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Catania. Houston. Spazio E ora ambasciatore

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la domenica
DI REPUBBLICA
DOMENICA 15 GIUGNO 2014 NUMERO 484
Cult
La copertina. Hollywood non produce più divi
Straparlando. Bernardini: “La fisica dell’anima”
La poesia del mondo. L’Italia sognata da Goethe
Catania. Houston. Spazio
E ora ambasciatore italiano in Europa
Luca Parmitano si racconta:
“Sì, da grande ho fatto l’astronauta”
L’uomo
delle
stelle
SI MONETTA FI O R I
ROMA
dell’universo e la perfezione muta del nulla. Il
Cristoforo Colombo del nuovo millennio ha il
volto di Luca Parmitano, trentasette anni, siciliano. È un maggiore dell’aeronautica e lavora per l’European Space Agency. Ora è stato chiamato da
Renzi per fare da ambasciatore del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea. Il fisico scolpito ne restituisce l’atleta, l’indole disciplinata del militare, mentre
negli occhi balena l’estro imprevedibile di chi viaggia anche con la mente a distanze siderali. I suoi predecessori sono sempre rimasti dentro la navicella, lui no, è andato oltre, mettendo piede nello Spazio. Per centosessantasei
giorni — dal 28 maggio all’11 novembre dello scorso anno — è rimasto in orbita, ospite della Stazione Spaziale Internazionale. Per due volte ha aperto il portellone della camera di compensazione e si è incamminato nel vuoto.
Un’avventura che ora ha la consistenza del sogno e il timbro della malinconia. Perché chi ha viaggiato oltre la storia e la geografia fa fatica a tornare sulla Terra. «Ho superato un limite che è proprio dell’immaginazione. Una nuova prospettiva per cui non è stato ancora inventato il linguaggio».
Che cosa intende?
«Quella spaziale è una condizione inimmaginabile, che
non è cresciuta con l’evoluzione umana. Le culture dell’uomo sono nate dall’osservazione, da cui poi scaturiscono un linguaggio e un pensiero. Staccarsi da Terra è un
esperienza inedita, per cui fatico a trovare le parole».
Che cosa l’ha spinta a lanciarsi nello Spazio?
«Qualcuno l’ha chiamato il gene di Ulisse, un codice che
portiamo scritto nel nostro Dna. È quella pulsione che davanti a un orizzonte ti spinge a domandarti cosa ci sia oltre. L’istinto a superare ogni confine, che è prima di tutto
mentale. Fin da bambino il cielo notturno ha esercitato su
di me un’attrazione inspiegabile. Una voce che mi chiama. Forse è quella che Colombo avvertiva dal mare».
E che cosa ha scoperto?
«Moltissimi limiti li abbiamo inventati noi. Pensi ai confini tra i vari paesi della Terra. Dallo Spazio non si vedono.
Si vedono solo terre e mari. Capolavori assoluti».
I limiti di cui lei parla sono il prodotto della storia.
«Ma da lassù noi siamo invisibili. Ed è invisibile l’opera
dell’uomo. Grandi porti, grandi aeroporti, le conquiste del
progresso. Scompare tutto allo sguardo di chi vive in orbita. Però questo accade di giorno. Di notte è un’esplosione di luci, e quelle luci siamo noi».
Si rovescia la prospettiva.
«Completamente. L’Europa, vista dall’alto, è una cascata luminosa. La vita delle grandi capitali disegna un’ininterrotta scia luccicante. Ricompare in questo modo
l’impresa umana. E nel contrasto tra ciò che è invisibile durante il giorno ed è visibile di notte ho intravisto la nostra
piccolezza, ma anche la capacità di evolvere. E costruire».
>SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE
La storia
Un nuovo caso
per il Doktor
Alzheimer
Spettacoli
Scola e Milazzo
graphic film
per Massimo
Troisi
L’incontro
Arto Lindsay:
“Ancora
non so suonare”
LUCA PARMITANO, 37 ANNI. FOTO NASA
È
IL PRIMO ITALIANO che ha sfidato la voragine buia
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
28
La copertina. L’uomo delle stelle
1°
La mia
giornata
nello
Spazio
italiano
ad aver trascorso
sei mesi nello Spazio
> SVEGLIA
NELLA STAZIONE SPAZIALE
SUONA OGNI MATTINA ALLE SEI
6°
italiano
ad andare
nello Spazio
> LAVORO
LA GIORNATA LAVORATIVA
È DI DIECI ORE
1°
astronauta
dell’Esa
under 40
> ATTIVITÀ FISICA
OBBLIGATORIAMENTE
ALMENO DUE ORE AL GIORNO
> PASTI
NEI GIORNI DI FESTA LASAGNE
DELLO CHEF DAVIDE SCABIN
Visti
da lassù
non siamo
così male
“Non c’è nessun confine,
solo terre, nubi nottilucenti
e mari”. Gli appunti di viaggio
di Luca Parmitano
> TEMPO LIBERO
POCHISSIMO. DEDICATO
AI LIBRI O ALLA CHITARRA
>SEGUE DALLA COPERTINA
S IMO N E T T A F IO R I
> BLOG
LA SICILIA: “MI SONO GIRATO
ED ERA LÌ...”
> RIPOSO
SI DORME PER DIECI ORE
DENTRO UN SACCO A PELO
L
EI COME HA COSTRUITO la sua vita da astronauta?
«Mi piacerebbe dire che ho scelto, in realtà non è così. Una scelta implica una carriera, con una progressione già definita. Mentre approdare nello Spazio significa compiere un percorso, affidato a ripetuti
tentativi. Posso solo dire che il mio è stato un sogno. Il sogno di dare un
contributo all’esplorazione spaziale, e dunque all’evoluzione dell’uomo».
Ma da Catania a Houston, qual è la strada?
«I mie genitori sono insegnanti, a casa ho assorbito la passione per
la lettura e dunque per l’immaginazione. Sono cresciuto con il realismo
magico di García Marquez, i viaggi di Chatwin e le invenzioni fantascientifiche di Dan Simmons, il migliore nel suo genere. Dopo normalissime scuole pubbliche, mi sono diplomato all’accademia dell’Aeronautica Militare e ho
cominciato a viaggiare per il mondo. Texas. Germania. Belgio. Francia. Russia. Ora Houston.
Vivere in cinque paesi significa vincere lo shock dell’alterità, imparare nuove lingue, impadronirsi di mondi sconosciuti. Prima di superare il limite dello spazio, ho imparato ad abbattere frontiere mentali e culturali».
Anche il suo profilo appare sfaccettato: un militare un po’ filosofo, laureato con tesi in diritto internazionale e ingegnere spaziale.
«Seguire la regola non significa rinunciare all’immaginazione. Quelli del nostro corso, in
SPECIALE ONLINE
Oggi su www.repubblica.it
l’approfondimento
con tutte le immagini
riprese da Luca Parmitano
durante la sua missione
nello Spazio
Accademia, furono i primi a laurearsi in
scienze politiche: una richiesta dell’Aeronautica Militare che avrei capito soltanto
più tardi. Da pilota sperimentatore è stato
necessario approfondire gli studi ingegneristici. Forse anche nella mia formazione ho
superato rigidi confini disciplinari».
Nel 2007 ricevette una medaglia per il coraggio in volo.
«Si riferisce all’episodio sulla Manica? Andai a sbattere contro un enorme uccello, riportando gravissimi danni all’aereo che pilotavo. Avevo due possibilità: lanciarmi fuori o l’atterraggio d’emergenza».
Lei preferì la seconda soluzione, mettendo a rischio la sua vita ma non quella degli
altri.
«Mi venne istintivo fare così».
Ma un’avventura extraterrestre modifica anche la percezione di se stessi?
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
29
1°
italiano
ad aver passeggiato
nello Spazio
LA PASSEGGIATA
LUCA PARMITANO DURANTE
LA SUA PRIMA PASSEGGIATA
SPAZIALE, IL 9 LUGLIO 2013.
LA SECONDA (16 LUGLIO)
VENNE INTERROTTA
PER UN GUASTO TECNICO
Carta d’identità
NATO A:
PATERNÒ (CATANIA) 27 SETTEMBRE 1976
STUDI:
LICEO SCIENTIFICO (QUARTO ANNO IN CALIFORNIA
CON BORSA DI STUDIO). LAUREA IN SCIENZE
POLITICHE ALL’UNIVERSITÀ FEDERICO II DI NAPOLI,
DIPLOMA ALL’ACCADEMIA AERONAUTICA
DI POZZUOLI
FOTO REDUX/CONTRASTO
ADDESTRAMENTO:
CON LA U.S. AIR FORCE ALLA EURO-NATO JOINT
JET PILOT TRAINING (TEXAS). NEL 2007
SELEZIONATO DALL’AERONAUTICA ITALIANA COME
PILOTA COLLAUDATORE. NEL 2009 SELEZIONATO
DALL’ESA COME ASTRONAUTA. NEL 2011
ASSEGNATO COME INGEGNERE DI VOLO ALLA
PRIMA MISSIONE DI LUNGA DURATA DELL’AGENZIA
SPAZIALE ITALIANA (ASI) SULLA STAZIONE
SPAZIALE INTERNAZIONALE
LAVORO:
MAGGIORE DELL’AERONAUTICA MILITARE
E ASTRONAUTA DELL’ESA
«Questa è una cosa più difficile da dire.
Spesso provo un moto di nostalgia, una sorta di “mal di Spazio”, sì, un po’ come il mal
d’Africa. Ti manca quella dimensione che
trasforma in straordinario ogni gesto ordinario. L’assenza di peso fisico ti dà anche una
leggerezza interiore. Dal centro di controllo
mi dicevano che sorridevo sempre. È vero,
ero felice».
La prima cosa che ha visto quando è uscito a spasso nello Spazio?
«Non l’ho vista, l’ho sentita. Il nulla. L’universo s’annuncia non allo sguardo, ma all’udito. Un silenzio irreale. Come se improvvisamente qualcuno spegnesse il sonoro.
Tutto d’un tratto s’interrompe l’assordante
scampanellìo degli strumenti che cozzano
sul tuo scafandro. Continui a vedere gli oggetti che si toccano, eppure non senti più
niente. Avverti solo la ventola che mette in
RICONOSCIMENTI:
NEL 2007 INSIGNITO DELLA MEDAGLIA D’ARGENTO
AL VALORE AERONAUTICO. DAL PRIMO LUGLIO
2014 AMBASCIATORE DEL SEMESTRE DI
PRESIDENZA ITALIANA DELLA UE
FAMIGLIA:
SPOSATO CON KHATY.
HANNO DUE FIGLIE
SARA (7 ANNI) E MAIA (4).
VIVONO A HOUSTON
PASSIONI:
IMMERSIONI,
SNOWBOARD,
PARACADUTISMO,
SOLLEVAMENTO PESI
E NUOTO.
LIBRI E CHITARRA
circolazione l’aria dentro la tuta. È quello il
suono della vita».
Com’è il nero dello Spazio?
«Un nero diverso da tutti gli altri. È assenza di colore, l’assoluta mancanza di luce. È come se tutto si perdesse là dentro, nel buio del
vuoto».
Si ha la sensazione di perdersi?
«In un certo senso sì. Come se si potesse essere risucchiati da una voragine. Ma la
cosa che più mi ha colpito è la sensazione di essere a mio agio. Forse perché
l’avevo immaginato un’infinità di volte: questo è il mio momento, ho pensato, è qui che devo essere».
E la paura?
«La paura è come un rumore di fondo, nei momenti di stress c’è sempre.
Però siamo abituati a conviverci, e a
tradurla in un sentimento reattivo.
Pensi a una stanza buia, la prima cosa che ti
viene da fare è cercare la luce. Nel caso di una
missione aerospaziale la luce è la conoscenza, il lungo addestramento, le centinaia di
ore passate sott’acqua. In fondo la paura è
uno strumento dell’evoluzione umana».
Come l’ha raccontata alle sue figlie?
«Ho scritto loro una lettera: il cammino
non esiste finché non si fa il primo passo. Vale sempre, indipendentemente dal percorso
scelto. L’importante è amare camminare».
Ma durante la vita in orbita cambia il
mondo emotivo e sentimentale?
«Non saprei dire. Certo la distanza ti crea
paradossalmente una più forte vicinanza.
Staccandomi dalla Terra me ne sentivo lontano, però anche più legato all’intera umanità. Un sentimento d’amore che non conoscevo. Ho capito cosa sia il mito della
“Terra Madre”. Ti viene da abbracciarla,
vorresti carezzare la sabbia o farti inebriare dal vento».
Quasi un rapporto erotico.
«Direi fisico. In orbita non ci si può sdraiare né sprofondare. Non esiste la sabbia né il
vento. Non senti i profumi. Alcune sensazioni tattili scompaiono completamente. L’assenza di queste percezioni scatena l’immaginazione».
Qual è lo spettacolo più bello del mondo?
«L’orizzonte terrestre, che sembra contenere la risposta a tutte le domande. Non solo la curvatura della Terra ma l’atmosfera intorno: sottile, fragile, trasparente. Là ho visto fenomeni di una bellezza indescrivibile,
come le nubi “nottilucenti”: colpite dai raggi
del sole diventano di un blu turchese che fatico a descrivere. Il colore della fantasia e dell’invenzione».
Ha mai immaginato di incontrare un extraterrestre?
«No, non è stato un mio pensiero. Certo
non si può escludere che in un pianeta lontanissimo e irraggiungibile ci sia qualcosa di
parallelo a ciò che noi chiamiamo vita. Ma è
qualcosa che non fa parte della nostra esperienza, dunque estraneo al ciclo dell’acqua.
Certo non credo agli omini verdi con le antennine».
Tornato sulla Terra, cosa vede che prima
non vedeva?
«La perfezione delle cose. Quando ero in
orbita, sorvolando il Pacifico del Sud fui ipnotizzato da una formazione di nubi straordinariamente simmetrica. Scattai una fotografia intitolandola Il cielo perfetto. In realtà
si trattava di un ingenuità. Il cielo è sempre
perfetto, così come sono sempre perfetti il
mare o gli occhi delle mie figlie. Soltanto che
non ce ne accorgiamo. E soprattutto non ce
ne stupiamo più. È bellissimo lasciarsi sorprendere dalle cose».
Ora il viaggio continua in Europa.
«Sì, mi ha scelto Palazzo Chigi per fare da
ambasciatore del semestre di presidenza
italiana. Anche per questo mi sento un privilegiato».
Perché l’hanno scelta?
«Per raccontare la mia storia, che è quella
di un italiano».
Dovrebbe rappresentare l’Italia del merito, il paese che funziona.
«Sì, il senso è questo. Il nostro carattere
nazionale tende all’autodenigrazione. Invece esiste un “sistema Italia” che continua a
esercitare fascino nel mondo. Il traguardo
che ho raggiunto non è soltanto mio ma di
un’intera comunità. Un paese che ha dato
tanto, e molto ricevuto dall’Europa. E la ricchezza degli incroci non vale solo in ambito
aerospaziale».
Che cos’è la malinconia dell’astronauta?
«È il sentimento di una perdita. Per sei mesi ho vissuto un’esperienza straordinaria,
che ho cercato di trattenere in tutti i modi.
Scrivendo e fotografando. Creando una memoria. Ma dal momento in cui ho rimesso
piede sulla terra, il corpo mi ha comunicato
che ero rientrato nell’ambiente normale
della gravità del peso. E questa reazione naturale ha cominciato a trasformare la mia vita in orbita in un ricordo che ha la consistenza del sogno. Se chiudo gli occhi riesco a vedere perfettamente quello che ho fatto, ma
è come se guardassi un’altra persona. La malinconia nasce da qui».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
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DOMENICA 15 GIUGNO 2014
L’attualità. Testimoni
L’ottantacinquenne Micha Bar-Am ha documentato
per Magnumogni aspetto del Paese in cui si rifugiò bambino
Dai primi kibbutz alla guerra del Kippur, da Eichmann
alle maschere antigas nelle case di Tel Aviv. “Oggi la gente
ha meno voglia di vedere.E sa una cosa? Capita anche a me”
V A N N A V A N N U C C IN I
IN REALTÀ
NESSUNA
FOTOGRAFIA
HA MAI FERMATO
UNA GUERRA.
FORSE AI TEMPI
DEL VIETNAM
LE IMMAGINI
DELLA TV
PROVOCARONO
DAVVERO
UN CAMBIAMENTO
DI MENTALITÀ
NEGLI AMERICANI.
MA ADESSO
CHE DA QUALUNQUE
CELLULARE
PUÒARRIVARE
L’IMMAGINE
PIÙ SPAVENTOSA...
1
ROMA
ERUSALEMME 1978, giorno dell’Indipendenza. Un prato, tovaglie da picnic stese sull’erba, bambini che fanno
chiasso. In primo piano un uomo in
maniche di camicia che cuoce carne
sul barbecue. Un’immagine serena.
Se non fosse per la pistola dentro la
fondina che sta lì da una parte, quasi
ai margini della fotografia. L’uomo al
barbecue sicuramente in questo momento non ci pensa, ma che sa che è lì,
funzionante, se ne avesse bisogno. La
pace è fragile. Un’altra foto viene da Suez, 1973, ma non c’è bisogno
di conoscere la data, né di sapere chi siano quei soldati arabi bendati
e in catene, ammassati in una trincea, per sentirne compassione. Alcuni sono girati di spalle, piegati su se stessi, per il dolore delle ferite forse, o per nascondere l’umiliazione di essere lì. Vicino, ci sono
soldati israeliani rilassati e indifferenti che si godono il trionfo. La
guerra di Jom Kippur, che era cominciata con una vittoria a sorpresa degli egiziani, è finita con la loro sconfitta totale. Le ombre dei militari israeliani si allungano sulla trincea, tra loro anche quella del
fotografo, si vede la silhouette della macchina fotografica. Qualcosa ci fa sentire che anche questi soldati sono perduti.
Micha Bar-Am è il fotografo d’Israele più significativo, e conosciuto. «C’è stato un tempo — racconta per dire di quanto ancorché
centrale fosse piccolo quel mondo — in cui io conoscevo metà della
popolazione d’Israele, e l’altra metà conosceva me». Fotografo della Magnum, le sue foto sono comparse sulle copertine dei giornali
G
Riflette per un momento, guarda la moglie. «È molto difficile dirlo. Di recente a Los Angeles hanno aperto il museo dell’ebraismo
americano, e quando si sono accorti che dovevano dire qualcosa su
Israele mi hanno chiesto dieci foto che dessero un’idea di che cosa è
Israele oggi. Però, si sono raccomandati, niente foto di soldati, né di
arabi...». «Né di ultraortodossi» continua la moglie. «Non volevano
temi conflittuali». Così, alla fine, insieme a un amico pittore Micha
ha fatto un pastiche di tante foto insieme, per rappresentare la complessità. «Perché io critico il mio paese, non sono certo uno che lo vuole difendere dalle critiche, ma mi sta a cuore che non si perda la speranza». Non gli piace la categorizzazione di fotografo di guerra. Le
sue foto narrano delle storie, storie di tutti i giorni, che nel suo paese si sa possono essere drammatiche. Racconta tutto quello che fa
parte del ciclo della vita, e in Israele la guerra ne ha fatto parte finora, «ogni decina d’anni più o meno». Per parecchio tempo ha fotografato la vita miserabile delle famiglie di un villaggio arabo, un suo
privato contributo alla pace.
Arrivò in Israele bambino. I genitori, sionisti convinti, lasciarono
Berlino nel ‘36. Riconoscerebbero Israele oggi? «Sicuramente no.
Non potrebbero uscire dal loro sogno. Per la generazione mia e di
mia moglie è diverso, ci siamo abituati al cambiamento». Visivamente, il cambiamento che colpisce di più è quel muro, che per gli
israeliani è un baluardo contro il terrorismo ma per i palestinesi un
mostro che rende la vita impossibile. Lo ha fotografato? «Il muro è
un compromesso», sospira. «È il realismo della vita che lo ha creato.
Orribile a vedersi, e causa di sofferenze per i palestinesi. Ma ha fermato gli attentati, perciò lo accetto». Un cambiamento altrettanto
vistoso che mi ha colpito visitando Israele, gli dico, è la decisione collettiva degli israeliani di non vedere, di non guardare, di non avere
nulla a che fare con quello che succede
in Palestina. Per gli ebrei israeliani, forse anche perché non possono più andare nei Territori occupati come facevano
fino a qualche anno fa, i palestinesi è come se vivessero su un altro pianeta invece che a qualche decina di chilometri
di distanza dalle loro case. Come fotografo, questa cecità deliberata la percepisce? «Sto preparando una mostra
che avrà esattamente questo titolo: Cecità. E non è solo in omaggio al mio amico Saramago. Ma bisogna prendere atto: non voler vedere a volte è un modo
per preservare la propria sanità mentale. Non vogliamo vedere per paura che
la nostra mente scoppi. È escapismo,
non c’è dubbio. Io stesso mi accorgo di
non essere più avido di guardare com’ero un tempo. Oggi molte foto che ho fatto forse non le farei. E la ragione è che
non c’è una soluzione alla complessità.
Questo vale per tutto il mondo, non solo per Israele, vale per la carestia nel Sudan come per il Bengala. Quando una
soluzione razionale non s’intravede,
uno volta le spalle al problema, evita di
guardarlo». E quando correva grossi rischi per prendere quella determinata foto che avrebbe fatto il giro del mondo, era spinto dall’idea che quella foto avrebbe potuto influenzare le persone, aiutare
a far cessare una guerra? «Nessuna foto, nemmeno della situazione
più orribile, ha mai fermato una guerra. La Siria oggi è un esempio
lampante. Forse al tempo della guerra nel Vietnam le immagini che
arrivavano sugli schermi televisivi hanno provocato un cambiamento di mentalità negli americani. Ma oggi, quando da ogni telefono cellulare possono arrivare immagini spaventose, la maggioranza della gente pensa solo a evitarle. Ognuno cerca i propri alibi.
C’è chi s’interessa solo al macello degli animali. C’è anche chi continua a preoccuparsi del massacro degli uomini. Ma in generale la tendenza è all’escapismo. E una foto non la cambierà». Tace per un momento, poi sorride: «Forse intacca qualcosa, ecco. Vede? Voglio
mantenere sempre una piccola porzione di speranza».
Una delle sue foto famose è quella di Eichmann, nella sua gabbia
di vetro, durante il processo, 1961. «È passato tanto tempo, ma quel
momento non l’ho mai dimenticato. Era la prima volta che si parlava dell’Olocausto, prima di allora i sopravvissuti non avevano mai
raccontato in pubblico gli orrori che avevano vissuto. Dopo la drammatica requisitoria del procuratore Hausner, alla sua domanda che
cosa avesse da dire sulle accuse, Eichmann rispose: Im Sinne der
Anklage nicht schuldig. Innocente. Ebbi un colpo a cuore». Allora si
era riusciti per la prima volta a parlare dell’Olocausto, oggi non le
sembra che venga usato dai politici spesso per alimentare la paura?
«L’uso politico dell’Olocausto è odioso. Ma io capisco anche l’ansia,
e la preoccupazione, e la paura che si ripeta».
4
Sessant’anni
nella vita
degli
israeliani
L’AUTORE
FOTO RELI AVRAHAMIRI
MICHA BAR-AM (FOTO) È STATO
OSPITE DELLE “GIORNATE
DI STUDIO SULL’IMMAGINAZIONE
DOCUMENTARIA” A CURA
DI MAURIZIO G. DE BONIS
E ORITH YOUDOVICH
PER “PUNTO DI SVISTA”
ALL’INTERNO DEL FESTIVAL
“FOTOLEGGENDO”
IN CORSO A ROMA
(FOTOLEGGENDO.IT)
più famosi del pianeta. Per sessant’anni ha accompagnato con la sua
camera le speranze, i dolori e gli errori del suo paese. Fotografie indimenticabili che colgono la realtà di un momento ma istantaneamente t’illuminano sul contesto. Sembrano prese per caso, ma hanno una forza simbolica e una verità storica incredibili. Micha Bar-Am
è a Roma per parlare del futuro della fotografia alla decima edizione di Fotoleggendo. Non è molto d’accordo che si parli di “giornate
di studio sull’immagine documentaria”. La fotografia documenta
sempre qualcosa, dice, perché c’è sempre qualcosa di fronte alla
camera. Ma il mistero della fotografia è quel qualcosa in più che
l’obbiettivo riesce a catturare e che è quasi una magia. Qualcosa che non si può imparare ma solo sviluppare; come uno
scrittore che non solo scrive ma riesce a dare senso alle parole. «La fotografia assomiglia alla poesia», dice.
Ha ottantacinque anni ma l’energia di un giovane. Come
la moglie Orna che lo accompagna, bel viso incorniciato da un cespuglio di ricci grigi e occhi vivacissimi.
Insieme si dedicano da qualche tempo nella loro casa di Tel Aviv ad archiviare e digitalizzare l’immenso materiale fotografico accumulato in tutti
questi anni. E litigano. Perché lui vuole conservare
solo le opere migliori mentre lei vuol conservare tutto perché, sostiene, già oggi noi vediamo le foto di
quarant’anni fa con altri occhi. Come possiamo decidere ora che cosa sarà importante tra quarant’anni? Ci sono foto che col tempo cambiano di significato. E oggi, che cosa fotograferebbe Micha per rappresentare Israele com’è adesso?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
6
9
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
2
31
3
1. PRIMI PASSI
1958, DIMONA. ISRAELE HA SOLO DIECI ANNI.
PIÙ O MENO COME I BAMBINI NELLA FOTO
INTITOLATA “FERMATA DELL’AUTOBUS”
2. PROCESSO
1961, GERUSALEMME. UNO DEGLI SCATTI
PIÙ FAMOSI DI BAR-AM È QUELLO
AD ADOLF EICHMANN DURANTE IL PROCESSO
3. RIFUGIATI
1969, STRISCIA DI GAZA. UNA DONNA ANZIANA
(E SULLO SFONDO UN SOLDATO ISRAELIANO)
NEL CAMPO PER RIFUGIATI DI DEIR-AL-BALAH
4. PRIGIONIERI
1969, STRISCIA DI GAZA, “RADUNO”:
UN ELICOTTERO, UNA JEEP, UN SOLDATO
E UOMINI A TERRA DIETRO IL FILO SPINATO
5. LEADER
1970, SINAI. IL PRIMO MINISTRO GOLDA MEIR
E IL CAPO DI STATO MAGGIORE ISRAELIANO
SU UN ELICOTTERO MILITARE
7
5
8
6. PACE
1974, CANALE DI SUEZ. SEDIE VUOTE INTORNO
AL FUOCO: “L’ULTIMA MATTINA DELLA GUERRA
DEL KIPPUR”
7. A CASA
1976, AEROPORTO DI TEL AVIV. “OSTAGGI
DEL DIROTTAMENTO AEREO DI RITORNO
DA ENTEBBE”
8. GUERRA
1982, BEIRUT. SCATTA “L’OPERAZIONE PACE
IN GALILEA”, L’ESERCITO ISRAELIANO
ENTRA A BEIRUT OVEST
1991. “OPERAZIONE SALOMONE”. “EBREI
IN PARTENZA DALL’ETIOPIA, PONTE AEREO
PER ISRAELE”
10. IN FAMIGLIA
1991, RAMAT GAN. “RITRATTO DI FAMIGLIA
CON GATTO”. LA FAMIGLIA È QUELLA DI MICHA
BAR -AM DURANTE LA GUERRA DEL GOLFO
10
FOTO MICHA BAR-AM/MAGNUM
9. PARTENZE
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
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L’anniversario. 14 giugno 1864
“Signora Auguste, lei è sposata?”, “Non lo so”
Centocinquant’anni fa nasceva il medico
che s’imbatté nella paziente zerodi un male
che oggi colpisce cinquanta milioni di persone
VITTORIO ZUCCONI
A SIGNORA ALZÒ LO SGUARDO DAL PIATTO DI VERZA E MAIALE E sorrise timida, come i pazienti in ospedale sorridono ai medici, all’uomo accanto al letto. Come si chiama, signora: «Auguste». È sposata? «Non
so». Come si chiama suo marito? «Auguste». Che cosa sta mangiando? «Patate e spinaci». Oh mio Dio, mormorò l’uomo accanto al letto.
Nel suo camice bianco, gli occhiali pince-nez stretti sul naso sopra gli obbligatori baffoni alla Kaiser Wilhelm, annotava furiosamente scuotendo la testa incredulo. Auguste Deter, la signora, lo guardava domandandosi chi fosse quel distinto uomo rotondetto, insistente e noioso che in quei giorni del 1901 la tormentava con domande impossibili in una
corsia dell’ospedale psichiatrico di Francoforte. Lei non sapeva, povera donna confusa, che il nome di quel medico sarebbe riecheggiato da allora come il rintocco di
una condanna spietata: Alzheimer. Doktor Aloysius “Alois” Alzheimer.
Auguste Deter, anni cinquantuno, sposata con un ferroviere dell’Assia, sarebbe stata la “paziente zero” della sindrome di Alzheimer, la prima persona ufficialmente diagnosticata con quel male e con il nome di uno, ma non il solo, psichiatra
o neurologo che l’avesse identificata come una patologia diversa dalla demenza
senile. Nell’istituto cittadino per disturbi mentali e nervosi di Francoforte, dal nome teutonicamente inquietante di Städtische Heilanstalt für Irre und Epileptische,
dove il marito disperato l’aveva condotta per mano, nessuno dei medici aveva mai visto un caso simile. Una donna ancora giovane, incapace di identificare e ricordare che
cosa stesse mangiando, che alla richiesta di scrivere “donna” scriveva “penna”, e che
vagava per ore nei corridoi del lugubre asilo aggrappata a una coperta. Fu il luminare e barone delle ancora giovani specialità di psichiatria e neurologia, il professore, naturalmente tedesco, Emil Kraepelin, a battezzare in una relazione a un congresso del 1906 con il nome di Alzheimer quella condizione che il giovane collega aveva studiato con intensità maniacale, fumando casse di sigari, e illustrato in un agile
trattatello di ben sette volumi. Alois avrebbe riconosciuto segni visibili di degenerazione nel cervello di Auguste, esaminato e frugato al microscopio per giorni e mesi dopo la sua morte con le nuove tecniche di contrasto all’argento.
Molti altri, fra i quali due psichiatri italiani, erano arrivati vicini alla stessa
conclusione, che quella manifestata dalla signora fosse una sindrome fino
ad allora non identificata. Ma fu il nome di Alzheimer a restare per sempre.
E a diventare, tragica ironia, indimenticabile. Era nato esattamente un secolo e mezzo fa, Alzheimer, il 14 giugno del 1864, in un villaggio della Baviera chiamato Marktbreit. A ventitré anni appena, Aloysius, figlio di piccoli commercianti, aveva già frequentato alcune delle più auguste università della neonata Germania unificata, Berlino, Tubinga, Würzburg, e acquisito un dottorato in medicina con un’ampia dissertazione sul cerume dell’orecchio, porticina laterale che lo aveva condotto alla sua passione: il cervello. Ma con un comandamento spirituale e privato inculcato dalla madre, quando gli aveva detto: è dovere dei più forti
assistere e aiutare i più deboli.
Nessuno come quella povera donna, Auguste,
dovette apparirgli più debole, più bisognosa di un
aiuto che lui, lo scienziato, lo studioso, il medico illustre, non poteva dare. Fu per lui il primo incontro
con questo male di speciale, unica efferatezza, nella sua diabolica abilità di distruggere la sostanza e
l’anima della personalità umana: la memoria. Non
fu neppure casuale che il paziente zero fosse stata
una paziente, perché il male colpisce più femmine
che maschi, e affligge le donne due volte, una prima come malate e una seconda come assistenti
delle vittime, visto che, almeno negli Stati Uniti
ma verosimilmente in tutti i circa cinquanta milioni di casi registrati nel mondo, sono per due terzi donne coloro che si prendono cura del malato. In
istituti, nelle propria case, in ville sontuose, come
L
L’indimenticabile
quella “mansion” di Bel Air, sulle colline di Los Angeles, dove Nancy Reagan accompagnò il marito
perquindici anni nel viaggio verso la notte, fra l’addio alla Casa Bianca nel 1989 e la scomparsa nel
2004.
Come accadde nella vicenda dell’Aids, divenuto
un incubo globale quando cominciarono a soccomberne celebrità, così sono stati i famosi a costruire
per il grande pubblico le dimensioni strazianti della sindrome. Reagan, che ne mostrava i sintomi ancora in carica, s’incantava per ore a rigirarsi fra le
dita un modellino della Casa Bianca confessando
alla moglie di non riuscire a ricordare che cosa fosse quell’edificio dove aveva trascorso otto anni.
Mentre nella notte, sorvegliato dagli agenti del
Servizio segreto preoccupati che non piombasse
nella piscina, rastrellava in vestaglia e pigiama le
AVEVA ACQUISITO
DA GIOVANE
IL DOTTORATO
CON UN’AMPIA
DISSERTAZIONE
SUL CERUME
DELLE ORECCHIE,
LA PORTICINA
PER ESPLORARE
IL SUO VERO OBIETTIVO:
IL CERVELLO.
MORÌ A SOLI
CINQUANTUNO ANNI
DI SETTICEMIA
foglie secche dal grande giardino. Alzheimer non
ha risparmiato le bellissime, come Rita Hayworth.
I duri con il fucile in pugno, come Charlton Heston.
Gli attori celebri come Peter Falk, che verso la fine
della propria vita confessò di non ricordare chi fosse quel fottuto Tenente Colombo del quale sentiva
tanto parlare.
Costa duecentoventi miliardi di dollari all’anno,
secondo l’Associazione Alzheimer, soltanto negli
Stati Uniti, facendone, insieme con l’autismo, una
delle condizioni patologiche più costose e destinate ad aumentare il proprio peso con l’invecchiamento della popolazione. Senza per ora prospettiva di terapie efficaci, nonostante alcuni nuovi farmaci di modesto effetto ritardante. E anche se proprio in questi giorni grandi università negli Usa, in
Canada e Australia stanno reclutando volontari
per sperimentare una molecola che, ipoteticamente, avrebbe potere preventivo.
Non mancano neppure gli autori che denunciano l’inevitabile complotto medico-farmaceutico,
arrivando a parlare del Mito dell’Alzheimer come
un libro che ha fatto immediatamente polemica.
C’è chi rimprovera alla cultura medica ufficiale di
volere a ogni costo definire come una patologia l’inevitabile invecchiamento anche del cervello, dimenticando il monito di Terenzio Afro, che avvertiva, diciassette secoli or sono, che senectus ipsa
est morbus, la vecchiaia è di per sé una malattia.
Ma chi vive ogni giorno la realtà, poco si cura delle
inevitabili diatribe attorno a una condizione ancora senza una causa determinata e una spiegazione
riconosciuta. E nella nebbia delle ipotesi, nell’impotenza della medicina, nello struggimento di chi
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
33
Io e nonna,
i giorni d’autunno
in cui eravamo
due dodicenni
S T E FAN ME RRI LL BLO CK
A COLONNA SONORA DI QUELL’AUTUNNO, quando avevo
dodici anni, erano le canzoni del Re leone, un cd che
Nana infilava nello stereo del salotto e io mettevo a
ripetizione. Anche quando i miei genitori
abbassavano il volume a zero, alla millesima replica
di Hakuna Matata, la musica continuava a risuonare nelle
nostre teste. Spesso e volentieri, la sera a cena, o in macchina
mentre andavamo al centro commerciale, mi mettevo a
cantare a squarciagola una versione storpiata dei primi versi
in zulù di The Circle of Life, e Nana si inseriva con perfetto
tempismo: «From the day we arrive in the planet…».
«Oddio, ricominciano!», si lamentava divertita mia madre
mentre io e Nana, come due fratelli in pestifera intesa, ci
producevamo in terrificanti acuti. Era così che vedevo Nana
nel 1994, più una sorella che una nonna.
Un paio d’estati prima, un medico aveva diagnosticato a Nana
un “probabile” morbo di Alzheimer. Ma con una storia
familiare come la nostra, in cui ogni generazione aveva
concluso i suoi giorni bofonchiando in un groviglio eloquente
di ammassi neurofibrillari e placche amiloidi, l’aggettivo
“probabile” era decisamente ridondante. Mia nonna era
partita già da tempo per un viaggio che gli scienziati chiamano
retrogenesi, un ritorno alla nascita. Mentre il mio cervello di
preadolescente si sviluppava, il suo regrediva, e ci fu un
momento di equilibrio in cui si incrociarono, procedendo in
direzioni opposte. Nel 1994 eravamo tutti e due mentalmente
dei dodicenni, mentre ci esibivamo in un raccapricciante
duetto sugli ampollosi versi di Tim Rice: «Till we find our place/
on the path unwinding…».
Ma con il passare dei mesi, le nostre strade imboccarono
percorsi divergenti: io avanzavo, Nana indietreggiava. Un
pomeriggio d’inverno, quando mia madre era uscita per
comprare qualcosa al negozio di alimentari, Nana fu presa dal
panico, e in preda a una crisi isterica uscì di casa correndo. Con
le mie braccia esili feci del mio meglio per trattenerla, ma alla
fine la dovetti placcare. «Dove stavi andando?», le chiesi sulla
soglia di casa. «Non ricordo», mi disse.
Cresciuto nelle praterie del Texas studiando a casa, ero un
ragazzino solitario e amante della lettura, e leggevo e scrivevo
allora per la stessa ragione di oggi: soggiornare nella vita
mentale degli altri. Ma fu l’Alzheimer di Nana che trasformò
quel desiderio in un impulso irrefrenabile. Dove stavi
andando? Nemmeno Nana era in grado di spiegare che cosa
stava pensando solo pochi istanti prima: entrare in quello
spazio mentale estraneo e solitario richiedeva, era evidente,
uno sforzo di immaginazione. Nei quindici anni successivi,
quei primi tentativi di capire Nana si svilupparono fino a
sfociare nel mio primo romanzo, Io non ricordo.
In quegli anni, leggendo libri di narrativa per trovare conforto,
mi accorsi che l’Alzheimer era un argomento su cui la
letteratura era stranamente silente. Qualche straordinaria
eccezione c’è, naturalmente: mi vengono in mente il
meraviglioso racconto di Alice Munro intitolato L’orso
attraversò la montagna, lo straziante thriller di Alice LaPlante
intitolato Non ricordo se ho ucciso, e il pionieristico racconto
epico di Matthew Thomas intitolato We Are Not Ourselves (in
Italia lo pubblicherà Neri Pozza nella primavera del 2015). Ma
considerando che l’Alzheimer è diventato una crisi sanitaria di
vasta portata, mi domando spesso perché la narrativa non
produca di più, in quantità e qualità, su un’epidemia che
richiede, come nessun’altra, un’immaginazione letteraria.
Dove stavi andando? Otto mesi dopo, Nana si svegliò
nell’oscurità profonda di una notte di settembre, uscì dalla sua
stanza (per andare dove? e perché?), aprì la porta sbagliata,
mise il piede in fallo e cadde per le scale della cantina
uccidendosi. Ma molto prima di quella caduta reale, Nana era
già caduta nello stesso luogo oscuro delle generazioni prima di
lei e delle generazioni che seguiranno, l’oscurità inconoscibile
in fondo al cerchio della vita della mia famiglia. Dove stavi
andando? Nana non era in grado di spiegarlo. Tutto quello che
abbiamo, per illuminarci la strada, sono le storie che
raccontiamo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Stefan Merril Block ha scritto Io non ricordo (2008)
e La tempesta alla porta (2011) in Italia pubblicati da Neri Pozza
L
Dr. Alzheimer
deve amare e assistere coloro che vede scivolare
via dalle mani verso il vuoto come nei sogni brutti,
la paura scatenata dal nome del dottore con i baffi
da Kaiser si gonfia. «Attenti — avverte uno specialista americano — non cadete nel panico. Dimenticare il nome di un amico è senilità, dimenticare il
nome del marito è Alzheimer». Come lo dimenticava Auguste, aggrappata alla sua coperta.
Herr Doktor Aloysius “Alois” Alzheimer non conobbe il morso del male al quale aveva dato il proprio none. Morì per una setticemia fulminante, accasciandosi mentre viaggiava in treno verso i suoi
microscopi che imbrattava con le cenere del sigaro eternamente fra le labbra. Aveva cinquantuno
anni. La stessa età della signora che lo guardava
senza ricordare.
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LUI E LEI
NELLA FOTO GRANDE,
IL DOTTOR
ALOYSIUS ALZHEIMER
(IL PRIMO SEDUTO DA SINISTRA)
CON IL SUO STAFF
DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO
DI FRANCOFORTE.
QUI A LATO, LA PAZIENTE ZERO
AUGUSTE DETER
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LA DOMENICA
UN DRAGO
A FORMA DI NUVOLA
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
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Spettacoli. Mai visti
regia
ETTORE SCOLA
illustrazioni
IVO MILAZZO
con
GERARD DEPARDIEU
MARIE GILLAIN
MASSIMO TROISI
NASTASSJA KINSKI
direttore
della fotografia
LUCIANO TOVOLI
musiche
ARMANDO
TROVAJOLI
Fece saltare tutto
a pochi giorni dal ciak
Ora quella storia
è diventata
una graphic novel
disegnata dal papà
di Ken Parker
e con Massimo Troisi
“Gli sarebbe piaciuto
stare di nuovo
insieme sul set
Eccolo accontentato”
Scola
il mio
ultimo film
è un fumetto
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
35
SOPRALLUOGHI FINITI,
ERAVAMO PRONTI
PER LE RIPRESE. A PARIGI,
SULL’ILE SAINT-LOUIS,
AVEVO INDIVIDUATO
UNA BELLISSIMA LIBRERIA
IN CUI GIRARE, RIPARATA,
DIFESA DAL RESTO DELLA CITTÀ
A NGELO CAROTE N U TO
ROMA
TTORE SCOLA dice che il cinema è uno stato d’animo. «Si fa quando
E
lo senti dentro di te». Il suo ultimo film non solo si vede, ma si tocca, è sulla sua scrivania, girato con acquerelli, senza pellicola. L’industria del cinema vola verso le stregonerie immateriali del digitale, lui ne porta la magia su carta, altro fascino decadente. Era un
film perduto, cancellato, e adesso esce in un albo. Dieci anni fa Scola aveva deciso di rinunciare. «Il mercoledì saremmo partiti con le
riprese, era tutto pronto, sopralluoghi finiti a Parigi, set fissato a
Ile Saint-Louis, avevo individuato una bellissima libreria antica in
cui girare, riparata, difesa dal resto della città». Produzione Medusa. Poi Scola va al festival di Setubal e annuncia che basta, non
se ne fa niente, dice che è tutto rinviato fino al giorno in cui Berlusconi non sarà più a capo del governo. «Era successo che un deputato di Forza Italia, ex Pci,
Ferdinando Adornato, alla Camera aveva citato il mio nome come esempio del liberalismo
e della magnanimità di Berlusconi. “Pensate”, disse, “produce finanche un film di Scola...”».
Erano gli anni della battaglia politica sulla legge Gasparri. Sottotema: la libertà dell’artista
nell’era Berlusconi. «Non sono un regista bizzoso, sapevo bene che il produttore era lui, l’accordo era stato firmato un anno prima. Ma non volevo andare sul set e lavorare grazie alla
larghezza di idee di chi mi “concedeva” un film, non è amore per l’arte. Insomma, con quelle premesse non mi andava più».
Questa è la storia del film mai nato. Solo
che adesso il film c’è. L’ha disegnato Ivo Milazzo, il fumettista papà di Ken Parker, al braio nel mio film non glielo affiderei». Perquale un giorno arriva per caso la sceneg- ché un attore di Scola è uno specchio di espegiatura di Un drago a forma di nuvola. «L’ho rienze. «Manfredi, Gassman, Mastroianni,
letta», ricorda, «e mi sono commosso. Ho di- Sordi, Tognazzi: mi piaceva vederli anche
segnato dalla prima all’ultima tavola secon- fuori dal set, privatamente, frequentarli, codo il mio modo di illustrare, ma fedele al mon- noscerne le idee, l’istinto, le preferenze. Prido immaginato da Ettore. All’inizio era per- ma di lavorare insieme dovevo sapere cosa
plesso, immaginava il fumetto come un luo- leggessero, cosa pensassero dell’amore, delgo di avventure e di movimento, mentre qui l’amicizia, in modo che il ruolo da interprec’è una trama intima. Ma le storie che mi af- tare si potesse inserire bene dentro il loro
fascinano di più sono proprio quelle calate mondo. Un attore deve avere una natura vinel mondo reale, quelle che arrivano dalla vi- cina al personaggio che gli affido». La figlia
ta di tutti i giorni». Il film, o il fumetto («chia- del libraio è Nastassja Kinski, ma la sorpresa
miamola storia» risolve Scola), racconta le dell’albo sta in un piccolo ruolo, un barista
giornate di un libraio che si dedica ai volumi italiano che ha occhi, riccioli e pose di Massiantichi e alla figlia, paralizzata e priva della mo Troisi. Milazzo si augura che «la sua faparola dopo un incidente in triciclo da bam- miglia ne sia rallegrata».
A vent’anni dalla morte, Scola parla di lui
bina. «La sua missione è offrirle avventure e
viaggi attraverso la lettura dei libri». Un film scegliendo con premura le parole, profondo,
assorto. C’è una foto di Troisi semi nascosta,
sulla cura e sulla rinuncia.
Milazzo ha disegnato i personaggi della con pudore, su uno degli scaffali della maestoria ispirandosi agli attori che aveva scel- stosa libreria di casa, un palazzotto riparato
to Scola per la pellicola mai girata. Marie Gil- dal sole nel cuore dei Parioli, il tavolo da ping
lain è la giovane cliente che inizierà a fre- pong nel patio. Nello studio alloggiano gli inquentare la libreria, invaghita del suo tito- finiti amori di Scola, i romanzi francesi allare. Spiega Scola: «Con lei avevo già fatto La l’ingresso, su un tavolino un volume su Orcena, in cui si innamorava di un professore, son Welles. E poi la foto di Troisi. «Con lui è
Giancarlo Giannini, il quale per sottrarsi co- stato un colpo di fulmine. Mi piaceva quel
mincia a distruggere l’immagine ideale che suo lato intellettuale che emergeva dietro
la ragazza si era fatta di lui». Il libraio è Ge- l’apparente afasia. Non tutti sanno che
rard Depardieu, trasferito su carta con una Massimo era uno studioso della questione
fedeltà assoluta. «Lo avevo appena diretto in meridionale, dei rapporti fra il sud e il resto
Concorrenza sleale. Ne avevo apprezzato la d’Italia. Non impazziva per il mestiere delfinezza psicologica. Poi, come nel film il per- la regia, lavorando con me sentiva comsonaggio di Giannini, anche lui nella realtà presa e accettata questa sua pigrizia. Dopo
si è impegnato molto per distruggere la sua Splendor mi disse “facciamone un altro inimmagine: mi riferisco alla storia sulle tasse sieme, poi un altro, poi un altro...”». Quando
e la Russia. Non era così, Depardieu, quando nasce il progetto di Un drago a forma di nul’ho conosciuto. Ecco, forse oggi il ruolo da li- vola, Troisi già non c’è più. «Forse la parte al
cinema l’avrei affidata a Silvio Orlando. Ma
in quel ruolo volevo un altro Troisi, era lui
l’archetipo. Non ce ne sono molti di Troisi,
nel mondo. Massimo aveva questa eleganza
inglese presente in alcuni napoletani, rideva molto quando gli dicevo che mi ricordava
Hugh Griffith (premio Oscar come attore
non protagonista nel ’60 per lo sceicco di Ben
Hur, ndr). Una generazione è cresciuta
avendo Massimo come modello, con il desiderio di parlare come lui, di pensare come
lui. Sono sicuro che durante le riprese avrei
pensato a Massimo. E adesso che lo vedo lì,
disegnato, dentro la storia, penso che sì, queSU RTV E LAEFFE sto è proprio il nostro quarto film insieme».
La colonna sonora sarebbe stata di ArLUNEDÌ IN RNEWS
(ORE 13.45 E 19.45, mando Trovajoli, costola musicale di Ettore
CANALE 50 DEL DIGITALE Scola. La fotografia di Luciano Tovoli. «È staE 139 DI SKY) IL REGISTA to incredibile», racconta il regista, «ritrovaETTORE SCOLA re nel lavoro di Ivo Milazzo i suoni, le luci, gli
SI RACCONTA IN VIDEO umori che pensavo di mettere nel film. Ha di-
CON MASSIMO
FU UN COLPO DI FULMINE:
AVEVA L’ELEGANZA
INGLESE DI CERTI NAPOLETANI
E SAPEVA CHE AVREI ACCETTATO
SEMPRE LA SUA PIGRIZIA.
QUESTA LA RITENGO LA NOSTRA
QUARTA VOLTA ASSIEME
DEPARDIEU OGGI NON LO
RIVORREI: MI HA DELUSO,
HA DISTRUTTO LA PROPRIA
IMMAGINE CON QUELLA STORIA
SULLE TASSE E LA CASA
IN RUSSIA. A ME GLI ATTORI
DEVONO PIACERE
ANCHE OLTRE IL LAVORO
segnato una Parigi non convenzionale. Ha illustrato in modo magnifico le visioni della ragazza, che con le nuvole ricostruisce una
città e un cielo a sua misura. Un tratto da impressionista che un disegnatore giapponese
non avrebbe».
Un incontro fortunato. C’è sempre stato
tanto cinema nelle tavole di Milazzo, a partire dal volto di Ken Parker plasmato sul Robert Redford di Corvo rosso non avrai il mio
scalpo. «La mia tecnica narrativa», parla il disegnatore, «è fatta di contaminazioni. Proprio per inseguire questa mia libertà e nuovi incontri ho lasciato la produzione seriale».
Così come c’è sempre stato il fumetto tra le
passioni di Scola. «Forse la prima della mia
vita», racconta il regista, «avrò avuto quattro o cinque anni e mi incantavo con Topolino, Paperino, l’Uomo mascherato, Mandrake. Ricordo Bibì e Bibò, Capitan Cocoricò,
il professor Pier Cloruro de Lambicchi. Tentavo di ricopiarli, forse per capirli meglio. Mi
è sempre piaciuto molto disegnare. Pupazzetti, caricature. Da ragazzo ne portavo al
Marc’Aurelio, il bisettimanale satirico. Lì conobbi Vittorio Metz e Marcello Marchesi,
prìncipi della sceneggiatura dell’epoca che
mi arruolarono come “negro”, revisore anonimo dei loro copioni per Totò, Nino Taranto, Macario o Carlo Croccolo. Se ne scrivevano a decine. Ho cominciato così. Amo meno
invece il cinema d’animazione: mi pare che
neghi il rigore e la purezza della grafica immobile».
A ottantatré anni portati come d’incanto,
in un un’ora e mezza Scola si concede il gusto
lento di un paio di sigarette. «Non girerò altri film, di questo ormai sono certo. Troppa
fatica». Per Che strano chiamarsi Federico,
il documentario dedicato a Fellini, era tra i
registi candidati all’ultimo David di Donatello. Chissà se l’industria del cinema sentirà
come un suo figlioletto Un drago a forma di
nuvola, chissà se avrà voglia di osare, candidarlo a un premio, compiendo quella rivoluzione che Hollywood non ebbe il coraggio di
vivere, negando una nomination come migliore attrice a Jessica Rabbit. E un altro film
a fumetti? Scola ha lo sguardo assorto. «Ce
ne sono parecchi che non ho girato. Uno si sarebbe dovuto chiamare Il badato. La storia di
un avvocato napoletano, estroso, rivoluzionario, un tipo che spiazza i suoi stessi clienti.
Un ruolo perfetto per Giancarlo Giannini.
Quando comincia a dare segni di Alzheimer,
confondendo le cause, la figlia gli mette accanto una badante, una donna straniera, ma
lui si ribella a questa aggressione». Un’altra
storia perfetta per il cinema su carta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL LIBRO. LE TAVOLE QUI PUBBLICATE SONO TRATTE DA UN DRAGO A FORMA DI NUVOLA, DI ETTORE SCOLA E IVO MILAZZO, IN LIBRERIA PER BAOPUBLISHING (104 PAGINE, 17 EURO)
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LA DOMENICA
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36
Next. Spegni e riaccendi
Sovraccarico
Protocolli insicuri
Per garantire la connessione
di miliardi di dispositivi,
il protocollo base di Internet
è stato aggiornato da IpV4
a IpV6 ma altri protocolli
(SSL, Https, BGP) sono datati
o compromessi, rendendola
meno sicura.
1
2
LA TOP TEN
DEI RISCHI
Censura
Violazione privacy
Per tutelare i diritti di
proprietà intellettuale
le aziende chiedono agli stati
di obbligare gli Internet
Service Provider a incastrare
i downloader illegali.
File-sharing e reti peer to
peer sono però spesso la
scusa per chiudere siti
scomodi.
6
7
Se
Internet
fa boom
ARTURO DI CORINTO
NTERNET? POTREBBE COLLASSARE DA UN MOMENTO ALL’ALTRO». Sono stati in molti a predire la catastrofe ma finora si sono sbagliati tutti.
Tuttavia è vero che alcune porzioni di internet possano essere isolate per un periodo più o meno lungo, ed è successo spesso. Anche
venerdì scorso quando un crash di Wind ha mandato off line un
quarto degli italiani. Il punto è che, in generale, la Rete è stata progettata per connettere alcune centinaia di computer, non per gestire gli zettabyte di dati odierni che ci portano in casa i milioni di
video di Youtube e le chiacchiere di oltre due miliardi di utenti dei
social network, motivo per cui i suoi “tubi” possono intasarsi e il
traffico dati bloccarsi. Per questo ci si chiede cosa avverrà con l’internet delle cose e le smart cities, quando centinaia di milioni di dispositivi digitali saranno connessi al nostro corpo e alle nostre case.
È stato stimato che nel 2020, per una popolazione di quasi 8 miliardi di persone, ci saranno
oltre 50 miliardi di dispositivi connessi: 7 per ciascuno. E parliamo di stime cautelative. Domenico Laforenza, del Cnr di Pisa, tuttavia è tranquillo: «La Rete è pronta a collegarli tutti tramite IP (Internet protocol, ndr), visto che oggi il numero dei dispositivi collegabili è di circa 340
miliardi di miliardi di miliardi di miliardi (3,4 × 10 alla 38) di indirizzi. Il problema sarà piuttosto il traffico che genereranno. «Come sulle autostrade quando aumentano le auto si creano file e ingorghi, con i dati e i dispositivi digitali accadrà lo stesso. Allargare le autostrade, aggiungendo altre corsie usando fibra ottica e reti wireless di nuova generazione, diventa quindi un
imperativo».
Dunque il rischio di un’interruzione massiva
di internet rimane. E se il sovraccarico causato
dai video, dalla telefonia digitale e dal numero
di utenti può essere forse gestito ingegneristicamente, lo scenario più preoccupante riguarda il sabotaggio dei cavi strategici che sul fondo
del mare collegano paesi e continenti. Una rottura può isolare un’intera nazione. Fantascienza? Nel 2008 è successo. A causa dell’ancora di
una nave. Si temette fosse colpa di Al Qaeda. Più
concreto ancora il pericolo di una pearl harbour
«I
2020
Popolazione mondiale:
8 miliardi
50 miliardi di dispositivi
(7 per ciascuno)
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
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Isolamento
Attacco zombie
Sabotaggio cavidotti
Senza il sistema dei nomi
di dominio i computer non
sarebbero capaci di trovare
gli indirizzi (Url), sul web.
Compromessi, possono
isolare intere regioni ed
essere usati per phishing
(furto di dati), spamming,
o attacchi di computer
zombie (botnet).
Gli attacchi da negazione
di servizio collassano i server
internet inondandoli
di richieste attraverso reti
di computer zombie
controllati all’insaputa
dei proprietari tramite
virus trojan.
La rottura dei cavi
transoceanici può isolare
interi continenti.
Ogni anno vengono riparati
80-100 cavi sottomarini.
No governance
4
Discriminazione
5
ILLUSTRAZIONE DI: MARCO GORAN
3
Frontiere virtuali
Come arma di ricatto verso
le aziende straniere, paesi
come Cina, India e Iran
minacciano di non far più
collegare i loro cittadini a siti
stranieri innalzando muraglie
virtuali.
8
9
Due giorni fa il crash di un operatore
ha disconnesso un quarto degli italiani
per ore. Cosa succederà quando (nel 2020)
ci saranno 50 miliardi di dispositivi online?
Ecco dieci buone ragioni per domandarselo
digitale denunciato nel 2012 da Leon Panetta,
segretario di Stato Usa, circa gli effetti della
guerriglia cibernetica che gli stati combattono
segretamente. Una guerriglia che punta a sfruttare le vulnerabilità generali di internet per colpire servizi essenziali. Come le falle di sicurezza
nei protocolli per le transazioni sicure, il “sequestro” di server e protocolli di Rete per redigerne il traffico verso siti canaglia o la mancata
manutenzione di reti e sistemi operativi (Microsoft ha smesso di aggiornare Windows XP)
per intrufolarsi negli uffici statali. Il più pericoloso sarebbe l’attacco ai Root Server e ai DNS (il
sistema dei nomi di dominio) con l’obiettivo di
isolare anche temporaneamente intere regioni
e usare i server compromessi per furti d’identità (phishing), spamming, o risvegliare botnet (rete di computer zombie) e “sdraiare” i server nemici con attacchi DDoS (denial of service,
il malfunzionamento dovuto a un attacco informatico). Come ci ricorda Alessandro Berni, responsabile Ict del Centro Ricerche Nato di La
Spezia, «il rischio che milioni di elettrodomestici “intelligenti” possano essere utilizzati per
lanciare questi attacchi su scala globale è
tutt’altro che fantascientifica. L’anno scorso
sono stati usati a questo scopo router Adsl,
casalinghi, smart tv e, appunto, frigoriferi
“intelligenti”».
Se la concentrazione di servizi cloud e
l’elevata interconnessione di banche dati e centri di comando via internet protocol di dighe, oleodotti, riserve d’acqua e ferrovie, ha reso le nostre vite più
vulnerabili, tuttavia il rischio maggiore per l’internet del futuro riguar-
da alla fin fine scelte di carattere prettamente
politico. Secondo la Open Net Initiative almeno
70 stati attuano una censura politica, sociale o
ideologica della Rete. Certo, nel caso dei paesi
occidentali non è censura diretta ma il risultato
del tentativo di controllare chi la usa. E la famosa dottrina dei Three-strikes, la disconnessione
forzata da internet per i downloader recidivi dopo il terzo avviso, è stata bloccata dalla Corte Costituzionale francese. Ma nel mondo si assiste al
proliferare di leggi fotocopia che perseguono
l’uso senza scopo di lucro di film, software e musica con la minaccia di chiudere i siti ospitanti
anche se legali. Infine, c’è il gender gap. Negando alle donne di molti paesi l’opportunità di
costruire la propria identità e cittadinanza digitali si dimezza il capitale sociale della Rete.
Insomma, se i governi non riusciranno a stabilire regole comuni per la gestione della Rete,
si imporrà la legge del più forte. Con il rischio,
da una parte, dell’affermazione di Reti non comunicanti come minacciano Cina e Iran quando Usa e Europa chiedono il rispetto dei diritti
umani, dall’altra quello della cancellazione della neutralità della Rete se le corporation riusciranno a imporre un dazio per accedere alle autostrade digitali ad alta velocità, obbligando chi
non paga a viaggiare su mulattiere digitali. «Per
questo», ci dice Demi Getschko, presidente del
Nic.br, l’organismo che soprassiede a tutti gli
indirizzi internet brasiliani, «il nostro governo
ha approvato una Carta dei diritti della Rete, il
Màrco Civil, affinchè nel futuro a tutti gli internauti vengano garantite parità di accesso, privacy e sicurezza».
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LA DOMENICA
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Sapori. Bontà divina
IN PRINCIPIO
FU L’AMBROSIA,
NETTARE
MISTERIOSO
DALLA GRECIA
DI ZEUS
AL COLOSSEO,
COSÌ SI NUTRIVANO
GLI ABITANTI
DELL’OLIMPO
MA, SOPRATTUTTO,
I LORO FEDELI
COMUNI MORTALI
10
piatti
per dieci
autori
L’antenato
Antesignano della colatura
di alici, il garum romano
(a sua volta derivato dal garos,
già in uso nella cucina
greca del V secolo a.C.)
era classificato in tre tipologie,
secondo l'affioramento
nella botte di fermentazione
delle alici sotto sale:
flos floris, liquamen e alleo
Il menù
Nel secondo secolo d.C.,
lo scrittore greco Ateneo
codifica la carta delle portate:
“È consuetudine dei banchetti
presentare al convitato
sdraiato sul divano
una tavoletta contenente
l'elenco dei cibi preparati,
per far sapere quali pietanze
servirà il cuoco”
Focaccia
di Enea
Salsa
di Catius
Virgilio obbliga
il protagonista
dell’Eneide
a soffrire la fame
al punto da tale
da addentare i piatti
su cui sono
appoggiati i cibi.
Per replicarli,
farina, olio, acqua
e salvia tritata
Due tipi di olio
extravergine,
nella ricetta
del personaggio
di Orazio: quello
delicato da mixare
con vino, erbe
e salamoia;
l’altro, robusto,
da aggiungere
dopo il bollore
Il passato di legumi
raccontato
da Aristofane
ne Le rane
prevede un soffritto
nel burro,
cui aggiungere
acqua.
Una volta a bollore,
cuocervi i piselli
fin quando
sono morbidissimi
VIRGILIO
“ENEIDE”
ORAZIO
“SATIRE”
ARISTOFANE
“LE RANE”
Cipolle
al cartoccio
Conserva
di fichi
In Storia vera,
Luciano
di Samosata
fantastica
di arrivare
nell’isola
di Bucefali,
dove gusta
le cipolle cosparse
di zucchero e pepe,
cotte sotto la cenere
La ricetta
di Columella
(De re rustica):
frutti maturi e caldi
di sole, pestati
insieme a cumino,
anice e sesamo.
Pallottoline
d’impasto avvolte
in foglie di fico
e fatte seccare
LUCIANO DI SAMOSATA
“STORIA VERA”
COLUMELLA
“DE RE RUSTICA”
Mangiare
da dio.
Mitiche ricette
dell’anticaRoma
LICIA GRANELLO
La scuola
Duecento anni prima di Cristo,
in Grecia servivano
due anni di scuola per meritare
l’appellativo
di cuoco, mentre la devozione
nei confronti
della gastronomia
trova il suo posto
nell’Olimpo grazie
alla dea Adefagèa
“L
A NINFA gli servì ogni
sorta di cibi perché
mangiasse e bevesse ciò di cui si cibano
i mortali; poi si sedette anch’ella di
fronte a Odisseo divino; le ancelle ambrosia e nettare le servirono”. Nel quinto libro dell’Odissea, Omero posiziona Calipso a un passo da Ulisse, ma non le
permette di condividere lo stesso cibo offerto
al naufrago affamato.
La cucina degli Dèi vanta regole auree e rigidissime. Trasgressioni a parte. Un attimo
Ètnos
prima della definitiva esplosione dell’estate,
il Mediterraneo prorompe nei desideri. Terra
promessa e sogno di salvezza per i migranti,
evasione vacanziera per tutti coloro che rifuggono (o non possono permettersi...) le
mete esotiche, grazie al suo carico immaginifico di terre fertili e spiagge assolate, cieli
nitidi e sapori intatti, ereditati da tempi lontanissimi.
La cucina dell’Olimpo si spande dall’Acropoli di Atene e raggiunge le sue propaggini italiane, in un mix arcaico e goloso, che attraversa prima la civiltà greca e poi quella romana,
senza soluzione di continuità, mandando in
la Repubblica
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
39
Beati loro,
senza
metabolismo
DISEGNI DI ANNALISA VARLOTTA
MARINO NIOLA
Dolmades
Le foglie di vite
e di fico ammollate
sono dei contenitori
profumati
e millenari,
in cui avvolgere
pezzi di pesce
o di carne
insieme al riso.
La cottura
sotto la cenere
o in pentola
ATENEO
“DEIPNOSOFISTI”
Seppie
farcite
Cervo
alla Ulisse
Nel De re
coquinaria,
Apicio prescrive
un ripieno
di cervella, carne,
uova, miele, pepe,
prezzemolo, sedano
e colatura
di alici. Molluschi
sbollentati, farciti
e in padella
Dura un giorno
intero, il banchetto
dell’Odissea
La marinatura
a base di pancetta,
burro, erbe, aceto,
vino bianco e rosso,
precede la cottura
in forno,
in un tegame
coperto
APICIO
“DE RE COQUINARIA”
OMERO
“ODISSEA”
D
IL LIBRO
“LA CUCINA DEGLI DÈI - MITI
E RICETTE DALL’ANTICA GRECIA
ALLA ROMA IMPERIALE”
DI ANNA FERRARI È PUBBLICATO
DA BLU EDIZIONI
(271 PAGINE, 14 EURO)
Focaccette
al miele
Placenta
Citati nelle pagine
che Apuleio dedica
alla favola di Amore
e Psiche
(Le metamorfosi),
i dischetti di pasta
lievitata, fritti
e inzuppati
in uno sciroppo
di zucchero
e miele
Una miscela
mirabolante
di grano antico
e creta, alla base
del dolce piatto
(plakoùnta),
che Catone illustra
dettagliatamente
nel De agri
cultura.
Rifinitura
con alloro e miele
APULEIO
“LE METAMORFOSI”
CATONE
“DE AGRI CULTURA”
passerella i prodromi della dieta che non a caso verrà battezzata mediterranea. Duemila
anni prima dell’avventura italiana del professor Ancel Keys, infatti, legumi e farine macinate e pietra, olio (extra) vergine e vini speziati, erbe di campo e formaggelle di capra già
abitano le tavole tra Micene e Roma.
In principio fu l’ambrosia. E nettare, miele,
fumo. A leggere gli scritti del tempo, viene da
pensare che oggi gli Dèi dell’Olimpo sarebbero magrissimi, tanto aerei e impalpabili risultavano i loro menù, tra bocconi misteriosi
(non c’è ricetta per l’ambrosia), profumi inebrianti e meravigliose bevande. Ma gli eroi,
IMMI COME MANGI e ti
dirò se sei un
immortale. Così la
pensano gli antichi.
Che attribuiscono
agli Dèi un’alimentazione
dell’altro mondo. Distante anni
luce da quella degli umani. Questi,
infatti, sono essenzialmente
consumatori di cereali e legumi,
carne e latte, formaggi e verdure. E
soprattutto di pane, il simbolo
stesso del nutrimento, al punto che
il poeta Esiodo chiama la spiga di
grano bios, che vuol dire vita.
Mentre gli spocchiosissimi celesti
seguono una dieta assolutamente
choosy e veggie. Niente farinacei, e
della carne solo l’odore. Quello
degli animali sacrificati e
affumicati che sale nell’empireo. I
numi non disdegnano affatto i
piaceri della tavola, ma
consumano solo cibi esclusivi, di
cui i terrestri devono accontentarsi
di favoleggiare. Come nettare e
ambrosia. Veri e propri elisir
d’immortalità. L’uomo che li
assaggia non conosce né vecchiaia
né morte. Ma resta sospeso in una
bolla di immortalità. Proprio come i
celesti. Che non hanno sangue
nelle vene in quanto non hanno
metabolismo. Non a caso l’astuto
Ulisse, che vuole tornare da
Penelope e invecchiare con lei,
rifiuta di assaggiare i manicaretti
soprannaturali della ninfa
Calipso, perché sa che non ne
uscirebbe morto. Insomma a fare
la differenza tra la stirpe divina e
quella umana è soprattutto la
dieta. E la distanza alimentare tra
gli abitatori del cielo e quelli della
terra diventa il modello di quella
che separa i divi dalla gente
comune, i nobili dai plebei, i ricchi
dai poveri, i primi dagli ultimi. Non
a caso i gastronomi dell’antichità
come Apicio, Ateneo, Archestrato
di Gela, sono attentissimi
all’esclusività delle materie prime
e delle preparazioni. E teste d’uovo
come Platone trasformano
pasticcieri del calibro di Tearione
in autentiche star dei fornelli.
Masterchef presi e compresi dalla
loro arte. Alcuni paragonano il
profumo dei loro piatti al canto
delle sirene. E aggiungono che c’è
un solo modo per sottrarsi
all’incantesimo: usare la cera,
proprio come Ulisse, ma per
tapparsi il naso invece che le
orecchie. E in Grecia c’è perfino
la dea dei ricchi gourmet, si
chiama Adefagia, da aden,
sazietà, e fagein, divorare.
Insomma nostra signora
della degustazione.
Oggi, invece, per
mangiare da dio
non c’è bisogno
di chiamarsi
Giove. Basta
andare in una
buona gastronomia.
quelli che più di qualsiasi comune mortale
possono avvicinarsi alle divinità, si nutrono in
modo sostanzioso e gagliardo. Così, al di là
della sequenza delle carni arrostite, che domina l’alimentazione soprattutto maschile
dall’alba dell’umanità, la contaminazione tra
sacro e profano passa attraverso l’olio e il vino.
Nulla sembra cambiato da quando Atena
vinse la sfida di nume dell’Attica, regalando ai
suoi abitanti l’ulivo, mentre il rivale Poseidone aveva fatto sgorgare l’acqua dalle rocce
dell’Acropoli. Un campione della cultura alimentare capace di nutrire il corpo dentro e
fuori, se è vero che gli eroi si cospargono d’olio
prima e dopo le fatiche fisiche, mentre con impacchi d’olio e foglie si curano ulcere, dolori
muscolari, mali di testa. Ben cinque tipologie
a differenziare la qualità, dal men che mediocre cibarium, fatto con gli scarti del frantoio,
al caducum (da olive cadute), al maturum, su
su fin al viride (il nostro “verdone”) e al setoso oleum ex albis ulivis, ottenuto da olive verde chiaro e denocciolate, riservato alla famiglia imperiale.
In quanto al vino, è fortemente alcolico —
Ulisse fa ubriacare Polifemo offrendoglielo
puro, invece che allungato con venti parti
d’acqua, come d’uso — speziato con timo e finocchio, dolcificato con il miele (caratteristica che piace agli Dèi perché lo rende simile al
nettare).
Se la cucina divina vi attira, sperimentate le
ricette de La cucina degli Dèi, appena pubblicato dalla studiosa di mitologia Anna Ferrari
per Blu Edizioni. Poi organizzate una gita in
Georgia, terra madre del vino, dove i contadini ancora interrano sotto il letto le anfore per
la vinificazione. Bevete con moderazione per
evitare di fare la fine del Ciclope.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 15 GIUGNO 2014
40
L’incontro. Altri carioca
QUELLI COME
CAETANO VELOSO
E GILBERTO GIL
IN QUEGLI ANNI
ERANO DAVVERO
DELLE POPSTAR.
LA LORO ERA
UNA MUSICA
RIVOLUZIONARIA,
POI VENNERO
I MILITARI, GIUSTO
MEZZO SECOLO FA...
Cresciuto in una sperduta cittadina brasiliana, negli anni Settanta
si ritrova catapultato a New York. E tra un Brian Eno, un Jim Jarmush e un Basquiat diventa protagonista della scena no wave: “Volevamo e credevamo di suonare del rock e invece ci prendevano per
punk”. Poi, dopo che “non solo il Lower East Side ma persino pezzi di
Brooklyn sono diventati un brand”, è ritornato a casa. E oggi, a sessantun’anni, ancora sinceramente “convinto di non saper suonare
la chitarra”e con in valigia il suo nuovo raffinatissimo mix di pop
sperimentale e sonorità tropicabrasiliano dell’adolescenza fino a reinventarsi produttore di quelli che erano
i suoi idoli di gioventù: a lui si deve il suono contaminato di Estrangeiro,
uno degli album più celebrati di Caetano Veloso, nonché la riscoperta di un outli, si gode i Mondiali: “Sto con chi stati
sider come Tom Zé. Lindsay ricorda come in quegli anni «Veloso e i tropicalisti erano vere e proprie popstar. Li vedevi alla televisione, li sentivi alla radio,
estremamente popolari e anche coraggiosi, perché per l’epoca quella
protesta, ci mancherebbe, ma erano
era una musica nuova, rivoluzionaria. Fu un momento molto bello, ma anche
molto, molto breve: la dittatura militare si stava via via inasprendo, il clima si
pesante, e nel 1969 Veloso e Gil vennero arrestati. Alla fine se ne scappasono anche un tifoso sfegatato. fece
rono a Londra. Proprio lo scorso 31 marzo ricorrevano i cinquant’anni dal colpo di Stato. In Brasile se ne è parlato molto perché quella della dittatura rimauna questione aperta: come è potuto accadere? perché non ci fu una reaIn pratica sono due volte male- nezione?
Sono domande ancora molto attuali nella società brasiliana, e del resto
anche oggi il paese sta vivendo un momento molto delicato». Il riferimento è
alle proteste di piazza contro i Mondiali di calcio e contro la presidente Dilma
dettamente eccitato”
Rousseff: «Manifestazioni del genere in Brasile non se ne vedevano da tantis-
Arto
Lindsay
V A LER I O M A TTI O L I
ROMA
RTO LINDSAY è uno dei monumenti di una New York che ormai non
A
esiste più. A fine anni Settanta fu fondatore dei DNA, colonne di
quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York,
praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre. Abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di gente come
Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per i locali punk quanto per le gallerie d’arte. «Noi in realtà volevamo suonare soltanto del rock’n’roll», puntualizza.
«Non credevamo mica di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era un po’
più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».
Questo sessantunenne occhialuto che ancora sostiene di «non saper
suonare la chitarra» (e che proprio per questo è diventato uno dei chitarristi più imitati dall’universo indie rock), è venuto in Italia a presentare il doppio cd antologico Encyclopedia of Arto, equamente diviso tra
estratti dal suo catalogo solista e una selezione di brani dal vivo.
Siamo a oltre trentacinque anni dalle prime prove dei DNA: la New York
no wave è morta e sepolta, a Manhattan ci abitano solo i ricchi e «persino quartieri di Brooklyn come Williamsburg e Greenpoint sono diventati un brand». Più che un cambio di prospettiva è un
ribaltamento pressoché totale, e infatti da circa un decennio
Lindsay è tornato a vivere nella sua patria elettiva: il Brasile.
Che poi è il paese in cui è cresciuto, ben prima di trasferirsi nella New York delle avanguardie downtown, dei Television e di
MI PIACEVA LA BOLOGNA DEL ’77, FRIGIDAIRE E ANDREA
PAZIENZA. PARE CHE QUANDO SEQUESTRARONO
DOZIER, I BRIGATISTI PER NON FARSI SENTIRE MENTRE
PARLAVANO GLI METTEVANO NELLE ORECCHIE MUSICA
A PALLA. BEH, ERA MUSICA DEI DNA, LA NOSTRA
Patti Smith: «Erano gli anni Sessanta. Ora vivo a Rio, allora abitavo in una minuscola città nello Stato del Pernambuco che sembrava rimasta al medioevo; i miei primi contatti con la musica del mondo “lì fuori” risalgono agli anni
del liceo, quando conobbi dei ragazzi figli di diplomatici
americani che mi raccontarono dei gruppi californiani e
dei festival rock. Però in Brasile c’era già stato il movimento tropicalista che era stato un autentico shock: musicisti come Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Os Mutantes...».
In pieni anni Ottanta Lindsay riprenderà proprio il bagaglio
simo tempo. In un certo senso a pesare è anche la delusione del dopo-Lula. Il
suo stesso partito è diventato come un qualsiasi altro partito politico brasiliano: sostanzialmente un luogo di potere e di corruzione. È stato coinvolto in
scandali terribili, e col passare degli anni la situazione è sempre più degenerata. Anche le politiche contro la povertà portate avanti da Lula, pur mosse
dalle migliori intenzioni, alla fine rispondevano alla più classica politica neoliberista. E con Dilma Rousseff siamo ancora nel pieno di questo processo». Sui
Mondiali l’opinione di Arto è, da perfetto brasiliano, duplice: «Sono arrabbiato per il modo in cui sono stati organizzati: la Federazione mondiale e quella
brasiliana si sono comportate come vere e proprie organizzazioni criminali. E
dunque resto totalmente e decisamente dalla parte di chi protesta. E dico di
più: credo anche che esattamente questo sia il momento giusto per protestare. Però, però, sono anche un appassionato di calcio e non smetterò mai di tifare Brasile, non potrei. Dunque, in sostanza, è come se in questi giorni fossi
doppiamente eccitato...».
Tratta Brasile-Stati Uniti a parte, l’altro paese con cui Arto Lindsay intrattiene da sempre un rapporto preferenziale è proprio l’Italia. È un legame
che risale agli anni delle scorribande con DNA e Lounge Lizards (il gruppo
fake-jazz fondato da John Lurie) e a raccontarlo oggi getta una luce insolita
sull’influenza che l’avanguardia newyorchese subì da parte del nostrano binomio arte-politica: «Eravamo molto presi dall’Autonomia e dal Movimento
del ’77, ci piaceva questo legame tra politica, teoria, creatività e vita di tutti i giorni. All’epoca, quando suonammo coi Lounge Lizards in Italia, mi trattenni a Bologna per un po’ e produssi anche un disco di una formazione locale, gli Hi-Fi Bros. Era divertente, ci esibivamo nelle situazioni più disparate:
SONO ARRABBIATO, CERTO, E DELUSO
IL PARTITO DI LULA È DIVENTATO
COME UN QUALSIASI ALTRO PARTITO
POLITICO BRASILIANO: UN LUOGO
DI POTERE E DI CORRUZIONE
teatri d’opera, Feste dell’Unità, squat punk...». D’altra parte, l’interesse era reciproco: la no wave e i DNA in particolare furono la
colonna sonora ufficiosa di esperienze come Frigidaire, la rivista
nata nel 1980 che ospitò i fumetti di Stefano Tamburini, Tanino
Liberatore, Filippo Scozzari, Massimo Mattioli e ovviamente Andrea Pazienza. E l’inconfondibile volto di Arto Lindsay, questo bislacco incrocio tra un impiegato di banca e un nerd prosciugato
dalle troppe anfetamine, per qualche tempo fu veramente tra
le icone sotterranee delle avanguardie post-settantasettine.
«Mi ricordo che i ragazzi di Frigidaire vennero anche a trovarci a New York: c’era Tamburini, l’autore di Ranxerox, e
Emi Fontana, che poi divenne la compagna dell’artista
Mike Kelley. Di Frigidaire conservo ancora diversi numeri.
Recentemente ho anche riacquistato i volumi di Ranxerox
in portoghese». Lindsay ricorda anche un altro episodio,
piuttosto inquietante: «Nel 1981 le Brigate Rosse rapirono
James Lee Dozier, il generale della Nato. Mentre lo tenevano sequestrato i brigatisti lo obbligavano a indossare un
paio di cuffie da cui mandavano musica a volume altissimo.
Presumo lo facessero per impedirgli di ascoltare le loro conversazioni, nomi, non so. Ma vuoi sapere che musica era
quella che gli mettevano in cuffia a tutto volume? Beh, pare fosse proprio la nostra, proprio un disco dei DNA. O almeno così narrava la leggenda».
Di tempo da allora ne è passato e oggi lo stesso Lindsay ha
in qualche modo smussato gli angoli. Anche come musicista.
I suoi lavori da solista sono un raffinatissimo incrocio tra pop
sperimentale e recuperi brasiliani. Un esempio lo trovate
sul primo cd di Encyclopedia of Arto. Ma sul secondo, quello
dal vivo, c’è lui da solo con la sua chitarra. Ed è ancora, di nuovo, l’Arto tagliente e atonale dei tempi passati.
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