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chiaia magazine • febbraio/marzo 2015

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ALL’INTERNO
SPECIALE
STORIE&IMPRESE
SAPER VIVERE LA GRANDE NAPOLI
Anno X - numero 1/2 - febbraio/marzo 2015
distribuzione gratuita
Papa Francesco
a Napoli: fervono
i preparativi per
il grande evento.
Spot di speranza
per la città
in frantumi
CAROSELLO
NAPOLETANO
www.chiaiamagazine.it
IUPPITER EDIZIONI
OBLÒ
Confronto
tra popoli
Caro Direttore,
4500 anni fa i politici egiziani (Faraoni) hanno
eretto, su una superficie di
circa 600mila mq, a GI...za,
3 meravigliose piramidi
con basi quadrate di 230,
215, 104 metri di lato e alte
147, 143, 104 metri, che occupano un volume di circa
5 milioni di metri cubi.
Ognuno dei 4 milioni di
blocchi di pietra, perfettamente squadrati, livellati e
posizionati al millimetro
pesa 2,5 tonnellate per un
totale di circa 10 milioni di
tonnellate.
4500 anni dopo, i politici
napoletani hanno eretto, su
una superficie di circa
600mila metri quadri a
GI...ugliano, non 3, ma ben
100 piramidi a base rettangolare di circa 100 per 40
metri per circa 20 metri di
altezza formate da 1 milione e mezzo di ecoballe,
perfettamente arrotolate e
posizionate, che occupano
un volume di circa 15milioni di metri cubi per un
peso totale di 8 milioni di
tonnellate di monnezza.
Mancano 2 milioni di tonnellate affinché i nostri politici raggiungano
l’eccezionale bravura degli
egiziani.
MARIO FAIDO
Greta e Vanessa,
stop ai ri(s)catti
Ho appreso che per la liberazione delle 2 cooperanti
italiane lo Stato Italiano (e
quindi noi cittadini)
avrebbe pagato un riscatto.
Se fosse vero non potremmo che ritenere lo
Stato italiano incoerente
dal momento che la legge,
nel nostro Paese, vieta il
pagamento del riscatto in
caso di sequestro di persona e, inoltre, prevede il
congelamento dei beni patrimoniali delle famiglie
dei sequestrati sul territorio nazionale, al fine di disincentivare questa pratica
illegale. I grandi risultati
raggiunti dimostrano la
grande efficacia di questa
legge.
Ora, se lo Stato paga (o per
meglio dire ci fa pagare) il
riscatto per i nostri connazionali sequestrati nei
paesi esteri, non solo cade
in incongruenza ma, soprattutto, non disincentiva
il rapimento di altri cittadini italiani all’ estero: i
rapitori potrebbero maturare la convinzione che il
nostro Paese puntualmente paga per riscattare i
propri concittadini la cui
liberazione dovrebbe invece avvenire tramite altri
canali e perseguendo altre
vie.
FRANCESCO ROMANO
(2)
L’INIZIATIVA DI IUPPITER EDIZIONI
Continua con grande successo la
campagna di sensibilizzazione «Più
librerie e meno pensiero fritto», che
Iuppiter Edizioni ha lanciato quattro
mesi fa con un adesivo (nella foto),
distribuito in tutti i punti di
aggregazione culturale della città.
L’iniziativa punta ad incentivare la
lettura e a difendere le librerie. Nei
prossimi mesi, come già annunciato
dagli editori, verranno diffusi video
virali, altri adesivi di pensiero e,
successivamente, verrà prodotto il
cortometraggio dal titolo «La rivolta
dei libri». Nel 2015, poi, partirà la
nuova rivista «Occhio di carta»,
dedicata interamente alla lettura.
Mentre la città assiste inerme alla
chiusura dei suoi storici presidi
culturali, Iuppiter Edizioni si attiva per
ribadire l’importanza del libro, nella
convinzione che c’è bisogno di
lavorare per una Napoli che abbia,
appunto, «più librerie e meno
pensiero fritto».
Caro Papa Francesco
L’editoriale
Il tempo
della zucchetto
TI SCRIVO
pagina 3
Il paginone
Un giorno con l’Imam: visita
alla Comunità islamica di corso Lucci
pagine 4-5
Caro Papa, sono un bambino della IV elementare, abito in un vicolo del Rettifilo, ho sentito dalla
mia maestra che tu vieni a Napoli il 21 marzo, il giorno della primavera, per visitare la nostra città, il rione di Scampia che sta molto male, e che
poi vai a trovare i carcerati che stanno ancora peggio. E poi dici la messa nella piazza Plebiscito, dove è stata detta l’ultima messa a Pino Daniele. Quello che cantava Napoli mille “culuri è ’na carta sporca e nisciuno se ne ’mporta”. Ti scrivo perché i miei genitori parlando proprio della tua visita si sono arrabbiati. Ma come, mi dicevo, viene il Papa, la primavera,
il bel tempo, la Pasqua e questi si arrabbiano. Mio padre diceva a mia madre: “Ma tu hai capito dove siamo arrivati. Qui scrivono tutti al Papa. Pure quelli che sono i responsabili dello sfracello di Napoli. Mia madre: “Che vuò fa, so’ facce ’e cuorne”. Visto che la discussione continuava, sono andato a coricarmi, ma poi pensandoci sopra, ho detto mo’ gli scrivo pure io. Caro Papa, sai che ti dico che qua è un
casino andare a scuola: mia madre deve passare con il passeggino in mezzo alle auto in sosta sui marciapiedi. Mentre prova a farcela, un signore dice: “Signò, statev’ accuort, c’è ’nu cornicione pericolante”. Un altro aggiunge: “Guardate bbuono, c’è ‘nu fuoss all’angolo”. Vedo un signore con una maschera, non è di Carnevale, mia madre mi spiega subito: “Quella serve per proteggersi dallo smog”.
Dopo un viaggetto così, arriviamo a scuola e troviamo un avviso: i riscaldamenti non funzionano: coprite i bambini con indumenti più pesanti. Questo non è niente, caro Papa, mi fai
un regalo? Qualche volta fai anche la Befana: invece di prendere l’elicottero, prendi un treno merci con tre vagoni di carbone. Durante la messa, invece dell’ostia, a quelli che comandano a Napoli porta tanto carbone.
Il Signore ti ringrazierà di più, caro Papa mio.
n u m q u a m
SAPER VIVERE LA GRANDE NAPOLI
Anno X n. 1/2- febbraio-marzo 2015
Direttore responsabile
Max De Francesco
Caporedattore
Laura Cocozza
Redazione
Armando Yari Siporso
Livia Iannotta
Progetto e realizzazione grafica
Fly&Fly
h o r u m
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
Lo scandalo del Monte Echia:
soldi persi e lavori fermi
pagina 9
Focus
Fitti alle stelle, commercio alle stalle:
soluzioni per il rilancio del terziario
pagina 11
Sollecitazioni
Gli italiani e i libri:
scrivere è bello, leggere meno?
pagina 12
Quartierissime
Chiesa di Santa Teresa a Chiaia,
l’arte da salvare
pagina 17
Divinazione
L’equilibrio della Bilancia:
il segno di chi ama relazionarsi
pagina 19
Saper Vivere
Storia di un single involontario:
intervista al giornalista Franco Esposito
pagina 27
c e d e t
Società editrice
IUPPITER GROUP S.C.G.
Sede legale e redazione:
via dei Mille, 59 - 80121 Napoli
Tel. 081.19361500 - Fax 081.2140666
www.iuppitergroup.it
Presidente: Laura Cocozza
Stampa
Centro Offset Meridionale srl - Caserta
SOS CITY
Reg. Tribunale di Napoli n° 93 del 27 dicembre 2005
Iscrizione al Roc n°18263
© Copyright Iuppiter Group s.c.g.
Tutti i diritti sono riservati
Per comunicati e informazioni:
[email protected]
Responsabile area web
Massimiliano Tomasetta
Pubblicità (Tel. 081.19361500)
Michele Tempesta (392.1803608)
l u x
Primo piano
Si ringraziano Tony Baldini per la consulenza
grafica e l’Archivio Ruggieri
Lancia il tuo Sos,
indica disservizi e
problemi del tuo
quartiere e proponi soluzioni per
rendere più vivibile
la città. Contiamo
su di te.
Le lettere, firmate
con nome e cognome, vanno inviate a «Chiaia
Magazine» - via
dei mille, 59
80121 Napoli, oppure alla e-mail
[email protected]
L’EDITORIALE
IL TEMPO DELLO ZUCCHETTO
Max De Francesco
In controtendenza con il resto
d’Italia, l’irriducibile Napoli vive un
momento magico per le tante nuove
aperture. Non c’è via, né vicolo, né
piazza che non siano stati toccati
dall’economia emergente delle buche. Chiudono i negozi, si aprono
voragini da guinness. Il cielo inclemente ha rivitalizzato così bene le
attività del sottosuolo che non c’è da
meravigliarsi se qualche commerciante lungimirante, tramortito dalla
crisi e dai fitti stellari, chieda, emulando Ignazio Ziviello, l’eroe paziente di
marottiana memoria che andò a
vivere in un fosso provocato da una
bomba, di occupare una di queste
buche e inaugurare la sua cavità
commerciale. A questo punto, con
un’iniziativa popolare che appoggeremmo senza riserve, bisognerebbe
chiedere all’amministrazione di non
rattoppare più la città, ma di prevedere un piano di mantenimento delle
buche. I vantaggi sarebbero molteplici: facile individuazione del buco con
segnaletica salvapedoni; strategia per
rivitalizzare il terziario con la creazione di centro commerciali sotterranei;
organizzazione di un forum delle
culture del sottosuolo, in cui tra vernissage a lume di candela e percorsi
sensoriali, le buche saranno occupate
da installazioni d’arte contemporanea
con la benedizione delle cricche della
comunicazione. L’apertura al pubblico delle voragini avrebbe anche un
effetto benefico contro il crimine,
demoralizzando le più agguerrite
bande del buco costrette a rivedere le
mappe che conducono ai caveau.
Puntare sul degrado, consolidare
l’incuria: e se la rinascita della città
stia proprio nel riempire i vuoti e
investire sui fossi?
Lo scenario attuale, che registra la
scalata della transenna nella galleria
dei simboli napoletani, sembra non
offrire altre soluzioni. Le azioni goliardiche di alcune associazioni civiche
che hanno iniziato un programma di
adozione delle buche e la provocazione del think thank «Giovani in Corsa»
con la creazione di «fuossbook», il
social che colleziona voragini, sottolineano come il tema della Napoli che
sprofonda non sia prioritario per il
sindaco metropolitano de Magistris.
Saltato il fosso della legge Severino,
dopo aver interpretato, per urgenze
mediatiche, il ruolo di «sindaco di
strada», una volta risalito dalla fossa
dei sospesi, l’ex togato si è riaccomodato in poltrona con un chiodo fisso
in testa: rigenerare l’immagine di
«revolution man». Non perde occasione, che sia un’ospitata a Tiki Taka o un
tweet mattutino, di vestire gli imma-
colati panni del supereroe visionario,
al di fuori dei partiti, incorruttibile,
punitore di mafie, agitatore di sentimenti, collezionista d’icone e desideroso, per sua stessa ammissione, di
«essere ricordato come il Che Guevara
di Napoli». Il protocollo della rivoluzione non funziona più. Ha un valore
emozionale all’inizio di una sfida o di
un’impresa, resiste nel tempo se porta
giovamenti visibili e condivisibili,
continua a scaldare i governati se
pianifica una visione del futuro e
rimarca una differenza con il passato.
Quando però, pescando a caso dal
mucchio del tempo un anno della
giunta Iervolino e un anno dell’amministrazione de Magistris, ci accorgiamo che, messi a confronto, simili
sono per carenza di prospettive e
assenza di respiro progettuale, si
comprende la compiutezza del fallimento della rivoluzione arancione.
Riproporne furie e moine è disperata
solitudine, cavalcata nel nulla.
Nella città in frantumi è l’ora delle
riorganizzazioni elettorali. L’imprenditore scugnizzo Gianni Lettieri lancia
con spericolato anticipo e desiderio di
rivincita la sua candidatura a sindaco,
con o senza l’appoggio dei partiti,
pronto a schierare un listone civico.
Aver fatto opposizione a de Magistris
praticamente da solo è una nota di
merito ma non rappresenterà, in una
comunità disgregata e acquistabile
come quella partenopea, un bonus
per la vittoria. Le primarie del Pd
consegnano, invece, al condannato in
primo grado per abuso d’ufficio
Vincenzo De Luca i guantoni per la
sfida alle regionali e un sorprendente
risultato in città. Asfaltato il bassoliniano Andrea Cozzolino, il sindaco di
Salerno è pronto a scatenare l’inferno
pur sapendo di portare sulle spalle la
scimmia della legge Severino. Se
riuscirà nell’impresa di ricompattare
il partito, di sedare i malumori romani
e d’incantare chi di sinistra non è, farà
tremare il titubante governatore
Caldoro. Intanto Napoli aspetta Papa
Francesco. Il 21 marzo sarà la giornata
della riorganizzazione della speranza.
Il Santo Padre arriverà in elicottero
come la statua di Cristo nel film «La
dolce vita». Da Scampia a Chiaia
unirà la città, avvolgendola con la
chiarezza della sua parola. Parlerà in
napoletano, motiverà i giovani, inchioderà la camorra, esalterà la luce e
il talento dei luoghi. Sarà un carosello
formidabile per una Napoli bloccata.
Immancabilmente i maestri presepiali prepareranno il pastore Bergoglio e
la città-mercato ringrazierà il Signore
per un evento benedetto. Il tempo
dello zucchetto, almeno per un giorno, terrà lontano i mali quotidiani e le
ingannevoli rivoluzioni.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(3)
IL PAGINONE
LA NAPOLI MUSULMANA
Un giorno con l’Imam
Visita alla Comunità islamica di corso Lucci. Intervista al presidente Abdallah
Abulharet: «L’Isis? Hanno usato e sporcato il nome dell’Islam e della Jihad»
Armando Yari Siporso
L
evo le scarpe e le ripongo accanto a quelle
di tanti fedeli raccolti in preghiera. Inizia
così il mio pomeriggio nella Comunità
islamica di Napoli di corso Arnaldo Lucci.
A pochi metri dalla stazione di Napoli
Centrale e praticamente sotto la linea
ferroviaria della Circumvesuviana, entro
nel luogo di preghiera in cui si ritrovano,
cinque volte al giorno, i musulmani della
città. “Sono un giornalista, vorrei qualche
informazione” è la mia richiesta ad un
uomo che mi viene incontro. La reazione
alla mia istanza (che pure avevo immaginato potesse essere ritenuta invadente in
un contesto dedito alla religiosità) è
migliore di quella ricevuta tante altre
(4)
CHIAIA MAGAZINE •FEBBRAIO/MARZO 2015
LA SCHEDA
La comunità islamica di
Napoli è in corso
Arnaldo Lucci ed è il
più antico luogo di culto
islamico della città in
cui si tengono
molteplici attività. Oltre
alla moschea è
presente una scuola di
arabo e cultura
musulmana dedicata ai
più giovani e si tengono
corsi di arabo per
adulti. Il centro è aperto
anche ai non musulmani
e si pone come luogo di
incontro e conoscenza
reciproca. Il presidente
della Comunità, l’Imam
Abdallah Abulharet
(nelle foto in alto) ci ha
aperto le porte del
centro per parlare di
Islam
volte in contesti differenti: sono accolto
con cortesia e mi viene detto che posso
parlare con l’Imam. Tanta gentilezza e
disponibilità sono rari. Politici, parlamentari, assessori e consiglieri, non
sempre hanno piacere a parlare con la
stampa, ma in questo caso sembra essere
tutto diverso. Pochi minuti e il presidente della Comunità islamica di Napoli
Abdallah Abulharet mi riceve. “Sono un
giornalista, vorrei farle un’intervista” è
la mia richiesta diretta, un sorriso quasi
impercettibile, invece, la risposta dell’Imam. Mi viene indicata la strada
dell’ufficio e ci incamminiamo, scalzi,
sui tappeti adagiati nel lungo corridoio
che porta alla sua stanza. La sensazione
è di entrare in un altro paese: il caos del
centro di Napoli, il rumore dei binari
ferroviari che scorrono poco sopra di noi,
il traffico del vicino svincolo autostradale, sono attutiti dalle pareti piene di
libri, in arabo e in italiano, dell’ufficio
dell’Imam. L’accoglienza è formale ma
cordiale perché “siamo fratelli - come
ricorda Abdallah Abulharet - entrambi
discendenti di Abramo”.
I musulmani rispettano le altre religioni?
L’Islam cerca l’integrazione, chi vuole
avere fede ha fede, qualunque essa sia.
Non c’è avversione o ostilità dell’Islam
verso i cristiani?
Noi siamo nati da Adamo ed Eva, siamo
fratelli.
Ma allora perché c’è tanto odio tra
fratelli?
La vita è una prova in cui solo i giusti
trovano il bene.
Come spiega allora la violenza? È interna o esterna all’Islam?
La violenza ha diverse ragioni, può
derivare da interesse personale, può
essere per l’interesse comune, può
essere dovuta all’ignoranza, ma ci sono
limiti nella nostra vita e nessuno può
superarli. La violenza nell’Aldilà viene
punita. E’ possibile per tutti sbagliare,
ed è previsto espiare i propri peccati.
Ma questo non vale per l’omicidio,
soprattutto se è dovuto ad ignoranza.
CIMITERO ISLAMICO, IL PROGETTO
AL COMUNE PER L’APPROVAZIONE
Tra le istanze principali rivolte dalla Comunità islamica alle
istituzioni napoletane c’è quella, sempre più pressante, per
ottenere luoghi di culto sul territorio. Abbiamo sentito sulla
questione Alessandro Fucito (nella foto in basso) - assessore al
Patrimonio del Comune di Napoli - per capire in che modo
l’integrazione tra Comunità Islamica e cittadinanza si realizza
praticamente nel nostro Comune.
Ci risulta che la Comunità islamica napoletana avrebbe preso
contatti con il Comune per alcune istanze riferibili alle deleghe di sua competenza. Può confermarci tale circostanza?
Certamente. La delega della Cooperazione Decentrata impegna
l’assessorato ad avere contatti con tutte le comunità internazionali presenti in città, soprattutto quelle asiatiche (sri-lankesi,
cinesi e medio-orientali in testa) e africane.
Allora come spiega quello che sta accadendo nel mondo. Come giustifica, se
può essere giustificato, l’Isis? Quanto
ha a che fare con l’Islam?
Bisogna guardare ai musulmani in
modo differente. Esiste il buon musulmano ed il cattivo musulmano. L’Islam
invita l’uomo al bene, sempre. Se un
musulmano rispetta l’Islam, che sono le
regole del Dio creatore, è buono. Qualsiasi musulmano che non rispetta le
religioni passate e le religioni degli altri
non è un buon musulmano.
Quindi l’Islam prescrive rispetto verso
i cristiani?
Qualsiasi musulmano che non crede a
Gesù va sicuramente all’inferno così
come chi non rispetta Maria.
Come spiega la Jihad?
Jihad è un termine che viene frainteso.
Jihad significa semplicemente “un
sacrificio per il bene” ed è qualsiasi
sforzo fatto per il bene. Anche lei ora,
lavorando, compie una Jihad, ovvero
uno sforzo per qualcosa di buono. Il
termine per indicare la guerra è un altro
e non è Jihad.
Ma l’Isis...
L’Isis non è islamico. Hanno usato e
sporcato il nome dello Stato islamico e
della Jihad. Lo Stato islamico esiste ma
non è quello dell’Isis. L’Islam non è un
partito di cui si possono cambiare le
regole a proprio piacimento, l’Islam
sono le regole di Dio.
La conversazione con l’Imam è interrotta dalla chiamata alla preghiera, il
centro si riempie di fedeli che arrivano
per inginocchiarsi verso la Mecca e
dedicarsi alla “Salat”.
Al termine del rito mi viene proposto di
visitare il centro dove, al piano superiore, ci sono le aule dedicate agli studi
religiosi, ai corsi di arabo per adulti e di
cultura musulmana per i più piccoli.
Qui incontro alcune donne, che hanno
pregato separate dagli uomini (anche se
l’Imam mi spiega che non è sempre così)
e una di loro mi saluta. Dagli occhi
azzurri e dai lineamenti occidentali che
traspaiono dallo chador nero capisco
che è italiana. Scopro che è di Salerno e
mi spiega che viene al centro per pregare
e studiare e non è l’unica musulmana
campana.
Imam Abdallah Abulharet, ci sono
nostri concittadini convertiti
all’Islam?
Tra i circa 20.000 musulmani campani
(anche se non tutti sono praticanti) ci
sono anche italiani che si sono convertiti. Molti a seguito degli attentati
dell’11 settembre a New York e Whashington, negli Stati Uniti.
Possibile che un evento così violento
abbia avvicinato gli italiani all’Islam,
non si è verificato il contrario?
Subito dopo gli attacchi molti ci guardavano con diffidenza, ma poi evidentemente è nata una curiosità verso
l’Islam.
Come avviene la conversione?
Tutto parte dalla curiosità, appunto, e
dalla sensazione di qualcosa che manca alla propria vita. Tantissimi poi sono
convinti di trovarla nell’Islam ma poi
manca il coraggio.
Perché parla di coraggio?
Non sempre si riesce a fare la cosa che
si reputa migliore per noi stessi, ma il
Corano recita “non sforzate la gente a
convertirsi all’Islam, trovare la retta via
deve essere una scelta”. L’Islam non
guarda le diversità ma l’intenzione di
adorare Dio.
Ma ora che vive in Italia ammetterà
che ci sono differenze di costumi.
Come vive il suo essere musulmano a
Napoli?
Vivo in Italia, devo rispettare il Paese in
cui sono, se non lo rispetto non sono
un buon musulmano. “Siamo soci con
la terra con l‘acqua, con l’ossigeno”.
Nella città di Napoli sono presenti diversi Centri islamici. Il
Comune ha inteso in passato o intende in futuro fornire
agevolazioni (ad esempio la predisposizione di cessione di
locali, sconti sulle tasse comunali o altro) per questi luoghi
adibiti al culto?
In passato sono stati assegnati locali a comunità islamiche che
hanno sempre fornito e forniscono ancora all'Amministrazione
la loro preziosa collaborazione e sono un punto di riferimento
per tutte le persone che vi si rivolgono (e quindi non solo a
persone che professano il culto islamico). Infatti esse svolgono
attività di assistenza medica e per l'igiene personale, mensa,
sportello informativo, assistenza legale, lezioni di italiano e
arabo oltre, ovviamente, a offrire locali nei quale si esplicano
funzioni e attività religiose. La proficuità della suddetta collaborazione non lascia intravedere modifiche nei rapporti intercorrenti tra il Comune e i Centri Islamici.
Attualmente esiste un cimitero islamico? C’è una richiesta da
parte della comunità islamica, ed eventualmente un progetto,
per la realizzazione di cimiteri dedicati alla comunità islamica
della città?
Attualmente non esiste un cimitero islamico a Napoli, esiste la
richiesta della comunità islamica per realizzarne uno, corredata
anche da una bozza di progetto. L'Amministrazione ha tenuto
in grande considerazione tale progetto e il Servizio Cimiteri si
sta adoperando per intraprendere l'iter amministrativo di
approvazione.
C’è anche un progetto per la realizzazione di una moschea o
di luoghi di culto sul territorio comunale? Esiste una richiesta
da parte della comunità islamica in tal senso? In che modo e
misura sarà eventualmente coinvolta l'amministrazione
comunale?
Esiste una richiesta della comunità islamica per costruire una
moschea, non risultano agli atti dell'Assessorato progetti in tal
senso. Il Comune sarà eventualmente coinvolto nel reperimento, di concerto con la comunità islamica, di un suolo idoneo e a
concedere i vari permessi e le autorizzazioni necessarie alla
costruzione.
ARMANDO YARI SIPORSO
Trascorrendo un pomeriggio in quello
che a tutti gli effetti è il luogo di culto
per eccellenza dei musulmani di Napoli
ho colto un desiderio di integrazione e
non di chiusura, di pace e non di guerra. Nel centro islamico di Napoli ci
sono arabi che vogliono imparare
l’italiano e italiani che vogliono imparare l’arabo.
C’è chi studia la religione per comprenderla e chi invece fermamente già crede
profondamente grazie alla propria
fede. Tutti convivono, in pace, e anche
un giornalista curioso è accolto per
partecipare e per condividere i propri
pensieri.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(5)
(6)
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
PRIMO PIANO
LENTE TRA MANIFESTI E LOGHI
Città metropolitana, statuto cercasi
Livia Iannotta
L’ispirazione dovrà arrivare
da quel cavallino rampante
che torreggia nello stemma
della vecchia Provincia. O
comunque da un tratto distintivo del territorio. Perché
la Città metropolitana nasce
pur sempre dalle ceneri di un
ente, e le radici non si dimenticano. Si armino di idee i
designer napoletani e sfornino, entro il 13 aprile, un logo
che possa esaltare al meglio lo
spirito della “Grande Napoli”
senza demolire il passato.
«Dovrà idealmente richiamare l’area metropolitana e il
suo dinamismo», si legge nel
bando consultabile sul sito
ufficiale della Città metropolitana di Napoli e aperto ai
cittadini, liberi professionisti,
studi di grafica, design, pubblicità, comunicazione,
architettura, ingegneria. «Il
logo dovrà essere originale e
versatile, facilmente riproducibile» e «idealmente dovrà
richiamare la Provincia, sia
dal punto di vista culturale
che ambientale», per coglierne «l’identità e le peculiarità
col pensiero rivolto al futuro».
Nessuna briglia, dunque, alla
creatività dei partecipanti. Se
non quella di ricalcare la
fisionomia dell’ex Provincia.
Un contest gratuito, però,
meglio sottolinearlo, in cui il
miglior progetto grafico sarà
premiato con la realizzazione
di uno spot pubblicato sul
sito istituzionale e sul portale
Metronapoli.it. Ma, mentre i
creativi pungolano la mente
tra schizzi e bozze, il 1 gennaio del nuovo anno, l’ente ha
ufficialmente debuttato. Si
lavora in quella che fu la casa
della Provincia di Napoli e
che ora è la seconda dimora
politica di Luigi de Magistris,
di diritto sindaco metropolitano. Il primo cittadino fa la
spola tra palazzo San Giacomo e piazza Matteotti, e tra i
primi atti, il 13 febbraio, ha
approvato il «piano di edilizia
scolastica che prevede interventi necessari ed urgenti per
gli edifici scolastici del territorio metropolitano». Alla Città
metropolitana, lo ricordiamo,
spetta il compito di impianta-
re una governance omogenea
in settori chiave come urbanistica, viabilità, rifiuti, e nel
complesso snellire l’amministrazione sull’ex territorio
provinciale. Ma tutto questo è
teorico finché non si approva
lo Statuto, documento che
regola funzioni, modalità di
elezione, attribuzioni di
competenze. Napoli è in
ritardo. Il Consiglio metropolitano, organo di indirizzo e di
controllo, avrebbe dovuto
presentarlo per l’approvazione alla Conferenza metropolitana, l’assemblea di tutti i
sindaci dei Comuni del territorio, entro il 31 dicembre
2014. Non è stato fatto e ora la
data cruciale è il 30 giugno
2015. Altrimenti entra in
gioco il Governo. Da gennaio,
intanto, in tre incontri nella
sede del Tar Campania, sono
stati chiamati a raduno sindaci dell’hinterland, professori
universitari e parti sociali per
stendere sul tavolo proposte e
visioni. Ma poco o niente è
stato risolto. E sullo Statuto,
almeno per ora, niente di
definitivo. Una ridda di ipotesi, piuttosto, in cui si ha la
sensazione di brancolare un
po’ a tentoni.
Sarà per questo, o più semplicemente per dare il proprio
appoggio a una riforma che
ha enormi potenzialità, che
dieci associazioni confindustriali delle aree metropolitane, tra cui l’Unione industriali
di Napoli, hanno pensato di
stilare un “Manifesto delle
Città metropolitane italiane”.
Nel documento, presentato il
9 febbraio a Milano, presso
Assolombarda, nell’ambito
della prima giornata della
Mobility Conference 2015, la
rete si impegna a «riconoscere il ruolo istituzionale dei
nuovi enti, trasferendo alle
Città Metropolitane le funzioni amministrative di competenza e a mettere loro a disposizione le risorse necessarie affinché possano svolgere
efficacemente il proprio
ruolo». Bersaglio che è possibile centrare solo grazie al
matrimonio di imprenditoria
e istituzioni, business e politica. «Particolare attenzione – è
scritto nella nota diffusa – va
al tema della pianificazione
strategica, che non può prescindere dal coinvolgimento
di tutti gli attori del territorio
in una logica di partnership
pubblico-privato». Al documento seguiranno, poi, iniziative volte ad approfondire i
temi centrali per il futuro
delle Città metropolitane.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(7)
(8)
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
PRIMO PIANO
METRÒ “LUMACA”
SCEMPIO DELLA CASINA
Il termine dei lavori per la linea 6 della
metropolitana a Chiaia è previsto per il 2017.
La situazione, già contorta, si complicò dopo
il crollo sulla Riviera di un’ala del palazzo
Guevara di Bovino, il 4 marzo 2013. Molti, tra
cui esperti e geologi, puntarono il dito
proprio sui cantieri del metrò. Lo scavo della
galleria avrebbe infatti causato un vero e
proprio dissesto idrogeologico che sarebbe
stato, appunto, la ragione dell’incidente.
Nonostante le numerose denunce
pubblicate negli scorsi anni da Chiaia
magazine, la Casina del Boschetto, ex
Circolo della Stampa, progettato nel 1948
dal razionalista Luigi Cosenza, resta ancora
un gioiello sfregiato. Sedici anni di restauro
e uno scempio senza fine, visto che i tempi
di completamento sono al momento
incerti. Intanto, sono stati “sciupati” oltre 2
milioni. I bluff non finiscono mai.
OPERE PUBBLICHE, LO SCANDALO
Monte Echia, soldi persi e lavori fermi
Livia Iannotta
Le opere pubbliche in
stand-by, insieme ai relativi
progetti di recupero mangia-tempo e mangia-soldi,
sono ancora lì, come li
avevamo lasciati. Era il 2008
quando Chiaia magazine
documentò le favole sui
lungimiranti restauri di
strutture cittadine con cui il
Comune imboccava i napoletani. Sono passati sette
anni e un cambio di amministrazione. La situazione?
Esattamente la stessa. A cui
si sommano però altre
promesse mancate e tagli
del nastro rimandati a tempo indeterminato. “Bruciando” fondi su fondi. La lista
dei desideri, solo a Chiaia, è
lunga: un albo impietoso di
gioielli architettonici che
invocano vendetta. Questione di soldi, certo. Ma, scavando nel tempo, viene
fuori come in alcuni casi il
pasticcio sia tutto del Comune che si è lasciato scappare finanziamenti decisivi.
È successo con i fondi europei del 2006 per il recupero
del monte Echia, persi per
non aver indetto in tempo il
bando di gara per i lavori. O
pochi anni dopo, con i
finanziamenti della Compagnia torinese San Paolo per
il restyling dei gradoni di
Chiaia tenuti bloccati in
cassa. E ancora, cronaca
recente, perché le imprese
addette ai restauri non
vengono pagate. Superficialità, disattenzioni imperdonabili, nonsense tutti napoletani. Ne abbiamo discusso
con Fabio Chiosi, presidente della I Municipalità
(Chiaia-San Ferdinando-Posillipo).
Partiamo dalle strutture in
villa Comunale. La Casina
del Boschetto, in particolare. A che punto è il restauro
dell’ex Circolo della stampa?
«È un’opera che non seguiamo noi come Municipalità.
Posso solo dichiarare che nel
I finanziamenti
europei per il
recupero del monte
Echia furono persi
per una svista del
Comune. Ne sono
stati reperiti altri e
avviati i lavori,
stoppati perché la
ditta incaricata
non è stata pagata.
corso degli anni sono stati
compiuti veri e propri scempi e che i lavori sono fermi
perché il Comune non ha pagato l’impresa che li stava
eseguendo. Per quanto riguarda i tempi di completamento, al momento sono incerti».
Sempre sulla Casina del Boschetto c’erano state in passato incertezze sulla destinazione d’uso finale. Si è fatta chiarezza su questo punto?
«Per quanto mi riguarda la
struttura dovrebbe tornare ai
giornalisti, che la tenevano in
modo eccellente e ai quali il
Comune dovrebbe chiedere
scusa per lo scempio in cui
l’ha fatta precipitare in questi
anni. Tra l’altro il Comune
non ha neanche stabilito cosa farne e le spese lieviteranno visto il contenzioso con
l'impresa. Insomma, un pasticcio del quale qualcuno
dovrà rendere conto alla cittadinanza».
Restando in Villa comunale,
la Casina Pompeiana è stata
invece riaperta nel 2011 dopo anni di lavori. Oggi viene
secondo lei utilizzata come
si dovrebbe?
Viene utilizzata per mostre. A
mio avviso è sottoutilizzata,
ma fino a quando non si recupererà la Villa Comunale è
difficile realizzare un progetto di qualità per l'utilizzo del-
la Casina Pompeiana».
C’è poi la questione della linea 6 della metropolitana.
Lei in una recente intervista
su Chiaia magazine ha auspicato come termine dei lavori il 2017. Da cosa dipende
questa data? È un’ipotesi ottimistica?
«L’ipotesi 2017 per la fine dei
lavori è la previsione di Ansaldo. Senza ulteriori intoppi
ce la si dovrebbe fare. Sui costi non posso sbilanciarmi
perché sono ballerini viste le
numerose varianti in corso
d’opera e quanto accaduto
alla Riviera di Chiaia. Spero
solo che si metta la parola fine quanto prima a questa
storia».
Sulla collina di Posillipo, un
sito che necessita di restauro è il mausoleo Schilizzi.
Qual è la situazione al momento?
«Il Mausoleo è stato oggetto
di numerose denunce del
sottoscritto nel corso degli
anni, per lo stato di degrado
in cui versa. Ricordo che nel
Mausoleo sono sepolti i combattenti che hanno perso la
vita per la Patria e che quel
luogo rappresenta la memoria storica per la città e per
l’Italia. Visto il totale disinteresse del Comune proposi
anche al Ministero della Difesa di acquisire il Mausoleo
nella Direzione Ministeriale
dei Sacrari Militari, ma la trat-
tativa con il Comune si arenò.
Fatto sta che la struttura è
molto fatiscente e non si può
attendere ulteriormente per
intervenire».
Passiamo alla questione
strade. Quali arterie della
Municipalità rientrano nei
progetti di riqualificazione?
E quali sono le coperture finanziarie?
«Riguardo le strade la Municipalità ha la responsabilità
di quelle secondarie. Stiamo
per intervenire alle Rampe
Brancaccio ed in viale Maria
Cristina di Savoia. Sono previsti anche lavori in via Santa
Caterina da Siena ed in alcune strade dei poeti a Posillipo.
Le coperture finanziarie sono scarsissime ma facciamo il
possibile. Tra l’altro da quando il Comune ha eliminato di
fatto la manutenzione ordinaria, affidando il tutto alla
Napoliservizi, la qualità degli
interventi è caduta ancor di
più ed il sistema è diventato
farraginoso. La verità è anche
che fino a quando i lavori
stradali saranno appaltati
con il 40% di ribasso si avrà
una qualità scarsissima delle
opere, con i danni futuri che
ben conosciamo. O si interviene su tutto il comparto
della manutenzione in maniera seria, con proposte che
da anni lanciamo al Comune,
oppure staremo sempre a
contare i danni e, ciò che è
paradossale, a spendere più
soldi per pagare i danni da incidenti che non per effettuare una corretta manutenzione».
Altra operazione importante è il recupero del comprensorio del monte Echia.
In che cosa consiste il progetto? A che punto è l’attuazione?
«Monte Echia e Santa Caterina da Siena gridano vendetta.
I finanziamenti europei per
Monte Echia furono persi a
causa della disorganizzazione dell'ufficio comunale preposto, e ne fece le spese il dirigente di allora. Ma ciò che è
più grave è che quando sono
stati reperiti nuovi finanziamenti, si sono avviati i lavori
per la costruzione dell’ascensore che si sono fermati perché il Comune non ha pagato la ditta. È davvero penoso.
E anche in questo caso abbiamo interessato la magistratura perché le responsabilità devono venire a galla ed
essere adeguatamente punite. Anche per Santa Caterina
da Siena abbiamo interessato la magistratura perché non
è possibile che dopo meno di
un anno dalla fine dei lavori
la strada sia completamente
saltata. E dopo cinque anni
ancora non sia stato redatto il
certificato di collaudo. Follie
tutte napoletane figlie di amministrazioni incapaci».
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
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CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
FOCUS
PERCHE´ NAPOLI CHIUDE?
Fitti alle stelle, commercio alle stalle
Terziario in ginocchio e immobilismo istituzionale: dal centro alle periferie
continua la strage di negozi. Ecco alcune soluzioni da adottare contro la crisi
Ignazio Soriano
La crisi del commercio
continua a mietere vittime. Tra
le ultime la boutique Fendi al
Vomero. Troppe le saracinesche abbassate a Napoli, senza
distinzione di quartiere. «La
crisi della città è la crisi di chi
lavorava nel commercio, ma
anche nel turismo e nei servizi, In questi anni c’è stata una
mancata attenzione verso
questi settori. C’è qualche
piccolo segnale di ripresa ma è
poca cosa rispetto allo scenario generalizzato. Non ci sono
risorse, è tutto in fase di stagnazione, ma la liquidità si
ottiene producendola», sostiene Pietro Russo, presidente
Ascom Confcommercio di
Napoli. «Una serie di concause
non permettono all’economia
di ossigenarsi. Ci sono difficoltà oggettive, alla crisi nazionale si aggiungono specificità
locali. Presentandosi come un
cantiere a cielo aperto, Napoli
rischia di mettere in difficoltà
il turista, che deluso dai servizi
è scoraggiato a tornarci. Una
città che deve competere a
livello internazionale non può
permetterselo: penso a Bagnoli, Napoli Est, territori dove
negli ultimi 20-30 anni è stato
fatto uno sfacelo, o ai cosiddetti luoghi privilegiati, vedi
via Toledo costantemente
invasa da ambulanti. Bisogna
dare tutti una spinta in più prosegue Russo - rivalutando
il grandissimo patrimonio
della città. Al Sud partiamo
svantaggiati, rispetto alle
tassazioni abbiamo primati in
tutti i settori, con l’aggravante
che paghiamo più degli altri
per ricevere meno. Viviamo
situazioni patologiche. La
proprietà è diventata un furto,
l’hanno penalizzata a tal
punto per cui ne traggono
vantaggio solo i pezzi grossi
che riescono a sfuggire alle
maglie del fisco, non i piccoli
proprietari che investirono sul
mattone e che si ritrovano
oggi penalizzati. Tra le cause
della crisi del commercio in
città oggi ci sono proprio i fitti,
ed è innegabile che ci siano
soggetti e tendenze parassitarie. In prospettiva spero almeno in un regolamento». Secondo Russo, nel quartiere di
Chiaia le poche famiglie che
gestiscono grandi proprietà
immobiliari hanno fatto
«Avere i negozi chiusi
nelle strade dello
shopping significa creare
degrado. L’immagine
della città ne perde. Le
assurde pretese dei
proprietari creano un
danno a chi vuole
lavorare». (G. Nocera)
«Nel Sud partiamo
svantaggiati:
rispetto alle tassazioni
abbiamo primati
in tutti i settori, con
l’aggravante
che paghiamo più
degli altri per ricevere
meno». (P. Russo)
lievitare i prezzi in maniera
tale da creare una sproporzione insostenibile rispetto
all’economia reale, una distribuzione economica che non
dà alcun futuro. Un negozio di
trenta metri quadri a via
Calabritto è arrivato a costare
anche settemila euro al mese.
«Analizzare ciò che sta succedendo è facile, basta camminare per le strade per accorgersi della crisi economica e
commerciale in atto. Per
arginare questa difficoltà serve
aprire una discussione, un
dibattito», sostiene Gennaro
Nocera (nella foto in alto),
capogruppo regionale di Forza
Italia, che prova ad alzare la
voce sul problema. E suggerisce tre soluzioni per cercare di
mantenere vivo il tessuto
economico-occupazionale
della città. Il primo punto
riguarda le eccessive pretese
dei proprietari. Secondo
Nocera, infatti, «la piaga
maggiore del commercio a
Chiaia, come in altre zone
della città, sono i fitti esageratamente alti. Immediata
soluzione sarebbe quella di
diminuire il canone dei negozi
di almeno il 30%. Con contratti stipulati anche 3-4 anni fa,
quando l’economia era diversa, i fitti che oggi i commercianti pagano non corrispondono più alla realtà economica del paese, e molti chiudono
perché non ce la fanno più».
Qualora i proprietari degli
immobili non fossero d’accordo, lo Stato potrebbe incentivare con uno sgravio fiscale
chi aderisse a tale tipo di
operazione. Nocera rilancia
poi una proposta di qualche
mese fa: il Comune dovrebbe
intervenire imponendo ai
proprietari un limite di 10
mesi per poter fittare quei
negozi che, altrimenti, potrebbero restare chiusi per anni.
Nel caso il proprietario dovesse rifiutarsi di fittare il locale,
lo Stato potrebbe intervenire
applicando sanzioni fiscali
sull’immobile. Tuona Nocera:
«Avere negozi chiusi nelle
strade dello shopping significa
creare degrado. L’immagine
della città ne perde. L’ingordi-
gia dei proprietari, le loro
assurde pretese, creano un
danno a chi vuole lavorare e al
Comune». Terza e più rivoluzionaria soluzione, già esistente in alcuni paesi europei, è
che «lo Stato renda la proprietà degli immobili strumentale
all’attività commerciale,
aumentando la tassa sulle
rendite ai proprietari pretenziosi». Poiché risulta spesso
difficile onorare l’affitto del
negozio, il proprietario dovrebbe mettere in condizione
il commerciante di riscattare
l’immobile col proprio lavoro,
tramite un mutuo agevolato
da parte dello Stato; in questo
modo, anche non guadagnando, il commerciante riuscirebbe a patrimonializzare ogni
mese una “pietra” del proprio
locale. «A condizione che prosegue Nocera - una volta
che il commerciante dovesse
decidere di cedere l’attività,
dovrà vendere anche l’immobile, recuperandoci i soldi
dell’investimento e permettendo al successivo commerciante di lavorare senza la
spada di Damocle dell’affitto
sulla propria testa». Lo stesso
procedimento varrebbe non
solo per il commercio ma
anche per i capannoni ad uso
industriale, artigianale e di
servizio, «perché in questo
paese bisogna sostenere chi
lavora, chi investe, e non chi
ha rendite, perché sono rendite parassitarie, non portano
utilità né sviluppo e fanno
chiudere attività in attivo»
ribadisce Nocera, secondo il
quale una legge ad hoc, oltre
all’interesse di Comune ed
enti locali, scatenerebbe un
movimento economico-sociale ed un entusiasmo tali da
rimettere in moto i servizi. La
sola area del quadrilatero di
Chiaia conta 700 aziende in
cui lavorano oltre 3000 persone, che messe insieme fanno
numeri superiori alla grande
azienda. E su ogni negozio va
ricordato che spesso fanno
affidamento 3-4 famiglie, ma a
differenza delle grande fabbrica, se si chiude qui non c’è
cassa integrazione. Sempre
con l’obiettivo di tutelare gli
esercizi commerciali, Nocera
ha elaborato una proposta di
legge regionale con cui lancia,
in sostanza, il progetto “Città
sicure”, «che - annuncia - sarà
depositata nei prossimi giorni
e confido di poterla portare in
aula per l’ approvazione
definitiva entro la fine della
legislatura». Tredici articoli a
sostegno della diffusione
capillare della rete di videosorveglianza presso tutti gli esercizi commerciali e professionali del territorio campano.
Telecamere interne e esterne,
per garantire la sicurezza degli
stessi titolari d’esercizio. La
sfida sarà incentivata dalla
possibilità di accedere ai
contributi per l’installazione e
la gestione delle telecamere,
che potranno essere erogati sia
in termini di sgravi sulle aliquote fiscali regionali che su
eventuali fondi nazionali ed
europei concessi a tal fine alla
Regione Campania. «C’è poco
contatto con il territorio e le
categorie. A prescindere dalla
crisi economica ci sono responsabilità da parte dell’amministrazione. Le ztl, le limitazioni di traffico, hanno indotto
gli acquirenti a prediligere i
centri commerciali dove
possono parcheggiare le loro
auto», conclude il capogruppo.
CHIAIA MAGAZINE •FEBBRAIO/MARZO 2015
(11)
SOLLECITAZIONI
ALCOL E GIOVANI,
NOTTI SENZA FRENI
È risaputo che in molte discoteche napoletane le
sere dei week-end, vengono serviti alcolici a
ragazzi minorenni senza assolutamente prima
sincerarsi della loro reale età. Un business questo
non scevro però da rischi, dal momento che
inesperienza, alcol ed esuberanza adolescenziale,
possono talora diventare per chi ha nelle vene un
torrente impetuoso di ormoni, un cocktail
micidiale. L’assunzione acuta di sostanze alcoliche
comporta difatti una vasta gamma di
conseguenze che possono andare dalla semplice
euforia con perdita dei freni inibitori e
comportamenti rischiosi, a gravi complicanze,
talora anche mortali, rappresentate dal coma
etilico e dalla pancreatite acuta.
Secondo i dati forniti quest’anno dall’Osservatorio
Nazionale Alcol Cneps dell’Istituto Superiore di
Sanità, nel 2010 in Italia sono morte 16.829
persone per cause legate parzialmente o
totalmente all’alcol. Dati impressionanti se si
considera che oltre 400.000 giovani di entrambi i
sessi e di età inferiore ai 18 anni, consumano
alcolici quando non dovrebbero farlo e che
soprattutto nei luoghi di aggregazione giovanile
molti di loro bevono sino all’intossicazione (“Binge
Drinking” o abbuffata alcolica). Sempre secondo i
dati del Cneps, poi l’8.4% di ragazzi minorenni
con età compresa fra gli 11 e i 17 anni, presenta un
alto rischio di dipendenza alcolica che a sua volta,
si sa, predispone a patologie gravi sia a livello
epatico (steatosi e cirrosi epatica) che a livello
cerebrale dove è stata dimostrata una interferenza
dell’alcol sullo sviluppo e sulla maturazione
cerebrale. Da non sottovalutare poi, secondo
l’IARC (International Agency Reserch Cancer),
l’aumento della possibilità di sviluppare tumori in
diverse sedi, con particolare riguardo a quello
della mammella che presenterebbe un incremento
di rischio dal 5% al 25% a seconda della quantità
di alcol bevuta quotidianamente e della
coesistenza con altri fattori predisponenti. Non
vanno infine dimenticate soprattutto nei giovani,
le ripercussioni dell’alcol sul piano psicologico e
sociale, con influenza negativa sullo sviluppo
cognitivo ed emotivo, peggioramento delle
performances scolastiche ed effetti facilitatori su
aggressività e violenza. I numeri parlano chiaro.
Bisogna allora urgentemente arginare un
fenomeno che è già piaga sociale in molti paesi
europei e ciò potrà essere fatto solo con una
corretta informazione, capace di fronteggiare le
pressioni sociali al bere, in contesti significativi
quali la scuola, i luoghi del divertimento, della
socializzazione e dello sport ma soprattutto
attraverso una rigorosa applicazione del divieto di
somministrazione e vendita di bevande alcoliche
ai minori di 18 anni (Legge n. 189/12) che non
potrà prescindere dall’attuazione di controlli
sistematici da parte delle forze dell’ordine, nei
luoghi del divertimento notturno.
PAOLO SANTANELLI
(12)
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
GLI ITALIANI E I LIBRI
Scrivere è bello
Leggere meno?
Umberto Franzese
«Perchè tanti scrittori e pochi lettori? Perché un così difficile rapporto con la lettura? Perché una così varia complessità della comunicazione scritta e parlata? Chi scrive,
di solito, ritiene dubbio e illusorio
il contributo del lettore considerandosi lui in toto. Cogito, ergo
sum. Più esattamente: scrivo, ergo
sum. Però, oportet, che ciò che scrivo devi accettare. C’è chi scrive per
sé, e sono tanti, e chi scrive per gli
altri e sono una ben nutrita minoranza. Chi scrive per sé è affetto da
solipsismo. Non è che uno scrittore che rifiuta il progetto. Non sa che
la ragione non ha sempre ragione.
Non sa che la perfezione sta nell’imperfezione e che la strada dello scrivere è piena di divieti e di pericoli che lui ama ignorare. Chi scrive per sé è un illuso che ama essere illuso a tempo indeterminato.
Chi scrive per sé è un abusivo contrario a qualsiasi governabilità. Lui
non legge, scrive. La sacralità della
cultura, profanata dalla assenza
della buona e sana lettura. La lettura ha bisogno del silenzio per separare il mondo interno dal mondo esterno, il silenzio per restare
solo, ma in compagnia di chi racconta. La lettura ha bisogno di spazio per accumulare emozioni, sensazioni, stupori, certezze. La lettura ha bisogno di tempo per saziarsi di nozioni, di conoscenze, di in-
formazioni, di competenze. La lettura ha bisogno dell’oblio per andare oltre il proprio io. La lettura ha
bisogno di una mente che vede, che
sente, che pensa, che rappresenta,
che aggrega paesaggi, figure riproducibili, simboliche, reali, fantastiche, immaginarie, tangibili. Leggere è vivere due volte: il passato che
torna e il presente che s’invera.
Leggere per chi non ha passione di
leggere costa fatica. Il 60% delle famiglie italiane non ha libri in casa
o ne ha pochi al di là di quelli scolastici. Una casa senza libri è una
casa senza onore. Se è così, chi legge i libri dei finti scrittori? Ogni giorno escono in Italia 170 nuovi libri,
il 35-40% dei quali non venderà una
copia, segno che i parenti più stretti sono del tutto disinteressati a conoscere ciò che taluni scrittori hanno da dire. Una grande civiltà ha
pochi scrittori seri e molti libri da
leggere. Il 68% dei nostri connazionali, compresi i neolaureati, non è
in grado di comprendere ciò che
legge se si esclude le cronache pallonare. Quando non c’era la televisione, la sera, prima di andare a letto, tutta la famiglia, padre madre e
figli, si riuniva intorno al camino a
leggere i Promessi Sposi o i Misteri
di Parigi. Una volta a letto, rischiarati da un portalampada, era la volta di Emilio Salgari o Ippolito Nievo e Guido da Verona. In libreria,
per tenerci al passo coi tempi, di
quelle che restano, dopo una per-
manenza di un paio di mesi, vengono ritirati dagli scaffali 109 libri.
Segno che libri e libercoli non sono
graditi. Quelli che incontrano i favori dei lettori sono i gialli, la cucina e il pettegolezzo. Tra i più “accreditati” scrittori: guitti, cuochi e
starlette. Siamo passati dall’alfabetizzazione di massa all’alfabetizzazione digitale. Nelle scuole le ore
settimanali di italiano sono in via di
riduzione per far posto alle lingue
dell’economia e degli affari. L’italiano, lingua della scelta del cuore
o “lingua sposa”, nel nostro Paese,
resta al palo. L’italiano, quarta tra le
lingue più studiate al mondo e l’ottava più usata su facebook. L’italiano, lingua parlata da circa 100
milioni di italo discendenti, è la più
estesa dopo il cinese, è la lingua della cultura nel mondo. L’italiano è
difficile e pochi possiedono una
competenza specifica della nostra
lingua. Meglio l’inglese dietro cui
nascondere ogni mediocre padronanza della lingua madre. Sia i parlanti che i pennivendoli non riescono minimamente a fare un riassunto né orale né scritto, né sono in
grado di argomentare con proprietà di linguaggio. Lo scrittore vero
invece non ha fretta, è rivale di se
stesso, non ha bisogno di assoluzione. Il suo non è un prodotto di
eiaculazione precoce, ma di un
progetto meditato, verificato, responsabile. Via i laboratori di scrittura. Sotto con le librerie.
SOLLECITAZIONI
la vignetta
di Malatesta
IL SUDISTA
Mimmo Della Corte
TROPPE PAROLE
POCHI FATTI
Colmo
di fulmine
Diario stupendo
ORIANA FALLACI
La patria non è
un’opinione
“Quando scrivo un
libro, ad esempio,
dico: «Sono incinta di
un libro». Quando lo
pubblico, dico: «Ho
partorito un libro». E i
miei libri li ho sempre
chiamati «i miei
bambini di carta»”.
***
“La patria non è
un’opinione: o una
bandiera e basta. La
patria è un vincolo
fatto di molti vincoli
che stanno nella
nostra carne e nella
nostra anima, nella
nostra memoria
genetica. È un legame
che non si può
estirpare come un
pelo inopportuno”.
***
“Io non vado a rizzare
tende alla Mecca. Io
non vado a cantar
Paternostri e Avemarie
dinanzi alla tomba di
Maometto. Io non
vado a fare pipì sui
marmi delle loro
moschee, non vado a
fare la cacca ai piedi
dei loro minareti.
Quando mi trovo nei
loro paesi (cosa dalla
quale non traggo mai
diletto) non dimentico
mai d'essere un'ospite
e una straniera. Sto
attenta a non
offenderli con abiti o
gesti o comportamenti
che per noi sono
normali e per loro
inammissibili. Li tratto
con doveroso rispetto,
doverosa cortesia, mi
scuso se per
sbadatezza o
ignoranza infrango
qualche loro regola o
superstizione. E
questo urlo di dolore e
di sdegno io te l'ho
scritto avendo dinanzi
agli occhi immagini
che non sempre mi
davano le
apocalittiche scene
con le quali ho
incominciato il
discorso. A volte
invece di quelle
vedevo l'immagine per
me simbolica (quindi
infuriante) della gran
tenda con cui
un'estate fa i
mussulmani somali
sfregiarono e
smerdarono e
oltraggiarono per tre
mesi piazza del
Duomo a Firenze. La
mia città”.
***
“Sono molto molto,
molto arrabbiata.
Arrabbiata d'una
rabbia fredda, lucida,
razionale. Una rabbia
che elimina ogni
distacco, ogni
indulgenza”.
(O. Fallaci, citazioni
tratte da libro «La
rabbia e l’orgoglio» e da
interviste pubblicate su
Corriere della Sera
e Panorama).
di RENATO ROCCO
Quando il marito
prende il volo
è perchè non è più
dirigibile.
Il massaggiatore
viene promosso
sul crampo.
Perché l’Italia tace?
Pensa solo a fare
il mutuo.
Il marito è un essere
che va carpito
al volo.
Il porno dolce:
la spogliatella.
Il becchino
si fa vivo.
“Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignàmmo ‘o
banco ‘e Napule nun ne
‘mpègna”. Ecco perché il
Mezzogiorno non riesce
a crescere. Le sue strade,
in particolare “via dello
sviluppo”, sono costellate, oltre che da buche
che sembrano strapiombi, da troppe parole.
Eppure l’ex premier
Enrico Letta ha appena
dichiarato che “la parola
Sud è uscita di scena”.
Non sono d’accordo, è il
Sud che è uscito di
scena. Anzi, non c’è mai
entrato. Mentre di falsa
ed ipocrita retorica
meridionalista ce n’è
ancora troppa in giro. Al
punto che su questa
“spiaggia”, Letta è arrivato soltanto terzo. L’hanno preceduto: il suo
successore a palazzo
Chigi, Matteo Renzi, che
in piena campagna
elettorale per l’elezione
dell’Europarlamento
aveva gridato “urbi et
orbi” che “senza il meridione, l’Italia non va da
nessuna parte”. Subito
dopo, per giustificare il
suo velleitario tentativo
di conquistare il Mezzogiorno, il segretario della
Lega Nord, Matteo
Salvini, che dopo aver
offeso l’Italia del tacco
per anni, ha urlato che
“l’Italia o si salva tutta
dal Nord al Sud o non ce
n’è per nessuno”. Eppure né Salvini né Letta
hanno profferito verbo o
protestato quando Renzi
e il suo governo hanno
assunto provvedimenti
che contribuiranno ad
affondare definitivamente il Sud. Mi riferisco alla
cosiddetta Agenzia per la
Coesione Territoriale,
ufficialmente nata per
accelerare la spesa dei
Fondi europei, in realtà,
per drenare verso l’altraItalia, centralizzandone l’utilizzo, le risorse
destinate al Sud; agli
investimenti previsti da
“Sblocca Italia” e “legge
di Stabilità” destinati per
l’81 per cento al CentroNord ed appena il 19 al
Sud; agli interventi per il
sistema ferroviario: 4mld
e 799mln (ovvero il 99%)
alla ferrovie settentrionali e 60mln (1%) a quelle
meridionali; alla decisione del Cipe che, alla fine
del 2014, nel ripartire i
fondi (3,8 mld) per la
realizzazione di opere
pubbliche ne ha assegnati l’88% (3,3mld) al
Nord e solo il 12%
(500mln) al Sud; all’esclusione del “made in
Naples” ed “in Campania” dalla ripartizione
dei 260mln di euro
destinati al sostegno del
“Made in Italy” di cui
proprio i distretti della
moda campani sono fra i
principali punti di forza
ed, infine alla scelta di
assumere il criterio della
spesa storica, anziché
quello delle “esigenze
reali del territorio”, per la
suddivisione fra i Comuni delle risorse (5,6 mld
di euro) per l’istruzione e
gli asili nido, sottraendo,
così, al Mezzogiorno
oltre 700mln annui e
“attribuendoli” agli Enti
locali del Centro-Nord.
E neanche si sono risentiti, quando il principale
dizionario di italiano,
quello Treccani, alla voce
Napoli, se n’è uscito con
una dichiarazione decisamente razzista, per
napoletani e meridionali, sostenendo che si
tratta di “designazione
ed appellativo ingiurioso, usato talvolta per
designare i napoletani o,
più generalmente, un
meridionale immigrato
nel Nord d’Italia”.
Ebbene, alla luce di tutto
questo, le profferte
amorose del trio Re-sa-le
mi offendono, se possibile, ancora di più di
quella, in perfetto stile
lombrosiano, del Grillo
(s)parlante del M5S che
rivolgendosi alla napoletana Carla Ruocco,
compiaciuta e sorridente
parlamentare grillina, ha
detto “sei una napoletana onesta? Allora sei
geneticamente modificata”.
Ma “vaffan...c..o” Grillo e
non dimenticare di
portarci anche i succitati.
Magari potrete passare il
tempo giocando a scopone scientifico. Il Meridione è stanco dei tanti
capi ciurma di Salgari
che per incoraggiare i
pirati all’arrembaggio
continuano ad incitarli al
grido di “coraggio, mascalzoni, che stasera
sarete tutti morti”.
CHIAIA MAGAZINE •FEBBRAIO/MARZO 2015 (13)
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CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
QUARTIERISSIME
LA MAPPA DELLE STRADE DI CHIAIA MESSE KO DAL MALTEMPO
Buche e voragini: Napoli come Bagdad
Gli itinerari inediti
di Palumbo e Ponticello
Armando Yari Siporso
Bastano poche gocce di
pioggia a far crollare la città. E’
un luogo comune ma anche la
triste realtà di Napoli. Lo dimostra quanto accaduto pochi
giorni fa a Pianura dove una
voragine ha costretto 380 persone ad abbandonare le proprie case a scopo precauzionale. Ma non c’è quartiere della
città che non abbia strade
dissestate, spesso più simili ad
un campo di battaglia che ad
una ordinata via di una civile
metropoli occidentale. Anche
la prassi, sempre più diffusa, di
riempire le buche con i cassonetti, allo scopo di renderle
visibili a motociclisti e automobilisti, sta diventando un’abitudine consolidata in tutte le
zone cittadine, dalla più centrale a quella più periferica.
Anche Chiaia, come la superficie lunare, ha la sua mappa dei
crateri. La illustra, in dettaglio,
il delegato alla manutenzione
della prima Municipalità Alberto Boccalatte - che riceve,
costantemente, le segnalazioni
dei cittadini. In via Stazio, ad
esempio, c’è una voragine sulla
quale sono intervenuti gli
uomini della Municipalità per
rispondere ad una segnalazione di urgenza. Dopo le verifiche dei giorni scorsi inizieranno anche i lavori in via Pontano
per ripristinare il manto stradale soggetto a sprofondamento. In via del Marzano, invece, è
crollato un muro - stando a
quanto dichiarato dalla Municipalità - per responsabilità
imputabili a privati che si sono
impegnati a far partire i lavori.
Per un grosso avvallamento in
via Biagio da Morcone sono in
atto verifiche. A via Villanova si
valuta un grosso avvallamento
e, per lo stesso motivo, in Corso
Vittorio Emanuele è “fuori uso”
un tratto del marciapiede.
L’ultimo tratto di via Manzoni
presenta un problema di alberi
pericolanti, mentre a via Porta
Posillipo la municipalità è al
lavoro per lo sprofondamento
del manto stradale. Questo il
“bollettino” di una comune
giornata invernale a Napoli,
dove basta guardare in terra
per trovare, sempre, una nuova
buca.
Se non fosse per il problema
della sicurezza si potrebbe
provare a prenderla con ironia,
come ha fatto il think thank dei
Giovani in corsa che, su Facebook, hanno creato la pagina
“Fuossbook”, il social che
colleziona le buche stradali di
Napoli. Un modo per sorridere
di un problema e, al contempo,
lanciare una denuncia sociale.
Villalta, al via i corsi di giornalismo
Per le giovani donne che non
escono se in borsa non hanno
penna e taccuino. Per le studentesse che sognano se stesse nei
panni di Oriana Fallaci. Per
quelle che amano scrivere e
comunicare. Per tutte loro si
terrà, dal 14 marzo, presso il
Collegio Universitario Villalta
(via Martucci 35 - Chiaia), la XVI
edizione del corso di cultura
giornalistica “Luciano Grasso”.
Fino al 6 giugno, per dieci sabati, dalle 9,30 alle 13,30, cinquanta tra studentesse e giovani
laureate dai 18 ai 30 anni si
interfacceranno con esperti del
giornalismo sui più disparati
argomenti: dagli elementi e
metodi della comunicazione ai
mass media, dalla carta stampata al giornalismo radiotelevisivo. E ancora, comunicazione di
moda e tendenze, tecniche di
ripresa e montaggio, editoria e
agenzie di stampa. Tutto ciò che
serve per acquisire e affilare le
armi del mestiere. Non solo
teoria. Il corso prevede anche
esercitazioni pratiche, dibattiti,
confronti con i relatori che si
alterneranno di sabato in sabato. Il corso si concluderà con lo
svolgimento di un elaborato
finale da parte delle partecipanti, sintesi del programma svolto.
Chi realizzerà la prova migliore
vincerà il premio “Luciano
Grasso”, che consiste nell’opportunità di uno stage non
retribuito presso testate e aziende partner del corso. Al termine
delle 40 ore di lezione ripartite
in 10 incontri, verrà rilasciato
un attestato di partecipazione a
coloro che avranno raggiunto
almeno l’80% delle presenze.
Per iscriversi inviare una mail a
[email protected] entro il
12 marzo 2015. È richiesto un
contributo di 150 euro a titolo di
rimborso spese. (m.t.)
Si può chiudere tutta la storia di una città in un
libro? I giornalisti Agnese Palumbo e Maurizio
Ponticello ci hanno provato con “Il giro di
Napoli in 501 luoghi - La città come non l’avete
mai vista”, per Newton Compton Editori. Molto
più dettagliato di una guida e con una scrittura
tanto agile da sembrare un romanzo, il libro
racchiude, in 560 pagine, tutto quello che c’è
da sapere su una delle metropoli più belle e
controverse del mondo. Dal mito alla storia,
passando per le vie rese celebri dal cinema ed
arrivando ai Musei, evitando (e sfatando)
luoghi comuni e banalità, il viaggio per Napoli
dei due autori è anche una scoperta di zone ed
aneddoti poco noti, spesso, anche agli stessi
napoletani. Un viaggio che parte da Chiaja, a
cui è affidato il compito di introdurre il
secondo capitolo (dopo quello sulla storia e
sulle leggende partenopee), dedicato ai
quartieri che sono, per chi scrive, “sfumature”
nel ritratto fatto di vicoli, panorami, palazzi e
chiese, ma anche di musica e cinema, che
compone la città.
Dalla scalinata di via Andrea Mariconda, set del
film “Scusate il ritardo” di Massimo Troisi alle
strade della movida dei “baretti” intorno a via
Cavallerizza, l’itineraio tracciato dagli autori è
un continuo excursus tra le peculiarità di una
città che non si può non amare e odiare allo
stesso tempo. Un invito a “dimenticare
Gomorra” che pure esiste e fa parte di Napoli,
ma ne è la malattia e non l’essenza. La vera
Napoli è (anche e soprattutto) quella delle
continue digressioni letterarie di questo libro
che portano, pagina dopo pagina, a saltare dai
vicoli dell’arte di Domenico Rea ad una tavola
imbandita con zucchine alla scapece, pastiera
e sfogliatella. Una Napoli in cui la ricca
Posillipo dei palazzi signorili e la umile Toledo
dei quartieri spagnoli sono divise solo da un
vecchio muro e racchiuse in pochi metri. Una
Napoli in cui anche la metropolitana è arte e
poco importa se (forse proprio come l’arte)
arriva in ritardo. Una Napoli in cui i morti non
muoiono mai, perchè tenuti in vita da un culto
eccessivo (e spesso clandestino) dei defunti e
in cui anche il sottosuolo è un Museo. Una
Napoli di 501 luoghi e un miliardo di
suggestioni.
MARIANGELA RANIERI
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QUARTIERISSIME
Particolare
del fregio
della chiesa
di Santa
Teresa a
Chiaia
IL PROGETTO PER IL RECUPERO DELLA CHIESA
Santa Teresa a Chiaia, l’arte da salvare
Livia Iannotta
Gli habitué di Chiaia le
avranno sfilato davanti centinaia di volte. Piantata così, tra
i palazzi liberty e la Napoli
chic, quasi fuori luogo nella
sua prorompente bellezza.
Da proteggere. Basta oltrepassare l’imponente portone
seicentesco per capire che la
chiesa di Santa Teresa a
Chiaia, in via Vittoria Colonna 22, è uno scrigno d’arte e
architettura. E appena pochi
minuti per rendersi conto di
quanto sarebbe ingiusto o
pericoloso che finisse tra i siti
culturali offesi, sfregiati,
vergogna di Napoli. La chiesa
va restaurata, valorizzata, e
chi se n’è accorto ha pensato
bene di agire. Alla svelta. A
sua difesa oggi marcia “Artecnologia”, il centro studi e
ricerche per la cultura digitale, le nuove forme di comunicazione e i linguaggi multimediali che, inserito nel
circuito “Rebel Alliance
Empowering” (società all’avanguardia nell’industria
dei contenuti digitali), ha
avviato l’iniziativa no-profit
battezzata “Azione evergetica”. L’obiettivo è quello di
stimolare una responsabilità
sociale per la conservazione,
la tutela e la promozione del
patrimonio culturale tangibile e intangibile del Belpaese, a
beneficio della collettività.
Per cominciare la scelta è
caduta su Napoli, dove ha
sede “Artecnologia” e il cui
centro storico è stato dichiarato sito Unesco. E, più in
particolare, sulla chiesa di via
Vittoria Colonna, dato che
proprio quest’anno cade il
500esimo anniversario della
nascita di Santa Teresa d’Avila, cui il luogo di culto è
dedicato. Due i binari su cui
si muove il progetto: da un
lato accrescere la conoscenza
consapevole nei napoletani,
dall’altro dare vita a un “fundraising” per il restauro.
«Tramite una propedeutica
ricerca empirica – spiega
Vittorio Dublino, fondatore di
“Rebel Alliance” – ci siamo
resi conto del fatto che la
maggioranza dei commercianti e dei residenti del
quartiere non è consapevole
della storia della chiesa, del
suo valore architettonico e
soprattutto simbolico-culturale quale chiesa fatta costruire non solo per la generosità dalla nobiltà napoletana ma anche del popolo».
Primo step, la redazione di un
ventaglio di appuntamenti
che abbraccerà Santa Teresa a
Chiaia nei prossimi mesi,
«finalizzati ad attrarre nel sito
Presto inizierà una
raccolta fondi
per ristrutturare
e valorizzare alcuni siti
di Napoli.
L’inziativa va sotto
il nome di “Azione
evergetica” e punta
sull’impegno della
società civile
un pubblico anche di non
fedeli, per facilitare la conoscenza del bene culturale
misconosciuto». Il primo in
calendario risale allo scorso
31 gennaio. Sulla scenografia
della chiesa si è esibita in
concerto la scuola gospel
“Chorus Time”, insieme al
gruppo “Red and White”.
Ma evergetismo, per definizione, indica la pratica antica
di elargire doni alla comunità. E il nocciolo del progetto è
proprio questo. Tutti possono
contribuire, con una donazione, a salvare un pezzetto di
storia. È il nuovo mecenatismo, che intende affiancarsi
alle istituzioni e farsi custode
Il libro sulle chiese abbandonate
Nel peggiore dei casi, di alcune ci si è
perfino dimenticati. Risulta difficile distinguerle, “strozzate” come sono dall’edilizia selvaggia o convertite in abitazioni, negozi. Nel “migliore”, sono ridotte
ad altari del degrado. Di chiese, Napoli ne
è piena zeppa. Soprattutto al centro storico. In molti casi, purtoppo, gioielli secolari che, tra decumani e vicoletti, sotto gli
sguardi noncuranti della gente, si sgretolano, marciscono. Prede dell’abbandono e
delle razzie di rapaci saccheggiatori. Per
chi desiderasse rinfrescarsi la memoria, il
volume “Splendore e decadenza di cento
chiese napoletane”, di Antonio Lazzarini,
scrittore e saggista classe 1926, edito da
“Gabbiani sopra il mare Edizioni” è una
preziosa guida. Dedicato, come chiarito
in copertina, ai «curiosi, gli amanti dell’arte, della cultura e della storia di una
città considerata un tempo la capitale europea più brillante, generosa e pia», il libro
fa una panoramica, con tanto di documentazione fotografica e profili storici, sui
più antichi luoghi di culto napoletani, con
la speranza - scrive Lazzarini nell’introduzione - di «scuotere le pubbliche Istituzioni cui compete curare la conservazione degli edifici sacri, che rappresentano
importanti testimonianze delle radici del
popolo partenopeo». Anche il cardinale
Crescenzio Sepe (nella foto) si è mostrato
sensibile al problema. Nel 2011, ad esempio, in occasione del Giubileo per Napoli,
propose la collaborazione della Curia con
la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale napoletano e con la Facoltà di Architettura della “Federico II”, per dare in
comodato d’uso oltre cento chiese interdette al pubblico e avviare interventi di ristrutturazione e valorizzazione. (l.i.)
dell’arte, della cultura. Perché
quando dall’alto si fa spallucce o ci si chiude nell’abulia, è
dal basso che ci si mobilita,
nella dimensione civica.
Niente pietà religiosa, niente
carità o benefici, lo si fa
perché si è cittadini, semplicemente. Per avere la libertà
di prendersi cura dei beni
comuni. Attori del progetto
sono, quindi, potenzialmente
tutti: esponenti dell’arte e
della cultura, istituzioni
culturali, cittadini e imprese.
Non più semplici “amministrati”, ma cives attivi. Una
calca di stakeholder, il cui fine
sarà anche quello di incrementare le possibilità di
sviluppo economico con
l’indotto turistico, puntando
su strategie di marketing
territoriale (“place-brand”,
“luogo-marca”). Ma è già
possibile donare per il restauro di un’opera o un bene
culturale? «In linea di massima sì – spiegano – Ma poiché
siamo in attesa di definire la
corretta gestione dei fondi
che saremo in grado di raccogliere (anche in vista dei
benefici fiscali per i privati
derivanti da ArtBonus), per il
momento preferiamo gestire
solo i fondi da sponsorizzazioni per l’organizzazione
degli eventi tesi a valorizzare
e portare a conoscenza dei
cittadini il sito. Stiamo pensando, però, di accogliere le
promesse di donazione di chi
desidera farlo». La chiesa di
Santa Teresa risponde proprio a questo spirito. Edificata
nel 1620 per opera filantropica della Principessa d’Eboli
ed elargizioni della nobiltà e
del popolo, fu ricostruita tra il
1650 e 1662 su disegno di
Cosimo Fanzago e oggi custodisce anche quattro dipinti di
Luca Giordano. La scalinata a
doppia rampa che la precede
è attraente, così come la
facciata maestosa, barocca. È
la sorpresa che non ti aspetti,
nel bailamme cittadino.
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DIVINAZIONE
IL MITO E I GIORNI
L’equilibrio
della Bilancia
L’unione tra Cadmo e Armonia è simbolicamente
attribuita al Segno tipico di chi ama relazionarsi
Rosamaria Lentini
Il segno della Bilancia, come indica con chiarezza l’oggetto scelto a rappresentarlo, è
un simbolo di equilibrio e
quindi di armonia. Non è certo un caso, infatti, che nello Zodiaco sia stato posto nel periodo stagionale, l’equinozio di
autunno, nel quale ore di luce
e di buio si equivalgono perfettamente.
L’antichità ci ha lasciato un mito, del quale merita raccontare
la storia.
Dall’unione di Marte e Venere
nacque Armonia, la futura moglie di Cadmo.
Chi era Cadmo? Era un eroe fenicio figlio di Agenore (re di Tiro) e di Telefassa. Insieme ai
fratelli fu inviato dal padre a
cercare la sorella Europa, che
era scomparsa. Ma, su consiglio dell’oracolo di Delfi, smise
di cercarla e seguì una giovenca che lo condusse nel luogo in
cui avrebbe fondato una nuova città, la futura Tebe. Trovato
il luogo, mandò i suoi compagni a prendere dell’acqua presso una fonte vicina per fare dei
sacrifici in onore di Atena, ma
essi furono uccisi da un grande
serpente-drago, creatura di
Ares (Marte), che custodiva la
fonte. Cadmo affrontò da solo
la creatura, uccidendola con
una pietra. Seguì poi le indicazioni di Atena, sua protettrice,
che gli fece seminare i denti del
serpente-drago, da cui nac-
quero degli uomini armati che,
combattendo, si uccisero tra di
loro; ne sopravvissero solo cinque, i cosiddetti Sparti, che furono gli abitanti della nuova
città. Dopo aver servito Ares
per otto anni per espiare l’uccisione del serpente a lui sacro,
Cadmo divenne re di Tebe.
Zeus in seguito gli diede in moglie la figlia dello stesso Ares e
di Afrodite, Armonia. Le nozze
furono celebrate con una grande festa, tutti gli dei scesero
dall’Olimpo per parteciparvi e
le Muse la resero ancora più
gioiosa con il loro canto. Al corteo nuziale gli sposi apparvero
su un cocchio trainato da fiere
e guidato da Apollo; tutti gli dei
portarono doni preziosi, tra cui
un mantello, un peplo e soprattutto una collana, che Afrodite aveva donato a Cadmo e
che lo sposo diede alla sposa,
realizzata dalle mani di Efesto.
La collana regalava eterna giovinezza e bellezza a chiunque
l’avesse ricevuta in dono, ma si
rivelò poi fatale per tutti i suoi
proprietari. Cadmo e Armonia
regnarono anni e anni su Tebe,
ebbero molti figli, fra cui due
femmine divennero famose,
Ino e soprattutto Semele, la
madre di Dioniso.
Con le loro nozze, secondo il
racconto di Esiodo, fu ufficialmente instaurata la prassi del
matrimonio e la loro storia costituì un esempio per il genere
umano a significare proprio ciò
che nel nome di lei è racchiu-
so. L’armonia è, infatti, l’elemento che riunisce, il simbolo
della conciliazione degli opposti, di Marte e di Venere appunto, dalla cui unione e collaborazione nasce quel modo
schietto ed affettivo che dà il
coraggio di entrare in relazione
con l’altro, caratteristica del Segno della Bilancia.
Già questi elementi basterebbero a rendere lecita l’attribuzione dell’unione di Cadmo ed
Armonia alla Bilancia, ma nel
mito c’è dell’altro ed è su questo «altro» che mi voglio soffermare.
“Cadmo - così scrive Roberto
Calasso - aveva portato alla
Grecia doni provvisti di mente,
vocali e consonanti aggiogate
in segni minuscoli, modello inciso di un segno che non tace:
l’alfabeto. Con l’alfabeto i Greci si sarebbero educati a vivere
gli dei nel silenzio della mente,
non più nella presenza viva e
normale, come ancora a lui era
toccato…. tutto sarebbe scomparso, Tebe si sarebbe potuta
ridurre ad un cumulo di macerie…. ma, nessuno oramai
avrebbe potuto cancellare
quelle piccole lettere, quelle
zampe di mosca che Cadmo il
fenicio aveva sparpagliato sulla terra greca…”
L’ordine che può dare la parola, soprattutto quella che scriviamo, è un grande dono che ci
conduce verso l’armonia interiore ed esteriore.
[email protected]
LE CARTE DEL DESTINO
Il Bagatto
GLI INNAMORATI
UNITI DA EROS
Ecco la prima carta in cui si
rappresenta una scena. Un
uomo sembra essere nel
mezzo di una contesa tra
due donne: a sinistra, quella
dal vestito rosso, gli tocca la
spalla e il pube; a destra,
quella con il vestito azzurro,
il cuore. In alto compare il
primo personaggio non
umano: un angelo-bambino
con arco e freccia. (Ci riferiamo sempre ai Tarocchi di
Marsiglia nella versione di
Carlo Bozzelli).
Viene simbolicamente
descritto il principio del
conflitto dovuto alla concorrenza di esigenze opposte,
apparentemente inconciliabili, in questo caso esasperate dalla caratterizzazione
di queste due signore che
sembrerebbero indicare da
un lato il vizio, dall’altra la
virtù.
La soluzione emerge dall’alto. Eros interviene e ispira il
personaggio centrale-mediano con la sua freccia. La
soluzione di questa disputa
- da qui il significato del’Arcano VI come scelta o dubbio - non può essere la
scissione, ovvero la rinuncia
definitiva a una parte di sé.
È un invito alla integrazione,
a farsi “una sola carne”
come mostrano le braccia e
le mani che, non solo si
toccano, ma non sembrano
appartenere chiaramente a
ciascuno dei tre personaggi.
La mediazione è opera di
Eros, divinità che, in alcune
versioni, appartiene ai miti
fondativi della cosmogonia
greca e dunque preesistente
all’Olimpo di Zeus:” …In
principio esisteva la Notte
… fecondata dal vento,
depose il suo uovo di argento nell’immenso grembo
dell’oscurità. Dall’uovo
balzò il figlio del vento, un
dio con le ali d’oro, chiamato Eros, dio dell’amore…”
(Karoly Kérenyi, Gli Dèi e gli
Eroi della Grecia - Il racconto
del mito, la nascita della
civiltà, Il Saggiatore, 2002,
Milano). Da qui il mito
prosegue indicando come,
grazie a Eros, vennero alla
luce la Terra e il Cielo e si
generò la vita stessa sul
pianeta, operando come
collante per la creazione
dell’universo.
Si tratta, dunque, di una
forza straordinaria che
consente all’uomo di integrare aspetti inconciliabili,
risolvendo conflitti interiori
altrimenti insanabili. Basti
pensare come anche nella
relazione di coppia, banalmente, l’unione dovrebbe
avere come presupposto
l’amore, senza del quale
non si può trovare una
efficace mediazione che
consenta a due esseri diversi, portatori di esigenze a
volte contrapposte, di poter
convivere in armonia sotto
uno stesso tetto.
Tuttavia, solo di riflesso in
questo Arcano si parla della
coppia, degli amanti, e delle
relazioni, poiché la vera
integrazione è quella che
avviene dentro ciascuno di
noi. Gli attori in scena sono
le diverse parti del Sé che
possono declinarsi in varie
modalità.
Eppure, la qualità di questa
forza resta assolutamente
impenetrabile, così come il
suo modo di agire in concreto. L’angelo divino, con
l’arco e la freccia, sembra
avere come sfondo un
cranio, a simboleggiare il
mistero dell’Amore: quello
terreno come quello celeste.
Lo stesso numero VI, che
contraddistingue questo
Arcano, a un livello più
elevato simboleggia la
tentazione fra il bene e il
male. Infatti, nella cultura
cristiana esso rappresenta il
numero della creazione (il
mondo fu creato in sei
giorni) e, di conseguenza, la
contrapposizione fra l’Uomo e Dio. La separazione,
insita nella Creazione,
necessita di essere ricucita,
ma ciò implica una scelta,
una scelta di amore: sarà il
ritorno verso il Padre che
dovrà segnare il nostro
cammino.
[email protected]
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
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CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
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STORIE&IMPRESE
L
AZIENDA SPECIALIZZATA NELL
ARTE DELL
AGGIUSTO
Cucitalia, quando la sartoria è a domicilio
C’è quel vestito un po’
retrò seppellito nell’armadio
che aspetta solo di essere
“ringiovanito”, il golfino in
cachemire che si è bucato
sui gomiti, il pantalone
appena acquistato che ci sta
troppo lungo o la camicia
griffata col colletto strappato. Capi da buttare? Decisamente no. Il vintage, visti i
tempi neri, anziché gettarlo
via, è più conveniente rigenerarlo. Rimetterlo in sesto,
regalandogli un tocco di
freschezza e modernità. È
così che l’arte del rammendo, in cui erano ferrate
nonne e mamme, le stesse
che oggi spesso non hanno il
tempo neppure di applicare
un bottone, torna in voga e
fa il boom. Di questo si
occupa Cucitalia, azienda
con sede in via dei Mille 82,
specializzata in aggiusti
sartoriali, di cui è titolare
Francesco Mucciardi (nella
foto). Lui, imprenditore
napoletano 40enne, i segreti
del mestiere li ha assorbiti
come una spugna da nonna
Titina, che riempiva le sue
giornate tra rocchetti di
cotone e cucitrici, in una
bottega situata sin dal 1982
nel cuore della Napoli antica. Tra i gentiluomini e le
nobildonne dell’epoca la
fama di quelle mani d’oro si
sparse in fretta. Da lei e dalle
sere passate a guardare le
sue aiutanti all’opera davanti al braciere, Francesco
Mucciardi erediterà la tradizione del taglia e cuci, irrobustendo quella che sarebbe
poi diventata Cucitalia. Le
“armi” della professione
sono quelle del passato, ma
Mucciardi ha soffiato una
ventata di modernità sull’impresa per stare al passo
coi tempi, dotandola di
macchinari all’avanguardia
e sarte competenti, pronte a
cimentarsi in orli, pieghe e
cuciture, ad accorciare un
pantalone o una manica, a
cucire bottoni, cerniere, ma
anche lenzuola e tendaggi.
Tutto in tempi lampo e con
la possibilità di una “sartoria
a domicilio”. «Tra i servizi
offerti da Cucitalia – spiega
Mucciardi – abbiamo previsto la sartoria express, per
chi ha bisogno di un rammendo al volo, e quella a
domicilio, con cui offriamo
lo stesso servizio con comodità a casa e con un costo
aggiuntivo. Siamo anche
convenzionati con negozi di
abbigliamento, per cui
operiamo aggiusti di tutti i
tipi su abiti da uomo, donna
e bambino». Tra i progetti in
cantiere, poi, quello di avviare una catena di franchising. «Chiunque sia interessato ad intraprendere un’attività innovativa con un
piccolo investimento dagli
ottimi ritorni economici,
può entrare a far parte del
circuito Cucitalia – aggiunge
– Lo può fare chiunque,
anche chi non ha particolari
esperienze nel campo sartoriale, in qualsiasi zona cittadina e non, senza spese
aggiuntive e interagendo
solo con il titolare e con
sarte specializzate retribuite
a percentuale». Dipinti
erroneamente da qualcuno
come un’attività più che
un’arte, in realtà anche un
orlo o la modifica di un
abito vanno realizzati rispettando canoni e metodi che
non possono essere casuali.
«L’obiettivo è rispettare
l’originale creazione ed
adattarla, senza snaturarla,
lasciando inalterata la fattura dell’abito con cura certosina dei dettagli, siano essi
asole o bottoni», sottolinea
Mucciardi. Proprio per
questo, ingredienti preziosi
della ricetta Cucitalia sono
le materie prime made in
Italy e il sapiente uso delle
tecniche antiche, spesso
perdute nel tempo, con
l’aggiunta di rivisitazioni in
chiave moderna, anche nei
dettagli e nei colori. Un
equilibrio tra abilità e professionalità sartoriali con
tecnologie innovative che
garantisce un ottimo rapporto qualità-prezzo, ma
soprattutto rapidità del
servizio, cortesia e massima
attenzione al cliente. A tutto
questo, poi, si aggiunge la
gestione del negozio tramite
un software adatto per la
lavorazione dei capi.
Si torna ai vecchi tempi, ma
strizzando l’occhio alla
tecnologia. E chissà cosa
direbbe nonna Titina…
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CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
CON CHARLIE HEBDO
IL VALORE DELLA SATIRA
«Noi siamo l’Europa, una non-nazione solo apparentemente libera, incapace di proteggere la propria libertà di
culto senza trasformarla in arretramento di fronte alla
minaccia degli estremisti islamici. Colpire l'espressione
più alta dell’umorismo significa colpire al cuore la libertà
dell’occidente. Non dobbiamo più permetterlo».
Giorgio Forattini
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
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STORIE&IMPRESE
VIA CHIAIA, NUOVE APERTURE
Serpentone, la boutique del food and drink
Storico punto di ritrovo dei
rampolli della Napoli bene, da
oltre quarant’anni mantiene
la corona della movida posillipina. Era il 1974 quando la
famiglia Guarcello inaugurò,
in via Petrarca 111, un locale
che da subito profumava di
successo, proprio all’altezza
dell’ampia curva che gli dà in
prestito il nome: il “Serpentone”. Che oggi fa il bis, inaugurando una nuova sede nella
pittoresca via Chiaia. Dal viale
panoramico che si specchia
nel mare, dunque, allo snodo
centrale dello shopping e del
via vai. È grazie alla famiglia
Esposito che il locale, travolto
dopo i brillanti anni ’80 e ’90
dalla crisi che lo aveva affogato per un po’, ritorna in voga e
fa capolino nel fior fiore delle
caffetterie napoletane. Il
rilancio parte nel 2013, con la
nuova gestione di quattro
giovani imprenditori napoletani, capitanati dall’intraprendente papà Carmine Esposito,
che dà una energica spinta
propulsiva al locale, rendendolo più moderno, fresco, al
passo con i tempi. Proprio
dalla buona stella che ha
accompagnato il “Serpentone” nell’ultimo anno, nasce
l’idea di aprire una filiale in
via Chiaia, ai numeri 125-126.
Un luogo accogliente in cui è
piacevole ritrovarsi per un
momento di svago, con lo
sguardo puntato sulla centralissima e sempre movimentata via Chiaia. «Il nostro obiettivo è portare un certo brand
innovativo anche a Chiaia,
zona dello shopping per
antonomasia, fulcro del
commercio cittadino», chiarisce Esposito. Aperto tutti i
giorni fino a mezzanotte, si
propone come la classica
caffetteria napoletana, lounge
bar e pasticceria, ma si amplia
rispetto alla sede di via Petrarca, seguendo il concept “food
and drink”. Colazione e aperitivo, dunque, ma anche pranzo e cena, con un’ampia
scelta sul menu in cui risaltano all’occhio piatti tradizionali della cucina made in Napoli,
a partire dalla sempre amata
pizza fritta, accanto a golosità
più innovative. Progettato
dagli architetti napoletani
Paola Principe e Nicola Martiello e allestito dalla “Merli
arredamenti” della provincia
di Pesaro e Urbino, con l’abilità di Marco Merli, il locale
rievoca quasi una boutique,
nell’architettura come nel
design. Tocchi glamour qua e
là, arredamento di classe, in
cui il leitmotiv è l’eleganza. Lo
dimostrano l’entrata signorile,
l’atmosfera chic e l’attenzione
minuziosa ai dettagli. Non è
un caso. Carmine Esposito,
infatti, muove i primi passi nel
settore moda, a partire dagli
anni ’80. Lo fa proprio a via
Chiaia, con un piccolo store al
civico 123, dedicato prevalentemente a collezioni femminili. Lì sono le radici del suo
curriculum imprenditoriale, e
lì oggi “rimpatria” vestendo
nuovi panni. Un ritorno alle
origini, insomma, qualche
civico più in là. «È un ricordo
piacevole di quelli che sono
stati gli inizi della mia carriera
imprenditoriale – commenta
Esposito – Ma la scelta è stata
dettata anche dalla voglia di
muoversi in altri campi, di
dare un segnale di ottimismo.
L’apertura del nuovo “Serpentone” va nella direzione della
ricrescita e del rilancio di una
città spesso maltrattata. La
gente ha bisogno di speranze.
Il mio scopo era anche dare
un’opportunità ai miei giovani, lasciando loro uno sbocco
che si basa su un’idea diversa,
un’impostazione che già in
via Petrarca ha dato i suoi
frutti». Un business man del
fashion, Carmine Esposito,
che a un certo punto ha
deciso di investire nel food.
Viene spontaneo chiedersi il
perché. «La svolta c’è stata per
influenza dei miei figli, grazie
alla loro energia che mi ha
traghettato in questa nuova
avventura – risponde – E
devo dire che sta andando
molto bene». Tanto da “bissare”, in appena un anno e
mezzo, e approdare anche a
Chiaia. Con un locale che è
perfetto se si vuole sorseggiare un drink o un espresso, e
sentirsi in una boutique.
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STORIE&IMPRESE
RANIERI IMPIANTISTICA, ECCELLENZA DI OTTAVIANO
Il successo? Dialogo e gioco di squadra
Per chi lavora con lui, che
sia operaio o ingegnere, con
esperienza di ferro o ultimo arrivato, bandisce il termine “dipendente”, optando per un più
umano “collaboratore”. Basta
questo a far capire come Pasquale Ranieri (nella foto), titolare e amministratore unico
della “Ranieri impiantistica” di
Ottaviano, più che di imprenditore freddo e calcolatore, abbia il volto e il cuore di un pater
familias. Punto di riferimento,
al lavoro come sotto al tetto domestico. Sarà perché in quell’azienda è custodito quasi un
secolo di storia della sua famiglia. Ed essere lì è un po’ come
sentirsi a casa. Sarà per indole
e carattere gioviali che lo portano a radicare, anche quando
si parla di affari, un clima disteso, in cui l’imperativo è la
collaborazione. «Si vince insieme, si perde insieme – dice orgoglioso – È un gioco di squadra, nessuno può pensare di fare tutto da solo, ci si dà una mano a seconda delle inclinazioni
e specializzazioni». Ranieri eredita da suo padre Michele, negli anni ’80, l’impresa messa in
piedi a cavallo tra ‘800 e ‘900
dal bisnonno, pioniera nell’area vesuviana per impianti di
riscaldamento e depurazione.
Quattro generazioni di uomini
a capo di un’impresa oggi specializzata nella realizzazione,
installazione e manutenzione
di impianti di trattamento dell’aria, di depurazione di acque
reflue per industrie, idrico-sanitari, antincendio, elettrici, fotovoltaici, che garantiscono
comfort, sicurezza e risparmio
energetico. Con l’ultima generazione Ranieri vanti del-
l’azienda diventano la climatizzazione e refrigerazione per
strutture industriali ed alberghiere, centri commerciali e
multisale, che portano la ditta
a spingersi anche oltre regione,
curando gli impianti all’Honda
palace di Roma e all’ospedale
civico di Codogno (Lodi). Ma
core business di “Ranieri impiantistica” è, senza dubbio, la
sanità. «Gestiamo gli impianti
del gruppo presidio ospedaliero “Pineta Grande” di Castel
Volturno, del centro polidiagnostico “Medicinafutura” di
Acerra, della clinica cardiologica “Montevergine”», elenca Ranieri.
Il giro di boa risale a qualche
anno fa. L’occasione è stata un
appalto per la gestione degli
impianti di condizionamento,
riscaldamento, antincendio e
sollevamento idraulico nelle
gallerie della Circumvesuviana,
vinto in una congiuntura negativa per il mercato. «In momenti come quello devi capire
se vuoi fare l’imprenditore o no
– spiega – Io ho scelto di rischiare, firmando un contratto
dal quale non ci si può tirare indietro, stipulato con un ente
pubblico». Da lì, l’impennata.
Nuove assunzioni, un ridisegno
dell’assetto dell’azienda e nuovi sbocchi. «È stata una scelta
lungimirante. Abbiamo intrapreso un percorso di sistemazione di problematiche di sicurezza o energetiche relative alla Circum. Nonostante il settore in sofferenza, da questo appalto ci hanno affidato anche
la tratta di Metrocampania
nord-est, da Giugliano a Benevento. È stata l’occasione per
trasferire una piccola azienda
di 7 persone, orientata prevalentemente all’installazione di
impianti, ad organizzarsi per
dare un servizio più ampio alla
clientela, curando anche la fase progettuale e quella manutentiva e irrobustendo la squadra che oggi conta 15 professionalità». I cardini dell’azienda? Il primo: il dialogo. « Il nostro lavoro è la nostra vetrina.
Alla base c’è un confronto per
creare un impianto che sia come un abito a misura, per entrare nell’ottica della committenza». E ancora: aggiornamento continuo e specializzazione. «Credo nella formazione. È un investimento che frutta, si ampliano le competenze
dei ragazzi e li si abitua a un
nuovo modo di lavorare e pensare». E infatti tutte le maestranze sono altamente specializzate e in possesso di qualifiche a seconda dei settori di
competenza: dall’idraulica alla meccanica, dal campo elettrico al termico. E sul panorama
del business oggi, Ranieri è limpido: «L’imprenditore rischia
in proprio. Noi abbiamo volutamente marginalizzato il settore pubblico, in cui lavoriamo
dando in outsourcing i nostri
requisiti, collaborando con altre aziende. La torta del lavoro
c’è, bisogna saperla dividere».
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(25)
STORIE&IMPRESE
PROFESSIONISTI E CREATIVI, LIDEA DI ENRICO PALAZZI E DANIELA PASQUALI
Così vestiamo su misura il tuo business
Napoli pullula di creatività.
Ma spesso idee e progetti
d’impresa si bloccano. Un po’
per nodi burocratici, un po’
perché mancano guide che
possano indirizzare, consigliare. E se pure dalla teoria si
passa alla pratica, si partoriscono marchi copia e incolla,
idee già viste e riciclate, con
buona pace di originalità e
fantasia. Perché allora non
creare una squadra che accompagni i nuovi progetti step
by step, dall’ideazione alla
realizzazione? È quello a cui
hanno pensato Enrico Palazzi
e Daniela Pasquali (nella foto).
Napoletani, il primo dottore
commercialista, l’altra avvocato, hanno dato vita a “Professionisti e creativi” (www.professionistiecreativi.it), marchio
che contraddistingue una
giovane e dinamica realtà che
offre servizi innovativi per le
aziende. Il progetto nasce
dalla volontà dei due professionisti di creare a Napoli uno
studio di consulenza legale e
commerciale in materia di
diritto industriale, per assistere aziende e privati nella fase
di ideazione di un marchio, un
logo o un progetto, ma soprattutto nella tutela legale del
patrimonio industriale e
intellettuale. Da lì, al fine di
(26)
risolvere le problematiche
connesse alla vita di un’azienda, si è allargato ad un networking di professionisti e di
creativi specializzati in diversi
settori: tutela del diritto industriale, marchi, brevetti, diritto
d’autore, tutela dell’immagine, privacy, plagio, contraffazione, o ancora esperti in
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
campo giuridico, economico e
finanziario, ed infine creativi
quali artisti contemporanei,
pittori, scultori, comunicatori.
La mission? Trovare soluzioni
per ogni business: «Siamo in
grado di supportare la creazione di una nuova azienda, di un
marchio, la realizzazione di
una idea, di un progetto, di un
piano industriale, nonché di
individuare e risolvere tutte le
problematiche di un’azienda»,
spiega Daniela Pasquali. Un
prodotto sartoriale, cucito su
misura a seconda delle esigenze del cliente, con l’obiettivo
di raggiungere un alto livello
di business aziendale. «Il
nostro obiettivo - spiegano - è
creare una coesione tra due
realtà, quella creativa e quella
professionale, che oggi riteniamo fondamentale». In che
senso? «Se un’azienda intende
lanciare un prodotto sul mercato deve avvalersi di professionisti non solo tecnici ma
anche creativi: oggi la pubblicità si fa attraverso la grafica e
il web. È quindi fondamentale
avere una buona comunicazione, un buon appeal commerciale, perché è l’abito ad
attrarre. Noi curiamo l’ideazione del logo, del marchio, lo
slogan, il sito internet, la scelta
del nome». Più che semplice
agenzia di servizi, “Professionisti e Creativi” è una vera e
propria casa dei progetti, un
luogo in cui sviluppare tutte le
attività necessarie all’avvio
della start-up. Da zero, mattone dopo mattone, il singolo o
le aziende possono essere
accompagnate da figure
professionali specializzate,
tutto “in house”. «Non vogliamo vendere un servizio finito,
confezionato che una volta
fornito ci separa totalmente
dall’azienda. Quello che ci
differenzia è che puntiamo a
seguire il cliente, continuando
ad assisterlo con la nostra
consulenza per tutto l’iter di
realizzazione». Dunque, anche
nello step finale, quello della
promozione e del marketing.
Con un occhio di riguardo al
marchio, vetrina dell’azienda,
e alla sua tutela. «A Napoli
manca la cultura del brand. I
nuovi marchi si ricollegano a
qualcosa di già visto, perché
così si pensa di poter avere
successo. Noi invece vogliamo
che ogni realtà sia diversa, che
nasca ex novo, dall’ideazione
del marchio, del logo, fino allo
sviluppo», dice Enrico Palazzi.
“Professionisti e creativi” è
una realtà dinamica che può
crescere e creare sempre nuovi
progetti e sinergie con partner.
«La nostra intenzione è di
espanderci al Sud, organizzando anche eventi in cui ci sia un
rapporto stretto tra professionisti e creativi. Nel nostro
team ci sono anche giovani
artisti, fotografi, persone che
vogliono promuovere la loro
attività. Da qui possono nascere nuove collaborazioni».
saper vivere
CULTURA • COSTUME • RELAX • MOVIDA • EVENTI • CURIOSITÀ
Storia di un single involontario
Roberto Bratti
«Io vi voglio bene assai», undicesima fatica letteraria del giornalista
Franco Esposito, pubblicato da Iuppiter Edizioni, è uno di quei libri che
vorresti non finisse mai. Ogni pagina
trasuda di vita vissuta. Sei Olimpiadi
seguite sul campo, cinque edizioni dei
campionati del mondo di calcio. E poi
pugilato, nuoto, pallanuoto, ciclismo
ed atletica leggera. Cinquant’anni di
sport visti con gli occhi di chi ha fatto
di una passione un mestiere.
Come è arrivata l’idea di questo libro?
L’idea nasce dal punto di partenza,
scrivere qualcosa di diverso. Ha raccolto l’amabile invito-sfida della mia
insegnante di scrittura creativa all’UniTre di Grosseto, la professoressa Bernardina Tarlati. Aveva letto i miei libri
di sport, lei mai interessata allo sport:
le erano piaciuti. Un giorno mi fa, in
pubblico: perché non scrivi un romanzo d’amore? Penso alla tua bella scrittura e alla tua fantasia: provaci.
Ma questo non è un romanzo d’amore?
Ho pensato subito al titolo, parafrasando quello di un famoso film, protagonisti Jennifer Jones e William Holden.
“L’amore è una cosa meravigliosa”
poteva andare bene. Dico a me stesso,
adesso parto in quarta. Poi, la riflessione quasi immediata: via, lascia perdere,
non riuscirai mai a scrivere una storia
d’amore di pura fantasia di duecentocinquanta pagine. Sono rientrato
precipitosamente nel mio brodo.
Dopo aver scritto per anni delle imprese altrui, come è stato raccontarsi
in prima persona?
Facile non è stato, proprio no. Un
dubbio mi ha assalito, ma chi sono io
per scrivere la mia autobiografia? Mi ha
soccorso un guizzo di fantasia: mescola
tutto, realizza un frappè, fai un cocktail
con le tue passioni. Lo sport, il giornalismo, le donne, i libri. Li ho intrecciati
con la Napoli di quei tempi, ne è venuta fuori la descrizione di un mondo, di
un’epoca, abitudini e svaghi che sanno
Intervista al giornalista Franco Esposito
autore del libro «Io vi voglio bene assai»
quasi di affascinante jurassico.
Napoli, il quartiere Chiaia, il Vomero.
Spaccati di Napoli o che cosa?
Rappresentazioni, ricordi. Il bel tempo
che fu, almeno per quelli della mia
generazione e per me. La musica e le
canzoni, gli eventi di quegli anni. I
balletti, il calcio con la palla di pezza o
il super Santos. I miei coetanei ed io
impegnati in ingenue sfide sportive e
giovani spettatori del Napoli allo stadio.
Poi, il sogno di diventare giornalista...
Già, il sogno. Vorrei qui sintetizzarlo
nella frase di Philippe Petit, mitico
funambolo e acrobata francese. “I
limiti esistono solo nell’anima di chi è a
corto di sogni”. Nel riproporre la nascita e il percorso del sogno, mi sono
affidato in ogni caso all’ironia. Il taglio
giusto è venuto fuori quasi per caso.
Chi l’ha aiutata a ricordare: il diario
personale scritto giorno dopo giorno,
gli appunti di una vita?
La mia memoria, solo lei. Le ho chiesto
uno sforzo e mi ha accontentato. La
memoria mia unica, formidabile,
fenomenale alleata.
In gioventù ha lavorato in libreria da
Tullio Pironti. È lì che, circondato dai
libri, è nata la passione per la letteratura. Quali sono stati i suoi maestri?
La libreria e i libri mi hanno arricchito.
I miei maestri... quelli di giornalismo o
di letteratura?
Gli uni e gli altri.
L’elenco sarebbe lunghissimo, non
solo piacevole. Joyce, Hemingway e gli
americani. Kerouac, Fitzgerald, Bukowski, quelli della beat generation. E il
meglio dei maestri giornalisti: Palumbo, Cassero, Acampora, Marcucci,
Masiello, Aldo Bovio. Mi sono abbeverato alle migliori fonti italiani: il Corriere della Sera e Il Giorno li ho divorati.
Qual è il libro che ha attualmente sul
comodino?
“Oltre il fiume” di J.R. Moehringer,
scrittore sensazionale, bravo da impazzire. Premio Pulitzer, ha scritto “Open”,
la biografia di Andrè Agassi. Un capolavoro.
Nel romanzo, il terzo protagonista,
dopo lo sport e il giornalismo, è sicuramente l’amore…
Sì, l’amore. Quell’articolo pieno di
refusi, un pezzo non riuscito, nel linguaggio giornalistico. Sì, confermo: mi
ritengo single involontario. Credevo
infatti di essere tagliato per la vita di
coppia, non è andata bene. Qualche
rammarico, però nessun rimpianto. Ho
dato tutto anche in amore, non solo al
mestiere di giornalista.
Quando e con chi si è sentito meno
single involontario?
In ognuna delle cinque storie importanti della mia vita. Le ho vissute in
maniera esclusiva e totale. Forse troppo. Sono stato eccessivo, ma questo è il
mio carattere. Sbagliato? Forse sì.
Cinque storie importanti che accompagnano il lettore in cinquant’anni di
avvenimenti sportivi. A quale storia
resta più legato?
I nomi sono di fantasia, per ovvi
motivi; vere, autentiche le storie e le
situazioni. Posso abbinare ad ognuna
un aggettivo? Laura indimenticabile:
ma troppo giovani eravamo nel 1960.
Simona reumatica, Marisol meravigliosa, Ornella sensazionale. Regina
incomprensibile. Il libro è anche una
risposta a lei, tenace e agguerrita sul
tema della mia presunta inadattabilità al rapporto di coppia. Marisol o
Ornella, la scelta è fra loro due. Vince
Ornella, forse. Personalità, bellezza,
carattere, simpatia, amore, condivisione, valori morali, cultura. La don-
na ideale. Purtroppo era impegnata.
Un altro protagonista del libro è il suo
rapporto col Napoli. Dagli albori del
Collana alla serie C, passando per gli
anni gloriosi di Maradona. Nel capitolo dedicato al primo scudetto scrive:
“Ho sempre pensato che questo
giorno non sarebbe mai arrivato, che
sarei morto senza poterlo vivere”.
Come ha vissuto quel momento? Qual
è il suo rapporto col calcio adesso?
Il mio rapporto con il calcio attuale è
cattivo. Risultati inquinati dalle scommesse, livello basso, linguaggio sguaiato. Il pallone è lercio e sboccato. A
Napoli, al Napoli e ai suoi appassionati
tifosi, l’augurio sincero di poter rivivere
la gioia che ho provato io il giorno del
primo scudetto. Ancora oggi sono
incredulo, stordito, meravigliosamente
incantato, prigioniero di sensazioni
strepitose, appaganti. Quella è stata
davvero una grande gioia.
Ogni scrittore ha i suoi metodi. Preferisce scrivere di giorno o di notte?
Preferisco scrivere all’alba, d’estate; in
inverno nel primo pomeriggio. Vado
avanti fino a tarda sera. Anche sei ore al
giorno. Preso il ritmo, sono svelto,
rapido.
Può vantare ben tre finali consecutive
al Bancarella Sport, il premio più
prestigioso di letteratura sportiva. «Io
vi voglio bene assai» è stato accolto
molto bene dalla critica e sta avendo
un ottimo successo di pubblico.
Il premio più grande è rappresentato
dal gradimento dei lettori. Il Bancarella
Sport è uno sballo, affascina come una
donna bellissima.
Può essere l’anno buono…
Ne ho avuti già tre, di anni buoni.
Conquistare un posto nella sestina
finale del premio è come aver vinto
tre scudetti di seguito. Lo scudetto
più la Champions: è questo il significato che attribuisco alla vittoria
finale. Pontremoli resta comunque
un luogo magico, profuma di amore
per il libro. Il massimo per me. E io gli
voglio bene assaje, per dirla alla
maniera nostra. In napoletano.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(27)
ARTE
SCULTURA
Ritratti
di cartone
Livia Iannotta
Ecco come un rifiuto diventa
un’opera da esposizione. Ecco come
l’arte fiorisce dove meno te l’aspetti.
Perfino da una carta straccia o da un
vecchio cartone stazzonato. Gli anglofoni li chiamano “waste”, che sta
ad indicare appunto un rifiuto, uno
scarto. Ma che per Luigi De Simone,
artista napoletano di stanza a Berlino,
diventa materia prima da plasmare,
assemblare, rigenerare. Dal 20 febbraio al 21 marzo, la galleria Al Blu di
Prussia, lo spazio multidisciplinare di
Giuseppe Mannajuolo diretto da
Mario Pellegrino, accoglie la sua
personale dal titolo “ShOot…s!”,
curata da Valentina Rippa. In esposizione, dieci ritratti di personalità
legate al panorama del cinema e della
letteratura, della musica e del teatro,
tutti realizzati in cartone sagomato e
ritagliato. Talvolta l'artista interviene
sui cartoni con tecniche miste: olio e
smalto, pastelli a cera o collage; in
altri casi è il colore stesso degli involucri a definire l’espressività dei volti.
Più che il personaggio raffigurato, le
opere di De Simone si focalizzano su
quello che c’è dietro il viso o l’immagine, suggerendo un’impressione,
una fantasia dimenticata e poi riportata alla luce. Realizzazioni nate da
una sorta di ricognizione nel suburbio di Napoli, per cui la forma del
ritratto appare quella più in grado di
fondere ready-made e pittura. Lo
spiega bene la curatrice Valentina
Rippa: «L’artista sembrerebbe più
interessato a ritrarre una condizione
umana dell’uomo in generale e non il
soggetto preso a prestito. I dipinti
(28)
prendono forma attraverso il ricordo
di un’immagine sepolta, una visone
personale, accostando tra di loro
forme e parti di un'idea, combinando
insieme l'estetica, i frammenti di
quell'immagine, l'energia di certe
figure, le suggestioni del passato e del
presente». Non è nuovo a questa
tecnica De Simone. La mostra napoletana, infatti, riprende un ciclo di
lavori avviato dall’artista nel 2004,
insieme alla sua ricerca sui materiali
di scarto che piuttosto che essere
abbandonati possono trasformarsi in
preziosa risorsa. Ribaltato così il
concetto ortodosso di arte. «Il lavoro
di De Simone – continua Rippa –
impone una riflessione sull’immoralità dello spreco e dall’altra la constatazione che arte è anche ciò che viene
abitualmente connotato come un
rifiuto, ma che una volta assemblato,
inserito, trasformato secondo libere
scelte dell’artista può rinascere in
forme sorprendenti e suggerire un
possibile percorso da intraprendere,
magari come collettività». De Simone
si approccia all’arte in costante bilico
tra informale e tentazioni pop, ricerca
estetica e ecologia. Il modus operandi
è sempre lo stesso: riutilizzare, modellare, far rinascere in forme inaspettate e per questo originali. Perché
«in molta letteratura e nel cinema –
spiega l’artista – quello che conta non
è mai l'aneddoto o la storia (che
trasposte in pittura potrebbero stare
per il soggetto), ma come la storia
viene raccontata, costruita, messa
insieme dalle parti del discorso. Il
soggetto qualsiasi esso sia è solo un
pretesto per fare altro».
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
Quasi centocinquanta
opere in marmo,
realizzate in un arco
temporale che va dal
Medioevo al XVIII
secolo, distribuite in
vari ambienti secondo
un ordine cronologico
ma rispettando anche i
contesti di
provenienza. Offrono
questo al pubblico i
sotterranei gotici della
Certosa di San Martino
che, dal 24 gennaio
2015, hanno riaperto le
porte alla città. Tra le
opere maggiori: il
sarcofago di Beatrice
del Balzo, il frammento
di una Figura
femminile giacente
dello scultore Tino di
Camaino e una lastra a
rilievo raffigurante La
Morte e Franceschino
da Brignale. La visita si
conclude con un
capolavoro del ‘700 di
Giuseppe Sanmartino
(l’imponente e
languido San
Francesco d’Assisi) e
con un’Allegoria velata
scolpita dal suo allievo
Angelo Viva.
Occhio di riguardo
Napoli e Augusto
Morì poco più di 2000 anni fa, a Nola,
nella regione fulcro della sua ascesa al
potere, Ottaviano Augusto. Primo
imperatore di Roma, “stella polare”
della cultura occidentale, figura affascinante e complessa.
Per questo motivo e per celebrare
idealmente il bimillenario della sua
scomparsa, la Soprintendenza per i
Beni archeologici di Napoli ha aperto,
dal 17 dicembre scorso, la mostra dal
titolo "Augusto e la Campania. Da
Ottaviano a Divo Augusto. 14-2014 d.C.".
Occasione per soffermarsi sullo stretto
legame che unì Ottaviano Augusto alla
Campania, nella fase della conquista
del potere e una volta al comando
dell'Impero, e per riflettere e comprendere le dinamiche che lo portarono al
potere. L’esposizione, visitabile fino al 5
maggio 2015 al Museo Archeologico di
Napoli, compende oltre 100 opere,
alcune delle quali presentate per la
prima volta al pubblico. I pezzi provengono in gran parte dal Mann, ai quali si
aggiungono anche prestiti del Centro
Caprense I. Cerio e dal Museo Diocesano di Capua. Pezzi di storia che intendono raccontare i più importanti luoghi
della regione calpestati dall’imperatore
prima di morire. La mostra è finanziata
dalla Regione Campania, fondi P.O.R.
Campania, e realizzata in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di
Pompei, Ercolano e Stabia. E infatti, in
parallelo alla mostra, vengono proposti
gli itinerari augustei campani a Baia,
Boscoreale, Cuma, Ercolano, Napoli,
Nola, Pausilypon, Pompei, Pozzuoli.
MICHELE TEMPESTA
LIBRI&LIBRERIE
Baby boom,
quei favolosi
anni ‘60
NEL LIBRO DEL GIORNALISTA
BRUNO MENNA, LE MEMORIE
DI UNA GENERAZIONE CHE
NON VUOLE FARSI ROTTAMARE
Ignazio Soriano
In difesa della generazione del
boom, quello economico, sociale e
demografico, che ha interessato l’Italia
uscita a pezzi dalla guerra, Baby Boom
- Memorie di una generazione che
non vuole farsi rottamare (Iuppiter
Edizioni, 2014) del giornalista beneventano Bruno Menna è una rilettura
sentita, racconto emozionale ed emozionato di quell’epoca, vera e propria
età dell’oro per il Paese e per coloro
che ebbero la fortuna di “nascere nei
Cinquanta, crescere nei Sessanta e
formarsi nei Settanta”. Parliamo dei
nostri over 55, di una generazione che,
sotterrate angosce e paure del grande
conflitto, travolta da un uragano di
mode e valori, ha risalito la china
riuscendo a costruirsi e ad assicurarsi
un futuro, all’oscuro di ciò che avreb-
I napoletani
di Pica
be poi riservato ai loro figli; di coloro
che sapevano leggere la realtà con
pragmatismo e disincanto, che sfrecciavano in Lambretta, in Seicento e sui
Settebello, di coloro che seppur poveri
non si piangevano addosso, ma che
tra un sogno ingenuo ed un’incrollabile fede nel progresso, accumulavano
capitale, unendo l’innata arte dell’arrangiarsi ad una fino ad allora sconosciuta competizione: masse transumanti impegnate in una forsennata
corsa al successo, al frigorifero, allo
status quo, sospinte da una politica
che incitava tutti a crescere e a salire i
gradini della scala sociale. Sono coloro
che oggi, vedendosi costretti ai margini, rivendicano se non visibilità quantomeno dignità. Prendendosi gioco
dei rottamatori. Come in un memoria-
le, dimostrando passione analitica
Menna sciorina l’elenco dei personaggi, dei luoghi, dei simboli, degli usi e
dei costumi, delle tante virtù e degli
altrettanti atavici vizi della “locomotiva Italia”, cita protagonisti e comparse
della vita pubblica e privata, riportando dichiarazioni e allusioni, mettendo
davanti allo specchio i due mondi,
presente e passato, quello contaminato dalla sfrenata globalizzazione,
dall’english e dal digital e quello che
da Paese sconfitto e sottosviluppato si
è risollevato a settima potenza mondiale in poco tempo.
La cavalcata industriale, il “miracolo”
economico che cambiò i connotati del
belpaese sono raccontati in Baby
Boom lasciando intuire l’ebbrezza di
quegli anni, in particolare i Sessanta,
in cui la vita si scoprì confortevole,
possibile, lieve. E il consumo si tramutava concretamente in benessere. Un
salto nella modernità. In un futuro che
troppi avevano dimenticato di avere,
durante quel “Secolo breve” che, per i
suoi figli di mezzo, sembrava non
voler finire mai.Un racconto attraveso
valori che sembrano essere vivi solo
nei ricordi, nostalgici, di chi è stato
protagonista di un mondo che oggi
non c’è più. Un viaggio in un altro
Paese, con altri attori, altri registi, altri
politici, un’altra televisione e un altro
calcio: un’Italia diversa in cui i cinquantenni di oggi si fidavano degli
altri perchè sapevano cosa mangiavano, cosa bevevano e credevano in un
futuro migliore di quello che è diventato il presente di oggi.
«Dove finisce la logica inizia Napoli» potrebbe essere il vero titolo
della piccola enciclopedia di personaggi napoletani ideata dall’eccentrico Salvatore Pica (nella foto).
Questa raccolta riassume nei suoi
tre capitoli, in precedenza pubblicati separatamente ora riuniti con il
titolo «I napoletani» (Enzo Albano
Editore), le tipologie di uomini e
donne della città partenopea. Leggendo la prefazione del professore
salernitano Francesco Barbagallo, si
percepisce chiaramente la personalità animatrice di Pica. Si comprende quanto l’interpretazione dell’autore dia tono e movimento ai suoi
personaggi, più degli uomini e delle
donne che animano Napoli. La
parte comica del libro è soprattutto
nei ritratti dei fruitori dei divertimenti notturni della bella Napoli.
Quindici inconfondibili personaggi
da ridere che il lettore non faticherà
a riconoscere per le strade. Il momento più interessante della narrazione viene dato dalla descrizione
dell’Artista. In questo amaro ritratto
si sente la voce di Pica in prima
persona che da una parte critica il
mondo dell’arte napoletana perché
non dà ai giovani creativi la facoltà
di esprimersi, in virtù di un guadagno facile e sicuro, dall’altra parte
traccia il profilo di un giovane creativo ma apatico e individualista
incapace di imporsi. Triste parabola
di una realtà non solo locale ma
italiana. Mentre gli uomini sono
incarnati nella professione da loro
scelta, le donne vengono distinte
per quartiere e descritte nella ricerca del marito ideale. L’incontro più
felice con le donne dei vari rioni di
Napoli si ha con le ragazze degli
Antichi Quartieri. Questa “antropologica” un po’ Assunta Spina un po’
reginetta dell’hinterland napoletano vive nella magia del luogo che la
abita e dal quale non può mai distaccarsi. Si tratta di una ragazza
“cattolicamente pagana” come gli
anfratti più profondi della sua città.
CASTELLAMMARE
LIBRI IN FIERA
Grande successo di
pubblico per la V edizione
della Fiera del Libro di
Castellammare di Stabia
tenutasi nei giorni 5, 6 e 7
febbraio presso il Liceo
Scientifico F. Severi. La
manifestazione, ideata da
Carmen Matarazzo e
Nellina Basile, in
collaborazione con le
sezioni Anils e Fidapa di
Castellammare, ha
coinvolto insegnanti,
studenti e amanti della
lettura che hanno gremito
l’auditorium del Liceo
(nella foto) nei tre giorni
dell’evento durante i quali
sono stati organizzati
incontri con autori e
Einaudi e tante altre.
Sabato 7 è stato
presentato il romanzo
«Sulla soglia di piccole
porte» di Enza Silvestrini,
autrice tra l’altro, per
Iuppiter Edizioni insieme all’illustratrice
Barbara Baldi - del libro
contro l’omofobia
«Diversi amori».
MICHELE TEMPESTA
LA CANTATA DI
SUPERSUD
presentazioni di libri.
Hanno esposto i propri
volumi le case editrici
Iuppiter Edizioni;
Mondadori; Giammarino
editore; Centoautori;
Albatros; Nuvole
d’Ardesia; De Frede; Lac;
Sarà presentato
domenica 8 marzo, dalle
ore 18,30, presso il
Complesso monumentale
della SS. Annunziata a
Ravello, il libro «Supersud
- Quando eravamo primi»
del giornalista e scrittore
Mimmo Della Corte
(nella foto con il maestro
Amorelli). Nel corso
dell’evento a cui, oltre
all’autore, pateciperanno
i giornalisti ed editori
Max De Francesco
(Iuppiter Edizioni), Pietro
Golia (Controcorrente) e
Gino Giammarino (Il
Brigante), sarà eseguita
«La Cantata di Supersud»,
opera ispirata al testo di
Mimmo Della Corte,
musicata dal maestro
Giancarlo Amorelli ed
eseguita dal tenore
Savero Stornaiuolo,
entrambi del Teatro di
San Carlo di Napoli.
Concluderà la
manifestazione
l’ensemble Musincanto
MARIA NEVE IERVOLINO
del teatro di San Carlo
che - sotto la direzione
del Maestro Amorelli eseguirà musiche della
Scuola Napoletana tra
Cinquecento e
Settecento.
MARIANGELA RANIERI
CHIAIA MAGAZINE •FEBBRAIO/MARZO 2015
(29)
LIBRI&LIBRERIE
LIBRIDINE
Aurora Cacopardo
Novità
Otto autori
in cerca
di produttori
IL PRINCIPE
E IL SICARIO
PRESENTATO NELLA RASSEGNA POETÈ
“ROSSO/NERO PERFETTO”, RACCOLTA
DI SOGGETTI E STORIE NOIR CURATA DA
MAURIZIO FIUME E ANGELO PETRELLA
Ciro Di Costanzo con “Arrivederci Italia!”, Ornella
Otto autori in cerca di produttori...al Chiaja
Esposito con “Fino in fondo”, Mariarosaria
Hotel de Charme. Nell’ambito della rassegna
Figliolia con “Rosso perfetto”, Livia Iannotta con
letteraria Poetè, in quel raffinato salottino che
sarebbe set ideale per un giallo, è stato presentato “Falene e Camorristi” e Valentina Viscione con “In
“Rosso Perfetto/Nero Perfetto” (Iuppiter Edizioni, sessanta secondi”. Con il loro sguardo e il metodo
e l’esperienza di Fiume, i soggetti ci mostrano le
2014), secondo volume della collana “Memento potenzialità di un linguaggio,
scritti dal cinema, per il
quello creativo e cinematografico,
cinema, sul cinema”, che
in continua evoluzione,
raccoglie, in versione double
tecnologica e di idee.
face, i migliori soggetti
L’altra faccia del libro, quella
cinematografici e i migliori
scura, noir, è invece a cura dello
racconti noir dei corsi di
scrittore e giornalista Petrella, che
sceneggiatura e scrittura
con orgoglio tiene vivo uno dei
creativa tenuti rispettivamente
generi letterari più amati e
da Maurizio Fiume ed Angelo
saccheggiati dalle televisioni e dal
Petrella presso la sede di
cinema mondiale curando il
Iuppiter Group, a Napoli, nel
laboratorio “Scrivere il noir”. Gli
2014. Tra un pasticcino e un tè,
autori dei racconti neri sono
insieme a Claudio Finelli,
Mariarosaria Figliolia con “Vietato
patron della kermesse, sono
attraversare la linea gialla”,
intervenuti Fiume, Petrella e
Luciano Sabetti con “Lo
l’editrice Laura Cocozza.
Charmant” e Gianluca Spera con
Il regista, produttore e
“Nel ventre del potere”. Questi si
sceneggiatore napoletano
sviluppano attraverso le mille
Fiume è giunto alla decima
sfumature della realtà, insistendo
edizione del suo laboratorio di
ROSSO/NERO
sui temi, personaggi ed
sceneggiatura “Come si scrive
ambientazioni che ne
un film”, primo nel
PERFETTO
costituiscono la grammatica di
napoletano, tenuto
riferimento. Così, pescando tra le
periodicamente dal 1987 in più
Autori Vari
connotazioni filosofico-esistenziali
sedi sul territorio nazionale.
Iuppiter Edizioni
della condizione dell’animo
Dopo aver scritto e diretto vari
210 pagine
umano e dell’individuo solo
lungometraggi, tra cui E io ti
contro il mondo, in balìa del caos
seguo (2003) ed Isotta (1996), il
e della precarietà, tutte caratteristiche di genere, i
suo ultimo lavoro cinematografico è il
novelli Ellroy intrecciano storie che, come Petrella
documentario “Una Bella Giornata - Luoghi e
avverte in premessa citando Barry Gilford,
miti di Ferito a morte” (2014), dedicato al
semplicemente iniziano male e finiscono peggio.
romanzo di Raffaele La Capria. Gli autori dei sei
soggetti sono Paolo Cipolletta con “Tre mesi”,
IGNAZIO SORIANO
Rifiuti, Campania sveglia!
TERRA DEI FUOCHI: IL LIBRO-INCHIESTA DI AUSIELLO E DEL GAUDIO
È facile, parlando della
Terra dei fuochi, cadere
nei luoghi comuni e nel
sensazionalismo. È
facile alzare la voce
aggirando la verità. Non
è stato facile invece il
lavoro di Gerardo Ausiello e Leandro Del
Gaudio, cronisti del
Mattino che sono riusciti ad affrontare nel libroinchiesta «Dentro la
Terra dei Fuochi», edito
da Skake Up Italia, un
fenomeno di cui si parla
molto e che si conosce
poco: la nascita di questo cancro sotterraneo e
(30)
soprattutto il motivo per
il quale quelli che sapevano hanno preferito
tacere.
La prefazione di Alessandro Barbano rimarca
l’originalità e il senso
dell’inchiesta: “per i
cronisti di razza i fatti
hanno più voce di
qualunque giudizio”.
Lo spettacolarismo di
copertina non deve
ingannare il lettore, il
lavoro d’inchiesta è
tecnico con riferimenti
sia al lavoro dei periti
presso la procura di
Napoli sia di organi non
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
di parte ostacolati dalle
stesse istituzioni. Si
percepisce leggendo i
capitoli la missione di
non fare dimenticare il
“fiume in piena” degli
onesti cittadini che
continuano a chiedere
bonifiche e processi.
Questa rabbia identitaria non mortifica la
popolazione, chiede
giustizia, senza dimenticare che fu il silenzio
dello Stato a partecipare
e insabbiare: “La legge
sulla Terra dei fuochi
non affronta il problema
principale, quello dei
mandanti (spesso grandi blocchi imprenditoriali collusi con i clan)
che continuano a trafficare e sversare rifiuti in
modo clandestino”. Le
foto sono realizzate
dall’agenzia Newfotosud, tra queste la foto
che fece il giro del web:
il bidone di rifiuti tossici
targato “Milano”. Alla
fine del libro inchiesta è
il glossario che racchiude i termini tecnici
rendendo il tutto facilmente fruibile. L’indagine di Ausiello e Del
Gaudio mostra come
dagli anni Novanta ad
oggi, politica e camorra,
lungo l’asse mediano
corrano insieme.
MARIA NEVE IERVOLINO
La situazione storicopolitica dell’Italia nel
lungo periodo che dalla morte del Magnifico
ai primi decenni del
‘600 è la più ricca di trasformazioni politiche e
spirituali che la storia ricordi. È anche quella
che segna la “crisi della
libertà italiana”, cioè
l’inizio di quel lungo
processo di decadenza
alla cui origine sta l’ingresso delle armi straniere in Italia e l’incapacità degli Stati della
Penisola di contrastarli.
In tale arco temporale
si inserisce il bel saggio
di Gigi Monello: «Il
principe e il suo sicario»
(Scepsi&Mattana Edizioni). È uno spaccato
della vita turbinosa e
delittuosa di Cesare
Borgia, “il Valentino” e
dell’assassinio di Astorre Manfredi, signore di
Faenza da parte del suo
sicario Micheletto,
braccio, laccio e primo
uomo del Duca. Il suo
sicario o il suo boia lo
conoscerà allorquando
“rampollo papale” va a
studiare e a far bisboccia a Pisa; non si sa molto di lui salvo che si
chiamava Michele Coreglia - spagnolo - e serviva i Borgia dal 1494,
operoso assassino, capitano di milizie, luogotenente, consigliere e
amico. In Italia, in questi anni, il potere assoluto si identifica con il
Signore. Questa è figura
politicamente e socialmente molto instabile.
Coincide spesso con il
potere personale di un
solo o di una sola famiglia. In questo caso il
professore Monello
tratta di Rodrigo Borgia,
ossia papa Alessandro
VI e delle prodezze del
duca Valentino, uno dei
suoi figli. L’attività politica - come osserva l’autore - tende a rarefarsi
intorno al “Signore”. Le
supreme decisioni ricadono nelle sue mani,
egli è circondato, più
che da veri politici, da
consiglieri e servitori.
Nel caso di Cesare dal
suo sicario. Quando viene cacciato il Signore,
tutti i suoi funzionari lo
sono con lui. La maggior
parte di simili avvenimenti accadono a Venezia, Milano, Firenze.
Cesare, quando il padre
fu eletto papa, col nome
di Alessandro VI, era già
vescovo di Pamplona,
pertanto fu creato arcivescovo di Valenza, cardinale e governatore generale e legato di Orvieto (1492). Scomparso
dalla scena politica il figlio prediletto del papa,
Giovanni - duca di Gandia - probabilmente fatto assassinare da Cesare,
questi ambizioso e risoluto dopo aver deposto
la dignità cardinalizia
(1498), ottenne dal re di
Francia la contea del Valentinois che mutata in
ducato gli diede il nome
di duca Valentino. Sposò
Carlotta d’Albret, sorella del Re di Navarra, con
milizie dategli dal re di
Francia ed altre assoldate con i soldi del papa,
iniziò più che a rivendicare i diritti della Chesa,
a crearsi uno stato per
sé. Impedì al papa l’alleanza con gli Aragonesi
perchè avrebbero intralciato i disegni del re di
Francia - suo alleato.
Riprese la conquista della Romagna, si impossessò del ducato di Urbino e Cameino. Cesare
salvò lo Stato e l’ingrandì con Perugia e Città di
Castello. Meditava progetti di espansione,
quando la morte del padre troncò ogni suo disegno. Fu costretto a
giurare fedeltà al nuovo
Papa, Pio III, che gli lasciò il titolo di Vicario e
Confaloniere di Romagna, ma di diverso avviso sarà Giulio II della Rovere. Cesare venne imprigionato e dovè cedere tutti i suoi possedimenti al papa. Rifugiatosi a Napoli. Venne arrestato per sollecitazione di Giulio II ed inviato
in Spagna. Morirà combattendo al servizio di
suo cognato, il re di Navarra. Saggio interessante questo del professor Monello che tratteggia con maestria la figura di Cesare Borgia. Audace, senza scrupoli, capace di organizzare rapidamente una trama
diplomatica o un governo, ebbe una straordinaria fortuna: fu “sul
punto di diventare re di
un gran pezzo d’Italia lui, principe perfetto
che aveva fatto sognare
un segretario fiorentino
ispirandogli una dottrina olitica”. Il libro è corredato da una ricca bibliografia e incisioni di
GianBattista Piranesi.
LIBRI&LIBRERIE
Montemarano
e la ribellione
del Carnevale
ALDO DE FRANCESCO NEL LIBRO
«FESTABAROCCA» RACCONTA MITI,
RITI E CURIOSITÀ DI UNO DEGLI EVENTI
PIÙ SENTITI E ANTICHI DEL SUD
Nella storia del Regno di Napoli, dalla fine del delle aree interne. Questa festa, nata da un
intreccio di due filoni: quello agrario, di tipica
’600 in su, il Carnevale ebbe una funzione
civiltà italica, sannita, ricca di ritualità come le
compensativa, anche se per pochi giorni
Primavere sacre, le feste
all’anno, per un popolo, spesso
dionisiache e le farse atellane e
vittima di poteri egemonici e
quello di influsso vicereale,
prevaricanti. La festa collettiva,
risalente al periodo dei vicerè,
che da allora cominciò ad
rappresenta una sintesi
essere pubblica, seppur con
ineguagliabile di più culture,
alterne fortune a secondo gli
collaudata da una plurisecolare
umori dei regnanti, continua
tradizione. La sedimentazione
tuttora a caratterizzarsi nelle
di due precise identità, nucleo
forme più varie, parodistiche e
ispirativo e fondante del libro, è
ironiche, verso i personaggi
talmente ricca di storie, di
della politica e dello spettacolo,
personaggi e di vicende, da
presi di mira dalle sfilate
offrirci la vera cifra qualificante
carnevalesche allegoriche.
della fortuna e della popolarità
In una tradizione, che sembra
del carnevale di Montemarano,
crescere di anno in anno e
uno dei più antichi del Sud; il
moltiplicarsi, bisogna però dire
cui popolo festoso, ha saputo
che su tutte le altre, si segnala
sfidare in secoli difficili
un Carnevale irpino, molto
l’arroganza di potere sempre
particolare, raccontato nel
più vigilanti e i rigori di una
recente libro di Aldo De
FESTABAROCCA
Chiesa, allora impegnata nella
Francesco dal titolo:
piena offensiva della
“Festabarocca: il carnevale di
Aldo de Francesco
Controriforma, rivolta a
Montemarano: Popolo,
Iuppiter Edizioni
fronteggiare le mire dell’eresia
caporabballi e vicerè (Iuppiter
120 pagine
luterana, anche nei più piccoli
Edizioni). A differenza dei tanti
borghi. Giustamente Toni
carnevali, di netto e
Iermano, nel suo saggio
inconfondibile influsso
introduttivo al libro, afferma con l’autorità di
vicereale, la specificità di quello
critico prestigioso che “Festabarocca: in una
montemaranese sta in solide e remotissime
sola parola è reazione agli irrigidimenti della
radici culturali, che l’autore, giornalista e
scrittore, originario di questi luoghi e che vive e disciplina civile ed ecclesiastica, così come alle
feste di corte, sempre esclusive e fittizie. Lo
opera a Napoli da molti lustri, coglie e spiega
sberleffo e l’irrisione possono diventare talvolta
grazie a una narrazione trascinante e alla
devastanti armi di trasgressione sociale”.
rigorosa conoscenza, per “par condicio”
sentimentale, delle vicende dell’ ex capitale e
PINO FERMENTO
LA CANOA SPEZZATA E LA METÀ MANCANTE
Un padre va a trovare il figlio a
Londra nella casa che divide, nel
quartiere di Brixton, con un
coinquilino avvocato. Un
dettaglio colpisce il protagonista
durante la sua visita: una canoa
divisa a metà ed utilizzata come
libreria nel salotto
dell’appartamento. L’oggetto
diventa ben presto il filo
conduttore de “La canoa
spezzata” secondo romanzo di
Luigi Romano per Europa
Edizioni. Seguendo le indicazioni
del proprietario di casa, il
genitore del suo coinquilino finirà
sulle tracce della metà mancante
di quella libreria improvvisata, scoprendo una
“storia nella storia” e lasciando il lettore sorpreso
nell’intuire il motivo del drastico “taglio”.
Sfogliando le 209 pagine il lettore conoscerà le
vite di due ragazzi appassionati di
canottaggio, scoprendo i loro
amori, le loro passioni cercando di
riflettere - insieme al narratore sulla metafora che si cela dietro
l’immagine di copertina di un
libro di piacevole lettura che
proietta, fin dal primo capitolo,
nell’atmosfera anglosassone in cui
è ambientato.
Attraverso una scrittura semplice
e lineare che cerca di analizzare
sentimenti e tematiche
complesse, senza però mai
indulgere in retorica o cliché,
l’autore segue i personaggi nella
loro crescita individuale che può
essere vista come la crescita che ogni essere
umano compie attraverso le varie fasi della
propria vita.
ARMANDO YARI SIPORSO
La poesia di Garzya
tra tempo e malinconia
Pubblichiamo in anteprima ampi stralci della
prefazione di Aurora Cacopardo al libro di
poesie “La specchiera” di Giacomo Garzya (M.
D’Auria Editore) in uscita a marzo.
Giacomo Garzya sembra un poeta della
classicità greca, comparso per caso in questo
secolo di crisi umanistica e di valori, e ricorda
la stirpe di poeti pagani che, da un luogo appartato, contemplavano le stagioni, la natura,
gli animali, i fiumi insieme alla dolcezza degli
amori, alla voluttà della carne, alle inquietudini dell’anima e, soprattutto, allo scorrere del
tempo “...su quella linea / che divide il possibile / dall’impossibile, / si demarca la tua voglia /
d’amare una ninfa, / che è lì sulla battigia, / lì
al sole tra l’acqua e la terra / tra l’orizzonte e il
cielo…”. In tutta la raccolta di sessantuno
poesie (più quattro traduzioni in inglese di Jeff
Matthews) circola sovente una riflessione
malinconica ma non sconsolata perché è
innestata nell’albero della vita la cui impronta
è una barca che naviga oltre l’estuario dell’esistenza, per alcuni, per il Nostro oltre i mari del
tempo e dello spazio, come cantava il grande
mistico e poeta spagnolo Giovanni della Croce.
La parola per il poeta è l’incontro tra luogo e
tempo. Il mare è il labirinto ed è la ricerca della
quiete; la navigazione è la metafora della vita
che procede ora su mari tranquilli, ora in
mezzo a tempeste. La malinconia non è mai
una resa, per Garzya, bensì è piuttosto consapevolezza. Il sentimento del tempo che cammina tra le pieghe dei giorni e si fa memoria è
un sentimento che ha attraversato tutto il ‘900,
caratterizzando quelle metafore di straordinaria valenza estetica ed esistenziale. Molte
poesie di Giacomo Garzya sono racconti marini e inni all’amore. Il lettore conoscerà il silenzio dei porti, lo stridio delle rondini e dei gabbiani, le voci dei pescatori, le voci degli amanti,
conoscerà il terribile vento di scirocco, vedrà
tutti i colori del mare: azzurro, blu, verde, nelle
cui acque annegherà i suoi pensieri talvolta
sconsolati. Il lettore godrà anche della limpidezza di un’alba come soffrirà della nebbia che
tutto vela od offusca il cuore. Giacomo Garzya
è come un viandante: si racconta, si dà un
senso in un viaggio che diventa metafora del
tempo. Nella poesia Lo spazio offre l’interpretazione della propria esperienza al di fuori del
tempo e della storia come esperienza assoluta
dell’uomo. Affida, quindi, al suo vissuto biografico un significato che riguarda tutti recuperando una funzione sia alla poesia sia alla sua
figura di uomo dolente: “…e se è vero / che la
memoria / non ossida il tempo / è anche vero
/ che il luogo amato / caro è / a ciascuno di noi
/ e resiste all’oblio”. Nella poesia che dà nome
alla raccolta Una specchiera, tutto sembra
fuggire e scomparire, primo protagonista il
tempo che muta e tutto fa mutare, come se la
storia avesse smarrito il suo ritmo lineare e
continuo. Avvertiamo la divinità nascosta del
tempo, un passo misterioso e uniforme che
spegne tutte le differenze tra il prima e il poi,
tra passato e presente. Ma c’è anche la nitidezza della luce: “quando i campi sono battuti /
dal sole / in un’orgia di luce e di vento / in
un’orgia di vita”. Le ultime tre poesie del libro
di Giacomo Garzya sono dedicate a Vienna, a
Trieste ad alla sua Bora e al mito ed alle figure
del mito che hanno evocato nel poeta tempi
lontani : Saba, Svevo, Joyce, Kafka, Freud,
Musil. Poeti, scrittori che hanno tramandato
un pensare mediterraneo e poeti che sono
rimasti dentro le maglie di una idea di consapevolezza ed il luogo e la memoria sono un
incontro fatale che non solo si percepisce per
un rimando di tempo ma si vive come una
interiorità che diviene esperienza storica.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(31)
IL RACCONTO
La pia
supplica di
Mariapia
DOPO UNA MANGIATA SONTUOSA
NON C’È COSA PEGGIORE CHE
RIMANERE CHIUSI IN ASCENSORE.
CHI SALVERÀ I NOSTRI EROI?
Francesco Iodice
Non esistono i presagi: il destino non
manda araldi. È troppo saggio o crudele
per farlo. (Oscar Wilde)
Long John Silver, il mitico pirata e
bucaniere, assunto come falso cuoco a
bordo de L’Hispaniola ne “L’isola del
tesoro”, scrisse - per mano di Björn
Larsson - il diario della sua avventurosa
vita. Alla stregua del filibustiere con
una sola gamba, anch’io mi accingo a
raccontare - non la mia vita, per carità,
che finora è stata piuttosto normale
(priva di avventure, ma anche di feroci
uccisioni), solo un episodio che rese
più emozionante - e anche più angosciante - il mio, fin qui faticoso, passaggio sulla terra. Ma, andiamo con ordine. Nella mia non breve vita congressuale medica ho girovagato molto e ho
soggiornato in alberghi di ogni genere
e tipo, ma quello di cui ci occuperemo
ora era veramente bello. La più sontuosa e imponente villa di un danaroso
locale era stata trasformata in albergo,
nuovissimo ed architettonicamente
quasi perfetto, circondato da un giardino grande dieci volte il fabbricato e
dove, tra alberi e ulivi, fontanine variopinte emanavano zampilli di acqua che
si versavano in vasche dove navigavano
cestini di rose e orchidee. I colleghi,
assieme alla segreteria organizzativa,
non avrebbero potuto fare di meglio: il
presidente del congresso, gentile ed
euforico, al mio arrivo mi sussurrò in
un orecchio: “È un cinque stelle. Ci
starai da Dio”.
Alla fine del secondo giorno ci fu la
tradizionale, fastosa e curatissima cena
sociale. In questa occasione di solito ci
si sforza di avere l’idea più brillante, di
scegliere (oggi con parola molto in
voga) la “location” più caratteristica,
insomma di organizzare un evento che
resti memorabile, anche con l’aiuto di
iphone, smartphone e tablet che imperversano dappertutto, dandoci una
finta socializzazione, ma in realtà
contribuendo alla nostra solitudine.
Anche stavolta la regola era stata rispettata: la scelta era caduta sulla casa
colonica “Tenuta la Baronessa“, una
volta antica e caratteristica dimora di
proprietari terrieri che producevano
(con l’aiuto di vigoroso bracciantato)
olio e vino; il cortile era immenso
(sembrava quello della pirandelliana
Giara); l’insieme era definito “Il Paradiso fra gli ulivi”. Presentava solo un
“piccolo” inconveniente: si trovava a
novanta chilometri dall’albergo, equivalenti a due ore di viaggio sobbalzante
(32)
in autobus, lungo viottoli circondati da
ulivi con radici millenarie. A complicare il tutto, una serie di disguidi ritardò
la partenza che fantozzianamente
avvenne quasi alle dieci di sera. In
compenso, la cena - incominciata
quasi a mezzanotte - fu splendida;
tutta la ricca cucina regionale ci fu
offerta senza risparmio, né di fatica, né
di denaro, gli organizzatori sorridevano
gongolanti di soddisfazione. Poco dopo
le due, al levar delle mense - altrettanto
fantozzianamente - iniziò il ritorno a
casa. Partecipanti e accompagnatori
erano a dir poco decotti: stanchi mentalmente, fisicamente e con l’aggravante della replezione gastroenterica. Mi
venne in mente l’aneddoto del grande
giornalista Mario Stefanile, critico
letterario e gastronomico de Il Mattino,
secondo cui Mussolini in Sicilia aveva
fatto costruire le case per i minatori a
quattro ore di viaggio dalla miniera per
cui il minatore partiva di casa alle
quattro del mattino e tornava a mezzanotte, chiedendosi: “Nelle quattro ore
che mi restano cosa posso fare: mangiare, dormire o ottemperare agli
obblighi coniugali?”. Durante l’ondeggiante percorso nella campagna, tutti
dormivano tranne la piissima moglie
dell’amico Michele, la cara Mariapia,
che, da buona astemia, era vispa e
loquace: “Ho come un presagio, speriamo che l’autista non si addormenti e
che tutto vada bene”. Tutto andò bene,
giungemmo nel parco dell’albergo alle
tre e cinque minuti! Scesi dal bus
barcollando e, rischiando di precipitare
lungo gli alti scalini, mi portai assieme
agli altri penosamente alla porta dell’ascensore, bofonchiando che i primi
due piani sarebbero stati raggiunti a
piedi, gli altri con l’ascensore. Avendo
la camera al quarto piano rimasi fermo
davanti alla porta, mentre la mia gentile signora - sempre attenta al suo pesoforma - salì per le scale invitandomi
inutilmente a seguirla.
Nel vano chiuso che saliva eravamo in
sette, ognuno probabilmente pensava
al suo programma notturno e a quello
che avrebbe fatto tra pochi secondi, ma
l’uomo propone… Improvvisamente
avemmo un sobbalzo e la cabina si
arrestò. Il più rapido premette l’allar-
Si chiama «Più librerie e meno pensiero fritto», la campagna di sensibilizzazione alla lettura e alla difesa dei centri culturali che Iuppiter
Edizioni ha lanciato in questi mesi. L’iniziativa prevede video virali per
la promozione del libro, adesivi «di pensiero» distribuiti nei luoghi di
aggregazione, incontri sull’evoluzione dell’editoria e un docufilm dal titolo «La rivolta dei libri».
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
me, il più pauroso cominciò a strillare:”Aiuto, aiuto! Liberateci!”. Solo
Mariapia aveva il solito volto serafico
con su stampato un innaturale sorriso:
”State calmi, tra poco tutto sarà finito
perché ora faccio una supplica a Padre
Pio e Lui ci esaudirà “. Detto fatto tirò
fuori dalla borsa un velo (che aveva
sempre a portata di mano per ogni
chiesa o luogo sacro che incontrasse),
se lo mise in testa, si girò verso una
parete e cominciò a sussurrare preghiere. Un collega quasi piangeva
perché, essendo affetto da disturbi
cardiaci , doveva prendere dei farmaci
che aveva dimenticato di portare al
ristorante. Intanto da fuori ci esortavano a stare tranquilli perché il portiere di
notte stava cercando le chiavi per farci
uscire. Trascorse un angoscioso quarto
d’ora senza risultato, poi qualcuno
gridò dall’esterno che il portiere era
alla sua prima notte di servizio e non
sapeva dove fossero le chiavi, ma
prima o poi le avrebbero trovate. I
“prigionieri”, attanagliati dalla paura,
tacevano, cercavano di darsi un contegno dignitoso, ma erano tutti tesi con
gli occhi sbarrati; pensai maliziosamente che forse qualcuno di loro aveva
- come me - impellenze organiche. Mi
ricordai degli esercizi suggeritimi
dall’amico urologo Raffaele Ranavolo e
cominciai a contrarre i muscoli perineali allo scopo di trattenere tutto, il
più possibile. Intanto, se n’era andato
un altro quarto d’ora, ma Mariapia
imperterrita, continuando le sue
implorazioni al santo, disse:” Coraggio,
fra poco Lui ci farà uscire”. Si sentivano
grida al di fuori:” Finalmente, i pompieri stanno arrivando! Tenete duro!”.
Tenemmo duro, ma un giovane collega, cominciò a sbuffare:” Mamma mia,
sono quasi le quattro e alle sette ho la
breakfast-session. Cosa andrò a…..”,
ma fu interrotto da un frastuono metallico e da tanti altri rumori. Erano i
vigili del fuoco che finalmente stavano
svellendo qualche porta per ridarci la
sudatissima libertà. Passarono ancora
alcuni interminabili minuti, poi finalmente, arrivati al piano, la porta si aprì
e tutti e sette, senza nemmeno accorgercene, ci trovammo nel corridoio.
Mariapia gridava: “È stato Lui, finalmente ci ha fatto la grazia!”. “No”
obiettò il marito “sono stati i pompieri”. Abbracci, baci, offerte di soccorso,
molti porgevano bicchieri con acqua
minerale, ignorando che l’acqua non
avevamo bisogno di ingurgitarla, ma...
Eppure, stranamente - una volta libero
- non sentii più alcuno stimolo: evidentemente, il poter disporre delle mie
azioni e del mio tempo riduceva notevolmente la percezione e la conduzione delle vie nervose. Erano ormai le
quattro e dieci, già cominciava ad
albeggiare. Mia moglie Ines mi guardò
storta e sentenziò: “Te l’avevo detto di
salire a piedi!”. Dopo una settimana,
mi arrivò una raccomandata con
ricevuta di ritorno della direzione
dell’albergo che si scusava dell’angoscioso contrattempo e offriva un fine
settimana gratis per due nella suite
panoramica all’ultimo piano, con roofgarden a disposizione. Risposi: “ Gentilissimi signori, accetto, ma la suite deve
stare a piano terra!”.
(con la collaborazione
di Francesca Pia Manna)
SOCIETÀ&COSTUME
Marianna,
la scugnizza
del teatro
Livia Iannotta
Spontanea, solare, mediterranea. La grinta gliela leggi
negli occhi. Anche se non li
vedi perché la voce ti arriva
filtrata da un telefono per
un’intervista di venti minuti a
distanza. Attrice, cantante,
Marianna Mercurio ha esordito da protagonista nel recital
“C’era una volta… Scugnizzi”,
per poi misurarsi accanto a
nomi noti della platea teatrale.
Un’artista a tutto tondo,
cresciuta nei vicoli del ventre
di Napoli e approdata in poco
tempo ai grandi palcoscenici.
Dal 19 febbraio al 15 marzo
torna in scena al teatro Bellini
con “Dignità autonome di
prostituzione” (regia di Luciano Melchionna) nei panni
della Malafemmena. «Pièce
originale – racconta l’attrice –
perché risalta la fragilità di
Filumena celata dietro l’apparente donna di pietra presentata da Eduardo».
Ma torniamo indietro, agli
inizi. Come ti sei accostata
alla recitazione?
«Facevo parte del coro della
Gioventù francescana. In
quegli anni un regista mi notò
e mi invitò a partecipare ad
uno spettacolo con una compagnia minore. Da lì mi consigliarono di fare il provino per
il musical “Scugnizzi”. Fui
presa e parallelamente iniziai
una serie di spettacoli in cui
alternavo canto e recitazione,
tra cui: “Masaniello” con la
regia di Tato Russo e “Festa di
Piedigrotta” di Lello Mascia
con musiche di Eugenio
Bennato, in cui avevo il ruolo
di cantante solista».
E infatti nelle tue vene scorre
anche la musica…
«Amo la musica, ma sul palcoscenico. Non mi sono mai
immaginata che so, a Sanremo. Per me vedo un futuro da
cantante-attrice che mette su i
suoi spettacoli. Mi dedico
anche alla scrittura di recital».
Hai lavorato con Luigi De
Filippo in “Cani e gatti”, con
Sal Da Vinci in “Napoli chi
resta chi parte”. Cosa ti
hanno lasciato questi artisti?
«Nello spettacolo con Sal Da
Vinci interpretavo quattro
ruoli differenti. È stato soprattutto un insegnamento musicale. Lui non è mai giù di
corda e mi ha “addestrata” ad
essere sempre pronta. Con De
Filippo invece ho lavorato per
cinque anni, girando i teatri
più importanti d’Italia (Della
Pergola a Firenze, Argentina a
Roma) con diversi spettacoli
(“L’avaro”, “La fortuna con la
effe maiuscola”). De Filippo
mi ha dato modo di farmi una
cultura teatrale, trasmettendomi nozioni sul teatro storico e consigliandomi libri da
studiare di Molière, Checov...».
Marianna Mercurio
(nella foto), attricecantante, ha
debuttato nel
musical “C’era una
volta...Scugnizzi”.
Ha lavorato con
Luigi De Filippo in
“Cani e gatti” e con
Sal Da Vinci in
“Napoli chi resta
chi parte”.
Hai avuto esperienze anche
nel cinema…
«Ho iniziato con ruoli in “Un
posto al sole” e “La squadra”,
ho girato anche una fiction
con Bud Spencer, “I delitti del
cuoco”. Recentemente ho
recitato in “Perez” di Edoardo
de Angelis e “Due euro l’ora”
di Andrea D’Ambrosio. Sul
teatro mi sento più ferrata,
viste le numerose esperienze.
Ma amo anche il cinema, lo
sento più vicino a me rispetto
alle fiction televisive. Più di
una volta mi hanno detto che
ho un volto e una voce adatti
al grande schermo. Io spero di
continuare ad alternare cinema a spettacoli musicali. E un
domani, chissà, lavorare al
fianco di registi come Almodóvar, Ozpetek, Pupi Avati,
Tornatore e Stefano Incerti».
Se dovessi definire il teatro
nella tua vita?
«È stato una salvezza. Sono
ultima di dieci figli, ma nonostante le difficoltà, dai vicoli
sono diventata una “scugnizza acculturata”. Un bell’esempio per i giovani del quartiere.
Infatti a Marano, dove vivo,
giro spesso per le scuole e
sono direttrice artistica di un
corso di recitazione per bambini. Penso anche che il teatro
allunghi la vita: in scena vivi
due volte. Reciti ma non fingi.
Se non sei vera il pubblico ti
smaschera subito».
AWplus, arte e cultura a Pomigliano
Una factory di eventi,
vernissage, incontri culturali.
AWplus, inaugurato il 19
dicembre scorso in via Alba a
Pomigliano d’Arco, si presenta
al pubblico come un contenitore di arte e creatività. Quale
luogo migliore per discutere di
un libro che proprio nelle idee
ha il suo fulcro? Si è tenuta nel
pomeriggio del 29 gennaio
2015 la presentazione del
volume «Con le zampe di
elefante» di Silvio Fabris
(Iuppiter Edizioni), una guida
alla pubblicità tra aneddoti,
curiosità ed un pizzico d’ironia. Con l’autore, in quello che
si è rivelato uno scambio di
visioni e opinioni, si è interfacciato Pino Grimaldi, docente
di design all’Accademia Belle
Arti di Napoli. A introdurre
l’incontro, e a fare gli onori di
casa con un aperitivo chic,
Simona Sanseverino, tra i
fondatori di AWplus. (l.i.)
Frutti del lavoro, ad aprile
la «prima» con Decaro
Sarà presentato ad aprile
il cortometraggio “I frutti del
lavoro”, l’opera targata
Iuppiter Movie del regista e
sceneggiatore salernitano
Andrea D’Ambrosio, già
autore di documentari di
denuncia tra cui Biùtiful
Cauntri. Il tour promozionale avrà come prime tappe
Vibonati, Salerno e Napoli.
Protagonista della storia è
Carlo, insegnante tornato al
proprio paese per lavorare
in una scuola elementare,
che si affezionerà al piccolo
Dario, vivace e sensibile
bambino al cui padre accade
un grave incidente sul lavoro.
Nel ruolo del protagonista
Enzo Decaro (nella foto), il
famoso attore porticese con
una carriera spesa tra cinema, teatro e televisione,
mentre la vera novità del
corto è l’esordio cinematografico nel ruolo di Dario del
napoletano Gabriele
D’Aquino, che a nove anni
può vantarne già quattro di
esperienza in teatro oltre ad
una partecipazione al Napoli
Teatro Festival. Un cast di
qualità dal quale citiamo gli
attori Alberto Franco, Umberto Iervolino ed Eva
Immediato. Prodotta dalla
società Iuppiter Group che,
dopo il campo dell’editoria e
della comunicazione, esordisce in quello cinematografico con il marchio Iuppiter
Movie, l’opera si pone un
doppio fine: quello di sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sul delicato
tema delle morti bianche e
della sicurezza sul lavoro ma
anche di mostrare le bellezze
e i tesori del Golfo di Policastro. Avvalendosi del sostegno dell’INAIL e dell’Università di Salerno, dei contributi
del Parco Nazionale del
Cilento, Vallo di Diano e
Alburni, della Banca di
Credito Cooperativo del
Cilento e Lucania Sud, della
Consac Gestioni Idriche, e
del patrocinio del Comune di
Vibonati, la produzione, che
ha già in cantiere un docufilm sui beni confiscati, e il
regista D’Ambrosio, che ha
da poco terminato le riprese
del film “Due euro l’ora”,
hanno scelto come location
il borgo salernitano di Vibonati sia per l’innato “talento”
paesaggistico sia per le
caratteristiche di un territorio che è stato set ideale per
la riprese. E, grazie all’interessamento di enti pubblici e
a sinergie con associazioni e
centri di aggregazione, il
cortometraggio avrà un
respiro nazionale con la
partecipazione a festival
dedicati a tematiche sociali,
con l’obiettivo di promuovere il lavoro sicuro, per goderne i frutti.
IGNAZIO SORIANO
CHIAIA MAGAZINE •FEBBRAIO/MARZO 2015 (33)
MODE&MOVIDA
NIGHT STORM
Fabio Tempesta
DI MEGLIO,
ED È SUBITO
SOUND
Nelle notti della
movida partenopea è
anche conosciuto
come Swared. Lino Di
Meglio, napoletano
classe 1972, segno
della Vergine, ha la
passione per la musica
che gli scorre nel
sangue da sempre.
Inizia la sua carriera,
come spesso accade,
organizzando feste
insieme agli amici e
da lì, grazie a talento e
tenacia, approda con
il suo sound in alcuni
dei club più
importanti di Napoli,
tra cui My way,
Capoverede, Punto
Blanco.
Dopo aver lavorato
per sei mesi come dj
in Spagna, nel 1992
torna in Italia, entra a
far parte degli Angels
of Love, con cui
suonerà per 14 anni, e
si esibisce con i
migliori dj's del
mondo. Tra questi:
Murk, Danny Tenaglia,
Frankie Knuckles,
Justin Berkmann,
David Morales, Little
Louie Vega. E italiani:
Ralf, Alex Neri,
Massimino Lippoli,
Ivan Iacobucci, Ricky
Montanari, Claudio Di
Rocco.
Nel 1998 forma il
gruppo Club House,
che in breve tempo
conquista notevole
successo. È nel 2000
che esce il suo primo
album, intitolato
"Experience HC", per
l'etichetta Test
Pressing, che gli dà
anche la possibilità di
remixare alcuni brani,
come Many time di
Gadjo, rilasciato da
Oxyd Records.
Contemporaneamente
continua a produrre
suoi brani con varie
etichette e a girare i
migliori locali italiani
e stranieri.
Ma Lino è anche un
produttore. E nel 2014
fonda una sua
etichetta: la House
Club Records. Oggi
collabora con molti
grandi artisti,
continua la sua
professione con la
passione che lo
contraddistingue da
sempre ed è un felice
papà. Se gli chiedi,
infatti, cosa ama di
più nella sua vita, sul
podio, al primo posto,
piazza i figli. Cosa
odia invece? La falsità,
l’ipocrisia, la
superficialità.
Bella gente
I favolosi 40 anni
di Andrea Bachrach
Il 16 gennaio scorso Andrea Bachrach,
Amministratore Delegato della S.T.I. Srl ed ExPresidente del Gruppo Giovani Imprenditori
dell'Unione degli Industriali di Napoli, ha
festeggiato i suoi primi 40 anni. Per il
raggiungimento di un traguardo così
importante Bachrach ha organizzato un
esclusivo party al Teatro Posillipo per amici e
colleghi che si sono concessi un bel momento di
divertimento tra piatti prelibati e dance music.
A mezzanotte, tra baci e abbracci, lo
spegnimento delle candeline per l'inizio di una
seconda giovinezza, affiancato dalla compagna
Chiara Romano e circondato dal calore dei suoi
amici più cari. Tra gli invitati l'attuale Presidente
GGI Napoli Susanna Moccia, il Vice Presidente
Nazionale Vincenzo Caputo, il Presidente dei
Giovani Costruttori Antonio Giustino; gli
imprenditori Claudio Agrelli, Guglielmo La
Regina, Sergio Iavarone, Marco Scherillo, Diego
De Luca, Gioia De Simone, Marco Montefusco;
gli amici del basket Francesco Notaro, Michele
Tempesta, Mauro Buongiovanni; nonché Renato
Galli, Floriana Fabbrini, Tommasina D'Onofrio,
Gianluca Battaglia e Piergiorgio De Geronimo.
di Tommy Totaro
BLES
creazioni più gustose e
rinomate: stella, canotto,
girandola e racchetta che si
differenziano tra loro per il
numero dei gusti “a
piacere”.
«E tutto gira come gira il
mondo che poi non gira se
non giri tu, bisogna sempre
andare fino in fondo, si sì
buon we wagliò». Duemila
visualizzazioni in pochissimi
giorni su Youtube. Risulta
essere la Hit della prossima
estate. Il nuovo brano
“Come gira il mondo”
cantato da Bles (nella foto).
(34)
DOMENICO
AURIEMMA
STEFANIA
DE FRANCESCO
GIOVANNI
MATARESE
Diffidate dalle tante
imitazioni, il vero inventore
della pizza a stella è
Giovanni Matarese che si
protagonista femminile del
musical “Stelle a Metà”.
destreggia tra il Bob E Claire
di Arcofelice e i Giardini di
Marilù a Pozzuoli. Tra le sue
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
Difficile classificare
Stefania De Francesco
(nella foto), attrice di teatro,
cinema e soprattutto tv
nella soap Un posto al sole.
Con un curriculum
altrettanto eclettico: dal
“ritratto di un divo”,
musical con Massimo
Ranieri a “C’era una volta
Scugnizzi” di Claudio
Mattone, fino alla recente
partecipazione come
È inventore dell’occhiale DStyle, quello più amato dai
vip s’intende, che tra non
molto sbarcherà a Dubai
per un evento Made in Italy
di cui sarà protagonista.
Con passione, dedizione e
tenacia il buon Domenico,
realizza i suoi occhiali in
celluloide, personalizzabili
e completamente a mano.
Sono impossibili da
riprodurre.
TEATRI
SGUARDI LONTANI
Francesco Iodice
GLI SPETTACOLI DA NON PERDERE
DaWagner
aTornatore
Al Teatro Bellini, dal
17 al 22 marzo, sarà
in scena «Una pura
formalità», spettacolo
tratto dal film
omonimo del 1994 del
regista Giuseppe
Tornatore (nella foto).
Al Sannazzaro,
invece, dal 6 marzo si
potrà assistere a «Il
berretto a sonagli», il
capolavoro
pirandelliano
riportato sul
palcoscenico del
teatro di Chiaia da
Luigi De Filippo.
Teresa Mori
A Napoli il teatro va in
scena con la “T” maiuscola
in tutte le sue variopinte
forme. Grandi produzioni,
piccole realtà, pezzi di repertorio e pièce sperimentali. Un po’ di tutto per accontentare davvero tutti. Nella
terra dell'umorismo amaro,
della teatralità cromosomica, la messa in scena è a 360
gradi. Prosa, lirica, balletto,
concerti, sperimentazione e
umorismo. L’umorismo
amaro. Uno dei tratti che
contraddistingue il napoletano, ovunque. È la parte
pungente della comicità. Di
quella comicità che fa anche
riflettere, non solo divertire.
Quella amarezza su cui i De
Filippo hanno fatto scuola.
Un teatro che serve alla
società, che lotta contro
l'ignoranza, che punta al
recupero dei sentimenti
autentici, che riesce a scavare nell’animo umano.
Iniziamo col nostro Massimo, il Teatro di San Carlo, il
lirico più vecchio d'Europa
ed uno dei teatri più belli
del mondo: dal 22 febbraio
al 5 marzo ritorna Tristan
und Isolde di Wagner, nel-
l’allestimento vincitore del
premio Abbiati 2005.
Dal 21 marzo al primo aprile
sarà invece in scena la Turandot di Puccini, per la
regia di Roberto De Simone,
le scene del sancarliano
Nicola Rubertelli (direttore
degli allestimenti scenici), i
costumi della grande Odette
Nicoletti, e la direzione di
Juraj Valčuha che si alternerà con il giovane Maurizio
Agostini. La stagione sinfonica vede invece due grandi
occasioni d’ascolto: venerdi
27 febbraio e domenica 1
marzo, Zubin Mehta e Lioba
Braun. In programma la
Sinfonia n.3, in re minore di
Gustav Mahler.
Il 7 e l’8 marzo torna, a
grande richiesta, il virtuoso
del violino David Garret.
Dirige l’orchestra del San
Carlo il texano John Axelrod.
Passiamo al Mercadante:
dal 25 febbraio al 15 marzo
continua la parabola cecoviana iniziata durante lo
scorso Napoli Teatro Festival
con Tre sorelle, per la regia
di Claudio Di Palma.
La produzione è interamente del Teatro Stabile di Napoli. Passiamo al San Ferdinando, sala di pertinenza
GUAI A CHI TOCCA LE
OPERE DI EDUARDO
Il viso scarnito e malinconico, la
voce afona e velata dovuta agli
abiti umidi indossati nei primi
camerini teatrali scavati nella
roccia, la sottile ironia e la franca
umanità di Eduardo De Filippo – il
più grande attore del teatro italiano del ‘900 – salutavano per sempre il pubblico il 31 ottobre 1984.
Oggi ha ancora un senso ricordare
aneddoti sulla vita e sul pensiero
del grande drammaturgo, su cui
tutti pretendono di sapere tutto?
Diremmo proprio di sì, specialmente se quello che si racconta su
di lui è poco noto al grande pubblico, per cui gli dedichiamo
questo “Sguardo”. La sua creatività umoristica fu evidenziata da
Carlo Giuffrè – che fu uno degli
attori giovani della compagnia –
quando ci raccontò che spesso lo
andava a prendere a casa sua per
accompagnarlo alle prove in
teatro; erano tempi magri, Eduardo era all’inizio della carriera e
anche per lui non c’era da scialare
tanto. Una mattina, entrato nell’appartamento, Giuffrè trovò
Eduardo che cercava di scegliere
nell’armadio l’abito adatto, ma era
perplesso su cosa indossare perchè erano tutti vecchi e sgualciti.
Eduardo guardò Giuffrè e poi, con
finta indifferenza, esclamò: “Carlo,
sai che c’è di nuovo? Oggi mi
voglio vestire un po’ trasandato!”.
La sua proverbiale, diciamo così,
parsimonia viene fuori anche
dalle parole della giovane comparsa, mio vicino di casa. Un giorno
del Teatro Stabile, leggermente decentrata, ma forte
di una programmazione
saldamente ancorata al
repertorio partenopeo.
Dal 24 febbraio al primo
marzo, ritorna Circo equestre Squeglia, testo e musiche originali di Raffaele
Viviani, regia Alfredo Arias.
Le meravigliose scene sono
di Sergio Tramonti, i costumi di Maurizio Millenotti, il
disegno luci di Pasquale
Mari, gli arrangiamenti
musicali di Pasquale Catalano e le coreografie di Luigi
Neri.
Dal 10 al 15 marzo si continua col teatro di De Filippo
con Dolore sotto chiave per
la regia di Francesco Saponaro. Arriviamo poi alla
piccola sala del Ridotto che
porta in scena una rassegna
dedicata alle opere di Peppino Patroni Griffi. La Notte
blu del tram (dal 5 al 14
marzo, per la regia di Pino
Carbone, chiuderà il ciclo
Storie naturali e strafottenti.
Passiamo ad una realtà
piccola ma molto interessante, che da quarant’anni
resiste e dà spazio a diverse
forme d’arte. Il Sancarluccio, lo storico teatro in via
lo incontrai per le scale mentre
parlava tra sé e sé; mi guardò e
sbuffando confessò: “Sono appena venuto da Firenze dove abbiamo recitato al Teatro della Pergola
in Ditegli sempre sì. Nientemeno
Eduardo sai quanto ha dato di
paga alle comparse? La bellezza di
1500 lire al giorno per viaggio,
vitto e alloggio. Se non era papà
che mi dava i soldi…” (e meno
male che il ragazzo era figlio di un
ricco commerciante di piazza
Mercato!). Infine, il genio di
Eduardo rifulse nel Corso di
drammaturgia teatrale che tenne
a Roma nel 1981. Uno degli studenti partecipanti alla selezione
riferì che le parole del grande
artista rimasero impresse nella
mente degli aspiranti attori. “Forse tra voi c’è un solo drammaturgo
o nessuno, perché non ne nascono molti in un secolo, ma se il
teatro vi appassiona c’è posto per
voi come comparse, attori, costumisti, attrezzisti, trovarobe.
E, ancora: “Quando mio padre
intuì le mie doti letterarie, mi
consigliò di leggere tutto Shakespeare e di frequentare per un
anno l’aula di un tribunale. Lo feci
e per questo motivo i miei personaggi sono descritti come se li
avessi visti nella realtà. Non sopporto però chi smonta le commedie, maledico fino alla settima
generazione chi oserà cambiare
una virgola di una mia commedia”. Siamo ora preoccupati per il
regista Latella che ha fatto comparire addirittura un parricidio nel
corso di Natale in casa Cupiello
andato in scena a Roma al teatro
Argentina nello scorso dicembre.
San Pasquale a Chiaia vede
in scena dal 22 febbraio al 1
marzo Anna Pavignano in
Da domani mi alzo tardi.
Abbiamo poi il Sannazzaro
che in primavera ospiterà
un vero evento artistico:
Luigi De Filippo ha infatti
voluto riportare su questo
glorioso palcoscenico
un’opera frutto dell’impegno di Pirandello e di De
Filippo. Dal 6 marzo si potrà
assistere a Il berretto a sonagli, capolavoro dell’autore
siciliano. Dal 27 febbraio
andrà in scena ancora Gino
Rivieccio in Io e Napoli,
mentre dal 13 marzo Simone Schettino sarà protagonista di Se tocco il fondo sfondo. Passiamo alla sala del
Teatro Bellini che da sempre ospita le più eterogenee
forme di rappresentazione.
Dalla danza sperimentale
alla classica prosa fino ad
arrivare al teatro defilippiano della tradizione. Dal 19
febbraio al 15 marzo torna
Dignità autonome di prostituzione dopo l’enorme
successo delle due passate
stagioni. DAdP è la "Casa
chiusa" dell'Arte, dove gli
attori – come prostitute –
sono alla mercé dello spet-
tatore. Rigorosamente in
vestaglia o giacca da camera, adescano e si lasciano
abbordare dai clienti/spettatori che, muniti di “dollarini”, il denaro locale acquisito con il biglietto d'ingresso, – contrattano il prezzo
delle singole prestazioni.
Questo format è stato ideato
e riadattato da Luciano
Melchionna. Dal 17 al 22
marzo sarà invece in scena
Una pura formalità, dal film
di Giuseppe Tornatore uscito nelle sale nel 1994. Una
lunga misteriosa storia in
cui un uomo aiuta un altro
uomo a cercare di capire
quel viaggio a volte stupendo e a volte terribile che è la
vita. Per finire, dal 24 al 29
marzo, troviamo Orchidee,
scritto e diretto da Pippo
Del Bono. Chiudiamo con la
vivace sala di via Luca Giordano: al Teatro Diana è già
in scena dal 4 febbraio (e lo
sarà fino al 15 marzo) lo
spettacolo scritto e diretto
da Vincenzo Salemme, Sogni
e Bisogni. Da lunedì 16
marzo avremo invece Beppe
Severgnini, in La vita è un
viaggio. La piece sarà accompagnata dalle musiche
di Elisabetta Spada.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
(35)
LAPILLI
Terni&Favole. In città c’è grande attesa per la
venuta di Papa Francesco. Alla tabaccheria Postiglione di Largo Ferrandina a Chiaia, è l’argomento
di punta che scalza tutti gli altri. C’è chi crede che
sia una “visita” di grande importanza per risollevare le sorti della città, c’è chi, invece, disincantato
e sfiduciato, è convinto che sia un tour spiritualmente rispettabile ma purtroppo inutile. Intanto,
però, nel bla bla quotidiano e nella confusione
della mattina, Alberto Postiglione, dalla sua postazione inondata di gratta&vinci e proposte di numeri vincenti, lancia nella mischia la sua combinazione “pontificia” per tentare di sbancare il
lotto: «I numeri del Papa sono questi: 21 (il giorno
in cui verrà a Napoli), 73 (il papa), 90 (il popolo).
Terno da giocare sulle ruote di Napoli, Roma e
Milano, almeno per 9 estrazioni. A questo terno
abbinerei anche i seguenti numeri: 84 (la chiesa) e
33 (i santi e gli anni di Cristo)». Mentre continua la
discussione sul percorso che il Santo Padre farà il
giorno 21 marzo, Postiglione, sgranando i suoi
occhi chiari, propone un altro filotto di speranza:
«Consiglio, poi, di puntare sul terno pasquale: 5
(la domenica di Pasqua), 21 (la primavera), 81 (i
fiori, la rinascita). Terno da giocare su tutte le
ruote e su Napoli almeno per 10 estrazioni».
Wine&Thecity, ebbrezza al potere
SI TERRÀ A NAPOLI, DAL 6 AL 20 MAGGIO, LA
RASSEGNA ITINERANTE DEDICATA AL BUON BERE
Armando Yari Siporso
Torna a Napoli dal 6 al
20 Maggio Wine&Thecity
il fuori salone del vino
nato nel 2008 e diventato,
negli anni, la più originale
e vivace rassegna di
creatività urbana. Giunta
quest’anno alla sua ottava
edizione, la rassegna, con
lo slogan “Vivi l’#ebbrezza di Napoli, la città più
irrazionale che esiste”,
rientra nel calendario
degli eventi speciali di
NAPOLIperEXPO’.
Nei 15 giorni, di “eventi
OFF” e “circuito on the
road” saranno coinvolti
vari luoghi della città: dal
sottosuolo al mare, dalle
vigne metropolitane alle
vie dello shopping. Parteciperanno palazzi storici
e sedi museali, case private, atelier d’artisti, alberghi, negozi e gallerie
d’arte e design, ristoranti
e pizzerie. Particolarmente ricca l’offerta culturale
tra performance artistiche, flash mob, teatro,
itinerari urbani, degustazioni itineranti. Diverse
competenze, eccellenze,
espressioni artistiche, si
metterano in gioco con
un insieme di linguaggi.
Wine&Thecity nasce da
un’idea di Donatella
Bernabò Silorata e vede
all’opera un team tutto al
femminile. È una festa
mobile, un evento diffuso
e in movimento, una
rassegna di creatività
urbana che si reinventa
ogni anno. È un’azione
collettiva che mette in
rete menti creative e in
moto la città di Napoli.
Azioni di arte pubblica,
vernissage, performance,
aperitivi, cene e degustazioni in case private,
teatro in spazi non convenzionali, itinerari urbani insoliti, mostre di
fotografia e di design,
happening musicali
invadono e animano la
città per quindici giorni
nel mese di maggio.
Contaminazione, nomadismo, convivialità nutro-
no la rassegna che vanta il
patrocinio del Comune di
Napoli. E proprio al conceto di contaminazione è
ispirato logo dell’edizione 2015 - disegnato da
Marialuisa Firpo che ha
spiegato il suo perorso
creativo: “Ho paragonato
ogni ambito della rassegna ad un insieme matematico, ogni tema ha così
una propria individualità,
ma anche zone in comune con gli altri, punti di
contatto, in cui gli elementi si mischiano e si
contaminano. Ogni insieme è rappresentato da un
cerchio, emblema del
movimento, perché
Wine&Thecity è da sempre una manifestazione
in movimento.
Santanelli: «Napoli? Città disperata e surreale»
Nel 1943 una nave carica di esplosivo
salta in aria nel porto di Napoli, sbriciolando i vetri delle case. Si rimedia al
danno come si può, ci si arma di fantasia in qualche caso. Un medico usa radiografie come rattoppi. Alla luce del
sole, suo figlio, un bimbo di quattro anni, vede la casa popolarsi di teschi, casse toraciche e tibie. Quell’ometto era
Manlio Santanelli (nella foto), autore
teatrale, napoletano, classe 1938. E questo è l’episodio che apre la biografia sulla sua pagina web. Scenetta calzante per
una pièce da palcoscenico o lo spezzone di un film. C’è il dramma, e anche
una punta di assurdo. «È la spina dorsale
della mia drammaturgia - racconta Santanelli - la bussola della mia scrittura.
Anche quando parlo di Napoli, non posso che muovermi sul filo del paradosso».
Partiamo dagli ultimi progetti...
«Sta girando nei teatri la mia commedia
“Regina madre”, che a Milano sta riscuotendo un grande successo. Il mio
teatro lo riassumerei in quest’opera, che
ha percorso tutto il mondo, tradotta in
21 lingue e che sta avendo nuova vita in
Italia, dopo 35 anni, con Antonello Avallone e Milena Vukotic. Poi a breve, nei
primi di marzo, uscirà un libro di rac-
(36)
conti intitolato “Religiose, militari e piedi difficili”. Era l’insegna di un ciabattino del centro storico di Napoli che faceva le scarpe alle monache, ai militari
e ai piedi irregolari. Il titolo riassume la
marginalità, l’eccezionalità dei miei racconti. Storie politicamente scorrette, casi limiti, ossessioni, paradossi».
Il suo debutto nel teatro è stato “Uscita d’emergenza”, nel 1980. Fino ad allora lavorava alla Rai di Napoli. Come
mai questo cambio di rotta?
«Alla Rai, in cui mi ero ritagliato il ruolo di assistente alla prosa, sotto ai miei
occhi è passato quasi tutto il teatro della seconda metà del Novecento. Ho visto i lavori dei registi e sceneggiatori che
hanno fatto la storia della televisione.
Quando ho ritenuto di essere preparato e di possedere un’esperienza solida
ho cominciato a scrivere».
Ma come si scrive il buon teatro?
«C’è bisogno di una lunga esperienza
di lettura. La peculiarità è ideare storie
che non siano legate alla cronaca immediata, altrimenti si esauriscono presto travolte da eventi nuovi. Quando si
scrive una commedia bisogna trovare
un nodo drammaturgico che abbia una
valenza nel tempo, cercare nella realtà
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015
una situazione che funge da archetipo.
Ad esempio rapporti madre-figlio, fratello-sorella, padrone-sottomesso, che
si mantengono pressoché immutati».
Nelle sue opere cerca sempre di scavare nell’animo umano. Se dovesse farlo
nell’uomo medio di oggi?
«C’è un rischio nella scrittura: quello di
cadere sempre nella stessa poetica. Io
cerco di percorrere nuove strade, tentando di afferrare la realtà che muta
continuamente sotto ai miei occhi. La
scrittura è un po’ come una corsa a ostacoli, devi essere in grado di stare al passo, di cogliere le evoluzioni. Nell’uomo
medio di oggi sicuramente ritroverei
esasperate certe situazioni che trent’anni fa erano soltanto all’origine».
Se le chiedessero di scrivere un programma culturale per Napoli su cosa
punterebbe?
«Per Napoli ho scritto diversi lavori. Uno
di questi, “Per oggi non si cade”, è balzato anche alle cronache giornalistiche
perché riguardava il problema dello
smaltimento dei rifiuti. Ho immaginato un personaggio che scampa a un pericolo di morte, ovvero a un sacchetto di
immondizia che dal quarto piano di un
palazzo gli sta per cadere addosso e sera che Dio sospenda la forza di gravità.
Il giorno dopo tutti si acorgono che la roba gettata dai balconi galleggia nell’aria.
La grazia non dura che un giorno, quello successivo vengono seppelliti dalla
loro stessa spazzatura. Quando parlo di
Napoli mi piace farlo sempre in maniera surreale. Solo attraverso l’ironia si può
accettare la disperazione di una città
che ha un suo innegabile malessere».
LIVIA IANNOTTA
LAPILLI
Levania,
poesia che
emoziona
SUCCESSO DELL’EVENTO
DI PRESENTAZIONE DEL TERZO
NUMERO DELLA RIVISTA
DIRETTA DA EUGENIO LUCREZI
Successo per il reading di
Levania, la rivista di poesia
edita da Iuppiter Edizioni,
tenutosi mercoledì 4 febbraio presso la sede dell’associazione culturale MA alla
presenza degli artisti e dei
redattori del volume che è
giunto con questo numero
alla sua terza edizione.
Levania è una rivista semestrale di poesia fondata da
un gruppo di poeti e intellettuali, tutti campani: Carmine
De Falco, Marco De Gemmis, Costanzo Ioni, Eugenio
Lucrezi, Paola Nasti, Marisa
Papa Ruggiero, Enzo Rega ed
Enza Silvestrini. Il terzo
numero della rivista, che
pubblica inediti di autori
italiani e internazionali, si
apre con l’editoriale del
direttore Lucrezi, incentrato
sulla centralità del simbolico
nelle arti. Da non perdere la
lettura di un’ampia scelta dei
nuovi taccuini di Stelio
Maria Martini, grande autore
dell’Avanguardia, che svariano tra poesia e filosofia,
cinema e politica, passato e
futuro delle arti.
Vi sono poi due poesie di
Franco Buffoni, accompagnate da uno scritto dell’autore; un sonetto di Mariano
Baino, poeta che scrive
romanzi inaspettati e un
poemetto di Angelo Petrella,
romanziere e autore di versi
inattesi, entrambi introdotti
da Lucrezi; le traduzioni in
portoghese di Ana Luìsa
Amaral delle poesie di Emily
Dickinson, accompagnate
da versioni in italiano di
Luca Benassi, Bruno Galluccio e dei redattori De Falco,
Lucrezi e Nasti, alla quale si
deve anche lo scritto introduttivo della sequenza;
l’esordio in versi di Flavia
Balsamo, accompagnato da
una nota di De Falco. L’artista del numero è Carlo Bugli,
le cui tavole stralunate e
furibonde sono introdotte
da un testo critico di Marco
De Gemmis. In coda, le
recensioni di Marco Palladini, Sergio Spadaro e dei
redattori Lucrezi, Nasti, Papa
Ruggiero e Rega ai libri
recenti di Gianni Toti, Carlangelo Mauro, Stelvio Di
Spigno e Carla Saracino,
Pino Vetromile, Marco
Palladini, Biagio Cepollaro,
Ferdinando Tricarico, Annamaria Ferramosca e Giorgio
Linguaglossa. (m.t.)
L’ORA LEGALE
Adelaide Caravaglios
L’ESAURIMENTO (NERVOSO)
NON È UN’OFFESA
Anche l’esaurimento nervoso dinanzi ai
Supremi Giudici! Questa volta i magistrati di
legittimità si sono trovati ad intervenire per
dirimere una controversia insorta tra un
uomo ed una donna, vicini di casa, scoppiata
perché il primo non solo aveva parcheggiato
la propria auto dinnanzi all’autorimessa della
seconda, ma aveva anche pronunciato a più
riprese e dinanzi a più persone la frase “sta
esaurita”. Condannato per ingiuria sia in
primo che secondo grado, l’uomo non ci sta e
decide di ricorrere in Cassazione, lamentando
il fatto che la frase pronunciata non doveva
essere letta con un significato ingiurioso, così
come avevano sostenuto dai giudici di prime
cure, perché esisteva tra le parti un rapporto
confidenziale, legato ai quotidiani rapporti di
vicinato. Per cui – spiegava – l’espressione
proferita nei confronti di chi «invece di
chiedere lo spostamento dell’auto
scorrettamente parcheggiata, ha chiesto ed
ottenuto l’intervento della polizia urbana, che
ha inflitto una sanzione pecuniaria» non
andava interpretata come «un attacco diretto
a colpire l’onore o il decoro altrui», ma
semplicemente come uno sfogo contro
l’eccessività della reazione. Dello stesso
parere sono stati anche gli ermellini, secondo
i quali (sentenza n. 46488/2014) «l’aggettivo
esaurito, sinonimo di vuoto, di finito, nello
specifico episodio di cronaca quotidiana
vissuto dai protagonisti non riveste carattere
offensivo, in quanto è diretto verso una
persona che ha mostrato di essere vuota, nel
senso di aver esaurito la propria capacità di
sopportazione, per l’irregolare
comportamento del vicino». Hanno quindi
annullato senza rinvio la sentenza «perché il
fatto non sussiste».
Una piazza
un racconto,
il bando
è in rete
DEFINITI REGOLAMENTO
E DATE DELLA XVII EDIZIONE
DEL CONCORSO LETTERARIO
DELLA COMUNITÀ
EVANGELICA LUTERANA
Chiara Cascione, passioni e colori
Consensi e successo, tra un cocktail e una chiacchera,
della mostra di Chiara Cascione, giovane e già affermata
pittrice napoletana, che ha esposto una selezione delle
sue opere al Ba-Bar (via Bisignano 20). Artista che sa
usare bene i colori, la Cascione alimenta la sua
“poetica” con passione incolmabile e ricerca rigorosa
di un equilibrio tra formale ed informale. In ogni sua
creazione è ben visibile l’amore per Napoli: basta
ammirare i sorprendenti Vesuvi in cui la ricchezza di
tonalità corteggia meravigliosamente l’astratto. Nata in
una famiglia di talenti artistici, la Cascione riesce, con
maestria e felici intuizioni, a manipolare elementi
della natura, come alberi e fiori, giocando con gli
acrilici e mostrando così una tecnica sicura che dona
all’occhio armonia e calore. (i.s.)
Pubblicato il bando del
concorso letterario indetto dalla Comunità Evangelica luterana, giunto
quest’anno alla sua XVII
edizione e rivolto, come
sempre, a dilettanti e
professionisti, italiani e
stranieri, senza alcun
limite di età. In questa
occasione il tema richiede “una storia che sappia,
con sensibilità e soprattutto originalità, narrare
le vite di uomini e donne
che siano lontane da ogni
regime di normalità. Un
racconto sugli amori
diversi e sui diversi amori
in cui la differenza –
culturale, religiosa, sociale o sessuale – emerga in
tutta la sua complessità e
drammaticità o in tutta la
sua magia e bellezza”. I
racconti saranno valutati
da una giuria presieduta
da Riccardo Bachrach,
presidente della Comunità Evangelica Luterana di
Napoli e composta dalla
docente e scrittrice Enza
Silvestrini, dal regista e
produttore Maurizio
Fiume, dallo scrittore ed
editore Max De Francesco
e da Christiane Groeben,
presidente del Sinodo
Luterano. Direttore artistico del concorso è
Luciana Renzetti. I lavori
finalisti saranno pubblicati nel volume “Una
piazza, un racconto” e gli
autori vinvitori riceveranno un premio in denaro:
al I classificato andranno
1,200 euro; 800 spetteranno al II e 500 andranno al
III. La proclamazione dei
vincitori si terrà, come da
tradizione, nella Chiesa
Luterana di Napoli, in via
Carlo Poerio 5, nell’ambito della rassegna Concerti
d’autunno ed è prevista
per il 25 novembre 2015.
La partecipazione al
concorso è gratuita e per
aderire è sufficiente
inviare i propri elaborati
entro il 30 giugno 2015
secondo le indicazioni
riportate sul sito www.lutero.org
IGNAZIO SORIANO
CHIAIA MAGAZINE •FEBBRAIO/MARZO 2015
(37)
IUPPITER i libri del mese
VACANZE CON MANETTE
Odissea di un turista a Tunisi
FESTABAROCCA
Il Carnevale di Montemarano
Autore: Amedeo Forastiere
Costo: 10 euro
Pagine: 208
Autore: Aldo de Francesco
Costo: 10 euro
Pagine: 118
Un invito a visitare Tunisi si trasforma in un viaggio nell’inferno. A causa della sparizione di un’auto, il protagonista si ritrova imbrigliato nell’impazzito
ingranaggio giudiziario di un paese in cui la detenzione in carcere, com’è già
successo ad altri turisti, è procedura affrettata e quantomeno arbitraria. Così la vacanza di un napoletano in cerca di cultura e relax fa tappa, all’improvviso, nel famigerato penitenziario di Bouchoucha.
«Siamo di fronte a un libro molto ricco, che si presta a diversi livelli di lettura: la riflessione colta, sulla festa popolare e sulla dimensione mitica della cultura meridionale; la raccolta di ricordi della infanzia; l’immagine pittorica che sintetizza l’interpretazione del Carnevale e al tempo stesso affida all’intelligenza e all’intuito una sovrabbondanza di percezioni e di significato». (Dal saggio introduttivo di Toni Iermano)
SECONDO BILLY SACRAMENTO
Tutta colpa del fato
ROSSO PERFETTO/NERO PERFETTO
Idee e storie in cerca di produttori
Autore: Yari Gugliucci
Costo: 10 euro
Pagine: 124
Curatori: Maurizio Fiume e Angelo Petrella
Costo: 10 euro
Pagine: 210
Ritorna Billy Sacramento, il personaggio surreale attraverso cui Yari Gugliucci ha raccontato ciò che può accadere ad un attore italiano che lavora a Los Angeles. Questa volta è alle prese col suo funerale. Ma non è il funerale di un comune mortale: c’è la folla di amici e curiosi riservata ai divi. In un lungo “memento”, apprendiamo l’avventurosa storia di Sacramento e i suoi tentativi di trovare un posto nel caotico mondo di oggi. Sarà il fato a travolgere e stravolgere la vita del nostro eroe/antieroe.
Il libro, in versione double face, raccoglie i soggetti cinematografici e i racconti noir realizzati dai partecipanti ai corsi «Come si scrive un film» (di
Maurizio Fiume) e «Scrivere un noir» (di Angelo Petrella) che si sono tenuti
presso la sede della Iuppiter Edizioni a Napoli. Gli autori di questo secondo libro della collana di cinema «Memento» sono: Paolo Cipolletta, Ciro Di
Costanzo, Ornella Esposito, Mariarosaria Figliolia, Livia Iannotta, Luciano
Sabetti, Gianluca Spera, Valentina Viscione.
CON LE ZAMPE DI ELEFANTE
Guida ironica alla pubblicità
IO VI VOGLIO BENE ASSAI
Sport, amori e giornalismo
Autore: Silvio Fabris
Costo: 12 euro
Pagine: 236
Autore: Franco Esposito
Costo: 18 euro
Pagine: 480
Gli “argomenti” sulla pubblicità presentati in questo libro sono stati scritti
non solo con l’obiettivo di fornire un supporto ai giovani che incominciano ad entrare nel mondo della pubblicità ma, in particolare, per quelle
aziende, medie e piccole, che iniziano ad instaurare i primi rapporti con esso o che hanno in programma di avviarne. Il volume, ricco d’immagini e curiosità, è da considerarsi il primo libro sulla pubblicità «made in Naples».
Sport, giornalismo e amori: il romanzo di un intreccio. Personaggi, episodi,
e curiosità lungo un percorso scandito da brani di storia napoletana e del costume italiano. Il Napoli, la nazionale di calcio, il nuoto e la pallanuoto, la pallacanestro dei pionieri, il rugby degli scudetti di Napoli, il pugilato e il ciclismo fornitori infiniti di storie, le Olimpiadi e i viaggi in tutto il mondo. Pagine che si leggono d’un fiato e conquistano per stile e forza della passione.
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3
i “Festival del bacio”
già organizzati a
Napoli. Ideata
dall’Accademia di
Belle Arti, la quarta
edizione si terrà, con
il famoso cuore
pixellato, nel centro
storico il 28 marzo.
Giovani e lavoro
6250
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i giovani che, grazie
al progetto “Garanzia
Giovani Campania”,
hanno trovato
lavoro, secondo un
monitoraggio
della Regione. Hanno
fatto domanda
54.769 ragazzi.
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i parcheggiatori
abusivi multati grazie
a un’operazione della
Polizia Municipale di
Napoli. Sono stati
emessi 650 verbali
per sosta vietata.
Sanzioni per un totale
di 90mila euro.
Restyling
5
i mesi in cui il
Belvedere della
Villa Floridiana, al
Vomero, non sarà
aperto al pubblico.
La chiusura è
dovuta a lavori di
restauro, recupero e
potenziamento.
A CHIAIA MAGAZINE
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la BACHECA
mila e più i sostenitori
della pagina facebook
“Pino Daniele
International Airport”,
creata per intitolare
l’aeroporto di Napoli
al cantautore
scomparso lo
scorso 4 gennaio.
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12
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Il ricordo
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5;[email protected]@?7>A86==?A4?3@<[email protected]@?=>A;4469>[email protected]@,>9:@A?=A39644;A(+@?@?A&?3?2@<>A86A?)
7>/;;A>A8>3<[email protected]>,><:@A>A769@;8@:%0A@,><:?A';==;$>9A5>==?77;6<:A(+@?@?A&?3?2@<>
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