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Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR
settimanale diretto da luigi amicone
anno 20 | numero 22 | 4 giugno 2014 |  2,00
EDITORIALE
ATTENZIONE ALLA TRAPPOLA DEL “PARTITO STATO”
I nostri omaggi al Principe. E l’augurio
di ritrovare presto un’opposizione
L
a mattina del dì seguente alla festa,
lunedì 26 maggio, abbiamo visto la
nostra tabaccaia preferita tirare un sospiro di sollievo a nome di tutto il popolo italiano. In fondo, anche di quelli che han pensato bene di
restare fedeli all’orso Bubu (o al Babau) Grillo. «È andata bene così», ha sbottato la signora Amarcord sforcando gli occhiali e alzando la testa da una pagina di giornale. «Non se ne poteva più». Suppergiù la frase sintetica della
conversazione improvvisatasi tra gli avventori è stata questa: «Aria ragazzi,
aria, abbiamo bisogno di lavorare non di sfasciare, come quello lì che voleva toglierci pure l’Expo visto tutto il lavoro che c’è in giro».
E infatti, comunque la si pensi, c’è da ringraziare quella faccia lì di Matteo Renzi, che con positività e simpatia, procurandosi la travolgente fiducia che si è vista alle urne, ha tenuto botta a un negromante avaro e bilioso
che senza il minimo senso di giustizia ha creduto di rifare l’Italia in quattro
e quattr’otto incantando la folla e spingendola a farsi forca, sbirraglia. Respinto con perdite Grillo (che resta una ferita aperta con il suo 21 per cento),
ora si tratta di passare dalle promesse ai fatti. Il ragazzo ne è perfettamente
cosciente. È stato investito dagli elettori di una responsabilità enorme, oltre RESPINTO CON PERDITE GRILLO,
che di un grande onore, nel compito di ORA PER RENZI SI TRATTA DI
guidare l’Italia fuori dall’immobilismo PASSARE AI FATTI. È CHIAMATO
mentale e di sistema (politico, sociale A TRASCINARE L’ITALIA FUORI
ed economico). E questo deve fare: con- DALL’IMMOBILISMO MENTALE
durre il paese fuori dalle secche e fuori
dalla logica dell’Europa germanizzata fin qui riecheggiata in tutte le sacche
di povertà, miseria, devastazione delle società europee sottoposte alla cura
di una ex Ddr con spirito dogmatico, austero e calvinista.
Respirati l’ossigeno dalle urne, la bella sorpresa e quindi l’ennesima conferma della creatività antipecorona italiana (notevole anche la Le Pen, ma
in Francia una “reazione” era nell’aria, erano finiti in una bolla di follia da
mondo rovesciato con la raffica di leggi zapateriane del megavanesio quanto scarso Hollande) non resta che augurare al confermato Principe moderazione e saggezza. Decisione e senso di giustizia (dunque, per prima cosa,
dovrebbe finalmente riformare la giustizia e ridimensionare il potere scassatutto dei giustizieri). Ha già detto lui che non rinuncerà all’apporto dei
“diversi” dal Pd (gli Ncd Lorenzin, Alfano e Lupi, la confindustriale Guidi, la
montiana Giannini) che ha sin qui tenuto in ruoli di grande rilievo nel suo
governo di sostanziale monocolore Pd. Soprattutto, ha già confermato a Silvio Berlusconi il ruolo di interlocutore e interpares per i cambiamenti istituzionali ormai divenuti indispensabili per rifondare uno Stato nemico dei
cittadini a cominciare dalla testa delle sue corporazioni.
D’altra parte, quando ci chiediamo “e adesso chi farà l’opposizione?”,
non è che solleviamo la questione in astratto, per mera faziosità di bottega
o sudoku giornalistico. È perché un’opposizione forte e seria è anche il miglior antidoto, per il Principe, per chi sta al governo, a non farsi prendere la
mano dalla mera ambizione, dalla forza di un potere poggiato su un
granitico 40 per cento (del 57 per cento, ad oggi, degli italiani, don’t
forget). A non farsi prendere dal “partito Stato”.
MINUTI
Il gelsomino.
In una mattina come
questa, in cui tutto
sembra ansioso
di ricominciare
È
stato per me un cupo,
interminabile inverno. E
quando infine la primavera
si è affacciata, ho imparato come
si fa in fretta a morire, e quanto,
davvero, siamo polvere. Sbalordita ho assistito a una malattia
veloce come una rapina, e in pochissime settimane non c’è stato,
per quell’uomo a me caro, più né
la crisi, né Grillo, né Renzi – ma
solo un nome su una lapide.
E sono rimasta senza parole e
senza desideri, ombrosa come un
animale spaventato; e mi sono
detta, ora ho capito come funziona la vita, quando si invecchia.
Ma stamattina sono uscita presto,
e fuori dal portone mi ha avvolto
improvvisa una folata di profumo
di gelsomino. Sì, la mia strada
sapeva di gelsomino (quello del
pergolato del ristorante accanto a
casa, candido e splendente, come
se il mondo stamattina fosse
bambino).
E la luce? La luce di questa
mattina limpida di vento, così
chiara, che penetra dalle finestre
e fa brillare vecchi soprammobili
polverosi in stanze spente. La luce
che attraversa le foglie acerbe
degli alberi, forzandone le chiome,
spuntando in raggi che sembrano
ondeggiare nel vento.
In una mattina di maggio come
questa tutto sembra nuovo, tutto
pare – dopo l’inverno sordo e
grigio – ansioso di ricominciare.
E noi camminiamo per strada
distratti, come se non accadesse
niente; eppure opera l’antico, puntuale incantesimo, che ci spinge
ancora una volta a rinascere.
Marina Corradi
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SOMMARIO
06 PRIMALINEA FRANCESCO IN TERRA SANTA | AMBROGETTI, CALÒ LIVNÉ
NUMERO
22
anno 20 | numero 22 | 4 giugno 2014 |  2,00
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settimanale diretto da luigi amicone
Il boom dei democratici
spiana la strada alle
riforme. E ai pericoli di
un potere incontrastato
LA SETTIMANA
22 ESTERI L’UCRAINA DEGLI OLIGARCHI | CASADEI
Minuti
Marina Corradi............................3
Foglietto
Alfredo Mantovano...... 13
Hollande fuori dal mondo
Leone Grotti.................................. 21
Presa d’aria
Paolo Togni.................................... 46
Mamma Oca
Annalena Valenti............... 47
Acta Martyrum
Rodolfo Casadei................... 52
Sport über alles
Fred Perri...........................................54
14 POLITICA L’EFFETTO RENZI
OLTRE IL PD | AMICONE
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano.................. 55
Mischia ordinata
Annalisa Teggi........................58
RUBRICHE
36 SOCIETÀ EDUCARE ALLA LIBERTÀ | CESANA
42 L’ITALIA CHE LAVORA FAMIGLIA DI MUGNAI
Stili di vita.......................................... 46
Per Piacere....................................... 49
Motorpedia........................................50
Lettere al direttore...........54
Taz&Bao................................................56
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Anno 20 – N. 22 dal 29 maggio al 4 giugno 2014
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Gli amici ebrei e islamici. Con i bambini e i capi di Stato. Quello
del Papa in Terra Santa è stato un viaggio per riaprire il dialogo.
E uno schiaffo allo scandalo della divisione dei seguaci di Cristo
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DI ANGELA AMBROGETTI
Modalità F
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| Foto: Getty Images
IL NUOVO INIZIO
Papa Francesco e il Patriarca
di Costantinopoli Bartolomeo
pregano presso la chiesa del Santo
Sepolcro nella città vecchia
di Gerusalemme, 25 maggio
à Francesco
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E poi quei muri, quello santo del Tempio
di Salomone, quello dannato che divide
le famiglie tra Gerusalemme e Betlemme.
E poi i bambini. Quelli per la cui vita il
Papa ha pregato e gridato sulla Piazza della Mangiatoia di Betlemme, segno “diagnostico” per capire la salute di una famiglia, di una società, del mondo. Perché:
«Quando i bambini sono accolti, amati, difesi, tutelati nei loro diritti, la famiglia è sana, la società è migliore, il mondo è più umano». Come i bambini che
lo hanno accolto nel campo profughi di
Dheisheh e che lamentano l’occupazione
israeliana. A loro risponde con sapienza
popolare il Papa: «Non lasciate mai che il
passato determini la vostra vita. Guardate
sempre avanti. Lavorate e lottate per ottenere le cose che volete. Però, sappiate una
cosa, che la violenza non si vince con la
violenza! La violenza si vince con la pace!
Con la pace, con il lavoro, con la dignità
di far andare avanti la patria».
I bambini come quelli che hanno aiu-
tato Francesco a deporre una corona di
fiori al monumento di Herzl dove da tre
anni tutti capi di Stato in visita sono invitati ad andare. Due cattolici nati in Israele, che parlano ebraico, e che sono integrati nel sistema scolastico israeliano e i
cui genitori appartengono alle comunità
cattoliche di lavoratori migranti.
Così come i bambini allo Yad Vashem,
il museo dell’Olocausto, cittadini di Israele, cattolici di lingua ebraica: un figlio di
immigrati dalla Russia e il figlio di profughi vietnamiti. «Mai più!! Mai più!!», scrive il Papa nel libro d’onore. È per questi bambini, come per quelli disabili che il Papa abbraccia nella chiesa in costruzione vicino al luogo dove si
ricorda il Battesimo di Gesù in Giordania, che Francesco chiede insistentemente la pace. Costruire la pace è difficile ma
vivere senza è un tormento, dice il Pontefice. Pace e violenza sono le parole che
si intrecciano in ogni angolo della Terra
Santa. La pace che chiedono i capi di Sta-
Foto: Getty Images
U
n viaggio in “modalità Francesco”, gesti spiazzanti e
poco protocollo. Tre giornate di fuoco, tappe forzate tanto da non riuscire ad
essere a Nazaret. Perché al
di là della politica quello di papa Francesco è stato un viaggio per far ripartire
il dialogo. Tra le tre grandi religioni del
libro, con quell’abbraccio tra il Papa e i
suoi due amici, uno ebreo e uno islamico, davanti al Muro Occidentale. Nel quale lascia il testo del Padre Nostro. Tra le
nazioni, con quell’invito «nella mia casa
in Vaticano» ai presidenti di due Stati che
ancora non si riconoscono. Ma soprattutto tra i cristiani, con la prima preghiera comune dopo molti secoli, davanti all’edicola del Santo Sepolcro. L’immagine del Papa di Roma e del Patriarca di
Costantinopoli chinati a baciare la pietra
dove il corpo di Gesù morto è stato unto è
risorto è il più grande schiaffo allo scandalo della divisione dei seguaci di Cristo.
IL NUOVO INIZIO PRIMALINEA
La tappa finale
del viaggio è sul
monte Scopus a
Gerusalemme dove
Francesco accoglie
i bambini israeliani
«Quando i bambini sono accolti, amati, difesi,
tutelati nei loro diritti, la famiglia è sana,
la società è migliore, il mondo è più umano»
Foto: Getty Images
l’ulivo. Ne ha piantati due il Papa. Uno
nel giardino della residenza del presidente Shimon Peres, e l’altro nel Getsemani.
Lo aveva fatto anche Paolo VI, e l’ulivo è
ancora lì, visibile per tutti.
to, la pace per cui pregano i capi religiosi e la violenza che denunciano gli ebrei
come gli islamici. E in mezzo i cristiani.
Quelli che da secoli vivono in questa terra e quelli che sono arrivati con le migrazioni recenti, quelli che fuggono perché non si vive tra due fuochi, e quelli
che per lavoro arrivano da ogni parte del
mondo. Ma soprattutto poveri come quelle famiglie che a Betlemme hanno condiviso la tavola del Papa. C’era una famiglia di Ikrit, un villaggio dell’alta Galilea,
che nel 1948 venne evacuato dall’esercito israeliano e raso al suolo. Solo la chiesa venne risparmiata. E poi una delle 58
famiglie che hanno terreni nella zona di
Cremisan, a Beit Jala. Secondo il tracciato
previsto del muro di separazione deciso
da Israele, questi terreni resteranno oltre
il muro, inaccessibili ai proprietari. Qualcuno parla anche italiano. Il Papa ha avuto una parola per tutti. Pace con un simbolo che è il simbolo stesso di una terra sempre in guerra:
Un incontro di preghiera
«Questo albero è un simbolo di pace e tutti ci auguriamo che il viaggio del Pontefice porti abbondanti frutti di pace», dice
fra Benito José Choque, il francescano
della Custodia di Terra Santa responsabile del convento e della basilica, argentino
come Bergoglio. Il Giovedì Santo, durante la Messa crismale celebrata nella basilica di San Pietro, Francesco aveva consacrato oli ottenuti dalla spremitura di olive degli alberi che si trovano vicino alla
basilica dell’Agonia. Non un ulivo qualsiasi quello che ha piantato il Papa, ma una
talea presa da uno degli otto alberi millenari del giardino, ulivi che hanno 900
anni trapiantati ai tempi dei crociati da
alberi più antichi, forse quelli che hanno
visto l’agonia di Gesù.
Una pace per la quale si pregherà in
Vaticano, forse già nei primi giorni di
giugno, come aveva proposto il presidente israeliano nella sua visita al Papa. Un
incontro, uno di quegli incontri personali e di preghiera tanto amati da Francesco. Niente diplomazia o politica, solo
persone che si guardano negli occhi. Con
la speranza che non sia solo un modo di
prendere tempo. Qualcuno ricorda che
il mandato di Peres termina a luglio e
che in Israele il presidente non ha potere decisionale. E così forse anche per Abu
Mazen, sempre in un difficile equilibrio
tra Olp e Hamas. Ma su questo sarà solo
la storia a farci capire se si è trattato di
un fatto di cronaca. Ma è stato bello per
molti sentire il presidente Peres riprendere la linea che è stata sempre della Santa
Sede: «Una pace basata su due Stati, uno
accanto all’altro: uno ebraico, Israele, e
uno arabo, la Palestina».
È a Gerusalemme che il viaggio del
Papa ha avuto il respiro della storia. Cinquant’anni fa, Paolo VI in Terra Santa,
Paolo VI che incontra Atenagora a Gerusalemme, Pietro che torna da dove è partito. Due Papi dopo di lui sono tornati in
Terra Santa: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ora Francesco ricorda quel viaggio di cinquant’anni fa. Quando Paolo VI
ne parlò alla curia romana il 24 dicembre
del 1963 disse: «Noi speriamo di incontrare il Signore nel nostro viaggio». Fu un tripudio di emozioni. Di organizzazione ce
n’era ancora molto poca. Nessun rapporto diplomatico con Israele, lo Stato palestinese era solo una teoria. Eppure fu un
enorme successo. Era il tempo delle grandi speranze. «Paolo VI calza i sandali e si
avvolge nel mantello e si mette in cammino», scrisse François Mauriac all’epoca, ricordando Pietro che liberato dalla
prigione ascolta l’angelo dire: «Mettiti il
mantello e seguimi».
In continuità coi predecessori
Al rientro, nella udienza generale dice
che il viaggio è stato come «un colpo
d’aratro che ha smosso un terreno indurito e ormai inerte, e ha sollevato la
coscienza di pensieri e di disegni divini che erano stati sepolti, ma non spenti, da una secolare esperienza storica, che
ora sembra aprirsi a voci profetiche». È
un viaggio ecumenico quello di Paolo VI.
Ma non interreligioso. Fu Giovanni Paolo II, il santo, ad aggiungere quell’aspetto di universalità al suo essere nella terra
che vide la vita di Gesù. E ci vollero altri
36 anni perché accadesse. Il Papa polacco non fa un blitz, ma rimane sei giorni
in Terra Santa. È l’anno del Giubileo. L’anno delle richieste di perdono della Chiesa cattolica. L’anno in cui il mondo è pellegrino a Roma. «Questa terra è santa per
gli ebrei, per i cristiani e per i musulmani», dice davanti ai capi delle tre religioni
monoteiste. Al Centro Notre Dame pro|
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PRIMALINEA IL NUOVO INIZIO
pone un progetto che ancora non è stato realizzato: «Se le varie comunità religiose nella Città Santa e nella Terra Santa riusciranno a vivere e a lavorare insieme in amicizia e in armonia, apporteranno benefici enormi non solo a se stesse,
ma anche alla causa della pace in questa
regione. Gerusalemme sarà veramente
una Città di pace per tutti i popoli».
Pochi mesi e ancora una volta sarà la
voce della violenza ad avere la meglio. Ma
ormai la strada è aperta. Benedetto XVI
va in Terra Santa e incontra una Chiesa
viva anche se sofferente. Maggio 2009,
otto giorni tra Giordania, Israele e territori palestinesi. Fede, politica e diplomazia si intrecciano in un viaggio in cui
il Papa visita non solo i luoghi religiosi,
ma anche i luoghi della carità. Lo raccon-
promozione della pace e il bene comune; e in risposta alle sofferenze che continuano ad affliggere il nostro mondo,
il riconoscimento che la fame, la povertà, l’analfabetismo, la non equa distribuzione delle risorse devono costantemente
essere affrontate.
C’è tutto questo negli occhi di Pietro e
Andrea che insieme si inginocchiano, pregano, si abbracciano, si sostengono. Perché, dice Bartolomeo di Costantinopoli,
«la storia non può essere programmata, e
l’ultima parola nella storia non appartiene all’uomo, ma a Dio». Tutte le strategie
umane si infrangono «di fronte al giudizio e alla volontà di Dio. Qualsiasi sforzo
dell’umanità contemporanea di modellare il suo futuro autonomamente e senza
Dio è una vana presunzione». La risposta
IL PAPA HA CITATO LE PAROLE DI BENEDETTO XVI. E HA ANCHE
PARLATO DELLA DIFESA DELLA DIGNITà DELLA PERSONA,
DELL’IMPORTANZA DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA
ta bene ai giornalisti che saluta in aereo
al rientro dal pellegrinaggio: disponibilità al dialogo interreligioso, un clima ecumenico molto incoraggiante e un profondo desiderio di pace da parte di tutti. La
cronaca ci ha detto che questi tre punti
di forza non hanno ancora portato i frutti desiderati. Ma questo non scoraggia la
Chiesa. Non scoraggia Pietro. Non scoraggia Francesco che riparte proprio dal Santo Sepolcro. Anzi riparte da una dichiarazione congiunta, un testo condiviso che
mette al centro non solo il «considerarci
gli uni gli altri come membri della stessa famiglia cristiana, sotto un solo Signore e Salvatore, Cristo Gesù, e ad amarci
gli uni gli altri, di modo che possiamo
professare la nostra fede nello stesso Vangelo di Cristo». Ma aggiunge i temi “caldi” della difesa della dignità della persona umana in ogni fase della vita, l’importanza del matrimonio e della famiglia, la
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di Francesco suona forte nella sua essenzialità: «Non priviamo il mondo del lieto annuncio della Risurrezione. E non
siamo sordi al potente appello all’unità
che risuona proprio da questo luogo, nelle parole di Colui che, da risorto, chiama
tutti noi “i miei fratelli”». La strada per la
piena comunione è lunga ma «le divergenze non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino. Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del
sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la
piena comunione tra noi».
E conclude riprendendo un tema che
sembrava dimenticato, ma che la stessa
rinuncia di Benedetto XVI ha riaperto:
l’esercizio del ministero petrino. «Desidero rinnovare l’auspicio già espresso
dai miei predecessori – ha detto il Papa
davanti al sepolcro di Cristo – di mantenere un dialogo con tutti i fratelli in Cri-
sto per trovare una forma di esercizio del
ministero proprio del Vescovo di Roma
che, in conformità con la sua missione,
si apra a una situazione nuova e possa
essere, nel contesto attuale, un servizio
di amore e di comunione riconosciuto da
tutti». Non ci sono grandi novità, ma c’è
uno slancio che nasce anche dalla capacità di Bartolomeo, che dopo anni riesce a
indire un Concilio panortodosso.
Un luogo di amore e discordia
La tappa finale del viaggio è in un luogo
che parla di amore ma anche di discordia: il cenacolo. O meglio l’edificio costruito nel luogo dove la tradizione vuole fosse quella “stanza di sopra” che ha
visto nascere la Chiesa. Da secoli è luogo di discordia. Custodisce luoghi santi
agli ebrei e i francescani del vicino convento non possono celebrarvi la messa.
Lo fece Giovanni Paolo II in privato e ora
lo fa Francesco. Non c’è stata nel viaggio
una grande messa per i cristiani di Israele
come invece in Giordania e Palestina, ma
la mancata tappa a Nazaret potrebbe essere recuperata presto. Il Papa, dicono, vorrebbe portare lì i risultati del Sinodo sulla famiglia. La strada che indica il Papa è
quella di un esodo verso la pace, come ha
detto alle autorità palestinesi. È la strada
della libertà religiosa per cui, dice in Giordania citando Benedetto XVI: «I cristiani
si sentono e sono cittadini a pieno titolo
ed intendono contribuire alla costruzione della società insieme ai loro concittadini musulmani, offrendo il proprio specifico apporto». «E che il Signore ci difenda tutti da quella paura del cambiamento al quale ha fatto riferimento il Re», conclude citando il sovrano hascemita. Ma il
gesto che più dovremo imparare a riconoscere è il bacio della mano. Non al Papa,
ma del Papa. Al Patriarca di Costantinopoli al Santo Sepolcro come ai sopravvissuti
ai campi di sterminio allo Yad Vashem. È
la “modalità Francesco”. n
l’incredibile vicinanza
Un uomo che ci ha
toccato il cuore
«Ha scelto la nostra lingua per un grande
discorso teologico e morale». Gli intellettuali
israeliani e l’impatto col pontefice gesuita
Q
ha
suscitato interrogativi e ha riacceso
speranze. Francesco, il nome luminoso del santo di Assisi che ha ispirato
generazioni e diverse culture, ha ascoltato, sorriso, benedetto e davanti alla fiamma perennemente accesa di Yad Vashem
ha chiesto: «Uomo chi sei? Non ti riconosco più, di che sei stato capace?». Il mondo
non migliora, turisti vengono assassinati
nei musei di Europa, chiese e cimiteri vengono devastati, donne e bambini abusati
ed emarginati: che significato ha il viaggio
del simbolo più importante della cristianità nel fulcro della nascita del tutto: il verbo, la scrittura, l’etos, le tradizioni, la fonte di tutti i valori che dovrebbero generare
un mondo migliore e che da secoli è intorbidita da incertezze e conflitti?
Nimrod Alloni, figura di spicco della pedagogia umanistica in Israele, cita il
poeta Jonatan Gefe: «Molte persone lasciano la religione e tornano da D-o». Papa
Francesco risveglia un senso nuovo di
autenticità, di genuinità. «Anche da noi
ebrei c’è l’ebraismo che abbraccia, l’ebraismo che apre e si offre e l’ebraismo che
perseguita, che definisce regole, che pretende, che chiude e preclude. Il mio ebraismo è quello che dà asilo a 300 mila emigrati dall’Africa, che accoglie i profughi
siriani, che cura e rispetta i luoghi di culto di tutte le fedi, che crea scuole per figli
di emigrati che danno i risultati migliori di Israele. Due grandi rabbini segnarono la tradizione ebraica: la casa di Hillel
e la Casa di Shammai, quest’ultimo dava
grande rilievo alle regole, Hillel cercava
l’uomo. Penso che Israele sia stato felice
di accogliere papa Francesco perché reca
con sé un senso profondo di umanità e
uesto viaggio breve ed intenso
vicinanza all’uomo».
Yair Zaban, classe 1930, membro della Knesset e figura prominente della sinistra israeliana, sta portando avanti da cinque anni il riconoscimento pubblico di
papa Giovanni XXIII come figura fondamentale tra gli Amici di Israele. Gli interventi di papa Roncalli a favore di Israele furono vitali per la nascita del nostro
Stato: negli anni del nazismo quando era
Nunzio in Turchia salvò decine di ebrei
greci e turchi. Nel 1947 quando era a Parigi aiutò Moshe Sne a incontrare l’arcive-
culturale. Papa Francesco mi ha impressionato profondamente. Al discorso pronunciato a Yad Vashem dedicherò alcune delle mie lezioni di etica. Il Papa ha parlato
nella nostra lingua, una lingua conosciuta a noi ebrei, ha usato termini che avevano scelto prima di lui grandi filosofi come
Martin Buber. Il suo discorso è stato rilevante ed importante per il legame che si è
creato tra noi, tra l’ebraismo e la cristianità. Ci ha fatto pensare, impegnare, è stato,
il suo, un discorso teologico e morale. Io
insegno a Bar Ilan University dove in prevalenza studiano allievi di famiglie religiose e al Seminar HaKibbuzim College dove
la prevalenza è laica. Papa Francesco ha
superato i confini, ha parlato a tutti e per
tutti. Un allievo religioso ha detto di essersi identificato con il discorso del Papa più
Ben Pazi, professore universitario di Filosofia:
«Un allievo religioso ha detto di essersi identificato
con le parole del Papa più che con quelle del Rabbino»
scovo Tardini in Vaticano affinché il mondo cristiano desse la sua benedizione per
la nascita del nuovo stato e infine per la
grande svolta della Nostra Aetate.
Una personalità straordinaria
«La visita di papa Francesco è stata straordinaria», dice Zaban. «La sua personalità è straordinaria. È un esempio per tutti i capi religiosi e per tutti i capi di Stato perché il Vaticano è anche uno Stato.
Ciò che è più evidente è la sua modestia.
Dovrebbe essere il modello di molti leader. Anche da noi, come in molti paesi, i
capi sono affetti da un etnocentrismo che
preclude altri popoli e altre religioni. La
visita di questo Papa ha incoraggiato chi
lotta contro l’etnocentrismo».
Hanoch Ben Pazi, professore universitario di Filosofia ed etica spiega: «L’argomento interreligioso mi è particolarmente caro sia dal punto di vista teologico che
che con le parole del Rabbino che lo aveva preceduto. Questa visita arricchisce il
dialogo che si è aperto tra le due religioni
negli anni Sessanta. Papa Francesco ha toccato il cuore di Israele!».
Infine chiedo ad Alloni cosa pensa di
una celebre affermazione di don Luigi
Giussani, che si diceva convinto che «se
non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei saranno una sola cosa nel
giro di 60-70 anni». «Se ciò significa che
cadranno barriere e che, pur mantenendo ciascuno la propria identità, ci batteremo insieme per gli stessi ideali, per i valori
che le nostre culture e le nostre religioni ci
insegnano, allora sono d’accordo. Insieme
possiamo combattere contro il pregiudizio
e la violenza. Ebrei e cristiani hanno la forza per scatenare grandi cambiamenti, ma
stando attenti a non schierarsi insieme per
escludere altri usando il nome di Dio».
Angelica Edna Calò Livné
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Da OlTRE CINQUaNT’aNNI
laVORIamO PER la TUa SICUREZZa
SUllE FERROVIE ITalIaNE
GRUPPO ROSSI (GCF & GEFER) V i a l e d e l l ’O c e a n O a t l a n t i c O n . 190, 00144 R O m a
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FOGLIETTO
di Alfredo Mantovano
IN ATTESA DELLA SENTENZA
La Consulta ha riaperto
il suk dell’eterologa ma
per ora senza motivazioni
D
al 9 aprile sulla home page della
Corte costituzionale vi è una nota
con la quale si informa che la stessa Corte «ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli (…) della legge
(…) 40, relativi al divieto di fecondazione
eterologa medicalmente assistita». Vi è la
nota, ma non vi è traccia della sentenza.
Eppure il comunicato stampa – 36 parole, 230 caratteri, un tweet e mezzo – ha
riaperto il mercato dei gameti e delle cliniche, incrementando le illusioni e le sofferenze di tanti aspiranti genitori: prima
ancora che, conoscendo le motivazioni,
si possano individuare gli spazi operativi
che vengono autorizzati.
Più volte la Consulta si è riunita per
decidere su una legge impugnata, e fra
la decisione e la pubblicazione della sentenza è trascorso del tempo, anche delle
settimane. La singolarità del caso è l’annuncio dell’esito, accompagnato – a oggi,
quasi due mesi dopo –
dal mancato deposito
I VERDETTI della CORTE COSTITUZIONALE
della pronuncia. Una
richiedono elaborazione, ma ogni
pronuncia con cui la
giudice
ha qualificati collaboratori
Corte costituzionale ha
che PREPARANO DOCUMENTAZIONE E BOZZE.
proseguito la propria
opera di demolizione
IN QUESTO CASO È SUCCESSO QUALCOSA?
della legge 40, avendo
in passato già eliminato il divieto di cri- normalmente passano giorni, non mesi.
oconservazione e avendo reso possibile la Si ha l’impressione che nel caso specifico
selezione genetica degli embrioni. Perché sia successo qualcosa.
La motivazione farà comprendere se
un annuncio così inequivocabile, seguito poi dal silenzio? È vero che le senten- l’accesso alle pratiche della fecondazione
ze della Consulta richiedono elaborazio- eterologa potrà essere immediato, ovvero
ne e materiale stesura, ma è altrettanto se, a causa dei problemi che pongono, servero che ogni giudice ha qualificati col- ve una legge che, negli argini fissati dallaboratori – magistrati, avvocati o docen- la Corte, scenda nel dettaglio. Si pensi soti – che preparano la documentazione e lo alla disciplina del conflitto fra il diritto
spesso redigono la bozza della sentenza: all’anonimato del donatore/donatrice di
gameti e il diritto dei figli a conoscere i loro genitori biologici; ai rischi per la salute
del figlio, derivanti proprio dall’anonimato del donatore, e quindi dall’impossibilità di una anamnesi completa; ancora, alla
difficile “neutralità” della madre surrogata nel caso di affitto di utero (o “gestazione di sostegno”, come impongono le lineeguida Unar per i giornalisti), soprattutto
nei casi in cui questa “madre” sia pure la
donatrice dei gameti.
Domanda maliziosa. Pochi giorni dopo la decisione della Consulta si è avuta
notizia di un caso di eterologa involontaria, al Pertini di Roma, con scambio di
embrioni fra due coppie che erano ricorse alla omologa. I problemi esistenziali e
giuridici che accompagnano questa tragedia fanno discutere e sembrano non risolvibili: ogni ipotesi avanzata presenta
controindicazioni, né si incontra un Salomone pronto a dire con saggezza a chi
vanno i bambini (ai suoi tempi la natura non era così violentata). La domanda è
la seguente: non sarà che i gemellini nascituri hanno incrinato le certezze dei signori Giudici delle leggi? Non sarebbe la
prima volta che un bambino diventa pietra di inciampo e ragione di scandalo…
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politica
dopo le europee
E l’Italia si tinse
di rosso Matteo
Intorno al ciclone Renzi “ballano” circa tre milioni di voti.
Sono quelli che hanno perso nel giro di un anno Grillo, Monti
e Berlusconi. Ne mancano sei all’appello. Sono rimasti a casa.
In attesa di un centrodestra e di un personale politico nuovi.
Per adesso, al governo e nel paese, è trionfo del monocolore
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DI LUIGI AMICONE
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polItica dopo le europee
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annientati come Verdi Bonelli qualsiasi e
come qualsiasi dipietrino Idv.
La fortuna di Alfano
Fortuna per Alfano che lo scudetto crociato, questo giro ha salvato Ncd. Sotto il quorum in tutto il Nord, il neo partito centrista evita la morte in culla solo grazie alle
performance meridionali dell’Udc di Casini e Cesa (6,6 per cento nella circoscrizione
sud e addirittura un 7,5 nelle isole). Onesto
ma non eccelso il risultato personale del
ministro Maurizio Lupi (oltre 46 mila preferenze) che lascerebbe (o forse no) il suo
scranno strasburghese al primo non eletto Massimiliano Salini. L’amico che con
27 mila preferenze sarebbe l’unico esponente nordista di Ncd in Europa (vedi box).
Fortunato e galvanizzato dalla fortuna di
chiamarsi anche lui Matteo è invece il Salvini, segretario federale della Lega Nord.
Che con oltre 223 mila preferenze infila
il “figlioccio” di Silvio, Giovanni Toti (143
mila), porta in dono al Carroccio un ottimo 6,15 per cento su base nazionale e con
oltre un milione e mezzo di voti rilancia
la Lega come quarto partito dopo i rovesci
giudiziari di Belsito&C. Sfortunati, invece,
e parecchio, i Fratelli d’Italia della Meloni
e Crosetto: con oltre un milione di voti e il
3,66 per cento di suffragi raddoppiano il
loro bottino elettorale rispetto alle politiche di un anno fa, ma mancano il colpo di
reni che con una manciata di voti in più di
Fdi ha invece regalato sul filo del traguardo il quorum a Tsipras (4,03 per cento). Un
partito di cui non sentiremo più parlare
(almeno qui in Italia) se non al prossimo
“Festival delle idee di Repubblica”. Dove
sono finiti gli altri voti? La maggior parte sono rimasti a casa, visto che ha votato
il 57,2 per cento degli aventi diritto rispetto al 75,16 per cento che aveva votato nel
2013. O sono andati da M5S al Pd.
Foto: Ansa. Nelle pagine precedenti Corbis
P
rima la segreteria del Pd, poi
la poltrona di Letta. E adesso
il volo oltre la soglia del 40
per cento. Tutti voti che in
un ventennio Silvio Berlusconi ha sempre osato chiedere e non è mai riuscito a vedere. A completare l’apoteosi, filotto rosso da Nord a
Sud in tutte le città dove si sono rinnovati sindaci e consigli comunali (Bergamo,
Padova, Firenze, Perugia, Bari, Potenza).
Oltre che, naturalmente, la dilagante vittoria di classica preparazione giudiziaria
(due inchieste e un’unica campagna stampa) dei democrat Chiamparino in Piemonte e D’Alfonso in Abruzzo. Che gli volete
dire a un fenomeno come Renzi? Chapeau.
Il fu “Rottamatore” e ora “Visitor”, in
meno di sei mesi ha messo a segno una
tripletta incredibile. E, sempre per sostare sul numero magico che consegna il paese a un ex laqualunque rutelliano, presidentino di Provincia e giuocoso sindaco
fiorentino, tre sono i milioni di elettori
guadagnati dal Pd renziano (per un totale di 11,2 milioni e passa) rispetto a quelli incassati solo un anno fa, alle politiche
2013, dall’ex-neo-post comunista di lungo
corso Pier Luigi Bersani (8,6 milioni e rotti). E ancora. Tre, o giu di lì, sono i milioni di voti persi in una sola e completamente fuori di testa stagione da Beppe Grillo:
quasi 8 milioni 689 mila nel 2013, 5 milioni 806 mila alle europee. E altrettanti sono
quelli lasciati sul sentiero della definitiva
condanna giudiziaria dall’ex Cavaliere di
Arcore, fu Pdl e ora Forza Italia: erano 7
milioni 332 mila ancora nel 2013. Sono 4
milioni e 613 mila dopo solo un anno. Infine, ancora tre sono i milioni di voti bruciati in appena un anno di “salita in politica”
da Mario Monti. Scelta civica-Europa esce
dalle urne di primavera con uno zero virgola dopo che sull’onda dei salvatori della patria nel 2013 puntò al 20 per cento e
ottenne il 10,5. Fine di un’avventura per
Supermario e per i professori di “Fare”,
26.980 PREFERENZE PER IL CANDIDATO NCD
La mia è la vittoria di un popolo
pronto a riprendersi Bruxelles
Foto: Ansa. Nelle pagine precedenti Corbis
Lo scenario aperto dalle elezioni europee merita una riflessione molto attenta,
sull’Europa e sul paese. Il successo dei partiti antieuropeisti in Francia e Gran Bretagna
e la loro sconfitta in Italia – dove il successo del Pd ha fermato l’offensiva grillina e liste
recentissime ma europeiste come Ncd e Lista Tsipras hanno superato il 4 per cento assegna al nostro paese un ruolo importante nella gestione del semestre di presidenza
europea. Su di noi convergono le speranze di quanti vogliono che l’Europa innesti una
marcia propulsiva e solidale che la faccia andare oltre la ricetta del rigore. In Italia,
invece, dobbiamo chiederci se gli schemi di gioco sono ancora attuali in un campionato
nuovo. L’area moderata e liberale è alla ricerca di una rappresentanza, che nel nostro
paese ancora manca; il partito di Renzi supera il 40 per cento stando al governo con
Ncd e Monti; la Lega e Grillo parlano una lingua simile a quella di Marine Le Pen. Ha
ancora senso parlare di centrodestra e centrosinistra in questo contesto? Il successo di
candidature giovani e identitarie come la mia dice che gli elettori vogliono un significativo cambio generazionale e una nuova classe politica, più vicina alla realtà di persone,
imprese e territori, e più attaccata (anche nei comportamenti) ai valori che contano. La
mia non è stata una vittoria personale, ma di un popolo pronto a “riprendersi l’Europa”
non solo attraverso chi siede in parlamento ma anche con il proprio impegno quotidia
Massimiliano Salini
no per famiglia, lavoro, solidarietà ed educazione.
Matteo Renzi ha davanti a sé proprio
una prateria. Lo sa, e perciò non calca la
mano. «Qualcuno mi ha rinfacciato che
ho festeggiato poco – ha detto in conferenza all’indomani dell’exploit – ma preferisco mantenere il senso della realtà. Ora
non c’è più tempo per rinviare le riforme.
E sono sicuro che Forza Italia non abbandonerà il percorso fatto fin qui». Dunque,
sebbene azzoppato, sebbene metà in televisione metà a Cesano Boscone, Berlusconi non viene lasciato a mollo dal partner
di patto del Nazareno. Beau geste. D’altronde non era stato lo stesso Renzi, a ridosso
dell’ultimo comizio berlingueriano, a ribadire coraggiosamente la sua personale stima per Silvio? «Quest’anno ha subìto una
scissione, una condanna, la decadenza, i
servizi sociali, ha fatto cadere un governo. Ne ha fatte e subite di tutti i colori ed è
ancora lì: onore al merito». Ma anche Ncd,
nonostante il non brillante risultato alle
urne, prende fiato e respira all’ombra del
convincimento renziano che «possiamo
arrivare al 2018». Più difficile scommettere che Renzi arrivi al 2018 con questa compagine di governo. Il rimpasto non è alle
viste. Ma è nelle cose. Impossibile che un
Pd così forte non imponga un suo impulso politico. Adesso ci sono sei mesi di surplace in cima all’Europa. Poi sarà Nata-
Per Ncd inizia il tempo
della prova. Renzi ha un
governo tutto suo. Farà
un rimpasto? difficile
che arrivi al 2018. poi
sulle riforme, l’agenda
Pd vorrà imporsi
le. E può darsi che, per quella data, l’ultimo centrodestra rimasto al governo possa non accettare il panettone di un monocolore Pd. Specie se nel frattempo piovesse
il ddl Scalfarotto e sulla riforma elettorale
succedesse di tutto. Tipo che le formazioni minori venissero sacrificate sui famosi
altari della “stabilità” e “governabilità” del
paese. E Berlusconi? Rimane in pista sulle
riforme grazie alla mano tesagli da Renzi.
Ma a parte i servizi sociali e gli altri processi, ha questo grosso grattacapo del tempo
che passa, del consenso che si allenta e della pressione implosiva in seno a Fi. Soprattutto, ha il problema di trovare personale
politico all’altezza di una rifondazione del
centrodestra. Non sarà certo Renzi a sventolare (per adesso) la bandiera delle elezioni anticipate. Ma se dentro il Pd la minoranza premerà e Ncd non riuscirà ad arginare la prevedibile richiesta di inserire in
agenda provvedimenti in materia di cosid-
detti “nuovi diritti”, può essere che succedano cose come un ricorso anticipato al
voto, prima del 2018. Così, è un paradosso,
ma anche il destino del centrodestra sembra essere nelle mani dell’ex rottamatore.
Quanto ai voti del secondo partito, finiranno dritti in congelatore? Chissà. Ma
quei tre milioni di consensi spariti proprio quando Grillo ostentava trionfi, significano semplicemente che anche per M5S
è iniziata la stagione del reflusso. La ditta Casaleggio per adesso non mantiene
le promesse («Io – disse Grillo – se perdiamo le elezioni non ho più voglia di continuare»). Ma la sconfitta è già virata in vaffa
contro i «coglioni» elettori del Pd e a sfregio de «l’Italia di pensionati». In continuità
con il ventennio c’è solo la macchina giudiziaria che seguita a colpire a destra e si
porta al gabbio l’ex ministro Clini, che con
la magistratura (caso Ilva di Taranto) non
andava d’amore e d’accordo. Ma insomma,
ammesso che Renzi ci tenga sul serio ad
avere una sponda a destra, oltre all’acciaccato leader di Forza Italia, a destra chi c’è?
«Lui è meglio di me»
Speranzielle leggere sono legate a successi personali. E queste sarebbero le sole consolazioni al magro bottino. Fa capolino lo
scaltro Salvini che batte il chiodo caldo e
cerca di sfruttare a stretto giro la visibilità
che ha preso con la protesta filo lepenista
e anti euro. All’interno di Forza Italia, molto carino è il risultato ottenuto dalla giovane Laura Comi, 83 mila preferenze che
hanno lasciato a casa Licia Ronzulli, una
delle favorite di Arcore. Ma il primo a bussare alla porta del Cavaliere (e di Toti) sarà
Raffaele Fitto. Il berlusconiano ex ministro
per gli Affari regionali che con oltre 275
mila preferenze è risultato in tutta Italia
secondo solo alla signora delle preferenze
Pd Simona Bonafé (288.674). Salvini, però,
resta sicuro di aver fatto meglio. E in effetti, sommando i voti che ha ottenuto tra Est
e Ovest delle circoscrizioni padane, ha
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politica dopo le europee
lo smarrimento degli orfani di silvio
Il vicolo cieco
dei moderati
raggiunto il punteggio di 331.381 preferenze (ma pensate un po’, la Meloni di Fdi
ne ha prese 350 mila ed è rimasta fuori).
Tant’è, un minuto dopo i risultati definitivi, Salvini ha offerto a Berlusconi un nuovo
patto per il centrodestra. Il leader leghista
si vede già candidato sindaco di Milano?
«Voglio andare in piazza Duomo con Berlusconi a firmare questi sei referendum». Difficile però che Berlusconi scalpiti per abolire la legge Merlin.
Nonostante ciò, anche il governatore
lombardo che con il ministro Lupi mantiene ottimi rapporti (non fosse altro per il
buon esito dell’Expo), analizza i risultati e
appoggia il suo delfino. Ma Bobo Maroni lo
fa in una prospettiva più politica. «Ora ci
candidiamo a ricostruire il nuovo centrodestra, come io avevo anticipato al nostro
congresso del 2012, e il modello è quello della Csu ma a trazione leghista». Dietro Maroni c’è però un altro leghista che
scalpita, un irregolare, ma molto quotato
come amministratore e sindaco di Verona.
Flavio Tosi ha confessato a Tempi: «Punto
alle primarie del centrodestra». Non è finita. Da Trieste, dove è appena uscito, a cura
dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, l’Appello politico agli italiani Un Paese smarrito e la speranza di
un popolo (Cantagalli, Siena 2014), appello presentato a Roma il 14 maggio scorso
dal ministro Angelino Alfano e dal segretario Cisl Raffaele Bonanni, il vescovo Giampaolo Crepaldi dice che «intanto gli italiani hanno dimostrato di volere la ricostruzione, non la distruzione del paese. Per il
resto, è chiaro, c’è una parte di italiani che
attende una rifondazione».
Chissà se ci crede Berlusconi, alla rifondazione. Lui, che un mese fa, a un amico giornalista che si complimentava perché finalmente aveva trovato un successore carismatico come lui, peccato fosse nel
Pd, ha risposto sornione: «Vede, Renzi è un
fenomeno al limite della temerarietà. Ma
non è come me. È meglio di me». n
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B
alcanizzazione,
faide, infruttuosa
ricerca di una nuova leadership.
All’indomani delle elezioni europee la notizia non è solo la vittoria solare
e straordinaria di Matteo Renzi, ma anche
l’incredibile travaso di problemi dal fu centrosinistra al fu centrodestra. Al netto di
alcune differenze (a sinistra si cannibalizzava un leader al mese, a destra da anni si
cerca un’alternativa convincente all’unica conosciuta), i problemi che affliggono l’ex centrodestra sono pericolosamente simili a quelli che segnarono i giorni
della sinistra pre Renzi. E se un giornale
come Libero arriva a titolare “cercasi leader per il centrodestra” significa che l’onda d’urto del voto del 25 maggio è tutt’altro che esaurita. «Bisogna toccare il fondo
per sperare di potersi rialzare», dice a Tempi il direttore di Europa Stefano Menichini, non senza fare riferimento a ciò che
«l’esperienza del Pd insegna».
L’analisi di una performance a dir poco
modesta non può che partire dal Nord,
dove tanto Forza Italia quanto Ncd sembrano aver perso il contatto con la parte del paese che li aveva sempre guardati
con benevolenza. «Non c’è nessuna mutazione genetica degli elettori – osserva Gio-
vanni Orsina, docente di storia alla Luiss
di Roma e autore del saggio Il berlusconismo nella storia d’Italia (Marsilio). L’elettorato del Nord, ad esempio, chiede le stesse cose da vent’anni: un apparato pubblico più efficiente, meno tasse, condizioni
per fare impresa. È l’offerta politica che
è mancata. Renzi ha dato un’idea di dove
voleva portare il paese, tra l’altro riprendendo molti temi tipici del centrodestra. Il
centrodestra invece non ha detto niente».
Orsina rimprovera, soprattutto a Forza Italia, una campagna elettorale sbagliata, in
cui nemmeno appariva chiaro se si partisse dal governo o dall’opposizione.
Il giorno dopo un risultato che è il
migliore nella storia del Pd e migliore
del miglior Pdl (che andò poco sopra il 37
per cento alle politiche del 2008) arriva il
momento di valutare anche gli effetti della diaspora degli eredi di Berlusconi. Inviti a ricomporre la frattura arrivano da più
parti, perché l’attrattiva politica di un centrodestra unito è indiscutibile, se è vero
che anche la Lega, come dimostra il tentativo di Salvini di riallacciare i rapporti con Berlusconi, ha bisogno di un contesto dove capitalizzare quanto guadagnato in queste sorprendenti europee. Ma se
Foto: Ap/LaPresse
Senza leader né linea. Il boom del Pd fa
esplodere le contraddizioni di un’area che rischia
di pagare la responsabilità con l’irrilevanza
potrebbe essere accettata, ma perché Lega,
Ncd e Fratelli d’Italia dovrebbero dare il
via libera?». E che dire degli altri nomi che
si fanno? Per Orsina sono tutti estremamente fragili, dal votatissimo Fitto al nuovissimo Toti, compreso l’ex delfino designato Angelino Alfano. «Insomma il fatto
è che c’è da lavorare perché giocare il jolly Berlusconi non funziona più. Intendiamoci: la crisi del berlusconismo è in atto
da anni, secondo me addirittura dal 2006,
quando il cavaliere governò e non mantenne le promesse. Però l’assenza di alternative a sinistra l’ha sempre coperta».
Foto: Ap/LaPresse
l’obiettivo è chiaro, la terapia da seguire lo
è molto meno. In mezzo c’è, soprattutto,
l’enorme incognita che la partecipazione,
a vario titolo, di Ncd e Forza Italia al progetto renziano, avrà sul futuro e la composizione dei due partiti. «È evidente – osserva Menichini – che sia Ncd che Fi pagano
un prezzo molto alto per la collaborazione
che stanno assicurando al premier e che
al momento avvantaggia solo lui. Lo fanno, secondo me, perché hanno chiaro quale è la domanda degli italiani e sanno che
punirebbero chi facesse saltare il tavolo. In
un certo senso la linea politica è obbligata,
ma in termini di leadership e rinnovamento generazionale c’è molto che si può fare
nel centrodestra. Anche se non mi sembra
che le prese di posizione dei giorni successivi al voto vadano in questo senso».
Il governo e le riforme
La strada della “responsabilità”, per cui
lo stesso Renzi ha ringraziato Forza Italia
e Ncd commentando i risultati delle elezioni in una conferenza stampa che sembrava fatta apposta per sancire il suo passaggio da “twittarolo” a statista, non sembra pagare elettoralmente. «Il rischio che
al termine di questo percorso il centrode-
stra si ritrovi un vicolo cieco c’è eccome»,
osserva Orsina. E l’ipotesi che una parte di
Ncd confluisca addirittura in quel nuovo
Pd renziano esiste? «In teoria è possibile –
riprende il professore. Certo, ci sono alcuni personaggi nel nuovo centrodestra che
hanno legato il proprio destino ai cosiddetti temi bioetici e lì la distanza coi democratici è evidente, ma per molti altri temi, il
Ncd è più vicino al centro che alla destra».
Simmetricamente, un ex protagonista di
quell’area politica come la Lega è molto più a destra che al centro, come è stato ampiamente dimostrato in questa campagna elettorale, «dove – nota di nuovo
Menichini – sui temi dell’Europa e dell’immigrazione gli uomini di Salvini e Alfano non potevano dimostrarsi più lontani».
«Un tempo – riprende Orsina – la coerenza ideologica del centrodestra si costruiva intorno al leader. Adesso mancano tanto la leadership quanto la coerenza ideologica. E, aggiungo, non ci sono neppure
le regole per dotarsi di un leader». Perché
Renzi sarà pure un “visitor”, per dirla con
Enrico Mentana, ma è anche il figlio di un
lungo lavoro politico. «Il centrodestra invece su questo parte da zero. Prendiamo la
tanto discussa ipotesi Marina. Dentro Fi
Cercasi opposizione
Ora le carte si sono invertite, con in più la
variabile di una sorta di conservatorismo
obbligato a livello di strategia politica. Al
punto che per il direttore di Europa è del
tutto fuori luogo pensare a un rimpasto di
governo dopo la prova elettorale di Ncd.
«A Renzi conviene l’esatto opposto perché
è garanzia di stabilità del quadro politico. Contemporaneamente lui non paga il
minimo prezzo a questa alleanza. Queste
elezioni hanno dimostrato che il Pd fa il
pieno dei voti di sinistra nonostante l’accordo del Nazareno con Berlusconi sulle riforme e nonostante la convivenza al
governo con Alfano».
Ma oggi esiste una opposizione a Renzi? «Attenzione – conclude Orsina: se
Grillo fosse andato meglio si sarebbe ricostruito una sorta di bipolarismo Pd-M5S.
Invece sul medio periodo c’è un partito egemone, che è il Pd, con intorno dei
nanetti. Questo dà uno spazio al centrodestra. O meglio glielo darebbe se facesse politica come Dio comanda. Il premier
adesso dovrà passare dagli annunci alle
cose concrete e inevitabilmente perderà consensi». Dovevano essere le elezioni
dei vaffa e sono diventate le elezioni della
politica. Potrebbe essere una buona notizia. Anche per il fu centrodestra.
Laura Borselli
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DOPO LE EUROPEE POLITICA
«T
erremoto»,
«choc», «eruzione
vulcanica». Così i principali
attori politici francesi hanno
commentato la vittoria alle elezioni europee di Marine Le Pen e del suo Front National, che si è accreditato come primo
partito con il 24,95 per cento dei voti, superando il centrodestra dell’Ump, fermo
al 20,79 per cento, e umiliando il partito
socialista del presidente François Hollande, che ha raccolto solo il 13,98 per cento
delle preferenze. Hollande, essendosi già
giocato tutte le carte dopo la disfatta alle elezioni comunali del 31 marzo scorso,
quando è stato costretto a nominare un
nuovo premier (Manuel Valls), un nuovo
governo e un nuovo segretario del partito, si è presentato in televisione dando
la colpa all’Unione Europea: «Sei francesi su 10 non sono andati a votare. Non si
può andare avanti così, l’Europa deve essere semplice, chiara, per essere efficace
là dove è attesa e ritirarsi dove non è necessaria». Ancora una volta, il presidente
“normale” ha dato prova al suo elettorato
di essere «fuori dal mondo». La definizione è di Stéphane Buffetaut, ex deputato
europeo, membro del Comitato economico e sociale europeo dal 2002, appartenente al Partito cristiano democratico ed
esperto di diritto. A Tempi Buffetaut conferma quello che anche Hollande sa, ma
non può dire: il voto europeo che ha premiato Marine Le Pen è nazionale e politico. «Questo voto è una disfatta totale per
Hollande – spiega Buffetaut –, un uomo
che non ha mai avuto la statura necessaria per ricoprire il ruolo di presidente e
il popolo se n’è reso conto. Quando è arrivato al governo pensava che la crisi fosse quasi finita e che la crescita sarebbe sopraggiunta come per miracolo. Così si è
messo ad aspettare e intanto ha introdotto nuove tasse. Ora le imposte sono cresciute così tanto che la gente in Francia
non ne può più». Di Hollande o delle imposte? «Di entrambi».
Se il partito socialista è crollato non
è solo per la pessima performance economica del governo: «Il più grande fallimento di Hollande resta la disoccupazione:
aveva promesso che il lavoro sarebbe tornato, invece la disoccupazione cresce mese dopo mese. È una catastrofe totale, per
ammissione dello stesso partito socialista». Buffetaut non manca di ricordare le
reazioni profetiche di alcuni membri del
Ps all’indomani dell’elezione del presidente. «Il ministro degli Esteri Laurent Fabius disse: “Hollande presidente? Sogno o
UN «TERREMOTO» STORICO
Un presidente
fuori dal mondo
Disoccupazione, nuove tasse e le proteste della
Manif mai considerate. Così il governo Hollande
è stato messo alle corde da Marine Le Pen
|
DI LEONE GROTTI
Alle europee in Francia il partito socialista
di Hollande si è fermato al 13,98 per cento.
Peggior risultato degli ultimi cinquant’anni
son desto?”. Il sindaco di Lille Martine Aubry affermò fuori dai denti: “Hollande ha
lasciato il partito socialista in rovina e ora
rovinerà anche la Francia”».
La negazione della realtà
C’è un altro motivo per cui Hollande ha
portato il partito al suo peggiore risultato elettorale degli ultimi 50 anni: le continue proteste di piazza della Manif pour
tous su temi sensibili come il matrimonio gay, la fecondazione assistita e l’utero
in affitto. «Hollande ha dimostrato di essere una persona arrogante e sprezzante
del popolo», dichiara a Tempi la presidentessa della Manif, Ludovine de la Rochère.
«Milioni di persone hanno inscenato una
protesta storica ma lui non ci ha voluto
ascoltare, andando avanti con una legge
che legalizzando matrimonio e adozione
gay, nega la realtà: perché un bambino
nasce solo dall’unione di uomo e donna.
Agendo così ha ignorato i francesi, non rispettando la democrazia e i valori della
République. Un atteggiamento così ideologico e staccato dal reale non poteva che
portare a questo risultato elettorale».
Ora la Francia si ritrova con una bella patata bollente di nome Marine Le Pen.
Buffetaut non è per niente sorpreso dalla
sua vittoria: «L’avevo detto mesi fa in sede europea che avrebbe preso almeno il
25 per cento. Era ovvio, perché chiunque
può vedere che i francesi sono esasperati dalla classe politica: tanto di sinistra,
quanto di centrodestra. Hanno programmi simili e sono sottomessi entrambi
all’ideologia del politicamente corretto».
Anche l’Ump infatti non se la passa bene,
con il suo leader Jean-François Copé accusato di aver creato fondi neri ed emesso
fatture false per la campagna elettorale
di Sarkozy del 2012 attraverso la società
Bygmalion. «L’Ump è un partito che sta
andando in rovina: i capi si fanno guerra tra di loro, uno scenario orribile». Ma
i francesi, come scrivono i giornali europei, non hanno paura di un partito definito «razzista» e «fascista»? «Il Front National non è così pericoloso come lo si
descrive. La signora Le Pen ha cambiato due cose importanti rispetto al padre.
Prima di tutto non si permette dichiarazioni razziste e fasciste. Inoltre, se il padre era molto liberale sul piano economico, lei è un po’ di sinistra e questo è
il motivo per cui gli operai sono passati dal partito comunista al Front National. È chiaro poi che i migliori risultati li ha ottenuti nelle regioni più povere
della Francia, ma sta guadagnando anche nell’Ovest del paese, storica roccaforte dell’Ump». La verità, dunque, «è che il
Front National viene visto sempre di più
come un partito normale, non estremista o pericoloso. Un partito che si può votare senza vergogna».
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ESTERI
LA VITTORIA SCONTATA
Il re del cioccolato Petro
Poroshenko è titolare di un
patrimonio pari a 1,3 miliardi
di dollari. Il 25 maggio ha vinto
le elezioni presidenziali
in Ucraina al primo turno
con il 54 per cento dei voti
Rivoluzione
sgonfiata
Ucraina in mano agli oligarchi. Ieri, oggi
e ancora per molto tempo. Il nuovo presidente
Poroshenko e suoi compagni milionari hanno
tutte le carte per ridare tranquillità al paese.
Senza rompere con Putin e la Russia
|
DI RODOLFO CASADEI
ESTERI LA VITTORIA SCONTATA
M
quale Rivoluzione
arancione, ma quale
Euromaidan,
ma
quale Unione Euroasiatica di Putin, ma
quale repubblica
popolare di Donetsk: l’Ucraina appartiene agli oligarchi, oggi come ieri e ancora
per parecchio tempo. L’ha messo in chiaro quel 60 per cento di elettori ucraini
che domenica ha voluto o potuto recarsi alle urne e ha consegnato i poteri presidenziali a Petro Poroshenko, eletto al
primo turno col 54 per cento dei voti. Il
nuovo capo dello Stato ha trionfato facendo campagna sotto lo slogan “Vivi in un
modo nuovo!”. Lui, parlamentare già da
sedici anni e ministro sia nel governo
“arancione” del filo-occidentale Yuschenko che in quello del filo-russo Yanukovich. Lui, re del cioccolato, della tivù, dei
cantieri navali e delle fabbriche automobilistiche grazie alle privatizzazioni-svendita dei primi anni dell’Ucraina indipendente, che gli hanno permesso di diventare un uomo da 1,3 miliardi di dollari. Ma
l’hanno messo in chiaro anche Igor Kolomoysky e Sergey Taruta, rispettivamente proprietario della più grande banca
del paese e industriale minerario da 2,7
miliardi di dollari, da due mesi governatori il primo di Dnepropetrovsk e il secondo di Donetsk, i quali stanno riportando l’ordine usando le loro ingenti risorse finanziarie per lusingare o intimidire i secessionisti, e Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco di Ucraina con 11,6 miliardi
di dollari, che dopo lunghi silenzi attendisti si è schierato dalla parte del governo di Kiev e oggi manda i suoi operai per
le strade del Donbass a riportare l’ordine.
Al nume storico della Rivoluzione
arancione alla quale Euromaidan idealmente è collegata e al candidato degli
ultranazionalisti che dopo i fasti invernali degli scontri di piazza nella capitale
oggi inviano volontari a menare le mani
nell’Est del paese gli elettori hanno riservato le briciole: Yulia Tymoshenko, due
volte primo ministro, eroina della piazza nel 2004, prigioniero politico per due
anni e mezzo e signora del gas arricchitasi negli anni del suo governo con un contratto con Gazprom, non è andata oltre il
13,1 per cento; Oleg Lyashko, nonostante
il cruento annuncio alla vigilia del voto
che i suoi uomini avevano abbattuto uno
dei principali leader secessionisti nell’Est,
si è fermato all’8,5 per cento. Invano la
Tymoshenko ha cercato di gettare cattiva luce sulla stella nascente del panorama politico europeo. Invano ha denunciato un fatto vero e inoppugnabile: alla fine
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di marzo Poroshenko si è incontrato con Alle elezioni
Vitali Klitschko a Vienna, ospiti entram- presidenziali ucraine,
bi di Dmitro Firtach, il più filo-russo degli il re del cioccolato
Petro Poroshenko
oligarchi ucraini. Firtach, la cui ricchez- ha battuto Yulia
za è variamente stimata fra 500 milioni e Tymoshenko (a destra)
10 miliardi di dollari, è libero su cauzio- che si è fermata al 13,1
ne dopo essere stato arrestato su manda- per cento di voti
to di cattura statunitense, per un affare di e il leader del partito
radicale Oleg Lyashko
tangenti pagate in India. L’accordo con cui (nella foto grande)
Poroshenko e Klitschko si sono spartiti le che ha ottenuto
cariche – il secondo, uomo dei tedeschi, si l’8,5 per cento dei voti
è ritirato dalla campagna per le presidenziali in cambio del sostegno di Poroshenko alla sua corsa per la carica di sindaco
di Kiev – è stato siglato sotto gli auspici di
Firtach. Cosa avranno promesso i due nuovi astri della politica ucraina all’oligarca confinato in purgatorio, col quale non
hanno nulla in comune tranne che l’antipatia per la Tymoshenko? C’è chi parla di
un’amnistia, chi di un’alleanza segreta tripartita per conIl nuovo capo di Stato
trastare prevedibili mosse ostiha promesso a tutti uno
li della signora del gas all’indomani delle elezioni.
stipendio pari a quello dei
I quotidiani internazionali
suoi operai: 7 mila
Comunque sia, Poroshenko
hryvnia, cioè 437 euro,
ha fatto il pieno alle elezioni del 25 maggio. Ora, è vero
che è il doppio dello
che si tratta dell’unico oligarstipendio medio in Ucraina
ca sceso in piazza nei mesi
roventi delle proteste di Maidan mettendo a rischio la propria incolumità fisica, come i filmati di apertura
e di chiusura dei suoi comizi hanno illustrato fino alla noia. Ma si tratta anche e
pur sempre di un uomo che «simbolizza il sistema clientelistico che le proteste volevano rovesciare», come ha scritto il Financial Times, e «la cui carriera
si caratterizza per la mescolanza di affari, politica e media», cosa che lo colloca
«senza esitazioni nella categoria degli oligarchi», come ha scritto Le Monde; il Wall
Street Journal lo ha definito «un veterano della sordida arena politica ucraina, che si è guadagnato una reputazione come un mediatore pronto ad allearsi con deputati di ogni appartenenza».
Poroshenko ha attraversato in lunLe critiche di questi quotidiani europei e
americani fieramente antiputiniani non go e in largo la nazione promettendo di
hanno trovato eco nella scelta degli elet- combattere la disoccupazione: «Un nuovo
tori ucraini presunti europeisti. Che del modo di vivere significa che la priorità di
programma elettorale del re del ciocco- ogni governo, di ogni autorità dovrebbe
lato hanno trattenuto sostanzialmente essere di creare nuovi posti di lavoro». Il
due cose: le promesse di alzare gli stipen- problema con l’Ucraina è che dove i posti
di a mezza Ucraina e l’impegno a riorga- di lavoro esistono, sono retribuiti pochisnizzare l’esercito per trasformare l’attua- simo. Il nuovo capo dello Stato ha prole armata Brancaleone in una temibile messo che sotto la sua guida presto tutforza armata, che soffocherà rapidamen- ti gli ucraini godranno di uno stipendio
te la strisciante insurrezione separatista pari a quello dei suoi operai: 7 mila hryvnia, cioè 437 euro, che è il doppio delnell’Est del paese.
Foto: Ansa, Sintesi/Photoshot. Nelle pagine precedenti: Corbis
Il percorso DI POROSHENKO
dovrebbe essere: riconquista
militare dell’Est del paese
e dialogo con Mosca per
trovare un compromesso
politico. COSA SARà OFFERTO
A Putin? la rosa dei Venti
della Nato non galleggerà
mai nell’aria a Kiev e dintorni
lo stipendio medio in Ucraina. I militari,
poi, ricevono un salario che è la metà di
quello medio nazionale. Nella polizia ci
sono oscillazioni a seconda che si tratti
degli agenti o degli ufficiali. Ed è qui che
si inserisce il ruolo decisivo degli oligarchi nelle regioni orientali: a Dnepropetrovsk Kolomoisky ha riportato l’ordine
creando il battaglione Dnipro, una forza
di polizia speciale, e gruppi di difesa territoriali stipendiati da lui in persona e da
altri imprenditori della regione. A salari
rispettabili sono stati aggiunti premi in
denaro per chi otteneva risultati sul campo, fino a istituire vere e proprie taglie:
per ogni kalashnikov sequestrato vengono pagati 1.500 dollari e 10 mila per ogni
capo secessionista arrestato. Sulla testa di
un capo militare considerato responsabile di un omicidio è stata posta una taglia
da 1 milione di dollari da parte della
comunità ebraica locale, alla quale l’ucciso apparteneva. Accanto alle maniere
forti, Kolomoisky ha saputo attuare quelle misure distensive che gli ultranazionalisti e gli euroentusiasti non erano in gra-
do nemmeno di concepire: ha restaurato
le statue di Lenin che erano state deturpate durante le proteste di Maidan e ha
permesso ai reduci della Seconda Guerra mondiale di tenere lezioni nelle scuole
cittadine per confermare l’interpretazione del conflitto che gli ultranazionalisti
avevano ribaltato e irriso.
Le manifestazioni organizzate
A Donetsk, dove il contesto era molto più
difficile che a Dnepropetrovsk, il governatore Taruta non avrebbe potuto fare
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ESTERI LA VITTORIA SCONTATA
molto, se non fosse intervenuto Akhmetov. Silenzioso per molto tempo e sospettato di continuare a sostenere il deposto presidente Yanukovich e i suoi sponsor russi, alla fine il più ricco oligarca
ucraino è sceso in campo dalla parte “giusta”. Dopo le violenze che avevano causato molti morti a Mariupol, ha inviato migliaia di operai delle sue acciaierie ad affiancare le imbelli forze di polizia nel pattugliamento delle strade della cittadina. Ventitremila operai dipendenti di Akhmetov si sono resi disponibili per la sorveglianza della sicurezza nella regione. L’oligarca ha anche organizzato sospensioni del lavoro con annesse manifestazioni di protesta dentro ai
recinti delle sue fabbriche, caroselli di
auto e fischi delle sirene degli impianti. Ha pubblicamente accusato i separatisti di causare «il genocidio del Donbass»,
dal nome della regione, e di avere organizzato «una lotta contro i residenti della nostra regione e non per la loro felici-
ne era privo no, e scomparve dalla scena».
Alla luce di tutto ciò, si può essere
certi che Poroshenko e gli altri oligarchi
sapranno certamente alternare il bastone e la carota sia con le opposizioni interne sia con la Russia di Putin: la loro storia personale di imprenditori intrallazzati con la politica li rende adatti ad affrontare una fase storica in cui sarà neces-
Kolomoisky ha creato una forza di polizia:
1.500 dollari per ogni arma sequestrata,
10 mila per ogni secessionista arrestato
tà». «Non permetterò che ci intimidiscano, né che distruggano il Donbass», ha
concluso minacciosamente. Gran parte
dei 300 mila dipendenti delle fabbriche
di Akhmetov non condividono la svolta
pro-Kiev del loro datore di lavoro, e l’hanno dimostrato partecipando in numero
ridotto agli “scioperi” indetti dalla dirigenza stessa. Ma a nessuno di loro è venuto in mente di contrastare apertamente
la nuova linea. Come ha scritto l’inviata
di El Pais, «alla fine degli anni Novanta,
Akhmetov fu l’unico che mise ordine nella sanguinosa guerra dei clan per la ripartizione degli affari a Donetsk. Chi aveva
buon senso si sottomise ai suoi ordini, chi
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sario fare ricorso sia al dialogo sia alle
maniere forti; e tutti essi hanno interesse, in quanto produttori di beni e servizi che devono essere venduti in patria e
all’estero, a mantenere unita l’Ucraina e
a costruire una relazione accettabile reciprocamente con Mosca. Però le difficoltà
macroeconomiche di fronte alle quali si
troveranno sono formidabili. Poroshenko
ha fatto campagna promettendo di rendere operativo quanto prima l’accordo di
associazione con l’Unione Europea. Che
però nel breve periodo è destinato a creare più oneri che vantaggi all’economia
ucraina. Nel frattempo i conti del paese non costringono il governo a dichiara-
re il default solo perché il Fondo monetario internazionale ha prestato il 30 aprile scorso 17 miliardi di dollari in cambio dell’impegno a dolorose riforme. Queste prevedono l’aumento delle tasse e del
prezzo del gas al pubblico e il taglio della spesa sociale, in un contesto in cui
si prevede per il 2014 una contrazione
del Pil nazionale del 5 per cento. Ventitrè anni dopo l’indipendenza, l’Ucraina
si trova con un reddito pro capite a parità di potere d’acquisto di poco superiore
ai 7.400 dollari, contro i 17.800 della Russia e i 21.200 della Polonia, i suoi due più
importanti vicini. Come farà Poroshenko
a mantenere le sue promesse in una situazione del genere, con Mosca che minaccia
di tagliare le forniture di gas se Kiev non
paga i suoi debiti pari a circa 3,5 miliardi
di dollari, è la domanda che tutti si fanno.
Il percorso probabile dell’azione del neopresidente dovrebbe essere il seguente:
riconquista militare dell’Est del paese – di
cui l’assalto all’aeroporto di Donetsk con
un bilancio di oltre cento morti è solo un
antipasto – e quindi, sull’onda della legittimazione così guadagnata, dialogo con
Mosca per trovare un compromesso politico fra i due paesi. Quel che Poroshenko
offrirà a Putin, lo sanno anche i sassi: la
rosa dei Venti della Nato non galleggerà
mai nell’aria a Kiev e dintorni. n
Foto: Corbis
Miliziani pro-Russia
del Battaglione Vostok
hanno preso parte a una
manifestazione contro le
elezioni presidenziali tenutasi
in piazza Lenin, Donetsk
pagine a cura di etd
giovani
promesse
Eni scommette sulle energie di un capitale umano
internazionale, investendo in formazione, borse
di studio e sicurezza. Fedele al “metodo Mattei”
che accese la generazione del miracolo economico
«Abbiamo bisogno di giovani che arrivino già preparati ai nostri problemi, che
arrivino con una visione di quelle che sono
le nostre necessità» (Enrico Mattei, inaugurazione del secondo anno accademico della
Scuola di studi superiori sugli Idrocarburi,
28 ottobre 1958)
L’
aneddoto è ormai noto: nel
1961 il viceministro sovietico
Kossighin chiese a Mattei di
organizzare una serata per
celebrare lo storico accordo petrolifero
siglato l’anno precedente. Ebbene, Mattei
chiamò il capo del personale e gli ordinò
di invitare solo i più giovani tra quadri e
dirigenti. Non esperti e uomini di provata esperienza, ma giovani, capaci di trasmettere un’immagine di azienda veloce, agile, con grandi capacità di progettazione. Quella sera dunque le alte cariche
della politica e l’imprenditoria del partner sovietico sedettero allo stesso tavolo
dei ragazzi di Eni, la più vivace cartina di
tornasole dell’identità aziendale. Eni era
venuta su così, non grazie alle ambizioni
di un solo uomo, ma al sudore e l’ingegno
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dei tanti uomini a cui Mattei – il self-made
man venuto dalla provincia, che aveva iniziato a guadagnarsi il primo pane di gioventù verniciando letti in una fabbrichetta di Matelica – aveva dato fiducia. Non
era un utopista Mattei: ancora lontano il
giovanilismo del Sessantotto, egli sapeva
che suo impegno con la modernità doveva superare e guardare oltre la sua dimensione di individuo per scommettere sulla grande forza di cambiamento dei giovani. E non di utopia si parla quando,
in un momento di crisi come quello che
sta soffocando il tessuto imprenditoriale italiano, il colosso energetico nazionale continua a scrivere la sua storia facendo fruttare l’eredità del fondatore. Investendo in formazione e borse di studio. In
know-how e sicurezza per i suoi dipendenti. Aumentando, anzi, rispetto agli anni
precedenti le iniziative per crescere il suo
grande capitale umano.
Rispetto ai due anni precedenti il
2013 ha così registrato un aumento del
25 per cento degli investimenti sia per la
formazione dei propri dipendenti, sia per
la progettazione ed erogazione di master
«E noi ci mettemmo
con tanto impegno,
e abbiamo creato
scuole aziendali per
ingegneri, operai,
specialisti, per tutti
e dappertutto.
ci siamo formati
i nostri quadri»
e corsi di alta formazione in partnership con le università in Italia e all’estero. Si tratta, per il 60 per cento, di iniziative di formazione all’estero e in aree
di frontiera, come l’Iraq o il Mozambico,
dove lo sviluppo del business e della persona a livello globale è sostenuto da contenuti che spaziano a 360 gradi da aspetti tecnici, relativi alla perforazione e al
project management o all’ingegneria dei
giacimenti fino alla negoziazione inter-
nazionale, alla leadership, a temi di etica
e compliance e di sicurezza operativa. Un
capitolo, quest’ultimo, di estrema importanza data la complessità dei siti produttivi del cane a sei zampe.
Leve di prima classe
«Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani;
dovete formarvelo da soli questo vostro
domani. Ma per fare questo è necessario
studiare, imparare, conoscere i problemi.
E noi ci mettemmo con tanto impegno, e
abbiamo creato scuole aziendali per ingegneri, per specialisti, per operai, per tutti e dappertutto. Con questo sforzo continuo ci siamo formati i nostri quadri».
Così Mattei, il 4 dicembre 1961, apriva
l’anno accademico della Scuola di studi
superiori sugli idrocarburi, un’esperienza unica in Italia e rara nel mondo fondata nel 1957 e che in seguito alla tragica
morte del suo fondatore, nel 1962, sarebbe stata ribattezzata Scuola Mattei.
“Per tutti e dappertutto”: poche parole capaci di esprimere l’attualità dell’impegno di Eni sul fronte formazione, oggi
come allora. Mattei era un uomo con una
visione e un’idea precisa di sviluppo industriale, per l’azienda e per il paese e intuì
in fretta le potenzialità di una scuola di
formazione post-universitaria (la prima
business school italiana dedicata anche
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agli stranieri) che selezionasse i migliori ingegneri e tecnici per un settore in
espansione come quello degli idrocarburi
e dell’energia. Cinquantasette anni dopo
la Scuola continua a valorizzare la formazione di talenti proponendo un Master in
Management ed Economia dell’Energia e
dell’Ambiente (Medea) e curando, attraverso Eni corporate university (società dedicata alle attività di reperimento, selezione,
formazione e knowledge management, e
che rappresenta il punto di contatto istituzionale con il sistema universitario) la
selezione di circa 1.000 tra specialisti e giovani laureati e diplomati.
“Per tutti e dappertutto”: Mattei volle
fin da subito imprimere alla scuola una
forte vocazione internazionale, offendo
borse di studio non solo ai più promettenti ingegneri, economisti, chimici, geologi
e tecnici di casa nostra, ma anche a studenti che provenissero da ogni angolo del
mondo. Un approccio di collaborazione
tra culture e mondi distanti che ha dato
luogo ad una formazione caratterizzata
da un tasso di internazionalità elevatissimo: dal ‘57 al 2013 la Scuola Enrico Mattei ha erogato circa 2.800 borse di studio
a giovani laureati provenienti da 110 paesi del mondo. Ma anche a vicende umane sorprendenti, come quelle che non
di rado vedono gli ex allievi della Scuo30
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l’approccio di collaborazione tra mondi
distanti ha dato luogo ad una formazione
caratterizzata da un altissimo tasso di
internazionalità: dal ‘57 al 2013 la Scuola
Enrico Mattei ha erogato circa 2.800
borse di studio a laureati di 110 paesi.
Ma anche a vicende umane sorprendenti
la fronteggiarsi in incontri di business e
negoziazioni, al tavolo di un authority
o in un campo di petrolio nel cuore del
deserto. Impegnati a far fruttare la comune appartenenza a una scuola che insegnò loro ad immaginare il futuro.
Una dimensione internazionale che
negli ultimi anni è stata potenziata: sono
venti le nazionalità rappresentate dagli
iscritti al Medea nell’anno accademico
2013-2014, tutti con background, culture,
etiche e approccio alla religione differente; in altre parole cinquanta giovani laureati stanno oggi misurandosi insieme nella realizzazione di un percorso formativo che lascia spazio alle sperimentazioni,
al melting pot culturale, a un mix di learning by doing e di scambi proficui di collaborazione di business, certo, ma anche di
amicizia. Una eterogeneità umana e culturale che ben si sposa all’altissima qualità
offerta dal corpo docenti: negli anni hanno insegnato alla scuola studiosi di alto
livello come Sylos Labini, uno dei maggiori economisti italiani di sempre, James
Buchanan, premio Nobel per l’economia,
o Robert Grant, uno dei maggiori studiosi di management strategico del mondo. E da qui sono usciti allievi come Kandil Abdel Hadi, già ministro del Petrolio
dall’84 al ‘91 dell’Egitto, o Alberto Clò, nel
1995 ministro dell’Industria per l’Italia.
Dall’Algeria al Vietnam
«Teniamo a che si formi una più ampia
conoscenza fra gli uomini, tra noi italiani e tra voi giovani di altri paesi... per lo
sviluppo della tecnica moderna come,
pagine a cura di etd
«Allora tutti
avevamo
l’impressione
che si stesse
costruendo per fare
l’Italia migliore
di quella di prima».
A qualcosa di
simile per il suo
paese avrà pensato
Edith Vita, quando
nel 2012 vinse una
Eni scholarship da
28 mila sterline
al St. Antony’s
College di Oxford
e anche soprattutto, per l’avvenire del
nostro paese» (così Mattei nel discorso di
apertura del IV anno accademico, 1960).
Oggi, a quasi cinquant’anni dalla fondazione, in tempi i fuga di cervelli e brain
drain, di crisi e pessimismo sulle prospettive di crescita del sistema economico,
lo spirito originario della Scuola Mattei,
continua a segnare la via e a preparare
i suoi studenti ai forti e repentini mutamenti che il settore energia, da sempre
soggetto a profonde dinamiche di cambiamento, porterà negli anni a venire.
Una sfida che vuole tradurre in pratica il valore che Eni annette al merito – stiamo parlando di circa 180 borse di studio assegnate mediamente da
Eni ogni anno a studenti italiani e stranieri – investendo in progetti e percorsi formativi. Oggi come allora, nel 2014
come 57 anni fa. Si sono appena conclusi i termini per presentare le candidature al master Medea: a settembre prenderà
infatti il via il 58esimo anno accademico
della Scuola Mattei che quest’anno propone un programma di Business Administration in Energy Industry articolato su
due indirizzi di studio, Global Energy e
Managing Technical Assets. Borse di studio sono previste per studenti meritevoli e in possesso della cittadinanza di uno
dei tanti paesi di interesse per il settore
energetico: Algeria, Angola, Cina, Cipro,
Congo, Egitto, Ghana, Indonesia, Italia,
Kazakistan, Libia, Mozambico, Myanmar,
Nigeria, Norvegia, Pakistan, Turkmenistan, Ucraina, Usa, Venezuela, Vietnam.
Non solo, al fine di soddisfare i fabbisogni di specifiche professionalità delle sue società e di contribuire allo sviluppo del know-how caratteristico del settore oil&gas del nostro paese, Eni corporate university, forte di un consolidato network di rapporti con le più prestigiose università nazionali ed internazionali, ha deciso di assegnare il numero più
significativo di borse di studio (circa 120)
per la frequenza di master e percorsi formativi nell’ambito di attività chiave del
business aziendale.
Tra le principali attività portate avanti oggi in partnership con le università
più prestigiose ricordiamo: il Master di II
livello “Petroleum Engineering and Operations” (attualmente promosso in Nigeria e in Cina) con il Politecnico di Torino,
e “Progettazione di Impianti oil&gas con
l’Università degli Studi di Bologna; le lauree magistrali in Petroleum Engineering
presso il Politecnico di Torino, in Petroleum Geology presso l’Università di Perugia e in Ingegneria Energetica Orientamento Energetico-Idrocarburi con il Politecnico di Milano che prevede per 5 stu-
denti italiani un semestre di studio presso l’Università di Trondheim (Norvegia) e
uno stage con redazione di tesi in azienda. E ancora, il progetto Global leaders
for the future, che prevede stage all’estero
per i migliori studenti della laurea magistrale in Finance e Management dell’Università Bocconi di Milano e i dottorati di
ricerca finanziati nell’anno corrente presso il Politecnico di Milano, l’Università
dell’Aquila, l’Università Cattolica di Milano, l’Università di Pavia, l’Università di
Bari, Adapt (scuola di Dottorato di Formazione della Persona e del Mercato del Lavoro – Università di Bergamo – Università di
Modena e Reggio Emilia).
Il valore del merito
Clemente Giusto, allievo del primo anno
accademico e in seguito amministratore delegato di una delle società dell’Eni
riassume gli anni pionieristici così: «Allora tutti avevamo l’impressione che si stesse costruendo per fare l’Italia migliore
di quella di prima». A qualcosa di simile
per il suo paese avrà pensato Edith Vita,
quando nel 2012 vinse una Eni scholarship da 28 mila sterline al St. Antony’s
College di Oxford. Era arrivata in Inghilterra da Luanda, la capitale dell’Angola, dieci anni prima, decisa a fare ritorno una volta terminati gli studi per
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pagine a cura di etd
migliorare la situazione economica del
suo paese, «e portare un cambiamento». E proprio per il suo anno accademico Eni, facendo seguito alla partnership
avviata con l’Oxford University nel 2008,
aveva deciso di istituire tre borse di studio al St. Antony’s (uno dei sette college
di Oxford specializzato sugli studi relativi all’Africa) per studenti provenienti
da paesi sub-sahariani di interesse Eni,
come Nigeria, Ghana e, appunto, Angola,
iniziativa “celebrata” con una cerimonia
il 13 febbraio 2011 alla presenza di Kofi
Annan. A fine 2012 salgono a 5 le borse
di studio erogate, e si allarga la rosa dei
paesi africani in cui Eni opera attivamente ed è interessata a contribuire allo sviluppo di una nuova classe dirigente: dal
Congo al Mozambico, un piccolo drappello di Edith Vita inizia a crescere.
Un numero piccolo ma pieno di significato assumono anche le borse di studio
e il supporto per la formazione di giovani
meritevoli in situazioni di difficoltà, inserite in progetti di qualificazione professionale e di recupero personale e sociale.
È il caso del progetto avviato con l’Istituto
Martinitt, lo storico orfanotrofio di Milano, che ha portato all’inserimento nelle
divisioni Eni di ragazzi originari del Bangladesh o del Marocco come Amran, Allal
e Charaf, o della convenzione siglata con
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«Noi abbiamo fatto insieme, in quattro
anni, il lavoro di venti: ma solo
perché ognuno di voi, nel suo posto
di lavoro, alto o basso, tecnico
o amministrativo, ha rimboccato
le maniche e lavorato con fantasia, con
la volontà, con le braccia, come venti
persone tese in un unico sforzo»
il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Lombardia, che ha permesso a quattro detenuti
a Milano di frequentare presso il centro
di Cortemaggiore un corso tecnico professionale finalizzato all’acquisizione di
un ruolo di taglio operativo molto diffuso nelle aziende industriali.
Un “popolo” di 250 mila persone
«Noi abbiamo fatto insieme, in quattro anni, il lavoro di venti: ma solo perché ognuno di voi, nel suo posto di lavoro, alto o basso, tecnico o amministrativo, ha rimboccato le maniche e lavorato
con fantasia, con la volontà, con le braccia, come venti persone tese in un unico
sforzo»: così Mattei nel 1952, ricordando
davanti ai lavoratori di Cortemaggiore il
periodo pionieristico all’Agip. In capo a
un anno la nascita di Eni avrebbe portato un intero paese a credere nell’indipendenza energetica. Un “miracolo” reso possibile dall’ascesa rapidissima di un’azienda che ancora oggi investe per sostenere la professionalità dei dipendenti contribuendo allo sviluppo di mestieri complessi e ad altissimo contenuto di knowhow, come ad esempio gli specialisti di
geologia e geofisica o di perforazione, e a
quello dei suoi manager. L’“Eni program
for management development”, realizzato in partnership con lo Sda Bocconi
permette, ad esempio, ai giovani quadri
A sinistra, Enrico Mattei consegna
il diploma all’allieva Bergamini
al termine del primo anno
accademico della Scuola Eni
di Studi Superiori sugli Idrocarburi
(1958); a lato, un gruppo
di studenti della Scuola (1962).
Sotto, da sinistra, Mattei durante il
discorso conclusivo del terzo anno
accademico (1960 ca) e gli allievi
della Scuola al termine del corso
di studi in visita allo stabilimento
Anic di Ravenna (1958).
Crediti: Archivio storico Eni, Roma
di consolidare le competenze di general
management attraverso un percorso di
studio e lavoro lungo 14 mesi.
L’iniziativa, ambitissima, coinvolge
circa 30 persone all’anno, italiane e straniere, alle quali vengono fornite metodologie e strumenti per l’acquisizione di
una visione integrata dell’azienda, l’interpretazione e la gestione di nuovi paradigmi di sviluppo del business, dei mercati e dei clienti, l’interpretazione delle dinamiche economico-finanziarie che
governano le imprese e la gestione efficace dei propri collaboratori. Stiamo parlando di oltre 250 mila uomini e donne
che provengono da settanta paesi diversi
e che ogni giorno sono impegnati a vario
titolo nel portare avanti progetti con e
per Eni in tutto il mondo.
Zero incidenti e infortuni
Una popolazione accomunata dalla stessa
passione per la tutela della sicurezza, della salute delle persone e per l’ambiente,
un altro terreno fertile di formazione nella tradizione industriale di Eni che per ciascun dipendente o contrattista si impegna
a traguardare lo “zero incidenti e infortuni”, promuovendo progetti specifici per
allo scopo non solo di ridurre, ma di eliminare, gli incidenti e gli eventi infortunistici. I frutti di questo enorme impegno,
a cui è stato dedicato circa il 50 per cento
del monte ore di formazione complessivo
per il 2013, delle sono stati estremamente
significativi: l’indice infortunistico è sceso da oltre 2 del 2005 a soli 0,35 infortuni ogni milione di ore lavorate nel 2013.
In altre parole, lavorando per Eni c’è una
sola probabilità di infortunarsi ogni ben
tre milioni di ore. A questi risultati hanno concorso specifici progetti di sostegno
ai manager, quali promotori attivi della cultura e dei comportamenti orientati all’eccellenza nella sicurezza. Progetti
come Eni in safety, che vede il top management confrontarsi su un caso reale di
grave infortunio avvenuto in azienda – e
raccontato in un video che ha già ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali – e trasmettere la propria visione al middle management, che a sua volta farà propri e trasmetterà i messaggi chiave appresi a una popolazione più ampia e così via,
a cascata, fino a raggiungere le figure più
operative. Avviato a marzo del 2012, il progetto terminerà a dicembre di quest’anno
impegnando circa 20 mila persone e un
risorse pari a 6 milioni di euro.
Più del 20 per cento degli investimenti complessivi in formazione è inoltre
dedicata inoltre a tematiche di compliance di varia natura: normative anti-corruzione, decreto legislativo 231 (disciplina
della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni), codice etico e decreto 81
(tutela della salute e della sicurezza). Sì
perché quando si parla di etica in Eni si
intende in particolare “competenza etica”, e cioè la capacità delle persone di
assumere uno stile decisionale che consideri il sistema di compliance e gli interessi di tutti gli stakeholder in gioco, e coerenza con i valori fondanti lo stile di leadership aziendale. Parole come “fiducia”,
“responsabilità”, “esempio” sono i solidi
pilastri di una cultura dell’integrità che
Eni vuole rafforzare attraverso iniziative
come il programma Responsible Leadership, sviluppato da Eni Corporate University, con il supporto di specialisti provenienti da Sda Bocconi, Politeia, e il contributo di un team interfunzionale interno.
Sono passati oltre sessant’anni dalla
famosa sera che vide le alte cariche della
politica e l’imprenditoria sovietica sedere allo stesso tavolo dei ragazzi di Eni. Ed
oggi, come allora, in continuità con il proprio passato Eni continua ad avere fiducia
nelle nuove generazioni. Facendo fruttare
la preziosa eredità di Enrico Mattei, l’uomo che sapeva trasformare ogni azione in
una visione, e che fece delle speranze delle sue leve il migliore biglietto da visita
dell’impresa in Italia e nel mondo.
n
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e carburante di un anno
per un massimo
di 3.500 euro l’una
SUPERPREMIO FINALE
in viaggio
verso casa
buono per una casa a
scelta del vincitore del
valore di 250.000 euro
Nell’era del consumatore attento alla bolletta
eni regala carburante, gas, luce. E un sogno
per tutti: un buono per acquistare una nuova dimora.
La missione possibile del concorso happy home
P
rovare non costa nulla, al limite
vinci una casa. Il senso di un grande progetto sta tutto qui: nel trasformare un gesto quotidiano in
un istante che ti coglie di sorpresa, e ti
cambia la vita. Qui e ora. O, almeno, cambia modi e luoghi del vivere. Ecco: questa
è una cosa che alle famiglie italiane sbaraccate dalla crisi piace molto, avere un’occasione per accendere l’immaginazione e
permettersi il lusso di pensare perfino a
una nuova casa. Un’occasione per chiunque, senza sforzo, distinguo, senza andare lontano. Che sfida sarebbe, nell’era del
consumatore attento a spese e bollette,
offrire sogni a pochi e non una possibilità
di immaginare il futuro per tutti?
Certo anche questo devono aver pensato in Eni quando iniziò a prendere forma
il progetto “happy home, in viaggio verso
casa”, il concorso ad estrazione giornaliera partito lo scorso 18 aprile e che fino al 6
luglio farà vincere agli italiani “premi che
servono davvero”. Niente gadget, viaggi
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esotici, niente premi d’evasione. Ma rifornimenti omaggio in punti you&eni, forniture eni di gas, luce e carburante e, soprattutto, un buono da 250 mila euro per l’acquisto di una casa.
Eni, insomma, ci ha messo l’energia, i
canali e un montepremi da 482.500 euro,
e quanto è scaturito dalla costruzione di
una nuova offerta commerciale – realizzabile per tutti, cucita sulle vicende, i bisogni e le tasche di ciascuno – va a iscriversi
nell’orizzonte di una missione annunciata
fin dalla nascita del colosso energetico, la
cui parabola industriale coincise per quasi un decennio con la straordinaria vicenda umana di Enrico Mattei: «La mia principale ambizione – dichiarava l’uomo “che
sapeva immaginare il futuro” all’emittente inglese Independent Television News
Limited il 27 settembre 1962 – è di dare
all’Italia le fonti di energia di cui ha bisogno al prezzo più conveniente». Proprio la
volontà permanente di innovazione e di
dare risposte concrete al Paese, che ha tra-
sformato un capitano d’industria in un
simbolo di un nuovo modo di pensare l’Italia e che da sempre investe ogni azione e
campagna rivolta al consumatore dal cane
a sei zampe, ha reso happy home molto
più che un concorso. Nato per sostenere
la quotidianità e permettere così a milioni di italiani di continuare a immaginare il futuro, happy home mette “in strada”
le tre energie di Eni, abbinando all’abituale rifornimento di carburante la consegna
di codici e l’estrazione di premi giornalieri e settimanali.
Partecipare al concorso è facilissimo:
basta essere soci you&eni (chi non lo è
ancora può iscriversi gratuitamente su
youandeni.com o nelle eni station aderenti) per ricevere, ogni 20 euro di rifornimento nelle eni station aderenti, un codice promozionale, che permette di partecipare
alle tante estrazioni. Inoltre, in caso venga
utilizzata la carta you&eni per il pagamento, si ricevono ben due codici, che raddoppiano le possibilità di vincere. In entrambi
eni mette in campo le energie per sostenere
la quotidianità delle famiglie e permettere
agli italiani di continuare a immaginare il futuro.
basta fare un rifornimento da 20 euro per vincere
premi giornalieri, settimanali e il superpremio finale
i casi i codici ottenuti, riportati sullo scontrino, potranno essere inviati compilando gli appositi campi sul sito youandeni.
com, tramite la nuova app eni station (scaricabile gratuitamente da smartphone e
compatibile con Ios e Android), o via sms
al numero 339/9942692. Ogni giorno verranno estratti 50 premi da 10 euro di carburante omaggio in punti you&eni (pari a
834 punti), ogni settimana cinque forni-
ture annuali eni di gas, luce e carburante per un valore di 3.500 euro, un bonus
accreditato e visibile direttamente in bolletta. Fino all’estrazione finale: il buono
del valore di 250 mila euro per l’acquisto
di un immobile in un comune italiano a
scelta del vincitore.
Una meccanica semplicissima, che
insieme all’energia e all’ambìto voucher
per la casa consegna ancora una volta alle
famiglie italiane un po’ della grande storia
di Eni. Una storia costruita sulla capacità
di uomini come Mattei che con la sua straordinaria creatività dimostrava al mondo
che sulle macerie della guerra era possibile
immaginare il domani, e fare di una nazione sconfitta una potenza industriale. Che
sfida sarebbe stata, allora come oggi, seguire il sogno di un solo uomo senza immaginare di poter costruire un futuro per tutti?
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SOCIETÀ
IL DOCUMENTO
Si può ancora
educare alla libertà?
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DI giancarlo cesana
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SOCIETÀ IL DOCUMENTO
S
te nel momento in cui muore: in un certo sentimento, cioè il primo fattore della reae siamo qui oggi è per cercare di capire, di fronte alle senso, è solo quando muore, quando cioè zione di fronte al reale? Se io spalancassi
problematiche poste dall’av- è compiuto il suo destino, che si vede che per la prima volta gli occhi in questo istanvento dei cosiddetti “nuo- cosa veramente essa sia. Ritenere che la te uscendo dal seno di mia madre, io sarei
vi diritti”, come se ne esca. libertà esista, quindi, significa affermare dominato dalla meraviglia e dallo stupore delle cose come di una “presenza”.
Oppure, più semplicemen- che gli antecedenti non sono tutto.
Ricordo l’esempio che faceva sempre Sarei investito dal contraccolpo stupefatte, come sopravvivere in questo mondo
che è stato così ben descritto dall’autore don Giussani quando ci invitava a imma- to di una presenza che viene espressa nel
non credente Aldous Huxley quando, già ginare di nascere dalla pancia della mam- vocabolario corrente della parola “cosa”.
prima della Seconda guerra mondiale, ne ma con l’età che abbiamo ora. «Suppone- Le cose! Che “cosa”! Il che è una versione
previde lo sviluppo descrivendolo come te di nascere, di uscire dal ventre di vostra concreta e, se volete, banale, della parola
una stanza in cui sempre di più si alza il madre all’età che avete in questo momen- “essere”. L’essere: non come entità astratpavimento dei diritti e si abbassa il soffit- to, nel senso di sviluppo e di coscienza ta, ma come presenza, presenza che non
to dei doveri. Per farlo, vorrei partire da così come vi è possibile averli adesso. Qua- faccio io, che trovo, una presenza che mi
un brano contenuto nelle letture di que- le sarebbe il primo, l’assolutamente primo si impone» (Luigi Giussani, Il senso religioste settimane che precedono
so, Rizzoli). Dopo di che può
la Pentecoste, in cui san Paoarrivare un camion – perché
cosa sorregge la vita? L’impeto la vita è come un camion che
lo dice che Cristo ha vinto la
morte e che alla morte è stati viene addosso e ti spiana – e
iniziale per cui il bambino che
to sottratto il suo “pungigliofinisce. Ma, come diceva Anna
viene al mondo immediatamente Vercors ne L’annuncio a Maria
ne”, che è il peccato, e la forza
del peccato, che è la legge (cfr
Paul Claudel: «Forse che il
riscontra una corrispondenza, di
1Cor 15,51-58). Io credo, infatfine della vita è vivere? (…) Non
ti, che qualunque cosa uno
o tutto quello che viene dopo e, vivere ma morire e dare in letipossa pensare a riguardo delzia quel che abbiamo. Qui sta
poco o tanto, la contraddice?
le questioni che abbiamo detla gioia, la libertà, la grazia, la
to, tutti ci soffocano. Il problegiovinezza eterna!».
ma, dunque, è come si esce da questa conQuesta, dunque, è la prima opzione
IN QUESTE PAGINE
dizione di soffocamento. Dove la prima
con cui uno deve fare i conti nel vivere.
necessità è educare alla libertà, riconquiNon si tratta di una scelta filosofica, di
stare questa parola che tutti usano e tutto
un programma di vita, ma della decisione
ormai giustifica, senza però rendersi più
da prendere di fronte a se stessi, di fronte
conto di che cosa significa. E senza renai figli e alla moglie. Che cosa sorregge la
dersi conto, soprattutto, di che cosa signivita? L’impeto iniziale per cui tu dici che
fichi educare alla libertà.
la vita è bella, per cui il bambino che viene
al mondo immediatamente riscontra una
L’ipotesi di partenza
corrispondenza, o tutto quello che viene dopo e che, poco o tanto, la contraddiPer educare alla libertà, bisogna riteneIl testo pubblicato in queste
ce e sembra cancellarla? Se la vita fosse la
re che la libertà esista. Ciò significa che
pagine è l’intervento pronunciato
seconda ipotesi, non ci sarebbe speranza e
la persona, ciascuno di noi, io e gli altri,
da Giancarlo Cesana, professore
non ci sarebbe libertà. Cioè tutto sarebbe
non siamo determinati esclusivamente
di Igiene all’Università di Milano
fissato dagli antecedenti e, fondamentaldai nostri antecedenti, cioè dalla nostra
Bicocca e presidente Fondazione
mente, da quell’antecedente che l’uomo
struttura genetica e psicologica. CertaPoliclinico di Milano, all’incontro
si porta dentro e per il quale è destinato a
“Educare alla libertà” organizzato
mente il corredo genetico dice qualcosa
venerdì 23 maggio a Padova dalla
morire. Addirittura, dice la scienza, i crodi importante della persona, ma non è
Fondazione Tempi.
mosomi hanno una lunghezza nella partutto. Questo è il motivo per cui la Chiesa
te finale tale per cui uno muore prima e
definisce la persona come nata veramen-
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un altro muore dopo. E comunque nessun
uomo è mai vissuto più di 120 anni.
Allora il problema è se la libertà esiste
e fa decidere per la prima ipotesi, cioè per
il desiderio di infinito e di compimento
che è in noi come più forte della morte. A
vedere le cose che non vanno sono capaci
tutti. Il problema è vedere le cose che vanno e, su queste, giocare la vita.
non sia preclusa una scintilla nemmeno
alla persona più pazza, allo schizofrenico
che fissa la luce perché la luce balla, per
cui anche lui possa aderire alla terapia. O
il bambino che fa i capricci possa dire di
sì. Ecco, che ciò sia possibile, però, dipende dal nostro riconoscimento di ciò da cui
siamo dipendenti e da cui tutto dipende. Si tratta di una nostra adesione, della capacità di riconoscere ciò che è bene,
immedesimarsi in esso e trattenerlo.
Come ha detto san Paolo: «Vagliate tutto e trattenete ciò che vale» (cfr 1Ts 5,21).
Don Giussani commentava che questa è la
più grande definizione di cultura che aves-
della vita. Invece, la libertà come realizzazione è l’esperienza in cui tu sperimenti
ciò che è bene per te, ciò che è dato per te.
E quanto più tu sai apprezzare questo e
impari a riconoscerlo, tanto più si costruisce il giudizio e il protagonismo della
vita, cioè si riesce a vivere non da schiavi.
Perché il fattore della libertà è il giudizio,
ma il giudizio nasce come riconoscimento di qualcosa a cui noi apparteniamo.
Il giudizio che rompe la schiavitù
Partecipare alla verità
La seconda scelta che dobbiamo compiere – e che viene immediatamente dopo
Allora questo qualcosa d’altro da cui tutanche per chi ha già deciso che ciò che
to dipende e a cui tutto è sospeso, che è il
vale nella vita è il positivo, la corrisponvero Signore delle cose, deve essere partedenza – ha a che fare con
cipabile, deve essere cioè qualun aspetto incancellabile delcosa di cui io posso partecipapur optando per l’infinità del
la vita. Mi riferisco al fatto
re, con cui io posso convivere;
che prima non c’ero, adesaltrimenti tutta la coscienza di
desiderio,
rispetto
alla
paura
so ci sono, poi non ci sarò
me, della mia libertà, del fatDELla contraddizione E DELLA
più: la struttura fondamento che dipendo, diventa tragetale dell’uomo è di carattere
dia. Come, per esempio, dimoMORTE, NOI non vinciamo né
dipendente. Non mi sono fatto
stra tutta la religiosità greca e
da solo. Tutto l’insegnamenla morte né la contraddizione: pagana e come dimostra tutta
to di don Giussani ne Il senso
la religiosità in cui la verità è
dipendiamo da qualcosa d’altro fondamentalmente inaccessibireligioso e la ripresa che ne fa
le, qualcosa che, se c’è, tuttavia
nel capitolo ottavo de All’origine della pretesa cristiana, è centrato se mai sentito. E, secondo me, lo è anco- non potrà mai far parte di me, o meglio,
sulla considerazione che siamo dipenden- ra. Perché in questo vagliar tutto e tratte- io non potrò mai stare con lei.
Se non c’è questa possibilità, tutto il
ti e che – pur optando per l’infinità del nere il valore sta il giudizio, sta ciò che ci
nostro desiderio, rispetto alla paura che rende padroni della realtà, ciò che ci ren- discorso che abbiamo fatto sulla libertà
ci fa venire la morte e al terrore che abbia- de liberi. C’è un valore che è più grande è solo una potenzialità che a poco a poco
mo della contraddizione – noi non vincia- di noi rispetto al quale noi dobbiamo vol- sfiorisce, si spegne, si “sgasa”. A ciò che è
mo né la morte né la contraddizione, che gerci e dobbiamo imparare a trattenerlo, invisibile io devo poter partecipare in via
comunque ci sovrastano, ci mettono sot- perché questo giudizio è ciò che fa cresce- di ciò che è visibile. Come evocativamento. Noi dipendiamo da qualcosa d’altro re la libertà. La libertà, infatti, cresce, non te suggerisce Dostoevskij ne I fratelli Karaè qualcosa che è data una volta per tutte. mazov: se il leone sta con la gazzella e il
perché la vita non ce la diamo noi.
C’è qualcos’altro, dunque, che compie O meglio, è data una volta per tutte come lupo con l’agnello, ma io sono morto, mi
la libertà e quel desiderio di infinito che potenzialità, ma non come esperienza, dovete svegliare, perché lo devo vedere,
noi siamo, qualcosa che si erge sia sopra come esperienza del bene.
perché se non lo vedo non posso credere a
Noi normalmente identifichiamo la questa possibilità impensabile. Allo stesso
noi sia sopra la natura. Qualcosa che è più
grande di noi, della natura e che giudica libertà con il fatto di scegliere, ed è vero. modo, ci deve essere la possibilità di vededi noi e della natura. Questo quid è l’uni- Ma questo è solo l’aspetto iniziale del- re il vero, di potervi partecipare, di poterlo
ca cosa che può permettere la non schia- la libertà, di quando la realtà è confusa, vivere, praticare, aderire, di potersi corregvitù sugli antecedenti e che alla schiavi- quando c’è la nebbia e devi decidere se gere. Altrimenti cadiamo nel nichilismo
tù di come siamo fatti, di noi stessi e degli l’ombra che vedi è un toro o casa tua. Il che oggi ci caratterizza tutti, per cui non
altri, non sia preclusa una scintilla. Che rischio della libertà sta nella confusione c’è più nulla per cui valga la pena vivere.
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SCOETÀ IL DOCUMENTO
La descrizione di questi quattro punti è fondamentalmente la descrizione del
cristianesimo, cioè del fatto che il Verbo si
è fatto carne, è diventato qualcosa di partecipabile, per cui la verità si è attaccata
all’uomo. Non all’uomo in generale, ma
si è attaccata a me, a te, perché senza di
me e di te, non potrei vederla, non potrei
viverla, non potrei parteciparvi. Questo
non vuol dire che io sia la verità o che tu
sia la verità, ma che misteriosamente la
verità è attaccata a noi.
chiamoci però che in Russia, ai tempi del
comunismo, una delle frasi che si dicevano di più era “è lo stesso”. Così è oggi in
Europa: ti piacciono gli uomini? Va bene.
Ti piacciono le donne? È lo stesso. Ti piacciono i bambini? È tutto lo stesso.
Questo principio di uguaglianza è
l’abolizione della differenza, non è effettivamente un principio di uguaglianza, ma
l’affermazione di un principio di autosufficienza. In questo senso l’Europa sta negando la sua radice, perché afferma tutti questi “nuovi diritti” come principio di autosufficienza che fonda l’eguaglianza.
Un esempio. Nelle scuole di formazio-
che l’uomo possa violare ciò in cui crede.
Ricorderò sempre che don Giussani, a un
incontro degli esercizi delle suore rosminiane, disse: «Finalmente ho capito perché
c’è l’inferno. Perché Dio ha amato di più la
nostra libertà che non la nostra salvezza».
Dio vuole qualcuno che lo ami, come noi
vogliamo qualcuno che ci ami, cioè che
metta in gioco la sua libertà. Qualcuno
che non agisca solo sulla base delle determinazioni della psicologia, degli interessi o delle convenienze; vogliamo che ci sia
qualcosa di più grande, persone capaci di
L’Europa appiattita
fare quello che è necessario per realizzare
il bene, capaci di sacrificio, cioè di seguiMi interessa far capire che i quattro punti
re e di amare la verità più di
che ho appena descritto sono
se stessi. Vogliamo che ci sia
le condizioni per cui nella
SIAMO A UN PUNTO TALE PER CUI È
ancora questa possibilità. Noi
vita, esistenzialmente e non
cercare di difendeteoricamente, la libertà possa
contraddetta persino la natura dobbiamo
re, anche adesso che ci sono le
essere vissuta, praticata e prodelle cose. Ma il destino di QUESTO elezioni, tutte queste cose.
posta. Questo oggi è negato.
Don Giussani una volta ha
Ciò che abbiamo detto,
non aver più timore di niente è
detto che potrebbero volerci
inoltre, ha delle implicazioni profonde anche con le radil’infelicità, perché si traduce in anche 7 o 8 secoli per riprendere. Andiamo verso tempi
ci dell’Europa. Come riporun’incapacità di gustare la vita effettivamente bui, ne sono
ta il volantino della Compasempre più convinto, ma cergnia delle Opere per le elezioni Europee citando una frase di Guardini: ne e nelle università l’educazione è total- chiamo almeno di permettere che ci sia un
«L’Europa ha fatto emergere l’idea della mente ridotta a psicologia: l’insegnamen- po’ di luce perché si possa stare nella realtà
libertà – dell’uomo come della sua opera. to della pedagogia, infatti, si è diviso in vedendo come è fatta.
Anche il discorso sull’ideologia di
Ad essa soprattutto incomberà, nella solle- pedagogia generale, che è il corrisponcitudine per l’umanità dell’uomo, perveni- dente della fisiologia medica, e in pedago- genere – qui sta la sua gravità – non è che
re alla libertà anche di fronte alla sua ope- gia speciale, che è il corrispondente della il punto di arrivo di una lunga infiltraziora». L’Europa è proprio il luogo dove que- patologia. Ciò significa che tutto il discor- ne della mentalità, dell’educazione, delsta idea della libertà è stata messa a frut- so dell’educazione è impostato attraverso la pedagogia, della filosofia, del pensiero
to in via delle sue radici cristiane. Ed è sta- il modello medico e il modello medico è e della politica. E ora siamo arrivati a un
ta così sviluppata, che a un certo punto è che la fisiologia e la patologia dipendono punto tale per cui viene contraddetta peraddirittura impazzita. Oggi si cerca, infat- dagli antecedenti. Appunto, la libertà non sino la questione più evidente, che è la
ti, di costituire l’Europa in nome di una c’è più. E per tutto, non solo per le questio- natura delle cose, come son fatte le cose.
Non ci si ferma più di fronte a niente. Ma
libertà che non riconosce più la sua radi- ni del gender!
Tutta la difficoltà educativa del mon- il destino di questo non aver più timore di
ce, non si capisce più di che cosa è fatta e
diventa, a poco a poco, una nuova schiavi- do di oggi è data proprio dal fatto che non niente è l’infelicità, perché si traduce in
tù. L’Europa così diventa quella casa in cui esiste più la libertà. Mia nonna aveva fatto un’incapacità di gustare la vita; ci rende
il pavimento dei diritti si alza e il soffitto la terza elementare, ma aveva un’idea chia- simili, come evoca la Bibbia, «a un eunuco
dei doveri si abbassa. Tutto questo in nome rissima di cosa fosse la libertà, che oggi in che vuole violentare una vergine» (cfr Sir
del principio di uguaglianza, del fatto che generale non c’è più: ci scandalizza il con- 20,4). È – ahimè – la direzione verso cui
tutti devono essere uguali. Non dimenti- cetto di inferno, o di punizione, o il fatto stiamo andando. n
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L’ITALIA
CHE LAVORA
La famiglia
dEi mugnai
Nel 1934 era un piccolo mulino come tanti
altri in provincia di Parma. Ma la famiglia Grassi
ci ha messo poco a farsi conoscere in tutto
il mondo. Da nonno Silvio alla pronipote Federica,
quattro generazioni di specialisti della farina
P
assando accanto alla via Emilia, vicino al monumentale ponte sul Taro, è facile
scorgere l’imponente stabilimento della Molino Grassi spa. Esattamente lì, nello
stesso punto dove all’inizio del Novecento si ergeva un mulino di proprietà
dell’intraprendente Silvio Grassi, figlio di contadini con un passato da operaio presso molti mulini della provincia di Parma. Silvio era riuscito ad acquistarlo nel 1934,
quando aveva trent’anni, ma vi si era potuto trasferire solo al termine della Seconda guerra mondiale. Era posizionato in una zona particolarmente pericolosa ed era
molto alto il rischio che fosse bombardato. Fortunatamente la guerra finì senza che
il mulino subisse alcun danno e nel 1945 il signor Grassi potè finalmente dare inizio
alla sua attività assieme ai suoi tre figli maschi. «Il mulino del nonno – ricorda Silvio
Grassi, attuale amministratore delegato della Molino Grassi spa, che porta con orgoglio il nome del suo fondatore – all’epoca macinava circa 300 quintali al giorno di grano tenero ed era dotato di un impianto considerato all’avanguardia. Quando poi sono
nato io, nel 1956, la famiglia fece costruire il primo silos di cemento da 40 mila quintali, che doveva alimentare con la necessaria materia prima la costruzione del nuovo
impianto molitorio».
Sono proprio gli anni del boom economico a spingere l’azienda Grassi ad ampliare il suo business, che fino a quel momento si limitava alla lavorazione e trasformazione del grano tenero necessario per la produzione di pane, pizza e prodotti dolciari: «A
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A destra,
la famiglia Grassi
con i dipendenti
dello stabilimento.
Oggi al Molino
Grassi spa, fondato
da nonno Silvio nel
1934 in provincia
di Parma, ha iniziato
a lavorare la quarta
generazione
della famiglia
quell’epoca il grano duro era una produzione tipica del sud Italia e faceva fatica ad arrivare al nord. A
due passi da noi c’era – e c’è ancora – lo stabilimento principale della Barilla, con cui abbiamo sempre
avuto rapporti amichevoli. L’azienda aveva bisogno
di un approvvigionamento costante e vicino di grano duro necessario per produrre la pasta. Così la mia
famiglia decise di raccogliere la sfida e cominciare la
lavorazione del grano duro».
Un approccio sostenibile
Molino Grassi cresce costantemente negli anni, «investendo mattoncino su mattoncino» ma mantenendo
la sua impostazione iniziale sino agli anni Ottanta.
Il nuovo percorso di crescita comincia con l’approdo
della terza generazione alla guida dell’azienda: «Alla
fine degli anni Ottanta io, mio fratello Massimo e
mio cugino Andrea abbiamo cominciato ad appassionarci all’impresa di famiglia e a capire cosa voleva-
mo fare da grandi. Ci siamo avvicinati al mondo del
biologico perché volevamo che il nostro lavoro avesse un approccio più sostenibile, più green. Così ci siamo lanciati in quest’avventura, crescendo abbastanza velocemente perché il biologico all’epoca rappresentava una novità. Siamo diventati leader di settore
e negli anni Novanta abbiamo cominciato a esportare all’estero, diventando un punto di riferimento in
tutta Europa».
L’ingresso precoce nel mondo bio ha permesso
a Molino Grassi di creare tutta la struttura di prima produzione, «che significa lavorare fianco a fianco con gli agricoltori, che per noi non sono semplicemente fornitori da pagare il meno possibile ma
veri partner da coinvolgere. Siamo stati in grado di
dialogare con loro e convincerli a fare un lavoro sconosciuto, remunerandoli nel modo appropriato, sviluppando un approccio di filiera più collaborativo e
meno competitivo». Grazie a questa collaborazio|
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L’ITALIA CHE LAVORA
Due immagini
storiche del Mulino
Grassi fondato da
Silvio nel 1934
ne sono nate altre filiere importanti come quella
del baby food e le filiere d’eccellenza, quella del grano duro dell’Arizona – il Desert Durum –, considerato il migliore al mondo: «Non abbiamo importato il
prodotto ma abbiamo piantato un chicco di grano e
reso il Desert Durum a chilometro zero, rimanendo
anche in questo caso fedeli alla nostra politica sostenibile. Oggi produciamo 15 mila tonnellate di questo grano d’eccellenza, di cui in Italia possediamo la
registrazione del marchio».
La costante crescita del mercato biologico e il crescente interesse dei consumatori ha permesso alla
famiglia Grassi di raggiungere risultati importanti
in questi vent’anni: «Abbiamo raddoppiato la capacità produttiva. Oggi trasformiamo circa 4.400 quin-
«ABBIAMO COMINCIATO A LAVORARE IL GRANO DURO
PER CONTO DI BARILLA. POI SIAMO STATI I PRIMI AD
AVVICINARCI AL MONDO DEL BIOLOGICO E QUESTO
CI HA PREMIATI. ORA CI INTERESSA IL GLUTEN FREE»
tali al giorno fra grano duro e grano tenero, abbiamo ampliato la capacità di stoccaggio, sviluppando
una serie di centri esterni in Puglia, Toscana e Sicilia, abbiamo migliorato tutte le condizioni di confezionamento e sviluppato una linea retail per la grande distribuzione».
Il 2014 segna una data importante per la Molino
Grassi. Questo è infatti l’anno dell’ottantesimo anniversario dell’azienda, festeggiato nel segno della biodiversità: «Abbiamo sviluppato un programma di
lavoro triennale con l’università di Bologna per supportare in modo scientifico il nostro progetto, che
nasce dalla volontà di custodire la nostra cultura alimentare e territoriale. Per farlo ci siamo avvalsi della preziosa collaborazione di Claudio Grossi, un agricoltore parmense che ha riscoperto alcuni grani antichi, circa una decina. Insieme a Claudio e ad alcuni tecnici della panificazione abbiamo cominciato
a fare delle prove per capire quali, tra questi, fosse
adatto alla produzione moderna». Il risultato di queste prove ha decretato un vincitore dal nome quasi profetico, il Grano del miracolo: «Il nome di questo grano biodiverso non è frutto di una furba operazione di marketing ma è il suo appellativo storico. Si
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tratta di un grano molto particolare, contemporaneamente duro e tenero, e ha delle proprietà di panificazione straordinarie che lo rendono particolarmente indicato per le persone intolleranti al glutine. Lo
abbiamo presentato ufficialmente qualche settimana fa e abbiamo iniziato la vendita in piccole quantità, riscuotendo subito un ottimo successo».
Una nuova intuizione
Merito anche della scuola di panificazione interna
all’azienda: «Qui, infatti, facciamo gli ultimi test sui
prodotti. Abbiamo sei persone che in laboratorio studiano le reazioni della nostra materia prima mentre sta per diventare pane, pizza o focaccia. Riteniamo non solo utile ma anche necessario fare delle prove empiriche utilizzando il nostro forno interno. Per
questo ci avvaliamo di tre chef altamente specializzati che durante l’anno tengono anche dei corsi tecnici per professionisti dedicati al mondo della panificazione e della pizzeria. Ma non dimentichiamo la
signora Maria: con lei organizziamo anche dei corsi esterni e itineranti per gli appassionati di cucina».
Il 2013 per l’azienda si è chiuso con un fatturato
di 61 milioni di euro: «Il mondo bio è per noi decisamente trainante, mentre un terzo del fatturato deriva dal mercato estero, anche perché l’Italia è leader
nella produzione di grano duro bio in Europa. Da
un po’ di tempo abbiamo esteso le nostre esportazioni all’Asia e ai paesi arabi, ma sono gli Stati Uniti a
farci raccogliere i migliori risultati, grazie ai consumatori americani, veri amanti della farina biologica italiana». Il 2014 segna anche l’ingresso in azienda della quarta generazione della famiglia Grassi: «Ho affidato a mia figlia Federica la parte relativa alla comunicazione, che comprende il lancio del
nostro canale di vendita online, avvenuto da poco. È
un investimento sul quale puntiamo molto, soprattutto per far conoscere il marchio e fidelizzare il
cliente. In contemporanea abbiamo anche deciso di
farci largo nel mondo della concorrenza, aprendoci al mercato del gluten free che ha margini molto importanti soprattutto negli Stati Uniti. Speriamo che anche questa intuizione, come tutte quelle
che hanno contraddistinto la nostra lunga storia di
famiglia, porti i frutti sperati».
Paola D’Antuono
STILI DI VITA
CINEMA
IL PETROLIO DELL’ADRIATICO
Mi tocca dare ragione a Prodi
PRESA D’ARIA
di Paolo Togni
C
retinaggine, ignoranza e faziosità, come immoralità e disonestà, non hanno un
luogo proprio, ma sono diffuse nello stesso modo, con intensità poco diversificata tra diverse etnie e differenti luoghi fisici; pervadono e infestano organizzazioni, associazioni, partiti e sodalizi di ogni sorta. Anche un orologio fermo
ha ragione due volte al giorno. Nessuno ha sempre torto o torto su tutto, e così può
accadere che, sia pur con riluttanza, tocchi dar ragione a Prodi, politico che, a parer mio, ha fatto tanti danni che il suo nome meriterebbe di essere oggetto di quella damnatio memoriae con la quale il livido Augusto imponeva la cancellazione dalla storia dei suoi avversari.
Tutto ciò premesso, devo dire che mi trovo d’accordo con Prodi su quanto ha
ricordato a Renzi: la necessità di iniziare la coltivazione dei ricchi giacimenti petroliferi presenti sotto il fondale adriatico. Da decenni sono già in coltivazione circa 70 pozzi che producono per lo più gas, mentre ulteriori prospezioni per il petrolio sono state bloccate per cretinaggine, ignoranza e faziosità da varie autorità:
le regioni Veneto e Puglia che si sono più volte espresse in senso negativo, la Procura della Repubblica di Rovigo che aprì un’inchiesta bolla di sapone sull’argomento, addirittura il Parlamento. Le motivazioni dichiarate di queste opposizioni
sono: rischio di subsidenza (abLE MOTIVAZIONI DI CHI
bassamento) dei suoli costieri,
inquinamento marino, deterioHA BLOCCATO LE ATTIVITà
ramento del paesaggio.
ESTRATTIVE SONO ASSURDE
Si tratta di ragioni assoluE DETTATE DALL’IGNORANZA. CHI
tamente infondate, determinaIPOTIZZA LA DECRESCITA FELICE
te da una eccessiva quantità di
NON TIENE CONTO DEI VANTAGGI
ignoranza e faziosità.
La subsidenza avviene perCHE CI SAREBBERO PER TUTTI
ché una diminuzione di pressione nella bolla contenente gas o liquido fa abbassare i terreni sovrastanti. La soluzione italiana al problema è in vigore dal 1994, quando fu introdotta dal ministero
dell’Ambiente per evitare la chiusura di Trecate: obbligare chi estrae a mantenere
la pressione nella bolla mediante l’immissione di una quantità d’acqua sufficiente ad equilibrarla. L’inquinamento marino prodotto da una piattaforma ben gestita non è superiore a quello prodotto da alcuni natanti in movimento; è troppo? Allora smettiamo di respirare, perché anche respirando si modifica (cioè si inquina)
la composizione chimica dell’atmosfera. Per mantenere la qualità del paesaggio basta collocare le strutture in modo tale che non emergano dalla linea dell’orizzonte.
Come risulta chiaro non ci sono motivi ragionevoli per impedire le attività
estrattive. Ma chi ipotizza la decrescita felice, cioè i felici imbecilli, non tiene conto
dei vantaggi che da tale attività conseguirebbero. [email protected]
HUMUS IN FABULA
SOSTENIBILITà
Car2go e Tern,
spostarsi in modo
green è più facile
La combinazione del servizio car
sharing e della bicicletta è il modo ideale per muoversi in grandi città come Roma e Milano. Da
un lato, grazie alla bici, gli utenti del car sharing possono raggiungere un numero molto maggiore di auto e riprendere la bici
dopo aver parcheggiato. Dall’al-
46
| 4 giugno 2014 |
|
tro, i ciclisti possono utilizzare
l’auto quando serve. A partire
dal 15 maggio e fino al 31 luglio
2014 Tern e Car2go offrono
a tutti i propri clienti un’offerta vantaggiosa. I possessori di
una tessera Car2go acquistando una bicicletta Tern Link Uno
(il modello più semplice di bici pieghevole venduta da Tern)
potranno ricevere uno sconto
del 75 per cento sul prezzo della Borsa porta bici Tern Carry
on Cover. In alternativa potranno acquistare un casco pieghevole BioLogic Pango con uno
sconto del 30 per cento. Invece, i possessori di una biciclet-
Godzilla,
di Gareth Edwards
Eccolo, il vero
Re è tornato
In seguito a un incidente
nucleare, strani episodi accadono in Giappone.
Il Re è tornato. Non è proprio lui e i cattivi con cui
ha a che fare sono degli
scappati di casa. Ma almeno questo Godzilla assomiglia all’originale nella forma
e anche nel significato, per
così dire. Perché Godzilla
non è mica un drago di Komodo imbottito di steroidi
come nel deludente film di
Emmerich del ’98. Godzilla
è il Giappone. È il Giappone
sventrato dalla bomba atomica (Gojira nasce proprio
HOME VIDEO
Nebraska,
di Alexander Payne
Un film brillante
Un uomo deve accompagnare
il vecchio padre a riscuotere la
vincita di un concorso.
Road movie delicato e suggestivo, sulla falsariga di Una storia
vera di Lynch e di Sideways, dello stesso Payne. Fortemente simbolico (la vincita che il cocciuto
protagonista vorrebbe riscuotere si configura ben presto come un’eredità da lasciare), brilla per l’interpretazione sofferta e
convincente di Bruce Dern e per
il mix di grottesco, dramma e
commedia che Payne ama inserire nelle proprie opere.
ta Tern potranno ricevere una
tessera Car2go già carica di 30
minuti di noleggio e senza versare la quota associativa di 19
euro. Per poter acquistare la bicicletta a condizioni agevolate è sufficiente recarsi presso
un rivenditore autorizzato Tern
di Milano o della capitale con la
propria tessera Car2go e un documento di identità. Per ricevere la tessera Car2go gratuita
con 30 minuti di noleggio inclusi è invece sufficiente registrarsi sul sito di Car2go inserendo il
codice promozionale e il numero di service tag riportato sul
telaio della bici Tern.
PINTEREST
Quanto mi piace il
lavoretto “fai da te”
La mania dei lavoretti “fai da te”
si sta diffondendo in tutta la nazione, soprattutto da quando
Pinterest, il social network fondato nel 2010, ha ottenuto popolarità. Registrarsi è facile e
naturalmente gratuito. È possibile trovare quasi tutte le abilità
su questo sito, capire quali sono
i modi più economici e facili da
usare per realizzare un mobile o
delle decorazioni. Il fai da te è ormai una tendenza che sta diventando sempre più popolare.
COMPAGNIA DI SAM A TEATRO
in seguito a esplosioni nucleari) e condensa in sé tutta la maestà di quel grande
paese spesso impegnato in
una lotta impari contro la
forza di una Natura crudele e indifferente all’uomo. E
Godzilla è proprio così. Né
buono né cattivo: semplicemente è il Re e non bisogna rompergli le cosiddette. Edwards impiega un po’
troppo a far partire la narrazione, nasconde Godzilla per
una buona metà del film ma
gestisce discretamente suspense e tensione aiutato anche da effetti di gran livello.
visti da Simone Fortunato
COMUNICANDO
INCOMPRESA
La sfida grafica
dei sentimenti
dell’infanzia
Incompresa è il titolo dell’ultimo film di Asia Argento. L’opera, prodotta da Wildside in collaborazione con Rai Cinema
e distribuito da Good Films, è
stata presentata il 22 maggio
al Festival di Cannes nella sezione “un certain regard” e il
prossimo 5 giugno verrà tra-
Manzoni rivisto
dai bambini
Il regista
Gareth Edwards
MAMMA OCA
di Annalena Valenti
S
Arcimboldi di Milano ha ospitato, per la
prima volta da quando fu inaugurato, lo spettacolo di una compagnia
no profit – la Compagnia di Sam – che
raggruppa più associazioni che gestiscono due doposcuola al quartiere Corvetto da oltre trenta anni. Da qualche
anno traducono in musical famosi testi
della letteratura, quest’anno è toccato
a I promessi sposi, con una ironica versione titolata Renzo e Lucia, un amore
difficile. Chi avrà pensato di vedere poco più di un saggio ha invece assistito a
un vero spettacolo: 270 ragazzi in scena, di cui 150 tra i 4 e i 14 anni, che si
muovono come ballerini motivati. Un
musical preparato in un anno e mezzo,
più di cento tra universitari, genitori e
insegnanti hanno lavorato coi bambini e i ragazzi del doposcuola per imparare insieme una canzone o un passo
di danza. Molti di più quelli che hanno lavorato dietro le quinte. Anima di
tutto, una suorina del Martinengo very strong. Il dramma di certi passaggi
dell’universale storia di Manzoni è stato sorvolato a favore di scelte “spettacolari”, comunque assai gradite. Su tutte
la voce e la prestanza di Don Rodrigo,
del Cardinal Borromeo, dei cattivissimi
Bravi, seienni e settenni da paura, la felicità di Regi e la forza di Cate (queste
ultime mi hanno comprato con la loro
grazia per dirlo). Quel “io sono preferito” del motivetto finale che tutti canticchiano uscendo, qui si vede e si sente.
mammaoca.com
abato scorso il teatro
smessa nelle sale italiane. Il
manifesto del film è lo specchio
di una storia all’italiana: una
famiglia scombinata, una bambina di nove anni, Aria, combattuta tra genitori divi e molto concentrati su loro stessi.
Aria, la piccola protagonista,
è alla continua ricerca di calore e di una comprensione che
le vengono negati. Non possiamo intervenire sulla natura
dell’opera, ma possiamo parlare della ricerca grafica della sua campagna. Non è facile
parlare dei desideri e delle necessità dei bambini e il manifesto era una sfida che rischiava
di cadere nel banale. Il visual
del manifesto, invece, prova a
cogliere il tormento della protagonista. Alle spalle di Aria
c’è un grande cuore rosa, il
simbolo un po’ naïf della ricerca ingenua dell’amore; il gatto e la sacca che Aria trascina con sè tra un appartamento
e l’altro completano il racconto
del suo vissuto e delle sue aspirazioni. Protagonista del film
la piccola Giulia Salerno con
Charlotte Gainsbourg e Gabriel
Garko nel ruolo dei genitori. La
campagna del film è opera di
Aleteia Communication.
Elena Vicini
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47
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Nazionale di quest’anno»
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di religione
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Giannino: Altro che debiti e
PER PIACERE
DA GIACOMO, PIZZIGHETTONE (CR)
Godere della tradizione con
marubini e pesci del fiume
IN BOCCA ALL’ESPERTO
AMICI MIEI
LIBRI/1
Viaggio nell’Italia
della burocrazia
e delle leggi inutili
C’è il ristoratore multato per
aver servito troppi spaghetti. Ci sono le 118 procedure da
compilare per legge se si vuole aprire una attività da estetista. C’è la famigerata «tassa
sull’ombra», dovuta allo Stato per l’ombra che le tende
dei negozi proiettano sul suolo pubblico, e la dichiarazione
«peli di foca» per chi esporta
un prodotto. Poi c’è Equitalia con il suo «aggio», l’interesse praticato sulle temibili cartelle esattoriali e le sue vittime.
E infine l’Agenzia delle entrate con i premi per chi tartassa di più (spesso a torto). Non
è uno scherzo, ma la triste e
deprimente realtà. Descritta e
raccontata da Paolo Bracalini nel suo libro edito da Marsilio La Repubblica dei mandarini. Viaggio nell’Italia della
burocrazia delle tasse e delle
leggi inutili (200 pagine, 14 euro). Ogni anno, racconta il giornalista del Giornale, la burocrazia italiana costa 31 miliardi
di euro: due punti di Pil persi in scartoffie e pratiche inutili. Si può dire che tutto manchi all’Italia, tranne le regole.
Al contrario, i proverbiali lacci e lacciuoli, il groviglio di leggi – statali, regionali, provinciali e comunali – è così intricato
che la guida normativa italiana non ha paragoni in Europa
e contribuisce all’indebolimento dei diritti e dei «sudditi». I
«mandarini», invece, comandano nell’ombra, con un potere
enorme: nei ministeri, nella Ragioneria di Stato, nelle segrete stanze del Tesoro e del Quirinale, ma anche – e purtroppo
non è più una novità – nei Tar
che continuano a paralizzare
il paese. Bracalini ci guida nel
di Tommaso Farina
D
alle piccole trattorie milanesi ai ristoranti gloriosi della cam-
pagna lombarda: un bel salto, senza dubbio. Ma se passate
da Pizzighettone (Cremona), piccolo borgo sul basso Adda,
al confine con la provincia di Lodi, non potete non fermarvi da
Giacomo. Nella piazzetta del Municipio, in una quiete quasi irreale, Giacomo Verdelli è lì ad aspettarvi nella saletta del suo ristorantino: non più di 30 coperti in un ambiente osteriesco e campagnolo. Il luogo comune vuole che da queste parti si mangi alla
grande d’inverno, con cotechini, bolliti, grandi minestre. Eppure,
anche a metà maggio ci siamo sentiti coccolati da questo oste, cresciuto alla scuola del mai troppo compianto Franco Colombani,
portabandiera della grande cucina di tradizione.
Dopo qualche appetizer che varia a seconda della stagione,
provate la buonissima insalata tiepida di petto e uova di quaglia:
sapidità padana, ma anche leggerezza, nitidezza di sapori estrema. In alternativa, il salmerino marinato alle erbe o lo sformato
di asparagi (arrivano dalla vicina Cascina Valentino) con provolone dolce (il formaggio più famoso di Pizzighettone).
Di primo, i medesimi asparagi troveranno posto in un risotto da manuale, vero e proprio simbolo ghiotto della primavera.
Sempre in carta, viceversa, i marubini (tortelli cremonesi) ai tre
brodi, molto richiesti con qualunque tempo. Chi volesse altro,
avrebbe a disposizione i fusilli di mais al ragù d’anatra, o le sfoglie di kamut e mais corvino alle ortiche novelle.
Prorompe, tra i piatti forti, un pesce che è stato la gloria dei
grandi fiumi: lo storione, proposto in morbida, mirabolante scaloppa con salsa all’Ageno, un vino bianco a macerazione lunga
dei Colli Piacentini; un piatto che fa concorrenza al baccalà alla
cappuccina, o al piccione con mele e calvados.
Chiusura con l’ananas marinato all’anice e gelato al cacao
amaro. Cantina vasta, ricercata, pallino del patron, che per mangiare vi chiederà circa 60 euro. Vista la scarsità dei posti a sedere,
conviene prenotare sempre.
Per informazioni
Da Giacomo
www.dagiacomo.it
Piazza Municipio, 2 – Pizzighettone (Cremona)
Tel. 0372 730260 – Chiuso il lunedì
mastodontico intreccio della
burocrazia italiana con una inchiesta illuminante che è anche
un pugno allo stomaco: storie
vere, testimonianze, documenti
inediti, cifre e resoconti di una
follia tutta nostrana. Da questo viaggio emergono le contraddizioni di uno Stato parassita che è vorace quando deve
incassare, ma lento, lentissimo,
quando deve pagare. Al punto
da stritolare, in molti casi, famiglie e imprese: «Prova a non
fallire, se ci riesci, nella Repubblica dei mandarini». Duecento pagine di proteste? No, una
soluzione il libro di Bracalini la
propone. Edward N. Luttwak,
economista statunitense che
ha firmato la prefazione a questo libro, la riassume in modo
semplice e chiaro: «L’unica soluzione è tagliare lo Stato».
LIBRI/2
Il romanzo che
immagina i pensieri
di Benedetto XVI
«Si rinuncia soltanto a ciò che
si ama profondamente, più della propria vita. La rinuncia, così, esalta l’amore (…). In questo senso la rinuncia non è una
sconfitta, un’assenza, un abbandono, ma al contrario la
forma più alta di amore». Quello di immaginare le parole e i
pensieri di un Papa è un tentativo difficile, che può essere intrapreso non senza un pizzico
di presunzione, molta temerarietà e un ingrediente che serve molto alla fede: la capacità
di immedesimazione. Tutti elementi che non mancano a Davide Brullo, autore di Rinuncio
(Guaraldi, 138 pagine, 12,90
euro), un breve romanzo che
immagina di raccogliere pensieri, note e lettere di Benedetto XVI dopo la storica rinuncia al papato. Brullo compone,
proprio come fosse un canto straziante e sofferto, la vera
storia di Ratzinger, il cui sosia
frequenta la curia romana, ma
il cui fantasma riposa in alta
montagna. Ne risulta un’opera che appare come una raccolta di riflessioni, appuntate a
margine dei testi cari al grande teologo o affidate alla corrispondenza epistolare. Il risultato è un racconto fantastico
e paradossale, ma che permette al lettore di ritornare con la
mente e con il cuore a quel gesto che ha segnato la storia e
che ci ha rivelato un Papa non
meno anticonformista e rivoluzionario del suo successore. Di
quell’anticonformismo e rivoluzionarietà che solo la grazia
dell’incontro con Cristo assicurano alla vita.
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| 4 giugno 2014 |
49
motorpedia
WWW.RED-LIVE.IT
A CURA DI
DUE RUOTE IN MENO
Kawasaki Ninja
Ninja è il nome di un guerriero giapponese, spietato e letale. Per chi ama le moto sportive, Ninja è anche sinonimo di potenza e velocità pura. È dal 1984
che la Casa di Akashi ha legato questo nome ai modelli più sportivi, ottenendo molte soddisfazioni, non
ultima la vittoria del Mondiale Superbike 2013. Per
celebrare il 30esimo anniversario della gamma è arrivata un’edizione speciale: ZX-10R e ZX-6R 636, caratterizzate da una livrea specifica e protagoniste di
una serie di eventi in tutta Europa. Per gli appassionati è stato creato il sito www.Ninja30.com. [sc]
50
| 4 giugno 2014 |
|
la 500 BEATS EDITION È DOTATA DI UN IMPIANTO
AUDIO PARTICOLARMENTE RAFFINATO
Un bel viaggiare
a ritmo di musica
T
Per celebrare il 30esimo
anniversario della
gamma Ninja, Kawasaki
ha preparato una
nuova edizione speciale.
Per gli appassionati
è stato creato il sito
www.Ninja30.com
iene il tempo! È Fiat 500L Beats Edition, edizione speciale della compatta monovolume torinese basata
sulla 500L Trekking e dotata di un impianto audio
particolarmente raffinato, sviluppato in collaborazione
con gli artisti e produttori musicali Dr. Dre e Jimmy Iovine. Esternamente spiccano la livrea bicolore grigio/nero
arricchita da inserti rossi e particolari satinati. Look noir
confermato in abitacolo, dove l’ambiente “total black” è
caratterizzato da rivestimenti in tessuto e pelle con cuciture rosse. L’impianto stereo vanta una potenza complessiva di 520 Watt suddivisi tra due mid-woofer da 80 Watt
l’uno – collocati nella parte bassa dei pannelli porta anteriori –, due tweeter da 40 Watt – disposti nella parte alta
dei pannelli porta anteriori –, e due altoparlanti full-range da 60 Watt lungo le portiere posteriori, cui si aggiunge un subwoofer da 160 Watt all’interno del bagagliaio,
in sostituzione della ruota di scorL’IMPIANTO STEREO ta. Il tutto completato da un amVANTA UNA POTENZA plificatore a 8 canali che integra
COMPLESSIVA DI 520 un algoritmo di equalizzazione in
WATT E COMPRENDE grado di ricreare un vasto spettro
UN SUBWOOFER DA sonoro. La 500L Beats Edition è di160 WATT POSTO sponibile sia con due motori benNEL BAGAGLIAIO zina (1.4 T-Jet da 120 cavalli e 0.9
AL POSTO DELLA TwinAir Turbo da 105 cavalli) sia
RUOTA DI SCORTA con il turbodiesel 1.6 Multijet II
negli step da 105 e 120 cavalli. Dato che deriva dalla versione Trekking conserva elementi
distintivi di quest’ultima, quali l’assetto rialzato, le protezioni sottoscocca, il look off road e il controllo della trazione evoluto Traction+.
Oltre alla versione Beats Edition, la 500 L MY14, così come le “sorelle” 500L Trekking e 500L Living, beneficia dei rinnovati 1.6 Multijet II e 1.4 T-Jet da 120 cavalli.
Nel primo caso si tratta di un 4 cilindri in linea common
rail da 1.598 cc, sovralimentato con turbocompressore a
geometria variabile, omologato Euro 6 e capace di 120 cavalli a 3.750 giri/min e 32,6 kgm a 1.750 giri. Questo motore consente alla 500L di raggiungere, in abbinamento
a un cambio manuale a 6 rapporti, la velocità massima
di 189 km/h, scattando da 0 a 100 km/h in 10,7 secondi e
percorrendo mediamente 21,7 km/l. Notevole l’intervallo
tra i tagliandi, ben 35.000 chilometri. Il secondo propulsore è anch’esso un 4 cilindri in linea Euro 6, ma di 1.368
cc, con alimentazione a benzina e sovralimentazione turbo. Sprigiona 120 cavalli a 5.000 giri/min e 21,9 kgm sin
da 2.500 giri, cui conseguono la velocità massima di 189
km/h, uno scatto da 0 a 100 km/h in 10,2 secondi e un
consumo medio di 6,9 l/100 km (14,5 km/l).
Sebastiano Salvetti
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ACTA
MARTYRUM
IL SETTIMO ANNIVERSARIO DELL’OMICIDIO
L’ultima Messa
di padre Ganni
aspettando la morte
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DI RODOLFO CASADEI
«C
la casa del
Signore?». Sono state queste
le ultime parole pronunciate
in questa vita da padre Ragheed Ganni, il
35enne sacerdote caldeo iracheno trucidato il 3 giugno del 2007 insieme a tre suddiaconi nei pressi della chiesa dello Spirito Santo a Mosul, nell’Iraq settentrionale.
Ebbe il coraggio di dirle di fronte all’uomo
armato e mascherato che gli puntava contro un’arma automatica e che, insieme ad
altri, aveva bloccato i due veicoli su cui il
gruppo viaggiava e dopo averlo fatto scendere gli aveva urlato: «Ti avevo ordinato di
chiudere la tua chiesa! Perché non lo hai
fatto? Perché sei ancora qui?». Alla risposta lo spinse a terra, e gli scaricò addosso
15 colpi del suo fucile mitragliatore. Poco
dopo toccava la stessa sorte ai tre laici che
lo accompagnavano.
Fra pochi giorni ricorre il settimo anniversario del martirio di quello che fu
il primo prete cattolico ucciso in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein (prima
di lui era stato rapito e poi ucciso, sempre a Mosul, il sacerdote siro ortodosso
Paul Iskandar). Come ha dichiarato recentemente ad Asia News l’arcivescovo di Mosul Amel Nona, successore di quel Paulos
Faraj Rahho di cui padre Ganni era segretario e che fu rapito e fatto morire di stenti otto mesi dopo l’assassinio del sacerdote, l’Occidente ha dimenticato il dramma
dell’Iraq, compreso quello della sua comu-
52
ome posso chiudere
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nità cristiana, che prima della guerra angloamericana del 2003 contava circa 800
mila unità e oggi è ridotta a non più di 250
mila. Nel decennio seguito a quella guerra
più di mille cristiani sono stati uccisi in attacchi mirati e motivati dalla loro appartenenza religiosa. Eppure la morte di padre Ganni continua a essere considerata
in modo speciale, non solo perché si è trattato del primo sacerdote cattolico ucciso,
ma per il suo carattere di offerta sacrificale, di martirio annunciato. Dal momento
del suo ritorno in Iraq da Roma, dove aveva studiato per sette anni all’Angelicum
fra il 1996 e il 2003 ed era stato ordinato
prete nel 2001, fino alla fine dei suoi giorni la vita del sacerdote nativo di Mosul sarebbe stata una via Crucis al rallentatore,
un crescendo di minacce, attentati e incidenti che annunciavano l’approssimarsi
del dramma finale.
«L’Iraq è il mio posto»
Come ha potuto padre Ragheed resistere
tutto quel tempo, sentendo la morte avvicinarsi passo a passo? Anzitutto, la dedizione convinta alla vocazione. Un amico
musulmano, il professore Adnam Mokrani, racconta di avergli sentito dire, subito dopo l’ordinazione a Roma, «da questo
momento, sono morto a me stesso». Subito dopo l’ordinazione gli era stato proposto di diventare parroco in Irlanda, paese che conosceva bene per aver alloggiato
«OGNI GIORNO ASPETTIAMO
L’ATTACCO DECISIVO.
SPERIAMO DI PORTARE LA
CROCE DI CRISTO FINO ALLA
FINE CON L’AIUTO DELLA
GRAZIA DIVINA». PADRE
RAGHEED È STATO TRUCIDATO
CON QUINDICI COLPI DI ARMA
DA FUOCO PERCHé NON AVEVA
CHIUSO LA SUA CHIESA
al Pontificio Collegio irlandese durante i
suoi sette anni romani e per aver trascorso
i mesi estivi in Irlanda, presso il santuario
di Lough Derg. Ma lui aveva rifiutato perché voleva tornare nel già allora tormentato Iraq: «Quello è il posto cui appartengo,
quello è il mio posto». Quindi c’era il completo affidamento a Dio. Chiamato a pronunciare una testimonianza al Congresso
eucaristico italiano del 2005, aveva detto:
«Senza domenica, senza Eucarestia, i cristiani iracheni non possono vivere. I terroristi cercano di toglierci la vita, ma l’Eucarestia ce la ridona. Qualche volta io stesso
mi sento fragile e pieno di paura. Quando,
sollevando l’Eucarestia, dico le parole: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del
mondo”, sento in me la Sua forza: io tengo in mano l’ostia, ma in realtà è Lui che
tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e
ci tiene uniti nel suo amore senza fine». E
Il 3 giugno 2007
il sacerdote iracheno
Ragheed Ganni,
35enne, è stato
trucidato da
terroristi islamici
davanti alla chiesa
dove ogni giorno
celebrava Messa
nonostante
gli avessero intimato
di smetterla. È stato
il primo prete
cattolico ucciso in
Iraq dopo la caduta
di Saddam Hussein.
Sotto la sua lapide
a Karamlish
ancora, c’era il forte senso di appartenenza a un popolo, il popolo di Dio: «I sacerdoti dicono Messa tra le rovine causate dalle
bombe. Le mamme, preoccupate, vedono
i figli sfidare i pericoli e andare al catechismo con entusiasmo. I vecchi vengono ad
affidare a Dio le famiglie in fuga dall’Iraq,
il paese che loro invece non vogliono lasciare, saldamente radicati nelle case costruite con il sudore di anni».
Accanto a santa Brigida
Nel mese di maggio del 2007 si esprime veramente come se fosse consapevole che il
suo destino sta per compiersi. Dopo un attacco alla parrocchia durante la domenica
delle Palme scrive: «Proviamo empatia con
Cristo, che entra in Gerusalemme con la
piena consapevolezza che la conseguenza
del Suo amore per l’umanità sarà la croce.
Quindi, mentre i proiettili distruggono le
finestre della nostra chiesa, offriamo le nostre sofferenze come segno di amore per
Cristo». E in un’altra e-mail, poco prima
della morte: «Ogni giorno aspettiamo l’attacco decisivo, ma non smetteremo di celebrare Messa. Lo faremo anche sotto terra, dove siamo più al sicuro (il 27 maggio
una bomba era esplosa davanti alla chiesa
ferendo due guardie, e da quel momento
la Messa veniva celebrata nei sotterranei,
ndr). In questa decisione sono incoraggiato dalla forza dei miei parrocchiani. Si
tratta di guerra, guerra vera, ma speriamo
di portare questa Croce fino alla fine con
l’aiuto della Grazia divina».
A Roma una reliquia di padre Ganni si trova nella basilica di San Bartolomeo all’Isola, collocata nella cappella dei
martiri dell’Asia, dell’Oceania e del Medio Oriente. Si tratta della stola che indossava in occasione della sua ultima Messa,
quella subito dopo la quale venne ucciso.
Nella cupola della Cappella di Tutti i Santi d’Irlanda, al Pontificio Collegio irlandese, padre Ganni è raffigurato in un mosaico opera del gesuita artista Marko Rupnik
accanto a santa Brigida. Durante un reportage nel 2008 l’inviato di Tempi raccolse
sul posto la notizia che poco dopo l’uccisione dei quattro cristiani, mentre i terroristi collocavano dell’esplosivo sotto i loro
corpi per cercare di causare la morte di chi
si fosse avvicinato per recuperare i cadaveri, un musulmano che abitava nei pressi
abbia affrontato gli uccisori apostrofandoli così: «Avete ucciso degli uomini di pace, degli innocenti. Perché fate questo?».
Fu caricato a forza su di un’auto e portato via. Il giorno dopo il suo corpo crivellato di proiettili fu trovato in un’altra zona
di Mosul. Fu assassinato con la stessa arma
che aveva ucciso padre Ganni.
|
| 4 giugno 2014 |
53
LETTERE
AL DIRETTORE
Piovono sanzioni sulle
carceri, taxi Uber alles
e vaffambrodi
P
è come sparare
sulla Croce rossa. Il fatto è che gli argomenti abbondano. Il 28 maggio scade l’ultimatum che la Corte
europea dei Diritto dell’uomo (Cedu) ha concesso all’Italia
con la sentenza dell’8 gennaio 2013 che ha accertato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione (divieto di tortura e
trattamenti inumani e degradanti). Con la sentenza pilota, la
Cedu ha condannato lo Stato italiano a risarcire con la somma di 100 mila euro alcuni detenuti che avevano presentato ricorso per aver subìto condizioni di detenzione equiparabili a tortura
a causa del sovraffollamento cronico,
ma ha anche imposto al nostro paese
di adottare tutte le misure idonee a ridurre la popolazione carceraria entro
limiti regolamentari, risolvere il problema dell’eccessiva durata dei processi e dotarsi di giurisdizioni interne che
consentano di diminuire il ricorso alla
Corte di Strasburgo da parte dei cittadini italiani che vedono violati i diritti costituzionalmente garantiti. Il tempo è scaduto, siamo alla resa dei conti:
l’Italia rischia sanzioni che peseranno
sulle tasche dei cittadini per 2 miliardi di euro; nel frattempo pendono altri
4 mila ricorsi alla Corte europea che
dovranno essere accolti, e altri potenziali 10 mila ricorsi sono prevedibili nei
prossimi mesi. Intanto il Parlamento
non ha trovato il coraggio per affrontare seriamente una discussione per
valutare l’adozione di provvedimenti
straordinari di indulto e amnistia.
Claudio Bottan
Casa di reclusione di Alessandria
arlare male della giustizia italiana
Per vincere alla sinistra gli ci voleva
un democristiano… Carlo Santoni via internet
2
Partire dalla realtà. Stupendo soliloquio con Istituto Bruno Leoni (vedi l’intervista ad Andrea Giuricin sullo scontro a Milano fra tassisti e Uber
pubblicata su tempi.it, ndr). Più che
da un’idea, io parto da parole scritte e pubblicate. Mi basta dire che al-
la voce “mercato nero delle licenze”
ci sono scuole taxi aperte a tutti e la
licenza si vende a chi la vuole comprare senza mediazioni se non la burocrazia. Viene messa in ammortamento e alla fine vita si pagano le
tasse alla vendita. Lasciamo perdere che in auto abbiamo sistemi Radiotaxi con ricerca Gps del più vicino al
cliente, app gratuite eccetera. I taxi
di Milano sono arrivati quarti in una
classifica europea. La licenza non ha
di Fred Perri
MI SENTO ALTRO DA ME
M
i sento strano, sperduto, mi sento altro da me.
Non credo ancora a quello che mi è capitato. Provo a spiegarvi. Mi sento come alla fine
del primo derby della mia vita al vecchio Ferraris, tra
pietre e lacrime, dove gli “altri” ci hanno asfaltati per
90 minuti e Basletta Lodetti pareva Garrincha. Mi sento come quando una tizia non male mi si è incollata
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dall’inizio alla fine di una festa e io stavo riflettendo
se era il caso di allungare le mani e questa mi dice “ti
devo dire una cosa” e io passo dal se al dove (mettere
le mani) quando lei mi confessa che è innamorata del
mio migliore amico e vorrebbe sapere se ci posso mettere una buona parola. Mi sento come il giorno dopo
Genoa-Venezia e giocavo con le figurine: attacco-Gri-
Foto: Ansa
Mi è successa una cosa incredibile come
il gol di Wiltord alla finale di Euro 2000
[email protected]
mai superato i 220 mila euro e adesso è in picchiata, sarete contenti. Chi
vota per Uber sono quelli che vogliono le cose per via politica. Basta filippica. Mi basta dire che Hannah
Arendt non approverebbe. Ciro Pica tassista, vicepresidente
Tam (Tassisti Artigiani Milanesi)
PREGARE, PREGARE, PREGARE. E VOTARE
Mio caro Pica che conosco fin dalla tenera età, tu sai che mai ci permetteremmo di affamare il popolo
taxista. Però Uber non è il diavolo.
Il diavolo è il monopolio. Non mi riferisco al taxi, mi riferisco a un modo di protestare che lascia sospettare che “o fate come si decide noi,
o sono guai”. Uber va regolamentato, non dannato. Perciò non mi mettere la politica sotto i piedi come fa
la plebaglia qualsiasi. È la politica
che deve decidere in rappresentanza nostra e degli interessi di tutti.
Altrimenti chi? Il tutti contro tutti?
di Pippo Corigliano
Le nostre armi in questa Europa
che scarta i deboli e uccide la libertà
CARTOLINA DAL PARADISO
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Desidero far giungere il mio ringraziamento alla Fondazione Tempi per
il prezioso ed interessante incontro di
venerdì scorso sul tema “Educare alla libertà”. Sono un papà di 4 figli e sono rimasto colpito dalla presenza, numerosa, di giovani interessati al tema
trattato. Credo che la comunità voluta
da don Giussani sia un dono prezioso,
pregherò per voi e ancora grazie.
Stefano P. via internet
E grazie agli amici che spalancarono le porte di Padova alla “nouvelle vogue”.
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M
ario Adinolfi ha pubblicato un documentato libro dal titolo chiarissimo: Voglio
la mamma. Ho assistito a una presentazione dell’autore per un pubblico di
universitari. Mi ha colpito l’autenticità di Mario che considera sua missione difendere i deboli: il più debole di tutti è il neonato che ha il diritto di avere una
mamma e, più tardi, di sapere chi sono i suoi genitori. In questo clima post-elettorale di un’Europa moralmente inceppata, sempre più diversa dalla bella unione che
avevano pensato i fondatori, l’ondata dei nuovi squadristi fa forte pressione perché
sia approvata la liberticida legge antiomofobica, presentata come urgentissima, pur
essendo l’Italia il paese più tollerante al mondo e pur trovandosi il nostro paese in
una morsa di problemi economici mai vissuti dal Dopoguerra in poi. Se passerà quella legge chiunque legga ad alta voce alcuni passi del Vecchio e Nuovo Testamento
potrebbe essere processato e finire nelle mani della magistratura. È sempre più evidente che laddove fiorisce il cristianesimo si respira un clima di libertà mentre i cultori della dea ragione (cioè del sentimentalismo che salva le balene e uccide bambini
e vecchi) ti portano alla ghigliottina. I cristiani hanno il fondamentale mezzo della
preghiera. Occorre pregare, pregare e pregare. Il Papa già lo fa e la veglia di preghiera
indetta alla vigilia di un intervento armato è esempio chiaro di come procedere. Poi
l’azione, come quella, tanto per cominciare, di non votare i politici complici.
Immagino che avrà letto le felicitazioni dei giornali nazionali per il senatore del Partito democratico Sergio
Lo Giudice, omosessuale “sposato” in
Svezia con il compagno e tornato or
ora dall’America dove è appena diventato papà. A parte tutte le possibili considerazioni, le riporto uno
stralcio molto significativo dell’intervista pubblicata domenica sul sito di
Repubblica. Domanda del giornalista: «Quando si concepisce un bambi-
no con la tecnica dell’utero in affitto,
che rapporto si instaura con la donna che vive la gestazione?». Risposta di Lo Giudice: «Ecco, una cortesia,
non chiamiamolo più “utero in affitto”, è un modo sbagliato di comunicare, meglio dire “gestazione per altri”,
stiamo combattendo anche per ag
giornare il linguaggio».
Paco Minelli Ferrara
Aggiorniamoci e vaffambrodo.
Foto: Ansa
SPORT ÜBER ALLES
fo per il 2005-2006, Milito-Lavezzi. Poi mi comunicano
che non eravamo in serie A dopo dieci anni, ma scendevamo direttamente in C, causa illecito. Mi sento come quella volta che una bella topa mi ha dato del pirla
perché non avevo capito che mi stava invitando a casa sua e io, incapace di intendere e di volere, ero andato al cinema. Da solo. Mi sento come quando abbiamo
beccato il gol di Wiltord alla finale dell’Europeo 2000.
Mi sento come quando il Settebello ha perso i Mondiali 1986 dopo 6 tempi supplementari e la mia futura
moglie dormiva serena sul divano.
Belin, non so come dirvelo, bastardi, ma mi è successa una cosa incredibile: ho votato per il Pd.
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taz&bao
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| Foto: Ansa
«Occorre una scelta di campo chiara di Renzi fra parolai
e veri antimafiosi, per ricostruire l’antimafia fuori
da retorica e luoghi comuni. (…) Penso che Falcone
non avrebbe mai fatto quel processo [sulla presunta
trattativa Stato-mafia]. Sembra un reato inventato
mentre comincia a scarseggiare la materia concreta.
(…) Davanti a un dato certo, la sconfitta dell’ala
militare della mafia, c’è chi alimenta dubbi su roba
appannata, complotti, retroscena su Stato e mafia che
andrebbero a braccetto. Ma diventa materia letteraria,
con pochi appigli alla realtà. [Il processo è] fondato su
un reato poco credibile. Chi ha mai sentito parlare di
“minaccia a un corpo politico dello Stato”? Che reato è?
Consumato da mafiosi, politici e carabinieri insieme?
(…) Ammesso e non concesso, rivalutiamo l’idea della
trattativa. Se il colonnello Mori e altri ufficiali hanno
trattato per evitare nuovi attentati hanno fatto bene.
Se hanno combinato altro, macchiandosi di delitti,
devi dimostrarlo con accuse chiare. Per il resto, la
trattativa non è un reato. Anche infiltrarsi nel crimine
organizzato è lottare contro la mafia».
Marcelle Padovani
corrispondente dall’Italia del Nouvel Observateur
e autrice del libro intervista con Giovanni Falcone Cose di Cosa Nostra,
Corriere della Sera, 25 maggio 2014
MISCHIA
ORDINATA
L’ARRIVO DI UN BAMBINO
Quando il regista della vita
non è più il nostro ego
di Annalisa Teggi
«Nel ventre tuo si raccese l’amore» (Paradiso,
canto XXXIII)
S
non entrerete nel regno dei cieli. È stato ovvio pensare a questo passo evangelico quando qualche tempo fa, trovandomi in
una pizzeria, ho visto un cameriere che educatamente informava una famiglia (composta da genitori e tre figli piccoli) che non c’era
posto, salvo poi far giovialmente accomodare una compagnia di 7 adulti (che non avevano prenotato, occorre precisarlo). Poi ho scoperto che c’è un vero e proprio
trend, ed esistono i locali «no ACCOGLIERE UN NATO SIGNIFICA ACCETTARE CHE LA
kids» o «childfree»; espressioni REALTà È una trama il cui canovaccio ti chiede di
entrambe abominevoli.
intraprendere qualcosa che non puoi preventivare
Comunque, ogni esercente
è libero di usare la propria strategia di mer- concezionali. Ogni gravidanza – anche quancato e sono convinta che, al di là della fuffa di do è desiderata – resta indesiderata, cioè non
certi discorsi (del tipo: il ristorante non è un c’entra coi propri desideri, perché significa
luogo adatto all’esuberanza dei bambini), il acconsentire al casino. Significa godere del
punto nodale sia il consumismo: qui lo dico fatto che la vita non è un monologo di cui il
e qui lo confermo, la famiglia è l’antidoto na- tuo ego è il regista, ma una trama il cui caturale allo spreco. Ne consegue che l’avven- novaccio ti chiede di improvvisare, di intratore adulto e solitario sia un ottimo cliente. prendere qualcosa che non puoi preventivaMa, dicevo, l’esercente faccia pure i suoi cal- re. È un furto generoso accettare la misura
coli. Resto, invece, un po’ più perplessa quan- imprevedibile della vita, come scrive Oriana
do in chiesa alcuni preti storcono il naso alla Fallaci in Lettera a un bambino mai nato: «E
presenza esuberante dei bambini. Su questo se toccasse a te farmi scoprire il significato di
sono armata fino ai denti; perché è senz’al- quelle cinque lettere assurde [mamma]? Protro giusto che i genitori educhino la prole a prio a te che mi rubi a me stessa e mi succhi
distinguere i contesti in cui si trovano, ma fi- il sangue e mi respiri il respiro?».
no a un certo punto. Mi limito a esprimere
Mi scrive una dottoressa, portando alil mio parere per via di paradosso, dicendo la mia attenzione il caso di un medico che,
che il grido fastidioso dei bambini sarà l’uni- avendo sbagliato la prescrizione di un antica campana che ci resterà, quando abbatte- concezionale, ha causato un «danno» alla paranno i nostri campanili.
ziente: è rimasta incinta. Alla fine, il medico
In molti deridono il cristiano che prega, dovrà pagare: il giudice attribuisce alla famiperché non lo capiscono; e in molti casi è lo glia del concepito il diritto a pretendere il costesso cristiano ad avere le idee annebbiate sto delle spese che sarà necessario affrontare
su cosa fa quando prega. Ma tutti capiamo le per il suo mantenimento, fino al raggiungirisate e gli strilli dei bambini: sono i richiami mento della sua indipendenza economica.
scomposti di un figlio verso il mondo e verso Ho risposto alla dottoressa che se s’imbatteil padre. Ecco, chi ci spiega la preghiera. La- rà in casi simili, apriremo insieme un asilo.
sciamo che facciano casino. Quando si dice E lei, che è più creativa di me, ha già coniato
che la famiglia è disposta ad accogliere la vi- il nome: «Bambini a sorpresa». In tempi di inta, non si sta facendo catechismo sugli anti- dolenza ed egoismo, facciamo mattate.
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e non diventerete come bambini,