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Barricate n°7

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EDITORIALE
COLOPHON
BARRICATE
L’INFORMAZIONE IN MOVIMENTO
anno 2°_ numero 1 _ GENNAIO - FEBBRAIO 2014
registrazione Tribunale di Pesaro
n°7/2012 del 23/08/2012
DIRETTORE RESPONSABILE
Giancarlo Ridolfi
DIRETTRICE DI REDAZIONE
Maria Chiara Ballerini
REDATTORI
Michele Boato, Matthias Canapini, Eleonora
Celi, Massimiliano De Simone, Nazareno Giusti,
Giancarlo Iacchini, Daniele Marescotti, Massimo
Marino, Domenico Alessandro Mascialino, Max Olla,
Mirko Orlando, Ilaria Puliti, Redazione Pressenza,
Laura Tussi, Harry Vanva
DISEGNATORI
Dario Arcidiacono, Andrea Bersani, Davide
Caviglia, Davide Ceccon, Maja Celija, Sauro
Ciantini, Pino Creanza, Dalia Del Bue, Elibee,
Fabrizio “Bicio” Fabbri, Riccardo Frizzoni,
Nazareno Giusti, Maurizio Magnanelli, Ivan
“Hurricane” Manuppelli, Stefano Milani, Marilena
Nardi, Daniela Perissinotto, Sergio Ponchione,
Simone “Nigraz” Pontieri, Andrea Pulito,
Giuseppe Scapigliati, Stefano “Persichetti Bros”
Tartarotti, Pasquale “Squaz” Todisco, Harry Vanva,
Stefano Zattera
FOTOGRAFI
Archivio Acanto, Matthias Canapini, Giulio Di Meo,
Insidefoto, Paola Mongelli, Mirko Orlando,
Giorgio Sottile
WEB
Walter Del Prete – E-Leva
GRAFICA
Carlotta Campagnoli, Filippo Emiliani,
Susanna Galeotti
IMPAGINAZIONE
Susanna Galeotti
STAMPA
Tipolito SAT - Pesaro
DISTRIBUZIONE IN LIBRERIA
Joo Distribuzione – Via F. Argelati, 35 – Milano
EDITORE
Italo Campagnoli
SEDE LEGALE
Strada di Monteballante, 12 - 61122 - Pesaro
[email protected]
[email protected]
[email protected]
www.barricate.net
COPERTINA
Stefano Zattera
I capilettera utilizzati nei testi sono stati disegnati da
Andrea Bersani
di Maria Chiara Ballerini
Accogliere persone, non importare braccia
(don Luigi Ciotti)
Il protagonista dei romanzi di Markaris, l’ispettore Kostas Charitos, ha
l’abitudine di leggere la realtà con l’aiuto del suo dizionario preferito,
veriicando se e in che modo le diverse deinizioni di un dato termine si
adattano alla situazione sui cui sta indagando.
Il tema delicato dei rifugiati e dei richiedenti asilo, cui abbiamo dedicato
lo spazio centrale di questo numero, porta inevitabilmente con sé una rilessione sul fenomeno dell’immigrazione nel suo complesso, che è forse
uno degli argomenti su cui in politica più si è speculato. Curioso notare
come tutti i signiicati del verbo “speculare” possano adattarvisi: 1) indagare con la ragione, ragionare ilosoicamente; 2) fare una speculazione
commerciale o finanziaria; 3) sfruttare anche illecitamente possibilità
che la situazione offre, favorevoli a sé e sfavorevoli ad altri.
La prima deinizione si adatta perfettamente alla politica schizofrenica
che dagli anni ’90 (periodo in cui l’Italia, da paese di emigranti, è diventata meta di immigrati) ha progressivamente trucidato la struttura
giuridica sull’immigrazione con un discutere “ilosoico” che non ha portato a soluzioni pragmatiche adeguate. La “sinistra” ha perorato la causa
dell’accoglienza tout court, la “destra” ha sfoderato i forconi, insieme
hanno approvato leggi inutili, restrittive e ingiuste ma con tanti di quei
buchi da potersi aggirare senza troppo sforzo.
Seconda accezione: speculazione commerciale. L’immigrazione è un
business redditizio. Anche la parte più sana, quella contro la quale mai
e poi mai oseremmo puntare il dito, ha un suo risvolto economico: tante
associazioni, cooperative e ong vivono grazie ai fondi stanziati per l’accoglienza ai migranti. Fino a che punto li gestiscano onestamente sarà forse
materia di una prossima indagine.
L’immigrazione è un fattore essenziale all’economia capitalistica. Per
quale motivo la normativa si accanisce contro i cosiddetti clandestini e
tralascia di curare le basi sociali e di costruire o rafforzare l’interazione
tra migranti regolari e comunità locali? Perché gli immigrati “servono”,
soprattutto se non troppo integrati, perfetti per fungere da forza lavoro
a basso costo. Ed ecco soddisfatta anche la terza accezione.
Questa andatura politica dissociata si riflette o è il riflesso del divario
esistente nella società civile, e dà il quadro di un paese accogliente ma
anche no, oscillante tra un’accettazione e un rifiuto che nella maggior
parte dei casi si manifestano nella loro esagerazione e degenerazione
di buonismo da un lato e xenofobia dall’altro, atteggiamenti ben lontani
da un equilibrio realistico. Né il senso di colpa di chi sostiene “aiutiamoli
poverini”, né la cecità mentale di chi difende il reato di clandestinità rispondono alla realtà dei migranti, che non sono né vittime né criminali,
ma esseri umani portatori di diritti universali che vanno rispettati senza
porre condizioni.
Che le persone si spostino e circolino è un dato di fatto. Il multiculturalismo è un dato di fatto. Sta a noi trasformare monadi isolate in dialoghi
interculturali, smettendo di pensare all’Altro come una dificoltà quando
invece rappresenta una ricchezza. Una banalità, forse, dalla quale però ci
salvano le parole di don Ciotti: “La diversità è il sale della vita, e pensare
di ostacolarla o di espellerla signiica privare una società della sua stessa
forza vitale, la forza che allarga i suoi orizzonti culturali e la fa guardare
avanti con iducia, senza cercare nella sicurezza il solo rimedio alla paura
del futuro.”
In effetti, se dovessimo scegliere, staremmo dalla parte dei buoni.
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LINGUAGGI GRAFICI: ARCIDIACONO
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BARRICATE E PALAZZI
EURO
Intervista ad Alberto Bagnai - prima parte
UNIONE? CHIAMIAMOLA ANNESSIONE
Euro e Unione Europea hanno favorito solo la Germania, distruggendo le economie del sud Europa. L’unica soluzione è nel riprendere la moneta nazionale
e sottrarsi alle assurde regole di Maastricht, che stanno condannando l’Italia
a un’eterna schiavitù. L’economista e docente universitario Alberto Bagnai ci
parla delle sue ricerche, riassunte nel libro “Il tramonto dell’Euro”
Ph: Archivio Acanto
Domenico Alessandro Mascialino
a diversi numeri Barricate si occupa delle questioni
Euro ed Unione Europea, e
non senza un preciso motivo.
Il totale asservimento della maggior parte dei media,
per ovvie ragioni politiche ed economiche, ai dogmi dell’irreversibilità dell’Euro e dell’ inattaccabilità
delle regole europee, rendeva sempre più urgente dare voce alle motivazioni di chi, da tempo, ha rilevato che in tutto questo sistema le
cose che non quadrano sono tante. L’insistenza su debito pubblico
e deicit in rapporto al Pil, con un
accanimento che ha dell’insensato,
le politiche di austerità imposte come un male necessario, il trionfo
delle dottrine neoliberiste a danno
del bene della popolazione, ignora-
to anche di fronte ai casi più gravi di impoverimento e suicidi con
una indiferenza che sfocia nella
psicopatia: in tutto ciò i grandi media hanno avuto un ruolo fondamentale e un giorno dovranno seriamente risponderne. Così come
dovranno risponderne i politici che
hanno avallato misure distruttive
e accordi scellerati, andati a tutto vantaggio di un ristretto gruppo
di banchieri, corporation e colleghi
di casta. Il peggior crimine di questo connubio media-politica-industria-banche è stato l’aver costretto la gente a pensare di dover subire in silenzio ogni tipo di privazione, che “non ci fosse altra scelta”. Ora sappiamo che si è sempre
e solo trattato di un gioco truccato, per arricchire i pochi sottomettendo i molti.
Negli scorsi numeri Barricate ha
intervistato Paolo Barnard, Nino
Galloni, Roberto Errico, Antonio
Miclavez, Daniel Estulin: tutte voci lontane dal circuito mainstream
e tutte concordi nel ritenere il sistema politico-economico vigente, in Italia e in Europa, un “gioco
per pochi”, in cui i comuni cittadini possono (e devono) solo obbedire a quanto viene deciso dalle élite. Élite che – com’è ovvio – si distinguono nient’altro che per censo
e per la comune protezione che accordano ai propri privilegi. Abbiamo intervistato un economista profondamente critico verso l’Unione
Europea e l’Euro, Alberto Bagnai,
docente all’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara e autore del
libro “Il tramonto dell’Euro”. Gli
elementi emersi, puntuali e importanti, non possono essere tagliati o
riassunti: pubblicheremo quindi il
testo in due numeri consecutivi.
Prof. Bagnai, nel suo libro lei
aferma che, visti i vantaggi
che ne trae la Germania, più
che di Unione Europea bisognerebbe parlare di annessione. Ci può spiegare i motivi di
questo giudizio?
Il giudizio è largamente condiviso ormai da un’ampia parte della letteratura scientiica internazionale, e si basa su un’evidenza
facile da aferrare: se un Paese a
valuta forte si unisce a un Paese a valuta debole, la loro valuta comune avrà un valore medio
rispetto a quelle originarie. Ciò
signiica che ora la Germania ha
un Euro che per lei è come una Lira mascherata, l’Italia ha
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sì i prezzi dell’Est quadruplicarono, l’impatto sulla competitività fu devastante e i tedeschi
dell’Ovest si presero le persone
più qualiicate e le risorse naturali più interessanti dell’Est. Con
l’Euro è successa una cosa analoga: la mancanza di lessibilità del cambio ha consentito agli
squilibri di accumularsi, e ora
l’Italia è in svendita dopo 10 anni un po’ come la Germania Est
fu in svendita a 10 mesi dall’introduzione del Marco uno a uno.
Un euro italiano per un euro tedesco è un’operazione altrettanto assurda di un marco dell’Est
per un marco dell’Ovest di allora.
L’Italia oggi è priva di sovranità monetaria. Il problema, lei
spiega, risale non solo all’adozione dell’Euro, ma anche
al divorzio tra Tesoro e Banca
d’Italia del ‘81. Ci parla delle
conseguenze negative di questi due passaggi?
L’Euro si inserisce nel processo storico della globalizzazione,
che signiica soprattutto libertà dei movimenti di capitale. Se
questi sono liberi, gli investitori possono portare i loro denari
laddove i rendimenti sono maggiori. Quando i Paesi si uniscono con un cambio più o meno
isso, i capitali aluiscono verso il Paese che ofre il tasso di
interesse più alto. All’inizio degli anni ’80, con l’entrata nel Sistema monetario europeo (Sme)
dell’Italia e di altri Paesi, nacque
l’esigenza per diversi Paesi europei di adattarsi alle condizioni del mercato monetario dettate dalla Germania, che era il più
importante. Infatti, quando questa alzava il tasso di interesse, se
non lo avessero fatto anche loro, i capitali sarebbero tutti fuggiti verso di lei. I Paesi europei,
dall’entrata nello Sme e dalla liberalizzazione dei movimenti di
capitale degli anni ‘90, non potevano più determinare in modo
autonomo il tasso di interesse. Il
divorzio si situa in questo contesto: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decisero che il governo per inanziarsi si doveva
rivolgere ai mercati, perché la
Banca d’Italia non avrebbe provveduto alle necessità inanziarie
del governo emettendo moneta.
Così il divorzio, assieme alla necessità di seguire i tassi di interesse tedeschi rialzati dopo l’uniicazione, contribuì a mettere in
grave crisi l’Italia.
Con l’Euro non siamo più in
illustrazioni di Davide Ceccon
lo stesso Euro, che per lei è come un Marco mascherato. Quindi entrando nell’Euro la Germania è come se avesse fatto una
svalutazione competitiva, la Lira è come se avesse apprezzato
il suo cambio, danneggiando le
sue esportazioni. È un gioco che
non può durare a lungo, perché
se la Germania svaluta entrando
nell’Euro per aumentare le sue
esportazioni (che infatti sono esplose), va in surplus che corrisponde al deicit di altri Paesi, i
quali si indebitano per acquistare i prodotti del Paese forte. Alla
lunga il sistema diventa insostenibile e crolla per tutti: ora anche la Germania non è in ottima
salute economica e il suo atteggiamento sta innervosendo partner importanti come gli Stati Uniti e il Giappone.
Fin dall’uniicazione, le elite tedesche erano pienamente consapevoli che, imponendo un cambio troppo forte a un Paese vicino col quale si vuole creare
un’unione economica, lo si distrugge economicamente e lo si
“mette in vendita”. Nel caso della Germania Est, l’unione monetaria venne fatta con il Marco uno a uno, quando prima ci
volevano 4 marchi dell’Est per
comprarne uno dell’Ovest. Co-
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BARRICATE E PALAZZI
grado di sganciarci senza gravi traumi, come avvenne alla ine del ’92. Allora dopo la crisi
ci sganciammo, la svalutazione
permise alla nostra economia di
ripartire e di alleviare il peso dei
debiti esteri, accumulati in un
contesto di cambio quasi isso.
Nel libro lei insiste proprio
sulla necessità di svalutare la moneta, che permetterebbe all’Italia di superare le
sue diicoltà ma che non si
può fare rimanendo nell’Euro. Perché svalutare ci aiuterebbe?
L’Euro è praticamente fatto per
impedire alla Germania di rivalutare. Se ci fosse il Marco, per
acquistare automobili tedesche
dovremmo comprare marchi, e
il loro prezzo salirebbe. Il Marco si rivaluta, la Lira si svaluta.
Svalutare non vuol dire che siamo più cattivi, ma che ci piacciono di più i beni di quel Paese. Se il mercato valutario funziona, la valuta del Paese che fa
un bene molto desiderato si apprezza: questo rende quel bene
meno conveniente. Così chi vive
lì gode dei beneici di una moneta più forte e dopo un po’ la
situazione si riequilibra.
Il problema dell’Unione Europea è che vuole essere un’economia di mercato, ma impedisce
con una ferocia da regime sovietico al più importante dei mercati, quello valutario, di funzionare. Se non c’è l’aggiustamen-
to dato dalla compravendita delle valute nazionali e dall’allineamento del cambio, gli squilibri
così creati si scaricano sul mercato del lavoro. Come? Con le
austerità. Tagli la spesa pubblica, crei un po’ di disoccupazione, i lavoratori accettano di essere pagati di meno e il Paese
diventa più competitivo. Che è
quello che ha fatto il presidente
Monti. Questo tipo di aggiustamento però è molto più doloroso
per le popolazioni. Un sistema di
cambi issi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a
sufragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di
voto dei cittadini, che dopo un
po’ ne avranno le tasche piene.
Non è un caso che l’Unione Europea sia retta da due organismi
che non sono eletti democraticamente, la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea.
L’Europa sembra preda di ricette economiche che non
fanno che peggiorare le cose. Lei critica sia i parametri
di Maastricht sia le politiche
di austerità. Perché queste ricette non funzionano e tuttavia vengono imposte come un
male necessario?
La critica ai parametri di Maastricht è vecchia come i parametri di Maastricht. Già nel 1993,
subito dopo che il trattato fu
irmato, economisti autorevolissimi come Nouriel Roubini,
Giancarlo Corsetti e Willem Buiter parlavano del non senso di
questi parametri, sottolineandone le incongruenze. Se le politiche sbagliate continuano a essere riproposte è perché queste sono sbagliate rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono giuste rispetto a quelli non dichiarati. Se
non puoi rivalutare il cambio, la
lessibilità si recupera attraverso
la lessibilità del salario: per diventare competitivo devi pagare
meno i lavoratori. Questo puoi
farlo solo se c’è una disoccupazione importante, perché solo
così il lavoratore accetterà dei
contratti più precari, retribuzioni meno elevate, ecc. L’austerità, quindi, serve a questo: a cre-
are disoccupazione in modo che
i salari si abbassino e il Paese ridiventi competitivo, e a ridurre i redditi in modo che le famiglie consumino di meno e il Paese importi di meno. Così si riequilibrano i rapporti con l’estero
e l’austerità viene presentata dicendo che abbiamo una crisi di
inanza pubblica. Ma nel maggio scorso il vicepresidente della Bce Vitor Constancio ha detto
quel che gli economisti sanno da
tempo, cioè che la crisi non è di
inanza pubblica. I Paesi che sono andati gambe all’aria per primi (Spagna, Irlanda…) avevano i conti pubblici a posto, surplus di bilancio e debito pubblico sotto il 40% del Pil. Sono saltati perché famiglie e imprese –
quindi il settore privato – avevano forti debiti con le banche
private del Nord, che avevano
prestato loro soldi per comprare beni del Nord. Queste politiche vengono giustiicate con una narrazione della crisi falsa e
perseguono benissimo il riequilibrio dei conti esteri ma non l’obiettivo dichiarato, cioè l’equilibrio dei conti pubblici, perché
questi si riaggiustano con la crescita e non con i tagli.
…prosegue nel prossimo numero
Alberto Bagnai
É economista e professore associato di Politica economica presso l’Università “Gabriele D’Annunzio” di
Chieti-Pescara. Nel 2012 pubblica il
libro “Il tramonto dell’Euro”, in cui raccoglie molte delle informazioni
e rilessioni difuse sul suo popolare
blog “Goofynomics”. Ha partecipato
a trasmissioni televisive quali Servizio Pubblico e l’Ultima Parola e ha
rilasciato videointerviste sul blog di
Beppe Grillo.
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BARRICATE E PALAZZI
DISAGIO ABITATIVO
DIRITTO ALLA CASA
Perdi il lavoro, perdi la casa. Il segretario del sindacato Unione Inquilini di
Roma, Massimo Pasquini, denuncia l’aumento di sfratti per morosità
incolpevole e la mancata volontà istituzionale di risolvere il problema
Giancarlo Iacchini
È una specie di Risiko questa crisi del capitalismo.
Partita dai cieli nebulosi della inanza, è arrivata
a mettere in ginocchio la terra dell’economia reale ino a devastare l’abc della vita sociale nelle sue fondamenta: prima il lavoro e poi la casa. Perché
chi si ritrova a perdere il reddito dopo il licenziamento o un fallimento aziendale non
più a pagare né mutui né afitti.
Ci sono oltre 3 milio- riesce
Il “focolare domestico” torna a essere
ni di case vuote in
una chimera anche per chi, pur indeItalia, ma la cemen- bitandosi a vita, pensava di averne in
tiicazione selvaggia mano l’agognata proprietà, tradizionale vanto dell’italiano medio; a magnon si arresta
gior ragione per gli inquilini soggetti a
quella che viene chiamata “morosità
incolpevole”, responsabile oggi di almeno 60 delle
70mila sentenze di sfratto emesse ogni anno in Italia. Una proporzione che ha rovesciato la situazione precedente, in cui se si era costretti a sloggiare dalle quattro mura prese in afitto era semplicemente per la ine del periodo di locazione. Oggi il
problema casa è acuto ino alla disperazione per almeno un milione di famiglie. “Ma non parliamo di e-
mergenza per favore – avverte Massimo Pasquini,
segretario dell’Unione Inquilini di Roma – perché
il termine si addice a un terremoto o altro cataclisma naturale, non a una situazione di precarietà
cronica che fa comodo alla speculazione e che non
si ha la volontà politica di risolvere a livello nazionale e locale”.
L’Unione Inquilini è il sindacato leader del settore, catapultato dalla crisi economica e abitativa al
centro del ciclone sociale proprio mentre si avvia
a tagliare il traguardo dei 40 anni di vita e di lotta per il diritto alla casa. È diventato nazionale dal
’74, infatti, ma la sua vera data di nascita (a Milano) è piuttosto emblematica: 1968. Niente funzionari, nessuna burocrazia e sempre più lavoro da
fare, a ianco dei numerosi movimenti e realtà associative che cercano di dare sostegno a chi viene
sfrattato (10 famiglie ogni giorno nella sola capitale), godendo di ben pochi agganci in un mondo politico che non sa oppure non vuole affrontare un
dramma sempre più pesante, che lede uno dei diritti basilari sanciti dalla Costituzione e dai trattati
internazionali sottoscritti anche dai governi italiaGENNAIO 2014 - BARRICATE
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BARRICATE E PALAZZI
ni. “Ormai sono davvero rari i casi di sfratto perché
l’appartamento serve al proprietario. O meglio, se
‘serve’ è spesso per essere afittato in nero” - continua Pasquini - che localizza in provincia, nei capoluoghi piccoli e medi, l’epicentro della precarietà
abitativa: “In città come Brescia, Modena, Bergamo e tante altre c’è un numero di sfratti pazzesco,
di molto superiore a quello delle metropoli in rapporto alla popolazione”. Ma a fronte di tanta gente rimasta senza casa, esistono case vuote in abbondanza. “Sulla base delle statistiche ne risultano
quasi 5 milioni. Anche se togliamo le seconde case
e il milione che probabilmente è afittato in nero,
ne restano oltre tre milioni. Negli ultimi dieci anni ne sono state costruite un milione e mezzo, con
una cementiicazione selvaggia che non ha risolto
nessun problema e non è servita nemmeno ad abbassare i prezzi, che sono scesi di pochissimi punti percentuali nonostante un enorme invenduto.
Il mercato edilizio è inalizzato alla speculazione e
non a soddisfare il fabbisogno dei cittadini, con l’inerzia e la complicità della politica. E in questo non
c’è differenza tra le scelte del governo nazionale e
quelle degli enti locali, come non ce n’è tra centrodestra e centrosinistra. Lo stesso sindaco di Roma
Ignazio Marino, all’atto pratico, non ha fatto ancora nulla per contrastare questo trend negativo.”
Un piano di edilizia popolare come quello che portò il nome di Amintore Fanfani, negli anni ‘60 e
‘70, appare oggi impensabile: “La soluzione va individuata nel recupero del patrimonio immobiliare pubblico, cioè dello stato e degli enti locali, e pero? Perché non spendere i fondi Gescal che le renell’aumento della tassazione sugli appartamenti gioni non utilizzano? Perché non far conluire ad evuoti, anziché azzerare l’Imu sull’invenduto come sempio le caparre versate dagli inquilini in un unico
invece è stato fatto”. La soluzione vista dagli sfrat- fondo, che disporrebbe di oltre 3 miliardi di euro,
con cui lanciare un piano di nuove
tati è anche, come le cronache riporcase popolari? Perché così tanti etano con sempre maggior frequendiici devono restare vuoti e per coza, l’occupazione delle case sitte. Il mercato edilizio è
sì lungo tempo, quando le famiglie
Azioni storicamente appoggiate ed inalizzato alla speche non hanno la casa sono molte
assistite dall’Unione Inquilini, ma culazione e non a
che appaiono ben lontane da quel- soddisfare il fabbiso- meno?”.
Un problema sociale
la guerra tra poveri spesso mostrata in televisione, con occupazioni a- gno dei cittadini, con gravissimo, eppure ri- La soluzione va inbusive ai danni dei regolari assegna- l’inerzia e la compli- solvibile, se si avesse dividuata nel recuil coraggio di contra- pero del patrimotari di case popolari: “Sono casi rari cità della politica
stare gli interessi spe– spiega Pasquini – perché in realtà
culativi e fare politica nio immobiliare puble occupazioni si indirizzano verso
immobili pubblici inutilizzati (ex ufici, scuole, clini- sul serio, recuperando un ruolo pub- blico, cioè dello stache, caserme, ecc.), che sono davvero tanti e non si blico vero, con progetti ambiziosi ca- to e degli enti locali,
capisce perché non debbano servire ad attenuare paci di autoinanziarsi, per il bene dei e nell’aumento della
il dramma delle famiglie che stanno in mezzo alla cittadini come unico obiettivo da pertassazione sugli apstrada, con lo sfratto divenuto esecutivo. Questo è seguire. Invece si fa il contrario, detasintollerabile, specie in presenza di bambini. La casa sando appunto l’invenduto, azzeran- partamenti vuoti
è un diritto per tutti; lo stato e i comuni dovrebbe- do il contributo-afitto (governo Monro garantire, nel momento dello sfratto, il passag- ti), proponendo di riinanziarlo con la miseria di 20
gio da casa a casa, ma questo non avviene. Perciò milioni (governo Letta), pensando di introdurre la
l’occupazione di alloggi vuoti diventa l’unico modo beffa dei vaucher (ministro Lupi). Ai prefetti si chieper ritrovare un tetto. Perché non avviare un mo- de intanto di bloccare gli sfratti, e ai comuni di innitoraggio del patrimonio pubblico inutilizzato da tervenire con percorsi di “accompagnamento sodestinare ai senza casa? Perché non elaborare pia- ciale” per le famiglie che subiscono il trauma di perni regolatori che incentivino progetti di auto-recu- dere il bene primario della casa.
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
LINGUAGGI GRAFICI: DAVIDE CAVIGLIA
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RICHIEDENTI ASILO
DIRITTO D’ASILO
Dallo sbarco a Lampedusa all’inserimento nei progetti SPRAR, il lungo iter
di chi richiede protezione internazionale
Maria Chiara Ballerini
illustrazione di Elibee
landestini, profughi, migranti. Parole che,
associate a “sbarchi”, continuano a riempire i titoli dei giornali. Termini spesso usati a sproposito o confusi tra loro, dai quali
scompare la persona umana con la sua soggettività, le sue esigenze, il dramma che ha
vissuto. Un’approssimazione lessicale che limita la
lettura della realtà.
La fuga dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione.
Migliaia di chilometri attraverso il deserto, gli abusi subiti in Libia, le alte somme pagate per il viaggio della speranza che può diventare viaggio della
morte, la traversata del Mediterraneo. Esseri umani stipati ino all’inverosimile in barche fatiscenti,
in preda alla sete, che approdano in in di vita sulle
coste italiane, non possono rientrare nel contenitore “immigrati”. Sono persone che richiedono protezione internazionale, storicamente nota come
“diritto d’asilo”.
Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, che
sta alla base del diritto internazionale del rifugiato, il richiedente asilo è una persona che, fuori dal
proprio Paese d’origine, presenta in un altro Stato domanda per il riconoscimento della protezione internazionale perché perseguitato per motivi
di appartenenza etnica, orientamento sessuale, opinioni e attività politiche o religiose, oppure perché proveniente da zone di guerra insicure o in cui
potrebbe subire trattamenti inumani.
Se è vero che la grande maggioranza delle richieste
di protezione internazionale in Italia è presentata da persone giunte attraverso gli sbarchi in Sicilia, e nonostante sia circolata l’allarmistica espressione “tsunami umano”, lo stivale non si trova in testa alla classiica tra i paesi dell’Europa occidentale. Stando ai dati Eurostat1, nel 2012 l’Italia ha ricevuto 15.715 richieste d’asilo e si trova al 7° posto
con il 5,2%, contro il 23,2% della Germania, il 18,3
della Francia, il 13,1% della Svezia, l’8,4 di Belgio e
Regno Unito e il 5,3% dell’Austria, che raggruppano più del 70% delle richieste complessivamente
presentate nei 28 paesi UE.
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
1- http://epp.eurostat.ec.europa.eu
In Italia, chi richiede protezione internazionale ha
diritto di soggiornare regolarmente nel paese con
un permesso per richiesta d’asilo, ino a quando le
autorità competenti, le Commissioni territoriali
per il riconoscimento della protezione internazionale, non decidono in merito alla domanda.
L’iter non è ancora del tutto semplice, anche se negli ultimi 10 anni la legislazione ha
parzialmente riempito il vuoto in maCon il 5,2% di
teria.
richieste di asilo,
All’arrivo, il richiedente asilo è intervistato e sottoposto a rilievi foto-datl’Italia si trova al
tiloscopici Eurodac, allo scopo di ve7° posto tra i paesi
riicare se ha già chiesto protezione a
dell’Unione Europea un altro paese europeo; ha diritto di
essere informato sulla normativa, di
richiedere assistenza e di comunicare con parenti, avvocati, rappresentanti dell’UNHCR, associazioni di tutela. Nell’attesa dell’audizione di fronte
alla Commissione (un periodo molto variabile, ma
che di norma non dovrebbe superare i 6 mesi), la
richiesta di assistenza è trasmessa alla Prefettura,
che stabilisce a quale tipo di struttura di accoglienza indirizzare la persona.
Il richiedente può ottenere 4 diverse risposte:
La protezione internazionale, comunemente detta “asilo”, che riconosce alla persona lo
status di rifugiato, avendo accertato che se tornasse nel proprio paese d’origine potrebbe essere
vittima di persecuzione personale e rischiare la vita per le ragioni previste dalla
Convenzione di Ginevra;
Lo SPRAR deinisce
La protezione sussidiamisure di accoglienza
ria, riconosciuta a chi rischia di
subire un danno grave se rimprogrammatica e
patriato, a causa di una situaintegrata, coinvolgendo
di conlitto armato o per
sinergicamente istituzioni zione
il rischio di tortura, condanna
centrali e locali, il terzo
a morte o trattamenti inumasettore e le comunità
ni, anche per motivi diversi da
quelli previsti dalla convenziocittadine
ne di Ginevra;
Il permesso di soggiorno per motivi umanitari, riconosciuto quando, pur non sussistendo esigenze di protezione internazionale, la Commissione ritiene che esistano seri motivi di carattere
umanitario che giustiicano la permanenza del richiedente sul territorio nazionale perché particolarmente vulnerabile sotto il proilo medico, psichico o sociale.
Non è una forma di protezione internazionale ma
un permesso di un anno rilasciato dalla Questura
competente per il territorio.
Il diniego, contro cui si può fare ricorso
procedendo per vie legali.
Nei primi 6 mesi del 2013 in Italia sono state prese 14.475 decisioni (cifra che include decisioni su
casi pendenti degli anni precedenti); 9.555 persone hanno avuto una forma di protezione: 1505 lo
status di rifugiato, 3040 la protezione sussidiaria e
5005 un permesso di soggiorno per motivi umani-
Ph: Insidefoto
VOCI SOLIDALI
tari; 4920 hanno ricevuto il diniego.
Il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Italia è strutturato in differenti tipologie di strutture,
che spesso vengono confuse.
I Centri di Accoglienza (CDA) e i Centri di Primo
Soccorso e Accoglienza (CPSA) garantiscono una forma di prima assistenza in attesa di deinizione della condizione giuridica sul territorio italiano. L’accoglienza è limitata al tempo necessario per
stabilire l’identità e la legittimità della permanenza della persona.
I Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA)
accolgono i richiedenti protezione internazionale
di cui sia necessario veriicare la nazionalità e l’identità, o coloro che hanno presentato domanda
dopo essere stati fermati in condizioni di soggiorno irregolare o per aver tentato di eludere il controllo di frontiera. Per quanto non siano strutture
totalmente libere, i CARA non vanno confusi con i
CIE, Centri di identiicazione ed espulsione destinati al trattenimento di non comunitari condannati
per crimini gravi o in attesa di allontanamento dal
paese.
Il servizio d’accoglienza su cui intendiamo concentrare l’attenzione è lo SPRAR - Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.
Nato nel 2002, dopo un biennio del “Programma
nazionale asilo”, da una collaborazione tra il Ministero dell’Interno, l’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) e l’Alto commissariato delle
Nazioni unite per i rifugiati, lo SPRAR è un sistema
pubblico integrato diffuso su tutto il territorio nazionale, istituzionalizzato con la legge n.189/2002
che ha deinito per la prima volta misure di accoglienza programmatica e organizzata per i richiedenti asilo e i rifugiati.
L’intero sistema è coordinato dal Servizio centrale
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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12
Ph: Insidefoto
Ph: Insidefoto
di informazione, promozione, consulenza, monito- plementato: oggi in Italia i progetti stanno assorraggio e supporto tecnico agli enti locali, ma la ge- bendo soltanto circa la metà dei richiedenti asilo.
stione è afidata all’ANCI ed è costituita dalla rete Gli atri restano alle porte, inseriti per la maggior
parte nei CARA, fuori da un prodegli enti locali che, per la realizzagramma di accoglienza speciico ed
zione di progetti di accoglienza, posL’accoglienza nei
eficace.
sono accedere alle risorse del Fondo
Con i nuovi bandi per il trienno
nazionale per le politiche e i servizi progetti SPRAR
2014-2017 la situazione dovrebbe
dell’asilo. Ogni triennio escono ban- supera la mera
di cui Comuni e Provincie possono assistenza puntando migliorare, grazie al potenziamento della capacità ricettiva del sistepartecipare dando la propria dispo- alla conquista
ma di accoglienza con l’allargamennibilità ad accogliere richiedenti asito a 16mila posti e l’istituzione di ullo; i progetti accettati si sviluppano dell’autonomia
teriori 6 sezioni delle Commissioni
a livello territoriale con il supporto
territoriali per il riconoscimento della protezione
del terzo settore, che funge da soggetto gestore.
Lo SPRAR prevede ospitalità in strutture comple- internazionale2.
tamente libere (comunità o appartamenti) e garantisce interventi di accoglienza integrata che superano la mera assistenza di distribuzione di vitAlcuni link, enti e portali di riferimento
to e alloggio, attuando servizi di informazione e
www.interno.gov.it/mininterno/site/it/sezioni/miorientamento e costruendo percorsi individuanistero/dipartimenti/dip_immigrazione/- sito del
li di accompagnamento che mirano alla conquista
Ministero dell’Interno - Dipartimento per le liberdell’autonomia e all’inserimento socio-economità civili e l’immigrazione
co. Gli standard di accoglienza sono generalmenwww.serviziocentrale.it – sito coordinamento nate superiori a quelli indicati dalla normativa eurozionale SPRAR
pea e comprendono servizi ad hoc per minori, portatori di handicap e persone vulnerabili o con disaANCI, Associazione nazionale dei comuni italiani
gio mentale.
UNHCR/ACNUR - Alto commissariato delle Nazioni
Le caratteristiche principali dello SPRAR, che ne
Unite per i rifugiati
IOM/OIM - Organizzazione Internazionale per le
rappresentano anche la novità e i punti di forza, soMigrazioni
no principalmente il carattere pubblico delle risorAmnesty International Italia
se messe a disposizione e degli enti responsabili,
Arci nazionale, immigrazione e asilo
la partecipazione facoltativa ai bandi, il decentraASGI, Associazione studi giuridici sull’immigrazione
mento degli interventi, le sinergie avviate sul terCaritas italiana
ritorio tramite la promozione di reti locali e il coinCIR, Consiglio italiano per i rifugiati
volgimento di singoli cittadini e associazioni.
Ecre, European council on refugees and exiles
Esistono progetti SPRAR non solo nelle grandi citMédecins sans frontières
tà ma anche in piccoli centri, e sono forse i progetti
Refugees International
di dimensioni limitate quelli che ottengono i risulSave the Children
tati migliori, poiché è più agevole la diretta parteciHuman rights watch
pazione del territorio, indispensabile per rafforzaImmigrazione.it
Meltingpot europa
re la coesione sociale e la cultura dell’accoglienza
Peace reporter
presso le comunità cittadine.
Redattore sociale
Il sistema SPRAR rappresenta sicuramente una riStranieri in Italia
sorsa preziosa, sebbene possa essere ancora im-
GENNAIO 2014 - BARRICATE
2- Decreto 17 settembre 2013 dal
capo Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, in attuazione del
decreto del Ministro
dell’Interno del 30
luglio 2013.
LINGUAGGI GRAFICI: ANDREA BERSANI
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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RICHIEDENTI ASILO
Intervista a Paolo Bernabucci
USCIRE DALL’AIUTO
Il ruolo di una piccola Ong che ha contribuito alla realizzazione della
nuova normativa per i rifugiati: da una legge che condannava i
richiedenti asilo a fruitori di carità, a un sistema che, pur con i suoi limiti,
prevede accoglienza, percorsi di formazione e rispetto della dignità umana
Non credeva nelle organizzazioni,
Paolo Bernabucci, ma nell’impegno individuale per modiicare la
realtà, i comportamenti, il mondo.
Finché non ha incontrato il GUS Gruppo Umana Solidarietà. Era
il drammatico periodo della guerra nei territori della ex Yugoslavia, un conlitto che suscitò in Italia un grande fermento e che portò alla nascita di molte Organizzazioni Non Governative, tra cui la
nota Emergency.
Convinto della necessità di avviare un intervento di pace, Paolo Bernabucci partecipa da singolo, nel dicembre 1992, alla “Marcia dei 500”, importante esperienza di “intrusione umanitaria” in
un conlitto armato, In quell’occasione conosce Guido Puletti, giornalista che verrà ucciso in Bosnia
nel maggio 1993. Pochi mesi dopo, lavorando a Spalato con profughi con malattie psichiche, viene in contatto con un’associazione appena nata, che sembra diversa da tante altre, e che è intitolata
proprio a Puletti. Nasce così una
nuova iducia nelle organizzazioni
e il rapporto con il GUS, una delle
Ong che meglio erano riuscite a organizzare gli interventi di aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra.
Che cosa contraddistingueva
il GUS rispetto alle tante Organizzazioni Non Governative che si impegnavano in quel
periodo?
Il GUS rispettava l’imperativo di
essere concreti e incisivi negli
interventi, facendosi carico del14
GENNAIO 2014 - BARRICATE
illustrazioni di Marilena Nardi
Maria Chiara Ballerini
le singole comunità e predisponendo aiuti non estemporanei
ma sempre più pianiicati con un
coordinamento regionale, nazionale e internazionale. La forza
stava nel territorio, nel riuscire
a coinvolgere un numero sempre
maggiore di persone e di istituzioni, nelle Marche e tutta Italia.
Come avete cominciato a occuparvi delle problematiche
che afrontano i richiedenti asilo?
Dopo un’esperienza con un gruppo di rifugiati curdi, cui abbiamo
cercato di permettere di esercitare il diritto all’asilo, abbiamo
scoperto il deserto, a livello normativo, per aiutare le persone
in fuga da un altro Paese. Allora non esisteva alcun tipo di as-
sistenza, se non un contributo di
35.000 lire al giorno per 15 giorni, prorogabili per altri 15. E tieni conto che Il tempo medio di
attesa che l’unica commissione
di Roma convocasse il richiedente “asilo politico”, come si diceva allora, e decidesse del suo destino era di 2 anni, a volte 3. In
questo tempo, il richiedente asilo rimaneva in un limbo, non
poteva lavorare (era vietato per
legge) ed era così condannato a
essere beneiciario di carità. Il
GUS ha cominciato ad approfondire la tematica speciica e a fare
pressione presso i politici, dalle
Marche a Roma. Finalmente, nel
2001 il Ministero degli Interni Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione e l’UNHCR -
VOCI SOLIDALI
Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati convocarono alcune organizzazioni nazionali e, come rappresentante
delle piccole organizzazioni territoriali, il GUS. Il tavolo aveva
il compito di procedere a un’ipotesi di revisione delle normative
di accoglienza per i richiedenti
asilo. Il risultato fu la irma di
un protocollo d’intesa per la realizzazione di un sistema integrato chiamato PNA - Programma
Nazionale Asilo, il primo sistema pubblico per l’accoglienza di
richiedenti asilo e rifugiati difuso su tutto il territorio italiano.
Si può dire che il PNA è il progenitore dello SPRAR, che nasce nel 2002. Qual è la caratteristica principale di questo
sistema?
Sicuramente il coinvolgimento
diretto dell’ente locale, che si fa
in parte carico delle persone interessate. Per la prima volta in
maniera programmatica, il Ministero dell’Interno ha coinvolto il terzo settore, i Comuni, che
partecipano ai bandi triennali e divengono soggetti titolari
del progetto, e le organizzazioni di volontariato che fungono
da soggetto attuatore. Il risultato è il passaggio da un sistema
che condannava il richiedente
asilo a fruitore di carità a lungo periodo, a uno che, che pur
con i suoi limiti, aumenta via
via il numero di Commissioni,
abbrevia il periodo d’attesa e fa
in modo che la vita sia nel frattempo il più possibile dignitosa,
prevedendo accoglienza, vitto,
alloggio, orientamento, formazione e pocket money.
Di quali progetti il GUS è oggi
soggetto attuatore?
In questo momento (dicembre 2013) ne seguiamo tre, tutti nelle Marche: Macerata, Pesaro e Grottammare. Nel prossimo
triennio, se saranno approvati,
ne gestiremo 14 tra Sardegna,
Puglia e Marche.
Puoi parlarmi dei percorsi di
inserimento lavorativo che
attivate nel periodo di accoglienza?
Prima della crisi iniziata nel
2008, avevamo grosse soddisfazioni per quanto riguarda gli
inserimenti lavorativi, gestivamo al meglio il periodo dell’accoglienza, la scuola d’italiano,
i tirocini formativi, le borse lavoro di 5-6 mesi pagate da noi,
in modo che le aziende non dovessero sobbarcarsi alcun onere. Quando gli accolti uscivano
dal progetto, in media dopo 1
anno (premesso che non è mai
un momento facile quando devi
lasciare qualcuno che ti sta aiutando e devi iniziare a muoverti da solo), la maggior parte venivano inseriti nelle aziende di
industria o artigianato ed erano
in grado guadagnarsi da vivere
con il loro lavoro: il 70-75% era in grado di vivere autonomamente e molti riuscivano a farsi
raggiungere dai familiari. Oggi
non è più così, ma noi non possiamo certo assistere inerti aspettando che inisca, dobbiamo agire. Non dobbiamo creare
dipendenza ma creare canali di
autonomia.
Lo avete fatto con un bellissimo progetto nel campo dell’agricoltura…com’è nato?
La Fattoria sociale è un tentativo
di risolvere i problemi, che sono
sempre di singole persone. E delle persone allora cerchiamo di
valorizzare le risorse, senza pacchetti pronti. L’ospite deve trovare durante l’accoglienza, che
è temporanea, delle possibilità
per costruire il suo futuro. L’idea
della Fattoria è nata da qualche
anno, con la crisi che ha drasticamente abbassato le percentuali di inserimento lavorativo; sono venuti a mancare gli sbocchi
e così la possibilità di completare il nostro ruolo, che va oltre il
dare da mangiare, trovare i vestiti, ma è quello più diicile di
è aiutare a emanciparsi dall’aiuto. Abbiamo allora pensato all’agricoltura come momento di formazione e come strada verso
l’autonomia. Il progetto a Urbisaglia è in partenariato con una
Ong di Milano, in grado di formare i ragazzi su know how e
competenze. Oggi alcuni stanno facendo i contadini, lavorano
la terra e sono autonomi, pur essendo ancora nel progetto, guadagnano il loro stipendio, partecipano alle spese della casa, sono usciti dalla condizione di aiutati. Ora stiamo supportandoli nella creazione dei mercati
della distribuzione: innanzitutto miriamo a raddoppiare l’ettaro di terreno attuale; poi i prodotti che coltivano e raccolgono
nell’orto verranno utilizzati per
gli altri progetti SPRAR; stiamo
inoltre attivando una collaborazione con la cooperativa Ritorno
alla terra, con il duplice obiettivo di avere un punto vendita dei
nostri prodotti e di far lavorare
i ragazzi per esempio nel confezionamento; in futuro vorremmo trovare altre terreni e replicare l’esperienza.
Come gestite i progetti fuori
regione e i rapporti con le amGENNAIO 2014 - BARRICATE
15
VOCI SOLIDALI
ministrazioni?
Cercando di trovare partner che
condividano principi e modalità nel farsi carico del problema.
All’inizio trasferiamo conoscenza e competenza agli operatori
delle organizzazioni del territorio, e quello che diamo, lo riceviamo raddoppiato in termini di
esperienze e di entusiasmo. È un
arricchimento reciproco. Siamo
laici, crediamo nel cammino,
nell’incontrarci, nel contaminarci continuamente, nel coinvolgerci.
Certo le modalità speciiche dipendono molto dal territorio e
da quanto è coinvolta l’istituzione, essendo l’ente locale il titolare del progetto. Se l’amministrazione accoglie questo nuovo
modo di considerare la persona
che fugge, riesce a fare lavoro
di rete, partecipa emotivamente, è presente, agevola i percorsi, come corsi o tirocini formativi. Insomma, la collaborazione tra chi svolge concretamente le attività e l’istituzione titolare del progetto può portare molti frutti. Ovviamente noi abbiamo le nostre responsabilità, il
capitale umano è la nostra risorsa più importante, chi lavora insieme deve trovare un giusto equilibrio tra passione e distacco,
16
GENNAIO 2014 - BARRICATE
non è un lavoro come un altro!
Non è facile trovare l’equilibrio tra professionalità e
coinvolgimento quando si ha
a che fare con situazioni così
complesse e delicate…
No, non lo è. In Bosnia, durante il conlitto, andavamo a trovare alcune vedove e orfani, io
ero all’inizio e spesso mi dovevo
staccare dal gruppo per la commozione, andavo a sfogarmi in
un angolo. Poi, pian piano, riesci a capire quanto è importante che tu rimanga lì. Spesso sono
persone che hanno perso tutto,
ed è bene che ti sappiano coinvolto, ma anche forte. Solo così
puoi dare un aiuto eicace. Detto ciò, se è vero che l’emozione
va gestita, è vero anche che non
siamo “manager della solidarietà”, ma persone la cui esperienza è solo un servizio che mettiamo a disposizione per realizzare
quello in cui crediamo.
Per concludere: pregi e difetti
del sistema SPRAR?
Lo SPRAR ha avuto il pregio di
cercare di mettere in rete tutto il territorio, dalle piccole alle grandi organizzazioni, di avere seminato il terreno. Nel 2001
c’erano 70 progetti, ora 500 amministrazioni ne hanno presentati altrettanti, una crescita che
è anche crescita di sensibilità
nella percezione collettiva. Si è
fatta contaminazione culturale, i media ne parlano, la questione dei richiedenti asilo è oggi un argomento che si conosce
di più. Il sistema si può migliorare, certo, ma il margine di miglioramento passa anche attraverso una condivisione comunitaria. Innanzitutto, l’Italia ha una sua speciicità geograica che
rende più facile l’accesso rispetto agli altri paesi europei, in ogni momento possono arrivare sulle coste migliaia di persone e questo va tenuto in considerazione; inoltre, diversi paesi lavorano in modo eccelso sul
tema della protezione, pertanto
vanno creati degli standard cui tutti devono adeguarsi; inine
va attuato un sistema legislativo che agevoli il lusso europeo, poiché chi richiede protezio-
GUS
Il GUS Gruppo Umana Solidarietà è
una ONLUS nata nel 1993 nel nome
di Guido Puletti, giornalista italo-argentino ucciso in Bosnia. La missione del GUS si fonda sui valori della
laicità, della solidarietà, della giustizia sociale, portando avanti l’impegno per coniugare la visione di una
società laica e solidale con i bisogni e
le esigenze pratiche e concrete.
Le principali aree di intervento sono: emergenze, cooperazione ed educazione allo sviluppo, accoglienza
e integrazione, formazione, volontariato. Il GUS opera specialmente nel
campo dell’infanzia e dei diritti umani ed è portatore di aiuto per mezzo
di azioni concrete in Italia e nel mondo, collaborando con altre organizzazioni e partecipando ai più importanti network italiani e internazionali. Il GUS interviene dove c’è un’emergenza ma anche, in modo meno
eclatante, nel disagio sociale quotidiano. Uno dei principali ambiti di
intervento è rappresentato dall’accoglienza e sostegno concreto a coloro
che fuggono da guerre e persecuzioni e arrivano in Italia in cerca di accoglienza e protezione internazionale. Dal 2002 il GUS è soggetto attuatore dei progetti SPRAR.
Per contatti
Via Pace, 5 - 62100 Macerata
(MC)
tel. 0733 26 04 98
fax 0733 26 97 58
[email protected]
www.gusitalia.it
ne in Italia lo fa spesso in modo strumentale per raggiungere
altri paesi, ma poi ha mille dificoltà per lavorare altrove. Non
possiamo essere così schizofrenici, bisogna rendere il sistema organico e fare una vera politica,
appunto, europea.
LINGUAGGI GRAFICI: BICIO FABBRI
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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ISTRUZIONE E IMMIGRAZIONE
SCUOLA E DIVERSITÀ
Siamo tutti migranti. Alla ricerca di un signiicato per l’esistenza
Ph: Insidefoto
Laura Tussi
La scuola, gli insegnanti, i genitori hanno il compito
di favorire l’accoglienza, la convivenza paciica e il
dialogo interculturale, ponendosi in atteggiamenti
di ascolto delle storie di vita spesso intrise di traumi, frustrazioni, insuccessi che il viaggio di migrazione comporta con lo sradicamento da un altrove
di tradizioni, lingue e costumi differenti. Purtroppo
invece si assiste non di rado ad episodi di intolleranza all’interno delle comunità l’altro viene messo da parte, escluso, non accettato; risulta dificile rilettere se stessi nell’altro, attivando meccanismi comportamentali paciici e nonviolenti di comprensione ed empatia: prevale invece l’aggressività e la presunzione di appartenere al gruppo dominante e ritenuto migliore.
I comportamenti microsociali rilettono sempre
prospettive macrosociali, pertanto una società
votata al razzismo e alla discriminazione produce
sempre elementi d’intolleranza nell’ambito sociale più circoscritto, come la scuola, la comunità, la
famiglia. Occorre estirpare il pregiudizio, sradicare lo stereotipo per prevenire la ghettizzazione e
la discriminazione dei migranti, che tendono a iso18
GENNAIO 2014 - BARRICATE
larsi dal contesto educativo dei paesi d’accoglienza, cercando ambiti di interazione tra simili, evitando il confronto e il dialogo con l’altro.
Una scuola orientata a un futuro di pace deve essere in grado di aprirsi al rispetto, all’interazione,
all’inserimento, incentivando il racconto e la narrazione reciproca delle storie di vita, raccogliendo
e annotando esperienze esistenziali. L’insegnante
è chiamato a trasformare gli atteggiamenti aggressivi e violenti in stimoli relazionali positivi, in situazioni di confronto e interazione, in prospettive di
dialogo paciico e rispettoso dell’altro. L’inserimento dell’allievo migrante nella classe deve avvenire
gradatamente, tramite un’interrelazione reciproca
orientata a situazioni nonviolente e di accoglienza,
in ambiti di discussione e dialogo, in cui il conlitto non sia assolutamente concepito come negativo, ma utile per approdare a situazioni di interrelazione e interscambio. Dalla scuola deve propagarsi il monito universale per la pace e l’antirazzismo, contro ogni intolleranza, ogni omofobia e discriminazione, nell’accoglienza reciproca di tutti e
di ciascuno, nel rispetto dei problemi psicologici e
VOCI SOLIDALI
Laura Tussi
EDUCAZIONE E PACE
DALLA SHOAH AL DIALOGO INTERCULTURALE
Laura Tussi, docente e giornalista, si occupa di pedagogia
nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell’ambito delle scienze della formazione
e dell’educazione. Collabora con diverse riviste telematiche come «www.peacelink.it», «www.politicamentecorretto. com», «www.ildialogo.org». E’ autrice dei libri: Sacro (EMI 2009), Memorie e Olocausto (Aracne 2009),
Il Disagio Insegnante (Aracne 2009), Il Dovere di Ricordare (Aracne 2010), Il Pensiero delle Diferenze (Aracne, 2011) Collabora con l’Istituto Comprensivo Prati Desio (MB) e con diverse riviste di settore, tra cui: Rassegna
dell’Istruzione (Mondadori, Le Monnier - MIUR), Scuola
e Didattica (La Scuola).
Recensione di Alessandro Marescotti
Mimesis Edizioni
Pagine 138
Data pubblicazione 2011
Prezzo 11,90€
su www.mimeisedizioni.it
Versione e-book 8,00€
su www.bookrepublic.it
illustrazioni di Andrea Bersani
comportamentali, nella valorizzazione delle diversità, dall’omosessualità alle differenze di genere, a
tutte le prerogative interreligiose e le caratteristiche culturali. È necessario riconoscere una personale identità, per poi riparteciparla con la personalità altrui, per incontri vicendevoli che conducano
alla comprensione reciproca.
Un’adeguata politica interculturale deve porsi l’obiettivo di aprire la scuola ai migranti tramite percorsi di accoglienza. La scuola che apre ai migranti
consegna valori di arricchimento tra culture a tutte le generazioni presenti e operative nel contesto
formativo. Nell’incontro con la comunità e la scuola di accoglienza, bambini e genitori di tutte le nazionalità si devono sentire reciprocamente coinvolti in processi di cambiamento, in percorsi dialogici caratterizzati da un’osmosi educativa tra diversi, in quanto fattori di interesse reciproco.
L’umanità, nelle diverse latitudini e longitudini spaziali e temporali, è sempre stata nomade e itinerante: l’istituzione scolastica è chiamata ad aprirsi
all’altro per concepire il concetto dell’erranza come avventura esistenziale di valorizzazione reciproca, di ampliamento delle prospettive culturali
e interculturali, intendendo la differenza come apportatrice di novità e di cambiamento, in una prospettiva positivamente rivoluzionaria.
La scuola deve promuovere la pedagogia dell’incontro,
dell’accoglienza reciproca, del dialogo costruttivo, per evitare il conlitto a livello individuale e collettivo, per incentivare una predisposizione alla pace in un mondo che
si concepisca privo di guerre e di scontri armati. L’educazione alle diferenze comporta la capacità di oltrepassare i propri conini, i propri particolarismi e di imparare a
ricercare e a interconnettere le diferenze attraverso un
pensiero transitivo, capace di interagire dialetticamente
e trasversalmente tra lingue, culture, fedi, valori, riconoscendo la creatività delle diferenze, del pluralismo di
forme e colori, di suoni e odori, di idee e valori apportati
dalle genti che attraversano i nostri territori.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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IMMIGRAZIONE
Intervista a Gabriele Del Grande
IN GIOCO LA VITA E LA
MORTE
Dopo la tragedia di Lampedusa, per non “dimenticare”. Le foto di Giulio Di
Meo raccontano l’immigrazione nella sua quotidianità
Autore Redazione Pressenza Foto di Giulio Di Meo
Gabriele, ci puoi spiegare il lavoro che fai?
Viaggio, incontro, ascolto, leggo, penso, studio. E
poi scrivo. All’estero mi deinisco un giornalista.
Nel paese delle caste e delle tessere che è l’Italia,
non sono nemmeno un pubblicista, ma una semplice partita Iva. Ad ogni modo, il risultato è lo stesso. Cercare storie, metterle in ila e provare a raccontare la Storia. Con cura, preparazione e passione. Fortress Europe è una ricerca che dura da sette
anni. Da un lato i numeri delle statistiche sui morti lungo le frontiere europee e dall’altro il lavoro
di reportage e narrazione. Con un’attenzione maturata negli anni alla ricerca di linguaggi nuovi, di
parole nuove, di sensibilità nuove. Perché non c’è
20
GENNAIO 2014 - BARRICATE
bisogno solo di vertenze sui diritti, ma soprattutto di una nuova estetica che ci aiuti a riumanizzare
ciò che certo giornalismo e tanta politica ci hanno
abituato a considerare come la spazzatura dell’umanità.
Come stanno cambiando i lussi negli ultimi tempi? È possibile fare una stima delle vittime? Chi
sta pagando il prezzo più alto?
I lussi migratori, nel mondo, seguono i lussi del
denaro, degli investimenti, del mercato del lavoro.
E in questi anni di crisi sono lussi in uscita. La principale rotta migratoria in Italia, ma anche in Spagna e in Grecia, da un paio d’anni è la via del ritorno. Se ne sono andati in centinaia di migliaia dal
FOTO PARLANTI
Sud Europa, compresi molti nostri concittadini andati a cercare lavoro all’estero. Il loro spostamento
non fa rumore perché hanno le carte in regola. Così
come non fa rumore lo spostamento della maggioranza dei lavoratori emigrati in Italia, che sono europei, albanesi, rumeni, bulgari, polacchi. Non fanno rumore perché da diversi anni si muovono in regime di semi o totale libera circolazione. Arrivano
in autobus, in aereo, in macchina, senza più bisogno del visto di ingresso… Eppure i rilettori della
stampa sono accesi solo su Lampedusa. Come se
quegli sbarchi fossero la causa della migrazione.
Mai equazione fu più errata. L’immigrazione in Italia arriva dall’Est e ormai viaggia con il passaporto.
Lampedusa è piuttosto la conseguenza delle politiche frontaliere dell’Europa. Sì, perché la stessa UE
che ha avuto il coraggio di aprire alla libera circolazione con l’Est, ancora oggi non si azzarda a sempliicare le inaccessibili procedure per il rilascio di visti turistici, familiari o per lavoro. E la conseguenza
è che una parte degli esclusi da quei visti decide di
afidarsi alle reti del contrabbando. Che siano lavoratori in cerca di un salario o famiglie in fuga dalla
guerra siriana, poco cambia. Il problema è lo stesso: l’inaccessibilità ai visti europei.
Chi fa i soldi con questa faccenda dell’immigrazione clandestina?
Sicuramente il contrabbando libico ed egiziano fa
molti soldi. Come pure fanno molti soldi i funzionari delle ambasciate italiane. Perché è vero che è
dificile avere i visti, ma la corruzione aiuta molto.
Tra il contrabbando e la corruzione, credo che il giro d’affari, soltanto per l’Italia, si aggiri su svariate decine di milioni di euro l’anno, che poi ricadono a cascata su vari gruppi criminali locali e su vari funzionari corrotti. Non c’è un’unica grande organizzazione. Non si tratta di cifre astronomiche,
ma magari aiuterebbero a risanare l’Alitalia o qualche compagnia di navigazione italiana. Se soltanto
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FOTO PARLANTI
l’Italia e l’Europa ragionassero in termini di mobilità e non di criminalizzazione del viaggio. A Lampedusa sbarcano 30.000 persone ogni dodici mesi. Farle viaggiare in aereo, su voli diretti in mezza
Europa, sarebbe logisticamente molto più semplice di quanto non sia trasportare i 18 milioni di turisti che ogni anno visitano Roma. E sarebbe più redditizio che non inanziare le missioni militari di pattugliamento nel Mediterraneo.
Quali sono per te le istituzioni che stanno lavorando peggio sul tema?
L’Europa, come pure l’Italia, è un soggetto pieno di
contraddizioni. L’Europa di Frontex (Agenzia comunitaria per il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne) ha incoraggiato i respingimenti in Libia fatti dall’Italia nel 2009, dopo un
accordo bipartisan irmato con Gheddai prima dal
governo Prodi (2007) e poi dal governo Berlusconi (2009); eppure l’Europa della Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per quegli stessi respingimenti. L’Europa di Frontex ragiona con i paesi del
Mediterraneo soltanto in termini militari, navi da
guerra, respingimenti, carceri nel Sahara, esternalizzazione; eppure l’Europa della Commissione Europea ha irmato negli anni passati accordi di liberalizzazione dei visti (e dunque della mobilità) con
diversi paesi dei Balcani e con i nuovi stati membri dell’Europa dell’Est. Forse sta a noi far prevalere la parte sana dell’Europa, contro quella in preda
ai fantasmi dell’invasione e dello scontro di civiltà.
Essere Umano = viaggiatore. Possiamo tornare a
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
quest’uguaglianza? Cosa serve per te, nelle leggi e
nella mente, per farlo?
Basterebbe molto poco nelle leggi. E non sarebbe la prima volta. Fino al 2006, il 30% dei reclusi
nei CIE (centri di identiicazione e espulsione) erano rumeni, in perfetta coerenza con i dati sulle presenze in Italia dei rumeni come prima comunità immigrata. Dal 2007, di rumeni nei CIE non se ne vedono più. Basterebbe riscrivere la legge sull’immigrazione per introdurre i visti per motivi di ricerca
di lavoro, reintrodurre la igura della sponsor, sempliicare i ricongiungimenti e prevedere una sanatoria permanente e individuale, come in Spagna,
per cui chi ha un contratto e una casa possa regolarizzare la propria posizione. Al resto però deve
pensare l’Europa, con una progressiva sempliicazione dei visti e magari con dei programmi speciali
per i cittadini provenienti da paesi in guerra come
la Siria, la Somalia o l’Afghanistan, verso cui servirebbe maggiore solidarietà. Se l’Europa non trova
il coraggio per farlo adesso, forse non lo farà più,
perché la pressione migratoria non è mai stata così bassa. La crisi ha reso l’Europa poco attraente. E
proprio adesso dovremmo provare un altro sistema, visto che quello delle navi da guerra in vent’anni ha prodotto soltanto migliaia di morti, ma non ha
cambiato niente.
http://fortresseurope.blogspot.it/ è il blog in cui Gabriele Del Grande riunisce i suoi testi e l’osservatorio
sulle vittime della frontiera da lui fondato
LINGUAGGI GRAFICI: GIUSEPPE SCAPIGLIATI
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
BERE MANGIARE RESPIRARE
GREEN ECONOMY
in collaborazione con
CRESCITA VERDE
Lo stato della “green economy” in Italia e le criticità messe in luce dall’OCSE
Ph: Archivio Acanto
Daniele Marescotti
Le raccomandazione
all’Italia della OCSE
possono essere lette qui:
www.oecd-ilibrary.org/environment/rapporto-sulle-performance-ambientali-italia-2013_978926
4188754-it
Il termine “green economy” è ultimamente molto utilizzato: politici, media, scuole e università riportano spesso questo concetto per parlare di rilancio economico. Per l’ILO (International Labour Organization), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del lavoro, la green economy sarebbe in grado
di portare tra i 15 e i 60 milioni di posti di lavoro nel
mondo, nei prossimi 20 anni. I dati sono provenienti dallo studio “Working towards sustainable development”, che vuol dire “Lavorare attraverso lo sviluppo sostenibile”.
Il Direttore Generale dell’ILO Juan Somavia ha lanciato un appello afinché si raggiunga un cambio
nell’attuale modello di sviluppo: “L’attuale modello di sviluppo si è dimostrato ineficace e insostenibile, non solo per l’ambiente, ma anche per le economie e le società” ha affermato. “Dobbiamo muoverci al più presto verso un percorso di sviluppo sostenibile attraverso un insieme coerente di politiche che riconosca alle persone e al pianeta un posto
centrale”, ha spiegato Somavia.
Negli Stati Uniti, 3 milioni di persone lavorano nella produzione di beni o servizi ecologici. In Spagna
sono oltre mezzo milione le persone impiegate in
questo settore. Il Brasile ha creato poco meno di 3
milioni di posti di lavoro che corrispondono a circa
il 7% dell’occupazione formale nel paese.
I dati OCSE -Organizzazione per la cooperazione e
lo sviluppo economico sull’Italia sono poco confortanti. Secondo il Rapporto sulle performance ambientali stilato dall’Organizzazione “L’economia italiana è la sesta dei Paesi dell’OCSE. Nel periodo
2000-2007 la crescita media annua era dell’1,6%,
la più bassa fra i Paesi dell’OCSE. Nel 2008-2009
l’economia ha subito una contrazione del 6,8% a
causa della crisi economica mondiale. Nel 2010 si è
registrata una crescita del 2% e nel 2011 si è ritornati alla media prima della crisi. Tuttavia, a partire
dalla metà del 2011 si è assistito a un calo del PIL e
si prevede che quest’ultimo continuerà a calare ino alla ine del 2013.”
Stando al Rapporto, rimane ancora molto da fare
in materia di politica economica, in particolare nel
lungo termine. Il DEF (Documento di Economia e
Finanza), che costituisce il principale documento
di politica economica approvato ogni anno dal parlamento, fornisce alcune indicazioni sulle priorità
strategiche del governo in materia di ambiente. Tale documento, tuttavia, deinisce le priorità unicamente nel breve termine. Il Rapporto precisa a questo proposito: “Una strategia della crescita verde di
lungo termine potrebbe assicurare un quadro politico più stabile, assolutamente necessario per incoraggiare gli investimenti nell’economia verde”.
L’OCSE ha riconosciuto che qualche progresso c’è
stato, anche grazie ai fondi comunitari per lo sviluppo regionale: questi fondi hanno rappresentato una delle principali fonti di inanziamento per gli
investimenti legati all’ambiente, aggiungendosi agli stanziamenti nazionali. In alcuni settori di beni
e servizi legati all’ambiente, il trend è stato positivo come nel caso dell’agricoltura biologica e delle
energie rinnovabili. In questi settori, che richiedono qualiiche medio-alte, i posti di lavoro sono aumentati e diversi investimenti da parte delle imprese, comprese piccole e medie, sono stati effettuati.
Nonostante i suddetti riconoscimenti positivi, il
Rapporto OCSE è piuttosto critico rispetto alla capacità italiana di innovare; in particolare viene attaccato il basso stanziamento di fondi per ricerca
e sviluppo, nonché le domande di registrazione di
brevetti, che sono modeste se paragonate alla maggior parte degli altri grandi paesi.
Un’iniziativa che invece l’OCSE sembra aver apprezzato è data dal processo partecipativo sull’economia verde cui hanno preso parte numerosi portatori d’interesse (Stati Generali della Green Economy), lanciato nel 2012. Tale processo, si legge sul
Rapporto, “potrebbe apportare un contributo positivo allo sviluppo di un quadro d’azione sull’eco-innovazione, attualmente inesistente”. Insomma, secondo L’OCSE ci sono iniziative positive ma occorre
uno sforzo, soprattutto da parte del Governo italiano, verso un’economia più verde.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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POLITICA
PIEMONTE
Terra di conine dello scontro sociale
illustrazioni Dalia Del Bue
Massimo Marino
Che Torino e il Piemonte siano stati, un po’ sorprendentemente, uno dei punti di maggiore tensione nelle giornate di “proteste dei Forconi“ di metà dicembre, come di altri momenti accesi di contestazione del sistema di partiti sempre più spesso identiicati sommariamente come “la casta”, non
deve stupire. Siamo nella regione dove sono saltati i mezzi toni, le sfumature, le mediazioni, in deinitiva il dialogo sociale. Si va allo scontro più che al
confronto: TAV, Inceneritore e Grattacielo di Torino, tramonto della Fiat e dell’indotto dell’automobile, esplosione dei Centri Commerciali e decimazione delle attività commerciali di strada, devastazione dei territori di margine come i 3 km di cave e
discariche ininterrotte e allineate in ila in Valledora, crisi del sistema sanitario e chiusura contestata di presidi ospedalieri locali, comparsa di forme
organizzate di criminalità maiosa (vedi l’inchiesta
Minotauro), una cementiicazione mai arrestata e
indifferente al colore politico delle giunte, il Piano Regolatore di Torino sul quale si sono abbondantemente superate le 200 varianti e per inire e
non farla troppo lunga, un Consiglio Regionale con
43 su 60 membri inquisiti con varie ipotesi di reato compresi il vincente Cota e la perdente Bresso.
Per di più, a 3 anni dal voto regionale, si riconoscono di fatto irregolarità gravi non solo nelle liste mi26
GENNAIO 2014 - BARRICATE
nori della coalizione vincente di centro-destra, ma
anche nella coalizione perdente. Tutto ciò per indicare che nel Piemonte le cose si muovono con una
velocità ed una tensione che lo rende un caso forse unico nel panorama pur tormentato del paese.
La TAV è la madre di tutte le battaglie. Il progetto nacque 20 anni fa, è cambiato ininite volte (da
sistema veloce per passeggeri a prevalentemente
movimento merci) ed ha cambiato più volte ipotesi di percorso; ma resta prima di tutto il progetto
di un grande buco di più di 50 km fra le strette valli
valsusine che hanno già sopportato a stento l’autostrada della SITAF verso la Francia. La validità tecnica del progetto è cosa di cui non si discute quasi
più. Il movimento NO TAV, che nella valle ha consolidato il sostegno attivo e militante della maggioranza, in grado di raccogliere decine di migliaia di
persone, ha dalla sua parte numerosi esperti, docenti di università e politecnico, e consistenti gruppi di sostegno anche fuori dalla valle, non ha invece interlocutori con cui si possa discutere pubblicamente. La TAV si deve fare e basta, ha in più occasioni dichiarato Chiamparino e l’intero gruppo dirigente piemontese del PD che è il principale pilastro
che sostiene un progetto parecchio traballante. La
TAV è in realtà un grande Bancomat che si apre fra
le valli, che funzionerà per 7-8 anni (ma potrebbero
Ph: Insidefoto
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
diventare 10-12), che costerà 8-10 miliardi (ma potrebbero diventare anche più di 15), che fa convergere oggettivamente gli interessi di una decina di
società che gestirebbero i lavori, il sistema di partiti che lo sostiene, i gruppi maiosi che non stanno
certo a guardare i lucrosi e incontrollabili appalti
previsti, il sistema bancario che già con le Olimpiadi è stato in prima linea nella gestione delle risorse.
Ciò che importa non è che la TAV si inisca ma che
la TAV si inizi perché questo salda deinitivamente gli interessi di questo blocco sociale-inanziario-politico. L’impegno delle risorse sul TAV allontana la attuazione di un vero sistema metropolitano che si sviluppi a rete nel capoluogo e si allunghi
nei grandi comuni limitroi, si sta inoltre pensando
di smantellare deinitivamente la rete tranviaria, in
pieno recupero e sviluppo in tante metropoli europee. Tutto ciò è l’esatto contrario della conversione ecologica nel settore della mobilità e delle priorità da dare nell’impegno di risorse. Politicamente
la TAV è già costata moltissimo ai suoi sostenitori
e in particolare al PD. Nel marzo 2010 la coalizione della Bresso perdeva per 10.000 voti la Regione
mentre il M5Stelle, ben prima dei recenti successi di Grillo, unica lista che poi candidava ed eleggeva anche esponenti NO TAV, superava il 4%. Analoghi successi ottenevano le Liste Civiche No Tav
alle successive elezioni comunali nella valle, dove
in alcuni comuni si sperimentavano in anteprima
le “larghe intese” con liste PD-PDL che venivano
decisamente sconitte, tant’è che nella Comunità
montana si otteneva una maggioranza NO TAV. Alle elezioni politiche di febbraio il M5Stelle raggiungeva in alcuni comuni anche il 40%, mentre insoliti risultati consistenti otteneva anche Rivoluzione
Civile di Ingroia. La TAV è ormai questione nazio-
nale e il suo destino dipende dagli esiti generali del
sommovimento presente nel paese.
L’inceneritore del Gerbido, forse il più grande inceneritore costruito in Italia (420.000 tonn/anno
di riiuti urbani da bruciare nelle sue tre camere di
combustione quando sarà a regime), è in funzione
nel quartiere di Miraiori, alle porte della città di
Torino, da pochi mesi. Malgrado la contestazione,
tenace e puntuale ma oggettivamente ridotta del
gruppo storico che forse da quasi 20 anni si occupa
di riiuti, raccolta differenziata e denuncia della valenza negativa degli inceneritori, l’impianto è stato
Ma quanto ci Cota?
Le allegre spese del consiglio regionale piemontese
Si sono fatti rimborsare il tosaerba, i campanacci
per i bovini, le consolle per i igli. Qualcuno è andato
oltre: Roberto Boniperti (Gruppo Misto) ha presentato una fattura da oltre 9mila euro tra gadget fascisti e busti di Mussolini. Poi c’è il regalo di nozze fatto dal presidente Roberto Cota (Lega) all’assessore
Michele Coppola. Il governatore s’è pure comprato
mutande verde leghista a Boston ma si è giustiicato
dando la colpa alla segretaria, colpevole di non aver
separato le ricevute. Dalle migliaia di pagine dell’indagine sulla “Rimborsopoli” piemontese, chiusa dopo circa un anno di attività della guardia di Finanza
e della procura, emerge di tutto. I consiglieri indagati sono 43 su 60 eletti. Sono quasi 2 milioni di euro,
le spese incongrue fatte rimborsare dai politici coi
soldi pubblici. Il più spendaccione? Michele Dell’Utri del gruppo monoconsigliere “Moderati”: si è fatto restituire 190 mila euro destinati a sondaggi telefonici sulla popolazione. A ruota segue Michele Giovine dei “Pensionati per Cota”: ha ottenuto 144 mila euro facendosi rimborsare spese per la compagna,
la sorella, la madre e il padre. Che genere di spese?
Multe, carburante, medicine, cosmetici, biglietti per
teatro o per Juventus-Milan e altro ancora. Dulcis in
fundo, di nuovo Cota, il governatore leghista che voleva tagliare i costi della politica e invece si è fatto
rendere più di 25 mila euro. Tra le sue spese moltissime cene: cinque in una sola sera, ad esempio. Oppure caffè presi a Torino mentre lui era a Bruxelles. E
i regali per altri matrimoni, oltre a quello dell’assessore Coppola. E ancora: 1.500 euro di eleganti penne da regalare in occasioni uficiali, 530 euro di foulard per portavoce e cravatte per collaboratori e autisti, e un libro antico per Giulio Tremonti.
da il Fatto Quotidiano dell’8 dicembre 2013
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Ph: Insidefoto
avviato ma ha subito causa motivi tecnici continue
fermate e inconvenienti che rendono sempre più
delicata la sua gestione che prima ancora del suo
completo funzionamento è passata per l’80% dalla città al gruppo privato Iren. Il Comune dovrebbe incassare 130 milioni di euro, ma la città ne ha
spesi comunque più di 400 per costruire l’impianto. Per il primo anno di pre-esercizio era previsto di
incenerire più di 1200 tonnellate di RSU al giorno
su tre linee. Ad oggi se ne bruciano meno di 700, utilizzando una sola linea. Vuol dire 40.000 tonnellate in meno a ine anno e un mancato introito tra
i 3 e i 4 milioni di Euro. La realtà che emerge è che
l’impianto, anche per la diminuita produzione di riiuti a causa della crisi, non ha suficienti contratti e quindi riiuti da bruciare, tant’è che per mantenere viva la sua seconda fornace si ricorre al metano mentre si cercano riiuti da altre zone. In realtà diventa sempre più paradossale che l’impianto,
metano compreso, resta in piedi economicamente
solo grazie ai Cip6, i contributi che tutti paghiamo
sulla bolletta elettrica e che dovrebbero andare alle energie rinnovabili. La perdita economica, se dovesse perdurare, si scaricherà prima o poi sulla città e mette a rischio il procedere dei programmi della Raccolta differenziata ferma e mai partita in realtà in varie zone della città. Con il rischio di mettere quindi in secondo piano l’obiettivo della RD, oggi al 42% nell’intera Provincia di Torino, ed anche
più alta in altre province come quelle di Novara e
del Verbano-Cusio-Ossola. Sarebbe paradossale
che la città che in molti studi viene indicata fra le
più inquinate d’Europa specie per le polveri sottili,
dopo la scelta insostenibile di costruire un impianto di incenerimento alle porte, lo mantenga economicamente solo per garantire la remunerabilità del
suo principale proprietario privato.
ll grattacielo Intesa Sanpaolo sarà la sede dell’omonimo gruppo bancario e sorgerà a Torino nel
quartiere di Cit Turin. Già da maggio di quest’anno
la costruzione ha raggiunto di fatto la sua massima
altezza che alla ine, dopo forti contestazioni sarà di circa 167 metri, praticamente uguale a quella della Mole Antonelliana che dal 1889 caratterizza lo skyline della città. Dal punto di vista del paesaggio l’impatto del grattacielo è orribile; la qualità energetica dell’ediicio è secondo alcuni esperti,
minore di quella annunciata; ma soprattutto la sua area di circa 160 × 45 m compresa tra corso Inghilterra e corso Vittorio Emanuele II e vicina alla
stazione di Porta Susa, con il suo carico previsto di
2000 impiegati, renderà deinitivamente impraticabile una zona del centro cittadino già oggi affollata di auto e pressoché priva di posteggi facilmente fruibili. L’intasamento e la “densità costruttiva”
della città provocata dalle giunte di centro-sinistra, insieme al ritardo ormai insanabile della rete
metropolitana, è forse la principale sconitta della
città dove oggettivamente la soluzione del problema trafico-inquinamento-costi vede la resa di tutti i soggetti che a vario titolo ne dovrebbero avere
responsabilità e competenza.
Il sistema politico locale alla metà degli anni ’90
con la disgregazione dei vecchi partiti, DC, PSI e
PCI, si avviava a una drastica trasformazione. La
V legislatura regionale dell’anziano presidente democristiano Brizio si chiudeva con quella che molti hanno chiamato “la prima giunta anomala” italiana dopo la fase di Mani Pulite. Una singolare maggioranza DC-PCI più un Verde e un Radicale, che
ha per qualche anno assicurato una inedita svolta nella politica regionale. Nel periodo successivo
il territorio regionale apparve politicamente come una ciambella: la provincia di Torino al centro
con una netta maggioranza di centro-sinistra e le
7 province di contorno con una prevalente isionomia di centro-destra. Ma nelle successive legi-
DA
ST
AC
CA
RE
RAGAZZI
illustrazione Maja Celija
Illustrazione Maja Celija
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DIRE FARE MANGIARE
RAGAZZI
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STORIA
di Elisa Medicine
anni 13
illustrazione di Andrea Pulito
STORIA
RAGAZZI
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RAGAZZI
Yurei
Spiriti della tradizione
africana Zulu, il loro
nome significa "spirito
fischiatore". La loro
funzione era di portare
messaggi agli uomini da
parte degli dei, ma il
loro linguaggio risulta incomprensibile,
essendo fatto di suoni
che solo pochi saggi
possono comprendere.
Sono decisamente
spiriti amichevoli, anche
se di aspetto inquietante. Se mai qualcuno di
voi riuscisse ad incontrarli e a capire il loro
linguaggio musicale,
scoprirebbe tantissimi
segreti.
ENCICLOPEDIA DEI FANTASMI
Imilozi
Illustrazioni Riccardo Frizzoni
Yurei è una parola
giapponese che significa "spirito evanescente". Secondo la tradizione del sol levante,
tutti gli esseri viventi
hanno un’essenza,
chiamata "reikon". Può
succedere che le anime
restino sulla terra per
un certo periodo prima
di ricongiungersi con
gli antenati nell'aldilà.
Le anime che rimangono
sulla terra sono gli
Yurei.
Uno Yrei può essere
buono o cattivo in base
a come ha condotto la
propria esistenza,
diventando così uno
spirito protettore o
uno spirito fastidioso
e attaccabrighe!
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RAGAZZI
Poltergeist
Decisamente dei
rompiscatole!
Poltergeist è una
parola di origine germanica che significa
"spirito chiassoso".
Questi simpatici spettri
non si limitano solo a
fare un baccano infernale, ma hanno anche
l'abitudine di spaventare le persone lanciando per aria ogni cosa,
creando attorno a
loro una confusione
enorme. Di solito agiscono in un solo
luogo (una casa, un
castello, un cimitero)
e, per quanto abbiano
un carattere insopportabile, non sono
ostili... gli piace solo
spaventare le persone.
ENCICLOPEDIA DEI FANTASMI
Banshee
4
Banshee, in antico gallese, significa "donna
fata". Questi fantasmi si
aggirano nelle terre dei
folletti e degli gnomi
tra l'Irlanda, il Galles e
la Scozia. A vederle
sembrano delle brutte e
anziane signore con gli
occhi luminosi e l'espressione disperata,
urlano in modo orribile
e hanno i capelli scompigliati come se si fossero pettinate con l'aspirapolvere.
In realtà le Banshee
sono spiriti protettori
legati ad alcune famiglie, appaiono per avvertire i vivi di qualche imminente pericolo.
Illustrazione Harry Vanva
RAGAZZI
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COSTRUISCI
RAGAZZI
Fionda
l'editoriale di Harry Vanva
Cari bragazzi e bragazze
Questo numero è dedicato agli spiriti e ai fantasmi.
Certo, alcuni fanno paura, ma solo perché non li conosciamo bene!
Allora scopriamo alcuni dei più famosi spiriti nell'enciclopedia di BRagazzi,
"evochiamo" i nostri fantasmi proteggi-sogni costruendo il gioco del mese,
leggiamo la storia da incubo che ci ha inviato la nostra lettrice Elisa.
E per prepararci meglio a giocare con i fantasmi,
facciamo tutti merenda con la nostra ricetta.
Buona lettura a tutti!
Harry Vanva
EDITORIALE
Illustrazione Harry Vanva
Scrivete a: Harry Vanva – strada di Monteballante,12 – 61122 – Pesaro (PU)
Oppure mandate una mail a: [email protected]
2
G
illustrazione di copertina: Maja Celija
RAGAZZI
Inserto di Barricate
anno 2° / numero 1
GEN. 2014 / FEB. 2014
Ph: Insidefoto
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
slature prima Ghigo (cd) poi Bresso (cs), tutto è diventato più sfumato. Il centro-destra piemontese
è sempre stato di scarsa qualità ad eccezione di un
gruppo di ex democristiani storici che si sono spostati ripetutamente nelle giunte di diverso colore
anche con ruoli di rilievo. La situazione è progressivamente cambiata con la nascita del PD che ha raccolto a man bassa transfughi dei vari partiti (DC,
PSI, PCI-DS ma anche alcuni verdi, dipietristi, ed
esponenti delle varie sinistre in disfacimento) ed
ha inventato il gruppo dei Moderati, un contenitore dei più diversi interessi locali, privo di una qualche deinita connotazione politica, ma alleato elettorale in tutte le competizioni, anche con un certo
successo. Sul PD piemontese circolano alcune battute signiicative, la prima è che con l’era Chiamparino si è inaugurata la nuova strategia: per battere
il centro-destra è suficiente fare propria una politica di centro-destra; la seconda che l’unica sezione funzionante di partito è quella che raccoglie la
Banca SanPaolo, le redazioni locali di Repubblica,
La Stampa e Rai3. Fece un certo scalpore infatti al
momento delle primarie, che a Torino scelsero Fassino come candidato a sindaco della città, scoprire
che gli iscritti al PD in una città di quasi un milione
di abitanti erano forse poco più di 3500.
I movimenti locali di connotazione ambientalista,
civica o delle varie sinistre dissidenti sono stati numerosissimi, molto attivi per anni; si disse che in
Piemonte erano più di 300 i gruppi locali collocabili in queste aree, ma desolante la loro incapacità
di trovare forme di aggregazione e leadership di un
qualche rilievo; sempre presenti nelle scadenze elettorali, sempre divisi e sempre spazzati via, il fenomeno sta rapidamente spegnendosi con l’avvento di nuovi protagonisti; con poche ma importanti
eccezioni di rilievo: la prima ovviamente l’occasione dei referendum, dove questo variegato e diffuso fronte alternativo ha scoperto di diventare anche in questa regione, e più che in altre, catalizzatore momentaneo della maggioranza dei cittadini
della Regione. Poi alcuni esempi di “zone liberate”:
vari comuni della Val di Susa, governati da giunte
NO TAV, l’esempio del piccolo comune di Tronzano nel vercellese dove 3 anni fa una lista civica e di
connotazione fortemente ecologista batteva le solite due liste tradizionali e metteva a sindaco il gio-
vane, bravissimo e sconosciuto Chemello, vicino al
Movimento Valledora, un organismo che ha unito
numerosi comitati a cavallo fra vercellese e biellese nella difesa puntuale del territorio dall’assalto di cave e discariche. Poi il successo a Rivalta, comune della seconda cintura torinese, della lista Rivalta Sostenibile, che presentatasi per la seconda
volta alle elezioni batteva al secondo turno la coalizione PD eleggendo a sindaco Mauro Marinari,
attivissimo esponente ecologista locale. Si tratta
però di episodi oggettivamente isolati. Le elezioni
politiche di febbraio hanno visto anche qui l’esplosione elettorale del Movimento 5Stelle, preceduta dalla nascita di tantissimi gruppi e successi locali, che non è detto riescano a tenere con il tempo
dopo una crescita così veloce e del tutto imprevista. Ma tutto è ancora in rapida trasformazione ed
è dificile dire in che direzione, visto anche il probabile scioglimento anticipato del Consiglio Regionale espressione quasi di una diversa e superata era geologica.
Massimo Marino
Torinese, è stato Coordinatore nazionale dei Verdi nel
1987, si è definitivamente allontanato nel 1993. Nel
1990 è stato eletto consigliere regionale per i Verdi-Sole
che ride. Negli ultimi due anni del mandato (1994-95) è
diventato Assessore Regionale all’Ambiente e alla Protezione Civile avviando il primo Piano Regionale dei Rifiuti
del Piemonte, la costituzione dell’Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale), occupandosi del piano di bonifica di Trecate dopo l’esplosione del pozzo petrolifero
dell’Agip, e del rilancio della Protezione Civile regionale
nel periodo della tragica alluvione del 1994. Dal 1995 è
rientrato in fabbrica fino al 2002 svolgendo l’attività di
tecnico e di delegato. Nel 2008 ha ripreso un impegno ecologista più diretto con la fondazione del Gruppo delle
Cinque Terre. Scrive sui blog del gruppo.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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ROM
LUNGO STURA LAZIO
Foto e testo di Mirko Orlando
a “questione rom”, se così la si vuole
etichettare, è anzitutto una questione di codici. Le persone fanno ancora molta fatica a discernere il più generico disagio abitativo, dovuto ad indigenze economiche, dalla presenza
in loco di una vera e propria cultura. Per molti,
chiunque viva in una catapecchia è un rom! E invece la realtà è decisamente più complessa e su
Lungo Stura Lazio (TO) la si può vedere in ambedue le declinazioni. Comprendere questa differenza signiicherebbe provvedere non soltanto al
miglioramento delle condizioni di vita di chi vive
negli accampamenti, ma anche alla tutela di una
speciica identità culturale. Mi pare che sia sempre più necessario preordinare il nostro modello
di vita su uno schema che preveda l’esistenza di
alterità con le quali è necessario confrontarsi. Gli
sforzi spesi in questa direzione si scontrano però con alcuni luoghi comuni dificili da sradicare,
e proprio per questo parte del problema riguarda
l’utilizzo di codici obsoleti.
Ha ragione G. Halilovic quando dice che «se avessimo dei buoni avvocati rom o sinti, probabilmente potremmo vivere di sola rendita attraverso le richieste di risarcimento per diffamazione!».
Non c’è infamia che non venga attribuita a questa
gente senza terra, la cui colpa più grave è quella
di non volerla affatto. Risaliti dall’India, un popolo che ha contribuito alla storia della Jugoslavia,
l’Italia, la Spagna, la Francia, l’Austria, la Germania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Romania, insomma
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
FOTO PARLANTI
di tutta l’Europa e perino dell’America, è obliato completamente – e deliberatamente – dai testi sui quali studiamo. Il loro futuro sta nella possibilità di acquisire gli strumenti necessari per ricostruire, agli occhi del mondo, la loro storia, la
loro cultura e la loro identità, ma per farlo è necessario che si apra un dialogo il cui prerequisito
è nell’intendere il popolo rom e sinto non come
“eternamente straniero”, ma come “trait d’union”
tra i popoli d’ogni terra.
I problemi di convivenza sono chiari e reali, ma la
retorica della “sicurezza” che riempie le bocche
dei burocrati e dei rozzi è una trappola per imbecilli: i più accorti sanno che la si invoca ogni qual
volta si voglia mutilare la libertà. Le parole sono
armi in difesa dell’amore quanto dell’odio; sono
neutre e mai innocenti e sono, come insegnano i
igli del vento, il forziere della propria cultura.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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FOTO PARLANTI
«Non dobbiamo lasciar traccia» mi è stato detto,
dacché noi gagé sappiamo bene, per lunga tradizione, come decodiicare i segni che i popoli sedimentano nel tempo. Il primo atto di barbarie, il
primo passo coloniale, attraversa sempre il monopolio del linguaggio perché è la padronanza
della lingua che ci rendere predatori. Oltre i campi di sterminio culturale, dove i vocabolari degli
oppressi vengono profanati, siamo un grosso esercito di marionette in disuso: possiamo ancora
schiavizzarli, carcerarli, a limite ucciderli, ma non
potremo mai rubargli la loro cultura. Nonostante i circa diciotto dialetti, il romanès non soltanto accomuna i popoli rom… li difende dalla nostra
voracità.
Tuttavia sia chiaro, non c’è nulla di più facile che
condannare il popolo rom o sinto, se non altro
perché l’illecito è connaturato al vivere di espedienti, ma l’abitudine con la quale si è soliti legare
disagio e violenza non ci permette di cogliere la
reale portata del problema. È vero invece che l’umiliazione, l’emarginazione, il pregiudizio, favoriscono ostilità di ogni sorta sviluppando ritorsioni
che minacciano da vicino la riuscita di un possibile incontro. La vita nei campi non è facile, richiede sacriici, e sostenerli porta sovente un passo al
di là della soglia di legalità tollerata.
Le condizioni di vita sono effettivamente incivili:
piogge, incendi, infezioni, rendono precaria la salute di un ambiente tanto vasto. Mille, qualcosa di
più! Questa è la stima degli abusivi di Lungo Stura Lazio e dimenticarli signiicherebbe condannarli. Ma anziché intervenire sulle routine amministrative con rettiiche strutturali (che pensino se stesse sulla lunga durata), la strategia italiana per risolvere i problemi sembrerebbe consistere nell’aspettare che esplodano… dopo non
resta che spazzarne via i cocci. Così per il sovraffollamento carcerario, per le aree di spaccio, per
i campi nomadi. Si lascia correre ino a quando la
situazione diventa insostenibile e a quel punto si
decide di sparpagliare i frutti della mala amministrazione perché ammassati non rivelino l’obbrobrio che sono.
È evidente che una qualche soluzione vada cercata, in modo particolare sul territorio torinese (anche se dubito che il comune possa dimostrarsi risolutivo senza l’appoggio di tutto il territorio nazionale), ma di fronte alla notoria ineficacia delle amministrazioni viene nientemeno da sperare
che stiano ferme, se non altro perché aveva ragione Cioran quando scriveva che «perdoniamo
agli altri le loro ricchezze se, in cambio, ci lasciano
la libertà di morire di fame a modo nostro».
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
MOVIMENTI
Intervista ad Anna Andorno
LA TERRA DEL RIFIUTO
Amministrazioni e cittadini hanno pari responsabilità: il movimento civico
indipendente di Valledora in difesa dell’ambiente
Ilaria Puliti
1- Tra le migliori azioni divulgative di
protesta, il ilm-documentario autoprodotto “Valledora.
La terra del riiuto”
(2009) ha dato voce
a questa battaglia e
ha raforzato il movimento.
iscariche a cielo aperto,
cementificazione selvaggia, svendita del patrimonio pubblico, inceneritori, gasdotti e linee ad alta velocità. La devastazione ambientale che
da anni attraversa l’Italia è il risultato di scelte politiche ed economiche che riproducono un modello di
sfruttamento dei territori e alimentano l’arricchimento di speculatori,
gruppi industriali e partiti all’interno di un sistema che ben si accompagna al mantra del progresso. Ma
non tutti rimangono indiferenti di
fronte a queste opere di sciacallaggio. Da nord a sud crescono azioni di lotta e di protesta, dai cittadini alle associazioni ambientaliste,
dai comitati ai movimenti organizzati che, con slogan e pratiche differenti, denunciano la costruzione
di opere più o meno appariscenti e
sono accomunati dallo stesso obiettivo: la tutela dei territori.
Nelle valli piemontesi tra le province di Biella, Vercelli e Torino, da
anni si assiste allo scempio perpetuato da imprenditori privati con il
beneplacito delle amministrazioni
locali, sotto forma di enormi cave
incontrollate che diventano depositi di riiuti e scorie nucleari, andando a costituire un serio pericolo, oltre che per l’economia locale, per la
salute della popolazione e per l’ambiente.
Il Movimento Valledora si costituisce nel novembre 2007, autonomo da sigle partitiche, facendo leva sulla coscienza civica e sulla denuncia quotidiana di ciò che accade o passa sotto silenzio. Il Movimento riunisce cittadini con esperienze diverse, tecnici, insegnanti,
operai, artisti, pensionati, giovani
dei paesi interessati alla zona della Valledora e i comitati ambientalisti preesistenti al Movimento; svolge attività d’informazione tramite interventi nelle scuole con laboratori e attività di sensibilizzazione
su questioni come escavazione, nucleare, cementiicazione, consumo
di suolo e incenerimento, raccolta
diferenziata e agricoltura. A questo si aianca la produzione di studi e materiale d’archivio per il monitoraggio del territorio, oltre che una partecipazione attiva alle decisioni delle amministrazioni che possono inluire sulla vita degli abitanti, mantenendo le relazioni con altri
comitati, movimenti e istituzioni per
un confronto aperto1.
Anna Andorno, qual è la situazione attuale in Valledora riguardo a cave e attività estrattive?
In Valledora sono presenti un totale di cinque cave attive nei comuni di Cavaglià, Santhià, Tron-
zano e Borgo D’Ale. Quattro cave esaurite sono state trasformate in discariche: due a Cavaglià,
Ecodeco S.p.a. per riiuti non pericolosi, A.S.R.A.B. S.p.a. per urbani e una discarica di inerti esaurita. Ad Alice Castello, quella di Alice 2 per riiuti solidi urbani e assimilabili agli urbani, una “boniica” inalizzata al ripristino ambientale del luogo attraverso l’abbancamento di riiuti e
una discarica di inerti.
Dal 1977 lo stato delega alle regioni le competenze per
regolare le attività estrattive.
Negli anni è stato riscontrato
come non tutte le regioni abbiano realizzato un piano regolatore per le estrazioni sul
territorio e come in alcune le
attività estrattive risultino più
vantaggiose piuttosto che in
altre. Cosa prevede la legge regionale del Piemonte rispetto
al piano cave e ai canoni delGENNAIO 2014 - BARRICATE
33
le concessioni, e come vengono reinvestiti questi fondi?
In Piemonte esiste un documento programmatico (D.P.A.E.), valido a livello regionale. Le province dovevano dotarsi di un piano particolareggiato (P.A.E.P.).
Alcune hanno provveduto (Novara), altre (Vercelli, Biella) non
hanno legiferato. Al momento i
comuni e la regione si dividono
uno scarno onere di concessione
di 0,49€/mc, il cui utilizzo è libero. È in fase di esame una modiica dell’attuale legge che riduce ulteriormente questi oneri, oltre che prolungare le durate delle
concessioni e unire in una stessa
concessione scavi per opere pubbliche e per ini commerciali.
Quali sono le società direttamente responsabili della devastazione ambientale che riguarda il territorio?
Le ditte attive con le cave più
grandi sono: Green Cave S.r.l.
(Santhià e Cavaglià), Edilcave S.r.l. (Tronzano e Cavaglià) e
Valledora S.p.a. (Cavaglià).
Come vi ponete rispetto agli
enti privati e alle società cavatrici? Rispetto a queste ultime
avete mai intrapreso azioni di
controinformazione, di protesta o altro?
Sono imprenditori privati legalmente autorizzati a un’attività,
sposterei il focus su chi li ha autorizzati.
Infatti l’attività estrattiva nei
singoli territori è resa disponibile previa autorizzazione comunale. È possibile che il problema sia aggravato, se non
incoraggiato, da alcune amministrazioni comunali e quindi
che ci sia una complicità e responsabilità evidente da parte
delle forze politiche?
Possiamo anche pensarlo, e ci limitiamo a questo.
Avete mai intrapreso azioni di
protesta contro le istituzioni e
le amministrazioni complici?
La nostra azione è un tenace lavoro d’informazione per rendere
le persone consapevoli dei problemi esistenti. Sono poi i cittadini che riescono a premere con
la loro opinione e le loro richieste
(anche tramite petizioni e raccol34
GENNAIO 2014 - BARRICATE
te di irme che noi organizziamo)
sulle scelte delle amministrazioni. I cittadini votano e le amministrazioni temono solo questo.
Un’altra grave conseguenza
sull’ambiente e sulla salute dei
cittadini è l’impatto delle discariche, l’inquinamento delle
falde acquifere e in particolare
la contaminazione della falda
più profonda. Quali sono i limiti di distanza dalle falde stabiliti per le escavazioni? Vengono rispettate?
Per le cave non in falda, la distanza è 1 metro sopra il livello
di falda, c’è una cava in falda. Per
il rispetto delle misure, chi ha autorizzato dovrebbe fare dei controlli. Al momento c’è una segnalazione di sovra-escavazione di
una cava esaurita dal 2009 a Cavaglià. La provincia di Biella ha
già emesso varie proroghe per il
reintegro del materiale scavato a-
busivamente. Di operazioni di ripristino se ne parlerà più avanti.
Nonostante la legge preveda
la ricomposizione del paesaggio naturale alterato delle cave tramite il ripristino dell’uso agricolo o impianti boschivi, spesso alle cave si sostituiscono discariche e attività di
stoccaggio di riiuti industriali
e urbani. Dove ricadono le responsabilità di queste “trasformazioni” camufate con opere
di boniica? C’è una mancanza di controlli o si aggirano le
leggi?
Non mi risulta che vi siano leggi
che vietino di adibire a discarica
un sito di ex cava, e non mi risulta che ve ne fossero quando sono
iniziati i lavori per le discariche.
Se il progetto di discarica supera (o ha superato) tutti gli “step”
previsti, è autorizzato a prescindere. Fino a qualche decennio fa
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
Anna Andorno
il ripristino non era obbligatorio
e il sito ex cava veniva “abbandonato”. In un sito della Valledora (Alice 3) l’abbancamento di
riiuti è stato un “recupero ambientale” di un invaso tra due discariche, in cambio la ditta ha eseguito un impianto (ineicace)
d’intercettazione del percolato
delle vecchie discariche. Inoltre
le concessioni vengono sempre
rinnovate e ampliate in estensione, in pratica il momento del ripristino viene sempre allontanato nel tempo.
Le dinamiche del sistema di escavazione rendono anche impossibile l’uso agricolo del terreno, poiché la terra non è più
produttiva, con conseguente
crisi del settore ortofrutticolo. C’è un discorso di difesa e
riappropriazione delle risorse
del territorio e del diritto a lavorare le vostre terre?
Indubbiamente. Questo è uno
dei nostri obiettivi principali,
oltre alla tutela del benessere e
della salute delle persone.
La Valledora è un bacino di attività estrattive per la lavorazione di materiali da cava e
per la produzione di prodotti
cementieri per le grandi opere
piemontesi: la costruzione di
cinque nuove dighe, strade e
autostrade come la pedemontana e la tangenziale est di Torino, il TAV Torino-Lione e lo
snodo Torino-Milano. Come
vi relazionate rispetto ad altri
movimenti di lotta per la difesa del territorio? Pensate che
possa esserci un collegamento tra le lotte territoriali simili alla vostra e le battaglie nazionali sul tema delle grandi opere?
Noi abbiamo sempre espresso la
nostra contrarietà alle grandi opere, compreso il TAV. Abbiamo
contatti, scambi di documenti e
d’informazioni con questi movimenti, abbiamo collaborato col
movimento No Tav, partecipato
alle loro manifestazioni, appoggiamo la lotta contro l’inceneritore del Gerbido di Torino e siamo contrari alla costruzione di
opere impattanti sulla vita delle persone e sul territorio. La terra è un bene esauribile, non ininito, e non può essere barattato,
svilito, violentato come si è fatto
inora. Purtroppo di questo sono
responsabili sia le amministrazioni che autorizzano, sia il silenzio dei cittadini quando permettono le devastazioni e guardano
da un’altra parte o soltanto ai loro interessi privati.
Insegnante, è la portavoce del Movimento Valledora, gruppo di cittadini,
amministratori e tecnici che da anni s’impegnano per difendere l’area Valledora, territorio al conine tra
Biellese e Vercellese, tra Alice Castello, Tronzano e Cavaglià. Le problematiche più evidenti sono legate alla
mancanza di un piano cave regionale in Piemonte, alla tarifazione sproporzionata in vantaggio delle aziende escavatrici e alla presenza di una discarica da 120mila tonnellate
a Cavaglià.
Dal 5 dicembre 2009, il movimento ha costituito l’ Associazione culturale Onlus Valledora, che può ricevere donazioni dei cittadini con
il 5 per mille: codice iscale n.
93008070026.
www.movimentovalledora.org
La Valledora nella
realtà e nella raigurazione fatta dai
bambini a scuola.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
35
VALSUSA
Intervista a Nilo Durbiano
TAV TORINO-LIONE: UNA
SCELTA FUORI DAL TEMPO
Un progetto ormai “caso”, presente da 15 anni nell’agenda politica
del nostro Paese, e le parole di un sindaco che si batte per tutelare
la propria Valle
Eleonora Celi
La Val di Susa, splendida valle alpina situata nella parte occidentale del Piemonte a 57 km a ovest di
Torino, da un decennio è sotto la
luce dei rilettori per la vicenda ormai nota a molti con la sigla “No
TAV”. I movimenti di protesta, più
o meno radicali, sono nati gradualmente per opporsi alla realizzazione del Treno ad Alta Velocità, appunto, una nuova linea ferroviaria
internazionale di 235 km fra Torino e Lione, rivolta al trasporto passeggeri, prima, e poi convertita alle merci con l’acronimo TAC, treno
ad alta capacità.
Nilo Durbiano, prima cittadino attivo e da giugno 2004 sindaco di Venaus, comune piemontese con poco
meno di 1.000 abitanti, ci racconta come sia nata la questione No
Tav e perché Venaus sia balzato al
centro della cronaca nazionale nei
mesi di novembre e dicembre 2005.
Cerchiamo di far chiarezza insieme sulla vicenda “TAV”,
che ha reso ancor più nota la
Val di Susa negli ultimi anni,
ma che in realtà parte già negli
anni ‘90. Ci può spiegare cos’è
la Tav e come nasce la questione relativa alla nuova linea
ferroviaria Torino-Lione?
Il progetto della Torino-Lione ad
alta velocità nasce verso la ine
degli anni ‘80, inizio anni ‘90,
sull’onda di una situazione che ora non è più in essere, quando erano in crescita gli scambi com36
GENNAIO 2014 - BARRICATE
merciali a livello europeo e quindi anche tra Italia e Francia. La
situazione economico-produttiva di allora non era come quella odierna. Ma i proponenti della grande opera continuano a insistere sull’utilità di un lusso che
non è più attuale né presumibile
in futuro. La TAV è stata concepita come progetto ad alta velocità per il trasporto dei passeggeri.
A metà degli anni ‘90 c’è stata una prima presentazione dell’idea progettuale da parte della Regione Piemonte senza alcun coinvolgimento dei territori. Da subito l’associazione Habitat, composta da un gruppo di ambientalisti
e persone che a vario livello e in
diversi schieramenti si interessa-
vano ai problemi della valle, si è
esposta con la sua opera di informazione pubblica sulle criticità
del progetto. Anche la Comunità Montana ha espresso dal principio la propria posizione contraria, lavorando in sinergia con
Habitat per informare tutti gli abitanti del territorio e non solo.
Anche perché presto è risultato
evidente come quello fosse un
progetto ine a se stesso. La Val
di Susa ha una linea ferroviaria
a doppio binario già in funzione,
ammodernata negli anni ‘80 e
potenziata di recente, ma il transito di persone e gli scambi di
merci sono rimasti per lo più stagnanti negli ultimi dieci/quindici anni. Basti pensare che il traf-
Ph: Insidefoto
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
1- Artesia ha cessato la sua attività a
ine 2011 in quanto SNCF ha comprato il 20% di Nuovo Trasporto Viaggiatori (competitor
di Trenitalia nel servizo Alta Velocità),
mentre Trenitalia
ha creato una newco con Veolia Transport che è entrata
in concorrenza diretta con SNCF.
2- Dopo le tensioni
tra i cittadini della
Val di Susa e il Governo seguite al blitz
della polizia, la magistratura mise sotto
sequestro le aree di
Venaus, che furono
subito abbandonate dagli occupanti e
dalla stessa azienda
incaricata per i lavori di scavo.
ico merci su ferrovia in Europa è
sceso del 23% in trent’anni, con
proiezioni al 2025 ancora peggiori. Le merci oggi non passano
più dalla Spagna, dalla Francia e
dall’Italia per andare verso l’Est.
I traici non seguono più la linea direttrice est-ovest ma quella
nord-sud e viaggiano sulle grandi navi portacontainer dalla Cina
e dall’India, per poi attraccare a
Genova, o magari a Rotterdam.
Nel 1999/2000 è nata anche la
società Artesia, joint venture tra
le Ferrovie Italiane e la Société
nationale des chemins de fer
français (SNCF), con lo scopo di
gestire i collegamenti tra l’Italia e
la Francia e per dimostrare l’utilità del maxi progetto ad alta velocità. Artesia1 inserì un collegamento Milano-Torino-ChamberyLione-Parigi, 8 treni in andata e 8
al ritorno, giornalieri. Ma con gli
anni i treni si sono ridotti sempre di più e oggi siamo a 3 treni
in andata e 3 al ritorno per mancanza di passeggeri.
Com’è evoluto il progetto? È
stata messa in opera la realizzazione di un tunnel nonostante non sia ancora chiaro
quando, come e se verrà realizzato il TAV/TAC?
Nei primi anni del 2000, la Comunità Montana e 23 amministrazioni su 23 della bassa Val di
Susa si dichiaravano contrarie in
ogni occasione di confronto e il
movimento No TAV vedeva nascere in ogni comune un comitato. Nelle assemblee pubbliche informative la partecipazione cresceva, anche grazie al richiamo
di importanti relatori, quali docenti del Politecnico di Torino,
medici, economisti, tecnici, che
gratuitamente venivano a riferire i dettagli da un punto di vista scientiico e gli aspetti critici
dell’eventuale progetto. Oltre 90
medici di base della Valle sottoscrissero un manifesto di contrarietà al maxi tunnel perché dannoso alla salute (per la presenza
di amianto ed uranio nel massiccio in cui dovrebbe essere costruito).
Nel 2004-2005 si arrivò al progetto di scavo del tunnel geognostico, una sorta di sondaggio, a
Venaus. Ci fu subito una sollevazione popolare, con il sostegno delle istituzioni locali, concretizzatosi in un presidio isso di
manifestanti volto a contrastare
le operazioni di scavo. Ma nella
notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005
le Forze dell’Ordine sgomberarono a forza l’area, inasprendo la
situazione. In quegli anni, infatti, le manifestazioni divennero
imponenti, con decine di migliaia di partecipanti, ino al culmine raggiunto nel mese di luglio
2013, con 70.000 presenze.
Per 15 anni avevamo chiesto un
incontro con il Governo, senza
ottenere nulla. Ma dopo gli scontri del dicembre 2005, resi celebri dai mass media, e dopo la
netta presa di posizione dell’amministrazione di Venaus2, ci
giunse la convocazione a Roma.
Lì, ricevuti da una nutrita rappresentanza di ministri e sottosegretari, abbiamo dato inizio a un
percorso uiciale, che ha portato all’istituzione dell’Osservatorio, ovvero un tavolo di confronto tecnico e politico, con i sindaci dei Comuni coinvolti ed esperti nominati da entrambe le parti, che sarebbe dovuto essere uno
strumento imparziale di analisi
delle criticità, con il ine ultimo
di fornire agli organi di governo gli elementi necessari per fare la scelta più adeguata. Ma nel
2010 l’Osservatorio ha chiuso i
lavori e la sua funzione di analisi è stata convertita in supporto
alla progettazione dell’opera. Da
quel momento alcune amministrazioni locali sono state escluse dal confronto perché riiutatesi di dichiarare disponibilità. Tre
sole amministrazioni stanno partecipando a tale progettazione.
Intanto l’imbocco del tunnel geognostico è stato spostato (essendosi Venaus dichiarato comune
“intoccabile”) e la galleria vera
e propria è stata prolungata (da
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
Ph: Insidefoto
no inanziati meno della metà.
Quanto è stato fatto inora per
la TAV/TAC? A che punto è il
tunnel geognostico?
Il cantiere preliminare è strutturalmente un’area con muri di
contenimento e reti d’acciaio. Lì
soggiorna 24 ore su 24 un presidio di Forze dell’Ordine, che ha
un costo di 80 mila euro al giorno, da ormai 18 mesi. Del resto
quando la politica non sa dare risposte l’unica soluzione sembra
essere l’atto di forza. Il tunnel geognostico, che funge da sondaggio e che poi servirà come tunnel
di servizio o manutenzione, non
è stato ancora ultimato. Attualmente stanno scavando la parte
iniziale, ma in un anno e mezzo
sono stati scavati solo 300 metri. Nel documento triennale di
programmazione economica del
2012, il governo italiano ha assegnato 200 milioni di euro alla
Torino-Lione, in corso di utilizzo
per la bretella da Torino all’aeroporto di Caselle (a 60 km circa
dal tunnel della Val di Susa), che
non ha nulla a che vedere con la
galleria, se non indirettamente in
una prospettiva di futuro collegamento.
La TAC non ha un progetto deinitivo approvato, checché ne dicano i giornali. Il 10 giugno 2013
ero con altri sindaci presso il Ministero delle Infrastrutture per
l’apertura della procedura di valutazione dell’impatto ambientale del fantomatico progetto deinitivo. Siamo ancora in una fase
di passaggio… Dopodiché dovrà
avere luogo una gara d’appalto e
da lì il progetto esecutivo.
I treni ad alta velocità potrebbero comunque risultare positivi se si riuscisse con questi
ad attirare e sostituire il trafico dei mezzi più inquinanti,
quindi il trasporto su gomma?
Questa sarebbe l’unica nota positiva. In efetti in principio il partito dei verdi/ambientalisti francesi vedeva di buon occhio il tunnel per alleggerire il trasporto su
gomma e diminuire l’inquinamento. Ma a un’analisi complessiva costi-beneici questa non
può essere l’unica motivazione
valida. La TAC andrebbe ad af-
Ph: Insidefoto
54 a 60 chilometri), con abbassamento di quota a 70 metri sotto il suolo.
Perché negli ultimi quindici
anni ogni governo ha considerato la TAV una priorità? Da
dove parte, secondo lei, l’interesse per un’opera del genere?
In Italia – e nessuno si scandalizzerà a riguardo - vige un sistema
di lobby in grado di fare pressioni e di inluenzare in modo netto le politiche d’investimento del
nostro governo. Per fare un esempio, vorrei ricordare che l’ex
Ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi , proprietario d’imprese di costruzioni (ma intestate
ai propri familiari) che hanno realizzato le linee per le discenderie del tunnel di traccia, fu a capo degli incontri intergovernativi in cui fu sottoscritto che l’Italia, pur avendo sul suo territorio
una tratta di galleria inferiore rispetto ai francesi, andrebbe a pagare i 2/3 del valore del progetto complessivo. La “motivazione” starebbe probabilmente nel
fatto che la realizzazione del maxi tunnel è stata ritenuta più strategica per noi piuttosto che per i
francesi.
Qual è il valore complessivo
della TAV? Quale parte dei costi sarebbe coperta dall’Europa?
Il valore dell’opera, a carico ovviamente dei cittadini italiani, supera i 30 miliardi di euro,
al netto dei contributi europei e
francesi. L’Europa inora ha erogato 641 milioni euro al progetto, con la inalità di “studio, progettazione e sondaggi”, ma 40
milioni sono stati già chiesti in
restituzione perché non sono stati rispettati i tempi di lavoro previsti. Esiste un dossier aperto della Commissione Europea ma ancora non è noto l’importo massimo eventualmente inanziabile,
comunque non superiore al 30%
del costo complessivo dell’opera,
anche se un emendamento italofrancese ne richiede l’aumento
al 40%. Di fatto, lo stanziamento non è certo perché sono stati
presentati un’ottantina di progetti strategici da tutti i Paesi dell’Unione Europea, e di questi saran-
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
La Commissione francese per la
spending review ha dichiarato la
Torino-Lione un’opera non prioritaria e, salvo interventi europei, il governo sarebbe orientato
a inanziarla non prima del 2030.
Del resto, con la crisi economica
molti progetti sono passati almeno allo status di “revisione”. Con
gli anni, il dialogo con le istituzioni d’Oltralpe è cresciuto, tanto che ora anche in Francia, a
Chambery, è presente un movimento “No TAV” che si oppone
al progetto, cercando di fronteggiare la disinformazione e gli interessi economici che hanno contagiato la politica di chi ci governa. A Lione si è tenuto anche un
incontro con i parlamentari francesi e i comitati di ambientalisti,
durante il quale è stata sottoscritta una dichiarazione di contrarietà all’opera. Infatti, nell’ultima manifestazione di novembre
2013 in Val di Susa hanno partecipato anche vari sindaci francesi e il gruppo dei parlamentari
Verdi. La consapevolezza ha ormai valicato le Alpi.
Quali pensa che saranno gli
sviluppi in un prossimo futuro?
Nessuno sa come andrà a inire questa vicenda, ma posso dire
che la Torino-Lione non può essere una risposta intelligente nel
momento storico che stiamo vi-
vendo. Basti pensare che, ad esempio, con 5 miliardi di euro
sarebbe possibile costruire 5.000
scuole elementari (dando lavoro ad altrettante imprese) anti-sismiche, a basso consumo energetico e prive di barriere architettoniche. Mi auguro solo che, prima o poi, i bisogni reali emergano davanti agli occhi di chi decide del nostro futuro. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a un governo dell’economia e
delle scelte politiche quantomeno fuori luogo. Se proprio non
vogliamo scomodare la Politica
con la “P” maiuscola, parliamo
della necessità di scelte di buon
senso e di onestà intellettuale. In
un certo senso, grazie alla TAV la
Val di Susa è diventata una vera comunità, che non guarda solo
ai suoi problemi contingenti, ma
mira a uno sviluppo intelligente,
in cui la sana partecipazione politica dei cittadini possa portare a
un futuro sostenibile, a nuovi stili di vita che possano farci uscire
dall’odierna crisi strutturale, che
riguarda non solo noi, non solo il
Paese, ma probabilmente l’intero
contesto mondiale.
Ph: Insidefoto
3- Ministro del Governo Berlusconi
dal 23/04/2005 al
15/05/2006.
iancare o a sostituire la linea già
esistente che ha una capacità certiicata di 23 milioni di tonnellate di merci all’anno. Lo scorso anno ne sono state trasportate solo
4 milioni. Negli anni di massimo
fulgore non sono mai state superate le 10/12 tonnellate. Quindi non è dimostrabile l’utilità di
un’opera del genere, se non considerando una riduzione di circa
50 minuti del tempo di percorrenza. Il vero problema è la mancanza di merci.
Le motivazioni No-TAV sono
state avvalorate da analisi di
studiosi – come lei stesso ha ricordato -, quali ad esempio Beria e Grimaldi, che evidenziano la sproporzione degli investimenti su questo tipo di linee rispetto al loro reale utilizzo e alla loro eicacia. Perché
non sono stati preventivamente presi in considerazione degli studi?
Ogni tipo di analisi scientiica ed
economica portata avanti in questi anni da professionisti, che ci
hanno aiutato nel nostro impegno di corretta informazione dei
cittadini, è documentato. E tali documenti sono stati condivisi dalle istituzioni Valsusine con
gli otto governi che si sono avvicendati. Ma se qualcuno li avesse
letti, probabilmente non ci troveremmo dove siamo oggi.
Quali sono i rapporti con
la Francia relativamente a
quest’opera? Dalla commissione preposta, la Lione-Torino è
stata classiicata dopo le “premières priorités” e prima degli
“horizons lointains”, gli orizzonti lontani post 2050. Citando il rapporto: “La Commissione conferma l’interesse a termine per gli accessi previsti, in
linea con la realizzazione del
progetto binazionale. Tuttavia, tenendo conto delle incertezze sul calendario del tunnel
di base, non può essere certa
che i rischi di saturazione e le
sovrapposizioni d’uso che giustiicano la realizzazione del
progetto si veriichino prima
degli anni 2035-2040”. Questo
vuol dire che per i francesi tutto dipende dai fondi europei?
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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NO TAV
DIARIO DALLA VALSUSA
Con queste immagini e le poche righe che le accompagnano, vorrei raccontare la quotidianità della Valsusa stravolta da un’opera a cui il movimento NO
TAV si oppone ormai da 24 anni. Una realtà che viene mascherata da tv e
giornali. Vorrei che tutti potessero andare a vedere con i propri occhi
Testo e foto di Matthias Canapini
FACCE A CONFRONTO
Il cantiere TAV la prima volta che lo vedi è come
un pugno nello stomaco. Arrivi da Giaglione e, immerso tra le montagne ma seminascosto dall’autostrada, si impone come un’innaturale chiazza grigia. Ruspe, rumore, ilo spinato, cancelli. Una gran
scena, se non fosse che la maggior parte del tempo il cantiere è completamente fermo. Ogni servizio televisivo riguardante il TAV, visto a tavola tra
un boccone e l’altro, mostra operai indaffarati, tubi, trivelle, scavi, un cantiere in pieno fermento. Le
persone che abitano lontano dalla Valsusa dovrebbero capire che sono riprese inte, di repertorio,
messe su per incrementare l’interesse economico
del progetto e convincere il semplice cittadino che
il TAV serve davvero.
Un anziano signore della Valle ricorda che nemmeno durante la seconda guerra mondiale le truppe
delle SS imponevano un’occupazione così pesante. Per quanto grave fosse la situazione, non si rischiava di essere identiicati giornalmente come ora. Oggi i cacciatori di Sardegna e Sicilia (reparto di
carabinieri specializzati in interventi contro la criminalità organizzata) chiedono incessantemente
i documenti per l’identiicazione. È un comportamento dificile da credere se non si vive. Un disagio crescente per chi percorre quei sentieri che da
sempre lo portano a casa e si sente chiedere dove
abiti o perché cammini nel bosco. La strada principale è pattugliata continuamente, interrotta dai
posti di blocco delle forze dell’ordine, durante le
manifestazioni vengono utilizzati gli elicotteri, la
polizia scientiica è sempre presente, come le telecamere a 360° sotto il ponte dell’autostrada e i microfoni direzionali. Ai costi elevatissimi delle operazioni si aggiungono le spese inutili destinate alla
polizia di guardia al cantiere. Il massimo raggiunto
è stato di 90mila euro giornalieri.
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
FOTO PARLANTI
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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FOTO PARLANTI
Tecniche di aggiramento e sentieri alternativi sono due delle “armi” più forti che il movimento NO
TAV ha escogitato. Anziani signori che conoscono
la Val Clarea come il palmo della propria mano fanno da guida su per i numerosi sentieri che costellano l’altopiano, evitando i controlli, per tagliare in
più punti l’estesa recinzione che protegge il cantiere. Molte volte si cerca un dialogo con poliziotti al
di là delle reti. A pochi centimetri di distanza entrambe le facce della questione si fronteggiano. Un
muro di parole e reticolato da una parte, disobbedienza civile e nonviolenta dall’altra.
TRAUMI, VIOLENZE E RIFLESSIONI
Solo nella giornata del 31 luglio 2011 sono stati lanciati in Valsusa 4357 lacrimogeni CS. Oggi in
quei luoghi, tra i ilari delle vigne, si respira ancora l’odore pregnante tipico dei lacrimogeni. I CS sono vietati nelle guerre internazionali, causano bruciore alle zone nasali e alla gola, forte lacrimazione,
sensazione di disorientamento, tosse e vomito. In
caso di prolungata esposizione il gas può nuocere
ai polmoni, al cuore e al fegato.
Walter mi ha raccontato del iglio Andrea alla tenera età di sette anni, quando la maestra aveva assegnato un tipico compito in classe. Una scena come tante, viste e vissute a nostra volta. Lo scopo
del compito era completare una frase in modo adeguato. Il sole … brilla. La luna … splende. E cosi via.
La polizia … ha picchiato mia madre.
In Valsusa capita anche di prendere una denuncia dalla procura di Torino per essere stati picchiati dalle forze dell’ordine. Inverosimile? Nella stessa
giornata del copioso lancio di lacrimogeni, Simona,
la moglie di Walter (una delle persone più pazienti
mai incontrate), durante uno scontro coi poliziotti
in antisommossa si è presa una manganellata nello stomaco. I video, girati al momento dai NO TAV,
mostrano benissimo come la prima ila di manifestanti che si opponeva alla carica avesse le braccia
visibilmente alzate. Due giorni dopo l’accaduto, la
denuncia.
SOLIDARIETÀ E PARTECIPAZIONE
L’etica della Valsusa è riuscita ad aprire un varco,
creando solidi legami di amicizia in tutta Italia. Il
tema NO TAV è sempre più all’ordine del giorno. Una rete immensa di solidarietà corre tra le macerie
di un’Italia ridotta sul lastrico, corre tra le riunioni degli operai disoccupati, tra le conferenze degli studenti stanchi dei tagli all’istruzione. La prima
volta che ho incontrato Valerio, da perfetto sconosciuto quale ero, ho ricevuto su due piedi le chiavi
di casa sua. Piccoli grandi gesti.
Che dimostrano la iducia istantanea che sta alla
base di tutto e che da sempre caratterizza il movimento NO TAV. Ogni volta che me ne vado, Simona
mi prepara dei panini al sacco e dell’acqua, e tra un
abbraccio e l’altro mi augura buon viaggio. Capisci
allora che non basta qualche pagina per descrivere
il TAV e la Valsusa.
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
Segnalo alcuni canali alternativi, estranei alla disinformazione mediatica.
www.notav.info
www.lavallecheresiste.org
www.notavtorino.org
youtube.com/tgmaddalena
www.notav-valsangone.eu
www.ambientevalsusa.it
www.spintadalbass.org
LINGUAGGI GRAFICI: SAURO CIANTINI
MY NAME IS
PALMIRO 2
di Sauro Ciantini
Un ultimo viaggio
su un’isola particolare prima che
gli oceani e i mari
vengano aspirati,
iltrati e ripuliti.
Una storia d’amore salmastra e piena di nuvoloni neri. Poi una short
story all’americana sulla prossima
ine del mondo. E
per dolce una storia horror Classica dettata in sogno nientemeno
che dall’anima inquieta di Edgar
Allan Poe.
Un libro pieno
d’inchiostro e poesia. Dove si ride,
ci si commuove, e
si battono i denti
dalla paura.
Titolo:
MY NAME IS
PALMIRO 2 –
New Stories
Autore:
Sauro Ciantini
64 pagine,
copertina a colori, interni bianco
e nero
220x220 mm
Editore : Sauro
Ciantini Editore
acquistabile nel
sito:
www.palmiro.it
prezzo 11,00 euro, spese di spedizione incluse.
Selezionato al
Premio Napolicomicon 2012.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
43
TEATRO
Intervista a Beppe Rosso
I NOSTRI FANTASMI
Tra memoria e contemporaneità. Il teatro di Beppe Rosso
Il tuo percorso artistico inizia
negli anni ‘70 con la frequentazione delle radio libere.
Sì, ho iniziato con Radio Bra onde rosse. Eravamo degli ingenui: con la libera informazione volevamo cambiare il mondo e non
pensavamo che qualcuno in seguito avrebbe comprato le radio
libere e avrebbe strumentalizzato
la nostra necessità di verità. Erano anni bui, anni di attentati, con
uno Stato che non dava informazioni corrette. Le radio libere erano uno strumento nuovo per fare controinformazione. Dopo uno spettacolo con Dario Fo, sono
passato all’area dell’animazione
teatrale intesa come teatro politico e ilosoia di vita, per cercare un rapporto costruttivo e senza barriere con il pubblico.
Un’altra collaborazione importante è stata quella con Gabriele Vacis1: su quali ainità
artistiche si basava?
Innanzitutto sull’esigenza di creare un teatro popolare d’arte che
andasse oltre la quarta parete e
riuscisse a parlare alla gente. Durante l’esperienza del Laboratorio Teatrale Settimo con Vacis,
ma anche con Marco Paolini, Eugenio Allegri, Laura Curino, ha
preso forma quel percorso di teatro di narrazione, che uicialmente nasce nel 1993 con il Racconto del Vajont di Paolini. Storicamente, il teatro di narrazione
si colloca tra la caduta del muro di Berlino e lo scoppio di tangentopoli, un momento di grandi cambiamenti e di speranze. Ha
anche portato alla luce brandelli,
non ediicanti, della storia italiana con un lavoro di ricerca inno44
GENNAIO 2014 - BARRICATE
Ph: Giorgio Sottile
Massimiliano De Simone
vativo su contenuti e linguaggio.
Quanto è importante un teatro
in cui la gente si possa riconoscere?
Il teatro nasce dall’esigenza di
raccontare qualcosa che la gente sente fortemente. Credo sia la
sua grande funzione: suscitare rilessioni, scatenare ombre attraverso i drammi o la comicità. Se
non è così, è teatro “museale” o
meglio mortale, come dice Peter Brook. Il teatro in Italia, paese dove la drammaturgia contemporanea è quantitativamente scarsa, sta correndo questo rischio. La drammaturgia contemporanea, avendo la capacità di
scavare nelle contraddizioni attuali, è uno strumento ideale per
il pubblico, per riconoscere una
parte di sé e delle proprie diicoltà.
Il centro della trilogia “La città
fragile” è costituito da igure
di emarginati e di invisibili: lo
zingaro, la prostituta, il barbone. Come hai adattato la drammaturgia e la messa in scena
a una materia così reale e potente?
Pasolini afermava che la borghesia, attraverso la letteratura e l’arte in generale, si è autorappresentata per più di centocinquanta anni, e che oggi sono
le storie degli emarginati che devono essere raccontate. Questo è
stato il nostro punto di partenza.
Abbiamo messo in scena persone e dinamiche che vediamo tutti i giorni e che interpretiamo in
modo supericiale attraverso i resoconti cronachistici. Il lavoro di
ricerca è consistito nell’incontrare e cercare di raccontare questi
1- Gabriele Vàcis,
regista italiano
(Settimo Torinese
1955), è stato tra i
fondatori del Laboratorio Teatro Settimo, gruppo teatrale
attivo nell’omonima
cittadina dell’Hinterland torinese. Nei
suoi spettacoli ofre
una riscrittura scenica sia di testi classici
e letterari sia di testi
contemporanei.
Ph: Giorgio Sottile
Ph: Paola Mongelli
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
2- Matei Vișniec
(Rădăuţi, 29 gennaio 1956) è drammaturgo, poeta e giornalista rumeno naturalizzato francese.
Nel 1987 abbandona la Romania per
trasferirsi in Francia, dove chiede asilo politico. Dopo la
caduta di Ceaușescu
nel 1989, è divenuto
uno degli autori più
rappresentati in Romania.
mondi partendo dal “didentro”,
andando oltre la facile schematizzazione buoni-cattivi. In cinque anni abbiamo realizzato tre
spettacoli teatrali, poi raccolti in
un libro.
Nel 2004, con “Fantasmi d’acciaio”, afronti la questione dimenticata del ruolo dell’operaio nella società di oggi.
Ancora una storia di emarginati che vivono in modo drammatico il cambiamento del mondo
del lavoro e la loro stessa funzione. Ho lavorato con una trentina
di attori in un’acciaieria dismessa di Torino, collocata nei pressi della Thyssen Krupp. Al centro
del dramma c’erano un operaio
morto e fuso in un cubo di ferro. Evento tragico che purtroppo
avverrà cinque anni dopo alle acciaierie Thyssen Krupp. Come se
il teatro, adattando le modalità
espressive e continuando il proprio lavoro di ricerca, avesse una capacità profetica di illuminare in avanti le cose.
Mettendo in scena “Flags” della scrittrice statunitense Jane
Martin, racconti le conseguenze della guerra in Iraq su una
famiglia americana media.
Due genitori perdono il proprio
iglio durante il conlitto in Iraq.
Non accettano le risposte di comodo fornite dalle autorità e così
si attirano la guerra in casa. È una storia complessa, di bandiere
messe al contrario per simbolizzare la perdita di senso di ciò che
è avvenuto e continua ad avvenire. Una storia molto americana
ma che riguarda anche l’Italia,
che in quegli anni era in guerra.
Molti soldati italiani sono morti,
eppure in Italia è stato scritto un
libro su Nassyria, fatto un ilm e
basta. Non riusciamo più a raccontare quello che ci sta succedendo. Con questo lavoro, ho voluto riportare l’attenzione su un
dramma lacerante, vissuto spesso
in silenzio da molti genitori.
Qual è il punto di equilibrio
nel tuo lavoro teatrale tra recupero della memoria e ricerca contemporanea, spinte
all’apparenza contrastanti?
Si rilegge la memoria sempre con
gli occhi della contemporaneità. La contemporaneità è la sedimentazione della memoria, oggi
poco frequentata e spesso manipolata per ini politici ed economici. Ci si muove sempre in questi territori adiacenti. Bisognerebbe farlo ricorrendo all’autenticità e a nuove forme d’interazione con il pubblico. Nello spettacolo “Cene al cimitero con storie di spietate umanità” di Matei Vișniec2, c’è una teatralità aperta al reale. Lo spazio teatrale è un ex cimitero adattato a ristorante. Gli attori interpretano il
proprio personaggio, camerieri,
e contemporaneamente servono
pietanze vere ai clienti-spettatori seduti al tavolo e non in platea. Anche il pubblico ha un doppio ruolo: spettatore e avventore.
Fa parte di ciò che osserva. I due
ruoli tipici della convenzione teatrale, attore e spettatore, sono
rivisitati e problematizzati. Anche questo è teatro politico.
Beppe Rosso
Attore e regista, nel 1979 fonda e
dirige la compagnia Granbadò Produzioni Teatrali. Lo spettacolo “Esigenze tecniche” vince il premio
E.T.I. Stregagatto 1984. Nel 1997
fonda la compagnia teatrale ACTI
teatri Indipendenti. Nel 2004 inizia
il progetto “Trilogia Dell’Invisibilità – Città Fragile” in collaborazione
con il Teatro Stabile di Torino; inoltre dirige lo spettacolo-evento “Fantasmi D’Acciaio” realizzato nella ex
Acciaieria ILVA. Nel 2010 è regista
e attore per il Teatro Stabile di Torino del testo: “Flags” di Jane Martin. Nel 2013 mette in scena “Cena al cimitero”, con storie di spietata umanità, di Matej Visniec. È presente come attore in numerosi progetti cinematograici e televisivi. Ha
lavorato sotto la direzione di Davide Ferrario, Maurizio Zaccaro, Lodovico Gasparini, Luca Barbareschi,
Franco Lizzani.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
45
PIEMONTE – LA TERRA RACCONTA
SUCCEDE DOMANI
IL TUNNEL DEI DESIDERI
di Michele Boato
Ph: Archivio Acanto
“Quello che stiamo per visitare, gentili signore e signori, è il Tunnel
dei desideri, la giostra più lunga del mondo. Pensate che entra per
ben dieci chilometri nel ventre della montagna che sta a conine
tra la Val di Susa (Italia) e Val de la Vanoise (Francia)”.
“Se vi accomodate nelle poltroncine – continua la guida – possiamo partire. Bene. Alla vostra destra potete ammirare un enorme
affresco (o murale se preferite) rafigurante lo sfortunato volo di Icaro che il mito dice essersi avvicinato troppo al sole, volando con
ali di cera, che si sono sciolte facendolo precipitare e morire nel
mare che da lui prese il nome di Icario. Ora volgete lo sguardo a sinistra, eccovi apparire la nave con cui Ulisse è ripartito da Itaca,
15 anni dopo esservi tornato, reduce dalla guerra di Troia e dal
viaggio descritto da Omero nell’Odissea. Con quella nave Ulisse
ha attraversato i conini del mondo allora conosciuto, le Colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), assieme alla moglie Penelope e al iglio Telemaco; ma poi muore misteriosamente assieme a
loro. Forse aveva osato troppo, come Icaro. Ancora a sinistra, potete ammirare la città di Atlantide, come la sogna il ilosofo greco
Platone; e più in là, ecco l’enorme piovra descritta da Giulio Verne
in Ventimila leghe sotto i mari. Purtroppo non ho fatto a tempo a
travestirmi da Capitano Nemo – sospira la guida con un ilo di ironia – ma la suggestione c’è lo stesso. Stiamo percorrendo i sogni
più straordinari e i desideri più sconinati, partoriti nei nostri millenni di storia”.
I passeggeri guardano tutto con occhi spalancati. Russi e giapponesi fotografano ogni particolare.
Gli italiani, una minoranza dell’allegra compagnia, sorridono beffardi.
“Ed ora entreremo nella parte inale del tunnel, la più straordinaria: vivrete le emozioni del Viaggio al centro della terra, un altro
dei capolavori di Giulio Verne.”
Il viaggio nel Tunnel dei desideri inisce con un rapido ritorno del
trenino sui propri passi, verso la luce di Venaus in Val di Susa.
“Guarda lì, papà, c’è uno striscione appeso tra gli alberi. Cosa c’è
scritto?” chiede il più piccolo della comitiva. “Giù gli artigli dalla
nostra valle. No Tav” risponde il papà, che improvvisamente si rivedeva lì sotto, dieci anni prima, armato di bandiera e megafono.
“Cosa signiica No Tav, papà?” “È una storia lunga, Jacopo. Tanti anni fa, quando tu non eri ancora nato, volevano bucare questa montagna per far passare un treno costosissimo ma inutile.”
“E poi?” “Poi è fallito tutto: il governo e le ditte che ci volevano fare l’affare del secolo.”
“Come mai, papà?” “Non c’erano più i soldi nemmeno per le scuole e gli asili, così la gente si è ribellata a questa enorme spesa inutile.” “E allora?” “Allora questa galleria, scavata per niente, hanno
pensato bene di utilizzarla come Luna Park sotterraneo: il Tunnel
dei desideri…falliti.”
“Meglio così, papà: è bellissimo!”
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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LINGUAGGI GRAFICI: NIGRAZ
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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CINEMA
Intervista a Elena Cotta Ramusino
TRA MANI E CUORE
L’attrice di teatro Elena Cotta, vincitrice della coppa Volpi per il ilm
Via Castellana Bandiera, si racconta
“Barricate è una rivista indipendente e per scelta pubblichiamo in
cartaceo.”
“Quanto mi piace la parola indipendente! Concordo con l’autorevolezza di una fonte cartacea rispetto a un testo digitale, e poi con
l’oggetto libro si ha un rapporto esclusivo e intimo che si contrappone all’invasività e alla distanza che
si crea con uno schermo. Lo sa che
da quarant’anni raccolgo ritagli di
giornale? Ritaglio e ordino in cartellette. Ho pacchi di ritagli su cui
prima o poi dovrò fare luce.”
Elena Cotta è una giovane ottantenne che, con leggerezza e determinazione, da più di sessant’anni
calca le scene teatrali nazionali e
internazionali. Appassionata di libri di storia e soprattutto di Matilde di Canossa, rappresenta una
igura anomala per il nostro modesto Star Sistem all’italiana. Nel
2013 vince la Coppa Volpi come miglior attrice alla 70ª Mostra
del Cinema di Venezia con il ilm
“Via Castellana Bandiera” di Emma Dante, talentuosa regista della
scena teatrale contemporanea alla
sua prima regia cinematograica.
“Ho iniziato a far cinema quasi
per caso - racconta l’attrice - con
un’unica posa nel ilm Miracolo a
Viggiù di Luigi Giachino, 1951. Ero una giovane suorina irriconoscibile; un’amica mi disse di avermi riconosciuta solo dalle mani.”
Lei ha studiato all’Accademia
di Arte drammatica Silvio D’amico con Orazio Costa. Come
48
GENNAIO 2014 - BARRICATE
lo ricorda?
Un grandissimo maestro. Mi ha
insegnato che ogni scena ha un
suo nodo drammatico, che compito dell’attore è individuarlo,
capire il prima e il dopo di questo centro e di conseguenza impostare una graduale intensità
nell’interpretazione del personaggio. Ci ha insegnato la lettura del testo anche nei suoi risvolti psicologici, rielaborando
con una chiave di lettura molto
personale e approfondita il metodo di Stanislavskij.
Il teatro arriva subito dopo la
scuola, con la Compagnia dei
Giovani di Giorgio De Lullo,
Rossella Falk, Romolo Valli…
Sì. Il mestiere si impara a bottega, e la bottega è il palcoscenico
con di fronte il pubblico, che è il
più grande maestro e il più grande critico che possa esistere.
La compagnia dei Giovani, nel
panorama teatrale degli anni
‘50, rappresentava una fase
di rottura. In cosa si manifestava questa diferenza rispetto al teatro convenzionale di
quel periodo?
La diferenza principale era nella ricerca di testi innovativi.
Penso a “Una donna dal cuore troppo piccolo” di Fernard
Crommelynck; a “La calunnia”
di Lillian Hellman, da cui William Wyler nel 1936 trasse un
ilm. Si cercavano autrici e autori e contemporanei, e spesso
le nostre messe in scena erano
attentamente valutate, talvolta
persino vietate dalla censura. Il
illustrazione di Daniela Perissinotto
Massimiliano De Simone
teatro precedente, seppure ricco
di grandi interpreti, si limitava
a un repertorio meno impegnato, dunque le nostre proposte diventavano vere e proprie side
per i gusti ormai consolidati del
pubblico.
Poi arriva l’esperienza in televisione con i primi grandi sceneggiati…
Sì, che avevano la particolarità
di essere girati in presa diretta
e non registrati. Per noi allora si
trattava di un metodo di lavoro assolutamente normale. Si facevano le prove a tavolino, poi
Ritratto di Daniela
Perissinotto dedicato
a Elena Cotta.
LA CULTURA DIETRO LE RIGHE
sul tracciato negli studi televisivi, quindi intervenivano le telecamere. Eravamo tanto preparati, e forse incoscienti, che l’idea
che tutto fosse in diretta non ci
preoccupava più di tanto. D’altronde eravamo fortiicati dalla pratica continua e toniicante del teatro. Ricordo ancora con
molto piacere sceneggiati come
“Tessa la ninfa fedele” per la regia di Mario Ferrero, anche lui
prima studente e poi insegnante
alla Silvio D’Amico.
Lei è stata una delle prime
donne a interpretare Amleto.
Nonostante una carriera teatrale, televisiva e di doppiaggio riconosciuta e afermata, io e mio
marito Carlo Alighiero sentiamo
la necessità di rinnovarci e, rischiando anche economicamente, mettiamo in scena “L’Amleto”
di Riccardo Bacchelli. Io, donna dal isico esile, con i capelli corti, interpreto il tormentato
principe danese. Partendo anche
dalla mia ambiguità isica, lavoro sulla costruzione di un personaggio che è divorato dall’ambiguità e dal dubbio. Amleto, nella
rilettura di Bachelli, era un solitario, un po’ meschino, incapace di trovare alleanze che lo avrebbero rinforzato, una vittima
destinata a soccombere. Mi sono
appropriata di questa chiave e
l’ho interpretato distanziandomi
dalla tradizione shakesperiana.
Come si spiega la sua scarsa
frequentazione con il cinema?
L’idea che il cinema aveva della donna, e credo abbia tuttora, è che si tratti di una creatura splendida, portatrice di gradevolezza isica. Ai miei tempi,
in modo particolare, il cinema
italiano era focalizzato su questo tipo di prima donna, con caratteristiche isiche ben precise:
alta, maggiorata, adatta a ruoli
deiniti. Io non rientravo in questa categoria di diva e neanche
nella categoria, rispettabilissima, dei caratteri.
Il teatro in questo è diverso?
Nel teatro questo non succede
perché c’è la magia del distacco,
lo spettatore accetta il patto tacito della convenzione: sulle assi io, donna adulta, posso essere
anche bambina o uomo. Il cinema, in generale, è più impietoso: sei quello che il pubblico vede di te.
Quanto è importante l’uso del
corpo per un attore?
Il corpo deve assolutamente partecipare alla costruzione del personaggio, al suo modo di porgersi. Io riconosco gli attori dai piedi, da come camminano. Se i
piedi stanno immobili, non hanno un ritmo o contrastano con
il movimento delle battute e dei
sentimenti, allora la cosa non
funziona. Non tutti gli attori riescono a trovare questa armonia
tra verbale e corporeo, e la capacità espressiva ne risulta ridotta.
Alla luce delle sue esperienze
artistiche, sempre in trincea,
e del suo modo di intendere
il lavoro di attore, l’approdo
alla proposta artistica di Emma Dante sembra quasi invitabile.
Un incontro predestinato e molto fortunato! Abbiamo lavorato come si fa a teatro: abbiamo
provato per tre settimane in sala
e poi recitato davanti alla macchina da presa. La drammaturgia di “Via Castellana Bandiera”
è molto potente, scritta in modo impeccabile e capace di ofrire a noi attori spunti molto suggestivi.
In un ilm molto parlato, il suo personaggio di Samira non
parla quasi mai, e quando lo
fa è in una in una scena onirica e in lingua straniera.
Sì… “Via Castellana Bandiera” è
stato uno splendido viaggio anche per questo motivo: cinema
e teatro si intrecciano, spazio
drammaturgico e spazio isico
si confondono, attori professionisti e non professionisti si mescolano in un autentico spaccato
di vita e i conlitti si manifestano anche attraverso modalità ed
espressioni molto diverse.
E poi… chi se lo aspettava di
vincere il premio a Venezia!
Elena Cotta
Entra giovanissima all’Accademia
Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
È tra le prime attrici a fare parte dei grandi sceneggiati televisivi
nella seconda metà degli anni ‘50,
quando venivano trasmessi in diretta.
Entra nella Compagnia dei Giovani con Giorgio De Lullo e Rossella Falk.
Nel 1975 fonda con Carlo Alighiero, suo marito, la Compagnia teatrale ATA Teatro. Dal 1986, con
Carlo Alighiero, gestisce il Teatro
Manzoni di Roma dal 1986.
Nel 2000 recita nel ilm Looking
for Alibrandi (Terza generazione)
di Kate Wood. Nel 2010 recita nel
ilm “L’ultima silata” di Carlo Vanzina. Nel 2013 recita in “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante e vince la Coppa Volpi come migliore attrice alla 70ª Mostra del Cinema di Venezia.
NOTE
Orazio Costa Giovangigli
(1911 – 1999) è stato un regista teatrale e uno dei massimi
esponenti della pedagogia teatrale europea del ‘900. Insegante presso la scuola d’Arte
Drammatica Silvio D’amico.
Fernand Crommelynck (1886
–1970) è stato un drammaturgo e attore belga di lingua francese.
Lillian Hellman (1905 - 1984).
Autrice drammatica statunitense Nel 1966 realizza sceneggiatura del ilm La caccia
(The Chase) di Arthur Penn,
con Marlon Brando
Riccardo Bacchelli (1891 1985). Scrittore italiano, autore di poesie, romanzi, opere di
teatro, saggi storici e critici. Al
centro ideale della sua opera,
l’ampia trilogia romanzesca Il
mulinodel Po (1938-40).
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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TERRORISMO
DI CORAGGIO SI MUORE
La storia di Guido Rossa. Un operaio, un compagno, un comunista
illustrazioni di Nazzareno Giusti
Nazareno Giusti
Sapeva che sarebbe successo. Faceva di tutto per
non lasciarlo immaginare agli altri, per nasconderlo a se stesso, ma lo sapeva. Era tuttavia andato per
la sua strada, perché così doveva, punto e basta.
Certe cose vanno fatte. E così, Guido Rossa, operaio e sindacalista, fu ritrovato una mattina livida
del 24 gennaio 1979, nella sua auto, una Fiat 850,
ucciso. Quattro colpi alle gambe, due al cuore. “Un
nucleo armato della BR ha giustiziato Guido Rossa, spia e delatore all’interno dello stabilimento Italsider di Cornigliano”. Così le Brigate Rosse, uno
dei più longevi gruppi terroristici d’Europa, rivendicarono l’attentato. Genova, la città in cui viveva
da tantissimi anni Rossa, quel 24 gennaio si bloccò.
“Le Brigate Rosse gettano la maschera, operaio co50
GENNAIO 2014 - BARRICATE
munista trucidato a Genova”, titolò L’Unità. Nella
camera ardente silarono migliaia di persone. Arrivò anche, piccolo e curvato dall’età, Sandro Pertini, il presidente partigiano, che si avvicinò al feretro, carezzò la fronte fredda di Rossa, come fa un
padre che si è visto morire un iglio. Gli appuntò la
medaglia d’oro al Valor Civile sul petto e sussurrò
alla moglie di andarlo a trovare a Roma, quando avrebbe voluto, come una sorella. Un altro vecchio
partigiano, Gian Carlo Pajetta, in un discorso forte
e polemico, disse: “Hanno ammazzato un operaio,
un comunista, un compagno, perché ha fatto il suo
dovere di italiano e di comunista”. Ai funerali, tra le
bandiere rosse del Pci e della Cgil, quelle a mezz’asta degli ediici pubblici, i segni della croce e i pu-
LA CULTURA DIETRO LE RIGHE
gni chiusi, parteciparono oltre 250mila persone
giunte da tutta Italia. Pioveva, quel giorno a Genova, ma nessuno aveva voluto mancare al triste appuntamento per rendere omaggio all’operaio che
aveva insegnato la strada giusta da seguire, quella
della legalità e della giustizia, della libertà e dell’onesta. Molti suoi compagni dovettero ammetterlo: “Stavamo sbagliando, pensavamo che si potesse stare né con lo stato né con le BR”. Invece, l’insegnamento di Rossa era chiaro. Bisognava stare
dalla parte della Legalità. Lo diceva con passione e
trasporto, come quando faceva le sue lotte sindacali. Si era iscritto al Pci nel 1962 dopo una scelta
matura e radicale. Era un alpinista molto bravo. Aveva scalato l’Everest. Scrisse a un amico: “Ha ancora un senso raggiungere vette pulite e scintillanti dove, solo per un attimo, possiamo dimenticare di essere gli abitanti di questo mondo dove si
muore di fame, dove ci sono le guerre e le ingiustizie? Da ormai parecchi anni mi ritrovo sempre
più spesso a predicare agli amici l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza,
qualcosa che si contrapponga a quello, quasi inutile, dell’andar sui sassi”. Anche in queste parole ritroviamo la sua personalità e non ci appare casuale la sua scelta, coerente, che lo porterà alla morte. Già, ma cosa successe? I fatti: Francesco Berardi viene colto sul fatto mentre lascia una serie di
volantini irmati BR e inneggianti alla lotta armata in un distributore di bibite automatico. Il fatto
è grave. Si decide di informare prima la vigilanza e
poi i carabinieri. Giunti però alla ine del verbale,
al momento della irma, alcuni che hanno assistito
alla scena si tirano indietro. Rimane Guido Rossa.
Non ci pensa troppo: nome e cognome. Guido Rossa. Una irma. Una condanna a morte. Rossa lo sapeva ma doveva fare così. “Quando le cose si devono fare si fanno” diceva. La casa e l’armadietto all’Italsider di Berardi vennero perquisiti: ci trovarono
i volantini di rivendicazione delle BR per l’assassinio di Pietro Coggiola, oltre ai numeri di targa di
molti dirigenti della fabbrica. Il 30 ottobre si tenne
il processo per direttissima. Rossa era l’unico teste dell’accusa. Confermò le dichiarazioni rese in istruttoria. Berardi fu condannato a quattro anni e
sei mesi. Lo troveranno, quasi un anno dopo, morto in carcere. Suicida. Ma a quel tempo Rossa non
c’era già da alcuni mesi. Prima di essere ucciso aveva vissuto settimane terribili. Aveva, però, riiutato sia la pistola sia la scorta. “Tanto se vogliono uccidere lo faranno” diceva. Probabilmente non doveva essere ucciso, secondo i piani brigatisti. Fatto sta che l’omicidio di Rossa sarà uno spartiacque
nella storia delle Brigate Rosse che dopo quel 24
gennaio inizieranno la loro fase calante. Quello di
Rossa, a trentacinque anni di distanza, resta un esempio civico di altissimo valore. Come non ricordare, a proposito, le parole di un altro eroe dei nostri tempi, Giovanni Falcone: “Chi tace e abbassa
la testa muore ogni volta, chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola”. Eppure, a tanti an-
ni di distanza, la vicenda di Guido Rossa rimane una storia poco conosciuta. Solo nel 2006 l’ha voluta raccontare un maestro del cinema italiano di denuncia: Giuseppe Ferrara. Il regista toscano, nel suo Guido che sidò le Br, ha ripercorso la parabola umana dell’operaio, interpretato da Massimo Ghini
in una pellicola che non ha avuto vita facile. Forse
anche per la sua scelta di trattare in maniera onesta il tema. Perché alla ine, come ha detto Carlo
Lucarelli: “Questa è la storia di chi credeva di essere un eroe e per questo ha preso le armi e ha ucciso e di chi, invece, si è trovato ad esserlo per le Istituzioni, per la Legge, per lo Stato. E che proprio per
questo, magari senza volerlo, come un eroe è stato ucciso”.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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GENNAIO 2014 - BARRICATE
LINGUAGGI GRAFICI: SERGIO PONCHIONE
GENNAIO 2014 - BARRICATE
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FUMETTO
COME ARRIVARONO, MALE,
I FUMETTI IN ITALIA
Max Olla
upplemento illustrato del Corriere della
Sera, 27 dicembre 1908, esce il primo numero del Corriere dei Piccoli. È considerato il primo fumetto pubblicato in Italia. Una copia in buone condizioni tempo fa andò all’asta partendo da una base di 1.800
euro. Bella storia, bella reliquia, si dirà. Non abbiamo mai abbastanza tenuto in conto quanto convenga frugare nelle scartofie dei nonni. E allora?
Bisognerebbe appenderne una copia in tutte le sale
in cui si dibatte sulla crisi del fumetto in Italia. Oppure tenerla bene inchiodata in mente nelle ininite
occasioni in cui si rilette e si litiga sulla questione.
Per ricordarsi soprattutto “come” è iniziata la storia
del fumetto dalle nostre parti.
Questo supplemento arriva dopo qualche decina di
anni dal boom delle pagine di comic strip negli USA.
Anche da noi il fumetto nasce sui giornali, gli editori intuiscono le potenzialità sulle tirature. O, più pedissequamente, quelli italiani pensano che seguire
il modello americano possa portare proitti.
Attenzione, però. Da noi arriverà un fumetto “non
fumetto”, privo dei balloon. Guai a metterli, robaccia americana. Sono sostituiti da didascalie in rima
baciata sotto. Il fumetto in versione italiana parte
con la zavorra di un enorme pregiudizio originale,
chiamatelo pure peccato originale. È considerato
un prodotto sotto-culturale, o meglio, esclusivo per
bambini. Da lì in poi sarà tutto un susseguirsi di giornalini, corrierini, per ragazzini, per piccolini, per piccini, per cretini ci verrebbe da aggiungere, comunque tutto il possibile che faccia “ino”. Da tenere sotto il banco, da nascondere, da leggere solo nell’infanzia, buoni per bacchettate dalla maestra, da tenere lontano dagli adulti.
Solo verso la metà degli anni ’60 inizieranno i primi
segnali di vero sdoganamento, con riconoscimenti
da parte di autorevoli intellettuali. Passaggio celebre in questa direzione fu il dibattito tra Eco, Vittorini e Del Buono, pubblicato sul primo numero della
rivista Linus. Giusto segnali, perché il pregiudizio da
noi è ben radicato e ha una lunga storia.
A monte, ancora più su, c’è una più generica difidenza verso l’illustrazione, considerata una rozza stampella della lettura. Dimenticando che grandi capolavori di Dickens o Manzoni nacquero nelle
versioni originali con illustrazioni che raccontava54
GENNAIO 2014 - BARRICATE
no, non soltanto in funzione di servizio del testo.
Solo le vignette satiriche di veloce consumo hanno trovato spazio e popolarità tra gli adulti, perché
considerate strumento di supporto per iniammare il dibattito politico dei super politicizzati e faziosi
quotidiani italiani.
Un fumetto popolare da noi non è mai veramente
esistito. Ora chiedetevi pure perché nelle redazioni non distinguono tra oroscopi, cruciverba e comic
strip, tutto ritenuto intrattenimento generico e riempitivo.
Con il Corriere dei piccoli arrivano, già dal primo
numero del 1908, moltissime delle prime leggendarie comic strip. Vengono però tagliate e stravolte
sia nell’impaginazione sia nei testi, per adattarle alla
formula italiana. Quelli che erano lo spirito e la comicità originari sono completamente traditi. Come
nell’esempio che presentiamo partendo dallo stralcio di una pagina del New York Herald. Il Little Nemo di Winsor McCay, una serie famosissima per le
eccezionali innovazioni graiche, la particolarità del
LINGUAGGI GRAFICI: BALLOONS
layout e per i bizzarri temi onirici, viene completamente alterato per stare nella rigida quadrettatura
dell’impaginazione con didascalie del Corriere. Spariscono gli sconvenienti balloon e con essi anche i
testi originali, sostituiti da rime al bacio. Sotto il primo quadro si inizia così:
“Gentiluomini e signore
or farò qualche prodigio!”
dice grave il Professore,
re dei giuochi di prestigio.
In alto: tavola originale di Little Nemo e
la versione italiana.
Little Nemo per spessore artistico non era certo
un’opera per bambini. O, quantomeno, non solo per
loro. È, come tante altre, una strip con più livelli di
lettura. Nella versione italiana cambia anche il titolo, diventa “Bubi” e viene fatto di tutto per infantilizzarla.
La pervicacia nel modiicare l’originale implicava
pure un notevole impegno e fatica: togliendo i balloon si doveva anche restaurare il disegno che in
parte coprivano, colorarlo. Per non parlare dei testi
in cui per giocare su metrica e ritornelli si abbandonavano i dialoghi originali. Tutto lavoro che, a parte il massacro dell’originale, aveva anche una certa
dignità artistica oggi riconosciuta. Le rime, afidate a ottimi autori, suonano ancora oggi divertenti e
comportavano notevoli acrobazie di fantasia.
Molte altre comic strip americane sbarcheranno
sul Corriere nei primi decenni del ‘900, circa 35. Un
arrivo in massa che non si veriicherà mai più nella
storia della stampa italiana. Tutte subiranno lo stesso trattamento. La scelta dei titoli per le nostre versioni dice tutto. Tra le più note: Bringing up father di
McManus (in Italia sarà Arcibaldo e Petronilla), Barney Google (Bertoldo Scalzapelli e Gelsomino), The
Katzenjammer Kids alias The captain and the kids
(Bibì e Bibò), Happy Hooligan (Fortunello), Buster
Brown (Mimmo, Mammola e Medoro), Felix the cat
(Mio Mao), The newlyweds (Cirillino).
Si fornirono pesanti e pedanti giustiicazioni pedagogiche. La nostra letteratura per l’infanzia (dando
per scontato il primo assunto sul fumetto come prodotto per bimbi) voleva ridurre al minimo “le possibilità di intrattenimento puro”. La lettura doveva essere impegnativa, il contenuto guadagnato con fatica, non con un’occhiata a una pagina dove testo e disegni si confondono.
Del Buono, il celebre direttore della rivista Linus,
deinì baggianate queste teorie, anche a volerle seguire. Non stavano in piedi, eppure hanno condizionato la nostra storia. I piccoli non leggevano i versetti, erano gli adulti a farlo divertendosi anche molto per le acrobazie. E poi faticosa era in realtà la lettura dei fumetti per gli adulti, per mancanza di abitudine, per incapacità: quanti ancora oggi affermano con orgoglio di non riuscire a leggerli. Inine: testo e illustrazioni non si confondono, si fondono (almeno nei buoni fumetti) e c’è una bella differenza.
Il Corriere dei Piccoli nel 1908 in realtà abortì il fumetto. Per due ragioni.
La prima: emarginandolo, da subito, nel mondo
dell’infanzia. È vero che in quelle pagine arrivarono moltissimi autori americani di strip ma negli USA
il fumetto nacque come prodotto popolare, come
mezzo per conquistare tutti, adulti o meno, per parlare ai nuovi ceti sociali e alla gran massa degli immigrati. Per far grandi tirature e grana sul mercato
editoriale. In Italia ci trasciniamo ancora oggi questo peccato originale, nelle edicole abbiamo la zona porno e quella dei fumetti, abbiamo le fumetterie
come i coffee shop. Prima di aprire un libro di fumetti in treno o in metrò ci guardiamo un po’ intorno. E
la denigrazione ha assunto persino valore semantico nel linguaggio di tutti i giorni, come vi abbiamo
raccontato in un precedente articolo (cfr. Barricate
n. 4, pag. 86).
La seconda: distorcendolo subito, sottoponendolo a
un trattamento e lavaggio pur creativo. Quella del
Corriere, citando ancora Oreste Del Buono, è “l’opposizione al fumetto come tramite espressivo nuovo, frutto di una retorica redazionale profondamente ostile”.
GENNAIO 2014 - BARRICATE
55
Persichetti Bros
Sauro Ciantini
www.singloids.com
www.palmiro.it
Pino Creanza
www.pinocreanza.it
Giuseppe Scapigliati
www.vincenzina.net
Stefano Milani
www.ettorebaldo.it
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