku però non si trovano
soltanto le tracce di quell’epos, ma sovrascritti e ancora
leggibili sono anche gli epi-
sodi che riguardano lo shah
Ismail, grande poeta azero
del XVI secolo, alla ricerca
di un sosia, affinché possa
palesarsi contemporaneamente in più luoghi. Ma una
volta creato un doppione,
chi sarà in grado di riconoscere lo shah originale?
Queste due storie, divise
da sette secoli, procedono
parallelamente fino a...
Ebbene sì, il manoscritto
come indicato dal titolo è
per l’appunto incompleto.
Lo studioso, dopo tre giorni
di clausura nella biblioteca
di Baku, non può far altro
che uscire dall’edificio, inseguire la misteriosa archivista che lo ha aiutato e...
Sì, di nuovo, anche il romanzo è incompleto. Ma in
fondo non sono le soluzioni
o le risposte che ricerca il lettore di Abdulla. Leggere Il
manoscritto incompleto è un
atto esperienziale, come
ascoltare musica orientale,
in un sistema di scale che
prevede quarti di tono, o
perdersi in un labirinto di
statole cinesi, una favola all’interno di un’altra favola
all’interno di un’altra favola,
come in un riproporsi di
frattali narrativi.
L’unica possibilità è abbandonarsi a questo gioco di
incastri da Le mille e una
notte e percepirne il senso, la
musicalità araba, il fascino
persiano. Interessante che
quest’estate Il Sole24Ore abbia pubblicato in undici
puntate un adattamento de
Il manoscritto incompleto,
in un esperimento quasi psichedelico, dove ogni figura
del romanzo, interrogato dal
Khan, raccontava la sua versione dei fatti.
Perché il testo di Abdulla è
agli antipodi del romanzo di
appendice, l’ossimoro di Dumas o del più recente Maupin. Secondo il principio che
l’importante non è sapere
quello che succederà, ma
non sapere quello che è successo.
sabato 4 ottobre 2014
| pagina 99we
ARTI | 43
ora la biologia
disegna gli abiti
Moda | Tessuti coltivati dai batteri e cresciuti
nelle muffe. Così la collaborazione tra alcuni
designer e università inglesi punta a cambiare
un’industria ricca ma inquinante
te», il luogo del cambiamento
è proprio la capitale britannica. Qui, infatti, Lee ha fondato
BioCouture, casa di produzione di bio-materiale tessile,
dando concretezza alle proprie intuizioni: «La fantascienza - immaginava - può
FEDERICA COLONNA
n Ci vuole talento immaginifico per pensare di creare capi
per la moda dalle muffe. Un
talento così, supportato dallo
studio e dalla ricerca applicata, ce l’ha Natsai Audrey Chieza, designer cresciuta a Londra, creatrice di sciarpe dipinte con i batteri. Li coltiva insieme a John Ward, docente
di Biologia Molecolare dello
Ucl, e spera - ha dichiarato a
Wired - di potere modificare
geneticamente i micro-organismi per ottenere colori unici. Chieza ha chiamato il progetto Faber Futures: nella sua
visione della moda, infatti,
ciascuno potrà diventare artigiano - faber - tessile e creare
abiti coltivando nel terreno
delle piante i batteri - capaci,
in sostanza, di macchiare, con
pigmenti vivi, le stoffe. Se, insomma, il futuro è DiyBioFashion - biologia e moda fatte
in casa, Chieza ne ha immaginato le possibili implicazioni
anche in Design Fictions, collezione di pezzi unici creati
grazie alla proliferazione dei
La BioCouture ha
firmato accessori
realizzati partendo
da micro-organismi
SUZANNE LEE La fondatrice di BioCouture, casa di produzione di biomateriale tessile
micro-organismi. Un progetto di bio-fiction, spiega, realizzato con capi provenienti da
un ipotetico 2075: «Opere di
fantasia, ma basate su principi
scientifici». La linea Voluntary Mutations, per esempio,
esplora le possibilità estetiche
di una società in cui i laborato-
BIOSHOE La scarpa realizzata da Biocouture
ri di biologia cellulare saranno
in ogni abitazione, come i
computer; Parastitic Prosthesis, invece, mostra come il corpo umano muterà a causa di
organismi parassitari. In entrambi i casi gli abiti sono
creati con un mix di plastica liquida, siliconi e campioni di
AMILY CRANE Collezione a base di gelatine e mucillagini
batteri coltivati per produrre
strutture tridimensionali.
Faber Futures, però, non è il
solo progetto di moda batteriologica, a Londra. Se, come
scrive sul proprio sito www.biocouture.co.uk - la designer Suzanne Lee, «C'è una
bio-rivoluzione all'orizzon-
NATSAI AUDREY CHIEZA Realizza sciarpe dipinte con batteri
u LE FAVOLE DELL’A B B O N DA N Z A
col risvolto da swinging boy
PAOLO LANDI
n Se c’è Slow Food e Slow Pharmacy
può esserci anche Slow Wear, intendendo un modo di vestire semplice,
una moda priva di fronzoli, uno stile
contemporaneo pulito. Incotex, uno
dei marchi del gruppo “Slowear” vuole vendere soprattutto pantaloni:
«The world’s best trousers» dice infatti il payoff della sua pubblicità e
l’immagine inquadra proprio due uomini dalla vita in giù. C’è un sapore di
swinging London in questa foto che
ammicca agli anni ’60, quando il termine swinging (oscillare, dondolare)
venne coniato da Time magazine per
indicare la moda del momento. Ed è a
quella cultura che mischia moda,
musica, fotografia, cinema che allude
la foto in bianco e nero di Incotex.
Due ragazzi indossano pantaloni a
sigaretta, stretti, con i risvolti: fino
agli anni ‘30 molti uomini portavano
i pantaloni col risvolto sensibilmente
più corti, in modo che dessero l’impressione di essere stati arrotolati lì
per lì, come se la praticità dovesse
prevalere su qualsiasi diktat di stile.
BIOCOUTURE
diventare fashion». Grazie alla collaborazione con il biologo David Helpworth la fantasia è diventata una collezione
di borse realizzate dai batteri.
Alcuni organismi, infatti, producono microfibre di cellulosa le quali, fermentate in una
soluzione zuccherina, crescono e formano un amalgama
denso. «Dopo due o tre settimane - spiega Lee - lo strato
raggiunge lo spessore di circa
1,5 cm e si può tagliare come
una stoffa». E se Oprah Win-
In linea di massima - dicono gli
esperti- i risvolti, con pantaloni che
vogliono o ammettono scarpe color
cuoio o in pelle scamosciata, non
stanno mai male e talvolta sono necessari. In questa foto di Incotex i
pantaloni col risvolto sono indossati
da due musicisti o forse da due commessi di un negozio di chitarre elettriche: se ne vedono molte, infatti, in
terra e al muro e il mood rinvia all’epoca dei Beatles, dei Rolling Stones, a
Blow Up di Michelangelo Antonioni.
Gli absolute beginners di questa immagine Incotex sono ragazzi perbene
che indossano camicia e cravatta,
scarpe in cuoio ben allacciate e hanno sicuramente una fidanzata in minigonna, anche se nella foto non
compare. La competizione e il rischio
tipici della vita moderna non si vestono più con l’abito dell’arrivista conquistatore ma rispolverano un look
fatto di nostalgia, per narcisisti attenti a se stessi e alle proprie vibrazioni.
Si dimentica, perché ininfluente, il
livello sociale e il prestigio e tutto si
ammanta di dolcezza, mentre la musica di sottofondo potrebbe essere
Let it be. Incotex racconta una moda
che alimenta il gusto capriccioso e
febbrile per tutto ciò che continuamente muta per ritornare, il gusto
consapevole per il vintage diventa
creatività individuale, le citazioni del
passato diventano attualità.
frey ha inserito la designer tra
le 15 personalità da tenere
d'occhio, dipende proprio dal
successo di BioCouture. La
compagnia, infatti, organizza
per il prossimo 4 Dicembre a
New York, presso il Microsoft
Technology Centre, Biofabricate, primo summit sulla
bio-fabbricazione e le implicazioni per la moda, il design,
l'architettura. «Questo - si
legge nella presentazione dell'iniziativa - è un mondo dove i
batteri, i lieviti, i funghi, le alghe e le cellule crescono e danno forma a materiali sostenibili». E, a volte, anche commestibili.
È il caso, per esempio, delle
collezioni di Emily Crane, londinese come le altre bio-stiliste, laureata alla Kingston
University con un progetto
nato per risolvere un grande
enigma: come l'industria tessile potrà far fronte alla carenza di materie prime. La risposta per Crane è in cucina. La
sua è diventata presto un laboratorio dove preparare,
congelare, modellare materiali biologici a base di gelatine, mucillagini, coloranti naturali e agar-agar - un derivato delle alghe usato in Giappone per preparare dolci. Tra i
fornelli, quindi, è iniziata la
sperimentazione
di
Micro-Nutrient Couture, il progetto per cui ogni abito è una
esperienza estetica irripetibile, bello da vedere e mangiabile. Tra i vari pezzi Helium
Bio_Lace: un merletto di gelatina, profumato. Creato per
trasformare l'immateriale - il
buon odore - in un oggetto fisico. «Spero - ha dichiarato
Crane - che la gente possa acquistare le mie ricette nei negozi e creare da sola i propri
capi originali». Perché la filosofia è sempre quella: mescolare moda e scienza, trasformare case in laboratori e condividere percorsi di scienza
open source.
Nel Regno Unito l'hanno
capito. Il futuro è nella biologia, ma che sia ecologica e possa cambiare una delle industrie più inquinanti del globo.
@fedecolonna
ADVERTISING Un’immagine della campagna Incotex
pagina 99we |
44 | OZII
sabato 4 ottobre 2014
l AUTOCRITICA
oltre 44 milioni
i richiami Usa
di cui 26 Gm
Mary Barraa AD di General Motors
n Il 2014 sarà ricordato come un
anno più tragico del solito sul piano della sicurezza automobilistica negli Stati Uniti, termometro
mondiale nel settore e secondo
mercato dietro la Cina. Nei soli
primi 8 mesi, l’Nhtsa, l’ente federale per la sicurezza di Washington, ha emesso richiami per oltre 44 milioni di vetture, di cui 26
del gruppo General Motors.
In gennaio, per la prima volta
nella storia delle maggiori aziende dell’auto, una donna ha preso il
volante della Gm, ma è incappata
subito nel disastro più clamoroso
lasciato dagli uomini fin lì al comando. Mary Barra ha dovuto ri-
spondere di fronte all’opinione
pubblica e di fronte ai senatori
dell’accusa che la Gm avrebbe nascosto difetti su alcuni modelli del
gruppo. Difetti gravi che sono
stati causa di morte per almeno
23 persone in incidenti stradali, è
stato riconosciuto lunedì scorso
dalla stessa Gm.
Sotto accusa è finita pure la gestione dell’Nhtsa, reo di essersi
mosso in ritardo per un richiamo
di 2,6 milioni di veicoli del costruttore Usa, causa difetti poi rivelatisi pericolosi o fatali. E si capisce meglio perché sabato scorso, il ceo della controllata europea
Opel, Karl Thoms Neumann, si
sia precipitato ad annunciare con
un clamoroso tweet il richiamo in
Europa di 8 mila vetture per difetti allo sterzo: «Achtung, non
guidate quelle auto».
David Friedman, vice direttore
della Nhtsa (governa ad interim
dopo che in gennaio il direttore se
ne è andato a lavorare altrove e in
assenza di una nuova nomina da
parte dell’amministrazione Obama), ha convocato all’inizio di settembre gli alti dirigenti di 12 costruttori di automobili operanti
negli Stati Uniti minacciando
«tolleranza zero» verso chi non
collaborerà al meglio con le autorità federali. Tradotto: siccome
anche noi siamo sotto tiro, vi metteremo nei guai se non interverrete subito a risolvere qualsiasi segnalazione di difetti.
Friedman ha poi lamentato di
dover gestire le oltre 40 mila segnalazioni all’anno di proteste da
parte dei consumatori con un ufficio composto da 52 persone,
media stabile negli ultimi quindici anni e anzi ora scesa a 51 per la
mancanza del numero uno.
Negli Stati Uniti si registrano
30 mila morti all’anno in incidenti stradali, il 90% dei quali - sostiene ancora Friedman - viene
attribuito a errori umani. Secondo una ricerca recente della ban-
ca d’affari americana Morgan
Stanley, gli statunitensi guidano
per 75 miliardi di ore all’anno,
consumano nello stesso periodo
143 miliardi di galloni di benzina
spendendo più di 500 miliardi di
dollari. Cifre impressionanti, anche se dopo il picco del 2008, l’automobilista statunitense percorre mediamente meno chilometri
nei dodici mesi. Tutti insieme però fanno fare ancora ai loro veicoli
3 miliardi di miglia all’anno. Sarebbe più tranquillizzante se, oltre a ridurre il tempo passato al
volante, i consumatori viaggiassero con auto più sicure.
@fpatfpat
la luce atlantica
di Paul Gauguin
FRANCESCO PATERNÒ
n Si chiamava hotel Gloanec (poi ha
preso il nome di Les Ajoncs d’Or) e, allora come oggi, sorge al centro di
Pont-Aven, un villaggio bretone di duemila anime. Qui Paul Gauguin si stabilì
nel 1888 per cercare un «elemento selvaggio e primitivo». Ci era già stato, lo
aveva annusato. Altro che la Provenza di
Van Gogh - dove era stato invitato proprio dal pittore del giallo a vivere ad Arles. Meglio la luce atlantica del nord. A
Pont-Aven Gauguin ha lasciato un’impronta che il piccolo comune della Bretagna coltiva in un museo dedicato (in
questo momento in ristrutturazione,
giusto a fianco dell’hotel). Creando alla
Bretagna | Viaggio a Pont-Aven, il villaggio dove si stabilì il pittore.
E dove trovare un angolo di pace per sfuggire al turismo rumoroso
In questa antica Finistère,
fra frutti di mare senza pari e
spiagge di sabbie bianche,
l’acqua è sempre gelida
fine dell’Ottocento una scuola di impressionisti o di neoimpressionisti - o
cloisonnismesecondo la definizione del
critico d’arte Eduard Dujardin.
Pont Aven è una insieme di verde, di
angoli, di case smussate, un altrove da
percorrere a piedi fin giù al vecchio porto sul fiume in secca d’estate da cui
spuntano barche distese sulla sabbia. La
galette è il dolce tipico (burro, troppo
burro: ma squisito). Qui, come nel resto
della regione, meglio virare sulla galette
de sarrasin, fatta di grano saraceno,
scura tanto basta o, meglio, comme il
faut. Naturalmente non prima di aver
assaggiato i frutti di mare, ricordando
naturalmente che i francesi raccomandano di non mangiare le ostriche nei
mesi dell’anno che non contengano nel
loro nome la lettera “r”.
Per tornare al punto di partenza, val
la pena prenotare per avere la stanza numero 6, che si chiama Gauguin, de Les
Ajonc d’Or – struttura semplice e funzionale, colazione abbondante e a sorpresa disponibili dolci e pane senza glutine, due stelle perché manca l’ascensore – ma l’insieme non è la solita roba per
turisti. Solo un gradino da cui staccarsi
per andare oltre il paese dei mulini e visitare questa antica Finistère, anche se
ognuno ha la sua fine di terra nelle map-
FRED TANNEAU / AFP / GETTY IMAGES
POINTE DU RAZ
Il faro La Vielle nel Mer
d'Iroise , costa atlantica
della Bretagna
pe e nella propria geografia interna.
Da qui in dieci minuti si arriva a Concarneau, città fortificata nel Seicento
dal solito Vauban, vale una sera a cena.
Pochi chilometri in bicicletta o in auto e
si può fare un bagno – la temperatura
dell’acqua è naturalmente fredda ma
non come una volta, il tempo non passa
inutilmente – abbandonandosi poi su
spiagge di sabbie bianche. In Bretagna
ci si stupisce ritrovare un silenzio e un
senso di angolo domestico che acquieta.
Risalendo la costa (se non avete i minuti
contati, scegliete la strada a ridosso del
mare), i fari meritano ancora una sosta,
mentre sarà bene cancellare dall’agenda Pointe du Raz, estrema punta occidentale dell’Europa, dicono le guide,
giusto per litigare con i lembi più sporgenti del Portogallo.
Pointe du Raz si getta sull’Atlantico.
Ma un tempo aveva un paio di panchine
su cui ci si sedeva per affidare lo sguardo
alle schiume dell’Oceano, dopo aver
parcheggiato l’auto senza troppi scrupoliper larigorefrancesee unabrevearrampicata. Oggi c’è un’area di parcheggio per centinaia di auto e pullman, attrezzata di bar e fast food, una folla va-
gante lungo un percorso asfaltato. E le
panchine sono sparite, segno tangibile
che forse non c’è più da perdere né tempo né sguardo. Meglio scappar via. E
magari tornare verso sud. Magari saltando Quiberon e le gli altri paesini bretoni (soprattutto d’estate) e arrivare direttamente nella Loira atlantica. Qui val
la pena fermarsi a Saint-Nazaire, magari per visitare Escal’Atlantic, la base sottomarina che ha avuto un’importanza
militare strategica durante la Seconda
guerra mondiale - fra le varie cose interessanti da vedere anche il Giardino del
terzo paesaggio pensato da Gilles Clément sui tetti dell’edificio. Da lì merita
senza dubbio una visita Guérande, dove
si trovano saline bellissime e dove si può
comprare il famoso fleur de sel (ovvia-
mente, ça va sans dire, il migliore del
mondo). Infine, sempre più a sud, da
non mancare è l’isola di Noirmoutier:
ottimi ristorantini (ancora frutti di mare e le piccole cozze atlantiche) e spiagge
ventose, ma la cose più bella è la strada
per arrivarci. Senza prendere il ponte
sulla D38, è d’obbligo fare il Passage du
Gois, una vecchia strada lastricata che si
può attraversare soltanto con la bassa
marea: converrà quindi informarsi prima e vederecon i propri occhila potenza
di questo imponente fenomeno che scopre per centinaia di metri sabbie fangose. Infine val la pena proseguire verso
Nantes, l’antica capitale della Bretagna
(ma meglio non dirlo ad alta voce nei bistrot, poiché la questione sembra ancora calda e non del tutto pacificata).
sabato 4 ottobre 2014
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OZII | 45
la valle dell’Adige dove nascono
le bollicine al profumo di montagna
Trentodoc | Lì dove per secoli sono transitati amici e nemici, si coltivano
le uve bianche che danno origine agli spumanti più preziosi d’Italia
DANIELE CERNILLI
n La Valle dell’Adige è da
secoli una via di passaggio e
di contatto fra le varie culture. In particolare fra quella
latina e quella germanica.
Di lì sono passati tutti, amici
e nemici, pellegrini e invasori, fin dalla Preistoria. Ovvio
che la viticoltura trovi origini antiche e solide e che tutta
la parte pianeggiante che
costeggia il fiume e gran
parte delle colline e delle
vallate attigue siano pressoché colonizzate da vigneti a
perdita d’occhio. Dai Campi
Sarni, appena passato il
TRENTO
ALTEMASI
Graal Riserva 2006
93/100
euro 35
Cavit è un vero sistema produttivo
regionale, nella sua modernisima
cantina passano i tre quarti del vino
trentino e dal suo andamento semplicemente dipende il reddito agricolo di migliaia di famiglie. I vini,
soprattutto nel settore della spumantistica, sono come minimo corretti, come massimo straordinari.
L’Altemasi Graal 2006 deriva da
uve chardonnay 70% pinot nero 30.
Giallo dorato chiaro, perlage finissimo, fitto e continuo. Naso complesso, fragrante di lieviti, poi fruttato, con sentori di susina gialla e
lieve sottofondodi pietrafocaia. Sapore vivace, cremoso, molto elegante ed equilibrato, con finale di sorprendente lunghezza.
Cavit
Via del Ponte di Ravina, 31/33
38123 Trento
Tel. +39 0461 381711
www.cavit.it
TRENTO GIULIO
Ferrari Riserva del
Fondatore 2002
95/100
euro 65
Tradizionalmente
le vigne di questa
zona sono coltivate
con il sistema della
pergola trentina
confine venendo dal Veneto
(un confine che fu anche di
Stato fino al 1918) e fino a
Roveré della Luna e alla Val
di Cembra non ci sono che
vigneti e meleti. Vigne coltivate in gran parte con il sistema della pergola trentina, terrazzati in collina e sui
primi contrafforti delle
montagne. In buona parte
utilizzati per produrre uve
bianche, Chardonnay in
prevalenza, atte alla realizzazione di basi per la spumantistica.
Il Trentodoc nasce lì, in
vigneti posti talvolta in altitudine, fino a ottocento metri sul livello del mare, per
ottenere vini base poco alcolici e ricchi di acidità, perfetti per essere poi spumantizzati con il Metodo Classico,
DA BERE
PAESAGGIO Una vigna nei pressi dell’abbazia di Novacella, Bressanone
lo stesso che si usa per gli
Champagne e per i Franciacorta. C’è anche un po’ di Pinot Nero, poi vinificato “in
bianco”. Ma il Trentodoc è
in prevalenza prodotto con
uve Chardonnay, che da
queste parti hanno trovato
una nuova e valida patria ed
artefici di grande rilievo. Ricordare la Ferrari dei fratelli
Lunelli è di prammatica. E’
la più famosa cantina italiana per la spumantistica e
produce vini di livello molto
elevato. Su tutti il Trento
Giulio Ferrari Riserva del
Fondatore, ottenuto con le
uve coltivate nel vigneto di
Pianizza, a più di ottocento
metri di altezza, proprio sopra la città di Trento. Ma la
gamma proposta è vastissima e comprende anche bottiglie dai costi assai meno
elevati, ma dal contenuto
sempre correttissimo, frutto
di una tecnica enologica di
prim’ordine. Quasi di fronte
alla Ferrari, a Ravina, in
GLI INDIRIZZI
Abate Nero
Casata Monfort
Letrari
Sponda Trentina, 45
38121 Trento
• Tel. +39 0461 246566
• www.abatenero.it
Via Carlo Sette, 21
38015 Lavis (TN)
• Tel. +39 0461 246353
• www.cantinemonfort.it
Via Monte Baldo 13/15
38068 Rovereto (TN)
• Tel. +39 0464 480200
• www.letrari.it
Balter
Cesarini Sforza
Maso Martis
Via Vallunga II, 24
38068 Rovereto (TN)
• Tel. +39 0464 430101
• www.balter.it
Via Stella, 9
38123 Trento
• Tel. +39 0461 382200
• www.cesarinisforza.com
Via dell’Albera, 52
Località Martignano 38121 Trento
• Tel. +39 0461 821057
• www.masomartis.it
Cantina Rotaliana
Dorigati
Mezza Corona
Via Trento, 65b
38017 Mezzolombardo (TN)
• Tel. +39 0461 601010
• www.cantinarotaliana.it
Via Dante, 5
38016 Mezzocorona (TN)
• Tel. +39 0461 605313
• www.dorigati.it
Via del Teroldego, 1
38016 Mezzocorona (TN)
• Tel. +39 0461 616399
• www.mezzacorona.it
in tutte le aziende si effettua vendita diretta e visite su prenotazione
un’area industriale francamente non bellissima, c’è la
spettacolare cantina della
Cavit, una grande cooperativa che riunisce la produzione di molte cantine sociali
del territorio. Un impianto
capace di sfornare più di 60
milioni di bottiglie all’anno,
di vini come minimo ben
fatti. Poi c’è il fiore all’occhiello, la spumantistica. E
c’è il Trento Altemasi Graal
Riserva, uno dei migliori
rappresentanti del panora-
DAGMAR SCHWELLE / LAIF / CONTRASTO
ma delle bollicine trentine.
Un Metodo Classico millesimato capace di sfidare a
singolar tenzone gran parte
dei competitor di tutto il
mondo, Champagne compresi. Sono solo due esempi,
che trovate commentati qui
sotto, ma che fanno capire
bene quali siano le potenzialità e anche il livello di qualità diffusa, cosa ancor più
importante, che le vigne del
Trentino e il Trentodoc sono
in grado di rappresentare.
andare in giro
di bolla in bolla
n Sono molte le cantine trentine
che producono Trentodoc, e si
dividono in tre territori fondamentali. A nord ci sono quelle di
Mezzocorona, Mezzolombardo e
della Val di Cembra. Si tratta in
genere di grandi e medie cooperative che producono degli spumanti ben fatti e affidabili. Fanno eccezione quella della Casata
Monfort e la piccola Dorigati,
con il suo eccezionale Methius,
un Trentodoc leggendario, possente e longevo. Molto noto è il
Trentodoc Rotari, di Mezza Corona.. Nell’area centrale, a Tren-
to e dintorni, c’è un po’ di tutto.
Grandi cantine sociali, come la
Cavit, famosi marchi, come Ferrari o Cesarini Sforza, ma anche
cantine più piccole, come quella
di Francesco Moser (proprio lui,
il ciclista) e la Maso Martis. Fra
queste ultime spicca però l’Abate
Nero, che vede in Luciano Lunelli il suo mentore ed enologo massimo. Più a sud, verso Rovereto,
prevalgono le aziende più artigianali. Come Letrari, innanzi
tutto, con una gamma di tutto rispetto, e Balter, altro piccolo fuoriclasse.
Semplicemente la migliore cantina
spumantistica d’Italia. Di proprietà
della famiglia Lunelli, che ne ha fatto un vero gioiello per la qualità dei
prodotti e per la gestione oculata
che ha consentito un grande successo anche sotto il profilo economico e
finanziario. Il Giulio Ferrari deriva
da uve chardonnay. Giallo paglia
con perlage molto fine, fitto, lento e
continuo. Naso con evidenti sentori
di lieviti, che conferiscono un pizzico di mineralità, poi lievi accenni
quasi aromatici, tipici del vino, e
sentori di susina gialla. Sapore cremoso, elegante, teso,con una splendida componente acidula e salina e
una persistenza lunghissima.
Ferrari
Via del Ponte di Ravina, 15
38010 Trento
Tel. +39 0461 972311
www.cantineferrari.it
DORMIRE E MANGIARE
POSIZIONE IDEALE
Villa Madruzzo
Frazione Cognola
Località Ponte Alto, 26
• 38100 Trento
• www.villamadruzzo.it
Fuori Trento, sulla strada per Civezzano e Pergine, con vista sulla
valle. Un gran bel posto, ricavato
in una villa cinquecentesca. Hotel
a quattro stelle, 80 camere con
prezzi ragionevoli, da 70 a 175 euro, ottima spa e posizione ideale
per poi visitare la zona vitivinicola
circostante. Buono anche il ristorante interno, cucina regionale,
ottimo servizio, conto sui 50 euro.
Chiuso la domenica.
pagina 99we |
46 | OZII
sabato 4 ottobre 2014
DITECI DI OGGI
altra via di fuga
è cambiare
di secolo
n Diteci di oggi è una rubrica settimanale che ha a che fare con il
tempo e la scrittura, in particolare con i giorni raccontati. Sarà
una coincidenza che in tante storie si ritrovino alcuni giorni, come il 4 ottobre? Questa, per
esempio, è la data presente nell’incipit dell’epico libro di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca: “il
sole tramontò quattro volte sul
suo viaggio e alla fine del quarto
giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero
semplice della fu regia Marina
’Ndrja Cambrìa arrivò al paese
delle Femmine”.
È il giorno che continua ad accadere infinitamente nel para-
ANTONELLA SBRILLI
Il film Orlando di Sally Potter, 1992
dosso temporale raccontato da
Murakami Haruki ne La fine del
mondo e il paese delle meraviglie.
È la festa del patrono d’Italia:
“avrei voluto essergli amico, a
Francesco d’Assisi”, scrive Aurelio Picca nell’Esame di maturità.
Fra le tante (e molto belle) occorrenze, abbiamo giocato con
un 4 ottobre che compare nel libro del surrealista André Breton,
dal titolo Nadja: un libro pieno
di coincidenze, derive urbane,
incontri fra strade, pagine e
amanti.
Mentre sono in libreria due libri sul caso a cura di Marco Malvaldi e lo scrittore Paolo Albani
nella pagina accanto racconta di
“strane coincidenze”, lettori e lettrici riportano tanti episodi di risonanze fra libri, librerie e persone. Frasi trovate che danno un
senso alla giornata; dediche imbarazzanti su libri di seconda mano; storie di apparizioni. Galeotta
fu la libreria per molte coppie, alcune solo potenziali, altre sfumate
come le librerie del loro incontro,
ma altre ancora durature nell’attrazione reciproca per la lettura.
“Tutti strani gli incontri in libreria, se pensi che ci arrivano
persone in cerca di qualcuno da
leggere”, commenta @atrapurpurea.
Il gioco del prossimo numero
Per il prossimo numero cam-
biamo genere, come fa Orlando,
protagonista del libro di Virginia Woolf. La storia, ripresa anche nel film di Sally Potter, inizia alla fine del ‘500, quando Orlando è un giovane alla corte di
Elisabetta I, e prosegue attraverso i secoli mutando luoghi,
avventure e sesso del/della protagonista, che si ritrova, alla fine, come una donna di trentasei
anni, nel 1928.
Il libro fu pubblicato in Inghilterra l’11 ottobre di quell’anno e la storia si conclude nello
stesso giorno: “Era l’11 ottobre.
Era l’anno 1928. Era l’epoca presente. Nessuno si meraviglierà
che Orlando trasalisse, che si
premesse la mano sul cuore, che
impallidisse. Quale rivelazione
avrebbe potuto essere più terrificante di quella della nostra
epoca? Se noi sopravviviamo all’urto, è solo perché il passato ci
fa argine da una parte e il futuro
dall’altra” (tr. it. G. Scalero,
Mondadori).
Per il prossimo 11 ottobre, l’invito è elencare in quali epoche, in
che genere e in che forma avreste
voluto ritrovarvi, fra il ‘500 e l’epoca presente.
I testi, non più lunghi di 800
caratteri, vanno inviati a [email protected] entro lunedì 6
ottobre, in modo da permettere
la scelta per il giornale in edicola
sabato 11 ottobre, anniversario di
Orland
u LE RISPOSTE DEI LETTORI
errori: cercare un libro e incontrare l’amore
Incontri e coincidenze dentro e
intorno a una libreria: eccone alcuni, inviati in redazione da lettori e lettrici, in risposta all’invito al
gioco di questa settimana.
MASTICARE PAGINE
In piazzale Dateo, al tempo della Milano da bere, prima ancora
che iniziassero i lavori per la fermata del passante ferroviario, proprio di fronte al gigantesco caseggiato dismesso e da sempre occupato che una ricca benefattrice
aveva ceduto al Comune, la libre-
ria dell’usato di Andrea Giunta faceva buoni affari. Lunga sbilenca e
stretta, fatta di lamiera ondulata e
legname di recupero, offriva libri
per svagarsi e titoli rari a prezzi imbattibili. Esther, la mia compagna
argentina, l’ho conosciuta proprio
lì, grazie alla Delfina Bizantina di
Busi. La libreria dell’usato è stata
smantellata da solerti burocrati,
ma nel palazzone ormai ristrutturato ne è fiorita un’altra, la Centofiori. Io e Esther, ormai ingrigiti,
mastichiamo ancora volentieri
pagine su pagine. Insieme.
Giuseppe Vottari
NON CI FAREMO MANCARE I
LIBRI
L’appuntamento era davanti alla libreria di mia cugina, la mitica
3G, ritrovo e punto d’incontro di
tanti amici, quasi più del bar della
piazza. Gigi era con me, chi altro
avrebbe potuto condividere l’ennesima mattata?! A mezzanotte,
sotto gli alberi del Borgo deserto,
ridevamo a crepapelle: 900 chilometri in Cinquecento... a che ora
sarebbe giunto l’ospite veneziano?
Arrivò verso l’una: accolto e rifocillato, poi tutti a dormire.
L’aria era dolce in Puglia ai primi di Aprile. Mandorli in fiore,
colline coperte di ginestre, case
bianche sotto un cielo azzurro, come in un quadro naif, fecero da
sfondo a un’amicizia crescente:
racconti, confidenze e risate colorarono giorni che trascorsero veloci. Fu quando mi disse che aveva
speso tutto il suo primo stipendio
alla Einaudi che ebbi un tuffo al
cuore. Ci sposammo sei mesi più
tardi fra la preoccupazione generale. Anche gli ottimisti scommisero che sarebbe durato poco. Oggi, 4 ottobre, festeggiamo ventisette anni di matrimonio. “Non saremo mai ricchi - ci dicemmo - ma
non ci faremo mancare i libri”.
Ada Grande
L’AVEVO VISTO PRIMA IO
Si erano conosciuti una sera su
Facebook e ben presto la loro amicizia si trasformò in qualcosa di
più di una semplice chat: un vero e
proprio gioco letterario. Si scambiavano messaggi prendendo
spunto da libri di poesie e storie
d’amore. Tra di loro, ormai, un vero e proprio codice. Ogni sera un
nuovo libro era la base di partenza
per i loro discorsi amorosi. Usare
metafore e frasi letterarie li appassionava sempre di più. Per rendere
la cosa più avvincente si accordavano sul testo da usare per il giorno
successivo. Il giorno dopo sarebbe
toccato a quel raro libro di poesie.
Molto difficile da trovare. La libreria in centro era l’ultima spiaggia.
Eccolo! Finalmente l’aveva trovato. Appena lo prese dallo scaffale
sentì una delicata voce alle sue
spalle dire: “Ehi! l’avevo visto prima io!”.
Andrea Marinelli
CERCAVO UN LIBRO
Era la luce giallastra dei pomeriggi d’autunno, quella delle giornate più brevi. Una libreria di
quartiere, angolo retto tra due lunghe arterie d’asfalto. Cercavo un libro di Carver, sperando di farne un
totem da cui trarre divini presagi o
malleabili ispirazioni terrene. Lei
stava tra lo scaffale degli Americani e quello delle edizioni economiche di certi impronunciabili Russi
minori. Aveva un vestito a fiori e le
labbra contratte in un morso accennato, prigioniera dell’odore di
cellulosa e schiava della sensazione di appartenenza epidermica al
dorso possente di quel tomo di
Pynchon. Riemergendo incrociò
appena il mio sguardo, che affiorava periscopicamente dalla superficie di America Oggi. Quando richiuse il libro passò la mano sulla
quarta di copertina, come se volesse illudersi di poter mantenere attaccate alle dita quel che aveva letto. Poi sparì nella grande V bianca
che le si apriva davanti attraversando la porta d’ingresso.
Andrea Maugeri
QUELLE PAROLE DI JOYCE
Erano le 11 del mattino del 4 ottobre 1999. Era tardi. Doveva fare
in fretta se voleva fare un salto in libreria entro le 12. Lecce era più
trafficata del solito a quell’ora. Le
ritornavano in mente le parole di
Joyce “Camminiamo attraverso
noi stessi, incontrando ladroni,
spettri, giganti, vecchi, giovani,
mogli, vedove, fratelli adulterini,
ma sempre incontrando noi stessi.”
In tutta quella calca che si muoveva in Piazza Sant’Oronzo, c’era
un micro frammento di sé stessa.
Tutta accaldata riuscì a varcare
la soglia della libreria entro l’orario stabilito e a pronunciare un
“Buongiorno” senza fiato.
“Cerco il manuale per la preparazione al concorso.”
“Eccolo. In omaggio, un segnalibro”.
Prese il segnalibro in mano e c’erano quelle parole di Joyce. Iniziava così la scoperta di sé attraverso
l’incontro con gli altri, in maniera
più consapevole.
Paola Toto
L’ANARCHIA DEL PETTIROSSO
La libreria appena inaugurata
usava esporre le copertine dei libri
in uscita. Quello, annunciato, di
Maurizio Maggiani era “Mia zia
l’anarchia” e conquistata da quel
titolo lo ordinai. Il romanzo però
uscì poi come “Il coraggio del pettirosso” (era una citazione di De
André, compresi dopo) e così si intitolava la copia che mi trovai in
mano. Ma è stato il titolo sbagliato, quasi un Gronchi rosa, a farmi
incontrare il libro.
Silvia V.
TOMO SAPIENS
Dentro non era come fuori. Tutta la facciata divenne una seducente ierofania, una voluminosa
copertina, e forse non era una
coincidenza che vedevo solo io. Le
due vetrine si specchiavano l’una
con l’altra come bandelle di una
sovraccoperta; il pilastro centrale,
simile a una costola, tratteneva
dentro di sé, ne ero certo, le pieghe
dei quinterni e con quel suo titolo
che luccicava sbieco, mi indicava
la presa, l’ingresso; il numero civico era la data di pubblicazione. In
testa mi apostrofava un’insegna
che nel garbuglio della fantasia divenne il nome dell’autore, mentre
giù, accucciato come un riverente
zerbino, mi ammiccava il logo dell’editore. Mi avvicinai, posai i piedi
sul tappeto e mi ritrovai in un immenso e vorticoso buco nero. Una
volta dentro, ogni cosa mi travolse,
le innumerevoli pagine del libro
ideale che la facciata nascondeva
esplosero in uno sciame di scaffali.
I capitoli echeggiarono in tante
suddivisioni di genere, gialli, storia, fantascienza, poesia… Ogni
ripiano, ricolmo di libri, sembrava
una fila di mirmidoni, parole allineate e inframezzate da virgole e
punti che altro non era che cibo
per la mente. Tutto, ancora adesso, mi risuona come un libro.
Ninninedda
DIALOGO TRA GLI SCAFFALI
“Giuro, non ne posso più!”
“ Suvvìa, amico mio, in fondo
non è così male”
“Parli bene tu! Sei arrivato da
poco! Io sono su questo scaffale da
anni, il padrone ormai non mi
spolvera nemmeno! Ieri l’ho sentito parlare con la figlia, temo che faremo una brutta fine”.
“Sì, la ragazza gli ha mostrato un
piccolo rettangolo, ha detto che lì
dentro ci stanno più di mille libri.
Ha detto anche che noi siamo obsoleti.”
“Zitto! Lui sta arrivando! Viene
verso di me!”
“Eccoti qui vecchio amico mio,
sei tutto polveroso, rimediamo subito. Bene, non ti sei rovinato, la rilegatura è sempre perfetta. Mia figlia vorrebbe convertirmi alle novità ma io non potrei mai rinunciare al tuo odore, al rumore delle tue
pagine di carta che ancora conservano il fiore ormai secco che proprio lei, da bambina, mi regalò come segnalibro.
Maura Moscatelli
DEDICA
“Al caro prof. XXX con stima e
riconoscenza”. Poi la data, recente, e la firma, che era quella dell’autore del libro. Li conoscevo
tutti e due: lo scrittore e il professore a cui la copia era dedicata, che
si era evidentemente disfatto presto del volume, se io lo stavo sfogliando in una libreria dell’usato
al centro di Firenze. Ho pensato
che ci sarei rimasto male a essere
l’autore, cavolo.
Guido G.
ERRATA CORRIGE
La foto pubblicata alle pagine 16 e
17 del numero 60 del 20/09/14 ritrae un gruppo di Amish in visita a
Ground Zero e non un gruppo di
mormoni comeerroneamente indicato nella didascalia
sabato 4 ottobre 2014
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cosa vuol
dire bucare
le gomme
quattro volte
PAOLO ALBANI
Questa settimana, la rubrica
ospita un articolo dello scrittore
Paolo Albani, direttore di Tèchne.
Rivista di bizzarrie letterarie e non
n Cosa pensereste se nell’arco di
otto-nove anni e in tre differenti
paesi vi succedesse di forare quattro volte le gomme della vostra
macchina, avendo a bordo durante
le quattro forature lo stesso amico?
OZII | 47
Forse se siete napoletani, ricorrendo alla «scienza maestrevole»
de La iettatura (1814) di Nicola
Valletta, potreste dedurne che il
vostro amico porta sfiga. Il fatto è
accaduto realmente a Paul Auster
che lo racconta in Esperimenti di
verità.
Al tema delle coincidenze, strane
e misteriose, dedica tre saggi sfiziosi Americo Scarlatti, pseudonimo
di Carlo Mascaretti (1855-1928),
autore di Et ab hic et ab hoc, un’enciclopedia di «varia e amena erudizione» stampata in 12 volumi fra il
1920 e il 1934 (si vedano «Le coincidenze strane della storia»,
«Coincidenze misteriose» e «Altre
coincidenze storiche» in Americo
Scarlatti, Et ab hic et ab hoc, vol. 6,
Utet, 1925, pp. 1-21, 22-42, 43-61).
In modo divertente, insaporendo il racconto di gustosi aneddoti,
Scarlatti passa in rassegna un’am-
pia tipologia di coincidenze: da
quelle storiche (il giorno 13 luglio
1793 appare su L’Ami du Peupleun
articolo di Marat in cui il rivoluzionario francese rievoca e invoca il
pugnale di Bruto; lo stesso giorno è
trafitto in bagno dal pugnale di
Charlotte Corday) alle coincidenze
numeriche, ispirate a Pitagora per
il quale tutto nell’universo si esprime nell’arcano linguaggio delle cifre (il numero 14 ha avuto una speciale influenza su Dante: nasce il
14 maggio 1265 [1+2+6+5=14], va
a studiare a Bologna nel 1283
[1+2+8+3=14], si sposa nel 1292
[1+2+9+2=14], si reca a Milano a
salutare l’imperatore Enrico IV,
speranza dei Ghibellini, nel 1310
[1+3+10=14], viene esiliato insieme aaltri 14 fiorentini, fracui Lapo
Saltarello il cui nome è composto
di 14 lettere come il titolo Divina
Commedia, ecc.); dalle coinciden-
ze legate a una lettera (la lettera M
ha perseguitato Napoleone Bonaparte: Maria Luisa e Metternich
contribuirono alla sua rovina, la
prima capitale nemica in cui entrò
fu Milano, l’ultima Mosca; Marengo segnò la sua grandezza, Malet
cospirò contro di lui, Moreau lo
tradì, ecc.) a numerose altre bizzarre coincidenze.
Non mancano le coincidenze
comiche nella narrazione di Scarlatti, come questa: una volta il ministro inglese lord Beaconsfield va
a trovare Bismarck a Berlino e fra
le altre cose gli domanda quale sistema adotti per liberarsi degli
scocciatori. «Mia moglie» risponde Bismarck «quando si accorge
che mi trovo alle prese con seccatori che mi rompono le scatole, manda un usciere a avvertirmi che l’imperatore mi chiama d’urgenza». In
quel momento entra un valletto e
Marat, Luc Etienne Melingue, 1879
dice: «Sua Maestà l’Imperatore
desidera parlare d’urgenza con
Vostra Altezza».
La moglie di John W. Ridle
(1864-1941), racconta Scarlatti,
impedì al marito di accettare negli anni venti del Novecento la nomina a ambasciatore degli Stati
Uniti a Roma. La donna non riuscì mai a raggiungere via mare
l’Europa: la prima nave su cui la
u CRUCIVERBA
n ORIZZONTALI
1. Un farmaco
che rilassa la muscolatura.
14. L’arcivescovo Tutu.
21. Si chiamava
per denunciare atti osceni.
22. Lo è la é.
24. Il Massimo
dei cinepanettoni.
25. Al centro del piatto.
26. Si guarda allo specchio.
28. Ammesso o ricevuto.
29. Non venerano alcun dio.
30. È analogo al gommage.
33. Quello di Queneau
è involato.
36. Biscotti a strati.
38. Un successo degli U2.
39. Una trance... fai da te.
41. Ciascuno.
43. Il gruppo di Robert Smith.
44. Il palazzo di Federico
il Grande a Potsdam.
45. Vi militava il giovane
Gianfranco Fini.
47. Il surrealista
nel gioco di oggi.
49. Presentàt...
comando militare.
51. Nella piega e nel giogo.
52. Gli fu rapita la moglie
da Paride.
54. Il luogo protagonista
del gioco di oggi.
56. Il segno dei nati in agosto.
58. Il virus dell’epidemia
del momento.
60. Passatempi da gatti.
61. Un’intimazione di silenzio.
62. Una sigla a piè di pagina.
63. Lo è un piatto da cucina.
66. A lei è dedicato un libro
VALERIA RAIMONDI
79. Lo sono gli abitanti
di La Spezia.
81. Rinnovare in francese.
83. Etica professionale.
86. Lo ripete il corvo.
87. Insieme a thanatos
in una dicotomia freudiana.
90. Scaltre, sagaci.
91. Un istituto tecnico (sigla).
93. Tra Jamie e Curtis.
94. Lo è uno
della Bibbia.
68. Il tremens
causato dall’astinenza.
70. Uno dei Fleurs du mal
di Baudelaire.
74. Un sinonimo giuridico
di garanzia.
75. Il più comune
dei frutti tropicali.
76. È simile al clarinetto.
78. Il tasto che registra.
che fa i complimenti.
95. La Regina delle carceri.
n VERTICALI
1. Il gruppo di Fernando.
2. Quello sincronizzato
è coreografico.
3. Località del maceratese.
4. È opposto al mainstream.
SOLUZIONI DEL NUMERO 61
l
l
chiuso in redazione l’1 ottobre alle ore 23.30
4 ottobre 2014, tiratura 35.000 copie
5. Quello nautico è senza bastoni.
6. Attraversa Torino.
7. La fine di Banderas.
8. Dà il via alla gara.
9. Si accende in banca.
10. Iniziali della Muti.
11. Popolano l’Olimpo.
12. Le consonanti dell’accesso.
13. Sono pari nella dose.
14. Sono stati i Pacs nostrani.
15. Si scrive per non ripetere.
signora Wallace s’imbarcò, la Lusitania, fu silurata dai tedeschi, la
seconda s’incendiò, la terza sbatté
contro un iceberg, la quarta infine
perse il timone e fu rimorchiata a
New York.
Fatalità che coincidono nel numero alle quattro gomme forate da
Paul Auster.
Il sito di Tèchne:
http://xoomer.virgilio.it/palbani/
16. Donna di spettacolo.
17. Un undici meneghino.
18. Un coordinato
di abiti e accessori.
19. Nord Sud Ovest Est.
20. Indica provenienza.
23. Bagna la Calabria.
27. Un successo
di Nina Simone.
30. Quella russa è la banja.
31. Lo è Öcalan.
32. Un sussurro all’orecchio.
34. Questa, essa.
35. Varia da negozio a negozio.
37. Un colore della roulette.
40. Un riso che non scuoce.
41. Il palmipede del foie gras.
42. Riparare, sanare.
43. Santiago archistar.
46. Introduce una concessiva.
48. Lo... spagnolo.
50. Può essere cifrato.
51. Un pass ferroviario
per giovani europei.
53. La città di Amleto.
55. Il Guinness del cinema.
57. Possono esserlo le arterie.
59. Un’erba aromatica.
64. Un affluente della Senna.
65. Il déjà che è un falso ricordo.
67. Raggi poetici.
69. Transitano
sul Canal Grande.
71. Scavati dalle acque.
72. Un colpo apoplettico.
73. Pentole dei Romani.
77. Insieme alle mogli
in un celebre proverbio.
80. Il sottoscritto.
82. Donne colpevoli.
84. Il codice a barre.
85. Il prefisso dell’orecchio.
88. Sono doppie nel rigore.
89. La Silvana
di Riso amaro (iniz.)
92. La sillaba nuziale.