ecclesia in cammino - Diocesi Suburbicaria Velletri

Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia
Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 11, numero 11(113) - Nov. 2014
Novembre
2014
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- Sinodo: l’Evangelo della famiglia va
annunciato come via e orizzonte di vita,
+ Vincenzo Apicella
- Vita Consecrata in Ecclesia Hodie Evangelium,
Prophetia, Spes
p. 20
- 2015. Un Anno dedicato alla Vita Consacrata,
Stanislao Fioramonti
p. 20
p. 3
- Sinodo: opportunità e responsabilità in
una chiesa senza veli,
Laura Dalfollo
p. 5
- Sinodo, si comincia. Da alcuni punti fermi,
Massimo Introvigne
p. 6
Ecclesia in cammino
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
- “Bene comune della famiglia umana” :
a
messaggio per la 64 Giornata nazionale
del Ringraziamento,
Commissione Ep. per i Problemi
sociali , lavoro, giustizia e pace
p. 23
Direttore Responsabile
Mons. Angelo Mancini
Collaboratori
- Conferenza stampa di Papa Francesco
durante il volo di ritorno dalla Corea,
Stanislao Fioramonti
p. 7
- Gli ammonimenti di Papa Francesco,
Sara Gilotta
p.10
- La Chiesa intercetta il cammino della famiglia,
p. Vincenzo Molinaro
p. 25
Stanislao Fioramonti
Tonino Parmeggiani
Mihaela Lupu
Proprietà
- “I pomeriggi dell’Ufficio catechistico”: Riscoprire
la narrazione, sr. Francesca Langella
p. 26
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri
n. 9/2004 del 23.04.2004
- Il disorientamento morale, inganno educativo
della nostra società,
Marta Pietroni
p. 11
- Convocati per ascoltare la Sua parola,
don Alessandro Tordeschi
- Mamma e figlio, mirabile unità,
don Gaetano Zaralli
- Fiducia, comunione e vita: la parrocchia
educa alla preghiera,
mons. Franco Risi
- Il volontariato internazionale di Gabriella
in Perù / 2, Gabriella Fioramonti
p. 12
Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l.
- C.E.I., SALERNO, 24.10.2014 - Convegno
Nazionale: “Nella precarietà, la Speranza”
- Colleferro, parrocchia S. Bruno: rinnovata
l’Esultanza per il suo patrono,
Giovanni Zicarelli
- La Diocesi ad Assisi per la Festa di
San Francesco e l’offerta dell’olio,
Roberto Caramanica
- Lariano: seconda esperienza Camminata
sui passi della fede,
Tiziana Pagliara
p. 27
p. 29
p. 30
p. 32
p. 14
p. 15
p. 16
- Anno dei religiosi / 1: la santità dei religiosi
esempio e testimonianza della santità di tutti,
don Antonio Galati
p. 19
- Il sacro intorno a noi / 7: l’eremo di San
Leonardo e la rava S. Maria a Sgurgola,
Stanislao Fioramonti
p. 33
- Educare oggi : Madri e figlie,
Antonio Venditti
p. 35
- “Actus Tragicus” , Johann Sebastian Bach,
Mara Della Vecchia
p. 36
- La Cappella di san Brizio nel
Duomo di Orvieto / 1,
don Marco Nemesi
p. 38
- Nomine e decreti vescovili
Redazione
Corso della Repubblica 343
00049 VELLETRI RM
06.9630051 fax 96100596
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A questo numero hanno collaborato inoltre:
S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Franco Risi,
don Alessandro Tordeschi, don Gaetano Zaralli, don
Antonio Galati, Suore Apostoline Velletri, p.
Vincenzo Molinaro, sr. Francesca Langella, don
Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, p. Vincenzo
Molinaro, Marta Pietroni, Laura Dalfollo, Massimo
Introvigne, Giovanni Zicarelli, Tiziana Pagliara, Roberto
Caramanica, Gabriella Fioramonti, Antonio Venditti,
Sara Gilotta, Mara Della Vecchia.
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DISTRIBUZIONE GRATUITA
p. 37
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In copertina:
Nozze di Cana,
Von Schnorr C.J., 1819, Amburgo.
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Vincenzo Apicella, vescovo
P
er una combinazione, che può apparire casuale solo a chi non
è abituato a tenere in conto i progetti della Provvidenza, la III
Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi si
è conclusa alla vigilia della Beatificazione di Papa Paolo VI, colui che
seppe tradurre in forma concreta e stabile l’ispirata intenzione del
suo predecessore, San Giovanni XXIII, di ristabilire in modo permanente
lo stile sinodale nella vita della Chiesa Cattolica Romana.
Di questa preziosa consegna Papa Francesco ne ha fatto uno dei
punti qualificanti del suo Pontificato, tanto da indire contemporaneamente
due Sinodi dei Vescovi, a distanza di un anno l’uno dall’altro e sullo stesso tema della famiglia.
Qualcuno ha fatto notare che anche il primo Sinodo convocato da
San Giovanni Paolo II, all’indomani della sua elezione a Vescovo di
Roma, trattava dello stesso argomento ed ha attribuito la somiglianza
alla provenienza di ambedue dalla conduzione diretta di una grande Diocesi, il che aiuta a percepire le priorità dei problemi e delle
sfide, che la Chiesa è chiamata ad affrontare.
Certamente, la famiglia non è un problema, ma una risorsa, che però,
come tutte le risorse, oggi corre il rischio dell’inquinamento, se non
dell’esaurimento. E’ necessario, allora, che la gioia dell’evangelizzazione si estenda anche a questo ambito, che è quello originario
e permanente di ogni esistenza umana ed anche quello in cui più
massicciamente si fanno sentire le mutazioni culturali e sociali in cui
siamo tutti coinvolti.
Papa Francesco ha dettato all’inizio lo stile ed il metodo dei lavori
sinodali, presenziando poi a tutte le Congregazioni, senza intervenire nel dibattito, salvo concluderli con un applauditissimo discorso
finale. Lo stile doveva essere quello di “parlare chiaro”, con libertà
e senza giri di parole, con la piena consapevolezza della propria responsabilità episcopale, ma, prima ancora, di “ascoltare con umiltà” quanto gli altri vescovi avevano da comunicare,
nella ricerca della via su
cui il Signore stesso
intende condurre il Suo
gregge.
Se questo è stato lo stile dei lavori, non si
vede perché debba aver
suscitato tanta meraviglia la diversità delle opinioni su tanti argomenti scottanti e la vivacità
della discussione, che
ricorda quella delle
Sessioni conciliari di
cinquant’anni fa, segno
di vitalità e di passione
apostolica. Anche il
metodo ha ricalcato la
stesso percorso, articolandosi su tre momenti dello stesso impegno:
“ascoltare”; ascoltare
anzitutto “la gente”, i suoi
problemi concreti, le
sue ansie, le sue gioie
e le sue fatiche nel contesto sociale e culturale di oggi e questo, per
la prima volta, è avvenuto anche nella fase preparatoria del Sinodo,
con un questionario a cui sono state chiamate a rispondere tutte le
Diocesi del mondo.
Quindi l’ascolto di Cristo, della sua Parola, dell’Evangelo, che illumina la nostra storia e che per la Chiesa è l’unico e insostituibile punto di riferimento, di cui siamo costituiti servi e non padroni, interpreti
ed annunciatori, senza cedimenti o accomodamenti, pertanto chiamati ad una fedeltà che non può tollerare alcuna alterazione dei contenuti fondamentali della fede. Infine l’ascolto reciproco, che nel Sinodo
ha trovato ampio spazio, soprattutto nel tornante tra le due settimane,
quando si è trattato di discutere il documento che sintetizzava la prima fase dei lavori, quella delle Congregazioni generali, per essere
poi esaminato e rielaborato nei 10 Gruppi minori, divisi per aree linguistiche, in modo da pervenire ad una Relazione finale.
A questo punto i 183 Padri sinodali hanno espresso ben 470 modifiche o aggiunte e anche delle 62 proposizioni della Relazione finale tre non hanno raggiunto l’approvazione dei due terzi dell’Assemblea,
essendo così rinviate ad un ulteriore approfondimento.
Le tre proposizioni riguardano i temi più spinosi e controversi: sulla
possibilità che i divorziati e risposati possano accedere ai sacramenti
della Penitenza e dell’Eucarestia, sul rapporto tra Comunione sacramentale e quella spirituale, sull’attenzione pastorale verso le persone
con orientamento omosessuale.
Su questi argomenti occorrerà pervenire a formulazioni più chiare e
condivise e a questo si potrà lavorare nel prossimo anno, in vista
dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, prevista
per l’ottobre 2015.
Sì, perché, insieme alla chiarezza ed alla trasparenza (sono state
pubblicate tutte le relazioni dei Gruppi minori, oltre a quella della sin-
continua a pag. 4
4
Novembre
2014
segue da pag. 3
tesi di metà percorso, insieme a tutti i voti ottenuti dalle proposizioni della Relazione finale), un’altra delle caratteristiche che rendono
questo Sinodo veramente “straordinario” è di essere, come è stato
detto, un work in progress, cioè un lavoro che non ha voluto essere definitivo, ma servire soprattutto ad aprire delle piste su cui si dovrà
ulteriormente procedere.
Detto tutto questo, ci si può chiedere qual è il lascito di queste due
intense settimane di fatica a cui si sono sottoposti i Padri sinodali?
Quali dati, quali indicazioni e prospettive sono emersi?
Da osservatore esterno, vescovo, ma non partecipante direttamente ai lavori, mi sembra di doverne sottolineare almeno tre: l’atteggiamento di fondo che la Chiesa intende assumere, la valorizzazione di quanto appartiene alla realtà umana del matrimonio, l’Evangelo
della famiglia cristiana proposto come via e non semplicemente come
norma giuridica.
Le parole che tornano più spesso negli interventi e nei documenti
prodotti sono: attenzione, accoglienza, cura, accompagnamento, misericordia. Un clima positivo di accoglienza e di gioia si sta ormai diffondendo gradualmente nell’aria che si respira nella Chiesa, a partire da quel formidabile documento programmatico di papa Francesco
che è l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, credo il documento
più citato dai Padri in questi giorni, insieme alla Familiaris Consortio
e ai Documenti conciliari. Non possiamo innanzitutto tradire la parola stessa Ev-angelo, che ha proprio come contenuto originario la gioia,
la speranza, il valore sacro di ogni persona, per la quale si apre la
promessa concreta e realizzata in Gesù di Nazareth della riconciliazione con il Padre, del perdono nello Spirito e, in definitiva, della
Resurrezione in Cristo.
Tutto questo non è soltanto “forma”, è il contenuto principale del messaggio cristiano e deve avere il primato su tutto il resto e deve essere proposto e percepito prima di tutto il resto e tutto il resto è ordinato ad esso. Ciò non vuol dire cedere alla tentazione di un “buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia
le ferite senza prima curarle e medicarle, che tratta i sintomi e non
le cause e le radici”, come ha detto il Papa nel discorso conclusivo,
dopo aver parlato dell’altra tentazione, quella “dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi
sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo
ancora imparare e raggiungere”. Questo atteggiamento di fondo, ormai,
non può più essere eluso e, provvidenzialmente, sembra essere un
punto di non ritorno nello slancio missionario dell’evangelizzazione,
che Papa Francesco col suo ministero e la sua testimonianza vuole trasmettere a tutte le realtà ecclesiali.
In secondo luogo, il Sinodo ha evidenziato una importante sottolineatura conciliare: “facendo nostro l’insegnamento dell’Apostolo secondo cui tutta la creazione è stata pensata in Cristo e in vista di Lui
(Cf. Col.1,16), il Concilio Vaticano II ha voluto esprimere apprezzamento per il matrimonio naturale e per gli elementi validi presenti nelle altre religioni (Cf. Nostra Aetate, 2) e nelle culture nonostante i
limiti e le insufficienze (Cf. Redemptoris Missio, 55). La presenza dei
semina Verbi nelle culture (Cf. Ad Gentes, 11) potrebbe essere applicata, per alcuni versi, anche alla realtà matrimoniale e familiare di
tante culture e di persone non cristiane. Ci sono quindi elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano – comunque
fondato sulla relazione stabile e vera di un uomo e di una donna –
che in ogni caso riteniamo che siano ad esso orientate.” (Relazione
finale, 22). Questi principi, espressi nella seconda parte, “Lo sguardo su Cristo”, vengono ripresi negli orientamenti pastorali della terza parte, in cui si afferma: “Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà… Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste
nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte
le debite differenze, nelle convivenze. Occorre che nella proposta
ecclesiale, pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano, indi-
chiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso.” (Relazione finale, 41). Il matrimonio e la famiglia sono realtà, che, prima di essere illustrate nel
Liber Scripturae, sono già contenute nel Liber naturae, anche se questa rimane una natura lapsa, cioè ferita dal peccato.
Da questo peccato siamo liberati in virtù della grazia, che sgorga incessantemente dal costato aperto del Signore Nostro Gesù Cristo, Crocefisso
e Risorto: è Lui il Nymphios, lo Sposo, il Nuovo Adamo da cui trae
la sua esistenza la Nuova Eva, la Chiesa, la Sposa.
E’ in virtù di questa grazia, alla quale va riservato sempre il primato (EG,112), che possiamo vivere ed annunciare L’Evangelo del Matrimonio
cristiano, che proprio per questo è stato riconosciuto dalla Chiesa
come Sacramento. Ma la grazia suppone la natura, sanandola, non
in modo automatico e magico, bensì accompagnando la natura nel
suo faticoso cammino di guarigione, che inevitabilmente passa anch’esso attraverso la croce. Ne fanno esperienza quotidiana tutti i battezzati,
che, santificati dallo Spirito nell’acqua battesimale, sono chiamati a
vivere concretamente ogni giorno di più questa santità, che non viene dalle nostre opere, ma dalla fede in Cristo Gesù.
Sappiamo tutti quanta fatica occorre per portare accesa fino alla fine
la lampada che ci è stata consegnata il giorno del nostro Battesimo
e quante volte diventiamo anche noi “lucignoli fumiganti”.
Non per nulla nella storia della Chiesa la prassi del sacramento della Penitenza o Riconciliazione è andata soggetta a tanto grandi e
profonde trasformazioni , a partire dai tempi apostolici, con buona
pace dei “montanisti” o “donatisti” di ogni epoca. Nel Sinodo si è parlato di “legge della gradualità”, concetto già sotteso in molti passi
dell’Evangelii Gaudium, in tutto il primo capitolo, soprattutto dal n.
34 al 49, ma anche nei paragrafi 169-173 e nel primo dei quattro grandi principi enunciati nel capitolo quarto: “Il tempo è superiore allo spazio” (EG,222-225).
Per tutto questo l’Evangelo della famiglia va annunciato come via e
orizzonte di vita e non trasformato in pura norma giuridica, riportando alla mente che nella frase di Gesù: “all’inizio non fu così” (Mt.19,8)
la parola “inizio” (archè) va tradotta con “principio”, principio costitutivo permanente che va sempre più esplicitato e vissuto e non semplice status quo ante, inizio cronologico a cui dovremmo tornare.
D’altra parte la sofferenza di tante famiglie “irregolari” nasce proprio
dalla maturazione di una sensibilità umana e cristiana assente al momento del primo Matrimonio, per cui, secondo alcuni Padri, “andrebbe
considerata la possibilità di dare rilevanza al ruolo della fede dei nubendi in ordine alla validità del sacramento del Matrimonio, tenendo fermo che tra battezzati tutti i matrimoni validi sono sacramento” (Relazione
finale, 48).
Nei Gruppi minori si è detto, comunque, che “legge della gradualità” non significa “gradualità della legge” ed il Papa, nel discorso conclusivo, ha ringraziato i Padri perché essi hanno avuto sempre “davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema
lex, la salus animarum (Cf. Can.1752). E questo sempre senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del sacramento del Matrimonio:
l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura
alla vita (Cf. Cann.1055, 1056 e Gaudium et Spes, 48).
“Molte altre annotazioni andrebbero fatte a partire da quanto è emerso nel Sinodo: il ruolo delle legislazioni nazionali ed internazionali,
le enormi disparità culturali nell’ambito stesso della Chiesa, le situazioni drammatiche dovute ai conflitti, alle persecuzioni, all’emigrazione forzata, alla povertà, alle violenze, la necessità per la famiglia
stessa dell’apertura al servizio, senza dimenticare che, anzitutto, il
Sinodo ha sentito “il dovere di ringraziare il Signore per la generosa fedeltà con cui tante famiglie cristiane rispondono alla loro vocazione e missione” (Relazione finale, 1).
Il lavoro ora continua e non solo più per i Padri sinodali, ma per tutta la Chiesa, per tutti noi, che, cum Petro et sub Petro, siamo tenuti a farci carico di quella realtà sacra ed insostituibile che si chiama
“Famiglia”.
Novembre
2014
Laura Dalfollo
«Già il convenire in
unum attorno al Vescovo
di Roma è evento di grazia, nel quale la collegialità
episcopale si manifesta in
un cammino di discernimento spirituale e pastorale. Per ricercare ciò
che oggi il Signore chiede alla Sua Chiesa, dobbiamo prestare orecchio
ai battiti di questo tempo
e percepire l’«odore»
degli uomini d’oggi, fino
a restare impregnati delle loro gioie e speranze,
delle loro tristezze e
angosce (cfr Gaudium et Spes,1). A quel
punto sapremo proporre con credibilità la
buona notizia sulla famiglia».
I
n queste parole di Papa Francesco, pronunciate durante la veglia di preghiera in
preparazione al Sinodo dei Vescovi, è possibile individuare l’itinerario proposto e auspicato per il lavoro sinodale, che ha interessato
il mondo intero dal 5 al 19 ottobre scorso. La
mia intenzione è offrire una indicativa riflessione,
a partire da questa breve citazione, al fine di
poterci disporre in atteggiamento attento e fruttuoso rispetto gli accadimenti di questo tempo.
Siamo parte di una storia dalla quale non possiamo farci trascinare al modo di un tronco galleggiante. Questa è la nostra storia e ne siamo protagonisti, responsabili di un divenire il
cui appello richiede il nostro impegno per essere compreso nella sua verità.
Nell’evento di questo sinodo su Le sfide
pastorali sulla famiglia nel contesto
dell’Evangelizzazione cosa ci è dato di leggere? Emerge la dinamica di novità, ma nella continuità. Non a caso viene richiamato il Concilio
Vaticano II. Le sfide pastorali chiamano all’ascolto del tempo in cui siamo immersi. Non vi
sono stravolgimenti, cesure, cambiamenti irreversibili. La dinamica è di sviluppo della comprensione dell’unica dottrina di fronte alle
nuove domande, alle nuove
sfide che la famiglia pone e
a cui, essa stessa, è posta.
La dimensione pastorale è
espressa nella figura del
“buon pastore”, non idealizzato, ma concretamente presentato in quella vicinanza sensibile alle proprie pecore, tale
da percepirne l’odore, esserne impregnato, essere egli stesso parte del gregge.
La Chiesa si offre in questo
momento Madre, senza
dimenticare di essere Maestra.
Misericordia e giustizia procedono assieme in
una tensione indissolubile, insuperabile, nel suo
equilibrio prova a cui il lavoro sinodale è chiamato. La Chiesa si riconosce chiamata non a
giudicare, bensì ad accompagnare in un cammino reale, che possa aiutare ciascun uomo a
procedere verso quella pienezza di fede a cui
è da sempre chiamato.
La Chiesa come Madre e Maestra, si riconosce chiamata alla giustizia e alla misericordia,
chiamata alla giustizia di Dio che è misericordia, non cieco buonismo, bensì insegnamento mansueto, accoglienza e accompagnamento.
Quale domanda ai credenti? Come si accoglie
e vive la proposta pastorale? Essa certamente impegna i pastori nella loro cura per una fruttuosa e sincera ricerca della Verità, tuttavia il
fedele non è passivo spettatore. La nostra attenzione si pone sulla responsabilità del credente, nel suo essere parte viva della Chiesa: non
silenzioso ed immobile appartenente, ma
attento ed informato figlio. In questo tempo di
grazia il credente deve riconoscere il suo ruolo attivo come membro della Chiesa di Cristo,
non passivo uditore di una moltitudine di voci
ed interpretazioni. Si articola in questo modo
la responsabilità morale come duplice. Un primo aspetto riguarda la cura per la propria infor-
5
mazione; essa non può essere superficiale, non può accontentarsi della rassegna stampa mattutina.
La Chiesa stessa ha offerto un
sinodo aperto. Attraverso il sito
vaticano una finestra sempre
spalancata sui lavori sinodali ha permesso di seguire conferenze stampa, interviste ai
padri sinodali, progressivamente
relazioni e comunicati nelle diverse lingue. La questione viene così diretta alla nostra volontà di capire, conoscere, affidarci nel senso più profondo
del termine, ovvero consegnare
noi stessi a queste parole. Non
vi sono alibi: è responsabilità personale del singolo fedele informarsi nella misura della sua possibilità
e capacità. La facile reperibilità di informazioni
alla fonte, rende quasi impossibile nascondersi
dietro l’idea di un’ignoranza invincibile. Ciascuno
di noi può, e quindi deve, conoscere le reali e
veritiere risposte che la Chiesa offre a quelle
sfide che si propone di affrontare, nella convinzione
che nel dubbio o nell’incertezza è la parola della Chiesa da considerarsi parola sicura.
Questo significa che la formazione della propria coscienza si affida alla Chiesa e non alle
superficiali interpretazioni dei giornali di divulgazione o quotidiani in cerca del titolone da prima pagina. E qui l’altra dimensione della responsabilità, la dimensione testimoniale. Senza conoscere non si può vivere, testimoniare significativamente. La famiglia è chiamata ad uno slancio missionario nella Chiesa come presenza viva
e vera dell’amore di Cristo, possibile anche in
questo tempo. Di fronte alle sfide pastorali sulla famiglia la Chiesa con coraggio realista si propone come riferimento, non solo ad intra, bensì per il mondo intero.
Nuovamente l’immagine di questo spazio dato
dalla tensione che si riconosce al binomio misericordia - giustizia, concetti non separabili che
nel concreto si attuano, concreto che la
Chiesa stessa sta riconoscendo come domanda alla sua presenza nel mondo reale, fatto di uomini e donne non solo da evangelizzare,
ma già essi stessi evangelizzatori in quanto testimoni primi della grazia di Dio.
A conclusione il richiamo alla
méta indicata da papa Francesco:
giungere a proporre con credibilità la buona notizia sulla famiglia. Questo il dovere e desiderio della Chiesa famiglia delle famiglie, l’auspicio e l’impegno
della pastorale famigliare, il dono
e la chiamata di ogni fedele,
nel cui cuore risuona l’amore
di Dio da far vivere nel mondo di oggi.
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6
Massimo Introvigne*
C
omincia oggi il Sinodo Straordinario dedicato alla famiglia, preceduto ieri sera da una veglia di preghiera in Piazza San Pietro
a cui hanno partecipato 80mila persone. Papa Francesco ha detto che il Sinodo è chiamato a «prestare orecchio ai battiti di questo tempo e percepire l’odore degli uomini di oggi», ma per discernere e «proporre con credibilità la buona notizia sulla famiglia» che viene dal Vangelo.
E ha chiesto di pregare perché si sappia «mantenere fisso lo sguardo
su Gesù Cristo». Proprio per questo continuiamo a proporre l’insegnamento del Magistero in tema di comunione ai divorziati risposati, tema
caldissimo di questo Sinodo. Oggi affrontiamo il tema della pastorale per
chi si trova in questa situazione.
«Amare la famiglia con lo sguardo di Cristo»
Veglia per il Sinodo
Ottantamila persone hanno partecipato in Piazza San Pietro, sabato 4
ottobre 2014, alla veglia di preghiera con Papa Francesco per il Sinodo
straordinario sulla famiglia. Tra le testimonianze che sono state proposte, ha commosso quella di due sposi di Tivoli che, dopo essere stati
separati per sei anni, hanno trovato nella fede il coraggio per tornare a
vivere insieme.
Nel suo intervento, a conclusione della veglia, Papa Francesco si è rivolto alle «care famiglie», rilevando che su Piazza San Pietro si era ormai
fatta sera, e «la sera è l’ora in cui si fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa nello spessore degli affetti», magari – e qui il
Pontefice ha alluso al Vangelo appena letto delle Nozze
di Cana – per consumare quel «vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto».
Ma la sera, ha aggiunto, è anche «l’ora più pesante per chi si ritrova a tu per tu con la propria solitudine, nel crepuscolo amato di sogni e di progetti infranti». Troppo spesso per costoro la sera è l’ora in cui
s’imbocca il «vicolo cieco della rassegnazione e dell’abbandono se non del rancore».
Offrendo con Gesù il «vino della gioia», che contiene «il sapore e la sapienza stessa della vita», la Chiesa
vuole farsi «voce degli uni e degli altri», di chi vive
la famiglia nella gioia come di chi è disperato.
Il Papa non ha ovviamente anticipato le conclusioni del Sinodo, ma ha ricordato come «anche nella
cultura individualista che snatura e rende effimeri i
legami, in ogni nato di donna rimanga vicino un bisogno essenziale di stabilità». Con la sua cura dei bambini e degli anziani, con il suo «accompagnamento
educativo», «la famiglia continua a essere scuola senza pari di umanità e offre un contributo indispensabile a una società giusta e solidale». «Più le sue radici sono profonde, più nella vita è possibile andare lontano».
Non sappiamo che cosa ci dirà il Sinodo, ha detto il Pontefice, ma sappiamo che il Sinodo è importante, che già il «convenire in unum» di tanti vescovi intorno al Papa è un «evento di grazia», dove «la collegialità
si manifesta in un cammino di discernimento».
Il Sinodo è chiamato a «prestare orecchio ai battiti di questo tempo e
percepire l’odore degli uomini di oggi», ma per discernere e «proporre
con credibilità la buona notizia sulla famiglia» che viene dal Vangelo. Sappiamo
che solo il Vangelo contiene l’indicazione per la vera felicità, che solo
nel Vangelo «c’è la salvezza che compie i bisogni più profondi dell’uomo». Se annunciassimo opinioni di uomini e non il Vangelo, ha ammonito il Papa, «il nostro edificio resterebbe solo un castello di carte e i
pastori si ridurrebbe a chierici di Stato sulle cui labbra il popolo cercherebbe invano la freschezza e il profumo del Vangelo». Ci sarà il momento per entrare nei contenuti del Sinodo, ma la veglia è stato il momento della preghiera, di cui il Pontefice ha indicato tre contenuti.
Primo: chiedere allo Spirito Santo «il dono dell’ascolto», prima di Dio e
poi del popolo di Dio, in questo ordine. Secondo, chiedere che i padri
sinodali siano disponibili «a un confronto sincero aperto e fraterno che
ci porti a farci carico con responsabilità pastorale degli interrogativi che
questi cambiamenti d’epoca porta con sé». La famiglia ha molti problemi: «Lasciamo che si riversino nel nostro cuore, senza perdere la pace
ma con la serena fiducia che a suo tempo non mancherà l’intervento
del Signore per ricondurre tutto all’unità». Qui Papa Francesco ha fatcontinua nella pag. accanto
Novembre
2014
7
sintesi a cura di Stanislao Fioramonti
Sung Jin Park, della Yonhap News,
l’agenzia coreana.
Santo Padre, a nome dei giornalisti coreani e del nostro popolo, desidero ringraziarLa
per la Sua visita. Lei ha portato la felicità a
molta gente, in Corea. E grazie anche per
l’incoraggiamento all’unificazione del nostro
Paese. Lei si è rivolto in primo luogo alle famiglie delle vittime del disastro del traghetto Sewol
e le ha consolate. Che cosa ha provato quando le ha incontrate? Non si è preoccupato
che il Suo gesto potesse essere frainteso politicamente?
Quando ti trovi davanti al dolore umano, devi
fare quello che il tuo cuore ti porta a fare.
Poi diranno: “Ha fatto questo perché ha questa intenzione politica o quell’altra…”.
Si può dire tutto. Ma quando tu pensi a questi uomini, a queste donne, papà e mamme,
che hanno perso i figli, i fratelli e le sorelle,
al dolore tanto grande di una catastrofe, non
so, il mio cuore… io sono un sacerdote, e
sento che devo avvicinarmi! Lo sento così;
è prima di tutto questo.
Io so che la consolazione che potrebbe dare
una parola mia non è un rimedio, non restituisce la vita a quelli che sono morti; ma la vicinanza umana in questi momenti ci dà forza, c’è
la solidarietà… Ricordo che come arcivescovo a
Buenos Aires ho vissuto due catastrofi di questo
tipo: una, l’incendio di una sala da ballo, dove si
teneva un concerto di musica pop: sono morte 193
persone! E poi, un’altra volta, una catastrofe con
i treni, credo che sono deceduti in 120. E io, in
quei momenti, ho sentito lo stesso: di avvicinarmi. Il dolore umano è forte, e se noi in questi momenti tristi ci avviciniamo, ci aiutiamo tanto. E su quella domanda, alla fine, io vorrei aggiungere una cosa.
Io ho preso questo. Dopo averlo portato per mezza giornata - l’ho preso per solidarietà con loro , qualcuno si è avvicinato e mi ha detto: “E’ meglio
toglierlo… Lei dev’essere neutrale…” - “Ma, senti, con il dolore umano non si può essere neutrali”. Così ho risposto. E’ quello che io sento. Grazie
della tua domanda, grazie.
Alan Holdren di EWTN e
Catholic News Agency, ACI Prensa a Lima, Perù.
Le forze militari degli Stati Uniti da poco hanno incominciato a bombardare dei terroristi in Iraq per prevenire un genocidio, per proteggere il futuro delle minoranze - penso anche ai cattolici sotto la Sua
guida. Lei approva questo bombardamento americano?
Grazie della domanda così chiara. In questi casi,
dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto
dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo
il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la
guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono
fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo anche avere memoria! Quante volte, con questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra
di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo
la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle
Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: “E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?”.
Soltanto
questo,
niente
di
più.
Secondo, le minoranze. Perché a me dicono: “I
cristiani, poveri cristiani…” Ed è vero, soffrono. Sì,
ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose, non tutte cristiane, e tutti sono uguali davanti di Dio. Fermare l’aggressore
ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un
diritto dell’aggressore, di essere fermato per non
fare del male.
Jean-Louis de la Vaissière, di France Presse.
Tornando ancora sulla vicenda irachena, Lei sarebbe pronto a sostenere un intervento militare sul
terreno in Iraq per fermare i jihadisti? Lei pensa
di potere andare un giorno in Iraq, forse in Kurdistan,
per sostenere i profughi cristiani che La aspettano, e pregare con loro in questa terra dove vivono da duemila anni?
Io sono stato poco tempo fa con il Presidente del
Kurdistan, e lui aveva un pensiero molto chiaro
sulla situazione, come trovare soluzioni… Ma era
prima di questa aggressione ultima. Alla prima domanda ho risposto: io sono d’accordo sul fatto che, quando c’è un aggressore ingiusto, venga fermato…
Sì, io sono disponibile, ma credo che posso dire
questo: quando abbiamo sentito con i miei collaboratori di questa situazione delle minoranze religiose, e anche il problema, in quel momento, del
Kurdistan che non poteva ricevere tanta gente, ci
siamo detti: che cosa si può fare? Abbiamo pensato tante cose. Abbiamo scritto prima di tutto un
comunicato che ha fatto padre Lombardi a nome
mio. Questo comunicato è stato inviato a tutte le
Nunziature perché fosse comunicato ai governi.
Poi abbiamo scritto una lettera al Segretario Generale
delle Nazioni Unite… E alla fine abbiamo deciso
di inviare un Inviato Personale, il Cardinale Filoni.
E infine abbiamo detto: se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea, possiamo andare lì. Era
una delle possibilità. Questa è la risposta: sono
disponibile. In questo momento non è la cosa migliore da fare, ma sono disposto a questo.
continua a pag. 8
segue da pag. 6
to cenno a momenti di dibattito anche aspro che però, ha detto, non devono scandalizzare. Troviamo «nella storia della Chiesa tante situazioni
analoghe che i nostri padri hanno saputo superare con ostinata pazienza e creatività».La soluzione è il terzo contenuto della preghiera per il
Sinodo, il più importante: chiedere la grazia di «mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del
suo volto», «assumerne il suo modo di pensare», se necessario facendolo prevalere sul nostro. «Ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza
cristiana» troviamo la forza per «rinnovare la Chiesa e la società con la
gioia del Vangelo». La Chiesa oggi vive «afflizioni e difficoltà che le ven-
gono sia da dentro sia da fuori». La soluzione è sempre la stessa: fede
intrepida, speranza che ritrovi «la vivacità e il dinamismo dei primi missionari del Vangelo», carità «creativa che consenta di amare come Gesù
ama». Per dire davvero alla famiglia che è «amata con lo sguardo di
Cristo», i padri di una Chiesa «riconciliata e misericordiosa» pregheranno,
discuteranno, studieranno ma dovranno anzitutto ascoltare Maria a Cana,
in quello che resta il suo «testamento spirituale»: «Qualsiasi cosa Gesù
vi dica, fatela».
*da lanuovabq.it 05.10.2014
8
Fabio Zavattaro, della Rai.
Lei è il primo Papa che ha potuto sorvolare la Cina.
Il telegramma che ha mandato al presidente cinese è stato accolto senza commenti negativi. Pensa
che questi siano passi in avanti di un dialogo possibile? E avrebbe desiderio di andare in Cina?
Quando stavamo per entrare nello spazio aereo
cinese, io ero nel cockpit con i piloti, e uno di loro
mi ha fatto vedere lì un registro e ha detto: “Mancano
dieci minuti per entrare nello spazio aereo cinese, dobbiamo chiedere l’autorizzazione. Si chiede sempre, è una cosa normale, ad ogni Paese
si chiede”. E ho sentito come chiedevano l’autorizzazione, come si rispondeva… Sono stato testimone di questo. E il pilota ha detto: “Adesso va
il telegramma”, ma non so come abbiano fatto. Poi
mi sono congedato da loro, sono tornato al mio
posto e ho pregato tanto per quel grande e nobile popolo cinese, un popolo saggio… Penso ai grandi saggi cinesi, una storia di scienza, di saggezza… Anche i gesuiti: abbiamo storia lì, con padre
Ricci… E tutte queste cose venivano da me. Se
io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: domani! Eh, sì. Noi rispettiamo il popolo cinese; soltanto,
la Chiesa chiede libertà per la sua missione, per
il suo lavoro; nessun’altra condizione. Poi, non bisogna dimenticare quel documento fondamentale per
il problema cinese che è stata la Lettera inviata
ai Cinesi da Papa Benedetto XVI. Quella Lettera
oggi è attuale. Rileggerla fa bene. Sempre la Santa
Sede è aperta ai contatti, perché ha una vera stima per il popolo cinese.
Paloma García Ovejero della Cope,
la Radio cattolica spagnola.
Il prossimo viaggio sarà in Albania. Forse l’Iraq.
Dopo, Filippine e Sri Lanka… Ma dove andrà nel
2015? Lei sa che in Avila e in Alba de Tormes c’è
tanta attesa: possono ancora sperare?
Sì, sì… La Signora Presidente della Repubblica
di Corea, in perfetto spagnolo, mi ha detto:
“La esperanza es lo ultimo que se pierde”. Così
m’ha detto, riferendosi all’unificazione della Corea.
Mi viene da dire questo: si può sperare, ma non
è deciso.
Quest’anno è prevista l’Albania, è vero. Alcuni dicono che il Papa ha uno stile di incominciare tutte
le cose dalla periferia. Ma no, vado in Albania per
due motivi importanti. Primo, perché sono riusciti a fare un governo - pensiamo ai Balcani! -, un
governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi
e cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta tanto ed è equilibrato. E questo va bene, è armonizzato. La presenza del Papa è per dire a tutti i
popoli: “Si può lavorare insieme!”.
Io l’ho sentito come se fosse un vero aiuto a quel
nobile popolo. E l’altra cosa: se pensiamo alla storia dell’Albania, è stata religiosamente l’unico dei
Paesi comunisti che nella sua Costituzione aveva l’ateismo pratico. Se tu andavi a Messa era anticostituzionale. E poi, mi diceva uno dei ministri,
che sono state distrutte - voglio essere preciso nella cifra - 1.820 chiese. Distrutte! Ortodosse, cattoliche… in quel tempo. E poi, altre chiese sono
state trasformate in cinema, teatro, sale da ballo… Io ho sentito che dovevo andare: è vicino, in
un giorno si fa… Poi, l’anno prossimo vorrei andare a Philadelphia, all’incontro delle famiglie; e sono
stato anche invitato dal Presidente degli Stati Uniti
al Parlamento americano, e anche dal Segretario
Novembre
2014
delle Nazioni Unite, a New York: forse le tre città
insieme... Il Messico: i messicani vogliono che io
vada alla Madonna di Guadalupe, e si potrà approfittare di quel viaggio, ma non è sicuro.
E infine, la Spagna. I Reali mi hanno invitato e l’episcopato mi ha invitato… c’è una pioggia di inviti per andare in Spagna: Santiago de Compostela… forse è possibile, ma non dico di più perché non è
deciso; andare al mattino ad Avila e ad Alba de
Tormes, e tornare il pomeriggio…
Sarebbe possibile…
Johannes Schidelko
dell’Agenzia cattolica tedesca.
Quale tipo di rapporto c’è tra Lei e Benedetto XVI?
esiste un abituale scambio di opinioni, di idee, esiste un progetto comune dopo questa Enciclica?
Ci vediamo… Prima di partire sono andato a trovarlo. Lui, due settimane prima, mi ha inviato uno
scritto interessante: mi chiedeva l’opinione… E abbiamo un rapporto normale, perché torno a questa
idea, che forse non piace a qualche teologo – io
non sono teologo –: penso che il Papa emerito non
sia un’eccezione, ma dopo tanti secoli, questo è
il primo emerito. Pensiamo, sì, come lui ha detto: “Sono invecchiato, non ho le forze”.
E’ stato un bel gesto di nobiltà e anche di umiltà
e di coraggio. Io penso: 70 anni fa anche i vescovi emeriti erano un’eccezione, non esistevano.
Oggi i vescovi emeriti sono una istituzione. Io penso che “Papa emerito” sia già un’istituzione. Perché?
Perché la nostra vita si allunga e a una certa età
non c’è la capacità di governare bene, perché il
corpo si stanca, la salute forse è buona ma non
c’è la capacità di portare avanti tutti i problemi di
un governo come quello della Chiesa. E io credo
che Papa Benedetto XVI abbia fatto questo gesto
che di fatto istituisce i Papi emeriti. Ripeto: forse
qualche teologo mi dirà che questo non è giusto,
ma io la penso così. I secoli diranno se è così o
no, vedremo. Lei potrà dirmi: “E se Lei non se la
sentirà, un giorno, di andare avanti?”. Farei lo stesso, farei lo stesso! Pregherò molto, ma farei lo stesso. Ha aperto una porta che è istituzionale, non eccezionale. Il nostro rapporto è di fratelli, davvero. Io
ho detto anche che lo sento come se avessi il nonno a casa per la saggezza: è un uomo con una
saggezza, con le nuances, che mi fa bene ascoltarlo. E anche mi incoraggia molto. Questo è il rapporto che abbiamo con lui.
Yoshimori Fukushima del Mainichi Shimbun.
In questo viaggio Lei ha incontrato delle persone
che hanno sofferto. Che cosa ha provato quando lei ha salutato le sette “donne comfort” alla Messa
di questa mattina?
Per quanto riguarda la sofferenza delle persone,
come in Corea, c’erano i cristiani nascosti anche
in Giappone, e l’anno prossimo sarà il 150° anniversario della loro “riemersione”. Sarà possibile pregare per loro insieme con Lei a Nagasaki?
Sarebbe bellissimo! Sono stato invitato: sia dal governo, sia dall’episcopato. Le sofferenze… Lei torna
su una delle prime domande. Il popolo coreano
è un popolo che non ha perso la dignità. E’ stato
un popolo invaso, umiliato, ha subito guerre, adesso è diviso, con tanta sofferenza. Ieri, quando sono
andato all’incontro con i giovani, ho visitato il Museo
dei martiri. E’ terribile la sofferenza di questa gente, semplicemente per non calpestare la Croce!
E’ un dolore o una sofferenza storica. Ha capa-
cità di soffrire, questo popolo, e anche questo fa
parte della sua dignità. Anche oggi, quando c’erano queste donne anziane, davanti, a Messa: pensare che in quell’invasione sono state, da ragazze, portate via, nelle caserme, per sfruttarle… e
loro non hanno perso la dignità. Oggi mostravano il volto, anziane, le ultime che rimangono… E’
un popolo forte nella sua dignità. Ma tornando a
queste realtà di martirio, di sofferenze, anche di
queste donne: questi sono i frutti della guerra! E
oggi noi siamo in un mondo in guerra, dappertutto!
Qualcuno mi diceva: “Lei sa, Padre, che siamo nella Terza Guerra Mondiale, ma ‘a pezzi’?”. Ha capito? E’ un mondo in guerra, dove si compiono queste crudeltà. Vorrei fermarmi su due parole. La prima è crudeltà. Oggi i bambini non contano! Una
volta si parlava di una guerra convenzionale; oggi
questo non conta. Non dico che le guerre convenzionali
siano una cosa buona, no. Ma oggi arriva la bomba e ti ammazza l’innocente con il colpevole, il bambino, con la donna, con la mamma… ammazzano tutti. Ma noi dobbiamo fermarci e pensare un
po’ al livello di crudeltà al quale siamo arrivati.
Questo ci deve spaventare! Non lo dico per fare
paura: si può fare uno studio empirico. Il livello di
crudeltà dell’umanità, in questo momento, fa piuttosto spaventare. E l’altra parola sulla quale vorrei dire qualcosa, e che è in rapporto con questa,
è la tortura. Oggi la tortura è uno dei mezzi quasi - direi - ordinari dei comportamenti dei servizi
di intelligence, dei processi giudiziari…
E la tortura è un peccato contro l’umanità, è un
delitto contro l’umanità; e ai cattolici io dico: torturare una persona è peccato mortale, è peccato grave! Ma di più: è un peccato contro l’umanità. Crudeltà e tortura.
Mi piacerebbe tanto che voi nei vostri media faceste delle riflessioni: come vedete queste cose, oggi?
Com’è il livello di crudeltà dell’umanità? E cosa
pensate della tortura? Credo che farà bene a tutti noi, riflettere su questo.
Deborah Ball di Wall Street Journal.
Lei tiene un ritmo molto, molto impegnativo, molto serrato e si concede poco riposo e nessuna vacanza; fa questi viaggi massacranti. Poi, negli ultimi
mesi, abbiamo visto che Lei ha dovuto cancellare qualche appuntamento, anche all’ultimo
momento. C’è da preoccuparsi per il ritmo che Lei
tiene?
Eh sì, qualcuno me l’ha detto! Io ho fatto le vacanze, adesso, a casa, come faccio di solito, perché…
una volta, ho letto un libro, interessante, il titolo
era: “Rallegrati di essere nevrotico”! Anch’io ho alcune nevrosi, ma bisogna trattarle bene, le nevrosi! Dare loro il mate ogni giorno… Una di queste
nevrosi è che sono un po’ troppo attaccato all’habitat. L’ultima volta che ho fatto vacanze fuori
Buenos Aires, con la comunità gesuita, è stato nel
1975. Poi, sempre faccio vacanze – davvero! –,
ma nell’habitat: cambio ritmo. Dormo di più, leggo le cose che mi piacciono, sento la musica, prego di più… E questo mi riposa. A luglio e parte di
agosto ho fatto questo, e va bene. L’altra domanda: il fatto che ho dovuto cancellare [degli impegni]: questo è vero. Il giorno che dovevo andare
al “Gemelli”, fino a 10 minuti prima, ero lì ma non
ce la facevo, davvero… Erano stati giorni molto
impegnativi. E adesso devo essere un po’ più prudente. Tu hai ragione!
continua nella pag. accanto
Novembre
2014
Anaïs Feuga della Radio Francese.
A Rio, quando la folla gridava:
“Francesco, Francesco”, Lei rispondeva: “Cristo,
Cristo”. Oggi Lei come gestisce questa immensa
popolarità? Come la vive?
Ma, non so come dire… Io la vivo ringraziando il
Signore che il suo popolo sia felice – questo lo
faccio davvero – e augurando al popolo di Dio il
meglio. La vivo come generosità del popolo, questo è vero. Interiormente, cerco di pensare ai miei
peccati e ai miei sbagli, per non illudermi, perché
io so che questo durerà poco tempo, due o tre anni,
e poi… alla casa del Padre… E poi, non è saggio chiedersi questo, ma la vivo come la presenza del Signore nel suo popolo che usa il vescovo che è il pastore del popolo, per manifestare tante cose. La vivo più naturalmente di prima: prima
mi spaventava un po’… Faccio queste cose… Mi
dico anche nella mente: non sbagliare, perché tu
non devi fare torto a questo popolo; e tutte queste cose… Un po’ così…
Jürgen Erbacher, della televisione tedesca.
Si parla da tempo del progetto di un’Enciclica sull’ecologia. Si può dire quando uscirà e quali sono
i punti centrali?
Questa Enciclica… Ho parlato tanto con il
Cardinale Turkson e con altri, e ho chiesto al Cardinale
Turkson di raccogliere tutti i contributi che sono
arrivati. E prima del viaggio, quattro giorni prima,
il Cardinale Turkson mi ha consegnato la prima
bozza. La prima bozza è grossa così... Direi che
è un terzo di più della Evangelii gaudium! E’ la prima bozza. Ma adesso è un problema non facile,
perché sulla custodia del creato, l’ecologia,
anche l’ecologia umana, si può parlare con una
certa sicurezza fino ad un certo punto. Poi vengono le ipotesi scientifiche, alcune abbastanza sicure, altre no. E un’Enciclica così, che dev’essere
magisteriale, deve andare avanti soltanto sulle sicurezze, sulle cose che sono sicure. Perché, se il
Papa dice che il centro dell’universo è la Terra e
non il Sole, sbaglia, perché dice una cosa che dev’essere scientifica, e così non va. Così succede adesso. Dobbiamo fare adesso lo studio, numero per
numero, e credo che diventerà più piccola. Ma,
andare all’essenziale e a quello che si può affermare con sicurezza. Si può dire in nota, a piè di
pagina, “su questo c’è questa ipotesi, questa, questa…”, dirlo come informazione, ma non nel corpo di un’Enciclica, che è dottrinale e deve essere sicura.
Jung Hae Ko, di un giornale coreano.
Appena prima della Messa finale alla Cattedrale
di Myeong-dong, Lei ha consolato alcune “donne
di conforto”: quali pensieri l’hanno attraversata?
Pyongyang afferma che il Cristianesimo rappresenta una minaccia diretta al suo regime e alla sua
leadership. Noi sappiamo che qualcosa di terribile è successo ai cristiani nordcoreani. Non sappiamo però cosa sia accaduto. C’è un impegno
particolare nel Suo animo per tentare di cambiare l’approccio di Pyongyang ai cristiani nordcoreani?
La prima domanda, ripeto questo: oggi, queste donne erano lì perché, malgrado tutto quello che hanno sofferto, hanno dignità: ci hanno messo la faccia. Io ho pensato quello che ho detto anche poco
fa, alle sofferenze della guerra, alle crudeltà che
porta una guerra… Queste donne sono state sfruttate, sono state schiavizzate, queste sono crudeltà…
Ho pensato tutto questo: la dignità che loro hanno e anche quanto hanno sofferto. E la sofferenza è un’eredità. Noi diciamo, i primi Padri della Chiesa
dicevano che il sangue dei martiri è seme di cristiani. Voi coreani avete seminato tanto, tanto. Per
coerenza. E si vede adesso il frutto di quella semina dei martiri. Sulla Corea del Nord, io non so…
So che è una sofferenza… Una la so di sicuro:
che ci sono alcuni parenti, tanti parenti che non
possono ritrovarsi, e questo fa soffrire, questo è
vero. E’ la sofferenza di questa divisione del Paese.
Oggi, in cattedrale, dove ho indossato i paramenti
per la Messa, c’era un regalo che mi hanno fatto, che era una corona di spine di Cristo, fatta con
il filo di ferro che divide le due parti dell’unica Corea.
E questo regalo io lo porto sull’aereo… La sofferenza della divisione, di una famiglia divisa. Come
ho detto, abbiamo una speranza: le due Coree sono
fratelli, parlano la stessa lingua. Quando si parla
la stessa lingua è perché si ha la stessa madre
e questo ci dà speranza. La sofferenza della divisione è grande, io capisco questo e prego perché
finisca.
Pulella, del gruppo di lingua inglese.
Lei ha parlato del martirio: a che punto siamo con
il processo per il vescovo Romero? Lei cosa vorrebbe vedere uscire da questo processo?
Il processo era alla Congregazione per la Dottrina
della fede, bloccato “per prudenza”, si diceva. Adesso
è sbloccato. E’ passato alla Congregazione per i
Santi. E segue la strada normale di un processo.
Dipende da come si muovono i postulatori.
Questo è molto importante, di farlo in fretta. Io, quello che vorrei, è che si chiarisca: quando c’è il martirio in odium fidei, sia per aver confessato il Credo,
sia per aver fatto le opere che Gesù ci comanda,
con il prossimo. E questo è un lavoro dei teologi,
che lo stanno studiando. Perché dietro di lui [Romero],
c’è Rutilio Grande e ci sono altri; ci sono altri che
sono stati uccisi, ma che non sono alla stessa altezza di Romero. Si deve distinguere teologicamente, questo. Per me Romero è un uomo di Dio, ma
si deve fare il processo, e anche il Signore deve
dare il suo segno… Se Lui vuole, lo farà. Ma adesso i postulatori devono muoversi perché non ci sono
impedimenti.
Céline Hoyeau, di La Croix,
giornale cattolico francese.
Vista la guerra a Gaza, è stata un fallimento, secondo Lei, la preghiera per la pace organizzata in Vaticano
l’8 giugno scorso?
Grazie, grazie per la domanda. Quella Preghiera
per la pace, assolutamente non è stata un fallimento. Primo, l’iniziativa non è venuta da me: l’iniziativa di pregare insieme è venuta dai due Presidenti,
dal Presidente dello Stato di Israele e dal
Presidente dello Stato di Palestina. Loro mi avevano fatto arrivare questo desiderio. Poi, volevamo farla là [in Terra Santa], ma non si trovava il
posto giusto, perché il costo politico di ognuno era
molto forte se andava dall’altra parte. La Nunziatura
sarebbe stata un posto neutrale, ma per arrivare
in Nunziatura il Presidente dello Stato di Palestina
sarebbe dovuto entrare in Israele e la cosa non
era facile. E loro mi hanno detto: “Lo facciamo in
Vaticano, e noi veniamo!”. Questi due uomini sono
uomini di pace, sono uomini che credono in Dio,
e hanno vissuto tante cose brutte che sono convinti che l’unica strada per risolvere quella storia
9
è il negoziato, il dialogo e la pace. Ma la sua domanda, adesso: è stato un fallimento? No, io credo che
la porta è aperta. Tutti e quattro, come rappresentanti,
e Bartolomeo ho voluto che fosse lì come capo
dell’Ortodossia, Patriarca ecumenico dell’Ortodossia
– non voglio usare termini che forse non piacciono a tutti gli ortodossi – come Patriarca ecumenico era bene che fosse con noi. E’ stata aperta
la porta della preghiera. E si dice: “Si deve pregare”. E’ un dono, la pace è un dono, un dono che
si merita con il nostro lavoro, ma è un dono. E dire
all’umanità che insieme con la strada del negoziato - che è importante -, del dialogo - che è importante - c’è anche quella della preghiera. Dopo è
arrivato quello che è arrivato. Ma questo è congiunturale. Quell’incontro invece non era congiunturale:
è un passo fondamentale di atteggiamento umano: la preghiera. Adesso il fumo delle bombe, delle guerre non lascia vedere la porta, ma la porta
è rimasta aperta da quel momento. E siccome io
credo in Dio, io credo che il Signore guarda quella porta, e guarda quanti pregano e quanti gli chiedono che Lui ci aiuti. Sì, mi piace questa domanda. Grazie, grazie per averla fatta. Grazie.
Novembre
2014
10
Sara Gilotta
“Si può confutare l’errore di chi
parlando bene ed operando
male crede di educare gli altri
nella vita e nei costumi,
dimenticando che le mani di
Giacobbe hanno
persuaso più delle sue parole,
benché le mani
persuadessero il falso e
le parole il vero”.
Q
ueste parole, in verità piuttosto semplici da capire sono state scritte da Dante nella sua opera intitolata “De Monarchia”, ma a me
sembrano ben riguardare anche la nostra
realtà tutta, compresa quella del clero,
cui il Papa si è specificamente rivolto,
in apertura del Sinodo sulla famiglia, usando un termine assai forte: cupidigia. La
cupidigia è desiderio di beni terreni, ma
anche di potere in qualunque forma pensato ed attuato. Un vizio assai grave,
dunque, perché inevitabilmente produce forme di sottomissione e spesso di
sopruso soprattutto sui più deboli. Se poi un tale “peccato” è commesso da chi, appartenendo al clero, ha scelto di essere al servizio degli
altri, allora davvero il Papa ha voluto toccare una realtà dolorosa e grave. D’altra parte e non dimenticando assolutamente che la storia della
Chiesa è ricca di sacerdoti santi, che hanno speso la loro vita al servizio degli altri, bisogna aggiungere che la cupidigia è un male antico ,
che ha accompagnato la Chiesa, sin dai primi secoli dalla sua fondazione, soprattutto a causa di quel potere temporale che faceva dei Papi
dei re e del clero tutto soggetto di potere e quindi soggetto ed oggetto di corruzione e, appunto, di cupidigia.
Per tutto questo Machiavelli potè affermare
che “ …abbiamo adunque che la Chiesa
e con i preti noi italiani questo primo “obbligo” , di essere diventati senza religione…”e
successivamente Foscolo dirà “ or di preti e di frati facciamo sacerdoti” a conferma che soprattutto dagli intellettuali si alzava un vero e proprio grido di dolore nei confronti di chi nella Chiesa aveva dimenticato
il suo dovere e la sua missione di pastore di anime. Ma è soprattutto Dante, che
nella “Commedia” alzò la sua voce , per
piangere sul destino della Chiesa caduta
in mano ad usurpatori spinti solo dalla cupidigia .
E senza dubbio il canto in cui il poeta esprime con più sdegno il problema che interessa non solo la chiesa, ma l’intera umanità è il diciannovesimo, quello in cui egli
colloca e condanna i simoniaci.
E, se i simoniaci sono coloro che vendet-
tero i doni di Dio per
acquistare denaro
e potere, capovolgendo completamente gli insegnamenti di Cristo, sicuramente Dante condannando i prelati
e i papi ad una pena
davvero infamante
e terribile si rivela non
solo teologo, ma
forse ancor di più
uomo esacerbato
dalle sofferenze, vittima di ingiustizie e
soprusi. Soprusi che,
peraltro, non hanno
colpito solo lui, ma
hanno indebolito sia
il potere spirituale della Chiesa, sia quello temporale dell’
impero.
Necessari ambedue,
per dare alla società equilibrio, di pace e di equità. La pena riservata ai simoniaci è, come
dicevo terribile, ma soprattutto molto particolare e consiste nell’aver sovvertito il peccatore nella sua persona: i dannati sono, infatti, precipitati in una buca a testa in giù ed esprimono i loro sentimenti agitando le
gambe, mentre le piante dei loro piedi vengono lambite da fiamme.
E se si pensa che Dante colloca nella terza bolgia ben tre papi e cioè
Niccolò III, Clemente V E Bonifacio VIII, allora si comprende anche meglio
tutto lo sdegno del poeta per chi ha snaturato la purezza evangelica per
tramare con i re, come la bestia con le sette teste e le dieci corna dell’Apocalisse.
Con l’aggiunta poetica molto efficace ed
astuta per la quale solo il primo pontefice si trova già all’inferno, degli altri due
viene annunciato l’arrivo in una condanna preventiva, ma consapevolmente e polemicamente violenta. Né certamente a caso
Dante colloca Bonifacio VIII nell’inferno,
prima ancora che muoia a conferma che
molto soffrì come credente offeso e
come uomo perseguitato ingiustamente
ed ingiustamente reso esule da un potere corrotto che aveva danneggiato la vera
missione della Chiesa.
Un rimprovero, dunque, davvero forte quello del Papa, che, sin dalla sua elezione
sta indicando a tutti ed innanzitutto ai componenti del clero la necessità di una rinnovata umiltà capace di essere di esempio per i fedeli, che, a loro volta, schiacciati dalla negatività del reale avvertono
l’esigenza di incontrare veri pastori.
Novembre
2014
l 9 ottobre scorso, il Tar del Lazio ha respinto l’istanza cautelare presentata da alcune
associazioni contro il decreto emanato il 12
maggio 2012 dal presidente della Regione Lazio
Nicola Zingaretti, decreto attraverso il quale si
obbligano i medici dei consultori a prescrivere
la cosiddetta contraccezione d’emergenza e la
certificazione per l’aborto. Tali indicazioni, scritte nelle <<Linee di Indirizzo regionali per le attività dei Consultori familiari>> sono state motivate, a detta di Zingaretti, da un ragionevole bilanciamento dei diritti coinvolti.
Bisogna però ricordare che il giudizio del Tar,
essendo cautelare, è sempre sommario; questo significa che la partita è ancora aperta. Ha
invece rassegnato le sue dimissioni l’infermiera di Voghera che settimane fa aveva tentato
Da qui, la discutibile volontà del direttore medico di redigere un codice di comportamento generale per il personale sanitario da adottare in caso
di richiesta del suddetto farmaco.
Lo scorso febbraio, l’Aifa – l’Agenzia Italiana del
farmaco – aveva tolto dal foglietto illustrativo della pillola del giorno dopo il riferimento al possibile effetto abortivo, dichiarando la sua azione
limitata alla capacità di ritardare l’ovulazione.
Ora, questo intervento di cambiamento è sotto
il giudizio del Consiglio di Stato proprio perché
il nuovo “bugiardino” (non a caso detto tale), non
chiarisce in realtà quale sia l’azione del farmaco a fecondazione avvenuta; quest’ultima può
infatti avvenire già da mezz’ora dopo il rapporto sessuale.
In questo caso, provocando delle modificazioni a carico dell’endometrio, impedirebbe l’annidamento dell’embrione nell’utero materno,
andando così ad avere un effetto chiaramente
di convincere due ragazze a non assumere la
pillola del giorno dopo.
Le due ragazze, si erano recate di notte presso il pronto soccorso di Voghera per richiedere la cosiddetta pillola del giorno dopo, il farmaco
che, preso entro 72 ore dal rapporto sessuale,
permette di evitare una gravidanza. L’infermiera
ha dichiarato di aver agito spinta dalla sua coscienza, con l’intento di non salvare, eventualmente, delle vite umane. Episodio simile in un ospedale del basso vicentino dove l’11 ottobre scorso una coppia di fidanzati si è vista rifiutare la
richiesta di prescrizione del Norlevo (pillola del
giorno dopo).
abortivo. E’ di qualche settimana fa invece la notizia che è di circa 6.000 il numero delle coppie
in attesa della fecondazione eterologa; criteri operativi ancora non chiari, tariffe non definite ma
tanta impazienza di agire.
A Firenze intanto era in programma per il 14 ottobre la prima fecondazione eterologa presso l’ospedale Carreggi.
Di fronte a tutte queste disorientanti notizie non
si può e non si deve davvero restare indifferenti.
Continuiamo ad assistere ad una trasformazione
della nostra idea di nascita, di genitorialità, di
procreazione.
L’uomo ha nelle mani un potere tecnologico smi-
Marta Pietroni
I
11
surato, che non è seguito pari passo da una consolidata riflessione etica.
I danni di una cultura che ha deresponsabilizzato l’atto sessuale, diseducando le nuove generazioni, alimentandole con una cultura della superficialità, si riscontra oramai su tanti fronti.
Le conseguenze si riflettono in un’antropologia
che non riesce a far proprio il concetto di responsabilità e che vede in ogni desiderio un diritto
che qualcuno deve sempre essere pronto a soddisfare. Tralasciando l’aspetto meramente economico, che vede anche da parte delle case farmaceutiche vere e proprie operazioni commerciali,
l’aspetto estremamente preoccupante è rappresentato
dalla giustificazione sociale che oramai segue
certe vicende.
Le innumerevoli polemiche contro il comportamento dell’infermiera di Voghera sono emblematiche, il voler “risolvere” il problema dell’obiezione
di coscienza è di una gravità non trascurabile.
In passato alcune azioni e scelte trovavano una
generale disapprovazione morale, oggi a doversi vergognare sembra
dover essere chi si ritrova a perdere il lavoro per
aver tentato di difendere la vita umana. Su queste basi socio-culturali,
come possono i nuovi futuri adulti sviluppare un senso di rispetto verso se stessi, verso il proprio corpo e verso l’altro?
La grande libertà di cui
l’individuo gode nella
civiltà occidentale ha
annebbiato la capacità
critica di riflessione.
Il senso del giusto è limitato al senso del giusto
privato. Concetti come
dovere, rispetto e responsabilità fanno fatica a trovare giustificazione all’interno del confronto sociale. I due ragazzi di
Voghera avevano più di
venti anni, non erano dei
ragazzini.
Le coppie in attesa di
fecondazione artificiale
eterologa pensano mai seriamente al senso profondo del loro progetto? All’interno di questo smisurato desiderio di gravidanza, qual è il posto
concesso al rispetto verso il figlio?
Questa nuova persona nasce già con un inganno programmato alle spalle. L’intera società ne
è complice. Tutti ci stiamo ingannando su queste vicende così complesse.
Non basta esaudire i desideri perché ne abbiamo i mezzi per stare dalla parte del giusto. Speriamo
soltanto di accorgercene presto, tanti danni sono
già stati fatti.
Nell’immagine del titolo un’opera pittorica di Darly Zang.
Novembre
2014
12
don Alessandro
Tordeschi
Visibilità della Parola
“Il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini,
delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Esdra lo scriba stava sopra una tribuna
di legno, che avevano costruito per l’occorrenza... Esdra aprì il libro in presenza di tutto
il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si
alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore Dio
grande e tutto il popolo rispose: «Amen, amen»,
alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono
con la faccia a terra dinanzi al Signore.”1
Siamo di fronte a parole e gesti liturgici: il libro
della Legge deve essere visto prima di essere ascoltato, perché il libro ha una visibilità necessaria. Il libro è elevato agli occhi del popolo che
si alza in segno di rispetto.
Lo scriba Esdra formula una benedizione e il
popolo risponde “Amen, Amen”, parola che è
confessione di fede e adesione, accompagnate
da gesti che esprimono timore, adorazione e
rispetto: alzando le mani; si inginocchiarono e
si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al
Signore. Con questi segni il popolo esprime la
sua fede: stare dinanzi al libro della Legge significa stare “alla presenza del Signore”.
Elevare alla vista di tutti il rotolo della Torà è
dunque un atteggiamento rituale che rappresenta la presenza santa di Dio in mezzo al suo
popolo. Anche oggi nella liturgia sinagogale, si
svolge il rito dell’innalzamento detto “ haghahà”: prima della lettura, il rotolo della Legge viene prelevato dall’arca e l’officiante lo tiene aperto sulle braccia rivolto verso la comunità con
un gesto al tempo stesso di elevazione e ostensione in modo che passando attraverso la sinagoga tutta l’assemblea veda la Scrittura e la testimonianza, la veneri anche baciandola mentre
si canta: “Questa è la legge che Mosè espose ai figli di Israele”2, e “secondo la parola data
dal Signore per mezzo di Mosè”3.
Il rito sinagogale dell’haghahà da cui ha avuto origine l’analogo gesto di ostensione dell’evangelario nella liturgia cristiana, attesta che
nella liturgia la parola di Dio è una realtà che
deve essere vista come libro presentato all’assemblea e successivamente udita come testo
letto all’assemblea.
L’ostensione delle Scritture è dunque già in se
un’ermeneutica (arte di interpretare antichi testi
e documenti)4, ricordando così che non solo le
parole omiletiche hanno funzione ermeneutica
ma anche i gesti compiuti nella liturgia sono già
ermeneutica delle Scritture.
Prima di essere letto e ascoltato il libro è visto.
Nella liturgia la chiesa presenta ai fedeli riuniti
in assemblea il loro segno di identità e di
riconoscimento, e in questo modo l’evangelario
svolge la triplice funzione simbolica. Elevando
e ostendendo l’evangelario, la chiesa richiama
anzitutto la superiorità e l’autorità della parola
di Dio su ogni parola umana. Poi la chiesa dichiara
che il libro è mostrato a tutti perché è destinato
a tutti e dunque tutti possono accedere
liberamente alla Parola di salvezza.
Infine, la chiesa attesta che quest’unica parola
di salvezza nella quale tutti possono riconoscersi
crea una relazione tra le persone che non si
sono scelte, ma si riconoscono come debitrici
dell’unica alleanza. Parafrasando una celebre
frase di Henri de Lubac, secondo cui “la chiesa
fa l’eucarestia e l’eucarestia fa la chiesa”5, è
possibile affermare “ la chiesa fa le Scritture e
le Scritture fanno la chiesa.
Anche Nella liturgia cristiana, nella sua forma
più solenne, prevede due ostensioni dell’evangelario.
La prima avviene nel corso della processione
iniziale, quando il diacono porta l’evangelario
elevato attraverso l’assemblea, collocandolo poi
sull’altare dove resta fino alla proclamazione
del vangelo. Prima ancora dell’ambone, l’altare
è il luogo primario
poi vedremo il
perché.
La
seconda
ostensione
dell’evangelario
avviene durante
la processione con
la quale il diacono
porta il libro
dall’altare all’ambone
per la lettura della pagina evangelica.
Gran parte degli elementi rituali comuni a tutte
le liturgie cristiane corrispondono ai gesti di
venerazione del libro della Legge narrati da Neemia
e presenti in diverse tradizioni rituali sinagogali.
Tuttavia uno degli elementi imprescindibili
della lettura liturgica delle Scritture. È che nel
culto sinagogale il rotolo della Legge è
prelevato dall’aron dove è custodito, nella liturgia
delle chiese l’evangelario è preso dall’altare dove
si trova dall’inizio della celebrazione.
Evangelario e altare, “parola della croce”,
ed eucarestia
Mettendo all’inizio della liturgia l’evangelario al
centro dell’altare, in quel momento libero da ogni
altro oggetto, la chiesa riconosce al libro dei vangeli
la stessa dignità dei doni eucaristici. Sull’altare
l’evangelario tiene lo stesso posto dell’eucarestia,
così il libro dei vangeli non è solo oggetto del
culto ma anche di culto. La collocazione
dell’evangelario sull’altare realizza una figura
di intenso significato teologico che il Concilio
Vaticano II ha richiamato: il cristiano si nutre
“del pane della mensa sia della parola di Dio
che del corpo di Cristo”6.
Come il pane e il vino eucaristici sono presi dall’altare
perché i fedeli si nutrano del corpo e del sangue
di Gesù, così anche il vangelo è preso
dall’altare affinché i fedeli si nutrano della parola
di Cristo: “Chi mangia la mia carne e beve il
mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”7, e anche “chi ascolta la
mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna”8.
L’evangelari è preso dall’altare per attestare l’ascolto e la manducazione eucaristica della parola di Dio. L’evangelario è posto sull’altare, luo-
Novembre
2014
go del memoriale del sacrificio della croce, poi
di qui prelevato per la proclamazione del vangelo dall’ambone al fine di significare che il vangelo di Cristo deve essere ascoltato partendo
dal mistero della croce, perché ogni volta che
si predica il vangelo di Cristo è la parola della
croce che è predicata: “ La parola della croce
infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi,
è potenza di Dio… è piaciuto a Dio di salvare
i credenti con la stoltezza della predicazione. E
mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso” 9.
Così, l’innalzamento e l’ostensione dell’evangelario davanti all’assemblea è già proclamazione del verbum crucis. È come se si dicesse
silenziosamente “Ecce verbum crucis”, eco dell’antico
canto “Ecce lignum crucis” nella liturgia solenne
del venerdì santo. Elevando la croce ed
elevando l’evangelario si compie lo stesso atto,
si proclama l’unica Parola, la parola della croce.
Questo è significato dal piccolo segno di croce
che chi proclama il brano del vangelo traccia
sulla pagina dell’evangelario, gesto con il
quale poi, insieme ai fedeli si segna la fronte,
le labbra e il petto a significare l’accesso della
parola del vangelo nelle facoltà fondamentali della
persona: intelletto, il linguaggio e la volontà.
Memoria dello sphraghis battesimale, questo gesto
è incisione cruciforme del verbum crucis sulla
fronte, luogo della mente e dell’intelligenza; sulle
labbra, spazio della voce e della parola; sul cuore,
sede della volontà e degli affetti.
Una sintesi del legame tra l’evangelario e l’altare,
e dunque tra parola della croce e l’eucarestia
è espresso mirabilmente da Agostino in una delle
sue espressioni: “Ci nutriamo della croce del Signore,
quando mangiamo il suo corpo”.10
La voce del lettore
Gesù “aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
‘ Lo spirito del Signore è sopra di me’”11. L’atto
di aprire il rotolo o il libro delle scritture è atto
che è esso stesso una liturgia: “non si può negare
la portata iconica del libro e la forza mistagogica
della sua apertura e della sua chiusura”12.
È per questa ragione che la liturgia dell’apertura
del libro delle Scritture è solennizzata nel libro
stesso delle Scritture: lo compie Esdra, il quale
“aprì il libro in presenza di tutto il popolo…e, appena aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi”13; lo compie Gesù nella sinagoga di
Nazareth e lo compie infine l’Agnello nella liturgia del cielo: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?” (Ap 5,2) proclama l’angelo a
voce forte, e quando l’Agnello prende il libro “dalla mano di colui che sedeva sul trono” (Ap 5,8)
si innalza il canto: «Tu sei degno di prendere
il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di
sacerdoti e regneranno sopra la terra».14
“Scena affascinante, istante unico nel quale
l’Annunciato afferra l’annuncio, il Significato “manipola” il significante, il Santo tiene il testo nelle
sue stesse mani, l’Esegeta fa l’esegesi della sua
stessa parola”15.
Nella sinagoga di Nazareth l’esegeta Gesù “aprì
il rotolo… riavvolse il rotolo”. Uno dei padri cistercensi, Gilberto di Holyland, commenta: “Trattieni
ciò che tieni; tieni e tocca con insistenza e amore il verbo della vita; riavvolgi il volume della vita,
il volume che Gesù riavvolse, anzi che è Gesù
stesso. Avvolgiti in esso rivestiti del tuo amato, il Signore nostro Gesù Cristo… la sua Parola
è di fuoco”
“Gesù aprì il rotolo” è il primo gesto del suo ministro, come prendere e “aprire” il pane nell’ultima cena fu l’ultimo gesto del suo ministero. Gesù
prende il rotolo come il proprio corpo e, preso
nelle proprie mani, il rotolo diventa il suo corpo di Scrittura, il suo corpo dato, consegnato,
offerto.
Prendere il libro e aprirlo: solo l’Agnello è degno
di compiere questo atto perché è stato immolato. L’agnello immolato compie lo stesso
gesto compiuto da Gesù nella sinagoga di Nazareth:
riceve il libro e lo apre per rivelare il suo mistero.
Ecco il lettore Gesù, il lettore che è sempre essenziale al libro. La lettura fa parte della scrittura,
perché la scrittura è fatta per essere letta. Ma
qui Gesù è in piedi e legge ad alta voce. La voce
del lettore!! Affinchè si realizzi il processo con
cui il libro, che contiene la parola di Dio, consegna la Parola alla comunità, è necessaria la
voce del lettore. La Scrittura in cui la comunità si riconosce necessita di qualcuno che la proclami, abbisogna di una voce. In ebraico Scrittura
si dice miqrà deriva dalla radice q r’ e dal verbo qara’ che significa leggere a voce alta, chiamare, gridare, nominare: tutti verbi che evocano eventi legati all’ascolto. Scrittura significa dire
“Proclamata”, cioè fatta per essere letta a voce
alta e ascoltata.
La voce del lettore cosa fa? La voce si appoggia
sullo “sta scritto”, sta allo “sta scritto” il quale
impedisce al lettore di prendere il posto della
scrittura stessa. La voce si sottomette allo sta
scritto , così come la voce di Gesù si è sottomessa
ai versetti del profeta Isaia.
La voce del lettore che risuona nella comunità
che ascolta dice dunque la necessità del processo
di lettura, di ascolto, di interpretazione e di
attualizzazione, senza la quale la Bibbia
sarebbe lettera morta.
Ecco, cosa produce la celebrazione della
Parola: la voce sottomettendosi allo scritto fa
rivivere la parola scritta, fa risuscitare la lettera
altrimenti morta della Bibbia, la fa vivere. Per
questo proclamare la Scrittura davanti alla comunità
è rivolgere la Parola di vita ad essa in nome del
Signore. Dalla Scrittura si deve passare alla parola
rivolta, proclamata, creatrice di comunità.
Ecco perché nella liturgia della Parola, Dio parla
e quindi forma, plasma, crea la comunità e questo
è un evento che solo la Parola del Signore può
realizzare.
In questo senso “nella liturgia della Parola Dio
13
parla al suo popolo”16; ciò spiga ragione per cui
l’assemblea al termine della proclamazione del
vangelo acclama: “ Lode a te o Cristo”.
La liturgia pone sulla bocca un’alta professione
di fede in quanto Cristo in persona parla alla
sua comunità per far ascoltare alla chiesa e
attualizzare in essa la sua Parola.
“ Os Christi, evangelium est” (Bocca di Cristo
è il Vangelo)17.
“Si alzò a leggere” ci racconta Luca, Gesù adempì
quel sabato il servizio liturgico del lettore. Apprendiamo
dagli insegnamenti dei rabbini, la necessità che
colui che legge adempia il servizio di lettore con
dignità e serietà, in virtù del rispetto dovuto alla
Parola di Dio.
Nei testi rabbinici il lettore è esortato a stare ritto,
a parlare con voce alta e chiara, a scandire in
modo distinto le parole, a indossare un vestito
dignitoso, e a preparare con cura la lettura rileggendola
più volte.
Sulla scia dell’insegnamento rabbinico, anche
la tradizione cristiana riserva grande cura alla
qualità della lettura liturgica.
Nella regola di San Benedetto è scritto:
“ nessuno pretenda di cantare o di leggere se
non chi è in grado di adempiere a questo ufficio
in modo tale che ne siano edificati quelli che
ascoltano; e questo avvenga con umiltà,
serietà e tremore, e soltanto da parte di colui
al quale l’avrà comandato l’abate”.18
Il commento di Origene alla pagina Lucana che
abbiamo meditato, rappresenta la più adeguata
conclusione della nostra riflessione, perché in
esso Origene indica il significato ultimo della lettura
delle Scritture nella liturgia:
“Gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su
di lui. Anche ora, se lo volete, in questa sinagoga,
in questa nostra assemblea, i vostri occhi possono
fissare il Salvatore. Quando voi riuscirete a rivolgere
lo sguardo più profondo del vostro cuore verso
la contemplazione della Sapienza, della Verità
e del Figlio unico di Dio, allora i vostri occhi vedranno
Gesù. Beata assemblea quella in cui la
Scrittura testimonia che “gli occhi di tutti erano
fissi su di lui””19
1 Cfr Ne 8,2.4-6
2 Dt 4,44
3 Nm 9,23
4 Dizionario italiano
5 H. de Lubac Meditazioni sulla chiesa, Milano 1965
6 Concilio Vaticano II Dei verbum 21
7 Gv 6,54
8 Gv 5,24
9 Cfr 1 Cor 1,18-23
10 Agostino di Ippona, Esposizione sui Salmi, 100,9
11 Lc 4,17-18
12 Gregorio Magno, Omelie sui vangeli
13 Ne 8,5
14 Ap 5,9-10
15 Francois Cassingena-Trevedy
16 Sacrosactum Concilium 33
17 Agostino di Ippona, Discorsi 85,1
18 Regola di Benedetto, 47,3-4
19 Origene, Commento al Vangelo di Luca
Novembre
2014
14
don Gaetano Zaralli
Donatella raccontava:
“Sono la mamma di
due bambini meravigliosi Federico e Ludovico.
Federico è il primogenito,
un bambino non vedente. Dopo la sua nascita c’è stato diagnosticato
il suo handicap, si può
immaginare la nostra
angoscia… Io mamma,
pensando di avvicinarmi alla FEDE e di fare
il suo bene, ho iniziato
ad andare per santuari, santoni, preti esorcisti, guaritori, ecc..
Era per me una sofferenza dover constatare
ogni volta che i cambiamenti da noi desiderati
e soprattutto da loro promessi non c’erano e
così, associando tutto questo alla FEDE, per
me è stato il buio totale, chiusa nel mio dolore mi ponevo mille domande:
“Perché proprio a me? Che cosa ho fatto di così
grave per meritarmi questo?”
Poi è successo qualcosa dentro di me. Ci siamo chiesti, perché non fargli fare la prima comunione? E’ un bambino come tutti gli altri! Per
un anno e mezzo, insieme con altri suoi coetanei, ha frequentato il catechismo nella chiesa
di... . Tornava a casa sempre agitato, si tappava
continuamente le orecchie, gli altri bambini lo
innervosivano, troppa confusione.
Non lo mandai più. Poi conobbi Don Gaetano:
la sua catechesi comprendeva soprattutto la presenza di noi genitori. FANTASTICO!… Era quello che cercavamo per Federico. Lui ascoltava
tutto quello che si diceva; coccolato dai suoi genitori, partecipava rispondendo alle domande che
gli faceva il parroco.
E’ stata un’esperienza bellissima di comunità,
di socializzazione, di scambi di pareri diversi.
Soprattutto è servito a me per riavvicinarmi a
Gesù! Grazie a questa catechesi ho imparato
che il vero miracolo lo facciamo noi con l’amore
per nostro figlio.”
Donatella C.
Il 4 gennaio del 2009 lo ricorderò per un fatto
triste. C’era il sole quella mattina ed era domenica. Il vestito scuro e il volto segnato dal dolore erano l’immagine straziante di una donna che
piangeva la morte di una persona cara.
- Donatella, cosa ti succede?
- Federico!…
La pochezza delle parole si rivelò immediatamente incapace di colmare il vuoto causato dalla perdita di un figlio. Tutto ciò che avrei potuto dire morì sulle labbra, lasciando al silenzio
il compito gravoso di consolare una mamma.
Le mamme dei bambini portatori di handicap
soffrono già abbastanza nella loro vita e il buon
Dio non dovrebbe continuare a martoriarle con
altro dolore. Questo fu il primo pensiero che ebbi,
ma che non manifestai, frenato dal ruolo che
fa di me il mercante di idee non sempre condivise, nonostante la mia fede sia proclamata
a piena voce.
Quanto è difficile affidarsi alla bontà di Dio, quando si ha dinanzi lo morte di un ragazzo che godeva, nonostante il suo essere cieco, della gioia
formidabile di vivere.
- Adesso che faccio? Lo smarrimento di
Donatella era totale. Aveva dedicato tutto il proprio essere alla sua creatura, colmando passo dopo passo le lacune di quella natura apparentemente malvagia.
Ora, la scomparsa improvvisa del motivo fondamentale della sua esistenza, provocava in
lei il vuoto più assoluto, quel vuoto che fa desiderare la morte, anzi, che è la morte. Se poi
dai cocci di una vita distrutta si riuscirà a mettere insieme qualcosa che somigli ad un esistere comunque, ciò che ne verrà fuori apparirà diverso, perché da lì inizierà una nuova storia.
Quella mamma rinascerà senz’altro dal
dolore che l’attanaglia, e ciò accadrà
non per il figlio che
non c’è più, ma per
i figli degli altri che
l’opinione pubblica
continua a condannare chiamandoli
“disabili”.
Continuano, purtroppo, ad esistere
persone malvagie
che dell’handicappato
fanno motivo di guadagno … e allora la
mamma, rinata dal
dolore, scaglierà
contro di loro la
rabbia di una giustizia
ferita.
Le istituzioni, che carinamente chiamano
“non vedente” il cieco, offrono tutt’ora strutture con gravi limiti per incuria o per egoismo…
e allora la mamma, di nuovo padrona del tempo, a gran voce indicherà, proprio là dove il tremore un tempo l’aveva bloccata, le soluzioni
migliori per una giusta assistenza alle famiglie
che la pietà cristiana continua a chiamare “benedette dal Signore”.
E stiano in guardia coloro che degli handicappati fanno una merce da mostrare nei santuari o da porre in prima fila sulle piazze, magari
sotto un sole cocente, magari senza il conforto di un gesto che li faccia sentire realmente
importanti. Stiano in guardia coloro che elargiscono benedizioni sui fruitori di carrozzelle,
senza affondare le mani, sporcandosele, nelle tragedie delle famiglie che con amore li sostengono… Tutti costoro stiano in guardia, perché
Donatella, già da questo momento, scansando gli abbracci consolatori, potrebbe denunciare
la strumentalizzazione sciocca e malevola che
dei portatori di handicap si fa sfacciatamente. La mamma di un bambino portatore di handicap, mentre lo trastulla nelle carezze, avverte che il suo amore cresce per lui in dismisura… e quell’amore fonde i due cuori, le due anime, le due volontà, le due vite in una mirabile
unità inscindibile. Per cui chi nega la comunione
al cerebroleso condanna la stessa mamma all’astinenza eucaristica; chi scarica il bambino “superattivo”, ritenendolo incapace di guadagnare il
traguardo dell’amore di Dio, stupidamente sbarra alla stessa mamma la strada che porta alla
Grazia.
Novembre
2014
15
mons. Franco Risi
N
ell’articolo
del mese
di ottobre
ho parlato del valore della recita del
santo rosario in
onore della Vergine
Maria, che ci faccia incontrare il
Figlio Gesù e ci
conduca a rivolgere
la nostra preghiera al Padre che
mandi operai nella sua vigna.
In questo mese di novembre credo opportuno invitare a riflettere che non dobbiamo essere cristiani capaci solo di ammirare gli ideali, ma far sì che ciò che è ideale diventi concreto.
La recita del rosario può essere un ottimo strumento per chiedere al Signore, tramite l’intercessione di Maria, il dono di sante vocazioni sacerdotali e religiose e sante famiglie
che vivono secondo il Vangelo.
La vocazione di una persona scaturisce, si nutre
e vive all’interno di un cammino di fede in una
realtà parrocchiale. Il Concilio Vaticano II ci
insegna che la chiamata di Dio si percepisce
nell’interpretare e rivelare i segni e così scoprire il progetto che Lui ha su ogni persona.
Tale progetto va riconosciuto, esaminato e custodito attraverso quei segni di cui si serve ogni
giorno il Signore per far capire la sua volontà agli uomini e alle donne credenti: ai sacerdoti spetta quindi di cogliere attentamente questi segni. Il cammino di fede che ogni cristiano
è chiamato a percorrere deve aiutare a capire la volontà di Dio nella propria vita.
Il punto di partenza è la sequela di Cristo. Questo
esige che nella crescita umana e spirituale venga coltivato un clima di preghiera personale
e comunitario, di ascolto dello Spirito Santo
e di ricerca della volontà del Padre.
Certamente occorre fare ciò in modo graduale,
innanzitutto bisogna accendere l’interesse, rispettando i vari stati di crescita della persona: ciascuno deve sentirsi stimolato a incontrare Gesù
nella propria quotidianità, mettere a disposizione degli altri i propri doni e così operare
un apostolato di carità verso il prossimo.
Nell’analisi dell’attuale contesto sociale in cui
ci troviamo a vivere è sempre più urgente da
parte delle comunità parrocchiali la realizza-
zione di cammini di fede che aiutino le intere realtà e i singoli cristiani a crescere nella
fede e a trovare un posto all’interno della società. Tante e diverse sono le situazioni che si
incontrano: tutte dimostrano che l’uomo ha bisogno dell’incontro con Dio per dare senso alla
propria vita.
Ecco perché papa Francesco non si stanca
mai di ricordarci di non perdere la speranza
e continuamente ci invita ad avere coraggio
e fiducia nel coltivare i doni e le capacità che
ciascuno porta dentro di sé.
E ancora, in una delle omelie a santa Marta,
il Pontefice ha rimarcato che:
«Pregare è fare memoria davanti a Dio della nostra storia…la storia dell’amore Suo
verso di noi».
Scriveva papa Benedetto: «Dobbiamo
ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di
Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo
fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli».
Dove ritrovare questo aspetto se non in una
Parrocchia? La Parrocchia è il luogo dove si
prende esatta coscienza della propria fede,
dove la si ravviva, dove la si purifica, dove la
si conferma e dove si trova la forza per uscire nelle periferie esistenziali e lì dare la propria testimonianza di credenti conquistati da
Cristo. A questo riguardo, durante la Giornata
Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, il
Papa ha esortato i cristiani, ed in particolare
i giovani, a non rimanere a guardare il mondo dal balcone, ma inserirsi nella società, come
veri testimoni del Vangelo.
In questa prospettiva, nella Parrocchia non deve
mai venir meno lo stile di preghiera che caratterizzò la prima comunità di credenti: essi erano assidui nella preghiera diventando un cuor
solo e un’anima sola (cfr. At 4, 32).
La preghiera, quindi, sull’esempio della prima comunità cristiana, è fiducia, comunione
e vita. Viviamo in un tempo caratterizzato da
una forte esigenza di fiducia in Dio: non si può
fare più autentica esperienza di preghiera personale senza fidarsi di Dio Padre, affidarsi a
Lui, alla sua passione per la salvezza dell’uomo.
La preghiera non può essere esclusivamente un fatto privato; essa ha per volere di Cristo
una natura ecclesiale:
«Perché dove sono due o tre riuniti nel mio
nome, lì sono io in mezzo a loro»
(Mt 18, 20).
La preghiera come comunione nasce all’interno della storia del popolo dei credenti e viene trasmessa di generazione in generazione.
La preghiera infine è vita se è espressione e
concretizzazione di una fede adulta. Essa non
è fine a se stessa, deve risplendere nelle molteplici forme dell’esperienza umana: in famiglia, nell’ambito scolastico, nel mondo del lavoro, nelle situazioni di fragilità e di sofferenza.
La preghiera come vita diventa qualificata ed
adulta nel momento in cui essa rappresenta
la sintesi tra il Vangelo e la vita quotidiana.
Alla luce di quanto detto allora ne risulta che
la parrocchia è il luogo privilegiato entro il quale il cristiano viene educato ad una preghiera basata sulla fiducia, sulla comunione e sulla vita: pertanto tutte le attività che vengono
in essa proposte debbono avere un taglio vocazionale, per consentire ai credenti, specialmente
ai giovani, di far luce e chiarezza con fede nella loro vita.
Tutto ciò diventa possibile nel momento in cui
ogni battezzato sente la chiamata di Dio e vi
risponde con amore e responsabilità.
Novembre
2014
16
Gabriella Fioramonti
“Quando si e’ in isolamento ci si
stanca di se stessi e il sonno
diventa l’unica via di fuga”.
la frase che più mi ha colpito di un libro che ho letto parecchi
anni fa; raccontava di un uomo ingiustamente incarcerato che
per sopravvivere leggeva e sognava, e per evadere dalla sua
realtà cruda e dolorosa di un cella di isolamento esplorava nuove realtà e nuove dimensioni. La frase è rimbalzata tra i miei pensieri durante tutto il viaggio nella selva peruviana, anche se all’inizio non ne coglievo il significato, la connessione.
Ad accogliermi il primo giorno ad Iquitos, capoluogo della regione amazzonica, è stato uno scenario completamente diverso da quello stretto
e angusto di una cella: la vegetazione verde intenso della giungla, che
si tuffava rigogliosa nei fiumi imponenti e serpeggianti in mezzo ad essa,
protagonisti dello spettacolo davanti a noi, anche se un po’ ritiratisi per
via della stagione secca. Uno spazio immenso, selvaggio, dove la città e l’uomo facevano da cornice alla natura e non viceversa, a cui gli
abitanti cercavano in tutti i modi di adattarsi, di strappare a fatica un
po’ di spazio per sopravvivere, come funamboli in equilibrio su palafitte sottili e gracili.
Tutto sembrava leggero, più ci si avvicinava al fiume più la presenza
umana si faceva silenziosa e quasi sottomessa all’incombere della forza della foresta. Eppure in quei nove giorni di viaggio avrei scoperto
che quella natura sconfinata e immensa avrebbe finito comunque per
imprigionare l’uomo. Lo ha imprigionato nella miseria, nella dimenticanza. Relegandolo ai margini della società lo ha imprigionato in sé
È
stesso, nella sua stessa immaginazione, uno strumento che da sempre e’ servito all’uomo per evadere, per spiegare ciò che l’evidenza e
la ragione non riescono a spiegare, per sopravvivere alla realtà.
Tutto ciò può sembrare la conclusione affrettata di un turista distratto
ma in realtà per arrivare ad essa mi sono domandata miliardi di volte
quale fosse la chiave di quel mondo, così diverso e lontano da tutti
quelli finora conosciuti, così pieno di magia e di racconti, di esseri soprannaturali e presenze ultraterrene.
Non riuscivo a capacitarmi del fatto che tutti credessero fermamente
negli spiriti della foresta, nello Chullachaqui per esempio, il folletto con
un piede storto, re della giungla, che si lascia seguire dai malcapitati
per farli perdere dietro le sue impronte fuorvianti. Tutti, nessuno escluso, avevano una storia da raccontare, un’esperienza di contatto con
abitanti di mondi paralleli, oltre il cielo o sotto l’acqua del fiume, momenti di vita vissuta, non racconti, non leggende, ma fatti accaduti realmente, veri al cento per cento perché condivisi da molti altri e soprattutto, cosa fondamentale e ricorrente, certificati da un sogno!
Ho passato nove giorni ad ascoltare racconti, e tutti si somigliavano
nella struttura: avvicinamento con l’essere/spirito di turno, stupore iniziale ma mai paura dell’incontro, spiegazione spesso anche molto ragionevole, testimoni a favore e sogno rivelatore che dava la conferma il
giorno dopo.
Inizialmente ascoltavo tutte queste storie con divertimento, quasi con
superiorità mi dicevo: “Ma come si fa a credere a tutte queste cose?”
Dopo qualche giorno, la sicurezza che leggevo negli occhi dei narratori e il moltiplicarsi incessante di episodi mi stavano quasi convincendo
di tutto; sono passata per una fase in cui ero arrivata a credere a tutto senza nemmeno fare più domande finché sono giunta alla conclusione con cui ho aperto quest’articolo.
Perché si comprenda davvero il mio discorso è però necessario raccontare le storie incriminate. E allora ne copio qualcuna trascritta durancontinua a pag. 17
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te una notte in cui il sonno era poco, come la luce a disposizione, e la
carta per scrivere ancora meno.
L’originale infatti l’ho scritto su un pezzo di scottex a lume di una lampada a gas, la seconda notte nel lodge di Carmencita, nella riserva di
Allpahuayo Mishana, quando ormai confusa e intorpidita dai mille racconti decisi di trascrivere esattamente quello che la nostra guida stava raccontando proprio in quel momento:
Comunidad Nueva Esperanza – Distrito San Juan Bautista – Km 22
de la carretera Iquitos – Nauta – región de Loreto – 27-29 de Julio de
2014 – Jhonny nuestra guìa, guardiano notturno della fabbrica di cemento del km 1 della stessa “carretera” - una casa di travi di legno, 4 materassini al suolo con i suoi 4 mosquiteros, senza elettricità, copertura
di rete telefonica né acqua potabile.
Come sempre mi disconnetto facilmente da tutto ciò che è materiale
ma non riesco mai a disconnettere il cervello. Ho deciso di venire a
provare quest’avventura seguendo i miei desideri, considerando ma
non facendomi bloccare da chi me lo sconsigliava come pericoloso,
seguendo il mio istinto, ma nonostante ciò senza riuscire a disconnettermi
dalle ansie e paure di sempre.
Vado girando completamente coperta dalla testa ai piedi per paura di
letali punture di insetti malarici, in un posto dove si suda restando fermi!!Le mie ansie non mi fanno rilassare neanche in vacanza, in più la
nostra guida non fa altro che riempirci la testa di mille storie, assurde,
di piante che curano tutti i mali, di insetti che tolgono la fame, di piante da mangiare.
Ho la testa pesante e Jhonny continua a raccontare: “Io e i miei due
fratelli siamo cresciuti qui, in una capanna in mezzo a questo terreno
dove ora c’è il lodge e dove mia madre ha dovuto reinventarsi una vita
senza mio padre, che ci ha abbandonato quando eravamo piccoli, me,
Carmencita e mio fratello più grande.
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Si chiama Freddy mio fratello ed e’ l’unico che non riesce proprio a
tornarci qui; dice che gli tornano in mente brutti ricordi, quelli legati alla
madre, agli anni difficili vissuti qui, alla notte in cui gli alieni hanno illuminato a giorno tutto il nostro terreno - Anche Jhonny dovette lasciare la scuola per aiutare la madre a coltivare la terra, poi passò 6 anni
nella Marina, ma poi dovette abbandonare la carriera perché un compagno con più soldi gli rubò il posto - Freddy vedeva sempre apparire vicino alla casa un uomo altissimo, di 2 metri, che lo proteggeva
perché lui stava lì solo, non riuscì mai a vederlo in viso, non glielo mostrava, però lo proteggeva, con lui la paura, che sentiva fortissima soprattutto di notte, si affievoliva un po’. E chissà, dico io, che non fosse proprio la trasposizione che un ragazzino impaurito nel buio intenso della giungla faceva del papà che li aveva abbandonati.
Dall’unica stanza del lodge ci spostiamo all’aperto, sotto un manto meraviglioso di stelle, protagoniste indiscusse delle notti nella giungla, dove
nessuna luce artificiale può interferire con la potenza di un cielo stellato come quello. Ecco che ricominciano le storie, di navi fantasma, di
bimbi trasformati in uccelli una volta abbandonati dai genitori nella giungla, il cui canto malinconico recita il lamento: “Ayaymama”.
Il racconto che più mi colpì ce lo raccontò Carmencita e riguardava gli
Yacuruna, uomini bellissimi che si innamorano delle donne della comunità, le seducono e le conducono con una sorta di ipnosi sonnambula nel loro mondo subacqueo, nella profondità del fiume, dove finalmente possono rivestire le loro vere vesti di uomini orribili, pieni di peli
lunghi davanti al volto e lungo tutto il corpo.
Ovviamente non si tratta di una leggenda! Carmencita lo sa che è tutto vero, ne è certa, perché proprio uno Yacuruna fu ripescato da una
coppia di pescatori, padre e figlio che se lo sono malauguratamente
ritrovato nelle loro reti. In questo stesso mondo subacqueo vanno a
continua a pag. 18
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segue da pag. 17
finire i bimbi “speciali”, o per lo meno questa è la giustificazione per le
varie sparizioni di bimbi che una madre mortificata per la sua distrazione può darsi; o meglio che l’abitudine e il senso comune si danno da
anni in queste zone. Sì perché quello dell’infanzia e’ un discorso ben
complicato, nella giungla così come nelle montagne, nelle zone più povere del Perù insomma.
Siamo capitati ad Iquitos nella stagione secca e non so dire se è stato
un bene o un male. Durante il giro che Carmencita ci ha fatto fare per
la città abbiamo avuto la fortuna di poter visitare il quartiere in cui ha
lavorato per otto anni, di cui sei mesi in compagnia del nostro amico volontario Marco. Il quartiere si chiama Pueblo Libre e forma la favela contigua al mercato del Belén.
Una favela costruita sul fiume Itaya, divisa dal mercato da una montagna di spazzatura alla quale siamo arrivati appena riusciti a catapultarci fuori dal mercato: un gorgoglìo e una confusione di banchi con coccodrilli, polli, iguane squartati e ammucchiati l’uno sull’altro, tartarughe
sgusciate in mostra mentre sul fuoco il loro stesso guscio fungeva da
pentola per la zuppa di tartaruga - appunto - frutta, spiedini di vermi, punch
fatto montare a ripetizione dalle venditrici, ragazzini che correvano tra
la folla e il fango, cani pulciosi che uscivano da sotto le bancarelle, bottiglie di tutti i tipi di rimedi contro ogni male e odori cosi intensi e nuovi
che mi riempivano le narici fino a farmi perdere per un attimo l’orientamento.
In questa sensazione di smarrimento in cui mi trovavo ai piedi della montagna di spazzatura ho dovuto affrontare uno smarrimento ancora più
grande suscitato dalla favela stessa. Un susseguirsi di case, quattro mura
di toghe di legno sorrette dagli steli sottili delle palafitte; simili a gracili
gambe di anziane, tremule, stanche, appesantite dagli anni e dalla fatica. Tutto ciò non era solo una mia sensazione, le case tremavano sul
serio. Siamo saliti a far visita a una conoscente di Carmencita e la casa
dondolava; oscillava dolcemente, richiamando il dondolio delle amache,
unico arredo dell’intera stanza, divisa da quella dei vicini solo da due
travi orizzontali.
Il peggio però non era rialzato, stava giù, nella strada che avevamo percorso schivando i pantani, la spazzatura e il fango, nella strada che nulla aveva per poterla chiamare cosi, era melma, escrementi di animali e
di abitanti, che scendevano a cascata all’improvviso dalla palafitta sovrastante, una delle poche con bagno interno, era il campo da gioco dei
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bambini, il cortile dove razzolavano i cani, lo scarico dei servizi igienici
e la via d’accesso alle case, era tutto questo insieme ma non una strada. Durante la piena del fiume tutto viene ricoperto dalla sua acqua, in
cui comunque i bambini si tuffano e giocano nonostante quello che nasconde e dove, ci racconta la stessa signora che ci ha aperto le porte della
sua casa, durante le piene più brutte perdono la vita molti neonati, annegando intrappolati nelle loro stesse case. Cosi si parla della morte dei
bambini, così si vive la morte in generale, come una fatalità, spiegata
magari come un passaggio nel mondo subacqueo dove sicuramente i
bambini si troveranno bene, perché così lo ha sognato la mamma del
bimbo “speciale” del racconto di
Carmencita, finalmente felice in un
mondo che può dargli tutto quello
che un bambino può avere: attenzioni, cibo, affetto, educazione,
una casa; insomma tutto quello che
nella realtà non ha mai avuto. Il Belèn
è forse stato il posto che più mi ha
impattato finora in Perù, ma anche
qui gli sforzi per migliorare non si
sono fatti attendere.
Carmen ci racconta orgogliosa della scuola dove lei e Marco lavoravano e che ormai purtroppo è
chiusa, dell’orto che ancora riesce
a dare qualche frutto alle signore che
ci lavorano e che lei ha seguito per
tutti questi anni, un orto piccolissimo, insignificante si potrebbe dire
ma che in mezzo a tutta quella desolazione emana una forza e un desiderio di cambiamento fortissimi.
Il resto dei giorni nella selva li abbiamo passati a Nauta, un villaggio di
pescatori ancora più povero di
Iquitos, caratteristico per i lunghissimi ponti di legno su cui sfrecciano
impazziti i mototaxi, come se fossero costretti a correre per paura che
il ponte cedesse da un momento all’altro.
Ancora più immersi nella natura abbiamo navigato i fiumi Ucayali e Marañon,
fin dove si uniscono per formare il Rio delle Amazzoni. Abbiamo avvistato scimmie, serpenti boa, delfini rosa, iguane, bradipi e uccelli colorati, ascoltato racconti di sirene e rituali purificatori e anche lì dove la
natura era l’unica religione che si potesse accettare ho visitato il santuario della “Virgen María Rosa Mística” nel CENCCA, casa di ritiro e
formazione campesina di catechesi, dove tre anni fa (26 ottobre 2011)
è apparsa la Madonna.
La laica spagnola che mi accoglie è una signora anziana e anche in lei
ritrovo la stessa voglia di raccontare degli altri molteplici “cantastorie”
già incontrati. Con questo termine non voglio sminuirli ma anzi trasmettere
quella sensazione di magia e spiritualità che essi trasmettevano a me,
stessero parlando di Yacuruna o della Madonna.
La signora infatti ne parlava come se l’avesse ancora davanti agli occhi,
diceva che da li a qualche minuto sarebbe arrivata per parlarle come
ogni giorno da tre anni.
Anche con lei, malgrado sia credente e quindi niente affatto scettica per
principio riguardo a questi temi, non ho potuto non riavere lo stesso pensiero: quando si e’ in isolamento ci si stanca di sé stessi – della solitudine (una volontaria ormai anziana, rimasta solo con altre due collaboratrici in un centro immenso e pieno di aule e laboratori ormai vuoti), del
fatto che la propria comunità sperduta nella giungla non interessi a nessun sindaco della zona, delle proprie difficoltà ad andare avanti – e il
sonno, i sogni, le chimere, diventano l’unica via di fuga.
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don Antonio Galati
I
l 29 e 30 novembre 2014 inizia l’anno dedicato alla vita consacrata, indetto nell’occasione del 50esimo anniversario dello svolgimento del concilio Vaticano
II. Nelle intenzioni doveva concludersi il 21 novembre dell’anno successivo, 50 anni dopo la
promulgazione del documento
Perfectae caritatis, il decreto
conciliare per il rinnovamento della vita religiosa, ma si chiuderà
il 30 gennaio e 2 febbraio 2016.
Questa iniziativa permette di
riaccostare gli insegnamenti che
lo stesso concilio ha prodotto per
i consacrati e per il loro posto e
la loro funzione all’interno della
Chiesa. Questi insegnamenti
possono individuarsi nel decreto già citato e nel capitolo VI della Lumen gentium dedicato proprio ai religiosi, il quale è la base
per lo stesso Perfectae caritatis
e che, a sua volta, si poggia sul
capitolo V della costituzione sulla Chiesa, dedicato alla vocazione
universale alla santità.
L’intento di questo e dei prossimi articoli,
quindi, è quello di commentare, per quanto possibile, tutti questi testi che illuminano la vita dei religiosi e il loro ruolo all’interno della Chiesa.
Però, prima di procedere al commento delle varie parti di questo insegnamento, è necessario indicare l’orizzonte descritto dal
magistero conciliare circa la vita religiosa,
che si intuisce subito nel momento in cui
si prende come riferimento di questo insegnamento, non solo il capitolo specifico sui
religiosi della Lumen gentium e il decreto, altrettanto specifico, sul rinnovamento
della vita religiosa, ma anche il capitolo dedicato alla vocazione universale alla santità della costituzione sulla Chiesa. Questo
ulteriore riferimento non può dirsi del tutto arbitrario, ma diviene necessario in forza di quanto affermato dalla stessa Lumen
gentium: «questa santità della Chiesa []
in un modo tutto suo proprio si manifesta
nella pratica dei consigli che si sogliono chiamare evangelici. Questa pratica dei consigli, abbracciata da molti cristiani per impulso dello Spirito Santo, sia a titolo privato,
sia in una condizione o stato sanciti nella
Chiesa, porta e deve portare nel mondo
una luminosa testimonianza e un esempio
di questa santità» (LG 39). In altre parole, ciò che è caratteristico dell’universalità dei cristiani, e cioè il loro tendere alla
santità, non solo deve considerarsi caratteristico anche per i religiosi in quanto appartenenti al Popolo di Dio, e ai quali si fa riferimento nel momento in cui si introduce il
discorso sui consigli evangelici, ma per questi la vocazione alla santità è una peculiarità
specifica, che caratterizza il loro essere membra del Corpo di Cristo che è la Chiesa.
Ecco allora chiarito l’orizzonte in cui si deve
iscrivere sia l’insegnamento conciliare
che la sua interpretazione. In sintesi, solo
comprendendo questa tensione della
Chiesa verso la santità si comprendono la
vita e il ruolo dei religiosi, i quali devono
testimoniare ed essere esempio della Chiesa
santa.
Chiarito questo, è allora possibile estrapolare
quello che il concilio afferma circa la santità della Chiesa e dei suoi membri, per poi
applicarlo in maniera specifica alla vita religiosa.
La prima cosa degna di nota è che «la Chiesa
[] è agli occhi della fede indefettibilmente
santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale
col Padre e lo Spirito è proclamato “il solo
Santo”, amò la Chiesa come sua sposa e
diede se stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l’ha unita a sé come
suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito
Santo» (LG 39). In altre parole, principio
della santità della Chiesa è il Cristo e, inoltre, la santità, si può dire per spiegarsi, appartiene in primo luogo alla Chiesa più che ai
suoi singoli membri. Non sono i fedeli a rendere santa la Chiesa, ma Cristo con il dono
dello Spirito Santo, ed è la Chiesa che rende santi i suoi membri, in forza del suo essere santa. In altre parole quella che è santa è la comunità ecclesiale piuttosto che
il singolo fedele e il singolo è santo proprio per la virtù della santità della Chiesa.
Nel passaggio conclusivo di questo capitolo della Lumen gentium sulla vocazione
universale alla santità, il concilio si sofferma sulle vie e i mezzi attraverso cui, le varie
membra della Chiesa, possono far fruttificare i doni di grazia dello Spirito e quindi partecipare alla santità della Chiesa.
In linea con l’insegnamento di san Paolo
(cfr. 1Cor 12,31), il Vaticano II indica nella carità il dono primo e necessario per l’esercizio di tutti gli altri mezzi e vie di san-
tificazione (cfr. LG 42).
In questo modo il fedele può «ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua
grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti,
soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù» (LG 42). Questi sono quindi i
mezzi ordinari per l’esercizio della santità
della Chiesa.
Insieme a questi, inoltre, esistono nella Chiesa
vie che il Signore permette ad alcuni di percorrere per un esercizio ulteriore della santità e che discendono, anch’esse, dal dono
della carità.
La prima di queste vie –che potremmo definire straordinarie per il fatto che, anche se
tutti i cristiani devono essere disposti a seguirle, non sono di fatto percorse da tutti nell’ordinarietà– è quella del martirio (cfr. LG
42). Insieme a questa i cristiani possono
esercitare la santità nella carità mettendo
in pratica quei «molteplici consigli che il Signore
nel Vangelo propone all’osservanza dei suoi
discepoli» (LG 42) e, tra tutti, eccellono «il
prezioso dono della grazia divina, dato dal
Padre ad alcuni (cfr. Mt 19,11; 1Cor 7,3234), di consacrarsi, più facilmente e senza divisione del cuore (cfr. 1Cor 7,7), a Dio
solo nella verginità o nel celibato. [] Uomini
e donne che seguono più da vicino questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando, nella libertà dei figli di Dio, la povertà e rinunziando alla propria volontà» (LG 42). Ecco
che qui il concilio presenta i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza come
mezzi di santificazione che, tradizionalmente,
sono distintivi della vita dei religiosi.
Per concludere, si può affermare: come i
continua a pag. 20
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Stanislao Fioramonti
o aveva annunciato Papa Francesco, religioso gesuita, incontrando
il 29 novembre 2013 i Superiori generali degli Istituti maschili. Il 30
gennaio 2014 c’è stata la presentazione degli obiettivi e di alcuni eventi da parte del cardinale João Braz de Aviz e di mons. José Rodríguez Carballo,
rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione vaticana per gli
Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.
Pensato nel contesto delle celebrazioni per i 50 anni del Concilio Vaticano
II, definito “soffio dello Spirito”, e più in particolare nella ricorrenza dei 50
anni dalla pubblicazione del Decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita consacrata, l’appuntamento - ha sottolineato il cardinale - vuole “fare memoria” del “fecondo cammino di rinnovamento” della
vita consacrata in questo periodo, riconoscendo “anche le debolezze e le
infedeltà come esperienza della misericordia e dell’amore di Dio”.
Questo è il primo obiettivo dell’Anno della vita consacrata. Il secondo è quello di “abbracciare il futuro con speranza”; il momento presente è «delicato
e faticoso» e la crisi che attraversa la società e la stessa Chiesa tocca pienamente la vita consacrata.
Ma vogliamo assumere questa crisi non come l’anticamera della morte, ma
come un’occasione favorevole per la crescita in profondità e, quindi, di speranza, motivata dalla certezza che la vita consacrata non potrà mai sparire nella Chiesa, poiché «è stata voluta dallo stesso Gesù come parte irremovibile della sua Chiesa» (Benedetto XVI).
Terzo obiettivo di questo Anno è vivere il presente con passione. La passione parla di innamoramento, di vera amicizia, di profonda comunione
Di tutto questo si tratta quando parliamo di vita consacrata, ed è questo che
dà bellezza alla vita di tanti uomini e donne che professano i consigli evangelici e seguono “più da vicino” Cristo in questo stato di vita.
L’Anno della vita consacrata sarà un momento importante per “evangelizzare” la propria vocazione e testimoniare la bellezza della sequela Christi
nelle molteplici forme in cui si esprime la nostra vita.
I consacrati raccolgono il testimone lasciato loro dai rispettivi fondatori e
fondatrici. Vogliono «svegliare il mondo» con la loro testimonianza profetica, particolarmente con la loro presenza nelle periferie esistenziali della pover-
L
VITA CONSECRATA IN ECCLESIA HODIE
EVANGELIUM, PROPHETIA, SPES
U
na colomba sostiene sulla sua ala un globo poliedrico, mentre si adagia sulle acque da cui si levano tre stelle, custodite dall’altra ala. Il Logo per
l’anno della vita consacrata, opera della pittrice Carmela
Boccasile, esprime per simboli i valori fondamentali della
vita consacrata. In essa si riconosce l’ «opera incessante dello Spirito Santo, che nel corso dei secoli dispiega le
ricchezze della pratica dei consigli evangelici attraverso i
molteplici carismi, e anche per questa via rende perennemente presente nella Chiesa e nel mondo, nel tempo e nello spazio, il mistero di Cristo» (VC 5).
Nel segno grafico che profila la colomba s’intuisce l’arabo
Pace: un richiamo alla vocazione della vita consacrata ad
essere esempio di riconciliazione universale in Cristo.
I SIMBOLI NEL LOGO
La colomba sulle acque
La colomba appartiene alla simbologia classica per raffigurare l’azione dello Spirito Santo fonte di vita e ispiratore di creatività. È il richiamo agli inizi della storia: in principio lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque (cf Gen 1,2).
La colomba, planando su un mare gonfio di vita inespressa, richiama la fecondità paziente e fiduciosa, mentre i segni
che la circondano rivelano l’azione creatrice e rinnovatrice dello Spirito. La colomba evoca altresì la consacrazione dell’umanità di Cristo nel battesimo.
Le acque formate da tessere di mosaico, indicano la complessità e l’armonia degli elementi umani e cosmici che lo
Spirito fa “gemere” secondo i misteriosi disegni di Dio (cf
Rom 8, 26-27) perché convergano nell’incontro ospitale e
fecondo che porta a nuova creazione.
Tra i flutti della storia la colomba vola sulle acque del diluvio (cf Gn 8, 8-14). I consacrati e le consacrate nel segno
del Vangelo da sempre pellegrini tra i popoli vivono la loro
varietà carismatica e diaconale come “buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (1Pt 4,10); segnati dalla Croce di Cristo fino al martirio, abitano la storia con la
sapienza del Vangelo, Chiesa che abbraccia e risana tutto l’umano in Cristo.
Le tre stelle
Ricordano l’identità della vita consacrata nel mondo come
confessio Trinitatis, signum fraternitatis e servitium caritatis. Esprimono la circolarità e la relazionalità dell’amore trinitario che la vita consacrata cerca di vivere quotidianamente nel mondo. Le stelle richiamano anche il trino sigillo aureo con cui l’iconografia bizantina onora Maria, la tutta Santa, Madre di Dio, prima Discepola di Cristo, modello e patrona di ogni vita consacrata.
continua nella pag. accanto
continua nella pag. accanto
segue da pag. 19
martiri concretizzano perfettamente
la vocazione di tutta la Chiesa alla
testimonianza della fede fino all’effusione del sangue, i religiosi devono concretizzare in maniera totale,
all’interno della Chiesa, la vocazione universale della comunità ecclesiale alla santità, per mezzo dell’esercizio completo dei consigli evangelici. Questi ultimi, però, devono considerarsi nella loro giusta prospettiva, che è quella di essere i mezzi e
le vie per la manifestazione della santità della Chiesa.
In altre parole, il fine della vita religiosa non è quello di esercitare i consigli evangelici, ma quello di partecipare in maniera particolare, e di esprimere in maniera il più possibile piena, la santità della Chiesa, attraverso
questa sequela della povertà, dell’obbedienza e della castità che sono
di Cristo Gesù, che è il principio e
la fonte della santità della Chiesa.
Inoltre, tenendo conto di quanto appe-
na detto, e cioè che la vocazione specifica dei religiosi è quella di testimoniare
ed essere esempio della santità della Chiesa e, in aggiunta, che questa
santità si manifesta praticamente nella ricchezza e nella varietà dei doni
dello Spirito Santo (cfr. LG 39), si può
comprendere il motivo per cui, nel
corso del tempo e in varie parti del
mondo, esistono diversità di ordini
e di istituti religiosi. Secondo il
duplice principio, per cui i doni dello Spirito Santo dipendono sia dalle peculiarità della “natura” di chi li
riceve che dalla loro necessità di essere condivisi con il resto della comunità dei credenti, la varietà degli ordini religiosi e dei carismi propri, sia
dei singoli come delle famiglie di consacrati, diventano l’espressione della varietà dei doni dello Spirito
Santo che, condivisi e spesi nell’ottica della carità, manifestano la
multiforme grazia di Dio (cfr. 1Pt 4,10)
che è la santità della Chiesa.
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tà e del pensiero, come Papa Francesco ha chiesto ai Superiori generali. Tutto questo porterà i religiosi e i consacrati a continuare il rinnovamento proposto dal Concilio, potenziando la loro relazione con
il Signore, la vita fraterna in comunità, la missione, e curando una formazione adeguate alle sfide del nostro tempo, in modo da «riproporre
con coraggio» e con «fedeltà dinamica» e creativa (cf. VC 37) l’esperienza
dei loro fondatori e fondatrici.
L’anno inizia il 29 / 30 novembre 2014,
I dom. di Avvento, e termina il 2 febbraio 2016.
Iniziative certe sono: la solenne concelebrazione d’inizio in San Pietro,
presieduta dal Santo Padre. A novembre, l’Assemblea plenaria della Congregazione, che avrà come tema: Il novum nella vita consacrata a partire dal Vaticano II. Il 2 febbraio 2015: Giornata Mondiale
della Vita Consacrata.
Per le suore contemplative, “Catena mondiale di preghiera fra i monasteri”.
Diversi incontri internazionali a Roma, tra i quali:
- Incontro per giovani religiosi e religiose: novizi, professi temporanei e professi perpetui con meno di 10 anni di professione;
- Incontro dei formatori e formatrici;
- Congresso internazionale di teologia della vita consacrata, sul tema:
“Rinnovamento della vita consacrata alla luce del Concilio e prospettive
di futuro”.
- Mostra internazionale su “La vita consacrata Vangelo nella storia
umana”.
Prevista la pubblicazione di lettere circolari: la prima conterrà una
serie di domande poste dal Papa sul tema, in cui si invita ad andare
alle “periferie esistenziali della povertà e del pensiero”.
- Infine durante l’Anno della Vita Consacrata si attende dal Santo Padre
una nuova Costituzione Apostolica sulla vita contemplativa al posto
dell’attuale “Sponsa Christi” promulgata dal Papa Pio XII nel 1950.
La Congregazione vaticana per gli Istituti di vita consacrata e le
società di vita apostolica si occupa di tutto ciò che riguarda gli Istituti
di Vita consacrata (Ordini e Congregazioni religiose, sia maschili che
femminili, Istituti secolari), e le Società di Vita apostolica quanto a regime, disciplina, studi, beni, diritti, privilegi. E’ anche competente per
quanto riguarda la vita eremitica, le vergini consacrate e relative associazioni, le nuove forme di vita consacrata.
Gli Istituti religiosi e gli Istituti secolari sono le due categorie che
compongono principalmente lo stato della vita consacrata. Degli Istituti
religiosi si chiamano Ordini (Ordini regolari) quegli Istituti nei quali
secondo la loro storia e indole o natura, si emettono voti solenni al
meno da una parte dei loro membri. I membri tutti degli Ordini si dicono Regolari, e se di sesso femminile, Monache.
Gli altri Istituti religiosi sono chiamati Congregazioni o Congregazioni
religiose e i loro membri Religiosi di voti semplici. Dal Codice di Diritto
Canonico sono detti Istituti clericali quelli che, secondo il progetto
del fondatore, oppure in forza di una legittima tradizione, sono governati da chierici, assumono l’esercizio dell’ordine sacro e come tali vengono riconosciuti dalla Chiesa. Se invece il patrimonio proprio dell’Istituto
non comporta l’esercizio dell’ordine sacro e viene riconosciuto come
tale dalla Chiesa, si chiama Istituto laicale.
Istituti religiosi: Canonici Regolari; Monaci (tipi: occidentale:
Benedettini e Certosini; orientale: paolino, antoniano e basiliano); Ordini
Mendicanti (Francescano, Domenicano, Agostiniano ecc); Chierici Regolari
(Teatini, Barnabiti ecc.); Congregazioni religiose clericali e laicali.
Istituti secolari: clericali o laicali, maschili o femminili.
Società di vita apostolica: sono formate da associazioni maschili o
femminili che fanno vita in comune ma senza essere legati da voti
religiosi.
Nella diocesi di Velletri-Segni sono presenti queste famiglie religiose
(in neretto quelle maschili):
Artena: OFM - Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli. Colleferro:
OFMConv. - Ist. Pie Operaie – Figlie di Maria Ausiliatrice (Salesiane).
continua nella pag. 22
Il globo poliedrico
Il piccolo globo poliedrico significa il mondo con la varietà dei popoli e delle culture, come afferma Papa Francesco (cf EG 236). Il soffio dello Spirito lo sostiene e lo conduce verso il futuro: invito ai consacrati e alle consacrate «a diventare portatori dello Spirito (pneumatophóroi), uomini e donne autenticamente spirituali, capaci di fecondare segretamente la storia» (VC 6).
IL LEMMA
Vita consecrata in Ecclesia hodie
Evangelium, Prophetia, Spes
Il lemma dona ulteriore risalto a identità e orizzonti, esperienza e
ideali, grazia e cammino che la vita consacrata ha vissuto e continua a vivere nella Chiesa come popolo di Dio, nel pellegrinare delle genti e delle culture, verso il futuro.
Evangelium: indica la norma fondamentale della vita consacrata che
è la «sequela Christi come viene insegnata dal Vangelo» (PC 2a).
Prima come «memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù»
(VC 22), poi come sapienza di vita nella luce dei molteplici consigli
proposti dal Maestro ai discepoli (cf LG 42). Il Vangelo dona sapienza orientatrice e gioia (cf EG 1).
Prophetia: richiama il carattere profetico della vita consacrata che
«si configura come una speciale forma di partecipazione alla funzione profetica di Cristo, comunicata dallo Spirito a tutto il Popolo
di Dio» (VC 84). Si può parlare di un autentico ministero profetico,
che nasce dalla Parola e si nutre della Parola di Dio, accolta e vissuta nelle varie circostanze della vita. La funzione si esplicita nella
denuncia coraggiosa, nell’annuncio di nuove «visite» di Dio e «con
l’esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista
del Regno di Dio» (ib.).
Spes: ricorda il compimento ultimo del mistero cristiano. Viviamo in
tempi di incertezze diffuse e di scarsità di progetti ad ampio orizzonte: la speranza mostra la sua fragilità culturale e sociale, l’orizzonte è oscuro perché «sembrano spesso smarrite le tracce di Dio»
(VC 85). La vita consacrata ha una permanente proiezione escatologica: testimonia nella storia che ogni speranza avrà l’accoglienza
definitiva e converte l’attesa «in missione, affinché il Regno si affermi in modo crescente qui e ora» (VC 27). Segno di speranza la vita
consacrata si fa vicinanza e misericordia, parabola di futuro e libertà da ogni idolatria.
«Animati dalla carità che lo Spirito Santo infonde nei cuori» (Rm 5,5)
i consacrati e le consacrate abbracciano perciò l’universo e diventano memoria dell’amore trinitario, mediatori di comunione e di unità, sentinelle oranti sul crinale della storia, solidali con l’umanità nei
suoi affanni e nella ricerca silenziosa dello Spirito.
L’artista del Logo
La creazione del Logo per l’Anno della Vita consacrata è stata affidata alla pittrice CARMELA BOCCASILE dello Studio d’Arte Dellino
fondato nel 1970 (Bari – Roma, ITALIA) da Lillo Dellino e Carmela
Boccasile.
Per questi artisti la visione pittorica è “icona” sia nel senso formacontinua nella pag. 22
22
le che in quello originario, ovvero invito, incontro e dialogo. Ogni segno
artistico, così inteso, viene vissuto come finestra sul visibile che intuisce e introduce all’invisibile: icona come segno che trascende l’idolo e
si apre al divino.
Una concezione vicina alla visione segnata per l’arte sacra dai Padri
della Chiesa durante il II Concilio di Nicea (787).
Carmela Boccasile, pittrice ed esperta iconologa, è attenta interprete dei
linguaggi tradizionali in chiave nuova e moderna.
Si distingue per la ricercatezza del dettaglio e per quello che potremmo chiamare uno scrupolo cromatico: scrupolo che sembra rispondere all’invito dell’icona, ed è fatto di ascolto e attenzione, di ricerca del
suono interno dei colori.
Affiancando il lavoro dello Studio, Carmela Boccasile condivide l’idea
artistica e l’itinerario culturale, differenziandosi e distaccando la sua produzione per una propria particolare vocazione nell’elaborazione di icone sacre ispirate alla tradizione cattolica e greco-ortodossa e con una
particolare dedizione a quelle mariane e nicolaiane. Il tratto pittorico della Boccasile, anche eccellente ritrattista, si definisce come espressione di “materia pneumatofora” e di “contrappunto tonale”.
Lillo Dellino, pittore, grafico, fotografo, scenografo e progettista (Bari,
1943 – Parigi, 2013) – (discepolo del maestro Maestro Nicola La Fortezza,
vincitore di numerosi premi artistici, direttore artistico di mostre e gallerie d’arte, collaboratore di progetti scientifici con Silvio Ceccato, Pino
Parini e Maurizio Calvesi) - sposa la Boccasile, diventando con la sua
intelligente e forte potenza creativa compagno di vita e d’arte nella comune continua ricerca dello Spirito.
Lavorano insieme per decenni come consulenti del Centro Studi Internazionale
della Pontificia Basilica di San Nicola di Bari, del Teatro Lirico Petruzzelli,
di altri Enti di cultura musicale e religiosa, invitati dalla CEI per un progetto pilota di nuove chiese italiane. Si forma un sodalizio artistico di
grande spessore a cui oggi si aggiunge il figlio Dario che unisce alla
sua esperienza di scrittore e di studioso di semiotica quella visiva e figurativa che gli è stata trasmessa dai genitori.
Questa coppia di sposi e di artisti, con il loro lavoro nutrito da una rara
unità di vita, ha contribuito alla rivisitazione della pittura e della grafica
italiana contemporanea, anche nella ricerca del Trascendente nel segno
della tradizione cristiana.
Novembre
2014
Lariano: Chierici Regolari della Madre di Dio – Suore
dell’Unione Mysterium Christi.
Segni: Ist. del Verbo Incarnato; OFM Cappuccini - Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret; Suore Angeliche di S.
Paolo; Ist. Serve del Signore e della Vergine di Matarà.
Valmontone: OFM - Figlie della Carità di S. Vincenzo de Paoli;
Ist. Figlie dell’Immacolata.
Velletri: OFM Cappuccini; Chierici Regolari Somaschi; Pia Op.
Divina Provvidenza (Don Orione); Suore dell’Apostolato Cattolico
(Pallottine); Suore Maestre Pie Venerini; Suore Orsoline
dell’Unione Romana; Suore Adoratrici del Sangue di Cristo; Suore
degli Abbandonati di Aluvà; Suore N.S. Monte Calvario Ist. Stella
Maris; Suore Serve di Maria Riparatrici; Suore di S. Marta Casa
Betania; Suore della Misericordia di Verona; Suore Apostoline (Acero);
Ist. Serve del Signore e della Vergine di Matarà (clausura); Suore
Ancelle della BMV Immacolata; Missionarie di S. Paola Frassinetti.
OFM (Artena, Valmontone)
OFMConv (Colleferro, parr. Immacolata)
S. Francesco d’Assisi (1181-1224)
OFMCap (Segni, Velletri)
Suore Angeliche di S. Paolo (Segni)
S. Antonio M. Zaccaria (1502 – 1539) e Luigia Torelli, 1536
Figlie della Carità (Artena, Valmontone)
S. Vincenzo de’ Paoli (1581 – 1660) e S. Luisa de Marillac (1591
– 1660), 1636
Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret (1765 – 1826),
1799, (Segni)
Figlie di Maria Ausiliatrice (Salesiane) (Colleferro)
S. Giovanni Bosco (1815 – 1888), 1865
Istituto Pie Operaie (Colleferro)
Suor Maria Lilia Mastacchini (1892 – 1926), 1920
Istituto Figlie dell’Immacolata (Valmontone)
Chierici Regolari della Madre di Dio, (Lariano, parr. S. Eurosia)
S. Giovanni Leonardi (1543 – 1609), 1574
Suore dell’unione Mysterium Christi (Lariano)
Più fondatrici, Parigi, 1976
Istituto del Verbo Incarnato (Segni)
Ist. Serve del Signore e della Vergine di Matarà (clausura a
Velletri, Segni?) Argentina, 1984
Chierici Regolari Somaschi, 1534 (Velletri, parr. S. Martino)
S. Gerolamo Emiliani (1486 – 1537), 1534
Pia Opera della Divina Provvidenza (Orionini) (Velletri)
B. Luigi Orione (1872 – 1940)
Suore dell’Apostolato Cattolico, Pallottine (Velletri)
S. Vincenzo Pallotti (1795 – 1850), 1838
Suore Maestre Pie Venerini (Velletri)
S. Rosa Venerini (1656 – 1728), 1685
Suore Orsoline dell’Unione Romana
(Velletri)
S. Angela Merici (1474 – 1540),
Suore Adoratrici del Sangue di Cristo
(Velletri)
S. Maria de Matthias (1805 – 1866), 1834.
Suore degli Abbandonati di Aluvà
(Velletri)
Suore di N.S. del Monte Calvario – Ist.
Stella Maris (Velletri)
B. Virginia Centurione Bracelli (1587 –
1651)
Suore Serve di Maria Riparatrici
(Velletri)
M.E. Andreoli – M. Ferraretto, 1892, 1900.
Suore di Santa Marta – Casa Betania
(Velletri) Mons. Tommaso Reggio (1818
– 1901), 1878
Suore Apostoline (Acero, Velletri)
B. Giacomo Alberione, 1959.
Novembre
2014
La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace
23
a Giornata del Ringraziamento 2014 precede di alcuni mesi l’apertura di Expo
Milano 2015 dedicato a “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, un tema di particolare rilevanza per il nostro Paese e non solo.
della terra, ma anche tremendo interrogativo
per l’indifferenza delle nazioni più ricche.
Infatti, alla sottonutrizione di alcuni, si affianca
un dannoso eccesso di consumo di cibo da parte di altri. È uno scandalo che contraddice drammaticamente quella destinazione universale dei
beni della terra richiamata – quasi cinquanta
anni or sono – dal Concilio Vaticano II nella
Costituzione pastorale Gaudium et spes (cf. n.
69). È una questione di giustizia, che pone gravi interrogativi in merito al nostro rapporto con
la terra e con il cibo.In questa Giornata del
Ringraziamento guardiamo dunque all’agricoltura,
che – attraverso i suoi frutti – è fonte della vita.
tivarla e a custodirla.
Il testo ebraico rimanda ad una sorta di servizio verso la terra, tramite la dignità del lavoro,
che si fa subito anche custodia, affinché essa
a sua volta serva l’uomo, donandogli il cibo per
la vita. Ma il peccato spezza tale alleanza, associando il lavoro della terra al peso di una fatica che appare insostenibile. Il sogno del Dio
creatore resta invece quello di una sorta di reciprocità: ad un lavoro umano rispettoso della terra che si fa giardino, essa corrisponde con la
generosa e vivificante produzione di frutti.
Il sistema agricolo contemporaneo appare però
spesso distante da tale immagine: la sua com-
Esso invita a dedicare un’attenzione speciale
al tema del cibo, quale dono di Dio per la vita
della famiglia umana. Così, nel ringraziare il Padre
per i frutti della terra, ci rendiamo consapevoli di coloro che patiscono la fame.
Papa Francesco richiama spesso “la tragica condizione nella quale vivono ancora milioni di affamati e malnutriti, tra i quali moltissimi bambini”1. La fame è minaccia per molti dei poveri
La terra, il lavoro, i frutti.
Potremmo muovere da un’immagine biblica molto bella e dolce: quella della felicità dell’uomo
che coltiva la terra, per poi mangiarne i frutti
nella pace, benedicendo il Creatore per i suoi
doni.
Già il racconto della creazione in Gen 2 disegna, in effetti, quest’alleanza dell’uomo con la
terra. Nel versetto 2,15, Adam è chiamato a col-
plessità esige considerazioni ben più articolate. Infatti, nelle zone agricole di grande vastità, l’attività tende spesso a coinvolgere sempre più reti di imprese e comporta l’uso di tecniche anche complesse (si parla di “agricoltura industriale”). La finanza poi, purtroppo, si comporta con il cibo come una pura merce, su cui
scommettere per trarne profitto, a prescinde-
«Tu fai crescere l’erba per il bestiame e le
piante che l’uomo coltiva, per trarre cibo dalla
terra, vino che allieta il cuore dell’uomo, olio
che fa brillare il suo volto e pane che sostiene
il suo cuore» (Sal 104, 14-15).
L
continua nella pag. 24
Novembre
2014
24
segue da pag. 23
re dal destino di chi di esso vive.
E sulla terra si specula! La sua stessa disponibilità è a rischio: spesso essa è destinata ad
altri scopi o diviene oggetto di una lotta commerciale tra le economie più forti. E non mancano le pressioni crescenti sul piano della legalità: la salubrità dei prodotti è minacciata da abusi e forme di inquinamento che talvolta neppure
percepiamo.
Una situazione complessa, dunque, che mette a rischio la capacità dell’agricoltura di garantire sicurezza alimentare, per avere un cibo che
possa nutrire gli abitanti del pianeta e che sia
affidabile
per chi lo consuma. Come uscire da tale situazione? Come far sì che anche nella complessità rimanere fisso, è fare un dialogo, un dialogo fecondo, un dialogo creativo. È il dialogo
dell’uomo con la sua terra che la fa fiorire, la
fa diventare per tutti noi feconda. Questo è importante”2. Consumatori corresponsabili La custodia della terra per nutrire il pianeta è impresa
che richiama anche la responsabilità delle singole persone e delle famiglie: siamo consumatori,
ma anche cittadini attivi e responsabili.
Educarci alla custodia della terra significa altresì adottare comportamenti e stili di vita in cui
l’uso del cibo e dei prodotti alimentari sia più
attento e lungimirante. Con le nostre scelte di
acquisto del cibo possiamo offrire sostegno alle
produzioni locali. Spesso è il modo di acquistare
di ognuno di noi che decide il futuro di una piccola cooperativa locale, come a decidere del
futuro dei nostri territori è anche – in prospettiva nazionale – il dato in aumento degli studenti che frequentano le scuole agrarie e il crescente dato di occupazione in agricoltura. Sono
segnali positivi che spingono a privilegiare le
coltivazioni biologiche e sostenibili, dedicando
anche più attenzione a cosa mangiamo.
È saggezza privilegiare la qualità rispetto alla
quantità, sapendo che – nei prodotti a forte impatto ambientale e sociale – la qualità aiuta la sostenibilità. Altrettanto importante è agire nelle nostre
famiglie, per ridurre ed eliminare lo spreco alimentare, che nelle società agiate raggiunge livelli inaccettabili.
Papa Francesco ha più volte denunciato la “cultura dello scarto”, cultura che “tende a diventare mentalità comune che contagia tutti”, rendendoci “insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili
quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione. [… ]
Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di
cibo, al quale talvolta non siamo più in grado
di dare il giusto valore, che va ben al di là dei
meri parametri economici. Ricordiamo bene però
che il cibo che si butta via è come se venisse
rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha
fame!”3. Ecco dunque alcune scelte che indichiamo alle nostre comunità, frutto della benedizione del cibo:
- coltivare la terra in forme sostenibili, per nutrire il pianeta con cuore solidale;
- adottare comportamenti quotidiani basati sulla sobrietà e la salubrità nel consumo del cibo;
- soprattutto, rendere grazie a Dio e ai fratelli
umilmente (da humus) per il dono che ogni giorno riceviamo dalla terra e dal lavoro dell’uomo,
in modo tale da tutelarli anche per le prossime generazioni.
Ci sarà prezioso, nel compiere questo percorso di speranza, rileggere il piccolo Libro di Rut.
Così è scritto: “il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rt 1,16).
È una storia di persone fragili che – operando
in solidarietà e condivisione – giungono a costruire vita buona, basata sull’istituto della spigolatura, al fine di coniugare l’attenzione per il povero e il contrasto allo spreco. Così, quella vicenda di dolore diventa una storia di speranza, che
riesce a trovare vie d’uscita anche dalle situazioni difficili e disperate: “È nato un figlio a Noemi!”
(Rt 4, 17).
Roma, 7 ottobre 2014
Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario
1
FRANCESCO, Messaggio per la Giornata Mondiale
dell’Alimentazione, 16 ottobre 2013, n. 1.
2
FRANCESCO, Discorso all’incontro con il mondo del
lavoro e dell’industria, 5 luglio 2014.
3
ID., Udienza generale, 5 giugno 2013.
Novembre
2014
25
p. Vincenzo Molinaro
È
passato un mese dalla conclusione del Convegno diocesano. Per
quanto riguarda la pastorale della famiglia si è trattato di un
periodo segnato dalla celebrazione del Sinodo straordinario che
per forza di cose influenza la riflessione di tutta la chiesa. Aveva detto il Papa, in piazza San Pietro, guidando la Veglia di preghiera indetta per l’apertura del Sinodo stesso: “Scende ormai la sera sulla
nostra assemblea. È l’ora in cui si
fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa, nello spessore degli affetti, del bene compiuto
e ricevuto, degli incontri che scaldano il cuore e lo fanno crescere,
vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto.
È anche l’ora più pesante per chi
si ritrova a tu per tu con la propria
solitudine, nel crepuscolo amaro
di sogni e di progetti infranti: quante persone trascinano le giornate
nel vicolo cieco della rassegnazione,
dell’abbandono, se non del rancore;
in quante case è venuto meno il
vino della gioia e, quindi, il sapore - la sapienza stessa - della vita[...]
Degli uni e degli altri questa sera
ci facciamo voce con la nostra preghiera, una preghiera per tutti”.
Si può dire che in queste semplici parole è racchiuso non solo l’intento del Sinodo, ma la volontà di
tutta la chiesa di farsi le domande giuste e di cercare le risposte
adeguate a tali domande.
Se da un lato, è sempre attiva, costruttiva ed efficace, la vita di tante fami-
glie dove la sera si attende il ritorno del
padre per sedersi attorno alla mensa e
raccontare i fatti della giornata illuminandoli
con il calore degli affetti, dall’altro lato
c’è anche la solitudine di chi torna a casa
sapendo di non trovare nessuno, oppure di chi torna a mani vuote. Vino buono e vino annacquato, presenti sulle nostre
tavole, ma non secondo i gusti. Spesso
imposti dalla violenza, dalla inettitudine,
dalla incapacità di salvaguardare gli affetti. Anche la nostra diocesi nel corso del
Convegno diocesano, si è posta le domande sul cammino della pastorale familiare.
Sulla rivista Ecclesia in cammino
(Ottobre 2014, pag. 23) è stato riportato il testo che il gruppo di lavoro “Vita
affettiva e famiglia” ha elaborato durante il convegno.
Certo la riflessione continua e si sviluppa,
però si cerca come mettere in atto quanto è stato proposto.
A questo scopo vengono proposti così
alcuni momenti di incontro e di comunione a livello diocesano, altri a livello
parrocchiale. Sono rivolti a tutte le persone che erano presenti nel Gruppo ma anche alle coppie sposate di
recente e che vogliono proseguire il loro cammino. Chi è interessato?
A chi sono rivolti questi incontri? Ai diretti interessati, giovani, fidanzati,
giovani coppie di sposi, a tutte le persone che hanno manifestato interesse alla creazione di un movimento diocesano di sensibilizzazione familiare. Sarebbero queste le prime risposte alla esigenza di un cammino
fatto insieme, come un orientamento
base che poi viene completato nelle singole parrocchie con il tradizionale
percorso.
Centro di ascolto
Altra proposta fatta al convegno era
quella di aprire un centro di ascolto ove le coppie con qualche difficoltà potessero trovare ascolto, aiuto e accompagnamento per superare i momenti di crisi.
Parlandone, ci siamo accorti che si
tratterebbe di dar vita a una struttura certo impegnativa. La parrocchia di Lariano sta studiando e cercando una soluzione adeguata. Se
entro due mesi avremo risolto la questione ne daremo notizia.
L’intenzione è di cominciare offrendo il servizio a tutta la diocesi. Accanto
a questo semplice calendario continua la riflessione che fa capo al
dibattito apertosi nella chiesa con
la convocazione dei due sinodi sul
tema della famiglia.
Aspetteremo soltanto che il prossimo
sinodo decida come muoverci
oppure possiamo incominciare
adesso la ricerca di nuove piste?
A giorni avremo il documento finale di questo sinodo straordinario.
A leggerlo avremo certamente la
cognizione dell’orientamento della
chiesa. Sappiamo già che non si è
continua a pag. 26
Novembre
2014
26
Quindi attraverso
un gioco “di ruoli” al
quale la platea ha
risposto con curiosità
e trasporto, ci siamo
immersi in un racconto attuale per
poi trasportarci nel
famoso episodio
biblico del peccato
del re Davide con
Betsabea.
Quando ascoltiamo
un racconto che già
conosciamo spesso
diamo per scontato
sr. Francesca Langella
D
omenica 19 Ottobre nel salone della Parrocchia di Santo Stefano ad Artena
si sono ritrovati una sessantina di persone, tra catechisti e animatori della nostra diocesi, per il primo appuntamento de “I pomeriggi dell’Ufficio catechistico”, una serie di incontri proposti e pensati per una formazione attiva
e concreta nel servizio dell’annuncio e della catechesi.
L’intervento del prof. Marco Tibaldi.
Don Daniele Valenzi ringrazia il prof. M. Tibaldi.
A tenere questo interessante incontro è stato il
prof. Marco Tibaldi, membro della Consulta dell’Ufficio
Catechistico Nazionale che, in un crescendo di
simpatia e convivialità, è riuscito a trasportare
i presenti e a coinvolgerli nella narrazione, riscoprendo come proprio il raccontare una storia ci
permette di entrare nei personaggi e negli eventi narrati.
le risposte, pensiamo di avere già le risposte,
andiamo in automatico; invece immedesimarsi
nei personaggi ci permette di metterci nei panni dell’altro e di chiedersi: “io cosa avrei fatto?
Come mi sarei comportato?”
La Bibbia è ricchissima di racconti, perciò il genere letterario narrativo si coniuga bene con la proposta e l’annuncio che siamo chiamati a fare nel-
segue da pag. 25
trattato di un dialogo tra sordi, tradizionalisti da una parte e progressisti dall’altra. Tutti gli intervenuti hanno avuto la consapevolezza della gravità e dell’urgenza del problema senza contrapposizioni di schieramenti. Qual è dunque il problema? Cosa c’è dietro questa grande crisi? Da
dove comincia? Qui possiamo limitarci a dare degli indicatori.
Crisi antropologica, individualismo, irruzione del consumismo, movimento
femminista, distacco della vita personale dalla morale cristiana: queste
e altre le cause dell’attuale situazione in cui vediamo soffrire le famiglie,
le coppie sono alla ricerca di quella felicità personale che è diventata la
bandiera di ogni battaglia. L’effetto è distruttivo, le unioni sono effimere, di breve durata e di respiro corto. La paura spesso isola le persone
la catechesi, occorre però soprattutto una buona conoscenza del testo biblico e un po’ di fantasia.
La finalità è quella di poter portare la Bella Notizia
che è Gesù a chi ancora non la conosce o l’ha
dimenticata o sente noioso e lontano tutto ciò
che ruota attorno alla Chiesa.
Perciò è necessario conoscere il mondo attuale e trovare la via più giusta per attrarre e suscitare l’interesse di tante persone. La gente viene e si avvicina se attratta da qualcosa di bello! La narrazione ha regole proprie di funzionamento
che ne fondano il fascino e l’efficacia.
Come il prof. Tibaldi, più volte ci ha ripetuto, il
destinatario è il vero protagonista di ogni storia, senza la sua collaborazione il testo non esprime tutta la sua ricchezza. La narrazione è un
vero metodo che, mettendo in atto strategie pianificate, coinvolge l’ascoltatore nella trama stessa, lasciando che si immedesimi anzi, lasciando che egli stesso diventi protagonista, vagliando tante possibilità di sviluppo quanti sono i giocatori. Ci è stato infine proposto un video sui
Dieci comandamenti, nel quale a parlare erano simboli, musiche e colori. Sia che avvenga
attraverso le immagini, come nell’arte sacra, sia
che avvenga attraverso le parole come nelle Bibbia,
in un film, in un reality o in una fiction, il racconto, infatti, mette in scena dei simboli primordiali,
antropologici.
Dobbiamo imparare a riconoscere e tenere sempre ben presenti quei quesiti naturali sul quale
l’uomo si interroga.
La narrazione è un potente strumento di comunicazione perché risponde ai bisogni fondamentali
di ogni essere umano, è necessario dunque, per
chiunque sia impegnato in un’attività di tipo educativo, sia il catechista, l’insegnante, il nonno
o il genitore, a conoscerne i meccanismi e le
dimensioni che coinvolge.
Questo primo incontro ci ha introdotto e fatto riscoprire il fascino sempre nuovo della narrazione.
Auspichiamo che nella nostra diocesi questo discorso possa concretizzarsi e si possa formare
un gruppo di catechisti e educatori proprio impegnati in questo tipo di annuncio.
L’invito e l’augurio per tutti noi è quello di non
perdere la possibilità di entrare nelle storie per
viverle come protagonisti, per lasciarci interrogare e affascinare. Di entrare nella nostra storia e nella Storia che ha preso e cambiato tutta la nostra vita: la Storia di Gesù!
persino all’interno del focolare della famiglia, luogo per antonomasia di
comunione. In questo la fede è stata spazzata via, è rimasta una sovraccoperta, un involucro esterno di riti e di tradizioni purtroppo senz’anima
e senza incidenza nella vita. Lo vediamo anche nei matrimoni celebrati in chiesa.
Spesso affiora l’intento di farne una esibizione, una dimostrazione del
potere della famiglia, più difficilmente si entra “nel santuario” con umiltà e delicatezza consapevoli della delicatezza e gravità dell’impegno. Inevitabilmente,
dopo pochi anni, i coniugi vivranno da singoli. E le conseguenze non
tarderanno. Da dove cominciare? Credo che il punto giusto sia l’annuncio.
Dire il vangelo della famiglia, dire il progetto di Dio, dire il senso della
esistenza cominciando “da principio”.
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27
n.d.r.
“Nella precarietà la speranza”
è il titolo del convegno nazionale - promosso da tre
Commissioni episcopali Cei
(Laicato, famiglia e lavoro) programma a Salerno dal 24
al 26 ottobre. Scopo dell’iniziativa, spiegano gli organizzatori,
“far conoscere le molteplici azioni che le diocesi italiane
offrono come segni di speranza
all’interno Paese, in risposta
alla sfida che la precarietà porta con sé”. Ad inaugurare i lavori venerdì (ore 15.30) monsignor Giancarlo Bregantini,
presidente Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace; quindi le relazioni di padre Francesco Occhetta, “I giovani italiani, il dramma del lavoro e il progetto familiare” e di Giuseppe Savagnone, “Progettare famiglia e creare lavoro: compito tipico di laici per
la vita e la speranza”.
Sabato, dopo la celebrazione eucaristica presieduta alle 7.30 da monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, la
relazione di Cinzia Masina e
una tavola rotonda con
Giuliano Poletti, ministro del
Lavoro; Raffaele Bonanni,
segretario generale Cisl;
Stefano Franchi, direttore
generale Federmeccanica.
Modera Paolo Ruffini, direttore di rete di Tv2000.
Nel pomeriggio di sabato 25
ottobre, è intervenuto monsignor Enrico Solmi su
“Giovani, lavoro e famiglia:
nella precarietà non lasciamoci rubare la speranza!”.
Domenica 26, alle 7.30,
mons. Luigi Moretti, arcivescovo di Salerno, ha presieduto
la celebrazione eucaristica.
Alle 9 la tavola rotonda “Chiesa
italiana e precarietà, una speranza fondata” con, fra gli altri,
monsignor Giancarlo Bregantini,
Gianni Bottalico (Acli), Roberto Moncalvo
(Coldiretti).
Alle 12 le conclusioni di monsignor Domenico
Sigalini, presidente Commissione episcopale per
il laicato.
L’intervento di S.E. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei;
a destra, Giuliano Poletti, ministro del Lavoro.
tezze in ambito religioso, politico e sociale - ha
proseguito il vescovo -. Abbiamo perso molte
di queste certezze non solo perché soggettivamente
instabili o indecisi, ma perché si sono dissolte
in larghi strati e non sono più riconosciute come
valori stabili e universali”.
“La condizione odierna
L’intervento di S.E. mons. G. Bregantini.
potrebbe essere rappresentata come un Pantheon
che ha tanti altari, ma tutti equidistanti dal centro. Ci
manca un punto centrale
di riferimento e questo è
il simbolo della nostra
condizione”.
Il segretario della Cei ha
parlato di “mancanza di gerarchia dei riferimenti su cui
orientare le nostre decisioni
e la nostra vita”. “Viviamo
la precarietà e provvisorietà
a vari livelli: nelle coppie,
nella società, nel lavoro.
Dobbiamo prendere coscienza e realisticamente imparare ad affrontare e orientare le nostre scelte contando su una ‘speranza ragionevole’”.
“Molte volte si semina
una speranza che è parensignor Nunzio Galantino, che ha aperto la tavo- te dell’illusione - ha proseguito Galantino.
la rotonda “Perché e per cosa sperare nella pre- L’Unione europea ha tentato di orientare posicarietà”, organizzata nell’ambito del convegno tivamente con la ‘flexsecurity’, nel tentativo di
far sì che la flessibilità generi nuovi posti di lavo“Nella precarietà la speranza”.
“Siamo nomadi quando non abbiamo più cercontinua a pag. 28
Al convegno ha partecipato anche una delegazione
sella nostra Diocesi guidata dal vescovo diocesano
Mons. Vincenzo Apicella.
Oggi siamo nomadi perché precari”. È lo slogan scelto dal segretario generale della Cei, mon-
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segue da pag. 27
ro. Qualcuno si è lasciato un po’ troppo abbagliare da questa formula che è diventata una specie di mantra. Ma non dobbiamo lasciarci abbagliare da questi tentativi”.
“Il sistema europeo si è dimostrato incapace, a
differenza di quello statunitense, di garantire a
chi esce dal sistema di trovare nuove opportunità per rientrare - ha proseguito.
Questo non avviene in Europa e tantomeno nel
nostro Paese. Da noi flessibilità è l’altro nome
di precarietà, e entrambe sono anticamera della disoccupazione”.
Secondo Galantino, “la buona occupazione non si misura sulla durata del lavoro ma sul fatto che il maggior numero
abbia sempre un rapporto col lavoro”. Da
qui il suo appello “per cui la sussidiarietà
emerga come via per promuovere lavoro, concependo la disoccupazione come
serbatoio di risorse e qualità da impiegare e mettere a frutto”.
Da ultimo ha richiamato la “speranza cristiana che pone la persona come ‘fine’
della società. Ognuno ha una dignità sacra
in quanto immagine divina. Se manca
il lavoro la persona non riesce a realizzarsi e abbiamo a che fare con lo ‘scarto’, che provochiamo noi con i nostri comportamenti”.
C’è stato anche spazio per una riflessione
sulla cronaca politico-sindacale. “Quello
che sta succedendo tristemente e malinconicamente
oggi a Roma, io non lo so capire. Ma credete
che questo ci porti da qualche parte?”.
Lo ha chiesto, sempre durante al tavola rotonda il segretario generale della Cei, riflettendo sulla manifestazione sindacale indetta dalla Cgil
contro il governo e le sue politiche sul lavoro,
il Jobs Act.
“Oggi a Roma sta succedendo qualcosa di originale - ha proseguito Galantino -: ci sono persone che hanno dato il 40,8% a Renzi e oggi
vogliono gridare contro di lui. Come leggere que-
sto fatto?”.
Nella tavola rotonda su lavoro e precarietà il segretario confederale Cisl, Luigi Sbarra, ha auspicato che “gli imprenditori in questo momento di
crisi ricomincino ad investire e non si limitino a
delocalizzare le loro imprese”.
Il direttore generale di Federmeccanica, Stefano
Franchi, ha risposto che “è giusto l’appello a coinvolgere di più tutte le realtà, comprese le imprese, per il rilancio del Paese, ma io, girando per
l’Italia, ho visto moltissimi imprenditori che sono
blemi sociali e il lavoro, nell’ultima giornata del
convegno nazionale “Nella precarietà, la speranza” di Salerno nel corso della quale Bregantini
ha letto la lettera indirizzata ai precari.
Un appello “alle parrocchie, al sindacato, al mondo educativo, alle banche e soprattutto alle istituzioni per ripulire l’orizzonte futuro, in modo da
guardare avanti senza più rabbie, nè senso di
sconfitta, nè ostacoli, che fino ad oggi hanno reso
il nostro Paese incapace di sviluppo, di sciogliere
questo terribile nodo” è stato rivolto da m Bregantini.
Il ministro G. Poletti firma il Progetto Policoro.
loro per primi dei grossi lavoratori e si impegnano
direttamente in azienda accanto ai loro collaboratori”.
Bregantini: Lettera ai precari
“La precarietà non è aridità, ma attesa. Arido è
stato semmai quel sistema che ha sciupato inutilmente tante risorse, rubando la speranza che
in voi va soltanto ridestata e rilanciata”.
E’ quanto ha scritto in una lettera indirizzata ai
precari monsignor Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione Episcopale per i pro-
“Chiediamo al mondo industriale di restare fortemente innamorato di questa nostra terra italiana, superando la facile tentazione di delocalizzare” dice.
‘’E’ fondamentale la modernizzazione di un piano industriale più organico da parte di una politica responsabile, capace di difendere i nostri
stabilimenti, garantendo posti di lavoro per tutti. La precarietà si vince insieme’’ creando ‘’un
patto di fiducia tra le parti, superando ogni logica di scarto ed esclusione”.
Novembre
2014
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Giovanni Zicarelli
N
umerose sono state le attività in onore di san Bruno di Segni nel corso della “Festa dell’Esultanza” che si è tenuta, dal 4 al 12 ottobre, presso la parrocchia di
San Bruno di Colleferro, in ricordo del giubilo
con cui il popolo di Segni accolse, il 13 ottobre
del 1111, il ritorno dell’amato vescovo dopo il
lungo periodo trascorso all’abbazia di Montecassino,
di cui fu abate. Se ne ricordano alcune tra le
più significative.
Il mattino del 9 ottobre, un manipolo di parrocchiani di San Bruno, con in testa il parroco don
Augusto Fagnani, ha percorso, come ormai da
tradizione, l’antica via della Mola a piedi.
Più che altro un sentiero di montagna lungo circa 5 chilometri che dai pochi metri sul livello del
mare di via Carpinetana porta fino al centro storico di Segni, 668 m di altitudine, per poi giungere, attraverso il centro abitato, fino alla concattedrale di Santa Maria Assunta.
Un cammino sulle orme dei fedeli che oltre nove
secoli prima si recarono, percorrendo questa via,
ad omaggiare san Bruno, vescovo di Segni. Ad
accogliere i pellegrini mons. Franco Fagiolo, parroco della concattedrale. All’interno della chiesa, ostentato per l’occasione, l’argenteo bustoreliquiario di san Bruno contenente il teschio del
santo davanti al quale, alle ore 11, don Augusto
ha celebrato, alla presenza di fedeli di Colleferro
e Segni, la Santa Messa per poi, con i
fedeli con cui era giunto, intraprendere la via del ritorno.
La sera, alle 18,30, nella “sala Bachelet”
della parrocchia di San Bruno, si è tenuta la conferenza “San Bruno, poeta ed
esegeta”, con introduzione di don
Augusto e relatori don Daniele Valenzi
e don Claudio Sammartino, che già si
era tenuta in Segni, nella navata centrale della concattedrale, il 23 luglio, durante le celebrazioni per la ricorrenza della morte di san Bruno (18 luglio 1123),
patrono di Segni. Don Claudio, con mirabile scioltezza, ha fornito elementi sulla vita del santo mentre don Daniele, con altrettanta efficacia, si è soffermato, anche con inedite rivelazioni, sulla sua
dotta attività di esegeta finendo la conferenza
con la lettura di alcuni passi del commento di
Bruno all’episodio delle “Nozze di Cana” contenuto nel Vangelo di San Giovanni (2, 1-11).
Illuminante la conclusione di questa esegesi di
san Bruno: in essa egli afferma che l’acqua rappresenta la semplice comprensione letterale delle Scritture mentre, il miracoloso vino, ne simboleggia l’alta comprensione spirituale.
La sera del 10 ottobre si è svolta, nell’ampia sala
ricreativa della parrocchia, la “cena di fraternità” a cui, oltre ad alcuni parrocchiani, hanno partecipato anche il sindaco di Colleferro, Mario Cacciotti,
ed altre autorità comunali.
Don Augusto celebra a Segni
la Santa Messa .
Pellegrini da Colleferro accolti a
Segni da mons. Franco Fagiolo.
A conclusione dei festeggiamenti, sabato 11 ottobre si è svolta la solenne processione che ha
visto la partecipazione di S.E. mons. Vincenzo
Apicella, coadiuvato da don Augusto, del sindaco e di numerosi fedeli. La statua lignea di
san Bruno è stata portata a spalla per alcune
vie del quartiere (itinerario che varia ogni anno
così da interessare, di anno in anno, tutte le zone)
per poi far ritorno in parrocchia dove, dopo un
breve saluto del vescovo dal sagrato della chiesa, sono stati esplosi alcuni fuochi d’artificio in
segno, appunto, di esultanza.
La festa è proseguita, nel segno della piacevole
convivialità, con le gradevoli consumazioni presso gli stand gastronomici, gestiti dai volontari
della parrocchia per il salato e dai ragazzi dell’Azione
Cattolica Giovani (A.C.G.) per il dolce.
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Don G. Cappucci con il gruppo di Valmontone.
Roberto Caramanica
I
l 4 ottobre scorso un folto gruppo
interparrocchiale di valmontonesi,
accompagnato da don Giorgio
Cappucci e dall’Associazione Genitori
Valmontone (A.Ge.), è stato in pellegrinaggio
ad Assisi per partecipare - in una splendida cornice paesaggistica e meteorologica - alla celebrazione del 75° anniversario della proclamazione di San
Francesco patrono d’Italia.
La Diocesi ha molto incoraggiato l’iniziativa tramite don Paolo Picca, che ha
anche guidato il gruppo di Velletri e al
educatori.
La nostra giornata
è iniziata con la
partenza
da
Valmontone alle
sei circa; lungo il
tragitto don Giorgio
ha ripercorso e
invitato a riflettere
su alcuni passi dell’intervento di Papa
Francesco dell’ottobre del 2013,
che proprio da
Assisi ha messo tutti in guardia dal pericolo della mondanità, “che ci porta alla vanità, alla
prepotenza, all’orgoglio”; giunti ad Assisi, alle 10.00 abbiamo assistito alla Santa Messa solenne presieduta dal Cardinale Agostino Vallini.
Alla celebrazione, cui hanno partecipato
più di 20 vescovi e circa 100 sacerdo-
quale si è fatto riferimento.
Credo che l’esperienza sia stata positiva, nonostante la ressa (pare che fossero presenti quasi 5.000 pellegrini) e
l’inaccessibilità della Basilica di San
Francesco.
E’ stato bello e
doveroso esserci
proprio il 4 ottobre
di quest’anno, che
è toccato ai fedeli
del Lazio offrire l’olio per la Lampada
votiva che rischiara
perennemente la
cripta dove riposano
le spoglie mortali
del Poverello di Dio.
Mi è sembrato
quasi che San
Francesco, magari aiutato da fratello
sole, sia riuscito
senza sforzo alcuno in un intento in
Foto del gruppo di Velletri guidata da mons. Paolo Picca.
cui la pastorale
familiare classica
è talvolta in difficoltà: attrarre tanti nonni, genitori e
figli, almeno tre
diverse generazioni che non sempre oggi riescono
a dialogare con
facilità; nel gruppo valmontonese
erano presenti
quasi tutti i ragazzi del dopo-cresima della Parrocchia
S. Anna, accompagnati dai loro
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ti, sono seguiti interventi delle
principali Autorità politiche del
Paese.
I Comuni del Lazio presenti hanno fatto sfilare il proprio gonfalone; tra questi anche il Comune
di Velletri rappresentato dal
Sindaco Fausto Servadio e
gentile consorte, dall’assessore Luca Masi e dal gonfalone della città scortato da tre vigili; il
Comune di Lariano rappresentato dal sindaco Maurizio
Caliciotti, e il Comune di
Valmontone, la cui rappresentanza era guidata dal Vice
Sindaco Eleonora Mattia.
Al termine, dopo una passeggiata nel centro di Assisi e uno
Al centro della foto il Gonfalone della Città di Velletri.
spuntino veloce, ci siamo diretti verso la Basilica di Santa Maria
degli Angeli dove, alla Porziuncola, si naggio ad Assisi sia il segno che iniziative un valido strumento di pastorale famisvolge la cerimonia del Transito, la bea- di questo tipo possono rappresentare liare. Resta secondo me essenziale per il coinvolgimento dei giota morte di
vani e degli adulti meno viciFrancesco avveni o che rischiano di allonnuta all’ora del
tanarsi dalla comunità partramonto del 3
rocchiale - saper dosare l’inottobre 1226.
tensità della componente spiLungo la via del
rituale, in particolare preveritorno, non prima
dendo spazi ricreativi approdi una riflessione
priati, che possano favorisul significato crire ciò che in un precedenstiano della giornata,
te numero di questo giornale
abbiamo colto l’ocho identificato con tre “C” maiucasione per una rinscole: Comunicazione,
francante sosta
Condivisione, Conoscenza
nel bellissimo bor(cfr Ecclesia; luglio-agosto 2014).
go di Todi.
In definitiva, penso che la positiva
Nelle foto: a sinistra, S.E. mons. V. Apicella con il sindaco di Lariano, Maurizio Caliciotti;
a destra, il Presid. della Regione Lazio, Nicola Zingaretti con Eleonora Motta,
risposta intergenerazionale al pellegriVice-sindaco di Valmontone.
Il sindaco di Velletri, Fausto Servadio (a dx)
firma il Registro degli ospiti illustri
del Comune di Assisi.
Alcuni partecipanti veliterni con il sindaco Fausto Servadio.
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Tiziana Pagliara
I
l giorno 12 ottobre 2014 in Lariano si è svolta la seconda CAMMINATA DELLA FEDE. Questa iniziativa, anche quest’anno ha dato
una risposta positiva e partecipata da parte delle famiglie, delle associazioni e gruppi parrocchiali, nonché dalla presenza di giovani e laici
impegnati. Il senso di questi “passi della fede” che, non a caso proprio
quest’anno ben si inseriscono nei lavori del Sinodo straordinario sulle
famiglie, ha come finalità quella di unire e accompagnare i fedeli a percorrere una strada comune che porti ad una maggiore consapevolezza che il nostro esistere è intimamente legato a Dio e che da Lui non
può prescindere.
La nostra camminata, iniziata dalla Chiesa S. Maria Intemerata e animata dalla preghiera e dal canto, ha avuto tre tappe significative. La prima tappa è stata la visita alla cappella delle Suore di Cristo, una congregazione religiosa presente a Lariano da tanti anni, che con il suo apostolato in vari campi, viene incontro a varie esigenze spirituali (in particolare riguardo all’Eucaristia: le suore ogni mattina fanno l’adorazione fino alle 12) della nostra comunità.
Ad accoglierci è stata la nuova Madre Superiora: Suor Mirelle di nazionalità francese, che ci ha brevemente illustrato le origini del loro istituto religioso e i luoghi che le vedono impegnate in diverse parti d’Europa
e del mondo. Dopo aver condiviso un momento di preghiera insieme,
abbiamo proseguito verso il Cimitero, seconda tappa del nostro cammino. Questo è stato un momento di forte e profonda vicinanza della
comunità ai nostri cari defunti.
La consapevolezza che la morte sia strettamente legata alla vita di ognuno e che tutto faccia parte di un progetto di Dio che non dobbiamo fug-
gire ma accogliere, in vista di un ben più grande dono: quello della salvezza, è stata per tutti una realtà condivisa.
Il nostro pregare insieme ai nostri defunti, ha rafforzato ancora di più
questa consapevolezza. I nostri passi sono proseguiti alla volta dell’ultima tappa, la fonte “Ontanese”.
Questo luogo oltre ad essere una mèta per tante famiglie dove trascorrere
una giornata all’aria aperta e godere dei benefici della natura, si presta
molto bene anche per incontri di raccoglimento e attività oratoriali e ludiche per i giovani . Inoltre da diversi anni è stato dedicato un angolo, ai
piedi di una collinetta, alla Vergine Maria, posizionando una statua della Madonna come segno di devozione della nostra comunità.
E’ proprio in questo angolo che ci siamo stretti in un lungo e fervido momento di preghiera, recitando il S. Rosario e affidando alla Sua protezione
materna tutta la nostra comunità e tutti i suoi figli.
La nostra CAMMINATA DELLA FEDE si è conclusa facendo ritorno in
Chiesa, ringraziando il Signore per averci fatto vivere un momento così
speciale e denso di emozioni; anche il tempo si è mostrato generoso
regalandoci una calda giornata di ottobre che ha reso più piacevole il
nostro cammino.
Crediamo che ogni comunità abbia bisogno di momenti di preghiera e
condivisione per crescere nella fede e nell’unità, e che non debbano
mai mancare i segni che testimonino il nostro essere cristiani, la “camminata della fede” è uno di questi. Il nostro proposito è quello di mantenere vivo e costante questo impegno, con la certezza che porterà frutti abbondanti e duraturi.
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Stanislao Fioramonti
E
ntrando a Sgurgola da ovest
(m 386) si giunge in piazza
Arringo, aperta sulla valle del
Sacco, nei cui pressi sono i resti della chiesa dell’Arringo con un affresco
di San Sebastiano. Nel luogo si concentrarono i congiurati della zona seguaci dei Colonna e dunque filofrancesi
contro i Caetani, prima del tentativo
di catturare papa Bonifacio VIII
(schiaffo di Anagni, 3 settembre
1303). Procedendo per il corso della Repubblica si arriva in piazza Pietro
Sterbini, con la chiesa parrocchiale
di Santa Maria Assunta, il suo campanile e di fronte l’ottocentesca torre dell’orologio. Attraverso questa si
accede alla parte più antica del borgo: per i vicoli si sale verso la Rocca
e riscendendo si giunge alla piazza
e chiesa di San Giovanni.
Prima che il corso giunga in piazza
Sterbini, da destra parte una strada
sinuosa in salita (via 2 Giugno) che
dopo 6-700 metri sbocca poco sopra
il paese sulla strada pedemontana (Via Monti
Lepini). Di fronte inizia la sterrata per l’eremo
di san Leonardo, indicato da una bacheca dei
sentieri della zona (m 414) posta dall’Associazione
Fonte dell’Acero – Insieme per la Montagna.
Se si segue la pedemontana verso Morolo, si
incontrano subito i ruderi della chiesa di San
Nicola (sec. XIII), con la sua fonte; ne restano
solo i due piani di mura in pietra calcarea bianca, una volta a crociera, una porta laterale e una
lunetta sul portale principale.
Alla fine di luglio 1301 il medico e alchimista catalano Arnaldo da Villanova (1240-1313) vi avrebbe realizzato il sigillo astrologico d’oro, racchiuso
in un cinto di cuoio, con cui curò papa Bonifacio
VIII dal mal della pietra (calcoli renali). Cura efficace, forse per un semplice effetto meccanico
sui reni, che procurò all’alchimista una lauta ricompensa papale e molte invidie e risentimenti nella corte pontificia. Arnaldo, medico del re Giacomo
II d’Aragona e docente all’Università di Montpellier
e alla Scuola Medica Salernitana, qui avrebbe
anche composto il De mysterio cymbalorum Ecclesiae,
opera apocalittica in cui traeva le conseguenze ascetiche della imminente venuta dell’anticristo e della fine del mondo; egli vi si presentava come il profeta che suonava le campane
della verità evangelica e preconizzava la povertà assoluta (Wikipedia).
Da San Nicola si può proseguire verso il cimitero di Sgurgola, dove di fronte alla veduta del
paese ciociaro è la chiesa della Badìa cistercense della Madonna de Viano; al suo interno è affrescato un Cristo Salvatore bizantino del
1100.
Partendo invece dal bivio per san Leonardo, si
può iniziare una splendida escursione su un settore dei monti Lepini ricco di boschi, sorgenti
e grotte. Con una mulattiera tutta in salita, sco-
moda e sassosa, e poi con un sentiero che sale
a tornantini sulla roccia, in 1 ora circa si raggiunge a mezza costa prima una fonte d’acqua
fresca e perenne poi, appena più su, l’eremo
di S. Leonardo, m 725 (chiesetta e panorama), sui resti di un monastero occupato fino al
Settecento dai monaci della congregazione del
Santo Spirito di Maiella, detta dei Celestini dopo
che il suo fondatore, Pietro da Morrone, fu eletto papa nel 1284 con il nome di Celestino V.
Alla stessa congregazione appartennero nei dintorni gli insediamenti di S. Antonio Abate a Ferentino,
di S. Antonino ad Anagni, di S. Pietro Celestino
a Supino (sorto però nel ‘500) e di S. Leonardo
a Valmontone (seconda metà del ‘300). La data
di fondazione dell’eremo sgurgolano è incerta,
probabilmente molto antica.
Nella cappelletta povera e spoglia, la statua del
santo titolare in veste rossa e catene in mano,
e una piccola lapide: “Angelo Moscarelli/ con l’aiuto del popolo/ restaurò. Anno 1952”. All’esterno
un’altra lapide ricorda il gesuita padre Mario Rosin,
indimenticabile padre spirituale del Collegio di
Anagni e di tanti giovani della zona:
“Dare la vita/ goccia a goccia/ senza che nessuno/ se ne accorga./Non c’è amore/ più grande di questo./ P. Mario Rosin S. J./ I giovani di
Sgurgola/ nel 2° anniversario grati/ 29 aprile 1993”.
San Leonardo abate di Noblac, originario del
Limosino (castello di Vendôme, Corroi, circa 496
– Noblac, 6 novembre 545 o 559), fu un eremita del VI secolo e uno dei santi più venerati
continua a pag. 34
34
segue da pag. 33
in Europa nel medioevo; per le vicende che lo
videro restituire la libertà a molti prigionieri, è
considerato il patrono dei carcerati e anche dei
fabbricanti di catene, fibbie, fermagli ecc.
Nella zona di Liegi in Belgio è patrono dei minatori. La sua intercessione viene anche invocata per i parti difficili, i mal di testa, le malattie
dei bambini e del bestiame, la grandine, contro i banditi e contro l’obesità.
E’ il patrono di Sgurgola dal 1200. La terza domenica di ottobre, in prossimità della festa patronale, un corteo cittadino parte alle 19 dal paese, sale all’eremo a prelevare la sua statua e
con una fiaccolata e fuochi d’artificio la porta processionalmente nella parrocchiale di S. Maria
Assunta. Alcuni giorni dopo la festa patronale
del 6 novembre, che oltre alla processione della vigilia prevede anche una tradizionale fiera,
la statua è riportata all’eremo in forma più sommessa e privata.
Se non si vuole fare l’erto percorso diretto per
l’eremo, 15-20 minuti dopo la partenza si può
deviare a destra della mulattiera (cartello) e raggiungere la Fonte dell’Acero, m 745 seguendo un sentiero che in molti tratti sembra una cengia, correndo attaccato alla roccia della montagna. Il luogo è bello, la fonte freschissima e
attrezzata con massi e recinzioni e tavoli di legno
e con una grossa griglia per arrostire la carne.
Da lì parte un altro sentiero che torna indietro
a un livello più alto e in 15’ giunge a un bivio:
a sinistra si scende in 10’ all’eremo di San Leonardo
e alla sua fonte; a destra si sale per la Cima
del Monte (m 976) raggiungibile in 45’. Se si
sceglie questa, arrivati in cima si giunge a un
altro bivio: scendendo a destra (ovest) si incontra subito un casotto di cacciatori e più avanti
un volubro e si arriva in 1 ora a Gorga; se invece si continua dritti lungo la Valle Forana si arriva in 15 minuti al rifugio Santa Maria (m 942),
una costruzione in legno recente e comoda, posta
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in una radura in mezzo
al bosco.
Da qui con altri 15-20
minuti di salita si raggiunge
la Rava Santa Maria (m
1051), una cimetta rocciosa presso la quale nel
2011 è stata posta una
statua dell’Immacolata,
sovrastante l’abitato di
Sgurgola e l’intera valle del Sacco con un panorama eccezionale. Sul
basamento della statua
due targhe; la prima:
“Comune di Sgurgola,
Progetto Popolare,
Settore “Vivere la
Montagna”.
L’ A m m i n i s t r a z i o n e
Comunale con il Settore
“Vivere la Montagna” e
i volontari
dell’Associazione “Fonte
dell’Acero” hanno voluto la collocazione su questa Rava Santa Maria della statua
dell’Immacolata
Concezione, donata
dall’Amministrazione
Comunale.
Si ringrazia mons. Lorenzo
Loppa, Vescovo della diocesi di Anagni-Alatri e
don Agostino Santucci
parroco di S. Maria
Assunta in Sgurgola per
la celebrazione della Santa Messa. Il Presidente
del Settore Tiziano Camilli; il Sindaco prof. Antonio
Corsi. Sgurgola 10 settembre 2011”.
Sulla seconda targa è una “profetica” poesia in
dialetto scritta nel 1933 da Tito Govi e intitolata “La Rava di Santa Maria”. Credo che valga
la pena riportarla per intero.
Quando te guardo, rava relucente,/ je non me
pozzo più rentrattené./
Mille pinsiere me revevo a mente/ i me rebbatte
iu coro comecché./
Po m’addimanno: ma chi sa perché/ così a ti
chiamà l’antica gente?/
Forse perch’eri la passione sé,/ forse perché
tu sì così ‘mponente?/
O forse ca me pari tu ‘n artaro/ fatto pe stacci
‘ncima ‘na Madonna/
pe proteggià ste case i cheste terre/ da terramoti, grandine i da guerre/
da quant’atro jo diavolo se sonna/ pe’ fà de chisto munno ‘no ‘nfangaro?”.
Il percorso - che sale ancora fino alla vetta di
m. Filaro (m 1230) - fino al rifugio è evidente,
con paline di segnalazione e segni rossi; il proseguimento fino a m. Filaro è fuori sentiero ma
la zona non è scoscesa e non si segnalano particolari difficoltà. Zona molto verde, la maggior
parte del percorso è nel bosco, il periodo consigliato è la media stagione in considerazione
della scarsa elevazione del percorso. Dislivello
815 m; ore di cammino 5; difficoltà media.
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Antonio Venditti
D
ue madri sono salite, con le loro figlie,
alla ribalta della cronaca, per una vicenda di squallida attualità: la prostituzione
minorile. Entrambe sono accomunate dal fatto che
le loro figlie, di quattordici e quindici anni, invece di frequentare regolarmente la scuola, si prostituivano con uomini maturi, che potevano
essere i loro padri ed i loro nonni. Tutto è stato
scoperto, perché una delle madri, sorpresa dalle disponibilità finanziarie della figlia, ha intuito prima ed ha accertato poi la terribile devianza e, per
stroncarla, non ha trovato altro modo che la denuncia. Denuncia “doverosa” per tutti i cittadini che
vengono a conoscenza di un reato. Ma parliamo
di una madre, “buona”, che, però, non riusciva più
a controllare una figlia all’inizio della fase adolescenziale, non aveva più alcuna forma di “potere” su di lei e non era in grado, quindi, di svolgere la sua funzione educativa.
L’altra madre, alla quale spetta l’epiteto di “cattiva”, era, invece, a conoscenza dell’immonda attività della figlia, che si prostituiva per avere ampia
disponibilità di soldi, guadagnati facilmente, che
le permettessero di vivere da ricca, soddisfacendo,
nell’acquisto di abiti e nei divertimenti, tutti i desideri più smodati.
La madre sapeva ed anzi spingeva la figlia a “produrre di più” in quella nefasta professione,
richiedendo anche una parte dei guadagni. Si “giustificherà”, poi, negando di sapere che la figlia si
prostituiva, ma credeva che la notevole disponibilità finanziaria dipendesse dallo “spaccio” di stupefacenti: come se, quand’anche fosse stata questa la ragione, non si trattasse di niente di anormale e di immorale!
Speriamo che, in carcere, la donna possa capire, finalmente, l’estrema gravità delle sue colpe,
e possa ravvedersi! A tale degrado, dunque, è sceso il ruolo della “madre”?! Sappiamo di tanti padri
degeneri, i cui comportamenti, ovviamente, sono
sconvolgenti, ma sapere che una “madre” arriva
al punto di avviare una figlia alla prostituzione ed
un’altra non si accorge che la figlia è in pericolo
tale, da seguire l’esempio di una compagna quasi coetanea, ci riempie di desolazione e di scoraggiamento senza fine.
E’ questa la famiglia, idealizzata come riparo dai
pericoli e dalle paure, nella fragilità della crescita di figli/e? E’ questa la società del progresso umano e civile? E’ questa la scuola che deve formare cittadini/e di un mondo migliore? Non ci sono
parole, per rispondere, ma c’è il pianto della sofferenza interiore, nell’inevitabile silenzio.
Superato il disorientamento totale, riprendiamo pazientemente i fili della riflessione. Partiamo dalle due
“ragazzine”, che hanno rinunciato alla purezza ed
alla bellezza del loro corpo, nel momento dello
sviluppo verso la fioritura giovanile, connotata dall’assunzione progressiva della personalità di “donna”, come per l’altro sesso, si raggiunge quella
di “uomo”, nella pari dignità, pur nella diversa assunzione dei ruoli, naturali e sociali. Come si possono
autodistruggere i propri corpi e le proprie personalità? Negli interrogatori, le due ragazze hanno
tentato confuse e quanto meno superficiali spie-
gazioni: oltre ai desideri smodati di ricchezza, appare quello che per i bempensanti è uno spauracchio, ma per tanti diventa un alibi: la droga.
“Che sarà mai?! E’ un’esperienza! Non si pensa
più niente e diventa facile fare di tutto… prostituzione compresa!” Dovremmo di nuovo fermarci,
per il disgusto, ma continuiamo a riflettere: entrano in scena i “burattinai”, perfidi individui che sanno solo imbrogliare, manovrare e trarre guadagni dall’asservimento degli altri, scelti con oculatezza, sfruttando le situazioni più a rischio.
Attenzione, però, a farne i maggiori responsabili, “riabilitando” tutti gli altri che stanno nella vicenda! Le stesse ragazze restano colpevoli, perché,
all’inizio, hanno ricercato loro, in internet, gli approcci, evitando accuratamente i giovani: non solo per
“timore” di essere riconosciute, ma, soprattutto per
le loro scarse disponibilità finanziarie.
Ed i clienti che colpa hanno? Hanno creduto che
si trattasse di “maggiorenni”, come del resto esse
si dichiaravano! Questa è la loro linea di difesa,
non certo originale, perché è assunta da tutti gli
inquisiti per reati del genere.
Intanto, cerchiamo di non dimenticare che uomini maturi, se non addirittura anziani, hanno scelto prostitute “giovani”, ritenute diciottenni e su di
lì, per l’appagamento di desideri “immondi”, perché soddisfatti con “donne” aventi spesso la stessa età di figlie o nipoti. E poi non si distingue il
corpo di un’adolescente, anche truccata e con tacchi alti, da quello di una donna?
Sappiamo che, invece, esiste ed è nutrito il gruppo di uomini che vanno alla ricerca delle prostitute “ragazzine”, in patria, come all’estero, dove
programmano vacanze a tale turpe scopo. Come
andrà a finire? Si chiedono tutti, stimolati da giornali e televisioni che hanno materia ampia per tante trasmissioni e aggiornano sulle indagini della
Magistratura, che coinvolgerebbero già molte decine di “clienti”, persone “perbene”, ben collocate
nella scala sociale ed insospettabili.
Tra dinieghi e piccole ammissioni, nonostante alcune evidenze appurate con le intercettazioni, si fa
strada, nei “salotti televisivi”, per i personaggi più
noti, la lamentela di essere vittime della “gogna
mediatica”, facendo intendere che della vicenda
non si dovrebbe parlare, per non “turbare” lo svolgimento delle indagini (che in Italia durano tanto
tempo e, in questo caso, la lunghezza fa comodo) e, soprattutto, per la difesa di coniugi e figli
incolpevoli.
Strana tesi questa, perché, con tutto rispetto dei
membri della famiglia, la notorietà è sempre ricercata con ogni mezzo e come un giusto tributo ai
“meriti”, più o meno presunti, mentre, in caso di
guai, tutti i mezzi mediatici dovrebbero spegnersi, magari fino alla “rivincita”, cioè alla dimostrazione che il fatto non è dimostrabile, almeno nella “presunta” gravità. Il che significa che tutto, con
il tempo, deve essere accettato, anche l’uso della droga e la prostituzione minorile, che, semmai,
è colpa delle “ragazzine sfacciate” e non degli uomini, che la ricercano e l’alimentano!
In siffatte situazioni, dove tutto si vuole coprire,
con l’omertà e l’ipocrisia dilagante, l’educazione
davvero viene resa inoperante e si addensano nubi
oscure per l’avvenire.
Nell’immagine del titolo:
un’opera pittorica di Edgar Mendoza Mancillas
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Mara Della Vecchia
ella Riforma luterana, avviata, come è noto, nel XVI secolo in
Germania, un ruolo importante era stato riservato anche al rinnovamento della musica liturgica, quale elemento imprescindibile per una preghiera dei fedeli veramente collettiva,sincera e consapevole, che non fosse ridotta a una ripetizione di formule in latino ormai
poco comprensibili da parte del popolo più ignorante.
Durante la messa, l’assemblea doveva poter cantare e dunque partecipare attivamente a tutta la celebrazione liturgica, senza incontrare ostacoli dovuti alla lingua sconosciuta o alla difficoltà di apprendere una melodia troppo complessa o addirittura districarsi tra i vari registri vocali dei
canti polifonici. Nasceva così il Corale luterano che prevedeva il testo
in tedesco e pur essendo polifonico,
presentava una voce superiore molto riconoscibile, rispetto alle altre, con
frasi melodiche non troppo lunghe o
troppo articolate che terminavano con
una nota lunga e accompagnamento dell’organo, permettendo a tutti di
cantare, anche a quelli meno abili,
tuttavia successivamente,anche il Corale
nella sua semplicità ed essenzialità,
cominciò a mutare, ad evolversi e fatalmente, a complicarsi.
Tra la seconda metà del XVIII secolo e tutto il XIX, non più il Corale, ma
la Cantata è la forma che caratterizza
la musica della liturgia luterana; si tratta di una composizione piuttosto lunga formata da arie, duetti, cori recitativi con accompagnamento strumentale;
si eseguiva durante la messa tra la
declamazione del vangelo e il sermone.
Il testo riguardava il vangelo del giorno, e includeva brani delle Sacre Scritture,
poesia composte appositamente e testi
dei corali, ovviamente in lingua
tedesca.
Johan Sebastian Bach, il grande compositore del tedesco, dedicò molta della sua musica sacra alla cantata; fra
le prime che compose troviamo
quella conosciuta come Actus Tragicus
N
del 1707-08 la quale conserva ancora una struttura che ricorda il Corale, in quanto non presenta né poesie né recitativi.
Actus Tragicus, il cui titolo originale è Gottes Zeit ist die Allesbeste
Zeit, viene così soprannominato perché destinato ad una cerimonia funebre. Inizia con un bano strumentale per due flauti, due viole da gamba e basso continuo, detto “Sonatina”,
molto bello dove, sull’accompagnamento delle viole e del basso continuo, i flauti disegnano una malinconica melodia; la
Sonatina è seguita da un coro a quattro voci con il medesimo accompagnamento orchestrale della sezione precedente. In questa parte si distinguono tre parti: la prima sulle parole del titolo della cantata :”Il tempo del Signore e il migliore
del tempo”, la seconda parte è costituito da un Allegro fugato sulle parole di un versetto tratto dagli Atti degli Apostoli: “
In Lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere”; chiude la
terza parte con un Adagio assai con il seguente testo : “In
Lui la morte al tempo fissato”.
Il coro è seguito da un’aria per tenore con andamento lento
sul testo del Salmo: “Facci conoscere il numero dei giorn che
possiamo dedicare i nostri cuori alla saggezza”. Termina l’aria del tenore e inizia, senza alcuno stacco, un’aria del basso, Vivace e con diversi vocalizzi ripresi da un solo flauto, questo il testo:
“Così dice il Signore. Dai le disposizioni per la tua casa, perché morrai
e non guarirai più”. Interviene di seguito un terzetto (contralto, tenore,
basso) con il solo accompagnamento del basso continuo e le parole sono
tratte dall’Ecclesiastica: “è legge antica, l’uomo deve morire”, ma il terzetto è interrotto dal soprano che interviene con un arioso accompagnato dalle viole e dai flauti, nel quale si ascoltano le parole: “Sì, sì, vengo Signore Gesù”, mentre gli strumenti dell’orchestra seguono la melodia a quattro voci del Corale: “Io ho affidato tutto quanto a Dio, egli fa
di me ciò che vuole. Se devo vivere qui a lungo, senza opporre resistenza devo sottomettermi alla sua volontà”. Il basso solista si inserisce, dopo la conclusione del terzetto, con le parole: “Nelle tue mani raccomando il mio spirito, tu mi libererai, o Signore, Dio dei verità”, è il basso continuo che accompagna questa parte, come più oltre, con le parole: “Oggi sarai con me in paradiso”.
Di nuovo l’inserimento di un Corale eseguito sai contralti e dalle viole: “Con
pace e gioia, ivi mi conduco nella volontà di Dio, il mio cuore e il mio intelletto
sono consolati, miti r tranquilli. Come
Dio mi ha promesso, la morte è divenuto il mio riposo”.
Il finale è su parole di gloria e di fede,
dunque è tutto il coro che canta con
tutta l’orchestra con andamento vivace e grande sonorità. Recita il testo:”
In Te ho sperato, o Signore, aiutami
perché io non cada nell’ignominia e nel
disprezzo in eterno. Di questo io ti prego: conservami fedele a Te, mio
Dio:” Actus tragicus, nonostante la stessa destinazione della Messa da
Requiem, ne differisce molto: nell’opera bachiana è assente la terrificante
immagine e la plateale drammaticità
del giorno del giudizio, qui si affronta
il tema della morte come ogni cristiano dovrebbe affrontare ogni giorno della propria vita cioè nella fede in Dio,
nell’abbandono alla sua volontà e fiducia nella sua misericordia e non solo
ciò riguarda il testo utilizzato, ma con
la stessa valenza anche la musica esprime con potenza espressiva il medesimo messaggio.
Novembre
2014
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Bollettino diocesano:
Prot. VSCA 44/2014
Al Reverendo Don Fabrizio MARCHETTI
del Clero diocesano di Velletri-Segni
Salute nel Signore
Le parrocchie di Santa Maria in Trivio, del SS.mo Salvatore, di Santa Lucia e di San Michele Arcangelo in Velletri sono state affidate, a partire
dal 5 ottobre p.v., a don Roberto Mariani, in qualità di Parroco, egli sarà anche Amministratore della parrocchia della Madonna del Rosario e
responsabile di tutta l’Unità Pastorale, pertanto si richiede la presenza di un sacerdote disponibile a tempo pieno capace di collaborare alla cura
delle necessità spirituali dei fedeli e alla crescita della comunione ecclesiale.
Pertanto, con gratitudine per la tua disponibilità e fiducioso nel tuo zelo apostolico,
TI NOMINO
In virtù delle mie facoltà ordinarie Vicario parrocchiale
della suddetta Unità Pastorale, a norma dei canoni 545-552 del Codice di Diritto Canonico.
Il presente decreto entrerà in vigore a partire da Domenica 12 ottobre 2014.
Ti assista nella tua opera apostolica la protezione e l’intercessione di Santa Maria delle Grazie, dei Santi Clemente e Bruno, Patroni della Diocesi
e ti benedica il Signore.
Velletri, 06.10.2014
+ Vincenzo Apicella, vescovo
———————————————————————————————————
Prot. VSCA 45/2014
Al Reverendo Don Andrea PACCHIAROTTI
del Clero diocesano di Velletri-Segni
Salute nel Signore
La parrocchia di San Giovanni Battista in Velletri, affidata a partire dal 5 ottobre p.v. a Mons. Cesare Chialastri, in qualità di Amministratore
parrocchiale, richiede la presenza di un sacerdote disponibile a tempo pieno capace di favorire la crescita di una comunità viva e ben articolata
.
Pertanto, con gratitudine per la tua disponibilità e fiducioso nel tuo zelo apostolico,
TI NOMINO
In virtù delle mie facoltà ordinarie Vicario parrocchiale
della suddetta parrocchia di San Giovanni Battista in Velletri, a norma dei canoni 545-552 del Codice di Diritto Canonico.
Il presente decreto entrerà in vigore a partire da Domenica 12 ottobre 2014.
Ti assista nelle fatiche pastorali la protezione e l’intercessione di Santa Maria delle Grazie, di San Giovanni Battista e di San Clemente e ti benedica il Signore.
Velletri, 06.10.2014
+ Vincenzo Apicella, vescovo
——————————————————————————————————Prot. VSCA 46/2014
Al Reverendo Don Rinaldo BRUSCA
del Clero diocesano di Velletri-Segni
Salute nel Signore
Nella nostra diocesi opera da molti anni con grande utilità pastorale l’Aggregazione ecclesiale U.N.I.T.A.L.S.I., il cui Assistente spirituale, don
Marco FIORE, parroco di San Pietro in Montelanico, è stato chiamato a svolgere anche l’incarico di Vicerettore presso il Pontificio Collegio Leoniano
di Anagni.
Pertanto, volendo provvedere alla cura di questa importante realtà diocesana, con gratitudine per la tua disponibilità e fiducioso nella tua esperienza e nel tuo zelo apostolico,
TI NOMINO
In virtù delle mie facoltà ordinarie Assistente spirituale della suddetta Aggregazione ecclesiale.
Il presente decreto entrerà in vigore a partire da Domenica 12 ottobre 2014.
Ti assista nella tua opera la protezione e l’intercessione dei santi Clemente e Bruno, Patroni della diocesi e ti benedica il Signore.
Velletri, 06.10.2014
Mons. Angelo Mancini
Cancelliere Vescovile
+ Vincenzo Apicella, vescovo
Novembre
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La Cappella di san Brizio
nel Duomo di Orvieto / 1
don Marco Nemesi*
T
anto è celebre nel mondo, il Duomo di
Orvieto che non poche persone giungono
nella città della Rupe unicamente attratte dal suo grandioso monumento simbolo. Il Duomo
sorprende per le sue slanciate proporzioni – un
indiscusso inno al desiderio d’infinito e di ascesa verso il cielo – e la sua mirabile e affascinante unicità, che sfugge a ogni semplicistica
classificazione di stile.
Dedicato alla Vergine Assunta, il Duomo è ovunque riconosciuto come una delle massime realizzazioni artistiche del tardo Medioevo italiano,
in cui si fondono, a superare la tradizione basilicale romana e creare un insieme del tutto unico e originale, il sentimento che animò le grandi cattedrali europee del Due-Trecento, le soluzioni architettoniche degli ordini mendicanti e i
motivi del gotico francese.
L’interno sviluppa pienamente il motivo dell’unità spaziale, architettonica e visiva tipica delle grandi chiese dell’Italia centrale e settentrionale dei secoli XIII e XIV. Scandito in tre navate suddivise da dieci colonne cilindriche e da due
pilastri ottagoni, lo spazio interno è unificato da
sei grandi campate e, attraverso ampie e slanciate arcate a tutto sesto, si dilata lateralmente nelle navate esterne; queste, strette, poco slanciate e completamente visibile, sono assorbite
dal vano centrale, cui fanno da sfondo.
Nelle pareti perimetrali il motivo delle cappelle
semicilindriche e delle bifore crea un effetto di
approfondimento spaziale, allontanando il muro
e rompendone la rigidità. Il tetto a capriate dipinte, con la sua leggerezza e la sua penombra
indefinita solcata dalla luce, rappresenta la copertura ideale del corpo anteriore della chiesa. Originale
è la soluzione del transetto continuo con tre volte a crociera della stessa altezza; vera e propria nave trasversa, autonoma rispetto al corpo longitudinale (da cui è separato tramite un
arco trionfale), il transetto, non avendo braccia
sporgenti, è contenuto nel rettangolo delle navate a costituire un fondale ombroso che precede la tribuna quadrata.
Precisamente nel transetto destro si trova la cappella di San Brizio, o cappella Nova, celebre per
il ciclo di affreschi con Storie degli ultimi giorni, avviato nelle vele da Beato Angelico e Benozzo
Gozzoli nel 1447 e completato da Luca
Signorelli nel 1499-1502.
Per l’originalità spaziale e iconografica e per la
singolarità del tema, la cappella costituisce un
unicum nell’arte. L’edificazione della cappella iniziò nel 1396 grazie al lascito testamentario di
Tommaso di Micheluccio, che desiderava fosse creata una cappella intitolata alla Vergine Incoronata.
Dal 1408 è documentato il primo maestro costruttore, Cristoforo di Francesco da Siena. Si trattò di ampliare il corpo di fabbrica duecentesco
di Lorenzo Maitani, studiando modi per integrare
gli archi rampanti che sostenevano la struttura. Si finì per mantenere quasi tutto, con lo stesso forte spessore delle murature e con il mascheramento dell’arco rampante all’interno con un
contrarco a tutto sesto
dall’imposta molto bassa,
che fu utilizzato per delimitare
due cappelline: quella dei
Corpi Santi di Faustino e
Parenzo a destra e quella
della Maddalena (poi detta di Gualterio) a sinistra.
Il lavoro fu completato nel
1444. Nel 1447 l’Opera del
Duomo assegnò la decorazione ad affresco della cappella al Beato Angelico, che
in quel momento era a Roma,
al servizio di Niccolò V.
L’artista fiorentino, che era
già stato messo in contatto l’anno prima dal maestro
vetraio del Duomo di Orvieto
Francesco Baroni, era,
infatti, interessato ad allontanarsi dalla calura estiva romana. Con lui viaggiò la sua comitiva di aiuti attivi
anche nella Cappella Niccolina,
come documentano i documenti di pagamento, in cui erano presenti Benozzo Gozzoli, Giovanni
Antonio da Firenze e Giacomo de
Poli; in città si aggiunse poi il pittore locale Pietro di Nicola Baroni.
Pare che il tema degli affreschi,
in Giudizio Universale, fu deciso
con la consulenza dell’Angelico,
che era dopotutto frate domenicano ben preparato in teologia.
A Orvieto l’Angelico restò quindici settimane, riempiendo due delle enormi vele della campata sopra
l’altare (Cristo Giudice tra angeli e Profeti): il fatto che due spazi così vasti fossero completati in
tre mesi e mezzo dimostra la rapidità esecutiva della bottega
dell’Angelico, con una limitata autografia del maestro, al quale sono assegnate solo alcune parti. Nel settembre 1447 Angelico e il suo entourage ripartivano per Roma, forse intenzionati a
ritornarvi l’anno successivo. Ciò non avvenne
e nel 1449 il contratto doveva essere già annullato, poiché Gozzoli, in città dal luglio al dicembre di quell’anno, ormai affrancato dall’apprendistato, tentò senza successo di farsi riassegnare
l’incarico.
Nel 1455, per proteggere meglio le volte dalle
infiltrazioni, fu rialzato il tetto. Il programma decorativo della Cappella, restò fermo per almeno
quarant’anni, quando si provò ad accordarsi Antonio
da Viterbo detto il Pastura e soprattutto, per quasi dieci anni, col Perugino le cui richieste vennero però ritenute troppo onerose. Solo il 5 aprile del 1499 l’incarico di proseguire i lavori fu affidato a Luca Signorelli, pittore cortonese allora
attivo nella provincia tra Toscana, Umbria e Marche.
Da un esame della ricca documentazione pervenuta appare chiaro che la scelta cadde su di
lui per ragioni di convenienza economica (il prezzo proposto era più discreto di quello del Perugino)
continua nella pag. accanto
Cappella di San Brizio.
Novembre
2014
e per la fama di artista efficiente
e rapido.
Il contratto venne, infatti, mantenuto con solerzia: un anno
dopo, il 23 aprile 1500, le volte erano già concluse e l’artista aveva già preparato i
disegni per il resto della decorazione “dalle volte in giù”, che
gli furono allogate pochi giorni dopo per un costo di 575 ducati. Fu confermato il tema del
Giudizio, sulla spinta dei turbamenti causati dal precipitare della situazione politica e sociale italiana negli anni novanta
del Quattrocento e dei presagi catastrofici sull’avvicinarsi della metà del secondo millennio.
Per le scelte iconografiche furono espressamente
interpellati dei maestri in teologia, tra cui
dovette avere un ruolo di primo piano l’arcidiacono del Duomo Antonio Alberi, che si fece costruire una libreria accanto alla cappella dotandola
di ben 300 volumi sulla teologia, la filosofia, la
storia e la giurisprudenza.
Tra le fonti letterarie usate ci sono sicuramente i Vangeli, l’Apocalisse di Giovanni, la
Leggenda Aurea e anche le Rivelazioni di santa Brigida, che erano state stampate a Lubecca
nel 1492. Inoltre l’artista, nell’elaborazione le scene, dovette trarre spunto dalle stampe tedesche,
se non l’Apocalisse di Dürer, pubblicata nel 1498,
almeno le illustrazioni del Liber Chronicarum di
H. Schedel edito a Norimberga nel 1493.
Già nel 1502 il ciclo era concluso in tutte le sue
parti, anche se i pagamenti si protrassero almeno fino al 1504. La cappella fu chiamata “Nova”,
essendo l’ultima eseguita dopo quella del
Corporale, fino al 1622, quando vi fu traslata la
venerata immagine della Maestà della Tavola,
un dipinto miracoloso che si riteneva eseguito
da san Luca, in realtà opera della fine del XIII
o dell’inizio del XIV secolo. Questa reliquia veniva anche detta “Madonna di San Brizio”, poiché nel 1464 era stata aggiunta accanto alla
Vergine l’immagine del santo, poi rimossa;
essa finì per dare il nome all’intera cappella,
detta anche semplicemente di San Brizio.
L’altare detto “della Gloria“, sulla parete di
fondo, è opera di Bernardino Cametti del 1715,
in marmo, commesso e alabastro. Il paliotto in velluto cremisi e argento risale al 1704
ed è opera del romano Angelo Cervosi. I sei
candelieri in argento sulla mensa sono opera di Michele Borgianni (1711-1712), cui ne
furono aggiunti altri quattro nel 1716. A sinistra dell’altare, su un plinto ligneo, una lampada votiva in argento e smalti del 1947 (opera del cesellatore Maurizio Ravelli), fu consacrato per lo scampato pericolo dei bombardamenti durante la guerra.
La cappella è organizzata in due grandi campate, coperte da volte a crociera, generanti
sei lunettoni dei quali uno è in parte occupato dal portale d’ingresso e, un altro, opposto, è diviso in due semilunette dalla fine-
stra gotica che sormonta l’altare. L’arco d’ingresso
è sormontato da un grande rosone gotico doppio e da un lunettone con coppie di angeli attribuiti a Antonio da Viterbo, con ai fianchi le statue di Adamo e di Eva di Fabrio Toti sotto nicchie in marmi bianchi e rossi di Simone Mosca.
La cappella è chiusa da una cancellata di ferro battuto di Gismondo di Graziano (1516), eseguita a imitazione di quella della Cappella del
Corporale. Le volte sono organizzate in vele su
fondo oro, divise da costoloni con motivi vegetali e da cornici in stile gotico, con fasce a sfondo rosso decorate da motivi tratti dalla miniatura, intervallati da esagoni con testine.
Le pareti sono dipinte con lunettoni nella parte
superiore, inquadrati da arconi dipinti con cassettoni con rosette sporgenti; essi sono idealmente arretrati di circa due metri, lasciando un
ampio palcoscenico alla base degli affreschi in
cui le figure si muovono come se stessero uscendo dai dipinti. Si tratta di un’originale soluzione
compositiva che, sebbene non sia calibrata per
il punto di vista ribassato dello spettatore, ha il
merito di trasformare l’architettura gotica della
cappella in uno spazio rinascimentale, quadrandone
le misure come se fosse tanto largo quanto alto.
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Signorelli concepì la cappella “non
come una scatola, ma come una
sfera in cui tutti i punti hanno lo stesso valore attorno al fulcro rappresentato dall’uomo-spettatore“. Tutte
le ombre sono generate da una medesima fonte di luce, situata in corrispondenza delle finestre della parete di fondo. Le scene sono: Predica
e fatti dell’Anticristo, Finimondo,
Resurrezione della carne, Dannati,
Beati, Paradiso, Inferno. La fascia
inferiore è scandita da un finto colonnato di paraste reggenti una trabeazione dipinta con un ricchissimo fregio a grottesche su fondo oro.
La zoccolatura è dipinta a lastre che
imitano i rilievi di sarcofagi romani, intervallate dalle basi delle paraste. I riquadri sono decorati da partiture a grottesche in cui sono inserite, al centro, finestre con
ritratti di uomini illustri, poeti e scrittori. Molti di
essi sono ritratti in maniera da confondere l’occhio dello spettatore, sfogliando libri che pare
escano dal davanzale in scorcio. Alcuni di loro
hanno vicini anche dei medaglioni in grisaille che
commentano la loro opera o illustrazioni della
Divina Commedia. Completano la figurazione,
negli sguanci delle finestre, gli arcangeli
Raffaele con Tobiolo e Gabriele (a destra), Michele
in atto di pesare le anime e in atto di respingere
un demonio (a sinistra) e i santi vescovi Brizio
e Costanzo, protettori di Orvieto (al centro), mentre nella cappellina ricavata nello spessore della parete laterale si trova un Compianto sul Cristo
morto tra i santi Parenzo e Faustino.
L’effetto generale è di altissimo coinvolgimento dello spettatore, che ha la sensazione di entrare nella scena dipinta come parte di essa. Da
un punto di vista pittorico, il ciclo mostra una qualità altalenante e una certa macchinosità teatrale,
che però è bilanciata da idee figurative d’indimenticabile efficacia, spesso novità assolute per
l’arte italiana. Se la vista d’insieme può apparire tumultuosa e confusa, nel dettaglio si può
comprendere appieno la genialità di
Signorelli quale “inventore” e “illustratore”,
come lo definì Berenson.
La volta è divisa in otto vele, delimitate da
fasce decorative con motivi vegetali. È
dell’Angelico quella sopra l’altare con
Cristo giudice tra angeli e quella immediatamente
a destra con Sedici profeti. Sono ritenuti
autografi del mastro la figura, piuttosto danneggiata, del Cristo, un gruppo di angeli
a sinistra e alcuni profeti seduti. Al Gozzoli
sono invece assegnate le bordure decorative con testine, tra cui una somigliante
a un pregevole disegno con Testa di giovane chierico nella Royal Library del
Castello di Windsor (n. 12812); tra queste
testine spiccano anche quelle di un giovane
biondo, di un ragazzo col turbante, di un
giovane affacciato al di fuori dell’esagono,
di una bambina con cuffietta e infine di un
autoritratto dell’autore. L’assegnazione di
altre parti al Gozzoli, come molti degli angecontinua nella pag. 40
li vicini al Cristo e di tre profeti, è oggetto di controversie nella critica. L’Angelico e il suo gruppo sono responsabili anche delle fasce decorative sui costoloni e nelle vele anche dell’altra
campata. Tutte le altre vele sono del Signorelli,
che vi ritrasse: Apostoli, prima campata a sinistra; Simboli della Passione e preannuncio del
Giudizio con angeli, prima campata verso l’ingresso; Martiri, seconda campata verso l’altare; Patriarchi, seconda campata a sinistra; Dottori
della Chiesa, seconda campata a destra;
Vergini, seconda campata verso l’ingresso.
La resa pittorica tra le scene dell’Angelico e quelle di Signorelli è molto diversa: il primo riponeva nella decorazione della parete la stessa cura
al dettaglio e la stessa finitezza che impiegava
nelle opere su tavola, trascurando che essa doveva essere vista da quindici metri di distanza, poiché all’epoca, secondo un’impostazione ideologica tipicamente medievale, la pittura era ancora soprattutto un’offerta a Dio, che era quindi il fruitore ideale delle scene; per
Signorelli invece tutto è ormai legato allo spettatore, con una qualità più sbrigativa, che permettesse anche di venire incontro alle richieste dei committenti.
Il ciclo inizia con la lunetta della
Predica e fatti dell’Anticristo, la prima a sinistra dell’ingresso. Si tratta di un caso unico nell’arte italiana
di rappresentazione in chiave
monumentale della leggenda
dell’Anticristo e dalla Leggenda Aurea.
La venuta di falsi Messia inoltre si
trova nelle parole profetiche sugli
Ultimi Giorni del Vangelo di Matteo
(24, 5-10).
L’Anticristo si trova su un piedistallo
in primo piano, mentre predica alla
folla. Egli assomiglia nelle fattezze a Gesù, ma è mosso dal Diavolo
che gli suggerisce le parole all’orecchio e guida i suoi gesti come
un pupazzo: felice è l’invenzione
del braccio di Satana che “entra“
in quello dell’Anticristo come se fosse un guanto. Lo circonda una folla varia, che ha accumulato ai suoi
piedi ricchi doni e appare già corrotta dalle sue parole: a sinistra un
uomo sta compiendo un crudele
massacro, una giovane donna sta
ricevendo il prezzo della prostituzione da un anziano mercante e altri uomini sono
caratterizzati in atteggiamenti spavaldi.
I personaggi hanno vesti contemporanee e Vasari
vi riconobbe vari ritratti: Cesare Borgia (all’estrema
sinistra, col cappello rosso, barba e capelli biondi), Pinturicchio, Nicolò Paolo Vitelli e Vitellozzo
Vitelli, Giovanni Paolo e Orazio Baglioni, l’erede dei Monaldeschi (a destra del piedistallo con
le mani sui fianchi), Enea Silvio Piccolomini (l’uomo calvo e corpulento). Molti vi hanno letto un
riferimento diretto alle
vicende contemporanee di Girolamo
Savonarola, predicatore che infuocò
di ardore religioso la
città di Firenze prima di essere condannato come
eretico da papa Alessandro VI e mandato al rogo
il 23 maggio 1498: dopotutto, nonostante la controversa accusa, Orvieto restava una città fedelmente papista, quindi disposta ad accogliere un
tale messaggio, e lo stesso Signorelli, già protetto dai Medici, non vedeva sicuramente di buon
occhio il rovesciamento democratico a Firenze
stimolato dal frate. Lo sfondo mostra uno scenario molto ampio e profondo, dominato da un
enorme edificio classico, dalla prospettiva distorta. Probabilmente è una rappresentazione del
tempio di Salomone di Gerusalemme e quindi
della Chiesa stessa.
Si tratta di un edificio a pianta centrale con quattro pronai, che in pianta assumono la forma di
croce greca, con al centro un doppio tiburio e,
verosimilmente, una cupola che va oltre lo spa-
zio pittorico. Tutta la base del tempio è animata da soldati neri, piccole figure aggiunte a secco dopo la stesura ad affresco. Anche in secondo piano avvengono orrori e prodigi che chiariscono il messaggio della scena principale, con
una vivace correlazione narrativa. A destra l’Anticristo
ordina le esecuzioni capitali di Enoch ed Elia,
mentre al centro fa un miracolo risorgendo un
morto per avvalorare la sua falsa identità. Gli
fanno resistenza, poco sotto, un gruppo di reli-
giosi che, consultando le Scritture, riconoscono la sua falsa figura e si stringono con la preghiera e la fede come in una compatta cittadella.
Forse, rendendosi conto dell’avverarsi delle profezie, stanno facendo il conto degli ultimi giorni, i 1290 giorni di dominio anticristiano profetizzati da Daniele.
A sinistra infine avviene l’epilogo della vicenda
dell’Anticristo, con l’Arcangelo Michele che lo
colpisce in cielo con la spada, facendolo precipitare, ed inviando una serie di raggi infuocati
che uccidono i suoi sostenitori.
Si tratta della scena migliore dell’intero ciclo, almeno in termini di originalità narrativa e di evocazione fantastica: ciò è suggellato dalla presenza, all’estrema sinistra, di due personaggi in abito nero che rappresentano, secondo tradizione
l’autoritratto di Signorelli e, dietro di lui, un ritratto di Beato Angelico con l’abito domenicano. Signorelli indossa una berretta e un mantello nero, abiti di rango, ed è sui cinquant’anni, vitale e
di bella presenza come lo descrisse Vasari che l’aveva conosciuto personalmente in tenera età.
Scarpellini scrisse che la sua presenza a margine della scena assomiglia a quella di un regista compiaciuto per la riuscita del suo spettacolo e si presenta alla platea per
ricevere l’applauso.
Sulla parete d’ingresso, resa angusta dall’arco di accesso, si trova la
scena del Finimondo, dominata al
centro da un putto che sorregge lo
stemma dell’Opera del Duomo
(O.P.S.M.) e divisa in due gruppi narrativi. Nell’angolo inferiore a destra,
in primo piano, la Sibilla Eritrea sfoglia il proprio libro profetico assieme al profeta Davide, costatando
la verità delle predizioni all’avvento del Dies irae. Dietro di loro un terremoto fa crollare un tempio e i briganti trionfano nell’anarchia, spogliando tre giovinetti. Più in lontananza, un biblico maremoto arriva
a sollevare le navi sulle onde, che
stanno per abbattersi mina+cciose
sulla città; nel cielo il sole e la luna
sono sinistramente oscurati.A sinistra iniziano gli eventi sovrannaturali, mentre in lontananza guerre e
omicidi si moltiplicano.
Si tratta dell’arrivo di demoni alati
mostruosi, dalle cui mani e bocche si sprigiona una pioggia infuocata che investe una moltitudine di persone terrorizzate, che si sta riversando sulla platea fuori dal confine dell’arco dipinto. Particolarmente efficace e ben conservato
è il groviglio di sette giovani in primo piano, dagli
abiti sgargianti, morti o nell’atto di soccombere, seguiti da due madri con i figli e un gruppo
di giovani e anziani. Essi mostrano l’epilogo di
una catastrofe annunciata.
*Dir. Ufficio diocesano Beni culturali,
Chiese e Arte sacra
(continua)