RASSEGNA STAMPA

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mercoledì 17 settembre 2014
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Da Vita.it del 16/09/14
Sabir Lampedusa, Ascanio Celestini: "Non si
può fermare chi scappa dalle guerre"
di Daniele Biella
Dall'1 al 5 ottobre sull'isola avrà luogo il Festival delle culture
mediterranee promosso da Arci, Comitato 3 ottobre e Comune. L'attore
è direttore artistico e porterà in scena il tema del viaggio: ecco la sua
intervista e il programma dell'iniziativa, a un anno dal tragico naufragio
di 368 migranti
Il Sabir era una lingua parlata a Lampedusa e in tutti i porti del Mediterraneo dal Medioevo
fino agli inizi del ‘900, uno strumento di comunicazione comune che consentiva ai marinai
e ai mercanti dell’area di comunicare fra loro. Oggi nel ‘Mare di mezzo’ muoiono centinaia
di persone al mese: profughi africani e mediorientali inghiottiti dai viaggi della disperazione
su barche di fortuna approntate da trafficanti senza scrupoli. Un anno dopo una delle
stragi peggiori, quella del 3 ottobre 2013, quando al largo dell’isola delle Pelagie persero la
vita 368 migranti, c’è chi unisce denuncia sociale e valorizzazione storico-culturale per
realizzare un Festival inedito che vuole restituire a Lampedusa un’immagine diversa,
rafforzardone il ruolo di ponte tra le due sponde del Mediterraneo: sono l’Arci, il Comitato 3
ottobre, nato nei giorni successivi alla tragedia, e il Comune lampedusano. Assieme
daranno vita dall'1 al 5 ottobre 2014 a Sabir Lampedusa, Festival diffuso delle culture
contemporanee (che ha ricevuto il contributo di Commissione europea, Unar e Open
society foundations. Qui il programma), nel quale si alterneranno dibattiti con ospiti italiani
e internazionali, laboratori per adulti e bambini, spazi dedicati alla letteratura in cui scrittori
italiani dialogheranno con scrittori magrebini ed europei, eventi teatrali e musicali. Il 3
ottobre, in particolare, ci saranno varie iniziative in ricordo del naufragio. La direzione
artistica per la parte teatrale è affidata ad Ascanio Celestini, che andrà anche in scena
proprio la sera della commemorazione, mentre per gli eventi musicali la direzione artistica
sarà di Fiorella Mannoia. Celestini ha anche prodotto e diretto lo spot promozionale del
Festival, visionabile sul canale Youtube Sabir Lampedusa. “La mia è una sorta di regia dei
vari momenti, Sabir Lampedusa è un’occasione unica per mettere in risalto l’importanza
della periferia più significativa di tutto l’Occidente”.
Qual è il significato della tua direzione del Festival Sabir Lampedusa?
Il festival è pensato e organizzato da molte persone. Sarà un luogo di spettacolo, di
dibattito, di laboratorio rivolto ai lampedusani adulti e bambini, ma anche agli stranieri che
parteciperanno agli incontri curati dell’Arci. Io mi occupo della parte teatrale, che ha tre
centri: lo spettacolo, il laboratorio e la ricerca sul campo. Gli spettacoli si terranno dall’1 al
4. Questa è la parte più visibile, ma non la più importante sia perché accanto alle
performance pensate per un pubblico adulto ci saranno anche gli spettacoli per ragazzi,
sia perché dal 21 al 30 terremo un laboratorio con Veronica Cruciani, Pietro Floridia e la
compagnia dei Cantieri meticci. Questo laboratorio sarà anche una ricerca sul campo
perché insieme faremo interviste agli abitanti dell’isola.
Il tuo spettacolo del 3 ottobre, in particolare, su quale aspetto punta?
Con Mimmo Cuticchio, Giovanna Marini e il suo quartetto parleremo di viaggi. Viaggi
attraverso le storie del nostro paese e viaggi iniziatici. Storie che formano e informano.
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La scelta di Lampedusa è simbolica e concreta. Non è solo per mettere in risalto il
dramma dei migranti…
La concretezza di Lampedusa è nel suo essere periferia. Cito un dato su tutti gli altri: a
Lampedusa c’è una natalità più alta rispetto alla media nazionale eppure i lampedusani
non nascono nell’isola. Non c’è un ospedale e dunque le famiglie si organizzano per far
nascere i propri figli in altre città. Se hanno parenti in Germania o in Svezia voleranno in
quei paesi. Per chi prende un aereo e lascia l’isola qualsiasi posto è più o meno lontano
alla stessa maniera. Dunque Lampedusa non è solo una periferia della Sicilia o dell’Italia,
ma dell’occidente. Lo è per quelli che la raggiungono coi barconi dai paesi poveri, ma lo è
anche per quelli che ci vivono. Lampedusa è un confine e una periferia. I problemi con i
migranti, evidenti nelle cronache, vanno di pari passo con quelli che hanno i cittadini
occidentali dell'isola. Problemi che hanno tutti i giorni senza che il telegiornale o i blog di
tendenza ne parlino. Nelle periferie di tutto il mondo si condivide lo stesso destino, la
stessa perifericità, lo stesso mondo che finisce e ricomincia.
Il dramma dei migranti, 600 tra morti e dispersi negli ultimi giorni e tanti naufragi tra
i quali il 3 ottobre scorso, è all’apice della sua drammaticità. Cosa fare per
‘convincere’ l’Europa a dire basta, ad aprire un corridoio umanitario?
Bisogna convincere gli europei e, tra loro, tanti italiani, che non è possibile fermare
qualcuno che scappa. Perché chi si getta dalla finestra di una casa in fiamme non ha altra
possibilità che saltare e cadere, possibilmente vivo, dove capita.
Qual è la tua risposta per chi non crede che l’Italia dovrebbe farsi carico, così come
l’Europa, dei migranti?
Che non c’è una minestra in alternativa. Bisogna attutire il colpo di chi salta dalla finestra.
Da quello che vedi in giro e nei tuoi spettacoli, negli ultimi anni è mutata in positivo
la percezione degli italiani verso il ‘diverso’ o prevale la diffidenza?
Molte situazioni stanno migliorando. Due leggi che hanno riempito barbaramente i carceri,
la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, si stanno modificando, i Cie, Centri di identificazione ed
espulsione, non sono più luoghi impermeabili e il leghismo, nonostante il peso che gli è
stato attribuito da Berlusconi e Fini, non ha raggiunto quello che voleva, ma si è
asserragliato al nord su posizioni anti-europeiste e di difesa del denaro della classe media.
Ma fare passi avanti non significa che risolveremo presto il problema. Pensare che il
diverso sia solo differente e non pure inferiore è un passo ancora troppo lungo da
compiere. Implica tanta coscienza e responsabilità.
http://www.vita.it/mondo/migranti/sabir-lampedusa-ascanio-celestini-non-si-pu-fermare-chiscappa-dalle-guerre.html
Da FamigliaCristiana.it del 16/09/14
«Non mandate quelle armi»
16/09/2014 È una vera sollevazione quella di associazioni, Ong e gruppi
non violenti contro la decisione di inviare materiale bellico ai curdi. Da
Rete Disarmo alle Acli, da Pax Christi a Emergency, da Libera a Un
ponte per. Tutti a chiedere alla ministra Pinotti di evitare un drammatico
errore. «È la prima volta da 30 anni che l’Italia fa una cosa del genere».
Stefano Pasta
Mentre il Governo sta pianificando come trasferire armi ai curdi, c’è un fronte di
associazioni contrarie alla decisione votata dalle Commissioni esteri di Camera e Senato.
Sono quelle della Rete Disarmo, che riunisce realtà importanti dell’associazionismo
italiano: Acli, Amnesty International, Arci, Attac, Beati i costruttori di Pace, Conferenza
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degli Istituti Missionari in Italia, Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Gruppo Abele, Libera, Mani Tese,
Opal, Pax Christi, PeaceLink, Rete di Lilliput, Un ponte per…, Comunità Papa Giovanni
XXIII e altri.
Scrivono in un duro comunicato: «Per la prima volta in trent’anni l’Italia decide di inviare
armi ad un Paese in conflitto e lo giustifica sulla base della richiesta del governo locale e
del via libera da parte dell’Ue. Come spiegato dalla ministra Pinotti, si tratta soprattutto di
armi in disuso o sequestrate a trafficanti che avrebbero dovuto essere distrutte. Si
immettono così sulla piazza armi facili da smerciare, che possono alimentare il mercato
illegale: e questo in una regione dove già la gran parte degli armamenti proviene da traffici
illeciti».
E quindi, che fare? Secondo Rete Disarmo, la “responsabilità nella protezione”
(responsibility while protecting) non ricade solamente sul governo iracheno, ma sull’intera
comunità internazionale. Finora, le forze armate curde e irachene hanno dimostrato di non
essere in grado di proteggere da sole i civili in fuga e, sottolinea la Rete, «non solo perché
non sono fornite degli armamenti necessari».
Pensando alle mire autonomiste dei curdi e alle tensioni tra sciiti e sunniti iracheni, il
portavoce Francesco Vignarca spiega: «Delegare l’intervento militare a milizie composte
da gruppi che, per quanto integrati in eserciti regolari, perseguono anche proprie finalità
politiche, può essere rischioso e controproducente». A suo avviso, l’Ue, anziché investire
altri delle responsabilità, dovrebbe organizzare «unità di pronto intervento e di
interposizione razionalizzando l’impiego delle proprie forze armate nazionali».
Tutto l’associazionismo contrario all’invio delle armi ai curdi si ritrova nella
“controproposta” di una forza di interposizione sotto l’egida dell’Onu, con funzioni di
“peace enforcement”. Lo spiega don Renato Sacco, coordinatore di Pax Christi: «Papa
Francesco, sull’aereo di ritorno a Roma dalla Corea, è stato molto chiaro. Ha detto che
quando c’è un’aggressione ingiusta è lecito fermare l’aggressore, non bombardare o fare
la guerra, ma fermarlo. Ha inoltre ricordato che “una sola nazione non può giudicare come
si ferma l’aggressione, questo compito è delle Nazioni Unite. Dobbiamo avere memoria di
quante volte con questa scusa di fermare un’aggressione ingiusta le potenze si sono
impadronite dei popoli e hanno fatto vere guerre di conquista”. Noi dobbiamo evitare
l’escalation del conflitto e creare le condizioni perché si possa giungere a una convivenza
pacifica, anche per le minoranze, in quella regione».
L'unica via è un intervento sotto l'egida dell'Onu
Anche il presidente delle Acli Gianni Bottalico richiama l’invito di Papa Francesco a non
ripetere gli errori del passato. «L’Isis», dice, «non si ferma fornendo armi ai curdi: lo può
fare solo la comunità internazionale, attraverso l’Onu, facendo luce e mettendo di fronte
alle loro responsabilità quanti hanno finanziato e armato questa orda di violenti, che ha
tratto enorme giovamento dalla destabilizzazione della Libia e da quella in corso della
Siria, e che si è radicata nell’Iraq disastrato in seguito alla lunga guerra di occupazione
americana».
Le Acli, oltre a denunciare «l’incapacità dell’Europa di collocarsi autorevolmente e
autonomamente sulla scena internazionale», criticano la scelta di votare l’invio di armi
nelle sole Commissioni esteri, senza convocare l’intero Parlamento.
Tra le voci contrarie, ne arriva una direttamente dal Kurdistan, quella dell’Ong Un ponte
per…, anche in queste ore accanto agli 800 mila sfollati interni iracheni e ai 200 mila
profughi curdi scappati dalla Siria. I sei operatori italiani sul campo, che stanno
collaborando con associazioni e attivisti locali, dicono: «Ben altro chiedono in questo
momento coloro che in Iraq sono più attenti alla salvaguardia dei diritti umani: beni
alimentari, acqua, interventi internazionali focalizzati alla protezione di popolazioni a
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rischio di genocidio, e ponti aerei per portare in zone sicure le minoranze ancora assediate
nelle montagne di Sinjar e in altre zone del governatorato di Mosul».
Secondo l’associazione, «certamente un ponte aereo di C-130 dell’Esercito Italiano non
era necessario per portare a Erbil acqua e biscotti facilmente acquistabili in loco, che
appaiono quindi strumentali a giustificare la successiva distribuzione dei kalashnikov». È
presente sul campo anche una delle voci storiche del pacifismo italiano, Emergency, che
gestisce un centro chirurgico a Sulaimaniya e presta soccorso ai profughi siriani in
Kurdistan. «L’Italia sbaglia», dice la presidente Cecilia Strada, «la strategia “armiamo il
meno peggio”, o l’avversario del nemico di turno, ha creato i talebani».
Bisogna riflettere su come mai in Iraq «diciamo sempre che dobbiamo ricominciare da
zero». Qui «la guerra c’era anche la settimana scorsa, e anche quella prima. Da quando la
missione militare è stata dichiarata conclusa, da quando abbiamo “esportato la
democrazia”, ci sono state centinaia di morti ogni mese». A suo avviso, «in Iraq ci sono
troppe armi, non troppo poche. Chiediamoci anzi da dove sono arrivate quelle dei tagliatori
di teste, forse risaliremmo proprio ai governi amici».
http://www.famigliacristiana.it/articolo/non-mandate-quelle-armi.aspx
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INTERESSE ASSOCIAZIONE
del 17/09/14, pag. 2
Referendum “Stop austerità”
Nella raccolta di firme si schiera anche lo Spi
Cgil “Impresa impossibile, i grandi giornali ci
ignorano”
Il referendum “Stop austerità” allo sprint finale. Schiacciato dal silenzio dei grandi media,
l’obiettivo delle 500mila firme sui quattro quesiti da raggiungere entro la fine del mese è
ancora lontano. La mobilitazione dello Spi Cgil, oliata macchina organizzativa, si spera sia
il trampolino per tagliare al fotofinish il traguardo. Che fosse una «impresa disperata» —
come la definisce Danilo Barbi, segretario confederale Cgil che fa parte del Comitato
promotore — il pool di economisti, giuristi e sindacalisti che hanno lanciato il guanto della
sfida lo sapevano benissimo.
Dopo la firma di Susanna Camusso, quasi tutto il gruppo dirigente si sta impegnando nella
raccolta, ma la Cgil non fa parte del Comitato. Partita il 3 luglio infatti la raccolta firme è «il
primo tentativo estivo di raggiungimento del quorum», spiega Barbi: «Nessuno c’aveva
mai provato, lo abbiamo fatto perché la nuova legge prevede che presentando le firme
entro settembre il referendum si terrebbe nel 2015; arrivando anche solo un giorno dopo si
slitta al 2016 o 2017. Sappiamo che è una impresa, ma riuscendoci produrremmo un vero
cataclisma politico». Incassato «l’impegno massimo dello Spi» da parte di Carla Cantone
in un convegno tenuto ieri mattina ai Frentani a Roma, Riccardo Realfonzo è concentrato
«sull’ultimo sforzo»: «Ci battiamo contro il silenzio dei grandi gruppi editoriali come
Repubblica che non ci hanno dato spazio».
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ESTERI
del 17/09/14, pag. 1/7
Nessuno si fida più degli Stati uniti
Immanuel Wallerstein
Analisi. La coalizione di Obama addestrerà i cosiddetti «buoni». E
dove? Sembra in Arabia saudita
Il presidente Barack Obama ha detto agli Stati uniti, e in particolare al Congresso, che
occorre un impegno molto importante per evitare il disastro. La sua analisi del presunto
problema è estremamente oscura, ma i rulli dei tamburi del patriottismo risuonano con
forza e per ora tutti sembrano voler andare avanti. Un osservatore più distaccato, direbbe
che ci si sta agitando alla disperata di fronte a una situazione della quale gli Stati uniti
sono i maggiori responsabili. Non si sa che fare, dunque si agisce come in preda al
panico.
La spiegazione è semplice. Gli Stati uniti sono in grave declino. Va tutto storto. E nel
panico sono come un pilota che ha perso il controllo della sua potente autovettura e non
sa come farla rallentare. Così al contrario accelera, verso la collisione. Il veicolo sbanda in
tutte le direzioni. È una situazione autodistruttiva per il guidatore ma molto pericolosa
anche per gli altri. Per il resto del mondo.
Sono tutti molto attenti a quel che Obama ha fatto e non ha fatto. Ormai, sembra dubitare
di lui anche chi più lo ha difeso. Sul Financial Times, un commentatore australiano ha
riassunto lo scenario con questa frase: «Nel 2014, improvvisamente, il mondo è arrivato a
essere stanco di Barack Obama.» E mi chiedo se lo stesso Obama non sia stanco di se
stesso. Ma è un errore biasimare solo il presidente. Praticamente nessuno fra i leader
statunitensi ha tirato fuori proposte alternative più sagge. Anzi è il contrario. Ci sono i
guerrafondai che vogliono che si bombardi chiunque e subito. Ci sono politici che pensano
sul serio che farà differenza chi vincerà le prossime elezioni negli Usa.
Una delle poche voci di saggezza è stata quella di Daniel Benjamin, consigliere capo per
l’antiterrorismo al Dipartimento di Stato durante la prima presidenza Obama. Intervistato
dal New York Times, egli ha definito la cosiddetta minaccia dell’Isis una «farsa», con
«membri del gabinetto presidenziale e alti militari a fare ovunque discorsi allarmati usando
termini non appropriati». Secondo Benjamin, parlano senza alcuna «prova corroborata», a
dimostrazione di quanto sia facile per politici, funzionari pubblici e media «indurre panico
nell’opinione pubblica». Ma chi dà retta a Benjamin?
Per ora, con l’aiuto delle tremende immagini dei due giornalisti statunitensi decapitati dal
califfato, nei sondaggi il sostegno degli statunitensi all’azione militare è enorme. Ma
quanto durerà? Il sostegno c’è se si vedono risultati concreti. Il generale Martin Dempsey,
presidente del Joint Chiefs of Staff, difendendo l’intervento militare ha detto che
occorreranno perlomeno tre anni. Moltiplichiamo tre per cinque volte e arriveremo vicini
alla probabile durata.
Di certo, molto rapidamente l’opinione pubblica statunitense ne avrebbe abbastanza.
Obama per ora propone bombardamenti in Siria, niente truppe Usa sul terreno, un
aumento delle truppe speciali (circa duemila uomini adesso) come addestratori in Iraq, e
probabilmente altrove. Quando era in corsa per la presidenza, nel 2008, Obama fece
molte promesse, come è normale per un politico. Ma soprattutto giurò che gli Stati uniti se
ne sarebbero andati dall’Iraq e dall’Afghanistan. Non manterrà.
Al contrario, sta impegnando il suo paese su altri scenari ancora. La coalizione di Obama
addestrerà i cosiddetti «buoni». E dove? Sembra in Arabia saudita. Buon per il regno. Si
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sottoporranno a screening i candidati, si giudicherà di chi fidarsi e di chi no. Così il regime
saudita (confuso almeno quanto il regime statunitense) sembrerà impegnato a far
qualcosa, il che lo aiuterà a sopravvivere un po’ più a lungo. Scongiurare uno scenario
catastrofico è possibile. Ma i modi per farlo comprendono la decisione di spostare l’asse
dalla guerra ad accordi politici fra ogni genere di gruppi che non si amano e non hanno
fiducia gli uni negli altri.
Accordi politici non impossibili, ma molto difficili da concludere, e fragili una volta conclusi
finché non si saranno consolidati. Un elemento essenziale per il loro successo è un
coinvolgimento minore, non maggiore, da parte degli Stati uniti. Nessuno ha fiducia negli
Usa, anche quando sul momento se ne chiede l’aiuto per fare questo o quello. Il New York
Times fa notare che, nell’incontro convocato da Obama per mettere in piedi la nuova
coalizione, il sostegno da parte di certi paesi mediorientali è stato «tiepido» e «riluttante»
perché c’è una «crescente diffidenza nei loro confronti, da tutte le parti». Dunque, nessuno
mostrerà gratitudine per l’assistenza statunitense. Morale della favola: i popoli del
Medioriente vogliono gestire da sé i propri affari, e non accettano che siano gli Stati uniti a
dire quel che è buono per loro.
Del 17/09/2014, pag. 14
Il Pentagono: “Pronti a inviare soldati” Al
Qaeda: “Jihadisti, uniti contro gli Usa”
Cominciati i raid a tappeto in Iraq nel mirino le postazioni Is in Siria
Almeno 1000 miliziani dalla Turchia Pacco sospetto a Londra, è paura
PIETRO DEL RE
NESSUNA pietà per i miliziani dello Stato islamico: gli Stati Uniti vogliono fermare i
fondamentalisti e non escludono il ricorso anche a truppe da combattimento a terra, se la
coalizione internazionale mobilitata dovesse fallire. Lo ha voluto precisare il generale
Martin Dempsey, capo di Stato maggiore delle forze armate americane, durante
un’audizione davanti alla commissione Difesa del Senato americano, sebbene il leitmotiv
del discorso alla nazione di Obama sia stato “ no boots on the ground”, cioè nessun
soldato americano impegnato in combattimenti. Nella stessa audizione il capo del
Pentagono, Chuck Hagel, ha sottolineato che per annientare la minaccia dell’Is non dovrà
esserci nessun vincolo, neanche territoriale. Hagel ha precisato che gli Stati Uniti
colpiranno le truppe del Califfato anche nelle loro roccaforti siriane. Il segretario alla Difesa
ha dichiarato che «il piano comprende azioni mirate contro i rifugi sicuri dell’Is in Siria, tra
cui anche i centri di comando e di controllo, i centri logistici, capacità e infrastrutture ». La
guerra contro i jihadisti «non sarà uno sforzo facile né breve», ha ammesso Hagel, ma gli
americani non si coordineranno e non collaboreranno con il regime del presidente siriano
Bashar al Assad, perché considerato colpevole di numerosi eccidi contro i civili siriani,
compiuti negli ultimi tre anni e mezzo. Washington continuerà invece ad aiutare ed armare
quei gruppi dell’opposizione siriana moderati e non islamisti. Il segretario alla Difesa ha
detto che in Iraq le forze americane non saranno impegnate in una missione di
combattimento, ma sosterranno quelle irachene e curde, perché spetta principalmente alle
«forze locali combattere» la minaccia. «Siamo in guerra contro lo Stato islamico, come lo
siamo stati con Al Qaeda», ha aggiunto Hagel, ammonendo che nel caso di una mancata
azione contro i jihadisti «l’Is minac- cerà direttamente il nostro territorio e i nostri alleati».
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La Casa Bianca ha chiesto al Congresso 500 milioni di dollari per finanziare il training e
l’equipaggiamento di soldati iracheni e dei ribelli dell’opposizione moderata in Siria. Hagel
ha spiegato che si tratterà inizialmente di armamenti leggeri e veicoli. I raid americani in
Siria non saranno basati sulla tattica del «colpisci e terrorizza», ha tenuto a precisare
Dempsey «bensì saremo persistenti e costanti». Da metà agosto gli americani hanno già
compiuto 180 raid. Nella notte di ieri gli aerei statunitensi sono entrati in azione a sudovest di Bagdad e a Sinjar, a sostegno delle forze irachene che avevano chiesto
assistenza. Gli attacchi statunitensi, che avevano avuto lo scopo di proteggere gli interessi
e il personale americano, di aiutare gli sfollati e di garantire la sicurezza delle
infrastrutture, sono oggi adoperati in una strategia decisamente più aggressiva nei
confronti dei miliziani. Il nervosismo cresce anche in Europa: sempre ieri, il centro
commerciale Westfield di Stratford, a est di Londra è stato evacuato nel primo pomeriggio
per un sospetto pacco bomba. Poco dopo, l’allarme è rientrato.
Intanto, proprio per arginare la minaccia della coalizione a guida americana, Al Qaeda
nella Penisola Arabica e Al Qaeda nel Maghreb Islamico hanno annunciato di volersi unire
ai jiahdisti sunniti dell’Is. In una dichiarazione senza precedenti i due rami
dell’organizzazione terroristica hanno esortato i «fratelli in Iraq e Siria a smettere di
uccidersi tra di loro e ad unire le forze contro la campagna americana e la sua maligna
coalizione che ci minaccia tutti». Di fatto queste due ali di Al Qaeda sembrano aver voltato
le spalle all’erede di Osama Bin Laden, Ayman al Zawahiri, che finora è sempre stato
ostile al Califfato.Il bacino di reclutamento più forte dell’Isis è dentro la Turchia, Paese
della coalizione internazionale chiamata a combattere i terroristi islamici. Sono almeno
mille i militanti di nazionalità turca assoldati nella file dello Stato islamico. Lo ammettono
fonti governative di Ankara, nell’evidente imbarazzo di trovarsi infiltrati dai jihadisti, ma
pressati dall’Occidente per partecipare alle operazioni militari in Iraq e Siria. Washington
preme su Ankara perché sorvegli con maggiore attenzione il confine con la Siria, per
bloccare l’arrivo di volontari ma anche fermare il contrabbando di petrolio dalle terre
occupate dall’Is. Finora però non ha ottenuto grandi risultati.
E nonostante il viaggio nella capitale turca del segretario di Stato americano John Kerry, la
Turchia ha annunciato che non parteciperà attivamente alle operazioni militari della
coalizione internazionale in Iraq e Siria e non concederà le sue basi per raid aerei contro
obiettivi jihadisti. Ankara ha spiegato di non voler mettere a repentaglio la vita dei 49 turchi
rapiti in un assalto al consolato di Mosul tre mesi fa e ancora nelle mani dell’Is.
Del 17/09/2014, pag. 14
Obama e quell’ultimo tabù
Con le operazioni di terra torna l’incubo del
Vietnam
FEDERICO RAMPINI
SETTE giorni sono bastati a sdoganare la parola “guerra”. È davvero una guerra a tutti gli
effetti quella dell’America contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq: il Pentagono non
esclude più di usare truppe terrestri anche in prima linea, in operazioni di combattimento
su quei fronti. L’annuncio è clamoroso. Contraddice quel che Barack Obama aveva
promesso, parlando solennemente al Congresso e alla nazione appena una settimana fa:
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«Niente scarponi americani sul terreno, questa non sarà una guerra, mando solo
consiglieri militari, addestratori, e cacciabombardieri », disse il presidente.
Sette giorni sono bastati a innescare una logica da escalation? È il capo di Stato
maggiore, generale Martin Dempsey, a lanciare questa “bomba” politica riferendo a sua
volta al Senato, affiancato dal segretario alla Difesa Chuck Hagel. La Casa Bianca ha
subito frenato e un portavoce ha parlato di «scenari ipotetici». Ma quello di Dempsey è un
ballon d’essai gravido di conseguenze. «I raid aerei — dice il generale — sono la strategia
giusta. Ma se ad un certo punto ritenessi necessario affiancare coi nostri soldati le truppe
dell’esercito iracheno, per colpire specifici bersagli dello Stato Islamico, andrei dal
presidente per raccomandargli questo ricorso alle nostre truppe terrestri in compiti di
combattimento ». Dempsey ha precisato che si tratterebbe con ogni probabilità di forze del
Special Operations Command, i reparti di élite addestrati per missioni ad alto rischio dietro
le linee nemiche. Ha ancora aggiunto che un loro compito potrebbe essere quello di
“guidare da terra” gli attacchi aerei americani in modo che i bersagli da colpire siano
individuati con la massima precisione. Il suo annuncio si aggiunge all’ipotesi lanciata dalla
Gran Bretagna di mandare delle forze d’assalto col compito di liberare ostaggi inglesi ed
eliminare quei jihadisti (alcuni di nazionalità inglese) che hanno decapitato i prigionieri. Di
fronte a Obama c’è uno spettro: “mission creep”, il termine con cui dal Vietnam in poi si
designa lo slittamento progressivo delle missioni militari, dall’invio di consiglieri al
coinvolgimento di forze sempre più consistenti. La presa di posizione del Pentagono
segnala una nuova offensiva dei falchi Usa. Gli stessi vertici militari avevano convinto
Obama nel 2010 ad autorizzare un escalation (“ surge”) in Afghanistan. Obama era più
inesperto, non era ancora giunto alla metà del suo primo mandato, il pressing su di lui da
parte dei vertici militari era stato poderoso. E tuttavia in quel caso il presidente aveva
imposto come contropartita una data-limite entro la quale sarebbe iniziato il ritiro. Ora
invece la caccia ai jihadisti sembra “ open ended”, una missione che non ha un orizzonte
preciso, una scadenza. A risucchiare verso una vera guerra il presidente che era stato
eletto per riportare le truppe a casa dall’Iraq e dall’Afghanistan, contribuisce in modo
determinante la vicenda delle decapitazioni. Nella percezione dell’opinione pubblica
americana tutti i sondaggi confermano che i video con le decapitazioni dei giornalisti sono
stati un punto di rottura, l’improvviso ribaltamento in favore di un’azione militare. Ora quei
riti feroci potrebbero continuare con regolarità, visto il numero di ostaggi in mani ai
jihadisti, ponendo su Obama una pressione insostenibile. Non cessano le accuse della
famiglia di James Foley, i genitori continuano a dire che il giornalista americano «fu
abbandonato dal governo». Il presidente accusato di «non avere una strategia» da parte
dei suoi avversari di destra, non vuole dare un’immagine di indecisione o debolezza. Ieri
del resto la frase del generale Dempsey è stata “provocata” da un’accusa del se- natore
repubblicano John Mc-Cain: «Come pensate di sconfiggere 30.000 jihadisti dello Stato
islamico, con 5.000 oppositori siriani male addestrati?». Il capo di Stato maggiore ha
voluto comunque precisare che l’intervento di soldati Usa sul terreno «non è la posizione
attuale di Obama; il presidente mi ha detto di tornare da lui di volta in volta, caso per caso,
se la situazione dovesse cambiare». L’annuncio-shock del generale Dempsey è venuto al
termine di una giornata già carica di segnali convergenti. Lo stesso Pentagono ieri ha
annunciato ufficialmente l’inizio a breve dei bombardamenti estesi al territorio siriano.
Perfino i raid condotti nelle ultime 48 ore dalla U. S. Air Force in Iraq hanno segnato un
salto di qualità. È ormai guerra aperta, a tutto campo, anche se sulla parola “guerra”
continua un curioso balletto: di volta in volta appare o scompare nelle dichiarazioni di
Obama, del vice Joe Biden, o dei rispettivi portavoce. Sul fronte opposto, per gli americani
un segnale d’allarme è il primo abbattimento da parte dello Stato Islamico di un caccia
dell’aviazione siriana, che sorvolava Raqqa. È uno dei modi in cui le milizie jihadiste
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possono trascinare l’America nell’escalation: qualora riescano ad abbattere un aereo Usa
oppure a catturare qualche militare delle forze speciali. La U. S. Air Force ha certo una
superiorità tecnologica sull’avversario, non è paragonabile all’aviazione di Assad. Ma non
si può escludere il peggio. L’accelerazione degli eventi militari è scattata poche ore dopo
la conferenza di Parigi, in cui l’America ha potuto presentare una larga alleanza che va dai
maggiori membri della Nato fino a diversi paesi arabi. L’ampia partecipazione di paesi
arabi costituisce un successo diplomatico per Obama ma anche una sottolineatura che la
percezione del pericolo Is è aumentata drammaticamente in tutto il Medio Oriente.
del 17/09/14, pag. 17
L’Isis uccide la pasionaria curda
MORTA IN BATTAGLIA AVESTA, UNA DELLE LEADER DEI
PESHMERGA CHE COMBATTONO CONTRO I JIHADISTI
Gli occhi verdi come la divisa che aveva indossato per metà della sua breve esistenza,
non scruteranno più le montagne brulle e le distese aride attorno al campo profughi di
Makhmour, in Iraq, al confine con la Turchia, per snidare i tagliagole dell'Is. L'ultima casa
di Avesta, 24 anni, una delle più temerarie guerrigliere del Pkk del Kurdistan turco, è stata
una scuola trasformata in caserma. I compagni hanno fatto di tutto per salvarla, dopo che
il proiettile di un jihadista le si era conficcato nel collo, ma la corsa in auto verso la città di
Erbil è stata interrotta dall'esplosione di una mina e a quel punto non c'è più stato nulla da
fare. Avesta era il nome di battaglia ma di fatto era il suo vero nome perché questa bella
ragazza aveva trascorso la parte più importante della sua vita tra i guerriglieri curdi. Aveva
deciso di salire sulle montagne di Qandil quando aveva 15 anni, dopo aver visto il corpo
del fratello dilaniato da una bomba lanciata da un jet turco. La vita dei guerriglieri di
Ocalan è dura: passano il tempo a combattere e a esercitarsi nascosti tra le montagne,
raramente scendono per vedere i familiari. Tra donne e uomini in divisa non è permesso
avere relazioni sentimentali. Eppure “nel - l'esercito”del Pkk ci sono da sempre molte
donne, che guidano anche unità maschili.
IN IRAQ ERA ANDATA come volontaria per difendere i curdi di origine turca che negli anni
80 scapparono dalla Turchia perché ricercati dall'esercito con l'accusa di essere terroristi
del Pkk. Si fermarono appena oltre la frontiera e costruirono, nonostante l'ostilità dei curdi
iracheni, un campo profughi. Per difenderlo Avesta ha perso la vita. Ma quando si diventa
guerriglieri del Pkk, difficilmente si torna indietro. La ragazza aveva spiegato che
condivideva anche l'ideologia marxista del Pkk e apprezzava il modo in cui le donne
vengono considerate: uguali agli uomini, nonostante nei villaggi curdi non la pensino così.
Abituata a combattere contro uno degli eserciti più forti del mondo, dotato di aviazione, al
contrario degli jihadisti dell'Is, a Makhmour forniva copertura ai combattenti in prima linea.
“L'Is non è così preparato come sembra”, aveva detto a un giornalista americano che
l'aveva intervistata un paio di settimane fa. Si era anche lamentata del fatto che i
peshmerga del Kurdistan iracheno non vedono di buon occhio i peshmerga turchi. Peraltro
la Turchia è da tempo in ottimi rapporti con i curdi iracheni, dai quali acquista petrolio, ma
ancora non ha raggiunto un accordo di pace definitivo con quelli in territorio turco. Del
sospetto e del trattamento poco fraterno da parte dei curdi iracheni, Avesta ci soffriva, non
riuscendo a comprendere le divisioni in quella che lei considerava una stessa famiglia.
Rob. Zun.
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Del 17/09/2014, pag. 1-33
LO SCENARIO
L’inganno dei jihadisti
LUCIO CARACCIOLO
È STATO facile provocare quest’amministrazione e portarla là dove volevamo. Ci basta
mandare in Estremo Oriente due mujahidin a sollevare una banderuola di al-Qa’ida perché
i generali vi si affrettino, aumentando così le perdite umane, finanziarie e politiche degli
Stati Uniti». Così Osama bin Laden nel “messaggio al popolo americano” trasmesso da alJazeera il 30 ottobre 2004.
SOSTITUIAMO l’Estremo con il Medio Oriente, al-Qa’ida con lo Stato Islamico, e
naturalmente Bush con Obama e Osama con il suo fantasmatico emulo, il “califfo” alBaghdadi: la storia si ripete? Sembrerebbe di sì.
Per una reazione compulsiva che non esprime alcuna strategia — lo stesso Obama in un
momento di candore ha ammesso di non averne una — pare che questa amministrazione,
fino a ieri impegnata a riparare l’errore della guerra in Iraq, ci stia riprecipitando. Senza
l’iterativa enfasi di Bush figlio né l’impegno febbrile del suo vice Cheney. Anzi, con
rassegnazione e malcelata sfiducia. Ma l’assenza di un disegno (geo) politico può portare
Obama a finire il suo mandato da dove aveva cominciato: una prolungata campagna
militare in Medio Oriente di cui avrebbe volentieri fatto a meno. E se è vero, come afferma
il Pentagono, che questa battaglia durerà «almeno una generazione» — la stessa frase di
Bush dopo l’11 settembre — a occuparsi di Baghdad e dintorni saranno i cinque o sei
prossimi inquilini della Casa Bianca. Una dimensione temporale che non ha nulla di
politico, molto di metafisico. Come è arrivato Obama a smentire se stesso? E che cosa
significa questo per noi italiani, suoi pallidi partner nella coalizione in via di allestimento per
sconfiggere l’ultima apparizione nel firmamento jihadista? La risposta sta in un paradosso
e in una conferma. Il paradosso è che un gruppo di jihadisti particolarmente efferati e assai
professionali nella manipolazione dei media è in grado di dettare l’agenda di Obama. Caso
da manuale di eterodirezione del forte da parte del molto più debole. La conferma è che i
nostri governi, non importa di quale colore (o anche di nessun colore), quando l’America si
lancia in uno dei suoi azzardi armati, sentono la necessità di segnalarle comunque fedeltà,
fosse solo con un gettone di presenza. Per noi, come per altri europei, la dimostrazione
dell’incapacità di usare la propria testa. Foss’anche sbagliando. Ma questo non sorprende.
Qualche stupore suscita invece l’incapacità della massima potenza mondiale a muoversi
sulla base dei propri interessi, avendo fisso l’obiettivo e modulando i mezzi per coglierlo.
Gli Stati Uniti stanno infatti scrupolosamente seguendo il copione previsto dallo Stato
Islamico. Il quale persegue lo scopo di legittimarsi come magnete della galassia jihadista
su scala mondiale. E insieme costruire una piattaforma geopolitica a cavallo del Tigri e
dell’Eufrate, da cui suscitare la rivolta destinata a rovesciare i corrotti regimi “apostati”
della regione, Arabia Saudita in testa. A questo fine, è essenziale per la sigla del “califfo”
ergersi a campione della lotta contro gli “imperialisti” occidentali. Costringere gli Stati Uniti
a dichiarargli guerra è la medaglia che ogni jihadista vorrebbe potersi appuntare sul petto.
Obama ne è perfettamente conscio. Eppure non riesce a non fare ciò che non vorrebbe
fare. Perché come molti suoi predecessori non può resistere a un doppio richiamo: quello
della propria retorica e quello, ancora più cogente, dell’opinione pubblica.
Per retorica s’intende l’ideologia della missione americana. Se seguisse temperamento,
istinto e raziocinio, Obama non s’impegnerebbe in un’invincibile guerra asimmetrica contro
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non temibilissime schiere di tagliagole, che non chiedono altro. Ma in questo modo
dovrebbe abdicare al rango di «nazione indispensabile nel secolo passato e per i secoli a
venire», «perno di alleanze impareggiabili nella storia delle nazioni», come proclamato
ancora il 28 maggio davanti ai cadetti dell’accademia di West Point. Il principio di realtà ha
raramente distinto la politica estera americana. E non ha premiato, in genere, chi l’ha
praticato, magari surrettiziamente: non risulta che Nixon sia ricordato per la geniale
apertura alla Cina, con cui diede scacco matto all’Urss.
Decisiva poi la pressione degli elettori, moltiplicata dalla prossimità del voto di mezzo
termine. Da cui i democratici non si aspettano nulla di buono. E dopo il quale a Obama
toccherà forse trascorrere due interminabili anni di umiliazioni, in un tramonto speculare
alle formidabili aspettative suscitate dal suo avvento. Sicché è bastato che lo Stato
Islamico pubblicizzasse sulla Rete l’orrore dell’esecuzione di due ostaggi americani per
scatenare il riflesso militare in un pubblico che fino a quel momento non inclinava affatto a
nuove spedizioni punitive in Iraq o altrove. E per ridare fiato all’esiguo ma combattivo
drappello neoconservatore o comunque interventista, tuttora influente nei media e nel
Congresso. È scattata così in Obama la necessità del “ do something”, “fare qualcosa”.
Anche se non sa bene cosa né soprattutto perché. La coalizione dei riluttanti assemblata
in fretta e furia dalla Casa Bianca non promette un fronte unito né troppo impegnato a
combattere i jihadisti del “califfo”. Né Obama sembra disponibile ad ascoltare le sirene che
vorrebbero indurlo a mettere «gli stivali sul terreno», come suggerito dallo stesso capo
degli Stati maggiori riuniti, generale Dempsey. Ma le escalation sono sempre possibili
quando si entra, sia pure su un piede solo, in una logica di guerra governata dal nemico. Il
“qualcosa” rischia di non sembrare mai abbastanza. Il “califfo” non è una minaccia
strategica per gli Stati Uniti né per l’Europa. Ma continuando a seguire il suo gioco non
dovremo stupirci se ne risulterà imbaldanzito, attivando la rete dei suoi emuli e
simpatizzanti nelle comunità più radicalizzate dell’islam occidentale. Impegnarsi in una
guerra che non si vuole combattere fino in fondo, in cui ogni “alleato” cerca di scaricare i
costi sull’altro, è peggio che far nulla. Ma sembrerebbe che noi tutti, in questo Occidente
incapace di ammettere il proprio declino quanto disposto a negoziare i propri valori, si
finisca periodicamente vittime del “ do something”. Nevrosi incurabile?
del 17/09/14, pag. 7
Yilmaz Orkan:« Noi, un modello di civiltà»
Geraldina Colotti
Roma. Al Campidoglio, un convegno sulla questione curda
«All’Occidente non chiediamo bombe o armi, chiediamo che smettano di inviarle ai jihadisti
radicali». Così dice al manifesto Yilmaz Orkan, membro del Congresso nazionale del
Kurdistan (Knk). Lo abbiamo incontrato ieri a Roma, al Campidoglio, ospite di un
convegno organizzato dal Gruppo Sel assemblea capitolina, da Progetto diritti e dall’Ufficio
di informazione del Kurdistan in Italia. A tema, “La questione curda. Resistenza
all’integralismo, progetti di federazione e nuovi equilibri geopolitici”. Presenti,
rappresentanti della politica capitolina (Gianluca Peciola, capogruppo di Sel), parlamentari
regionali (Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio), deputati (Khalid
Chaouki, commissione Esteri della Camera del Pd e il suo omologo Arturo Scotto, di Sel).
Un’occasione per evidenziare «i paradossi» della questione curda nell’attuale contesto
mediorientale, come ha rilevato il responsabile politica Estera del Pd a Roma, Andrea
Sgulletti: i curdi sono al contempo argine contro gli attacchi del Califfato e però sempre
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sulla lista nera, come «terrorista» degli Stati uniti e dell’Europa. Tanto che, ci ha spiegato
l’avvocato Mario Angeletti, i militanti vengono perseguiti anche in Italia, e tre processi sono
ancora pendenti a Venezia e a Milano. Eppure, il fondatore del Pkk, Abdullah Ocalan,
sempre prigioniero sull’isola d’Imrali, sta rappresentando il suo popolo nelle trattative con
lo stato turco, che durano dall’anno scorso.
Eppure, dalla proposta federalista e democratica, applicata nella regione autonoma di
Rojava (nel Kurdistan siriano) arriva un «messaggio di convivenza e di civiltà». Della lunga
detenzione di Ocalan, iniziata il 15 febbraio del 1999 — quando è stato rapito in Kenya a
seguito di un’operazione d’intelligence clandestina e consegnato al governo turco — ha
parlato l’avvocato, Arturo Salerni, che fa parte del collegio difensivo, e che ha una lunga
esperienza nella difesa dei migranti e dei profughi senza diritti, come gli stessi curdi.
E sul milione di profughi dall’Iraq e sugli sfollati dalla Siria (6,5 milioni), ha messo l’accento
anche la giornalista Federica Ramacci (Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo). Un
rischio anche per la stabilità di tutti — ha detto — perché si tratta di masse di persone
disperate, potenzialmente alla mercé delle profferte dell’Isis, che paga profumatamente i
suoi soldati. Tutti hanno comunque convenuto che la questione curda vada affrontata fuori
dalla logica dello «scontro di civiltà», come invece intende indicare «chi vorrebbe intestare
una via della capitale a Oriana Fallaci».
Yilmaz Orkan, qual è la vostra analisi di quanto sta accadendo in Medioriente?
So che molti compagni pensano che abbiamo negoziato con gli Stati uniti, che
perseguiamo gli stessi obbiettivi. Non è così. Basta guardare l’attitudine degli Usa e
dell’Europa: il Pkk continua a essere nella lista delle organizzazioni terroriste, l’autonomia
regionale del Rojava non viene riconosciuta. Nessuno ci ha inviato aiuti umanitari per
evitare che questo sembrasse un riconoscimento. Con la loro resistenza, oggi però i curdi
sono un attore organizzato, da rispettare. Siamo uno dei 5 popoli fondamentali in
Medioriente, anche se non abbiamo uno stato, né la garanzia di poter esprimere e
condividere la nostra identità politica e culturale. Il nostro non è un progetto
destabilizzante, al contrario. La nostra è una questione irrisolta che viene da lontano, ma
oggi non è più tempo di nazionalismi. Noi non vogliamo distruggere gli stati nazionali, ma
avere un’autonomia regionale. Come ha detto il presidente Ocalan, noi vogliamo costruire
una vita libera e democratica e per questo mettiamo in comune la nostra terra, acqua,
energia in cui tutti possano abitare in pace, senza discriminazioni politiche o religiose. Noi
abbiamo sempre detto, sia agli Stati uniti che a certi paesi arabi come il Qatar o l’Arabia
saudita: non vi chiediamo armi, vi chiediamo di non mandarne più alle forze che ci
attaccano, vi chiediamo di interrompere i finanziamenti. Siamo una forza laica,
democratica e femminista, difendiamo l’autonomia regionale e la convivenza tra i popoli.
Nient’altro. Le forze che oggi vogliono combattere l’Isis non lo fanno per favorire i curdi ma
perché si rendono conto che hanno creato un mostro incontrollabile, che si rivolta contro di
loro, come altre volte.
Sia il Pkk che l’Ypg, la guerriglia curda siriana, hanno oltrepassato le loro zone
d’influenza in seguito agli attacchi dell’Isis. Cosa cambia per le trattative di pace
iniziate a marzo del 2013 tra Ocalan e il governo turco?
Siamo entrati in campo per proteggere la popolazione civile, anche di altre religioni. Il Pkk
è intervenuto quando anche le Nazioni unite sono scappate. In Iraq, il governo centrale
non ha difeso i cittadini curdi che vivono fuori dalla zona di autonomia, né gli altri. E l’Isis, a
Mosul, si è impadronito del secondo deposito di armi: tutte armi occidentali. Sull’isola
d’Imrali, le trattative stanno andando avanti. A settembre, il governo turco dovrebbe
presentare la propria road map. Il problema è che il governo turco aiuta l’Isis. Nessuno
tratta con noi in modo sincero. Invece, accettare un progetto di autonomia federale come
quello che c’è a Rojava servirebbe da modello anche per altre situazioni di conflitto.
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Del 17/09/2014, pag. 19
Accordo fra Ue e Ucraina
Il sì di Strasburgo e Kiev
Approvata anche l’autonomia per l’Est russofono
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES — Parlano entrambi di «giorno storico», il presidente Petro Poroshenko da
Kiev e Martin Schulz da Strasburgo. E la cornice lo è davvero: la Verkhovna Rada (il
Parlamento ucraino) e l’Europarlamento di cui Schulz è presidente hanno ratificato in
contemporanea l’accordo di associazione fra l’Unione Europea e l’Ucraina. Lo stesso
svanito nello scorso novembre, a Vilnius, sotto lo sguardo algido di Vladimir Putin, che non
lo voleva per mille ragioni per lui valide ancora oggi. Ma oggi, con Putin che ha uno stivale
dentro l’Ucraina, e 16 soldati ucraini appena uccisi — secondo le fonti di Kiev — dai
miliziani filorussi, l’accordo si fa lo stesso. E’ un gesto che dovrebbe preludere alla
trattativa ufficiale per l’ingresso di un qualsiasi Stato nella Ue. In questo caso particolare,
non sarà quasi certamente così: parlano i cannoni, le frontiere si spezzano. Ma agli atti,
resterà questo atto di coraggio o di imprudenza, da parte sia di Strasburgo che di Kiev, e
insieme un evento mai verificatosi sotto la Russia neocapitalista, o l’Unione Sovietica
comunista, o prima ancora la Russia zarista. L’accordo appena firmato prevede che
l’Ucraina possa avere un accesso privilegiato al mercato comunitario fino al primo gennaio
2016, e non debba tagliare i dazi sulle merci europee (grande favore economico). Inoltre, i
deputati hanno approvato il piano Poroshenko che offre uno «status speciale» e un regime
di auto-governo per tre anni al bacino del Donbass, cioè alle aree delle due repubbliche
autonome proclamate dai separatisti filorussi, Donetsk e Luhansk. I loro governi potranno
anche avere una propria polizia e tenere elezioni locali a dicembre: nei fatti, al di là delle
formule diplomatiche, Kiev accetta che queste terre passino sotto l’egida di Putin, cioè
ritornino alla Grande Russia come già fatto dalla Crimea. Infine, i separatisti protagonisti di
tanti scontri avranno l’immunità, con l’esclusione di quelli accusati dell’abbattimento
dell’aereo civile malese. «Un anno fa — dice Schulz — nessuno poteva immaginare che si
potessero ridisegnare le frontiere con la forza», invece ora «è tornata la paura della guerra
in Europa», e «quanto è successo in Ucraina riguarda tutti noi». E’ il contrario, aggiunge il
presidente dell’Europarlamento, di «una democrazia pilotata». Mentre Poroshenko,
ricordando anche i morti nelle manifestazioni del 2013, ha sottolineato che «nessuna
nazione ha mai pagato un prezzo così alto per diventare europea». A confermare quanto
la situazione sia ancora instabile, una fonte Nato ha calcolato ieri in mille — con centinaia
di pezzi di artiglieria — il numero dei soldati russi impegnati in combattimenti all’interno
dell’Ucraina.
Luigi Offeddu
del 17/09/14, pag. 6
Lo stratega dell’esercito cinese: pronti a una
nuova guerra
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Cina. La guerra in Ucraina preoccupa i vertici militari cinesi
«L’Esercito Popolare di Liberazione (le forze armate della Cina) deve iniziare a prepararsi
per una guerra in vista del conflitto armato in Ucraina». Si tratta di un avvertimento
pronunciato da uno stratega militare cinese e professore dell’Università nazionale di
difesa, Han Xudong, secondo cui «lo scoppio di una guerra mondiale non è impossibile».
Le tensioni sorte tra Stati Uniti e Russia a causa della crisi in Ucraina, ha avvertito Han in
un commento pubblicato sul «Quotidiano del popolo», organo ufficiale del Partito
comunista cinese, possono degenerare in un conflitto armato tra le grandi potenze che
potrebbe estendersi a tutto il mondo. Proprio ieri, il tenente generale cinese Peng
Guangquan aveva detto che il Paese si doveva preparare mentalmente per una guerra
con il Giappone.
«Viste le folli provocazioni dei militari giapponesi, è estremamente necessario ed
importante realizzare ampi preparativi materiali», ha affermato Peng, sottolineando che
l’Esercito di Pechino è in condizione di vincere quello giapponese «con solo la metà e un
terzo della sua forza militare».
Pechino ha sostenuto la Russia in tutti gli ambiti internazionali, concludendo anche lo
storico accordo sul gas, che ha permesso a Putin di ingaggiare lo scontro sulle sanzioni
con l’Unione europea. Mosca e Pechino sono inoltre impegnate a organizzare
esercitazioni militari congiunte e aumentare i propri scambi commerciali. La posizione
dello stratega, in realtà, rappresenta un tentativo da parte di alcuni settori dell’Esercito
popolare ad aumentare l’importanza delle proprie funzioni e dei propri armamenti,
soprattutto nella zona più calda per la Cina, ovvero il mar cinese meridionale, una zona
contesa con Vietnam, Filippine, Brunei e Malesia e che vede una forte presenza militare
proprio degli Stati uniti.
Da tempo la Marina cinese spinge per aggiornamenti tecnologici e aumento della
presenza militare in quell’area che Pechino ha definito un «core interest».
Del 17/09/2014, pag. 15
Viaggio lungo il confine invisibile dove
comincia il sogno scozzese
Da un mare all’altro fra Union Jack e suonatori di cornamuse
DAL NOSTRO INVIATO
GRETNA (Scozia) — «E’ venuto per sposarsi? No? Peccato. Perché dal 18 settembre, se
vincono i sì, temo che nessuno verrà più a pronunciare i sì che contano per noi — dice la
signora Fiona del Solway Lodge con un sorriso amaro — tanto meno gli inglesi. Se la
Scozia diventa indipendente, questa sarà una città fantasma». Gretna Green, in fondo a
un golfo sul mare d’Irlanda sopra Carlisle, è la capitale britannica dei matrimoni. «Per
molto tempo, credo fino agli Anni 40 — racconta Fiona — i ragazzi attraversavano il
confine perché in Scozia l’età legale per le nozze era 16 anni e non 21 come in Inghilterra.
Poi l’età si è abbassata dovunque ma la tradizione è rimasta. Ma se ci stacchiamo, con
tutte le incertezze sulla moneta e la rabbia per il divorzio, molte cose cambieranno e in
peggio: soprattutto nelle zone di confine».
Quale confine? In 307 anni (nozze a parte) la frontiera tra Scozia e il resto del Regno
Unito è diventata pressoché invisibile. Seguendola da Ovest a Est, da mare a mare per un
centinaio di miglia fino a questa piccola Las Vegas di aiuole e matrimoni in hotel, sembra
impossibile che dopodomani potrebbero risvegliarsi Paesi stranieri. «Lo sa che noi
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abbiamo cambiato campo almeno tredici volte nella storia — dice il signor Harper davanti
a un bancomat di Berwick-upon-Tweed —. Siamo abituati. Però l’idea di rompere l’Unione
è una cosa da pazzi». Berwick, sul mare del Nord, è la più settentrionale delle città inglesi.
E’ passata dagli scozzesi ai re d’Inghilterra in continuazione. Qui una mano mozzata di
William Wallace Braveheart fu esposta nel 1305 come monito (inascoltato) per future
ribellioni. A un’ora d’auto da Edimburgo, il confine passa inosservato a quattro chilometri
dal borgo fortificato sull’estuario del Tweed, il fiume che ha dato il nome al tessuto. Il
signor Harper ha un vestito che è un programma politico: un completo alla Sherlock
Holmes. La bancaria allo sportello della Royal Bank of Scotland invece rifiuta di
pronunciarsi: è vero che ci sono scozzesi che hanno già portato i soldi da questa parte?
No comment. «Sì sì, lo so per certo», dice Sherlock Harper. Per strada John Carlyle,
infermiere in pensione, dice che semmai dovrebbe essere l’Inghilterra a secedere: «Noi
dobbiamo pagarci il dentista e l’università, mentre loro ce l’hanno gratis perché siamo noi
a metterci i quattrini». Due ragazzini giocano a pallone nel prato davanti allo stadio dei
Rangers di Berwick. «Noi problemi non ne abbiamo — ridacchiano — .Tanto i Rangers
giocano già nel campionato scozzese». La sede della squadra è chiusa. Le mura (in «stile
italiano») volute da Elisabetta I sono intatte. Il confine lo fa per un bel pezzo il lento
Tweed. Risalendo il fiume il primo ponte per la Scozia si chiama Union Bridge. Quando fu
costruito nel 1820 era il più grande ponte sospeso del mondo. Le pecore sulla riva inglese
e le mucche sul lato opposto si fronteggiano placide. Una coppia di ciclisti, lui dice: «Gli
scozzesi ci odiano un po’. Ma io sono per un quarto scozzese e quel quarto vive in pace
con gli altri tre». La prima grande casa oltre il ponte ha le bandierine dell’Union Jack. Il
primo villaggio, Paxton, è in maggioranza per il no racconta John, ex colonnello
dell’esercito (che non vuole dire il suo cognome): «Per quattro generazioni la mia famiglia
ha combattuto per l’Impero e poi per il Regno Unito. E adesso questo comunista
indipendentista di Alex Salmond vuole dirmi che abbiamo combattuto per un branco di
stranieri?».
Colline, boschetti, balle di fieno nei campi, strade bordeggiate da muri in pietra o siepi. La
cittadina di Kelso, una rivendita di trattori, la signora Janine seduta in ufficio dice che
voterà sì: «Vogliamo ricominciare, per troppi anni a Londra ci hanno preso in giro». Più a
sud, dove la A68 torna in Inghilterra attraversando le Border Forests, al punto panoramico
con vista sulla Scozia c’è un baretto mobile e la postazione di un tizio con il kilt e la
cornamusa di fianco a un mega cippo: «Voterò sì — racconta Alan Smith tra una soffiata e
l’altra per i rari viaggiatori — mia moglie che è inglese voterà come me. Staremo meglio,
siamo pochi in un Paese grande e pieno di risorse». La barista invece voterà no: «Mi sono
sposata a 17 anni e come salto nel buio mi basta quello». Un Paese grande (la Scozia è
un terzo dell’isola chiamata Britain) dove l’unica demarcazione di confine ancora visibile è
il vecchio Vallo Adriano, costruito dai romani in sei anni, giusto il tempo che servirebbe a
una Scozia indipendente per rientrare nell’Unione Europea. Il muro che divideva l’Impero
dai barbari, con 80 aperture fortificate, correva da mare a mare nel punto più stretto
dell’isola, a sud dell’attuale confine che dal 2016 potrebbe diventare molto visibile e a suo
modo «fortificato» con guardie e posti di controllo. Il Vallo scende fino al golfo di Solway.
Quando attraversi il confine dietro al primo pub bianco sulla destra, c’è un’incredibile
testimonianza di amore per il Regno Unito. Una montagna di pietre portate da ogni angolo
della Gran Bretagna da gente comune a formare una sorta di «cairn», una costruzione
tipica dell’Inghilterra del Nord e della Scozia fin dal Neolitico. L’idea è di Rory Stewart,
deputato e presidente della commissione Difesa in Parlamento, intellettuale viaggiatore
che ha attraversato a piedi l’Afghanistan nel 2002. «Un modo per dire sì al legame
profondo che ci unisce, più che la voglia di mettere una pietra sopra a questo referendum»
dice davanti a una piramide di ventimila sassi colorati con scritte pro unità. Anche domani
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Rory sarà qui, a ricevere gente che porta pietre come testimonianze d’amore oltre il
confine di Gretna Green, la capitale (impaurita) dei matrimoni.
Michele Farina
del 17/09/14, pag. 9
Francia
Valls passa ma non convince
Anna Maria Merlo
Un discorso abile, centrato sui “valori repubblicani”, per cercare di limitare i danni della
“fronda” socialista al voto di fiducia del governo Valls II, nato a fine agosto dopo le
dimissioni forzate dei ministri dissidenti, Arnaud Montebourg in testa. Ma non ha convinto:
il governo passa, con 269 voti a favore (244 contrari), pero’ non ha più la maggioranza
assoluta (289) e ha perso 37 deputati rispetto al primo voto di fiducia dell’8 aprile scorso
(31 astensioni Ps), con la dissidenza legata a Martine Aubry che si struttura. I Verdi si
sono astenuti in massa, accusando Valls di aver sorvolato sulle problematiche ecologiche.
Il Front de Gauche ha votato contro, come la destra, che aspetta per domenica il ritorno in
politica di Nicolas Sarkozy. Il primo ministro, Manuel Valls, si è presentato come un
“riformista” che difende l’eguaglianza senza “ideologia”, ha teso la mano alla sinistra
socialista dissidente mostrandosi determinato sul fronte europeo — invitando la Germania
ad “assumersi le proprie responsabilità” – negando con un elenco di decisioni prese che
nella Francia di Hollande sia stata imposta l’austerità e assicurando che né le 35 ore né lo
Smic (salario minimo) non saranno rimessi in causa. Valls ha preso di mira l’ultimo assalto
del Medef (la Confindustria francese) contro i diritti del lavoro. Ma, nella sostanza, il primo
ministro non cambia politica: sono confermati i 50 miliardi di tagli alla spesa pubblica e i 40
miliardi di sgravi alle imprese. Una mano tesa alla destra, che pero’ gli ha voltato le spalle,
votando contro la fiducia a un governo che “ha i giorni contati”, che Valls ha chiesto, anche
se la Costituzione non lo obbliga: “governare è resistere, tenere, riformare, dire la verità”.
Dopo due settimane di terremoto nelle stanze del potere, tra il libro al veleno di Valérie
Trierweiler e lo scandalo del sottosegretario Thomas Thévenoud che non pagava da tre
anni le tasse perché affetto da “fobia amministrativa”, Valls ha cercato di riprendere la
mano, di ritrovare la fiducia del parlamento, mentre nei sondaggi ormai anche il primo
ministro segue pericolosamente il crollo di Hollande. Domani toccherà a François Hollande
cercare di riacquisire un po’ di fiducia nell’opinione pubblica, con la conferenza stampa
della ripresa all’Eliseo. Il tutto per cercare di superare l’ostacolo della finanziaria 2015,
questo autunno, che potrebbe di nuovo sollevare defezioni all’interno della maggioranza.
Valls ha utilizzato il tasto della “responsabilità” verso i suoi, e del ruolo della Francia nel
mondo in un appello all’opposizione, in un “contesto internazionale pieno di minacce”, per
far fronte alle quali ci vorrebbe “l’unità nazionale” (che nei fatti esiste solo per votare la
versione francese del Patriot Act, una legge che limita le libertà, in particolare con controlli
su Internet, in nome della sicurezza).
Valls tra qualche giorno andrà a Berlino per incontrare Angela Merkel. Alla Germania e
alla Ue il primo ministro dice che “la Francia decide da sola cosa deve fare”, anche se un
“accordo con la Germania è indispensabile”. Merkel deve “ascoltare il messaggio” che
viene dalla Francia (e non solo), per ricreare un’Europa che sappia “rispondere alle attese
delle popolazioni”. Il primo ministro ha evocato i famosi 300 miliardi di euro di investimenti
promessi dalla Commissione Juncker: questo stimolo è ormai diventato l’ultima ancora di
salvataggio a cui si appigliano i governi dei paesi in crisi della Ue. Comunque, Valls ha
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confermato che la Francia non rispetterà il Fiscal Compact e che i deficit saranno
quest’anno al 4,4%.
Paradossalmente, il Medef ha dato una mano al primo ministro, con la violente offensiva
degli ultimi giorni contro i diritti del lavoro. Secondo indiscrezioni uscite sui giornali, il
Medef – che aveva concesso a Valls una standing ovation neppure un mese fa per il
discorso dove il primo ministro aveva dichiarato “io amo l’impresa” – adesso chiederebbe
la fine della durata legale del lavoro (ora a 35 ore), lasciando la trattativa a livello delle
singole imprese, la liberalizzazione del lavoro la domenica e di notte, la soppressione di
giorni feriali, oltre all’abolizione dello Smic (salario minimo), a cominciare dai disoccupati di
lunga durata che riprendono un lavoro. Valls ha detto “no” a tutte queste domande. Ha
anche promesso un “gesto” a favore delle pensioni più basse (fino a 1200 euro al mese) e
un aumento a 800 euro al mese delle minime (600mila persone). Ci sarà anche un calo
delle imposte per 6 milioni di famiglie.
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INTERNI
del 17/09/14, pag. 3
Csm, nuovo colpo alla credibilità della
politica
Mauro Volpi
In base alle statistiche del Consiglio d’Europa, i magistrati italiani sono tra i più produttivi a
livello continentale. Le cause degli enormi ritardi sono molteplici e riguardano in primo
luogo la politica e l’insufficienza delle risorse destinate alla giustizia; la responsabilità non
è dei magistrati che il presidente del Consiglio dipinge come «fannulloni». Ben vengano
misure serie volte a rendere più efficiente e produttivo il funzionamento degli uffici
giudiziari, ma a fronte dello stato negativo della giustizia risalta la gravità della ritardata
elezione da parte del parlamento di due giudici costituzionali e otto membri «laici» del
Csm. Si tratta di veri e propri doveri costituzionali che il parlamento non adempie. Così
facendo azzoppa la Corte costituzionale, che per poter funzionare ha bisogno di almeno
undici giudici, e soprattutto pregiudica l’equilibrio tra le componenti e il pluralismo politicoistituzionale che devono esistere al suo interno.
Purtroppo la situazione non è nuova. Nell’ultimo ventennio i partiti non hanno saputo
raggiungere un accordo convenzionale sulla elezione dei componenti della Corte, come
quello che esisteva in passato, e quindi hanno impiegato fino ad un anno e mezzo per
eleggere i giudici di competenza parlamentare, fino a determinare nel 2002 il rinvio della
discussione su una delle cause in ruolo per mancato raggiungimento del quorum. Nel caso
del Csm lo stallo parlamentare è ancora più grave, perché impedisce la costituzione
dell’organo che deve essere rinnovato nella sua interezza, e quindi l’adempimento di
incombenze urgenti, come la nomina di dirigenti di importanti uffici giudiziari rimasti
vacanti. Tra l’altro per il Csm nell’ultimo ventennio aveva funzionato la regola
convenzionale che assegnava cinque dei componenti laici all’area della maggioranza e tre
a quella della opposizione.
Questa vicenda dice molto sullo stato attuale della politica: lo stallo parlamentare deriva
dal fatto che le forze politiche scaricano sulle istituzioni la loro incapacità di rispettare gli
accordi, in particolare tra Pd e Fi, spesso stipulati in modo verticistico e occulto, e le loro
divisioni, comprese quelle interne a ciascuna di esse. Della gravità della situazione si è
reso conto il presidente della Repubblica che con una lettera inviata ai presidenti delle
Camere ha da tempo sollecitato il parlamento a provvedere. Stupisce invece il silenzio del
Governo che propaganda l’efficienza come punto qualificante della propria azione.
Per il Csm vi è un problema aggiuntivo. Il suo vicepresidente deve essere eletto dal
plenum tra i componenti laici ed è chiamato nel funzionamento ordinario dell’organo a
sostituirne il presidente, che è il Capo dello Stato, con il quale deve mantenere un rapporto
costante di consultazione, e quindi svolge un ruolo importante di garanzia da un lato
dell’indipendenza della magistratura, dall’altro di un corretto equilibrio con gli altri poteri
dello stato. È quindi fondamentale che si tratti di una personalità molto autorevole per i
particolari meriti acquisiti a livello scientifico (in qualità di professore universitario in
materie giuridiche), professionale (come avvocato con almeno quindici anni di esercizio) o
politico-istituzionale (avendo ricoperto cariche politiche e istituzionali di particolare rilievo).
In effetti nei diciassette casi precedenti sono stati candidati, e poi eletti, alla carica
personalità di grande levatura scientifico-culturale o che avevano alle spalle un’importante
carriera politica e la titolarità di cariche significative (presidente o vicepresidente di una
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delle due camere, ministro o sottosegretario alla giustizia, presidente o vicepresidente di
commissioni o giunte parlamentari che operano in materia di giustizia).
Non è un caso che il vicepresidente che aveva un curriculum meno significativo è stato
Ugo Zilletti, che nel 1980 subentrò ad una grande personalità come Vittorio Bachelet
assassinato dalle Br, ma dovette dimettersi nell’aprile 1981 per il suo coinvolgimento in
una vicenda riguardante la loggia P2, e negli anni 90 fu arrestato e poi condannato per
millantato credito.
Dovrebbe essere quindi preoccupazione centrale della politica proporre una personalità di
grande levatura e che, anche in vesti diverse, abbia acquisito competenze e conoscenze
adeguate in materia di giustizia. Al contrario il Pd sembra avere puntato su Giovanni
Legnini, un politico proveniente non da una carica parlamentare, ma governativa, e, come
egli stesso ha candidamente ammesso in qualche intervista, estraneo al dibattito sulla
giustizia e ignaro del mondo della magistratura. È difficile sfuggire alla sensazione che si
voglia un vicepresidente politicamente debole con il conseguente ridimensionamento del
ruolo del Csm quale organo posto dalla Costituzione a tutela della indipendenza e
dell’autonomia della magistratura. Occorrerebbe esattamente il contrario. Infatti nessuna
riforma della giustizia sarà efficace se non si porrà in grado l’organo di governo autonomo
della magistratura di operare nel modo migliore, cominciando col garantire una
composizione di alto profilo e adeguata al suo ruolo fondamentale. Inoltre c’è una
questione di credibilità della politica che subisce un duro colpo quando essa si dimostra
incapace di dare attuazione nei tempi previsti a doveri che incidono sulla vita di organi
costituzionali o di rilievo costituzionale.
Del 17/09/2014, pag. 8
Consulta, il Parlamento non ce la fa
Nuova bocciatura per Violante e Bruno
Niente quorum, ma l’esponente di FI ottiene più voti dell’ex giudice
ROMA — Conteggio fino all’ultima scheda nella notte ma per la Corte costituzionale la
fumata è sempre nera. I due candidati alla Consulta delle grandi intese — Luciano
Violante e Donato Bruno — anche nella votazione di ieri non hanno infranto il muro del
quorum, fissato a quota 570 (i 3/5 degli aventi diritto). Anzi l’ex presidente della Camera,
indicato dalla maggioranza, ha pure perso qualche posizione (526 voti, 4 in meno) rispetto
alla votazione di lunedì mentre il senatore di Forza Italia, che ha sostituito Antonio
Catricalà nella corsa per la Corte, è passato in prima posizione, ottenendo 544 voti (15 voti
in più). Anche se c’è l’ombra di errori (o «dispetti») nell’urna perché Violante ha ottenuto
30 voti sulle schede del Csm e Bruno 28. Ovviamente non validi per la Corte. A questo
punto si rende necessaria l’ennesima votazione che è già stata fissata per questo
pomeriggio alle 16.15. E il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha ricordato che
«bisogna fare presto, abbiamo tante urgenze». Ma ha anche ricordato che «questo
quorum è molto alto». Il sorpasso di Bruno su Violante, dice Ettore Rosato, segretario
d’Aula del Pd, può avere una sola spiegazione: «Il Pd mantiene gli impegni fino in fondo.
Noi, in proporzione, abbiamo votato per Bruno più di quanto loro abbiano votato per
Violante. Sono aumentate infatti le schede sulle quali c’era solo il nome di Bruno mentre
sono diminuite quelle con su scritto solo Violante». Il risultato è l’impasse totale che ora
mette a rischio un accordo che, lunedì sera, sembrava aver centrato la quadratura del
cerchio. Ma nel segreto dell’urna continuano i «giochetti» interni ai partiti e i veti incrociati
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che stanno mettendo in cattiva luce l’intero Parlamento incapace di adempiere al compito
di completare nei tempi previsti il plenum della Corte.
Hanno votato in 858 (56 in più rispetto a lunedì) ma le new entry erano tutti grillini che
hanno pure messo in scena il «voto palese» mostrando agli obiettivi dei fotografi le schede
già compilate. Nel Pd hanno votato 288 su 296 deputati e 106 su 108 senatori; in Forza
Italia 60 su 69 deputati e e 56 su 59 senatori; nel Ncd 25 deputati su 28 e 30 senatori su
32 mentre Scelta civica ha mollato portando al voto solo 19 deputati su 27 e 5 senatori su
7. Per il Consiglio superiore della magistratura — col quorum, 3/5 dei votanti, salito da
482 a 515 voti — mancano sempre da eleggere ancora due degli otto consiglieri laici del
plenum. Non ce l’ha fatta il candidato di Forza Italia Luigi Vitali (sceso a 389 voti) che a
questo punto rischia di essere sostituito. Sullo stop all’ex deputato del Pdl ha contato
molto il veto di ampi settori del Partito democratico, che lo identifica con la politica delle
leggi ad personam sulla giustizia, ma sono forti anche le resistenze interne al partito di
Berlusconi. Ora Forza Italia potrebbe decidere di «cambiare cavallo». La forte
componente campana del partito insiste per il salernitano Nino Marotta (già componente
del Csm e ora deputato) anche perché, col suo ingresso a Palazzo dei Marescialli, alla
Camera si libererebbe un posto e in Campania il primo dei non eletti è il vice coordinatore
regionale Amedeo Laboccetta. Ma i campani se la devono vedere con i calabresi che
invece puntano sulla cosentina Jole Santelli (avvocato, già sottosegretario alla Giustizia e
deputata da molte legislature) che una volta al Csm libererebbe il posto al primo dei non
eletti della sua regione, Nino Foti. Un discorso a parte merita la casella del Csm che spetta
ai grillini: loro vorrebbero il professore ordinario di diritto privato Alessio Zaccaria ma il Pd
blocca (per ora) la sua elezione e FI addirittura lo ignora. I democratici, che ci tengono a
mantenere un filo di collegamento con il partito di Grillo, continuano a convogliare 120 voti
su Nicola Colaianni che è stato prima scelto dal M5S e poi pubblicamente sconfessato da
Grillo. Ovviamente il Pd ha fatto questo perché il M5S ha negato un pur minimo aiuto per
eleggere Violante. Nella partita ancora non conclusa del Csm spera di infilarsi all’ultimo
minuto Sel col suo candidato, l’avvocato Paola Balducci. Però ieri le parole di Grillo sono
state come al solito molto forti e nessuno nel Pd si sogna di tenere fuori dal consiglio un
partito che ottenuto il 25% dei consensi alle elezioni politiche. «È in corso un ricatto!», ha
scritto Grillo sul suo blog: «Ci hanno proposto uno scambio di voti ma noi non voteremo
mai Violante. Ricordiamoci chi è questo individuo, padre fondatore della Seconda
Repubblica e Lord protettore degli interessi di Berlusconi» .
Dino Martirano
Del 17/09/2014, pag. 9
Giustizia, lite Renzi-Anm “Un’indagine non
può danneggiare un’azienda”
Il premier difende l’Eni. L’ad Descalzi: “Noi sempre corretti” Le toghe:
“Nessuna interferenza. E il taglio delle ferie non serve”
TOMMASO CIRIACO
ROMA
Ormai è sfida alla magistratura. Aperta, svelata, durissima: «L’Eni - scandisce Matteo
Renzi durante il suo intervento alla Camera - è stata raggiunta da uno scoop e poi da un
avviso di garanzia. Noi aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non
consentiamo a un avviso di garanzia di cambiare la politica aziendale di questo Paese». Il
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detonatore è sempre l’iscrizione nel registro degli indagati del numero uno del colosso
energetico Claudio Descalzi, ma la battaglia si allarga presto all’intero dossier giustizia.
Neanche mezz’ora, però, e arriva la replica dell’Anm: «Dai magistrati nessuna interferenza
sulle aziende». Il braccio di ferro tra Renzi e i giudici è un crescendo di battute, stoccate,
affondi. Un’arena nella quale batte un colpo anche l’amministratore delegato dell’Eni,
provando a rassicurare l’azienda con una lettera ai dipendenti: «Ci siamo comportati
correttamente ed eticamente - scrive - come sempre facciamo. Voglio che voi sappiate
con certezza che l’acquisto del blocco Ops 245 è stato condotto correttamente e nel
rispetto di ogni normativa da parte di tutti coloro che ci hanno lavorato, a cominciare da
me». La sfida di Renzi è ormai lanciata. E davanti ai deputati il premier allarga il
ragionamento a uno dei temi più delicati nel rapporto tra politica e magistratura: «Rispetto
delle regole - sottolinea - significa dire che chi è indagato è innocente fino a sentenza
passata in giudicato. Non accettiamo che uno strumento a difesa di un indagato, l'avviso di
garanzia, costituisca un vulnus all'esperienza politica e imprenditoriale di una persona».
Ma, ha aggiunto ricordando il caso del deputato pd Francantonio Genovese, «se in
Parlamento viene richiesto un arresto senza fumus persecutionis, siamo in condizione di
votare sì perché prima viene la Costituzione e poi le proteste ideologiche».
L’origine del conflitto tra Palazzo Chigi e le toghe, a dire il vero, si rintraccia nel recente
annuncio della riforma della giustizia, promessa dal governo e sgradita ai giudici.
«Dobbiamo cancellare - è il progetto del presidente del Consiglio - il violento scontro
ideologico del passato». Pochi minuti e l’Anm sceglie di replicare. Duramente:
«Respingiamo fermamente l’idea che la magistratura intenda interferire nella politica
economica di un'azienda. Così come l'idea di una sua responsabilità nell'eventuale
strumentalizzazione di atti che sono imposti dalla legge e la cui omissione costituirebbe un
illecito ». È un attacco a tutto campo, quello del Presidente Rodolfo Sabelli: «Deve essere
chiaro a tutti - scandisce - che l'iscrizione nel registro degli indagati e l'informazione di
garanzia sono atti dovuti per legge, al punto che la loro omissione da parte dei magistrati
costituirebbe un illecito. Peraltro sono atti a garanzia dell’indagato e che non costituiscono
alcuna anticipazione di giudizio ». Insomma, ribadisce, la magistratura con i suoi atti «non
determina né interferenze né strumentalizzazioni; l'idea opposta la rifiutiamo con estrema
fermezza». Il conflitto però si allarga. E coinvolge anche l’ipotesi di tagliare le ferie delle
toghe, avanzata dall’esecutivo e osteggiata dai giudici. «La questione vera - è il paletto
fissato dall’Anm - sono le riforme vere, che devono essere efficaci. E purtroppo quello che
abbiamo visto sinora è molto deludente. Non servono né slogan, né dichiarazioni di
intenti». Chi gongola, intanto, è Silvio Berlusconi. Gradisce parecchio l’approccio del
premier e in privato non manca di commentare la “svolta” renziana: «Ascolto Matteo e mi
sembra di vivere in un Paese normale, peccato che finora non sia stato così...».
Del 17/09/2014, pag. 3
I nomi giocati all’ultimo minuto. Il leader sigla
la tregua a sinistra
Entrano Campana, Amendola e De Maria
Domani le deleghe, prima riunione all’alba
È stanco, provato dalla maratona oratoria tra Camera e Senato. Eppure, quando chiude
davanti al parlamentino del Pd, Renzi ha ancora voglia di scherzare. Conferma i vice
Guerini e Serracchiani e affibbia loro due soprannomi che sarà difficile scrollarsi di dosso:
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«Debora e Lorenzo continueranno a fare Al Bano e Romina, come vengono chiamati da
Bonaccini nella chat della segreteria». Risate e tregua siglata tra le anime del Pd.
Il «capo» ha una squadra nuova e più larga, a trazione fortemente renziana. Otto donne e
sette uomini disposti a bussare all’alba al Nazareno per lavorare al «cronoprogramma». Il
leader giura di non voler fare da solo e la minoranza accoglie l’invito a lavorare insieme,
dopo l’appello al Pd del capo a «reggere l’urto del governo». Il che però non vuol dire,
assicura Speranza, che i suoi si siano messi in fila per diventare, come si è insinuato,
«diversamente» renziani: «Diamo una mano, ma i nodi politici della legge di stabilità e
delle riforme istituzionali sono rimandati. Non rinunciamo a confrontarci nel merito, il
dibattito è aperto». Renzi voleva una segreteria «unitaria» e Cuperlo l’ha derubricata a
«plurale»? Pazienza, il leader non si impicca al vocabolario: «Chiamatela come volete».
La minoranza entra nello staff del Nazareno e questo, sperano i renziani, consentirà di
sminare almeno un po’ il campo del Parlamento. «Provare a gestire un partito in modo
unitario e plurale è uno sforzo bello — concede Renzi davanti alla direzione — Il 41 per
cento nasce da una storia condivisa ma non è per sempre, se non andiamo avanti con
quello che abbiamo promesso se ne via con la velocità dello zapping...». L’accordo sui
nomi c’è, per le deleghe ufficiali invece bisognerà attendere domani, quando debutterà il
nuovo team e il premier scioglierà le riserve. Le new entry: Giorgio Tonini (Cultura e
università), Davide Ermini (Giustizia), Ernesto Carbone (Difesa), Lorenza Bonaccorsi
(Innovazione e Pa), Alessia Rotta (Comunicazione). Filippo Taddei è confermato
all’economia. Per AreaDem entrano Lele Fiano alle riforme, Francesca Puglisi alla scuola
e Chiara Braga, una riconferma, all’Ambiente. I «giovani turchi», che hanno già la
presidenza con Orfini, conquistano gli enti locali con Valentina Paris: casella strategica
lasciata libera da Bonaccini. Di Sud e fondi Ue dovrà occuparsi Stefania Covello (ex
fioroniana) e di agricoltura Sabrina Capozzolo. Per i riformisti entrano la bersaniana
Micaela Campana al welfare e il dalemiano Enzo Amendola agli esteri. Per i cuperliani
Andrea De Maria, cultura. Escono invece i renziani Davide Faraone — rimpiazzerà
Roberto Reggi come sottosegretario alla Scuola — e Alessia Morani, data in pole per una
vicepresidenza del gruppo alla Camera. Qualche «minimo aggiustamento» ci sarà anche
tra governo e Palazzo Madama. E qui «se la vedranno i senatori» scherza il leader, stufo
di occuparsi di bilancini. Bersani aveva chiesto un appuntamento per discutere del modello
di partito e Renzi l’ha concesso, come ha detto sì a una direzione ad hoc, il 29 settembre,
per placare i «toni accesi» su jobs act ed economia. Però le tensioni restano. Le primarie
in Emilia? «Niente autogol, non facciamoci del male». Sul rebus della segreteria Renzi ha
messo la testa solo ieri in zona Cesarini, tanto che la direzione nazionale è iniziata con
un’ora di ritardo. Debutto domani all’alba, «in orario antelucano». Restano fuori, per scelta,
le aree del partito vicine a Civati, Letta, Bindi e Fioroni.
Monica Guerzoni
del 17/09/14, pag. 9
PIZZAROTTI IN LISTA CON IL PD
RISCHIO SCISSIONE NEI 5STELLE
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IL SINDACO DI PARMA PRONTO A CANDIDARSI COME CONSIGLIERE
PROVINCIALE ASSIEME AI DEM E AL CENTRODESTRA. POTREBBE
ESSERE ESPULSO DAL MOVIMENTO
di Luca De Carolis
“Basta con l’essere irrilevanti”. Pizzarotti va alla guerra. Dritto, contro le regole su alleanze
e candidature dei diarchi Grillo-Casaleggio. E con sé ha almeno una decina di
parlamentari. Pronti perfino alla scissione, se il sindaco dovesse essere cacciato come
ritorsione dai vertici. Il Movimento Cinque Stelle esplode, nella regione che è stata la sua
culla. La notizia che fa detonare tutto la batte l’Ansa, poco prima delle 19: il sindaco di
Parma Pizzarotti si candiderà come consigliere provinciale in una lista unitaria con Pd,
centrodestra e liste civiche. Scelta ancora non certificata, perché il termine ultimo per la
consegna delle liste è venerdì prossimo. In serata, il sindaco precisa su Facebook: “Non
me la sento di dire ai cittadini che Parma non discute con le altre istituzioni su come uscire
dal debito, della crisi e del disastro ambientale. Non c’è nessun accordo definito, non c’è
nessuna alleanza né un patto tra partiti. C’è un dialogo tra istituzioni che hanno il dovere di
rispondere alle aspettative dei loro abitanti, ma nulla è ancora ufficiale”. Tradotto, si tratta
ancora. Ma il Pizzarotti che discute con gli altri partiti del listone è già un sacrilego agli
occhi dei vertici. Perché si appresta a violare una regola aurea del Movimento, che vieta
ogni forma di alleanza con altri partiti o liste. E perché potrebbe calpestare una norma
ribadita dal blog di Grillo due giorni fa: “Le province sono un poltronificio, il M5S continuerà
a non presentare le proprie candidature in un organo di cui auspica la soppressione”.
Eppure Pizzarotti ha tirato dritto. Proprio lui, scomunicato più volte sul blog di Grillo per
non aver impedito la costruzione dell’inceneritore a Parma.
EPPURE RIABILITATO nel luglio scorso sul portale, pare per intercessione di Luigi Di
Maio, il numero tre. Ora si ribella, il sindaco. La miccia è stata la regola fissata per le
Regionali in Emilia e Calabria, che vieta la candidatura agli “inquisiti”. Una norma che ha
sbarrato la strada ad Andrea Defranceschi, il capogruppo uscente in Regione, indagato
per l’inchiesta sulle spese pazze dei consiglieri. “Una clausola ad personam” secondo
molti parlamentari emiliani. Pizzarotti aveva protestato domenica: “Non possiamo perdere
Defranceschi per una regola introdotta ora, un conto è essere indagato, un altro è essere
all’in - terno di un processo”. Ieri l’ex capogruppo è stato escluso dalla consultazione on
line. Ma in un’intervista a Europa , Pizzarotti è andato oltre: “Dobbiamo fare
un’opposizione diversa, sappiamo solo criticare ma a balle sono tutti forti. E poi dobbiamo
imparare a confrontarci”. Da qui, il passaggio alla lista con il Pd e partiti vari. Un’idea
maturata da tempo. Pizzarotti aveva proposto il listone ai Democratici già diversi giorni fa,
raccogliendo reazioni fredde. Ma il progetto sembra ormai definito, pur tra distinguo e
cautele. “Andiamo avanti” conferma un parlamentare vicino al sindaco. Anche se c’è chi
non esclude un dietro front dell’ultimo minuto. Perché la pressione è fortissima. Ieri
Pizzarotti ha parlato a lungo con parlamentari, emiliani e non. “Basta con l’essere
irrilevanti sulle province” ha spiegato. Ma la partita in gioco è molto più alta. Il sindaco è
consapevole che nel Movimento è un momento di vuoto politico, di indecisione sulla rotta.
E lui, che vuole “un’opposizione diversa”, lancia una linea alternativa. Sì al dialogo con gli
altri partiti, più proposte, basta con i toni urlati. Ma i rischi sono tanti. Innanzitutto, quello di
una frattura nella giunta di Parma, di cui Pizzarotti rimarrebbe sindaco. E poi quello
massimo, l’espulsione dal Movimento. Se succedesse, almeno una decina di parlamentari
è pronta a seguire Pizzarotti: 7 su 9 degli emiliani, e altri. Come Giulia Sarti, che sostiene:
“Il problema è che l’Emi - lia, che ha nove parlamentari, due sindaci e centinaia di
consiglieri conta meno di tutti. Non siamo più disposti ad accettare regole calate dall’alto.
Serve il confronto”. Ad aleggiare è sempre quella parola, scissione. Il rischio è concreto?
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Walter Rizzetto, deputato friulano: “Io ritengo che Pizzarotti sia un sindaco di grande
valore, e che perderlo sarebbe un grande errore”.
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LEGALITA’DEMOCRATICA
Del 17/09/2014, pag. 22
Stato-mafia, spunta la P2 l’uomo dei Servizi
accusa “Mori cercava affiliati”
Si allarga l’indagine sulla trattativa. Un ex ufficiale del Sid rivela: “Il
generale teneva i contatti con Pecorelli e tentò di portarmi da Gelli”
SALVO PALAZZOLO
PALERMO .
I misteri della loggia P2 irrompono nel processo per la trattativa Stato-mafia. Un nuovo
testimone ha raccontato ai pm di Palermo che uno dei loro imputati eccellenti, il generale
Mario Mori, avrebbe frequentato il maestro Licio Gelli, negli anni Settanta. Così, in questi
ultimi mesi, è iniziata in gran segreto una nuova indagine per scavare nel passato dell’ex
comandante del Ros poi diventato capo dei Servizi, l’uomo del dialogo segreto con Vito
Ciancimino nei mesi delle stragi Falcone e Borsellino. Il nuovo testimone si chiama Mauro
Venturi, ha 84 anni, è un ex generale dei carabinieri che negli anni Settanta lavorava con
Mori al servizio segreto Sid. «Mi disse che alcuni nostri colleghi avevano già aderito alla
P2 — rivela il testimone — tentò di convincermi, mi spiegò che non era una loggia come le
altre. Mi propose anche di andare a trovare Gelli. Alle mie perplessità reagì dicendo che gli
appartenenti al servizio sarebbero stati inseriti in una lista riservata». Venturi descrive il
giovane capitano Mori come un ufficiale spregiudicato, inserito nella cordata del direttore
del servizio Vito Miceli, in quegli anni coinvolto nella cospirazione del golpe Borghese.
«Mori era il fiduciario del colonnello Marzollo — racconta il testimone — tutti e due
intercettavano abusivamente il telefono del generale Maletti, il capo dell’ufficio D. Mori
teneva rapporti con il giornalista Mino Pecorelli, con le sue macchine da scrivere
preparava anonimi». Il verbale di Venturi è ora agli atti del processo trattativa. I pm Di
Matteo, Tartaglia, Del Bene e Teresi puntano a far emergere tutte le ombre nella carriera
di Mori, accusato di essere stato uno dei protagonisti della trattativa Stato-mafia. Il nuovo
scenario fra P2 ed eversione di destra viene approfondito anche dal procuratore generale
Roberto Scarpinato, che chiederà la riapertura dell’istruttoria in un altro processo che vede
imputato Mori, in appello, per aver favorito la latitanza del boss Provenzano. In primo
grado, il generale è stato assolto. Il pg insiste per la sua colpevolezza. E, adesso, alla
vigilia del processo spunta un’incursione nella stanza di Scarpinato: qualcuno gli ha
lasciato una lettera anonima sulla scrivania. E gli ha scritto: «Fermati». A cosa è riferito?
Le indagini sul Sid sembrano portare dritte agli anni della trattativa. Il fratello dell’avvocato
di Ciancimino, Gianfranco Ghiron, era una fonte di Mori, nome in codice “Crocetta”. Nel
1975, Ghiron ammise davanti ai magistrati di Brescia di aver ricevuto una lettera da una
fonte legata all’estrema destra: gli diceva di informare il «dottor Amici» della partenza di
Gelli per l’Argentina. «Amici è Mori», mise a verbale Ghiron.
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Del 17/09/2014, pag. 22
IN CALABRIA
Imprenditore sotto scorta demolisce villa del
boss
ROSARNO (REGGIO CALABRIA) .
Della villa dei boss Pesce, da ieri, non resta che un cumulo di macerie. Cancellata, ma ci
sono voluti 11 lunghi anni. E il coraggio di persone come Gaetano Saffioti, imprenditore
edile, che vive sotto scorta perché testimone di giustizia e che ha eseguito gratis il lavoro
che nessun altro aveva voluto fare. I Pesce di Rosarno fanno ancora paura. Nonostante gli
arresti e le condanne, quel nome lo pronunciano ancora in pochi tra gli agrumeti della
Piana di Gioia Tauro. Negli anni ’80, la famiglia alzò le mura in piena zona archeologica.
Nel 2003 la casa fu confiscata una prima volta, senza che accadesse nulla. Nel 2011 i
Pesce furono costretti ad andarsene. Due bandi per affidare i lavori di demolizione
andarono deserti. Il sindaco Elisabetta Tripodi, anche lei sotto scorta, si è rivolta al Genio
Militare, poi il prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino, ha chiamato Saffioti.
«Sono un calabrese testardo e spero di lasciare un messaggio positivo», ha detto.
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RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
del 17/09/14, pag. 5
«Un piano contro i trafficanti»
Carlo Lania
L’indignazione per la tragedia avvenuta al largo dell’isola di Malta dove alcuni scafisti
hanno affondato un barcone provocando la morte dei 500 immigrati che si trovavano a
bordo, arriva fino a Bruxelles dove la commissaria agli Affari interni dell’Unione europea
Cecilia Malmstrom chiede un’inchiesta per far luce su quanto accaduto. «Questo nuovo
bilancio delle vittime mostra come criminali e trafficanti non hanno rispetto per le vite
umane», ha detto ieri la Malmstrom chiedendo anche agli Stati membri di «creare più
accessi legali all’Europa, come accettare l’insediamento di più rifugiati».
Non è la prima volta che l’Unione europea si commuove davanti alle tragedie
dell’immigrazione. Proprio un anno fa di fronte ai 366 morti della strage di Lampedusa, sia
Malmstrom che l’allora presidente della commissione europea Barroso promisero maggiori
interventi per l’accoglienza dei migranti e contro il trafficanti di uomini. Parole mai seguite
dai fatti, soprattutto per i veti posti dai Paesi del Nord Europa contrari ad accettare sul
proprio territorio un numero maggiore di richiedenti asilo.
Adesso Malmstrom ci riprova e assicura un intervento di Bruxelles su due livelli: uno
politico, che riguarda appunto la possibilità di creare accessi legali per i migranti, cosa che
creerebbe grossi problemi alle organizzazioni criminali ma che finora nonostante le buone
intenzioni non si è riusciti a realizzare. E uno che mira più alla repressione dei trafficanti.
«La commissione sta già lavorando a un piano europeo per affrontare il traffico di
migranti», ha detto la Malmstrom. Il piano prevede maggiore cooperazione con i Paesi di
partenza e di transito dei migranti e dovrebbe contare sulla collaborazione tra le
intelligence dei vari Stati e le agenzie europee, Europol, Frontex ed Easo, l’agenzia
europea che si occupa di asilo. «Perché — ha spiegato il portavoce della Malmstrom,
Michele Cercone — la situazione non cambierà fino a quando i trafficanti di esseri umani
saranno liberi di agire». E una direttiva che inasprisce le pene per i trafficanti di uomini è
già stata recepita da 26 dei 28 Paesi membri (mancano all’appello solo Belgio e
Germania).
Nei giorni scorsi Amnesty international ha lanciato un appello perché l’Unione europea si
mobiliti per salvare vite umane. Anche perché il numero dei conflitti in atto nel mondo è
sempre più alto, come ricorda un report dell’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. Un
esempio dall’inizio dell’anno fino a oggi sono già le 75 mila persone che dalla nord est
della Nigeria sono fuggite in Camerun, Ciad e Niger a causa dell’inasprirsi delle violenze in
corso nel paese, cifra destinata a salire fino a 95 mila entro la fine dell’anno. E la stessa
cosa accade in Somalia, dove gli sfollati all’interno del Paese sono ormai 107 mila mentre
altri 23 mila sono divisi tra Yemen, Kenia ed Etiopia.
Per far fronte a queste emergenze globali servono soldi, ma servono anche politiche di
accoglienza che finora l’Europa ha stentato a mettere in campo preferendo allestire
missioni militari i cui contorni sono ancora da chiarire. Come Frontex plus, la missione
europea dai contorni ancora tutti da chiarire il cui avvio sarebbe previsto per i primi di
novembre e destinata, secondo il ministro degli Interni Angelino Alfano, a sostituire Mare
nostrum. Su questo punto, nel governo non sembrano però pensarla tutti allo steso
modo.Come dimostrano le parole dette ieri a Livorno dal sottosegretario all’Interno
Domenico Manzione: «Frontex è u pattugliamento dio frontiera che come struttura
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europea si attesta entro i confini comunitari e che non potrà mai sostituire integralmente
mare nostrum, che è invece una missione umanitaria che cerca e salva». ha detto
l’esponente di governo.
Intanto anche ieri le navi della Marina militare sono intervenute in soccorso dei migranti
837 dei quali sono stati sbarcati a Salerno, 169 a Catania, 103 a Porto Empedocle e 507 a
Vibo.
del 17/09/14, pag. 5
Una tendopoli per i profughi afghani
Red. Int
GORIZIA. Novantaquattro immigrati per due mesi accampati sulle rive
del fiume Isonzo
Per due mesi hanno vissuto accampati a Gorizia sulle rive dell’Isonzo (foto), senza acqua
potabile né bagni e dividendo gli spazi con topi e insetti. Una situazione diventata ormai
intollerabile per 94 immigrati afghani, tutti uomini tra i 20 e i 30 anni e tutti richiedenti asilo,
che si è sbloccata vernerdì scorso quando, grazie all’intervento della Provincia, si è riusciti
ad allestire un tendopoli in un campo sportivo dove ospitarli in condizioni più umane.
«Certo si tratta di una soluzione temperanea, comunque migliore della situazione in cui
trovavano fino a pochi giorni fa», spiega l’assessore provinciale alle Politiche del lavoro e
cooperazione sociale Ilaria Cecot. Sedici tende più altre due dove sono state montate una
mensa e la cucina e oggi arriveranno i bagni chimici messi a disposizione dall protezione
civile regionale. «Siamo in contatto con la prefettura che si è impegnata a cercare una
struttura dove ospitare queste persone, una caserma, o una propietà demaniale»,
prosegue Cecot. Nonostante tutti gli sforzi, la situazione dei richiedenti asilo a Gorizia
rasenta ormai in un’emergenza. Nell’unico Cara della zona sono ospitati 205 immigrati
provenienti dalla Sicialia dopo essre stati salvati in mare dalle navi impegnate
nell’operazione Mare nostrum, mentre altri 65 sono ospitati in una struttura messa a
disposizione dalla Caritas. Per i 94 afghani, arrivati in Friuli via terra, non c’era più posto e
lentamente, nell’arco di due mesi hanno cominciato a sistemarsi lungo le rive dell’Isonzo,
in situazioni igieniche e di sicurezza a dir poco precarie. A peggiorare ulteriormente le
cose c’è poi il fatto che l’improvvisato accampampamento sorgeva non distante dalla diga
di Salcano, e le cattive codizioni del tempo degli ultimi giorni potevano rendere necessario
uno svaso della diga,. In quel caso, i 94 afghani sarebbero stati in pericolo. L’intervento
della Provincia ha messo fine, almeno temperaneamente, all’emergenza, ma è chiaro a
tutti che la soluzione della tendopoli non potrà durare a lungo.
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BENI COMUNI/AMBIENTE
del 17/09/14, pag. 4
Ruspe in laguna, è ora di invertire la rotta
Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
Venezia. Contro il «Comitatone» che in agosto ha dato via libera al
progetto che spiana 5 km a beneficio delle mega-crociere, domenica 21
torna la protesta No Grandi Navi con corteo acqueo lungo il canale
Contorta Sant’Angelo
Galleggia sul pelo dell’Adriatico e sul filo dell’acqua alta. Dal 1987 patrimonio mondiale
Unesco, la laguna è specchio della città-cartolina e insieme approdo di interessi senza
scrupoli. A fine estate Venezia archivia il tappeto rosso del cinema, scruta l’inabissamento
dei mega-cassoni del Mose, osserva l’ingovernabilità di Ca’ Farsetti e lo spettro dei
«cannibali» inchiodati dalla Procura della Repubblica.
È in gioco, come sempre, il futuro dei 64.676 residenti. La città-palafitta (che dall’alto
sembra un pesce…) rischia di venir intrappolata nelle reti di «pirati» vecchi, nuovi e
riciclati. Venezia formato Disneyland: turismo da mungere con le crociere. O piattaforma
logistica del business che incrocia cemento, asfalto, petrolio e chimica. Ma anche «porto
delle lobby» inossidabili, perché i veri affari si consumano in nome della salvaguardia
come specchio per le allodole e dell’Expo quotidiana che va all’incasso.
Eppure, c’è chi si ostina a voler finalmente invertire la rotta. Domenica 21 settembre torna,
in acqua, il Comitato No Grandi Navi-Laguna Bene Comune. Lunedì sera in sala san
Leonardo l’ultima assemblea organizzativa in vista del corteo acqueo lungo il canale
Contorta Sant’Angelo. È trascorso un anno dal tuffo collettivo dalle Zattere per fermare la
processione di una dozzina di «città galleggianti» in Canal Grande. Anticipa Silvio Testa:
«Sarà una grande manifestazione nel Canale Contorta per dire no al suo scavo. Ci
andremo con le nostre barche, che è il modo migliore per fare vedere qual è la laguna che
vogliamo. Per questo ho lanciato un appello: sono sicuro che è compito statutario di tutte
le società di canottaggio, remiere e veliche veneziane promuovere la difesa della nostra
cultura acquea e dell’ambiente che l’ha prodotta».
È la risposta al blitz del «Comitatone» che in pieno agosto ha dato via libera al progetto
sponsorizzato da Paolo Costa (Pd), presidente del Porto di Venezia: con il pretesto
dell’applicazione in ritardo del decreto Clini-Passera che stoppava le Grandi Navi, si
spiana la laguna per 4,8 chilometri a beneficio delle mega-crociere. Ruspe al lavoro con
l’obbiettivo di espandere il canale da 6 a 190 metri di larghezza e da 1,80 a 10 metri di
profondità.
Ipotesi già bocciata dalla Commissione Via del ministero per l’Ambiente (presieduta
dall’ingegnere Guido Monteforte Specchi) il 27 settembre 2013: dragare 8 milioni di metri
cubi di fanghi comporta conseguenze tutt’altro che reversibili. Sarebbe una vera e propria
«autostrada» senza nessuna seria garanzia tecnica, secondo il professor Luigi D’Alpaos
che è il massimo esperto di idraulica per il bacino lagunare fin dall’alluvione 1966. Ma con
l’asse sussidiario fra il ministro ciellino Maurizio Lupi, il governatore leghista Luca Zaia e i
monopolisti veneti il «nuovo canale» d’improvviso è diventato panacea. Sulla carta,
comporta tre anni di lavori, 157 milioni di spesa e l’interramento dell’oleodotto. Di fatto, è
quanto disegnato da tempo dal «giro» dei professionisti legati al Consorzio Venezia Nuova
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a beneficio delle imprese di fiducia. In attesa di procedere, sempre grazie al governo
Renzi, con il project financing da 2,5 miliardi del teminal portuale d’altura.
L’estate era cominciata con il terremoto dei 35 arresti dello scandalo Mose, la più Grande
Opera del dopoguerra (5,5 miliardi in concessione unica al CVn) che ha prodotto la
simbiosi illegale di imprese, coop, politici, tecnici e burocrati. Il vero «modello veneto»
spiegato nelle 711 pagine dell’ordinanza dei pm. Nel canale giudiziario di Venezia si profila
una sfilza di patteggiamenti. Hanno già scelto il rito abbreviato l’ex consigliere regionale
Pd Giampietro Marchese, il responsabile del Coveco Franco Morbiolo, gli ingegneri e i
tecnici del CVn, il commercialista svizzero Cristiano Cortella e tre «imprenditori» di
Chioggia. Processo fissato il 16 ottobre, mentre l’ex magistrato alle acque Patrizio
Cuccioletta e Stefano Tomarelli (Condotte d’Acqua Spa) stanno ancora «trattando» pena e
risarcimento.
In parallelo, si consuma il «caso umanitario» dell’ex assessore regionale Renato Chisso
detenuto a Pisa. «È a rischio ischemia ed è sconvolto dopo il suicidio del vicino di cella»
sintetizza l’avvocato Antonio Forza. Da qui la «campagna» per la scarcerazione
supportata da Forza Italia. La Procura però insiste a cercare il «tesoretto» maturato in tre
mandati di governo berlusconiano della Regione: sono in corso rogatorie e verifiche che
spaziano dalla Moldavia alla Svizzera, dalla Croazia al Canada fino a Dubai e
all’Indonesia.
Chisso appare meno solo di Giancarlo Galan, detenuto ad Opera. Per l’ex «doge» e
ministro sussiste il rischio di reiterazione e le condizioni che il 9 agosto impedivano
qualunque ammorbidimento delle condizioni detentive. Secondo Angelo Risi, presidente
del Riesame di Venezia, non è possibile far scontare a Galan gli arresti nella villa sui Colli
Euganei (è provento di reato) né domiciliare la pena a casa della madre o del fratello:
«L’intero gruppo familiare risulta in qualche modo coinvolto in situazioni di scarsa
trasparenza con Giovanni Mazzacurati». L’anziano ingegnere dominus del Mose risulta
ancora negli Usa, ufficialmente per motivi di salute. Dovrebbe rientrare (il visto del
passaporto è in scadenza), ma potrebbe essere ascoltato per rogatoria. È ai domiciliari
nella villa di Vicenza l’ex europarlamentare forzista Lia Sartori. Ha riguadagnato la libertà
dal 3 settembre Maria Piva, ex magistrato alle Acque a libro paga del CVn.
Il «sistema Mose» è davvero il paradigma delle larghe intese che in tutto il Veneto hanno
espropriato la gestione di urbanistica, finanziamenti e lavori pubblici. Galan resta il
bersaglio grosso: adesso arrivano anche i dettagli della compravendita con don Pierino
Gelmini della tenuta di 400 ettari a Casola Valsenio sull’Appennino tosco-emiliano, mentre
la Guardia di Finanza scandaglia il business del gas nelle scatole cinesi architettate nello
studio commercialisti Penso & Venuti…
Intanto la Corte dei Conti ha appena spedito l’avviso di messa in mora a una quarantina di
dirigenti, che devono restituire 12,6 milioni di euro. A cominciare dall’ex dg dell’Azienda
ospedaliera di Padova Adriano Cestrone e da quello attuale dell’Usl 16 Urbano Brazzale
sono chiamati a rispondere delle irregolarità del maxi-appalto per il centro di cottura di
Serenissima Ristorazione, l’azienda vicentina che fornisce anche i pasti ai pellegrini del
Vaticano.
E come a Venezia («connessa» con Chisso nell’inchiesta Mose), l’impresa edile Carron
lavora a pieno regime con l’Università di Padova. Ha appena realizzato l’ampliamento
dell’Orto Botanico che permette di «coltivare» il fronte Expo 2015. E già pensa al cantiere
dell’appalto da 25 milioni per la rigenerazione dell’ex ospedale geriatrico come «polo
umanistico» dell’Ateneo.
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INFORMAZIONE
del 17/09/14, pag. 12
SPENDING REVIEW Gruppo Caltagirone, Rai e Mediaset: vige il modello
Gubitosi
LA LENTA AGONIA DI GIORNALI E TV
di Salvatore Cannavò
C’è Mediaset che sposta i suoi giornalisti dal Tg5 a News Mediaset, ma intanto riduce le
ore di trasmissione del TgCom 24 e si ispira al dg Rai Gubitosi per motivare le sue scelte;
c’è la televisione della famiglia Caltagirone, T9, che da un giorno all’altro licenzia tutti i 19
dipendenti; c’è, quindi, la Rai, con la sua riduzione delle testate e i piani di “spending
review”. Oppure, ancora, l’Unità, testata fuori dalle edicole che attende di conoscere il
proprio futuro. La crisi dell’informazione o, come dice il segretario di Stampa Romana,
Paolo Butturini, “la contabilità delle chiusure”, si ricava agilmente dalla miriade di vertenze
e conflitti nel mondo delle redazioni. Uno spaccato di questa realtà è stato offerto
dall’incontro dei Comitati di redazione del Lazio che si è tenuto ieri presso l’Associazione
Stampa romana, la seconda più grande, dopo Milano, del sindacato dei giornalisti, la Fnsi.
Riduzione delle redazioni, una particolare durezza da parte degli editori, addirittura
contenziosi per comportamento anti-sindacale, rischiano di diventare la norma.
IL CASO più eclatante è quello dell’emittente T9. Storica tv romana, fu acquistata dai
Caltagirone già alla fine degli anni 80. Attualmente è di proprietà della Sidis Vision che fa
capo a Edoardo, fratello di Francesco Gaetano Caltagirone e socio, con il 33% della
holding di famiglia, quotata in Borsa, di cui fanno parte tutte le attività del gruppo. I 19
lavoratori hanno scoperto, dopo il non pagamento degli stipendi di aprile, che la società
era stata messa in liquidazione. Poi, da un giorno all’altro si sono visti recapitare le lettere
di licenziamento. Questo avveniva la scorsa estate mentre il gruppo Caltagirone
acquistava una terza emittente a Roma, Radio Ies e faceva saltare il tavolo con i lavoratori
di T9. I Caltagirone, poi, gestiscono anche il principale quotidiano romano, Il Messaggero ,
in cui è stato chiesto un nuovo stato di crisi per 39 pre-prepensionamenti. Una richiesta
arrivata pochi mesi dopo la chiusura definitiva del precedente stato di crisi per il quale,
però, non esiste ancora il decreto ministeriale per cui i giornalisti mandati a casa sono
senza stipendio e senza pensione. Giornalisti esodati.
ACQUE particolarmente agitate in casa Berlusconi con le vicende, in parte note, dei
redattori del Tg5 spostati a News Mediaset, l’agenzia interna del gruppo che dovrebbe
svolgere il ruolo di servizio per i TgCom 24, Studio Aperto, Tg4 e, in parte, anche Tg5.
Solo che il TgCom 24, lanciato come grande vetrina “all news” del Biscione, dall’8
settembre ha deciso di ridurre la programmazione oraria a sole 10 ore al giorno: dalle 8,55
alle 19,05. Le altre fasce orarie vengono coperte proprio dal Tg5 che però, invece di
essere rafforzato, è stato depotenziato con il trasferimento di 19 redattori. Tra questi c’è
chi ha sottoscritto un ricorso urgente al giudice del lavoro ipotizzando oltre alla violazione
del contratto nazionale anche il comportamento antisindacale dell’azienda. Mediaset,
rispondendo al ricorso, ha però agganciato il proprio piano di ristrutturazione “alla
tendenza del mercato” e in particolare a quello che fa “il principale concorrente di
Mediaset, la Rai”. Riferimento esplicito al “programma di sinergizzazione” che il Dg Luigi
Gubitosi ha illustrato pubblicamente. Come a dire: lo fanno loro, perché non possiamo
farlo noi?
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IL MODELLO Gubitosi (che però è successivo a quello Mediaset) prevede, come è noto,
l’accorpamento delle testate giornalistiche in due “newsroom”, una generalista e l’altra
locale e “all news”. Progetto all’insegna dei tagli e che ha messo le redazioni in subbuglio.
Ieri sera, ad esempio, il Tg1 è andato in onda senza firme e nuove agitazioni ci saranno
nei prossimi giorni. Al Gr2, ad esempio, la programmazione informativa dei giornali radio è
stata ridotta, da un giorno all’altro, del 36%. Riduzione minore, ma consistente, anche al
Gr3 passato da circa 60 a 50 minuti. Infine, l’Unità. Dal 1 agosto, da quanto il giornale di
riferimento del Pd non è più in edicola, la redazione non ha saputo più nulla. Matteo Renzi,
alla festa che porta il nome del giornale, dell’Unità non ha parlato. Sembra che si cerchi un
azionista in grado di rilanciarla. Ma all’interno della redazione si comincia a parlare anche
della possibilità di un azionariato diffuso con un ruolo diretto dei lavoratori. “Con l’avvento
della Rete”, commenta la situazione Paolo Butturini, “il giornalismo non è più un prodotto
artigianale ma globale. Servono prodotti che capitalizzino i numeri enormi. Non siamo a
una normale crisi ciclica ma a una crisi strutturale. È tempo di prendere il toro per le
corna”.
del 17/09/14, pag. 9
Crisi a «Libération», redazione sotto choc
Anna Maria Merlo
Informazione. Tagli, licenziamenti, nuovi contratti e «clausola di non
denigrazione»
Il quotidiano Libération affonda nella crisi. Malgrado una ricapitalizzazione di 18 milioni di
euro lo scorso luglio, da parte dei nuovi azionisti di maggioranza, il finanziere Patrick Drahi
e l’affarista-immobiliarista Bruno Ledoux, proprietà e direzione hanno fatto una “proposta”
bomba alla redazione: soppressione di 93 posti di lavoro (su 250, di cui 180 giornalisti),
cioè un taglio di un terzo di chi ha un contratto a tempo indeterminato, riduzione da 11 a 9
settimane di ferie, da dicembre nuovo contratto per tutti quelli che restano (lavoro su carta,
web, in futuro radio, tv e anche per gli “avvenimenti” organizzati dal “marchio” Libération) e
chi non ci sta «sarà licenziato a gennaio» ha precisato François Moulias, cogestore del
gruppo editoriale. Inoltre, nell’inverno ci sarà il trasloco in periferia dalla sede storica a due
passi da place de la République. La proprietà spera così di risparmiare 8 milioni di euro
anno per gli stipendi, cercando così di limitare la deriva attuale di perdite giornaliere
intorno ai 22mila euro, che hanno già fatto evaporare la ricapitalizzazione di luglio:
Libération dovrebbe chiudere il 2014 con perdite per 20 milioni di euro.
E non basta: tutti i giornalisti e i tecnici del giornale dovranno firmare una «clausola di non
denigrazione» della testata. Questo per evitare che si ripeta la rivolta dello scorso inverno,
quando ai progetti di tagli della proprietà la redazione aveva opposto la pubblicazione di
articoli e prese di posizione con una pagina giornaliera intitolata «Noi siamo un giornale»,
per contestare l’idea lanciata allora di trasformare la testata in un marchio commerciale,
per poter sfruttare la bella sede a spirale di rue Béranger come un locale, da trasformare
in luogo culturale — «il caffé Flore del XXI secolo» aveva detto Moulias — con relativo
affitto di spazi per eventi di ogni tipo, anche commerciali. Per molti giornalisti, la durezza
delle “proposte” della proprietà è semplicemente «una vendetta» per l’affronto delle pagine
«Noi siamo un giornale».
La redazione è «sotto choc«. Ma, aggiunge un delegato sindacale, «la rivolta non serve a
niente». Il direttore, Laurent Joffrin, giustifica il programma della proprietà: «La crisi della
stampa, che colpisce duramente i quotidiani, ci obbliga ad adattare l’organico, come fanno
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molti giornali in Francia e nel mondo» (del resto anche Le Monde dovrà subire una
ristrutturazione). Il nuovo quotidiano non seguirà più tutta l’attualità. Joffrin intende dividere
il nuovo giornale in sei poli: Potere, Pianeta e Mondo, Futuro, Idee, Cultura e Next, il
supplemento settimanale. Il web sarà sempre più con sezioni a pagamento, un pay–wall
con qualche articolo gratis, nella speranza di aumentare gli abbonati sulla rete (ora sono
11mila). Dovrebbe venire potenziata anche la distribuzione a domicilio nelle grandi città
(ora 25mila abbonati), mentre alcune attività, come la documentazione e la diffusione,
verranno esternalizzate.
Per chi accetta entro fine novembre di dare le dimissioni ci sono 12mila euro di
buonuscita. Se non si troveranno 93 persone, ci saranno licenziamenti. In qualunque
modo si concluda questa dolorosa fase di ridimensionamento, il nuovo Libération sarà
certamente molto diverso.
Nel giornale fondato da Jean-Paul Sartre, dove la critica era la materia prima, adesso
viene imposta la clausola di non denigrazione, per chiudere la bocca a ogni espressione di
dissenso nei confronti di scelte che proprietà e direzione presentano – anche qui, come fa
il governo a livello nazionale – come la sola strada possibile, senza alternative.
Del 17/09/2014, pag. 6
Lettera del Tg1 alla Vigilanza: il piano
Gubitosi è un suicidio
ROMA — Durissimo scontro tra la redazione del Tg1 e il direttore generale della Rai, Luigi
Gubitosi, sul progetto di accorpamento dell’informazione in due Newsroom. È il secondo
caso importante dopo una sollevazione identica del Tg3, sempre sulle stesse tematiche.
La redazione (che non ha firmato i servizi dell’edizione delle 20 di ieri sera) ha inviato una
lettera aperta alla commissione di Vigilanza Rai (come aveva già fatto il Tg3 il 10
settembre ): «Il piano proposto dal direttore generale è un suicidio industriale assistito.
Senza la prioritaria riforma della governance della Rai, si mortifica il pluralismo, tendendo
verso un’offerta informativa unica (qualcosa che ricorda il “pensiero unico”) tra l’altro
perdente in termini di marketing».
Il testo entra nel merito con estrema decisione: «Il modello della prospettata Testata unica
si rifà all’esperienza dell’unificazione della radiofonia, che ha prodotto un drammatico
fallimento, con il tracollo degli ascolti e la perdita della leadership sul mercato, con un
danno economico e di ruolo del servizio pubblico». Nel documento dei redattori si ricorda
che «il Tg1 rappresenta il brand più forte. Non deve morire perché la storia non si
cancella. La nostra offerta informativa viene premiata dal pubblico, con lo share in
crescita». I redattori del principale Tg Rai invitano la commissione di Vigilanza a un Open
day a Saxa Rubra «per verificare sul campo il modello informativo, per confrontarsi con i
giornalisti del servizio pubblico, per raccogliere idee sulla riforma di sistema della Rai
insieme ai Comitati di redazione e all’Usigrai», il sindacato dei giornalisti del servizio
pubblico. Infine il Tg1 ha sollecitato il direttore generale «che ha parlato di dipendenti tutti
legati alla politica, a fare i nomi, dicendo chi ha sponsorizzato chi, a partire dalle nomine
da lui proposte. A dire chi lo ha indicato alla guida della Rai, e perché. Soprattutto a
scusarsi, perché per lo stesso principio da lui enunciato non avrebbe dovuto accettare
l’incarico». Luigi Gubitosi ha varato un piano di riforma dell’informazione che punta a un
risparmio del 20% nei costi vivi redazionali. Il direttore generale ha previsto la creazione di
due uniche strutture: Newsroom 1, che di fatto accorperà Tg1-Tg2-Rai Parlamento, e
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Newsroom 2, che riunirà Tg3-Rai News-Tgr-Cciss-meteo-Web. La prospettiva ha
provocato la levata di scudi dell’Usigrai e la lettera aperta del Tg3 alla commissione di
Vigilanza, la stessa strada scelta ieri dal Tg1. Così si leggeva nel documento: «Il piano più
che avere un obiettivo economico sembra averne uno politico: gli accorpamenti delle varie
testate, in assenza di una riforma della governance, consegnerebbero alla politica un
potere quasi assoluto sull’informazione del servizio pubblico». E su politica e servizio
pubblico è intervenuto ieri il premier Matteo Renzi che ha annunciato alla Camera «una
riforma della Rai in cui la governance sarà sottratta ai singoli partiti». Il modello di
riferimento è quello della britannica Bbc: la bozza di riforma è attesa entro l’anno.
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CULTURA E SCUOLA
Del 17/09/2014, pag. IV RM
Lezioni senza insegnanti negli istituti della
capitale mancano 591 docenti
A Roma e provincia gli alunni sono 1.911 in più rispetto all’anno scorso
Ma dalla Vaccari alla Regina Margherita ora è emergenza
VIOLA GIANNOLI
POCHI, troppo pochi i docenti nelle scuole elementari di Roma e provincia per garantire le
compresenze nelle classi a tempo pieno e occuparsi in modo adeguato delle esigenze dei
piccoli alunni diversamente abili nell’anno scolastico appena cominciato. È il
coordinamento delle scuole elementari della città a lanciare l’allarme.
Numeri alla mano, tra Roma e provincia, per l’anno scolastico 2014-2015 mancherebbero
all’appello 591 insegnanti a fronte di un aumento delle iscrizioni di 1.911 alunni. Le classi a
tempo pieno sono 5.540 per un totale di 119.247 studenti. In base alla normativa
dovrebbero dunque essere assegnati alle scuole primarie 11.080 docenti. Le classi a
tempo normale sono invece 3.027 per un totale di 60748 alunni, a cui dovrebbero
corrispondere 3.714 maestri. L’organico totale dovrebbe dunque prevedere 14.794
docenti, come calcolato dal Sidi, il Sistema informativo istruzione. Invece, secondo i dati
pubblicati meno di una settimana fa dall’Ufficio scolastico provinciale, sono stati assegnati
14.203 docenti, compresi 42 specialisti di lingua inglese, 152 metodo montessori, 66 di
istruzione per adulti, 12 carcerari, 30 di ruolo speciale, 32 ospedalieri, 3 differenziali. E
cioè ben 591 in meno rispetto a quelli necessari per garantire il modello di tempo pieno a
40 ore con due insegnanti per classe. «Nel mio istituto a tutt’oggi — racconta la dirigente
scolastica della Pistelli Brunella Maiolini — mancano docenti e non sono state completate
le nomine e il calendario delle nuove convocazioni docenti uscirà solo il 18 settembre per
conferire le nomine solo dal 22 settembre, per cui dovremo ancora attendere. Per potere
partire con l’orario completo abbiamo nominato dei supplenti temporanei fino all’arrivo del
docente nominato dall’Ufficio provinciale, ma questo significa ovviamente discontinuità
nelle classi. E lo stesso è accaduto nella scuola dell’infanzia del nostro istituto
comprensivo». In altri grandi plessi, come la Regina Margherita, mancano ancora un
decina di insegnanti. Non solo. Perché ridotto, spiega sempre il Coordinamento delle
scuole elementari di Roma, è anche l’organico degli insegnanti di sostegno con un
rapporto tra insegnanti e docenti di quasi uno a due.
«Mancano ancora diversi ‘supplenti’, ben 4 solo alla scuola Vaccari che è una scuola
speciale con pluridisabili gravi — prosegue la Maiolini — Ma per il sostegno c’è anche da
dire che non solo non sono state terminate le nomine ma comunque i posti assegnati sono
in numero notevolmente ridotto rispetto allo scorso anno, tanto da non potere attribuire il
rapporto 1 a 1 neanche a tutti gli alunni con certificazione di handicap grave le cui
esigenze erano state esaurientemente documentate e rappresentate ». Il neo direttore
dell’Ufficio scolastico regionale Gildo De Angelis ci tiene però a rassicurare tutti: «Non
lesineremo sulle assegnazioni dei maestri di sostegno, è una nostra priorità». Quanto
all’avvio dell’anno sclastico aggiunge: «Partire come quest’anno è un risultato
straordinario, con tutte le immissioni in ruolo che abbiamo avuto e la conclusione tra lunedì
scorso e la prossima settimana delle assegnazioni dei supplenti per la primarie, le medie e
le superiori. Abbiamo concluso in anticipo le operazioni perché non volevamo aspettare
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altre province o regioni ritardarie e aggiusteremo anche le piccole situazioni di difetto
ancora in ballo».
del 17/09/14, pag. 12
Il cinema è ancora un gesto di libertà
Ilaria Brusadelli, Marco Besana
TIRANA
Incontro con Kujtim Çashku.
Reportage. fondatore della Marubi Academy, la scuola di cinema
tografia a Tirana, minacciata dalle stazioni tv. Una scelta di resistenza
nell’Albania di oggi
Per oltre quarant’anni l’Albania è stata un Paese isolato dal mondo. Un Paese che ha
vissuto una quotidiana negazione dei principali diritti umani durante il regime di Enver
Hoxha, ma che anche dopo la caduta della dittatura ha affrontato periodi altrettanto duri,
con una profondissima crisi economica, esodi di massa, anni di anarchia e guerra civile.
Oggi l’Albania è un Paese molto diverso. È un Paese che guarda al mondo da cui è stata
esclusa per anni, e non solo in relazione alla sua recente candidatura all’Unione Europea.
Prima che a livello istituzionale, lo fa a livello culturale e sociale, dimostrando di essere già
inserita in un contesto internazionale di progetti e idee sui diritti umani.
È questo lo spirito dell’International Human Rights Film Festival Albania (IHRFFA),
appuntamento annuale che dal 2006 la Marubi Academy of Film and Multimedia di Tirana
organizza in collaborazione con diverse istituzioni e Ong attive nella difesa dei diritti
dell’uomo. Il Festival ogni anno seleziona i più significativi contributi cinematografici sul
tema, individuando per ogni edizione anche un filo rosso che collega le diverse riflessioni
all’interno di un’unica piattaforma culturale.
Obiettivo dell’IHRFFA — la cui nona edizione si svolgerà dal 22 al 28 settembre prossimi
— non è quindi quello di favorire una riflessione sullo stato della società albanese, ma s di
sensibilizzare l’opinione pubblica utilizzando come strumento le immagini.
«Il Festival non è legato esclusivamente a Tirana o all’Albania» racconta il direttore Kujtim
Çashku, tra i più importanti registi albanesi, fondatore della Marubi Academy of Film and
Multimedia. «Anche se già il luogo dove si svolge, i Kinostudio, gli studi cinematografici del
regime, ha un forte valore simbolico per il nostro Paese. Il luogo-simbolo della propaganda
accoglie ora la Marubi Academy e circa quattrocento film che parlano di libertà e diritti
negati, di questi ne stiamo selezionando 40 per le proiezioni pubbliche». «Il nostro non
vuole essere però un laboratorio albanese, che dimostri come l’Albania stia correndo per
superare i suoi problemi — dice ancora Çashku — Vogliamo mettere in luce la negazione
dei diritti umani in tutto il mondo. L’IHRFFA ha raggiunto una buon livello, e oggi è inserito
a pieno titolo nella world map dei film festival sui diritti».
Un tema questo che da anni caratterizza la professione e la produzione artistica di
Çashku. Le ragioni vanno ricercate negli anni precedenti al 1977, data che segna l’inizio di
una carriera punetggiata da e numerosi premi internazionali, e che lo ha reso oggi una
delle personalità più influenti sul piano culturale in Albania.
«Ho cominciato a lavorare con il regime, erano gli anni difficili del cinema di propaganda,
ma la mia attenzione al tema dei diritti umani, e al loro legame con la cultura, è cominciata
molto prima. Ho raggiunto la consapevolezza di cosa significasse la dittatura e la
negazione della libertà grazie a mia madre. Molte persone vicine a lei sono state arrestate
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o uccise dal regime. Mi madre mi ja anche insegnato l’italiano, così ho potuto leggere i libri
di quei filosofi e di quegli autori diffusi in Albania negli anni Trenta, ma poi censurati
perché ritenuti ‘borghesi’».
«La mia partecipazione al cambiamento è figlia del modo silenzioso in cui mia madre mi
ha insegnato ad aprire gli occhi e della formazione letteraria che mi ha fatto scoprire il
fortissimo legame tra la cultura e la libertà dell’uomo. Vedo questo come un modo di fare
politica, nel senso aristotelico del termine. Un modo di agire sulla società al di fuori dei
partiti, ma connesso a principi più grandi, universali. È anche per questo che sono uno dei
pochi fra coloro che si sono battuti per il rinnovamento del Paese dopo il totalitarismo a
non aver avuto incarichi politici. Ho preferito rimanere un regista, e lavorare sulla cultura e
insieme alle nuove generazioni. Non sono legato a poteri o personalità: amo la città e la
cittadinanza, la gente che dà veramente respiro alla società. Voglio finire la mia vita come
un uomo che ha amato il cinema e il diritto dell’uomo”.
Con questa consapevolezza, Kujtim Çashku è divenuto uno dei fondatori del primo Forum
per il diritto dell’uomo in Albania. «Nel 1990, ho contribuito a questo progetto per fare luce
sulle atrocità del regime, raccogliendo le storie dei prigionieri politici sopravvissuti e
facendo visita alle carceri della dittatura per stilare un censimento delle vittime» racconta
mentre sfoglia un dossier con le fotografie dei torturati e degli aguzzini dell’epoca. «È stato
un modo per rendere concreta la nuova visione della libertà dell’uomo che per anni era
stata oscurata, e per intraprendere un nuovo cammino sulla strada dei diritti umani».
La stessa strada che l’International Human Rights Film Festival Albania vuole seguire
cercando di scardinare quella nuova forma di «dittatura» che — come spiega Çashku — è
passata dal potere del terrore a quello dell’indifferenza e della mancanza di responsabilità.
«Durante il regime per una parola di dissenso potevi essere messo in prigione. Ciò a cui
invece assistiamo oggi è una totale perdita del valore della parola. Ognuno può dire quello
che vuole, ma nulla conta. Assistiamo anche a un abuso della libertà, che è tale solo se
legata alla responsabilità di quello che si dice. E questo non crea vera libertà, ma solo una
sua caricatura, che certamente non genera più esecuzioni, ma una profonda indifferenza.
È anche su questo che vuole lavorare l’IHRFFA: provando a creare una diversa
consapevolezza della realtà, e a offire una visione che vada al di là del potere dei soldi,
della volontà di fare carriera, delle logiche di partito. Muovere le acque perché credere nel
diritto non significa stare fermi, ma continuare a camminare e a sperare».
Ogni anno, dunque, il Festival cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti umani
nel loro insieme, a cominciare da un tema specifico. Spiega il regista: «L’Europa chiede
all’Albania di lavorare sulla corruzione come condizione per entrare nella Comunità
Europea. Io credo però che una riflessione seria sulla corruzione, così come su altri
crimini, non possa limitarsi a uno Stato, a dei confini. L’Europa tutta, come il resto del
mondo, deve concentrarsi sul fenomeno della corruzione come sistema, non come un
problema legato a un singolo Paese. Credo che la corruzione sia un fenomeno sociale
trasversale, legato a un patriarcalismo nascosto che porta intere società a identificare il
‘capo’ con la ‘legge’.
Un verticalismo orwelliano che spinge a essere remissivi con chi ha più potere e
aggressivi con chi ne ha meno. Il nostro Festival vuole proprio affrontare il dibattito sulla
negazione dei Diritti Umani in modo universale. Anche per questo per me è importante
scegliere film europei che raccontino di diritti negati, proprio perché l’Europa è alla ricerca
dei diritti negati fuori dai suoi confini. L’interesse verso l’Albania sta crescendo, ma io non
condivido un approccio locale che dipinge il nostro Paese come una terra esotica da
scoprire o da sviluppare. Voglio che chi partecipa al Festival non esca dalle sale
rafforzando i propri stereotipi, i propri esotismi che producono un solo modo di pensare e
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non danno la possibilità di comprendere quella fusione culturale che va al di là delle
frontiere geografiche e soprattutto mentali».
«A partire da queste esogenze — prosegue Çashku — abbiamo pensato il ’dedication day’
di questa edizione . Dopo la violenza sulle donne, la disabilità, l’ambiente, il tema del 2014
è Digital Revolution, global world divided world. In un sistema di nuove forme di
comunicazione, formazione e informazione, i contributi video indagheranno le violazioni
del diritto legate al nuovo universo digitale. Perché se è vero che il web e il mondo dei
social network hanno enormi potenzialità, è anche vero che esiste una dark side dovuta,
ad esempio, all’assenza di controllo permessa dall’anonimato, a un falso senso di
connessione che indebolisce le vere relazioni».
I film comunque non tratteranno solo di questo, anzi come sottolinea Çashku, la varietà dei
temi è uno dei punti fondanti della rassegna. «In Albania c’è un’energia caotica, senza
direzione: è evidente nel rapporto con la natura, che porta alla distruzione del litorale per
far spazio a una cementificazione selvaggia in nome del profitto. Mancano mancano i
parchi, le foreste e l’assenza della visione del futuro porta a una devastazione pericolosa.
Anche per questo ci saranno film che denunciano i crimini ambientali per fini economici:
l’Albania ha la fortuna di poter conoscere gli errori fatti dagli altri prima di noi. Può così
evitarli, anche attraverso la cultura».
E se ogni anno il Festival mette in scena i diritti umani, l’Accademia stessa è chiamata da
anni a difendere i propri diritti.
Dal febbraio 2009, infatti, sono stati numerosi i tentativi di sottrarre il giardino
dell’Accademia per ampliare l’area a disposizione delle sedi delle televisioni che la
circondano. «Per i politici il cinema non ha una grande importanza. La caduta del regime
ha portato a dei cambiamenti troppo veloci che non hanno lasciato il tempo di riflettere, di
scegliere se ‘conoscere o non conoscere’. Si è preferito declinate il verbo ’ avere’ invece
del verbo ’sapere’. L’Accademia infatti è l’unica realtà che preserva la memoria
cinematografica dei Kinostudio: è come una candela nell’oscurità del potere mediatico che
ha occupato tutta l’area. C’è un grande interesse nel farci chiudere o, almeno, nel sottrarci
lentamente gli spazi. La nostra istituzione è stata violentemente circondata dal filo spinato
e dalla polizia privata che ha trasformato il nostro ambiente culturale e accademico in
quello che poteva apparire come un campo di concentramento. Nonostante questa
condizione di violenza e di isolamento, neanche per un momento abbiamo interrotto le
attività, grazie alla resistenza degli studenti e di numerose personalità che hanno preso le
nostre difese».
Aggiunge Çashku: «Il filo spinato oggi non c’è più e il giardino è a nostra disposizione per
proiezioni open air e performance, ma la minaccia continua a mettere a rischio il futuro del
Festival. È per questo che abbiamo avviato una pratica legale per proteggere il diritto di
celebrare i diritti umani e preservare la dignità dell’ Accademia».
L’International Human Rights Film Festival Albania e la Marubi Academy of Film and
Multimedia di Tirana continuano per ora la loro attività. Nati come esperimenti per donare
nuove forme di cultura all’Albania, sono oggi punti di riferimento a livello internazionale per
le produzioni la cinematografiche incentrata sul diritto dell’uomo. I semi del rinnovamento
sono cresciuti. «Veniamo in questo mondo per lasciare delle cose e non per prenderle.
Ecco perché mi sento ricco: sento di aver creato qualcosa che vale per gli altri. È come
piantare un albero: dopo anni le persone in cerca di ombra si ripareranno sotto le sue
fronde, senza sapere chi lo ha piantato. Quello che conta, che ci rende ricchi, a volte è
semplicemente aver gettato un seme».
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ECONOMIA E LAVORO
del 17/09/14, pag. 2
Jobs act anche per decreto
Massimo Franchi
Ultimatum di Renzi alle camere: approvare entro ottobre la riforma del
lavoro, altrimenti ci pensa il governo. L’art.18 è «apartheid fra lavoratori
di serie A e B». Landini: sarebbe strappo inaccettabile
Il Jobs act per decreto. Compresa la modifica dell’articolo 18, simbolo di «un sistema
iniquo» e dunque «non di sinistra», di un «sistema del diritto del lavoro che va
radicalmente cambiato». Per ora è solo una minaccia che Matteo Renzi agita alla Camera
– non ribadendola invece al Senato, dove parla qualche ora più tardi – ma certifica come il
presidente del Consiglio voglia portare a casa “in tempi brevissimi” la nuova riforma del
lavoro. Dubbi di costituzionalità a parte — tramutare un disegno di legge delega in un
decreto sarebbe una forzatura difficilmente accettabile da Napolitano — il premier mette la
pistola sul tavolo parlamentare.
Alla vigilia della riunione della commissione Lavoro del Senato che dovrà discutere
l’articolo 4 della legge delega – quella che riguarda il contratto a tutele crescenti e, nel
volere della destra della maggioranza anche la riscrittura in maniera restrittiva dello
Statuto dei lavoratori – il premier dedica la parte più sentita del suo discorso alle Camere
sul programma dei mille giorni al capitolo lavoro. L’emergenza disoccupazione per lui va
affrontata subito e vede come fumo negli occhi le divisioni all’interno della sua
maggioranza che potrebbero portare ad un rallentamento dei tempi di approvazione della
delega. La faccia del ministro Giuliano Poletti nel momento in cui Renzi ha proferito la
parola «decreto» era tutto un programma: la sorpresa lascia nel giro di qualche secondo
spazio ad un annuire di capo poco convinto. Difficile pensare che fosse al corrente, anche
perché solo qualche ora prima — e ieri sera in un incontro informale — aveva lavorato ad
un emendamento di compromesso — senza riferimenti all’articolo 18 — per l’approvazione
al Senato e – soprattutto – alla Camera, per poi non dover tornare a palazzo Madama,
allungandone i tempi, fissati «entro fine anno», con 6 mesi per i decreti delegati, di
competenza governativa.
Le parole del premier hanno di fatto ringalluzzito i sostenitori dell’addio all’articolo 18, già
reso monco dalla riforma Fornero (“Non credo che da una nuova riforma dell’articolo 18
possa arrivare una variazione per l’occupazione ma sull’articolo 18 è in corso una nuova
partita ideologica: c’è chi vuole vincere una partita al di là di quello che serve al Paese”, ha
detto ieri l’ex ministro) di due soli anni fa. Lo stesso Maurizio Sacconi (Ncd), relatore del
provvediemento e presidente della commissione Lavoro al Senato, è passato dalle
dichiarazioni concilianti di lunedì — «Un compromesso è a portata di mano» — ad
applaudire le parole del premier — «Ha posizione più avanzata del Pd» — e a chiedergli il
coraggio di «andare avanti sul decreto». Sulla stessa posizione Piero Ichino – autore
dell’emendamento per sostituire il reintegro con un’indennità nel contratto a tutele
crescenti – e tutta Scelta Civica.
Le reazioni sul fronte sinistro però non si fanno attendere. Il più duro è Maurizio Landini
che nel giro di due battute fa crollare la presunta asse col premier: «Sarebbe uno strappo
inaccettabile se si intervenisse con un decreto o se si cancellasse l’articolo 18: il problema
è estenderlo a quelli che non ce l’hanno». Il segretario Fiom va oltre, chiedendo che il
Direttivo Cgil di oggi discuta di «sciopero generale». Contro Renzi anche il “renziano”
Angeletti, Bonanni e tutta Sel. Silente il M5s.
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Nel Pd le acque sono agitate: Area riformista ha subordinato la collaborazione nella nuova
segreteria ad una discussione ad hoc sulla riforma del lavoro, con Renzi disponibilie a
concederla a fine settembre. L’ala sinistra intanto si schiera a difesa dell’articolo 18,
persuasa ancora di spuntarla. Cesare Damiano, colui che come presidente della
commissione Lavoro della Camera — a maggioranza sinistra Pd — potrebbe allungare i
tempi della delega, è convinto che quella del decreto evocato da Renzi sia «una pressione
normale in questi casi: alla fine io credo che il decreto non ci sarà». Allo stesso modo lui –
nonostante la pressante richiesta – non sarà stamattina al Senato quando i senatori Pd
discuteranno il testo dell’emendamento alla delega. L’ipotesi era quella di un’indicazione
generica a rimodulare parti dello Statuto. Poi è arrivato il ricatto di Renzi. Le conseguenze
si capiranno da oggi in poi.
Del 17/09/2014, pag. 5
L’ipotesi di un decreto sull’articolo 18
Accelerazione di Renzi anche sugli ammortizzatori. L’alt della Fiom
ROMA — L’ultima occasione. Matteo Renzi ricorre al concetto dell’emergenza e fissa le
priorità per fare ripartire il Paese. Nel suo duplice intervento di ieri alla Camera e, poi, al
Senato per illustrare il programma dei mille giorni il premier evidenzia le urgenze su
lavoro, giustizia e riforme. «I mille giorni sono l’ultima chance per far ripartire il Paese, non
una dilazione», rivendica il presidente del Consiglio. Più che una minaccia è una scossa
per spingere Camera e Senato a fare presto. Non a caso, il premier si sofferma su una
delle questioni cruciali nella discussione politica di queste ore: la riforma del lavoro e il
superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Renzi prefigura, tra l’altro, che se
l’approvazione del Jobs act dovesse tardare l’esecutivo è pronto a ricorrere a un decreto
legge. Un messaggio diretto, oltre che al Parlamento, pure a Bruxelles per rimarcare
l’intenzione del governo di fare sul serio. In serata Renzi, durante la direzione del Pd, torna
a parlare di lavoro e Jobs act spingendosi oltre. «La riforma non si sintetizza nella
discussione sull’articolo 18 sì o no, che va fatta una volta per tutte, ma — sottolinea il
premier — dovrà avere un primo pacchetto sul sistema ammortizzatori. Se li cambi per
rendere le tutele meno inique ti servono più soldi e per questo farei una direzione (si terrà
alla fine del mese, ndr ) ad hoc che leghi la spending review con il mercato del lavoro».
L’inquilino di Palazzo Chigi, alle prese con il problema irrisolto dell’occupazione,
preannuncia cioè che la riforma degli ammortizzatori (finora inserita nel disegno di legge
delega sul lavoro) avrà un costo di cui tenere conto in sede di elaborazione della legge di
Stabilità. Per alimentare la riforma degli ammortizzatori serviranno, dunque, soldi in più.
Tanto che Renzi pensa di farvi fronte attingendo alla spending review . Un’accelerazione
che rende l’idea dell’urgenza continua di nuove coperture per garantire la tenuta del patto
sociale nel Paese. A questo si aggiunga la sfibrante discussione intorno all’emendamento
all’articolo 4 del ddl lavoro sulla riforma dei contratti. In pratica, la modifica che dovrebbe
introdurre il testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro, con la previsione
del contratto di lavoro a tempo indeterminato a protezione crescente. L’ipotesi è quella su
cui ha lavorato finora Maurizio Sacconi (Ncd), il relatore del disegno di legge. Il cuore del
provvedimento risiede tutto nel superamento delle tutele previste dall’articolo 18
(impossibilità di licenziare senza giusta causa), e nell’introduzione di indennizzi
proporzionali all’anzianità del lavoratore, in caso di licenziamento. Va da sé che una buona
parte del Pd non vuole accettare la rimozione delle garanzie sancite dallo Statuto dei
lavoratori, come ribadito ieri Stefano Fassina, che definisce «Renzi come Monti e la
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destra», ma una riunione di maggioranza fissata per le 8 di questa mattina è destinata a
produrre un accordo su un testo condiviso per la modifica all’articolo 4. L’obiettivo del
governo e del relatore, del resto, è presentare un emendamento che consenta di ottenere
il via libera della commissione Lavoro al Senato, evitando ulteriori slittamenti.
Resta che l’eventuale superamento dell’articolo 18 si scontrerà con un imponente fuoco di
sbarramento. Il leader della Fiom, Maurizio Landini, va giù piatto e dice «In queste ore
riparte la filippica sull’articolo 18. Ci si dice che l’Europa ci chiede questo. Bisogna proprio
dire basta, ci hanno rotto le scatole». Landini ricorda inoltre che oggi il direttivo Cgil si
pronuncerà sullo sciopero generale. Netto è anche il segretario Uil, Luigi Angeletti, che
boccia la modifica annunciata da Renzi. «È inutile in termini di creazione di posti di
lavoro». Una delle poche voci fuori dal coro è quella del direttore generale di
Confindustria, Marcella Panucci, «anche l’articolo 18 deve essere oggetto di una revisione,
non deve essere il punto di partenza della discussione ma il punto di arrivo».
Andrea Ducci
Del 17/09/2014, pag. 4
Maurizio Landini
Il segretario generale della Fiom “Pensare che la libertà di licenziare
aumenti l’occupazione è una fesseria”
“Il blitz del decreto contro l’articolo 18 nasce
dal diktat di Bce e Bruxelles”
PAOLO GRISERI
«Dicono una sonora stupidaggine. Provate a licenziare qualcuno senza motivo in
Germania e vedete come va a finire. Prima devi trovare l’accordo del sindacato e poi
quello di un giudice. Perché qui non si parla di licenziare le persone a causa della crisi.
Quello succede già, come purtroppo abbiamo visto. Qui si tratta di licenziare senza alcun
motivo e cavarsela con una multa».
Lei non crede che la libertà di licenziamento aumenterebbe l’occupazione?
«La maggior parte delle aziende italiane hanno meno di 15 dipendenti, dunque lì non si
applica l’articolo 18. Quelle aziende hanno aumentato l’occupazione in questi anni? Ma
per piacere.. Che cosa credono in Europa? Che gli italiani siano coglioni?».
Lei non crede al progetto del contratto a tutele progressive?
«Io penso che sia una proposta che vale la pena di essere discussa. Ma, appunto, devono
essere tutele. Se io abolisco un diritto, le tutele diventano regressive. Se in fondo a un
periodo di precarietà del contratto c’è l’arbitrio dell’azienda che ti può licenziare senza
motivo, mi devono spiegare dove stanno le tutele progressive ».
Vi arroccate a difesa dell’esistente?
«Assolutamente no. Noi abbiamo proposte. Proponiamo di estendere a tutti la cassa
integrazione facendo pagare anche le imprese sotto i 15 dipendenti. Proponiamo di ridurre
le forme di contratto per evitare la giungla di oggi, di abbassare l’età pensionabile per fare
posto ai giovani, di istituire una forma di reddito minimo legato alla disponibilità al lavoro».
Non crede che difendere l’articolo 18 possa impedire di sbloccare altre riforme che i
sindacati chiedono da tempo?
«La riforma del mercato del lavoro va fatta tenendo conto che si interviene su una materia
frutto di un secolo di lotte, di sacrifici e di conquiste. L’idea che tutto questo possa essere
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fatto semplicemente con un decreto, saltando il confronto con i sindacati mi sembra
lunare».
Non è la prima volta che Renzi scavalca i sindacati...
«Qui però, con il decreto, scavalca anche il Parlamento».
Dica la verità: l’accelerazione sull’articolo 18 fa saltare l’asse Renzi-Landini?
«Non è un problema di assi o non assi, è un problema di coerenze. Comunque Renzi non
può pensare di scambiare gli 80 euro in busta paga con l’abolizione dell’articolo 18 che gli
chiede Draghi. Se questo è il pensiero del Presidente del Consiglio, credo che si sbagli di
grosso e crei le premesse per uno scontro del quale il Paese non ha certo bisogno ».
del 17/09/14, pag. 1/15
Ultimi posti per il “posto fisso”
Piergiovanni Alleva
Lavoro . Per tutti i contratti a termine stipulati prima del «decreto
Poletti» ci sono solo 120 giorni di tempo per ottenere giustizia e lavoro.
Poi non sarà più possibile. Ecco come fare in un piccolo vademecum
Quest’articolo è un po’ diverso dai numerosi altri che nel corso del tempo «il manifesto» ha
gentilmente pubblicato, perché persegue un intento pratico, concretissimo, che sovrasta
ogni riflessione di tipo teorico-critico. L’intento è quello di rendere coscienti e, per così dire,
di «svegliare» le centinaia di migliaia di lavoratori precari del settore privato circa la
possibilità, molto alta, di trasformare, tramite una facile vertenza, il loro rapporto di lavoro a
termine o di lavoro somministrato nel sospirato rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Ma vogliamo avvertirli, d’altra parte, anche della necessità di muoversi e di agire subito.
Ecco come.
Devono muoversi subito, o comunque entro 120 giorni da quando scadrà (o è scaduto) il
loro ultimo contratto a termine o di lavoro somministrato, stipulato prima del cosiddetto
«Decreto Poletti».
Veniamo, dunque, al punto che ci interessa per fornire le dovute spiegazioni: fino alla
Legge 16 maggio 2014 n. 78 (cosiddetto Jobs Act 1 o «Decreto Poletti»), vigeva la regola,
tanto antica quanto civile e logica, che solo una esigenza lavorativa effettivamente
temporanea e ben specificata nel testo dello stesso contratto a termine poteva renderne
legittima la stipula, sicché, in mancanza sostanziale o formale di questa «causale»
temporanea, il contratto si sarebbe trasformato automaticamente a tempo indeterminato.
Lo «stato dell’arte» della nostra Giurisprudenza fino al «Decreto Poletti» può essere
riassunto, ad esempio, nella massima della Cassazione n. 13992/2013 secondo cui «le
ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo a sostegno
dell’apposizione del termine al contratto di lavoro devono essere specificate dal datore di
lavoro in maniera circostanziata e puntuale in modo da consentire il controllo della
connessione tra la durata temporanea della prestazione e l’utilizzazione del lavoratore».
Il fatto è, però, che negli ultimi dieci anni i datori di lavoro hanno assunto con contratto a
termine anche quando la temporaneità dell’esigenza lavorativa non c’era ed invero le
assunzioni a termine sono state ogni anno circa l’80% del totale, mentre le occasioni di
lavoro effettivamente temporanee sono state del 14%. Dunque 5 contratti a termine su 6
sono stati stipulati illegittimamente.
La ragione di questo uso «improprio» è una sola: si stipulava e si stipula il contratto a
termine anche quando l’esigenza produttiva non è temporanea per tenere il lavoratore
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sotto il ricatto di un mancato rinnovo e, della perdita del posto di lavoro, senza neanche
bisogno di licenziamento.
Ma questi datori correvano un notevole rischio: che nei 120 giorni successivi alla scadenza
(come previsto dall’art. 32 della legge 148/2010) il lavoratore impugnasse il contratto a
termine ottenendone la trasformazione a tempo indeterminato ed invero le vertenze sono
state migliaia, quasi sempre vittoriose per il lavoratore.
Il governo Renzi, con il cd. «Decreto Poletti», ha ora legittimato l’illegalità e il ricatto sui
lavoratori sancendo — contro ogni logica — che il contratto a termine si può stipulare
sempre, anche se l’esigenza lavorativa non è temporanea (sono i cosiddetti contratti a
termine «acausali») con l’evidente intento di sostituire man mano i «vecchi» contratti a
termine impugnabili e trasformabili a tempo indeterminato, con i nuovi contratti «acausali»
e perciò non impugnabili.
In questo piano c’è, però, per così dire, una crepa, in quanto i «vecchi» contratti ante —
Decreto Poletti cominciano a scadere ora e scadranno man mano, nei mesi futuri secondo
le scadenze stabilite, e restano, pertanto impugnabili nei 120 giorni successivi.
Ecco perché parliamo di «ultima occasione»: proprio perché sono gli ultimi impugnabili.
Ad esempio, se il vecchio contratto ante — Decreto Poletti è già scaduto il 31 agosto 2014
vi è tempo per impugnarlo entro il dicembre 2014; se scadrà, poniamo il 30 novembre
2014 potrà essere impugnato entro il marzo 2015; se scadrà nell’aprile 2015 potrà essere
impugnato entro l’agosto 2015 e così via.
Ovviamente sarà meglio non ridursi all’ultimo giorno, anche perché per l’impugnazione
basta una lettera raccomandata, e se poi il datore non venisse a patteggiare, conscio del
suo torto, nei 180 giorni successivi si può adire il giudice, come migliaia di lavoratori hanno
già fatto con successo in questi anni.
Ecco, dunque, il messaggio che mandiamo ai tanti lavoratori con contratto di lavoro a
termine o somministrato nel settore privato dell’economia: fate controllare fin d’ora da un
sindacato o da un avvocato la regolarità del vostro contratto precario ante — Decreto
Poletti, e se risulterà, come è molto probabile, irregolare, preparate l’impugnazione da
spedire entro il termine ricordato di 120 giorni dalla cessazione del contratto stesso.
Per voi potrebbe essere questa l’ultima occasione di ottenere un rapporto a tempo
indeterminato ed occorre pertanto vincere ogni ritrosia, ogni pregiudizio e ogni sospetto
verso sindacati, legali e vertenze, perché la posta in gioco è davvero troppo grande: si
tratta di salvaguardare il vostro futuro, battendo in breccia la volontà del governo Renzi (e
della troika) di condannare le nuove generazioni al lavoro «usa e getta».
Un’ultima avvertenza: quanto detto vale per i precari del settore privato mentre per i
precari del pubblico impiego i problemi sono diversi, visto che lì il principio dello
temporaneità dell’esigenza resta per legge, ma la giurisprudenza non consente, per lo più,
la trasformazione a tempo indeterminato, concedendo solo un risarcimento del danno. Ai
precari pubblici dovremo dedicare, quindi un altro specifico intervento sulle colonne de «il
manifesto».
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