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2. Marzo - Iperal

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Il pane, anima del territorio
Territorio e divertimento
Madonna alla Rovinata:
Santuario del Romanticismo
Buon cibo
Casonsei de la bergamasca,
il gusto della tradizione
Salute, benessere e famiglia
Tutti i segreti
di un sorriso smagliante
Anno 1 - Numero 2
marzo 2014
Costo € 1, una copia omaggio per i
possessori di CartAmica
Il pane, anima
del territorio
2
RivistAmica
Ogni fetta è il
racconto di antiche
ricette tramandate da
generazioni e custodite
nel segreto delle case.
Piccolo viaggio attraverso
alcuni tipici prodotti delle
nostre terre
Primo piano
Sulla tavola è il più umile degli alimenti, capace di costituire
un pasto accanto al più semplice companatico e di parlarci, al contempo, di storie antiche e tradizioni tramandate
con amorevole dedizione, di generazione in generazione,
fino ai giorni nostri. Il pane racconta il territorio: ne esistono
infatti innumerevoli varietà che ad ogni assaggio rivelano le
caratteristiche del luogo nel quale viene preparato.
Brianza, Pan Meino e Pan Tramvai
Un tempo mangiare i dolci non era certo una consuetudine: bastava arricchire il pane ed ecco fatta la pietanza
che avrebbe reso felici i bambini. Ha radici brianzole il Pan
Meino (o Pan de mei) il cui nome deriva dal miglio, un cereale molto usato anticamente per produrre il pane. Ma la
ricetta di questo pane dolce, in realtà, non prevede il miglio: è preparato con farina bianca e gialla, zucchero, latte,
burro, uova, lievito e fiori di sambuco. Ha una forma tonda
e un colore bruno: per via dello zucchero lasciato cadere
in superficie prima di infornarlo, al suo esterno appare una
crosticina caramellata.
Altro pane della tradizione brianzola estremamente semplice negli ingredienti, ma dal sapore ricco grazie all’aggiunta
dell’uvetta, è il Pan Tramvai: considerato il “panettone dei
poveri”, è un pane dolce (a base di acqua, farina, zucchero,
uova, burro e lievito) che deve il suo nome al tram a vapore extraurbano inaugurato alla fine dell’Ottocento, che
collegava Milano ai paesi circostanti. I pendolari, insieme
al biglietto per il viaggio, acquistavano questo pane, che a
volte veniva dato al posto del resto. Simbolo della tradizione brianzola, il Pan Tramvai è stato designato per rappresentare il territorio della Brianza all’Expo 2015.
Spongada della Valcamonica
Addentrandoci nelle tradizioni della cucina camuna, troviamo un’altra preparazione che, nonostante sia di sapore dolce, si sposa tradizionalmente con il salame crudo, servita
come antipasto. Si tratta della Spongada, un pane tanto
semplice da costituire ora un dolce per la merenda ora il
saporito compagno del salame casereccio: la più famosa è
quella di Breno (BS), dove per la domenica delle Palme si
svolge la “Fèra de la Spongada”; questo tipo di pane – una
focaccia soffice di farina, uova, burro, zucchero, sale, latte
e lievito – viene infatti preparata soprattutto nel periodo
pasquale. In passato la Spongada camuna era distribuita
agli ammalati e ai poveri in segno di augurio.
Gruppi di famiglie si dedicavano alla preparazione di grandi quantità di impasto dal quale ricavavano le tipiche pagnotte che venivano poi portate dal fornaio o da amici che
disponevano di un forno a legna: questi trattenevano parte
delle Spongade cotte come compenso.
La ricetta per realizzare questi particolari paninetti di circa
150 g ognuno spolverizzati di zucchero al velo, varia da famiglia a famiglia, perché frutto di un sapere trasmesso ogni
volta, di madre in figlia, nel corso dei secoli.
Pane nero, tradizione di Valtellina
La segale è diventata un prodotto tipico della Valtellina grazie
alla sua adattabilità al terreno e alla sua resistenza al clima
rigido. Nonostante la coltivazione di questo cereale di origine
asiatica sia man mano diminuita nelle nostre zone dalla metà
del secolo scorso, il Pan de seghel continua ad essere prodotto importando farina di prima qualità. Privo di qualsiasi tipo
di conservante o colorante, è noto anche come pane nero:
ha la forma di una ciambella del diametro di 15 cm e alta 1,5.
Molto croccante, ha la caratteristica di durare a lungo.
[ segue ]
3
Primo piano
È l’ideale e tradizionale accompagnamento della bresaola, anche se una valida alternativa è costituita dai grissini prodotti
con farina di grano saraceno, altrettanto tipici della zona. Una
variante molto nota è la “Brasciadèla”, una ciambella aromatizzata all’anice nella quale insieme alla farina di segale si usa
il lievito di birra. Questa sorta di ruote con il buco al centro
vengono fatte essiccare, infilate su un bastone, in una stanza
asciutta. La preparazione ricorda quanto fosse raro, fino al
secolo scorso, il consumo del pane fresco. La “Brasciadèla”
è infatti particolarmente dura: si diceva che chi ne mangiava
spesso, avesse denti sani e forti. La preparazione di questo
come degli altri tradizionali prodotti da forno delle nostre valli,
esula dall’abilità ai fornelli, per trasformarsi in un atto di amore
verso un territorio che sa raccontarsi anche attraverso i suoi
prodotti dalla lunga storia.
Torta di pane,
ricetta con gli avanzi
Fragranti bontà da
provare nelle nostre
panetterie
A marzo
selezionati per voi
Ogni pasto può avere un volto nuovo se esaltato con
il pane adatto. Addentratevi nella vasta scelta delle
nostre panetterie: provate le tipologie da gustare nella
loro semplicità, anche senza accompagnamento, e
sperimentate portando in tavola i formati più originali. Per
cominciare, ecco una selezione di alcuni dei nostri prodotti
più apprezzati.
Zoccoletto
La crosta spessa, dorata e croccante contrasta
con l’interno estremamente soffice. Preparato
con semola di grano duro pugliese, mette
d’accordo tutti i palati. Ideale durante il pasto o a
merenda, farcito con salumi o formaggi.
Treccia al burro
La tipica pagnotta della domenica bernese
(detta anche “Zopf”) si ottiene con farina,
acqua, sale, burro fresco, latte e uovo
pastorizzato. Le forme, intrecciate a mano
dai nostri panettieri, hanno la crosta lucida e
bruna dovuta al tuorlo d’uovo spennellato in
superficie. Provatele a colazione con creme
dolci o marmellate.
Un modo per non sprecare il pane raffermo è trasformarlo in un dolce gustoso: quella della torta di pane è
una ricetta della tradizione povera a base di pane secco avanzato (occorrono 300 g della mollica) ammollato per dieci minuti in 400 g di latte. Strizzate il pane e
mescolatelo a 100 g di zucchero, la buccia grattugiata
di un limone, un uovo, 100 g di burro ammorbidito.
Aggiungete 1 cucchiaio del liquore che avete in casa
(è facoltativo), 100 g di uvetta precedentemente ammollata, 2 cucchiai di pinoli e infine 100 g di farina
setacciata. Mescolate il composto finché non diventa
omogeneo, poi trasferite su una tortiera imburrata e
cosparsa di pangrattato e infornate per un’ora a 180
gradi. Si conserva, coperta, fino a tre giorni a temperatura ambiente.
4
RivistAmica
Pane bruco
Già suddiviso in porzioni grazie alla forma
originale, lavorato a mano, appare come una
serie di piccole pagnotte. Prodotto con una
miscela di farine (fra cui grano duro e grano tenero, orzo, avena), è un’esplosione di
sapore che incontra il gusto di chi ama i cibi
salutari per il suo apporto di proteine, potassio e vitamina B.
Prokorn
Un pane multicereali, ricco di fibre alimentari,
minerali, calcio, fosforo e magnesio, con un
basso contenuto di sodio. Dall’aspetto scuro e
con una granella di grano saraceno in superficie,
è sano e sfizioso. Provatelo nell’invitante formato
monoporzione: uno tira l’altro. È la risposta ideale
alla crescente richiesta di un’alimentazione sana
ed equilibrata.
Indice
primo piano
Il pane, anima del territorio
2
TERRITORIO e DIVERTIMENTO
Madonna alla Rovinata: Santuario del Romanticismo
6
12 Bormio, natura incontaminata e una storia gloriosa
14 Intervista Ausilio Priuli, presidente dell’Archeopark di Darfo
16 Gli eventi più belli: Seregno, doppia festa per San Giuseppe
18 Dublino ti aspetta per un weekend di festa
6
BUON CIBO
20 Casonsei de la bergamasca, il gusto della tradizione
24 Il buongiorno? Si vede dalla colazione
26 Nasce a Erba la dolce ricetta del Masigott
LE BUONE RICETTE DI IPERAL
32 Polpette d’orzo, una vera delizia
34 Vellutata verde, tutta da gustare
35 Lasagne con broccoletti
36 Calamari ripieni ai profumi
38 Torta al cocco e yogurt
20
IN EVIDENZA
40 Dalla Latteria di Chiuro, la bontà del “Byogurt”
PRIMIA
42 Crostini e bruschette Primia, gusto e praticità
50
SALUTE, BENESSERE e FAMIGLIA
44 Tutti i segreti di un sorriso smagliante
50 Bambini e animali domestici, guida alla convivenza
AMBIENTE E COLLETTIVITÀ
54 Inizia la primavera: prepariamoci a coltivare l’orto!
CARTAMICA
58 Novità CartAmica
IPERAL INFORMA
59 Sorprenditi con Primia
62 Sempre in contatto con noi
64 Una montagna di libri
66
Lo sapevate che...
54
Scarica la versione
digitale di RivistAmica
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smartphone e tablet
5
Foto: La facciata del Santuario
Madonna alla
Rovinata:
Santuario del
Romanticismo
6
RivistAmica
A Lecco, nel 1849 ai
piedi del Resegone,
una frana si abbatté
su una cappelletta, che
rimase miracolosamente
in piedi: nacque così
questo suggestivo
esempio di architettura
ottocentesca immersa
nella natura
Territorio e divertimento
È uno dei luoghi dello spirito più amati dai fedeli lecchesi.
Sorge alle pendici del Resegone, a 616 metri d’altitudine,
circondato dai boschi: è il Santuario dell’Addolorata, meglio
conosciuto come la Madonna alla Rovinata, dal nome della
località in cui sorge. Già la posizione del Santuario ha un
qualcosa di mistico: vi si accede da un ripido sentiero in
acciottolato, appena fuori dal quartiere di Germanedo, lungo il quale sorgono le prime tredici cappelle della Via Crucis. Una volta giunti in cima, dopo 20-25 minuti di cammino,
lo spettacolo ripaga però il piccolo sforzo. I prati, i boschi,
le montagne, la vista del lago. La bella e semplice chiesa
neoclassica. Tutto contribuisce al nutrimento dello spirito,
rincuorato dall’armonia con la quale, da quassù, l’opera
dell’uomo si incontra con le bellezze naturali, rese celebri
dalle pagine del Manzoni. Ed è proprio ai tempi del Manzoni
che occorre tornare per scoprire le origini e i segreti del
Santuario.
La frana
Siamo nel 1849. Non si è ancora spenta la grande insurrezione lombarda contro gli Austriaci, che aveva condotto alla
Prima Guerra di Indipendenza. Alla Rovinata sorge solamen-
Foto: Uno degli affreschi originali
te una cappelletta dedicata alla Madonna Addolorata, una
delle tante testimonianze di fede erette dalla gente del luogo
lungo i sentieri che si snodano tra boschi, pascoli e campi.
«La cappelletta – spiega Marco Bernasconi, volontario della
parrocchia di Germanedo e appassionato di storia locale –
venne costruita probabilmente nel XVII secolo, come lascia
pensare il soggetto del dipinto in essa contenuto: una Pietà
con i Santi Francesco e Carlo. Dopo la canonizzazione di
San Carlo Borromeo, all’inizio del ‘600, in tutta la Lombardia
vi fu infatti un fiorire di chiese, cappelle ed edicole dedicate
al santo milanese».
A causa delle abbondanti piogge di quell’anno, una frana si
stacca dal Resegone, travolgendo tutto: case, alberi, coltivazioni. La cappelletta, invece, inspiegabilmente resiste all’urto
della frana.
La costruzione
La gente del posto giudicò quell’evento come miracoloso, e
iniziò a venerare la cappelletta con preghiere e pellegrinaggi. Il parroco don Andrea Magni, di fronte a tanto entusiasmo
e alle grazie concesse per intercessione dell’Addolorata, decise di erigere una chiesetta vicino alla cappelletta miracolosa. I lavori iniziarono immediatamente. Ogni giorno di festa
uomini e donne, giovani e meno giovani, da Germanedo salivano alla Rovinata trasportando legno, cemento, sabbia e
ogni altro materiale necessario per la costruzione.
Foto: Sullo sfondo la città di Lecco
A guidare i lavori c’erano i muratori di Germanedo. Del progetto, invece, non è rimasta traccia: tuttavia, lo stile neoclassico richiama i numerosi oratori del territorio, disegnati
dall’architetto lecchese Giuseppe Bovara.
[ segue ]
7
Territorio e divertimento
Se non del Bovara, il Santuario alla Rovinata potrebbe essere opera di Cosmo Pini, Francesco Provasi, Adriano Gazzari o Felice Pizzagalli, che lavorarono in quel periodo nella
parrocchia di Germanedo. Nel 1855 a Germanedo scoppiò
il colera. L’epidemia, però, non scoraggiò muratori e volontari, che nel 1859 terminarono i lavori. Il 16 agosto 1859,
alla presenza di otto sacerdoti e di tutta la popolazione, don
Magni benedisse la nuova chiesa, che venne dedicata anche
alle vittime del colera. Si fece una grande festa e i confratelli
portarono in processione il quadro della Madonna Addolorata. I muri della cappelletta vennero coperti di ex voto per
grazia ricevuta, ben presto spostati all’interno della chiesa
per preservarli dall’umidità.
La chiesa
Dall’esterno, la chiesa presenta un aspetto semplice: la pianta rettangolare, la facciata dominata dalla grande finestra semicircolare e le ultime due cappelle della Via Crucis che la
circondano, sono tipiche dello stile architettonico religioso
ottocentesco. All’interno, la chiesa è composta da una singola navata. Dietro l’altare spicca il quadro dell’Addolorata
trafitta da sette spade, donato al momento dell’inaugurazione da Paolo Serponti, marchese di Mirasole.
L’autore è sconosciuto, ma la vivacità dei colori e lo sfondo
tempestoso avvicinano questa Madonna ai canoni tipici del
Romanticismo lombardo: un periodo storico-artistico spesso
sottovalutato ma capace di esprimere artisti del calibro di
Francesco Hayez, a cui anche questa Madonna Addolorata
sembra in qualche modo debitrice. Poco più in basso, un
pregevole tabernacolo con apertura in rame dorato (risalente all’inizio dell’Ottocento e proveniente, forse, dalla chiesa
parrocchiale di Germanedo) custodisce la Reliquia della Madonna. L’altare a muro è stato parzialmente modificato durante l’ultimo restauro, per dare più spazio al nuovo moderno altare, sorretto simbolicamente da una pietra morenica locale.
Le cappelle
Le prime tredici cappelle della Via Crucis che si incontrano
lungo il sentiero risalgono agli inizi del Novecento e furono
realizzate per volere dello storico coadiutore don Fiorenzo
Biffi. Dedicate originariamente ai misteri del Rosario, contenevano affreschi del pittore valsassinese Luigi Tagliaferri, poi
sostituiti negli anni ’50 da altorilievi in terracotta e infine, nel
1993, da bassorilievi in bronzo, opere di Fulvio Simoncini.
Le ultime due cappelle, quelle che circondano la facciata,
hanno invece una storia diversa. Quella di sinistra, in particolare, corrisponde all’originaria cappelletta miracolosa della
Madonna Addolorata, risalente al XVII secolo.
Un tempo conteneva il dipinto della Pietà con i Santi Francesco e Carlo, sopravvissuto alla frana e quindi considerato
miracoloso. Il dipinto, come abbiamo visto, risaliva probabilmente al XVII secolo. L’originale è andato perduto, ma all’interno della chiesa, sulla sinistra, si può comunque ammirare
una copia degli anni ’60.
[ segue ]
8
RivistAmica
Foto: Una delle 13 cappelle del Santuario
Territorio e divertimento
L’apertura
Il Santuario è aperto a fedeli e visitatori tutti i giovedì pomeriggio, grazie alla presenza dei volontari
della locale associazione degli Alpini. Il primo sabato di ogni mese, inoltre, alle 6,45 del mattino da
Germanedo parte un pellegrinaggio. Anche durante
la Quaresima la chiesa è assai frequentata, con la
celebrazione della Via Crucis. L’appuntamento più
noto, tuttavia, è la festa che si celebra tutti gli anni
alla terza domenica di settembre, preceduta da un
triduo di preghiere.
Pesce di lago
in salsa verde
Non lontano dal Santuario, le bellezze naturali del Resegone e del Lago di Como si possono ammirare anche
salendo in funivia fino ai 1300 metri dei Piani d’Erna. Ricavata da un impianto sciistico dismesso e inaugurata nel
2008, la funivia parte dalla località di Versasio, facilmente
raggiungibile sia in auto, sia con i mezzi pubblici (autobus
5 dal centro di Lecco). Germanedo e la Madonna alla
Rovinata distano soltanto 4 km. In soli 5 minuti, la funivia
– aperta tutto l’anno – permette di raggiungere i Piani
d’Erna, uno splendido balcone su Lecco e sul Lago di
Como dal quale si possono effettuare suggestive escursioni. Da segnalare, in particolare, il Sentiero Natura (durata 3 ore), un percorso tra i boschi intervallato da pannelli che illustrano la fauna, la flora e la natura geologica
della montagna. Da provare anche l’escursione ai Piani
di Artavaggio (3 ore) e, per i più allenati, il periplo del Resegone (una giornata). Oltre ai sentieri, sui Piani d’Erna
si possono trovare anche rifugi e punti di ristoro come lo
storico rifugio Marchett, il ristorante Capanno o la trattoria
Milani. È attivo inoltre un parco avventura con percorsi
sugli alberi, ponti tibetani e arrampicate per il divertimento
dei più piccoli e non solo. In inverno, slittino ed escursioni
con le ciaspole.
O
GL
*V
OC
O N SI
IN
Escursione
ai Piani d’Erna
Lugana DOC Bottarelli cl75
I AT
Se la vista del lago vi fa venire voglia di pesce, allora questa ricetta tipica lecchese, a base di pesce
lacustre, è quella che fa per voi. È il pesce in salsa
verde: prendete due agoni o lavarelli, due salmerini e
due trote a filetti. Infarinateli bene e passatevi sopra
dell’olio d’oliva. Preparate poi la salsa verde, usando
un mazzetto di prezzemolo, mollica di pane inzuppata
nell’aceto, capperi, un’acciuga, uno spicchio d’aglio e
un rosso d’uovo sodo. Montate il tutto usando abbondante olio d’oliva. Prendete i pesci e cuoceteli in una
padella con dell’olio d’oliva. Una volta cotti, versatevi
sopra la salsa verde e serviteli in tavola.
Foto: Veduta di Lecco dai Piani d’Erna
9
Formaggi Carozzi Valsassina
Bontà di sempre,
qualità di oggi.
Rispettando territorio e tradizione, da 50 anni Carozzi crea
formaggi legati alla Valsassina e apprezzati in tutto il mondo.
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Bormio, natura
incontaminata e
una storia gloriosa
Un gioiello nel cuore della Valtellina, che sorge in un’ampia vallata immersa nel Parco Nazionale dello Stelvio. Bormio è la meta ideale per chi vuole passare qualche giorno
di vacanza in assoluto relax tra natura, sport e benessere.
Grazie alla storia millenaria che la contraddistingue, la laboriosità dei suoi abitanti e la posizione geografica felice
– è a circa 60 chilometri da Sondrio ed è da sempre un
nodo strategico nelle comunicazioni transalpine – presenta un’offerta turistica variegata, dalle storiche piste sciistiche e gli impianti di alto livello, alle sorgenti di acque
termali note in tutta Europa.
Le ricche fonti termali
Con tutta probabilità, l’origine del nome Bormio (“Burmi”
12
RivistAmica
Circondata dal Parco
dello Stelvio, immersa
in una conca baciata
dal sole e rinomata per
le benefiche sorgenti
termali, Bormio
conserva intatto il
fascino di una città
dalla storia millenaria
in dialetto valtellinese) deriva proprio dalla ricchezza benefica delle acque termali, conosciute sin dai tempi degli
antichi romani e diventate poi meta di villeggiatura delle
famiglie dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea.
Dal tedesco warm, “caldo”, deriverebbe l’etimologia di
Bormio, ma si fa anche riferimento alle divinità galliche
“Borvo” o “Bormo” a cui erano dedicate allora le numerose località termali. La storia delle Terme di Bormio inizia
ufficialmente nel 1913 quando un comitato cittadino decise di convogliare le acque che circondavano il territorio
in un’unica fonte chiamata Cinglaccia. Con il tempo, la
città si è dotata di ben tre centri benessere di altissima
qualità: le Terme Bormiesi, nel centro della città, i Bagni
Territorio e divertimento
Nuovi a circa 3 km da Bormio nel Parco dello Stelvio e i
Bagni Vecchi, vera e propria perla dei centri benessere
delle Alpi.
A passeggio nella storia
Se Bormio e il suo territorio circostante sono noti come
“Magnifica Terra” per lo straordinario patrimonio naturalistico, il centro storico non è certo da meno. Punto di
partenza ideale per scoprire la città è la Piazza del Kuerc
(o Piazza Cavour) – cuore del più antico insediamento ur-
Bagni Vecchi,
l’acqua che rigenera
Il rispetto della cultura e della filosofia delle terme romane
come luogo di benessere, piacere e svago, è la ragion d’essere dei Bagni Vecchi, il centro termale più antico e caratteristico di Bormio. Tra saune, bagni turchi, grotte e idromassaggi naturali, l’architettura di questi Bagni si snoda nella
roccia in un vero e proprio labirinto, con ambienti scavati nel
cuore della montagna. La pace dei sensi che si raggiunge
nella grande piscina esterna panoramica è impagabile: immersi nell’acqua, godetevi la vista mozzafiato sull’intera vallata. La struttura è aperta tutto l’anno dalle 10 alle 20, l’ingresso si può anche prenotare sul sito www.bagnidibormio.it.
Foto: Piazza del Kuerc
bano di Bormio, il Combo – dove si possono ammirare la
colleggiata dei Santi Gervasio e Protasio e la Torre delle
Ore. Tra imponenti palazzi della nobiltà bormina, portali
scolpiti, loggiati e incantevoli angoli rimasti come un tempo, Bormio mantiene intatti i segni di un passato in cui
illustri casati si sono contesi il potere economico e commerciale di questa strategica città alpina. In ognuna delle
cinque contrade in cui è suddivisa, si può ancora ammirare un vastissimo patrimonio artistico, frutto di una storia
secolare, che affonda le sue radici addirittura nell’età del
bronzo, con la colonizzazione da parte del popolo dei Reti.
Sciare tutto l’anno
Se quello che cercate a Bormio sono sport e divertimento, gli oltre 80 km di piste sono quello che fa per voi.
Immerse in uno scenario naturale suggestivo, sono servite da impianti di risalita all’avanguardia e impreziosite
da snowpark, piste da fondo e discese per principianti.
Da maggio a novembre, l’apertura degli impianti sul vicino
ghiacciaio dello Stelvio permette di non rinunciare agli sci
neanche con l’arrivo della bella stagione.
Qui le discese mozzafiato che fanno di Bormio un circuito
unico al mondo, sono garantite. Il Passo dello Stelvio, inoltre, è anche sinonimo di grande ciclismo lungo i tornanti
della strada voluta dall’Imperatore Francesco II d’Austria,
di escursioni nella natura incontaminata e di percorsi e siti
di importanza storica.
Cantine del Braulio
tra segreti e storia
Per scoprire la Bormio più operosa e segreta, non perdete
la visita alle Cantine del Braulio, sotto la centralissima via
Roma. Qui, in botti di rovere, invecchia per due anni l’amaro
simbolo della Valtellina, nato nel 1875 dalle alchimie del farmacista bormino Francesco Peloni. Dal Monte Braulio, nel
cuore del Parco dello Stelvio, prende il nome e il particolare
bouquet aromatico: da lì provengono le erbe, le bacche, i
fiori e le radici di cui si compone l’antica ricetta dell’amaro che si tramanda da generazioni, con tanto di ingrediente
segreto.
13
Territorio e divertimento
Intervista
Ausilio Priuli
Archeopark di Darfo
Boario Terme,
un museo da vivere
Punto di partenza per la fruizione del patrimonio culturale della
Valcamonica, l’Archeopark di Darfo Boario Terme è il primo
museo interattivo all’aperto creato per poter scoprire e rivivere
il passato dell’uomo preistorico. Aperto dal 1 marzo al 30 novembre, è stato ideato e realizzato da Ausilio Priuli.
Come è nata l’idea di Archeopark?
Dalla necessità di tradurre i dati archeologici e scientifici in
termini didattici più accattivanti e facilmente accessibili. Siamo in Valcamonica, la valle dei segni preistorici, il primo sito
Unesco in Italia: abbiamo un tesoro inestimabile da tutelare e
tramandare e come archeologo e studioso mi sono sempre
posto il problema della fruibilità.
E il risultato è un grande museo interattivo per calarsi nella vita dell’uomo preistorico...
Esatto: la peculiarità dell’Archeopark è proprio nella possibilità
di immedesimazione dei visitatori in quella che era la vita nella
preistoria. Villaggi, insediamenti e capanne, con tanto di arredi
originali, sono ricostruiti perché siano vivibili dalle scolaresche
e dai numerosissimi turisti provenienti dalla Svizzera, dall’Austria e dal Nord Europa che vengono a trovarci. Ogni anno,
con le famiglie che vogliono partecipare, ci attrezziamo per
passare le notti nelle capanne all’interno del Parco.
E i visitatori come rispondono?
Sono entusiasti e questo, per me, è motivo di grande orgoglio.
L’Archeopark è stato il primo in assoluto in Europa a dotarsi di
laboratori didattici: qui i visitatori possono provare a fondere e
a lavorare i metalli e la pietra, a costruire un arco, a macinare il
grano. Per coinvolgerli ancora di più, ogni anno organizziamo
un vero e proprio campionato europeo di tiro con l’arco preistorico, un appuntamento davvero molto atteso.
La novità di quest’anno?
Dal 1 marzo proveremo la semina sperimentale dei campi con
miglio, orzo e lino. E poi coinvolgeremo i visitatori nella raccolta, nella sfibratura e infine nella tessitura del lino coltivato.
14
RivistAmica
Ausilio Priuli
Nato il 6 maggio del 1951
a Capo di Ponte, in provincia di Brescia, è un archeologo, ideatore e presidente
dell’Archeopark di Darfo
Boario Terme, aperto nel
1999.
Luogo preferito
Immersa nella natura e ricca di storia, Capo di Ponte merita una visita. Dalle montagne magiche di Pizzo Badile
Camuno e della Concarena, al Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri fino alle chiese romaniche di San Siro e del
Monastero di San Salvatore, rappresenta al meglio la vera
bellezza del territorio.
Piatto “scelto“
Uno dei piatti tipici della Valcamonica che più amo mangiare e cucinare sono i malfatti al peruch, degli gnocchi
di spinacio selvatico di montagna, conditi con grana grattugiato e salvia. Da buon conoscitore della botanica, mi
piace raccogliere da me le erbe selvatiche per prepararli.
Gli eventi
più belli
Seregno,
doppia festa
per San Giuseppe
Tutto pronto a Seregno per la Festa di San Giuseppe, patrono della locale basilica. Come ogni anno, domenica 16 marzo
piazza Libertà e piazza Concordia verranno animate dalle bancarelle della fiera Creart, dove un’ottantina di artigiani metteranno in vendita i loro prodotti: pitture, sculture, lavori a maglia,
creazioni in legno, ceramica, cuoio, carta e vetro; spazio anche
per bigiotteria, candele e bambole. Ci sarà poi un intenso programma religioso, non solo con la messa del 16 marzo, ma
16
RivistAmica
Il 16 marzo gli artigiani
locali animeranno le
piazze della cittadina
con stand di monili
e oggettistica. Poi, il
23 marzo, toccherà a
Desio con gli antichi
mestieri e le specialità
gastronomiche
anche con il tradizionale pellegrinaggio che, quest’anno, condurrà il 17 marzo i fedeli al santuario della Madonna di San
Luca, a Bologna. Il culto di San Giuseppe, in Brianza, conobbe
un periodo di fervore in special modo tra il ‘600 e il ‘700. A Seregno, in particolare, la costruzione della chiesa risale al 17691781. In quegli anni venne decisa la costruzione di un’unica
chiesa e, contestualmente, la demolizione dei due precedenti
edifici di culto, a causa della rivalità e degli accesi scontri tra
Territorio e divertimento
i parrocchiani delle due “sponde” di Seregno, Sant’Ambrogio
e San Vittore. Il nuovo edificio doveva simboleggiare l’unione
e la pace: da qui il nome di Piazza della Concordia e la dedica a San Giuseppe, santo particolarmente venerato nel XVIII
secolo. Già da qualche anno, e precisamente dal 1708, Desio
festeggiava il “suo” San Giuseppe. E anche quest’anno, il 23
marzo, in via Resegone (proprio al confine con il comune di Seregno) avrà luogo la tradizionale fiera. Si potranno acquistare
prodotti tipici locali come salami, formaggi, miele e marmellate,
ma anche ammirare gli strumenti agricoli e artigianali di una volta, messi in mostra da alcuni appassionati come Luigi Valenti,
coltivatore diretto e presidente degli organizzatori della sagra.
Lo stand gastronomico è attivo fin dalla serata di sabato 22.
Piatto forte: lo stracotto d’asino, cucinato secondo la gustosa
ricetta locale.
Dove, come, quando
La fiera Creart si svolgerà il 16 marzo, dalle 9 alle 18, in
piazza della Concordia e in piazza della Libertà a Seregno, nei pressi della basilica di San Giuseppe. A Desio,
invece, la fiera del 23 marzo si svolgerà in via Resegone,
coinvolgendo anche via San Giuseppe nel comune di
Seregno, nei pressi della chiesa di San Giuseppe Pellegrino. La chiesa fa parte del complesso della seicentesca
Villa Buttafava, che apparteneva al conte di origini genovesi Giovanni Antonio Ferrario, “inventore” della Festa di
San Giuseppe a Desio.
L’agenda degli eventi da non dimenticare
Da giovedì 6 a sabato 8 marzo 2014,
Festa dell’Ospite e Carnevale – Aprica (SO)
Si rinnova il tradizionale appuntamento con la “Festa par i
Sciori”, come venivano chiamati un tempo i turisti. L’appuntamento è in via Tonale alle 20,30: in contrada di San Pietro
andranno in scena i mestieri di una volta, con assaggi di prodotti tipici. Imperdibile, in particolare, il panvì, fette di pane di
segale fritte nel burro, bagnate nel vino rosso e ricoperte di
zucchero. L’8 marzo, invece, appuntamento alle 15,30 presso
il Centro direzionale per la sfilata di Carnevale. Seguirà, alle
19, la fiaccolata sulla neve in località Campetti e la distribuzione di chiacchiere e vin brulé.
Domenica 9 marzo 2014,
Randolario – Lecco
Una corsa in bici di 215 km, tutta intorno al Lago di Como: è
la Randolario, giunta quest’anno alla settima edizione. Appuntamento alle 6,30 a Lecco, presso l’oratorio di Maggianico, in
via Zelioli 13. La partenza è fissata tra le 8.00 e le 9.00.
I ciclisti risaliranno il ramo di Lecco fino a Bellagio, da qui
scenderanno a Como per poi salire nuovamente via Schignano e Lenno. Una volta giunti a Colico, si scende a Bellano e si
torna a Lecco dopo aver attraversato il Colle di Balisio.
Tutti i dettagli su www.formaggilandia2.com.
Sabato 15 marzo 2014,
Festa del Papà – Oggiono (LC)
Anche quest’anno l’oratorio di Oggiono organizzerà, per la festa del papà, un torneo di calcio a cinque in cui si sfideranno i
bambini del paese divisi per anno di nascita. Dopo ogni partita seguirà un’altrettanto accesa sfida fra i papà. Gli incontri si
disputeranno presso la palestra dell’oratorio e dureranno 20
minuti ciascuno, ridotti a 15 per gli adulti. Lo scorso anno, ad
esempio, i bambini del 2003 hanno sfidato quelli del 2004, e
così hanno fatto i genitori. Le bambine e le mamme, invece, si
sono scatenate sugli spalti con tifo e mosse da cheerleader
(www. oratoriodioggiono.it).
Giovedì 20 marzo 2014,
Trofeo delle Contrade – Livigno (SO)
Alle 20 scatterà l’attesissima 34esima edizione del trofeo,
in cui le contrade di Livigno si sfideranno in una gara di sci
nordico per le vie del paese. Gli atleti indosseranno le tenute sportive di un secolo fa, in una singolare combinazione di
folclore e agonismo. Il percorso è lungo 900 metri: a sfidarsi
saranno le otto contrade di Forcola, Teola, Saroch, Plan da
Sora, Centro, Ostaria, Comunin Pemont e Trepal.
Per maggiori informazioni: [email protected]
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Dublino ti aspetta
per un weekend
di festa
I mattoni rossi delle case coloniali del centro e la pietra bianca dei grandi monumenti: Dublino esiste da quasi
duemila anni, ma è stata costruita realmente durante il
XVIII secolo in epoca georgiana. Ed è questa l’impronta
architettonica visibile ancora oggi, dalla Cattedrale di San
Patrizio all’Università. Per farsi coinvolgere dall’allegria
dei suoi abitanti – mezzo milione di persone che parlano inglese e gaelico, la lingua ufficiale – basta anche un
week-end. Ideale il viaggio durante la festa del patrono,
quando Dublino si tinge di verde e diventa ancora più festante di quanto non lo sia già abitualmente.
Un dedalo di vie
Perdetevi fra le strade di questa città attraversata dal fiu-
18
RivistAmica
Il 17 marzo è il
giorno ideale
per assaporare
l’atmosfera
della capitale
irlandese, cuore del
divertimento a suon
di musica, sfilate e
pinte di birra
me Liffey con il suo colore verdastro le cui due sponde
sono collegate dal ponte noto come Ha’penny Bridge
(mezzo penny era l’entità del pedaggio, poi abolito). A
ridosso del corso d’acqua c’è Henrietta Street, uno dei
simboli della Dublino georgiana. Nel centro, camminando per Castel Street, davanti alla City Hall (il comune),
si possono trovare le tante trattorie italiane che spopolano in Irlanda. Noi vi consigliamo però di provare il tipico
stufato di carne d’agnello (irish stew): la carne è cotta a
fuoco lento, di solito insieme a cipolla, patate, rosmarino e
timo. Concedetevi una piacevole serata nei numerosissimi
pub sparsi per la città, come quelli nel mitico Temple Bar,
centro artistico e cuore culturale della città.
Territorio e divertimento
Shopping e Guinness
A nord c’è la zona più verace della capitale, con le commerciali Talbot Street e Henry Street. Se invece siete interessati alle boutique di lusso, a sud del fiume vi aspetta
Grafton Street, che fra l’altro ospita il famoso Trinity College, l’università locale, che può vantare tra i suoi “dottori”
personaggi del calibro di Samuel Beckett e Oscar Wilde e
conserva nella sua old library lo splendido “Book of Kells”,
uno dei più antichi (800 d.C.) manoscritti miniati esistenti
al mondo.
Per le strade di Dublino l’aroma dominante è ancora quello dell’orzo tostato che compone la stout più famosa del
mondo, a cui nessun irlandese potrebbe mai rinunciare:
la Guinness. A Dublino il museo più famoso è proprio il
Guinness Storehouse, dedicato alla scura amarognola.
Prodotta con acqua, orzo maltato, luppolo e lievito, ha
una spuma bianca densa e poco gas, grazie alla spillatura in carboazoto e non in anidride carbonica: un vanto
nazionale esportato in tutto il mondo. Da visitare anche la
Kilmainham Gaol, prigione che ha ospitato alcuni tra i più
grandi artisti irlandesi, e il Phoenix Park, spazio pubblico
di otre 700 ettari di verde. Passeggiate piacevolemtente
tra i prati e i viali alberati: si tratta di uno dei maggiori
parchi recintati d’Europa, dove si può praticare qualsiasi
sport ed incontrare senza difficoltà piccoli gruppi di daini.
San Patrick’s Day
Tra l’11 e il 17 marzo tutti gli irlandesi si vestono di verde e
scendono nei pub a festeggiare: si chiama “craig” in gaelico, ovvero “divertirsi con buoni amici”. Nella parata tipica
della festa gli irlandesi portano la simbolica singola foglia
di trifoglio (Vedi il box dedicato) e la tradizionale croce
verde, in una suggestiva sfilata. Spettacoli di strada, giochi per le famiglie ed installazioni artistiche completano la
celebrazione: nei giorni della grande festa, la città è colorata da giovani che recitano in gaelico irlandese, mentre
ai turisti non resta che lasciarsi trasportare dall’atmosfera.
Trifoglio e leggende
simbolo d’Irlanda
Non potete tornare a casa senza un souvenir con lo
shamrock (il trifoglio): è questo uno dei simboli più noti
dell’Irlanda. Secondo la leggenda è legato al santo patrono dell’isola sin dal 1669, anno al quale risale una moneta
che raffigura San Patrizio nell’atto di innalzare il trifoglio. Altri
documenti del 1776 ritraggono il santo che cammina con
una croce verde e la foglia del trifoglio: tradizioni tramandate
oralmente raccontano inoltre che San Patrizio usò proprio
questa foglia per divulgare la dottrina della Trinità.
Come arrivare
con un comodo volo
L’Irlanda è dietro casa, basta prendere il mezzo giusto. L’aeroporto di Dublino ospita ogni anno 21 milioni di passeggeri
ed è ben collegato al centro della città, dalla quale dista appena 10 chilometri. Soprattutto, grazie all’irlandese compagnia low cost Ryanair, trovare voli per Dublino partendo da
Orio al Serio è facile e conveniente. Da Malpensa invece si
può volare con la Aer Lingus, una compagnia irlandese che
collega anche l’aeroporto di Dublino con Linate.
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Il gusto vero
del territorio
Casonsei de la
bergamasca,
il gusto
della tradizione
20
RivistAmica
Un piatto dalle
origini contadine
che ha conquistato
anche le tavole dei
nobili. Il segreto?
Gustosi ingredienti
di prima qualità. Ve
ne sveliamo, passo
passo, l’inimitabile
ricetta. E, per i più
golosi, c’è una dolce
variante
Buon cibo
La ricetta
tradizionale
Per 1 kg di pasta: 800 g di farina 00, 200 g di semola di
grano duro e 3 uova. Per il ripieno: 250 g di pane secco
grattugiato o ammorbidito nel latte, 2 uova, 150 g di Grana Padano grattugiato, 300 g di macinato base per il salame, 200 g di carne bovina arrostita, 10 g di amaretti, 20
g di uva sultanina, 1 pera Spadona, noce moscata, cannella, pepe bianco e nero a piacimento, 1 scorza di limone
grattugiata, 1 spicchio d’aglio, 1 cucchiaio di prezzemolo
tritato e una noce di burro, salvia per guarnire. Amalgamate su una spianatoia tutti gli ingredienti per la pasta, aggiungete acqua fino ad ottenere un composto omogeneo
e fate riposare per mezz’ora. Per il ripieno soffriggete nel
burro l’aglio e il prezzemolo tritati, fatevi poi rosolare i due
tipi di carne e la pera sbucciata e tritata. Fate insaporire il
tutto per qualche minuto e poi versate in un recipiente insieme a pane secco, Grana, uova, amaretti e uvetta tritati,
scorza di limone, sale, pepe, noce moscata e cannella.
Poi tornate a dedicarvi alla pasta: se l’impasto risultasse
troppo asciutto, aggiungete del brodo o dell’acqua e iniziate a stendere la sfoglia sulla spianatoia. Aiutandovi con
uno stampino, ritagliate dei dischi di 6/8 cm, distribuite un
cucchiaio di ripieno al centro, piegateli a metà coprendo
il ripieno e poi chiudete creando un bordino con le dita
oppure con una forchetta.
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Valcalepio DOC San Martino cl75
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Vero e proprio appuntamento gastronomico irrinunciabile
per chi visita il territorio della bergamasca, i casoncelli o casonsei, come vengono chiamati in dialetto, sono appetitosi
ravioli a forma di mezzaluna, ripieni di carne, uva sultanina,
pera Spadona, amaretti e scorza di limone. Nati come piatto povero per utilizzare gli avanzi delle carni suine e bovine, ingredienti tipici della cucina contadina, con il tempo i
casonsei si sono affinati fino a conquistare le tavole della
borghesia e della nobiltà ottocentesca e a diventare di fatto
il fiore all’occhiello della tradizione culinaria del territorio. Sapori gustosi e ingredienti di prima qualità sono la chiave del
successo di questo caratteristico primo piatto.
Cottura e condimento
La preparazione dei casonsei de la bergamasca è divisa in
tre fasi, dedicate rispettivamente alla pasta, al ripieno e al
condimento: trovate nel box qui di fianco la ricetta passo
passo per realizzarli in casa. Qualche segreto per quanto
riguarda la cottura e il condimento: i casoncelli, una volta
pronti, aspettano soltanto di essere lessati in acqua bollente
salata e poi scolati per bene. Il condimento ideale prevede
una manciata di foglie di salvia fresca, 100 g di pancetta tagliata a cubetti, 20 g di burro per ogni commensale e Grana
Padano da spolverare in superficie appena prima di servire.
I casoncelli cotti vanno versati in un tegame ampio dove li
condirete con il burro fuso, la pancetta rosolata precedentemente a parte, una spolverata di Grana e le foglie di salvia
spezzettate grossolanamente. Cercate di essere veloci ad
impiattare: i casonsei devono essere ben caldi e non scotti
altrimenti rischiano di aprirsi e perdere il gustoso ripieno.
Scarpinocc di Parre, casoncelli “di magro”
Una variante gustosa e più leggera dei casoncelli sono gli
Scarpinocc, specialità tradizionale di Parre, un piccolo comune della Val Seriana, in provincia di Bergamo. Il nome così
particolare deriva dalla forma che richiama quella delle tipiche scarpe di panno che indossavano i pastori della zona –
una sorta di babbucce il cui nome era appunto “scarpinocc”
– che fino a qualche decennio fa venivano cucite dalle donne del paese. I contadini usavano invece chiamarli “betòi”,
orecchi in dialetto, e in effetti la forma li ricorda molto. Si
tratta di ravioli il cui ripieno è privo di carne ma è fatto solo
con pane, spezie e formaggio, ingredienti abbondanti in un
paese votato per secoli alla pastorizia. La pasta si chiude a
mezzaluna e poi va schiacciata al centro in modo da creare
una conchetta: in questo modo gli scarpinocc assumeranno
la loro caratteristica forma. Come con i casoncelli, il condimento ideale è quello con burro fuso, salvia e una spolverata
di formaggio ma ben si adattano anche al sugo di un brasato
o di un arrosto.
Caicc de Bre’
Protagonisti di tante versioni quante sono le province lombarde, i casoncelli erano il piatto delle feste e delle grandi
occasioni. Durante il periodo pasquale a Breno, nella bre[ segue ]
21
Buon cibo
sciana Valcamonica, le donne si cimentano ancora nella
realizzazione dei “Caicc”, ravioloni ripieni accompagnati
dalla polenta condita con formaggio di malga e burro fuso.
L’impasto dei Caicc, che la tradizione vuole grandi come le
ascelle delle donne che li cucinano e il cui nome deriva dal
bastoncino con cui si chiude la pasta, è lo stesso dei casonsei. La differenza è nella pasta, più spessa rispetto a quella
del casoncello bergamasco, perché di diametro maggiore: i
prelibati fagottini, infatti, hanno forma tondeggiante e non a
mezzaluna.
Dolce variante, i casonsei dols impienicc
L’origine medievale dei casonsei, di cui si è perso molto nei
ricettari moderni, si ritrova nella variante dolce dei “casonsei
dols impienicc”, altrettanto gustosa e tipicamente bergamasca. Fino al Settecento il ripieno della pasta era composto
infatti di canditi, mandorle e mostaccioli tritati, legati con
uova e burro. Questo gusto, più agrodolce e speziato, lo si
ritrova nei casoncelli dolci, preparati con un ripieno di frutta
e marmellata, fritti in olio bollente e poi serviti con una spolverata di zucchero a velo. Ideali come sfiziosa merenda per
i bambini, se serviti come dolce di fine pasto vi faranno fare
un figurone. La pasta di base è la stessa dei casonsei salati,
a fare la differenza è il ripieno per il quale potete usare frutta
fresca a pezzettini, marmellate, frutta sciroppata e canditi.
Se amate i sapori decisi, un po’ di polvere di vaniglia o di
cannella saranno il vostro tocco in più.
Quei calzoni ripieni
in miniatura
Tradizione vuole che la parola dialettale bergamasca “casonsei” derivi dalla loro forma di “calzoncini”, sorta di calzoni ripieni in miniatura. Questa ipotesi si basa sul fatto
che molte ricette storiche non presentano forme che partono da un disco di pasta piegato a mezzaluna, ma da un
quadratino o un rettangolo di pasta, arrotolato e piegato
a ferro di cavallo. Secondo lo scrittore e filologo bresciano Giuseppe Tonna, invece, la parola deriva da “caseus”
(cacio) e sarebbe giustificata dall’abbondante presenza di
formaggio nel condimento.
Il mondo contadino
e i detti popolari
“Chèi che ‘mpasta i casonsèi i maia föra la casa è i
tèmpiei”: quelli che si permettono d’impastare i casoncelli sperperano ogni loro bene. Ancora oggi si ricorda
quest’affermazione in dialetto bergamasco, che veniva
pronunciata dalle classi contadine all’inizio del secolo scorso per indicare quanto i casoncelli fossero un
piatto che solo i ricchi potevano permettersi. La farina
e le uova per realizzare la pasta e il ripieno di carne e
spezie, infatti, non erano certo alimenti che si trovavano
sulle tavole dei più poveri.
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RivistAmica
PROSCIUTTO COTTO NAZIONALE
PREMIUM
Il Prosciutto Cotto Nazionale Premium deriva dalla lavorazione di
cosce di suino 100% italiane provenienti esclusivamente da allevamenti
certificati e selezionati, cotto lentamente al forno a vapore al naturale,
senza glutine, senza polifosfati aggiunti e senza derivati del latte.
PRODOTTO
ITALIANO
PRODOTTO
ITALIANO
Da preparare
con prodotti
Il buongiorno?
Si vede
dalla colazione
La più corretta delle abitudini alimentari prevede di mettere da parte energie sufficienti a coprire il nostro fabbisogno fin dal mattino. Secondo i nutrizionisti questo importante compito è affidato innanzitutto alla prima colazione;
un pasto fondamentale nella giornata perché fornisce, al
24
RivistAmica
È un pasto
fondamentale oltre
che un importante
momento da
condividere. Per
renderlo gustoso e
salutare scegliete e
variate con cura gli
ingredienti
termine del periodo di digiuno notturno, il “carburante“ necessario per affrontare le attività quotidiane, favorendo la
performance intellettuale e fisica dell’individuo e migliorando la qualità complessiva della dieta. Con effetti importanti sulla nostra salute: una corretta colazione aiuta
Buon cibo
a prevenire l’insorgere di malattie cardiovascolari, nonché
ad accelerare il processo metabolico. Inoltre, il pasto mattutino serve a regolare le quantità del pranzo e della cena,
dosando meglio l’assunzione degli alimenti necessari al
nostro corpo. In altre parole: se facciamo una buona e
sana colazione non rischieremo mai di arrivare troppo affamati ai pasti successivi, con buona pace del nostro rapporto con la bilancia.
Qualche regola da rispettare
Innanzitutto, costanza e regolarità: la colazione deve essere consumata tutti i giorni. Secondo comandamento?
La completezza. Questo pasto, infatti, deve comprendere latte o derivati, prodotti a base di cereali (pane, fette
biscottate, cereali pronti per la prima colazione, biscotti o prodotti da forno) e frutta (fresca o sotto forma di
spremuta e succo). D’altra parte, cercate di mantenere un
certo equilibrio rispetto ai pasti successivi, considerando
che la colazione dovrebbe coprire il 20% del fabbisogno
energetico quotidiano. Per la scelta degli ingredienti da
combinare privilegiate la varietà e non sottovalutate la
componente psicologica: prendetevi il tempo necessario
per consumarla (almeno 20-30 minuti) e trasformatela in
un momento nel quale riunire tutta la famiglia prima che
ognuno si dedichi alle proprie attività.
All’italiana
La nostra colazione classica è la migliore esistente da un
punto di vista nutrizionale. Ha infatti un contenuto calorico
adeguato e fornisce carboidrati semplici e complessi che
sono fondamentali per il cervello e per l’attività muscolare:
è inoltre povera di grassi e ricca di calcio.
Comprende latte, yogurt, caffè o tè, accompagnati da fette
biscottate, biscotti, cereali, pane con burro e marmellata,
spremuta d’arancia o frutta fresca di stagione: scegliete
liberamente gli ingredienti, ma cercate di dosarli in base
alla vostra età, al vostro sesso e al carico di attività che vi
attende. Un esempio? Una tazza da 200 ml di latte e caffè
(o un bicchiere grande di succo di frutta), accompagnata
da 3-4 biscotti ai quali alternare 50 g di cereali o 2 fette
biscottate con tre cucchiaini di marmellata e, infine, un
frutto a vostra scelta.
All’inglese
L’“English Breakfast” è considerata per antonomasia la
colazione internazionale, in virtù della sua diffusione in tutti i paesi di origine anglosassone e anche nella maggior
parte degli alberghi. Gli ingredienti sono quasi tutti salati:
uova all’occhio di bue, strapazzate o in camicia, bacon
e salsicce alla piastra, pomodori grigliati, funghi, fagioli
cannellini in salsa di pomodoro e toast imburrati. Sulle
tavole britanniche è immancabile, come bevanda di accompagnamento, il tè (ne esistono alcune varietà pensate
proprio per la colazione), ma anche il succo d’arancia si
sposa bene con la colazione all’inglese.
La colazione Primia
Latte fresco
Un sapore delicato per addolcire le prime ore
del mattino. Il latte fresco parzialmente scremato Primia è un piacere leggero da concedersi
sia freddo sia lievemente scaldato con l’aggiunta del caffè e di qualche goloso biscotto.
Confezione da 1 lt
Frollini con gocce di cioccolato
Una cascata di dolcezza per arricchire un
biscotto dorato e friabile. Questi frollini sono
perfetti per essere inzuppati nel latte o nel
tè, garantendo l’energia necessaria fino all’ora di pranzo.
Confezione da 350 g
Nettare di frutta
Dissetanti e ricchi di vitamine, i nettari Primia,
con almeno il 40% di frutta, sono un elisir di
benessere piacevolmente corposo per iniziare
al meglio la giornata scegliendo tra i gusti pera,
pesca e albicocca.
Confezione da 1 lt
Confettura
Dalla consistenza densa e piacevolmente vellutata al palato, le confetture Primia si adattano splendidamente con le fette biscottate e
con il pane tostato.
Confezione da 360 g
Fette biscottate integrali
Croccanti, friabili e col sapore tipico del pane
appena tostato. Con un velo di burro e marmellata o di miele, sono il modo più salutare per
accompagnare una fumante tazza di caffè.
Confezione da 320 g
Yogurt bianco magro
Prodotto con latte di montagn, è un’alternativa
sana e gustosa per la prima colazione. Fresco
e cremoso, è perfetto da gustare con frutta
fresca e cereali.
Confezione da 125 g x 2
25
Tramandata
da generazioni
Nasce a Erba
la dolce ricetta
del Masigott
26
RivistAmica
Semplice nella
forma ma ricco di
sapore, ancora oggi
rinnova le antiche
usanze contadine
radicate nel nostro
territorio
Buon cibo
Sapore tipico della nostra cucina, quello del Masigott (o Dolce del Masigott) di Erba è un gusto che arriva da epoche
molto antiche, quando le popolazioni vivevano secondo i cicli delle stagioni e della natura e ad essa si affidavano per
la loro stessa sussistenza. Vivendo essenzialmente di agricoltura era infatti normale scandire il proprio anno secondo
l’alternanza di semina e raccolto; ed è appunto per festeggiare la fine del raccolto che ad Erba e nei dintorni nacque
la manifestazione pagana che porta lo stesso nome di questo dolce tipico. La caratteristica principale del Masigott è
quella di essere composto da ben tre farine diverse: oltre
alla farina tradizionale vi sono quella di grano saraceno e la
fecola di patate. Non lievitato e di forma leggermente ovale,
è compatto e consistente, di colore bruno scuro. Al palato si
manifesta con il sapore inconfondibile delle farine grezze e
il gusto intenso e delicato dei cereali tostati. Il nome, invece,
deriva direttamente dal dialetto locale. I masigott – infatti –
erano le persone goffe e malvestite alle quali sarebbe stato
destinato, appunto, questo dolce rustico. Ma secondo altre
fonti il nome sarebbe stato attribuito proprio in base all’aspetto della pietanza, in quanto poco raffinata dal punto di
vista estetico ed ottenuta, a dispetto della sua bontà, da ingredienti “poveri”.
La sagra
La storia del Masigott e quella della “sua” sagra vanno
praticamente di pari passo. Nata come festa agricola
(e pagana) autunnale per la celebrazione della fine del
raccolto, nel XVI secolo grazie a San Carlo Borromeo la
manifestazione si trasforma in sagra religiosa, legandosi
al nome di Santa Eufemia. Ai giorni nostri la sagra si tiene
ogni terza domenica di ottobre nella caratteristica piazza
del Mercato di Erba. Assieme al Masigott tengono banco
per l’intero fine settimana tutti i piatti tipici della zona: dalla
polenta col brasato alla trippa. Caldarroste e dolciumi
attirano l’attenzione dei più piccoli, luci e addobbi adornano
il campanile dell’antica chiesa di S. Eufemia e sotto i portici
spopolano le bancarelle mentre il centro della piazza è
monopolizzato dal palco per gli spettacoli di ballo e canto.
Per i più grandicelli e per gli ardimentosi è poi tradizione la
sfida con lo scivolosissimo palo della cuccagna innalzato,
che nasconde in cima variegati e ambitissimi premi.
Varianti e abbinamenti
Per preparare in casa un Masigott buono e fragrante seguite
la ricetta nel box a pagina 28: quella che vi proponiamo è la
versione classica, una preparazione ottima da consumare a
merenda o a colazione insieme a tutta la famiglia. Un paio
di aspetti a cui prestare attenzione per ottenere un dolce
squisito sono la perfetta unione tra burro e zucchero nella
fase iniziale ed il setacciamento delle farine, anche per
evitare che si formino grumi durante la lavorazione. Secondo
molte ricette il Masigott si può arricchire anche con della
scorza di arancia candita, tagliata a cubetti o a scagliette.
Il grano saraceno
non è un cereale
Non tutti sanno che il grano saraceno, la cui farina è ingrediente imprescindibile per la preparazione del Masigott,
non è un vero e proprio cereale. Appartiene infatti alla famiglia delle poligonacee (come ad esempio il rabarbaro), e ha
notevoli caratteristiche nutrizionali. Le sue proteine hanno
un alto valore biologico ed è inoltre una buona fonte di fibre,
minerali e vitamine soprattutto B1 e B2). Privo di glutine, è
adatto anche ai celiaci. Il suo utilizzo può aiutare ad abbassare il colesterolo e a regolare i livelli glicemici nel sangue.
La serata del
“masigottino”
Fino a vent’anni fa la sagra del Masigott si concludeva con
una serata finale, il lunedì, chiamata il “masigottino”. Un’usanza che è stata ripristinata nell’edizione 2013 della festa
popolare. Per concludere in bellezza il fine settimana di festeggiamenti gli abitanti di Erba si ritrovano in piazza Rovere
per consumare tutti gli avanzi: ognuno porta qualcosa da
mangiare e si cena tutti insieme in allegria. Un modo speciale
per darsi appuntamento all’anno prossimo e un bell’esempio
di come si può evitare di sprecare il cibo preparato in abbondanza nelle occasioni di festa.
[ segue ]
27
Buon cibo
È senza dubbio questo l’ingrediente che potrà donare alla
vostra preparazione casalinga un inconfondibile profumo.
Potete utilizzare anche le scorze di altri agrumi come cedro
o mandarino. Forse non tutti sanno che le bucce candite di
questi frutti hanno anche un valore simbolico: nelle società
tradizionali rappresentavano infatti una riserva di calore
e di energia nei momenti di freddo. Non è un caso che in
Lombardia da sempre vengano usate per dolci tipicamente
invernali come la bisciöla o il panettone. Esistono poi alcune
varianti della ricetta “classica” che recuperano usi antichi,
propri della tradizione contadina, o propongono qualche
innovazione, sempre all’insegna del gusto. Alcuni, per fare
un esempio, recuperano per l’impasto l’uso di altri ingredienti
come i fagioli lessi o le castagne, mentre altri arricchiscono
il Masigott di aromi speziati come cannella o chiodo di
garofano. Le versioni da pasticceria, talvolta, tradiscono la
semplicità del dolce originale e sono ricoperte da una glassa
di albume d’uovo e zucchero a velo, spesso guarnita con
mandorle ridotte in lamelle sottili. Il Masigott può essere
abbinato con vini dolci o da dessert, come ad esempio
moscati, malvasie o vini liquorosi. Alcuni però suggeriscono
di provare l’inusuale (e frizzante) accoppiamento con la
bonarda pavese o piacentina. Come dolce, magari a fine
pasto, può essere accompagnato anche da panna montata
o da una saporita crema al mascarpone.
28
RivistAmica
Come prepararli
secondo tradizione
Per preparare un Masigott per quattro persone occorrono 200 g di burro, 200 g di zucchero a velo, 100 g
di farina, 60 g di farina di grano saraceno, 30 g di fecola di patate, cinque uova, 50 g di uva sultanina, 50
g di pinoli, 50 g di noci sgusciate e sbriciolate, mezza
bustina di lievito vanigliato per dolci. Per prima cosa
l’uva sultanina va bagnata con un po’ di acqua tiepida
e strizzata. A parte amalgamate poi con l’aiuto di un
mixer il burro precedentemente sciolto a bagnomaria
e lo zucchero a velo. A questo punto a tale composto
vanno unite le uova, uno per volta e amalgamando per
bene, e in successione le farine, la fecola ed il lievito.
L’importante è controllare che l’impasto sia sempre
omogeneo e della giusta densità. Non è necessario
avere fretta, il fatto che sia un dolce “rustico” non significa infatti approssimazione durante la preparazione. Con un ultimo tocco aggiungete poi uvetta, noci
e pinoli. Quindi l’impasto va sistemato in una tortiera
debitamente unta e messo in forno a 180°C, dove
completerà la sua cottura in circa 30-40 minuti. Per
controllare che il dolce sia pronto basta ricorrere al
classico metodo dello spaghetto o dello stuzzicadenti
da infilzare nella pasta per verificarne la consistenza.
Negli allevamenti biologici gli animali
crescono in ampi spazi, vengono nutriti
con foraggi genuini e la loro crescita avviene
in modo naturale.
E’ vietato l’uso di medicinali e le cure
avvengono con prodotti omeopatici.
La carne bio è tenera e gustosa, ricca di
preziose proteine, sostanze minerali e
vitamine. Per questi motivi è particolarmente
adatta ad un consumatore giovane e attento
alla propria salute.
I prodotti Agrobio sono sicuri e controllati
da organismi internazionali.
Siamo quello che mangiamo,
scegliete la carne di qualità.
Le buone ricette di Iperal
Le buone
Ricette di Iperal
da staccare e conservare
Anno 1 - Numero 2
marzo 2014
31
Su un letto di insalata verde
e julienne di barbabietola
32
RivistAmica
Le buone ricette di Iperal
Polpette d’orzo
una vera delizia
Ingredienti
200 g di orzo perlato mondato
50 g di ricotta
1 scalogno
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
1 uovo
50 g circa di pangrattato
noce moscata grattugiata
3 cucchiai d’olio di semi
sale, pepe
Per l’insalata:
100 g di barbabietola rossa
200 g di foglie d’insalata mista
2 cucchiai di aceto di vino bianco
1 cucchiaio di succo di limone
sale, pepe
5 cucchiai d’olio extravergine d’oliva
4 persone
O
*V
OC
I AT
Procedimento
Far cuocere l’orzo in acqua e sale per circa 40
minuti. Scolare, far sgocciolare bene e far intiepidire. Sbucciare e tritare lo scalogno, mescolarlo con il prezzemolo, l’uovo, l’orzo, la ricotta e
il pangrattato. Insaporire con sale, pepe e noce
moscata. Formare con questo composto 12 polpette. Riscaldare l’olio in una padella capiente e
farvi indorare uniformemente le polpette a fuoco
moderato per 2-3 minuti. Abbassare la fiamma e
farle cuocere per ancora 2-3 minuti.
Pulire e sbucciare la barbabietola rossa e quindi tagliarla a julienne. Lavare e pulire l’insalata,
asciugarla con una centrifuga, spezzettare le foglie e disporle con la julienne di barbabietola su
quattro piatti. Fare una vinaigrette con l’aceto, il
succo di limone, sale, pepe e olio e condire l’insalata direttamente nei piatti. Disporvi sopra le
polpette e servire subito.
O N SI
Grado di difficoltà: facile
IN
GL
Tempo di preparazione: 30 min
Tempo di cottura: 40 min
CURTEFRANCA
DOC CATTURICH
Scheda vino a pagina 38
33
Con patate
zucchine e porro
Vellutata verde
tutta da gustare
Ingredienti
400 g di patate
400 g di zucchine
mezzo porro
2 spicchi d’aglio
800 ml di brodo vegetale
50 ml di panna
2-3 cucchiai di panna acida
foglie di basilico
noce moscata
sale, pepe
4 persone
Tempo di preparazione: 30 min
Tempo di cottura: 30 min
Grado di difficoltà: facile
*V
O
I AT
RivistAmica
OC
GL
34
IN
O N SI
Procedimento
Sbucciare le patate e ridurle a dadini. Lavare le zucchine e tritarle, poi sbucciare e
sminuzzare l’aglio. Pulire il porro e tagliarlo a fettine sottili (metterne da parte qualcuna per la guarnizione). Versare le patate e le zucchine in un tegame, aggiungere
il porro, l’aglio ed il brodo (conservatene da parte circa 100 ml) e portare il tutto ad
ebollizione. Insaporire con sale, pepe e noce moscata. Coprire, abbassare la fiamma
e far cuocere per circa 25 minuti a fuoco moderato.
Appena le verdure sono ben cotte ridurle in purea con un frullatore ad immersione. In
base alla consistenza che si vuole ottenere aggiungere ancora del brodo o, in caso
contrario, far addensare cuocendo ancora un poco a fiamma moderata. Incorporare
la panna e la panna acida mescolando con una frusta, quindi aggiustare nuovamente di sale e pepe. Servire la vellutata verde con una guarnizione di anelli di porro e
foglie di basilico.
RIBOLLA GIALLA
DOC CA STELLA
ANSELMI
Scheda vino a pagina 38
Le buone ricette di Iperal
Sfiziose
e delicate
Lasagne con broccoletti
Ingredienti
Tempo di preparazione: 30 min
Tempo di cottura: 30 min
Grado di difficoltà: facile
OC
O
*V
IN
O N SI
Procedimento
Riscaldare il forno a 200° C. Lavare e pulire il porro, poi tagliarlo a fette. Lavare e
ridurre a rosette i broccoletti, sbollentarli in acqua e sale per circa 5 minuti estraendoli poi con una schiumarola. Far sciogliere il burro in una padella capiente e farvi
rosolare il porro a fiamma moderata per circa 2-3 minuti, aggiungere i broccoletti
e far cuocere per altri 2-3 minuti. Insaporire con sale e pepe. Per la besciamella riscaldare il burro a fiamma bassa. Quando è completamente liquefatto unire la farina
e amalgamate fino a che quest’ultima non ha completamente “assorbito” il burro.
Aggiungere a poco a poco tutto il latte continuando a mescolare. Alzare un poco
la fiamma e portare all’ebollizione, sempre mescolando. Quando la besciamella ha
raggiunto la densità desiderata, insaporire con sale e noce moscata grattugiata.
Ungere uno stampo con un cucchiaio di burro morbido. Sistemare a strati le lasagne, broccoli e porro, la besciamella e qualche cucchiaio di Parmigiano grattugiato.
Ripetere l’operazione fino all’esaurimento degli ingredienti, concludendo con uno
strato di lasagne e qualche cucchiaio di besciamella. Passare lo stampo nel forno
caldo e far cuocere per 30 minuti circa. Servire le lasagne con una bella spolverata
di Parmigiano.
4 persone
I AT
Per la besciamella:
3 cucchiai di burro
3 cucchiai di farina tipo 00
750 ml di latte
sale
noce moscata grattugiata
GL
300 g di lasagne precotte
1 porro piuttosto grosso
1-2 broccoletti di grandezza media
Parmigiano Reggiano grattugiato
2 cucchiai di burro
sale, pepe
burro morbido per lo stampo
VERMENTINO DI
MONTECUCCO DOC
I MORI
Scheda vino a pagina 38
35
Cotti
in padella
Calamari ripieni
ai profumi
4 persone
Tempo di preparazione: 35 min
Tempo di cottura: 15 min
Grado di difficoltà: medio
Ingredienti
Per cuocere:
olio di oliva
3 spicchi d’aglio sbucciati
vino bianco secco
rametti di rosmarino
36
RivistAmica
OC
O
*V
IN
O N SI
Procedimento
1 Sciacquare i calamari sotto acqua corrente fredda, staccare delicatamente le teste dal
mantello (il torso) e metterle da parte. 2 Una volta separate le teste, cercare la penna di
cartilagine trasparente che si trova nel mantello ed estrarla delicatamente. Passare nuovamente i calamari sotto acqua corrente, lavarli accuratamente ed estrarre le interiora dal mantello, eliminandole. 3 Eliminare la pelle esterna incidendo con un coltello la parte finale del
mantello, quanto basta per prenderne un lembo e tirarla via completamente. Per terminare la
pulizia del mantello rimuovere anche le pinne con un coltello. 4 Riprendere la testa e separarla dai tentacoli incidendo poco sotto gli occhi. 5 Prendere i tentacoli ed eliminare il dente
centrale aprendoli verso l’esterno e spingendo in alto la parte centrale (ovvero la bocca).
6 Tamponare i mantelli con carta assorbente da cucina. 7 Tagliare finemente i tentacoli e le
pinne e porli in un tegame con 2 cucchiai d’olio d’oliva e l’aglio tritato, far rosolare per 4-5
minuti mescolando, unire il vino e farlo evaporare completamente. Mettere il tutto in una scodella capiente e far intiepidire. 8 Nel frattempo tritare le acciughe dopo averle tamponate
con carta da cucina. Aggiungerle insieme con la scorza di limone, il prezzemolo, l’uovo, il
pangrattato, il Parmigiano, sale e pepe e le parti di calamaro cotte. 9 Impastare bene il tutto
e poi riempire ogni calamaro con il composto ottenuto. 10 ”Chiudere” i calamari con degli
stecchini di legno. 11 Riscaldare 3 cucchiai d’olio in una padella capiente e far indorare i calamari ripieni a fuoco medio insieme all’aglio, girandoli di tanto in tanto e sfumando con una
spruzzata di vino bianco; aggiustare di sale, coprire e cuocere per circa 10 minuti.
I AT
la scorza grattugiata di 2 limoni
1 ciuffetto di prezzemolo tritato
1 uovo
120 g di pangrattato
60 g di Parmigiano grattugiato
sale, pepe
GL
500 g di calamari freschi
olio di oliva
2 spicchi d’aglio tritato
60 ml di vino bianco secco
Per il ripieno:
6 acciughe
LANGHE ARNEIS
DOC MARCHESI
FIORAVANTI
Scheda vino a pagina 38
Ricetta passo-passo
Le buone ricette di Iperal
1
Staccare delicatamente le teste dal
mantello (il torso) e metterle da parte.
2
Cercare la penna di cartilagine
trasparente ed estrarla delicatamente
4
Eliminare la pelle esterna.
5
Separare la testa dai tentacoli.
Eliminare il dente centrale.
7
Tagliare finemente
i tentacoli e le pinne.
3
6
Tamponare i mantelli con carta
assorbente da cucina.
8
Tritare le acciughe e aggiungerle insieme alla scorza di limone, prezzemolo,
uovo, pangrattato, Parmigiano, sale,
pepe e alle parti di calamaro cotte.
9
Riempire ogni calamaro
con il composto.
10
11
”Chiudere” i calamari con degli
stecchini di legno.
Far indorare i calamari ripieni a fuoco
medio insieme all’aglio.
37
Le buone ricette di Iperal
Torta al cocco
e yogurt
Ingredienti
2 dischi di pan di Spagna
4 fogli di gelatina bianca
2 lime
200 g di yogurt
70 g di zucchero
300 ml di latte di cocco
150 g di scaglie di cocco
1 manciata di fogliette di
menta
zucchero a velo
biscotti per guarnire
Procedimento
Dividere i dischi di pan di Spagna. Far ammollare la gelatina nell’acqua fredda. Spremere il lime e mescolarlo con lo yogurt e lo zucchero. Strizzare la
gelatina e farla sciogliere a fiamma lenta in un tegame col latte di cocco;
poi far intiepidire e versare il tutto nella crema di yogurt amalgamando bene.
Mettere da parte 4 cucchiai del composto ricavato. Adagiare un disco di pan
di Spagna in uno stampo apribile e spalmarvi metà della crema al cocco.
Posizionare sopra l’altro disco di pan di Spagna, pressare un poco e ricoprire
con il resto della crema. Tirare via l’anello dello stampo apribile e distribuire
la crema messa da parte sul bordo della torta in modo da potervi applicare
dei biscotti. Lasciare riposare per 2 ore in frigorifero. Arrostire a fiamma lenta
le scaglie di cocco, poi tagliare a julienne la scorza di lime, e ridurre il frutto a
fettine sottili. Guarnire la torta con le scaglie di cocco, la scorza, le fettine di
lime e le fogliette di menta, spolverare di zucchero a velo e servire ben fredda.
Torta da 26 cm di diametro
Tempo di preparazione: 1 h 15 min
Cottura in forno: 40 min
Tempo per raffreddare ed assodare: 2 h
I vini
che vi abbiamo
consigliato
CURTEFRANCA DOC
CATTURICH cl75
Regione: Lombardia
Vitigno: Chardonnay
Colore: giallo paglierino
Profumo: frutta esotica
Gusto: fresco, equilibrato, sapido
Gradi alcolici: 13% vol
Temperatura di servizio: 7°-8°C
RIBOLLA GIALLA DOC
CA STELLA ANSELMI cl75
Regione: Friuli Venezia Giulia
Vitigno: Ribolla Gialla
Colore: giallo paglierino con riflessi verdognoli
Profumo: al naso rimane fragrante e floreale
Gusto: al palato si riscontra la sua gradevole
acidità in una fine ed elegante freschezza
Gradi alcolici: 12% vol
Temperatura di servizio: 10°-12°C
VERMENTINO DI MONTECUCCO DOC
I MORI cl75
Regione: Toscana
Vitigno: Vermentino
Colore: giallo paglierino
Profumo: delicato, fresco e caratteristico
Gusto: asciutto, morbido e sapido
Gradi alcolici: 12,5% vol
Temperatura di servizio: 10°-12°C
Grado di difficoltà: medio
LANGHE ARNEIS DOC
MARCHESI FIORAVANTI cl75
Regione: Piemonte
Vitigno: Arneis
Colore: giallo paglierino intenso con riflessi
verdognoli
Profumo: delicato, molto fresco e fruttato, con
sentori di fiori d’acacia
Gusto: pieno e morbido. Giusta acidità e piacevole mineralità che ne garantiscono la freschezza
Gradi alcolici: 12,5% vol
Temperatura di servizio: 8°-10°C
38
RivistAmica
Dalla Latteria di
Chiuro, la bontà
del “Byogurt”
Oltre mezzo secolo di storia senza variare una ricetta vincente
fatta di ingredienti genuini e passione, che consente di portare
sulle nostre tavole prodotti di prima qualità. Crescenza, ricotta
e un’eccellenza come il Valtellina Casera DOP sono alcune
delle delizie che vengono prodotte dai soci della Latteria
Sociale di Chiuro (www.latteriasocialechiuro.com), che a due
passi da Sondrio riunisce nel raggio di pochi chilometri tutta
la propria filiera, dagli allevamenti allo spaccio aziendale: è per
40
RivistAmica
Ha il nostro marchio
“Bontà delle Valli”
l’ultimo nato della
cooperativa
sociale valtellinese
che ha fatto
della genuinità il
fondamento di ogni
suo prodotto
questo che la lavorazione del latte può avvenire subito dopo
la mungitura. «La nostra cooperativa, la prima in Valtellina a
produrre latte fresco dal 1957, oggi è un consorzio che conta
72 soci – spiega il presidente Franco Marantelli Colombin
– Negli anni Duemila ci siamo trasferiti dalla sede storica in
una nuova struttura tecnologicamente avanzata e nel 2012
abbiamo deciso di investire sullo yogurt, una referenza mai
prodotta prima a livello industriale nella nostra zona».
In evidenza
La produzione storica
L’arma vincente di una realtà che ha il merito di aver intuito
la fine dell’epoca delle latterie “turnarie” scegliendo la
commercializzazione del latte fresco di Valtellina, rimane la
produzione di formaggi a latte crudo. Ogni giorno dai 23
soci conferenti arrivano alla Latteria di Chiuro 200 quintali
di ottimo latte. Bontà e genuinità, semplicemente da bere.
Oppure da trasformare nei formaggi semiduri (insieme
al Valtellina Casera DOP, hanno un gusto sorprendente
anche il Val Fontana e il classico Latteria) e in quelli della
nuova linea a pasta molle, come Crescenza e Scimudin
della Valtellina, protetto dal marchio collettivo geografico,
fiori all’occhiello di questa raffinata produzione. Burro e
ricotta sono ottenuti seguendo il ritmo delle stagioni,
toccando altissimi livelli di qualità.
Byogurt “Bontà delle Valli”
Con lo yogurt 100% Valtellina
questa grande famiglia di prodotti
si è arricchita di un nuovo arrivato
che conquista oltre che il gusto
anche la vista.
Iperal per il marchio “Bontà delle Valli” ha voluto uno
yogurt 100% biologico. Nasce così “Byogurt”, da latte e
confetture certificati biologici, in commercio dallo scorso
dicembre.
La confezione in PET trasparente mostra la semplicità dello
yogurt bianco prodotto con fermenti lattici vivi selezionati
e, alla base del barattolo, uno strato di golosa confettura.
«Con ogni vasetto vogliamo vendere un pezzo di territorio
– continua Marantelli Colombin – grazie a un prodotto
diverso da quelli che esistono in commercio». Per dar vita
a questa idea, il latte biologico della latteria di Chiuro si
unisce alle confetture a chilometro zero della cooperativa
sociale “il Sentiero” di Morbegno: impegnata da più di
vent’anni nell’attività di inserimento nel mondo del lavoro di
persone svantaggiate, di recente ha costituito un’azienda
agricola per la produzione di frutta, riferimento per tanti
piccoli produttori locali.
Trovate Byogurt nei nostri punti vendita in una vasta scelta
di varietà: naturale, albicocca, caffè, ciliegia, fragola, frutti di
bosco, kiwi, mela, mirtillo, pera
con cioccolato, pesca.
Una carrellata di sapori
per soddisfare i gusti
di tutta la famiglia: il
Byogurt è un alimento
sano e completo da
consumare durante la
prima colazione e ben
si adatta alla merenda dei
bambini e a una gustosa pausa
dessert per gli adulti.
Una sfida
doppia
La Cooperativa Sociale “il Sentiero” di Morbegno (www.
sentieromorbegno.it), oltre che con le confetture biologiche,
contribuisce al progetto con una doppia finalità sociale. Si
tratta infatti di un’organizzazione senza fini di lucro, nata nel
1990, che promuove la creazione di opportunità lavorative
per le persone svantaggiate. «Dopo i primi 5 anni di collaborazione con “il Sentiero” – conclude Marantelli Colombin
– vedremo quanti terreni attualmente abbandonati saranno
stati convertiti alla coltivazione di piccoli frutti». Una sfida importante che guarda all’integrazione sociale e, nel contempo, alla produzione agricola della nostra valle.
Impegno sociale
Collaborare con le realtà del territorio come obiettivo istituzionale: accanto alle confetture della cooperativa “il Sentiero” ci sono le uova della Cooperativa La Quercia di Chiavenna, che vengono commercializzate dalla Latteria. La quinta
edizione del concorso di disegno “Latte di Natale”, rivolto
alle scuole primarie, ha permesso di finanziare i progetti di
affido familiare della Cooperativa Sociale Ippogrifo e di adozione scolastica a distanza della Cooperativa La Bottega
della Solidarietà, entrambe di Sondrio. Sui cartoni del latte,
inoltre, è stata promossa l’attività dell’Avis (Associazione volontari italiani sangue).
41
Primia
Crostini e bruschette
Primia, gusto e praticità
Dischetti croccanti di pane tostato per arricchire con leggerezza minestre, vellutate e
insalate o per creare prelibati stuzzichini
Prodotti pratici e dal sapore delicato per offrirvi un’alternativa al
pane tradizionale nell’accompagnare i pranzi arricchendo variegate pietanze o per creare antipasti e spuntini sfiziosi. I crostini
con olio extravergine d’oliva e le bruschette (anch’esse con olio
extravergine e proposte nella versione classica e in quella aromatizzata col rosmarino), le nuove specialità che vanno ad arricchire
la gamma Primia, sono degli utilissimi alleati in cucina che saranno apprezzati anche dai più piccoli.
Come il pane
Ad accomunare i nuovi crostini (acquistabili in una confezione
da 70 g) e le bruschette (120 g) Primia è una ricetta semplice
e genuina che prevede l’uso di farina e semola italiane e un procedimento nel quale il prodotto viene cotto, ma non fritto. Ciò
permette di ottenere un risultato finale più leggero, mantenendo
il sapore e il profumo del pane tostato e aromatizzato, un colore
dorato e una consistenza piacevolmente croccante.
Fantasia e semplicità
I crostini e le bruschette Primia, che si presentano rispettivamente sotto forma di cubetti e dischetti di pane tostato, sono una
pratica e veloce soluzione per rendere più appetitosi piatti semplici, in modo da poter proporre pietanze sane e leggere senza
rinunciare al gusto. Per questo il consiglio è di tenerne una scorta
nella dispensa, ricordandovi però che una volta aperti è consigliabile consumarli entro tre giorni. Con una cascata di crostini
potete convincere anche i bambini più capricciosi ad assaggiare
passati di verdure (ad esempio a base di zucca e lenticchie, cavolo nero o barbabietole rosse) o il classico minestrone; ma sono
anche un prezioso jolly culinario da aggiungere a insalate miste
42
RivistAmica
con lattuga, carote, mais olive e pomodori. Usi per i quali è possibile utilizzare anche le bruschette, che però offrono una gamma
di alternative ancora più vasta: possono infatti accompagnare il
pranzo accanto a salumi e formaggi cremosi o trovare posto nel
vassoio degli antipasti trasformandosi in irresistibili tartine nelle
quali la versione classica del prodotto viene insaporita con salmone e rucola o con stracchino e salsiccia, e quella con il rosmarino dal tipico abbinamento di pomodori a pezzetti e basilico.
Gusto e praticità.
Fonte: Agorà Network
NZ A
SE
glut ine e
prot eine
del latte
Nei nostri volantini
dal 17 al 26 marzo
speciale “Prevenzione Dentale”
Tutti i segreti
di un sorriso
smagliante
44
RivistAmica
Piccola guida alla
corretta igiene orale di
adulti e bambini, con
i consigli del medico
per avere denti sani
e mantenerli a lungo
bianchi e forti
Salute, benessere e famiglia
Aveva ragione il grande Charlie Chaplin quando diceva che
“Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. Sorridere è il
modo più semplice e immediato che abbiamo di comunicare,
il primo biglietto da visita con il quale ci presentiamo agli altri.
Per farlo con disinvoltura e sicurezza il segreto è nell’avere
denti bianchi e sani. Come fare? Basta seguire alcune regole relative alle abitudini igieniche e alimentari, che gli adulti
dovranno applicare con costanza, trasmettendole anche ai
bambini fin dalla più tenera età. Abbiamo raccolto i preziosi
consigli del Dr Johannes Schmitz (www.studioschmitz.it), specialista in Odontoiatria e protesi dentale.
Le buone abitudini cominciano a tavola
«Esistono alcune regole di base valide sia per gli adulti sia per
i bambini – spiega Schmitz – che riguardano l’alimentazione:
è bene diminuire la quantità e la frequenza del consumo giornaliero di zuccheri». Un esempio pratico? «Limitare gli snack
fuori pasto e in particolare alcune tipologie, più pericolose di
altre, come prodotti da forno fra i quali merendine farcite, biscotti e brioche. Per non compromettere la salute dei denti
non dovremmo assumere questi alimenti più di una volta al
giorno». Sicuramente è difficile tenere a freno la golosità dei
bambini, ma non è certo impossibile: premiamoli con la merendina che più preferiscono, da alternare a frullati e macedonie, altrettanto gustosi oltre che più salutari. «Il consumo
di fibre come frutta e verdura è molto indicato per mantenere
i denti sani perché masticando questi alimenti si stimolano la
salivazione e le gengive. Questa maggiore salivazione può
contribuire a neutralizzare le sostanze acide che possono
intaccare lo smalto». Quanto ai dolci, invece, «meglio quelli
con ridotto contenuto di grassi e maggior contenuto di carboidrati complessi». In altre parole: se abituiamo i piccoli a
una bella fetta di pane e marmellata al posto della merendina
confezionata, non potranno che trarne beneficio per la salute
della loro bocca. Nonostante ciò, è bene sapere che nel caso
dei «dolci dalla consistenza appiccicosa, il saccarosio rimane
più a lungo a contatto con i denti, intaccandone lo smalto».
Cerchiamo dunque di limitare l’uso delle creme spalmabili e
anche la quantità di miele e marmellate che, sebbene più sani,
presentano questo inconveniente.
Non solo le pietanze ma anche le bevande possono essere
nemiche della bellezza dei nostri denti e di quelli dei nostri figli.
«Evitate cibi o liquidi molto acidi – suggerisce inoltre il dottor Schmitz – e dopo aver bevuto bevande come Coca Cola,
integratori sportivi, vino e succo di frutta, aspettate almeno
mezz’ora prima di lavarvi i denti, per dare tempo alla saliva
di tamponare l’effetto acido della bevanda. Può invece essere utile usare la cannuccia e sciacquare la bocca con acqua
dopo il loro consumo».
Igiene orale, cosa c’è da sapere
«I denti vanno lavati con cura minimo due volte al giorno –
spiega il medico – dedicando a questa operazione il tempo
corretto per tutte le manovre necessarie, che varia nel caso
Trucchi per non
rovinare lo smalto
Evitate i dentifrici che risultano ruvidi al tatto, perché rischiano di rovinare la superficie dello smalto. Lo stesso discorso
vale per il bicarbonato: nonostante i consigli delle nonne meglio usarlo occasionalmente (una o due volte al mese), perché se è vero che in questo modo le pigmentazioni possono
essere rimosse, si può creare un “circolo vizioso”: lo smalto
si irruvidisce e attira poi più facilmente residui alimentari di
pomodoro, vino rosso, e così via». Inoltre , l’eccessiva usura
dello smalto operata nel tentativo di sbiancare i denti con
sostanze troppo aggressive finisce con il ridurre lo strato di
smalto, esponendo la dentina sottostante, dal colorito generalmente giallino, e sottraendo lucentezza al sorriso.
Un chewingum
dopo la merenda
Normalmente i bimbi piccoli non possono portarsi a scuola lo spazzolino. Come mantenere la pulizia dei denti e della bocca dopo la merenda? «Un buon consiglio – spiega
il medico – è quello di mettere nello zainetto dei bimbi dei
chewingum allo xilitolo: è sufficiente che ne mastichino
uno o due per 5 minuti dopo aver mangiato la merendina.
L’effetto dello xilitolo insieme a quello naturale della saliva
agiscono da buon neutralizzante per le sostanze nemiche
della salute dei denti e del loro colore bianco».
[ segue ]
45
Salute, benessere e famiglia
degli adulti e in quello dei bambini, in primo luogo perché il
bimbo è fisicamente più piccolo, quindi per la pulizia della sua
bocca occorrerà un tempo minore». Quali sono i movimenti
giusti da fare? «Con lo spazzolino manuale bisogna fare almeno 6-7 spazzolate per ogni 2-3 denti per ogni superficie dei
denti: il tempo impiegato è mediamente di circa 4 minuti». Non
esiste solo lo spazzolino: impariamo ad utilizzare anche il filo
interdentale. «Va introdotto il prima possibile – continua Schmitz – insegnando a tutti i bambini come passarlo fra i denti
sin dall’età di 4-5 anni, all’inizio sotto la supervisione dei genitori». Di colluttori ce ne sono di più tipi. «Esistono per esempio
in commercio colluttori al fluoro che hanno come finalità quella
di remineralizzare le superfici dei denti, mentre altri contengono clorexidina e vanno utilizzati solo in casi particolari, ad
esempio in presenza di un’infiammazione delle gengive, ma è
sempre meglio che siano prescritti dal medico». Infine, un principio fondamentale da non trascurare mai, i controlli periodici:
nei più piccoli è bene effettuarli una volta all’anno a partire dai
4 anni; gli adulti e i bambini dai 6 anni in su devono sottoporsi
a una visita ogni sei mesi. «Per l’igiene di chi ha ponti e protesi
consiglio di introdurre altri strumenti – conclude lo specialista
– come lo scovolino o il superfloss, un particolare filo interdentale che serve per pulire gli spazi interdentali più piccoli».
Bianchi e brillanti:
valorizza i denti
Ottenere una dentatura brillante può richiedere l’intervento del medico. «Per i casi in cui i denti hanno
delle pigmentazioni, queste vanno rimosse durante
una seduta di igiene professionale, tramite gommine,
spazzolini o un getto di bicarbonato, dopo aver tolto
il tartaro sopra e sotto la gengiva», spiega il dottor
Schmitz. Le macchie sule superfici dei denti vengono
causate non solo dal tabacco ma anche da liquirizia
e vino rosso oltre che da frutti di bosco, alcune salse
(pomodoro, soia, curry) e dal tè». Attenzione dunque
a tutti quegli alimenti che possono lasciare pigmenti.
«C’è poi una seconda condizione in cui i denti non
presentano pigmentazione ma hanno un colore scuro.
Anche su questa tipologia di problemi è possibile intervenire efficacemente con tecniche di sbiancamento dentale, se si desidera avere un sorriso smagliante.
L’’importante è che la struttura dello smalto sia integra perché solo lo smalto naturale diventerà più chiaro. Se la struttura dello smalto è compromessa, allora
si può intervenire con dei materiali appositi come otturazioni in composito oppure, in casi più complessi,
con delle faccette in ceramica al fine di ottenere una
superficie lucida e un colore più brillante del dente».
46
RivistAmica
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Nei nostri volantini
dal 6 al 16 marzo
speciale “Prodotti per Animali”
Bambini e animali
domestici, guida
alla convivenza
50
RivistAmica
Vivere a contatto con
un cucciolo è per i
piccoli un’occasione di
crescita. Per rendere
questo rapporto
speciale e sicuro
i genitori devono
conoscere alcune
fondamentali regole
Salute, benessere e famiglia
I bimbi che crescono in compagnia di un animale domestico sviluppano l’autostima e imparano ben presto i valori
del rispetto, dell’impegno e della responsabilità. Accogliere un cucciolo in famiglia è perciò un’importante occasione
che i genitori possono cogliere. Senza dimenticare il fatto
che avere un animaletto da accudire e coccolare è il sogno
di moltissimi bambini. Attenzione, però, alla prima regola
che mamma e papà non devono mai dimenticare quando decidono di allargare la famiglia prendendo in casa il
nuovo amico (cane, gatto, o anche pesciolino, uccellino,
criceto, tartaruga...): gli animali non sono giocattoli.
Rispetto reciproco
L’insegnamento fondamentale che va immediatamente comunicato ai bimbi è che avranno a che fare con quello che,
in primo luogo, è un essere vivente: proprio come loro.
Gli animali domestici più adatti ad abituarsi alla vita della
famiglia, ricevendo e donando affetto, sono sicuramente i
cani e i gatti: spiegate ai vostri figli che il cucciolo deve
essere considerato come un compagno di vita, che è parte
della famiglia e che non deve essere mai trattato come se
fosse un pupazzo ma neppure – altro errore – come se
fosse un umano. Il che, tradotto, vuol dire: niente nanna
nel letto insieme, cani e gatti hanno la loro cuccia, né tantomeno permettere all’animaletto di avvicinarsi alla tavola
(o peggio di sedersi a tavola!) quando la famiglia è riunita
per mangiare.
I bambini devono ricambiare il rispetto richiesto, permettendo al gattino o al cagnolino di gestire spazi e tempi che
lo riguardano: bisogna lasciarlo in pace quando decide di
mangiare o di dormire, non gli si tirano i peli, la coda o i
baffi e non gli si fanno dispetti che possano metterlo in
pericolo; chiaramente sì alle carezze ma assolutamente
vietati i colpi violenti e anche gli abbracci troppo forti, che
potrebbero dare fastidio alla bestiolina.
Crescere insieme
Divertente e piacevole: quella che un cagnolino o un gattino possono offrire è molto più di una compagnia: si tratta di un vero e proprio rapporto di affetto e di complicità
con il piccolo “cucciolo di uomo”. Lo scambio è alla pari
ed è fatto di gesti e sensazioni, senza bisogno di parole.
Un’occasione preziosa di sviluppo e di formazione del carattere del bambino, che dalla presenza del cucciolo trarrà
benificio per aspetti fondamentali della sua vita come la
socializzazione e l’integrazione.
Quando i bambini sono più grandi potete affidare loro
alcuni semplici compiti come quello di portare all’amico
a quattro zampe le ciotole con la pappa e con l’acqua:
grazie a questi gesti comincerà a prendersi cura della bestiolina in maniera più responsabile e potrà riuscire, una
volta adulto, ad affrontare al meglio le situazioni nuove ed
anche a sconfiggere più facilmente la paura verso ciò che
non conosce.
Il libro: Vita da cani.
Guida alla felicità di
animali e bambini
Perdetevi insieme ai
vostri bimbi fra le pagine di un libro che
vi svelerà come capire i cani... dal punto
di vista di un cane!
Blasco de Agua è il
divertente cane peloso protagonista di
“Vita da cani. Guida
alla felicità di animali
e bambini” (di Marina
Morpurgo, 128 pagine, editore Feltrinelli): vi accompagnerà
a scoprire il suo mondo, il suo linguaggio
e tutte le regole di
un buon rapporto fra
cane ed essere umano. Uscito per la prima volta a novembre 2013, si rivolge
ai piccoli lettori (6-10 anni). Inframmezzate al racconto di
Blasco, una serie di schede a cura della veterinaria Paola
Bianchi; le illustrazioni sono di Gaia Stella. “La mia vita in
mezzo agli umani è molto piacevole – scrive Blasco – e
la vostra vita con me e i miei colleghi cani può essere
molto piacevole: dobbiamo solo imparare a conoscerci
bene e a rispettarci a vicenda, perché noi siamo degli esseri viventi e non dei giocattoli. Anzi, siamo un po’ come
dei ragazzini, quindi bisogna saperci prendere”.
Ricordate che potete acquistare questo e altri libri attraverso il sito www.iperal.it nella sezione LibrOnline: basta
registrarsi per ottenere il 15% di sconto sul prezzo di
copertina. In questo caso pagherete 11,05 euro invece
di 13 euro.
Libr Online
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51
Salute, benessere e famiglia
Attenzione all’igiene
Non dimenticate, infine, l’aspetto dell’igiene: seguendo
piccole ma opportune precauzioni non dovrete temere
nulla per i vostri piccoli. A meno che questi non soffrano
di patologie particolari o immunodeficienze, sarà sufficiente occuparsi scrupolosamente della pulizia e della salute
dell’animale, dei suoi luoghi e dei suoi oggetti come scodelle, giochi, spazzole. Rispettate le vacinazioni e le scadenze per i controlli periodici dal veterinario. Una volta alla
settimana disinfettate gli ambienti utilizzati dal cucciolo e
le sue ciotole. Eliminate poi i parassiti dal vostro piccolo
amico peloso utilizzando gli appositi prodotti in vendita e
seguendone le modalità d’uso. Sostituite spesso la sabbia
dalla lettiera e pulite di frequente e a fondo cucce e gabbiette, indossando guanti di gomma per evitare il contatto
delle mani con urine o escrementi. Abituate i bimbi a non
baciare gli animali e a non lasciarsi leccare, specialmente
sul viso: il pelo, la saliva e le unghie possono essere contaminati da germi e da uova di parassiti potenzialmente
pericolosi per l’uomo, soprattutto se ingeriti. Ricordate infine, vale anche per gli adulti, di lavarvi spesso le mani in
particolare dopo aver accarezzato il vostro piccolo amico.
Benvenuto in famiglia
L’età più opportuna per approcciarsi agli animali oscilla fra
i 5 e i 6 anni, ma con l’osservazione attenta e responsabile dei genitori anche un bimbo di pochi mesi potrà vivere
più che bene in presenza di un animale domestico. In che
modo? Educando il cucciolo in modo che stia bene con la
famiglia. Questo risultato si ottiene premiandolo per i suoi
attegiamenti positivi (tenderà a ripeterli per far piacere al padrone) ed evitando invece toni bruschi e sculacciate, che
trasformerebbero il rispetto in timore, incrinando il rapporto
sano fra l’animale domestico e gli umani.
Un cane
“su misura”
Il consiglio è quello di rivolgervi a un istruttore cinofilo, che
capirà quale cane si addice meglio alle esigenze della famiglia. In generale, se avete bimbi con meno di 5 anni, meglio
orientarvi sulle razze cosiddette da grembo (Maltese, Cavalier King, Chihuahua, Pinscher, Carlino, Spitz Nano, Barboncino Nano, Bassotto Nano, ecc.). Per bimbi dai 6 anni
in su potete scegliere cuccioli di taglia medio-grande, fra le
razze mansuete come Labrador, Golden Retriever, Cocker,
Bouledogue Francese, Bull Dog Inglese, Shar pei. Le più
adatte tra le grandi taglie sono invece Terranova, Collie, Bovaro bernese, Bull Mastiff, Leonberger. Ricordate, infine, che
nei canili ci sono tanti cuccioli senza famiglia: l’adozione è
la scelta più generosa che potete fare insieme ai vostri figli.
52
RivistAmica
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Inizia la primavera:
prepariamoci
a coltivare l’orto!
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RivistAmica
Riscoprire il piacere
di piantare, coltivare
e gustare gli ortaggi
che consumiamo.
Ecco un breve
vademecum per
iniziare con il piede
giusto
Ambiente e collettività
Non solo un piccolo risparmio economico, ma anche una grande soddisfazione che fa bene allo spirito. Quando si dispone
di un po’ di spazio verde, l’idea di dedicare alcuni metri quadri
alla realizzazione di un orto può cambiare davvero il modo di
approcciarsi alla vita. Preparare la terra, disporre i semi, attendere che le piantine crescano e si facciano forti, cogliere e
portare direttamente in tavola la propria frutta e verdura: sono
tutte attività che aiutano a combattere lo stress.
Organizzare gli spazi
Per prima cosa è necessario individuare nel giardino una
zona ben esposta al sole nel periodo primaverile ed estivo e,
al contempo, al riparo dal vento e dalle gelate nella stagione
fredda. Lo spazio necessario per l’orto dipende dalle vostre
aspettative. Con 15 metri quadrati di terreno, ad esempio, si
potrà creare una sorta di “mini-orto” in grado di soddisfare almeno parte delle esigenze di una famiglia di quattro persone.
Se nel giardino vivono animali domestici, è poi consigliabile
recintare la zona con dei paletti in ferro distanti un metro e
mezzo tra loro e una rete metallica, lasciando un passaggio
sufficientemente largo da permettere il transito con gli attrezzi.
All’interno, per evitare di essere costretti a prendere l’acqua
da zone lontane del giardino, cercate di rendere disponibile un
rubinetto per facilitare l’irrigazione.
L’orto di marzo
In ogni periodo dell’anno l’orto può essere produttivo, ma è
importante conoscere quali verdure è più opportuno seminare
durante le varie stagioni. A marzo, con l’arrivo del primo tepore
primaverile è consigliabile iniziare la semina degli ortaggi che
potranno essere raccolti fra la tarda primavera e l’estate: in
questa piccola guida ci concentreremo su pomodori, zucchine, melanzane e insalate, ma anche piselli e peperoni sono
adatti a essere seminati in questo periodo. Ricordate però
che, quando il clima è abbastanza clemente, ogni momento
dell’anno è favorevole per seminare carote, ravanelli, rucola,
lattuga e patate. Regola fondamentale: se fa ancora troppo
freddo rimandate la semina di un paio di settimane.
Regole e segreti
La coltivazione del pomodoro è una delle più semplici e consente di raccogliere i frutti nell’arco di un paio di mesi. Per permettere un corretto sviluppo delle piante disponetele in file, distanziandole tra loro di almeno 35-45 centimetri in un terreno
già lavorato e concimato, cercando una posizione dove possano godere di almeno alcune ore di sole diretto ogni giorno.
È consigliabile attendere che il clima sia già più che tiepido,
quindi per ottenere un ricco raccolto preferite attendere qualche settimana. Inoltre, per garantire una buona fruttificazione,
e lo sviluppo di frutti grossi e profumati, è necessario annaffiare regolarmente il terreno (ma non le foglie) e procedere
periodicamente alla sfemminellatura, cioè alla rimozione con le
dita dei germogli laterali che la pianta sviluppa costantemente
alla biforcazione dei rami.
Per coltivare le zucchine, invece, mettete due o tre semi in
Luna calante,
luna crescente?
La luna affascina l’uomo sin dall’antichità. Nei suoi cambiamenti si riconoscono – accanto alle allegorie sulla fortuna,
l’umore delle persone, l’instabilità della natura – influssi sulle coltivazioni e gli allevamenti. Tradizione, credenza popolare o scienza, è però attestato che, per ottenere i migliori
risultati in termini di resa, la semina delle piante di frutta e
verdura vada effettuata a luna crescente. Al contrario, invece, il periodo discendente favorisce lo sviluppo radicale,
ed è il momento migliore per la potatura e la concimazione.
L’orto in bottiglia,
un’idea vincente
Idea ingegnosa per chi non ha
sufficiente spazio ma non vuole
rinunciare al piacere di coltivare
qualche ortaggio. Per creare il
vostro “orto in bottiglia” prendete
una bottiglia di plastica, tagliatene la parte superiore conica e
fate un buco centrale sulla parte
inferiore. Inserite poi in fondo alla
bottiglia il cono tagliato in precedenza, con la punta rivolta verso
l’alto. Riempite il contenitore di
terriccio, mescolandolo con l’acqua per compattarne la consistenza. Si otterrà così il terreno
di semina, che dovrà superare
di 5 centimetri il cono dentro la
bottiglia. Non resta che inserire il
seme o il germoglio già formato.
[ segue ]
55
Ambiente e collettività
ogni foro praticato nel terreno; è importante in questo caso
un’irrigazione continua per evitare che si formino fiori maschili
sterili, che non producono quindi le zucchine in un secondo
momento. Nel corso della crescita è utile una concimazione
con macerato d’ortica, una sostanza biologica che tiene lontani i parassiti e che nutre la pianta. Le zucchine vanno raccolte
quando sono tenere e non completamente sviluppate: prima
si colgono e più la pianta continua a produrne.
Per quanto riguarda le melanzane, meglio acquistare e poi
interrare delle piantine già formate, reperibili in qualunque vivaio: un contenuto investimento per portare in tavola profumatissimi contorni preparati con i frutti del vostro orto curato
con passione. Se volete gustarle per la durata della stagione
estiva, allora dedicatevi alla coltivazione di questi ortaggi nel
mese di maggio. Irrigate le piante almeno tre volte alla settimana ed eliminate le foglie che tendono a ingiallire. Meglio cogliere le melanzane ancora immature, in modo da prolungare
il raccolto ancora per qualche settimana.
Insalata sempre fresca
Distinguete quelle da taglio da quelle da cespo. Le prime si
seminano spargendo le sementi su tutto l’appezzamento, ma
avendo cura di non ammucchiarle e di distribuirle in maniera
uniforme. Potete sceglierne anche tipi diversi per portare in
tavola un contorno vario e appetitoso. Quando le foglie sono
alte almeno 4-7 centimetri si può cominciare a consumarle
tagliandole alla base. Le insalate da cespo invece vengono
seminate in filari, distanti circa 25-35 centimetri gli uni dagli
altri, e si devono raccogliere quando si sono prodotti dei cespi rigonfi.
La libreria costruita
con il pollice verde
Passione innata oppure hobby scelto come passatempo per
unire l’utile al dilettevole, una cosa è certa: la cura dell’orto affascina chi la intraprende. Particolarmente utili sono i manuali
che spiegano le tecniche passo passo, svelano i segreti della coltivazione e suggeriscono poi come cucinare le verdure
raccolte. Abbiamo scelto per voi alcuni titoli: li trovate tutti sul
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La casa editrice Orme Editori ha pubblicato “Orto facile per
tutti”, un manuale (autore Giancarlo Bertinazzi) che affianca le
note di tecnica colturale alle proprietà nutritive e terapeutiche
dei vari ortaggi.
Di Giunti Demetra vi consigliamo “L’orto sul balcone” (AA.
VV): con piccoli ortaggi, alberelli da frutto ed erbe aromatiche
anche il balcone di casa può trasformarsi in un ricco orto. In
questo libro troverete i suggerimenti pratici per riuscire in questo piccolo miracolo! Della stessa casa editrice: “Il ricettario
dell’orto. Primi, secondi, piatti unici, insalate e... La cucina di
tutti i giorni”: oltre 500 pagine alle quali attingere per sperimentare nuovi menu ai sapori dell’orto.
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RivistAmica
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Valbona, azienda storica nel settore delle conserve vegetali, nasce nel lontano 1962 ai piedi
dei meravigliosi Colli Euganei, in provincia di Padova, dove ancora oggi vi è la sede principale.
Fondata dalla famiglia Marchetti, che ancora oggi è alla guida dell’ azienda, Valbona si è
contraddistinta in 50 anni per aver portato sulla tavola degli Italiani autentiche prelibatezze,
dai sottoli, ai sottaceti, dalle olive, alle salse.
Una passione per la qualità e la sicurezza dei prodotti premiata in tutti questi
anni dalla fedeltà dei propri consumatori, ed è proprio questa affezione
che spinge Valbona a migliorarsi continuamente.
Valbona ha sposato la filosofia di essere un’ autentica marca Italiana, ogni suo vaso deve
custodire in sé tutta la freschezza delle migliori materie prime e, una volta aperto, deve
sprigionare tutti i profumi e i sapori delle migliori verdure Italiane. Per questo l’ azienda
veneta poggia tutto il proprio lavoro su tre valori fondamentali:
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curiosità, storie e leggende dal territorio
Editore e proprietario
IPERAL S.P.A.
Sede legale:
Via Manzoni, 41 20121 Milano
Direttore responsabile
Giorgio Gaspari
Marketing e coordinamento:
Alessandro Pizzen
I proverbi
del mese
Il mistero di
Villa de Vecchi
In Valtellina e Valchiavenna è diffusa una tradizione
marzolina: nei primi giorni del mese i bambini festanti percorrono i prati scuotendo rumorosi campanacci. Il rito è detto “ciamà l’erba” e serve a risvegliare l’erba invitandola a ricrescere dopo il torpore
invernale. Proprio riguardo al raccolto a Morbegno
si dice “Marz pulverént, tant segal e tant furmént”
(marzo ventoso, tanta segale e tanto grano saraceno), mentre un detto della Val Bregaglia recita
“Calendamarz sciütc, al cresc erba süi ciüc”: se il
primo marzo è asciutto, cresce l’erba dappertutto.
Si racconta che passando fuori dai cancelli
di Villa de Vecchi, un’imponente casa abbandonata a Bindo di Cortenova, nel lecchese,
si possa udire il suono di un pianoforte. Se
di giorno la grande casa diroccata non fa alcun effetto, la notte riserva qualche brivido di
paura. I più coraggiosi sono entrati fra le sue
mura per scattare qualche foto, dicendo di
aver visto nell’obiettivo figure inquietanti. Se
non siete abbastanza coraggiosi, limitatevi a
guardare la villa da lontano.
Il drago del castello
Le primule
della bella Mina
Testi, grafica e impaginazione a
cura di
Imaginor s.r.l.
Fotografie
Iperal, Giuseppe Godi, Olycom/
Stockfood, Fotolia, Wikipedia,
Riccardo Bestetti, Marco Bucci
Stampa
RDS Web Printing s.r.l.
via Belvedere, 42
20862 Arcore (MB)
Reg. Trib. Sondrio N. 404/2013 del
18/10/2013
Una copia omaggio per
i possessori di CartAmica.
Distribuito presso i punti vendita del
gruppo Iperal.
Anno 1 numero 2
Chiuso in redazione il 14/02/14.
© IPERAL S.P.A. - Tutti i diritti
riservati.
È vietata la riproduzione anche
parziale di testi e foto.
Tutte le informazioni contenute nel
presente numero sono aggiornate
alla data di chiusura e potrebbero
subire variazioni per cause non
dipendenti dalla volontà della
redazione.
Le immagini riportate sono a scopo
illustrativo. Le ricette sono proposte
e redatte secondo scienza e
coscienza. Non possiamo assumere
responsabilità per la riuscita dei
piatti.
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Il castello di Roccascissa a Berbenno, dice la
leggenda, è in rovina da quando vi morì la giovane moglie di Goffredo de Capitanei, bruciata dalle fiamme vomitate da un drago di ferro
che il suo stesso marito aveva fatto costruire a
guardia della fortezza. Il giovane aveva giurato
allo zio, dal quale aveva ereditato il castello, che
avrebbe vigilato perché regnasse la pace. E invece, spergiuro, dopo aver preso dimora nel castello, ordinò al suo drago: “Odia come io odio!
Vomita fuoco sul primo che, non chiamato da
me, si avvicinerà!”, senza sapere che la prima
vittima sarebbe stata la sua ignara sposa.
Per le vostre segnalazioni, curiosità
e suggerimenti contattateci a:
[email protected]
RivistAmica C/O Gruppo Iperal
Via La Rosa, 354 Piantedo (SO)
Fuggito dal padre che lo voleva sposo di una
castellana, il nobile Guglielmo passò con la bella
Mina, figlia di un contadino, mesi felici. Ma alla
notizia della morte del genitore, preso dal rimorso lo raggiunse, promettendo all’amata che sarebbe presto tornato. Dovette però trattenersi
più a lungo e lei morì nella sua attesa. La trovarono dei contadini: seduta all’ombra di un grande
pino con il capo contornato da primule fiorite. Le
eressero una chiesa attorno alla quale sorse poi
Primolo, il “paese delle primule”.
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