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NARCISO E
BOCCADORO
HERMANN HESSE
HERMANN HESSE
NARCISO E BOCCADORO
Traduzione di C. Baseggio,
Prima edizione: Berlino 1930,
Prima edizione italiana: Milano 1933.
INDICE
CAPITOLO I
5
CAPITOLO II
13
CAPITOLO III
21
CAPITOLO IV
29
CAPITOLO V
39
CAPITOLO VI
48
CAPITOLO VII
57
CAPITOLO VIII
66
CAPITOLO IX
83
CAPITOLO X
94
CAPITOLO XI
104
CAPITOLO XII
116
CAPITOLO XIII
126
CAPITOLO XIV
138
CAPITOLO XV
149
CAPITOLO XVI
159
CAPITOLO XVII
169
CAPITOLO XVIII
179
CAPITOLO XIX
189
CAPITOLO XX
197
CAPITOLO I
Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle, del
convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era un
castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva
riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal
tronco vigoroso; la cerchia dei suoi rami si chinava dolcemente
sopra la strada, respirava libera e ampia nel vento; in
primavera, quando intorno tutto era già verde e anche i noci del
monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva
attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran
più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura
esotica, d'un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e
intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre,
quando l'altra frutta era già raccolta e il vino nei tini,
lasciava cadere al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona
ingiallita:
non
tutti
gli
anni
maturavano;
per
essi
s'azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio,
oriundo del mezzodì, li arrostiva in camera sua sul fuoco del
camino.
Esotico e delicato, il bell'albero faceva stormir la sua chioma
sopra l'ingresso del convento, ospite sensibile e facilmente
infreddolito,
originario
d'altra
zona,
misteriosamente
imparentato con le agili colonnette gemelle del portale e con la
decorazione in pietra degli archi delle finestre, dei cornicioni
e dei pilastri, amato da chi aveva sangue latino nelle vene e
guardato con curiosità, come uno straniero, dalla gente del
luogo.
Sotto l'albero esotico eran già passate parecchie generazioni di
scolari: le loro lavagnette sotto il braccio, chiacchierando,
ridendo, giocando, litigando, scalzi o calzati secondo la
stagione, un fiore in bocca, una noce fra i denti o una palla di
neve in mano. Ne venivan sempre di nuovi: ogni paio d'anni erano
altri visi; i più s'assomigliavano: biondi e ricciuti. Parecchi
rimanevano, diventavano novizi, diventavano monaci, ricevevano
la tonsura, portavano tonaca e cordone, leggevano libri,
istruivano i ragazzi, invecchiavano, morivano. Altri, terminati
gli anni di scuola, venivano ricondotti a casa dai genitori: in
castelli feudali, in dimore di commercianti e d'artigiani,
correvano il mondo, dediti ai loro passatempi e alle loro
professioni; ritornavano qualche volta in visita al convento,
fatti uomini portavano i loro figlioletti come scolari ai padri,
sostavano un poco a guardar sorridenti e pensierosi il castagno,
si perdevano di nuovo.
Nelle celle e nelle sale del monastero, fra le pesanti arcate
rotonde delle finestre e le doppie svelte colonne di pietra
rossa, si viveva, s'insegnava, si studiava, si amministrava, si
governava; arti e scienze d'ogni genere, pie e mondane, chiare
ed oscure, erano là coltivate e passavano in retaggio di
generazione in generazione. Si scrivevano e commentavano libri,
si meditavano sistemi, si raccoglievano opere di scrittori
antichi, si miniavano mano-scritti, si coltivava la fede del
popolo, si sorrideva della fede del popolo. Dottrina e
religiosità, semplicità e scaltrezza, sapienza dei Vangeli e
sapienza dei greci, magia bianca e nera, tutto aveva la sua
fioritura, per tutto c'era posto: per l'isolamento e per la
penitenza come per la vita socievole e per il benessere; il
prevalere di questa o quella tendenza dipendeva dalla persona
dell'abate in carica e dalla corrente dominante del tempo. In
alcuni periodi il convento era rinomato e frequentato per i suoi
esorcisti e conoscitori di demoni, in altri per la sua musica
eccellente, ora per un santo padre che praticava guarigioni e
miracoli, e ora per i suoi intingoli di luccio e per i suoi
pasticci di fegato di cervo: ogni cosa aveva la sua epoca. E
nella schiera dei monaci e degli scolari, di quelli pii e di
quelli tiepidi, degli astinenti e dei prosperosi, fra i tanti
che venivano, vivevano e morivano, c'era sempre stato questo o
quell'individuo singolare, che tutti amavano o che tutti
temevano, uno eletto, `del quale si continuava a parlare a
lungo, quando i suoi contemporanei eran già dimenticati.
Anche in quel momento c'erano nel monastero di Mariabronn due
personalità singolari: un vecchio e un giovane.
Fra i molti frati che sciamavano per i dormitori, per le chiese
e per le aule scolastiche, due ce n'erano di cui tutti
parlavano, a cui tutti guardavano: L'abate Daniele, il vecchio,
e l'allievo Narciso, il giovane, che aveva cominciato da poco il
noviziato, ma per le sue doti particolari, contro
ogni tradizione, era già impiegato come insegnante, specialmente
di greco. Questi due, L'abate e il novizio, avevano autorità nel
convento, attiravano l'attenzione e la curiosità erano ammirati,
invidiati e in segreto anche calunniati.
L'abate era generalmente amato, non aveva nemici; tutto in lui
era bontà, semplicità, umiltà. Solo gli eruditi del convento
mescolavano al loro affetto un pò di degnazione, poiché l'abate
Daniele poteva essere un santo, ma certo un dotto non era. Egli
possedeva quella semplicità che è saggezza, ma il suo latino era
modesto, e il greco non lo sapeva affatto.
Quei pochi che all'occasione sorridevano della semplicità
dell'abate erano tanto più incantati di Narciso, il fanciullo
prodigio, il bel giovane dal greco elegante, dall'inappuntabile
contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetrante di
pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate. Gli eruditi
amavano in lui la straordinaria conoscenza del greco, quasi
tutti la nobiltà e la finezza; molti ne erano innamorati Ma la
sua taciturnità, il suo dominio sopra se stesso, le sue maniere
eccessivamente compiute urtavano taluni.
Abate e novizio portavano ciascuno a modo suo il destino
dell'eletto, ciascuno a modo suo dominava e soffriva.
Sentivano fra loro un'affinità e un'attrazione reciproca più
forte che verso tutti gli altri ospiti del convento; e tuttavia
non riuscivano ad avvicinarsi, a scaldarsi l'uno accanto
all'altro.
L'abate
trattava
il
giovane
con
la
massima
sollecitudine, col massimo riguardo, aveva cura di lui come di
un fratello eccezionale, delicato, forse precocemente maturo,
forse
esposto
a
pericoli.
Il
giovane
accoglieva
con
atteggiamento irreprensibile ogni ordine, ogni consiglio, ogni
elogio dell'abate, non contraddiceva mai, non si mostrava mai
indispettito, e se era vero il giudizio dell'abate su di lui, se
il suo unico difetto era l'orgoglio, sapeva nasconderlo
meravigliosamente. Non si poteva dir nulla contro di lui: era
perfetto, era superiore a tutti. Ma pochi gli diventavano amici
davvero, tranne gli eruditi; la sua distinzione lo circondava
come un'atmosfera di gelo.
--Narciso,--gli disse un giorno l'abate dopo una confessione, -devo dichiararmi colpevole di un giudizio severo a tuo riguardo.
Ti ho ritenuto spesso orgoglioso e forse ti ho fatto torto. Sei
molto solo, mio giovane fratello, sei isolato, hai ammiratori,
ma non amici. Io vorrei aver occasione di biasimarti qualche
volta, ma non c'è motivo.
Vorrei che tu fossi qualche volta scortese, come lo sono
facilmente i giovani della tua età. Tu non lo sei mai. Qualche
volta sono preoccupato per te, Narciso.
Il giovane alzò i suoi occhi scuri in viso all'abate.
--Io
desidero
molto,
reverendo
padre,
di
non
darvi
preoccupazioni. Può essere ch'io sia orgoglioso, reverendo
padre. Vi prego, punitemi. A volte sento io stesso il desiderio
di punirmi. Mandatemi in un eremitaggio, padre, o fatemi
compiere servizi umili.
-- Tanto per una cosa quanto per l'altra sei troppo giovane,
caro fratello, -- disse l'abate. --Inoltre hai attitudini
eccellenti per le lingue e per la speculazione, figliolo;
sarebbe uno sprecare questi doni divini, se io volessi im-porti
dei servizi umili. Probabilmente diventerai un maestro e uno
scienziato. Non lo desideri anche tu?
-- Perdonate, padre, non mi rendo conto con tanta precisione dei
miei desideri. Le scienze mi daranno sempre piacere: come
potrebbe essere altrimenti? Ma non credo che esse debbano
diventare il mio unico campo. Non sono sempre i desideri a
determinare il destino e la missione di un uomo: ci può essere
qualcos'altro, di predestinato.
L'abate
ascoltava,
facendosi
serio.
Tuttavia
un
sorriso
illuminava il suo volto canuto, mentre diceva: --Per quel tanto
che ho imparato a conoscere gli uomini, incliniamo tutti,
specialmente in gioventù, a confondere la provvidenza coi
nostri desideri. Ma poiché tu credi di conoscere fin d'ora la
tua destinazione, dimmi, a che cosa credi di essere destinato?
Narciso socchiuse gli occhi scuri, che scomparvero sotto le
lunghe ciglia nere. Tacque.
--Parla, figliolo, -- ammonì l'abate dopo aver atteso a lungo. A
voce bassa, con lo sguardo chino, Narciso cominciò a parlare.
--Credo di sapere, reverendo padre, che innanzi tutto sono
destinato alla vita claustrale. Diventerò, credo, monaco,
sacerdote, sottopriore e forse abate. Non lo credo perché lo
desideri. Il mio desiderio non mira a cariche. Ma mi verranno
imposte.
Rimasero a lungo silenziosi.
-- Perché hai questa convinzione? -- domandò esitando il
vegliardo. --Quale tua particolarità, oltre alla dottrina, ti dà
questa convinzione?
-- La particolarità, -- rispose Narciso lentamente, -di possedere un'intuizione dell'indole e della vocazione degli
uomini; non solo della mia, ma anche di quella degli altri.
Questa proprietà mi costringe a servire gli altri, do-minandoli.
Se non fossi nato per la vita monastica, dovrei diventare un
giudice o un uomo di stato.
-- Può darsi,--assentì l'abate.--Hai già sperimentato codesta
tua capacità di conoscere gli uomini e il loro destino ?
-- L'ho sperimentata.
--Sei disposto a darmi un esempio?
--Sono disposto.
--Bene. Poiché non vorrei penetrare nei segreti dei nostri
fratelli a loro insaputa, vuoi dirmi che cosa credi di sapere
sul conto mio, sul conto del tuo abate Daniele?
Narciso alzò le palpebre e guardò l'abate negli occhi.
--Lo comandate, reverendo padre?
-- Lo comando.
-- Mi è penoso parlare, padre.
--Anche a me è penoso, mio giovane fratello, costringerti a
parlare. Tuttavia lo faccio. Parla!
Narciso chinò il capo e mormorò: --E poco quello che so di voi,
venerato padre. So che siete un servo di Dio, il quale
preferirebbe custodir le capre o suonare la campanella in un
eremo e ascoltar la confessione dei contadini, anziché dirigere
un grande convento. So che avete un amore particolare per la
santa Madre di Dio e che a lei di preferenza rivolgete le vostre
preghiere. Talvolta pregate, perché le scienze greche e le altre
che si coltivano in questo monastero non rechino turbamento e
pericolo alle anime di coloro che vi sono affidati. Talvolta
pregate, perché non vi scappi la pazienza col sottopriore
Gregorio. Talvolta pregate che vi sia concessa una fine serena.
E sarete esaudito, credo, e avrete una fine serena.
Nel piccolo parlatorio dell'abate si fece silenzio. Finalmente
il vegliardo parlò.
-Sei
un
sognatore
e
hai
delle
visioni,--disse
con
benevolenza.--Anche le visioni pie e buone possono ingannare;
non fidartene, come neppur io me ne fido... Sapresti vedere, o
fratello sognatore, che cosa penso in cuor mio a questo
proposito?
-- Posso vedere, padre, che pensate molto benevolmente in
proposito. Pensate: " Questo giovane scolaro corre qualche
pericolo, ha delle visioni, forse ha meditato troppo. Potrei
imporgli una penitenza, che non gli farà male. Ma quella stessa
penitenza la imporrò anche a me "... Ecco quello che pensate
ora.
L'abate si alzò. Sorridendo fece cenno al novizio di congedarsi.
--Va bene, --disse. --Non prender troppo sul serio le tue
visioni, giovane fratello. Dio richiede qualcos'altro da noi,
che aver delle visioni. Ammettiamo che tu abbia lusingato un
vecchio, promettendogli una morte benigna.
Ammettiamo che il vecchio abbia per un momento ascoltato
volentieri questa promessa, Ora basta. Reciterai un rosario,
domani dopo la prima messa: lo reciterai con umiltà e devozione,
non superficialmente, e io farò altrettanto. Ora va, Narciso,
abbiamo chiacchierato abbastanza.
Un'altra volta l'abate Daniele dovette comporre un dissidio fra
il più giovane dei padri insegnanti e Narciso, perché non
potevano accordarsi su di un punto del pro-gramma didattico:
Narciso insisteva con molto calore sulla necessità d'introdurre
nell'insegnamento
alcuni
muta-menti,
che
sapeva
anche
giustificare con ragioni convincenti; ma padre Lorenzo, per una
specie di gelosia, non voleva acconsentire, e a ogni nuova
discussione seguivano giorni di silenzio imbronciato, finché
Narciso, sentendo di aver ragione, ritornava sull'argomento.
Finalmente padre Lorenzo, un pò offeso, disse: --Ebbene,
Narciso, faccia-mola finita con questa discussione. Tu sai che
spetterebbe a me decidere e non a te; tu non sei mio collega, ma
mio assistente e devi uniformarti alla mia volontà. Ma poiché
dai tanta importanza alla cosa e io ti sono bensì superiore per
autorità ma non per sapere e per ingegno, non voglio prendere io
stesso la decisione; esporremo la questione al nostro padre
abate e lasceremo decidere a lui.
Così fecero, e padre Daniele ascoltò con paziente benevolenza la
disputa dei due eruditi sulla loro concezione dell'insegnamento
della grammatica. Quando ebbero esposto minutamente e motivato
ciascuno le proprie idee, il vecchio li guardò sereno, scuotendo
un poco la testa canuta, e disse: -- Cari fratelli, voi non
pensate certo che io di queste cose m'intenda tanto quanto voi.
E lodevole da parte di Narciso che la scuola gli stia così a
cuore e ch'egli aspiri a migliorare i programmi d'insegnamento.
Ma se il suo superiore è di un'altra opinione, Narciso deve
tacere e ubbidire, e tutti i miglioramenti della scuola non
compenserebbero il danno, se per causa loro l'ordine e
l'obbedienza venissero turbati in questa casa. Biasimo Narciso
di non aver saputo cedere. E a tutti e due, miei giovani dotti,
auguro che non vi manchino mai superiori più ignoranti di voi;
non c'è nulla di meglio contro l'orgoglio--. Con questo scherzo
bonario li congedò. Ma non dimenticò nei giorni seguenti di
tener d'occhio i due insegnanti, per vedere se si fosse
ristabilito fra loro un buon accordo.
Or avvenne che un viso nuovo fece la sua comparsa nel convento,
dove di visi se ne vedevan giungere e partire tanti: e il nuovo
ospite non era di quelli che passano inosservati e si
dimenticano presto. Era un ragazzo, che suo padre aveva già
annunciato da tempo e che un giorno di primavera arrivò per
studiare alia scuola del convento. Padre e figlio legarono i
cavalli al castagno e dal portale si fece loro incontro il frate
portinaio.
Il ragazzo guardò su all'albero ancora brullo.--Un albero come
questo, -- disse, -- non l'ho mai veduto. Un bell'albero,
strano! Mi piacerebbe sapere come si chiama.
Il padre, un signore maturo, dal volto preoccupato e un pò
contratto, non si curò delle parole del figlio. Ma il portinaio,
al quale il ragazzo piacque subito molto, soddisfece la sua
curiosità. Il ragazzo lo ringraziò gentilmente, gli diede la
mano e disse: --Io mi chiamo Boccadoro e debbo venire a scuola
qui --. Il frate sorrise, cordiale, e precedette i nuovi
arrivati sotto il portale e su per la grande scalinata di
pietra. Boccadoro entrò senza sgomento nel monastero: sentiva di
aver incontrato già due esseri di cui poteva farsi amico,
L'albero e il portiere.
I visitatori furono ricevuti prima dal padre direttore della
scuola, e verso sera anche dall'abate. All'uno e all'altro il
padre di Boccadoro, funzionario imperiale, presentò suo figlio;
fu invitato a rimanere qualche tempo ospite del convento, ma
accolse l'invito solo per una notte, dichiarando di dover
ripartire l'indomani. Offerse al convento uno dei suoi due
cavalli, e il dono fu accettato. La conversazione coi monaci si
svolse cortese e fredda; ma tanto l'abate quanto il direttore
guardarono subito con simpatia quel bel ragazzo fine, che taceva
con deferenza. Il giorno seguente lasciarono partire senza
rammarico il padre, e trattennero volentieri il figlio.
Boccadoro fu presentato ai maestri e gli fu assegnato un letto
nel dormitorio degli scolari. Quando il padre ripartì sul suo
cavallo, egli lo salutò rispettoso e col viso rattristato, poi
rimase immobile a seguirlo con gli occhi, fin che scomparve fra
il granaio e il mulino sotto lo stretto portone ad arco del
cortile esterno del convento. Allora si voltò e una lacrima gli
luccicava sulle lunghe ciglia bionde; lo accolse subito il
portiere, battendogli affettuosamente la mano sulla spalla.
-- Signorino,--disse a mò di conforto,--non devi esser triste.
Quasi tutti in principio hanno un pò di nostalgia per il babbo,
per la mamma, per i fratelli. Ma vedrai: si vive anche qui, e
tutt'altro che male.
-- Grazie, frate portinaio, -- rispose il ragazzo. -- Io non ho
né fratelli né mamma, ho solo il babbo.
--In compenso trovi qui compagni, dottrina, musica, nuovi giochi
che non conosci ancora, e una cosa e l'altra, vedrai. E quando
hai bisogno di qualcuno che ti voglia bene, vieni da me.
Boccadoro lo guardò sorridendo. -- Oh, vi ringrazio molto! E se
volete farmi un piacere, mostratemi subito, vi prego, dov'è il
nostro cavallino, che mio padre ha lasciato qui. Vorrei
salutarlo e vedere se sta bene anche lui.
Il portinaio lo accompagnò tosto nella stalla presso il granaio.
Nella penombra tiepida c'era un forte odor di cavalli, di sterco
e d'orzo, e in uno dei reparti Boccadoro trovò il sauro che
l'aveva portato fin lì. Il cavallo aveva già riconosciuto il
padroncino e tendeva la testa verso di lui; il ragazzo mise le
braccia intorno al collo dell'animale, accostò la guancia alla
sua
fronte
larga
e
chiazzata
di
bianco,
L'accarezzò
affettuosamente e gli sussurrò all'orecchio: -- Buon giorno,
Bless, cavallino mio, mio bravo; stai be-ne? Mi vuoi bene
ancora? Hai anche tu da mangiare?
Pensi anche tu a casa? Bless, piccolo, caro, che bella cosa che
tu sia rimasto qui! Verrò spesso a trovarti, a vedere di te--.
Tolse dal risvolto della manica un pezzo di pa-ne che aveva
messo da parte a colazione, lo sbriciolò e lo diede da mangiare
al cavallo. Poi salutò Bless e seguì il portiere attraverso il
cortile, vasto come la piazza del mercato di una grande città e
piantato in parte a tigli. All'ingresso interno ringraziò il
frate e gli diede la mano, ma poi s'accorse di aver dimenticato
la strada che conduceva alla sua aula e che gli avevano mostrata
il giorno prima: rise un poco, arrossì e pregò il portiere di
guidarlo; quegli acconsentì volentieri. Entrò allora nella
classe, dove una dozzina di ragazzi e giovinetti stavan seduti
nei banchi, e l'assistente Narciso si voltò verso di lui.
--Sono Boccadoro, -- disse, -- il nuovo scolaro.
Narciso salutò brevemente, senza sorridere: gl'indicò un posto
nel banco posteriore e proseguì la lezione.
Boccadoro sedette. Era stupito di trovare un insegnante così
giovane, maggiore di lui di pochi anni appena, era stupito e
lieto di trovare questo giovane maestro così bello, così
distinto, così serio e insieme così attraente e amabile. Il
portinaio era stato gentile con lui, L'abate l'aveva accolto
tanto benevolmente, là nella stalla c'era Bless, un pezzetto di
patria: ed ecco ora questo maestro straordinariamente giovane,
serio come un erudito, e fine come un principe, con una voce
così
dominata,
fredda,
positiva,
avvincente
Pieno
di
gratitudine, Boccadoro diede ascolto a quello di cui si parlava,
senza tuttavia comprendere subito. Provò un senso di benessere.
Era arrivato in mezzo a gente buona ed amabile, ed era pronto ad
amarla e a fare di tutto per guadagnarsene l'amicizia. Il
mattino, a letto, appena desto, s'era sentito oppresso, ed era
ancora stanco del lungo viaggio, e alla partenza del padre aveva
pianto un poco. Ma ormai tutto andava bene; era contento.
Continuava ad osservare il giovane maestro, compiacendosi della
sua figura diritta e slanciata, del suo occhio freddo e
lampeggiante, delle sue labbra energiche che spiccavan le
sillabe
con
precisa
chiarezza,
della
sua
voce
alata,
instancabile.
Ma quando la lezione fu terminata e gli scolari si alzarono
chiassosi, Boccadoro sussultò e s'accorse un pò confuso di aver
dormito. E non fu il solo ad accorgersene, anche i suoi vicini
di banco l'avevano notato ed avevan passato la parola agli
altri. Non appena il giovane maestro ebbe lasciato l'aula, i
compagni presero a tirare e urtare Boccadoro da tutte le parti.
--Dormito abbastanza? -- domandò uno, sogghignando.
--Uno scolaro scelto!--motteggiò un altro.--Ne verrà fuori un
bel luminare della Chiesa. S'addormenta come un tasso proprio
alla prima lezione!
--Mettetelo a letto, il piccolo,--propose uno; e lo afferrarono
per le braccia e per le gambe per portarlo via fra le risa
generali.
Svegliato da tanto strepito, Boccadoro andò sulle furie;
cominciò a dibattersi cercando di liberarsi; ricevette cazzotti
e infine fu lasciato cadere, mentre uno lo tratteneva ancora per
un piede. Si liberò da questo con uno strattone, si gettò sul
primo che gli capitò e impegnò subito con lui una lotta
violenta. Il suo avversario era un pezzo di ragazzo e tutti
stettero ad osservare il duello con avida curiosità. Quando
videro che Boccadoro non soccombeva e assestava dei buoni pugni
al colosso, molti fra i compagni gli furono subito amici, prima
ancora ch'egli conoscesse uno di loro per nome Ma a un tratto
tutti si dispersero precipitosamente; erano appena scomparsi che
entrava padre Martino, il direttore, e si trovava di fronte
all'unico ragazzo rimasto. Lo guardò stupito, gli occhi azzurri
del fanciullo brillavano confusi nel viso acceso e un pò pesto.
--Bè, che ti è accaduto?--domandò.--Tu sei Boccadoro, no? Ti
hanno fatto qualcosa, quei furfanti?
--Oh
no,
-rispose il
ragazzo,
-L'ho
messo
fuori
combattimento.
--Chi poi?
--Non so. Non conosco ancora nessuno. Uno ha fatto la lotta con
me.
--Ah? Ha cominciato lui?
--Non so. No, credo d'aver cominciato io. Mi hanno canzonato, e
io sono andato in collera.
--Bravo, cominci bene, ragazzo mio! Tieni a mente: se tu fai a
pugni ancora una volta qui in classe, sarai punito. Ed ora
spicciati a venire a cena, avanti!
Sorridendo, seguì con lo sguardo Boccadoro, che correva confuso
e cercava, strada facendo, di ravviarsi con le dita i
biondissimi capelli scompigliati.
Boccadoro era persuaso che la prima azione della sua vita di
convento fosse stata una sciocchezza molto sconveniente; e
quando cercò e raggiunse i suoi compagni a cena, si sentiva
alquanto mortificato. Invece fu accolto con rispetto e
cordialità, si riconciliò cavallerescamente col suo nemico, e si
sentì subito benvenuto in quella cerchia.
INDEX
CAPITOLO II
Pur essendo in buoni rapporti con tutti, Boccadoro stentò a
trovare un vero amico; fra i suoi compagni non c'era nessuno al
quale si sentisse affine o che destasse in lui una particolare
simpatia. Gli altri poi erano sorpresi che l'energico pugilatore
nel quale avevano creduto di trovare un piacevole attaccabrighe
fosse invece un collega molto pacifico, che pareva aspirare
soprattutto alla gloria di scolaro modello.
C'erano due uomini nel convento, che attiravano il cuore di
Boccadoro, che gli piacevano, che occupavano i suoi pensieri e
per i quali sentiva ammirazione, affetto e rispetto: L'abate
Daniele e l'assistente Narciso. L'abate Daniele gli sembrava
quasi un santo: la sua semplicità e la sua bontà, il suo sguardo
chiaro e pieno di sollecitudine il suo modo di comandare e di
governare, umile come se prestasse un servizio, i suoi gesti
calmi e buoni tutto questo lo attirava straordinariamente.
Avrebbe desiderato diventare il servitore personale di quel
sant'uomo, stargli sempre vicino, ubbidiente e servizievole, e
offrire a lui come tributo costante tutto il suo giovanile
ardore di devozione, e imparare da lui una vita pura, nobile,
santa. Poiché Boccadoro aveva intenzione non solo di terminare
la scuola, ma di rimanere possibilmente in convento per sempre e
di con-sacrare la sua vita a Dio; questa era la sua volontà,
questo era il desiderio e il comando di suo padre, e questo
certo era destinato e chiesto anche da Dio. Nessuno pareva
accorgersene guardando quel bel ragazzo fiorente, eppure su di
lui gravava una tara, una tara d'origine, un segreto compito
d'espiazione e di sacrificio. Anche l'abate non se n'accorgeva,
quantunque il padre di Boccadoro gli avesse fatto alcune
allusioni ed espresso chiaramente il desiderio che suo figlio
rimanesse in quel convento per sempre.
Pareva che qualche macchia segreta oscurasse la nascita di
Boccadoro, che qualche colpa taciuta richiedesse espiazione. Ma
il padre era piaciuto poco all'abate, il quale alle parole di
lui e alla sua aria d'importanza aveva contrapposto una cortese
freddezza, senza dare gran peso alle sue allusioni.
L'altro che aveva destato l'affetto di Boccadoro possedeva
occhio più acuto e intuito più penetrante, ma si teneva
riserbato. Narciso aveva subito compreso quale magnifico uccello
d'oro gli fosse volato incontro. Solitario com'era nella sua
superiorità, aveva subito sentito in Boccadoro L'anima affine,
benché sembrasse il suo opposto in tutto.
Se Narciso era scuro e magro, Boccadoro era radioso e florido.
Se Narciso sembrava un pensatore e un analizzatore, Boccadoro
sembrava un sognatore e un'anima di fanciullo.
Ma c'era al di sopra dei contrasti qualcosa che li accomunava:
entrambi erano nature superiori, entrambi si distinguevano dagli
altri per doti e caratteristiche palesi, entrambi avevano
ricevuto un monito particolare dal destino.
Narciso s'interessava vivamente a quella giovane anima, di cui
aveva subito riconosciuto l'indole e la sorte. Boccadoro
ammirava ardentemente quel suo maestro bello e dall'intelligenza
superiore. Ma Boccadoro era timido; per guadagnarsi le simpatie
di
Narciso
non
trovava
altro
modo
che
sforzarsi
fino
all'estenuazione d'essere uno scolaro attento e docile. E non lo
tratteneva soltanto la timidezza.
Lo tratteneva anche il senso che Narciso fosse un pericolo per
lui. Egli non poteva avere per ideale e per modello il buono ed
umile abate e insieme il saputo, dotto, perspicace Narciso. E
nondimeno tendeva con tutte le forze spirituali della sua
giovinezza a questi due ideali, inconciliabili. Spesso ne
soffriva. A volte, nei primi mesi della sua vita scolastica, si
sentiva il cuore così turbato e combattuto fra opposti affetti,
che gli veniva una gran tentazione di fuggire o di sfogare con i
compagni il suo tormento e la sua collera interiore. Spesso
bastava una piccola can-zonatura o l'insolenza di un compagno
per farlo montare improvvisamente ui così buono, su tutte le
furie, e solo con uno sforzo estremo riusciva a contenersi e a
voltar le spalle in silenzio, con gli occhi chiusi, pallido come
un cencio Allora andava a cercare nella stalla il cavallo Bless,
appoggiava il capo sul suo collo, lo baciava, piangeva accanto a
lui. A poco a poco la sua sofferenza crebbe e divenne palese. Le
sue guance s'allungavano, spesso il suo sguardo era spento: il
suo riso, a tutti caro, si faceva sempre meno frequente.
Non sapeva egli stesso quel che gli succedeva. Desiderava e
voleva sinceramente essere un bravo scolaro venir ammesso presto
al noviziato e diventar poi un pio e tranquillo fratello dei
padri; era convinto che tutte le sue forze e le sue doti
tendessero a questa meta placida e pia e non conosceva altre
aspirazioni. Perciò gli sembrava strano e triste che questa meta
semplice e bella fosse così difficile da raggiungere. Com'era
stupito e scoraggiato, nel constatare talvolta in se stesso
tendenze
e
stati
d'animo
riprovevoli:
distrazione
e
svogliatezza nello studio, sogni e fantasie o sonnolenza durante
le lezioni, ribellione e anti-patia verso il maestro di latino,
permalosità e irosa impazienza con i compagni! Ma ciò che lo
turbava di più era che il suo affetto per Narciso non riuscisse
a conciliarsi con l'affetto per l'abate Daniele. Intanto qualche
volta gli pareva di sentire con intima certezza che anche
Narciso gli voleva bene, s'interessava a lui, lo sorvegliava.
Narciso pensava infatti al ragazzo più assai che questi non
sospettasse. Desiderava farselo amico, presentiva in quel
giovinetto bello, caro, radioso, il suo opposto e il suo
complemento; avrebbe voluto attirarlo a sé, guidarlo, illummarlo, accrescere le sue forze e portarle a fioritura. Ma si
tratteneva per diverse ragioni, e di quasi tutte si rendeva
conto. In primo luogo lo legava e lo frenava l'orrore per quegli
insegnanti e quei monaci, che non di rado s'innamoravano di
scolari o di novizi. Egli stesso aveva sentito più volte con
ripugnanza sopra di sé cupidi occhi di uomini attempati Più
volte aveva opposto alle loro gentilezze e alle loro moine una
tacita difesa. Ora li comprendeva meglio... anch'egli sentiva la
tentazione d'innamorarsi del bel Boccadoro, di provocare il suo
riso simpatico, di passare affettuosamente la mano fra i suoi
chiari capelli biondi. Ma non l'avrebbe mai fatto, mai. Inoltre
in qualità dl assistente con funzioni di insegnante, ma senza la
relatlva carica ed autorità, era abituato a comportarsi, di
fronte a quei ragazzi di pochi anni minori di lui, come se fosse
maggiore di vent'anni: era abituato ad astenersi severamente da
ogni preferenza per chicchessia e ad imporsi una particolare
giustizia e sollecitudine verso quelli che gli erano antipatici.
Egli serviva lo spirito, allo spirito dedicava la sua vita
austera, e solo nei momenti di minor vigilanza si permetteva la
compiacenza dell'orgoglio, del saper meglio e dell'essere più
intelligente degli altri. No, per quanta seduzione avesse per
lui un'amicizia con Boccadoro, essa era un pericolo e non doveva
intaccare il nucleo della sua vita. Il nucleo e il senso della
sua vita erano di servire lo spirito, il verbo, erano di guidare
con tranquilla superiorità i suoi scolari - e non solo i suoi
scolari - ad alte mete spirituali, rinunciando al proprio
interesse.
Da più d'un anno ormai Boccadoro era scolaro del convento di
Mariabronn, sotto i tigli del cortile e sotto il bel castagno,
già cento volte aveva giocato coi camerati, a rincorrersi, al
pallone, ai briganti, a lanciar palle di neve; era venuta la
primavera, ma Boccadoro si sentiva stanco e debole, spesso gli
doleva il capo, e a scuola faceva fatica a star desto e attento.
Una sera gli si avvicinò Adolfo, quello scolaro con cui il primo
incontro era stato uno scambio di pugni e insieme al quale
quell'inverno aveva cominciato a studiare Euclide.
Era l'ora di ricreazione dopo cena, in cui era permesso giocare
nei dormitori, chiacchierare nelle aule e anche passeggiare nel
cortile esterno del convento.
--Boccadoro,--gli disse Adolfo, mentre lo trascinava giù per le
scale, -- voglio raccontarti una cosa, una cosa allegra. Ma tu
sei uno scolaro modello e vuoi certo diventar vescovo.. dammi
prima la tua parola che sarai solidale e non mi denuncerai ai
maestri.
Boccadoro diede senz'altro la sua parola. C'era un onore di
convento e c'era un onore di scolari: talvolta si trovavano in
conflitto, egli lo sapeva bene, ma, come sempre, le leggi non
scritte erano più forti di quelle scritte, e Boccadoro non si
sarebbe mai sottratto, fin tanto ch'era scolaro, alle leggi e ai
concetti d'onore della scolaresca.
Adolfo lo trascinò fuori dal portale sotto gli alberi, e gli
bisbigliò che c'era un gruppetto di buoni e arditi compagni, al
quale egli apparteneva, che avevano raccolto dalle generazioni
passate l'usanza di ricordarsi qualche volta che non erano
monaci e di uscire una sera dal convento per recarsi al
villaggio. Era un divertimento e un'avventura, a cui un ragazzo
che si rispetti non doveva sottrarsi; nella notte sarebbero
ritornati.
--Ma allora il portone è chiuso,--obiettò Boccadoro.
Certo, era chiuso, e questo appunto costituiva il divertimento.
Ma sapevano rientrare da vie segrete senza farsi vedere; non era
la prima volta.
Boccadoro ricordò. La frase " andare al villaggio " era già
arrivata al suo orecchio; con quelle parole s'intendeva una
scappata notturna degli allievi, in cerca di segreti piaceri ed
avventure d'ogni genere ed era severamente proibita e punita
dalla regola del convento. Boccadoro si sgomentò. " Andare al
villaggio " era peccato, era proibito.
Ma egli comprendeva benissimo che appunto per questo, fra
<ragazzi che si rispettano ", poteva far parte dell'onore di uno
scolaro l'affrontare il pericolo, e che era segno di una certa
distinzione essere invitato a quell'avventura.
Avrebbe preferito dir di no, tornare indietro e correre a letto.
Era tanto stanco e non si sentiva bene, aveva avuto mal di capo
tutto il pomeriggio. Ma si vergognava un poco davanti a Adolfo.
E chissà, forse là fuori, nell'avventura, c'era qualcosa di
bello e di nuovo, qualcosa che poteva far dimenticare il dolor
di capo, il torpore ed ogni sorta di malessere. Era una scappata
nel mondo, furtiva e proibita, è vero, non troppo gloriosa, ma
forse una liberazione, un'esperienza. Nicchiò un poco, mentre
Adolfo faceva di tutto per persuaderlo, poi a un tratto scoppiò
a ridere e disse di sì.
Si dileguarono inosservati sotto i tigli nell'ampio cortile già
buio, il cui portone esterno a quell'ora era chiuso. Il compagno
lo condusse nel mulino del convento, dove nel crepuscolo e nel
continuo fragore delle ruote era facile in-trufolarsi senza
farsi udire né vedere. Da una finestra passarono, già in piena
oscurità, su di un umido e sdrucciolevole deposito d'assi di
legno, ne portarono via una, che dovettero gettare sopra il
torrente per passare dall'altra parte. Ed eccoli fuori sulla
strada maestra, che riluceva scialba e scompariva nel bosco
nero. Tutto questo era eccitante e misterioso e piacque molto al
ragazzo.
Al margine del bosco stava già un compagno, Corrado, e dopo una
buona attesa ne giunse a gran passi un altro, il lungo Everardo.
Marciarono così in quattro attraverso il bosco; sopra di loro si
levavano frusciando gli uccelli notturni, qualche stella si
mostrava
umida
e
lucente
fra
le
nubi
quiete.
Corrado
chiacchierava e faceva dello spirito, gli altri univano di tanto
in tanto le loro risate, ma la notte alitava sopra di loro
solenne e inquietante, accelerando il ritmo dei loro cuori.
Di là dal bosco raggiunsero in un'oretta il villaggio. Tutto
pareva già addormentato; i bassi comignoli emergeva-no più
chiari dai cupi costoloni della travatura: non una luce
brillava. Adolfo precedeva; strisciarono silenziosi attorno ad
alcune case, scavalcarono una siepe, si trovarono in un
giardino, calpestarono la terra molle delle aiuole, incespicarono in alcuni gradini e si fermarono al muro di una
casa. Adolfo bussò ad un'imposta, aspettò, bussò ancora; dentro
si udì del rumore e subito s'accese una luce, L'imposta s'aperse
e l'uno dietro l'altro entrarono in una cucina dal nero camino e
dal pavimento di terracotta. Sul focolare c'era una piccola
lampada ad olio e sull'esiguo lucignolo ardeva una debole fiamma
vacillante. Una serva di contadini, magra, diede la mano ai
giovani invadenti, e dietro di lei uscì dall'oscurità una
fanciullina dalle lunghe trecce scure. Adolfo aveva portato dei
doni; una mezza pagnotta di pan bianco del convento e
qualcos'altro in un sacchetto di carta: Boccadoro immaginò che
fosse un pò d'incenso rubato o di cera da candele o qualcosa di
simile. La ragazzina dalle trecce uscì senza lume, a tastoni,
dalla porta, rimase via a lungo, poi ritornò con un boccale di
terracotta grigia a fiori azzurri, che porse a Corrado.
Egli bevve e passò il bicchiere agli altri, che seguirono il suo
esempio: era forte mosto di sidro.
Alla minuscola fiamma della lampada sedettero, le due ragazze
sopra duri sgabelli e intorno a loro, per terra, gli scolari.
Parlavano a voce bassa, bevendo di quando in quando il mosto;
Adolfo e Corrado tenevano la conversazione Ogni tanto uno
s'alzava e accarezzava i capelli e la nuca della ragazza magra,
le
sussurrava
parole
all'orecchio;
la
piccola
rimaneva
impassibile. Forse, pensò Boccadoro, la grande era la serva e la
graziosa piccola la figlia di casa.
Del resto, era indifferente, non gli importava nulla, poiché non
sarebbe mai più ritornato lì. La scappata furtiva e la
passeggiata notturna attraverso il bosco erano state belle:
qualcosa d'inconsueto, di eccitante, di misterioso, ma senza
pericoli. Era bensì proibito, ma la trasgressione del divieto
non opprimeva troppo la coscienza. Quello invece che accadeva
lì, quella visita notturna alle ragazze, era cosa più che
proibita, egli lo sentiva, era peccato. Per gli altri forse
anche questo non rappresentava che una piccola marachella, ma
per lui no; a lui, che si sapeva destinato alla vita monastica e
all'ascesi, non era permesso di giocare con le ragazze. No, non
sarebbe più tornato. Ma il suo cuore batteva forte e inquieto
nella penombra della misera cucina.
I suoi compagni facevano gli eroi davanti alle ragazze e si
davano importanza, intercalando alla conversazione frasi latine.
Tutti e tre pareva godessero le grazie della servetta; le si
avvicinavano di quando in quando con le loro piccole goffe
moine, di cui la più tenera era un timido bacio. Pareva che
sapessero esattamente ciò ch'era loro permesso in quel luogo. E
poiché tutta la conversazione doveva svolgersi in tono di
bisbiglio, la scena aveva in verità qualche cosa di comico; ma
Boccadoro non lo sentiva. Se ne stava rannicchiato per terra,
con lo sguardo fisso nella fiammella del lumino sospeso, senza
pronunciare una parola. Talvolta, guardando di traverso con una
certa avidità, afferrava una delle tenerezze che gli altri si
scambiavano. Poi fissava rigido dinanzi a sé. Avrebbe preferito
non guardar altro che la piccola dalle trecce ma questo appunto
proibiva a se stesso. Ogni volta pero che la sua volontà cedeva
e il suo sguardo, sviandosi, andava a posarsi sul dolce viso
silenzioso della fanciulla, trovava immancabilmente gli occhi
scuri di lei che lo fissavano co-me affascinati.
Era passata forse un'ora - Boccadoro non aveva mai Vissuto
un'ora così lunga - le parole e le tenerezze degli scolari erano
esaurite; si fece silenzio e seguì un certo imbarazzo. Everardo
cominciò a sbadigliare. Allora la ragazza maggiore li invitò a
partire. Tutti s'alzarono, tutti le diedero la mano, Boccadoro
per ultimo. Poi tutti diedero la mano alla piccola, Boccadoro
per ultimo. Poi Corrado saltò per primo dalla finestra, lo
seguirono Everardo e Adolfo. Quando anche Boccadoro stava
scavalcando, si sentì trattenere da una mano sulla spalla: Non
poté fermarsi; solo quando fu fuori e in piedi si voltò
esitante.
Dalla finestra si sporgeva la piccola dalle trecce.
-- Boccadoro! -- sussurrò. Egli rimase immobile.
--Verrai ancora? --domandò lei. La sua voce timida era come un
soffio. .
Boccadoro scosse il capo. Ella stese le mani, gli prese la
testa, egli sentì sulle sue tempie il calore di quelle piccole
mani. Ella si sporse in fuori finché i suoi occhi scuri si
trovarono proprio vicini a quelli di lui.
-- Vieni ancora! -- sussurrò: e la sua bocca sfiorò la bocca di
lui in un bacio infantile.
Egli
corse
in
fretta
dietro
gli
altri,
attraversò
il
giardinetto, inciampò nelle aiuole, fiutò odor di terra umida e
di concime, si graffiò una mano contro un cespuglio di ro-se,
s'arrampicò sulla siepe e via di galoppo fuori del villaggio,
verso il bosco. "Mai più!" diceva imperiosa la sua volontà.
"Domani ancora!" supplicava il cuore singhiozzante.
Nessuno incontrò i nottambuli, che ritornarono indisturbati a
Mariabronn, attraverso il torrente, il mulino, la piazza dei
tigli, e per vie segrete, di tettoia in tettoia, rientrarono
dalle finestre bifore nel convento e nel dormitorio.
Alla mattina il lungo Everardo dovette essere svegliato coi
pugni, tanto pesante era il suo sonno. Tutti furono puntuali
alla prima messa, alla colazione, in classe; ma Boccadoro aveva
così brutta cera, che padre Martino gli domandò se fosse malato.
Adolfo gli gettò un'occhiata ammonitrice ed egli disse che non
aveva nulla. Ma alla lezione di greco, verso mezzogiorno,
Narciso non gli tolse gli occhi di dosso. Anch'egli s'accorse
che Boccadoro era malato, ma non disse nulla e l'osservò
attentamente.
Finita lezione, lo chiamò a sé. Per non attirar l'attenzione
degli scolari, lo mandò con un incarico in biblioteca. Là lo
seguì.
--Boccadoro,--disse,--posso aiutarti? Vedo che sei angustiato.
Forse sei malato. Allora ti mettiamo a letto, ti mandiamo una
minestrina da malati e un bicchiere di vi-no. Oggi non hai testa
per il greco.
Attese a lungo una risposta. Il ragazzo lo guardava, pallido,
con gli occhi smarriti, chinava il capo, lo rialzava, contraeva
le labbra, voleva parlare, non poteva. A un tratto cadde da un
lato, appoggiò il capo su di un leggio, fra le due piccole teste
d'angelo in legno di quercia che l'ornavano da una parte e
dall'altra, e scoppiò in un tal pianto, che Narciso si sentì
imbarazzato e distolse un momento lo sguardo, prima di sollevare
il ragazzo singhiozzante.
--Ma sì,--disse in un tono così affettuoso come Boccadoro non
l'aveva mai udito parlare, -- ma sì, ammise, piangi pure, dopo
starai meglio. Qua, siedi, non c'è bisogno che tu parli. Vedo
che non ne puoi più; forse hai faticato tutta mattina a tenerti
su, a non lasciar scorgere nulla; sei stato molto bravo. Ora
piangi pure; è il meglio che tu possa fare. No? Già finito? Già
in piedi? Bene, allora andiamo in infermeria, ti metterai a
letto e questa sera starai molto meglio. Vieni!
Lo condusse, evitando le aule, in una camera per gli ammalati,
gl'indicò uno dei due letti vuoti, e, mentre Boccadoro
cominciava docilmente a svestirsi, uscì per annunciare al
direttore che il ragazzo era malato. Ordinò anche, che aveva
promesso,
una
minestrina,
e
un
bicchiere
di
vino
aromatico; questi due beni, molto usati in convento, erano
assai graditi dalla maggior parte dei malati di poco conto.
Boccadoro, disteso sul letto, cercava di rimettersi dal suo
smarrimento. Un'ora prima forse avrebbe saputo spiegarsi quale
fosse la causa di una così indicibile stanchezza quale tremenda
tensione dell'animo gli rendesse la testa vuota e gli facesse
bruciar gli occhi. Era lo sforzo violento, rinnovato ad ogni
istante e ad ogni istante fallito, di dimenticare la sera
precedente... o meglio non la sera, non la folle e bella
scappata dal convento chiuso, non la passeggiata nel bosco né lo
sdrucciolevole ponticello di fortuna sul nero torrente del
mulino, o l'uscire e l'entrare scavalcando siepi e finestre, ma
unicamente quel momento presso la finestra scura della cucina,
il respiro e le parole della fanciulla, il contatto delle sue
mani, il bacio delle sue labbra.
Ma ora s'era aggiunto qualcosa di nuovo, un nuovo sgomento, una
nuova esperienza. Narciso s'era occupato di lui, Narciso gli
voleva bene, Narciso gli aveva dimostrato premura... quel
giovane così fine, distinto, intelligente, dalla bocca sottile e
lievemente beffarda! E lui, lui davanti a quell'essere superiore
s'era lasciato andare, s'era mostrato confuso, balbettante,
singhiozzante! Invece di cattivarselo con le armi più nobili,
col greco, con la filosofia, con l'eroismo dello spirito e la
dignità dello stoicismo, s'era acca-sciato dinanzi a lui, debole
da far pietà! Non se lo sarebbe mai perdonato, non avrebbe più
potuto guardare Narciso negli occhi senza arrossire.
Ma il pianto aveva allentato la grande tensione; il silenzio
della camera solitaria e il buon letto facevano bene, la
disperazione aveva perduto una buona metà della sua forza. Dopo
un'oretta entrò un frate inserviente, recando una minestra di
farina, un pezzetto di pan bianco e un bicchierino di vin rosso,
che gli scolari solevano ricevere solo nei giorni di festa.
Boccadoro mangiò e bevette: vuotò il piatto a metà, lo
allontanò, ricominciò a pensare, ma la testa non funzionava;
riprese il piatto, ingoiò qualche altra cucchiaiata. E quando un
pò più tardi la porta s'aperse piano ed entrò Narciso per vedere
il malato, questi giaceva immerso nel sonno e le sue guance
erano riornate rosee. Narciso l'osservò a lungo, con affetto,
con curiosità indagatrice ed anche con un pò d'invidia. Vide che
Boccadoro non era malato; L'indomani non sarebbe stato più
necessario mandargli del vino. Ma sentì anche che il ghiaccio
era rotto, che sarebbero diventati amici.
Quel giorno era stato Boccadoro ad aver bisogno di lui, dei suoi
servigi. Un'altra volta forse egli stesso sarebbe stato debole e
avrebbe avuto bisogno di un aiuto, di un affetto. E da quel
ragazzo avrebbe potuto accettarlo, quando fosse venuto il
momento.
INDEX
CAPITOLO III
Strana amicizia fu quella che s'iniziò fra Narciso e Boccadoro;
piaceva a pochi, e talvolta pareva dispiacesse a loro stessi.
Narciso, il pensatore, ebbe da principio la parte più
difficile. Per lui tutto era spirito, anche l'amore; non gli
era dato
abbandonarsi
spensieratamente
ad
un'attrazione.
In quell'amicizia egli era lo spirito reggente, e per molto
tempo fu il solo a riconoscerne con chiarezza il destino, la
portata e il significato. Per molto tempo in pieno affetto
egli rimase solitario; sapeva che non sarebbe riuscito a
possedere davvero l'amico se non dopo averlo condotto al-la
conoscenza. Fervido e ardente, Boccadoro s'abbandonava alla
nuova vita come per gioco, senza rendersi conto di nulla;
cosciente e responsabile, Narciso accettava l'alto destino.
Per Boccadoro fu innanzi tutto una liberazione e una guarigione.
Il suo giovanile bisogno d'amore era stato potentemente destato
dalla vista e dal bacio di una graziosa fanciulla, e soffocato
subito senza speranza. Poiché in fondo all'anima egli sentiva
che tutto il sogno della sua vita fino a quel giorno, tutto
quello in cui aveva creduto a cui si riteneva destinato e
chiamato, era stato compro-messo alla radice dallo sguardo di
quegli occhi scuri. Destinato dal padre alla vita monastica,
disposto con tutta la sua volontà ad accettarla, proteso col
fervore del primo slancio giovanile verso un pio ideale di
eroismo ascetico, egli aveva sentito in modo irresistibile, al
primo incontro fugace, al primo appello che la vita aveva
rivolto ai suoi sensi, al primo saluto del sesso femminino, che
lì stava il suo nemico e il suo demone, che la donna era il suo
pericolo. Ed ecco il destino porgergli una salvezza, ecco nel
momento più grave venirgli incontro quell'amicizia e offrire al
suo desiderio un giardino rigoglioso, al suo culto un nuovo
altare. Qui gli era permesso di amare, gli era permesso di darsi
senza peccato, di donare il suo cuore ad un amico ammirato,
maggiore
e
più
saggio
di
lui,
di
trasformare
e
di
spiritualizzare le fiamme pericolose dei sensi in nobili fuochi
d'offerta.
Ma subito nella primavera di quest'amicizia egli si trovò ad
urtare in ostacoli strani, in freddezze inattese ed enigmatiche,
in esigenze che lo sgomentavano. Perché egli era ben lungi dal
considerare l'amico come il suo contrapposto. Gli pareva che
bastasse l'amore, la dedizione sincera, per fare di due esseri
uno solo, per cancellare le differenze, per superare i
contrasti. Ma com'era austero e sicuro, com'era chiaro e
inesorabile quel Narciso! Pareva ch'egli non conoscesse né
desiderasse un innocente abbandono reciproco, un cammino comune
e grato sul terreno dell'amicizia. Pareva ch'egli ignorasse e
non ammettesse vie senza meta, vagabondaggi sognanti. Aveva
bensì mostrato la sua sollecitudine per Boccadoro, quando questi
sembrava malato, e lo aiutava e lo consigliava fedelmente in
tutte le cose di scuola e di studio, gli spiegava difficili
passi di libri, lo illuminava nel campo della grammatica, della
logica, della teologia; ma non sembrava mai soddisfatto
dell'amico e d'accordo con lui, spesso sembrava perfino che lo
deridesse un poco, che non lo prendesse sul serio. Boccadoro
sentiva bene che non si trattava di semplice pedanteria di
maestro, di un'ostentazione di superiorità da parte del più
anziano e del più assennato; sentiva che c'era qualcosa d'altro,
qualcosa di più profondo, di più importante.
Ma non riusciva ad afferrarlo, e la sua amicizia lo rendeva
spesso triste e perplesso.
In realtà Narciso conosceva perfettamente l'amico, non era cieco
alla sua fiorente bellezza, alla sua forza naturale, alla sua
rigogliosa pienezza di vita. Non era affatto un maestro pedante,
che volesse nutrir di greco una giovane anima fervida e
rispondere con la logica ad un amore innocente Piuttosto amava
troppo il biondo giovinetto, e per lui questo era un pericolo,
perché amare per lui non era uno stato naturale, ma un miracolo.
A lui non era lecito innamorarsi appagarsi della vista gradevole
di quei begli occhi, della vicinanza di quella biondezza
luminosa e florida; egli non doveva permettere al suo amore
d'indugiare anche un solo momento nei sensi. Poiché se Boccadoro
si sentiva destinato a diventar monaco ed asceta e a tendere per
tutta la vita verso la santità, Narciso era veramente destinato
a quella vita. A lui era permesso d'amare in una forma sola,
nella più elevata. Del resto, alla vocazione di Boccadoro per la
vita ascetica Narciso non credeva. Egli aveva una singolare
capacità di leggere nell'animo degli uomini e in questo caso,
amando, leggeva con tanta maggior chiarezza. Vedeva la natura di
Boccadoro e, malgrado fosse l'opposto della sua, la comprendeva
a fondo, perché ne era l'altra metà, la metà perduta. Vedeva
questa natura racchiusa entro una dura corazza d'immaginazioni,
di errori d'educazione, di parole paterne, e da tempo intuiva
tutto il segreto, non complicato, di quella giovane vita. Il suo
compito gli era chiaro: svelare questo segreto a colui che lo
portava in sé, liberarlo dalla sua corazza, restituirgli la sua
vera natura. Sarebbe stato difficile, e la cosa più penosa era
che ciò gli sarebbe forse costato la perdita dell'amico.
Il cammino per accostarsi alla meta fu di una lentezza estrema.
Passarono mesi, prima che fosse possibile anche solo attaccare
seriamente
il
discorso
e
giungere
ad
una
discussione
sostanziale. Tanto eran lontani l'uno dall'altro, non ostante
tutta la loro amicizia, tanto era ampio l'arco teso fra di loro!
Un veggente e un cieco: così cammina-vano a fianco; e se il
cieco ignorava la sua cecità, il sollievo era solo suo.
La prima breccia fu aperta da Narciso, quando cercò d'indagare
la vicenda che aveva spinto, in un'ora di debolezza, il ragazzo
sconvolto verso di lui. L'indagine fu meno difficile di quel che
avesse pensato. Boccadoro sentiva da un pezzo il bisogno di
confessare l'esperienza di quella notte; ma non c'era nessuno,
fuorché l'abate, in cui avesse abbastanza confidenza, e l'abate
non era il suo confessore. Quando dunque Narciso, in un momento
che gli parve favorevole, ricordò all'amico quell'inizio della
loro unione ed accennò lievemente al segreto, L'altro disse
senza ambagi: --Peccato, che tu non abbia ancora ricevuto gli
ordini e non possa ancora confessare; mi sarei liberato
volentieri di quella faccenda in confessione ed avrei accettato
volentieri una penitenza. Ma al mio confessore non sono stato
capace di dirla.
Prudente e scaltro, Narciso continuò a indagare; la traccia era
trovata.
--Ricordi anche tu,--provò a dire,--quella mattina che sembravi
malato; non l'hai dimenticata, poiché allora siamo diventati
amici.
Io
ho
dovuto
ripensarci
spesso.
Forse
non
te
n'accorgesti, ma io allora rimasi veramente imbarazzato.
--Tu imbarazzato? -- esclamò l'amico incredulo. -Ma l'imbarazzato ero io! Ero io che stavo lì senza riuscire a
metter fuori una parola e inghiottivo saliva, fin che scoppiai
a piangere come un bambino! Vergogna, ne arrossisco ancora oggi;
credevo che non sarei più stato capace di comparire ai tuoi
occhi. Lasciarmi vedere da te così miseramente debole!
Narciso procedette tastando.
--Capisco, -- disse, -- che sia stata per te una cosa
spiacevole. Un pezzo di ragazzo gagliardo come te, piangere
davanti a un amico, maestro per giunta: non era degno della tua
natura. Ebbene, io allora ti ritenni proprio malato. Anche un
Aristotele, se è sconvolto dalla febbre, può comportarsi in modo
strano. Invece non eri affatto malato! Non c'era ombra di
febbre! E di questo ti vergogni. Nessuno si vergogna di
lasciarsi vincere da una febbre, nevvero? Ti vergogni, perché
avevi ceduto a qualcos'altro, perché qualcos'altro ti aveva
sopraffatto. Era avvenuta dunque una cosa molto strana?
Boccadoro esitò un poco, poi disse lentamente: -- Sì, era
avvenuta una cosa strana. Ammettiamo che tu sia il mio
confessore; una volta bisogna pur che la dica!
A capo chino raccontò all'amico la storia di quella notte.
Narciso osservò sorridendo: --E vero, " andare al villaggio " è
una cosa proibita. Ma tante cose proibite si fanno e poi ci si
ride sopra, oppure si confessano e tutto è finito e uno non ci
pensa più. Perché non avresti dovuto commettere anche tu, come
quasi ogni scolaro, co-deste sciocchezze? E poi così grave?
Boccadoro proruppe adirato, senza ritegno: --Parli proprio come
un maestro di scuola! Sai benissimo di che si tratta!
Naturalmente non vedo un gran peccato nel burlarsi una volta
tanto delle regole del convento e nel partecipare a una
scappata
da
scolari,
per
quanto
anche
questo
non
sia
precisamente un esercizio preparatorio alla vita monastica.
--Alt! -- esclamò Narciso severo. -- Non sai, amico mio, che per
molti pii padri proprio questi esercizi furono necessari? Non
sai che una vita di libertinaggio può essere una delle vie più
brevi per giungere ad una vita di santo.
--Ah, sta zitto!--protestò Boccadoro.--Volevo dire: non era quel
tantino di disubbidienza che opprimeva la mia coscienza. Era
qualcos'altro. Era ia ragazza. Era un sentimento che non so
descriverti! Sentivo che se avessi ceduto a quell'adescamento,
se avessi solo steso la mano per toccare la ragazza, non avrei
più potuto tornare indietro, che allora il peccato mi avrebbe
inghiottito come la bocca dell'inferno e non mi avrebbe più
restituito. E
addio bei sogni, addio virtù, addio amore di Dio e del Bene!
Narciso fece un cenno del capo, sopra pensiero.
--L'amore di Dio,--disse lentamente, cercando le parole,--non è
sempre una cosa sola con l'amore del Bene.
Ah, se fosse così semplice! Ciò che è bene, lo sappiamo, sta nei
comandamenti. Ma Dio non è solo nei comandamenti, caro; questi
non sono che la più piccola parte di lui. Tu puoi attenerti ai
comandamenti ed essere lontanissimo da Dio.
--Ma non mi capisci? --gemette Boccadoro.
--Certo che ti capisco. Tu senti nella donna, nel sesso la
quintessenza di ciò che chiami " mondo " e <peccato ".
Di tutti gli altri peccati o ti senti incapace, o ti pare che se
li commettessi non ti opprimerebbero tanto, li potresti
confessare e riparare. Solo quel peccato, no!
--Ecco, proprio così sento.
--Vedi che ti capisco. E non hai tutti i torti: la storia di Eva
e del serpente non è in verità una favola oziosa.
Eppure non hai ragione, caro. Avresti ragione, se fossi l'abate
Daniele o il tuo patrono, san Crisostomo, se fossi un vescovo o
un sacerdote o anche solo un piccolo semplice monaco. Ma tu non
sei nulla di tutto questo. Sei uno scolaro, e se anche hai il
desiderio di rimanere per sempre in convento, o se tuo padre ha
questo desiderio per te, non hai però fatto ancora alcun voto,
non hai preso ancora nessun ordine. Se oggi o domani fossi sedotto da una bella ragazza e cedessi alla tentazione, non
romperesti nessun giuramento, non violeresti nessun voto.
--Non un voto scritto! --esclamò Boccadoro eccitato.
-- Ma un voto non scritto, il più sacro che io porti in me. Non
puoi capire che ciò che vale forse per altri, per me non vale?
Neppur tu hai preso gli ordini, neppur tu hai fatto un voto, ma
non ti permetteresti mai di toccare una donna! O m'inganno? Non
sei così? Non sei quello che io ti credevo? Non hai forse fatto
anche tu da un pezzo in cuor tuo il giuramento non ancor
prestato a parole davanti ai superiori, e non ti senti legato da
questo per sempre? Non sei dunque simile a me?
--No, Boccadoro, non sono simile a te, non come tu credi. E vero
che anch'io porto in cuore un voto inespresso, in questo hai
ragione. Ma simile a te non sono affatto.
Ti dico oggi una parola, di cui ti rammenterai un giorno.
Ti dico: la nostra amicizia non ha altro scopo e altro senso che
quello di mostrarti come tu sia completamente dissimile da me!
Boccadoro rimase sconcertato: Narciso aveva parlato con uno
sguardo e con un tono che non ammettevano contraddizione.
Tacque. Ma perché Narciso pronunciava quelle parole? Perché il
voto inespresso di Narciso doveva essere più sacro del suo?
L'amico non lo prendeva dunque sul serio, vedeva in lui soltanto
un fanciullo? I turbamenti e le tristezze di quella singolare
amicizia ricominciavano.
Narciso non aveva più dubbi sulla natura del segreto di
Boccadoro Eva, la madre primigenia, vi era celata. Ma com'era
possibile che in un giovane così bello, sano e fiorente, il
risveglio del sesso urtasse contro un'ostilità tanto accanita?
Ci doveva essere un demone all'opera, un nemico segreto, ch'era
riuscito a scindere quella magnifica natura e a metterla in
contrasto con i suoi istinti. Ebbene, il demone doveva esser
trovato, evocato, messo in luce: poi l'avrebbero vinto. Intanto
Boccadoro era sempre più evitato e lasciato in disparte dai
compagni, o meglio essi si sentivano abbandonati e in certo
modo traditi da lui. Nessuno vedeva di buon occhio la sua
amicizia con Narciso. I maligni la screditavano come contro
natura, ed erano specialmente quelli innamorati di uno dei due
giovani. Ma anche gli altri, per i quali era evidente che non si
poteva sospettare una colpa in quella relazione, scuotevano il
capo. Nessuno voleva concedere a quei due di essere amici;
pareva che unendosi fra di loro essi si fossero orgogliosamente
isolati dagli altri, come aristocratici per i quali gli altri
fossero d'un livello troppo inferiore; e ciò non era collegiale,
non era claustrale, non era cristiano.
All'orecchio dell'abate Daniele giunsero voci, accuse, calunnie.
In oltre quarant'anni di vita claustrale egli aveva assistito a
molte amicizie fra giovani: facevano parte del quadro del
convento, erano un grazioso supplemento, a volte un passatempo,
a volte un pericolo. L'abate si man-tenne in disparte, con gli
occhi aperti, ma senza immischiarsi. Un'amicizia così fervida e
così esclusiva era una cosa rara, certo non scevra di pericolo,
ma, poiché egli non dubitava un istante della sua purezza,
lasciava che gh eventi seguissero il loro corso. Se Narciso non
si fosse trovato in una posizione d'eccezione fra scolari e
insegnanti,
L'abate
non
avrebbe esitato a ordinare una
separazione fra i due. Non era bene per Boccadoro staccarsi dai
compagni, mantenendo stretti rapporti esclusivamente con uno
maggiore di lui, con un maestro. Ma era giusto
che
Narciso,
il
giovane
eccezionale
dalle
doti straordinarie, che gli
altri insegnanti consideravano spiritualmente pari a loro,
anzi
superiore,
venisse
rimosso
dalla
sua
carriera
privilegiata e privato dell'attività didattica? Se non avesse
fatto buona prova come maestro, se la sua amicizia l'avesse
indotto a qualche trascuratezza e parzialità, L'abate lo avrebbe
immediatamente richiamato. Ma non esisteva nulla contro di lui,
nulla fuorché voci, fuorché la gelosa diffidenza degli altri.
Inoltre l'abate sapeva delle singolari attitudini di Narciso a
penetrare e conoscere gli uomini.
Non
sopravvalutava queste
doti, forse un pò presuntuose, altre gli sarebbero state più
gradite nel giovane; ma non dubitava che questi avesse
riscontrato
nello
scolaro
Boccadoro
una
individualità
d'eccezione, e che lo conoscesse molto meglio di lui e di
qualsiasi altro. In lui, abate, Boccadoro non aveva suscitato
altra impressione, a parte la grazia seducente della sua
persona, che quella di un certo zelo prematuro perfino un pò
saccente, con cui già allora, ch'era semplice
ospite
e
scolaro, pareva si sentisse membro del
convento e già quasi confratello. L'abate non credeva di dover
temere che Narciso favorisse ed eccitasse ancor più quello zelo
commovente, ma im-maturo. Piuttosto c'era da temere per
Boccadoro che l'amico gli comunicasse una certa presunzione
spirituale e un certo orgoglio di erudito; ma, dato lo scolaro,
il pericolo non sembrava grande; si poteva aspettare. Se pensava
quanto era più semplice, più pacifico e più comodo per un
rettore dirigere individui mediocri invece che nature grandi e
forti, doveva sospirare e sorridere insieme. No, non voleva
lasciarsi prendere lui pure dalla diffidenza, non voleva
mostrarsi sconoscente per il privilegio di aver affidate alle
sue cure due nature di eccezione.
Narciso
rifletteva
molto
sul
conto
dell'amico.
La
sua
particolare capacità di comprendere e sentire l'indole e la
destinazione degli uomini lo aveva illuminato da un pezzo sulla
natura di Boccadoro. Tutto ciò che vi era di vitale e di radioso
in questo giovane parlava chiaro: egli portava tutti i segni di
un uomo forte, riccamente dotato nei sensi e nell'anima, forse
di un artista, in ogni caso di un individuo straordinariamente
capace di amare, il cui destino e la cui felicità consistevano
nell'essere infiammabile e nel sapersi donare. Perché dunque
questa creatura d'amore, quest'uomo dai sensi fini e ricchi, che
poteva sentire ed amare con tanta intensità il profumo d'un
fiore, un sole mattutino, un cavallo, un volo d'uccello, una
musica, perché dunque aveva la mania d'essere un sacerdote dello
spirito, un asceta? Narciso si stillava il cervello in cerca
d'una spiegazione. Sapeva che il padre di Boccadoro aveva
favorito questa mania. Ma poteva averla suscitata? Con quale
incantesimo aveva stregato il figlio, perché questi credesse ad
una destinazione e ad un dovere simile? Che uomo poteva essere
quel padre? Per quanto egli avesse portato più volte con
intenzione il discorso su di lui, e Boccadoro ne avesse parlato
non poco, Narciso non riusciva ad immaginarsi questo padre, non
riusciva a vederlo. Non era cosa strana e sospetta? Quando
Boccadoro parlava di una trota pescata da ragazzo, quando
descriveva una farfalla, imitava un grido d'uccello, raccontava
di un compagno, di un cane o di un mendicante, Si presentavano
immagini, si vedeva qualche cosa. Quando parlava di suo padre,
non si vedeva nulla. No, se questo
padre fosse stato davvero una figura così importante, potente,
dominante nella vita di Boccadoro, egli lo avrebbe saputo
descrivere in altro modo, avrebbe saputo offrire altre immagini
di lui! A Narciso questo padre non ispirava molta fiducia, non
gli piaceva; talvolta dubitava persino che fosse veramente il
padre di Boccadoro. Era un idolo vuoto Ma donde attingeva tanta
potenza? Come aveva potuto riempire l'anima di Boccadoro di
sogni, ch'erano così estranei alla sua natura intima?
Anche Boccadoro si lambiccava il cervello. Per quanto
si sentisse sicuro dell'affetto cordiale del suo amico, aveva
pur sempre il senso penoso di non essere preso abbastanza sul
serio da lui, di essere sempre trattato un pò come un bambino. E
che significava l'insistenza dell'amico nel fargli intendere che
non era simile a lui?
Questo travaglio del pensiero non esauriva tuttavia le giornate
di Boccadoro Egli non era capace di stillarsi a lungo il
cervello. C'era altro da fare durante la lunga giornata. Spesso
andava ad appiattarsi accanto al frate portinaio, con cui era in
ottimi rapporti. Riusciva sempre con le preghiere e con
l'astuzia a procurarsi l'occasione di cavalcare un'ora o due sul
suo Bless, ed era molto benvoluto dai pochi vicini del convento,
specialmente dali; spesso col garzone di quest'ultimo appostava
la lontra, oppure cuocevano focacce con la farina fine dei
prelati, che Boccadoro riconosceva ad occhi chiusi fra tutte le
altre qualità di farina, solo dall'odore. Pur stando molto
insieme con Narciso, gli rimanevano parecchie ore da dedicare
alle sue vecchie abitudini e ai suoi piaceri. Anche i servizi
divini erano per lui il più delle volte una gioia; cantava
volentieri nel coro degli scolari, recitava volentieri un
rosario davanti ad un altare preferito, ascoltava il bel latino
solenne della messa, vedeva nelle nubi d'incenso luccicare l'oro
degli arredi e degli ornamenti e sulle colonne le placide e
venerande figure dei santi, gli evangelisti con gli animali e
sant'Jacopo col cappello e la bisaccia da pellegrino.
Da queste figure di pietra e di legno si sentiva attratto amava
pensarle in misterioso rapporto con la sua persona, come una
specie di padrini immortali e onniscienti, di pro-tettori, di
guide della sua vita. Così sentiva un amore e una dolce
relazione segreta con le colonne e i capitelli delle finestre e
delle porte, con gli ornamenti degli altari, con quei tondini e
quelle corone ben profilate, con quei fiori e quelle foglie
lussureggianti, che spuntavan fuori dalla pietra delle colonne e
s'intrecciavano, così parlanti ed espressive. Gli pareva un
mistero intimo e prezioso, che oltre alla natura, alle sue
piante e ai suoi animali ci fosse anche questa seconda natura,
silenziosa, fatta dagli uomini, queste figure umane, questi
animali, queste piante di pietra e di legno. Non di rado passava
una delle sue ore libere a riprodurre sulla carta tali figure e
teste d'animali e fasci di foglie, e talvolta cercava di
disegnare anche dal vero fiori, cavalli, volti umani.
E amava molto i canti liturgici, specialmente gli inni a Maria.
Gli piaceva il ritmo severo e fermo di questi canti, il
ripetersi delle loro invocazioni e delle loro esaltazioni.
Seguiva
adorando
il
loro
significato
sublime,
oppure,
dimenticando il senso, amava le misure solenni di quei versi e
si lasciava invadere tutto da essi, dai suoni profondi e
prolungati, dalle vocali piene e sonore, dai ritornelli pii. In
fondo al cuore non amava l'erudizione, la grammatica e la
logica, quantunque avessero anch'esse la loro bellezza; amava di
più il mondo d'immagini e di suoni della liturgia.
Di tanto in tanto interrompeva anche per qualche momento quello
stato di freddezza che lo separava ormai dai suoi compagni. A
lungo andare lo irritava e lo annoiava sentirsi attorno degli
estranei; ed ora riusciva a far ridere un vicino di banco
imbronciato, ora a far chiacchierare un vicino di letto
taciturno, e per un pò di tempo si sforzava di essere cordiale e
riguadagnava un paio d'occhi, un paio di visi, un paio di cuori.
Due volte con questi riavvicinamenti ottenne, contro ogni sua
intenzione, di essere di nuovo invitato ad " andare al villaggio
". Sussultò e si ritirò immediatamente. No, non andava più al
villaggio; era riuscito a dimenticare la fanciulla dalle trecce,
a non pensarci più o quasi più.
INDEX
CAPITOLO IV
I tentativi di Narciso per scoprire il segreto di Boccadoro
erano rimasti per molto tempo senza effetto. Per molto tempo
egli
si
era
sforzato
apparentemente
invano
di
destare
quell'anima, d'insegnarle il linguaggio con cui il suo segreto
avrebbe potuto comunicarsi.
Quello che l'amico gli aveva raccontato della sua origine e
della sua casa, non aveva dato nessuna immagine concreta. C'era
l'ombra amorfa di un padre rispettato, e poi la leggenda di una
madre già da tempo scomparsa o morta, di cui altro non era
rimasto che un nome scialbo.
A poco a poco Narciso, esperto di legger nelle anime, aveva
riconosciuto nell'amico uno di quegli individui, per i quali un
tratto della loro vita è andato perduto e che sotto la pressione
di una sventura o di un incantesimo sono stati costretti a
dimenticare una parte del loro passato. Egli comprese che in
questo caso il semplice interrogare ed istruire non serviva a
nulla; s'accorse anche di aver creduto troppo nel potere della
ragione, e di aver detto molte cose invano.
Ma non era rimasto vano l'affetto che lo legava all'amico, non
vana la consuetudine dello star molto insieme. Nonostante la
profonda differenza delle loro nature, avevano imparato molto
l'uno dall'altro, a poco a poco era nato fra loro, accanto al
linguaggio della ragione, un linguaggio d'anime e di cenni, così
come fra due residenze può correre una strada maestra per le
vetture e per i cavalieri, ma accanto si formano tante altre
piccole vie laterali: viottoli per i bimbi che giocano, sentieri
nascosti per innamorati, stradelline appena visibili di cani e
di gatti.
A poco a poco l'animata fantasia di Boccadoro s'era insinuata
per magiche vie nei pensieri dell'amico e nel loro linguaggio; e
questi dal canto suo aveva imparato a comprendere e a sentire,
senza parole, molta parte della natura di Boccadoro. Maturavano
lentamente, nella luce dell'amore, nuovi vincoli fra anima ed
anima; le parole vennero dopo. Così un giorno - era vacanza e i
due amici stavano insieme nella biblioteca - s'intavolò fra
loro, inatteso da entrambi, un discorso che li portò a un
tratto nel cuore della loro amicizia e la illuminò di nuove
luci.
Avevano parlato dell'astrologia, che nel convento non si
studiava, anzi era proibita, e Narciso aveva detto che essa era
un tentativo di mettere ordine e sistema nelle molte e diverse
specie di uomini, di destini, di vocazioni.
Boccadoro interruppe: --Tu parli sempre delle diversità...
a poco a poco mi sono convinto che questa è la tua specialità.
Quando parli della grande differenza che c'è ad esempio fra te e
me, mi par sempre ch'essa non consista in altro che nella tua
singolare mania di trovar differenze!
Narciso: -- Certo, tu cogli proprio nel segno. E così!
Per te le differenze non hanno molta importanza, a me invece
sembrano l'unica cosa importante. Io sono per natura un erudito,
la mia vocazione è la scienza E scienza altro appunto non è, per
citare le tue parole, che la mania di trovar differenze. Non si
potrebbe designare meglio la sua essenza. Per noi uomini di
scienza nulla è importante se non lo stabilire delle diversità:
scienza significa arte di distinguere. Trovare ad esempio in
ogni uomo le caratteristiche che lo distinguono dagli altri
significa conoscerlo.
Boccadoro: -- Va bene. Uno ha delle scarpe da contadino ed è un
contadino, un altro ha una corona in capo ed è un re. Certo sono
differenze. Ma le vedono anche i bambini pur senza tutta la
vostra scienza.
Narciso: --Ma se tanto il contadino quanto il re indossano
vesti d'oro, il bambino non li distingue più.
Boccadoro: -- Neppur la scienza.
Narciso: -- Forse sì. Essa non è certo più intelligente del
bambino, te lo concedo, ma è più paziente; non rileva soltanto
le caratteristiche più grossolane.
Boccadoro: -- Anche un bambino intelligente riconoscerà il re
dallo sguardo o dal portamento. Insomma voi eruditi siete
orgogliosi e ci giudicate sempre più stupidi di voi; si può
essere molto intelligenti anche senza tutta la vostra scienza.
Narciso: -- Mi fa piacere che tu cominci a comprendere questo.
Fra poco comprenderai allora altresì che io non penso
all'intelligenza quando parlo della differenza fra te e me. Non
dico: tu sei più intelligente o più stupido, migliore o
peggiore. Dico soltanto: sei diverso.
Boccadoro: -- Questo si capisce. Ma tu non parli solo di
differenze di caratteristiche, parli anche spesso di differenze
di destino, di vocazione. Perché ad esempio tu dovresti avere
una vocazione diversa dalla mia? Sei un cristiano come me, sei
deciso come me a scegliere la vita monastica, sei figlio come me
del buon Padre che sta in cielo. La nostra meta è la stessa: la
beatitudine eterna.
La nostra destinazione è la stessa: il ritorno a Dio.
Narciso: --Benissimo. Nel trattato della dogmatica certo un uomo
è esattamente uguale all'altro, ma nella vita no. A me pare: il
discepolo prediletto del Redentore, sul petto del quale egli
riposava, e quell'altro discepolo che lo tradì... quei due non
avevano forse la stessa vocazione?
Boccadoro: -- Sei un sofista, Narciso! Per questa via non ci
avviciniamo.
Narciso: -- Per nessuna via ci avviciniamo.
Boccadoro: --Non dir così!
Narciso: -- Parlo sul serio. Non è il nostro compito quello
d'avvicinarci, così come non s'avvicinano fra loro il sole e la
luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e
la luna, siamo il mare e la terra.
La nostra meta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di
conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere ed a rispettare
nell'altro ciò ch'egli è: il nostro opposto e il nostro
complemento.
Boccadoro, colpito, teneva il capo chino: il suo volto s'era
fatto triste.
Finalmente disse: -- per questo che tante volte non prendi sul
serio i miei pensieri?
Narciso esitò un poco a rispondere. Poi disse con voce chiara e
dura: --E per questo. Devi abituarti, caro Boccadoro, a che io
prenda sul serio soltanto te stesso. Credimi, io prendo sul
serio ogni suono della tua voce, ogni gesto, ogni sorriso tuo.
Ma i tuoi pensieri, li prendo meno sul serio. Prendo sul serio
quello che riconosco in te di essenziale e di necessario. Perché
vuoi che presti particolare attenzione proprio ai tuoi pensieri,
quando hai tante altre doti?
Boccadoro sorrise con amarezza.--Lo dicevo bene, che mi hai
sempre considerato soltanto un bambino!
Narciso insistette: --Una parte dei tuoi pensieri li considero
infantili. Ricorda quel che dicevamo dianzi: un fanciullo
intelligente non è di necessità più sciocco di un erudito. Ma se
il fanciullo vuol parlare di scienza con l'erudito, questi non
lo prende sul serio.
Boccadoro esclamò con impeto: --Anche quando non parlo di
scienza tu sorridi di me! Tutta la mia religiosità, ad esempio,
i miei sforzi per progredire negli studi, la mia aspirazione
alla vita monastica, per te non sono altro che fanciullaggini!
Narciso lo guardò, grave: -- lo ti prendo sul serio quando sei
Boccadoro. Ma tu non sei sempre Boccadoro.
Io non mi auguro altro se non che tu divenga Boccadoro in tutto
e per tutto. Tu non sei un erudito, tu non sei un monaco... per
far un erudito e un monaco basta una stoffa meno preziosa della
tua. Tu credi che ti giudichi troppo poco erudito, troppo poco
logico, o troppo poco pio. No, per me sei troppo poco te stesso.
Boccadoro s'era ritirato da quel colloquio stupito e persino
offeso, ma pochi giorni dopo mostrò egli stesso il desiderio di
continuarlo. Questa volta Narciso riuscì a dargli, della
differenza fra le loro nature, un'immagine ch'egli poté
comprendere meglio.
Narciso aveva parlato con calore, sentiva l'amico più aperto,
quel giorno, e più pronto ad accogliere le sue parole: sentiva
di far presa su di lui. E si lasciò indurre dal successo a dire
più di quel che fosse nelle sue intenzioni, si lasciò
trasportare dalle sue stesse parole.
--Vedi, -- disse, -- c'è un punto solo in cui ti sono superiore:
io sono sveglio, mentre tu lo sei soltanto a mezzo, anzi a volte
dormi del tutto. Per me, sveglio è chi conosce con l'intelletto
e con la coscienza se stesso, le proprie forze intime e
irrazionali, i propri istinti e le proprie debolezze, e sa
tenerne conto. Questo tu devi imparare: ecco il senso che può
esserci per te nell'avermi incontrato. In te, Boccadoro, lo
spirito e la natura, la coscienza e il mondo dei sogni sono
lontanissimi fra loro.
Hai dimenticato la tua infanzia, e dalle profondità della tua
anima essa ti cerca. Ti farà soffrire finché non le avrai dato
ascolto... Basta! Nell'essere sveglio, ripeto, sono più forte di
te, in questo ti sono superiore e ti posso aiutare; in tutto il
resto, caro, sei tu superiore a me... o meglio lo sarai non
appena avrai trovato te stesso.
Boccadoro aveva ascoltato con stupore, ma alle parole " hai
dimenticato la tua infanzia " aveva sussultato come colpito da
una freccia. Narciso, che per abitudine, mentre parlava, spesso
teneva a lungo chiusi gli occhi o li fissava innanzi a sé, come
se in tal modo trovasse meglio le parole, non s'era accorto di
nulla.
Non
aveva
veduto
il
volto
dell'amico
contrarsi
improvvisamente e come avvizzirsi.
-- Superiore.. io a te! --balbettò Boccadoro tanto per dir
qualcosa; era come irrigidito.
--Certo, -- continuò Narciso. -- Le nature come la tua, dotate
di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti,
gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero.
La vostra origine è materna. Voi vivete nella pienezza, a voi è
data la forza dell'amore e della esperienza viva Noi spirituali,
che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella
pienezza, viviamo nell'aridità. A voi appartiene la ricchezza
della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino
dell'amore, il bel paese dell'arte. La vostra patria è la terra,
la nostra è l'idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo
dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto. Tu sei un
artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io
veglio nel deserto. A me splende il sole, a te la luna e le
stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi...
Boccadoro aveva ascoltato con gli occhi spalancati, mentre
Narciso parlava in una specie d'inebbriamento oratorio. Molte
delle sue parole l'avevano colpito come spade; alle ultime
impallidì, chiuse gli occhi, e, quando Narciso se n'accorse e lo
interrogò spaventato, rispose pallidissimo, con la voce spenta:
--Mi è capitato una volta di acca-sciarmi e di piangere davanti
a te... ricordi? Non deve ripetersi, non me lo perdonerei mai...
e neppure a te! Ora va via subito e lasciami solo, mi hai detto
parole terribili.
Narciso era costernato. S'era lasciato trasportare dalle sue
parole, aveva avuto la sensazione di parlare meglio del solito.
E s'accorgeva con stupore che qualcuna di queste parole aveva
scosso profondamente l'amico, che in qualche punto egli aveva
toccato sul vivo Gli rincresceva di lasciarlo solo in quel
momento; esitò qualche secondo, ma la fronte corrugata di
Boccadoro gli impose d'uscire, e corse via confuso, per
concedere all'amico la solitudine di cui aveva bisogno.
Questa volta la tensione dell'animo di Boccadoro non si risolse
in lacrime. Con la sensazione di essere ferito profondamente e
senza speranza, come se l'amico gli avesse inferto a un tratto
un pugnale nel petto, rimase immobile, col respiro affannoso,
col cuore mortalmente oppresso, pallido come un cadavere, con le
mani inerti. Era la stessa angoscia d'allora, solo di qualche
grado più intensa, era lo stesso senso di soffocamento
interiore, L'impressione di dover vedere qualcosa di terribile,
di assolutamente insopportabile. Ma nessun singhiozzo liberatore
lo aiutò questa volta a superare l'angoscia. Santa Madre di Dio,
che era mai? Era avvenuto qualcosa? L'avevano ammazzato? Aveva
egli ucciso? Che cosa era stato detto di terribile?
Respirava a stento, come un avvelenato: aveva una sensazione
quasi straziante di dover liberarsi da qualcosa di micidiale,
che stava in fondo al suo essere. Coi movimenti di uno che
nuoti, si lanciò fuori della stanza, fuggì incosciente negli
angoli più tranquilli e più deserti del convento, per corridoi e
scale, finché uscì fuori all'aperto.
Era giunto nel rifugio più interno del monastero, nel chiostro;
sopra le poche aiuole verdi splendeva luminoso il cielo, un
profumo di rose attraversava in dolci e lente ondate l'aria
umida e fresca emanante dalla pietra.
Narciso, senza immaginarlo, aveva fatto in quell'ora ciò che da
tempo era la meta dei suoi desideri: aveva chiamato per nome il
demone che possedeva il suo amico, lo aveva colto. Qualcuna
delle sue parole aveva toccato nel cuore di Boccadoro il
segreto, ch'era si era alzato in un impeto di dolore selvaggio.
Narciso s'aggirò per il convento in cerca dell'amico, ma non lo
trovò. Boccadoro stava sotto una delle pesanti arcate, che dai
corridoi mettevano nel giardinetto del chiostro; dall'alto di
ciascuna delle colonne tre teste di pietra, teste di cani - o di
lupi, lo fissavano con gli occhi spalancati. La ferita E gli
straziava l'anima. senza trovare una via verso la luce verso
la ragione. Un'angoscia mortale gli stringeva la gola e lo
stomaco. Alzando meccanicamente lo sguardo, vide sopra di sé
uno dei capitelli con le tre teste d'animali, e subito ebbe
l'impressione che i tre mostri fossero nelle sue viscere, coi
loro occhi fissi, e gli abbaiassero dentro.
"Ora devo morire," sentì rabbrividendo. E subito dopo, tremante
d'angoscia: "Ora perdo la ragione, ora le bestiacce mi
mangiano".
Con un sussulto cadde ai piedi della colonna; la sofferenza era
troppo grande, aveva raggiunto il limite estremo.
Lo avvolse un deliquio; il viso infossato sul petto, si perdette nei desiderati meandri del non essere.
L'abate Daniele aveva avuto una giornata poco piacevole: due dei
monaci anziani erano andati da lui, eccitati, litigando e
accusandosi a vicenda, furenti l'un contro l'altro per il
ripetersi di vecchie e futili gelosie. Egli li aveva ascoltati,
fin troppo a lungo, li aveva ammoniti, ma senza effetto, infine
li aveva congedati severamente, imponendo a ciascuno una
penitenza abbastanza dura; ma in cuore gli era rimasto il senso
che l'opera sua era stata vana. Esausto, s'era ritirato nella
cappella della chiesa inferiore, aveva pregato, s'era rialzato
senza trovare ristoro.
Poi, attratto dalla mite fragranza delle rose, era entrato un
momento nel chiostro per aspirarne il profumo. E lì trovò lo
scolaro Boccadoro, svenuto sull'impiantito. Lo guardò con
tristezza, spaventato dal pallore esangue di quel volto di
solito fiorente di giovinezza. Cattiva giornata davvero, ci
mancava ancor questo! Tentò di sollevare il ragazzo, ma il peso
era troppo grave per le sue forze. E
il vecchio se n'andò sospirando, chiamò due frati più giovani,
perché lo portassero su, e mandò insieme a loro padre Anselmo,
esperto in medicina. Intanto fece cercare Narciso, che fu presto
trovato e si presentò.
--Sai già? --gli domandò.
--Di Boccadoro? Sì, reverendo padre, ho sentito or ora che è
ammalato o che gli è capitato un accidente: lo hanno portato su
a braccia.
--Sì, L'ho trovato io nel chiostro, dove veramente non aveva
nulla da cercare. Non gli è capitato nessun accidente, è
svenuto. La cosa non mi piace. Mi sembra che tu debba in qualche
modo esserne a parte: è il tuo intimo.
Perciò ti ho fatto chiamare. Parla.
Narciso, dominando come sempre il suo contegno e le sue parole,
riferì brevemente il colloquio con Boccadoro e l'impressione
violenta, inattesa, che quegli ne aveva ricevuta. L'abate scosse
il capo, non senza un certo malcontento.
-- Sono curiosi colloqui! -- disse, sforzandosi di rimaner
calmo. -- Il discorso che mi hai riferito si potrebbe chiamare
una violazione dell'anima altrui; è un discorso direi, da padre
spirituale. Ma tu non sei il padre spirituale di Boccadoro. Tu
non hai nemmeno cura d'anime, non sei ancora stato ordinato
sacerdote. Come mai assumi con uno scolaro il tono del direttore
di coscienza e gli parli di cose che riguardano solo
quest'ultimo? Le conseguenze, come vedi, sono state cattive.
-- Le conseguenze, -- rispose Narciso in tono mite, ma risoluto,
-- non le conosciamo ancora, reverendo padre. Io sono rimasto un
pò spaventato per l'effetto violento del nostro colloquio ma non
dubito che le conseguenze saranno buone per Boccadoro.
-- Lo vedremo. Ma ora parliamo del tuo operato. Che cosa ti ha
indotto a tenere a Boccadoro simili discorsi?
-- Come sapete, egli è mio amico. Ho una speciale simpatia per
lui e credo di comprenderlo molto bene. Voi dite che io gli ho
parlato come un padre spirituale; no, non ho voluto arrogarmi
nessuna autorità di questo genere, ho creduto soltanto di
conoscerlo meglio di quanto egli si conosca.
L'abate alzò le spalle.
--Lo so che questa è la tua specialità. Speriamo che tu non
abbia provocato nulla di male... E malato, Boccadoro? Voglio
dire, ha qualche disturbo? E cagionevole?
Dorme male? Non mangia? Ha qualche sofferenza?
--No, fino ad oggi era sano. Sano di corpo
--E nel resto?
--Nell'anima è malato, non c'è dubbio. Sapete ch'egli è nell'età
in cui cominciano le lotte con l'istinto sessuale.
--Lo so. Ha diciassette anni?
--Ne ha diciotto.
--Diciotto. Già. Abbastanza tardi. Ma queste lotte sono cosa
naturale, attraverso cui passano tutti. Non si può chiamarlo per
questo malato nell'anima.
--No, reverendo padre, per questo solo no. Ma Boccadoro era già
malato prima, già da tempo, perciò queste lotte sono per lui più
pericolose che per altri. Egli soffre, credo, perché ha
dimenticato una parte del suo passato.
--Ah? E quale parte?
--Sua madre e tutto quello che si riferisce a lei. Non ne so
nulla neppur io; so soltanto che là dev'essere l'origine della
sua malattia. Boccadoro probabilmente non sa altro di sua madre,
se non che l'ha perduta presto. Ma si ha l'impressione che si
vergogni di lei. Eppure da lei deve aver ereditato la maggior
parte delle sue doti, poiché quello che dice di suo padre non ce
lo fa apparir tale da avere un figlio così bello, così ben
dotato e originale. Tutto questo non mi è stato riferito, lo
arguisco da indizi.
L'abate, il quale da principio aveva sorriso fra sé di quei
discorsi, che gli parevano saccenti e presuntuosi, e a cui tutta
la faccenda riusciva molesta e penosa, cominciò a riflettere.
Ripensò al padre di Boccadoro, a quell'uomo un pò affettato, che
non ispirava troppa fiducia, e, forzando la memoria, ricordò
anche a un tratto come egli avesse parlato a proposito della
moglie. Aveva detto ch'era stato da lei disonorato, che gli era
scappata, e ch'egli si era sforzato di soffocare nel figlioletto
il ricordo materno e i vizi che dalla madre poteva aver
ereditati.
Vi era riuscito: e il ragazzo si dichiarava disposto, per
espiare i falli della mamma, a offrire la sua vita a Dio.
Narciso non era mai piaciuto così poco all'abate come in quel
momento. E tuttavia... come aveva indovinato bene, quel
ruminatore di pensieri, come sembrava conoscer bene davvero
Boccadoro!
Infine, interrogato ancora su ciò ch'era avvenuto quel giorno,
Narciso disse: -- Non era nelle mie intenzioni provocare la
scossa violenta, che oggi ha sopraffatto Boccadoro. Io gli ho
osservato ch'egli non conosce se stesso, che ha dimenticato la
sua infanzia e sua madre. Qualcuna delle mie parole deve averlo
colpito, dev'essere penetrata nella tenebra, contro la quale
lotto già da tanto tempo. Era come esanimato, mi guardava, quasi
non conoscesse più né me né se stesso. Io gli dissi tante volte
che dormiva, che non era desto del tutto. Ora è stato svegliato,
non ne dubito.
Narciso fu congedato, senza ammonizione, ma col divieto, per il
momento, di visitare il malato.
Intanto padre Anselmo aveva fatto coricare lo svenuto su di un
letto e s'era seduto al suo capezzale. Non gli parve
consigliabile richiamarlo bruscamente alla coscienza con mezzi
violenti. L'aspetto del ragazzo non prometteva nulla di buono.
Il vecchio dal volto rugoso e bonario lo guardava benevolmente.
Per il momento si limitò a sentirgli il polso e ad ascoltare il
cuore. Certo, pensò, il
ragazzo aveva mangiato
qualche
porcheria, del sale d'acetosella o qualche altra sciocchezza;
eran cose che capitavano. La lingua non si poteva vedere. Egli
voleva bene a Boccadoro, ma non poteva soffrire il suo amico,
quel maestro troppo giovane e precoce. Ecco ora i frutti di una
simile amicizia: certo Narciso aveva la sua parte di colpa in
questa corbelleria. Che bisogno aveva un ragazzo così sano,
dagli occhi chiari, un così caro e schietto figlio della natura,
di mettersi insieme con quell'erudito orgoglioso, con quel
grammatico, per cui il suo greco era più importante di tutto ciò
ch'è vivo al mondo?
Quando dopo parecchio tempo la porta s'aprì ed entrò L'abate, il
padre era ancora seduto, con lo sguardo fisso sul volto del
ragazzo privo di sensi. Che volto simpatico, giovane, ingenuo! E
dovergli ora star accanto per soccorrerlo, e forse non potere!
Certo la causa poteva essere una colica: avrebbe prescritto del
vino caldo, forse del rabarbaro. Ma più guardava quel viso
verdastro e contratto, più i suoi sospetti prendevano un'altra
piega, più preoccupante Padre Anselmo aveva esperienza. Più
d'una volta nel corso della sua lunga vita gli era capitato di
vedere degli ossessi. Esitava a formulare il sospetto perfino in
cuor suo. Avrebbe atteso, sorvegliato. Ma, pensava con
irritazione se
quel
povero
ragazzo
era
stato
davvero
stregato, non dovevano cercar lontano il colpevole: e questi
l'avrebbe vista brutta !
L'abate s'avvicinò, guardò il malato, gli sollevò piano una
palpebra.
--Si può destarlo? -- domandò.
--Vorrei aspettare ancora. Il cuore è sano. Non bisogna
lasciargli avvicinare nessuno.
--C'è pericolo?
--Non credo. Nessuna ferita, nessuna traccia di colpi o di
caduta. E svenuto: forse è stata una colica. I dolori molto
forti fanno perdere i sensi. Se fosse un avvelena-mento,
verrebbe la febbre. No, si risveglierà e rimarrà in vita.
--Non potrebbe derivare da una scossa morale?
--Non dico di no. Si sa qualcosa? Ha avuto forse un forte
spavento? Un annuncio di morte? Una disputa violenta, un'offesa?
Allora tutto sarebbe spiegato.
--Non sappiamo. Badate che nessuno lo avvicini. Vi prego di
rimanere finché è desto. Se peggiorasse, chiama-temi, foss'anche
di notte.
Prima di uscire il vegliardo si chinò ancora una volta sul
malato; pensò a suo padre, pensò al giorno in cui gli avevano
condotto quel bel ragazzo biondo e sereno, che tutti avevano
subito preso a benvolere. Anche a lui aveva fatto un'ottima
impressione. Ma Narciso aveva ragione: quel figliolo non
assomigliava proprio in nulla a suo padre! Ah, quante
preoccupazioni dappertutto! Com'è insufficiente tutta la nostra
opera! Non aveva forse egli stesso trascurato in qualche modo
quel povero ragazzo? Gli aveva dato il confessore adatto? Era
giusto che nessuno in convento conoscesse bene quello scolaro
quanto Narciso?
E poteva giovargli questo amico, che faceva ancora il noviziato,
che non era ancor frate né aveva ricevuto gli ordini e le cui
idee ostentavano tutte una superiorità così sgradevole, quasi
ostile? Dio sa se anche Narciso non aveva avuto da tempo un
trattamento
sbagliato?
Dio
sa
se
dietro
la
maschera
dell'obbedienza egli non celava del male, se non era forse un
pagano? E di quel che i due giovani sarebbero diventati un
giorno, era responsabile anche lui.
Quando Boccadoro rinvenne, era buio. Sentiva la testa vuota e
aveva le vertigini. Sentiva di essere in un letto, ma non sapeva
dove e non stette neppure a pensarci: gli era indifferente. Ma
dov'era stato? Di dove veniva? Da qual mondo strano di
esperienze? Era stato altrove, molto lontano, aveva visto
qualcosa, qualcosa di straordinario di splendido, di terribile e
d'indimenticabile... e tuttavia aveva dimenticato. Ma dove? Che
cos'era spuntato là davanti a lui, così grande, così doloroso,
così delizioso, e poi di nuovo scomparso? Tese l'orecchio verso
il fondo della sua anima, là dove qualcosa si era sprigionato in
quel giorno, dove qualcosa era avvenuto... che cosa? Un confuso
groviglio d'immagini gli turbinò davanti, vide delle teste di
cani, tre teste di cani, ed aspirò il profumo delle rose. Oh,
com'era stato male! Chiuse gli occhi. Si riaddormentò.
Si svegliò di nuovo e, mentre il mondo dei sogni si dileguava
rapidamente, vide, ritrovò l'immagine e trasalì come per una
voluttà dolorosa. Vide: era diventato veggente. Vide Lei. Vide
la grande, radiosa figura dalla bocca fiorente, dai fulgidi
capelli. Vide sua madre. Al tempo stesso credette di udire una
voce: " Hai dimenticato la tua infanzia ". Di chi era quella
voce? Tese l'orecchio, pensò, trovò, Era Narciso. Narciso? E in
un attimo, con un colpo brusco, tutto ritornò presente: ricordò,
seppe. Oh!
mamma, mamma! Montagne di macerie, mari d'oblio erano rimossi,
scomparsi; con superbi occhi azzurri e luminosi la Perduta lo
guardò di nuovo, L'ineffabilmente Amata.
Padre Anselmo, che s'era assopito nella poltrona accanto al
letto, si destò. Udì il malato muoversi, respirare.
S'alzò cauto.
--Chi c'è? -- domandò Boccadoro.
-- Sono io, non aver paura. Faccio luce.
Accese la piccola lampada sospesa e il chiarore si diffuse sopra
il suo volto rugoso e benevolo.
--Sono malato? -- domandò il giovane.
-- Sei svenuto, figliolo mio. Dammi la mano, sentiamo il polso.
Come ti senti?
--Bene. Grazie, padre Anselmo. Siete molto buono.
Non mi sento più nulla, sono solo stanco.
--Certo sarai stanco. Presto ti riaddormenterai; prima bevi un
sorso di vino caldo, è qui pronto. Vuotiamo insieme un
bicchiere, ragazzo mio. Alla nostra buona amicizia!
Aveva avuto cura di tener pronto, entro un recipiente d'acqua
calda, un boccaletto di vino bollito con aromi.
--Abbiamo dormito un bel pezzetto tutti e due! -disse ridendo il medico. --Un bravo infermiere, penserai, che
non sa tenersi desto! Via, siamo uomini. Ora, piccino, beviamo
un pò di questo filtro magico; nulla di più delizioso che una
piccola bevuta di nascosto nella notte.
Dunque, salute!
Boccadoro rise. toccò il bicchiere e assaggiò. Il vino caldo era
drogato con cannella e garofano e addolcito con lo zucchero;
egli non ne aveva mai bevuto. Gli venne in mente che già una
volta era stato malato e allora s'era occupato di lui Narciso;
questa volta era padre Anselmo a prestargli le sue cure. La cosa
gli piacque molto, era gradevolissimo e curioso essere lì in
letto, alla luce di quella lampadina, e bere col vecchio padre
un bicchiere di dolce vino caldo nel cuor della notte.
--Hai dolor di ventre? -- domandò il vecchio.
--No.
--Tò, pensavo che dovessi avere una colica, Boccadoro. Allora
non è questo. Mostra la lingua. E bella: una volta di più il
vostro vecchio Anselmo non ha capito nulla.
Domani resti a letto tranquillo, poi vengo io e ti visito. E il
tuo vino l'hai già finito? Così, ti faccia buon pro! Lasciami
vedere se ce n'è ancora. Per un mezzo bicchiere ciascuno
basta, se ce lo dividiamo con equità... Ci hai procurato
un bello spavento, Boccadoro! Disteso là nel chiostro come un
cadaverino! Davvero non hai mal di ventre?
Risero e si divisero onestamente il resto del vino aromatico;
padre Anselmo disse le sue barzellette, mentre Boccadoro lo
guardava riconoscente e divertito, con gli occhi ritornati
chiari. Poi il vecchio andò a coricarsi. Boccadoro rimase
sveglio ancora un poco; pian piano le immagini risalirono dal
fondo della sua anima, rifiammeggiarono le parole dell'amico,
riapparve la donna bionda e radiosa, la madre; e la visione lo
percorse tutto come un vento caldo, come una nube di vita, di
ardore, di tenerezza e di monito profondo. O mamma ! Come, come
aveva potuto dimenticarla?
INDEX
CAPITOLO V
Fino allora Boccadoro aveva saputo qualcosa di sua madre, ma
solo dai racconti altrui; L'immagine di lei gli era sfuggita e
del poco che credeva di saperne aveva taciuto a Narciso la
massima parte. La mamma era cosa di cui non si doveva parlare,
di cui ci si vergognava. Era stata una ballerina, una bella e
selvaggia creatura, d'origine distinta, ma pagana e non buona;
il padre di Boccadoro l'aveva raccolta, così raccontava, dalla
miseria e dalla vergogna, nel dubbio che fosse pagana, L'aveva
fatta battezzare e istruire nella religione; L'aveva sposata e
ridotta una donna per bene. Sennonché dopo alcuni anni di
mansuetudine e di vita regolare si era risvegliato in lei il
ricordo delle sue antiche arti ed abitudini ed ella aveva
cominciato a dar scandalo, a sedurre uomini, a rimaner fuori di
casa giornate e settimane intere; aveva acquistato fama di
strega e infine, dopo essere stata più volte raggiunta e
riportata a casa dal marito, era scomparsa per sempre. La sua
fama rimase viva ancora per qualche tempo, fama cattiva,
guizzante come la coda di una cometa, poi si spense. Suo marito
si rimise lentamente da quegli anni d'inquietudine, di spavento,
di vergogna, di continue sorprese, e invece della moglie mal
riuscita, prese a educare il figlioletto, somigliantissimo alla
madre
nella
figura
e
nel
volto;
rimase
profondamente
contristato, diventò bi-gotto e coltivò in Boccadoro la
convinzione ch'egli dovesse offrire la sua vita a Dio per
espiare le colpe materne.
Questo era press'a poco ciò che il padre soleva raccontare della
moglie scomparsa, benché non amasse parlarne; e qualche
allusione
in
proposito
aveva
fatto
anche
all'abate
nell'affidargli il figlio. Tutto ciò era noto anche a Boccadoro
come
un'orribile
leggenda ma
egli
aveva
imparato
ad
allontanarla da sé, quasi a dimenticarla. Aveva poi dimenticato
e perduto del tutto l'immagine vera della madre, quella che non
nasceva dai racconti del padre e del servi o dalle voci oscure e
cattive intorno a lei, ma che costituiva il suo ricordo
personale: la madre, quale era stata realmente per lui nella
vita. Ed ecco ora risorgere quell'immagine, L'astro dei suoi
primi anni.
--E incomprensibile come avessi potuto dimenticarla, --disse un
giorno all'amico.--Io non ho mai amato nessuno in vita mia come
mia madre, così incondizionata-mente, così ardentemente, non ho
mai venerato e ammirato nessuno come lei; rappresentava per me
il sole e la luna. Dio sa come fu possibile offuscare nella mia
anima quell'immagine radiosa e trasformarla a poco a poco in
quella strega cattiva, pallida, diafana, ch'ella era per mio
padre e fu durante tanti anni per me.
Narciso aveva finito da poco il suo noviziato e aveva preso
l'abito. Il suo contegno verso Boccadoro s'era singolarmente
mutato. Boccadoro, che prima aveva spesso respinto i cenni e i
moniti dell'amico come una molesta pretesa di saperne di più e
di volerlo migliorare dopo il grande avvenimento era pieno di
stupita ammirazione per la sua sapienza. Quante parole di lui
s'erano avverate co-me profezie! Come gli aveva visto in fondo
all'animo quello scrutatore inquietante, come aveva indovinato
il segreto della sua vita, la sua ferita nascosta! Con quanta
intelligenza lo aveva guarito!
Il giovane sembrava guarito davvero. Non solo quello Svenimento
non aveva avuto cattive conseguenze, ma si era come dileguato
anche quel certo che di non schietto, dl non serio, di saccente,
che si notava prima nella personalità di Boccadoro, quel
prematuro monachismo, quel credersi obbligato a servir Dio
proprio in convento. Il glovane sembrava diventato più giovane e
al tempo stesso più maturo, da quando aveva trovato se stesso.
Tutto ciò egli doveva a Narciso.
Ma Narciso da qualche tempo teneva con l'amico un contegno
singolarmente cauto; lo guardava con grande modestia, senza più
alcun senso di superiorità, senza più volerlo ammaestrare,
mentre l'altro aveva tanta ammirazione per lui. Vedeva Boccadoro
nutrito da fonti misteriose, di forze che a lui erano estranee;
egli aveva potuto favorire il loro sviluppo, ma non gli era dato
di partecipare ad esse. Vedeva con gioia l'amico liberarsi
dalla sua guida, e pur talvolta era triste. Sentiva di essere un
gradino superato, una scorza che si butta via; vedeva
avvicinarsi la fine di quell'amicizia, ch'era stata tanto per
lui. Sapeva sempre sul conto di Boccadoro più di quel che ne
sapesse Boccadoro stesso; poiché se questi aveva ritrovato la
sua anima ed era pronto a seguirne l'appello, non presentiva
ancora dove essa l'avrebbe condotto; Narciso lo presentiva ed
era impotente; la via del suo beniamino conduceva in paesi, su
cui egli non avrebbe mai posto il piede.
La passione di Boccadoro per le scienze era molto di-minuita.
Anche la sua smania di disputa nei colloqui con l'amico era
passata; si vergognava ripensando a certe loro conversazioni
d'un tempo. Intanto in Narciso sia col compimento del
noviziato, sia in seguito alle vicende con Boccadoro, s'era
destato un bisogno di vita ritirata, di ascesi, di esercizi
spirituali, una tendenza ai digiuni e alle lunghe orazioni, alle
confessioni frequenti, alle penitenze volontarie; e Boccadoro
poteva capire questa tendenza, poteva quasi dividerla. Dopo la
guarigione il suo istinto s'era molto affinato; pur non sapendo
ancor nulla delle sue mete future, sentiva con una chiarezza
sicura, spesso inquietante, che il suo destino si stava
preparando, che un certo periodo d'innocenza e di tranquillità
ben protetta era ormai passato per lui e che tutto in lui era
teso e pronto Spesso il presentimento era delizioso, lo teneva
sveglio metà della notte, come un dolce innamoramento; spesso
anche era cupo e profondamente angoscioso. La madre era
ritornata a lui, colei ch'era da tanto tempo perduta, ed era una
grande felicità. Ma dove lo conduceva il suo richiamo
allettatore?
Nell'incerto,
in
una
rete
di
seduzioni,
nell'angustia, forse nella morte. Indubbiamente non lo conduceva
nella sicurezza placida e silente di una cella monastica, nella
comunità di un chiostro per tutta la vita; il suo appello non
aveva nulla di comune con quei comandamenti paterni, che per
tanto tempo egli aveva scambiato per suoi propri desideri.
Questo sentimento, spesso forte, angoscioso e scottante come una
violenta sensazione fisica, alimentava la religiosità di
Boccadoro. Ed egli sfogava la piena della sua passione, ch'era
tutta un anelito verso sua madre, in lunghe preghiere alla santa
Madre di Dio. Spesso però le orazioni si perdevano di nuovo in
sogni, sogni splendidi e strani, di giorno, in una specie di
dormiveglia,
sogni
di
lei,
a
cui
tutti i
suoi
sensi
partecipavano. E lo avvolgeva allora il profumo di quel mondo
materno che guardava misterioso con occhi d'enigma e d'amore,
che mormorava profondo come il mare e come il paradiso, che
vezzeggiando balbettava suoni senza senso, o meglio traboccanti
di senso e lusinganti come carezze, che aveva sapor di zucchero
e di sale, che sfiorava con serica chioma le labbra e gli occhi
anelanti. E non solo tutti gli incanti erano nella madre, non
solo il dolce sguardo azzurro dell'amore, il sorriso soave
promettente felicità, la carezza del conforto; in lei, sotto
veli di grazia erano anche ogni orrore e ogni tenebra, ogni
brama, ogni colpa, ogni miseria, ogni nascita e ogni legge.
Il giovane sprofondava in questi sogni, in queste trame a mille
fili dei suoi sensi animati. Non solo risorgeva in essi con
tutto il suo fascino il passato diletto: infanzia e amor
materno, radioso e aureo mattino di vita, ma s'ergeva anche
minaccioso e promettente, allettante e pericoloso, L'avvenire. A
volte quei sogni, in cui la madre, la Madonna e l'amante eran
tutt'uno, gli apparivano poi co-me orrendi delitti e sacrilegi,
come peccati mortali ine-spiabili; altre volte trovava in essi
ogni redenzione, ogni armonia. La vita lo fissava piena di
mistero, mondo tenebroso e imperscrutabile, selva aspra e
spinosa, irta di fantastici pericoli... ma eran misteri della
madre, venivano da lei, conducevano a lei, erano il piccolo
cerchio scuro, piccolo abisso minaccioso entro il suo occhio
fulgido.
Molta infanzia obliata riaffiorava in questi sogni materni; da
profondità infinite e perdute sbocciavano i fiorellini del
ricordo, splendevan lucenti, olezzavan presaghi: ricordi di
sentimenti, forse di esperienze, forse di sogni dell’età
infantile. Talvolta si sognava di pesci, che nuotavano verso di
lui neri e argentei, freddi e lucidi, gli entravano nel corpo,
lo attraversavano e venivano da un mondo più bello, messaggeri
di liete novelle di felicità poi scomparivano come guizzanti
fantasmi, non c'eran più e invece di un messaggio avevano
portato nuovi misteri.
Spesso sognava pesci che nuotavano e uccelli che volavano, ed
ogni pesce od uccello era una sua creatura, dipendeva da lui,
docile, come il suo respiro, raggiava da lui come uno sguardo,
come un pensiero, e ritornava a lui. Spesso sognava un giardino,
un giardino incantato, con alberi favolosi, fiori giganteschi,
grotte azzurre cupe e profonde; fra l'erbe occhieggiavano
pupille
scintillanti
d'animali
sconosciuti,
sui
rami
strisciavano viscidi e nervosi serpenti; dai tralci e dai
cespugli pendevano bacche enormi, umide e brillanti, che a
coglierle gli si gonfiavano nella mano e spandevano un succo
caldo come sangue, oppure avevano occhi e li movevano con astuto
languore; s'appoggiava ad un albero tastando, afferrava un ramo
e vedeva, sentiva fra il ramo e il tronco un incresparsi
aggrovigliato e folto di peli, come quelli che s'annidano nella
cavità d'una ascella. Una volta sognò di se stesso, o del santo
di cui portava il nome, sognò di Crisostomo dalla bocca d'oro; e
dalla bocca d'oro uscivan parole e le parole erano uccellini
sciamanti, che volavano via a stormi agitando l'ali.
Una volta sognò d'essere adulto, ma seduto per terra come un
bimbo: aveva dinanzi dell'argilla e come un bimbo la impastava
foggiando figure: un cavallino, un toro, un ometto, una donnina.
Il gioco lo divertiva, e a quegli animali e a quegli uomini
faceva delle parti geni-tali ridicolmente grandi: in sogno gli
pareva una cosa molto spiritosa. Poi si stancò e camminò oltre;
ma sentì dietro di sé qualcosa che viveva, qualcosa di grande e
di silenzioso che s'avvicinava; si voltò e con profondo stupore,
con spavento, ma non senza gioia, vide che le sue piccole figure
d'argilla eran diventate grandi e vive. Come enormi e muti
giganti gli passaron di fianco e continuarono la loro marcia,
ingrandendo sempre, giganteschi e silenziosi, e inoltrandosi nel
mondo, alti come torri.
In questo mondo di sogni Boccadoro viveva più che in quello
della realtà. Il mondo reale (aula scolastica, cortile del
convento, biblioteca, dormitorio e cappella) non era che una
superficie, una sottile membrana tremante sopra il mondo
trascendente delle immagini e dei sogni. Un nulla bastava a
forare questa membrana sottile: qualcosa di misterioso nel suono
di una parola greca in mezzo ad un'arida lezione un'ondata di
profumo dalla bisaccia in cui padre Anselmo raccoglieva erbe per
i suoi studi botanici, la vista d'un tralcio di pietra che
spuntava dal capitello della colonna d'un arco di finestra...
bastavano questi piccoli stimoli per forare la membrana della
realtà e per scatenare, dietro la placida aridità di questa, il
tumulto d'abissi, di fiumane e di vie lattee, che s'agitava in
quel mondo immaginario dell'anima. Una iniziale latina diventava
il volto olezzante della madre, un tono prolungato nell'Ave
diventava la porta del paradiso, una lettera greca si
trasformava in un cavallo in corsa, in un serpente che
s'inalbera e poi striscia via quieto in mezzo ai fiori: ed ecco
già ritornare al suo posto l'arida pagina della grammatica .
Boccadoro parlava raramente di questo suo mondo di sogni; solo
poche volte ne fece cenno a Narciso.
--lo credo, -- gli disse un giorno, -- che un petalo di fiore o
un vermiciattolo sul nostro cammino dica e con-tenga molto più
di tutti i libri dell'intera biblioteca. Con le lettere e con le
parole non si può dir nulla. Talvolta scrivo una lettera greca,
un thera o un omega, e girando appena un pochino la penna vedo
la lettera che guizza
e un pesce, ml ricorda in un attimo tutti i ruscelli e i fiumi
del mondo, tutto ciò ch'esiste di fresco è di umido l'oceano
di Omero e l'acqua su cui camminava Pietro, oppure la lettera
diventa un uccello, mette la coda, rizza le penne, si gonfia,
ride, vola via.. Ebbene, Narciso, tu non dai molta importanza a
lettere di questo genere, vero?
Ma io ti dico: con esse Dio scrisse il mondo.
-- Do loro molta importanza, -- disse Narciso con tristezza. -Sono lettere magiche: con esse si possono scongiurare tutti i
demoni. Certo, per l'uso delle scienze non vanno. Lo spirito ama
ciò che è saldo, formato, vuole poter essere sicuro dei suoi
segni, ama ciò che è, non ciò che diviene, il reale e non il
possibile. Non tollera che un omega diventi un serpente o un
uccello Lo spirito non può vivere nella natura, ma solo di
fronte ad essa, come suo contrapposto. Mi credi ora, Boccadoro,
che tu non diverrai mai un erudito?
Oh sì, Boccadoro lo credeva da un pezzo, era perfettamente
d'accordo.
--Non ho più affatto il ticchio di aspirare al vostro spirito, - disse quasi ridendo.--Mi avviene con lo spirito e con la
dottrina presso a poco come m'è avvenuto con mio padre: credevo
di amarlo molto, di essere simile a lui, giuravo su quello che
diceva. Ma non appena mia madre fu di nuovo presente alla mia
anima, tornai a sapere ciò che è davvero l'amore, e di fronte
all'immagine di lei quella di mio padre divenne a un tratto
piccina, triste, quasi ingrata. Ed ora io tendo a considerare
paterno, contrario e ostile alla madre, tutto ciò che è
spirituale, e lo disprezzo un poco.
Parlava scherzando, ma non riuscì a rasserenare il volto triste
dell'amico. Narciso lo guardava in silenzio, il suo sguardo era
come una carezza. Poi disse: -- Ti capisco bene. Ora non abbiamo
più bisogno di disputare; tu ti sei svegliato e ora hai anche
riconosciuto la differenza fra te e me, la differenza fra
origini materne e paterne, fra anima e spirito. E presto
riconoscerai anche che la tua vita in convento, che la tua
aspirazione a una vita monastica era un errore, una trovata di
tuo padre, il quale voleva con ciò purificare la memoria di tua
madre o anche solo vendicarsi di lei. O credi ancora che la tua
vocazione sia di rimanere tutta la vita in un chiostro?
Boccadoro osservava pensieroso le mani del suo amico, quelle
mani aristocratiche, rigide e pur delicate, magre e bianche.
Nessuno poteva mettere in dubbio che fossero mani d'asceta e di
scienziato.
--Non so, -- disse con quella voce cantante, un pò lenta, che
gli era venuta da qualche tempo e che indugiava a lungo su ogni
suono.--Non so davvero. Tu giudichi un pò severamente mio padre.
Egli non ha avuto la vita facile. Ma forse hai ragione anche in
questo. Sono qui da più di tre anni e non è ancora venuto a
trovarmi.
Spera che io rimanga qui per sempre. Forse sarebbe il meglio,
L'ho sempre desiderato anch'io. Ma oggi non so più che cosa
veramente voglia e desideri. Prima tutto era semplice, semplice
come le lettere dell'alfabeto nel libro di lettura. Ora nulla
più è semplice, neppur le lettere. Tutto ha acquistato più
significati e più volti. Non so che sarà di me, non posso
pensare ora a queste cose.
--E non devi nemmeno, -- soggiunse Narciso. -- Si vedrà bene
dove conduce la tua strada. Ha cominciato a riportarti verso tua
madre e ti avvicinerà ancor più a lei.
Quanto poi a tuo padre, non lo giudico troppo severamente.
Vorresti ritornare da lui?
--No, Narciso, no certo. Altrimenti lo farei appena terminata la
scuola, o già ora. Poiché se non devo diventare uno scienziato,
di latino, greco e matematica ho già studiato abbastanza. No,
non voglio ritornare da mio padre.. .
Guardò pensieroso davanti a sé e a un tratto esclamò: -- Ma come
fai tu a dirmi sempre delle parole, o a rivolgermi delle domande
che m'illuminano e mi rendono chiaro a me stesso? Anche ora è
stata la tua domanda, se vorrei ritornare da mio padre, a farmi
improvvisamente sentire che non voglio. Come fai? Sembra che tu
sappia tutto. Spesso mi hai detto, sul conto tuo e mio, parole
che al momento non ho compreso affatto e che poi hanno
acquistato tanta importanza per me! Sei stato tu a chiamare
materna la mia origine, a scoprire che io ero sotto un
incantesimo e avevo dimenticato la mia infanzia!
Chi t'ha appreso a conoscere gli uomini così bene? Non posso
impararlo anch'io?
Narciso scosse il capo sorridendo.
--No, caro, tu non puoi. Ci sono uomini che possono Imparare
molte cose, ma tu non sei di quelli. Tu non sarai mai uno
studioso. E a che scopo del resto? Non ne hai bisogno. Tu hai
altre doti. Sei più ricco di me e sei anche più debole; tu avrai
una strada più bella e più difficile della mia. Talvolta non
volevi capirmi, spesso t'impennavi come un puledro, non fu
sempre facile con te, e dovetti anche farti del male. Dovetti
destarti, perché dormivi. Anche quando ti ricordai tua madre,
questo a tutta prima ti fece male, molto male, e ti trovarono
per terra come morto nel chiostro. Era necessario... No, non
carezzarmi i capelli! Lascia stare! Non posso sopportarlo.
--Dunque io non posso imparare nulla? Rimarrò sempre ignorante,
come un bambino?
--Ci saranno altri, da cui potrai imparare. Quello che potevi
imparare da me, o bambino, è finito.
--Oh no!--esclamò Boccadoro.--Non siamo diventati amici per
questo! Che amicizia sarebbe, se dopo un breve periodo di tempo
avesse raggiunto il suo scopo e potesse cessare senz'altro? Ne
hai dunque abbastanza di me? Ti son forse venuto in uggia?
Narciso passeggiava concitato in su e in giù, con gli occhi a
terra; poi si fermò davanti all'amico.
--Lascia andare, -- disse con dolcezza, -- sai bene che non mi
sei venuto in uggia.
Lo guardò esitante, poi riprese a passeggiare avanti e indietro,
s'arrestò un'altra volta e fissò Boccadoro, con lo sguardo fermo
nel volto duro e scarno. E con voce sommessa, ma ferma e dura,
disse: -- Ascolta, Boccadoro!
La nostra amicizia è stata buona; ha avuto uno scopo e l'ha
raggiunto, ti ha destato. Io spero che non sia finita; spero che
si rinnoverà ancora e sempre e condurrà a nuove mete. Per il
momento una meta non c'è. La tua è incerta, io non posso né
guidarti né accompagnarti verso di essa. Interroga tua madre,
interroga la sua immagine, ascoltala! La mia meta invece non è
incerta, è quinel convento, mi chiama a ogni ora. Io posso
essere tuo amico, ma non posso essere innamorato. Sono monaco,
ho fatto il voto. Prima di essere consacrato mi farò esonerare
per molte settimane dall'insegnamento e ml ritirerò a fare
esercizi e astinenza. In questo periodo non parlerò di cose del
mondo, neanche con te.
Boccadoro capì. Disse con tristezza -- Farai dunque quello che
avrei fatto anch'io, se fossi entrato nell'ordine per sempre. E
quando avrai terminato gli esercizi, quando avrai digiunato e
pregato e vegliato abbastanza... quale sarà poi la tua meta?
-- Lo sai, -- rispose Narciso.
--Va bene. Fra qualche anno sarai primo maestro, forse anche già
direttore di scuola. Migliorerai l'istruzione, ingrandirai la
biblioteca. Forse scriverai libri anche tu?
No? Ebbene, no. Ma dove sarà la meta?
Narciso sorrise appena. -- La meta? Forse morirò direttore di
scuola, o abate, o vescovo. E indifferente. La meta è questa:
mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia
indole, la mia qualità, le mie doti trovino il terreno migliore,
il più largo campo d'azione.
Non c'è altra meta.
Boccadoro: -- Non c'è altra meta per un monaco?
Narciso: -- Oh sì, ce ne sono Per un monaco può essere scopo
della vita studiar l'ebraico, commentare Aristotele, o decorare
la chiesa del convento, o ritirarsi a meditare, o cento altre
cose. Per me queste non sono me-te. Io non voglio né accrescere
la ricchezza del convento, né riformare l'Ordine o la Chiesa. Io
voglio nei limiti delle mie possibilità servire lo spirito, così
come lo intendo lo, null'altro. Non è una meta?
Boccadoro meditò a lungo la risposta.
--Hai ragione, -- disse. -- Ti sono stato molto di ostacolo nel
cammino che ti conduce alla meta ?
-- D'ostacolo? O Boccadoro, nessuno mi ha aiutato più di te Mi
hai presentato delle difficoltà, ma io non sono nemico delle
difficoltà. Ho imparato da esse, in parte le ho superate.
Boccadoro lo interruppe, quasi scherzando: -- Le hai superate in
un modo curioso! Ma dimmi un pò: quando mi hai aiutato, guidato,
liberato, quando hai risanato la mia anima... hai servito
davvero lo spirito? Forse hai sottratto al convento un novizio
zelante e volonteroso, e hai creato allo spirito un avversario,
uno che farà e crederà e Si sforzerà di raggiungere proprio il
contrario di quello che tu giudichi buono!
--Perché no? -- disse Narciso con serietà profonda.
--Amico mio, mi conosci ancora così poco! Ho distrutto forse in
te un futuro monaco e in compenso ti ho aperto una via per un
destino non comune. Se anche domani tu dessi fuoco a tutto il
nostro convento o proclamassi nel mondo qualche pazza dottrina
eterodossa, io non mi pentirei neppure un momento di averti
aiutato a trovare quella via.
Posò affettuosamente le mani sulle spalle dell'amico.
--Vedi, piccolo Boccadoro, la mia meta comprende anche questo:
divenga io maestro o abate, confessore o altro, non vorrei mai
trovarmi nella condizione d'incontrare un uomo forte, valente e
singolare, e di non comprenderlo dl non saperlo aiutare a
schiudersi, a prosperare. E ti dico ancora: qualunque cosa
avvenga di te e di me, comunque si svolga la nostra vita, non
accadrà mai che, nel momento in cui mi chiami seriamente e senta
d'aver bisogno di me, ml trovi sordo al tuo appello. Mai!
Suonavano come parole d'addio ed era infatti quasi una
pregustazione del congedo. Boccadoro, osservando l'amico che gli
stava dinnanzi, il volto risoluto, L'occhio fisso a una meta,
ebbe la sensazione precisa che ormai non eran più f ratelli,
camera pari: che le loro vie si erano già separate. Quel
giovane che gli stava dinanzi non era un sognatore in attesa
di un appello del destino; era un monaco, si era impegnato,
apparteneva a un ordinamento e a un dovere preciso, era un
servo e un soldato dell'Ordine, della Chiesa, dello Spirito.
Egli invece - la cosa gli era diventata ormai chiara - non
apparteneva a quel mondo, egli era senza patria, lo attendeva
un mondo sconosciuto. Così era capitato un giorno anche a sua
madre.
Aveva abbandonato la casa e il focolare, il marito e il figlio,
la comunità e l'ordine, il dovere e l'onore, e s'era lanciata
alla ventura; forse da un pezzo era naufragata.
Ella non aveva avuto una meta, come non ne aveva lui.
Le mete eran riservate ad altri, a lui no. Oh, come Narciso
aveva visto bene tutto questo già da tanto tempo, come aveva
avuto ragione!
Poco dopo quel giorno Narciso era come scomparso, sembrava
divenuto a un tratto invisibile. Un altro maestro impartiva le
sue lezioni, il suo leggio in biblioteca rimaneva vuoto. C'era
ancora, non era invisibile-del tutto, a volte si poteva
scorgerlo attraversare il chiostro, a volte si poteva udirlo
mormorar preghiere in una delle cappelle, inginocchiato sul
pavimento di pietra; si sapeva che aveva iniziato i grandi
esercizi, che digiunava e nella notte s'alzava tre volte a
pregare. C'era ancora, eppure era passato in un altro mondo; si
poteva vederlo, di ra-do, ma non raggiungerlo, non aver nulla di
comune con lui, non parlargli. Boccadoro sapeva: Narciso sarebbe
ricomparso, avrebbe ripreso il suo posto di lavoro, il suo
seggio in refettorio, avrebbe ricominciato a parlare... ma del
passato non sarebbe ritornato nulla, Narciso non gli avrebbe
appartenuto più. Meditando questi pensieri, si rendeva conto
anche di un'altra cosa: che solo in virtù di Narciso egli aveva
apprezzato e amato il convento e la vita monastica, la
grammatica e la logica, lo studio e lo spirito. Lo aveva
allettato il suo esempio: diventare come Narciso era stato il
suo ideale. C'era, è vero, anche l'abate, anche lui egli aveva
venerato, amato, anche in lui aveva visto un esempio sublime. Ma
gli altri, i maestri, i compagni, il dormitorio, il refettorio,
la scuola, gli esercizi, i servizi divini, tutto il convento...
senza Narciso non gll importava più nulla. Che faceva ancora lì?
Aspettava: rimaneva sotto il tetto del convento come un
viandante indeciso si ferma, quando piove, sotto un tetto od un
albero, solo per aspettare, solo come ospite, solo per timore
dell'inospitalità di una terra straniera.
La vita di Boccadoro in quel periodo non era più che un
indugiare e un prender congedo. Visitava tutti i luoghi che gli
erano diventati cari o che avevano un significato per lui.
S'accorgeva con singolare sorpresa come pochi fossero gli uomini
e i volti dai quali gli riuscisse penoso staccarsi C'era
Narciso, c'era il vecchio abate Daniele, ed anche il caro e buon
padre Anselmo, e forse anche il gioviale portiere e l'allegro
vicino, il mugnaio... ma anche questi erano già diventati quasi
irreali. Più penoso gli sarebbe stato prender congedo dalla
grande Madonna di pietra nella cappella, dagli apostoli del
portale. Si fermava a lungo davanti a loro, ed anche davanti ai
begli intagli del coro, al pozzo nel chiostro, alla colonna con
le tre teste d'animali; s'appoggiava ai tigli del cortile, al
grande castagno. Tutto questo un giorno sarebbe stato per lui un
ricordo, un piccolo libro illustrato nel cuore. Già allora,
mentre ci viveva ancora in mezzo, cominciava a sfuggirgli,
perdeva di realtà, diventava fantasma, si trasformava in
passato. Con padre Anselmo, che se lo teneva volentieri al
fianco, andava in cerca d'erbe, presso il mugnaio del convento
osservava il lavoro dei garzoni e si lasciava talvolta invitar a
bere un bicchier di vino e a mangiar pesci fritti; ma tutto era
già estraneo e quasi un ricordo. Così come il suo amico Narciso
s'aggirava bensì nel crepuscolo della chiesa e viveva nella
cella della penitenza, ma per lui era diventato un'ombra, tutto
quello che gli stava intorno non aveva più realtà, sapeva
d'autunno e di passato.
Di vivo e di reale non c'era più nulla fuorché la sua vita
interiore, il battito ansioso del cuore, il doloroso pun-golo
della nostalgia, le delizie e le angosce dei suoi sogni.
A loro apparteneva, a loro s'abbandonava. In piena lettura o in
pieno studio, in mezzo ai suoi compagni di scuola, egli poteva
immergersi in se stesso e dimenticar tutto abbandonandosi alle
correnti e alle voci della sua anima che lo trasportavano
lontano, in pozzi profondi pieni di cupe melodie, in abissi
variopinti pieni di favolose avventure, dove i suoni risonavano
tutti come la voce della madre, dove i mille occhi eran tutti
gli occhi della madre.
INDEX
CAPITOLO VI
Un giorno padre Anselmo chiamò Boccadoro nella sua farmacia, il
grazioso sempliciario deliziosamente profuma-to. Boccadoro era
pratico del luogo. Il padre gli mostrò una pianta seccata, ben
custodita fra due fogli di carta e gli domandò se la conoscesse
e se sapesse descrivere esattamente come si presentava fuori nei
campi. Sì, Boccadoro sapeva: si chiamava erba di san Giovanni.
Dovette descriverne minutamente tutte le caratteristiche. Il
vecchio monaco fu soddisfatto e diede al giovane l'incarico di
raccogliere nel pomeriggio un bel fascio di quell'erba,
indicandogli i luoghi dove cresceva di preferenza.
--In compenso guadagni un pomeriggio di vacanza, mio caro; credo
che non avrai nulla in contrario e che non ci perderai nulla.
Anche la conoscenza della natura è una scienza, non soltanto la
vostra insulsa grammatica.
Boccadoro fu molto riconoscente per il graditissimo incarico di
erborizzare un paio d'ore, invece di starsene seduto sui banchi
della scuola. Perché la gioia fosse completa, ottenne dal frate
stalliere il cavallo Bless, e subito dopo la mensa andò a
prendere nella stalla l'animale, che lo salutò festosamente,
montò in sella e partì al trotto, felice, nella giornata calda e
luminosa. Cavalcò un'oretta o più senza meta, godendo l'aria e
il profumo dei campi, e sopra tutto la gioia del cavalcare, poi
si ricordò del suo compito e cercò uno dei posti che padre
Anselmo gli aveva descritti. Ivi sotto un acero ombroso legò il
cavallo, chiacchierò con lui, gli diede del pane, poi si mise
alla ricerca delle piante. Alcuni tratti di campo eran tenuti in
maggese, coperti di erbacce d'ogni genere; piccole piante stente
di papavero, con gli ultimi fiori pallidi e già molte capsule di
semi mature, spuntavano in mezzo a rami secchi di vecce, a
cicoria azzurra e rigogliosa e a poligono scolorito; qualche
mucchio di ciottoli ammonticchiato fra un campo e l'altro era
abitato da lucertole, ed ecco i primi arbusti gialli e fioriti
dell'erba di san Giovanni. Boccadoro cominciò a coglierli.
Quando n'ebbe in mano un bel fascio, sedette sulle pietre a
riposare. Faceva caldo ed egli volgeva lo sguardo con desiderio
all'oscurità ombrosa di un bosco lontano, ma non voleva
scostarsi troppo dalle sue piante e dal cavallo, che, di lì
dov'era, poteva scorgere ancora. Rimase seduto sui ciottoli
caldi, si tenne quieto quieto per veder ricomparire le lucertole
fuggite, annusò l'erba di san Giovanni e guardò contro luce le
foglioline per osservarne i cento minuscoli trafori.
Curioso! pensò; in ciascuna delle mille piccole foglioline è
trapunto questo minuscolo firmamento, fine come un ricamo!
Curioso e incomprensibile tutto, le lucertole, le piante, anche
le pietre, tutto! Padre Anselmo, che aveva per lui tanta
simpatia, non poteva andare ormai più a cogliersi l'erba di san
Giovanni; aveva le gambe malate, e certi giorni non poteva
muoversi: la sua arte medica non era in grado di guarirlo. Forse
sarebbe morto presto e le erbe avrebbero continuato a profumare,
ma il vecchio padre non ci sarebbe stato più.
Forse invece sarebbe vissuto ancora a lungo, dieci, vent'anni, e
avrebbe avuto sempre i suoi capelli bianchi e radi e quel
curiosi fasci di rughe intorno agli occhi, ma di lui, Boccadoro,
che
sarebbe
stato
fra venti
anni?
Ah
come
tutto
era
incomprensibile e triste in fondo, anche se era bello! Non si
sapeva nulla. Si viveva, si vagava sulla terra, si cavalcava per
i
boschi,
e
tante
cose
guardavano
così
provocanti
e
promettenti e ispiratrici di desiderio: una stella serotina, una
campanula azzurra, un lago verde di canne, L'occhio di un uomo o
di una mucca, e a volte era come se qualcosa di non mai veduto e
pur da tanto tempo agognato dovesse avvenire a un tratto e un
velo cadere; ma poi tutto passava e non avveniva nulla e
l'enigma non era risolto e il segreto incanto non era rotto e
infine si diventava vecchi e si appariva scaltriti come padre
Anselmo o saggi come l'abate Daniele e forse non si sapeva
ancora nulla e si aspettava sempre, con l'orecchio teso.
Raccolse un guscio di chiocciola vuoto, che tinnì lievemente fra
i ciottoli, tutto caldo dal sole. Boccadoro contemplò assorto le
curve della conchiglia, la spirale intaccata, il capriccioso
assottigliamento della coroncina, la cavità vuota coi suoi
riflessi madreperlacei. Chiuse gli occhi per sentire le forme
solo col tocco delle dita; era una sua vecchia abitudine, un suo
gioco favorito. Girando la chiocciola fra le dita sciolte, la
tastava, carezzandone le forme, senza premere, incantato dalla
meraviglia della struttura, dalla magia del corporeo. Questa,
pensava come in sogno, era una delle deficienze della scuola e
della dottrina: una tendenza dello spirito pareva quella di
vedere e rappresentare tutto come se fosse piano e avesse solo
due dimensioni. Gli sembrava che ciò designasse in certo modo
una insufficienza e una mancanza di valore di tutta la facoltà
intellettuale, ma non seppe fissare più oltre il pensiero: la
chiocciola gli sfuggì dalle dita, ed egli si sentì stanco e
assonnato. Con la testa piegata sulle sue erbe, che appassendo
cominciavano a diffondere un profumo sempre più intenso,
s'addormentò al sole. Sulle sue scarpe correvano le lucertole,
sulle sue ginocchia avvizzivano le piante sotto l'acero Bless
impaziente attendeva.
Dal bosco lontano s'avanzava qualcuno: una giovane donna con un
vestito azzurro stinto, un fazzoletto rosso legato intorno ai
capelli neri, un viso abbronzato dal sole estivo. La donna
s'avvicinava, un fascio d'erbe in mano, un piccolo garofano
selvatico rosso vivo in bocca. Vide il giovane seduto, L'osservò
a lungo di lontano, curiosa e diffidente, s'accorse che dormiva,
s'avvicinò cauta sui bruni piedi nudi, si fermò proprio davanti
a Boccadoro e lo esaminò La sua diffidenza sparì: il bel ragazzo
dormente non mostrava nulla di pericoloso, le piaceva molto...
come mai era capitato lì sui maggesi? Vide sorridendo che aveva
colto fiori: eran già quasi appassiti.
Boccadoro aprì gli occhi, ritornando da foreste di sogno.
La sua testa era appoggiata mollemente sul grembo di una donna,
nei suoi occhi assonnati e stupiti guardavan da vicino altri
occhi, caldi e bruni. Non si spaventò, non c'era pericolo, dai
due astri caldi e bruni scendeva una luce benigna. La donna
allora sorrise al suo sguardo attonito, sorrise affettuosa, e
lentamente cominciò a sorridere anche lui. Sulle sue labbra
sorridenti scese la bocca di lei, si salutarono con un dolce
bacio, che richiamò improvviso a Boccadoro il ricordo di quella
sera nel villaggio e della fanciulletta dalle trecce. Ma il
bacio non finiva.
La bocca della donna indugiava sulla sua, continuava il gioco,
stuzzicando, adescando, finché afferrò le labbra di lui con
bramosa violenza e gli scosse il sangue, destandolo fin nel
profondo. Nel gioco lungo e muto la donna bruna ammaestro a poco
a poco il ragazzo e si diede a lui, lo lasciò cercare e trovare,
lo fece ardere e placò il suo ardore. La breve incantevole
beatitudine dell'amore s'inarcò sopra di lui, s'accese come una
vampa d'oro, declinò e si spense. Egli giacque con gli occhi
chiusi, la testa abbandonata in seno alla donna. Non una parola
era stata pro-nunciata. La donna stette quieta, gli carezzò i
capelli, lo lasclò ritornare a poco a poco in sé. Finalmente
egli aprì.
--Tu! -- disse. -- Tu! Chi sei?
--Sono la Lisa, --rispose.
--Lisa, -- ripeté lui, gustando il nome. -- Lisa sei cara.
Ella avvicinò la bocca al suo orecchio e vi sussurrò -- Dì, è
stata la prima volta? Prima di me non hai ancor voluto bene a
nessuna?
Egli scosse il capo. Poi a un tratto balzò in piedi, gettò uno
sguardo intorno a sé, sui campi e in cielo.
--Oh, -- esclamò, --il sole è già basso. Debbo tornare indietro.
--E dove?
--Al convento, da padre Anselmo.
--A Mariabronn? Sei di là? Non vuoi dunque rimanere con me?
--Mi piacerebbe molto.
--E rimani allora!
--No sarebbe scorretto.
--Vivi dunque al convento?
--Sì, sono scolaro. Ma non ci voglio più restare. Posso venir da
te, Lisa? Dove abiti, dove stai di casa?
--Non abito in nessun luogo, tesoro. Ma non vorresti dirmi il
tuo nome?... Ah, Boccadoro ti chiami? Dammi ancora un bacio,
piccolo Boccadoro, e poi va pure.
--Non abiti in nessun luogo? E dove dormi allora?
--Se vuoi, con te nel bosco o sul fieno. Vieni stanotte?
--Oh, sì! Dove? Dove ti trovo?
--Sai fare il grido di una civettina?
--Non ho mai provato.
--Prova!
Egli provò. Ella rise, soddisfatta.
--Allora stanotte esci dal convento e fa questo grido, io sarò
nelle
vicinanze.
Ti
piaccio
dunque,
piccolo
Boccadoro,
bambinello mio?
--Ah, mi piaci molto, Lisa. Verrò Addio, ora debbo andare.
Boccadoro giunse al convento nel crepuscolo, sul cavallo
fumante. Fu lieto di trovare padre Anselmo molto affaccendato,
perché a un frate che s'era divertito a guazzare scalzo nel
ruscello era entrato un COCCIO nel piede.
Ora si trattava di trovare Narciso. Interrogò uno dei frati che
servivano nel refettorio. No, gli dissero, Narciso non veniva a
cena, era giorno di digiuno per lui e in quel momento
probabilmente dormiva, perché di notte osservava le vigilie.
Boccadoro corse. Durante i lunghi esercizi il suo amico dormiva
in una delle celle per i penitenti nell'interno del convento.
Senza riflettere un attimo egli corse là. Origliò alla porta:
non si udiva nulla. Entrò piano. Era severamente proibito, ma in
quel momento non importava.
Sullo stretto giaciglio era disteso Narciso. Nella luce
crepuscolare somigliava a un morto, così coricato come era sul
dorso, rigido, il volto pallido e affilato, le braccia
incrociate sul petto: ma non dormiva e aveva gli occhi aperti.
Guardò Boccadoro in silenzio, senza un rimprovero, ma senza
muoversi ed evidentemente così assorto in un altro tempo e in un
altro mondo, che faticò a riconoscere l'amico ed a comprendere
le sue parole.
--Narciso! Perdonami, perdonami, caro; se ti disturbo, non è per
un capriccio. So che tu non dovresti parlare con me in questo
momento, ma fallo ugualmente, te ne prego.
Narciso ritornò in sé, batté un momento le palpebre, come se
facesse uno sforzo per svegliarsi.
-- E necessario? --domandò con voce spenta.
--Sì, è necessario. Vengo per dirti addio.
--Allora è necessario. Non voglio che tu sia venuto invano. Qua,
siediti accanto a me. C'è un quarto d'ora di tempo, poi comincia
la prima vigilia.
S'era drizzato a sedere, sparuto, sul nudo tavolaccio; Boccadoro
gli si mise vicino.
-- Perdonami! --disse, sentendosi rimorder la coscienza. La
cella, il misero giaciglio, il volto di Narciso estenuato dalle
veglie e dalle penitenze, il suo sguardo semi-assente, tutto gli
mostrava chiaramente quanto egli sto-nasse in quel luogo.
--Non c'è nulla da perdonare. Non farti riguardo per me, io sto
bene. Vuoi prendere congedo, dici? Vai via dunque?
--Vado, oggi stesso. Ah non posso raccontartelo! Tutto si è
deciso così all'improvviso!
--C'è qui tuo padre, o un suo messaggio?
-- No, nulla. La vita stessa è venuta a me. Me ne va-do, senza
padre, senza permesso. Ti faccio disonore, Narciso, scappo.
Narciso chinò gli occhi sulle proprie dita lunghe e bianche, che
uscivano affilate e spettrali dalle maniche della tonaca. Non
nel volto, severo ed esausto, ma nella voce si poteva indovinare
un sorriso, mentre diceva: --Abbiamo pochissimo tempo, caro. Dl'
solo il necessario e dillo con chiarezza e brevità... O debbo
dirtelo io, quel che ti è capitato?
-- Dillo, -- pregò Boccadoro.
-- Sei innamorato, piccolo mio, hai conosciuto una donna.
--Come fai a sapere anche questo?
--Me lo faciliti tu stesso. Il tuo stato, amico, ha tutte le
caratteristiche di quel genere di ebbrezza, che si chiama
innamoramento. Ma ora parla, ti prego.
Boccadoro appoggiò timidamente la mano sulla spalla dell’amico.
--Ormai l'hai detto. Ma questa volta non l'hai detto bene,
Narciso, non è esatto. E tutt'altra cosa. Ero fuori nei campi e
dormivo sotto la canicola, quando mi svegliai e mi trovai con
la testa sulle ginocchia di una bella donna; sentii subito che
mia madre era venuta per por-tarmi con sé. Non che io abbia
preso questa donna per mia madre: aveva gli occhi castani scuri
e i capelli neri, mentre mia madre era bionda come me e aveva
tutt'altro aspetto. Ma pure era lei, era il suo appello, era un
messaggio suo. Uscita come dai sogni del mio cuore, ecco a un
tratto una bella donna straniera, che mi tiene il capo in grembo
e mi sorride come un fiore ed è tanto affettuosa con me: al
primo suo bacio mi sentii struggere e provai una sofferenza
strana. Tutta la mia nostalgia, tutti i miei sogni, ogni mia
dolce ansia, ogni segreto in me assopito si destò, e tutto fu
trasformato, incantato: tutto aveva acquistato un senso. Mi ha
insegnato che cos'è una donna e qual è il suo mistero. In una
mezz'ora mi ha reso di parecchi anni più maturo. Ora so molte
cose. Anche di questo mi sono reso conto a un tratto: che non
posso rimanere più in questa casa, neppur un giorno. Me ne vado
appena vien notte.
Narciso ascoltò e fece un cenno affermativo.
--è venuto all'improvviso, -- disse, -- ma è press'a poco quello
che io m'aspettavo. Penserò molto a te. Mi mancherai, amico.
Posso fare qualche cosa per te?
--Se ti è possibile, dl' una parola al nostro abate, che non mi
condanni del tutto. E l'unico nel convento, oltre a te, il cui
giudizio non mi sia indifferente. Lui e tu.
--Lo so... Hai qualche altro desiderio?
--Una preghiera, sì. Se penserai a me in seguito, prega qualche
volta per me! E... grazie!
--Di che, Boccadoro?
-- Della tua amicizia, della tua pazienza, di tutto. Anche di
avermi ascoltato oggi, che pur è penoso per te. Anche di non
aver tentato di trattenermi.
--Com'era possibile che ti volessi trattenere? Sai qual è il mio
pensiero... Ma dove andrai, Boccadoro? Hai una meta? Vai da
quella donna?
--Vado con lei, sì. Una meta non l'ho. E una straniera, una
vagabonda, a quanto pare, forse una zingara.
-- Bene Ma dimmi, caro, sai che il tuo cammino insieme con lei
sarà forse brevissimo? Non dovresti far troppo assegnamento,
credo, su quella donna. Può aver dei parenti, un marito; chissà
come verrai accolto!
Boccadoro si appoggiò all'amico.
--Lo so, -- disse, -- quantunque finora non ci abbia ancor
pensato. Te l'ho già detto: una meta non l'ho.
Anche quella donna, ch'è stata tanto affettuosa con me, non è la
mia meta. Vado da lei, ma non vado per lei.
Vado, perché devo, perché una voce mi chiama.
Tacque e sospirò, e rimasero così seduti, L'uno appoggiato
all'altro, tristi e pur felici nel sentimento della loro
amicizia indistruttibile. Poi Boccadoro continuò: -- Non devi
credere che io sia del tutto cieco e ignaro. No. Vado
volentieri, perché sento ch'è necessario e perché oggi ho avuto
una così meravigliosa esperienza. Ma non m'immagino certo di
correre incontro soltanto alla felicità e al piacere. Penso che
il cammino sarà difficile. Ma sarà anche bello, spero. E tanto
bello appartenere a una donna, darsi a lei! Non rider di me, se
par sciocco quello che dico. Ma vedi: amare una donna, darsi a
lei, avvolgerla tutta in sé e sentirsi avvolti da lei, non è la
stessa cosa che tu chiami " essere innamorati ", e che un
pochino schernisci. Non è da schernire. Per me è la via che
conduce alla vita, al senso della vita... Ah, Narciso, debbo
lasciarti! Ti ringrazio di avermi sacrificato oggi un poco del
tuo sonno. Mi fa tanta pena staccarmi da te!
--Non affliggere il tuo cuore e il mio! Non ti dimenticherò mai.
Ritornerai: te ne prego, ti aspetto. Se un giorno dovessi
trovarti a mal partito, vieni da me o chiama-mi... Addio,
Boccadoro, Dio sia con te!
Si era alzato. Boccadoro lo abbracciò. Conoscendo la ritrosia
dell'amico per le tenerezze, non lo baciò, gli carezzò soltanto
le mani.
La notte calava: Narciso chiuse la cella dietro di sé e s'avviò
alla
chiesa:
i
suoi
sandali
risonavano
sull'impiantito.
Boccadoro seguì con occhio affettuoso la figura allampanata
fino in capo al corridoio, dove scomparve come un'ombra,
inghiottita dalla tenebra della porta che metteva nella chiesa,
assorbita e reclamata da esercizi, da doveri e da virtù.
Oh, com'era curioso, com'era infinitamente strano, confuso e
sconcertante
tutto
questo!
Venire
dall'amico
col
cuore
traboccante, con tutta l'effervescenza dell'ebbrezza d'amore,
proprio nell'ora in cui egli, assorto in meditazioni, consumato
dai digiuni, e dalle veglie, crocefiggeva e sacrificava la sua
gioventù, il suo cuore, i suoi sensi, e si sottoponeva alla più
severa scuola d'obbedienza, per servire soltanto lo spirito e
diventare veramente ver-bili vini! Narciso era là disteso,
spossato e spento, con il volto pallido e le mani dimagrite, un
morto a vederlo; eppure come aveva accolto subito l'amico, con
la mente chiara e il gesto affettuoso, e all'innamorato, che
aveva ancora indosso il profumo di una donna, aveva prestato
l'orecchio e sacrificato lo scarso riposo fra due penitenze!
Strano e meravigliosamente bello era che ci fosse anche questo
genere d'amore, così disinteressato, così spiritualizzato. Come
diverso da quell'altro amore, là, sul campo inondato di sole,
quel gioco dei sensi ebbro e irresponsabile! Eppure l'uno e
l'altro erano amore. Ah, ed ora Narciso era scomparso, dopo
avergli mostrato ancora una volta in quell'ultima ora, e
chiaramente, come erano diversi l'uno dall'altro, come non si
assomigliavano. Narciso stava prostrato davanti all'altare sulle
ginocchia stanche, preparato e purificato per una notte di
preghiera e di contemplazione, in cui non gli erano concesse più
di due ore di riposo e di sonno, mentre lui, Boccadoro, fuggiva
per trovare in qualche luogo sotto gli alberi la sua Lisa e
ripetere con lei quei giochi dolci e bruti! Narciso avrebbe
saputo dire cose interessanti in proposito. Ebbene: lui,
Boccadoro, non era Narciso. A lui non spettava indagare questi
intricati enigmi belli e terribili, e dir su di essi cose
importanti. A lui non spettava altro che proseguire per le sue
folli vie alla ventura. A lui non spettava altro che darsi ed
amare, amare l'amico orante nella chiesa notturna, non meno
della bella donna giovane e ardente che lo attendeva.
Quando, col cuore agitato da mille sentimenti in lotta,
s'allontanò furtivo sotto i tigli del cortile cercando l'uscita
attraverso il mulino, non poté far a meno di sorridere
all'improvviso ricordo della sera in cui per la stessa via
segreta aveva lasciato il convento insieme a Corrado, per "
andare al villaggio ". Con quanta agitazione e segreta paura
s'era indotto allora alla piccola scappata proibita! Ed ecco che
ormai s'allontanava per sempre, seguendo vie ben più proibite e
pericolose, e non aveva paura, non pensava al portiere né
all'abate né ai maestri.
Questa volta non c'erano assi presso il torrentello; dovette
passare senza ponte. Si spogliò e gettò i vestiti sull'altra
sponda, quindi scese nell'acqua fredda che gli saliva fino al
petto e attraversò a guado la forte corrente.
Mentre dall'altra parte si rivestiva, i suoi pensieri tornarono
a Narciso. Sentì con chiarezza umiliante che in quel momento
egli faceva precisamente ciò che l'altro aveva preveduto e a cui
l'aveva condotto. Rivide con straordinaria lucidità quel Narciso
saggio e un pò beffardo che lo aveva sentito dire tante
sciocchezze; quello che in un'ora grave, facendolo soffrire, gli
aveva aperto gli occhi. Alcune delle parole che Narciso gli
aveva dette allora gli risonarono distintamente all'orecchio:
"Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. I tuoi
sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi".
Il suo cuore rabbrividì un attimo, era così terribilmente solo,
lì nella notte! Dietro di lui stava il convento: appena una
parvenza di patria, ma pur cara per lunga consuetudine!
Sentì però anche un'altra cosa: che ormai Narciso non era più
per lui la guida ammonitrice e sapiente il risvegliatore. Ormai
sentiva di aver varcato la soglia di un paese, in cui avrebbe
trovato da sé la sua vita, in cui nessun Narciso poteva guidarlo
più. Fu lieto di questa nuova coscienza; era stato penoso e
umiliante per lui il ricordo di quel periodo di soggezione!
Ormai era veggente non era più un fanciullo e uno scolaro. Come
faceva be-ne questo sentimento! Eppure... com'era doloroso
prender congedo! Sapere l'amico inginocchiato nella chiesa non
potergli dare nulla, non poterlo aiutare, essere qualcosa per
lui! E per tanto tempo, forse per sempre esser separato da lui,
non saperne nulla, non udir più la sua voce, non veder più il
suo occhio nobile e bello!
Si strappò di là e seguì il viottolo sassoso. Quando si fu
allontanato d'un centinaio di passi dalle mura del convento, si
fermò, prese fiato e lanciò meglio che poté Il grido della
civetta Un grido uguale rispose, giù per il torrente, da
lontano.
"Ci chiamiamo come gli animali," non poté far a me-no di
pensare: e ricordò l'ora d'amore passata nel pomeriggio; solo
allora si rese conto che fra lui e Lisa non erano state
scambiate parole che da ultimo, alla fine delle loro tenerezze,
e anche allora pochissime e insignificanti. Che lunghi colloqui
invece aveva avuto con Narciso! Ma ormai, così gli parve, era
entrato in un mondo dove non si parlava, dove ci si attirava
l'un l'altro col grido della civetta, dove le parole non avevano
significato. Era contento, non aveva più bisogno di parole o di
pensieri, solo di Lisa aveva bisogno, di quel palpare e frugar
cieco e muto, di quello struggimento anelante...
Lisa era là. Già gli veniva incontro dal bosco. Egli stese le
mani per sentirla, le tastò con tenerezza il capo, i capelli, il
collo e la nuca, la vita snella e le anche ro-buste. La cinse
con un braccio e continuò il cammino con lei senza parlare,
senza domandare: dove? Ella procedeva sicura nella foresta
notturna, sì ch'egli le stava al fianco a fatica; pareva ci
vedesse nel buio come una volpe o una martora; camminava senza
urtare, senza inciampare Egli si lasciava condurre, nella
notte, nel bosco, nel paese cieco e misterioso, senza parole,
senza
pensieri.
Non
pensava
più,
neppure
al
convento
abbandonato, neppure a Narciso.
Percorsero silenziosi un tratto di selva buia, a volte sopra un
morbido cuscino di musco, a volte su dure coste di radici; a
volte fra rade chiome d'albero brillava sopra di loro il cielo
sereno, a volte era tenebra fitta; gli battevan sul volto i rami
dei cespugli, i rovi gli trattenevan le vesti. Ella sapeva
cavarsela sempre, di rado si fermava, di rado indugiava. Dopo un
lungo tratto giunsero fra alcuni pini isolati e distanti gli uni
dagli altri; il pallido cielo notturno si stendeva libero e
vasto, il bosco era finito, una valle prativa li accolse, con un
dolce profumo di fieno. Passarono a guado un piccolo ruscello
che scorreva tacito; lì all'aperto il silenzio era ancora più
intenso che nella foresta: non più fruscii di cespugli, non più
guizzi d'animali notturni, non più scricchiolio di legni
secchi.
Presso un grosso fastello di fieno Lisa si fermò.
--Restiamo qui--disse.
Sedettero entrambi sul fieno, tirando finalmente il fiato e
godendo il riposo, perché erano un pò stanchi. Si coricarono,
ascoltarono il silenzio, sentirono le loro fronti asciugarsi e
i loro volti rinfrescarsi a poco a poco.
Boccadoro se ne stava rannicchiato, gustando quella gradevole
sensazione di stanchezza, piegava e stendeva le ginocchia per
gioco, aspirava in lunghe boccate la notte e l'aroma del fieno,
non pensava né al passato né all'avvenire solo a grado a grado
si lasciò attirare e ammaliare dal profumo e dal calore della
sua bella e rispose via via alle carezze delle sue mani e sentì
felice ch'ella cominciava a infiammarsi e gli si stringeva
sempre più vicina No, qui non c'era bisogno di parole né di
pensiero. Egli sentiva chiaramente tutto ciò ch'era bello e
importante, la forza della giovinezza e la bellezza semplice e
sana di un corpo di donna, il suo scaldarsi e il suo fremere di
desiderio; sentiva anche chiaramente che questa volta ella
voleva essere amata in un modo diverso dalla prima, che non
voleva sedurlo e istruirlo, ma aspettare il suo attacco e la sua
brama. In silenzio si lasciò percorrere tutto da quelle
correnti, sentì felice il divampar tacito e lento del fuoco che
s'era acceso in loro e che faceva del loro piccolo giaciglio il
centro palpitante e ardente di tutta la notte silenziosa.
Quando si chinò sul volto di Lisa e cominciò a baciare nel buio
le sue labbra, vide a un tratto gli occhi e la fronte di lei
rilucere in un mite chiarore osservò stupito e s'accorse che la
luce crepuscolare si diffondeva e s'intensificava. Allora
comprese e si voltò: dal margine dei boschi neri ed immensi
saliva la luna. Vide la luce bianca e dolce spandersi
meravigliosamente sulla fronte e sulle gote, sul collo chiaro e
florido della donna, e mormorò incantato: -- Come sei bella!
Ella sorrise come di un dono; egli si drizzò a sedere le scostò
delicatamente la veste dal collo, l'aiutò a liberarsene, finché
le spalle e il seno brillarono nel fresco chiaror lunare. Con
gli occhi e con le labbra seguì estasiato le ombre delicate,
contemplando e baciando; vinta dal fascino, ella rimaneva
immobile, con lo sguardo chino e un'espressione solenne, come se
in quel momento la sua bellezza si rivelasse per la prima volta
anche a lei.
INDEX
CAPITOLO VII
Mentre nella campagna l'aria si faceva fresca e d'ora in ora la
luna saliva più alta, gli amanti riposavano sul loro giaciglio
dolcemente illuminato, perduti nei loro giochi, e insieme
s'assopivano e s'addormentavano, e al risveglio si volgevano di
nuovo l'uno all'altro, riaccendendosi e riallacciandosi, poi
s'addormentavano di nuovo.
Dopo l'ultimo amplesso giacquero esausti; Lisa, affondata nel
fieno respirava penosamente, Boccadoro, supino, fissava immobile
il pallido cielo lunare; saliva dall'anima d'entrambi la grande
tristezza, alla quale trovarono rifugio nel sonno. Dormirono
profondamente, disperatamente, dormirono con avidità, come se
fosse per l'ultima volta, come se fossero condannati a essere
poi svegli in eterno e dovessero in quelle ore raccogliere in sé
tutto il sonno dell'universo.
Destandosi, Boccadoro vide Lisa intenta a ravviarsi i capelli
neri. La guardò, distratto e ancora in dormiveglia.
--Sei già desta? -- disse infine.
Ella si voltò di scatto, come spaventata.
--Debbo andarmene ora, -- disse un pò oppressa e imbarazzata.-Non volevo svegliarti.
--Ma ora sono sveglio. Dobbiamo già incamminarci.
Abbiamo forse una patria?
-- Io no, -- disse Lisa. -- Ma tu appartieni al convento.
--Non appartengo più al convento, sono come te, so-no solo e non
ho meta. Verrò con te, si capisce.
Ella guardò da un lato.
--Boccadoro tu non puoi venire con me. Io devo andare da mio
marito; mi batterà perché sono rimasta fuori la notte. Gli dirò
che mi sono smarrita. Ma naturalmente non lo crederà.
In quel momento Boccadoro ricordò che Narciso gliel’aveva
predetto. Ed era proprio così.
S'alzò e le diede la mano.
--Ho sbagliato i miei conti, -- disse, -- avevo creduto che
saremmo rimasti insieme... Ma davvero volevi lasciarmi dormire e
scappar via senza dirmi addio?
--Ah, credevo che saresti andato in collera e che forse mi
avresti battuta. Che mi batta mio marito, si sa, è giusto. Ma
non volevo prender busse anche da te.
Egli trattenne la sua mano.
--Lisa,--disse,--io non ti batterò né oggi né mai.
Non vorresti rimanere con me invece che con tuo marito, se egli
ti dà le busse?
Ella diede uno strappone per liberarsi la mano.
--No, no, no, --gridò con voce piagnucolosa. E poiché Boccadoro
sentì che il cuore della donna anelava a staccarsi da lui e
ch'ella preferiva ricever percosse dall'altro che da lui buone
parole, lasciò andare la mano; ella cominciò a piangere. Ma
intanto si mise a correre. Con le mani sugli occhi lacrimosi,
corse via. Egli non disse più nulla e la seguì con lo sguardo.
Gli faceva pena vederla fuggire così sui prati falciati,
chiamata e attirata da qualche potenza, da una potenza
sconosciuta, che gli diede parecchio da pensare.
Gli faceva pena, ma anche per se stesso sentiva un poco pietà;
non aveva avuto fortuna, a quanto pareva; eccolo lì solo e un pò
intontito, abbandonato, piantato in asso. E intanto era ancora
stanco e avido di sonno, non si era mai sentito così esausto.
C'era tempo anche più tardi di sentirsi infelice. E già s'era
riaddormentato. Non ritornò a se stesso che quando il sole già
alto gli bruciò le membra.
Ormai aveva riposato; s'alzò in fretta, corse al ruscello, si
lavò e bevve. Molti ricordi allora gli affollarono la mente,
molte immagini di quella notte d'amore, molte sensazioni tenere
e deliziose lo avvolsero del loro profumo come fiori esotici. E
vi ripensava mentre inizia-va gagliardo la sua marcia, e
risentiva tutto, gustava, odorava, tastava tutto ancora, ancora.
Quanti sogni la bruna donna straniera gli aveva tradotto in
realtà, quante gemme aveva fatto sbocciare, quanti desideri
ardenti aveva placati e quanti ne aveva destati!
Davanti a lui si stendevano campi e lande, maggesi inariditi e
boschi cupi; forse al di là c'erano cascine e mulini, forse un
villaggio, una città. Per la prima volta il mondo gli si apriva
dinanzi, in attesa, pronto ad accoglierlo, a fargli del bene e
a fargli del male. Egli non era più uno scolaro che vede il
mondo dalla finestra, il suo cammino non era più una passeggiata
che finisce immancabilmente nel ritorno. Il grande mondo era
finalmente diventato reale, egli era una parte di esso, in esso
stava il suo destino; cielo e clima del mondo eran cielo e clima
suoi. Ed egli era piccolo nel grande universo e correva, piccolo
come una lepre, come un insetto, attraverso il suo azzurro e il
suo verde infinito. Non più campana che chiamasse alla levata,
all'entrata in chiesa, alla lezione, alla mensa!
Oh, come aveva fame! Una mezza pagnotta di pan d'orzo, una
scodella di latte, una minestra di farina... magici ricordi! Il
suo stomaco s'era destato come un lupo.
Passò accanto ad un campo di grano: le spighe eran quasi mature,
le sgranò con le dita e coi denti, masticò con avidità i piccoli
chicchi lubrici ne colse ancora, se ne riempì le tasche. Poi
trovò de;le nocciole ancora molto verdi e addentò con gioia i
gusci, schiantandoli; anche di queste fece provvista.
Ricominciava la foresta, una pineta interrotta da querce e da
frassini; c'eran mirtilli in quantità; qui sostò, mangiò, si
rinfrescò. Fra l'erba rada e dura del bosco spuntavano campanule
azzurre; farfalle brune e lucenti s'alzavano a volo e
scomparivano capricciose a zig-zag.
In un bosco simile aveva abitato santa Genoveffa. La sua storia
gli era sempre piaciuta.
Oh, come l'avrebbe incontrata
volentieri! Oppure ci poteva essere nel bosco qualche eremo, con
un vecchio padre barbuto in una caverna o in una capanna di
corteccia. Forse in quel bosco abitavano anche i carbonai; li
avrebbe salutati volentieri.
Ci potevano essere perfino dei briganti, a lui non avrebbero
fatto nulla. Sarebbe stato bello incontrare un essere umano,
chiunque fosse. Ma lo sapeva bene: forse poteva camminare a
lungo nel bosco, tutto quel giorno e poi l indomani e poi più
giorni ancora, senza incontrare nessuno. Anche questo bisognava
accettare, se era destino.
Non si poteva pensar molto, bisognava lasciar venire ogni cosa
come voleva.
Udì il batter d'un picchio e tentò di sorprenderlo; do-po
essersi affaticato a lungo invano, finalmente riuscì ad
avvistarlo e stette per qualche tempo a osservarlo, mentre
solitario, attaccato a un tronco, lo martellava muovendo avanti
e indietro la testina operosa. Peccato non poter parlare con gli
animali! Sarebbe stato bello chiamare il picchio e dirgli
qualche parola gentile e forse apprendere qualche cosa della sua
vita fra gli alberi, del suo lavoro, della sua gioia. Oh,
potersi trasformare! Gli venne in mente che tante volte nelle
ore d'ozio aveva disegnato e tracciato col gesso figure sulla
sua lavagna, fiori, foglie, alberi, animali, teste umane. E
spesso aveva giocato a lungo così, creando, come un piccolo dio,
creature secondo la sua volontà: nel calice d'un fiore aveva
disegnato gli occhi e una bocca, ad un ciuffo di foglie che
spuntavano fuori da un ramo aveva dato forma di dita, in cima ad
un albero aveva messo una testa. E in questo gioco aveva passato
spesso ore felici, incantato, incantatore, tracciando linee e
lasciandosi sorprendere egli stesso da quel che ne usciva: la
foglia d'un albero, il muso d'un pesce, la coda d'una volpe, il
sopracciglio d'un uomo. Oh, pensava, potersi trasformare come
si trasforma-vano allora le linee disegnate per gioco sulla sua
tavoletta! Boccadoro sarebbe diventato così volentieri un
picchio, forse per un giorno, forse per un mese: avrebbe abitato
sulle cime, sarebbe corso su per i tronchi lisci, avrebbe
picchiato col becco forte nella corteccia, facendosi puntello
con le penne della coda, avrebbe parlato il linguaggio dei
picchi e tratto tante buone cose dalla corteccia. Come sonava
dolce e vigoroso il martellar del picchio nel legno risonante!
Molti animali si trovarono sul cammino di Boccadoro.
Incontrò lepri, che al suo avvicinarsi sbucavano a un tratto dal
fogliame, lo fissavano, poi via di corsa con le orecchie
abbassate e un chiaror di pelo sotto la coda. In una piccola
radura trovò una lunga serpe, che non fuggì: non era viva, c'era
soltanto la sua pelle vuota; egli la raccolse e l'osservò: un
bel disegno grigio e marrone correva sul dorso e i raggi del
sole la traversavano; era sottile come una ragnatela. Vide merli
neri col becco giallo, che guardavano fisso, concentrando gli
occhi neri rotondi e impauriti, e fuggivano radendo terra.
Pettirossi e fringuelli volavano in quantità. A un certo punto
nel bosco c'era una buca, una pozza piena d'acqua verde e densa,
sulla quale correvano alla rinfusa, affaccendati e come
ossessi, ragni dalle gambe lunghe, che parevano intenti a un
gioco incomprensibile; e sopra si li-bravano alcune libellule
con l'ali d'un azzurro cupo. E
una volta, già verso sera, vide qualcosa... o meglio non vide
nulla fuorché un agitarsi e un grufolar tra il fogliame, udì uno
schiantar di rami, uno sguazzar nella terra umida e un grosso
animale dalla corporatura pesante correr via quasi invisibile,
frangendo la sterpaglia: forse un cervo, forse una scrofa, non
sapeva. Rimase a lungo immobile, ansante per lo spavento, seguì
con l'orecchio, agitato, la corsa dell'animale e restò un pezzo
in ascolto col batticuore, dopo che tutto era tornato quieto.
Non trovò modo d'uscire dalla foresta, dovette pernottarvi.
Mentre si cercava un giaciglio e si fabbricava un letto di
musco, si sforzava d'immaginare che sarebbe avvenuto, se non
avesse più trovato una via d'uscita dai boschi e avesse dovuto
rimaner dentro per sempre. E pensò che sarebbe stata una grande
disgrazia. Viver di bacche era possibile e anche dormire sul
musco: inoltre sarebbe certo riuscito a fabbricarsi una capanna,
forse anche a far fuoco. Ma restar sempre e poi sempre solo e
abitare fra gli alberi che dormono silenziosi e vivere fra gli
animali che fuggono e con cui non si può parlare, doveva essere
insopportabilmente triste. Non vedere anima viva, non dir
buongiorno e buonanotte a nessuno, non poter guardare nel viso e
negli occhi di un proprio simile, non contemplar più donne e
fanciulle, non sentire più un bacio, non abbandonarsi più al
delizioso gioco segreto delle labbra e delle membra, oh, era
inconcepibile!
Se questo fosse stato il suo destino, pensava avrebbe tentato di
diventare un animale, un orso o un cervo, sia pur rinunciando
alla beatitudine eterna. Essere un orso e amare un'orsa non
sarebbe poi male, molto meglio per lo meno che conservare
ragione, linguaggio e tutto il resto, e con ciò passar la vita
solo e triste e senz'amore.
Nel suo letto di musco, prima d'addormentarsi, ascoltava curioso
e
inquieto
i
mille
rumori
notturni,
misteriosi
e
incomprensibili della foresta. Erano ormai i suoi camerati,
doveva viver con loro, abituarsi a loro, con loro misurarsi e
andar d'accordo; apparteneva ormai alla famiglia delle volpi e
dei caprioli, degli abeti e dei pini, con loro doveva vivere,
con loro dividere l'aria e il sole e aspettare il giorno e patir
la fame, essere insomma loro ospite.
Poi s'addormentò e sognò bestie e uomini: egli era un orso, che
divorava Lisa fra baci e carezze. Nel cuor della notte si
svegliò spaventato, non sapeva perché: sentiva un'angoscia
infinita e ne cercò a lungo la ragione, turbato. Gli venne in
mente che quel giorno e il giorno innanzi aveva dimenticato la
preghiera della sera. S'alzò, s'inginocchiò presso il giaciglio
e recitò due volte la sua orazione, per quel giorno e per quello
precedente. Poco dopo era riaddormentato.
Al mattino si guardò intorno nel bosco, stupito: aveva
dimenticato dov'era. La paura della foresta incominciò a
scemare, con nuova gioia s'affidò a quella vita, pur continuando
a camminare e regolandosi col sole. Una volta giunse in un
tratto di selva perfettamente piano, con pochi alberi a basso
fusto; gli altri eran tutti grossi abeti bianchi, annosi e
diritti. Dopo aver marciato un poco fra quelle colonne, gli
vennero in mente le colonne della grande chiesa del convento, di
quella chiesa sotto il cui portale nero aveva visto scomparire
il suo amico Narciso... Quanto tempo era passato? Proprio due
giorni soltanto?
Solo dopo due giorni e due notti giunse in capo alla foresta.
Riconobbe con gioia i segni della vicinanza umana: terra
coltivata, strisce di campo a segala e ad avena, prati
attraversati qua e là da stretti sentieri per breve tratto
visibili. Boccadoro colse della segala e la masticò; la campagna
lavorata lo guardava sorridente, tutto gli faceva un'impressione
umana e cordiale dopo il lungo andare per la selva incolta: il
sentierino,
l'avena
i
fiordalisi
sfioriti
e
sbiancati.
Finalmente avrebbe riveduto gli uomini. Dopo un'oretta passò
vicino ad un campo, sul ciglio era drizzata una croce:
s'inginocchiò e pregò. svoltando dalla sporgenza di un colle si
trovò
all'improvviso
davanti
a
un
tiglio
ombroso,
udì
estasiato la melodia d'una fontana, che da un tubo di legno
versava la sua acqua entro un lungo trogolo pure di legno;
bevette l'acqua fresca, squisita, e vide con gioia spuntar su
dai sambuchi, che avevan già le bacche scure, alcuni tetti di
paglia. Ma più di tutti questi segni amichevoli, lo commosse il
muggito di una mucca, che gli sonò all'orecchio dolce, caldo e
ospitale come un saluto e un benvenuto.
S'avvicinò esplorando alla capanna dalla quale era partito il
muggito. Davanti alla porta di casa sedeva nella polvere un
ragazzetto dai capelli rossicci e dagli occhi celesti, con
accanto un vaso di terracotta pieno d'acqua: e con la polvere e
con l'acqua faceva una pasta, che già aveva inzaccherato le sue
gambe nude. Serio e felice, premeva quella poltiglia fra le
mani, la guardava colar fuori dalle dita, ne faceva delle palle
e per impastare e plasmare s'aiutava anche col mento.
--Buongiorno, piccolo,--disse Boccadoro cordialmente. Ma il
bambino, appena levati gli occhi e scorto uno straniero,
spalancò la boccuccia, contrasse il visetto ton-do e strillando
si precipitò carponi nella capanna. Boccadoro lo seguì nella
cucina; era così buia che a lui, che veniva dalla luce viva del
mezzodì, da principio non riuscì di scorgere nulla. A ogni buon
conto fece un saluto cortese, ma non ebbe risposta; a poco a
poco però sopra gli strilli del bimbo spaventato si fece udire
una tenue voce senile, che cercava di consolare il piccolo.
Infine si alzò nell'ombra e s:avvicinò una vecchietta, che,
riparan-dosi gli occhi con la mano, osservò l'ospite.
-- Salute, mamma, -- disse Boccadoro, -- e che tutti i santi
benedicano la tua faccia buona; son tre giorni che non vedo un
viso umano.
La vecchietta guardava melensa, con occhi presbiti.
--Che vuoi?--domandò incerta.
Boccadoro le diede la mano e carezzò un poco la sua.
-- Salutarti voglio, nonnina, e riposare un tantino e aiutarti
ad accendere il fuoco. Se mi vuoi dare un pezzo di pane, non lo
rifiuto, ma non c'è fretta per questo.
Vide una panca di legno addossata alla parete e sedette, mentre
la vecchia tagliava una fetta di pane per il bambino, che
guardava ora lo straniero con curiosa attenzione pronto però ad
ogni istante a piangere e a correr via. La vecchia tagliò
un'altra fetta della pagnotta e la portò a Boccadoro.
--Grazie mille,--disse questi.--Dio ti compenserà.
--Hai lo stomaco vuoto? -- domandò la donna.
--Questo no, è pieno di mirtilli.
--Bè, mangia allora! Da dove vieni?
--Da Mariabronn, dal convento.
-- Sei un prete?
-- Questo no. Uno scolaro. In viaggio.
Ella lo guardò fra tonta e canzonatoria e scosse un po-co la
testa sul collo magro e rugoso. Lo lasciò masticare un paio di
bocconi e riportò fuori il piccolo al sole. Poi tornò, curiosa,
e domandò: -- Sai qualche novità?
--Non un gran che. Conosci padre Anselmo?
--No, che c'è di lui?
-- E malato.
--Malato? deve morire?
- Non so. Ha male alle gambe. Non può camminar
- Deve morire?
--Non so, forse.
--Bè, lascialo morire. Io devo cuocere la minestra.
Aiutami a tagliare trucioli. -- Gli diede un ciocco d'abete
asciugato per bene sul focolare, e un coltello. Egli le tagliò
trucioli quanti ne volle e stette a guardare, mentre ella li
metteva nella cenere e si chinava sopra e s'affannava a somare,
finché prendevano fuoco; poi accatastò secondo un suo ordine
segreto e preciso legni d'abete e di faggio, il fuoco divampò
luminoso sul focolare aperto, ella mise sulle fiamme una grande
pentola nera, che, appesa ad una catena fuligginosa, penzolava
dalla cappa del camino.
Boccadoro, dietro suo ordine, andò ad attinger acqua alla
fontana, spannò la scodella del latte, sedette di nuovo nella
penombra fumosa e stette a guardare il gioco delle fiamme, sopra
le quali appariva e spariva nel rosso bagliore il viso rugoso ed
ossuto della vecchia; intanto udiva dietro un assito la mucca
che frugava e tirava colpi nella greppia. Gli piaceva molto. Il
tiglio, la fontana, il guizzar delle fiamme sotto la pentola, lo
sbuffare e il ruminar della mucca e i suoi colpi contro la
parete, la stanza semibuia con la tavola
e
la
panca,
L'affaccendarsi della vecchietta, tutto questo era bello e
buono sapeva di cibo e di pace, di esseri umani e di calore, dii
patria.
Anche due capre c'erano, e la donna gli disse che dietro avevano
anche un porcile; e la vecchia era la nonna del contadino e la
bisnonna del piccolo. Questi si chiamava Kuno, di tanto in tanto
entrava in cucina e, benché non dicesse una parola e guardasse
un pò impaurito, non piangeva mai.
Venne il contadino con sua moglie; furono molto stupiti di
trovare uno straniero in casa. Il contadino stava già per
gridare e, diffidente, trasse il giovane per un braccio sulla
porta, per vedere il suo volto alla luce del giorno; ma poi
rise, gli batté benevolo la mano sulla spalla e lo invitò a
mangiare. Sedettero e ciascuno intinse il suo pane nella comune
scodella di latte, finché il latte diminuì e il contadino vuotò
il resto.
Boccadoro domandò se poteva rimanere fino all'indomani e dormire
sotto il loro tetto. No, rispose l'uomo, perché non c'era posto,
ma fuori c'era ancora tanto fieno dappertutto, avrebbe trovato
certo un giaciglio.
La contadina aveva il piccolo accanto e non partecipava alla
conversazione, ma durante il pasto i suoi occhi curiosi presero
possesso del giovane straniero. I capelli e lo sguardo di lui le
avevano fatto subito impressione, poi osservò con piacere il suo
collo bianco e fine, le sue mani distinte e lisce e i loro
movimenti agili e armoniosi.
Come era bello e aristocratico quello straniero, e così giovane!
Ma quello che più l'attirava e la innamorava era la voce di lui,
quella voce giovane e maschia, che cantava misteriosamente, che
irradiava calore, che seduceva blanda, che sonava come una
carezza. Avrebbe voluto sentire quella voce ancora per un pezzo.
Dopo mangiato, il contadino s'affaccendò nella stalla; Boccadoro
era uscito dalla casa, s'era lavato le mani al-la fontana e
sedeva sul bordo basso, rinfrescandosi e ascoltando l'acqua. Era
indeciso; non aveva più nulla da cercare lì, eppure gli
rincresceva di doversene andare. Allora venne fuori la contadina
con un secchio in mano, lo mise sotto lo zampillo, finché
traboccò. Disse a mezza vo-ce: --Se stasera sei ancora qui
vicino, ti porterò da mangiare Laggiù, dietro quel lungo campo
d'orzo, c'è del fieno, che raccoglieranno solo domani. Vuoi
fermarti là?
Egli le guardò il viso lentigginoso, vide le sue braccia forti
afferrare il secchio, sentì lo sguardo caldo dei suoi grandi
occhi chiari. Le sorrise e accennò di sì. Già ella se n'andava
col secchio pieno e scompariva nel buio della porta. Egli rimase
seduto, grato e contento, ascoltando l'acqua corrente. Un pò più
tardi entrò nella cucina, cercò il contadino, diede la mano a
lui e alla nonna e ringraziò. C'era odor di fuoco nella capanna,
di fuliggine e di latte. Poc'anzi era per lui ancora un asilo,
un focolare domestico, e già ridiventava terra straniera. Salutò
e uscì.
Al di là delle capanne trovò una cappella e vicino un bel
boschetto, un gruppo di forti querce annose, sotto le quali
l'erba era bassa. Rimase lì all'ombra, passeggiando in su e in
giù fra i grossi tronchi. Strana cosa, pensava, eran le donne e
l'amore; non avevan bisogno davvero di parole. Alla contadina
n'era
occorsa
una
sola
per
indicargli
il
luogo
dell'appuntamento, tutto il resto non l'aveva detto con parole.
E con che allora? Con gli occhi, sì, e con un certo suono nella
voce un pò velata e con qualche altra cosa ancora, con un
profumo forse, con una emanazione delicata e sottile della
pelle, dalla quale uomini e donne riconoscono subito la
reciproca brama. Curioso: era una specie di delicato linguaggio
segreto; e come l'aveva imparato presto! Si rallegrava pensando
al-la sera, si domandava con curiosità come sarebbe stata quella
donna alta e bionda, che sguardi, che toni, che membra, che
doti, che baci avrebbe avuto... Certo tutt'altri che Lisa.
Dov'era in quel momento la Lisa, coi suoi capelli neri e lisci,
con la sua pelle bruna, con i suoi brevi sospiri? L'aveva
picchiata il marito? Pensava ancora a lui? Aveva già trovato un
nuovo amante com'egli aveva trovato una nuova donna? Come tutto
andava veloce, e da ogni parte si trovava la felicità, come
tutto era bello e caldo e stranamente fugace! Era peccato, era
adulterio; poc'anzi si sarebbe lasciato uccidere piuttosto che
commettere un peccato simile. Ed ecco la seconda donna che egli
attendeva, e la sua coscienza era tranquilla.
Cioè, tranquilla forse no; ma non l'adulterio, non la voluttà di
quando
in
quando
la
turbavano
e
la
opprime-vano.
Era
qualcos'altro, non sapeva definirlo con un no-me. Era il
sentimento di una colpa che non si è commessa, ma che si è
portata al mondo con la nascita. Forse era questo ciò che nella
teologia si chiamava peccato originale? Poteva darsi. Sì, la
vita stessa portava con sé qualcosa come una colpa... perché,
altrimenti, un essere così puro e così sapiente come Narciso si
sarebbe sotto-posto a penitenze come un condannato? E perché
egli stesso, Boccadoro, avrebbe dovuto sentire in qualche
segreto recesso della sua anima questa colpa? Non era forse
felice? Non era giovane e sano, non era libero come l'uccello
nell'aria? Non lo amavano le donne, non era bello sentire di
poter dare loro come amante lo stesso profondo piacere ch'egli
provava? E perché allora non era felice del tutto? Perché nella
sua giovane felicità, come nella virtù e nella saggezza di
Narciso, doveva insinuarsi di quando in quando questa strana
sofferenza, quest'ansia sommessa, questo rammarico per la
transitorietà umana? Perché doveva tante volte tormentarsi il
cervello a forza di pensare, pur sapendo di non essere un
pensatore?
Eppure era bello vivere. Colse nell'erba un fiorellino violetto,
lo avvicinò all'occhio, guardò entro il piccolo calice, dove
scorrevano vene e vivevano minuscoli sottilissimi organi; come
nel grembo di una donna o nel cervello di un pensatore, fremeva
la vita tremava la gioia.
Oh, perché non si sapeva proprio nulla? Perché non si poteva
parlare con quel fiore? Ma se neppure due uomini riuscivano a
parlarsi davvero, e ci voleva già per questo un caso fortunato,
una particolare amicizia e disposizione! No, era fortuna che
l'amore non avesse bisogno di parole, altrimenti sarebbe stato
pieno di malintesi e di pazzie. Ah, come l'occhio di Lisa,
socchiuso nella pienezza della voluttà, era quasi franto e non
mostrava più che un pò di bianco nel taglio delle palpebre
convulse... mille parole di dotti e di poeti non sarebbero
riuscite ad esprimerlo! Nulla, nulla si poteva esprimere,
escogitare e tuttavia si aveva sempre in sé il bisogno
prepotente di parlare, L'eterno impulso a pensare!
Osservò con quanta grazia e con quanta intelligenza le foglie
della piantina erano ordinate intorno allo stelo. I versi di
Virgilio eran belli, egli li amava; ma più d'uno non aveva
neppur la metà della chiarezza e della sapienza dell'ingegnosa
bellezza di quella spirale, secondo cui le minuscole foglioline
si ordinavano su per lo stelo. Quale godimento, quale felicità,
che opera incantevole, nobile, ingegnosa, se un uomo fosse stato
capace di creare un solo fiore come quello! Ma nessuno era
capace, nessun eroe e nessun imperatore, nessun papa e nessun
santo.
Quando il sole calò, si mise in cammino per cercare il luogo
indicato dalla contadina. Là aspettò. Era bello aspettare così,
sapendo che una donna era in istrada e non recava altro che
amore. Ella giunse con un panno di lino, in cui aveva avvolto un
grosso pezzo di pane e una fetta di lardo. Lo snodò e glielo
mise davanti.
--Per te, --disse.--Mangia!
--Dopo, --rispose lui. --Non ho fame di pane, ho fame di te Oh,
mostra ciò che mi hai portato di bello!
Molto di bello gli aveva portato: labbra forti e asse-tate,
denti forti e brillanti, braccia forti, arrossate dal so-le; ma
sotto il collo e giù per la persona era bianca e tenera. Parole
ne sapeva poche, ma in fondo alla sua gola cantava una musica
dolce e allettatrice; e quando sentì sul suo corpo le mani di
lui, mani delicate, affettuose e sensibili, qualor non aveva mai
conosciute, la sua pelle rabbrividì e nella sua gola si modulò
un suono come quello di un gatto che fa le fusa. Sapeva pochi
giochi, me-no i Lisa, ma era meravigliosamente vigorosa,
stringeva come se volesse spezzare il collo al suo amante. Era
un amore infantile e cupido, semplice e, malgrado tutta la
forza, ancora pudico; Boccadoro fu felice con lei.
Poi ella se n'andò sospirando, si staccò con pena, non poteva
rimanere.
Boccadoro restò solo, felice e triste insieme. Solo più tardi si
ricordò del pane e del lardo e mangiò in solitudine; era già
notte alta.
INDEX
CAPITOLO VIII
Boccadoro aveva già camminato a lungo, di rado per-nottando due
volte nello stesso luogo, dappertutto desiderato e favorito
dalle donne, abbronzato dal sole, dimagrito dal vagabondaggio e
dalla scarsità del cibo. Molte donne l'avevano lasciato all'alba
e alcune se n'erano andate piangendo; più d'una volta egli aveva
pensato: "Perché nessuna rimane con me? Perché, se mi amano e
per una notte d'amore violano la fede coniugale... perché
ritornano subito tutte ai loro mariti, dai quali spesso te-mono
d'esser picchiate?". Nessuna l'aveva pregato sul serio di
rimanere, nessuna l'aveva mai pregato di prenderla seco ed era
stata pronta per amore a dividere con lui le gioie e le angustie
della vita errabonda. Veramente egli non aveva rivolto a nessuna
quell'invito,
a
nessuna
aveva
suggerito
quell'idea;
se
interrogava il suo cuore, vedeva che la libertà gli era cara e
non ricordava una donna amata, di cui avesse sentito ancora la
nostalgia fra le braccia di quella che le era succeduta. E
tuttavia gli riusciva strano e un poco triste che l'amore si
mostrasse sempre così fugace, quello delle donne come il suo, e
con la stessa rapidità con cui divampava fosse anche sazio. Era
giusto questo? Era così sempre e dappertutto? O dipendeva da
lui, forse era nella sua natura che le donne lo desiderassero e
lo trovassero bello, ma non aspirassero ad altra comunanza con
lui che non fosse quella breve e senza parole di una notte nel
fieno o sul musco? Era perché viveva da vagabondo e i sedentari
provavano orrore per la vita dei senza-patria? O dipendeva
proprio solo da lui, dalla sua persona, che le donne lo
desiderassero come una bella bambola, ma poi ritornassero ai
loro uomini, anche se là le attendevano le busse?
Non si stancava d'imparar dalle donne. Più l'attiravano le
fanciulle, le giovanissime, che non avevano ancora marito e non
sapevano nulla; di esse poteva innamorarsi con ardore; ma erano
quasi sempre irraggiungibili, così amate, timide e ben protette!
Ma imparava volentieri anche dalle donne. Ognuna gli lasciava
qualcosa, un gesto, un modo di baciare, un gioco speciale una
particolare maniera di darsi o di difendersi. Boccadoro
accondiscendeva a tutto, era insaziabile e docile come un
bimbo, aperto a ogni seduzione: e per questo appunto seducente
egli stesso. La sua bellezza da sola non sarebbe bastata a
condurgli così facilmente le donne, era quel suo candore
infantile,
quella
sua
innocenza
curiosa
della
brama,
quell'essere aperto e meravigliosamente pronto a ciò che una
donna poteva desiderare da lui.
Senza saperlo, egli era presso ogni donna amata proprio così
come essa lo desiderava e lo sognava, con l'una delicato e
paziente nell'attesa, con l'altra impetuoso e intraprendente,
ora ingenuo come un ragazzo iniziato per la prima volta, ora
esperto. Era pronto al gioco e alla lotta, al sospiro e al riso,
al pudore e alla spudoratezza; non faceva nulla a una donna
ch'ella non bramasse, nulla ch'ella non provocasse da lui.
Questo era ciò che ogni donna dai sensi accorti intuiva subito
in Boccadoro, questo lo rendeva il suo beniamino.
Egli intanto imparava. In breve non imparò solo molte qualità e
molte arti d'amore, accogliendo in sé le esperienze di molte
amanti. Imparò anche a vedere le donne nella loro varietà, a
sentirle, a tastarle, a odorarle: acquistò un orecchio finissimo
per ogni sorta di voce e più d'una volta dal suo semplice suono
sapeva indovinare con sicurezza il genere della donna e la sua
capacità d'amare. Con sempre nuovo rapimento contemplava gli infiniti modi diversi come una testa poteva reggersi sul collo,
una capigliatura staccarsi dalla fronte, una rotula muoversi
entro il ginocchio. Al buio, ad occhi chiusi, col tatto delicato
delle dita imparava a distinguere una chioma femminile o una
qualità di pelle o di pelurie dall'altra.
Cominciò per tempo ad accorgersi che forse il senso del suo
vagabondaggio stava proprio in questo, che forse egli era
sospinto da una donna all'altra appunto perché potesse Imparare
a esercitare con sempre maggior finezza,
varietà e profondità, questa capacità di conoscere e di
distinguere. Forse era questo il suo destino: imparare a
conoscere le donne e l'amore in mille modi e in mille forme
diverse fino alla perfezione, così come taluni musicisti sanno
sonare non un solo strumento, ma tre, quattro, molti. A quale
scopo ciò dovesse servire, dove conducesse, certo non sapeva;
sentiva solo di essere in cammino. Se per il latino e per la
logica aveva certe attitudini - non però doti rare, singolari e
sorprendenti - per l'amore, per il gioco con le donne era
eccezionalmente dotato; qui imparava senza fatica, qui non
dimenticava nulla, qui le esperienze si accumulavano e si
ordinavano da sé.
Un giorno, quando già da un anno o due vagava per il mondo,
Boccadoro giunse al castello di un agiato cavaliere, che aveva
due figlie giovani e belle. Era il principio d'autunno, presto
le notti sarebbero diventate fredde; nell'autunno e nell'inverno
passati
aveva
fatto
la
sua
esperienza,
e
non
senza
preoccupazione pensava ai mesi venturi, nell'inverno la vita del
vagabondo era dura. Chiese cibo e asilo per la notte. Fu accolto
cortesemente, e quando il cavaliere udì che lo straniero aveva
studiato e sapeva il greco, lo fece passare dalla tavola dei
servi alla sua e lo trattò quasi come suo pari. Le due figlie
tenevano gli occhi bassi: la maggiore aveva diciotto anni, la
minore sedici appena: Lidia e Giulia.
Il giorno dopo Boccadoro voleva proseguire: non c'era per lui
nessuna speranza di poter conquistare una di quelle belle e
bionde damigelle, e altre donne, per cui rimanere, non se ne
vedevano. Ma dopo la prima colazione il cavaliere lo prese da
parte e lo condusse in una stanza, ch'egli si era arredata per
scopi speciali. Il vecchio parlò con modestia al giovane della
sua passione per la dottrina e per i libri, gli mostrò un
piccolo cofano pieno di scritti, da lui raccolti, uno scrittoio
che s'era fatto costruire e una provvista di bella carta e
pergamena. Questo bravo cavaliere era stato a scuola in
gioventù: poi, come Boccadoro venne a sapere a poco a poco, si
era dato tutto alla vita guerresca e mondana, finché, gravemente malato, un avvertimento divino l'aveva indotto a unirsi a
una schiera di pellegrini e ad espiare così la sua gioventù
peccaminosa. Era andato a Roma e perfino a Costantinopoli, al
ritorno aveva trovato il padre morto e la casa vuota, vi aveva
fissato la sua dimora, s'era sposato, aveva perduto la moglie e
allevato le figliole, e, poiché ormai cominciava la vecchiaia,
s'era accinto a scrivere una relazione del suo pellegrinaggio.
Aveva già messo insieme parecchi capitoli, ma - confessò al
giovane - Il suo latino era molto deficiente e lo inceppa-va ad
ogni passo Offerse dunque a Boccadoro un abito nuovo e libero
asilo, se voleva correggergli in bella copia ciò che aveva
scritto fino allora, e poi aiutarlo a continuare.
Era autunno: Boccadoro sapeva quel che ciò significava per un
vagabondo. Anche l'abito nuovo era assai desiderabile. Ma sopra
tutto piacque al giovane la prospettiva di rimanere ancora a
lungo nella stessa casa con le due belle sorelle. Accettò senza
esitare. Dopo pochi giorni la dispensiera del castello doveva
aprire l'arma-dio delle stoffe; trovarono un bel panno marrone,
con CUI fecero confezionare un abito ed un berretto per
Boccadoro. Veramente il cavaliere aveva pensato al nero, ad una
specie di veste da magister, ma il suo ospite non ne volle
sapere e riuscì a dissuaderlo. Venne fuori così un grazioso
costume, un pò da paggio e un pò da cacciatore, che gli stava
benissimo
Anche col latino non andò male. Rilessero insieme ciò ch'era
stato scritto fino allora, e Boccadoro non solo corresse i molti
vocaboli inesatti ed errati, ma qua e là trasformò anche le
brevi frasi impacciate in eleganti periodi latini, con solide
costruzioni e una perfetta consecutio temporum. Procurò così un
gran godimento al cavaliere, che non gli era avaro di lodi. Ogni
giorno passavano almeno due ore a quel lavoro.
Nel castello - una specie di grande masseria fortificata Boccadoro trovò più d'un passatempo: prese parte alla caccia e
dal cacciatore Enrico imparò a tirar con la balestra, fece
amicizia coi cani e poté cavalcare a suo piacimento. Di rado lo
si vedeva solo; o parlava con un cane o con un cavallo, oppure
col cacciatore Enrico o con la dispensiera Lea, una grossa
vecchia che aveva una voce maschile e una gran voglia di ridere
e di scherzare, o infine col guardiano dei cani o con un
pastore. Con la moglie del mugnaio, che abitava vicinissima, non
sarebbe stato difficile fare all'amore, ma egli si teneva
riserbato e faceva l'ingenuo.
Delle due figlie del cavaliere era entusiasta. La minore era la
più bella, ma così sdegnosa che non diceva quasi una parola con
Boccadoro. Egli trattava ambedue col massimo riguardo ed
ossequio, ma l'una e l'altra sentivano la sua vicinanza come una
corte assidua. La più giovane si chiudeva tutta, fiera per
timidezza. La maggiore, Lidia, aveva trovato con lui un tono
speciale, fra rispettoso e canzonatorio, e lo trattava come una
bestia rara d'erudito, rivolgendogli molte domande curiose, informandosi della vita del convento, ma sempre con un fare da
gran dama superiore e un pò beffarda. Egli accondiscendeva a
tutto; trattava Lidia come una dama, Giulia come una monachella,
e quando, dopo cena, riusciva con la sua conversazione a
trattenere le fanciulle a tavola un pò più a lungo del solito, o
quando Lidia in cortile o in giardino gli rivolgeva talvolta la
parola e si permetteva qualche piccolo scherzo, era contento e
sentiva d'aver fatto un progresso.
In quell'autunno le foglie indugiarono a lungo sugli alti
frassini del cortile, in giardino rimasero fioriti a lungo gli
asteri e le rose. Un giorno arrivò una visita; giunsero a
cavallo un signore di un possedimento vicino, con sua moglie ed
un palafreniere; la giornata mite li aveva indotti ad una gita
più lunga del consueto e così erano arrivati fin là e chiedevano
alloggio per la notte. Furono accolti molto cortesemente e
subito il letto di Boccadoro fu trasportato dalla camera dei
forestieri nello studio, la camera fu messa in ordine per i
visitatori, vennero ammazzati alcuni polli e cercati pesci al
mulino. Boccadoro partecipò con gioia al festoso trambusto e
subito
s'accorse
d'attirare
l'attenzione
della
signora
straniera. La vo-ce e qualcosa nello sguardo di lei gli avevano
appena n-velato la sua compiacenza e la sua brama, che egli notò
anche, con crescente attenzione, operarsi un mutamento in Lidia:
diventò chiusa e taciturna e cominciò a osservare lui e la dama.
Quando durante la cena festosa il piede della signora prese a
giocare sotto la tavola col piede di Boccadoro, egli rimase
incantato non tanto di quel gioco quanto dell'ansia cupa e
silenziosa, con cui Lidia lo seguiva con occhi curiosi e
fiammeggianti. Infine egli lasciò cadere con intenzione un
coltello per terra, si chinò sotto la tavola e sfiorò con una
carezza il piede e la gamba della dama: vide Lidia impallidire e
mordersi le labbra; continuò a raccontare aneddoti di convento
e sentì che la straniera più che le storie ascoltava
intensamente la sua voce insinuante. Anche gli altri stavano
attenti, il suo padrone con benevolenza, L'ospite con volto
impassibile, ma toccato anch'egli dal fuoco che ardeva nel
giovane. Lidia non l'aveva mai udito parlare cosi: era come
sbocciato, c'era un fremito di voluttà nell' aria, I suoi occhi
brillavano, nella sua voce cantava la felicita, implorava
l'amore. Le tre donne lo sentivano, ciascuna in modo diverso: la
piccola Giulia con violenta riluttanza e resistenza; la moglie
del cavaliere con soddisfazione raggiante; Lidia con un doloroso
tumulto del cuore, che ondeggiava fra l'intimo desiderio, una
blanda resistenza e la più viva gelosia, e che le allungava il
volto e le faceva ardere gli occhi. Boccadoro sentiva tutte
queste ondate che rifluivano a lui come risposte segrete alle
sue seduzioni; i pensieri d'amore, di dedizione, di resistenza,
di lotta reciproca gli volavano intorno come uccelli.
Dopo cena Giulia si ritirò; era già notte avanzata, con la sua
candela nel candeliere di terracotta lasciò il terrazzo, fredda
come una piccola monaca. Gli altri rimasero ancora un'ora, e
mentre i due signori parlavano del raccolto, dell'imperatore e
del vescovo, Lidia ascoltava tutta accesa, un negligente
chiacchierio, a proposito di nulla, fra Boccadoro e la dama, e
vedeva intessersi fra i suoi fili lenti una fitta e dolce rete
di domande e di risposte, di sguardi, di accenti, di piccoli
gesti, ciascuno dei quali era carico di significato e rovente di
ardore. La fanciulla aspirava l'atmosfera con avidità e insieme
con orrore, e, quando scorgeva o intuiva che il ginocchio di
Boccadoro sfiorava sotto la tavola quello della straniera,
sentlva il contatto sul suo proprio corpo e sussultava.
Poi non dormì, e per metà della notte stette in ascolto col
batticuore, convinta che i due si sarebbero trovati insieme.
Completò nella sua immaginazione quello che a loro era vietato,
li vide abbracciati, udì i loro baci, e tremò persino
d'agitazione, temendo e desiderando al tempo stesso che il
cavaliere ingannato sorprendesse gli amanti e trafiggesse col
suo pugnale il cuore di quell'abominevole Boccadoro.
La mattina seguente il cielo era coperto, sofffiavan vento
umido, e l'ospite, respingendo ogni invito di rimanere più a
lungo, insistette per partire subito. Lidia era presente quando
gli ospiti salirono a cavallo, strinse loro la mano, disse
parole d'addio: ma non sapeva quel che faceva, tutti i suoi
sensi erano concentrati nello sguardo con cui osservò la dama
posare il piede, mentre monta-va in sella, fra le mani di
Boccadoro, e la destra di lui, larga e ferma, afferrare la
scarpa e stringere per un momento con forza il piede della
donna.
Partiti gli ospiti, Boccadoro dovette ritirarsi nello studio a
lavorare. Dopo una mezz'ora udì risonare In basso la voce
imperiosa di Lidia e condurre innanzi un cavallo; il cavaliere
s'affacciò alla finestra e guardò giù sorridendo e scuotendo la
testa; poi entrambi seguirono con lo sguardo Lidia, mentre
usciva a cavallo dal cortile.
Quel giorno il loro latino non avanzò di molto; Boccadoro era
distratto; il suo signore, benevolo, lo congedò prima del
solito.
Sceso nel cortile, uscì inosservato sul suo cavallo, incontro al
vento d'autunno fresco ed umido, nella campagna scolorita,
serrando sempre più il trotto, sentì il cavallo scaldarsi sotto
di sé e il suo stesso sangue info-carsi. Per campi di stoppie e
di maggese, per la landa e per tratti di palude coperti di canne
e setoloni, cavalcò respirando a pieni polmoni nella giornata
grigia, traversando vallette di ontani e pinete imporrite, poi
di nuovo sulla landa bruna e deserta.
Sulla cresta alta di un colle, nitida contro il cielo nuvoloso
color di cenere, scoperse la figura di Lidia, eretta sopra il
cavallo che trottava lento. Egli si lanciò verso di lei; appena
ella si vide inseguita, spronò il suo cavallo e si diede alla
fuga. Ora scompariva, ora riappariva con capelli al vento, Egli
le dava la caccia come ad una preda, e gli rideva il cuore,
mentre con piccoli gridi affettuosi eccitava il cavallo, con
occhi sereni coglieva a volo le caratteristiche del paesaggio, i
campi acquattati, i boschetti di ontani, i gruppi d'aceri, le
rive fangose degli stagni; ma poi riconduceva lo sguardo alla
sua meta, alla bella fuggitiva. Presto l'avrebbe raggiunta.
Quando Lidia lo sentì vicino, rinunciò alla fuga e mi-se il
cavallo al passo. Non si voltò verso l'inseguitore.
Fiera, apparentemente indifferente, continuò a cavalcare come se
nulla fosse stato, come se fosse sola. Egli spinse il cavallo
accanto al suo e i due animali proseguirono tranquilli l'uno di
fianco all'altro, ma cavalli e cavalieri erano riscaldati dalla
corsa.
--Lidia! chiamò sottovoce.
Ella non diede risposta.
--Lidia!
Ella rimase muta.
--Com'era bello, Lidia, vederti cavalcare da lontano I tuoi
capelli volavano dietro di te come una saetta d'o ro. Com'era
bello! Ah, che meraviglia che tu sia fuggita da me! Così ho
veduto per la prima volta che mi vuoi un pò di bene. Non lo
sapevo, ancora ieri sera ero in dubbio. Solo quando hai cercato
di sfuggirmi, L'ho capito a un tratto Bella, cara, devi essere
stanca, smontiamo!
Balzo rapido dal cavallo e nello stesso istante afferrò le
redini di lei, perché non gli scappasse un'altra volta.
Ella lo guardò pallidissima e, quand'egli la depose a terra,
scoppiò in lacrime. Con ogni riguardo egli la condusse qualche
passo avanti, la fece sedere sull'erba inaridita e le
s'inginocchiò accanto. Ella lottava coi singhiozzi, lottava
energicamente, finché riuscì a dominarli.
-- Ah, come sei cattivo!--cominciò, quando poté parlare.
Riusciva a stento a metter fuori le parole.
--Sono così cattivo?
-- Sei un seduttore di donne, Boccadoro. Lasciami dimenticare
quello che mi hai detto dianzi erano parole impertinenti, a
te non s'addice di parlarmi così. Come puoi credere che io ti
voglia bene ? Dimentichiamo questo! Ma come posso dimenticare
ciò che ho dovuto vedere ieri sera?
--Ieri sera? E che cos'hai veduto?
--Ah, non far così, non mentire così! Era orribile e impudente
quello che facevi con quella signora davanti ai miei occhi! Non
hai vergogna? Perfino la gamba le accarezza sotto la tavola,
sotto la nostra tavola! Davanti a me, davanti ai miei occhi! E
ora che quella se n'è andata, vieni a tender la{ci a me! Non sai
davvero che co-sa sia la vergogna,
Già da un pò Boccadoro si era pentito delle parole che le aveva
dette prima di farla scender da cavallo. Che sciocchezza era
stata! Le parole non erano necessarie nell'amore, avrebbe dovuto
tacere.
Non disse più nulla. Rimase inginocchiato davanti a lei, e,
poiché lo sguardo con cui ella lo fissava era così bello e
infelice, il dolore di lei gli si comunicò; anch'egli sentì che
c'era qualcosa di cui dolersi. Ma non ostante tutto ciò ch'ella
aveva detto, egli vedeva nel suo occhio l'amore; e anche la
sofferenza che le contraeva le labbra era amore. Egli credeva al
suo occhio più che alle sue parole.
Ma Lidia aveva atteso una risposta. Poiché non venne, le sue
labbra si fecero ancor più sdegnose; lo guardò con gli occhi
umidi e ripeté:
--Non hai dunque proprio pudore?
-- Perdona, -- rispose lui umile, -- noi parliamo ora di cose di
cui non si dovrebbe parlare. E colpa mia, perdonami! Tu domandi
se non ho pudore. Sì, certo ne ho.
Ma ti voglio bene, vedi, e l'amore non conosce pudore.
Non essere in collera!
Pareva quasi ch'ella non udisse. Immobile, faceva quella bocca
amara e fissava lo sguardo lontano, come se fosse sola. Egli non
si era mai trovato in una situazione simile. Dipendeva dall'aver
parlato.
Appoggiò dolcemente il volto sul ginocchio di lei e il contatto
gli fece subito bene. Ma era un pò perplesso e triste e
anch'ella continuava ad apparire triste: sedeva immobile, taceva
e guardava lontano. Quanto imbarazzo, quanta mestizia! Ma il
ginocchio accolse benevolo la sua guancia, non lo respinse. E il
suo volto rimase, con gli occhi chiusi, su quel ginocchio, la
cui forma nobile e al-lungata gli s'impresse dentro a poco a
poco.
Boccadoro
pensava
con
gioia
e
commozione
alla
corrispondenza che esisteva fra la forma elegante e giovanile
del ginocchio di Lidia e le unghie, belle, fortemente arcuate
delle sue dita. Riconoscente si strinse a quel ginocchio, lasciò
che la sua guancia e la sua bocca parlassero con lui.
Allora sentì la mano di lei posarsi timida e lieve come una
piuma sopra i suoi capelli. Cara mano! pensò mentre sentiva sul
suo caPo la carezza delicata, infantile. Egli r aveva già più
volte osservato e ammirato quella mano, la conosceva quasi come
la propria, conosceva le dita lunghe e agili dalle unghie lunghe
rosee e ben arcuate. In quel momento le dita lunghe e tenere
parlavano timide con le ciocche dei suoi capelli. Il loro
linguaggio era infantile e trepido, ma era amore. Riconoscente,
egli affondò il capo in quella mano, ne sentì la palma con la
nuca, con le guance.
Allora ella disse: --E ora d'andare!
Egli sollevò il capo, la guardò teneramente, baciò con dolcezza
le sue dita sottili.
--Ti prego, alzati, -- disse lei, -- dobbiamo andare a casa.
Egli obbedì subito, si alzarono, salirono sui loro cavalli,
partirono.
Il cuore di Boccadoro era al colmo della felicità. Co-me era
bella Lidia, così infantilmente pura e delicata!
Non l'aveva ancora baciata, eppure gli pareva d'aver ricevuto un
dono ed era tutto pieno di lei. Andarono di galoppo, e solo
quand'erano già quasi a casa e stavano per entrare nel cortile
ella esclamò sgomenta: -- Non avremmo dovuto arrivare tutti e
due insieme. Che sciocchi.
E all'ultimo istante, mentre scendevano dai cavalli e già
accorreva un garzone di stalla, sussurrò all'orecchio di
Boccadoro, rapida e ardente:
--Dimmi se stanotte sei stato presso quella donna! --
Egli scosse ripetutamente la testa e s'accinse a toglier le
redini dal suo cavallo.
Nel pomeriggio, quando il padre fu uscito, ella comparve nello
studio.
--E proprio vero? -- domandò subito con passione; ed egli capì
immediatamente ciò che intendeva.
--Perché allora hai giocato con lei, così vergognosa-mente, e
l'hai fatta innamorare?
--Tutto era diretto a te,--diss'egli.--Credimi, avrei preferito
mille volte carezzare il tuo piede che il suo. Ma il tuo piede
non è mai venuto a me sotto la tavola, non mi hai domandato se
ti voglio bene.
--Mi vuoi bene davvero, Boccadoro?
--Oh sì!
--Ma come andrà a finire?
--Non lo so, Lidia. E neppur me ne curo. Sono felice di
amarti... Come andrà a finire? Io non Cl penso.
Sono contento quando ti vedo cavalcare e quando sento la tua
voce e quando le tue dita mi accarezzano i capelli. Sarò
contento quando ti potrò baciare.
--Si può baciare solo la propria sposa, Boccadoro.
Non ci hai mai pensato?
--No, non ci ho mai pensato. E perché dovrei? Tu sai come me che
non puoi diventare mia sposa.
--E così. E poiché tu non puoi diventare mio marito e rimanere
sempre con me, hai fatto molto male a parlarmi d'amore. Hai
forse creduto di potermi sedurre?
--Non ho creduto e pensato nulla, Lidia; io penso in genere
molto meno di quel che tu creda. Non desidero altro se non che
tu mi voglia baciare. Parliamo troppo. Gli amanti non parlano.
Io credo che non mi vuoi bene.
-- Stamattina hai detto il contrario.
-- E tu hai fatto il contrario!
-- Io ? Che vuoi dire ?
-- Prima di tutto sei scappata di galoppo quando mi hai visto
giungere. Allora io ho creduto che tu mi amassi. Poi non hai
potuto fare a meno di piangere, e io ho creduto che fosse perché
mi volessi bene. Poi, quando la mia testa era appoggiata al tuo
ginocchio, mi hai ac-carezzato, e io ho creduto che fosse amore.
Ma ora non dimostri di volermi bene.
--Io non sono come la donna di cui ieri accarezzavi il piede; tu
sembri abituato a donne di quella fatta.
--No, grazie a Dio, tu sei molto più bella e più fine di lei.
- Non voglio dir questo.
- Oh, ma è così. Sai tu come sei bella?
--Ho uno specchio.
--Ci hai mai veduto la tua fronte, Lidia, e poi le spalle, e poi
le unghie, e poi le ginocchia? E hai veduto co-me tutto questo
si assomiglia ed è in armonia, come tutto ha la stessa forma,
una forma lunga, distesa, definita e molto slanciata? L'hai
veduto?
--Come parli! Veramente non l'ho mai veduto, ma ora che lo dici
so ciò che intendi. Senti, sei un gran seduttore, ora tenti di
rendermi vana.
-- Peccato, non riesco proprio a contentarti. Ma perché debbo
tenerci a renderti vana ? Sei bella e vorrei mostrarti che te ne
sono grato, Tu mi costringi a dirtelo a parole; potrei dirtelo
mille volte meglio che con le parole. A parole non ti posso dar
nulla. A parole non posso neppure imparar nulla da te, né tu da
me.
--E che cosa dovrei imparare da te?
--Io da te, Lidia, e tu da me. Ma non vuoi. Tu vuoi amare solo
colui di cui sarai sposa. Egli riderà, quando vedrà che non hai
imparato nulla, neppure a baciare.
--Ah, nel baciare dunque vorresti istruirmi, signor magister?
Egli le sorrise. Se anche le sue parole non gli piacevano,
poteva tuttavia sentire dietro quel tono saputo, un po violento
e
artificioso,
la
sua
verginità
che,
assalita
dalla
concupiscenza, se ne difendeva con sgomento.
Egli non rispose più. Le sorrise, cattivò con gli occhi lo
sguardo inquieto di lei, mentr'ella non senza resistenza cedeva
al fascino, avvicinò lentamente il proprio volto al suo, finché
le labbra si toccarono. Sfiorò lieve la bocca di lei, che
rispose con un piccolo bacio infantile e poi s'aperse come in
doloroso stupore, quand'egli non le permise di staccarsi. Con
dolce insistenza egli seguì la bocca che fuggiva, finché questa
ritornò esitante verso di lui; e, senza violenza, insegnò alla
fanciulla ammaliata come si riceve e come si dà un bacio, finché
ella, esausta, lasciò cadere Il VISO sulla sua spalla. Egli non
la scosse, aspirò felice il profumo dei suoi folti capelli
biondi, le mormorò all'orecchio parole tenere e consolanti e in
quel momento si rammentò del giorno in cui, scolaro ignaro, era
stato iniziato al mistero dalla zingara Lisa. Come erano neri i
suoi capelli, com'era bruna la sua pelle e come bruciava il
sole, e l'erba vizza di san Giovanni come odorava! Quanto tempo
era passato, da quale lontananza gli ribalenava davanti! Com'era
appassito presto ciò che poc'anzi fioriva ancora !
Lidia si drizzò lentamente, col viso trasformato, i suoi occhi
innamorati lo guardavano grandi e seri.
--Lasciami andare, Boccadoro, -- disse, --sono stata tanto tempo
con te. Oh, caro, caro!
Ogni giorno trovarono la loro ora segreta, e Boccadoro Si
lasciava
guidare
interamente
dall'amante:
quell'amore
di
fanciulla lo rendeva meravigliosamente felice e lo commoveva.
Talvolta per un'ora intera ella non voleva far altro che tenere
le mani di lui nelle sue e guardarlo negli occhi, poi si
congedava con un bacio infantile. Altre volte baciava con
abbandono, insaziabile, ma non tollerava di essere toccata. Una
volta, arrossendo intensamente e con uno sforzo su se stessa,
nel desiderio di procurargli una grande gioia gli lasciò
contemplare un seno; lo estrasse timida dalla veste; quand'egli,
in ginocchio, L'ebbe ba-ciato, lo ricoperse con cura, sempre
rossa fino ai capelli.
Parlavano anche, ma in un modo nuovo, non più come il primo
giorno; inventavano nomi l'uno per l'altro, ella gli raccontava
volentieri della sua infanzia, dei suoi sogni e dei suoi giochi.
Spesso parlava anche di quel loro amore, che le sembrava
ingiusto, poiché egli non poteva sposarla; ne parlava triste e
rassegnata e adornava il suo amore col segreto di quella
tristezza come un velo nero. Per la prima volta Boccadoro si
sentiva non solo desiderato, ma amato da una donna.
Un giorno Lidia disse: --Sei tanto bello e sembri tanto sereno,
ma in fondo ai tuoi occhi non c'è serenità, c'è solo tristezza;
come se i tuoi occhi sapessero che la felicità non esiste, che
ogni cosa bella e cara non rimane a lungo presso di noi. Tu hai
gli occhi più belli che ci possano essere e i più tristi. Credo
che sia perché non hai patria.
Sei venuto a me dai boschi, un giorno riprenderai il tuo cammino
e tornerai a dormire sul musco e a vagare per il mondo... Ma la
mia patria dov'è? Quando partirai, avrò bensì ancora un padre e
una sorella, una camera ed una finestra, dove sedere pensando a
te; ma una vera patria non l'avrò più.
Egli la lasciava dire, a volte sorrideva, a volte rimaneva
turbato. Non la consolava mai con parole, solo con lievi
carezze, tenendo la testa di lei sul suo petto e mormorando
sommesso magici suoni vuoti di senso, come quelli che le nutrici
mormorano ai bimbi per acquetarli, quando piangono.
Un giorno Lidia disse: -- Vorrei un pò sapere, Boccadoro, che
cos'avverrà di te; tante volte ci penso. Non avrai una vita
comune né facile. Ah, pur che ti vada bene!
Qualche volta penso che dovresti diventar poeta, uno che ha
soglli e visioni e sa esprimerli bene. Ah, tu girerai tutto il
mondo, e tutte le donne ti ameranno, ma tu resterai solo.
Ritorna piuttosto al convento dall'amico di cui mi hai
raccontato tante cose! Io pregherò per te, perché tu non debba
un giorno morire solo nel bosco.
Così parlava talvolta, seria e pensosa, gli occhi smarriti. Ma
poi sapeva ridere ancora e cavalcare con lui per la campagna
nell'autunno avanzato, o proporgli indovinelli scherzosi e
tempestarlo di fronde secche e di ghiande lucenti.
Una sera Boccadoro era nel suo letto, in attesa del sonno. Il
suo cuore era greve: greve e forte gli pulsava nel petto, con
una
sensazione
dolce
e
dolorosa,
traboccante
d'amore,
traboccante di tristezza e di perplessità.
Sentiva il vento novembrino scuotere il tetto; era ormai
abituato ad aspettare a lungo prima che giungesse il sonno.
Recitava fra sé, come soleva ogni sera, un inno a Maria:
Tota pulchra es, Maria
Et macula originalis non es in te.
Tu laetitia Israel,
Tu advocata peccatorum!
L'inno penetrava nella sua anima con la sua musica placida,
mentre fuori cantava il vento, cantava del peregrinar senza
pace, della foresta, dell'autunno, della vita dei vagabondi.
Egli pensava a Lidia e pensava a Narciso e a sua madre; gonfio
ed oppresso era il suo cuore inquieto.
A un tratto sussultò e sbarrò gli occhi incredulo: la porta
della camera s'era aperta, nel buio entrava una figura avvolta
in una lunga camicia bianca, entrava silenziosa Lidia, a piedi
nudi sull'impiantito, chiudeva piano la porta e si metteva a
sedere sul suo letto.
--Lidia -- bisbigliò lui, -- colombina mia, mio fiorellino
bianco! Lidia, che fai?
--Vengo da te, -- rispose, -- solo per un momento.
Voglio vedere una volta come sta nel suo lettino il mio
Boccadoro, il mio cuor d'oro.
Si coricò accanto a lui e rimasero in silenzio, mentre i loro
cuori battevano forte. Ella si lasciò baciare, lasciò che le
mani di lui giocassero ammirate con le sue membra: di più non
era permesso. Dopo un poco allontano
dolcemente da sé quelle mani, lo baciò sugli occhi, si alzò
tacita e sparì. La porta cigolò, nell'armatura del tetto il
vento scricchiolava. Tutto era pieno di magia, di mistero,
di ansietà, di promessa, di minaccia. Boccadoro non sapeva
quel che pensasse o facesse. Quando dopo un assopimento
inquieto si ridestò, il suo guanciale era bagnato di lacrime.
Ritornò dopo alcuni giorni, il dolce fantasma bianco, e rimase
presso di lui un quarto d'ora, come la prima volta. Cinta dalle
sue braccia, gli sussurrava all'orecchio: aveva tante cose da
dire, che le facevano pena. Egli l'ascoltava affettuoso,
sostenendo il corpo di lei col braccio sinistro e carezzandole
con la destra le ginocchia.
-- Mio Boccadoro, --diss'ella con voce smorzata e con la bocca
sulla guancia di lui, -- è così triste che io non possa
diventare mai tua! Non durerà più a lungo la nostra piccola
felicità, il nostro piccolo segreto. Giulia ha già qualche
sospetto, presto mi costringerà a rivelarglielo. Oppure se
n'accorgerà il babbo. Se egli mi trovasse qui vicino a te, mio
uccellino d'oro, la tua Lidia la vedrebbe brutta; se ne
rimarrebbe con gli occhi pieni di lacrime a guardar su verso gli
alberi e vedrebbe il suo diletto, appeso là in alto, ciondolare
al vento. Ah, senti, fuggi piuttosto, fuggi subito, prima che
mio padre ti faccia legare e impiccare.
Ho già visto impiccare un uomo, un ladro. Non voglio veder te,
fuggi piuttosto e dimenticami; pur che tu non debba morire.
Doruccio, che gli uccelli non vengano a beccare i tuoi occhi
azzurri! Ma no, mio tesoro, non devi andartene... ah, che farò
se mi lasci sola?
--Non vuoi venire con me, Lidia? Fuggiamo insieme, il mondo è
grande!
-- Sarebbe molto bello, -- disse lei con voce dolente, -- ah,
tanto bello percorrere con te il mondo intero! Ma non posso. Non
posso dormire nel bosco e vivere da vagabonda e avere fili di
paglia nei capelli; non posso.
E non posso nemmeno disonorare mio padre... No, non dir nulla,
non sono immaginazioni. Non posso! Non sarei capace come non
potrei mangiare in un piatto sudicio o dormire nel letto di un
lebbroso. Ahimè, a noi è vietato tutto ciò che sarebbe buono e
bello, noi due siamo nati per soffrire. Doruccio, mio povero
piccolo, dovrò finire col vederti impiccato. Ed io, io verrò
rinchiusa e poi mandata in un convento. Mio caro, devi lasciarmi
e tornar a dormire con le zingare e con le contadine. Ah, va, va
prima che ti prendano e ti leghino! Non saremo mai felici, mai.
Egli le sfiorava lieve le ginocchia e tentando una delicata e
intima carezza chiedeva: --Fiorellino mio, potremmo essere tanto
felici! Non me lo permetti?
Ella respinse la mano di lui, senza indignazione ma con forza, e
si scostò un poco.
--No, -- disse, --- no, questo non ti è permesso. A me è
proibito. Tu, piccolo zingaro, forse non lo capisci.
Io faccio male, sono una ragazza cattiva, io reco disonore a
tutta la casa. Ma in qualche segreto recesso della mia anima
sono ancora fiera, e là nessuno può entrare.
Devi lasciarmi questo, altrimenti non potrò più venire qui in
camera tua.
Egli non avrebbe mai trasgredito un divieto, un desiderio, un
cenno suo. Era meravigliato egli stesso di quanto potere ella
avesse su di lui. Ma soffriva. I suoi sensi restavano inappagati
e il suo cuore si ribellava spesso con violenza a quella
soggezione. Talvolta si sforzava di liberarsi. Talvolta faceva
la corte con ricercata galanteria alla piccola Giulia; e del
resto era assolutamente necessario mantenere buoni rapporti con
questa persona importante, ingannandola fin dov'era possibile.
Curiosa l'impressione che gli faceva questa Giulia, che ora
aveva l'ingenuità di una bambina e ora pareva onnisciente! Senza
dubbio era più bella di Lidia, era di una bellezza non comune, e
questa, unita con quella sua ingenuità infantile un pò saccente,
aveva per Boccadoro una grande attrattiva: spesso era vivamente
innamorato di Giulia. E proprio da questa forte attrattiva che
la sorella esercitava sui suoi sensi, egli riconosceva spesso
con stupore la differenza fra la brama e l'amore. Da principio
aveva guardato le due sorelle con gli stessi occhi, entrambe gli
erano parse appetibili, ma Giulia più bella e più seducente; ad
entrambe senza distinzione aveva fatto la corte, da entrambe non
aveva tolto gli occhi di dosso. Ma poi quale potere aveva
acquistato Lidia su di lui! Ormai egli l'amava tanto, da
rinunciare per amore perfino a possederla interamente. L'anima
della fanciulla gli si era rivelata e gli era diventata cara:
nell'infantilità,
nella
tenerezza,
nell'inclinazione
alla
tristezza pareva simile alla sua; spesso era profondamente
stupito
e
incantato
nel
constatare
come
quell'anima
corrispondesse al corpo che l'ospitava; qualunque cosa Lidia
facesse, qualunque desiderio o giudizio esprimesse, la sua
parola e l'atteggiamento della sua anima erano perfettamente
improntati al taglio dei suoi occhi e alla forma delle sue dita!
Questi momenti, in cui egli credeva di scorgere le forme
fondamentali e le leggi secondo cui era plasmato l'essere di
Lidia, anima e corpo, avevano spesso suscitato in Boccadoro il
desiderio di fissare e riprodurre qualcosa di quella figura; e
aveva tentato di disegnare a memoria, con tratti di penna, sopra
foglietti che teneva ben celati, il profilo della sua testa, la
linea delle sue sopracciglia, la sua mano, il suo ginocchio.
Con
Giulia
la
situazione
s'era
fatta
un
pò
critica.
Evidentemente ella intuiva l'ondata d'amore in cui nuotava la
sorella maggiore, e i suoi sensi si volgevano pieni di curiosità
e di desiderio a quel paradiso, senza che il suo intelletto
caparbio volesse ammetterlo. A Boccadoro mostrava una freddezza
e un'avversione esagerata, ma nei momenti d'oblio poteva
guardarlo con ammirazione e cupida curiosità. Con Lidia era
spesso molto affettuosa, talvolta andava perfino a trovarla nel
letto e respirava allora con segreta avidità nella zona
dell'amore e del sesso, sfiorando maliziosa il mistero proibito
e vagheggiato. Altre volte invece lasciava capire in modo quasi
offensivo che sapeva del fallo segreto di Lidia e lo
disprezzava. Provocante e perturbatrice, la bella e capricciosa
creatura guizzava fra i due amanti come una fiamma irrequieta;
nei sogni avidi gustava furtivamente della loro intimità, ora si
fingeva ignara, ora lasciava scorgere una pericolosa con- sapevolezza; in brevissimo tempo s'era trasformata da una
bambina in una potenza. Chi ne soffriva di più era Lidia;
Boccadoro, fuorché ai pasti, vedeva di rado la piccola.
Lidia inoltre non poteva non accorgersi che Boccadoro non era
insensibile alle grazie di Giulia, talvolta vedeva lo sguardo di
lui
posarsi
sulla
sorella
con
un
godimento
pieno
d'ammirazione non osava dir nulla, tutto era così scabroso, così
pericoloso! Specialmente non bisognava contrariare e offendere
Giulia; ah, ogni giorno ed ogni ora.
-il loro amore poteva essere scoperto e la loro felicità, così
difficile e inquieta. avere una fine, forse terribile.
A volte Boccadoro si meravigliava di non essersene andato da un
pezzo. Era difficile vivere così come viveva allora: amato, ma
senza speranza, né di una felicità per-messa e durevole, né di
quei facili appagamenti, a cui erano stati fino allora abituati
i suoi desideri amorosi; con gli istinti sempre eccitati e
affamati, ma non mai placati, e per di più in continuo pericolo.
Perché
rimaneva
lì
e
sopportava
tutto,
tutte
quelle
complicazioni e quei sentimenti aggrovigliati ? Non erano
sentimenti, esperienze e stati d'animo da sedentari, da
legittimi, da gente amante delle stanze riscaldate? Non aveva
egli il diritto del vagabondo senza esigenze, di sottrarsi a
quelle complicate delicatezze e di ridersene? Sì, aveva questo
diritto, ed era un pazzo a cercare lì una specie di patria e a
pagarla con tante sofferenze, con tanti imbarazzi. E tuttavia lo
faceva e soffriva, soffriva volentieri, e in cuor suo si sentiva
felice. Era sciocco e diffficile, complicato e faticoso vivere
in quel modo, eppure era una meraviglia! Meravigliosa era la
tristezza cupa e pur bella di quell'amore, la sua follia senza
speranza; belle quelle notti insonni, con la mente agitata e col
cuore oppresso; bello e delizioso tutto, come l'espressione
dolorosa delle labbra di Lidia, come il suono perduto,
rassegnato della sua voce, quando parlava del suo amore e della
sua ansia. In poche settimane quell'espressione di dolore s'era
diffusa sul suo volto giovanile, e gli era diventata consueta;
Boccadoro avrebbe tanto voluto ritrarre le linee di quel volto;
e sentiva che anch'egli in quelle poche settimane era diventato
diverso e più uomo: non più saggio di prima, ma più esperto; non
più felice, ma più maturo e più ricco nell'anima. Non era più un
ragazzo.
Con la sua voce dolce e smarrita Lidia gli diceva: -Non devi esser triste, non devi esserlo per causa mia; io vorrei
solo farti lieto e vederti felice. Perdonami d'averti reso
triste, d'averti comunicato la mia ansia e la mia pena!
Di notte faccio sogni così strani! Cammino sempre in un deserto,
così vasto e così tetro che non so dire; cammino e cammino e ti
cerco, ma tu non ci sei e io so che ti ho perduto e che sempre,
sempre dovrò andare così, sola. Poi, quando mi sveglio, penso:
oh gioia! oh meraviglia! egli è qui, lo vedrò ancora, forse per
qualche settimana, forse per qualche giorno, non importa, ma è
ancora qui!
Una mattina Boccadoro si destò nel suo letto poco dopo l'alba e
rimase un pezzo a meditare, mentre ancora gli aleggiavano
intorno, sconnesse, le immagini d'un sogno.
Aveva sognato di sua madre e di Narciso: vedeva ancora
distintamente le due figure. Quando si fu liberato dalle fila
del sogno, lo colpì una luce strana, un chiarore nuovo, che
entrava dalla stretta apertura della finestra.
Balzò in piedi e corse al davanzale: vide questo il tetto della
scuderia, L'ingresso del cortile e tutta la campagna fuori
risplender bianchi azzurrognoli nel manto della prima neve
dell'anno. Lo colpì il contrasto fra l'inquietudine del suo
cuore e la placida rassegnazione del mondo invernale: come campi
e boschi, colli e lande s'abbandonavano tranquilli, con
mansuetudine commovente, al sole al vento, alla pioggia, alla
siccità, alla neve; con che dolce e bella pazienza aceri e
frassini portavano il loro carico invernale! Non era possibile
divèntar come loro, imparare da loro? Uscì pensieroso nel
cortile, guazzò nella neve, la tastò con le mani, passò nel
giardino e guardò di là dalla siepe imbiancata, ai rosai curvi
sotto l'insolito peso.
A colazione mangiarono una minestra di farina; tutti parlavano
della prima neve, tutti, anche le ragazze erano già state fuori.
Quell'anno la neve giungeva tardi, era già vicino Natale. Il
cavaliere raccontava dei paesi del Sud, dove la neve non cadeva
mai. Ma ciò che doveva rendere indimenticabile a Boccadoro quel
primo giorno d'inverno accadde quando già s'era fatta notte da
un pezzo.
Le due sorelle quel giorno avevano avuto un litigio, di cui
Boccadoro non sapeva nulla. La notte, quando tutta la casa fu
immersa nel silenzio e nella tenebra, Lidia venne da lui come al
solito, gli si mise accanto senza dir parola e gli appoggiò la
testa sul petto, per sentir battere il suo cuore e per attinger
conforto dalla sua vicinanza.
Era turbata e inquieta, temeva che Giulia la tradisse, ma non
sapeva decidersi a parlarne al suo diletto e a metterlo in
ansia. Giaceva così silenziosa sul cuore di lui, lo udiva
sussurrare di tanto in tanto qualche parolina affettuosa e
sentiva la sua mano fra i capelli.
Ma a un tratto - non era ancor passato molto tempo - ella
sussultò atterrita e si drizzò a sedere con gli occhi sbarrati
Anche Boccadoro si spaventò non poco, quando vide aprirsi la
porta della camera ed entrare una figura, che nello sgomento non
riconobbe subito. Solo quando l'apparizione fu vicina al letto e
si chinò sopra. di esso, vide col cuore oppresso che era Giulia.
Ella scivolò fuori da un mantello, gettato sopra la semplice
camicia, e lo lasciò cadere in terra Con un gemito, come se
avesse
ricevuto
una
coltellata,
Lidia
ricadde
indietro,
aggrappandosi a Boccadoro.
Giulia, con un tono di scherno e di gioia maligna, ma con voce
malsicura, disse: -- Non mi piace restare in camera così sola. O
mi prendete con voi e stiamo a letto in tre, o vado a svegliare
il babbo.
-- Ma sì, vieni pure, -- disse Boccadoro gettando indietro la
coperta. --Altrimenti ti gelano i piedi. -- Ella salì sul
lettino stretto ed egli riuscì a farle un pò di posto a stento,
perché Lidia aveva affondato il viso nel cuscino e giaceva
immobile. Alfine furono coricati tutti e tre, Boccadoro con una
fanciulla per parte, e per un momento egli non poté esimersi dal
pensare quanto quella situazione, solo poco tempo prima, avrebbe
corrisposto ai suoi desideri. Con una strana inquietudine, ma
con segreta voluttà, sentiva il contatto dei fianchi di Giulia.
-- Dovevo pur vedere una volta, -- ricominciò lei, -come si sta nel tuo letto, che mia sorella visita tanto
volentieri.
Boccadoro per acquetarla le sfiorò i capelli con la guancia e
con mano lieve le carezzò le anche e le ginocchia, come si fa
con un gattino; ed ella s'abbandonò tacita e curiosa a quella
mano tentatrice, avvinta e raccolta ne sentì il fascino, non
oppose resistenza. Intanto però, durante questa specie di
scongiuro,
egli
si
preoccupava
di
Lidia,
le
mormorava
all'orecchio le consuete, sommesse note d'amore, inducendola
così a poco a poco a sollevare almeno il viso e a volgerlo verso
di lui. Allora, senza far rumore, le baciò la bocca e gli occhi,
mentre dall'altra parte la sua mano teneva la sorella sotto
l'incantesimo, e la coscienza di quanto fosse penosa e bizzarra
tutta
la
situazione
cresceva
in
lui
fino
a
diventare
insopportabile.
Quella mano gl'insegnava tante cose! Mentre faceva conoscenza
con le belle membra di Giulia, immobili nelL'attesa, egli
sentiva per la prima volta non solo la bellezza senza speranza
del suo amore per Lidia, ma anche il lato ridicolo di esso. Egli
avrebbe dovuto, così gli pareva mentre con le labbra sfiorava
Lidia e con là mano Giulia, avrebbe dovuto costringere Lidia a
darglisi, oppure proseguire per il suo cammino. Amarla e
rinunciare a lei era stata un'assurdità e un'ingiustizia.
--Cuor mio, --le sussurrò all'orecchio, --noi soffriamo delle
pene inutili. Come potremmo esser felici tutti e tre! Facciamo
dunque quello che vuole il nostro sangue!
Ella si ritrasse con orrore e la brama di lui cercò rifugio
presso la sorella; questa, lusingata dalla sua mano, rispose con
un lungo sospiro tremante di voluttà.
A quel sospiro, il cuore di Lidia si contrasse di gelosia come
se vi avessero stillato dentro veleno. Ella si rizzò a un
tratto, gettò via le coperte, balzò in piedi ed esclamò: -Giulia, andiamo!
Giulia trasalì; la violenza incauta di quel grido, che poteva
tradirli tutti, bastò a mostrarle il pericolo; s'alzò in
silenzio.
Ma Boccadoro, offeso e deluso in tutti i suoi istinti,
L'abbracciò in fretta, la baciò e le sussurrò con ardore: -Domani, Giulia, domani!
Lidia attendeva ritta e scalza, mentre le dita dei piedi le si
contraevano per il freddo sul pavimento di pietra.
Raccolse da terra il mantello di Giulia e glielo avvolse intorno
alle spalle, con un gesto umile e sofferente, che malgrado
l'oscurità non sfuggì all'altra, la commosse e la conciliò. Le
due sorelle guizzarono via dalla camera, tacite e furtive.
Boccadoro le seguì con l'orecchio, combattuto da opposti
sentimenti, e respirò quando la casa risprofondò nel silenzio.
Così i tre giovani, dopo essere stati insieme in una situazione
strana e contro natura. si ritrovarono soli e pensosi; giacché
anche le due sorelle, raggiunta la loro camera, non si sentirono
di venire ad una spiegazione, ma rimasero sveglie ciascuna nel
suo letto, silenziose e sdegnose.
Pareva che uno spirito di sventura e di contraddizione, che il
demone dell'assurdità, dell'isolamento e dello smarrimento si
fosse impadronito della casa. Boccadoro s'addormentò solo dopo
mezzanotte, Giulia verso il mattino.
Lidia rimase desta ed angustiata finché la luce scialba del
giorno si diffuse sopra la neve. Tosto s'alzò, si vestì, s'inginocchio davanti al suo piccolo Redentore di legno e pregò a
lungo; appena udì sulle scale il passo di suo padre, uscì e gli
chiese un colloquio. Senza tentar di distinguere fra la
preoccupazione per la virtù adolescente di Giulia e la propria
gelosia, s'era risolta a por fine ad ogni cosa. Boccadoro e
Giulia dormivano ancora, che già il cavaliere sapeva tutto ciò
che Lidia aveva creduto di comunicargli. Della partecipazione di
Giulia all'avventura non aveva detto nulla.
Quando Boccadoro si presentò nello studio all'ora consueta, vide
che il cavaliere, di solito intento alle sue scritture, in
scarpe da casa e abito di feltro, s'era messo gli stivali, la
giubba ed aveva cinto la spada; capì subito di che si trattava.
--Mettiti il berretto,--disse il cavaliere,--debbo fare un giro
con te.
Boccadoro prese dal chiodo il berretto e seguì il suo signore
giù per le scale, attraverso il cortile e fuori del portone. Le
loro suole scricchiolavano sulla neve lievemente gelata, in
cielo indugiava ancora l'aurora. Il cavaliere precedeva in
silenzio, il giovane seguiva, volgendo più volte gli occhi
indietro verso il castello, verso la finestra della sua camera,
verso il tetto ripido, coperto di neve, finché tutto scomparve e
non poté scorgere più nulla.
Mai più avrebbe riveduto quel tetto e quelle finestre, mai più
quello studio e quella camera da letto, mai più le due sorelle.
Da tempo s'era abituato all'idea di una partenza improvvisa,
tuttavia il cuore gli si stringeva dolorosamente. Quel distacco
gli riusciva amaro, gli faceva male.
Camminarono così per un'ora, il signore davanti, entrambi senza
parlare. Boccadoro cominciò a pensare al suo destino. Il
cavaliere era armato, forse lo avrebbe ucciso. Ma egli non ci
credeva. Il pericolo era minimo; non aveva che da scappare e il
vecchio sarebbe rimasto là con la sua spada, senza poter far
nulla. No, la sua vita non era in pericolo. Ma quell'andare così
in silenzio dietro quell'uomo solenne e offeso, quell'esser
condotto via così, senza una parola, gli diventava di passo in
passo più penoso. Finalmente il cavaliere s'arrestò.
--Ora continuerai solo,--disse con voce spezzata,-sempre in questa direzione, e riprenderai la tua vita di
vagabondo, alla quale eri già abituato. Se dovessi un giorno
ricomparire nelle vicinanze della mia casa, saresti ucciso. Non
voglio vendicarmi; avrei dovuto essere più prudente e non
lasciare un uomo così giovane a contatto con le mie figliole. Ma
se tu osassi ritornare, la tua vita sarebbe perduta. E ora va,
che Dio ti perdoni!
Rimase così, e nella luce scialba del mattino nevoso il suo viso
incorniciato dalla barba grigia sembrava spento.
Rimase come un fantasma e non si mosse, fin che Boccadoro fu
scomparso dietro la cresta del primo colle. I bagliori rosati
nel cielo nuvoloso erano svaniti; il sole non spuntò, cominciò a
nevicare lentamente a piccoli fiocchi esitanti.
INDEX
CAPITOLO IX
Boccadoro conosceva la regione, percorsa tante volte a cavallo:
sapeva ch-di là dalla palude gelata c'era un granaio del
cavaliere, e più oltre una casa colonica, dove era conosciuto;
in uno di questi due luoghi avrebbe potuto sostare e pernottare.
Per dopo avrebbe provveduto il domani. A poco a poco lo
riprendeva quel senso della libertà e della terra straniera, a
cui da qualche tempo s'era disabituato. Molto allettante non
era, la terra straniera, in quella giornata d'inverno gelida e
accigliata, sapeva di stento, di fame, di tribolazione, e
tuttavia dalla sua vastità, dalla sua grandezza ed inesorabile
asperità veniva al cuore viziato e sconvolto di Boccadoro un
suono ras-sicurante e quasi di conforto.
Camminò finché fu stanco. ``Ho ormai finito d'andare a cavallo"
pensò. Oh, mondo immenso! La neve cadeva rada, lontano i dossi
selvosi e le nubi si confondevano in un solo grigiore; regnava
un silenzio immobile e infinito, fino in capo all'universo. Che
n'era mai di Lidia, di quel povero timido cuore? Gli faceva
tanta pena; pensava a lei con tenerezza, mentre, seduto in mezzo
alla palude deserta, sostava sotto un frassino brullo e
solitario.
Infine il freddo lo cacciò via; s'alzò con le gambe irrigidite,
le costrinse a poco a poco ad un passo di marcia; la scarsa luce
della giornata fosca pareva già declinare.
Nella lunga corsa per la campagna deserta gli vennero meno i
pensieri. Non era più il caso di pensare o di col-tivar
sentimenti, per quanto dolci e belli fossero; bisognava mantener
caldo il corpo, raggiungere un asilo per la notte, sopravvivere
in quel freddo inospitale, come una martora o una volpe, e
possibilmente non morire subito lì nell'aperta campagna; tutto
il resto non era importante.
Credette d'udire in lontananza uno scalpitar di cavallo e si
guardò attorno stupito. Possibile che lo inseguissero?
Afferrò il piccolo coltello da caccia che teneva in tasca e
preparò aperto il fodero di legno. In quel momento scorse il
cavaliere e riconobbe da lontano un cavallo della stalla del suo
signore, che puntava ostinatamente su di lui. Fuggire sarebbe
stato inutile, rimase dunque in attesa, senza vera e propria
paura, ma con ansiosa curiosità e con un certo batticuore.
Un'idea fulminea gli traversò la mente: "Se riuscissi ad
uccidere questo cavaliere, sarei un signore avrei un cavallo e
mi sentirei padrone del mondo!". Ma quando nel cavaliere
riconobbe il giovane stalliere Gianni con quegli occhi azzurri
chiari come l'acqua e con quei viso di buon ragazzo impacciato,
non poté fare a meno dl ridere; per ammazzare quel caro e buon
figliolone, bisognava avere un cuore di sasso! Lo salutò con
cordialità e salutò anche affettuosamente il cavallo Annibale
che lo riconobbe subito; gli accarezzò il collo umido e caldo.
-- Dove vai, Gianni? -- domandò.
-- Da te, -- rise il ragazzo coi denti brillanti. -- Hai già
fatto un bel pezzo di strada! Ecco, non posso fermarmi, debbo
solo salutarti e consegnarti questo.
-- Salutarmi da parte di chi?
-- Della signorina Lidia. Una bella giornata ci hai procurato,
magister Boccadoro! Sono contento di essermela svignata per un
poco. Ma il signore non deve accorgersi che sono uscito, e con
questa commissione! Mi costerebbe la testa! Prendi dunque!
Gli porse un pacchetto, che Boccadoro ritirò.
-- Dì, Gianni, non hai in tasca per caso un pezzo di pane?
Dammelo!
--Pane? Una crosta debbo avercela ancora.-- Si frugò nelle
tasche e ne cavò fuori un pezzo di pan nero. Poi fece per
ripartire.
--E che cosa fa la signorina? -- domandò Boccadoro.
--Non ti ha incaricato di nulla? Non hai una letterina?
--Nulla. L'ho veduta un momento solo. Temporale in casa, sai; il
signore corre in su e in giù, come re Saul.
Dunque, ho da consegnarti codesto pacchetto, null'altro.
Debbo tornare indietro.
-- Senti ancora un momento solo! Tu, Gianni, non potresti
cedermi il tuo coltello da caccia ? Io ne ho uno piccolo. Se
vengono i lupi, o che so io... sarebbe meglio che avessi in mano
qualcosa di solido.
Ma di questo Gianni non volle assolutamente sapere.
Gli rincresceva moltissimo che potesse capitar qualcosa a
magister Boccadoro, ma il suo coltello, no, non lo avrebbe
ceduto mai, neanche per denaro, neanche in cambio d'un altro, oh
no, glielo avesse chiesto perfino santa Genoveffa! Ecco, e ora
doveva andare, e gli augurava buona fortuna, e gli rincresceva
tanto.
Si strinsero la mano, il ragazzo ripartì a cavallo, Boccadoro lo
seguì con gli occhi e con una strana sensazione di dolore al
cuore. Poi sciolse l'involto, rallegrandosi della bella cinghia
di cuoio con cui era legato. Dentro trovò un giubbetto a maglia
di lana grigia e forte, evidentemente un lavoro che Lidia aveva
fatto per lui; e, ben avvolto nella lana, c'era anche qualcosa
di duro, un pezzo di prosciutto, e nel prosciutto era aperta una
piccola fessura, in cui stava un ducato d'oro lucente. Di
scritto nulla. Boccadoro rimase lì nella neve, coi doni di Lidia
in mano, perplesso, poi si tolse la giacca e s'infilò il
giubbetto di lana: teneva un bel caldo gradevole. Rimise in
fretta la giacca, nascose la moneta d'oro nella tasca più
sicura, si allacciò la cinghia intorno e continuò il suo cammino
attraverso i campi; era ora di raggiungere un luogo di sosta, si
sentiva stanco. Ma dal contadino non voleva andare, sebbene là
avrebbe avuto più caldo e certo anche del latte; non aveva
voglia di chiacchierare e di essere interrogato. Passò la notte
nel granaio e il mattino per tempo riprese la marcia, sospinto
dal freddo e dal vento gelido. Per molte notti sognò il
cavaliere e la sua spada e le due sorelle; per molti giorni la
solitudine e la tristezza gli oppressero il cuore.
Una delle notti seguenti trovò asilo in un villaggio presso
poveri contadini, che non avevano pane ma una zuppa di miglio.
Qui l'aspettavano nuove esperienze. La contadina di cui era
ospite partorì nella notte e Boccadoro assistette: eran corsi a
chiamarlo sul suo pagliericcio, perché prestasse aiuto; in
realtà non trovò altro da fare che tener il lume mentre la
levatrice s'affaccendava.
Era la prima volta ch'egli assisteva ad un parto; fissava con
occhi ardenti e stupiti il volto della donna e si sentì
arricchito a un tratto di una nuova esperienza. Ciò che scorse
in quel volto di partoriente parve almeno a lui degno del più
vivo interesse. Alla luce della fiaccola di pinastro, mentre
osservava con grande curiosità il volto della donna in preda
alle doglie, ebbe una rivelazione inattesa: le linee di quel
volto contratto che gridava erano ben poco dissimili da quelle
ch'egli aveva viste in altri volti di donne nel momento
dell'ebbrezza d'amore! L'espressione della grande sofferenza nel
volto umano era più violenta e più sfigurante che l'espressione
di un grande godimento... ma in fondo non era diversa: lo stesso
contrarsi in una specie di smorfia, lo stesso accendersi e
spegnersi. Questa rivelazione, che dolore e piacere potessero
essere simili come fratelli, lo sorprese in modo strano, senza
che ne comprendesse il perché.
Qualcos'altro ancora gli capitò in quel villaggio. Per amor di
una vicina, incontrata la mattina dopo la notte del parto e che
rispose subito all'interrogazione dei suoi occhi innamorati,
rimase un'altra notte nel villaggio e rese felice la donna,
poiché era la prima volta dopo tanto tempo, dopo tutti gli amori
eccitanti delle ultime settimane e le loro delusioni, che il suo
istinto si trovava di nuovo appagato. Quell'indugio condusse a
una nuova vicenda; perché il giorno seguente nello stesso
villaggio incontrò un compagno, un perticone avventuroso di nome
Vittore, dall'aspetto fra il prete e il brigante, che lo salutò
con squarci di latino e si presentò per un goliardo vagante,
quantunque l'età dello studente l'avesse passata da un pezzo.
Quest'uomo dalla barbetta aguzza salutò dunque Boccadoro con una
certa cordialità e con quel gaio spirito del vagabondo, che
conquistò subito il giovane camerata. Alla sua domanda dove
fosse stato scolaro e qual meta avesse il suo viaggio, il
curioso fratello esclamò:
--Di accademie ne ho frequentate abbastanza, per l'anima mia
poveretta; sono stato a Colonia ed a Parigi, e sulla metafisica
della salsiccia di fegato poche volte furono dette cose così
sostanziali come le esposi io nella mia tesi di laurea a Leida.
Da allora, amica, corro come un misero porco per le terre
tedesche, con la cara anima torturata da fame e sete
incommensurabili; sono chiamato lo spauracchio dei contadini, e
la mia professione è d'insegnare il latino alle donne giovani e
di far passare per incanto le salsicce dal camino nel mio
ventre. La mia meta è il letto della moglie del sindaco, e, se
non sarò mangiato prima dalle cornacchie, difficilmente mi sarà
risparmiato l'obbligo di dedicarmi alla fastidiosa carriera
dell'arcivescovo. Ma è meglio, mio piccolo collega, vivere
giorno per giorno, e in fin dei conti un arrosto di lepre non
s'è mai sentito così bene come nel mio povero stomaco. Il re di
Boemia è mio fratello, e il padre di noi tutti nutre lui come
me; il più però lo lascia fare a me, e l'altro ieri, spietato
come sono i padri, voleva adoperarmi malamente per salvare la
vita a un lupo semi-affamato. Se non avessi ammazzato la belva,
signor collega, non ti sarebbe mai toccato l'onore di fare la
mia simpatica conoscenza. In saecula saeculorum, amen.
Boccadoro, ancora poco avvezzo a quell'allegria disperata e al
latino dei goliardi vaganti, aveva una certa paura di quel lungo
tanghero ispido e delle risate poco gradevoli con cui
accompagnava i propri scherzi; tuttavia c'era in quel vagabondo
indurito alle fatiche qualcosa che gli piaceva; e si lasciò
facilmente persuadere a continuare il cammino insieme, perché,
vera o sballata che fosse la storia del lupo ammazzato, in ogni
caso in due si era più forti e c'era meno da temere. Ma prima di
proseguire, frate Vittore voleva parlar latino coi contadini,
come diceva lui, e prese alloggio nella modesta casa d'uno di
loro. Egli non faceva come aveva fatto fino allora Boccadoro
nelle sue peregrinazioni, quand'era stato ospite nei casolari o
nei villaggi; egli girava di capanna in capanna, attaccava
discorso con ogni donna, ficcava il naso in ogni stalla e in
ogni cucina e non pareva disposto a lasciar la borgata prima che
ciascuna casa gli avesse pagato il suo tributo. Raccontava ai
contadini della guerra in Italia e cantava presso il focolare la
canzone della battaglia di Pavia, raccomandava alle nonne rimedi
contro la gotta e contro la caduta dei denti, pareva che sapesse
tutto, che fosse stato dappertutto, e intanto si riempiva la
camicia sopra la cintura, fino a farla scoppiare, di pezzi di
pane, di noci, di fette di pera regalate. Boccadoro lo guardava
stupito compiere instancabile la sua campagna e ora spa-ventare
la gente, ora conquistarla con le lusinghe, far lo spaccone per
sbalordire,
storpiar
latino
e
atteggiarsi
a
scienziato,
impressionare con un linguaggio pittoresco e impudente da
ciurmatore, e, intanto che raccontava o spacciava discorsi
eruditi, registrarsi con gli occhi acuti e vigili ogni volto,
ogni cassetto che si apriva, ogni scodella e ogni pagnotta.
Boccadoro s'accorgeva ch'era un vagabondo navigato e scaltrito,
un uomo che aveva molto veduto e vissuto, che aveva patito la
fame e il freddo e nella dura lotta per una misera vita
pericolante s'era fatto accorto e sfrontato. Tali dunque
diventavano quelli che vivevano a lungo da vagabondi, sarebbe un
giorno divenuto anch'egli così?
L'indomani si misero in cammino e per la prima volta Boccadoro
sperimentò il vagabondaggio in due. Dopo tre giorni di marcia in
comune, aveva imparato diverse cose da Vittore. L'abitudine
divenuta istinto di riferir tutto ai tre grandi bisogni del
vagabondo.- assicurarsi contro il pericolo della vita, trovare
un asilo per la notte e procurarsi il cibo - aveva insegnato
molte cose a quell'uomo che girava il mondo da tanti anni.
Riconoscere la vicinanza di abitazioni umane dai segni meno
appariscenti, anche d'inverno, anche di notte, ed esplorare
palmo a palmo ogni angolo di bosco e di campagna in cerca di un
luogo adatto per sostare o per dormire, fiutare istantaneamente,
appena varcata la soglia di una stanza, il grado di benessere o
di miseria del proprietario, come pure il grado del suo buon
cuore, o della sua curiosità, o della sua paura: eran tutte arti
in cui Vittore era diventato maestro. E così istruiva spesso il
suo giovane compagno Un giorno questi gli rispose che a lui non
piaceva avvicinarsi alla gente con riflessione così calcolata e
che, sebbene non conoscesse tutte quelle arti, poche volte alla
sua preghiera cortese gli era stato negato il diritto
d'ospitalità; il lungo Vittore si mise a ridere e gli disse in
tono bonario: -- Vedi, piccolo Boccadoro, a te può darsi che
vada bene, sei giovane, bello e hai un aspetto così innocente,
ch'è un ottimo biglietto d'alloggio. Piaci alle donne, e gli
uomini pensano: << O Dio, costui è innocuo, costui non fa male a
nessuno! ". Ma guarda, fratellino, che si diventa vecchi, che
sulla faccia da bambino cresce la barba e si formano le rughe,
che i pantaloni si lacerano, e all'improvviSo ci s'accorge
d'essere ospiti brutti e sgraditi, e invece della giovinezza e
dell'innocenza non parla più dagli occhi che la fame: allora uno
dev'essersi indurito e aver imparato qualcosa dal mondo,
altrimenti ben presto giace sul letamaio e i cani gli orinano
addosso. Del resto, non mi pare che tu sia destinato a
girovagare un pezzo, hai mani troppo fini e riccioli troppo
belli, tornerai ad appiattarti in qualche luogo dove si vive più
comoda-mente, in un dolce e tiepido talamo, o in un bel
conventino grasso, o in uno studio ben riscaldato. Vesti anche
abiti così eleganti, che ti si potrebbe prendere per un giovane
gentiluomo.
E ridendo sempre, passò la mano sui vestiti di Boccadoro; questi
la sentì cercare e tastare su tutte le tasche e le cuciture; si
ritrasse, pensando al suo ducato. Raccontò del soggiorno in casa
del cavaliere e come avesse guadagnato il bell'abito-scrivendo
latino. Ma Vittore volle sapere perché aveva lasciato un nido
così caldo proprio nel cuore del rigido inverno, e Boccadoro,
non abituato a mentire, gli narrò un poco delle due figlie del
cavaliere.
Scoppiò allora il primo dissidio fra i due compagni. Vittore
dichiarava che Boccadoro era stato un asino senza pari ad
andarsene così e ad abbandonare il castello con le ragazze al
buon Dio. Bisognava rimediare, ci avrebbe pensato lui. Avrebbero
ricercato il castello, naturalmente Boccadoro non doveva farsi
vedere, ma lasciasse pur provvedere a lui. Bastava che scrivesse
una letterina a Lidia, così e così, e con questa egli, Vittore,
sarebbe andato al castello e, per le ferite del Redentore, non
ne sarebbe uscito senza portar fuori qualcosa di denaro e di
viveri.
E via dicendo. Boccadoro protestò e finì con l'andar sulle
furie;
si
rifiutò
di ascoltare
una
parola
di più
su
quell'argomento o di rivelare al compagno il nome del cavaliere
e la via per arrivare a lui.
Vittore, vedendolo così adirato, tornò a ridere e prese un fare
bonario.
--Bè, -- disse, -- non romperti i denti! lo ti dico solo che ci
lasci sfuggire un buon bottino, ragazzo mio, e questo in verità
non è molto gentile e collegiale da parte tua. Ma tu non vuoi,
basta, tu sei un nobiluomo, ritornerai a cavallo nel tuo
castello e ti sposerai la signorina! Ragazzo, quante nobili
sciocchezze hai per la testa!
Bè, andiamo pure avanti e geliamoci le dita dei piedi!
Boccadoro rimase di cattivo umore e taciturno fino a sera, ma,
poiché in quel giorno non avevano trovato alcuna abitazione o
traccia d'uomo, fu grato a Vittore quando lo vide cercare un
posto per passar la notte e costruire fra due tronchi sul
margine del bosco una specie di riparo allestendo un giaciglio
di rami d'abete accatastati. Mangiarono pane e formaggio dalle
tasche piene di Vittore, Boccadoro si vergognò della sua collera
e si mostrò gentile e servizievole; offerse al compagno la sua
giacca di lana per la notte e stabilirono insieme di far la
guardia a turno, per via degli animali; e Boccadoro volle
vegliare per primo, mentre l'altro si coricava sui rami d'abete.
Rimase a lungo appoggiato a un tronco di pino, senza muoversi,
per non impedire all'altro di addormentarsi. Poi cominciò a
camminare in su e in giù, perché aveva freddo.
E percorse così distanze sempre maggiori, mentre vedeva le cime
degli abeti puntarsi aguzze contro il cielo pallido e sentiva
con solennità e con un poco d'inquietudine il silenzio profondo
della notte invernale e il battito solitario del suo cuore caldo
e vivo nella quiete fredda e muta; poi, ritornando senza far
rumore, ascoltava il respiro del compagno dormiente. Più forte
che mai lo penetrò il sentimento del vagabondo, che non ha
costruito mura di case, di castelli o di conventi fra sé e la
grande
paura,
che
cammina
solo
soletto
per
il
mondo
incomprensibile ed ostile, solo fra le stelle fredde e beffarde,
fra gli animali in agguato, fra gli alberi pazienti e fermi.
No, pensava, egli non sarebbe mai diventato come Vittore, anche
se avesse continuato per un pezzo la vita del girovago. Quel
modo di difendersi dall'ignoto spaventoso non avrebbe potuto
impararlo, né quell'insinuarsi astuto e furtivo, e neppure quel
genere di buffoneria chiassosa e sfacciata, quell'allegria
disperata e parolaia del fanfarone. Forse quell'uomo accorto e
sfrontato aveva ragione, forse Boccadoro non sarebbe diventato
mai del tutto simile a lui, un vero e proprio giramondo, e un
giorno si sarebbe rincantucciato entro delle mura. E tuttavia
sarebbe rimasto sempre senza patria e senza meta, non si sarebbe
sentito mai veramente protetto e sicuro, il mondo lo avrebbe
sempre circondato con la sua bellezza enigmatica e inquietante,
sempre egli avrebbe dovuto tender l'orecchio a quel silenzio, in
mezzo al quale il battito del cuore era così timido e fragile.
Poche stelle si scorge-vano in cielo; non un alito di vento; ma
in alto le nubi parevano agitate.
Dopo parecchio tempo Vittore si svegliò - egli non aveva voluto
destarlo - e lo chiamò.
--Vieni, -- gridò, -- ora devi dormire tu, altrimenti domani non
sei in gamba.
Boccadoro ubbidì, si coricò sul giaciglio e chiuse gli occhi.
Era stanco, ma non dormì: lo tenevano desto i pensieri, e oltre
ai pensieri un senso che non confessava a se stesso, un senso
d'inquietudine e di diffidenza, che gl'ispirava il suo compagno.
Gli pareva incomprensibile di aver potuto parlare di Lidia a
quell'uomo rozzo dal riso sguaiato, a quel burlone, a quello
sfacciato mendicante!
Era irritato contro di lui e contro se stesso e andava pensando
al modo e all'occasione migliori di separarsi da lui.
Doveva però essersi un poco assopito, perché sussultò sorpreso
nel sentire su di sé le mani di Vittore, che gli tastavano caute
i vestiti. In una tasca aveva il suo coltello, nell'altra il
ducato; Vittore avrebbe senza dubbio rubato l'uno e l'altro, se
li avesse trovati. Egli finse di dormire, si girò e rigirò come
in preda al sonno, agitò le braccia e Vittore si ritirò.
Boccadoro rimase irritatissimo contro di lui e decise di
lasciarlo l'indomani.
Ma quando, forse un'ora dopo, Vittore si chinò di nuovo sopra
Boccadoro e ricominciò a tastare, quegli divenne freddo
dall'ira. Senza muoversi aprì gli occhi e disse con disprezzo: - Vattene ora, qui non c'è nulla da rubare.
Nello spavento del sentirsi apostrofato, il ladro afferrò il
collo di Boccadoro e cominciò a stringere. Poiché questi si
difendeva
e
si
ribellava,
L'altro
strinse
più
forte,
inginocchiandoglisi sul petto. Boccadoro, che non poteva più
respirare, si dibatteva violentemente con tutto il corpo, ma,
non riuscendo a liberarsi, fu colto a un tratto dal terrore
della morte, che lo rese chiaro ed accorto. Mise la mano in
tasca, estrasse, mentre l'altro continuava a stringere, il
piccolo coltello da caccia e lo inferse bruscamente e alla
cieca, più volte, nell'individuo inginocchiato sopra di lui.
Dopo un momento le mani di Vittore si al-lentarono, Boccadoro
respirò e tirando il fiato profondamente, assaporò la sua vita
salva Cercò allora d'alzarsi e il lungo corpo del compagno s
abbatté su di lui floscio e molle, con un terribile gemito,
mentre il suo sangue inondava il volto di Boccadoro. Allora
finalmente questi riuscì a levarsi in piedi. E nella grigia
luce notturna vide il lungo compagno stramazzato al suolo;
quando fece per toccarlo, le sue dita guazzarono nel sangue. Gli
alzò il capo, ma esso ricadde pesante e molle come un sacco.
Dal petto e dal collo continuava a grondar sangue, dalla bocca
la vita se ne andava in gemiti vaghi, sempre più fiochi.
"Ora ho ammazzato un uomo" pensò Boccadoro: e continuò a
ripeterselo,
mentre,
inginocchiato
sul
morente,
vedeva
diffonderglisi sul volto il pallore. -- Cara Madre di Dio, ora
l'ho ucciso, -- sentì la sua voce mormorare.
Improvvisamente gli divenne insopportabile rimanere in quel
luogo. Raccolse il suo coltello, lo asciugò nella maglia che
l'altro indossava e ch'era stata lavorata-dalle mani di Lidia
per il suo diletto, lo ripose nel fodero di legno, quindi in
tasca, balzò in piedi e corse via con quanta forza aveva nei
garretti.
La morte dell'allegro goliardo gli pesava sull'anima; appena fu
giorno, si lavò via con la neve, rabbrividendo, tutto il sangue
che aveva versato e vagò ancora un giorno e una notte senza meta
e in preda all'angoscia. Ma infine la sofferenza del corpo lo
scosse e pose termine al suo pentimento affannoso.
Sperduto nella regione deserta e sepolta sotto la neve, senza
tetto, senza via, senza cibo e quasi senza sonno, egli si trovò
in grave angustia: la fame urlava nel suo corpo come una belva
feroce; più d'una volta si gettò per terra esausto in mezzo alla
campagna, chiuse gli occhi e si diede perduto, non aveva più
altro desiderio che di addormentarsi e morire nella neve. Ma poi
si sentiva di nuovo sospinto innanzi e correva avido e disperato
in cerca della vita, e nella miseria più penosa lo ristorava e
lo inebriava la forza insensata e selvaggia di chi non vuol
morire, la straordinaria potenza del puro e semplice istinto
della vita. Dal ginepro coperto di neve coglieva con le mani
livide dal gelo le piccole bacche inaridite e masticava quel
cibo crudo e amaro, mescolato con gli aghi degli abeti; aveva un
sapore aspro ed eccitante; poi ingoiava neve a manate per
placar la sete. Ansante, soffiandosi sulle mani irrigidite,
sedeva in cima a un colle per una breve sosta e scrutava avido
da ogni parte: nulla si vedeva fuor che landa e selva, nessuna
traccia d'uomo.
Qualche cornacchia volava sopra di lui, egli le seguiva con lo
sguardo irato. No, non dovevano averlo in pasto, no, fin tanto
che un resto di forza gli rimaneva nelle gambe e una scintilla
di calore nel sangue. S'alzava e riprendeva la gara inesorabile
con la morte. Correva e correva e nella febbre dell'esaurimento
e dell'ultimo sforzo strani pensieri s'impossessavano di lui;
teneva folli dialoghi con se stesso, ora taciti, ora ad alta
voce Parlava con Vittore l'ucciso, gli parlava aspro e beffardo!
" Bè, o astuto fratello, come va? Ti splende la luna attraverso
alle budella giovanotto, ti tiran le orecchie le volpi? Dici
d'aver ucciso un lupo? Gli hai morsicato la gola o gli hai
strappato la coda eh? Volevi rubare il mio ducato, vecchio
ingordo!
Ma guarda un pò, il piccolo Boccadoro ti ha sorpreso, eh vecchio
mio, e ti ha fatto solletico alle costole? E avevi ancora tutti
i sacchi pieni di pane, di salsiccia e di formaggio, porco,
mangione! " Simili discorsi scherzosi sputava e abbaiava per
conto suo, ingiuriava il morto, trionfava di lui, lo scherniva
per essersi lasciata ammazzare, il babbeo, lo stupido spaccone!
Ma poi i suoi pensieri ed i suoi discorsi s'allontanavano dal
povero e lungo Vittore. E si vedeva davanti Giulia, la bella
piccola Giulia, così come l'aveva lasciata quella notte; le
gridava un'infinità di parole tenere e cercava di sedurla con
moine insensate e spudorate: che venisse da lui, che si
lasciasse cadere la camicina, che salisse con lui in cielo,
un'ora ancora prima della morte, un momentino prima ch'egli
crepasse miseramente. Parlava, supplichevole e provocante, coi
piccoli seni di lei, con le sue gambe, con la peluria bionda e
crespa sotto le sue ascelle.
Poi, mentre procedeva rigido e inciampando nell'erica secca e
coperta di neve, ebbro di sofferenza, trionfante grazie al
divampare a sprazzi della bramosia di vivere, ricominciava a
bisbigliare; e allora parlava con Narciso e gli comunicava le
sue nuove idee, la sua nuova sapienza, i suoi scherzi.
" Hai paura, Narciso, " gli diceva " hai orrore, hai veduto
qualcosa? Sì, reverendo, il mondo è pieno di morte, pieno di
morte; essa sta su ogni siepe, dietro ogni albero e non vi giova
costruir mura e dormitori e cappelle e chiese, essa guarda
dentro dalla finestra e ride e conosce perfettamente ciascuno di
voi, nel cuor della notte la sentite ridere dietro le vostre
finestre e pronunciare i vostri nomi Cantate pure i vostri salmi
e bruciate per bene le candele sull'altare e recitate i vostri
vespri e i vostri mattutini e raccogliete erbe nel laboratorio e
raccogliete libri nella biblioteca! Digiuni, amico? Ti privi del
sonno?
Ti aiuterà ben lei, madonna Morte, e ti priverà di tutto, fino
alle ossa. Corri, carissimo, corri in fretta, là sul campo c'è
il babau, corri e tieni bene insieme le ossa, vogliono
staccarsi, non rimarranno con noi Ah, le nostre povere ossa! Ah,
la nostra povera gola e il nostro stomaco! Ah, quel povero
briciolo di cervello che abbiamo sotto il cranio! Tutto se
n'andrà, tutto al diavolo, sull'albero stanno le cornacchie, le
brutte tonache nere. "
Per un pezzo il misero errante non seppe più dove andasse, dove
fosse, che dicesse, se giacesse per terra o stesse in piedi.
Cadeva sui cespugli, correva contro gli alberi, precipitava
nella neve e fra le spine. Ma l'istinto in lui era forte e lo
spingeva avanti, continuamente, nella sua fuga cieca. Quando
stramazzò per l'ultima volta e rimase disteso per terra, era
nello stesso piccolo villaggio dove alcuni giorni prima aveva
incontrato il goliardo vagante, dove di notte aveva tenuto la
fiaccola di pinastro sopra la donna partoriente. Là rimase
disteso e la gente accorse e fece circolo intorno e chiacchierò;
egli non udiva più nulla. La donna che gli aveva concesso il suo
amore lo riconobbe e si spaventò vedendolo in quello stato, ebbe
compassione di lui, lasciò gridare il marito e trascinò
Boccadoro mezzo morto nella stalla.
Non passò molto tempo che Boccadoro fu di nuovo in gamba e
pronto a riprendere il cammino. Il calore della stalla, il
sonno, e il latte di capra, che la donna gli portava da bere,
gli ridiedero la coscienza e il vigore; solo che tutto quanto
gli era capitato in quegli ultimi tempi si era come allontanato
in un passato remoto. La marcia con Vittore, la notte fredda e
paurosa nel bosco sotto quegli abeti, la lotta terribile sul
giaciglio, la morte spaventosa del compagno, i giorni e le notti
di freddo, di fame e di delirio, tutto era ormai lontano, quasi
dimenticato; ma dimenticato non era, solo superato, solo
passato. Qualcosa rimaneva che non si poteva esprimere, qualcosa
di terribile e anche di prezioso, qualcosa di sprofondato ma
d'inobliabile, un'esperienza, un gusto sulla lingua, un cerchio
intorno al cuore. In due anni appena egli aveva conosciuto sino
in fondo la gioia e il dolore della vita vagabonda: la
solitudine, la libertà, L'ansioso tender l'orecchio ai rumori
della foresta e degli animali, L'amore girovago e infedele,
L'amarezza spesso mortale degli stenti. Per giornate intere era
stato ospite dei campi estivi, giornate e settimane aveva
passato
nella
foresta,
giornate
nella
ne-ve,
giornate
nell'attesa paurosa della morte e nella vicinanza della morte, e
di tutte queste esperienze la più forte, la più strana era stata
quella di difendersi contro la morte, di sapersi piccolo, misero
e minacciato, eppure di sentire in sé nell'ultima lotta
disperata quella forza bella e terribile, quella meravigliosa
tenacità della vita. Questo aveva lasciato un'eco, questo gli
era rimasto scritto nel cuore, come i gesti e le espressioni
della voluttà, ch'eran così simili a quelli di una partoriente e
di un morente.
Come aveva gridato e contratto il viso quella partoriente, e
com'era stramazzato il compagno Vittore, versando a fiotti il
suo sangue, così rapido e silenzioso! Oh, ed egli stesso come
aveva sentito la morte in agguato intorno a sé nei giorni di
fame, e che male gli aveva fatto la fame, e che freddo aveva
avuto, che freddo! E come aveva lottato contro la morte, che
colpi le aveva dato, con quale angoscia e con quale irata
voluttà s'era difeso! Gli pareva che dopo queste esperienze non
ci fosse più gran che da imparare. Con Narciso avrebbe forse
potuto parlarne, con nessun altro.
Quando Boccadoro, sul suo pagliericcio nella stalla, ritornò per
la prima volta completamente in sé, s'accorse che non aveva più
il ducato in tasca. L'aveva forse perduto nella marcia
spaventosa,
barcollante
e
quasi
incosciente
dell'ultima
giornata di fame? Ci pensò e ripensò a lungo. Quel ducato gli
era caro, non voleva darlo perduto. Il denaro per lui non aveva
molta importanza, egli non ne conosceva quasi il valore. Ma
quella moneta d'oro gli era preziosa per due ragioni. Era
l'unico regalo di Lidia che gli fosse rimasto, perché la giacca
di lana era là con Vittore nella foresta, inzuppata di sangue. E
poi era stata proprio quella moneta d'oro ch'egli non aveva
voluto lasciarsi rubare, per essa si era difeso contro Vittore,
per essa, posto alle strette, lo aveva ucciso. Se ora il ducato
era perduto, tutta l'avventura di quella notte orrenda perdeva
in certo modo ogni senso e ogni valore. Dopo aver riflettuto a
lungo, fece le sue confidenze alla contadina.
-- Cristina, -- le sussurrò, -- io avevo in tasca una moneta
d'oro ed ora non c'è più.
--Ah, te ne sei accorto? --fece lei con un sorriso singolarmente
affettuoso e furbo insieme; egli ne rimase così incantato, che
non ostante la debolezza le gettò le braccia al collo.
--Che curioso ragazzo sei mai, -- disse la donna con tenerezza,-così intelligente e fine, e al tempo stesso così stupido! Si
gira il mondo con un ducato sciolto nella tasca aperta? O
bambino, caro pazzerello! La tua moneta d'oro la trovai io,
appena ti ebbi coricato qui sulla paglia.
-- Tu? E dov'è ora?
--Cercala, --rispose quella ridendo; e lo lasciò cercare davvero
un bel pò, prima di mostrargli il punto della giacca dove glielo
aveva solidamente cucito. Aggiunse una buona dose di consigli
materni, ch'egli s'affrettò a dimenticare; ma non dimenticò quel
servizio d'amore e quel sorriso furbo e bonario nel volto di
contadina. Fece di tutto per mostrarle la sua gratitudine, e,
quando dopo breve tempo fu di nuovo in grado di marciare e volle
riprendere il cammino, ella lo trattenne, perché in quei giorni
cambiava la luna e certo il tempo si sarebbe fatto più mite.
Così avvenne. Quand'egli ripartì, la neve giaceva sul suolo
grigia e malata, L'aria era pregna d'umidità, in alto si sentiva
gemere il vento australe.
INDEX
CAPITOLO X
Il ghiaccio ricominciò a spingere i fiumi in basso, sotto le
foglie morte tornarono ad olezzar le viole, Boccadoro riprese la
sua corsa in mezzo all'alternarsi vivace delle stagioni, si
riempì gli occhi insaziabili di boschi di monti e di nubi,
camminò di casolare in casolare, di villaggio in villaggio, di
donna in donna, più d'una volta nella sera fresca sedette col
cuore oppresso e triste ai piedi d'una finestra illuminata, il
cui rosso bagliore irradiava, dolce e irraggiungibile per lui,
tutto ciò che poteva esservi sulla terra di felicità, di calore
domestico, di pace. Tutto si ripeteva ciò ch'egli credeva ormai
di conoscere bene, eppure tutto a ogni ritorno appariva diverso:
il lungo vagare per campi e lande o per strade sassose, il
dormire d'estate nella foresta, il gironzolar nei villaggi
dietro le schiere delle giovanette, che tenendosi per mano
ritornavano a casa dopo aver voltato il fieno o colto i luppoli,
il primo brivido dell'autunno, i primi freddi cattivi... tutto
ritornava, una volta, due volte, e il nastro variopinto scorreva
davanti ai suoi occhi infinito.
Molte piogge e molte nevi eran cadute su Boccadoro, quando un
giorno, salito su per un bosco di faggi diradato ma già verde
di tenere gemme, dall'alto della cresta di un monte vide
stendersi dinanzi a sé un nuovo paesaggio, che rallegrò i suoi
occhi e suscitò nel suo cuore un'ondata di presentimenti, di
desideri e di speranze. Da giorni egli si sapeva vicino a questa
regione e l'aspettava; in quell'ora meridiana essa lo sorprese e
ciò che l'occhio raccolse in quel primo incontro confermò e
rafforzò le sue aspettative. Fra i tronchi grigi e i rami
lievemente ondeggianti vide giù una valle bruna e verde, in
mezzo alla quale luccicava vitreo e azzurrognolo un grande fiume
Ormai, egli lo sapeva, era finito per un pezzo quel girovagare
senza strade per regioni tutte landa, foresta e solitudine, dove
solo di rado si poteva incontrare un casolare o un piccolo
povero villaggio. Laggiù scorreva il fiume e lo fiancheggiava
una delle strade più belle e più celebri della Germania, laggiù
c'era un paese ricco e ubertoso, là navigavano zattere e barche
e la strada conduceva a bei villaggi, castelli, conventi e
ricche città, e chi voleva poteva viaggiare per giorni e
settimane su quella strada, senza temere ch'essa si perdesse a
un tratto, come le misere straducole di campagna, in una selva
o in un'umida palude. Veniva qualcosa di nuovo e Boccadoro se ne
rallegrò.
Già la sera di quel giorno era in un bel villaggio, sulla strada
maestra tra il fiume e i rossi vigneti; le graziose travature
delle case a comignolo eran dipinte di rosso, c'erano portoni
d'ingresso a volta e viottoli di pietra in scalinata, una fucina
gettava sulla strada rosso baglior di fuoco e sonori rintocchi
d'incudine. Il nuovo arrivato si aggirò curioso in ogni via e in
ogni angolo, fiutò alle porte delle cantine l'odor di botti e di
vino e sulla riva del fiume il profumo fresco dell'acqua che sa
di pesce, osservò la casa di Dio e il camposanto e non mancò di
guardarsi attorno in cerca d'un buon granaio, dove salire
eventualmente per la notte. Prima però volle provare a chieder
cibo nella casa parrocchiale. Trovò un parroco grassotto, con la
testa rossa, che lo interrogò e al quale, con alcune omissioni e
con un pò di fantasia, egli raccontò la sua vita; dopo di che fu
accolto gentilmente, nutrito di buon cibo e di buon vino, e
dovette passar la sera in lunghi conversari col sacerdote. Il
giorno dopo continuò il suo viaggio sulla strada che seguiva il
fiume. Vide zattere e barconi, raggiunse veicoli, alcuni lo
raccolsero per un tratto, e le giornate primaverili fuggivano
rapide e fitte d'immagini, L'ospitavano villaggi e cittadine,
sorridevano donne dietro siepi e giardini o, inginocchiate sulla
terra bruna, attendevano alla piantagione, e a sera cantavano
fanciulle per le strade dei villaggi.
In un mulino una servetta gli piacque tanto, che rimase due
giorni sul luogo a farle la corte. Ella rideva e chiacchierava
volentieri e a lui pareva che la più bella cosa sarebbe stata
diventar garzone mugnaio e rimanere sempre là. Sedeva coi
pescatori, aiutava i carrettieri a dar da mangiare ai cavalli ed
a strigliarli, riceveva in compenso pane e carne e il permesso
di viaggiare con loro. Dopo tanta solitudine quel mondo
socievole di gente che viaggiava, dopo tanto meditar fra sé e
sé quella serenità in mezzo a uomini loquaci e soddisfatti, dopo
tanta indigenza quel saziarsi ogni giorno di cibo abbondante,
gli faceva bene, e si lasciava portar volentieri da quell'onda
lieta.
Essa lo prendeva con sé, e più s'avvicinava alla città vescovile
più la strada si faceva popolosa ed allegra.
Un giorno ch'era in un villaggio, sull'imbrunire andò a fare una
passeggiata in riva al fiume, sotto gli alberi già coperti di
foglie. L'acqua scorreva calma e maestosa, sotto le radici delle
piante rumoreggiava e gemeva la corrente, su dal colle sorgeva
la luna, gettando luci sul fiume ed ombre sotto gli alberi.
Trovò una ragazza seduta che piangeva: aveva litigato con
l'innamorato, che se n'era andato, lasciandola sola. Boccadoro
le si sedette accanto e ascoltò i suoi lagni, le accarezzò la
mano, le raccontò della foresta e dei caprioli, la consolò un
poco, riuscì a farla sorridere, finché ella accettò anche un
bacio. Ma a questo punto ritornò l'amato bene a cercarla; si era
calmato e pentito del litigio. Appena vide Boccadoro seduto
accanto alla ragazza, si lanciò su di lui coi pugni tesi e
quegli ebbe da fare a difendersi; finalmente però Boccadoro mise
l'avversarlo fuori combattimento e il giovanotto corse al
villaggio imprecando; la ragazza era scappata da un pezzo.
Boccadoro, che non aveva troppa fiducia nella pace, lascio in
asso il suo asilo notturno e proseguì il cammino per metà della
notte al chiaro di luna, in un mondo di argento e di silenzio,
contento, lieto delle sue gambe ro-buste, fin che la rugiada gli
lavò via dalle scarpe la polvere bianca ed egli, stanco a un
tratto, si coricò sotto l'albero più vicino e s'addormentò. Era
giorno da un pezzo, quando lo svegliò un solletico sul volto,
assonnato, vi passò sopra la mano e si riaddormentò; poco dopo
fu di nuovo svegliato dallo stesso solletico; era una ragazza di
contadini, che lo guardava e lo stuzzicava con la punta dl un
salciuolo. Egli s'alzò barcollando, si sorrisero ed ella lo
condusse in una rimessa, dove si poteva dormir meglio.
Lì dormirono un poco l'uno accanto all'altra, poi ella corse via
e ritornò con un secchiello di latte, ancora caldo della mucca.
Egli le donò un nastro azzurro per i capelli, che aveva trovato
poco prima lungo la strada e s'era messo in tasca, si baciarono
ancora una volta, poi egli ripartì.
La ragazza si chiamava Francesca; gli rincrebbe d'abbandonarla.
La sera di quel giorno trovò asilo in un convento; la mattina
assistette alla messa; il cuore gli si gonfiò stranamente di
mille ricordi, L'aria fredda della pietra, spirante dalle volte,
sapeva di patria e lo commoveva, come il rumore dei sandali
sugl'impiantiti. Finita la messa e fattosi silenzio nella chiesa
del convento, Boccadoro rimase in ginocchio, con una strana
agitazione in cuore; di notte aveva fatto molti sogni. Sentiva
il desiderio di sgravarsi in qualche modo del suo passato, di
mutar vita in qualche modo, non sapeva perché; forse lo
commoveva solo il ricordo di Mariabronn e della sua gioventù
pia. Sentì il bisogno di confessarsi e di purificarsi; aveva
tanti piccoli peccati, tanti piccoli vizi, ma più grave di tutto
gli pesava sulla coscienza la morte di Vittore, perito per ma-no
sua. Trovò un padre e gli fece la sua confessione, parlò di
questo e di quello, ma sopra tutto delle coltellate nel collo e
nella schiena del povero Vittore, Oh, da quanto tempo non si
confessava! Il numero e la gravità dei suoi peccati gli parevano
notevoli, era pronto ad accettare una severa penitenza. Ma il
confessore pareva
conoscere la
vita
del
vagabondo; non
inorridì, ascoltò tranquillo, biasimò e ammonì serio e benevolo,
senza pensare a condanna.
Boccadoro s'alzò alleggerito, recitò all'altare le orazioni
prescrittegli dal padre e già stava per lasciare la chiesa,
quando un raggio di sole penetrò dalla finestra nel tempio;
egli lo seguì con lo sguardo e vide allora in una cappella
laterale
una
figura,
che
gli
parlò
e
lo
attirò
straordinariamente; si volse ad essa con occhi innamorati e la
contemplò con devota e profonda commozione. Era una Madre di Dio
in legno; la delicata soavità con cui stava china, il modo come
il manto azzurro le cadeva giù dalle spalle esili, com'ella
stendeva la mano fine e virginea, come gli occhi brillavano e la
bella fronte s'incurvava sopra una bocca dolorosa, tutto questo
era così vivo, così bello, profondo e animato, come gli pareva
di non aver veduto mai. Non si saziava di contemplare quella
bocca, quel movimento dolce e affettuoso del collo. Gli pareva
di vedere là realizzato qualcosa che già tante e tante volte
aveva veduto nei sogni e nei presentimenti, a cui tante e tante
volte aveva anelato. Si voltava per andarsene, ma poi era
costretto a tornare indietro.
Quando finalmente volle andare davvero, si trovò alle spalle il
padre, da cui s'era confessato.
--Ti sembra bella? --domandò amichevolmente.
--Ineffabilmente bella, -- rispose Boccadoro.
--Molti lo dicono, -- disse il sacerdote. -- Altri invece
sostengono che non è una vera Madre di Dio, che è troppo moderna
e mondana e che tutto è esagerato e non è vero Si sentono molte
dispute in proposito. A te piace dunque, sono contento. Si trova
solo da un anno nella nostra chiesa, L'ha donata un benefattore
del nostro convento fatta da maestro Nicola.
--Maestro Nicola? Chi è, dov'è? Lo conoscete? Oh, vi prego,
ditemi qualcosa di lui! Dev'essere un uomo meravigliosamente
dotato chi sa creare un'opera simile.
--Non so molto di lui. intagliatore in legno nella nostra città
vescovile, a una giornata di viaggio da qui, e ha gran fama come
artista. Gli artisti di solito non sono santi, e anch'egli
probabilmente non lo è, ma un uomo dotato e di grande ingegno,
certo. Io l'ho veduto qualche volta...
--Oh, L'avete veduto! Oh, che aspetto ha?
--Figlio mio, mi sembri addirittura entusiasta di lui.
Ebbene, va a cercarlo e portagli un saluto di padre Bonifacio.
Boccadoro
ringraziò
con
effusione.
Il
padre
se
n'andò
sorridendo, egli invece rimase ancora a lungo davanti a quella
figura misteriosa, il cui petto sembrava respirasse e nel cui
volto c'erano insieme tanto dolore e tanta dolcezza, ch'egli si
sentiva stringere il cuore.
Uscì dalla chiesa trasformato, i suoi passi lo portarono in un
mondo completamente mutato. Dal momento in cui aveva ammirato la
dolce e santa figura di legno, Boccadoro possedeva quello che
non aveva posseduto mai, che tante volte aveva deriso negli
altri, oppure invidiato: una meta! Aveva una meta e forse
l'avrebbe raggiunta, e allora forse tutta la sua vita dissoluta
avrebbe acquistato un alto significato e un valore. Questo nuovo
sentimento lo penetrava di gioia e di timore e gli dava ali ai
piedi.
La bella e allegra strada maestra su cui camminava non era più
quello ch'era stata il giorno innanzi, un teatro festoso ed una
comoda dimora, non era più che una strada, la via che conduceva
alla città, la via che conduceva al maestro. Egli correva
impaziente. Giunse prima ancora di sera, vide spiccar le torri
dietro le mura, vide stemmi scolpiti ed insegne dipinte sopra
la porta, entrò col cuore palpitante, senza quasi badare al
chiasso e al lieto tumulto delle strade, ai cavalieri in sella,
ai carri e alle carrozze.
Cavalieri e cocchi, città e vescovo non gl'importavano.
Alla prima persona che incontrò sotto la porta domandò dove
abitava maestro Nicola, e rimase molto deluso che quella non ne
sapesse nulla.
Giunse in una piazza circondata di case fastose, molte delle
quali eran dipinte od ornate di decorazioni plastiche.
Sopra la porta d'una di esse stava grande e pomposa la figura di
un lanzichenecco, a colori forti e brillanti. Non era bella come
la figura che aveva veduto in quella chiesa di convento, ma
aveva un certo atteggiamento e un modo di gonfiare i polpacci e
di sporgere innanzi il mento barbuto, che Boccadoro pensò
potesse essere dello stesso maestro. Entrò nella casa, bussò a
diverse porte, salì scale... finalmente s'imbatté in un signore
vestito di velluto con risvolti di pelliccia e gli domandò dove
poteva trovare maestro Nicola. Che mai voleva da lui? domandò il
signore di rimando; e Boccadoro riuscì a stento a dominarsi e a
rispondere solo che aveva una commissione da fargli. Il signore
gli disse allora il nome della via dove abitava il maestro, e
quando Boccadoro, a forza di domandare, riuscì a trovarla, s'era
fatta notte. Affannato ma felice, si fermò dinanzi alla casa del
maestro, guardò su alle finestre e poco mancò che non corresse
dentro. Ma gli venne in mente ch'era già tardi, ch'egli era
tutto su-dato e impolverato dalla marcia della giornata, si
dominò e attese Ma rimase ancora a lungo davanti alla casa.
Vide una finestra illuminarsi e, proprio quando si voltava per
andarsene, scorse una figura che s'avvicinava al davanzale, una
bellissima fanciulla bionda, coi capelli illuminati dalla luce
mite della lampada che pendeva dietro di lei.
La mattina dopo, quando la città si ridestò e ricominciarono i
suoi mille rumori, Boccadoro si lavò viso e mani, nel convento
dov'era stato ospite quella notte, si scosse la polvere dai
vestiti e dalle scarpe, ricercò la via del maestro e bussò al
portone di casa. Venne una domestica, che non voleva introdurlo
subito, ma egli riuscì a intenerire la vecchia, finchè ella lo
condusse dentro. In una piccola sala, ch'era la sua officina,
stava il maestro in grembiule da lavoro: un uomo alto e barbuto,
che a Boccadoro parve avere quaranta o cinquant'anni. Egli
guardò il forestiero con gli occhi azzurri chiari e penetranti
e domandò brevemente che cosa desiderasse. Boccadoro riferì il
saluto del padre Bonifacio.
--Nient'altro?
-- Maestro, -- disse Boccadoro col fiato oppresso, -ho visto là nel convento la vostra Madonna. Ah non guardatemi
così arcigno; null'altro che amore e venerazione mi conducono da
voi. Io non sono pauroso, ho vissuto a lungo da vagabondo, ho
sperimentato la foresta, la neve e la fame, non c'è uomo di cui
possa aver paura.
Ma di voi ho paura. Oh, ho un desiderio solo e grande che mi
riempie il cuore così da farmi male.
-- Che sorta di desiderio?
--Vorrei diventare vostro scolaro e imparare da voi.
-- Non sei il solo, giovanotto, ad avere questo desiderio. Ma a
me non piace tenere apprendisti e due aiutanti li ho già. Da
dove vieni tu, e chi sono i tuoi genitori?
--Non ho genitori, non vengo da nessun luogo. Fui scolaro in un
convento, dove imparai il latino e il greco poi scappai, e per
anni ed anni ho girato il mondo, fino a oggi.
--E perché pensi di diventare un intagliatore? Hai già provato a
far qualcosa di simile? Hai dei disegni?
-- Ho fatto molti disegni, ma non li ho più. Vi posso però dire
perché vorrei imparare quest'arte. Mi sono fatto molte idee, ho
visto molti volti e molte figure, ci ho ripensato a lungo e
alcun: di questi pensieri hanno continuato a tormentarmi e non
mi hanno lasciato pace. Sono rimasto colpito nell'osservare come
in una figura ritorni sempre in tutte le sue parti una certa
forma, una certa linea, come una fronte corrisponda al
ginocchio, una spalla all'anca, e come tutto questo in fondo sia
una cosa sola con l'essenza e con l'anima dell'uomo, che ha quel
dato ginocchio, quella data spalla e quella fronte. E un'altra
cosa mi ha colpito, me n'accorsi una notte in cui dovetti
prestar aiuto presso una partoriente: che la massima sofferenza
e la suprema voluttà hanno un'espressione perfettamente simile.
Il maestro guardò lo straniero con occhio penetrante.
--Sai quello che dici?
-- Sì, maestro, lo so. Proprio questo fu ciò che trovai espresso
con mio sommo incanto e stupore nella vostra Madonna; per questo
sono venuto. Oh, su quel viso bello e soave c'è tanto dolore, ma
quel dolore s'è trasformato al tempo stesso in pura felicità e
in sorriso. Quando vidi quel volto, passò come una vampata nelle
mie membra, tutti i miei pensieri e i miei sogni di tanti anni
mi apparvero confermati e all'improvviso non furon più vani, io
seppi a un tratto quello che dovevo fare e dove dovevo andare.
Caro maestro Nicola, vi prego con tutto il cuore, lasciatemi
imparare da voi!
Nicola, senza mutare l'espressione arcigna del volto, aveva
ascoltato attentamente.
--Giovanotto,--disse,--tu
sai
parlare
d'arte
in
mo-do
sorprendente, e mi stupisce anche che alla tua età tu possa dire
tante cose sulla voluttà e sulla sofferenza. Mi piacerebbe
discorrere una sera con te di queste cose davanti a un bicchier
di
vino.
Ma
vedi:
scambiare
conversazioni
piacevoli
e
intelligenti non è lo stesso che vivere e lavorare insieme un
paio d'anni. Questa è un'officina e qui si lavora, non si
chiacchiera; qui non importa ciò che uno ha meditato e sa dire,
importa solo ciò che uno sa fare con le sue mani. Mi pare che le
tue intenzioni siano serie, perciò non voglio mandarti via così
senz'altro. Vediamo se sai fare qualche cosa. Hai già plasmato
con la creta o con la cera?
Boccadoro pensò subito a un sogno di molto tempo prima, in cui
aveva impastato con la creta delle figurine, che poi s'erano
alzate ed eran diventate giganti. Ma non ne disse nulla e
dichiarò che non s'era mai provato in simili lavori.
Bene. Allora disegnerai qualche cosa. Là c'è una tavola, vedi,
della carta e del carbone. Siediti e disegna; non aver fretta;
puoi rimanere fino a mezzogiorno o anche fino a sera. Forse
allora potrò vedere quali sono le tue attitudini. Ecco, ora
abbiamo parlato abbastanza; io vado al mio lavoro, tu va al tuo.
Boccadoro sedette sulla seggiola che Nicola gli aveva indicata,
davanti alla tavola da disegno. Non s'affrettò, prima stette ad
aspettare, quieto come uno scolaro timido, osservando con
affettuosa curiosità il maestro, che gli volgeva quasi le spalle
e continuava a lavorare a una figurina di creta. Guardava
attentamente quell'uomo che, nella testa severa e già un pò
incanutita e nelle mani d'artefice, dure ma nobili e vive,
possedeva così meravigliose forze magiche. Aveva un aspetto
diverso da quello che Boccadoro s'era immaginato; più vecchio,
più modesto, più freddo, molto meno raggiante e cattivante, e
nient'affatto felice. Lo sguardo scrutatore, inesorabilmente
acuto, era rivolto in quel momento al suo lavoro, e Boccadoro,
liberato da esso, poteva abbracciare la figura del maestro in
ogni suo particolare. Quell'uomo, pensava, avrebbe potuto essere
anche uno scienziato, uno studioso taciturno e austero,
dedicatosi a un'opera che molti suoi predecessori avevano
iniziata e ch'egli doveva un giorno lasciare ai suoi posteri,
un'opera tenace, duratura, infinita, in cui eran raccolti il
lavoro e la dedizione di molte generazioni.
Questo almeno era ciò che l'osservatore leggeva nella testa del
maestro; molta pazienza, molto studio e riflessione, molta
modestia e conoscenza del dubbio valore d'ogni lavoro umano vi
stavano scritti, ma anche fede nel proprio compito. Il
linguaggio delle mani invece era diverso: fra esse e la testa
c'era un contrasto. Quelle mani s'affonda-vano nella creta che
plasmavano, con dita ferme ma sensibilissime, trattavano
l'argilla come le mani di un amante trattano la donna amata che
gli s'abbandona: innamorate, piene di un sentimento delicato e
vibrante, bramose, senza tuttavia far distinzione fra il
prendere e il dare, cupide e pie al tempo stesso, e sicure,
magistrali, come per antichissima e profonda esperienza.
Boccadoro osservava rapito e ammirato quelle mani benedette.
Avrebbe volentieri disegnato il maestro, se non ci fosse stato
quel contrasto
fra il volto e le mani, che lo paralizzava.
Dopo ch'ebbe contemplato per un'ora buona l'artista che lavorava
dinanzi a lui, cercando d'indagarne il mistero, un'altra
immagine cominciò a delinearsi nella sua anima e diventar
visibile, L'immagine dell'uomo ch'egli conosceva meglio di
tutti, che aveva molto amato e profondamente ammirato; e
quest'immagine era tutta d'un pezzo, senza contraddizioni,
quantunque avesse anch'essa varietà di tratti e rivelasse molte
lotte. Era l'immagine del suo amico Narciso. Sempre più si
concretava in unità e pienezza sempre più chiara si manifestava
la legge intima di quell'essere amato: la nobile testa foggiata
dallo spirito, la bella bocca serrata e l'occhio un pò triste
resi energici e aristocratici dall'assoluta dedizione allo
spirito, le spalle esili, il collo lungo, le mani delicate e
fini, animate dalla lotta per spiritualizzarsi. Da allora, da
quando s'era staccato dal convento, non aveva mai visto l'amico
con tanta chiarezza, non aveva mai posseduto in sé così completa
l'immagine di lui.
Come in sogno, senza volontà, eppure animato da una preparazione
e da una necessità intima, Boccadoro cominciò a disegnare cauto,
delineò con dita amorose e rispettose la figura che aveva in
cuore, e dimenticò il maestro, se stesso e il luogo dov'era. Non
s'accorse che la luce nella stanza si spostava a poco a poco,
che il maestro gli gettava di tanto in tanto un'occhiata. Come
un atto di offerta eseguiva il compito che gli era toccato, che
il suo cuore gli aveva imposto: innalzare l'immagine dell'amico
e conservarla così, come viveva in quel momento nella sua anima.
Senza farci sopra dei pensieri, sentiva l'opera sua come il
pagamento di un debito, come un ringraziamento.
Nicola s'avvicinò alla tavola da disegno, dicendo: --E
mezzogiorno; io vado a tavola, puoi venire con me. Lascia
vedere... hai disegnato qualche cosa?
Si mise dietro a Boccadoro e gettò lo sguardo sul grande foglio
disegnato, poi, spingendo il giovane da una parte, lo prese con
cura fra le mani esperte. Boccadoro s'era destato dal suo sogno
e fissava il maestro con ansiosa aspettativa. Questi era là, col
disegno fra le mani, e l'osservava attentamente con lo sguardo
acuto dei suoi chiari occhi azzurri e severi.
--Chi è questo che hai disegnato? -- domandò dopo qualche tempo.
--E il mio amico, un giovane monaco ed erudito.
Bene, lavati le mani, là in cortile c'è la fontana. Poi andiamo
a mangiare. I miei aiutanti non sono qui, lavorano altrove.
Boccadoro ubbidì, trovò il cortile e la fontana, si lavò le mani
e chissà che cosa avrebbe dato per conoscere i pensieri del
maestro. Quando ritornò, questi era uscito; lo udì affaccendarsi
nella stanza accanto; poi ricomparve, s'era lavato anche lui e
invece del grembiule indossava una bella giubba di panno, che
gli dava un aspetto maestoso e solenne. Precedette Boccadoro su
per una scala con la balaustra di noce, le cui colonnette
portavano piccole teste d'angelo scolpite; attraversò un atrio
pieno di statue antiche e moderne ed entrò in una bella stanza
col pavimento, le pareti e il soffitto di legno duro;
nell'angolo della finestra c'era una tavola apparecchiata. Entrò
di corsa una giovinetta che Boccadoro riconobbe: era la bella
fanciulla della sera prima.
--Elisabetta, -- disse il maestro, -- devi mettere un posto di
più, ho condotto un ospite. E... veramente il suo nome non lo so
ancora.
Boccadoro lo disse.
--Boccadoro, dunque. Possiamo mangiare?
-- Subito, babbo.
La fanciulla mise un piatto, uscì e ritornò poco dopo con la
domestica che portava il pranzo: carne di maiale, lenticchie e
pan bianco. Durante il pasto il padre parlò di questo e di
quello con la fanciulla, Boccadoro rimase silenzioso, mangiò un
poco e si sentì malsicuro ed oppresso. La ragazza gli piaceva
molto: era una bella figura imponente, alta quasi come suo
padre, ma se ne stava tutta pudica e inaccessibile come in una
campana di vetro e non rivolgeva né una parola né uno sguardo al
forestiero.
Dopo mangiato il maestro disse: -- Io voglio riposare ancora
mezz'ora. Tu va nell'officina o fa un giretto fuori, poi
parleremo di quella faccenda.
Boccadoro salutò e uscì. Era passata un'ora e più da che il
maestro aveva visto il suo disegno, e non ne aveva ancora detto
una parola. E dover aspettare ancora mezz'ora! Bè, non c'era
niente da fare, aspettò. Non andò nell'officina, non
voleva rivedere il suo disegno in quel momento. Scese in
cortile, sedette sulla vasca della fontana e stette a guardare
il filo d'acqua che scorreva ininterrottamente dalla canna e
cadeva nella profonda vasca di pietra, sollevando minuscole
onde e portando seco continuamente un poco d'aria, che
continuamente ripullulava dal fondo alla superficie in bianche
perle. Nello specchio scuro della fontana vide la propria
immagine e pensò che quel Boccadoro che lo guardava dall'acqua
non era più da un pezzo il Boccadoro del convento o quello di
Lidia e neppur più il Boccadoro delle foreste. Pensò che ogni
uomo corre senza posa e si trasforma e infine si dissolve,
mentre la sua immagine creata dall'artista rimane sempre
immutabilmente la stessa. Forse, pensò, la radice d'ogni
arte, e fors'anche d'ogni spirito, è la paura della morte.
Noi la temiamo, abbiamo orrore della caducità, vediamo con
tristezza i fiori appassire e le foglie cadere e sentiamo nel
nostro cuore la certezza che anche noi siamo caduchi e presto
avvizziremo.
Se dunque come artisti creiamo figure o come pensatori cerchiamo
leggi e formuliamo pensieri, lo facciamo per salvare qualche
cosa della grande danza macabra, per stabilire qualche cosa che
abbia una durata più lunga di noi stessi. La donna che ha
servito di modello al maestro per la sua bella Madre di Dio è
forse già avvizzita o morta, e presto sarà morto anche lui;
altri abiteranno nella sua casa, altri mangeranno alla sua
tavola... ma la sua opera rimarrà, nella tacita chiesa del
convento brillerà ancora dopo cent'anni e più e resterà sempre
bella e sorriderà sempre con la stessa bocca, che è così
fiorente e triste insieme.
Udì il maestro che scendeva la scala e corse nell'officina.
Maestro Nicola passeggiò in su e in giù, guardò più volte il
disegno di Boccadoro, si fermò infine alla finestra e disse col
suo fare un pò esitante ed asciutto: -- Da noi l'usanza è che un
apprendista studi per lo meno quattro anni e che suo padre paghi
al maestro una somma per l'insegnamento.
Poiché fece una pausa, Boccadoro pensò che il maestro temesse di
non ricever denaro da lui. Immediatamente trasse di tasca il suo
coltello, tagliò la cucitura intorno al ducato nascosto e lo
cavò fuori. Nicola lo guardò stupito e, quando Boccadoro gli
porse la moneta, si mise a ridere.
--Ah, questo intendevi? --disse ridendo.--No, giovanotto puoi
tenere il tuo denaro. Ascoltami. Ti ho detto qual è l'usanza per
gli apprendisti nella nostra corporazione. Ma né io sono un
maestro comune, né tu un apprendista comune. Questi sogliono
cominciare la loro scuola a tredici, quattordici o al massimo
quindici anni, e la metà del tempo che passano presso il maestro
debbono servire come garzoni e far da bidelli. Ma tu sei già un
giovanotto e per l'età potresti da un pezzo essere lavorante e
anche già maestro. Un apprendista con la barba nella nostra
corporazione non s'è ancor veduto. E poi t'ho già detto che io
non voglio tenere apprendisti in casa. Tu non mi sembri del
resto uno che si lasci dar ordini e mandare in giro.
L'impazienza di Boccadoro era giunta al colmo, ciascuna delle
parole assennate del maestro lo metteva alla tortura e gli
sembrava terribilmente noiosa e pedante. Gridò con veemenza: -Perché mi dite tutto questo, se non avete alcuna intenzione di
prendermi alla vostra scuola?
Il maestro continuò impassibile nel tono di prima: -Io ho riflettuto per un'ora sulla tua richiesta, adesso anche tu
devi avere la pazienza di ascoltarmi. Ho visto il tuo disegno.
Ha dei difetti ma, non ostante questi, è bello.
Se non lo fosse, ti avrei regalato un mezzo fiorino e ti avrei
congedato e dimenticato. Del disegno non voglio dire di più.
Vorrei aiutarti a diventare un artista, forse ci sei destinato.
Ma apprendista non puoi ormai più diventare. E chi non è stato
apprendista e non ha compiuto i suoi anni di scuola, nella
nostra corporazione non può neppure diventare lavorante e
maestro. Questo ti sia detto prima. Ma un tentativo puoi farlo.
Se ti è possibile rimanere qualche tempo qui in città, puoi
venire da me e imparare qualche cosa. Senza impegno e senza
contratto, puoi andartene quando vuoi. Puoi rompere nella mia
officina un paio di coltelli da intaglio e rovinare un paio di
ceppi, e se si vedrà che non sei un intagliatore ti volgerai ad
altro. Sei contento?
Boccadoro aveva ascoltato confuso e commosso.
--Vi ringrazio di cuore, -- esclamò. -- Sono vagabondo e saprò
cavarmela qui in città come fuori nei boschi. Capisco che non
vogliate prendervi cure e responsabilità per me come per uno
scolaretto. Ritengo gran fortuna poter imparare da voi. Vi
ringrazio di cuore di volermelo concedere.
INDEX
CAPITOLO XI
Nuove immagini circondarono Boccadoro nella città e una nuova
vita cominciò per lui. Come la regione e la città lo avevano
accolto gaie, seducenti e rigogliose, così lo accolse la nuova
vita, piena di letizia e di promesse.
Se anche il fondo di tristezza e di sapere della sua anima
rimaneva intatto, alla superficie la vita giocava per lui in
tutti i suoi colori. Cominciò per Boccadoro il periodo più lieto
e più puro. Di fuori gli veniva incontro la ricca città
vescovile con tutte le sue arti, le sue donne, con mille giochi
e mille visioni gradite; di dentro la sua natura d'artista,
destandosi, gli donava nuovi sentimenti e nuove speranze. Con
l'aiuto del maestro trovò alloggio nella casa di un doratore
sulla piazza del mercato del pesce, e dal maestro e dal doratore
imparò l'arte di trattare il legno e il gesso, i colori, la
vernice e l'orpello.
Boccadoro non era di quegli artisti infelici, che pur possedendo
alte doti non trovano mai i mezzi buoni per manifestarle. Ci
sono infatti di quelli, a cui è dato sentire con profondità e
intensità la bellezza del mondo e portare nella loro anima
immagini nobili e sublimi, ma che non trovano la via di
estrinsecare queste immagini e di comunicarle per la gioia degli
altri. Boccadoro non soffriva di questa deficienza. Gli riusciva
facile e lo divertiva adoperare le mani e apprendere le
abilità del mestiere, così come gli riusciva facile nelle ore
serali imparare da alcuni compagni a sonare il liuto e a danzare
la domenica sulle piazze dei villaggi. Imparava con facilità,
gli veniva naturale. Certo nell'intaglio doveva mettere tutto il
suo impegno e incontrava difficoltà e delusioni e talvolta gli
capitava di rovinare un bel pezzo di legno e di tagliarsi le
dita con energia. Ma superò presto i principi e acquistò
destrezza. Spesso però il maestro era malcontento di lui e gli
diceva: -- Fortuna che non sei mio apprendista o lavorante,
Boccadoro. Fortuna che sappiamo che vieni dalla strada e dai
boschi e che un giorno ci ritornerai. Chi non sapesse che non
sei un cittadino e un artigiano, bensì un vagabondo e un
fannullone, potrebbe facilmente aver la tentazione di pretendere
da te quello che ogni maestro pretende dai suoi dipendenti. Tu
sei un ottimo lavoratore, se hai la luna buona. Ma la settimana
scorsa sei andato a zonzo due giorni. Ieri nell'officina del
cortile, dove dovevi ripulire i due angeli, hai dormito metà
della giornata.
Aveva ragione di rimproverarlo così e Boccadoro lo ascoltava in
silenzio, senza giustificarsi. Sapeva egli stesso di non essere
un uomo diligente, del quale ci si potesse fidare. Fin tanto che
un lavoro lo interessava, gli imponeva compiti difficili o gli
dava la coscienza e la gioia della sua capacità, era un
lavoratore zelante. Ma al pesante lavoro manuale si sottoponeva
malvolentieri
e
quegli
altri
lavori
non
difficili,
ma
richiedenti tempo e diligenza, che fanno pur parte del mestiere
e voglion essere eseguiti con costanza e pazienza, gli erano
spesso insopportabili. Egli stesso a volte se ne meravigliava.
Eran bastati quei pochi anni di vagabondaggio a renderlo pigro
e incostante? Era l'eredità di sua madre che cresceva in lui e
prendeva il sopravvento? O dov'era la deficienza ? Ricordava
benissimo i suoi primi anni in convento quand'era un ottimo e
diligente scolaro. Perché allora si applicava con tanta
pazienza, mentre ora non ne aveva più, perché era riuscito a
dedicarsi con instancabile zelo alla sintassi latina e a
imparare tutti quegli simboli greci, che in fondo al cuore non
gl'importavano proprio nulla? Ci pensava spesso. Era stato
l'amore allora a temprarlo e a dargli ali; il suo studio altro
non era stato se non uno sforzo costante per cattivarsi l'animo
di Narciso, giacché l'affetto di lui non si poteva conquistare
che attraverso la stima e l'approvazione. Allora per una
occhiata d'approvazione dell'amato maestro poteva affaticarsi
per ore, per giornate intere. Poi la meta agognata era stata
raggiunta. Narciso era diventato suo amico e, cosa strana,
proprio il dotto Narciso gli aveva mostrato la sua inettitudine
a diventar scienziato e aveva evocato in lui l'immagine della
madre perduta. Invece della dottrina, della vita claustrale e
della virtù, i potenti istinti originari della sua natura
s'erano impadroniti di lui: sesso, amor di donne, bisogno
d'indipendenza, spirito vagabondo. Infine aveva visto quella
figura di Maria scolpita dal maestro, aveva scoperto in sé un
artista, si era messo su di una nuova via ed era ritornato
sedentario.
Ed ora? Dove conduceva la sua strada? Donde venivano gli
ostacoli?
Per il momento non poteva riconoscerlo. Solo questo poteva
capire: che ammirava bensì maestro Nicola, ma non lo amava come
un tempo aveva amato Narciso, talvolta anzi si compiaceva di
deluderlo e d'indispettirlo.
Ciò dipendeva a parer suo dal dissidio che riscontrava nella
personalità del maestro. Le figure create dalle mani di Nicola,
le migliori per lo meno, erano per Boccadoro modelli venerati,
ma il maestro in se stesso non era un modello per lui.
Accanto all'artista che aveva scolpito quella Madonna dalla
bocca più bella e più dolorosa che si potesse immaginare,
accanto al veggente e al sapiente, le cui mani sapevano
trasformare per incanto in figure visibili presentimenti ed
esperienze profonde, vi era in maestro Nicola un altro uomo: un
padre di famiglia e un maestro di corporazione un pò rigido e
meticoloso, un vedovo, che viveva silenzioso e dimesso nella sua
casa tranquilla con la figlia e con una brutta servente, un uomo
che resisteva energicamente ai più forti istinti di Boccadoro e
che si era adagiato in una vita quieta, moderata, regolarissima
e decorosa.
Quantunque Boccadoro onorasse il suo maestro e non si
permettesse d'interrogare altri sul conto di lui o di giudicarlo
in faccia ad altri, in capo a un anno egli sapeva fino al minimo
particolare tutto quello che si poteva sapere di Nicola. Questo
maestro era per lui una persona importante, amata e altrettanto
odiata, che non gli lasciava requie; e lo scolaro penetrava con
amore e con diffidenza, con curiosità sempre desta, nei segreti
dell'indole e della vita di lui. Vedeva che egli non teneva in
casa né apprendisti né lavoranti, benché ci fosse abbastanza
spazio. Vedeva che usciva solo di rado e di rado invitava ospiti
a casa sua. Osservava che nutriva per la sua bella figliola un
affetto commovente e geloso e cercava di tenerla nascosta a
tutti. Sapeva anche che dietro la severa e precoce astinenza del
vedovo c'erano ancora in gioco istinti vivi e che, quando un
incarico di fuori lo costringeva a mettersi in viaggio, poche
giornate potevano talvolta trasformarlo e ringiovanirlo in mo-do
strano. E una volta aveva anche osservato che Nicola, in una
cittadina straniera dove ponevano in opera un pulpito scolpito,
una sera aveva visitato di nascosto una prostituta, e poi per
parecchi giorni era rimasto inquieto e di cattivo umore.
Con
l'andar
del
tempo
oltre
a
questa
curiosità
c'era
qualcos'altro che tratteneva Boccadoro in casa del maestro e gli
dava da fare. Era la bella figliola, Elisabetta, che gli piaceva
molto. Riusciva di rado a vederla; ella non entrava mai
nell'officina ed egli non sapeva capire se la sua ritrosia di
fronte agli uomini le fosse solo imposta dal padre, o se
corrispondesse anche alla sua natura. Non poteva far a meno di
notare che il maestro non l'aveva più invitato a tavola e che
cercava d'osta-colargli ogni incontro con lei. Elisabetta era
una fanciulla molto preziosa e custodita, lo vedeva bene, e per
un amore senza nozze non c'era speranza; chi poi volesse
sposarla doveva innanzi tutto esser figlio di buona famiglia,
membro di una delle corporazioni superiori e possibilmente
posseder anche denaro e una casa.
La bellezza di Elisabetta, così diversa da quella delle donne
vagabonde e delle contadine, aveva attirato fin dal primo giorno
l'attenzione di Boccadoro. C'era qualcosa in lei che ancora gli
era rimasto ignoto, qualcosa di strano, che lo attraeva
violentemente, ma gl'ispirava al tempo stesso diffidenza e
perfino dispetto: una grande calma ed innocenza, un'onestà e una
purezza, che non eran tuttavia ingenuità; dietro tutta la sua
cortesia e il suo decoro si celava una certa freddezza, un
orgoglio, per cui quell'innocenza non lo commoveva e non lo
disarmava (egli non sarebbe mai stato capace di sedurre una
bambina), ma anzi lo eccitava e lo provocava. Non appena la
figura di lei gli divenne un poco familiare come immagine
intima, sentì il desiderio di rappresentarla, ma non com'era
allora, bensì coi tratti ridesti, sensibili e sofferenti, non
una piccola vergine ma una Maddalena.
Talvolta la sua brama avrebbe voluto vedere quel volto calmo,
bello e immobile, contrarsi e sfogliarsi, sia nella voluttà, sia
nella sofferenza, e rivelare così il suo segreto.
Vi era poi un altro volto, che dimorava nella sua anima ma non
gli apparteneva del tutto, un volto ch'egli desiderava
ardentemente di riuscir a cogliere e rappresentare da artista,
ma che continuamente gli sfuggiva e gli si velava. Era il volto
della madre. Già da tempo esso non era più quello che gli era
ricomparso un giorno dalle perdute profondità della memoria dopo
i colloqui con Narciso. Nelle giornate di vagabondaggio, nelle
notti d'amore, nei momenti di nostalgia, nei momenti di pericolo
e di vicinanza della morte il volto della madre si era a poco a
poco trasformato e arricchito, era diventato più profondo e più
vario; non era più l'immagine della propria madre, ma dai tratti
e dai colori di questa si era svolta a poco a poco un'immagine
materna impersona-le, L'immagine di un'Eva, di una madre
dell'umanità. Co-me maestro Nicola in alcune Madonne aveva
rappresentato l'immagine della Madre di Dio addolorata con una
perfezione ed una forza espressiva che a Boccadoro parevano
insuperabili, così egli stesso sperava di raffigurare un
giorno, quando fosse più maturo e più sicuro della sua capacità,
L'immagine della madre del mondo, Eva, quale egli la portava nel
cuore come la cosa più sacra, più antica e più amata. Ma questa
immagine intima, che un tempo era stata solo il ricordo della
madre sua e del suo amore per lei, continuava a trasformarsi e
ad arricchirsi. In essa si erano impressi i tratti della zingara
Lisa, di Lidia, la figlia del cavaliere, e molti altri volti di
donna; e non solo i volti delle donne amate avevano cooperato a
trasformare quell'immagine originaria e a darle tratti nuovi, ma
anche ogni emozione, ogni esperienza ed ogni avventura. Questa
figura infatti, se un giorno fosse riuscito a renderla visibile,
non doveva rappresentare una donna particolare, ma la vita
stessa come madre primigenia. Spesso credeva di vederla,
talvolta gli appariva in sogno. Ma di questo volto d'Eva e di
quello che doveva esprimere egli non avrebbe saputo dir altro,
se non che doveva mostrare la voluttà della vita nella sua
intima parentela col dolore e con la morte.
Nel corso di un anno Boccadoro aveva imparato molto. Nel disegno
aveva raggiunto presto una grande sicurezza e oltre all'intaglio
Nicola gli faceva talvolta provare anche a modellar la creta. La
sua prima opera riuscita fu appunto una statuetta di creta alta
due buone spanne: la figura graziosa e seducente della piccola
Giulia, della sorella di Lidia. Il maestro lodò il lavoro, ma
non esaudì il desiderio espresso da Boccadoro di farla fondere
in metallo; la figura gli sembrava troppo impudica e mondana,
perché egli volesse farle da padrino.
Poi cominciò il lavoro intorno alla statua di Narciso; Boccadoro
la eseguì in legno sotto le spoglie del discepolo Giovanni,
perché, se riusciva, Nicola voleva metterla in un gruppo della
crocefissione, che gli era stato ordinato e al quale lavoravano
da tempo esclusivamente i suoi due aiutanti, per lasciare poi al
maestro l'ultimo tocco.
Boccadoro lavorava alla figura di Narciso con grande amore; in
questo lavoro ritrovava se stesso, la sua natura d'artista e ]a
sua anima, ogni volta ch'era uscito di carreggiata, e non
avveniva di rado: amori, feste da ballo, bicchierate coi
compagni, gioco di dadi e anche risse frequenti lo travolgevano
così che per uno o più giorni egli disertava l'officina, oppure
lavorava distratto e a malincuore. Ma al suo apostolo Giovanni,
la cui figura amata e pensosa gli usciva dal legno sempre più
pura, egli lavorava solo nelle ore in cui si sentiva preparato,
con dedizione e umiltà. In queste ore non era né lieto né
triste, non pensava né alla gioia né alla caducità della vita;
gli ritornava in cuore quel sentimento di rispetto puro e
luminoso, col quale un tempo si era dato all'amico, lieto di
lasciarsi guidare da lui. Non era Boccadoro che crea-va una
figura di sua propria volontà; era l'altro piuttosto, era
Narciso che si serviva delle mani dell'artista per uscire dalla
transitorietà e mutabilità della vita e per rappresentare
l'immagine pura del suo essere.
Così, Boccadoro sentiva talvolta con un brivido, nascevano le
vere opere. Così era nata la Madonna indimenticabile del
maestro, che più d'una domenica egli era tornato a visitare nel
convento. Così, in questo modo sacro e misterioso, erano nate le
due o tre statue antiche più belle, che il maestro aveva su nel
vestibolo. Così sarebbe nata un giorno anche quell'immagine,
quell'altra, quell'unica, per lui più misteriosa e più veneranda
ancora, L'immagine della madre dell'umanità. Oh, se dalle mani
dell'uomo uscissero solo di queste opere d'arte, immagini
sante, necessarie, non profanate da una volontà e da una vanità!
Ma non era così, egli lo sapeva da un pezzo. Si potevano creare
anche altre figure, cose graziose e squisite, fatte con grande
maestria, gioia degli amatori d'arte, ornamento delle chiese e
delle sale di consiglio... belle cose certo, ma non sacre, non
vere immagini dell'anima. Egli conosceva parecchie di queste
opere, che con tutta la loro grazia d'invenzione e malgrado
tutta la cura dell'esecuzione non erano in fondo che giochi. E
non solo di Nicola e di altri maestri; con sua propria
confusione e tristezza, nel suo cuore stesso, nelle sue stesse
mani egli aveva sentito come un artista possa mettere al mondo
simili cose graziose per il piacere della propria abilità, per
vanità, per trastullo.
La prima volta che si rese conto di questo si sentì
desolatamente triste. Ah, per fare graziose figurine d'angeli o
altri giochetti, sian pur carini, non valeva la pena di essere
artisti. Per altri forse, per artigiani, per cittadini, per
anime tranquille e soddisfatte poteva anche valer la pena, ma
per lui no. Per lui arte ed artisti non valevan nulla, se non
ardevano come il sole e non avevano la potenza delle tempeste,
se non portavano che piacere, gradimento, piccola felicità.
Egli cercava altro. Dorare con lucente orpello una corona di
Maria elegante come un merletto non era lavoro per lui, anche se
ben pagato.
Perché maestro Nicola prendeva tutte queste commissioni? Perché
si teneva due aiutanti? Perché stava ad ascoltare per ore ed
ore, con le misure in mano, quei sena-tori e quei preposti,
quando gli ordinavano un portale o un pulpito? Per due ragioni,
due ragioni meschine: perché teneva a essere l'artista celebre e
coperto di commissioni e perché voleva accumular denaro, denaro
non per grandi imprese o grandi piaceri, ma denaro per sua
figlia, ch'era già da un pezzo una fanciulla ricca, denaro per
il corredo di lei, per colletti di pizzo e vesti di broccato,
per un letto matrimoniale in noce, pieno di coperte e di
lenzuola preziose! Come se la bella ragazza non potesse
sperimentare l'amore altrettanto bene in un fienile qualsiasi!
In quelle ore di meditazione s'agitava profondo in Boccadoro il
sangue della madre, L'orgoglio e il disprezzo del vagabondo per
i sedentari e i possidenti. A volte il mestiere e il maestro gli
erano odiosi come i fagiolini col filo, spesso era sul punto di
scappare.
Anche il maestro s'era già pentito più d'una volta e amaramente
di aver aderito alla preghiera - di quel giovanotto dal
carattere difficile, su cui non si poteva far conto e che aveva
messo a dura prova la sua pazienza.
Ciò ch'era venuto a sapere del tenore di vita di Boccadoro,
della sua indifferenza per il denaro e per la proprietà, della
sua prodigalità, dei suoi molti amori, delle sue risse
frequenti, non poteva indurlo a maggior mitezza: s'era preso in
casa uno zingaro, un compagno infido. Inoltre non gli era
sfuggito con che occhi quel vagabondo guardasse sua figlia
Elisabetta. Se tuttavia esercitava con lui maggior pazienza di
quel che gli fosse agevole, non lo faceva per senso di dovere o
per imbarazzo; ma per amore dell'apostolo Giovanni, che vedeva
nascere sotto i suoi occhi. Con un sentimento di amore e di
affinità spirituale che non confessava del tutto a se stesso, il
maestro osservava quello zingaro, venuto a lui dai boschi,
scolpire a poco a poco, capricciosamente ma con tenacia
infallibile, su quel primo disegno così commovente e così bello
malgrado la sua inesperienza, grazie al quale allora egli
l'aveva tenuto presso di sé, la figura in legno del discepolo.
Non ostante tutti i capricci e le interruzioni, un giorno essa
sarebbe giunta a compimento, il maestro non ne dubitava, e
allora sarebbe stata un'opera quale nessuno dei suoi lavoranti
avrebbe mai potuto fare, quale poche volte riesce anche ai
grandi maestri. Per quante cose egli disapprovasse nel suo
scolaro, per quanti rimproveri gli rivolgesse, per quanto fosse
spesso furente contro di lui, del suo Giovanni non gli diceva
mai una parola.
Quel resto di grazia adolescente e d'ingenuità fanciullesca, che
aveva attirato a Boccadoro tante simpatie, era andato a poco a
poco perdendosi negli ultimi anni. Egli era diventato un
bell'uomo forte, molto ambito dalle donne, poco amato dagli
uomini. Anche il suo animo, il suo aspetto intimo, si era molto
mutato, da quando Narciso l'aveva destato dal dolce sonno dei
suoi anni di convento, da quando l'avevano plasmato il mondo e
la vita vagabonda. Il grazioso scolaro mite e benvoluto da
tutti, pio e servizievole, s'era trasformato da tempo in
tutt'altro uomo. Narciso l'aveva destato, le donne lo avevan
reso sapiente, il vagabondaggio gli aveva fatto perder le grazie
della prima giovinezza. Amici non ne aveva, il suo cuore
apparteneva
alle
donne.
Queste
potevano
conquistarlo
facilmente, bastava uno sguardo di desiderio. Era difficile
ch'egli sapesse resistere a una donna; rispondeva alla minima
seduzione. E sebbene avesse un senso molto delicato della
bellezza e amasse sopra tutto le fanciulle giovanissime, nello
sboccio della loro primavera, si lasciava tuttavia commuovere e
sedurre anche dalle donne meno belle e non più giovani. Nelle
sale da ballo rimaneva talvolta accanto ad una ragazza matura e
sco-raggiata, che nessuno voleva e che lo conquistava per le vie
della compassione non solo, ma anche di una curiosità sempre
desta. E appena cominciava a darsi ad una donna - fosse per
settimane o soltanto per qualche ora - essa diventava bella per
lui ed egli le si dava tutto.
L'esperienza gli aveva insegnato che ogni donna è bella e può
donare felicità, che quella meno appariscente e di-sprezzata
dagli uomini è capace di un ardore e di una dedizione inaudite,
che quella sfiorita è ricca di una tenerezza dolce e malinconica
più che materna, che ogni donna ha il suo segreto e il suo
fascino, la cui rivelazione può render felici. In questo tutte
le donne erano, uguali. Ogni mancanza di giovinezza e di
bellezza era compensata da qualche atteggiamento particolare.
Certo non tutte potevano tenerlo avvinto per un'ugual durata di
tempo. Verso la più giovane e la più bella egli non era di
un'ombra più affettuoso o più grato che verso la brutta, non
amava mai a metà. Ma c'erano donne che cominciavano veramente ad
avvincerlo dopo tre o dopo dieci notti d'amore, e altre che già
dopo la prima volta erano esaurite e dimenticate.
Amore e voluttà gli parevano l'unica cosa che potesse davvero
scaldare la vita, e darle un valore. L'ambizione gli era
sconosciuta, per lui un vescovo o un mendicante valevano lo
stesso; anche il guadagno e la proprietà non riuscivano ad
interessarlo; li disprezzava, non avrebbe mai fatto per essi il
minimo sacrificio e gettava via spensieratamente il denaro, che
in certi periodi guadagnava in abbondanza. L'amore delle donne,
il gioco dei sessi stava per lui in cima a tutto e il fondo
della sua frequente tendenza alla malinconia e al disgusto aveva
origine nell'esperienza di quanto sia instabile e fugace la
voluttà.
L'accendersi repentino e incantevole del piacere amoroso, il suo
breve ardere appassionato, il suo rapido spegnersi: ecco ciò che
per lui conteneva il nocciolo di ogni esperienza, ciò che
diventava per lui l'immagine di ogni delizia e di ogni dolore
della vita. A quella tristezza e al brivido provocato dalla
fugacità del piacere egli poteva abbandonarsi con la stessa
dedizione che all'amore, e anche quella malinconia era amore.
Come l'estasi d'amore nel momento della sua massima tensione e
felicità è sicura di dover scomparire e morire l'istante
appresso, co-sì l'intima solitudine e l'abbandono alla tristezza
eran sicuri d'essere a un tratto inghiottiti dal desiderio, da
un nuovo volgersi al lato luminoso della vita. Morte e voluttà
erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare
amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba e corruzione. La
madre era Eva, era la fonte della felicità e la fonte della
morte, generava eternamente, uccideva eternamente, in lei amore
e crudeltà erano una cosa sola, e più egli portava in sé la sua
figura, più essa diventava per lui un simbolo sacro. Egli
sapeva, non con le parole e con la coscienza, ma con la voce più
profonda del sangue, che la sua vita conduceva alla madre, al-la
voluttà e alla morte. Il lato paterno della vita, lo spirito, la
volontà non erano la sua patria. Quella era la patria di
Narciso, e solo allora Boccadoro comprendeva a fondo le parole
dell'amico e vedeva in lui il proprio contrapposto e questo
appunto voleva rappresentare e rendere visibile nella sua figura
di Giovanni. Si poteva sentire fino alle lacrime la nostalgia di
Narciso, si poteva sognare meravigliosamente di lui... ma
raggiungerlo, diventare come lui, non si poteva.
Con un senso misterioso Boccadoro presentiva anche il segreto
della sua natura d'artista, del suo profondo amore per l'arte e
a volte del suo odio violento contro di es-sa. Intuiva, senza
pensiero, col sentimento, in molteplici immagini, che l'arte era
un'unione del mondo paterno e materno, dello spirito e del
sangue; poteva cominciare nella sfera più sensuale e condurlo in
quella più astratta, o anche prender le mosse in un puro mondo
d'idee e finire nella carne più sanguigna. Tutte quelle opere
d'ar-te, ch'erano veramente sublimi e non solo bei giochetti di
prestigiatore, quelle che erano pregne dell'eterno mistero, per
esempio quella Madonna del maestro, tutte le opere genuine e
indubbie di un artista avevano questo duplice aspetto pericoloso
e sorridente, questo carattere maschile e femminile, questo
insieme d'istinto e di pura spiritualità Ma più di tutte la
Madre Eva avrebbe mostrato un giorno questo doppio volto, se un
giorno egli fosse riuscito a rappresentarla.
Nell'arte e nell'essere
artista stava per Boccadoro la
possibilità di una conciliazione dei suoi contrasti più
profondi, oppure di una figurazione simbolica splendida e sempre
nuova del dissidio della sua natura, Ma l'arte non era un puro
dono, non si poteva avere per niente, costava moltissimo,
esigeva sacrifici. Per più di tre anni Boccadoro le aveva
sacrificato ciò ch'egli conosceva di più alto e di più
indispensabile accanto alla voluttà dell'amore: la libertà.
L'essere libero, il vagare nell'infinito, L'arbitrio della vita
. errabonda, la solitudine e l'indipendenza, tutto questo egli
aveva gettato da sé. Gli altri potevano giudicarlo capriccioso
insubordinato
e
prepotente,
quando
talvolta
abbandonava
infuriato l'officina e il lavoro: per lui quella vita era una
schiavitù, che spesso lo amareggiava fino a diventargli
insopportabile. Non al maestro egli doveva ubbidire, né
all'avvenire, né al bisogno, ma all'arte. L'arte, questa dea
apparentemente così spirituale aveva d'uopo di tante cose
futili! Di un tetto sopra il capo, di strumenti, di legni, di
creta, di colori, di oro: esigeva lavoro e pazienza. Ad essa
egli aveva sacrificato la libertà selvaggia dei boschi,
L'ebbrezza
dello
spazio,
l'aspra
voluttà
del
pericolo,
L'orgoglio della miseria e doveva rinnovare continuamente il
sacrificio, con la goia strozzata e la bava alla bocca.
Ritrovava una parte di ciò che sacrificava, e si vendi-cava un
poco della schiavitù di quella vita ordinata e sedentaria, in
alcune avventure che si collegavano con l'amore, nelle risse coi
rivali. Tutta l'impetuosità frenata, tutta la forza repressa
della sua natura si sfogava da quella valvola; egli divenne un
noto e temuto rissaiolo.
In istrada per recarsi da una ragazza o di ritorno dal ballo,
essere assalito a un tratto in un viottolo scuro, ricevere un
paio di bastonate, rivoltarsi fulmineo e passare dalla difesa
all'attacco,
stringere
ansando
il
nemico
boccheggiante,
mettergli il pugno sotto il mento, prenderlo per i capelli o
afferrarlo energicamente alla gola, era cosa che gli piaceva
moltissimo e guariva per un pò di tempo i suoi umori tetri. E
piaceva anche alle donne.
Tutto ciò riempiva le sue giornate e tutto aveva anche un senso,
fin che durava il lavoro intorno al discepolo Giovanni. Questo
si protrasse a lungo e gli ultimi tocchi delicati alla
modellazione del volto e delle mani furono da-ti in un
raccoglimento paziente e solenne. Portò a termine il suo lavoro
in uno stanzino per il deposito dei legni dietro l'officina dei
lavoranti. Venne finalmente la mattina in cui la figura fu
pronta. Boccadoro prese una scopa, spazzò con cura lo stanzino,
tolse delicatamente col pennello l'ultima polvere di legno dai
capelli del suo Giovanni e rimase a lungo davanti ad esso,
un'ora e più, in-vaso dal sentimento solenne di un avvenimento
grande e raro, che poteva forse ripetersi ancora una volta nella
sua vita, ma forse poteva anche rimanere unico. Un uo-mo nel
giorno delle sue nozze o in cui venga armato cavaliere, una
donna dopo il primo parto deve sentire qualcosa di simile
agitarsi nel suo cuore, un'alta consacra-zione, una serietà
profonda e insieme già il timore segreto di quel momento, in cui
anche quest'esperienza unica e sublime sia vissuta, passata,
classificata ed inghiottita dal corso normale della vita.
Immobile guardava l'amico Narciso, la guida dei suoi anni
giovanili, lì davanti a lui, con la testa alta in ascolto, nella
veste del bel discepolo favorito, con un'espressione di calma,
di dedizione e di pietà ch'era come il germoglio d'un sorriso.
A quel volto bello, pio e spirituale, a quella figura slanciata,
quasi librata, a quelle mani lunghe, levate in un pio gesto di
grazia, il dolore e la morte non erano ignoti, quantunque
fossero pieni di giovinezza e di musica intima; ma ignoti erano
loro la disperazione, il disordine, la rivolta. Lieta o triste
che fosse l'anima dietro quei nobili lineamenti, era intonata a
purezza, non tollerava dissonanze.
Boccadoro, immobile, osservava l'opera sua. La contemplazione,
cominciata come un'adorazione al monumento della sua prima
giovinezza e della sua amicizia, finì con una tempesta di ansie
e di pensieri gravi. Ecco lì la sua opera: il bel discepolo
sarebbe rimasto e la sua fioritura delicata non avrebbe mai
avuto fine. Egli invece, che l'aveva creato, doveva ormai
prender congedo dalla propria opera, già l'indomani essa non gli
apparterrebbe più, non aspetterebbe più le sue mani, non
crescerebbe e fiorirebbe più sotto di esse, non sarebbe più per
lui rifugio, conforto e senso della vita. Egli rimaneva vuoto. E
gli pareva che il meglio sarebbe stato prender congedo quel
giorno stesso non solo dal suo Giovanni, ma anche dal maestro,
dalla città e dall'arte. Egli non aveva più nulla da fare in
quel luogo; non c'erano immagini nella sua anima, che potesse
rappresentare. La vagheggiata immagine delle immagini, la figura
della Madre degli uomini non gli era ancora raggiungibile, e per
lungo tempo. Doveva rimettersi a lustrare figurine d'angelo, o a
intagliare ornamenti?
Si strappò di là e passò nell'officina del maestro. Entrò piano
e rimase sulla soglia, finché Nicola lo vide e lo chiamò.--Che
c'è Boccadoro?
-- La mia statua è finita. Potreste forse venir un momento a
guardarla prima d'andare a tavola.
--Volentieri, vengo subito.
Passarono insieme nello stanzino, lasciando la porta aperta
perché ci fosse più luce. Nicola non aveva visto la figura da
parecchio tempo e aveva lasciato lavorare Boccadoro senza
disturbarlo. Ora osservava l'opera con silenziosa attenzione, e
il suo volto chiuso si faceva bello e luminoso: Boccadoro vide i
suoi occhi azzurri e severi diventare sereni.
-- Bene, -- disse il maestro. -- Molto bene. E la tua prova
d'esame, Boccadoro: ora hai finito d'imparare. Mostrerò la tua
figura a quelli della corporazione e chiederò che ti diano un
diploma di maestro: L'hai meritato.
Boccadoro dava poca importanza alla corporazione, ma sapeva
quale elogio significassero le parole del maestro, e ne fu
lieto.
Nicola, rigirando lentamente intorno alla statua del Giovanni,
disse con un sospiro: -- Questa figura è piena di religiosità e
di chiarezza, è seria, ma ricca di felicità e di pace. Si
direbbe fatta da un uomo che ha in cuore molta luce, molta
serenità.
Boccadoro sorrise.
-- Sapete che in questa figura io non ho rappresenta-to me
stesso, ma il mio più caro amico. Egli vi ha portato la
chiarezza e la pace, non io. Non sono stato io a creare
quell'immagine, egli me l'ha messa nell'anima.
--Può darsi, --disse Nicola.--E un mistero, in che modo nasca
una figura come questa. Io non sono precisamente umile, ma debbo
dire: ho fatto molte opere che sono di gran lunga inferiori alla
tua, non per arte e per accuratezza, ma per verità. Via, lo sai
tu stesso, un'opera simile non si ripete. E un mistero.
--Sì, -- disse Boccadoro, -- quando ebbi terminata la figura e
la guardai, pensai fra me: un'opera come questa non ti riuscirà
una seconda volta. Perciò, maestro, credo che presto ritornerò
alla vita del vagabondo.
Nicola lo guardò stupito e malcontento.
--Ne riparleremo. Il lavoro per te dovrebbe cominciare proprio
ora, non è questo davvero il momento di scappare. Ma per oggi
fai vacanza, e a mezzogiorno sarai mio ospite.
A mezzogiorno Boccadoro arrivò, pettinato e lavato, con l'abito
della festa. Questa volta sapeva quanta importanza avesse e che
raro favore fosse un invito alla mensa del maestro. Ma, mentre
saliva la scala che conduceva al vestibolo tutto adorno di
statue, era ben lungi dal sentire in sé il rispetto e la
timida gioia dell'altra volta, quando era entrato col
batticuore
in
quelle
belle
stanze
silenziose.
Anche
Elisabetta era elegante, con una catena ornata di pietre
preziose intorno al collo; e a tavola, oltre al carpione e al
vino, ci fu un'altra sorpresa: il maestro gli regalò
un borsellino di cuoio con due monete d'oro: il suo compenso
per la statua eseguita. Questa
volta
egli
non
rimase
muto,
mentre
padre e
figlia chiacchieravano fra loro.
Entrambi gli rivolgevano la parola e fu fatto un brindisi.
Gli
occhi di Boccadoro
non stavano
oziosi; coglieva
l'occasione per osservare attentamente la bella ragazza dal
viso aristocratico e un poco altero, e i suoi sguardi non
dissimulavano quanto gli piacesse. Ella si mostrava gentile
con lui, senza però arrossire, né riscaldarsi, e ciò lo
lasciava deluso. Egli tornava a sentir vivo il desiderio di
costringere quel bel volto immobile a parlare e a rivelare il
suo segreto. Dopo tavola ringraziò, rimase un poco ad
ammirare le sculture in legno del vestibolo, poi passò il
pomeriggio a zonzo per la città, indeciso e sfaccendato.
Era
stato
molto
onorato
dal maestro,
oltre
ogni
aspettativa.
Perché
ciò
non
lo
rendeva lieto? Perché
tutto quell'onore sapeva così poco di festa per lui?
Gli venne un'ispirazione e la seguì: prese a nolo un
cavallo e si diresse verso il convento, dove un giorno aveva
visto per la prima volta l'opera del maestro e udito il nome
di lui. Eran passati due anni e gli pareva un tempo
infinito. Nella chiesa del convento visitò e contemplò la
Madre di Dio, che ancora una volta lo soggiogò e lo rapì;
era più bella del suo Giovanni, pari per profondità intima
e misteriosa, ma superiore per arte, per libero slancio
etereo. Egli scorgeva ora nell'opera particolari che solo
l'artista vede, movimenti lievi e delicati nella veste,
arditezze nella formazione delle lunghe mani e delle
dita, fini accorgimenti nello sfruttare le accidentalità
nella struttura del legno... tutte queste bellezze non erano
nulla in confronto dell'insieme, della semplicità e sincerità
della visione ma esistevano ed erano molto belle, e anche
nell'artista
più
ispirato
eran
possibili
solo
quando
conoscesse a fondo il suo mestiere. Per raggiungere di questi
effetti, uno doveva avere non soltanto l'anima ricca
d'immagini, ma anche gli occhi e le mani meravigliosamente
addestrati ed esercitati. Forse valeva dunque la pena di
metter tutta la propria vita al servizio
dell'arte,
a
prezzo della libertà, a prezzo delle grandi esperienze,
pur di riuscir a produrre qualcosa di così bello, non solo
vissuto, contemplato e concepito in amore, ma anche eseguito
con sicura maestria fin nell'ultimo particolare? Era una
grande questione. Boccadoro ritornò in città a notte tarda
col cavallo stanco. C'era ancora aperta un'osteria: mangiò
del pane e bevette del vino, poi salì nella sua camera in
piazza del mercato del pesce; era in disaccordo con se
stesso, pieno di domande, pieno di dubbi.
INDEX
CAPITOLO XII
Il giorno dopo Boccadoro non seppe decidersi ad andare
all'officina. Come già in tante altre giornate di cattivo umore,
camminò a zonzo per la città. Vide le donne e le ragazze che
andavano al mercato, sostò specialmente presso la fontana,
osservando i mercanti di pesce e le loro donne vigorose, mentre
offrivano in vendita e decantavano la loro merce, mentre
estraevano dai loro tini i pesci freddi e argentei, alcuni dei
quali
s'arrendevano
quieti
alla
morte,
con
la
bocca
dolorosamente aperta e gli occhi d'oro fissi in un'espressione
d'angoscia, altri invece si ribellavano furenti e disperati.
Come già tante volte, lo prendeva una viva compassione per
quelle bestie e una triste indignazione contro gli uomini;
perché questi erano così ottusi e rozzi e inconcepibilmente
stolti e miopi, perché tutti quanti non vedevano nulla, né i
pescatori né le pescivendole né i compratori che tiravan sul
prezzo; perché non vedevano quelle bocche, quegli occhi
spaventati
a
morte
e
quelle
code
che
si
dibattevano
violentemente, non vedevano quella tremenda lotta disperata e
vana,
quell'insopportabile
trasformazione
dei
misteriosi
animali
così
meravigliosamente
belli
che
rabbrividivano
nell'ultimo lieve tremito sulla pelle morente e poi giacevano
morti e spenti, lunghi e tirati, miseri pezzi di carne per la
tavola del ghiottone soddisfatto? Nulla vedevano questi uomini,
nulla sapevano e osservavano, nulla parlava loro! Che importava
se un povero grazioso animale s'irrigidiva sotto i loro occhi, o
se un maestro rendeva visibile in un volto santo la speranza,
tutta la nobiltà, tutto il dolore e tutta la cupa, stringente
angoscia della vita umana, fino a darne il brivido?... Nulla
vedevano, nulla li commoveva! Tutti erano soddisfatti o
affaccendati, avevano interesse, avevano fretta, gridavano,
ridevano, si ruttavano in faccia, facevan chiasso, facevan dello
spirito, urlavano per due soldi, e tutti stavano bene, tutti
erano in regola, soddisfattissimi di sé e del mondo.
Porci erano, ah, molto peggio, molto più sozzi dei porci!
Anch'egli, è vero, era stato spesso in mezzo a loro e s'era
sentito contento fra i suoi simili e aveva fatto la corte alle
ragazze e aveva mangiato ridendo senza orrore i pesci arrostiti.
Ma poi sempre, talora tutt'a un tratto come per incanto, la
gioia e la tranquillità l'avevano abbandonato e quell'illusione
grassa e corpacciuta era caduta dal suo spirito, quella
soddisfazione di sé, quell'importanza e quella calma stagnante
dell'anima, e s'era sentito trascinar via nella solitudine e
nella fantasticheria tormentata, spinto alla vita vagabonda,
alla contemplazione del dolore, della morte, dell'incertezza
d'ogni attività, costretto a fissar gli occhi nell'abisso.
Talvolta allora da quel suo disperato abbandono alla visione
dell'assurdo e del pauroso gli era sbocciata una gioia
improvvisa, un innamoramento appassionato, la voglia di cantare
una bella canzone o di disegnare; oppure, odorando un fiore,
giocando con un gatto, gli era tornato l'accordo ingenuo con la
vita. Anche questa volta sarebbe tornato, domani o dopodomani, e
il mondo sarebbe stato di nuovo buono e meraviglioso: fino a
quando
non
ritornasse
un'altra
volta
la
tristezza,
la
fantasticheria tormentosa, L'amore opprimente e senza speranza
per i pesci moribondi, per i fiori che appassiscono, L'orrore
per il quieto vivere degli uomini, sozzo ed ottuso, per il loro
star a bocca aperta e non vedere. In questi momenti il suo
pensiero riandava sempre con penosa curiosità e con angoscia
profonda a Vittore, al goliardo vagante, a cui un giorno aveva
piantato il coltello fra le costole e che aveva abbandonato,
coperto di sangue, sui rami d'abete; e pensava e ripensava che
mai poteva esser avvenuto di quel Vittore: se gli animali
l'avevano divorato del tutto, o se qualcosa di lui era rimasto.
Sì, rimaste eran certo le ossa e forse qualche ciuffo di
capelli. E le ossa... che avverrebbe di loro, quanto tempo
dovrebbe passare, decenni o solo anni, prima che anch'esse
perdessero la loro forma e diventassero terra?
Ecco, in quel momento, mentre guardava i pesci con compassione e
la gente del mercato con disgusto il cuore gonfio d'inquieta
tristezza e di amara ostilità per il mondo e per se stesso,
doveva pensare a Vittore. Forse era stato trovato e sepolto? E
se ciò era avvenuto... l a sua carne s'era ormai staccata tutta
dalle ossa, tutto era ormai putrefatto, tutto avevano divorato i
vermi? C'erano ancora capelli sul suo cranio e sopracciglia
sopra le sue orbite? E della vita di Vittore, ch'era pur stata
piena d'avventure e di storie, e del gioco fantastico dei suoi
scherzi e delle sue curiose barzellette... che n'era rimasto?
Oltre ai pochi ricordi che conservava di lui il suo ucci-sore,
sopravviveva ancora qualcosa di quell'esistenza umana, che pure
non era stata delle più comuni? C'era ancora un Vittore nei
sogni delle donne che l'avevano amato? Ah, tutto probabilmente
finito e dileguato! E questa era la sorte di tutti e di tutto,
fiorire in fretta ed in fretta appassire: poi cadeva sopra la
neve. Che magnifico rigoglio c'era stato in lui stesso,
Boccadoro, quando pochi anni prima era giunto in quella città,
con l'anima piena d'aspirazioni artistiche e di timida e
profonda venerazione per il maestro Nicola! E che cosa era
rimasto di tutto questo? Nulla, nulla più di quanto rimanesse
della lunga figura di brigante del povero Vittore. Se allora
qualcuno gli avesse detto che sarebbe venuto un giorno in cui
Nicola lo avrebbe riconosciuto suo pari e avrebbe chiesto per
lui alla corporazione il diploma di maestro, egli avrebbe
creduto di aver fra le mani tutta la felicità del mondo. Ed ecco
che questo non era ormai più che un fiore avvizzito, una cosa
arida e senza gioia.
Mentre era immerso in
questi pensieri, Boccadoro, ebbe
all'improvviso una visione. Fu un momento solo, il lampeggiar
d'un baleno: vide il volto della Madre primigenia, chino sopra
l'abisso della vita, con un sorriso vago e uno sguardo bello e
crudele, lo vide sorridere alle na-scite, alle morti, ai fiori,
alle
foglie
crepitanti
dell'autunno,
sorridere
all'arte
sorridere alla putrefazione.
Tutto aveva lo stesso valore per la Madre dei viventi sopra
tutto vagava, come la luna, il suo sorriso inquietante, a lei
era
altrettanto caro
Boccadoro con
le
sue
malinconiche
meditazioni quanto il carpione morente sul selciato del mercato
dei pesci, era altrettanto cara la superba e fredda signorina
Elisabetta quanto le ossa, disperse nella foresta, di quel
Vittore che un giorno gli avrebbe rubato tanto volentieri il suo
ducato.
Già il lampo s'era spento e il misterioso volto della Madre era
scomparso. Ma il suo bagliore scialbo guizzava ancora in fondo
all'anima di Boccadoro, e un'ondata di vita, di dolore, di
opprimente nostalgia tumultuava nel suo cuore. No, no, egli non
voleva la felicità e la sazietà degli altri, dei compratori di
pesce, dei cittadini, della gente affaccendata. Che il diavolo
li portasse! Ah, quel viso pallido e balenante, quella bocca
piena, matura, d'estate avanzata, sulle cui labbra grevi era
passato come una folata di vento e come un raggio di luna
quell'indefinibile sorriso di morte!
Boccadoro andò a casa del maestro: era verso mezzogiorno, attese
fin che udì Nicola lasciar il lavoro e lavar-si le mani. Allora
entrò da lui.
-- Permettetemi di dirvi due parole, maestro: posso farlo mentre
vi lavate le mani e indossate la giubba. Ho sete d'una boccata
di verità, vorrei dirvi qualcosa che forse ora so dire e poi non
più. Mi trovo in uno stato, in cui bisogna che parli con
qualcuno, e voi siete il solo che forse mi può capire. Non parlo
all'uomo che possiede un'officina famosa e riceve onorevoli
incarichi da città e da conventi e ha due assistenti e una casa
bella e ricca. Parlo al maestro che ha fatto quella Madonna
laggiù nel chiostro, la più bella figura che io conosca.
Quest'uomo io ho amato e venerato, diventar suo pari mi sembrava
la meta più alta di questa terra. Ora ho creato anch'io una
figura, il Giovanni, non l'ho saputa fa-re così perfetta come la
vostra Madre di Dio, ma insomma è quel che è. Non ne ho un'altra
da fare, non c'è nessuna immagine che mi chiami, che mi
costringa a rappresentarla. O meglio, ce n'è una, una sacra
immagine lontana, che un giorno dovrò, ma che oggi non posso
ancora rappresentare. Per riuscirvi debbo vivere ancora molto e
arricchirmi d'altre esperienze. Forse potrò fra tre, quattro
anni, o fra dieci, o più tardi ancora, o anche mai. Ma fino a
quel momento, maestro, non voglio esercitar il mestiere e
verniciar figure e intagliar pulpiti e condurre una vita
d'artigiano nell'officina e guadagnar denaro e diventar simile a
tutti gli artigiani; non voglio questo, io voglio vivere e
girovagare, sentire l'estate e l'inverno, guardare il mondo,
sperimentare la sua bellezza e il suo orrore. Io voglio soffrire
la fame e la sete e voglio dimenticarmi, liberarmi di tutto
quello che ho vissuto e imparato qui da voi. Desidererei bensì
di poter fa-re un giorno qualcosa di così profondamente
commovente come la vostra Madre di Dio... ma diventare co-me
voi, vivere come voi vivete non voglio.
Il maestro che s'era lavato e asciugato le mani, si voltò verso
Boccadoro e lo guardò. Il suo volto era severo, ma non in
collera.
-- Tu hai parlato, -- disse, -- e io ho ascoltato. Basta così.
Non ti aspetto al lavoro, quantunque ci sia molto da fare. Non
ti considero come un mio aiutante: tu hai bisogno di libertà.
Vorrei discutere di alcune cose con te, caro Boccadoro: non ora,
fra qualche giorno; intanto puoi passare il tempo come ti pare.
Vedi, io sono molto più vecchio di te e ho parecchie esperienze.
Penso in un altro modo, ma ti capisco e so quello che intendi.
Fra un pò di giorni ti farò chiamare. Parleremo del tuo
avvenire: ho diversi progetti. Fino allora abbi pazienza!
So bene quel che si prova quando si è terminata un'opera che
stava a cuore, conosco codesto senso di vuoto. Passa, credimi.
Boccadoro
se
n'andò
insoddisfatto.
Il
maestro
era
ben
intenzionato verso di lui, ma come poteva aiutarlo?
Egli conosceva un punto del fiume, dove l'acqua non era alta e
scorreva sopra un fondo pieno di rottami e di rifiuti; dalle
case del sobborgo dei pescatori vi gettavano dentro ogni sorta
d'immondizie. Si recò là, sedette sul muro di sponda e guardò
giù nell'acqua. Egli amava molto l'acqua, ogni acqua lo
attraeva. E guardando di
lassù, attraverso la
corrente
cristallina, il fondo cupo e indistinto, si vedevan qua e là
luccicare e scintillare, con un baglior d'oro smorzato e
suggestivo, cose irriconoscibili, forse un vecchio coccio di
piatto, o una falce storta gettata via, o un tegolo smaltato,
talvolta poteva essere anche uno di quei pesci che vivono nella
melma, un grosso capitone od una lasca, che si voltolava laggiù
e riceveva per un attimo sulle chiare pinne del ventre e sulle
scaglie un raggio di luce... non si poteva mai riconoscere con
precisione di che si trattasse, ma aveva sempre un fascino
magico e suggestivo quel subitaneo e smorzato scintillar d'aurei
tesori, immersi nel fondo umido e nero. Simili a questo piccolo
mistero dell'acqua gli pareva che fossero tutti i misteri veri,
tutte le immagini reali dell'anima: non avevano contorno, non
avevano forma, la lasciavano solo presentire come una bella
possibilità lontana, erano velati ed ambigui. Come là nella
penombra della verde profondità fluviale brillava col guizzo
d'un baleno qualcosa d'indefinibile fra l'oro e l'argento, un
nulla e pur ricco delle più liete promesse, così il profilo vago
d'un uomo, veduto di scorcio, poteva talvolta annunciare
qualcosa d'infinitamente bello o d'immensa-mente triste; oppure
come nella notte sotto un carro da trasporto pendeva una
lanterna e proiettava sui muri le ombre giganti e gigantesche
dei raggi delle ruote, questo gioco d'ombre poteva per la durata
d'un minuto esser pieno di visioni, d'avvenimenti e di storie
come tutto Virgilio. Della stessa stoffa magica e irreale eran
tessuti i sogni notturni, un nulla che conteneva in sé tutte le
immagini del mondo, un'acqua nel cui cristallo stavano le forme
di tutti gli uomini, di tutti gli animali, degli angeli e dei
demoni, come possibilità sempre deste.
Boccadoro
si
sprofondò
di
nuovo
in
quel
gioco,
fissò
perdutamente il fiume che scorreva, vide tremare sul fondo
bagliori informi, immaginò corone regali e bianche spalle di
donne. Una volta, a Mariabronn, si rammentava d'aver veduto
nelle lettere latine e greche simili forme di sogno, simili
trasfigurazioni magiche; non ne aveva parlato con Narciso allora
? Ah, quando era stato, quante centinaia d'anni addietro? Ah,
Narciso! Per veder lui, per parlare un'ora con lui, per tenere
la sua ma-no, per udire la sua voce calma e saggia, avrebbe dato
volentieri i suoi due ducati d'oro.
Ma perché queste cose erano così belle, questo rilucer d'oro
sotto l'acqua, queste ombre e queste intuizioni, tutte queste
visioni irreali e fatate... perché erano così ineffabilmente
belle e davano tanta felicità, se erano proprio il contrario di
ciò che di bello può fare un artista?
Giacché, se la bellezza di quelle cose indefinibili era senza
forma e stava soltanto nel mistero, nelle opere dell'arte
avveniva precisamente il contrario, esse eran tutte forma,
parlavano perfettamente chiaro. Nulla era più inesorabilmente
chiaro e definito della linea di una testa o di una bocca
disegnata o scolpita nel legno. Con una precisione matematica
egli avrebbe saputo riprodurre in un disegno il labbro inferiore
o le palpebre della Madonna di Nicola; là non c'era nulla
d'indefinito, d'illusorio, d'evanescente.
Boccadoro s'abbandonava tutto a queste riflessioni. Non riusciva
a spiegarsi come fosse possibile che quanto si poteva pensare di
più determinato e di più formato agisse sull'anima allo stesso
modo come ciò che v'era di più inafferrabile e di più informe.
Una cosa però gli si rivelò in questa meditazione: perché tante
opere d'arte inappuntabili e ben fatte non gli piacessero e,
non ostante una certa bellezza, gli riuscissero noiose quasi
odiose. Officine, chiese e palazzi erano pieni di queste opere
insopportabili, egli stesso aveva lavorato ad alcune di esse.
Davano una delusione profonda, perché mancava loro l'essenziale:
il mistero. Questo era ciò che avevano in comune il sogno e
l'opera d'arte più perfetta: il mistero.
Boccadoro pensava ancora: un mistero è appunto quello che io
amo, che io inseguo, che più volte ho veduto balenarmi dinanzi e
che, se mi sarà possibile un giorno, vorrei rappresentare da
artista e costringere a rivelarsi. E
la figura della grande generatrice, della Madre primigenia: e il
suo mistero non sta, come quello di un'altra figura, in questa o
quella singolarità, in una particolare pienezza o magrezza,
solidità od eleganza, forza o grazia, bensì nell'aver riuniti in
sé
e
pacificati
i
più
grandi
contrasti,
altrimenti
inconciliabili nel mondo: nascita e morte, bontà e crudeltà,
vita e annientamento. Se io avessi escogitato da me questa
figura, se fosse solo un gioco del mio pensiero o un ambizioso
desiderio d'artista, poco importerebbe, io potrei capire le sue
manchevolezze e dimenticarla. Ma la Madre primigenia non è un
pensiero, perché l'ho inventata io, L'ho veduta! Essa vive in
me, L'ho ripetutamente incontrata. La presentii la prima volta,
quando in un villaggio, una notte d'inverno, dovetti tenere il
lume sopra il letto di una contadina partoriente: allora
l'immagine cominciò a vivere in me. Spesso è stata lontana e
perduta, lungo tempo, ma poi a un tratto mi ribalena davanti,
anche oggi. L'immagine della mia propria madre, un tempo la più
cara per me, si è completamente trasformata in questa nuova e vi
sta dentro come il nocciolo in una ciliegia.
Sentiva poi chiaramente la sua situazione attuale, innanzi a una
decisione. Non meno d'allora, quando aveva detto addio a Narciso
e al convento, si trovava su di una via importante: la via verso
la Madre. Forse un giorno dalla Madre sarebbe uscita una figura
plasmata e a tutti visibile, un'opera delle sue mani. Forse là
stava la meta, là era celato il senso della sua vita. Forse;
non lo sapeva. Ma una cosa sapeva: seguire la Madre, essere
in cammino verso di lei, attratto, chiamato da lei, era bene,
era vita. Forse non avrebbe mai saputo rappresentare la sua
immagine, forse sarebbe rimasta sempre sogno, presentimento,
attrattiva, aureo balenio di un sacro mistero. Ebbene, in ogni
caso egli doveva seguirla, a lei doveva affidare il suo destino,
era lei la sua stella.
Ed ecco che la decisione s'era fatta imminente, tutto era
diventato chiaro. L'arte era una bella cosa, ma non era una dea
né una meta, non lo era per lui; non l'arte egli doveva seguire,
solo il richiamo della Madre. A che poteva giovare render sempre
più abili le sue dita? In maestro Nicola si poteva vedere dove
ciò conducesse. Conduceva alla gloria e alla fama, al denaro e
alla vita sedentaria, e a un inaridimento e intristimento di
quei sensi interiori, ai quali soltanto è accessibile il
mistero. Conduceva alla fattura di leggiadri e preziosi
trastulli, a ricchi altari e pulpiti d'ogni sorta, a immagini di
san Seba-stiano e a testine d'angelo graziosamente ricciute,
quattro talleri al pezzo. Oh, L'oro nell'occhio d'un carpione e
la delicata, sottile peluria argentea sull'orlo di un'ala di
farfalla erano infinitamente più belli, più vivi, più deliziosi
di tutta una sala piena di quelle opere d'arte.
Un ragazzo scendeva cantando per la strada in riva al fiume;
talvolta il suo canto ammutoliva ed egli addentava un grosso
pezzo di pan bianco, che aveva in mano.
Boccadoro lo vide e gli chiese un pezzetto del suo pane, ne
trasse fuori con due dita un pò di mollica e ne formò delle
pallottole.
Sporgendosi
dal
parapetto,
gettò
nell'acqua
lentamente l'una dopo l'altra le palline di pane, le vide
affondare chiare nell'acqua scura, le vide circondate da teste
di pesci accorsi in fretta a sciami, poi scomparire in una di
quelle bocche. A una a una le vide affondare e scomparire, con
viva soddisfazione. Poi sentì fame e andò a cercare una delle
sue belle, che serviva in casa d'un macellaio e ch'egli chiamava
" signora delle salsicce e dei prosciutti ". Col fischio
consueto l'attirò al-la finestra della cucina; aveva intenzione
di farsi dare da lei qualche cosa da mangiare, intascarla e
consumarla poi di là dal fiume, in uno di quei vigneti la cui
terra rossa e pingue splendeva così viva sotto i pampini
rigogliosi e dove in primavera fiorivano i piccoli giacinti
azzurri dal delicato profumo della frutta a nocciolo.
Ma pareva che fosse il giorno delle decisioni e delle intuizioni
profonde. Quando Caterina comparve alla finestra e sorrise dal
viso sodo e un pò rozzo, quando già egli tendeva la mano per
darle il consueto segnale, all'improvviso si rammentò di tutte
le altre volte ch'era stato lì così ad aspettare. E con una
chiarezza tediosa vide in precedenza tutto quello che sarebbe
avvenuto nei momenti successivi: come ella avrebbe riconosciuto
il suo segnale e si sarebbe ritratta, per ricomparire poco dopo
al-la porta di servizio, con in mano della carne affumicata che
egli avrebbe preso, accarezzando un poco la ragazza e
stringendola a sé, com'ella s'aspettava... e gli parve a un
tratto infinitamente stupido e brutto quel provocare ancora una
volta tutto un succedersi meccanico di cose già vissute e
rappresentarvi la solita parte: ricever la salsiccia, sentirsi
premer contro il petto quel seno robusto e premerlo a sua volta
un poco in cambio del dono.
A un tratto credette di scorgere nel volto buono e rozzo di lei
un'espressione di consuetudine priva d'anima, nel suo sorriso
cordiale qualcosa che aveva visto troppo spesso, qualcosa di
meccanico, senza mistero indegno di lui. Non descrisse fino in
fondo il gesto abituale con la mano, sul volto si gelò il
sorriso. L'amava egli ancora, la desiderava sul serio? No, già
troppe volte era stato Iì, troppe volte aveva veduto quel
sorriso sempre uguale e l'aveva ricambiato senza l'impulso del
cuore. Ciò che il giorno innanzi. avrebbe ancora potuto fare
spensieratamente, a un tratto non gli era più possibile. La
ragazza era ancora alla finestra a guardare, ed egli aveva già
voltato le spalle ed era scomparso in fondo al vicolo, deciso a
non mostrarsi mai più. Accarezzasse un altro quel seno!
Mangiasse un altro quelle buone salsicce! Quanto si divorava e
si dissipava ogni giorno in quella pingue città soddisfatta!
Com'eran pigri viziati, schifiltosi quei grassi cittadini, per i
quali ogni giorno s'ammazzavano tanti maiali e tanti vitelli e
si tiravan su dal fiume tanti poveri e bei pesci! Ed egli
stesso... come s'era viziato e guastato anche lui, com'era
diventato schifosamente simile a quei pingui cittadini! In giro
per il mondo, nella campagna coperta di neve, una prugna secca o
una crosta di pan vecchio erano ben più appetitose che lì nel
benessere tutto il pranzo di una corporazione. O vita errabonda,
o libertà, o landa rischiarata dalla luna, o traccia d'animali
cautamente osservata nell'erba umida e grigia del mattino! Lì in
città, presso i sedentari, tutto riusciva così facile e costava
così poco, perfino l'amore. A un tratto ne aveva abbastanza, ci
sputava sopra. La vita lì aveva perduto il suo significato, era
un osso senza midollo. Era stata bella e aveva avuto un senso
fin che il maestro era stato un modello, Elisabetta una
principessa; era stata sopportabile, fin ch'egli aveva lavorato
al suo Giovanni. Ormai era finita, il profumo s'era dileguato,
il fiorellino era appassito. Con un'ondata violenta lo afferrò
il sentimento della caducità, che tante volte poteva tormentarlo
così profondamente e così profondamente inebriarlo. Tutto
sfioriva presto, presto era esaurito ogni piacere e nulla
rimaneva fuor che ossa e polvere. Ma no, una cosa rimaneva: la
Madre eterna, antichissima ed eternamente giovane, col sorriso
d'amore triste e crudele.
La rivedeva a momenti: gigantesca con le stelle nei capelli,
seduta a sognare sul margine del mondo, coglieva giocando con la
mano un fiore dopo l'altro, una vita dopo l'altra e lentamente
li lasciava cadere nell'abisso senza fondo.
In quei giorni, mentre Boccadoro vedeva impallidire dietro di sé
un tratto di vita sfiorito e vagava per la regione familiare in
una triste ebbrezza d'addio, maestro Nicola si dava gran pena
per provvedere al suo avvenire e per rendere sedentario per
sempre quell'ospite inquieto.
Persuase la corporazione ad assegnare a Boccadoro il diploma di
maestro e meditò il progetto di legarlo durevolmente a sé non
come subalterno ma come collaboratore, di discutere e d eseguire
con lui tutte le grandi commissioni che riceveva e di
associarlo al loro reddito. Forse era un rischio, anche per
Elisabetta, poiché naturalmente il giovane sarebbe diventato
presto suo genero. Ma una figura come il Giovanni anche il
migliore di tutti gli assistenti assoldati da Nicola non
l'avrebbe mai saputa fare, ed egli stesso diventava vecchio e le
sue ispirazioni e la sua forza creatrice impoverivano; né egli
voleva vedere la sua celebre officina decadere ad una volgare
industria manuale. Sarebbe stato difficile con quel Boccadoro;
ma bisognava osare.
Così il maestro faceva accuratamente i suoi calcoli.
Avrebbe fatto restaurare e ingrandire per Boccadoro la parte
posteriore dell'officina, gli avrebbe messo in ordine la stanza
sotto tetto, gli avrebbe regalato anche dei bei vestiti nuovi
per il suo ricevimento nella corporazione.
Chiese poi con cautela l'opinione di Elisabetta, che da quel
pranzo in poi s'aspettava qualcosa di simile. E guarda,
Elisabetta non era contraria. Se il giovanotto era costretto a
fissare la sua dimora e se il maestro voleva, ella era contenta.
Anche qui dunque nessun ostacolo. E se maestro Nicola e la
professione non erano ancora riusciti del tutto a domare quello
zingaro, Elisabetta avrebbe saputo compiere l'opera.
Così tutte le fila eran tirate e l'esca appesa dietro il laccio
per accalappiare l'uccello. E un giorno Boccadoro, che non s'era
più lasciato vedere, fu mandato a chiamare e invitato di nuovo a
mensa. Ricomparve spazzolato e pettinato, sedette di nuovo nella
bella stanza un pò troppo solenne, toccò di nuovo il bicchiere
col maestro e con la figliola del maestro, finché questa si
allontanò e Nicola venne fuori col suo progetto e con la sua
proposta.
--Mi
hai
inteso,
--aggiunse
alle
sue
sorprendenti
comunicazioni,--e non ho bisogno di dirti che non s'è mai dato
che un giovane, senza neppur aver assolto il periodo di
scuola prescritto, sia diventato così presto maestro e abbia
trovato subito il nido caldo. La tua fortuna è fatta, Boccadoro.
Boccadoro guardava il suo maestro, meravigliato e col cuore
oppresso; allontanò da sé il bicchiere, ancora semi-pieno. S'era
atteso che Nicola lo rimproverasse un poco per i giorni
trascorsi in ozio e poi gli proponesse di rimaner con lui come
assistente. Ecco invece come stavano le cose. Si sentiva triste
e imbarazzato di sedere così di fronte a quell'uomo. Non trovò
subito una risposta.
Il maestro, con un volto già un pò teso e deluso nel non veder
subito
accettata
con
gioia
e
con
umiltà
la
sua
o norevole offerta, s'alzò dicendo:
--Dunque la mia proposta ti giunge inattesa, forse prima vuoi
pensarci su. Mi spiace un poco, avevo creduto di procurarti una
gran gioia. Ma per conto mio, prenditi pur tempo per
riflettere.
--Maestro, -- disse Boccadoro, cercando a fatica le parole, -non abbiatevene a male! Vi ringrazio con tutto il cuore della
vostra benevolenza e vi ringrazio ancor più della pazienza con
cui m'avete trattato come scolaro. Non dimenticherò mai quale
debito ho verso di voi.
Ma non ho bisogno di tempo per riflettere, mi sono già deciso da
un pezzo.
-- Deciso a che?
--Era già cosa stabilita in me prima che accettassi il vostro
invito e che avessi la minima idea delle vostre onorevoli
offerte. Io non rimango più qui, torno a girare il mondo.
Nicola impallidì e lo guardò con occhi cupi.
--Maestro, -- supplicò Boccadoro, -- credetemi, non voglio
offendervi! Vi ho detto la mia decisione. Non si può più mutare.
Debbo andarmene, debbo viaggiare, debbo ritrovare la libertà.
Permettete che vi ringrazi ancora una volta di cuore, e
separiamoci da amici.
Con le lacrime agli occhi, gli tese la mano. Nicola non la
prese; s'era sbiancato in volto e cominciò a camminare in su e
in giù per la stanza, sempre più rapidamente; i suoi passi
rintronavano dalla collera. Boccadoro non l'aveva mai veduto
così.
Poi il maestro s'arrestò a un tratto, si dominò con un terribile
sforzo e, senza guardare Boccadoro, sibilò fra i denti:.--Bene,
allora va! Ma va subito! Che non ti riveda più, affinché io non
faccia e non dica qualche cosa, di cui potrei pentirmi un
giorno. Va!
Boccadoro gli tese ancora la mano. Il maestro fece l'atto di
sputarci sopra. Allora Boccadoro, ch'era pure diventato pallido,
voltò le spalle, uscì piano dalla stanza.
fuori si mise il berretto, scivolò giù dalla scala lasciando
scorrer la mano sulle teste scolpite delle colonnette, da basso
entrò nella piccola officina del cortile, rimase un poco davanti
al suo Giovanni per prender congedo, e lasciò la casa con
un'amarezza in cuore, più profonda di quella provata, un giorno,
nel lasciare il castello del cavaliere e la povera Lidia.
"Se non altro è stata una cosa rapida! Se non altro non si son
dette parole inutili!" Questo era l'unico pensiero che lo
confortava, mentre varcava la soglia per uscire, e la strada e
la città lo guardavano a un tratto con quel volto mutato ed
estraneo, che prendono le cose consuete quando il nostro cuore
ha detto loro addio. Si volse a guardare la porta di quella
casa... era ormai la porta di una casa straniera e chiusa per
lui.
Giunto nella sua camera, Boccadoro cominciò i preparativi per la
partenza. Veramente non c'era molto da preparare; non c'era
altro da fare che prender congedo.
Appeso alla parete era un quadro dipinto da lui, una dolce
Madonna; intorno c'eran cose che gli appartenevano: un cappello
della festa, un paio di scarpe da ballo, un ro-tolo di disegni,
un piccolo liuto, una serie di figurine di creta plasmate da
lui, alcuni regali delle sue belle: un mazzo di fiori
artificiali, un bicchiere color rosso rubino, un vecchio
panforte indurito in forma di cuore ed altre simili bazzecole,
ognuna delle quali aveva il suo significato e la sua storia e
gli era stata cara; ormai era tutta cianfrusaglia importuna,
poiché nulla gli era consentito di portare con sé. Poté almeno
barattare col padrone di casa il bicchiere color rubino contro
un forte e buon coltello da caccia, che affilò sulla cote in
cortile; sbriciolò il panforte e lo diede in pasto ai polli del
cortile vicino, I regalò la Madonna alla padrona di casa e
n'ebbe in cambio un dono utile: un vecchio sacco da viaggio in
cuoio e un'abbondante provianda per il viaggio. Nel sacco mise
alcune camicie che possedeva e qualche disegno più piccolo
rotolato intorno a un pezzo di manico di. scopa, poi le
provvigioni. Il resto della roba dovette rimaner là.
C'erano parecchie donne nella città, da cui sarebbe stato
conveniente prender commiato; presso una di queste aveva dormito
ancora la notte innanzi, senza dirle nulla dei suoi progetti.
Sì, c'era sempre qualcosa che s'attaccava alle calcagna, quando
uno voleva mettersi in viaggio. Non bisognava darvi importanza.
Egli non disse addio a nessuno, fuorché alla gente di casa. Lo
fece sera, per poter partire all'alba.
Tuttavia al mattino qualcuno s'era alzato, che, mentr'egli
stava per lasciar la casa senza far rumore, lo ir vitò in cucina
a bere una zuppa di latte. Era la figli di casa, una bambina di
quindici anni, una creatura quiete e malaticcia con dei begli
occhi, ma con un difetto a: L'articolazione del femore, che la
faceva zoppicare. Si chiamava Maria. Con un viso affaticato
dalla veglia, pallidissima, ma vestita e ravviata con cura, gli
servì in cucina del latte caldo e del pane, e pareva molto
triste pe la sua partenza. Egli la ringraziò e nel dirle addio
la ba ciò pietoso sulla bocca sottile. Devotamente, con gli chi
chiusi. ella ricevette il bacio.
INDEX
CAPITOLO XIII
Nei primi tempi del suo nuovo vagabondaggio, nella prima avida
ebbrezza della riconquistata libertà, Boccadoro dovette tornar
ad imparare la vita senza patria e senza tempo del giramondo.
Non
soggetti
ad
alcuno,
dipendenti
solo
dalle
vicende
dell'atmosfera e della stagione, senza una meta dinanzi a sé,
senza un tetto sopra di sé, in possesso di nulla, esposti a
tutti gli eventi, i vagabondi conducono la loro vita semplice e
coraggiosa, misera e forte. Sono i figli di Adamo, dell'uomo
cacciato dal Paradiso, e sono i fratelli degli animali,
degl'innocenti. Dalla mano del cielo prendono ora per ora ciò
che vien loro dato: sole, pioggia, nebbia, neve, caldo e freddo,
benessere e indigenza; per loro non esiste il tempo, la storia,
non esiste una mira, e neppur quell'idolo dello sviluppo e del
progresso, nel quale credono così disperatamente quelli che
hanno una casa. Un vagabondo può essere delicato o rozzo,
ingegnoso o melenso, coraggioso o pauroso, ma nel cuore è sempre
un fanciullo, vive sempre come al primo giorno, avanti l'inizio
di ogni storia universale, e la sua vita sarà sempre guidata da
pochi, semplici istinti e bisogni. Può essere intelligente o
sciocco; avere coscienza profonda della fragilità e caducità
d'ogni vita, della povertà e ansietà con cui ogni essere porta
il suo tantino di sangue caldo attraverso il ghiaccio degli
spazi, o solo seguire puerilmente e avidamente i comandi del suo
povero stomaco... sempre egli è il contrapposto e il nemico del
possidente e del sedentario, che lo odia, lo disprezza e lo
teme, perché non vuole che gli si rammenti tutto questo: la
fugacità d'ogni esistenza, il continuo avvizzire d'ogni vita, la
morte gelida e inesorabile, che riempie intorno a noi
l'universo.
La semplicità fanciullesca della vita girovaga, la sua origine
materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spirito, il suo
abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta e costante della
morte, avevano preso da un pezzo l'anima di Boccadoro
imprimendole il loro marchio profondo. Ma in lui albergavano
anche lo spirito e la volontà egli era un artista, e ciò rendeva
la sua vita più ricca e più difficile. Solo la scissione e il
contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la
ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che
sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la
morte e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilità dei
sessi?
Estate e autunno declinarono, vennero i mesi magri in cui
Boccadoro tirò innanzi fra gli stenti, per poi camminare
inebriato
nella
dolce
primavera
olezzante;
le
stagioni
passavano così rapidamente e l'alto sole estivo ritornava ogni
volta a declinare. Un anno succedeva all'altro e Boccadoro
pareva aver dimenticato che ci fosse altro sulla terra fuorché
fame ed amore e quella corsa tacita e inquietante delle
stagioni; pareva ch'egli fosse completamente sprofondato nel
materno mondo primitivo degli istinti. Ma in ogni sogno, in ogni
sosta pensierosa con lo sguardo aperto sulle valli fiorite e
sfiorite, egli era tutto contemplazione, era artista, soffriva
del tormentoso desiderio di scongiurare con lo
spirito
l'incantevole non-senso della vita che passa, e di trasformarlo
in senso.
Un giorno Boccadoro, che dopo l'avventura cruenta con Vittore
aveva sempre vagato da solo, s'incontrò in un compagno, che gli
si unì senza quasi ch'egli se ne accorgesse e di cui non si
liberò per un pezzo. Questo non era però del genere di Vittore;
era un uomo ancor giovane, in veste e cappello da pellegrino,
che si chiamava Roberto e aveva la sua residenza sul lago di
Costanza. Figlio d'artigiani, era andato per qualche tempo a
scuola dai monaci di San Gallo e fin da ragazzo s'era messo in
testa di compiere un pellegrinaggio a Roma; aveva continuato ad
accarezzare questo pensiero, fin che aveva colto la prima
occasione di attuarlo. Questa occasione era stata la morte del
padre, nella cui officina egli aveva lavorato fino allora da
falegname. Appena il vecchio fu sotto terra, Roberto dichiarò a
sua madre e a sua sorella che nulla poteva trattenerlo
dall'intraprendere subito il pellegrinaggio a Roma, per appagare
il suo impulso e per espiare i peccati suoi e di suo padre
Invano le donne piansero, invano lo rampognarono, egli fu
irremovibile, e invece di provvedere alla madre e alla sorella
si mise in viaggio senza la benedizione dell'una e fra le irate
invettive dell'altra. Lo spingeva innanzi tutto la voglia di
girare il mondo, a cui s'univa una specie di religiosità
superficiale, cioè una tendenza a dimorare in vicinanza di
chiese e d'istituzioni ecclesiastiche, una passione per il
servizio divino, per i battesimi, i funerali, le messe,
L'incenso e la fiamma delle candele. Sapeva un pò di latino, ma
non era la dottrina la meta delle sue aspirazioni infantili,
bensì la contemplazione e l'esaltazione tranquilla all'ombra
della volta d'una chiesa. Da ragazzo era stato chierico ed aveva
servito messa con passione.
Boccadoro non lo prendeva molto sul serio, ma aveva una certa
simpatia per lui, si sentiva un poco affine nell'istintiva
tendenza al vagabondaggio e a correr terre straniere. Roberto
dunque era partito contento ed era giunto anche a Roma; aveva
chiesto l'ospitalità d'innumere-voli conventi e parrocchie,
aveva contemplato le Alpi e il Mezzogiorno, e a Roma s'era
sentito perfettamente a suo agio fra tutte quelle chiese e
quelle istituzioni pie, aveva ascoltato centinaia di messe e
fatto devozioni nei luoghi più celebri e più sacri e ricevuto
sacramenti e respirato più incenso di quel che fosse necessario
per i suoi piccoli peccati di gioventù e per quelli di suo
padre. Era rimasto via un anno e più, e, quando infine era
tornato alla casetta paterna, non era stato certo ricevuto come
il figliol prodigo: la sorella nel frattempo s'era assunta tutti
i doveri e i diritti domestici, aveva preso a servizio e poi
sposato
un
bravo
garzone
falegname
e
governava
così
perfettamente la casa e l'officina che il reduce, dopo un breve
soggiorno, si riconobbe del tutto superfluo, e, quando poco dopo
parlò di nuovo d'andarsene e di viaggiare, nessuno lo invitò a
rimanere. Egli non se ne crucciò, si fece dare dalla madre
qualche quattrino, tornò a indossare la veste del pellegrino e
iniziò un nuovo pellegrinaggio senza meta attraverso la
Germania, viandante fra laico ed ecclesiastico. Gli tintinnavano
addosso
medaglie
di
rame,
ricordo
di
noti
luoghi
di
pellegrinaggio, e rosari consacrati.
Così s'imbatté in Boccadoro, camminò un giorno con lui, con lui
scambiò le esperienze del vagabondo, si smarrì nella cittadina
più vicina, lo incontrò ancora qua e là e finì col rimanergli a
fianco, compagno di viaggio pacifico e servizievole. Boccadoro
gli piaceva molto; cercava di cattivarselo con piccoli servigi;
ammirava il suo sapere, la sua audacia, il suo spirito e amava
la sua salute, la sua forza e la sua sincerità. Si abituarono
l'uno all'altro, poiché anche Boccadoro aveva un buon carattere.
Una cosa sola non tollerava: quando era colto dalla sua
tristezza o dalle sue fantasticherie, taceva ostinatamente e
neppure guardava l'altro, come se non esistesse; allora non si
poteva chiacchierare, né interrogare, né consolare: bisognava
lasciarlo fare e tacere. Roberto l'aveva imparato presto. Da
quando s'era accorto che Boccadoro sapeva a memoria una quantità
di versi latini e di canti, da quando lo aveva sentito
analizzare davanti al portale d'una cattedrale le statue in
pietra, da quando l'aveva veduto disegnare con la matita rossa,
a grandi e rapidi tratti, delle figure in grandezza naturale su
di un muro liscio, presso il quale essi riposavano, egli
considerava il suo compagno un prediletto da Dio e quasi un
mago.
Roberto s'accorse poi che Boccadoro era anche un beniamino delle
donne e che ne conquistava parecchie con un'occhiata e con un
sorriso; ciò gli piaceva meno, ma non poteva esimersi
dall'ammirarlo.
Il loro viaggio fu interrotto un giorno in modo inatteso.
Giunti in vicinanza d'un villaggio, furono accolti da un
gruppetto
di
contadini
armati
di
randelli,
stanghe
e
correggiati; e il capo gridò loro da lontano di ritornare subito
sui loro passi e di andarsene senza lasciarsi più vedere, al
diavolo, altrimenti li avrebbero ammazzati.
Mentre Boccadoro si fermava, desideroso di sapere che cosa ci
fosse, una sassata lo colpiva al petto. Si voltò in cerca di
Roberto, ma questi se l'era data a gambe come un ossesso. I
contadini avanzavano minacciosi, e a Boccadoro non rimase altro
da fare che seguire a passo più lento il fuggiasco. Roberto lo
aspettava tremante sotto un crocefisso che sorgeva in mezzo alla
campagna.
Sei scappato come un eroe! --disse ridendo Boccadoro. --Ma che
cos'hanno nei loro testoni quegli zotici?
C'è forse la guerra? Mettono guardie armate davanti al loro nido
e non vogliono lasciar entrare nessuno! Mi fa meraviglia; che
cosa ci può esser sotto?
Né l'uno né l'altro lo sapeva. Solo il mattino seguente in una
masseria isolata fecero alcune esperienze, cominciarono a
indovinare il mistero. Questa masseria, composta di capanna,
stalla e granaio e circondata da un cortile verdeggiante d'erba
alta e con molti alberi da frutta, giaceva stranamente
silenziosa e addormentata: non una voce umana, non un passo, non
un grido di bimbo, non un affilar di falce, nulla s'udiva; nella
corte c'era sull'erba una mucca che muggiva; si capiva ch'era
ora di mun-gerla. S'avvicinarono alla casa, bussarono alla
porta, non ottennero risposta; andarono verso la stalla, era
aperta e vuota; andarono al granaio, sul cui tetto di paglia
luccicava al sole il musco verde chiaro: anche là non trovarono
anima viva. Ritornarono alla casa, meravigliati e colpiti dalla
desolata solitudine di quella dimora; batterono ancora coi pugni
contro la porta: di nuovo nessuna risposta. Boccadoro provò ad
aprire e trovò con stupore che la porta non era chiusa; la
spinse verso l'interno ed entrò nella stanza buia. -Buongiorno, -- gridò forte.
--Non c'è nessuno?--Ma tutto restò silenzioso. Roberto era
rimasto davanti alla porta. Curioso, Boccadoro s'inoltrò. Nella
capanna c'era cattivo odore, un odore strano e ripugnante. Il
focolare era pieno di cenere, egli vi soffiò dentro; sul fondo,
nei ciocchi carbonizzati covavano ancora le scintille. Allora
nella penombra vide qualcuno sul sedile di fondo del camino;
qualcuno era là seduto e dormiva; pareva una vecchia. Gridare
non serviva a nulla, la casa sembrava incantata. Toccò
amichevolmente sulla spalla la donna seduta, ella non si mosse;
s'accorse allora ch'era avvolta in una ragnatela, coi fili in
parte fissati ai capelli e alle ginocchia. "Costei è morta"
pensò Boccadoro con un lieve brivido; e per convincersi
s'affaccendò intorno al fuoco, attizzò e soffiò, fin che si levò
una fiamma ed egli poté accendere una lunga scheggia di legno.
Con questa illuminò il volto della donna seduta. Vide sotto i
capelli grigi un cadaverico viso violaceo con un occhio aperto
che luccicava vuoto e plumbeo. La donna era morta lì, seduta
sulla seggiola. Via, non si poteva più soccorrerla.
Con la scheggia ardente in mano Boccadoro continuò a cercare, e
nella stessa stanza, sulla soglia che metteva nella camera
posteriore, trovò disteso un altro cadavere un ragazzo di forse
otto o nove anni, col volto gonfio e sfigurato, vestito della
sola camicia. Giaceva col ventre sulla traversa, e le due mani
facevan dei piccoli pugni stretti ed irati. "Questo è il
secondo" pensò Boccadoro come in un brutto sogno andò avanti,
nella retrocamera le imposte qui erano aperte e la luce del
giorno entrava chiara. Egli spense con precauzione la sua
fiaccola e calpestò le scintille sul pavimento.
C'erano tre letti. Uno era vuoto, sotto il lenzuolo grigio e
ruvido spuntava la paglia. Nel secondo era disteso un altro
corpo, un uomo con la barba, rigido, sul dorso, con la testa
appoggiata indietro e il mento e la barba volti all'insù; doveva
essere il contadino. Il suo viso infossato riluceva scialbo nei
colori inconsueti della morte, un braccio pendeva fino a terra,
dove giaceva rovesciata una brocca di terracotta; L'acqua
sparsa, non ancora del tutto assorbita dal suolo, era corsa
verso una conca, nella quale rimaneva ancora una piccola pozza.
Nell'altro letto giaceva, tutt'avviluppata e sepolta nel
lenzuolo e nella ruvida coperta, una donna grande e robusta; il
suo volto era affondato nel letto, i capelli ruvidi e biondi
come paglia brillavano nella luce chiara. Accanto a lei e con
lei abbracciata, come presa e strozzata nel lenzuolo sconvolto,
giaceva una giovinetta bionda come la madre, con macchie grigio
azzurre sul volto cadaverico.
Lo sguardo di Boccadoro andava da un morto all'altro. Nel volto
della fanciulla, quantunque già molto sfigurato, c'era ancora
una traccia dello spavento disperato della morte. Nella nuca e
nei capelli della madre, che s'era avvoltolata tutta così
violentemente nel giaciglio, si leggeva il furore, L'angoscia,
un'appassionata volontà di fuga. Specialmente la chioma indomita
non poteva assolutamente rassegnarsi alla morte. Nel volto del
contadino c'era fierezza e tetro dolore; si vedeva ch'era morto
con pena, ma con virile dignità; il suo viso barbuto si
profilava
nell'aria
rigido
e
fermo,
come
quello
d'un
guerriero
disteso
sul
campo
di
battaglia.
Quest'atteggiamento calmo e fiero nella sua rigidità, un pò
sdegnato, era bello; certo non era stato meschino e codardo un
uomo che aveva ricevuto la morte a quel modo. Ma commovente
era
il
piccolo
cadavere
del fanciullo, prono sul ventre
attraverso la soglia; il suo volto non diceva nulla, ma la sua
posizione lì sull'uscio e i suoi piccoli pugni stretti
rivelavano molto: un dolore smarrito, un disperato difendersi
contro sofferenze inaudite. Proprio vicino al suo capo c'era un
foro
praticato
nella
porta.
Boccadoro
osservava
tutto
attentamente. Senza dubbio l'aspetto della capanna era orrendo
e il puzzo di cadavere nauseava; eppure tutto questo aveva
per
Boccadoro
una
forza
profonda d'attrazione, tutto era
pregno di grandiosità e di destino, così vero, così non
simulato; qualcosa in tutto questo cattivava il suo amore e gli
penetrava nell'anima.
Fuori, intanto, Roberto cominciava a gridare impaziente e
inquieto. Boccadoro aveva simpatia per Roberto, ma in quel
momento pensava quanto quell'uomo vivo fosse meschino nella sua
paura, nella sua curiosità, in tutta la sua puerilità, a
paragone dei morti. Non gli rispose; si diede tutto alla
contemplazione
dei
morti,
con
quella
strana
mescolanza
d'interesse cordiale e di fredda osservazione, che hanno gli
artisti. Guardava attentamente le figure giacenti e anche quella
seduta, le teste, le mani, L'atteggiamento in cui s'erano
irrigidite. Che silenzio in quella capanna incantata! Che odore
strano e terribile!
Com'era triste e spettrale quella piccola dimora umana, in cui
covava ancora sul camino un resto di fuoco, abitata da cadaveri,
tutta pervasa dalla morte! Presto a quelle tacite figure la
carne sarebbe caduta dalle guance e i topi avrebbero roso loro
le dita. Quello che gli altri compivano nella bara e nella
tomba, ben nascosti ed invisibili, L'ultima funzione e la più
misera, la decomposizione e la putrefazione, quei cinque la
compivano lì in casa, nelle loro stanze, alla luce del giorno,
con la porta aperta, in-curanti, senza pudori, senza ripari.
Boccadoro aveva già visto più di un cadavere, ma un'immagine
simile del lavoro inesorabile della morte non l'aveva mai
incontrata.
E se la fissò profondamente nell'anima.
Finalmente
le
grida
di
Roberto
fuori
della
porta
lo
disturbarono: uscì. Il compagno lo guardò inquieto.
--Che c'è? -- domandò piano, con la voce tremante di paura. -Non c'è dunque nessuno in casa? Oh, che occhi fai! Ma parla!
Boccadoro lo misurò con una fredda occhiata.
--Entra e guardati attorno, è una curiosa casa colonica. Dopo
mungeremo la bella mucca che è là. Avanti!
Roberto entrò incerto nella capanna, andò difilato al focolare,
scoprì la vecchia seduta e appena s'accorse ch'era morta gettò
un urlo. Tornò indietro di corsa con gli occhi sbarrati.
--Per amor di Dio! C'è una donna morta seduta al camino. Che
vuol dire? Perché non c'è nessuno vicino a lei? Perché non la
seppelliscono? Oh, Dio! Si sente già il fetore.
Boccadoro sorrise.
--Sei un grande eroe, Roberto; ma sei tornato indietro troppo
presto. Una vecchia morta, quando è seduta così su di una
seggiola, è certo uno spettacolo strano; ma se vai avanti due
passi, puoi vedere cose ancora più strane. I cadaveri sono
cinque, Roberto. Sui letti ne sono distesi tre, e un ragazzino
giace morto attraverso la soglia.
Tutti sono morti. L'intera famiglia è là irrigidita, la casa è
spopolata. Ecco perché nessuno ha munto la mucca.
L'altro lo guardò inorridito, poi a un tratto gridò con voce
soffocata: -- Oh, adesso capisco anche i contadini, che ieri non
vollero lasciarci entrare nel loro villaggio.
Oh Dio, ora tutto mi si spiega. E la peste! Per la mia povera
anima, è la peste, Boccadoro! E tu sei stato tanto tempo là
dentro, e magari hai toccato i morti! Via, non avvicinarti a me,
certo sei infetto. Mi rincresce, Boccadoro, ma io debbo
andarmene, non posso rimanere accanto a te.
Stava già per darsela a gambe, ma fu trattenuto per la falda del
suo mantello di pellegrino. Boccadoro lo guardò severo con un
muto rimprovero e lo tenne inesorabilmente stretto, mentre
quegli si dibatteva e si ribellava.
-- Ragazzo mio, -- disse in tono fra amichevole e beffardo, -sei più intelligente di quel che si crederebbe; forse hai
ragione. Ebbene, lo sapremo alla prossima masseria o al
villaggio. probabile che in questa regione ci sia la peste.
Vedremo se noi riusciremo a cavarcela. Ma lasciarti scappare,
piccolo
Roberto,
non
posso.
Guarda,
io
sono
un
uomo
compassionevole, il mio cuore è troppo tenero; e se penso che tu
potresti aver preso là dentro il contagio e qualora io ti
lasciassi andare tu ti butteresti per terra in qualche campo a
morire, così tutto solo, e nessuno ti chiuderebbe gli occhi e
nessuno ti farebbe una tomba e ti getterebbe un pò di terra...
no, caro amico, la pietà mi stringe la gola. Dunque sta attento
e mettiti bene in mente quello che dico, non intendo ripeterlo:
noi due siamo nello stesso pericolo, può toccare a te o a me.
Rimarremo dunque insieme; o periremo tutti e due, o sfuggiremo a
questa maledetta peste. Se tu ti ammalerai e morirai, sarai
sepolto da me, puoi star sicuro.
E se sarò io a morire, allora fa quello che vuoi, seppelliscimi
o svignatela, per me fa lo stesso. Ma prima, caro, non si
scappa, tienitelo bene a mente! Avremo bisogno l'uno dell'altro.
E ora lingua in bocca! Non voglio udir nulla; cerca un secchio
da qualche parte nella stalla, che possiamo finalmente mungere
la mucca.
Così avvenne; e da quel momento Boccadoro comandò e Roberto
ubbidì, e fu bene per tutti e due. Roberto non tentò più di
fuggire. Disse solo in tono conciliante: -Per un attimo ebbi paura di te. Il tuo volto non mi piacque,
quando uscisti da quella casa di morti. Credetti che ti fossi
preso la peste. Ma se anche non è la peste, il tuo volto è
cambiato. Era così terribile quello che vedesti là dentro?
-- Non era terribile, -- disse Boccadoro esitando. -Non vidi là dentro nulla fuorché quello che aspetta me, te e
tutti, anche se non prendiamo la peste.
Proseguendo il loro cammino s'imbatterono presto dappertutto
nella morte nera, che regnava nel paese. Parecchi villaggi non
lasciavano entrare i forestieri; in altri essi potevano
camminare indisturbati per tutte le strade. Molti casolari erano
abbandonati, molti morti non sepolti imputridivano sui campi o
nelle stanze. Nelle stalle muggivano le mucche affamate o non
munte, oppure il bestiame correva selvaggio per la campagna.
Essi munsero e diedero da mangiare a più d'una mucca e d'una
capra, ammazzarono e arrostirono sul margine del bosco capretti
e porcellini, bevvero vino e mosto preso in cantine ormai senza
padrone. Avevano una buona vita, regnava l'abbondanza. Ma non la
gustavano che a metà. Roberto viveva nella paura costante della
peste, e alla vista dei cadaveri si sentiva male, spesso era
tutto scombussolato dal terrore; credeva continuamente d'aver
preso il contagio, teneva a lungo la testa e le mani nel fumo
dei loro fuochi da bivacco (ciò era ritenuto salutare), perfin
nel sonno si tastava il corpo per sentire se non ci fossero
bubboni sulle gambe, sulle braccia, sotto le ascelle.
Boccadoro a volte lo sgridava, a volte lo scherniva. Non
divideva la sua paura e neppure la sua ripugnanza; andava
attento e cupo per il paese della morte, terribilmente attratto
dallo spettacolo di quel grandioso morire, L'anima piena di quel
grande autunno, il cuore gonfio del canto della falce
mietitrice. Talvolta gli riappariva l'immagine dell'eterna
Madre, viso pallido e gigantesco con occhi di Medusa, con un
sorriso grave, pieno di dolore e di morte.
Un giorno arrivarono ad una piccola città fortificata dalla
porta un baluardo dell'altezza delle case correva tutt'intorno
alla cinta, ma nessuna guardia stava lassù e nessuna vigilava la
porta aperta. Roberto si rifiutò d'entrare e scongiurò anche il
compagno di non farlo. In quel mentre udirono una campana e
dalla porta della città uscì un sacerdote con una croce in mano,
seguito da tre carri, due tirati da cavalli ed uno da una coppia
di buoi; erano carichi di cadaveri. Un paio d'inservienti
avvolti in strani mantelli, coi cappucci calati sopra il viso,
correvano accanto, spronando gli animali.
Roberto, pallido in volto, si dileguò; Boccadoro seguì a breve
distanza i carri funebri; avanzarono qualche centinaio di passi,
ed ecco non già un camposanto, ma una buca scavata in mezzo alla
landa deserta, profonda non più di tre vangate, ma grande come
una sala. Boccadoro si fermò e vide gl'inservienti tirar giù i
morti dai carri con pertiche e anghiere e ammucchiarli nella
grande buca; il sacerdote mormorando vi fece sopra il segno
della croce e se n'andò; i becchini allora accesero da tutte le
parti di quella tomba a fior di terra grandi fuochi e senza far
parola ritornarono di corsa in città, nessuno si curò di coprire
la fossa. Boccadoro guardò dentro; potevan esservi cinquanta o
più cadaveri gettati l'uno sull'altro, molti dei quali nudi. Qua
e là un braccio o una gamba sporgevan rigidi contro il cielo,
quasi in atto d'accusa; una camicia fluttuava lieve al vento.
Quando Boccadoro tornò presso Roberto, questi lo supplicò in
ginocchio di proseguire al più presto il loro cammino. Aveva ben
ragione di supplicare: nello sguardo assente di Boccadoro egli
scorgeva quella fissità assorta, quell'inclinazione alle visioni
orrende, quella terribile curiosità, che gli eran già fin troppo
note. Non riuscì a trattenere l'amico. Boccadoro, solo s'avviò
verso la città.
Entrò per la porta incustodita, e, mentre udiva il suo passo
risonare sul selciato, gli tornavano alla memoria tante altre
cittadine e tante porte per cui era passato, e ricordava le
grida dei bimbi, i giochi dei ragazzi, i litigi delle donne, il
martellar dei fabbri sulle incudini sonore, il fragore dei carri
e tanti altri rumori, delicati ed aspri, che intrecciati alla
rinfusa come in una rete annunciavano la varietà del lavoro,
delle occupazioni, della gioia, della socievolezza umana. Lì
invece, sotto quella porta aperta, in quella via solitaria, non
un suono, non un riso, non un grido; tutto giaceva irrigidito in
un silenzio di morte, nel quale la melodia chiacchierina d'una
fontana zampillante sonava già troppo forte, quasi chiassosa.
Dietro una finestra aperta si vedeva un fornaio in mezzo alle
sue pagnotte e ai suoi panini; Boccadoro indicò uno di questi e
il fornaio glielo spinse fuori con precauzione sopra un
infornapane, attese che l'altro gli mettesse il denaro sulla
pala, poi chiuse il suo finestrino, indispettito ma senza
proteste, quando vide lo straniero addentare il panino e andar
oltre senza pagare. Sui davanzali di una bella casa c'era una
fila di vasi di terracotta, che un tempo erano stati fioriti e
ormai apparivano vuoti, con qualche foglia secca spiovente. Da
un'altra casa uscivano singhiozzi e grida lamentose di bambini.
Ma nella strada attigua Boccadoro vide dietro una finestra una
graziosa fanciulla che si pettinava; stette a contemplarla fin
che quella sentì il suo sguardo ed a sua volta guardò giù,
arrossì e, poiché egli le sorrideva amichevolmente, anche sul
volto acceso di lei passò lento e languido un sorriso.
--Quasi pettinata? --le gridò. Ella sporse il volto luminoso e
sorridente dal vano della finestra.
--Non ancora malata? --domandò lui, ed ella scosse il capo. -Allora vieni con me fuori da questa città di morte, andiamo nei
boschi e avremo una buona vita.
Ella interrogò con gli occhi.
-- Non pensarci su troppo, parlo sul serio -- gridò Boccadoro.-Sei in casa di babbo e mamma, o a servizio da estranei?... Da
estranei dunque. Allora vieni, bimba cara; lascia morire i
vecchi, noi siamo giovani e sani e vogliamo passarcela bene
ancora un pò. Vieni, brunetta, dico sul serio.
Ella lo esaminò, esitante, stupita. Egli proseguì a passi lenti,
bighellonò per una strada deserta, poi per un'altra e tornò
indietro pian piano. La fanciulla stava ancora alla finestra,
sporta in fuori, e fu lieta di vederlo ritornare.
Gli fece cenno: egli continuò lentamente il suo cammino e poco
dopo ella lo raggiunse, prima ancora d'arrivare alla porta, con
un piccolo fardello in mano e un fazzoletto rosso intorno al
capo.
--Come ti chiami? --le domandò Boccadoro.
--Lena. Vengo con te. Oh, è così brutto qui in città!
Muoiono tutti. Via, via!
Poco lontano dalla porta Roberto, di cattivo umore, stava
rannicchiato per terra. All'arrivo di Boccadoro balzò in piedi e
spalancò tanto d'occhi alla vista della ragazza.
Questa volta non si arrese subito, protestò, fece scene.
Che si portasse fuori una persona da quella maledetta tana
appestata e che si pretendesse da lui di tollerare una simile
compagnia era più che una pazzia, era un tentar Dio, ed egli si
rifiutava, non restava più insieme, la sua pazienza era al
termine.
Boccadoro lo lasciò imprecare e protestare, fin che si acquetò.
--Bene,--disse,--ce n'hai cantate abbastanza. Adesso verrai con
noi e sarai contento di avere una compagnia così graziosa. Si
chiama Lena e resta con me. Ma ti voglio dare anche una gioia,
Roberto, ascolta: per un pò di tempo vogliamo vivere in pace e
in
buona
salute
e
star
lontani
dalla
pestilenza.
Ci
cercheremo un bel posticino con una capanna vuota o ce ne
costruiremo una da noi, io e Lena saremo il padrone e la padrona
di casa e tu sarai il nostro amico e vivrai con noi. Vogliamo
avere un tantino di vita serena e piacevole. D'accordo?
Oh sì, Roberto era pienamente d'accordo. Purché non si
pretendesse da lui che desse la mano a Lena o toccasse le sue
vesti...
--No -- disse Boccadoro, --questo non si pretende.
Ti è anzi severamente proibito di mettere un dito addosso a
Lena. Che non ti passi neppur per la mente!
Marciarono così in tre, dapprima in silenzio; poi a poco a poco
la ragazza cominciò a parlare, a esprimere la sua gioia di
rivedere il cielo, gli alberi e i prati: era stato così orribile
là dentro, nella città appestata, da non dirsi. E
cominciò a raccontare e a liberarsi l'animo delle immagini
tristi e mostruose, che le era toccato vedere. Narrò diverse
storie, brutte storie; la piccola città doveva essere un
inferno. Dei due medici uno era morto, l'altro andava soltanto
dai ricchi e in molte case i morti imputridivano, perché nessuno
li andava a prendere; in altre i becchini rubavano, crapulavano,
bordellavano e spesso insieme coi cadaveri tiravan fuori dai
letti anche i malati ancora in vita e li gettavano sui carri da
boia e poi insieme coi morti giù nelle fosse. Tante cose orrende
aveva da raccontare; nessuno la interrompeva. Roberto ascoltava
inorridito
e
avido,
Boccadoro
rimaneva
silenzioso
e
indifferente, lasciava che tutto quell'orrore si riversasse e
non diceva nulla. E che mai si poteva dire? Infine Lena si
stancò, il fiume di parole s'inaridì. Allora Boccadoro si mise a
camminare più adagio e prese a cantare sommesso una canzone di
molte strofe, e a ogni strofa la sua voce si faceva più piena;
Lena cominciò a sorridere e Roberto ascoltò con piacere e
meraviglia: fin allora non aveva mai udito Boccadoro cantare.
Tutto sapeva fare quel Boccadoro! Eccolo che ora camminava e
cantava,
quell'uomo
eccezionale!
Cantava
con
arte
e
perfettamente intonato, ma in sordina. Già alla seconda canzone
Lena prese ad accompagnarlo a mezza voce, poi a voce spiegata.
S'avvicinava la sera; lontano, oltre la landa, si stendevano i
boschi neri e, dietro quelli, basse montagne azzurre, che
diventavano sempre più azzurre, come per l'intensificarsi di una
luce interiore. Ora lieto, ora solenne, il canto accompagnava il
ritmo dei loro passi.
--Come sei contento oggi! -- disse Roberto.
--Sì, sono contento oggi, è naturale, ho trovato una compagnia
così carina! Ah Lena, che bella cosa che i becchini ti abbiano
lasciata per me! Domani troveremo la nostra casetta e ce la
passeremo bene e saremo felici che la nostra carne e le nostre
ossa stiano ancora così bene insieme. Lena, hai già visto
qualche volta in autunno nei boschi quel fungo grosso, che piace
tanto alle lumache e che si può mangiare?
--Certo, -- rise lei, -- L'ho visto tante volte.
--I tuoi capelli hanno lo stesso color bruno, Lena. Ed anche lo
stesso buon profumo. Cantiamo ancora qualche cosa? O forse hai
fame? Nella mia bisaccia c'è ancora qualcosa di buono.
Il giorno seguente trovarono quello che cercavano. In un
boschetto di betulle c'era una capanna di tronchi greggi,
costruita forse un tempo da spaccalegna o da cacciatori. Era
vuota; la porta si lasciò forzare e anche a Roberto la capanna
parve comoda e la regione sana. Cammin facendo avevano
incontrato delle capre che giravano senza pastore, e ne avevano
presa una con loro.
--Su, Roberto, -- disse Boccadoro, -- se anche non sei
carpentiere, una volta però lavoravi da falegname. Noi vogliamo
abitar qui, tu devi fabbricare nel nostro castello una parete
divisoria, in modo che abbiamo due camere, una per Lena e per
me, L'altra per te e per la capra. Da mangiare non c'è più gran
che: oggi dobbiamo contentarci di latte di capra, tanto o poco
che sia. Tu costruisci dunque la parete e noi due prepariamo il
giaciglio per tutti. Domani poi andrò in cerca di cibo.
Tutti si misero subito al lavoro. Boccadoro e Lena si diedero a
cercar paglia, felci e musco per il giaciglio, e Roberto affilò
il suo coltello su un ciottolo, per tagliare piccoli tronchi e
fabbricare la parete. Ma non poté finire in un giorno e la sera
andò a dormire all'aperto. Boccadoro trovò in Lena una cara
compagna, timida e inesperta, ma tutt'amore. Se la prese
dolcemente fra le braccia e vegliò ancora a lungo ascoltando il
battito del suo cuore, quand'ella stanca e sazia s'era già
addormentata da un pezzo. Aspirò il profumo dei suoi capelli
bruni, e mentre si stringeva a lei pensava a quella gran fossa a
fior di terra, in cui quei diavoli mascherati avevano rovesciato
tutti i loro carri pieni di cadaveri. Bella era la vita, bella e
fugace la felicità, bella e presto appassita la giovinezza !
La parete divisoria della capanna divenne assai carina, e alla
fine vi lavorarono tutti e tre. Roberto voleva mostrare la sua
abilità e parlava con molto zelo di tutto ciò che avrebbe voluto
costruire, se avesse avuto un banco per piallare, arnesi,
squadra e chiodi. Siccome non aveva che il suo coltello e le sue
mani, si contentò di tagliare una dozzina di piccoli tronchi di
betulla e ne fece un solido e greggio steccato infisso nel suolo
della capanna. Gli spazi intermedi dovevano essere riempiti da
un graticcio di ginestre. Ciò richiese del tempo, ma divenne
bello e pittoresco: tutti vi collaborarono. Intanto Lena doveva
andare a cercar bacche e badare alla capra; Boccadoro faceva
piccole escursioni per esplorare la regione, per trovar cibo, e
portava a casa dai dintorni ora una cosa ora l'altra. Nelle
vicinanze non c'era anima viva, e di ciò era soddisfatto
specialmente Roberto: si era sicuri tanto dal contagio quanto
dai nemici; ma il guaio era che si trovava pochissimo da
mangiare. Non molto lontano c'era una casupola di contadini
abbandonata, questa volta senza morti dentro, e Boccadoro
propose di sceglierla come quartiere invece della loro capanna
di tronchi d'albero; ma Roberto si rifiutò inorridito e vide
anche di malocchio che Boccadoro entrasse in quella casa vuota;
ogni cosa che egli portò di là dovette essere affumicata e
lavata, prima che Roberto la toccasse. Non era molto ciò che
Boccadoro aveva trovato: due sgabelli, un secchio per il latte,
qualche vaso di terracotta, una scure; e un giorno prese due
polli che fuggivano per la campagna. Lena era innamorata e
felice, e tutti e tre si divertivano a lavorare intorno alla
loro piccola dimora ed a renderla ogni giorno un pochino più
bella. Il pane mancava: in compenso presero un'altra capra e
trovarono anche un campicello di rape. Un giorno passava dopo
l'altro, la parete intrecciata era finita, i giacigli furono
perfezionati e fu costruito un focolare. Non lontano scorreva un
ruscello dall'acqua chiara e dolce.
Spesso lavorando cantavano.
Un giorno che bevevano insieme il loro latte e vanta-vano la
loro vita domestica, Lena disse a un tratto come in sogno: --Che
sarà poi, quando verrà l'inverno?
Nessuno diede risposta. Roberto rise, Boccadoro guardò innanzi a
sé in modo strano. A poco a poco Lena s'accorse che nessuno
pensava all'inverno, che nessuno pensava sul serio a rimanere
tanto tempo nello stesso luogo, che quella loro casa non era una
fissa dimora, ch'ella si trovava insieme a dei vagabondi. Chinò
la testa.
Allora Boccadoro le disse in tono scherzoso e incoraggiante,
come a una bambina: -- Tu sei figlia di contadini, Lena, quelli
sono molto previdenti. Non aver paura, ritornerai a casa quando
sarà finita questa pestilenza, che non durerà poi in eterno.
Allora andrai dai tuoi genitori o da chi altri hai, o ritornerai
a servire in città e avrai il tuo pane. Ma adesso è ancora
estate e dappertutto nella regione si muore; qui invece è bello
e stiamo bene. Perciò restiamo qui, fin tanto che ci piace.
-- E poi? -- gridò Lena con veemenza. -- Poi tutto è finito? E
tu te n'andrai? Ed io?
Boccadoro le afferrò la treccia e gliela tirò un poco.-Sciocchina, -- disse, -- hai già dimenticato i beccamorti e le
case deserte e la gran buca fuori porta, dove ardono i fuochi?
Devi esser lieta di non giacere là in quella fossa, e che non ti
cada la pioggia sulla camicina. Devi pensare che sei sfuggita,
che hai ancora nelle membra la tua cara vita, che puoi ancora
ridere e cantare.
Ella non era ancora soddisfatta.
--Ma io non voglio andarmene, --gemette, --e non voglio
lasciarti andare, no. Non si può esser contenti, quando si sa
che presto tutto sarà finito!
Boccadoro rispose ancora, affettuoso, ma con un tono di celata
minaccia nella voce:
--Su questo, piccola Lena, si son già rotti la testa tutti i
saggi e tutti i santi. Non c'è una felicità che duri a lungo. Ma
se quello che abbiamo ora non ti basta e non ti dà più gioia, io
appicco il fuoco in questo stesso istante alla capanna, e
ciascuno di noi se ne va per la sua strada.
Stà buona, Lena, abbiamo parlato abbastanza.
Così rimasero le cose. Ella s'arrese, ma un'ombra era caduta
sulla sua gioia.
INDEX
CAPITOLO XIV
Prima ancora che l'estate fosse sfiorita del tutto, la vita
nella capanna ebbe la sua fine, diversa da quella che avevano
pensato. Un giorno Boccadoro s'aggirava per la regione con una
fionda, nella speranza di acchiappare una pernice o altra
selvaggina, perché il cibo s'era fatto alquanto scarso. Lena
raccoglieva bacche poco lontano e ogni tanto Boccadoro rasentava
il bosco dov'ella si trovava e di là dal cespuglio vedeva
sporgere fuori il suo capo dalla camicia di lino sul collo
bruno, o l'udiva cantare; una volta assaggiò qualche bacca
vicino a lei, poi girovagò più lontano e per un pò di tempo non
la vide più. Pensava a lei, fra tenero e irritato, perché ella
era tornata a parlare dell'autunno e dell'avvenire, dicendo che
si credeva incinta e che non voleva lasciarlo partire. "Presto
tutto finirà," pensava Boccadoro, "presto sarà ora di troncare,
ed io mi metterò in cammino da solo e lascerò indietro anche
Roberto; voglio far in modo di ritornare per l'inizio
dell'inverno alla grande città, da maestro Nicola; passerò là
l'inverno e nella primavera ventura mi comprerò un buon paio di
scarpe nuove, e via, tirerò avanti fin che arriverò al nostro
convento di Mariabronn e potrò salutare Narciso; saranno ben
dieci anni che non lo vedo.
Debbo rivederlo, foss'anche solo per un giorno o due."
Un suono inconsueto lo destò dai suoi pensieri, e alL'improvviso s'accorse che pensieri e desideri l'avevano tratto
assai lontano. Tese l'orecchio: quel suono angoscioso si ripeté,
egli credette di riconoscere la voce di Lena e la seguì,
quantunque non gli piacesse essere chiamato. In breve fu
abbastanza vicino: sì, era Lena, e gridava il suo nome come se
si trovasse in grande pericolo. Egli affrettò la corsa, sempre
ancora un pò irritato, ma al ripetersi di quelle grida la
compassione e l'ansia presero in lui il sopravvento. Quando
infine riuscì a vederla, ella era seduta o inginocchiata in
mezzo alla landa, con la camicia tutta stracciata, e gridando
lottava con un uomo, che voleva farle violenza. A lunghi balzi
Boccadoro s'avvicinò, e tutta L'irritazione, L'inquietudine e la
tristezza che erano in lui si sfogarono in una collera furente
contro l'attentatore straniero. Lo sorprese mentre stava per
abbattere completamente Lena contro il suolo, il petto nudo di
lei sanguinava: lo straniero, cupido, la teneva attanagliata.
Boccadoro si gettò su di lui, con mani furenti, e gli strinse la
gola magra e muscolosa, coperta di una barba lanuta, serrando
con voluttà, fin che l'altro lasciò andare la ragazza e gli
rimase floscio fra le mani; continuando a stringere, Boccadoro
lo trascinò per un pezzo sul terreno, privo dl forze e quasi
esamine, fino ad alcune rocce grigie che sporgevano nude
dal suolo. Qui sollevò il vinto con tutto il suo peso, due, tre
volte, e gli fece batter la testa contro le rocce angolose. Poi
scagliò via il corpo con la nuca spezzata; la sua collera non
era ancor sazia, avrebbe voluto continuare a maltrattarlo.
Lena guardava raggiante. Il suo petto sanguinava, ella tremava
ancora in tutto il corpo e respirava affannosa-mente, ma s'era
subito messa in piedi e guardava con occhi rapiti, pieni di
voluttà e d'ammirazione, il suo forte amante, che trascinava
l'intruso, lo strozzava, gli rompeva la nuca e scagliava il
cadavere lungi da sé. Eccolo là per terra come un serpente
ammazzato, floscio e contorto, il suo viso grigio dalla barba
arruffata e dai radi capelli penzolava miseramente rovesciato
all'indietro. Lena si drizzò giubilante e cadde sul cuore di
Boccadoro, ma impallidì a un tratto: lo spavento le tremava
ancora nelle membra si sentì male e cadde esausta fra i
mirtilli. Poco dopo però poté ritornare con Boccadoro alla
capanna. Egli le lavò il petto graffiato; una mammella aveva
anche un morso di quel mostro.
Roberto, molto impressionato dall'avventura, chiese con avidità
i particolari della lotta.
--Rotto la nuca, dici? Grandioso! Boccadoro, c'è di che temerti!
Ma Boccadoro non aveva voglia di parlarne oltre: il suo furore
era sbollito, e nell'allontanarsi dal morto egli non aveva
potuto far a meno di pensare a quel povero brigante d'un
Vittore: era dunque il secondo uomo che moriva per mano sua. Per
liberarsi di Roberto, disse: -Ora potresti fare qualche cosa anche tu. Va laggiù e cerca di
portar via il cadavere. Se è troppo faticoso fargli una buca,
gettalo giù nello stagno, oppure coprilo bene di terra e di
pietre --. Ma Roberto rifiutò: non voleva aver a che fare con
cadaveri; non si sa mai, potevano avere indosso il veleno della
peste.
Lena si era coricata nella capanna. Il morso al petto le doleva,
presto però si sentì meglio, si alzò, attizzò il fuoco e fece
bollire il latte per la cena; era di ottimo umore, ma fu mandata
a letto presto. Ubbidì come un agnello, tanta era la sua
ammirazione per Boccadoro. Questi si mostrava taciturno e cupo;
Roberto, che conosceva quegli stati d'animo, lo lasciò in pace.
Quando più tardi Boccadoro andò nel suo pagliericcio, si chinò
verso Lena, in ascolto. Dormiva. Egli si sentiva inquieto,
pensava a Vittore, provava un'ansia, un desiderio di riprendere
la vita del vagabondo; intuiva che il gioco della vita domestica
era finito. Ma una cosa specialmente gli dava da riflettere.
Aveva colto lo sguardo di Lena, mentr'egli squassava e gettava
lontano il cadavere di quell'individuo, uno sguardo singolare, e
sentiva che non lo avrebbe più dimenticato; in quegli occhi
sbarrati, inorriditi e rapiti, era balenato un raggio di
fierezza e di trionfo, una gioia profonda e appassionatamente
partecipe alla vendetta e all'uccisione, quale egli non aveva
mai veduta né immaginata in un volto di donna. Senza quello
sguardo, pensava, forse un giorno, col passar degli anni, egli
avrebbe dimenticato il volto di Lena. Ma quello sguardo aveva
reso grande, bello e terribile il suo viso di ragazza
campagnola. Da mesi gli occhi di Boccadoro non avevano colto
nulla, che gli desse il lampo del desiderio: "Bisognerebbe
disegnarlo!". A quello sguardo egli aveva risentito il desiderio
guizzare dentro di sé, con una specie di sgomento.
Non potendo dormire, finì per alzarsi ed uscire dalla capanna.
Era fresco, una lieve brezza giocava fra le betulle. Egli
camminò su e giù nell'oscurità, poi sedette su di una pietra e
s'immerse in pensieri di una tristezza profonda. Sentiva pena
per Vittore, sentiva pena per l'uomo che aveva ammazzato quel
giorno, sentiva pena per la perduta innocenza dell'anima sua.
Per questo era fuggito dal convento, aveva abbandonato Narciso,
aveva
offeso
maestro
Nicola
e
rinunciato
alla
bella
Elisabetta... per accamparsi poi in una landa e aspettare al
varco gli animali vagabondi, e per uccidere là fra le pietre
quel povero diavolo? Aveva un senso tutto questo, valeva la pena
d'esser vissuto? Il cuore gli si stringeva per l'assurdità e per
il disprezzo di se stesso. Si lasciò cadere indietro e rimase là
supino, con gli occhi fissi nella scialba nuvolaglia notturna,
finché nella fissità prolungata i suoi pensieri svanirono; non
sapeva più se fissasse le nubi del cielo o il suo torbido mondo
interiore. A un tratto, nell'istante in cui s'addormentava
dolcemente sulla pietra, fra il rincorrersi delle nubi guizzò
come un lampo un volto grande e pallido, il volto di Eva; aveva
lo sguardo greve e velato, ma all'improvviso spalancò gli occhi,
grandi occhi pieni di voluttà e avidi di sangue. Boccadoro dormì
fin che lo bagnò la rugiada.
Il giorno dopo Lena era malata. La fecero star a letto.
Ci fu molto da fare: Roberto la mattina aveva incontrato nel
boschetto due pecore che, alla sua vista, erano subito fuggite.
Corse a chiamare Boccadoro e cacciarono più di mezza giornata,
fin che ne catturarono una, quando verso sera ritornarono a casa
con la bestia, erano molto stanchi.
Lena si sentiva male. Boccadoro la esaminò, la tastò e trovò i
bubboni della peste. Non disse nulla ma Roberto, appena sentì
che Lena era ancora malata, fu colto dal sospetto e non rimase
nella capanna. Disse che si sarebbe cercato fuori un posto per
dormire e che prendeva la capra con sé: anch'essa poteva
contrarre il male.
--E vattene al diavolo!--gli gridò Boccadoro furente.
-- Non ti voglio più rivedere. -- Afferrò la capra e la tirò
dalla sua parte dietro la parete di ginestre. Roberto si dileguò
senza rumore, senza capra, sentendosi male dalla paura: paura
della peste, paura di Boccadoro, paura della solitudine e della
notte. Si coricò in vicinanza della capanna.
Boccadoro disse a Lena: --lo resto con te, non preoccuparti.
Guarirai.
Ella scosse il capo.
--Stà in guardia, caro, di non prendere la malattia anche tu;
non devi venirmi così vicino. Non affannarti a con-solarmi. Devo
morire, e preferisco morire, piuttosto che vedere un giorno il
tuo giaciglio vuoto e sapere che mi hai abbandonata. Tutte le
mattine mi svegliavo con questo pensiero e con questo timore.
No, preferisco morire.
L'indomani stava già male. Boccadoro le aveva dato di tanto in
tanto un sorso d'acqua, e negl'intervalli aveva dormito qualche
ora. Al primo albeggiare riconobbe nel volto di lei i chiari
segni della morte vicina: era già appassito e frollo. Egli uscì
un momento dalla capanna per prender aria e guardare il cielo.
Sul margine del bosco qualche tronco rosso e contorto di
pinastro era già illuminato dal sole; L'aria era fresca e buona,
le colline lontane non si discernevano ancora nella nuvolaglia
mattutina. Egli camminò per un tratto, distese le membra
stanche e respirò profondo. Il mondo era bello in quel triste
mattino. Presto sarebbe ricominciata la vita vagabonda.
Bisognava prender congedo.
Dal bosco lo chiamò Roberto. Andava meglio? Se non si trattava
di peste, egli sarebbe rimasto. Boccadoro non doveva essere in
collera con lui, intanto egli aveva custodito la pecora.
--Va al diavolo tu e la tua pecora!--gli gridò Boccadoro.--Lena
muore e ho preso il contagio anch'io.
Quest'ultima era una bugia; la disse per liberarsi dell'altro.
Per quanto quel Roberto potesse essere un buon diavolo,
Boccadoro ne aveva abbastanza; troppo vile e troppo meschino,
troppo in contrasto con quell'epoca grandiosa di sconvolgimenti
e di fato. Roberto si dileguò e non ritornò più. Il sole sorse
luminoso.
Quando Boccadoro tornò presso Lena, ella dormiva. Anch'egli
s'addormentò di nuovo e vide in sogno il suo cavallo d'un tempo,
Bless, e il bel castagno del convento; gli pareva di riguardare
indietro, da una lontananza infinita e deserta, ad una dolce
patria perduta; e quando si destò, sulla barba bionda che gli
copriva le guance scorrevan due lacrime. Udì Lena che parlava
con voce fioca; credette che lo chiamasse e si rizzò sul
giaciglio, ma ella non parlava a nessuno, balbettava solo parole
fra sé e sé, parole di tenerezza e d'invettiva; rise un attimo,
poi cominciò a sospirare profondamente ed a singhiozzare, e a
poco a poco ridivenne quieta. Boccadoro s'alzò, si chinò sopra
quel volto già sfigurato, il suo occhio seguì con amara
curiosità le linee che si contraevano e si confondevano così
miseramente sotto il soffio bruciante della morte.
Cara Lena, gridò il suo cuore, cara bambina buona, vuoi già
lasciarmi anche tu? Ne hai già abbastanza di me?
Sarebbe fuggito volentieri. Vagare, vagare, marciare, respirare,
stancarsi, vedere nuove immagini gli avrebbe fatto bene, avrebbe
forse sollevato il suo abbattimento profondo.
Ma non poteva, non gli era possibile lasciar lì quella creatura
sola a morire. Osava appena uscire un pochino ogni due ore, per
respirare aria fresca. Siccome Lena non prendeva più latte, ne
beveva lui a sazietà, non c'era nient'altro da mangiare. Qualche
volta portava fuori anche la capra, perché mangiasse, bevesse
acqua e si muovesse. Poi ritornava presso Lena, le mormorava
parole affettuose, fissava immobile il suo volto e assisteva
sconfortato, ma attento, al suo morire. Ella era cosciente, ogni
tanto dormiva, e quando si destava non apriva più gli occhi che
a metà, le sue palpebre erano stanche e afflosciate. Intorno
agli occhi ed al naso la fanciulla appariva d'ora in ora più
vecchia, sul collo fresco e giovane c'era un viso di nonna che
avvizziva rapidamente. Solo di rado pronunciava una parola,
diceva " Boccadoro " o " caro ", e cercava d'inumidir con la
lingua le labbra gonfie e bluastre. Allora egli le dava qualche
goccia d'acqua.
Nella notte seguente Lena morì. Morì senza lamento: un breve
sussulto, poi il respiro s'arrestò e un brivido le percorse la
pelle: a quella vista Boccadoro si sentì gonfiare il cuore, e
gli vennero in mente i pesci morenti, che tante volte aveva
veduti e compianti in piazza del mercato: così si spegnevano
anch'essi, con un moto convulso e con un lieve brivido doloroso,
che correva sulla loro pelle portandone via lo splendore e la
vita. Rimase ancora un poco in ginocchio accanto a Lena, poi
uscì all'aperto e sedette fra i cespugli d'erica. Gli venne in
mente la capra, tornò dentro, la prese con sé, e la bestia, dopo
aver cercato un poco attorno, si distese per terra. Egli le si
coricò vicino, con la testa sul suo fianco, e dormì fino
all'alba. Allora entrò per l'ultima volta nella capanna, dietro
la parete intrecciata, e per l'ultima volta guardò il povero
viso della morta. Gli ripugnava lasciarla così. Uscì, raccolse
qualche bracciata di legna secca e di sterpi, gettò tutto nella
capanna e appiccò il fuoco. Non prese fuori nulla, tranne
l'acciarino. In un attimo la parete di ginestra secca divampò.
Egli rimase fuori a guardare, col viso arroventato dal fuoco,
fin che tutto il tetto fu in fiamme e le prime travi
precipitarono. La capra saltava impaurita e gemente. Sarebbe
stato
logico
uccidere l'animale, arrostirne
un
pezzo
e
mangiare, per acquistar forza sul punto di mettersi in cammino.
Ma non gli fu possibile; spinse la capra nella landa e se ne
andò. Il fumo dell'incendio lo seguì fin dentro il bosco. Non
aveva mai iniziato una peregrinazione con tanto sconforto.
Ma ciò che l'aspettava era peggio ancora di quanto si fosse
immaginato. Cominciò alle prime masserie e ai primi villaggi e
continuò, sempre più terribile quanto più avanzava. Tutta la
regione, tutto il vasto paese stava sotto un nembo di morte,
sotto un velo d'orrore, d'angoscia, di ottenebramento degli
spiriti; e il peggio non erano le case deserte, i cani da
guardia morti di fame e imputriditi alla catena, i morti rimasti
insepolti, i bambini mendicanti, le tombe in massa davanti alle
città. Il peggio erano i vivi, che sembrava avessero perduto
occhi e anima sotto il peso dello spavento e dell'ansia della
morte. Dappertutto il viandante udiva e vedeva cose strane ed
orrende.
Genitori che avevano abbandonato i figli colti dal male, mariti
che avevano abbandonato le mogli. I monatti e gli sbirri
d'ospedale dominavano come carnefici, predavano nelle case
lasciate vuote dalla morte, a loro capriccio ora lasciavano i
cadaveri insepolti, ora strappavano dai letti i vivi prima che
avessero esalato l'ultimo respiro e li gettavano sui carri
funebri. Fuggiaschi vagavano solitari, abbrutiti, evitando ogni
contatto con gli uomini, cacciati dalla paura della morte. Altri
si riunivano in una gioia di vivere eccitata e sgomenta,
tenevano orge e celebra-ii vano feste da ballo e d'amore, in cui
la morte sonava la viola. Altri, trascurati nella persona,
piangenti o imprecanti, con gli occhi smarriti, stavano
accovacciati davanti ai cimiteri o alle loro case spopolate. E
peggio di tutto: ognuno cercava per quell'insopportabile
calamità un capro espiatorio, ognuno affermava di conoscere gli
scellerati ch'erano i colpevoli e malvagi promotori della
pestilenza.
Uomini diabolici, si diceva, provvedevano con gioia maligna alla
propagazione della strage, prendendo il veleno dai cadaveri
degli appestati e fregandolo sui muri e sulle
maniglie delle porte, o avvelenando le fontane e il bestiame.
Chi cadeva in sospetto di compiere tale mostruosità era perduto
se, avvisato in tempo, non riusciva a fuggire; era punito con la
morte dalla giustizia o dalla plebe. Inoltre i ricchi davano la
colpa ai poveri e vice-versa, oppure si diceva che i colpevoli
erano gli ebrei o i latini o i medici. In una città Boccadoro,
col cuore indignato, vide ardere tutta la via degli ebrei, una
casa dopo l'altra, mentre intorno il popolo urlava e i
fuggiaschi atterriti venivano ricacciati nel fuoco con la forza
delle armi. Nella follia della paura e dell'esasperazione,
dappertutto si uccidevano, si bruciavano e si torturavano
innocenti. Boccadoro assisteva con furore e disgusto: il mondo
pareva sovvertito e avvelenato, pareva che non esistessero più
gioia, innocenza e amore sulla terra. A volte si rifugiava
nelle feste turbolente di chi voleva godere la vita.
Dappertutto sonava la viola della morte; egli imparò presto a
conoscerne il suono; a volte prendeva parte a quei festini
disperati, a volte sonava anch'egli il liuto o ballava alla luce
delle torce a vento, nelle notti febbrili.
Paura non ne sentiva. Una volta aveva provato l'ansia della
morte, in quella notte d'inverno sotto gli abeti, mentre le dita
di Vittore gli stringevano la gola, e anche in altre due
giornate del suo vagabondaggio, nella neve e nella fame. Quella
era una morte con cui si poteva combattere, da cui ci si poteva
difendere, ed egli si era difeso, con le mani e i piedi
tremanti, con lo stomaco vuoto, con le membra esauste; si era
difeso, aveva vinto, era sfuggito.
Ma con la morte causata dalla peste non si poteva lottare
bisognava lasciarla infuriare ed arrendersi, e Boccadoro si era
arreso da un pezzo. Non aveva paura, sembrava che non
gl'importasse più nulla della vita, da quando aveva lasciato
Lena nella capanna ardente, da quando avanzava giorno per giorno
nel paese devastato dalla morte.
Ma una straordinaria curiosità lo spingeva e lo teneva desto;
era
instancabile
nel
contemplare
la
grande
mietitrice,
nell’ascoltare il canto della caducità; non si tirava mai da
parte, sempre lo afferrava la stessa tacita passione d'essere
presente e di camminare con gli occhi aperti attraverso
l'inferno. Mangiava pane ammuffito nelle case spopolate, cantava
e trincava nelle
orge
folli,
coglieva
il
fiore
del
piacere
presto appassito, guardava negli occhi fissi ed ebbri
delle donne, guardava negli occhi fissi e melensi degli
ubriachi, guardava negli
occhi
che
si
spegnevano
dei
morenti, amava le donne disperate e febbricitanti, per un
piatto di minestra aiutava a portar via i morti, per pochi
quattrini aiutava a gettar terra sopra i cadaveri nudi. Tetro e
selvaggio s'era fatto il mondo, la morte cantava urlando la sua
canzone, Boccadoro ascoltava con l'orecchio teso, con passione
ardente.
La sua meta era la città di maestro Nicola, là lo chiamava la
voce del suo cuore. Lunga era la via e piena di morte, di
avvizzimento e di strage. Egli avanzava triste, inebriato dal
canto funebre, tutto proteso verso il dolore urlante del mondo,
triste e pur ardente, coi sensi aperti.
In un convento vide un affresco recente e dovette contemplarlo
a lungo. C'era dipinta su di una parete la danza macabra: la
morte pallida e ossuta portava via ballando gli uomini dalla
vita, il re, il vescovo, L'abate, il conte, il cavaliere, il
medico, il contadino, il lanzichenecco, tutti prendeva con sé, e
dei musicanti scheletriti accompagna-vano la danza sonando su
ossa
cave.
Gli
occhi
curiosi
di
Boccadoro
assorbirono
profondamente quella visione. Un ignoto collega aveva tratto
l'insegnamento da quello ch'egli aveva visto della morte nera e
gridava squillante all'orecchio degli uomini la predica amara
del dover morire. Il quadro era buono, era una buona predica,
quel collega sconosciuto non aveva visto e fissato male la cosa,
dalla sua figurazione truce usciva un suono d'ossa e d'orrore.
E tuttavia non era quello che egli, Boccadoro, aveva veduto e
vissuto. Lì era dipinta la necessità della morte, severa e
inesorabile.
Ma
Boccadoro
avrebbe
desiderato
un'altra
rappresentazione; in lui il canto selvaggio della morte sonava
diverso, non severo e macabro, ma dolce e seducente, come un
richiamo alla patria, materno. Là dove la morte protendeva la
sua mano nella vita, non echeggiava solo un grido stridulo e
guerriero, ma anche un suono profondo e amoroso, un suono pieno,
autunnale, e vicino alla morte il lumino della vita ardeva più
chiaro e più fervido. Ad altri la morte poteva apparire come un
guerriero, un giudice o un carnefice, come un padre severo: per
lui la morte era anche una madre e un'amante, il suo appello era
un richiamo d'amore, il suo contatto un brivido d'amore.
Quando Boccadoro riprese il suo cammino, dopo aver contemplato
il dipinto della danza macabra, una forza nuova lo attirava
verso il maestro e verso la creazione.
Ma dappertutto erano soste, nuove immagini e nuove esperienze;
con le narici vibranti egli aspirava l'aria di morte;
dappertutto la compassione o la curiosità gli chiedevano un'ora,
un giorno. Per tre giorni ebbe con sé un contadinello
piagnucolante, lo portò per ore ed ore sulle spalle: un cosino
mezz'affamato di cinque o sei anni, che gli diede molto da fare
e di cui stentò a liberarsi. Finalmente glielo prese la moglie
di un carbonaio, a cui era morto il marito e che voleva avere
ancora intorno a sé qualche cosa di vivo. Per diversi giorni lo
accompagnò un cane senza padrone, che mangiava nella sua mano e
lo scaldava nel sonno; ma un mattino scomparve. Ciò rincrebbe a
Boccadoro: si era abituato a parlare con quel cane; per mezz'ora
di seguito gli rivolgeva discorsi e fantasticherie sulla
malvagità degli uomini, sull'esistenza di Dio, sull'arte, sul
seno e sulle anche d'una giovane figlia di cavaliere di nome
Giulia, che aveva conosciuta in gioventù. Perché naturalmente
nel suo pellegrinaggio attraverso la morte Boccadoro era
diventato un pochino pazzo: tutti nel territorio colpito dalla
peste erano un poco pazzi e molti lo erano del tutto. Un pochino
pazza era forse anche la giovane ebrea Rebecca, la bella
fanciulla dai capelli neri e dagli occhi ardenti, con la quale
s'attardò due giorni.
La trovò nella campagna davanti ad una piccola città,
accovacciata presso un mucchio di macerie carbonizzate; urlava,
si batteva il volto e si strappava i neri capelli.
Boccadoro ebbe compassione di quei capelli così belli, e afferrò
quelle mani infuriate, le tenne ferme, parlò alla fanciulla e
s'accorse allora che anche il viso e la persona erano
bellissimi. Ella piangeva perché suo padre era stato bruciato e
ridotto in cenere insieme ad altri quattordici ebrei, per ordine
dell'autorità; ella era riuscita a fuggire, ma poi era ritornata
disperata e s'accusava di non essersi fatta bruciare insieme al
padre. Con molta pazienza egli le tenne ferme le mani convulse,
le parlò con dolcezza, le mormorò espressioni di pietà
protettrice, le offerse aiuto.
Ella gli chiese di aiutarla a seppellire suo padre ed allora
raccolsero tutte le ossa traendole dalla cenere ancor calda e
le portarono in un luogo nascosto in mezzo ai campi, dove le
coprirono di terra. Intanto s'era fatta sera e Boccadoro cercò
un posto per dormire, preparò alla fanciulla un giaciglio in un
boschetto di querce, le promise di vegliare, e la sentì piangere
ancora e singhiozzare, fin che si fu addormentata. Allora dormì
un poco anche lui e alla mattina cominciò la sua corte. Le disse
che non poteva rimanere così sola, che l'avrebbero riconosciuta
per ebrea e uccisa, o che qualche dissoluto vagabondo l'avrebbe
maltrattata, e che nella foresta c'erano lupi e zingari.
Egli invece l'avrebbe presa con sé e protetta dai lupi e dagli
uomini, perché gli faceva pena e le voleva molto bene: egli
aveva gli occhi aperti e sapeva che cos'è la bellezza, e non
avrebbe mai tollerato che quelle dolci palpebre intelligenti e
quelle belle spalle fossero divorate dagli animali o arse sul
rogo. Ella lo ascoltò cupa, poi balzò in piedi e fuggì. Egli
dovette
rincorrerla
e
tenerla
stretta,
prima
di
poter
proseguire.
--Rebecca, -- disse, -- vedi bene che non ho cattive intenzioni
verso di te. Ora sei afflitta, pensi a tuo padre, non vuoi
saperne d'amore. Ma domani o dopodomani o più tardi io
t'interrogherò di nuovo; fino allora ti proteggerò, ti porterò
da mangiare e non ti toccherò. Sii triste fin che è necessario.
Con me potrai esser triste o lieta, potrai fare sempre e
soltanto ciò che ti darà piacere.
Ma eran tutte parole dette al vento. Ella non voleva far nulla
che desse piacere - affermava tetra e furente voleva fare ciò che dà dolore, mai più avrebbe pensato a
qualcosa che potesse somigliare alla gioia, e quanto più presto
l'avrebbe divorata il lupo, tanto meglio per lei. Egli doveva
andarsene, non c'era nulla da fare, avevan già parlato troppo.
--Ascolta, -- disse Boccadoro, -- non vedi che dappertutto è la
morte, che in tutte le case e le città si muore, che tutto è
pieno d'angoscia? Anche il furore di quegli uomini stolti, che
hanno bruciato tuo padre, altro non è se non miseria e
disperazione, se non conseguenza di una sofferenza troppo
grande. Guarda, presto la morte prenderà anche noi ed anche noi
imputridiremo nei campi e con le nostre ossa giocherà la talpa.
Lascia che prima viviamo ancora un poco e ci vogliamo bene. Ah,
sarebbe un tal peccato per il tuo collo bianco, per il tuo
piccolo piede! Cara bella fanciulla, vieni con me, non ti
toccherò, voglio solo vederti e provvedere a te.
Supplicò ancora a lungo e a un tratto sentì egli stesso quanto
fosse inutile cercare di conquistarla con parole e ragionamenti.
Tacque e la guardò triste: il volto fiero e regale di lei era
rigido di ripulsa.
--Ecco come siete, -- disse infine Rebecca con voce piena d'odio
e di disprezzo, -- ecco come siete voi cristiani! Prima aiuti
una figlia a seppellir suo padre che la tua gente ha assassinato
e di cui l'unghia dell'ultimo dito vale più di te, e subito dopo
la ragazza dev'esser tua e far con te all'amore. Ecco come
siete! A tutta prima pensai che forse tu eri un uomo buono. Ma
come potevi esser buono? Ah, siete dei porci!
Mentre parlava così, Boccadoro vedeva ardere nei suoi occhi,
dietro l'odio, qualcosa che lo commoveva e lo confondeva e gli
penetrava nel cuore. Vedeva nei suoi occhi la morte, ma non il
dover morire, bensì il voler morire, il diritto di morire, la
tacita dedizione e obbedienza all'appello della madre della
terra.
--Rebecca,--disse,--forse hai ragione. Io non sono un uomo
buono, quantunque verso di te le mie intenzioni fossero buone.
Perdonami. Solo ora ti ho compresa.
Toltosi
il
berretto,
la
salutò
profondamente
come
una
principessa e se n'andò col cuore oppresso; doveva lasciarla
perire. Rimase a lungo turbato, non aveva voglia di parlare con
nessuno. Per quanto poco si assomigliassero, quella fiera e
povera fanciulla israelita gli ricordava in certo modo Lidia, la
figlia del cavaliere. Amare donne come quelle era fonte di
dolore. Ma per qualche tempo gli parve di non aver mai amato
altre che queste due, la povera, inquieta Lidia e l'ombrosa,
amara israelita.
Per parecchi giorni ancora pensò alla focosa fanciulla dai
capelli neri, e per parecchie notti sognò la bellezza slanciata
e ardente del suo corpo, che pareva destinato alla felicità e
alla prosperità ed era invece già votato alla morte. Oh, perché
quelle labbra e quel seno dovevano diventar preda dei " porci "
e imputridire nei campi? Non c'era qualche potenza, qualche
magia, per salvare questi fiori preziosi? Sì, c'era una magia:
far sì che continuassero a vivere nella sua anima, dar loro
forma e conservarli così. Egli sentiva con sgomento e con
entusiasmo la sua anima piena d'immagini, sentiva che quel lungo
peregrinare attraverso il paese della morte l'aveva tutta
popolata di figure. Tanta ricchezza gli gonfiava il cuore ed
egli sentiva un desiderio invincibile di raccogliersi su di
essa, di darle sfogo, di trasformarla in immagini dura-ture. E
continuava il suo cammino con impulso sempre più avido e
fervente, sempre con gli occhi aperti e coi sensi curiosi, ma
con un appassionato desiderio di carta e stilo, di creta e
legno, di officina e di lavoro.
L'estate era passata. Molti assicuravano che con l'autunno o col
principio dell'inverno, la pestilenza sarebbe cessata. Era un
autunno senza gioia. Boccadoro attraversava regioni, in cui non
c'era più nessuno per coglier la frutta che cadeva dagli alberi
e
marciva
nell'erba;
in
altri
luoghi
orde
di
gente
inselvatichita, proveniente dalle città in barbare escursioni,
la saccheggiava e la sperperava.
Boccadoro s'avvicinava a poco a poco alla sua meta e in
quell'ultimo tempo lo coglieva spesso il timore di poter
prendere ancora la peste e di dover morire in qualche stalla. E
non voleva più morire, prima d'aver gustato la felicità d'essere
ancora in un'officina e di dedicarsi alla creazione artistica.
Per la prima volta in vita sua il mondo gli pareva troppo vasto,
la terra germanica troppo grande.
Nessuna graziosa piccola città poteva più allettarlo a sostare,
nessuna graziosa contadinella lo tratteneva più a lungo di una
notte.
Ma una volta passò davanti ad una chiesa, sotto il cui portale
stavano
entro
nicchie
profonde,
sorrette
da
colon-nine
ornamentali, molte statue in pietra di epoca antichissima,
figure d'angeli, apostoli e martiri, come ne aveva già vedute
altre volte; anche nel suo convento di Mariabronn c'erano
parecchie statue di quel genere. Un tempo, da giovinetto, le
aveva contemplate con piacere, ma senza passione; gli parevano
belle e maestose, ma un pò troppo solenni e un pò rigide e
antiquate. Più tardi, quando alla fine della sua prima grande
peregrinazione era stato tanto commosso e rapito da quella dolce
e triste Madonna di maestro Nicola, quelle figure di pietra
solenni ed arcaiche gli erano parse troppo pesanti, rigide e
straniere, le aveva contemplate con un certo altero disprezzo e
nella nuova maniera del suo maestro aveva veduto un'arte molto
più viva, più intima e più animata. Ora
che ritornava dal mondo con l'anima piena d'immagini, segnata
dalle cicatrici e dalle tracce di avventure e di esperienze
violente,
con
un
doloroso
e
appassionato
desiderio
di
raccoglimento e di nuova creazione, quelle figure antiche ed
austere commovevano a un tratto il suo cuore con straordinaria
potenza. Stava devotamente dinanzi a quelle statue venerande, in
cui viveva ancora il cuore di un'epoca da lungo tempo trascorsa,
e le angosce e le estasi di generazioni scomparse da un pezzo,
irrigidite nella pietra, sfidavano ancora da secoli la caducità.
Nel suo cuore inselvatichito sorgeva tremante e umile il
sentimento della venerazione e un orrore per la sua vita
sciupata e consumata. Fece quello che da gran tempo non faceva,
cercò un confessionale, per confessarsi e per farsi punire.
Ma se nella chiesa c'erano confessionali, in nessuno si trovava
un prete; erano morti, giacevano all'ospedale, erano fuggiti,
temevano il contagio. La chiesa era deserta, i passi di
Boccadoro risonavano cupi sotto la volta di pietra.
Egli s'inginocchiò davanti ad uno dei confessionali vuoti,
chiuse gli occhi e mormorò dentro la grata: --Buon Dio, vedi ciò
ch'è avvenuto di me. Ritorno dal mondo e sono diventato un uomo
cattivo ed inutile, ho sprecato i miei anni di gioventù come un
dissipatore, ben poco si è salvato. Ho ucciso, ho rubato, ho
fornicato, ho vissuto in ozio e mangiato il pane degli altri.
Buon Dio, perché ci hai creati così, perché ci conduci per vie
simili? Non siamo noi tuoi figli? Il Figlio tuo non è morto per
noi?
Non ci sono santi e angeli per giudicarci? O sono tutte belle
storie inventate, che si raccontano ai bambini e di cui ridono i
preti stessi? Io ho perduto la fiducia in te, Padre, hai creato
male il mondo, lo tieni in ordine male.
Ho veduto case e strade piene di morti, ho veduto ricchi
barricarsi nelle loro case o fuggire, e i poveri lasciare i loro
fratelli insepolti, e gli uni diventare sospetti agli altri e
ammazzare gli ebrei come bestie. Ho veduto tanti innocenti
soffrire e perire e tanti malvagi nuotare nel benessere. Ci hai
dunque del tutto dimenticati e abbandonati, la tua creazione t'è
venuta in uggia, vuoi lasciarci andare tutti alla malora?
Sospirando uscì dall'alto portale e vide le statue di pietra
silenziose, angeli e santi, magri ed alti nei rigidi drappeggi
delle loro vesti, immobili, irraggiungibili, sovrumani e pur
creati da mano umana e da spirito umano.
Stavano lassù nelle loro nicchie ristrette, severi e sordi,
inaccessibili a preghiere e a domande, eppure erano un infinito
conforto, erano una vittoria trionfante sulla morte e sulla
disperazione,
nella
loro
maestà
e
nella
loro
bellezza
sopravviventi all'estinguersi di una generazione umana do-po
l'altra. Ah, se ci fosse stata là anche la bella ebrea Rebecca e
la povera Lena arsa insieme alla capanna e la povera Lidia e
maestro Nicola! Ma un giorno ci sarebbero stati e avrebbero
avuto vita duratura, egli stesso li avrebbe presentati, e le
loro figure, che in quel momento significavano per lui amore e
tormento, ansia e passione, si sarebbero erette un giorno
davanti ai posteri, senza nome e senza storia, pacati e taciti
simboli della vita umana.
INDEX
CAPITOLO XV
Finalmente la meta fu raggiunta e Boccadoro entrò nelL'ambita
città per la medesima porta per cui un giorno, tanti anni prima,
era passato la prima volta in cerca del suo maestro. Già per
strada mentre si avvicinava alla città vescovile, parecchie
notizie l'avevano raggiunto; sapeva che anche là c'era stata la
peste e forse vi regnava ancora, gli avevano raccontato di
disordini e di rivolte popolari, e che un governatore imperiale
era venuto per mettere ordine, per dare leggi eccezionali e
proteggere la proprietà e la vita dei cittadini. Perché il
vescovo aveva lasciato la città appena scoppiata la peste e
risiedeva lontano in uno dei suoi castelli in campagna. Di tutte
queste notizie il viandante si era interessato poco. Purché ci
fosse ancora la città, con le officine in cui egli voleva
lavorare!
Tutto il resto non gli importava. Quando arrivò, L'epidemia era
spenta, si aspettava il ritorno del vescovo e ci si rallegrava
della partenza del governatore e della ripresa della pacifica
vita normale.
Quando Boccadoro rivide la città, un'ondata di ricordi, un senso
di ritrovar la sua patria, quale non aveva mai provato prima,
gli gonfiò il cuore, e per dominarsi contrasse il volto in una
maschera di severità inconsueta. Oh, c'era ancora tutto: le
porte, le belle fontane, il vecchio campanile massiccio della
cattedrale e quello nuovo e slanciato della chiesa di Santa
Maria, le campane sonore di San Lorenzo, la grande piazza
luminosa del mercato! Oh, che gioia che tutto questo lo avesse
aspettato! Non aveva sognato un giorno, cammin facendo, di
arrivar lì e di trovar tutto straniero e mutato, parte distrutto
e in rovina, parte irriconoscibile per nuove costruzioni e per
strani segni spiacevoli ? Aveva le lacrime agli occhi, mentre
camminava per le strade e riconosceva le case a una a una.
In fin dei conti non erano invidiabili i sedentari nelle loro
belle case sicure, nella loro pacifica vita borghese, nel loro
sentimento tranquillante e fortificante di avere una patria, di
essere a casa propria nella stanza e nell'officina, fra moglie e
figli, servitù e vicini?
Era tardo pomeriggio e dalla parte della strada illuminata dal
sole le case, le insegne delle osterie e delle corporazioni, le
porte scolpite e i vasi di hori splendevano nel raggio caldo, e
nulla faceva pensare che anche in quella città avessero regnato
la furia della morte e la folle paura degli uomini. Fresco,
verde e azzurro chiaro scorreva sotto le volte sonore del ponte
il fiume lucente; Boccadoro sedette un momento sul parapetto
dell'argine: sotto guizzavano ancora nel verde cristallo le
ombre scure dei pesci, o stavano immobili coi musi rivolti
contro la corrente; ancora scintillava qua e là nel crepuscolo
del fondo quel tenue bagliore d'oro, che promette tanto e favorisce i sogni. Ciò accadeva anche in altre acque, anche altri
ponti ed altre città eran belli a vedere, e tuttavia gli pareva
di non aver più visto e sentito da tanto tempo nulla di simile.
Passarono due garzoni di macellaio, che spingevano ridendo un
vitello, e scambiarono occhiate e scherzi con una ragazza, che
raccoglieva il bucato in una pergola sopra di loro. Come tutto
passava presto! Poco tempo innanzi bruciavano ancora i fuochi
della peste e infierivano i terribili monatti; ed ecco che la
vita riprendeva il suo corso, si rideva e si scherzava; a lui
capitava lo stesso: eccolo lì seduto, entusiasta di rivedere
ogni cosa, riconoscente, tenero perfino verso i sedentari, come
se non ci fossero state né miseria né morte, né una Lena né una
principessa israelita. S'alzò sorridendo e proseguì; solo quando
s'avvicinò alla strada di maestro Nicola e ripercorse quel
cammino, che un tempo aveva fatto ogni giorno per un anno intero
recandosi al lavoro, il suo cuore cominciò a sentirsi oppresso e
inquieto. Affrettò il passo; voleva presentarsi quel giorno
stesso al maestro e aver notizie, non era più il caso di
differire, gli sarebbe parso
addirittura
impossibile
aspettare
fino
all’indomani.
Il
maestro sarebbe
stato
ancora
in
collera
con
lui?
Era
passato tanto tempo, non poteva più avere importanza; e se
anche lo fosse stato, egli avrebbe placato la sua collera.
Purché il maestro fosse ancora là, lui e la sua officina, poi
tutto sarebbe andato bene. In fretta, come se all'ultimo momento
potesse perdere ancora qualcosa, s'avvicinò alla casa ben nota,
afferrò la maniglia della porta e sussultò, trovandola chiusa.
Era forse un cattivo segno? Una volta non avveniva mai che
quella porta fosse tenuta chiusa in pieno giorno. Lasciò cadere
il battaglio con strepito e aspettò. Di colpo gli era entrata
una grande ansia in cuore.
Venne la stessa vecchia servente che l'aveva ricevuto al suo
primo ingresso in quella casa. Non era diventata più brutta, ma
più vecchia e più sgarbata; non riconobbe Boccadoro. Con voce
ansiosa egli chiese del maestro. Ella lo guardò inebetita e
diffidente.
--Maestro? Qui non c'è nessun maestro. Andate pure giovanotto.
Non si riceve nessuno.
Voleva cacciarlo fuori dalla porta: egli la prese per un braccio
e le gridò: --Ma parla dunque, Margherita in nome di Dio! Io
sono Boccadoro, non mi conosci debbo andare da maestro Nicola.
Negli occhi presbiti e semispenti non brillò alcun segno di
benvenuto.
-Qui
non
c'è
più
nessun
maestro
Nicola,
-disse
respingendolo;--quello è morto. Andatevene, io non posso star
qui a chiacchierare.
Boccadoro che sentiva crollare tutto dentro di sé, spinse da una
parte la vecchia, che gli corse dietro gridando, e si precipitò
per il corridoio buio verso l'officina. Era chiusa. Seguito
dalla vecchia, che protestava e inveiva, corse su per la scala,
vide nella penombra del noto vestibolo le statue che Nicola
aveva raccolte. Chiamò a voce alta la signorina Elisabetta.
La porta della stanza s'aprì e comparve Elisabetta; quando, solo
alla seconda occhiata, egli la riconobbe si sentì stringere il
cuore. Se già tutto in quella casa, dal momento in cui aveva
trovato con spavento la porta chiusa, appariva spettrale e
incantato come in un sogno angoscioso, alla vista di Elisabetta
un vero brivido gli percorse la schiena. Della bella e superba
Elisabetta era rimasta una ragazza spaurita e curva, con un viso
giallo e malaticcio, in un vestito nero e disadorno, con lo
sguardo incerto e l'atteggiamento inquieto.
-- Perdonate, -- fece lui, -- Margherita non voleva lasciarmi
entrare. Non mi riconoscete? Ma sono Boccadoro. Ah, ditemi: è
proprio vero che vostro padre è morto ?
Dallo sguardo di lei capì che in quel momento lo riconosceva e
vide anche subito ch'egli non doveva aver lasciato buon ricordo
di sé.
--Ah, siete Boccadoro? -- disse; e nella voce di lei egli
riconobbe qualcosa della fierezza d'un tempo. -- Vi siete
affaticato a salire per nulla. Mio padre è morto.
--E l'officina? -- gli uscì dal petto.
--L'officina? E chiusa. Se cercate lavoro, dovete andare
altrove.
Egli cercò di dominarsi.
-- Signorina Elisabetta, -- disse cortesemente, -- io non cerco
lavoro, volevo solo salutare il maestro e voi.
Sono molto addolorato di dover udire questo! Vedo che avete
passato dei giorni gravi. Se uno scolaro riconoscente di vostro
padre può rendervi qualche servigio, ditelo, sarebbe una gioia
per me. Ah, signorina Elisabetta, mi si spezza il cuore a
trovarvi così... così immersa nel dolore.
Ella si ritirò dietro la porta della stanza.
--Grazie, -- disse esitante, -- non potete più render nessun
servigio a lui e neppure a me. Margherita vi condurrà fuori.
La voce risonava dura, fra irata e timorosa. Egli sentì che, se
avesse
avuto
coraggio,
lo
avrebbe
cacciato
fuori
con
un'ingiuria.
Già era sceso in istrada, già la vecchia aveva sbarrato dietro
di lui la porta di casa e messo i chiavistelli. Udì ancora il
colpo secco dei catenacci, che gli sonò all'orecchio come la
chiusura del coperchio di una bara.
Ritornò a passi lenti in riva al fiume e sedette di nuovo sul
muro nel posto d'un tempo. Il sole era tramontato, dall'acqua
saliva un alito freddo, fredda era la pietra sulla quale sedeva.
La via che fiancheggiava il fiume s'era fatta silenziosa, contro
i pilastri del ponte mormorava la corrente, cupo appariva il
fondo, nessun bagliore d'oro luccicava più. "Oh" pensava "se ora
cadessi giù dal mu-ro e scomparissi nel fiume!" Il mondo era di
nuovo pieno di morte. Passò un'ora e il crepuscolo era diventato
notte. Finalmente poteva piangere. Stava seduto e piangeva, le
gocce calde gli cadevano sulle mani e sulle ginocchia. Piangeva
per il maestro morto, piangeva per la perduta bellezza di
Elisabetta, piangeva per Lena per Roberto, per la fanciulla
ebrea, per la sua propria giovinezza appassita e sciupata.
Più tardi entrò in un'osteria, dove una volta trincava spesso
coi compagni. L'ostessa lo riconobbe; egli le chiese un pezzo di
pane, ella glielo diede e gli offerse insieme gentilmente anche
un bicchier di vino. Egli non riuscì a ingoiare né il pane né il
vino. Sopra una panca dell'osteria dormì la notte. L'ostessa lo
svegliò il mattino, egli ringraziò e se n'andò; per via mangiò
il suo pezzo di pane.
Andò in piazza del mercato: là c'era la casa in cui una volta
aveva la sua camera. Accanto alla fontana alcune pescivendole
offrivano la loro merce viva; egli guardò dentro i barili i
begli animali lucenti. Tante volte li aveva visti in passato, e
gli tornò alla mente che spesso aveva avuto compassione di loro
e s'era sentito acceso d'ira contro le pescivendole e i
compratori. Una volta, ricordava in un'altra mattina s'era
aggirato per quella piazza am-mirando e compiangendo i pesci ed
era stato molto triste: quanto tempo era passato da allora e
quant'acqua sotto i ponti! Era stato molto triste, se ne
rammentava be-ne, ma non sapeva perché. Era proprio così: anche
le cose tristi passavano, anche i dolori e le disperazioni, come le gioie, impallidivano, perdevano la loro profondità e il
loro valore, fin che veniva un momento in cui non ci si poteva
più ricordare che cos'era stato a far tanto male.
Anche i dolori sfiorivano e appassivano. Anche il suo dolore di
quel giorno sarebbe dunque appassito e divenuto insignificante,
anche la sua disperazione per la morte del maestro, che se n'era
andato in collera con lui. E perché non gli era più aperta
un'officina, dove gustare la felicità della creazione e
scaricare dall'anima il peso delle immagini? Sì, senza dubbio,
anche questa sofferenza, anche l'amarezza di diventare vecchio e
stanco,
anche
questa
avrebbe
dimenticato.
Nulla
aveva
consistenza, neppure il dolore.
Mentre fissava i pesci, tutto assorto in questi pensieri, udì
una voce sommessa pronunciare affettuosamente il suo nome.
-- Boccadoro, -- chiamava timida; e voltandosi, egli vide una
giovinetta delicata e patita, ma con grandi occhi scuri. Non la
conosceva.
-- Boccadoro! Sei proprio tu? -- disse la timida voce.
-- Da quando sei tornato in città? Non mi conosci più?
Sono Maria.
Ma egli non la conosceva. Dovette raccontargli che era la figlia
dei suoi padroni di casa d'un tempo e che un giorno, in
quell'alba prima della sua partenza, gli aveva fatto scaldare
una tazza di latte in cucina. Arrossì, mentre raccontava.
Sì, era Maria, era la bimba esile dal femore malato, che allora
s'era presa cura di lui con tanta timida tenerezza. Ora egli
ricordava tutto: Maria lo aveva aspettato nel mattino freddo e
s'era mostrata così triste della sua partenza, gli aveva fatto
scaldare il latte ed egli le aveva dato un bacio, che ella aveva
ricevuto con tacita solennità, come un sacramento. Non aveva più
pensato a lei.
Allora era una bimba. Ora s'era fatta alta, aveva dei bellissimi
occhi, ma zoppicava sempre e appariva un pò emaciata. Le diede
la mano. Gli faceva piacere che qualcuno in quella città lo
conoscesse ancora e gli volesse bene.
Maria lo condusse con sé, egli non oppose quasi resistenza.
Dovette pranzare a mezzogiorno coi genitori di lei, nella stanza
dove pendeva ancora dalla parete il suo quadro e sul bordo del
camino spiccava il suo bicchiere color rubino; fu invitato a
rimanere qualche giorno, erano tanto lieti di rivederlo. Qui
apprese ciò ch'era avvenuto in casa del suo maestro. Nicola non
era morto di peste, ma la bella Elisabetta aveva preso il
contagio ed era stata gravissima; suo padre l'aveva curata fino
a logorarsi, ed era morto prima ancora ch'ella fosse del tutto
guarita. Fu salvata, ma la sua bellezza se n'era andata per
sempre.
--L'officina è vuota, -- disse il padrone di casa, -e per un bravo intagliatore ci sarebbe lì un bel nido pronto e
denaro a sufficienza. Pensaci, Boccadoro! La ragazza non direbbe
di no. Non ha più da scegliere.
Venne anche a sapere diversi particolari dell'epoca della peste:
che la plebe aveva prima incendiato un ospedale e poi assalito e
saccheggiato alcune case di ricchi; che per un pò di tempo,
essendo fuggito il vescovo, non c'eran più stati né ordine né
sicurezza in città. Allora l'imperatore, che si trovava in quel
momento nelle vicinanze, aveva mandato un governatore, il conte
Enrico. Un uomo energico senza dubbio; coi suoi pochi cavalieri
e soldati aveva ristabilito l'ordine nella città. Ma ormai era
tempo che quel regime cessasse; si aspettava il ritorno del
vescovo. Il conte aveva preteso molto dai cittadini e anche
della sua concubina se n'aveva abbastanza, dell'Agnese quella
era una birba matricolata! Bè, presto se ne sarebbero andati. Il
Consiglio comunale era arcistufo di aver alle costole, invece
del suo buon vescovo un cortigiano e un guerriero come quello,
un
favorito
dell'imperatore,
che
riceveva
continuamente
ambasciate e delegazioni come un principe.
Poi anche l'ospite fu interrogato sulle sue avventure.-Ah!--disse egli con tristezza,--non parliamo di queste.
Ho camminato e camminato e dappertutto c'era la pestilenza e
intorno giacevano i morti, e dappertutto la gente era impazzita
e malvagia per paura. Io sono rimasto in vita, forse un giorno
tutto questo sarà dimenticato. Ora ritorno e il mio maestro è
morto! Lasciatemi qui un paio di giorni a riposare, poi
riprenderò il mio cammino.
Non rimase per riposare. Rimase perché era deluso e indeciso,
perché il ricordo di tempi più felici gli rendeva cara quella
città, e perché l'amore della povera Maria gli faceva bene. Egli
non poteva ricambiarlo, non poteva darle altro che amicizia e
compassione; ma quella sua adorazione tacita e umile lo
riscaldava. Più di tutto poi lo tratteneva in quel luogo il
bisogno ardente di ridiventare artista, anche senza officina,
anche solo con dei ripieghi.
Per un paio di giorni Boccadoro non fece altro che disegnare.
Maria gli aveva procurato carta e penna ed egli sedeva nella sua
camera e disegnava per ore ed ore e riempiva i grandi fogli, ora
con figure scarabocchiate in fretta, ora con altre delicate e
curate amorosamente, e così lasciava che il libro delle
immagini, che gli riempivano l'animo, passasse da questo sulla
carta. Disegnò molte volte il viso di Lena, con quel suo sorriso
pieno di soddisfazione d'amore e di voluttà di sangue, che le
aveva veduto dopo la morte del vagabondo, e anche come gli era
apparso
nell'ultima
notte,
già
sul
punto
di
disfarsi
nell'informe, nel ritorno alla terra. Disegnò un contadinello,
che un giorno aveva visto morto, disteso sulla soglia della
camera dei suoi genitori, coi piccoli pugni serrati.
Disegnò un carro pieno di cadaveri, tirato a stento da tre
ronzini, e di fianco gli sgherri con le lunghe stanghe, con gli
occhi biechi che sbirciavano dalle fessure delle maschere nere.
Disegnò più volte Rebecca, la fanciulla ebrea dagli occhi neri e
dalla figura slanciata, la sua bocca sottile e fiera, il suo
volto pieno di dolore e d'indignazione, il suo corpo giovane e
bello che pareva fatto per l'amore, la sua bocca altera e amara.
Disegnò se stesso come viandante, amante, fuggiasco dalla morte
mietitrice, ballerino nelle orge degli affamati di vita durante
la peste. Chino ed assorto sopra la carta bianca, schizzò il
viso fermo e orgoglioso della signorina Elisabetta, come l'aveva
conosciuta un tempo, la smorfia della vecchia serva Margherita,
il volto amato e temuto di maestro Nicola. Più di una volta
anche abbozzò con tratti lievi e presaghi una grande figura
femminile, la Madre della terra, seduta con le mani in grembo e
un barlume di sorriso nel volto sotto gli occhi tristi. Questo
fluire d'immagini, questo sentimento vibrante nella mano che
disegnava, questo dominio che egli acquistava sulle proprie
visioni gli faceva un bene infinito. In pochi giorni riempì dei
suoi disegni tutti i fogli che Maria gli aveva procurati.
Dall'ultimo tagliò via un pezzo e vi disegnò chiaro, a tratti
sobri, il viso di Maria, coi suoi begli occhi e nella bocca
un'espressione di rinuncia. Glielo donò.
Disegnando aveva sciolto e liberato la sua anima da quel senso
di pesantezza, d'ingorgo, di eccessiva pienezza che l'opprimeva.
Fin tanto che disegnava, non sapeva dov'era, il suo mondo non
consisteva d'altro che della tavola, della carta bianca e, la
sera, della candela. Poi si destò, si rammentò delle avventure
più recenti: vide dinanzi a sé, inesorabile, la ripresa della
vita errabonda e cominciò a vagare per la città, col cuore
stranamente diviso fra il senso di rivedere e quello di prender
congedo.
In uno di questi giri incontrò una donna, la cui vista diede a
tutti i suoi sentimenti sconvolti un nuovo centro.
Era una donna a cavallo, alta e biondissima, con occhi azzurri
curiosi e un pò freddi, membra solide ed energiche e un viso
arido, spirante gioia di godimento e di potenza, sicurezza di sé
e curiosità dei sensi all'erta. Si ergeva sul cavallo bruno un
pò altera e imperiosa abituata al comando, ma non chiusa e in
atteggiamento difensivo: sotto i suoi occhi un pò freddi
vibravano narici mobili, aperte a tutti i profumi del mondo, e
la bocca grande e carnosa sembrava fatta per prendere e per
dare.
Nell'istante in cui Boccadoro la vide, si destò viva in lui la
brama di misurarsi con quella donna superba. Conquistarla gli
parve un nobile scopo e rompersi il collo per raggiungerla non
gli sarebbe sembrata una brutta morte.
Sentì subito che quella bionda leonessa era sua pari, ricca di
sensi e d'anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e
selvaggia, esperta di passioni per antica eredità di sangue.
Passò a cavallo, egli la seguì con lo sguardo: fra la chioma
bionda e ricciuta e il colletto di velluto azzurro verde
spuntare una nuca salda, forte e fiera, ma avvolta della più
tenera pelle infantile. Gli parve la donna più bella che
avesse mai veduta. Egli voleva stringer quella nuca nelle sue
mani e strappare a quegli occhi il loro freddo segreto
azzurro. Non gli fu difficile informarsi chi fosse. Seppe
subito che abitava nel castello ed era Agnese l'amante del
governatore; non se ne stupì, avrebbe potuto essere
l'imperatrice in persona. Si fermò presso la vasca di una
fontana e cercò nell'acqua la sua immagine. S'accordava con
quella della bionda signora come una sorella ma era troppo
incolta. Immediatamente andò a cercare un barbiere che
conosceva, e con belle parole lo indusse a tagliargli barba
e capelli e a pettinarlo per bene.
L'inseguimento durò due giorni. Agnese usciva dal castello e il
biondo straniero stava al portone e la guardava negli occhi,
ammirato. Agnese cavalcava intorno al bastione e di fra gli
ontani sbucava lo straniero. Agnese era dall'orefice e all'uscir
dall'officina incontrava lo straniero.
Ella lo fulminava un istante coi suoi occhi imperiosi mentre un
lieve tremito le palpitava intorno alle narici La mattina dopo,
ritrovandolo pronto alla sua prima uscita a cavallo, gli lanciò
la sua sfida con un sorriso. Egli vide anche il conte, il
governatore era un uomo imponente e ardito, da prender sul
serio, ma aveva già del grigio fra i capelli e delle
preoccupazioni sul volto, Boccadoro si sentiva superiore.
Quei due giorni lo resero felice; raggiava di giovinezza
riconquistata. Era bello mostrarsi a quella donna e sfidarla a
battaglia. Era bello perdere la propria libertà per quella
bellezza. Bella ed eccitante era la sensazione di mettere la
propria vita su quell'unico dado.
La mattina del terzo giorno Agnese uscì a cavallo dal portone
del castello, accompagnata da un palafreniere. I suoi occhi
cercarono subito il corteggiatore, smaniosi di lotta e un pò
inquieti. Bene, era là. Ella mandò via il servo con una
commissione e proseguì sola a passo lento; uscì dalla porta
inferiore che metteva sul ponte e lo attraversò. Allora soltanto
guardò indietro. Vide che lo straniero la seguiva. Sulla strada
che conduceva alla chiesa di San Vito, meta di pellegrinaggi, in
quell'epoca quasi deserta, lo aspettò. Dovette aspettare una
mezz'ora: lo straniero camminava adagio, non voleva arrivare
trafe-lato. Giunse fresco e sorridente, in bocca un ramoscello
con una coccola di rosa canina. Ella era scesa da cavallo e,
legato l'animale, stava appoggiata all'edera che s'ar-rampicava
sul muro, guardando alla volta dell'inseguitore. Egli si fermò
davanti a lei, gli occhi negli occhi, e si tolse il berretto.
-- Perché mi corri dietro?--domandò lei.--Che vuoi da me?
-- Oh, -- fece Boccadoro, -- preferirei molto regalarti qualche
cosa piuttosto che riceverla da te. Vorrei offrirti in dono me
stesso, bella signora; fa di me ciò che vuoi.
-- Bene, voglio vedere che cosa si può fare di te. Ma se hai
pensato di poter cogliere qui fuori un fiorellino senza
pericolo, ti sei ingannato. Io posso amare solo uomini che sanno
al bisogno arrischiare la loro vita.
---Non hai che da comandarmi.
Ella si tolse lentamente dal collo una catenella d'oro e gliela
consegnò.
--Come ti chiami?
-- Boccadoro.
-- Bene, Boccadoro; proverò di che oro è la tua bocca.
Ascoltami bene: verso sera tu verrai al castello e mostrerai
questa catena, dicendo che l'hai trovata. Ma non deve uscire
dalle tue mani, desidero riaverla da te. Verrai così come sei,
ti prendano pure per un mendicante. Se qualcuno della servitù ti
apostroferà insolentemente, rimarrai tranquillo. Devi sapere che
io ho solo due persone sicure nel castello: il palafreniere Max
e la mia cameriera Berta.
Devi raggiungere uno dei due e farti introdurre da me.
Con tutti gli altri del castello, compreso il conte, sii cauto:
sono nemici. Sei avvisato. Può costarti la vita.
Gli stese la mano; egli la prese sorridendo, la baciò
delicatamente, la sfiorò lieve con la guancia. Poi intascò la
catena e se n'andò, scendendo lungo il fiume verso la città. I
vigneti erano già spogli, dagli alberi volavano via le foglie ad
una ad una. Boccadoro guardò giù la città, che gli apparve
seducente e arnica scosse il capo sorridendo. Solo pochi giorni
prima egli era così triste, triste perfino che anche il dolore e
la sofferenza fossero caduchi Ed ecco che in realtà sofferenza e
dolore erano già passati, staccati da lui come dal ramo le
foglie d'oro. Gli pareva che l'amore non gli avesse mai sorriso
così luminoso come da quella donna, la cui alta figura, la cui
bionda e lieta floridezza gli ricordavano l'immagine di sua
madre, così come l'aveva portata in cuore da ragazzo a
Mariabronn. Solo due giorni prima egli non avrebbe creduto
possibile che il mondo gli potesse sorridere ancora con tanta
letizia, ch'egli potesse ancora sentirsi correre nel sangue con
tanta pienezza e tanto impeto il flutto della vita, della gioia,
della giovinezza. Che felicità essere ancora vivo! che in tutti
quei mesi tremendi la morte l'avesse risparmiato!
La sera si recò al castello. Nel cortile c'era molta
animazione, si dissellavano cavalli, correvano messi: un
piccolo corteo di sacerdoti e di dignitari della Chiesa
veniva introdotto dai servi per la porta interna su per lo
scalone. Boccadoro voleva seguirli, il portiere lo trattenne.
Egli trasse fuori la catena d'oro e disse che aveva
l'ordine di non consegnarla a nessuno fuorché alla signora o
alla sua cameriera. Lo fecero accompagnare da un servo, e
dovette aspettare a lungo nei corridoi. Finalmente comparve una
donna svelta e graziosa, che passandogli accanto domandò
piano: --Siete Boccadoro? --egli fece segno di seguirla:
scomparve in silenzio dietro una porta, ricomparve dopo poco e
gli accennò d'entrare.
Egli si trovò in una piccola stanza, in cui c'era un forte
sentore di pelliccia e di dolci profumi; dalle pareti pendevano
vestiti e mantelli, su supporti di legno stavano cappelli
femminili e in una cassetta aperta ogni sorta di calzature. Lì
rimase ad attendere una buona mezz'ora, fiutando i vestiti
profumati, accarezzando le pellicce e sorridendo curioso di
tutte le belle cose che gli pendevano intorno.
Finalmente la porta interna s'aprì e comparve non più la
cameriera, ma Agnese stessa, in un vestito azzurro chiaro,
guarnito al collo di pelliccia bianca. S'avanzò lenta verso di
lui, passo passo, guardandolo seria coi suoi freddi occhi
azzurri.
--Hai dovuto aspettare,--disse piano. --Credo che ora siamo
sicuri. C'è una delegazione di sacerdoti dal conte, egli pranza
con loro e avrà certo ancora lunghe trattative: le sedute coi
preti durano sempre molto. Quest'ora è per te e per me. Sii
benvenuto, Boccadoro.
Si chinò verso di lui, le belle labbra piene di desiderio
s'avvicinarono alle sue; e i due si salutarono in silenzio nel
primo bacio. Egli passò lentamente la sua mano intorno al collo
di lei. Ella lo condusse nella sua camera da letto, alta e tutta
illuminata da candele. Su di una tavola era preparata una cena;
sedettero, ella gli offerse premurosamente pane, burro e un pò
di carne e gli versò vin bianco in un bel bicchiere
azzurrognolo. Mangiarono e bevettero entrambi dallo stesso
calice, le loro mani giocarono insieme, come per provarsi.
--Di dove sei volato giù,--domandò lei,--mio bell'uccello? Sei
un guerriero, o un musico, o solo un povero vagabondo?
--Sono tutto quello che vuoi tu,--rise egli sommesso, --sono
tuo. Sono un musico, se vuoi, e tu sei il mio dolce liuto; e se
metto le dita intorno al tuo collo e suono su di te, sentiamo
cantare gli angeli. Vieni, cuor mio, non sono qui per mangiare i
tuoi buoni pasticcini e per bere il tuo buon vino bianco, sono
venuto solo per te.
Le scostò delicatamente dal collo la pelliccia bianca e le vesti
dal corpo, con mano adulatrice. Fuori cortigiani e preti
potevano tenere tutti i loro consigli, e i servi camminar quatti
quatti, e la falce sottile della luna scomparire completamente
dietro gli alberi: gli amanti non ne sapevano nulla. Per loro
fioriva il paradiso; attratti l'una verso l'altro e insieme
abbracciati, si perdevano nella sua notte profumata, vedevano
spuntare nella penombra i fiori bianchi dei suoi misteri,
coglievano con mani tenere e grate i suoi frutti agognati. Il
musico non aveva mai sonato un liuto come quello, il liuto non
aveva mai vibrato sotto dita così forti ed esperte.
--Boccadoro,--bisbigliava lei con ardore al suo orecchio, -- oh,
che mago sei! Da te, mio dolce pesciolino d'oro, vorrei avere un
figlio. E più ancora vorrei morire di te. Succhiami, caro,
struggimi, uccidimi!
In fondo alla gola di Boccadoro tremava un mormorio di felicità,
mentre vedeva fondersi e affievolirsi la durezza di quegli occhi
freddi. Nella profondità di quegli occhi passava come un fremito
di tenerezza e di morte, che si spegneva come il brivido
argenteo sulla pelle di un pesce morente, con un pallido baglior
d'oro simile a quel magico balenar di scintille in fondo al
fiume. Sembrava a Boccadoro che tutta la felicità possibile per
un essere umano affluisse a lui in quel momento.
Subito dopo, mentr'ella giaceva tremante con gli occhi chiusi,
egli s'alzò piano e si vestì. Le disse all'orecchio con un
sorriso: -- Mio bel tesoro, ti lascio. Non ho voglia di morire,
non ho voglia di essere ucciso dal conte. Prima desidero far
felice ancora una volta te e me, come lo siamo stati oggi.
Ancora una volta te e me, come lo siamo stati oggi. Ancora una
volta, ancora molte volte!
Ella rimase distesa in silenzio, finché fu vestito. Allora egli
la coperse piano e le baciò gli occhi.
--Boccadoro, -- disse Agnese, --oh, perché devi andartene? Torna
domani! Se c'è pericolo, ti faccio avvertire.
Torna, torna domani!
Tirò il cordone di un campanello. Sulla porta dello spogliatoio
la cameriera ricevette Boccadoro e lo condusse fuori del
castello. Egli le avrebbe dato volentieri una moneta d'oro; per
un momento si vergognò della sua povertà.
Verso mezzanotte. era in piazza del mercato del pesce e guardava
su alla sua casa. Era tardi, nessuno più sarebbe stato sveglio,
probabilmente avrebbe dovuto passare la notte fuori. Con sua
meraviglia trovò la porta di casa aperta. Scivolò dentro e la
chiuse dietro di sé. Per andare in camera sua doveva passare
dalla cucina. Qui c'era luce.
Accanto ad una minuscola lampada a olio Maria stava seduta
davanti alla tavola. S'era appena appisolata, dopo aver atteso
due, tre ore. Al suo entrare sussultò e balzò in piedi.
--Oh, -- disse Boccadoro, -- Maria, sei ancora alzata ?
--Sono alzata,--rispose lei.--Altrimenti avresti trovato chiusa
la porta.
--Mi rincresce, Maria, che tu abbia aspettato. S'è fatto così
tardi! Non essere in collera con me!
--Non sono mai in collera con te, Boccadoro. Sono solo un pò
triste.
--Non devi essere triste. E perché triste?
--Ah, Boccadoro, vorrei tanto essere sana e bella e forte.
Allora tu non dovresti andare di notte in case straniere ad
amare altre donne. Allora rimarresti anche qualche volta vicino
a me e mi vorresti un pò di bene.
Nella sua voce dolce non sonava alcuna speranza, alcuna
animosità, solo tristezza. Egli le stava accanto imbarazzato,
sentiva pietà, non sapeva dir nulla. Con mano cauta le prese la
testa e le carezzò i capelli; ella rimase immobile, rabbrividì
sotto la sua mano, pianse un poco, poi si drizzò e disse
timidamente: --Va a letto ora, Boccadoro. Ho detto delle
sciocchezze, ero così assonnata! Buona notte.
INDEX
CAPITOLO XVI
Boccadoro passò una giornata di felice impazienza sui colli. Se
avesse avuto un cavallo, sarebbe andato al convento a trovare la
bella Madonna del suo maestro: sentiva un gran desiderio di
vederla ancora, e poi gli pareva d'essersi sognato, quella
notte, di maestro Nicola. Ebbene, un'altra volta! Quella
felicità d'amore con Agnese sarebbe forse durata poco, forse
sarebbe finita male... ma in quel momento era in pieno sboccio,
egli non doveva lasciarsene sfuggir nulla. Quel giorno non
voleva veder nessuno, non voleva esser distratto. Avrebbe
passato la mite giornata d'autunno fuori, sotto gli alberi e
sotto le nubi. Disse a Maria che aveva intenzione di fare una
passeggiata in campagna e sarebbe probabilmente ritornato tardi,
la pregò di dargli un bel pezzo di pane e di non aspettarlo la
sera. Ella non rispose nulla, gli riempì la bisaccia di pane e
di mele, gli passò la spazzola sul vestito logoro, di cui già il
primo giorno aveva rattoppato i buchi, e lo lasciò partire.
Passò dall'altra parte del fiume e prese a salire su per le
ripide gradinate a traverso i vigneti deserti, poi si per-dette
nel bosco e non s'arrestò fin ch'ebbe raggiunto l'ultima cresta.
Là il sole splendeva tiepido in mezzo ai tronchi degli alberi
brulli; ai suoi passi i merli fuggivano nella macchia,
s'accovacciavano timidi, guardando dal fitto dei rami con occhi
neri lucenti, e in basso scorreva il fiume con un ampio arco
azzurro e la città appariva piccola come un giocattolo; di lassù
non si sentiva più nessun suono, fuorché le campane nelle ore di
preghiera. C'erano lassù piccole valli e tumuli ricoperti
d'erba, avanzi di antichi templi pagani, forse fortificazioni,
forse tombe. Egli sedette su uno di questi tumuli; la crepitante
erba d'autunno offriva un sedile asciutto e l'occhio dominava
tutta l'ampia valle e di là dal fiume le colline e le montagne,
catene dietro catene, fin dove cielo e monti s'incontravano in
un gioco di luci azzurrognole e non si distinguevano più. Tutto
questo vasto paese, più oltre ancora di dove l'occhio potesse
giungere, egli l'aveva percorso a piedi; tutte queste regioni,
che ormai si perdevano nella lontananza e nel ricordo, erano
state un giorno vicine e presenti. In quei boschi egli aveva
dormito cento volte, mangiato mirtilli, patito la fame e il
freddo; su quelle creste di montagne e strisce di landa aveva
camminato, lieto e triste, fresco di forze e stanco. In qualche
punto di quella lontananza, oltre l'orizzonte, giacevano le ossa
bruciate della buona Lena, altrove continuava forse la sua
marcia vagabonda il compagno Roberto, se non l'aveva colto la
peste; in qualche luogo laggiù giaceva l'ucciso Vittore, e in
qualche altro luogo, lontano e incantato, il convento della sua
adolescenza; da una parte sorgeva il castello del cavaliere
dalle belle figliole, dall'altra correva misera e inseguita la
povera Rebecca, o era perita. Tutti questi luoghi dispersi,
lande e boschi, città e villaggi, castelli e conventi, tutte
queste persone, vive o morte che fossero, esistevano dentro di
lui, unite fra loro, nel suo ricordo, nel suo amore, nel suo
pentimento, nella sua nostalgia. E se il giorno dopo la morte
avesse colto anche lui, tutto questo si sarebbe di nuovo
disperso, dileguato, tutto il suo libro di figure, così pieno di
donne e d'amore, di mattini estivi e di notti invernali! Oh,
doveva affrettarsi ancora a fare qualcosa, a creare e a lasciare
dietro di sé qualcosa che gli sopravvivesse.
Di tutta la sua vita, delle sue peregrinazioni, di tutti gli
anni trascorsi dal giorno in cui s'era lanciato nel mondo, poco
frutto era rimasto. Eran rimaste quelle due o tre figure, da lui
foggiate
una
volta
nell'officina,
specialmente l'apostolo
Giovanni, e poi quel libro d'immagini, quel mondo irreale che
viveva nella sua mente, il mondo bello e doloroso dei ricordi.
Sarebbe riuscito a salvare qualcosa di questo mondo intimo e a
tradurlo nell'esterno ? O
avrebbe continuato sempre ad andare così: sempre nuove città,
nuovi paesi, nuove donne, nuove vicende, nuove immagini, L'una
sopra l'altra, di cui non portava con sé che questa inquieta,
traboccante pienezza del cuore, tanto bella quanto tormentosa?
Era una cosa terribile essere burlati così dalla vita, c'era da
riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri
sensi, succhiando perdutamente al petto dell'antica Madre Eva: e
allora si gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla salvava
dalla caducità; si era allora come un fungo nel bosco, oggi
rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppure si cercava
di difendersi, ci si chiudeva nell'officina e ci si sforzava di
costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava
rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti,
allora si serviva bensì l'immortalità, ma intanto ci s'inaridiva
e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita. Così
era avvenuto a maestro Nicola.
Ah, eppure tutta questa vita aveva un senso soltanto se l'uno e
l'altro scopo si potevano raggiungere, se non c'era questa
scissione provocata da un arido aut aut! Creare, ma non a prezzo
della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della
creazione! Non era dunque possibile?
Forse c'erano uomini a cui era possibile. Forse c'erano mariti e
padri di famiglia, che serbando la fedeltà non perdevano il
piacere dei sensi? Forse c'erano sedentari, a cui la mancanza di
libertà e di pericolo non faceva ina-ridire il cuore? Forse.
Egli non ne aveva visti ancora.
Pareva che tutta l'esistenza fosse basata sulla duplicità, sul
contrasto: donna o uomo, vagabondo o borghesuccio, uomo
d'intelletto o di sentimento; aspirare ed espirare insieme,
essere uomo e donna, conciliare libertà ed ordine, istinto e
spirito, non era possibile; bisognava sempre pagare l'una cosa
con la perdita dell'altra e sempre l'una era altrettanto
importante e desiderabile quanto l'altra! Le donne forse avevano
in questo la via più facile.
In loro la natura aveva fatto in modo che il piacere portasse da
sé il suo frutto e che dalla felicità dell'amore nascesse il
figlio. Nell'uomo in luogo di questa semplice fecondità c'era
l'eterna aspirazione. Il Dio che aveva creato tutto questo era
dunque cattivo od ostile, rideva forse con gioia maligna della
sua propria creazione? No, non poteva essere cattivo, se aveva
creato i caprioli e i cervi, i pesci e gli uccelli, il bosco, i
fiori, le stagioni. Ma c'era una scissione nella sua creazione,
sia che questa fosse mal riuscita e imperfetta, sia che Dio
lasciando nell'esistenza umana tale lacuna e tale aspirazione
insoddisfatta avesse intenzioni sue particolari, sia che ciò
fosse il seme del nemico, il peccato originale. Ma perché
quest'aspirazione insoddisfatta
doveva esser
peccato? Non
nasceva da essa tutto ciò che di bello e di santo l'uomo aveva
creato e reso a Dio come un'offerta di gratitudine?
Oppresso da questi pensieri, Boccadoro volse lo sguardo sulla
città, cercò il mercato grande e quello del pesce, i ponti, le
chiese, il municipio. Ed ecco anche il castello il superbo
vescovado, in cui allora governava Agnese, la sua bella amante
regale, dall'aspetto tanto orgoglioso eppure così abbandonata e
immemore di sé nell'amore. Pensò a lei con gioia, con gioia e
con riconoscenza ricordò la notte trascorsa. Per vivere la
felicità di quella notte per saper rendere così felice quella
donna meravigliosa era stata necessaria tutta la sua vita, tutto
l'ammaestramento delle donne, tutto il suo vagabondaggio, la sua
miseria, le notti passate a errar nella neve, L'amicizia e la
dimestichezza con gli animali, i fiori, gli alberi, le acque, i
pesci le farfalle. Ci volevano i sensi affinati nella voluttà e
nei pericolo, la vita senza patria, tutto il mondo d'immagini
accumulate in tanti anni nel suo spirito. Fin tanto che la sua
vita era un giardino in cui sbocciavano fiori magici come
Agnese, egli non aveva il diritto di lamentarsi.
Passò tutta la giornata sulle alture carezzate dall'autunno,
camminando, sostando, mangiando pane, pensando ad Agnese e alla
sera. Al calar della notte era di nuovo in città e s'avvicinava
al castello. L'aria s'era fatta fresca e le case guardavano con
gli occhi rossi e quieti delle loro finestre; gli venne incontro
una piccola schiera di ragazzi che cantavano, portando in cima a
bacchette delle rape incavate, in cui avevano intagliato delle
facce e infisso candele accese. La piccola mascherata recava un
profumo d'inverno, e, sorridendo, Boccadoro la seguì con lo
sguardo. S'aggirò a lungo davanti al castello. La delegazione
dei preti era sempre là, ora a una finestra ora all'altra si
vedeva comparire un sacerdote. Finalmente egli riuscì a
insinuarsi nell'interno e a trovare Berta, la cameriera.
Fu di nuovo nascosto nello spogliatoio, fin che comparve Agnese
e lo introdusse affettuosamente in camera sua. Il bel volto era
affettuoso, ma non lieto. Agnese era triste, preoccupata,
inquieta. Boccadoro dovette darsi molta pena per rasserenarla un
poco. Lentamente, sotto i suoi baci e le sue parole d'amore,
ella acquistò un pò di fiducia.
--Tu sai essere tanto caro, -- disse riconoscente. -Hai note così profonde nella tua gola, uccello mio, quando sei
affettuoso e tubi e chiacchieri. Ti voglio bene, Boccadoro. Ma
se fossimo lontani di qui! Qui non mi piace più; del resto fra
poco sarà finita, il conte è già richiamato, presto ritornerà
quello stupido vescovo. Il conte oggi è irritato i preti l'hanno
infastidito. Ah, Boccadoro, che tu non gli capiti sott'occhio!
Non vivresti un'ora di più. Ho tanta paura per te.
Nella memoria di Boccadoro risalivano suoni quasi estinti... non
aveva egli già udito una volta, tanto tempo addietro, questa
canzone? Così gli aveva parlato Lidia un giorno, con lo stesso
amore ansioso, con la stessa tenerezza triste. Così era venuta
di notte in camera sua, piena d'amore e d'inquietudine,
preoccupata, agitata dalle immagini spaventose della paura. Egli
ascoltava volentieri la canzone della tenerezza ansiosa. Che
sarebbe l'amore senza la necessità di nascondersi? Che sarebbe
l'amore senza pericolo?
Attirò a sé Agnese con dolcezza, L'accarezzò, le tenne la mano,
le mormorò all'orecchio sommesse lusinghe, le ba-ciò le
sopracciglia. Era commosso e rapito di vederla così inquieta e
preoccupata per lui. Ella riceveva le sue carezze riconoscente,
quasi umile, si stringeva a lui piena d'amore, ma non si
rasserenava.
E a un tratto sussultò bruscamente: si udì chiudere una porta
vicina e rapidi passi s'avvicinarono alla camera.
--Per amor di Dio, è lui, --gridò Agnese disperata, --è il
conte. Presto, per lo spogliatoio puoi fuggire. Presto! Non
tradirmi!
Già l'aveva spinto nello stanzino attiguo, dov'egli si trovò
solo; tastò esitante nel buio. Udì dall'altra parte il conte,
che parlava forte con Agnese. Cercò a tentoni fra gli abiti la
porta d'uscita; avanzava un piede dopo l'altro senza far rumore.
Eccolo alla porta che metteva nel corridoio; fece per aprirla
piano. Solo allora, trovandola chiusa dall'esterno, anch'egli si
spaventò e il suo cuore cominciò a battere con dolorosa
violenza. Poteva essere che, per un caso disgraziato, qualcuno
avesse chiuso quella porta dopo la sua venuta. Ma non ci
credeva. Era caduto in una trappola, era perduto; qualcuno
doveva averlo visto quando s'era insinuato là dentro. Gli
sarebbe costato la testa. Mentre stava tremante nel buio, gli
vennero in mente le parole di congedo d'Agnese: "Non tradirmi!".
No, non l'avrebbe tradita. Il suo cuore martellava, ma la
decisione gli diede forza; strinse i denti in atto di sfida.
Tutto questo era avvenuto in pochi minuti. La porta della camera
d'Agnese s'aperse ed entrò il conte, con un candeliere nella
sinistra e la spada sguainata nella destra.
Nello stesso istante Boccadoro con rapida mossa afferrò alcuni
dei vestiti e dei mantelli che pendevano intorno a lui e li
prese sul braccio. Dovevano crederlo un ladro, forse era una
scappatoia.
Il conte l'aveva visto subito. S'avvicinò lentamente.
--Chi siamo? Che facciamo qui? Rispondere, o colpisco.
--Perdonate, -- mormorò Boccadoro, -- sono un povero uomo e voi
siete così ricchi! Restituisco tutto quello che ho preso,
signore, vedete!
E depose i mantelli per terra.
--Ah, hai rubato dunque! Non sei stato furbo ad arrischiar la
vita per un mantello vecchio. Sei un cittadino?
--No, signore, sono un vagabondo. Sono un pover'uomo, sarete
indulgente...
--Smettila! Vorrei un pò sapere se eri così sfacciato da voler
importunare la signora. Ma poiché sarai impiccato lo stesso, non
abbiamo bisogno d'indagarlo. Basta il furto.
Bussò con forza contro la porta chiusa, gridando: -Siete costì! Aprite!
La porta fu aperta dall'esterno: tre sgherri erano pronti con le
lame sguainate.
--Legatelo bene, -- gridò il conte con voce stridente di scherno
e di arroganza.--un vagabondo che ha rubato. Mettetelo al sicuro
e domattina all'alba impiccate il furfante alla forca.
A Boccadoro furono legate le mani, senza ch'egli si difendesse.
Così fu condotto via per il lungo corridoio, giù per le scale,
attraverso il cortile interno; un servo precedeva con una
torcia a vento. Davanti alla porta rotonda di una cantina,
guarnita di ferro, gli sgherri si fermarono.
Discussero fra loro e inveirono: mancava la chiave della porta.
Una guardia prese la torcia, il servo corse indietro in cerca
della chiave. Così rimasero, i tre uomini armati e quello
legato, in attesa davanti alla porta. Lo sgherro che teneva il
lume l'accostò curioso al volto del prigioniero. In quel momento
passavano due sacerdoti dei tanti che erano ospiti al castello;
venivano dalla cappella e si fermarono davanti al gruppoentrambi osservarono attentamente quella scena notturna: le tre
guardie, L'uomo legato, là in piedi, in attesa.
Boccadoro non guardava né i sacerdoti, né le sue guardie. Non
poteva veder nulla, fuorché la luce tremolante che gli tenevano
proprio davanti al viso e che lo abbagliava. E dietro la luce,
in una penombra piena d'orrore, vedeva qualcosa ancora, qualcosa
d'informe, di grande, di spettrale: L'abisso, la fine, la morte.
Stava con gli occhi fissi, senza vedere e udir nulla. Uno dei
sacerdoti bisbigliò con premura qualche parola alle guardie.
Quando udì che l'uomo doveva morire ed era un ladro, domandò se
aveva avuto un confessore. No, fu risposto, era stato colto in
flagrante.
--Allora,--disse il sacerdote,--domattina avanti la prima messa
verrò io da lui coi Santi Sacramenti e ascolterò la confessione.
Voi mi siete garanti che non sarà condotto via prima. Col signor
conte parlerò io oggi stesso.
Quest'uomo sarà un ladro; ma ha diritto come ogni cristiano al
confessore e ai sacramenti.
Le guardie non osarono far obiezioni. Conoscevano il sacerdote:
era uno dei dignitari della delegazione, lo avevano visto più
d'una volta alla tavola del conte. E poi, perché non concedere
la confessione al povero vagabondo?
I sacerdoti s'allontanarono. Boccadoro era sempre immobile con
gli occhi fissi. Finalmente arrivò il servo con le chiavi e
aprì. Il prigioniero fu introdotto in una cantina a volta e
scese i pochi gradini inciampando e vacillando.
C'erano intorno un paio di seggiole a tre gambe senza spalliera
e una tavola; era il locale che precedeva la cantina dove
tenevano il vino. Accostarono alla tavola un seggiolino e
dissero a Boccadoro di sedere.
--Domani all'alba verrà un prete, potrai ancora confessarti, -gli disse una delle guardie. Poi uscirono e chiusero con cura la
porta pesante.
-- Lasciami qui il lume, camerata, -- pregò Boccadoro.
--No, fratellino, potresti combinare qualche malanno.
Andrà anche così Sii bravo e rassegnati. E poi quanto dura
acceso un lume come questo? Fra un'ora sarebbe spento. Buona
notte.
Eccolo solo nel buio, seduto sul seggiolino con la testa
appoggiata sulla tavola. Era brutto sedere così: i legacci ai
polsi gli facevano male, tuttavia di queste sensazioni si rese
conto solo più tardi. Da principio rimase seduto là con la testa
sulla tavola come su di un ceppo; sentiva ii bisogno di fare col
corpo e con i sensi quello ch'era imposto allora al suo cuore:
arrendersi all'inevitabile, rassegnarsi a dover morire.
Rimase così un'eternità, angosciosamente piegato, tentando di
accettare il destino incombente, di respirarlo di comprenderlo,
di saziarsene. Era sera, cominciava la notte e la fine di quella
notte avrebbe portato anche la sua fine.
Questo doveva cercar di comprendere. Domani non vivrà più. Sara
la Impiccato, sarà una cosa su cui si poseranno gli uccelli a
beccare, sarà quello che era maestro Nicola, quello che era Lena
nella capanna arsa, quello che erano tutti coloro ch'egli aveva
veduti distesi nelle case deva-state dalla morte e sui convogli
zeppi di cadaveri. Non era facile comprendere questo e
capacitarsene. Era addirittura impossibile. C'erano troppe cose,
da cui non si era staccato ancora, da cui non aveva ancora preso
congedo.
Le ore di quella notte gli erano date appunto per questo.
Doveva prender congedo dalla bella Agnese, non avrebbe mai più
veduto la sua figura alta, la sua chioma luminosa, i suoi freddi
occhi azzurri, mai più l'affievolirsi e il tremare dell'orgoglio
in quegli occhi, mai più la dolce peluria d'oro sulla sua pelle
profumata. Addio occhi azzurri, addio bocca umida e fremente! E
aveva sperato di baciarla ancora tante volte! Oh, quel giorno
stesso, sui colli, al sole del tardo autunno, come aveva pensato
a lei, com'era stato suo, come l'aveva desiderata! Ma anche dai
colli doveva prender congedo, dal sole, dal cielo azzurro
cosparso di nuvole bianche, dagli alberi e dai boschi, dalla
vita errabonda, dalle ore del giorno e dalle stagioni dell'anno.
In quel momento forse Maria era ancora alzata, la povera Maria
dai buoni occhi affettuosi e dall'andatura zoppicante, e
aspettava seduta e s'addormentava nella sua cucina e si
risvegliava e nessun Boccadoro tornava più a casa.
Ah, la carta e il lapis, e la speranza in tutte quelle figure
che voleva creare ancora! Finito, finito! E la speranza di
riveder Narciso, il caro apostolo Giovanni, anche a questa
doveva rinunciare!
E dalle sue proprie mani doveva prender congedo, dai suoi propri
occhi, dalla fame e dalla sete, da cibo e bevanda, dall'amore,
dal suono del suo liuto, dal sonno e dalla veglia, da tutto.
L'indomani un uccello volava per l'aria e Boccadoro non lo
vedeva più, una fanciulla cantava alla finestra ed egli non
l'udiva più, il fiume continuava a scorrere e i pesci scuri a
guizzar dentro, muti, soffiava il vento spazzando le foglie
gialle sul terreno, brillava il sole, il cielo stellato, i
giovani andavano a ballare, un primo spruzzo di neve imbiancava
le montagne lontane... e tutto andava avanti, tutti gli alberi
proietta-vano la loro ombra, tutti gli uomini guardavano con
occhi lieti o tristi, e i cani abbaiavano, e le mucche muggivano
nelle stalle dei villaggi; e tutto senza di lui, nulla gli
apparteneva più, egli era strappato da tutto.
Fiutò il profumo mattutino della landa, gustò il dolce vino
giovane e le giovani noci dure; un ricordo, un ri-flesso
luminoso di tutto il mondo variopinto passò come un lampo nel
suo cuore oppresso, tutta la bella vita tumultuosa brillò ancora
una volta attraverso i suoi sensi in una luce di tramonto e
d'addio, egli si contrasse nel prorompere della sofferenza e
sentì sgorgare a una a una le lacrime dagli occhi. S'abbandonò
singhiozzando a quell'ondata violenta di pianto, affranto si
diede tutto in balia di quel dolore infinito. Oh, valli e monti
boscosi, ruscelli nella verde ombra degli ontani, fanciulle,
sere di luna sui ponti, o bel mondo radioso d'immagini, come ti
posso
asciare! Giaceva piangente sulla tavola come un fanciullo
sconsolato. Dall'angoscia del suo cuore salì un sospiro, un
semplice appello lamentoso: "O mamma, o mamma!".
E mentre pronunciava il magico nome, gli rispondeva
un'immagine dalla profondità dei suoi ricordi, L'immagine della
madre. Non era la figura materna dei suoi pensieri e dei suoi
sogni d'artista, era l'immagine della mamma sua, bella e viva
come non l'aveva più veduta dai tempi del convento.
A lei rivolse il suo lamento, a lei il suo pianto per quel
dolore insopportabile di dover morire; a lei s'abbandonò, a lei,
nelle sue mani materne, rese il bosco, il sole gli occhi, le
mani, tutto il suo essere e la sua vita.
Fra le lacrime s'addormentò; la prostrazione e il sonno lo
accolsero maternamente nelle loro braccia. Dormì un'ora o due e
fu sottratto all'angoscia.
Svegliatosi, sentì dolori violenti. I polsi legati gli
bruciavano, fitte dolorose gli attraversavano la schiena e la
nuca. Si drizzò a fatica, ritornò in sé, riconobbe la sua
posizione. Intorno a lui era buio fitto, non sapeva quanto tempo
avesse dormito, non sapeva quante ore gli rimanessero ancora da
vivere. Forse fra un minuto sarebbero venuti a portarlo via, per
morire. Allora si rammentò che gli avevano promesso un
sacerdote. Egli non credeva che i Sacramenti di costui gli
potessero giovar molto. Non sapeva se anche la più completa
assoluzione e remissione dei peccati avrebbe potuto condurlo in
paradiso. Non sapeva se ci fosse un paradiso e un Padre celeste
e un giudizio divio e un'eternità. Di queste cose aveva perduto
da un pezzo ogni certezza.
Ma ci fosse o non ci fosse un'eternità, egli non la desiderava,
egli non voleva altro che questa vita incerta, fugace, questo
respiro, questo sentirsi bene nella propria pelle, non voleva
altro che vivere, S'alzò furente, barcollò tentoni nell'oscurità
fino al muro, s'appoggiò con tutta la persona alla parete e
cominciò a riflettere. Ci doveva pur essere una salvezza! Forse
il sacerdote era la salvezza, forse poteva convincersi della sua
innocenza, metter una buona parola per lui, o aiutarlo a
ottenere una proroga o a fuggire? Si sprofondò sempre più in
questi pensieri. E se questo non riusciva, non voleva ancora
rinunciare, la partita non poteva ancora essere perduta.
Avrebbe dunque tentato innanzi tutto di cattivarsi il sacerdote,
avrebbe fatto ogni sforzo per ammaliarlo, per riscaldarlo, per
convincerlo, per lusingarlo. Il sacerdote era l'unica carta
buona nella sua partita, tutte le altre possibilità erano sogni.
Ad ogni modo ci potevan sempre essere dei casi, delle
combinazioni; al boia poteva venire una colica, la forca poteva
rompersi, si poteva presentare una possibilità di fuga, prima
inconcepibile. In tutti i casi Boccadoro si rifiutava di morire;
aveva tentato invano di adattarsi a questa sorte e di
accettarla, non c'era riuscito. Si sarebbe difeso, avrebbe
lottato fino all'ultimo, avrebbe dato lo sgambetto alla guardia,
si sarebbe lanciato a corsa gettando a terra il boia avrebbe
difeso la sua vita fino all'ultimo istante con ogni goccia del
suo sangue... Oh, se avesse potuto indurre il prete a
sciogliergli le mani! Sarebbe stato un gran passo innanzi.
Intanto senza badare alle sofferenze, cercava di lavorare coi
denti intorno alle funi. Con uno sforzo furioso riuscì dopo un
tempo terribilmente lungo a ottenere che gli sembrassero un poco
allentate. Stava ansante nella notte della sua prigione, le
braccia e le mani gonfie gli facevano male. Quando riprese
fiato, strisciò tastando lungo il muro, esplorò passo passo la
parete umida della cantina in cerca di qualche canto sporgente.
Allora gli vennero in mente i gradini, nei quali aveva
inciampato entrando in quella prigione. Cercò e li trovò.
Inginocchia-tosi, tentò di logorare la corda fregandola contro
uno degli spigoli di pietra dei gradini. Fu un'impresa
difficile, invece della corda si fregavano sulla pietra le
nocche delle sue mani, e gli bruciavano come fuoco; sentiva
scorrere il sangue. Ma non cedette. Quando fra la porta e la
soglia già si scorgeva un filo sottilissimo di grigia luce
mattutina, aveva raggiunto il suo scopo. La corda si era
logorata, egli riuscì a scioglierla, ebbe le mani libere! Ma
poi non poteva quasi muovere un dito, le mani erano gonfia-te e
paralizzate e le braccia, fino alle spalle, rigide e con-tratte
in
uno
spasimo.
Dovette
costringerle
all'esercizio,
al
movimento, perché il sangue tornasse a scorrervi. Ormai aveva un
piano, che gli sembrava buono.
Se non avesse potuto ottenere che il prete l'aiutasse, allora,
pur che lo lasciassero un attimo solo con lui, L'avrebbe ucciso.
Con una seggiola sarebbe riuscito. Strozzarlo non poteva, non
aveva
forza
sufficiente
nelle
mani
e
nelle
braccia.
Dunque ucciderlo, indossare in fretta la Sua veste sacerdotale e
con essa fuggire! Prima che gli altri trovassero il cadavere,
egli doveva esser fuori dal castello e poi correre, correre!
Maria l'avrebbe lasciato entrare di nascosto. Doveva tentare.
Era possibile.
Boccadoro non aveva mai osservato, atteso, agognato, eppur
temuto tanto l'alba come in quell'ora. Tremante di tensione e di
risolutezza, guardava con l'occhio di cacciatore l'esigua
fessura di luce sotto la porta rischiararsi a poco a poco.
Ritornò presso la tavola e si esercitò a star accoccolato sullo
sgabello con le mani fra le ginocchia, in modo che non si
potesse scorgere subito la mancanza delle funi. Da quando le sue
mani erano libere, non credeva più alla morte. Era deciso a
spuntarla, dovesse andare a rotoli anche tutto il mondo. Era
deciso a vivere, ad ogni costo. Le sue narici tremavano nella
brama di libertà e di vita. E chi sa, forse gli sarebbero venuti
in aiuto dal di fuori? Agnese era una donna e il suo potere non
arrivava lontano, forse neppure il suo coraggio; era possibile
ch'ella lo abbandonasse al suo destino. Ma lo amava, forse
poteva anche fare qualcosa. Forse fuori strisciava furtiva la
cameriera Berta... e non c'era anche un palafreniere, di cui
ella credeva di potersi fidare? E se nessuno compariva, se non
gli davano nessun segnale, ebbene, allora avrebbe eseguito il
suo piano. Se falliva, avrebbe ucciso con la sedia i guardiani,
due o tre o quanti fossero. Di un vantaggio era sicuro: i suoi
occhi si erano abituati all'oscurità, ormai nella penombra
indovinava e riconosceva forme e misure, mentre gli altri da
principio sarebbero stati completamente ciechi.
Accoccolato davanti alla tavola, febbricitante, pensava e
ripensava ciò che doveva dire al sacerdote per guadagnarsi il
suo aiuto, perché bisognava cominciare da questo. Intanto
osservava con avidità il crescer moderato della luce nella
fessura. Il momento, che poche ore innanzi aveva tanto temuto,
era diventato meta dei suoi desideri più ardenti; non poteva
quasi più aspettare, la terribile tensione si faceva a lungo
andare insopportabile.
Poi le sue forze, la sua attenzione, la sua risolutezza e
vigilanza sarebbero a poco a poco scemate. Il guardiano col
sacerdote doveva venir presto, finch'era ancora viva questa
esaltazione, questa decisa volontà di salvezza.
Finalmente il mondo fuori si destò, finalmente il nemico
s'avvicinò. Risonarono passi sul selciato del cortile, la chiave
fu introdotta e girata nella toppa, ciascuno di questi suoni
dopo il lungo silenzio di morte echeggiò come un tuono.
La porta pesante s'aperse un poco, lentamente, stridendo sui
cardini.
Entrò
un
sacerdote
senz'accompagnamento,
senza
guardie. Entrò solo, reggendo un doppiere con due candele. Tutto
succedeva diversamente da come il prigioniero si era immaginato.
E che strana commozione! Il sacerdote, dietro il quale mani
invisibili avevano richiuso la porta, indossava l'abito del
convento di Mariabronn, L'abito ben noto e familiare, quale
avevano indossato un giorno l'abate Daniele, padre Anselmo e
padre Martino!
Quella vista gli diede uno strano colpo al cuore, dovette
distogliere gli occhi. L'apparizione di quell'abito monacale
pareva una buona promessa, un buon segno. Ma forse non c'era
ugualmente altra via d'uscita che l'assassinio, Strinse i
denti. Gli sarebbe stato molto difficile uccider quel frate.
INDEX
CAPITOLO XVII
--Sia lodato Gesù Cristo, -- disse il padre deponen-do il
candeliere sulla tavola. Boccadoro rispose a mezza voce, con gli
occhi fissi per terra.
Il sacerdote taceva. Aspettava e taceva, fino a che Boccadoro,
inquieto, alzò gli occhi indagatori sull'uomo che gli stava
dinanzi. Quest'uomo, s'accorse allora con sua confusione, non
portava solo l'abito dei padri di Mariabronn, ma anche le
insegne della carica di abate.
Guardò l'abate in faccia. Era un viso scarno, dal taglio netto e
marcato, dalle labbra sottilissime. Era un viso ch'egli
conosceva. Pareva plasmato dallo spirito e dalla volontà:
Boccadoro lo guardava ammaliato. Con mano incerta afferrò il
candeliere e lo avvicinò a quel vi-so straniero, per potervi
scorgere gli occhi. Li vide, e il candeliere gli tremò nella
mano, mentre lo rimetteva sulla tavola.
--Narciso! -- mormorò in tono quasi impercettibile.
Tutto cominciò a turbinare intorno a lui.
--Sì, Boccadoro, una volta ero Narciso, ma già da molto tempo ho
deposto quel nome, forse te ne sei dimenticato. Dal giorno della
mia vestizione mi chiamo Giovanni.
Boccadoro era scosso fino in fondo al cuore. Tutto il mondo
s'era mutato a un tratto, e il crollo improvviso della sua
tensione sovrumana minacciava di soffocarlo; tremava e un senso
di vertigine gli dava l'impressione che la sua testa fosse una
bolla vuota, il suo stomaco si contraeva. Dietro gli occhi
sentiva un bruciore, come un impeto di pianto. Singhiozzare e
cadere in deliquio fra le lacrime: tutto in lui tendeva in quel
momento a un tal abbandono.
Ma dalla profondità dei ricordi dell'adolescenza, evocati dalla
vista di Narciso, salì un monito: una volta, da ragazzo, egli
aveva pianto e s'era lasciato andare davanti a quel volto bello
e severo, a quegli occhi scuri e onniscienti. Ciò non doveva più
ripetersi. Come un fantasma, nel momento più singolare della sua
vita, quel Narciso gli ricompariva dinanzi, probabilmente per
salvargli la vita,,. ed egli doveva un'altra volta scoppiare in
singhiozzi o cadere in deliquio dinanzi a lui? No, no, no.
Si trattenne. Frenò il suo cuore, fece violenza al suo stomaco,
scacciò la vertigine dalla testa. Non doveva mostrare in quel
momento la sua debolezza.
Con voce artificiosamente dominata riuscì a dire: -Devi permettermi di chiamarti ancora Narciso.
--Chiamami così, caro. E non vuoi darmi la mano?
Boccadoro fece un nuovo sforzo su se stesso. Con un tono un pò
fanciullescamente arrogante e lievemente beffardo, a cui soleva
ricorrere qualche volta negli anni di scuola, mise fuori la sua
risposta.
-- Scusa, Narciso, -- disse freddo, ostentando una certa
indifferenza a ogni cosa. --Vedo che sei diventato abate. Io
invece sono sempre un vagabondo. E poi il nostro colloquio, per
quanto gradito mi sia, non potrà durare a lungo. Perché vedi,
Narciso, io sono condannato alla forca e fra un'ora o anche
prima sarò probabilmente impiccato. Te lo dico solo per
chiarirti la situazione.
Il volto di Narciso rimase impassibile. Quel tantino di
millanteria fanciullesca nel contegno dell'amico lo divertiva
moltissimo e insieme lo commoveva. Ma comprendeva e approvava in
cuor suo la fierezza che si celava là sotto e che impediva a
Boccadoro di cadergli sul petto piangendo, Veramente anch'egli
s'era immaginato diverso il loro incontro, ma era ben disposto
ad assecondare quella piccola commedia. Nulla avrebbe giovato di
più a Boccadoro pc-r riconquistare subito il cuore dell'amico.
-- Sicuro, -- disse fingendosi anch'egli indifferente. -Del resto quanto alla forca ti posso tranquillare. Sei graziato
Ho l'incarico di comunicartelo e di condurti con me. Perché qui
in città non puoi rimanere. Avremo dunque tempo sufficiente per
raccontarci tante cose. Ma dì un pò: vuoi darmi la mano ora?
Si diedero la mano e se la tennero stretta a lungo,
profondamente commossi; ma nelle loro parole il riserbo e la
commedia durarono ancora per un poco.
--Bene, Narciso, lasceremo dunque questo poco onorevole asilo,
e io mi unirò al tuo seguito. Ritorni a Mariabronn? Sì?
Benissimo. E come? A cavallo? Ottima-mente. Bisognerà dunque
trovare un cavallo anche per me.
--Lo troveremo, e partiremo fra due ore. Oh, ma che mani hai!
Per amor di Dio, tutte scorticate, gonfie e sanguinanti! O
Boccadoro, come ti hanno trattato!
--Lascia andare, Narciso. Io stesso me le sono ridotte così.
Ero legato e dovevo liberarmi. Ti dico io che non fu facile. Tu
del resto sei stato molto coraggioso ad entrare da me così senza
scorta.
--Perché coraggioso? Non c'era nessun pericolo.
--Oh, c'era solo il piccolo pericolo di essere ucciso da me.
Cioè, il mio progetto era questo. M'era stato detto che sarebbe
venuto un sacerdote. Io l'avrei ammazzato e sarei fuggito nelle
sue vesti. Un bel piano.
--Non volevi morire dunque? Volevi difenderti?
--Certo volevo. Che proprio tu saresti stato il sacerdote,
questo non potevo naturalmente immaginarlo.
--Ad ogni modo, -- disse Narciso con qualche esita-zione,--era
veramente un bruttissimo piano. Avresti potuto davvero uccidere
un sacerdote, che fosse venuto a te come confessore?
-- Te no, Narciso, no certo, e forse neppure uno dei tuoi padri,
se avesse portato la tonaca di Mariabronn.
Ma un altro sacerdote qualsiasi, oh sì, puoi esserne sicuro.
A un tratto la sua voce divenne triste e cupa.
--Non sarebbe stato il primo uomo, che avrei ucciso.
Tacquero. Provavano entrambi un senso di pena.
--Bene, di queste cose, -- disse Narciso con voce fredda, -parleremo più tardi. Potrai farmi un giorno la tua confessione,
se vorrai. Oppure raccontarmi così semplicemente della tua vita.
Anch'io ho diverse cose da raccontarti. E me ne rallegro.
Vogliamo andare?
--Un momento ancora, Narciso! Mi è venuta in mente una cosa: che
già una volta ti ho chiamato Giovanni.
--Non ti capisco.
--No, è naturale. Non sai ancora nulla. Parecchi an-ni fa ti ho
dato una volta il nome di Giovanni, e ti rimarrà per sempre.
Devi sapere che sono stato scultore e intagliatore di figure, e
intendo ridiventarlo. E la miglior figura che abbia scolpito
allora, un giovane di grandezza naturale, in legno, è la tua
immagine, ma non si chiama Narciso, si chiama Giovanni.,
L'apostolo Giovanni sotto la croce.
S'alzò e andò alla porta.
--Hai dunque pensato ancora a me?--domandò Narciso sottovoce.
Altrettanto sottovoce Boccadoro rispose: --Oh sì, Narciso, ho
pensato a te. Sempre, sempre.
Spinse con forza la porta pesante, la luce scialba del mattino
entrò. Non dissero più nulla. Narciso lo condusse con sé nella
camera in cui era ospitato. Un giovane monaco che l'accompagnava
era intento a preparare i bagagli per il viaggio. Boccadoro
ricevette da mangiare, le sue mani furono lavate e in parte
fasciate. Poco dopo vennero condotti i cavalli.
Mentre salivano in sella, Boccadoro disse: -- Ho ancora una
preghiera. Prendiamo la via che passa dal mercato del pesce,
avrei là qualcosa ancora da sbrigare.
Partirono e Boccadoro guardò a tutte le finestre del castello,
se a una per caso non si vedesse Agnese. Non riuscì a scorgerla.
Cavalcarono per il mercato del pesce; Maria era stata molto in
pena per lui. Egli si congedò da lei e dai suoi genitori,
ringraziò mille volte, promise di ritornare un giorno e partì.
Maria rimase sotto la porta di casa fin che i cavalieri furono
scomparsi. Poi rientrò a passo lento, zoppicando.
Cavalcavano in quattro: Narciso, Boccadoro, il giovane monaco e
un palafreniere armato.
--Ti ricordi ancora del mio cavallino Bless, -- domandò
Boccadoro, -- ch'era nella stalla del vostro convento?
--Certo. Non lo troverai più e probabilmente non ti aspettavi
neppure di rivederlo. Sette od otto anni fa dovemmo ammazzarlo.
--E te ne ricordi?
--Oh sì, mi ricordo.
Boccadoro non si rattristò della morte del piccolo Bless.
Gli fece piacere che Narciso ne fosse così ben informato, egli
che non si era mai curato degli animali e certo non aveva mai
conosciuto per nome nessun altro cavallo del convento. Ciò gli
fece molto piacere.
--Ti parrà ridicolo, -- ricominciò, -- che il primo essere del
vostro convento di cui ho chiesto sia stato il povero cavallino.
Non è gentile da parte mia. Veramente volevo chiedere di
tutt'altro, innanzi tutto del nostro abate Daniele. Ma potevo
immaginarmi che è morto, poiché tu sei il suo successore. E
volevo evitare di parlare per prima cosa di morti. In questo
momento non vedo di buon occhio la morte, per causa della notte
passata, e anche per causa della peste, di cui ho veduto troppo.
Ma ormai ci siamo; e una volta bisogna pur parlarne. Dimmi
quando è morto l'abate Daniele, che io veneravo molto. E dimmi
anche se i padri Anselmo e Martino sono ancora in vita. Sono
preparato al peggio. Ma sono contento che la peste abbia almeno
risparmiato te. Veramente non ho mai pensato che tu potessi
esser morto, ho creduto fermamente che ci saremmo rivisti. Ma la
fe-de può ingannare, ne ho fatto l'esperienza purtroppo. Anche
il' mio maestro Nicola, L'intagliatore in legno, non potevo
figurarmelo morto, ero sicuro di ritrovarlo e di lavorare di
nuovo con lui. Eppure era morto, quando ritornai.
--E presto raccontato, -- disse Narciso. -- L'abate Daniele è
morto già otto anni fa, senza malattia né sofferenze. Io non
sono il suo successore, sono abate solo da un anno. Il suo
successore fu padre Martino, una volta nostro direttore di
scuola; egli morì l'anno scorso, non ancora settantenne. Anche
padre Anselmo non è più in vita. Ti voleva bene, parlava ancora
spesso di te. Negli ultimi tempi non poteva più camminare e lo
stare a letto era per lui un grande tormento; morì d'idropisia.
Sicuro, e la peste venne anche da noi, ne sono morti molti. Non
ne parliamo! Hai altre domande da rivolgermi?
-- Certo, molte. Innanzitutto: come mai sei venuto qui, nella
residenza del vescovo e dal governatore?
-- E una storia lunga e ti annoierebbe; si tratta di po-litica.
Il conte è un favorito dell'imperatore e in molte cose il suo
plenipotenziario; ora in questo momento ci so-no parecchie
questioni da appianare fra l'imperatore e il nostro ordine.
Questo mi ha assegnato a una delegazione, che doveva svolgere
trattative col conte. Il risultato è stato minimo.
Tacque, e Boccadoro non chiese oltre. Non c'era del resto nessun
bisogno che sapesse che la sera innanzi, quando Narciso aveva
chiesto al conte la vita di Boccadoro, questa vita aveva dovuto
esser pagata al duro governatore con alcune concessioni.
Continuavano a cavalcare; Boccadoro si sentì presto stanco; si
teneva in sella a fatica.
Dopo un bel pò Narciso domandò: -- E vero che eri stato
arrestato per furto? Il conte dichiarò che ti eri introdotto nel
castello e nelle stanze interne e là avevi rubato.
Boccadoro rise. -- Sì, c'era veramente tutta l'apparenza che
fossi un ladro. Ma io avevo un convegno con l'amante del conte;
senza dubbio egli sapeva anche questo. Mi stupisce molto che mi
abbia lasciato andare.
-- Eh, s'è mostrato trattabile.
Non riuscirono a percorrere il tratto di cammino pro-gettato per
la giornata. Boccadoro era troppo sfinito, le sue mani non
potevano più tenere le briglie. Presero quartiere in un
villaggio; egli fu messo a letto, ebbe un pò di febbre e rimase
coricato anche il giorno seguente, ma poi poté proseguire. E
quando poco dopo le sue mani furono guarite, cominciò a godere
molto di quel viaggio a cavallo. Da quanto tempo non cavalcava!
Si sentì rivive-re, ritornò giovane e vivace; a volte faceva
gare di galoppo col palafreniere e nei momenti d'espansione
assediava l'amico Narciso di cento domande impazienti. Narciso
lo accontentava calmo, ma lieto; era di nuovo affascinato da
Boccadoro, amava le sue domande così irruenti, così infantili,
così piene d'illimitata fiducia nello spirito e nella saggezza
dell'amico.
--Una domanda, Narciso: avete bruciato anche voi qualche volta
gli ebrei?
--Bruciato gli ebrei? E come? Non ci sono ebrei da noi.
-- E vero. Ma dimmi: saresti capace tu di bruciare degli ebrei?
Puoi immaginarti possibile un caso simile?
--No, perché dovrei farlo? Mi credi un fanatico?
--Comprendimi Narciso! Voglio dire: puoi pensare che in qualche
caso sapresti dare l'ordine di uccidere degli ebrei, oppure il
tuo consenso? Tanti duchi, borgomastri, vescovi e altre
autorità hanno dato di questi ordini.
--lo non darei un ordine di questo genere. Ma posso pensare al
caso che mi toccasse di assistere a una tale crudeltà e di
tollerarla.
--La tollereresti dunque?
-- Certo, se non avessi il potere d'impedirla. Tu hai assistito
qualche volta ad un rogo di ebrei, Boccadoro?
--Ah, sì.
-- Ebbene, L'hai impedito?... No?... Vedi.
Boccadoro raccontò minutamente la storia di Rebecca, e nel
racconto si riscaldò, si appassionò.
--Ebbene, -- concluse con veemenza, -- che mondo è questo, in
cui dobbiamo vivere? Non è un inferno?
Non è rivoltante e mostruoso?
--Certo. Il mondo è così.
-- Ah! --esclamò Boccadoro con ira.--E quante volte in passato
mi affermasti che il mondo è divino, che è una grande armonia di
sfere nel cui centro troneggia il Creatore, e che tutto ciò che
esiste è buono, e così via.
Dicevi che questo si trovava in Aristotele o in san Tomaso. Sono
ansioso di sentire come spieghi questa contraddizione.
Narciso rise.
--- La tua memoria è stupefacente, eppure ti ha un pò ingannato
lo ho sempre venerato la perfezione del Creatore, ma non mai
della creazione. Non ho mai negato il male nel mondo. Che la
vita sulla terra sia armonica e giusta e che l'uomo sia buono,
questo, mio caro, nessun vero pensatore l'ha mai affermato. Che
invece i sentimenti e le aspirazioni del cuore umano siano
cattivi, è espresso nella Sacra Scrittura e lo vediamo
confermato ogni giorno.
-- Benissimo. Vedo finalmente come la pensate voi eruditi.
L'uomo dunque è malvagio, e la vita sulla terra è piena di
volgarità e di sconcezza, questo lo concedete. Ma dietro, nei
vostri pensieri e nei vostri trattati, esistono la giustizia e
la perfezione. Ci sono, si possono dimostrare, solo non se ne f
a alcun uso.
-- Hai accumulato molto rancore contro noi teologi, caro amico!
Ma non sei ancora diventato un pensatore; tu getti tutto alla
rinfusa. Dovrai imparare ancora qualche cosa. Ma perché dici che
non facciamo nessun uso dell'idea della giustizia? Lo facciamo
ogni giorno e ogni ora. Io, per esempio, sono abate e ho un
convento da dirigere, e in esso ci sono altrettante imperfezioni
e colpe quante se ne incontrano fuori nel mondo. Tuttavia noi
contrapponiamo sempre e costantemente al peccato originale
l'idea della giustizia e cerchiamo di misurare con essa la
nostra vita imperfetta e di correggere il male e di metterci in
rapporto costante con Dio.
--Oh sì, Narciso. Non voglio dire di te e che tu non sia un buon
abate. Ma penso a Rebecca, agli ebrei arsi, alle tombe in massa,
a quel gran morire, alle strade e alle stanze dove giacevano
fetenti i cadaveri degli appestati, a tutto quello spaventoso
deserto, ai fanciulli de-relitti rimasti soli al mondo, ai cani
di guardia morti di fame alle loro catene... e quando penso a
tutto questo e rivedo innanzi a me queste immagini, il cuore mi
fa male e mi pare che le nostre mamme ci abbiano generati in un
mondo disperatamente crudele e diabolico, e che sarebbe meglio
non l'avessero fatto e Dio non avesse creato questo mondo
orrendo, e che il Redentore non si fosse fatto crocifiggere per
esso invano.
Narciso fece all'amico un cenno di affettuosa approvazione.
-- Hai perfettamente ragione, -- disse con calore, -sfogati pure, dimmi tutto. Ma in una cosa t'inganni: tu credi
che tutto questo che dici sia pensiero. No, sono sentimenti!
Sono
i
sentimenti
di
un
uomo
preoccupato
dall'orrore
dell'esistenza. Ma non dimenticare che a questi sentimenti
tristi e disperati se ne, contrappongono ben altri! Quando sul
tuo cavallo tu provi un senso di benessere, attraversando una
bella regione, o quando, con una certa leggerezza, t'introduci
di sera nel castello per fare la corte all'amante del conte,
allora il mondo ti appare tutto diverso, e le case appestate e
gli ebrei bruciati non t'impediscono punto di cercare il tuo
piacere. Non è così?
--Certo, è così. Poiché il mondo è così pieno di morte e
d'orrore, io cerco continuamente di confortare il mio cuore e di
cogliere i bei fiori che sbocciano in mezzo a questo inferno.
Trovo piacere e dimentico per un'ora l'orrore. Ma non per questo
esso cessa d'esistere.
-- Hai detto molto bene. Dunque tu ti trovi nel mondo circondato
di morte e d'orrore e per sfuggire ad es-so cerchi il piacere,
Ma il piacere non dura e ti rilascia poi nel deserto.
-- Sì, proprio così.
--Così avviene alla maggior parte degli uomini, ma pochi lo
sentono con la tua forza e con la tua veemenza, e pochi hanno il
bisogno di rendersi conto di questi sentimenti, Ma dimmi un pò:
oltre a questa disperata alternativa fra il piacere e l'orrore,
fra la gioia di vivere e il senso della morte.,. oltre a questo,
non hai sperimentato qualche altra via?
--Oh sì, certo. Ho provato la via dell'arte. Ti ho già detto che
fra l'altro sono diventato anche artista. Un giorno, eran forse
tre anni che vivevo fuori nel mondo e quasi sempre vagabondando,
trovai in una chiesa di convento una Madonna di legno; era così
bella e la sua vista mi colpì tanto, che chiesi del maestro che
l'aveva fatta e lo cercai. Lo trovai: era un maestro celebre;
divenni suo scolaro e lavorai alcuni anni con lui.
-- Di questo mi racconterai ancora in seguito. Ma quale fu per
te il frutto, il significato dell'arte?
--Fu il superamento della caducità. Vidi che della farsa e della
danza macabra della vita umana qualcosa rimaneva e durava: le
opere d'arte. Certo anch'esse un giorno o l'altro passano,
bruciano o si rovinano o vengono distrutte. Ma a ogni modo
durano parecchie generazioni e formano al di là del momento un
quieto regno d'immagini e di cose sacre. Collaborare a questo mi
pare un be-ne e un conforto, perché è quasi un rendere eterno
ciò ch'è transitorio.
--Questo mi piace molto Boccadoro. Spero che tu farai altre
belle opere; io ho grande fiducia nella tua forza e spero che
sarai per un pezzo mio ospite a Mariabronn e mi permetterai di
allestirti un'officina; da molto tempo il nostro convento non ha
più un artista. Io credo però che con la tua definizione tu non
hai esaurito ciò che vi è di meraviglioso nell'arte. Credo che
l'arte non consiste solo nello strappare alla morte e portar a
più lunga durata, con la pietra, col legno e coi colori,
qualcosa che esiste ma è mortale. Io ho veduto più di un'opera
d'arte, certi santi e certe Madonne, che non credo siano solo
fedeli riproduzioni in un singolo essere umano, vissuto un
giorno, di cui l'artista ha conservato le forme o i colori.
--Hai ragione, -- esclamò Boccadoro con fervore, -non avrei creduto che tu conoscessi l'arte così a fondò!
L'immagine originaria di una buona opera d'arte non è una figura
reale, viva, quantunque questa possa esserne l'occasione
determinante. L'immagine originaria non è carne e sangue, è
spirituale. E un'immagine che ha la sua dimora nell'anima
dell'artista. Anche in me, Narciso, vivono di queste immagini,
che spero di rappresentare e di mostrarti un giorno.
--Magnifico! Ora, mio caro, senza saperlo, tu ti sei addentrato
nella filosofia e hai espresso uno dei suoi misteri.
--Ti prendi gioco di me.
--Oh no! Tu hai parlato d'immagini originarie, d'immagini dunque
che non esistono in nessun luogo fuorché nello spirito creatore,
ma che possono essere attuate e re-se visibili nella materia.
Molto prima che una figura artistica diventi visibile e acquisti
realtà, essa esiste come immagine nell'anima dell'artista!
Questa immagine originaria è esattamente ciò che gli antichi
filosofi chiamano " idea ".
--Sì, questo mi sembra convincente.
--Ebbene, riconoscendo l'esistenza delle idee e delle immagini
originarie tu entri nel mondo spirituale, nel nostro mondo di
filosofi e di teologi, e ammetti che fra la confusione e i
dolori di quel campo di battaglia che è la vita, in questa danza
macabra senza fine e senza senso dell'esistenza corporea, esiste
lo spirito creatore. Vedi, a questo spirito in te io mi sono
sempre rivolto, da quando, ragazzo, ti avvicinasti a me. Questo
spirito in te non è quello di un pensatore, è quello di un
artista. Ma è spirito, ed esso ti mostrerà la via per uscire dal
torbido
garbuglio
della
vita
dei
sensi,
dalla
eterna
alternativa fra piacere e disperazione. Ah, mio caro, sono
felice di aver udito da te questa confessione. L'ho aspettata...
da allora, da quando tu abbandonasti il tuo maestro Narciso e
trovasti il coraggio di essere te stesso. Ora possiamo esser di
nuovo amici.
In quel momento parve a Boccadoro che la sua vita avesse
acquistato un senso, come se egli la guardasse dall'alto e ne
vedesse chiaramente le tre grandi tappe: la dipendenza da
Narciso, la liberazione - il periodo della vita libera e
vagabonda - e il ritorno, il riposo, L'inizio della maturità e
del raccolto.
La visione si dileguò. Ma egli aveva trovato finalmente con
Narciso il rapporto che gli conveniva, non più di dipendenza, ma
di libertà e di reciprocità. Poteva ormai essere ospite di
quello spirito superiore senza umiltà, poiché l'altro aveva
riconosciuto in lui il suo pari, il creatore. Mostrarsi a
Narciso, rendergli visibile nelle opere il proprio mondo
interiore era ormai il sogno che carezzava con gioia e desiderio
crescente durante quel viaggio. Ma talvolta gli venivano anche
degli scrupoli.
-- Narciso, -- ammoniva, -- io temo che tu non sappia chi porti
con te nel tuo convento. Io non sono un monaco e non voglio
nemmeno diventarlo. Conosco i tre grandi voti, e alla povertà mi
adatto volentieri, ma non amo né la castità né l'ubbidienza;
queste virtù non mi sembrano neppure veramente virili. E quanto
a religiosità, non è rimasto più nulla in me, da anni non mi
confesso, non prego e non mi comunico.
Narciso non si scompose. -- Si direbbe che sei diventato un
pagano. Ma per questo non abbiamo timori. Non c'è bisogno che tu
ti vanti più dei tuoi molti peccati. Hai condotto la solita vita
mondana, hai guardato i porci co-me il figliol prodigo, non sai
più che cosa siano la legge e l'ordine. Certo diventeresti un
pessimo
monaco,
ma
io
non
t'invito
affatto
a
entrare
nell'ordine; t'invito solo a essere nostro ospite e ad
allestirti una officina nel nostro convento. E un'altra cosa:
non dimenticare che allora, nei nostri anni d'adolescenza, fui
io a destarti e a lasciarti avventurare nella vita del mondo.
Bene o male che ne sia derivato, insieme con te sono
responsabile io. Voglio vedere quel che sei diventato; me lo
mostrerai nelle parole, nella vita, nelle tue opere. Quando
l'avrai mostrato, e qualora io riconoscessi che la nostra casa
non è luogo per te, sarò il primo a pregarti di lasciarla
un'altra volta.
Boccadoro era pieno d'ammirazione ogni volta che il suo amico
parlava così, che si mostrava nella sua funzione d'abate, con
quella sicurezza tranquilla e con quella sfumatura di scherno
per la gente e per la vita del mondo; perché allora gli si
rivelava quello che Narciso era diventato: un uomo. Un uomo
dello spirito senza dubbio e della Chiesa, dalle mani delicate e
dal volto di erudito, ma un uomo pieno di sicurezza e di
coraggio,
un
condottiero,
uno
che
assumeva
le
sue
responsabilità. Quest'uomo, Narciso, non era più il giovane
d'allora, non era più il dolce e fervido discepolo Giovanni, e
questo nuovo Narciso, virile e cavalleresco, Boccadoro voleva
rappresentare con le sue mani. Molte figure l'aspettavano:
Narciso, L'abate Daniele, il padre Anselmo, il maestro Nicola,
la bella Rebecca, la bella Agnese e tanti altri ancora, amici e
nemici, vivi e morti. No, egli non voleva diventare un frate, né
pio né erudito, voleva creare opere; e che l'asilo della sua
giovinezza diventasse l'asilo delle sue opere lo rendeva felice.
Cavalcavano nella frescura dell'autunno avanzato e, un mattino
che gli alberi brulli erano ricoperti di brina, attraversarono
un paese vasto e ondulato con paludi rossicce e deserte, le cui
lunghe linee di colli apparvero a Boccadoro come uno strano e
noto richiamo; venne un bosco d'alti frassini, e un torrente, e
un antico granaio, al-la cui vista il cuore di Boccadoro
cominciò a dolere di lieta ansietà; riconobbe i colli che un
giorno aveva per-corsi a cavallo con Lidia, la figlia del
cavaliere, e la landa che un giorno, scacciato e profondamente
triste, aveva attraversato allontanandosi sotto la neve fine.
Spuntarono i gruppi di ontani e il mulino e il castello; con
una strana sofferenza egli riconobbe la finestra dello studio in
cui allora, nei tempi leggendari della giovinezza, aveva udito
il cavaliere raccontare del suo pellegrinaggio ed aveva dovuto
correggergli il suo latino.
Entrarono nel cortile, era una delle stazioni prestabilite del
loro viaggio. Boccadoro pregò l'abate di non pronunciare il suo
nome in quel luogo e di lasciarlo mangiare insieme al
palafreniere con la servitù. Così avvenne.
Nessun vecchio cavaliere, nessuna Lidia c'era più, ma ancora
qualcuno dei cacciatori e dei servi, e nella casa viveva e
governava una bellissima, superba e dispotica gentildonna
Giulia, a fianco di un consorte. Ella appariva tuttora
meravigliosamente bella, bella e un pò cattiva: né da lei né
dalla servitù Boccadoro venne riconosciuto.
Dopo uno spuntino, nel crepuscolo sgattaiolò in giardino, guardò
di là dalla siepe le aiuole già invernali, s'avvicinò pian piano
alla porta della stalla e sbirciò i cavalli ch'eran dentro.
Dormì sulla paglia col palafreniere, e il peso dei ricordi gli
gravava sul petto; si destò più volte. Che vita smembrata e
infeconda aveva dietro di sé, ricca d'immagini splendide, ma
tutta in pezzi, così povera di valore, così povera d'amore! La
mattina partendo guardò su, ansioso, alle finestre, se per caso
non scorgesse ancora una volta Giulia. Così poco prima s'era
guardato attorno nel cortile del vescovado, per vedere se Agnese
si mostrasse ancora una volta. Ella non era comparsa e neppure
Giulia si mostrò più. Così era stata tutta la sua vita: prender
congedo, fuggire, esser dimenticato, rimanere a mani vuote e col
cuore gelato. Questa impressione lo seguì tutto il giorno; egli
non disse una parola, cu-po in sella, con la testa china.
Narciso lo lasciò stare.
Ormai s'avvicinavano alla meta e dopo qualche giorno la
raggiunsero. Poco prima che la torre e i tetti del convento
divenissero visibili, attraversarono quei maggesi sassosi,
dov'egli un giorno - oh, da quanto tempo! aveva cercato l'erba di san Giovanni per padre Anselmo, e la
zingara Lisa aveva fatto di lui un uomo. Finalmente entrarono
sotto il portone di Mariabronn e scesero da cavallo sotto il
castagno del mezzogiorno. Boccadoro sfiorò dolcemente il tronco
e si chinò verso uno dei ricci spinosi e spaccati, che giacevano
bruni e secchi sul terreno.
INDEX
CAPITOLO XVIII
I primi giorni Boccadoro abitò nel convento stesso, in una delle
celle per gli ospiti. Poi, dietro sua preghiera, fu alloggiato
in uno degli edifici d'amministrazione che circondavano il
grande cortile come una piazza del mercato, di fronte alla
fucina.
Il fascino delle cose che rivedeva lo prese con tanta violenza,
ch'egli stesso a volte se ne meravigliava. Nessuno lo conosceva
fuorch`é l'abate, nessuno sapeva chi fosse; gli uomini del
convento, frati e laici, vivevano in un ordine rigido e
laborioso e lo lasciavano in pace. Ma lo conoscevano gli alberi
del cortile, lo conoscevano i portali e le finestre, il mulino e
la sua ruota, le piastrelle dei corridoi, i roseti avvizziti nel
chiostro, i nidi delle cicogne sul granaio e sul refettorio. Da
ogni angolo gli alitava incontro dolce e commovente il passato,
la sua prima giovinezza; amore lo spingeva a rivedere tutto, a
risentire tutti i suoni, il rintocco del vespro e lo scampanio
domenicale, il gorgoglio dello scuro torrente del mulino fra gli
stretti argini muscosi, il rumore dei sandali sull'impiantito,
il tintinnio serale del mazzo di chiavi, quando il frate
portiere andava a chiudere. Accanto alle cu-nette di pietra, in
cui cadeva l'acqua piovana dal tetto del refettorio dei laici,
crescevano ancora le stesse piccole erbe, e il vecchio melo nel
giardino della fucina stendeva ancora i suoi grandi rami
contorti. Ma più di tutto lo commoveva la campanella della
scuola, la vista degli scolari quando nell'ora di ricreazione
scendevano le scale e si lanciavano schiamazzando nel cortile.
Com'erano giovani e sempliciotti e graziosi i loro visi
fanciulleschi... Era stato davvero anche lui così giovane, così
goffo, così grazioso e puerile?
Ma oltre a questo ben noto convento egli ne ritrovava uno quasi
sconosciuto; già nei primi giorni gli balzò all'occhio,
acquistò sempre più importanza per lui e solo a poco a poco si
congiunse con quello già conosciuto.
Poiché, se nulla di nuovo si era aggiunto, se tutto era rimasto
uguale come nei suoi anni di scuola, come cento e più anni
prima, egli non lo vedeva più con gli occhi dello scolaro.
Vedeva e sentiva le proporzioni degli edifici, le volte della
chiesa, le vecchie pitture, le statue di pietra e di legno sugli
altari, nei portali, e sebbene non vedesse nulla che non fosse
già stato al suo posto anche allora, solo ora capiva la bellezza
di queste cose e lo spirito che le aveva create. Vedeva l'antica
Madonna di pietra nella cappella superiore; anche da ragazzo gli
piaceva e l'aveva disegnata, ma solo ora la vedeva con occhi
svegli e s'accorgeva ch'era un opera meravigliosa, che anche col
suo migliore e più riuscito lavoro egli non avrebbe mai potuto
superare. E di queste cose meravigliose ce n'eran parecchie, e
ciascuna non stava a sé e non era un caso, ma proveniva dal
medesimo spirito e stava in mezzo alle vecchie mura, fra le
colonne e le volte, come nella sua dimora naturale. Quello che
in un paio di secoli era stato costruito, scolpito, dipinto,
vissuto, pensato e insegnato in quel luogo, era di un'origine
sola, di un solo spirito e s'accordava insieme come i rami di un
albero.
In mezzo a questo mondo, a questa unità potente e tranquilla,
Boccadoro si sentiva molto piccolo, sopra tutto quando vedeva
l'abate Giovanni, il suo amico Narciso, governare e regnare in
quell'ordine grandioso e pur placido e sereno. Per quanta
differenza di persona ci fosse fra il dotto abate Giovanni dalle
labbra sottili e il semplice bonario abate Daniele, ciascuno di
loro serviva però la stessa unità, lo stesso pensiero, lo stesso
ordine, e da questo otteneva la sua dignità, a questo
sacrificava la sua persona. Ciò li rendeva simili, come l'abito
che vestiva entrambi.
In mezzo a questo suo convento Narciso diventava agli occhi di
Boccadoro di una grandezza inquietante, quantunque il suo
atteggiamento verso di lui fosse quello di un buon camerata e di
un ospite cordiale. Ben presto Boccadoro non osava quasi più
dargli del tu e chiamarlo " Narciso ".
-- Senti, abate Giovanni, -- gli disse una volta, -- a poco a
poco dovrò pure abituarmi al tuo nuovo nome.
Debbo dirti che qui da voi mi trovo benissimo, avrei quasi
voglia di farti una confessione generale e di pregarti, dopo la
penitenza, d'accogliermi come frate laico. Ma ve-di, allora la
nostra amicizia sarebbe finita, tu saresti l'abate e io il frate
laico. D'altra parte vivere così accanto a te e vedere il tuo
lavoro e non essere e non fare nulla io stesso, è cosa che non
sopporto più a lungo. Vorrei lavorare anch'io e mostrarti quello
che sono e che so fare, affinché tu possa vedere se è valsa la
pena di salvarmi dalla forca.
-- Questo mi fa piacere, -- disse Narciso formulando le sue
parole con più precisione ancora del solito. -Puoi cominciare quando vuoi ad allestirti la tua officina io
darò subito ordine al fabbro e al falegname di mettersi a tua
disposizione. Serviti pure di tutto il materiale di lavoro che
si può raccogliere qui sul posto. Per quello che bisogna far
venire da fuori a mezzo dei carrettieri, prepara una lista. E
ora ascolta quello che io penso di te e delle tue intenzioni.
Devi concedermi un pò di tempo per esprimermi: io sono un
erudito e vorrei tentare di presentarti la cosa coi mezzi che mi
offre il mio mondo di pensiero non ho altro linguaggio che
questo. Dunque seguimi ancora una volta, come facevi con tanta
pazienza quando eri ragazzo.
--Tenterò di seguirti. Parla pure.
--Ricordati che già ai nostri tempi di scuola io ti dissi più
volte che ti ritenevo un artista. Allora mi pareva che tu
potessi diventare un poeta; avevi nel leggere e nello scrivere
una certa avversione per i concetti astratti e prediligevi nel
linguaggio le parole e i suoni che avevano qualità poetiche
sensibili, parole dunque con cui ci si potesse rappresentare
qualche cosa.
Boccadoro interruppe: --Scusa, ma i concetti e le astrazioni
che tu preferisci non sono anch'essi rappresentazioni, immagini?
o per pensare ti occorrono e ti piacciono proprio le parole con
cui non ci si può rappresentare nulla? Si può forse pensare
senza rappresentarsi qualche cosa?
-- Fai bene a domandare! Ma certo si può pensare senza
rappresentazioni! Il pensiero non ha proprio nulla a che fare
con le rappresentazioni. Esso non si compie in immagini, ma in
concetti e in forme. Proprio là dove cessano le immagini
comincia la filosofia. Questo era appunto l'oggetto delle nostre
dispute frequenti, quando eravamo giovani: per te il mondo
consisteva d'immagini, per me di concetti. Ti dissi sempre che
non eri fatto per diventare un pensatore, ma aggiunsi anche che
questa non era una deficienza, che in compenso tu eri un
dominatore nel campo delle immagini. Stà attento, ti spiegherò.
Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un
pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cioè
diventato un mistico. I mistici sono, per dirla in breve e un pò
grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle
rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono
artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello
musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e
altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini
infelici. Tu avresti potuto diventare uno di questi. Invece,
grazie a Dio, sei diventato un artista, padrone del mondo delle
immagini, dove puoi essere creatore e signore, mentre come
pensatore saresti rimasto ad un grado d'insufficienza.
--Temo, -- disse Boccadoro, --che non riuscirò mai a farmi
un'idea del tuo mondo di pensiero, dove si pensa senza immagini.
--Ma sì, ci riuscirai subito. Ascolta: il pensatore cerca di
conoscere e di rappresentare l'essenza del mondo con la logica.
Egli sa che il nostro intelletto e il suo strumento, la logica,
sono imperfetti, così come un artista intelligente sa benissimo
che i suoi pennelli o scalpelli non potranno mai esprimere
perfettamente l'essenza radiosa di un angelo o di un santo.
Tuttavia tentano entrambi, il pensatore come l'artista, a loro
modo. Non possono e non debbono fare altrimenti. Perché quando
un uomo cerca di attuarsi con le doti che la natura gli ha date,
fa ciò che può fare di più alto ed esclusivamente assennato.
Perciò una volta ti ripetevo sempre: non cercar d'imitare il
pensatore o l'asceta, ma sii te stesso, cerca di attuare te
stesso!
--Ti capisco così a metà. Ma che cosa significa propriamente:
attuarsi?
-- E un concetto filosofico, non posso esprimerlo altrimenti.
Per noi scolari di Aristotele e di san Tomaso il più alto di
tutti i concetti è: L'essere perfetto. L'essere perfetto è Dio.
Tutto quello che c'è d'altro è solo a mezzo, è parziale, è in
divenire, è mescolato, consiste di possibilità.
Dio invece non è eterogeneo, è una cosa sola, non ha
possibilità, è tutto realtà. Ma noi siamo transitori, noi siamo
esseri che divengono, noi siamo possibilità, per noi non c'è
perfezione, non c'è l'essere completo. Quando però pro-cediamo
dalla potenza all'azione, dalla possibilità all'attuazione,
partecipiamo al vero essere, siamo di un grado più simili al
perfetto e al divino. Questo significa: attuarsi. Tu devi
conoscere questo processo dalla tua propria esperienza. Tu sei
artista e hai creato più di una statua.
Quando una di queste figure ti è veramente riuscita, quando tu
hai liberato l'immagine di un uomo dalle contingenze e l'hai
ridotta ad una forma pura, allora tu hai, come artista, attuato
quell'immagine umana.
-- Ho capito.
--Tu mi vedi, o amico Boccadoro, in un luogo e in un ufficio, in
cui è reso facile in certo modo alla mia natura attuarsi. Mi
vedi vivere in una comunità e in una tradizione, che mi
corrispondono e mi aiutano. Un convento non è un paradiso, è
pieno d'imperfezione, tuttavia una vita claustrale condotta
decorosamente è per uomini della mia indole infinitamente più
feconda di progresso che non la vita mondana. Non voglio parlare
del lato morale, ma anche solo praticamente il pensiero puro,
che io ho il compito di esercitare e d'insegnare, richiede una
certa protezione dal mondo. Quindi per me, qui nella nostra
casa, è stato molto più facile attuarmi di quello che non sia
stato per te. Che malgrado ciò tu abbia trovato una via e sia
diventato un artista, suscita tutta la mia ammirazione. Perché
il tuo cammino è stato ben più difficile.
Boccadoro arrossì d'imbarazzo per quella lode, ed anche di
gioia. Per sviare il discorso, interruppe l'amico: --La maggior
parte di quello che volevi dire sono riuscito a capirlo. Ma una
cosa ancora non mi vuol entrare in testa: quello che tu chiami "
il pensiero puro " il tuo così detto pensare senza immagini e
operare con parole.
con cui non si può rappresentarsi nulla.
-- Bene, puoi spiegartelo con un esempio. Pensa alla matematica!
Quali rappresentazioni contengono i numeri? O i segni pie meno?
Che immagini contiene un'equazione? Nessuna! Quando tu risolvi
un problema aritmetico o algebrico, non ti aiuta nessuna
rappresentazione, tu eseguisci un compito formale entro forme di
pensiero che hai apprese.
-- E vero, Narciso. Se mi scrivi davanti una serie di numeri e
di segni, io posso cavarmela senza nessuna rappresentazione,
posso lasciarmi guidare dal pie dal me-no, dai quadrati, dalle
parentesi e così via, e posso risolvere il problema. Cioè: lo
potevo una volta, oggi non ne sarei più capace. Ma non posso
immaginarmi che il risolvere simili problemi formali abbia altro
valore che quello di un'esercitazione intellettuale per scolari.
Imparare a calcolare è una bellissima cosa. Ma mi parrebbe
assurdo e puerile che un uomo passasse la sua vita chino sopra
simili problemi aritmetici, a coprire eternamente la carta di
serie numeriche.
--T'inganni,
Boccadoro.
Tu
immagini
che
questo
zelante
calcolatore risolva sempre nuovi problemi scolastici, impostigli
da un maestro. Ma egli può porsi i problemi anche da sé, essi
possono sorgere in lui come forze impellenti. Bisogna aver
calcolato e misurato matematica-mente più di uno spazio reale e
fittizio, prima che ci si possa arrischiare come pensatori al
problema dello spazio.
--Va bene. Ma anche il problema dello spazio, come puro problema
di pensiero, non mi sembra in realtà l'oggetto intorno a cui un
uomo debba prodigare il suo lavoro e i suoi anni. La parola "
spazio " per me non è nulla, non è degna di un pensiero, fin che
io non mi rap-presento con essa uno spazio reale, per esempio lo
spazio stellato; osservare e misurare questo mi pare senza
dubbio un compito non indegno.
Narciso interruppe sorridendo: -- Tu vuoi dire che non tieni
alcun conto del pensiero, bensì dell'applicazione del pensiero
al mondo pratico e visibile. Ti posso rispondere: le occasioni
di applicare il nostro pensiero e la volontà di farlo non
mancano affatto. Il pensatore Narciso, ad esempio, ha applicato
cento volte i risultati del suo pensiero, tanto sul suo amico
Boccadoro, quanto su ciascuno dei suoi monaci, e lo fa ad ogni
ora. Ma come potrebbe " applicare " qualche cosa, se non
l'avesse prima imparata ed esercitata? Anche l'artista esercita
continuamente il suo occhio e la sua fantasia, e noi approviamo
tale esercizio, anche se questo non rivela i suoi effetti che in
poche opere reali. Tu non puoi disprezzare il pensiero come tale
ed approvare la sua " applicazione "!
La contraddizione è chiara. Dunque lasciami pensare in pace e
giudica il mio pensiero dai suoi effetti, così come io
giudicherò la tua arte dalle tue opere. Tu ora sei inquieto ed
eccitato, perché fra te e le tue opere ci sono ancora degli
ostacoli. Allontanali, cercati o fabbricati un'officina e
mettiti al lavoro! Molti problemi si risolveranno allora da sé.
Boccadoro non desiderava niente di meglio.
Trovò un locale accanto al portone del cortile, che in quel
momento era vuoto e s'adattava bene ad officina. Ordinò al
falegname una tavola da disegno e altri arnesi, di cui gli diede
lo schizzo preciso. Stese una lista degli oggetti che i
carrettieri del convento dovevano portargli a poco a poco dalle
città vicine, una lunga lista. Esaminò dal falegname e nel bosco
tutte le provviste di legna tagliata e scelse per sé alcuni
pezzi, che fece portare l'uno dopo l'altro nel prato dietro le
sua officina, dove li collocò all'asciutto, costruendovi sopra
con le proprie mani una tettoia. Ebbe poi molto da fare anche
col fabbro, il cui figliolo, un giovane sognatore, fu da lui
affascinato e conquistato. Con lui passava mezze giornate alla
fucina, all'incudine, al trogolo per tuffare il ferro rovente,
all'affilatoio; là mettevano tutti i coltelli da intaglio,
curvi e diritti, gli scalpelli, i succhielli e i raschietti,
ch'egli adoperava per la lavorazione del legno.
Eric, il figlio del fabbro, giovane di circa vent'anni, divenne
l'amico di Boccadoro, lo aiutava dappertutto, pieno di fervido
interesse e di curiosità. Boccadoro gli promise d'insegnargli a
sonare il liuto, cosa ch'egli desiderava vivamente, poi gli
avrebbe fatto provare anche l'intaglio.
Quando talvolta, nel convento e accanto a Narciso, Boccadoro si
sentiva inutile e oppresso, poteva rianimarsi con Eric, che lo
amava timidamente ed aveva per lui una venerazione infinita.
Spesso Eric lo pregava di raccontargli di maestro Nicola e della
città vescovile; qualche volta Boccadoro lo faceva volentieri e
poi si meravigliava a un tratto di trovarsi lì seduto, come un
vecchio, a raccontare di viaggi e di vicende del passato, mentre
la sua vita doveva cominciare proprio allora.
Nessuno poteva accorgersi che negli ultimi tempi egli era
profondamente mutato e invecchiato oltre i suoi an-ni: non
l'avevano conosciuto prima. Le miserie della vita instabile ed
errabonda l'avevano forse già logorato, ma poi la pestilenza e i
suoi molti orrori e infine la prigionia nel castello del conte
e quella notte orrenda nella cantina lo avevano scosso nelle
fibre più intime, lasciando qualche traccia: peli grigi nella
barba bionda, rughe sottili sul volto, periodi d'insonnia, e a
volte in fondo al cuore una certa stanchezza, un illanguidimento
del piacere e della curiosità, un senso grigio e tiepido di
sazietà.
Nei preparativi del lavoro, nelle conversazioni con Eric nel
trafficare dal fabbro e dal falegname, si sgelava, si animava;
tutti lo ammiravano e gli volevano bene, ma fra una attività e
l'altra non di rado rimaneva seduto per mezz'ore e per ore
intere, stanco, sorridente e trasognato, in preda all'apatia e
all'indifferenza.
Una questione molto importante per lui era con quale soggetto
dovesse cominciare il suo lavoro. La prima opera che voleva
eseguire, con la quale intendeva pagare l'ospitalità del
convento, non doveva essere un'opera casuale da esporsi in un
luogo qualsiasi per curiosità, doveva, co-me le antiche opere
del convento, diventare una parte della sua costruzione e della
sua vita. Gli sarebbe piaciuto sopra tutto fare un altare o
anche un pulpito, ma non ce n'era né il bisogno né il posto.
Trovò invece dell'altro. Nel refettorio dei padri c'era una
nicchia elevata, in cui, durante i pasti, soleva leggere un
frate giovane. Questa nicchia non aveva ornamenti. Boccadoro
decise di rivestire l'accesso al leggio e il leggio stesso di
una decorazione in legno simile a quella di un pulpito, con
figure a bassorilievo e alcune quasi isolate. Comunicò il
progetto all'abate, che lo approvò e mostrò di gradirlo molto.
Quando finalmente il lavoro poté cominciare - cadeva la neve ed
era già passato Natale-la vita di Boccadoro prese un nuovo
aspetto. Per il convento era come scomparso, nessuno lo vedeva
più, non aspettava più la schiera degli scolari alla fine delle
lezioni, non vagava più nel bosco, non camminava più nel
chiostro. Prendeva i suoi pasti dal mugnaio, che non era più
quello ch'egli era andato a trovare tante volte da ragazzo. E
nella sua officina non lasciava entrare nessuno, fuorché il suo
aiutante Eric; e anche questi in certi giorni non gli sentiva
dire una parola.
Per la sua prima opera, la tribuna per i lettori, aveva
escogitato dopo lunghe riflessioni questo progetto: delle due
parti che la costituivano, L'una doveva rappresentare il mondo,
L'altra la parola divina. La parte inferiore, la scala, che
usciva da un forte tronco di quercia e girava intorno ad esso,
doveva rappresentare la creazione, immagini della natura e della
semplice vita dei patriarchi. La parte superiore, il parapetto,
avrebbe portato le statue dei quattro evangelisti. A uno di
questi voleva dare la figura del defunto abate Daniele, a un
altro quella del defunto padre Martino, suo successore, e nella
figura di Luca voleva immortalare il suo maestro Nicola.
S'imbatté in gravi difficoltà, più gravi di quanto non avesse
pensato.
Gli
diedero
preoccupazioni,
ma
erano
dolci
preoccupazioni. Egli faceva la corte alla sua opera con
disperato entusiasmo, come a una donna ritrosa, lottava con
essa, ora irritato ed ora tenero, come un pescatore all'amo
lotta con un gran luccio; ogni ostacolo lo ammaestrava e
affinava i suoi sensi. Dimenticò tutto il resto, dimenticò il
convento, dimenticò quasi Narciso. Questi veniva qualche volta a
trovarlo, ma egli non gli mostrava che disegni.
In compenso Boccadoro lo sorprese un giorno col pregarlo di
voler ascoltare la sua confessione.
--Non mi son saputo decidere finora, --disse,--mi sembrava di
essere troppo piccino, mi sentivo già abbastanza umiliato
davanti a te. Ora va meglio, ora ho il mio lavoro e non sono più
una nullità. E dal momento che vi-vo in un convento, vorrei
conformarmi all'ordine.
Si sentiva all'altezza dell'ora e non voleva aspettare più a
lungo. Nella vita contemplativa delle prime settimane, nel
rivedere e nel ricordare tutte le cose della sua gioventù, e
anche nei racconti che Eric gli chiedeva, la visione della sua
vita passata aveva acquistato un certo ordine e una certa
chiarezza.
Narciso lo accolse alla confessione senz'alcuna solennità: essa
durò circa due ore. L'abate ascoltò con volto impassibile le
avventure, le sofferenze, le colpe del suo amico; pose diverse
domande, non interruppe mai e ascoltò impassibile anche quella
parte della confessione, in cui Boccadoro dichiarava la
scomparsa della sua fede nella giustizia e nella bontà di Dio.
Fu colpito da parecchie confessioni del penitente; vedeva
com'egli era stato scosso e spaventato, come talvolta era stato
vicino alla perdi-zione. Poi doveva tornar a sorridere, commosso
dall'ingenuità dell'amico rimasto fanciullo, poiché lo trovava
preoccupato e pentito per certi pensieri irreligiosi, che in
confronto ai suoi propri dubbi e agli abissi del suo pensiero
erano veramente innocenti.
Con meraviglia, anzi con delusione di Boccadoro, il confessore
non attribuì una gravità eccessiva ai suoi peccati veri e
propri, lo ammonì e lo punì invece senza indulgenza per aver
trascurato di pregare, di confessarsi e di comunicarsi. Gli
impose come penitenza di vivere ca-sto e moderato per quattro
settimane prima di ricevere la comunione, di ascoltare ogni
mattina la prima messa e di recitare ogni sera tre Pater noster
e un inno a Maria.
Poi gli disse: --Ti ammonisco e ti prego di non prendere alla
leggera questa penitenza. Non so se tu conosca ancora
esattamente il testo della messa. Devi seguirlo parola per
parola e abbandonarti tutto al suo significato. Oggi stesso
reciterò con te il Pater noster e alcuni inni e ti accennerò a
quali parole e a quali significati tu debba rivolgere
particolarmente la tua attenzione. Non devi pronunciare e
ascoltare le parole sacre come si pronunciano e si ascoltano le
parole umane. Ogni volta che ti sorprendi a ripetere quelle
parole come un organetto, e ciò avverrà più spesso di quel che
tu non creda, ricordati di questa ora e del mio ammonimento,
ricomincia da capo e recitale e falle entrare nel tuo cuore come
io t'indicherò.
Fosse un caso fortunato, o avesse la psicologia dell'abate tanta
profondità, fatto sta che da questa confessione e da questa
penitenza derivò per Boccadoro un periodo di soddisfazione e di
pace, che lo rese profondamente felice. Fra le tensioni, le
preoccupazioni e le soddisfazioni del suo lavoro, ogni mattina
ed ogni sera, nei facili esercizi spirituali ch'eseguiva
coscienziosamente, egli si sentiva liberato dalle agitazioni
della giornata e rinviato con tutto il suo essere a un ordine
superiore, che lo strappava alla pericolosa solitudine di colui
che crea, facendolo rientrare qual figlio nel regno di Dio. Se a
superare la lotta per la creazione della sua opera egli doveva
esser solo e ad essa doveva dare tutta la passione dei suoi
sensi e della sua anima, L'ora della devozione lo riconduceva
sempre ad uno stato d'innocenza. Durante il lavoro fumava spesso
per ira e per impazienza, a volte si estasiava fino alla
voluttà, ma negli esercizi di pietà si tuffava come in un'acqua
fresca
e
profonda,
che
gli
lavava
via
l'orgoglio
dell'entusiasmo come pure l'orgoglio della disperazione.
Non sempre riusciva. Talvolta alla sera, dopo ore di lavoro
febbrile, non trovava la quiete e il raccoglimento, dimenticava
gli esercizi, e spesso, quando si sforzava di concentrarsi, lo
impediva e lo tormentava il pensiero che in fin dei conti il
recitar preghiere era un affannarsi puerile per un Dio che non
esisteva affatto, o che per lo me-no non poteva aiutarlo. Se ne
dolse con l'amico.
--Continua,--disse Narciso; --hai promesso e devi mantenere. Non
devi star a pensar se Dio ascolta la tua preghiera, o se il Dio
che ti piace di raffigurarti esista o meno. Non devi neppure
preoccuparti se le tue pratiche siano puerili. In confronto di
colui al quale si rivolgono le nostre preghiere, tutte le nostre
azioni sono puerili. Tu devi assolutamente inibirti durante
l'esercizio questi sciocchi pensieri da bambino. Devi recitare
il tuo Pater noster e il tuo inno a Maria abbandonandoti tutto
alle loro parole e riempiendoti di esse, così come, quando canti
o suoni il liuto, non insegui nessun saggio pensiero, nessuna
speculazione, ma eseguisci una nota e un movimento dopo l'altro
con la maggior purezza e perfezione possibili. Mentre si canta,
non si pensa se il canto sia utile o no: si canta. Così devi
pregare.
E di nuovo riusciva. Di nuovo il suo " io " teso e avido si
smorzava nell'ordine immenso, di nuovo le parole venerabili
passavano su di lui e attraverso lui come stelle
L'abate notò con grande soddisfazione che Boccadoro, scaduto il
termine del periodo di penitenza e ricevuti i Sacramenti,
continuò per settimane e mesi i suoi esercizi quotidiani Intanto
la sua opera procedeva. Dal sostegno massiccio della scala a
chiocciola usciva un piccolo mondo di figure, di piante, di
animali e di uomini, nel centro un padre Noè fra pampini e
grappoli, un libro illustrato, un inno di gloria alla creazione
e alla sua bellezza, libero nel gioco artistico, ma guidato da
un ordine e da una disciplina segreta. Durante tutti quei mesi
nessuno vide l'opera fuorché Eric, che aveva il permesso di dare
una mano e non carezzava altro pensiero di quello di poter
dlventare un artista. In certi giorni neppure a lui era lecito
entrare nell'officina. Altre volte invece Boccadoro si occupava
di lui, gl'insegnava, lo lasciava provare, lieto di avere un
fedele e uno scolaro. Quando l'opera fosse terminata e riuscita,
pensava di richiedere il giovane a suo padre e d'istruirlo come
assistente fisso.
Alle figure degli evangelisti lavorava nei suoi giorni migliori,
quando tutto era in armonia e nessun dubbio l'oscurava. La
figura che gli pareva riuscisse meglio era quella a cui dava I
tratti dell'abate Daniele; L'amava molto, dal viso di essa
raggiava innocenza e bontà. Della figura di maestro Nicola era
meno soddisfatto, quantunque Eric l'ammirasse più delle altre.
Essa rivelava dissidio e tristezza, sembrava piena d'alti
progetti di creazione e insieme di una disperata certezza della
vanità d'ogni creazione, piena di rimpianto per un'unità e
un'innocenza perdute.
Quando l'abate Daniele fu terminato, Boccadoro ordinò ad Eric di
far pulizia nell'officina. Velò di panni il resto dell'opera e
mise in luce solo quella figura. Poi andò da Narciso, ed essendo
questi occupato aspettò pazientemente fino al giorno dopo.
Nell'ora del mezzodì condusse l'amico nella sua officina davanti
alla statua.
Narciso ristette e contemplò. Contemplò senza fretta, con
l'attenzione e la cura dello scienziato. Boccadoro stava dietro
di lui, in silenzio, e cercava di dominare il tumulto del suo
cuore. "Oh," pensò, "se ora uno di noi non regge alla prova, è
un gran male. Se la mia opera non è abbastanza buona o se egli
non sa comprenderla, tutto il mio lavoro qui ha perduto il suo
valore. Avrei dovuto aspettare ancora."
I minuti gli parevano ore; pensò a quella volta che maestro
Nicola aveva tenuto in mano il suo primo disegno.
Strinse l'una contro l'altra le mani umide e ardenti di
tensione.
Narciso si voltò verso di lui, e subito egli si sentì liberato.
Vide nel volto affilato dell'amico rifiorire qualcosa, che non
vi fioriva più dagli anni della fanciullezza: un sorriso, un
sorriso quasi timido in quel volto tutto spirito e volontà, un
sorriso d'amore e d'abbandono, una scintilla, come se la
solitudine e la fierezza di quel volto fossero per un istante
squarciate e da esso non trasparisse più altro che un cuore
pieno d'amore.
--Boccadoro,--disse Narciso pianissimo, pesando anche in quel
momento le parole, --tu non ti aspetti certo da me che diventi a
un tratto un conoscitore d'arte. Non lo sono, lo sai. Della tua
arte non saprei dire nulla, che non ti sembri ridicolo. Ma
lasciami
dirti
una
cosa
sola:
alla
prima
occhiata
ho
riconosciuto in questo apostolo il nostro abate Daniele, e non
lui soltanto, ma anche tutto quello ch'egli allora rappresentava
per noi: la dignità, la bontà, la semplicità. Come il povero
padre Daniele stava davanti alla nostra venerazione giovanile,
così egli sta ancora qui davanti a me e con lui tutto ciò che
allora ci era sacro e ciò che ci rende indimenticabile
quell'epoca.
Con questa visione tu mi hai fatto un gran dono, amico mio: non
soltanto mi hai reso il nostro abate Daniele, mi hai rivelato
per la prima volta tutto te stesso. Ora so chi sei. Non ne
parliamo più, non ne ho il diritto. O Boccadoro benedetta
quest'ora!
Nel grande locale si fece silenzio. Boccadoro vide che il suo
amico era commosso in fondo al cuore. Un imbarazzo gli strozzava
il respiro.
-- Bene, -- disse brevemente, -- sono contento. Ma, forse, è ora
che tu vada a tavola.
INDEX
CAPITOLO XIX
Boccadoro lavorò a quell'opera due anni, e nel secondo anno Eric
gli fu affidato come vero e proprio scolaro Nell' intaglio della
scala Boccadoro compose un piccolo paradiso, raffigurò con
intenso piacere un delizioso groviglio d'alberi, di foglie e
d'erbe, con uccelli fra i rami, e da ogni parte sbucavano teste
e corpi di animali. In mezzo a questo placido, rigoglioso
giardino primordiale rappresento alcune scene della vita dei
patriarchi.
Di
rado
questa
solerte
attività
subiva
un'interruzione. Di rado veniva un giorno, in cui il lavoro gli
era impossibile, in cui un senso d'inquietudine e di sazietà
glielo rendeva fastidioso.
Allora assegnava un compito allo scolaro e faceva una
passeggiata o una cavalcata in campagna, respirando nel bosco il
profumo che gli ricordava la libertà e la vita vagabonda;
cercava qua o là una ragazza di contadini, o andava a caccia e
se ne stava per ore e ore coricato nel verde, fissando la volta
formata dalle chiome degli alberi o il rigoglio selvaggio delle
felci e delle ginestre. Non rimaneva mai lontano più d'un giorno
o due. Poi ritornava all’opera con nuova passione, intagliava
con voluttà le piante che germogliavan rigogliose sotto le sue
dita ricavava dal legno con mano lieve e delicata le teste
umane scolpiva una bocca dal taglio vigoroso, un occhio, una
barba crespa. Oltre a Eric, solo Narciso conosceva l'opera e
veniva spesso nell'officina, che qualche volta diventava per lui
il luogo più gradito del convento. Osservava con gioia e
stupore. Lì fioriva quello che l'amico aveva portato un giorno
nel suo inquieto e fiero cuore di fanciullo, cresceva e fioriva
una creazione, un piccolo mondo zampillante: un gioco forse, ma
certo non meno buono del gioco della logica, della grammatica e
della teologia.
Una volta Narciso disse pensieroso: -- Imparo molto da te,
Boccadoro. Comincio a comprendere che cos'è l'arte.
Prima mi pareva che, in confronto col pensiero e con la scienza,
non fosse da prendere troppo sul serio. Pensavo press'a poco
così: poiché l'uomo è una dubbia mescolanza di spirito e di
materia,
poiché
lo
spirito
gli
schiude
la
conoscenza
dell'eterno, mentre la materia lo trascina in basso e lo
incatena a ciò ch'è transitorio, egli dovrebbe cercare di
staccarsi dai sensi e di entrare nel mondo spirituale, per
elevare la sua vita e darle un significato. Affermavo bensì di
apprezzare altamente l'arte, per consuetudine, ma in realtà ero
superbo e la guardavo dall'alto in basso. Ora soltanto vedo
quante vie ci sono per giungere alla conoscenza, e quella dello
spirito non è l'unica e forse neppur la migliore. E la mia vita,
certo: e rimarrò in essa. Ma ti vedo per la via opposta, la via
dei
sensi,
cogliere
il
mistero
dell'essere
altrettanto
profondamente, ed esprimerlo con molta più vivezza di quel che
lo possano la maggior parte dei pensatori.
--Capisci ora,--disse Boccadoro,--che io non posso intendere che
cosa significhi pensare senza rappresentazioni.
-- L'ho capito da un pezzo. Il nostro pensare è un continuo
astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di
costruzione d'un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel
cuore ciò che vi è di più instabile e mortale e riveli il senso
del mondo proprio in quello ch'è transitorio. Tu non prescindi
da questo, ti dai tutto ad esso, e per questa tua dedizione esso
diventa ciò che vi è di più alto: il simbolo dell'eterno. Noi
pensatori cerchiamo di avvicinarci a Dio staccando il mondo da
lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione.
Sono entrambe opere umane e inadeguate, ma l'arte è più
innocente.
--Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi però mi pare
riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi dalla
disperazione. Io non t'invidio più da un pezzo, amico mio, per
la tua scienza, ma t'invidio per la tua tranquillità, per la tua
equanimità, per la tua pace.
--Non dovresti invidiarmi, Boccadoro. Non c'è una pa-ce così
come tu la intendi. C'è la pace, senza dubbio, ma non una pace
che alberghi durevolmente in noi e non ci
abbandoni più. C'è solo una pace che si conquista continuamente
con lotte senza tregua, e tale conquista dev'essere rinnovata
giorno per giorno. Tu non mi vedi lottare, non conosci le mie
battaglie nello studio e neppur quelle nella cella delle
preghiere. E bene che tu non le conosca.
Tu vedi solo che io sono soggetto meno di te agli umori
variabili e credi che ciò sia pace. Ma è lotta, è lotta e
sacrificio, come ogni vera vita, come anche la tua.
--Non discutiamo. Neppur tu vedi tutte le mie lotte.
E non so se puoi capire quello che io sento in cuore al-L'idea
che presto quest'opera sarà finita. La si porta via, la si mette
a posto, mi si fa qualche elogio, e poi io ritorno in
un'officina vuota e nuda, triste per tutto quello che nella mia
opera non mi è riuscito e che voialtri non potete affatto
vedere; e la mia anima è vuota e spogliata, come l'officina.
--Può darsi, -- disse Narciso, -- e nessuno di noi è in grado di
comprendere l'altro sinc in fondo. Ma questo hanno in comune
tutti gli uomini di buona volontà: che le nostre opere finiscono
per lasciarci umiliati, che dobbiamo sempre ricominciare da
capo, che l'offerta dev'essere rinnovata.
Qualche settimana dopo il grande lavoro di Boccadoro era finito
e posto in opera. Si ripeté quello che già gli era toccato tanto
tempo prima: la sua opera passò in possesso degli altri, fu
contemplata, giudicata, lodata, egli ricevette encomi e onori;
ma il suo cuore e la sua officina rimasero vuoti; non sapeva più
se l'opera valesse il sacrificio. Il giorno dello scoprimento
era invitato a tavola dai padri: c'era banchetto, festeggiato
col vino più vecchio del convento. Boccadoro inghiottì il buon
pesce e la selvaggina, e più del vin vecchio lo riscaldarono
l'interessamento e la gioia con cui Narciso salutò la sua opera
e gli onori che gli furono tributati.
Un nuovo lavoro desiderato e ordinato dall'abate era già
abbozzato, un altare per la cappella di Maria a Neu-zell, che
apparteneva al convento e dove officiava un padre di Mariabronn.
Per questo altare Boccadoro voleva fare una statua di Maria e
immortalare in essa una delle figure indimenticabili della sua
giovinezza, Lidia, la bella e timorosa figlia del cavaliere. Nel
resto quest'incarico non aveva molta importanza per lui, ma gli
sembrava l'occasione buona per far fare a Eric la sua prova di
aiutante. Se Eric si mostrava all'altezza del compito, egli
avrebbe avuto in lui per sempre un buon collaboratore, il quale
poteva sostituirlo e lasciarlo libero per quei lavori che soli
gli stavano ancora a cuore. Scelse con Eric il legname per
l'altare e glielo fece preparare. Spesso Boccadoro lo lasciava
solo, aveva ripreso il suo girovagare e le lunghe passeggiate
nei boschi; una volta che rimase via parecchi giorni Eric ne
informò l'abate e anche questi temette un poco che Boccadoro
potesse essersene andato per sempre. Ma ritornò, lavorò una
settimana alla figura di Lidia, poi ricominciò a vagare.
Era preoccupato; da quando aveva terminato il grande lavoro, la
sua vita era in disordine: trascurava la prima messa, si sentiva
profondamente inquieto e scontento. Pensava molto a maestro
Nicola, e se egli stesso non sarebbe diventato presto come lui,
diligente e virtuoso e abile, ma non più libero, non più
giovane. Una piccola avventura recente gli aveva dato da
pensare. Nelle sue scorri-bande aveva trovato una giovane
contadina di nome Francesca, che gli piaceva molto, e si era
dato ogni pena per ammaliarla, usando tutte le sue antiche arti
di seduzione.
La ragazza ascoltava volentieri le sue chiacchiere, rideva
divertita ai suoi scherzi, ma respingeva le sue seduzioni, e per
la prima volta egli sentì che a una donna giovane egli appariva
vecchio. Non ci era andato più, ma non aveva dimenticato.
Francesca aveva ragione; era diventato un altro, lo sentiva egli
stesso; e non erano quei pochi capelli precocemente grigi e quel
pò di rughe intorno agli occhi, era qualcosa di più nel suo
essere, nel suo animo; si sentiva vecchio, si sentiva divenuto
simile in modo inquietante a maestro Nicola. Osservava se stesso
sdegnosamente e scrollava le spalle con disprezzo aveva perduto
la libertà, era diventato sedentario: non più aquila e lepre, ma
animale domestico. Quando girovagava, più che nuovi cammini e
nuova libertà cercava il profumo del passato, il ricordo delle
sue peregrinazioni d'un tempo; la sua ricerca era piena di
nostalgia e di diffidenza, come l'annusar di un cane in cerca di
una traccia perduta. E
quando era stato fuori un giorno o due ed era andato un poco a
zonzo in vacanza, un impulso irresistibile lo richiamava
indietro, la coscienza lo rimordeva, sentiva che l'officina
l'aspettava, ch'egli aveva una responsabilità per l'altare
cominciato, per il legno preparato, per l'aiutante Eric.
Non era più libero, non era più giovane. Fece allora un fermo
proponimento: quando fosse terminata la Lidia-Maria avrebbe
intrapreso un viaggio, avrebbe ritentato la vita del vagabondo.
Non era bene vivere così a lungo in un convento, e con soli
uomini. Per monaci poteva esser bene, ma non per lui. Con gli
uomini si potevano fare discorsi belli e saggi; essi avevano
comprensione per il lavoro di un artista; ma tutto il resto, le
chiacchiere, le tenerezze, il gioco, L'amore, il beato ozio
senza pensieri tutto questo non prosperava fra gli uomini; per
questo ci volevano donne, vita all'aperto senza meta, e sempre
nuove immagini. Tutto lì intorno a lui era un poco grigio e
serio, un poco grave e maschile, ed egli aveva subito il
contagio, gli era penetrato nel sangue.
Il pensiero del viaggio lo consolava, attendeva brava-mente al
suo lavoro per esser libero più presto. E mentre a poco a poco
la figura di Lidia gli usciva dal legno, mentre dalle nobili
ginocchia di quella egli faceva scendere le pieghe severe della
veste, lo rapiva una gioia intima e dolorosa, si sentiva
malinconicamente innamorato di quell'immagine, di quella bella e
timida figura di fanciulla, del ricordo d'allora, del suo primo
amore, dei suoi primi viaggi, della sua gioventù. Lavorava con
devozione all'immagine delicata, la sentiva una cosa sola con
ciò che v'era di meglio in lui, con la sua giovinezza, con le
sue più dolci memorie. Era una felicità per lui scolpire quel
collo chino, quella bocca triste e affettuosa, quelle mani
nobili, le dita lunghe, le estremità ben arcuate delle unghie.
Anche Eric contemplava la figura ogni volta che poteva, con
ammirazione e con rispettoso amore.
Quando fu quasi terminata, la mostrò all'abate. Narciso disse:
--Questa è la tua opera più bella, caro, non abbiamo nulla in
tutto il convento che le stia a pari.
Debbo confessarti che in questi ultimi mesi sono stato qualche
volta preoccupato per te. Ti vedevo inquieto e sofferente, e
quando scomparivi e rimanevi assente più di un giorno pensavo
talora con ansia: forse non torna più.
E invece hai fatto questa statua meravigliosa! Sono contento e
sono fiero di te!
--Sì, -- disse Boccadoro, -- la statua è riuscita proprio bene.
Ma ora ascoltami, Narciso! Perché questa figura riuscisse bene,
era necessaria tutta la mia giovinezza, la mia vita vagabonda i
miei innamoramenti, i miei corteggiamenti alle donne. Questo è
il pozzo a cui ho attinto.
Il pozzo sarà presto vuoto, il cuore mi s'inaridisce. Terminerò
questa Maria e poi prenderò congedo per un bel pò di tempo non
so per quanto, e ricercherò la mia giovinezza e tutto quello che
una volta mi fu così caro. Puoi tu capirlo?... Bene. Sai ch'ero
qui tuo ospite e non ho mai preso compensi per il mio lavoro...
--Te li ho offerti più volte -- interruppe Narciso.
--Sì, e ora li accetto. Mi farò fare nuovi abiti e quando
saranno pronti ti chiederò un cavallo e qualche tallero, poi
partirò
per
il
mondo. Non
dir
nulla,
Narciso, e
non
rattristarti. Non è che qui non mi piaccia, in nessun altro
luogo potrei aver di meglio. Si tratta d'altro. Esaudirai il mio
desiderio?
Poche parole furono scambiate ancora sull'argomento.
Boccadoro si fece fare un semplice abito da cavaliere e un paio
di stivali, e mentre s'avvicinava l'estate portò a termine la
figura di Maria, come se fosse l'ultima sua opera con cura
affettuosa diede l'ultimo tocco alle mani, al voito, ai capelli.
Poteva perfino sembrare ch'egli pro-crastinasse la partenza,
come se si lasciasse volentieri trattenere ancora da quegli
ultimi delicati lavori intorno alla sua statua. Passava un
giorno dopo l'altro ed egli aveva ancora sempre qualche cosa da
accomodare. Narciso, quantunque il distacco imminente gli
riuscisse penoso, talvolta sorrideva un poco dell'innamoramento
di Boccadoro e della sua incapacità a staccarsi dalla figura di
Maria.
Ma un giorno Boccadoro lo sorprese, recandosi a un tratto da lui
per congedarsi. Aveva preso la sua decisione nella notte. Nel
suo abito nuovo, con un nuovo berretto, venne da Narciso a
prender commiato. Già qualche tempo prima si era confessato e
comunicato: ora veniva a dire addio e a ricevere la benedizione
per il viaggio. Il distacco riuscì penoso a entrambi; Boccadoro
si mostrò più brusco e più calmo di quel che non fosse in cuore.
--Ti rivedrò? -- domandò Narciso.
-- Oh sì: se il tuo bel cavallo non mi romperà il collo, mi
rivedrai certamente. Altrimenti non ci sarebbe più nessuno a
chiamarti Narciso e a darti preoccupazioni. Puoi star sicuro Non
dimenticare di tenere un occhio su Eric.
E che nessuno mi tocchi la mia figura! Essa rimarrà nella mia
camera, come ho detto, e la chiave non deve uscire dalla tua
mano.
--Sei contento d'intraprendere questo viaggio?
Boccadoro strizzò gli occhi.
-- Ecco, sOno stato contento, è già qualche cosa. Ma ora che
debbo partire, mi sembra meno allegro di quel che si potrebbe
credere. Tu riderai di me, ma la separa-zione non mi riesce
punto facile e questo attaccamento non mi piace. E come una
malattia: le persone giovani e sane non l'hanno. Anche maestro
Nicola
era
così.
Ah
non
facciamo
chiacchiere
inutili!
Benedicimi, caro, voglio partire.
E se n'andò sul suo cavallo.
Narciso pensava molto all'amico, era in ansia per lui e ne aveva
la nostalgia. Gli sarebbe ritornato un giorno l'uccello fuggito,
il caro spensierato? Quell'uomo singolare e difetto aveva
ripreso la sua vita tortuosa e senza volontà, girava di nuovo il
mondo, avido e curioso, seguendo i SUOI oscuri e forti istinti,
tempestoso e insaziabile: un grande fanciullo. Che Dio sia con
lui, ch'egli ritorni sano e salvo! Ora volava di nuovo qua e là
come una farfalla, peccava di nuovo, seduceva le donne
assecondava le sue voglie; forse gli capitava ancora di
uccidere, cadeva in pericolo e in prigione, e vi periva. Quante
ansie dava quel ragazzo biondo, che si doleva d'invecchiare e
guardava con occhi così infantili! Come bisognava star
inquieti per lui! E tuttavia Narciso, in cuor suo, era contento
dell'amico. In fondo gli piaceva molto che quel ragazzo
baldanzoso fosse così difficile da domare, che avesse
simili grilli, che fosse scappato un'altra volta e un'altra
volta si rompesse le corna. Ogni giorno in qualche ora i
pensieri dell'abate ritornavano all'amico, con affetto e
nostalgia, con riconoscenza, con ansia, talvolta anche con
qualche scrupolo e qualche rimprovero a se stesso. Non avrebbe
forse dovuto rivelare maggiormente all'amico quanto egli lo
amasse, come non lo desiderasse diverso, come fosse diventato
ricco in grazia sua e della sua arte? Gli aveva detto poco,
troppo poco forse... Chi sa allora se non l'avrebbe potuto
trattenere?
Egli però non era diventato solo più ricco, per merito di
Boccadoro: era anche diventato più povero: più povero e più
debole, e certo era bene che non l'avesse mostrato all'amico. Il
mondo in cui viveva ed aveva la sua patria, il suo mondo, la sua
vita claustrale, il suo ufficio, la sua dottrina, L'edificio
così ben organizzato dei suoi pensieri, erano stati spesso
scossi e resi incerti dall'amico.
Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ragione e
della morale, la vita dell'abate era migliore, più giusta, più
costante, più ordinata e più esemplare, era una vita di ordine e
di servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre
nuovo verso la chiarezza e la giustizia, era molto più pura e
più buona che la vita di un artista, di un vagabondo e di un
seduttore di donne. Ma da un punto di vista più alto, dal punto
di vista di Dio, L'ordine e la disciplina di una vita esemplare,
la rinuncia al mondo e alla felicità dei sensi, la lontananza
dal fango e dal sangue, il ritiro nella filosofia e nella
devozione, erano davvero meglio che la vita di Boccadoro? L'uomo
era davvero creato per condurre una vita regolata, di CUI ogni
ora e ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama
alla preghiera? L'uomo era davvero creato per
studiare
Aristotele e Tomaso d'Aquino, per sapere il greco, per
mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo?
Non era egli creato da Dio con sensi e istinti, con oscurità
sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della
disperazione? Intorno a queste domande s'aggiravano i pensieri
dell'abate quando eran volti al suo amico.
Sì, e forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre
una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse
anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente
crudele e tumultuosa, commetter peccati e prender su di sé le
loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in
disparte dal mondo, con le mani lavate, e formarsi un bel
giardino di pensieri pieno d'armonia, e camminare senza peccato
fra le aiuole ben protette. Era forse più difficile, più
valoroso e più nobile camminare con le scarpe logore per i
boschi e per le strade maestre, soffrire il sole e la pioggia,
la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli
con le sofferenze.
In ogni caso Boccadoro gli aveva mostrato che un uomo destinato
all'alto può scendere molto giù nel groviglio ebbro e sanguinoso
della vita e insozzarsi di molta polvere e di sangue, senza
tuttavia diventare meschino e volgare senza uccidere in sé il
divino; gli aveva mostrato che poteva errare per profondi
ottenebramenti, senza che nel sa-crario della sua anima si
spegnessero la luce divina e la forza creatrice. Narciso aveva
guardato in fondo alla vita disordinata del suo amico, e né il
suo affetto né la sua stima per lui erano diminuiti. Oh no, e da
quando aveva visto uscire dalle mani macchiate di Boccadoro
quelle figure meravigliosamente vive nella loro placidità
trasfigurate dalla forma e dall'ordine interiori, quei volti
profondi illuminati dall'anima, quelle piante e quei fiori
innocenti, quelle mani supplici o benedette, tutti quegli
atteggiamenti arditi o soavi, fieri o sacri, da allora egli
sapeva che in quel cuore incostante di artista e di seduttore
c'era una pienezza di luce e di grazia divina.
A lui era stato facile, nei loro colloqui, apparire superiore
all'amico, contrapporre alla sua passione la propria disciplina
e l'ordine dei propri pensieri. Ma ogni piccolo atteggiamento
d'una figura di Boccadoro, ogni occhio, ogni bocca, ogni tralcio
e ogni piega di veste non era più reale, più viva e più
insostituibile di tutto quello che poteva dare un pensatore?
Questo artista, dal cuore pieno di contrasti e di miserie, non
aveva creato per un numero infinito di uomini, presenti e
futuri, dei simboli della loro miseria e della loro aspirazione,
delle figure, a cui potevano rivolgersi la devozione e la
venerazione, L'angoscia e la nostalgia d'infinite creature, e
trovare in esse conforto, appoggio e incoraggiamento?
Narciso ricordava, sorridendo con malinconia, tutte le scene in
cui, dalla prima giovinezza in poi, aveva guidato e ammaestrato
l'amico. Questi aveva accettato con gratitudine, riconoscendo
sempre la sua superiorità e la sua guida. E poi in silenzio
aveva presentato le opere create dalla tempesta e dalla
sofferenza della
sua
vita
sferzata:
non
parole,
non
teorie,
non spiegazioni, non ammonimenti, ma vita vera ed
elevata. Com'era povero egli stesso, L'abate, in confronto, col
suo sapere, con la sua disciplina claustrale, con la sua
dialettica!
Queste erano le questioni, intorno a cui s'aggiravano i SUOI
pensieri. Come tanti anni prima egli aveva influito sulla
giovinezza di Boccadoro, scuotendola e ammonendola, ed aveva
posto la vita di lui su di un nuovo piano, così l'amico dopo il
suo ritorno gli aveva dato da fare, lo aveva scosso e costretto
ad esaminare se stesso e a dubitare. Era suo pari; nulla gli
aveva dato Narciso, ch'egli non gli avesse reso e moltiplicato.
L'amico lontano gli lasciò tempo per le sue meditazioni.
Le settimane passavano, il castagno era fiorito da un pezzo, le
foglie dei faggi, d'un verde tenero e lattiginoso, erano
diventate scure e dure, le cicogne avevano covato da un pezzo
sulla torre del portone ed eran loro nati i piccoli, a cui
avevano insegnato a volare. Quanto più Boccadoro rimaneva
assente, tanto più Narciso sentiva quello che l'amico era stato
per lui. Nel convento l'abate aveva alcuni padri scienziati, un
conoscitore di Platone, un eccellente grammatico, uno o due
sottili teologi. Aveva fra i monaci alcune anime fedeli e rette,
che facevano sul serio.
Ma non aveva nessuno come lui, nessuno con cui si potesse
veramente misurare. Questo bene insostituibile gliel'aveva dato
solo Boccadoro. Esserne di nuovo privato gli riusciva penoso.
Pensava all'assente con nostalgia.
Spesso andava nell'officina, incoraggiava l'assistente Eric, che
continuava a lavorare all'altare e aspettava ansiosa-mente il
ritorno del suo maestro. Talvolta l'abate apriva la camera di
Boccadoro, dove c'era la statua di Maria, sollevava cautamente
il panno che la copriva e s'indugiava a contemplarla. Nulla
sapeva della sua origine: Boccadoro non gli aveva mai raccontato
la storia di Lidia. Ma egli sentiva tutto, capiva che quella
figura di fanciulla aveva vissuto a lungo nel cuore del suo
amico.
Forse
egli
l'aveva
sedotta,
forse
ingannata
e
abbandonata. Ma l'aveva portata con sé e custodita nella sua
anima, più fedele che il migliore dei mariti, finché, forse dopo
molti anni da che non l'aveva più veduta, aveva scolpito quella
bella e commovente figura di fanciulla, racchiudendo nel suo
viso, nel suo atteggiamento, nelle sue mani, tutta la tenerezza,
L'ammirazione e la nostalgia di un amante. Anche nelle statue
della tribuna per la lettura, nel refettorio, egli leggeva
diversi episodi della storia del suo amico. Era la storia di un
vagabondo e di un uomo d'istinto, di un senza patria e senza
fede, ma ciò ch'era rimasto lì era tutto buono e fedele, era
pieno di amore vivo. Come era misteriosa quella vita, come
scorrevano torbide e travolgenti le sue correnti, e com'erano
nobili e limpidi i risultati!
Narciso lottava. Si dominava, non veniva meno ai compiti della
sua carriera, non trascurava nulla del suo servizio rigoroso. Ma
soffriva della perdita e soffriva di constatare quanto il suo
cuore, che pur avrebbe dovuto appartenere soltanto a Dio e al
suo ufficio, fosse affezionato a quell'amico.
INDEX
CAPITOLO XX
L'estate passava: papaveri e fiordalisi, nigelle ed asteri
avvizzivano e scomparivano, le rane diventavano silenziose nella
peschiera, le cicogne volavano alte e si preparavano alla
partenza. Allora ritornò Boccadoro!
Arrivò un pomeriggio sotto una pioggia fine, e non entrò nel
convento, andò direttamente dalla porta alla sua officina. Era a
piedi, senza cavallo.
Eric si spaventò, quando lo vide entrare. Lo riconobbe bensì
alla prima occhiata e il suo cuore esultò incontro a lui, ma gli
parve che colui che era tornato fosse tutt'altro uomo: un falso
Boccadoro, di molti anni più vecchio, con un volto semispento,
grigio e terreo, con lineamenti cascanti, malati e sofferenti,
in cui però non stava scritto un dolore, ma piuttosto un
sorriso, un sorriso bonario, paziente, vecchio. Camminava a
stento, si trascinava, sembrava malato e molto stanco.
Questo Boccadoro strano e mutato, guardò il suo giovane aiutante
negli occhi, con un'espressione singolare. Non fece gran caso
del proprio ritorno pareva che venisse dalla camera attigua e
fosse stato lì poco prima. Diede la mano senza dir nulla: non un
saluto, non una domanda, non un racconto. Disse solo: --Devo
dormire--.
Pareva terribilmente stanco. Mandò via Eric ed entrò in camera
sua, accanto all'officina. Qui si tolse il berretto e lo lasciò
cadere, si tolse le scarpe e s'avvicinò al letto.
In fondo alla stanza vide la sua Madonna sotto i panni; le fece
un cenno, ma non andò a scoprirla e a salutarla.
Invece si trascinò fino alla finestrina, vide fuori Eric che
attendeva costernato e gli gridò: -- Eric, non c'è bisogno che
tu dica a nessuno che sono arrivato. Sono molto stanco C'è tempo
fino a domani.
Poi si coricò vestito sul letto. Dopo un poco, non avendo
ancora trovato il sonno, s'alzò, s'avvicinò pesantemente alla
parete, dov'era appeso un piccolo specchio, e vi si guardò.
Osservò attentamente quel Boccadoro che lo guardava: un
Boccadoro stanco, un uomo invecchiato e avvizzito, con la barba
molto incanutita. Un uomo vecchio e alquanto trascurato lo
guardava dal piccolo specchio torbido, un volto ben noto, ma
divenuto estraneo; pareva che non fosse veramente presente, che
quasi nulla ormai gl'importasse. Gli ricordava questo o quel
volto conosciuto in passato, un pò maestro Nicola, un pò il
vecchio cavaliere che un giorno gli aveva fatto confezionare un
vestito da paggio, un pò anche il san Giacomo ch'era in chiesa,
il vecchio san Giacomo con la barba, che appariva così antico e
grigio sotto il suo cappello da pellegrino, ma pur sereno e
buono.
Nel volto che lo specchio gli presentava leggeva attentamente,
come se gli fosse premuto di sapere qualcosa di quello
straniero. Gli fece un cenno e lo riconobbe: sì, era proprio
lui, corrispondeva al sentimento ch'egli aveva di se stesso. Dal
viaggio era tornato un vecchio molto stanco e diventato un poco
ottuso, un uomo sparuto, che non faceva certo bella figura, e
tuttavia non gli era punto antipatico, anzi gli piaceva: aveva
nel volto qualcosa che il bel Boccadoro di un tempo non aveva
avuto, in tutta quella stanchezza e decadenza c'era un tratto di
contentezza, oppure di equilibrio interiore. Rise un poco fra
sé e vide ridere anche l'immagine dello specchio: un bel tipo
aveva riportato a casa dal viaggio! Ben abbronzato ritornava
dalla sua breve cavalcata, e non solo ci aveva lasciato
il suo cavallo, la sua borsa da viaggio e i suoi talleri,
qualcos'altro gli era andato perduto e l'aveva abbandonato: la
giovinezza, la salute, la fiducia in se stesso, il rosso sulle
guance e la forza nello sguardo.
Tuttavia quell'immagine gli piaceva: quel povero diavolo vecchio
e debole lì nello specchio gli era più caro del Boccadoro
ch'egli era stato per tanto tempo. Era più vecchio, più debole,
più miserando, ma era più innocente, più contento, più
trattabile. Rise e abbassò una delle palpebre divenute rugose.
Poi si rimise sul letto e finalmente s'addormentò.
Il giorno dopo era seduto in camera sua, chino sopra la tavola,
e tentava di disegnare un poco, quando venne a trovarlo Narciso.
Si fermò sulla porta, dicendo: -- Mi hanno riferito che sei
tornato. Dio sia ringraziato, sono tanto contento. Poiché non
sei venuto a cercarmi, vengo io da te. Ti disturbo nel tuo
lavoro?
S'avvicinò. Boccadoro si sollevò dal suo foglio e gli stese la
mano. Quantunque Eric l'avesse preparato, la vista dell'amico
spaventò l'abate sino in fondo al cuore. L'altro gli sorrise
affettuosamente.
-- Sì, sono di nuovo qui, Ti saluto, Narciso, non ci vediamo da
un pezzo. Perdonami di non essere ancora venuto a trovarti.
Narciso lo guardò negli occhi. Anch'egli vide non solo l'aspetto
miseramente avvizzito e spento di quel volto, ma anche
quell'altra espressione strana e simpatica di equilibrio,
d'indifferenza persino, di rassegnazione e di senile bonarietà.
Esperto nella lettura dei visi umani, vide anche che quel
Boccadoro così straniato e mutato non era del tutto presente,
che la sua anima si era allontanata di molto dalla realtà e
camminava sulle vie del sogno, oppure si trovava già alla porta
che conduce nell'aldilà.
--Sei malato? -- domandò cauto.
--Sì, sono anche malato. Mi ammalai già all'inizio del mio
viaggio, già nei primi giorni. Ma tu capisci che non volevo
tornare indietro subito. Avreste riso di me, se mi aveste veduto
ricomparire così presto e togliermi già i miei stivali di
cavaliere. No, questo non mi piaceva. An-dai avanti, girai
ancora un pochino: mi vergognavo che il viaggio mi fosse
riuscito male. Ero stato uno spaccone.
Insomma, mi vergognavo. Ebbene, tu capisci, vero? sei un uomo
così intelligente! Scusa, hai domandato qualche cosa?
Mi par d'essere stregato, dimentico continuamente quello di cui
si sta parlando. Ma a proposito di mia madre, facesti bene
allora. Fu una gran sofferenza, ma...
Il mormorio si spense in un sorriso.
--Ti faremo guarire, Boccadoro, non ti lasceremo man-car nulla.
Ma perché non ritornare subito, quando cominciasti a star male?
Davanti a noi non è proprio il caso che tu ti vergogni. Avresti
dovuto ritornare subito.
Boccadoro rise.
-- Sì, adesso mi ricordo. Non mi sentivo di ritornare così
senz'altro. Sarebbe stata una vergogna. Ma ora sono venuto. Ora
sto di nuovo bene.
-- Hai avuto molte sofferenze ?
-- Sofferenze? Sì, abbastanza. Ma vedi, le sofferenze sono una
bellissima cosa, mi hanno ricondotto alla ragione. Ora non mi
vergogno più, nemmeno di fronte a te.
Allora, quando mi venisti a trovare nella prigione per salvarmi
la vita, allora sì dovetti stringere i denti, perché mi
vergognavo davanti a te. Ora è tutto passato.
Narciso pose una mano sul braccio di lui: subito egli tacque e
chiuse gli occhi sorridendo. S'addormentò placidamente. L'abate
uscì costernato e corse a chiamare il medico del convento, padre
Antonio, perché visitasse il malato. Quando ritornarono,
Boccadoro dormiva seduto alla sua tavola da disegno. Lo
portarono a letto, e il medico rimase presso di lui. Lo trovò
malato senza speranza. Lo trasportarono in una delle camere
destinate agli ammalati, e gli assegnarono Eric come infermiere
fisso.
Tutta la storia del suo ultimo viaggio non venne mai in luce.
Egli raccontò qualche particolare, qualche altro si poté
indovinare. Spesso giaceva insensibile, talvolta aveva la febbre
e delirava, tal altra era cosciente e allora veniva subito
chiamato Narciso, al quale quegli ultimi colloqui con Boccadoro
stavano molto a cuore.
Alcuni frammenti dei racconti e delle confessioni di Boccadoro
furono tramandati da Narciso, altri da Eric.
-- Quando cominciarono le sofferenze? Ancora in principio del
mio viaggio. Cavalcavo nella foresta e precipitai col cavallo in
un torrente; rimasi tutta la notte nell'acqua fredda. Là dentro,
dove mi ruppi le costole, là cominciarono i miei dolori. Allora
non ero ancora molto lontano di qui, ma non volevo tornare
indietro: era puerile, lo so, ma pensavo che la cosa dovesse
parer comica. Continuai dunque a cavalcare, e quando non potei
più, perché mi faceva troppo male, vendetti il cavallino; poi
giacqui a lungo in un ospedale. Ora rimango qui, Narciso, ho
finito di cavalcare. Ho finito di girare il mondo. Ho finito di
ballare e di amar le donne. Ah, se non fosse così, sarei stato
via ancora un pezzo, ancora anni ed anni. Ma quando m'avvidi che
fuori, nel mondo, non c'era più gioia per me, pensai: prima di
morire voglio disegnare ancora un poco e fare un paio di statue;
qualche piacere si vuol pure averlo.
Narciso gli disse: -- Sono così contento che tu sia ritornato!
Mi sei mancato tanto, ho pensato a te ogni giorno e spesso avevo
paura che tu non volessi ritornare più.
Boccadoro scosse la testa: -- Via, la perdita non sarebbe stata
grande.
Narciso, a cui bruciava il cuore di dolore e di affetto si chinò
lentamente verso di lui e fece quello che in tanti anni della
loro amicizia non aveva mai fatto, sfiorò con le sue labbra i
capelli e la fronte di Boccadoro. Questi s'accorse di ciò che
accadeva, prima con stupore, poi con commozione.
-- Boccadoro, -- gli sussurrò l'amico all'orecchio, -perdonami di non avertelo saputo dire prima. Avrei dovuto
dirtelo allora, quando venni a cercarti nella tua prigione,
nella residenza del vescovo, o quando vidi le tue prime figure,
o qualche altra volta. Lascia che te lo dica oggi quanto ti
voglio bene, quanto tu sei stato sempre per me, come hai
arricchito la mia vita. Per te non avrà molta importanza. Tu sei
abituato all'amore, esso non è nulla di strano per te, sei stato
amato e viziato da tante donne. Per me è un'altra cosa. La mia
vita è stata povera d'amore, mi è mancato il meglio. Il nostro
abate Daniele mi diceva un giorno ch'io gli sembravo orgoglioso:
forse aveva ragione, lo non sono ingiusto verso gli uomini, mi
sforzo di essere giusto e paziente con loro, ma non li ho mai
amati. Di due eruditi che ci siano nel convento, il più erudito
mi è più caro; a un debole scienziato non ho mai potuto voler
bene, passando sopra alla sua debolezza. Se tuttavia so che
cos'è l'amore, è per merito tuo. Te ho potuto amare, te solo fra
gli uomini. Tu non puoi misurare ciò che significhi. Significa
la sorgente in un deserto, L'albero fiorito in un terreno
selvaggio. A te solo debbo che il mio cuore non sia inaridito,
che sia rimasto in me un punto accessibile alla grazia.
Boccadoro sorrise lieto e un pò imbarazzato. Con la voce calma e
sommessa che aveva nelle ore di lucidità disse: -- Quando mi
avevi liberato dalla forca e ritor-navamo al convento, io ti
chiesi notizie del mio cavallo Bless e tu me le desti. Allora
vidi che tu, che di solito non distingui quasi nemmeno un
cavallo dall'altro, ti eri interessato del cavallino Bless.
Compresi che l'avevi fatto per me e ne fui molto lieto. Ora vedo
ch'era proprio così e che mi vuoi bene davvero. Anch'io ti ho
sempre voluto bene, Narciso: la metà della mia vita è stata uno
sforzo continuo per guadagnarsi l'animo tuo. Sapevo che anche tu
avevi dell'affetto per me, ma non avrei mai sperato che me lo
dicessi un giorno, uomo superbo! Ora me l'hai detto, in questo
momento in cui non ho più nient'altro, in cui la vita errabonda
e la libertà, il mondo e le donne mi hanno lasciato in asso.
L'accetto, te ne ringrazio.
La Lidia-Madonna era nella camera e guardava.
--Pensi sempre a morire? -- domandò Narciso.
-- Sì, ci penso, e penso a quello ch'è diventata la mia vita.
Quand'ero giovinetto e ancora tuo scolaro, avevo il desiderio di
diventare una persona spirituale come te. Tu mi hai mostrato che
non era la mia vocazione. Allora mi sono gettato dall'altra
parte della vita, quella dei sensi, e le donne mi hanno aiutato
a trovar lì il mio piacere: sono così volonterose e avide! Ma
non vorrei parlar di loro con disprezzo e neppure del piacere
sensuale; sono stato spesso molto felice. E ho avuto anche la
fortuna di sperimentare come la sensualità possa venir animata.
Di qui nasce l'arte. Ma ora le due fiamme sono spente. Non ho
più la felicità bruta della voluttà... e non l'avrei nemmeno se
le donne mi corressero dietro ancora. E anche creare opere
d'arte non è più il mio desiderio; di statue ne ho fatte
abbastanza, non è il numero che conta. Perciò è ora per me di
morire. Sono pronto e curioso della morte.
-- Perché curioso? -- domandò Narciso.
-- Mah, è forse un pò sciocco da parte mia. Eppure sono davvero
curioso. Non dell'aldilà, Narciso, di questo mi do poco pensiero
e, se mi è lecito dirlo apertamente non ci credo più. Non c'è un
aldilà. L'albero disseccato è morto per sempre, L'uccello
assiderato non torna più in vita e così pure l'uomo quando è
morto. Si può pensare a lui per qualche tempo, dopo che se n'è
andato, ma anche questo non dura a lungo. No, sono curioso della
morte, perché la mia fede o il mio sogno è sempre di essere in
cammino verso mia madre. Spero che la morte sia una grande
felicità, una felicità grande come quella del primo appagamento
dell'amore. Non posso staccarmi dal pensiero che, invece della
morte armata di falce, sarà mia madre a riprendermi con sé e a
ricondurmi nel nulla e nell'innocenza.
In una delle sue ultime visite, dopo parecchi giorni che
Boccadoro non parlava più, Narciso lo trovò di nuovo sveglio e
loquace.
-- Padre Antonio pensa che tu devi avere spesso grandi
sofferenze. Come fai, Boccadoro, a sopportarle con tanta
tranquillità? Mi sembra che ora tu abbia trovato la pace.
-- Intendi la pace con Dio? No, questa non l'ho trovata. Non
voglio far pace con lui. Egli ha creato male il mondo, non c'è
bisogno che noi lo esaltiamo, e anche a lui importerà poco che
io lo esalti o no. Ha creato male il mondo. Ma con le sofferenze
nel mio petto ho fatto la pace, questo è vero. Prima non sapevo
sopportar bene i dolori, e, quantunque talvolta fossi del parere
che la morte mi sarebbe stata lieve, era un errore. Quando
dovevo morire sul serio, quella notte nella prigione del conte
Enrico, ne ebbi la rivelazione: non potevo assolutamente morire
ero ancora troppo forte e troppo indomito, avrebbero dovuto
ammazzare due volte ogni membro del mio corpo.
Ma ora è un'altra cosa.
Parlare lo stancava, la sua voce s'affievoliva. Narciso lo pregò
di aversi riguardo.
--No,--insisté,--voglio raccontarlo. Prima mi sarei vergognato a
dirtelo. Dovrai ridere. Quel giorno che salii sul mio cavallo e
partii di qui, non fu proprio senza uno scopo. Avevo sentito
dire che il conte Enrico era ancora nel paese e con lui la sua
amante, Agnese. Ebbene, questo non ti sembra importante, e
neppure a me oggi sembra importante. Ma allora la notizia mi
bruciò sul vivo, non pensai più che ad Agnese; era la più bella
donna che avessi conosciuta e amata, volevo rivederla, volevo
essere felice ancora una volta con lei. Dopo una settimana di
cavalcate, la trovai. Là, in quell'ora, avvenne la mia
trasformazione. Trovai dunque Agnese: non era meno bella d'un
tempo ed ebbi anche occasione di mostrarmi a lei e di parlarle.
E pensa, Narciso; non voleva più saperne di me! Ero diventato
troppo vecchio per lei, non ero più abbastanza bello e gaio, non
si riprometteva più nulla da me. Con ciò il mio viaggio era
propriamente
finito.
Con-tlnuai
a
cavalcare;
non
volevo
ritornare da voi così deluso e ridicolo, e, mentre cavalcavo
così, la forza, la giovinezza, il senno mi avevano già
abbandonato, poiché precipitai col mio cavallo in una gola e in
un torrente, mi ruppi le costole e rimasi nell'acqua. Allora per
la prima volta conobbi le vere sofferenze. Cadendo sentii subito
spez-zarsi qualcosa dentro il mio petto e quello spezarsi mi
fece piacere, lo sentii volentieri, ne fui contento. Rimasi
nell'acqua e compresi che dovevo morire, ma tutto era diverso da
allora quand'ero nella prigione. Non avevo nulla in contrario,
la morte non mi pareva più un male. Sentii quei dolori violenti,
che da allora ho riavuti spesso, ed ebbi un sogno o una visione,
come vuoi chiamarla. Ero là disteso e il petto mi bruciava
dolorosamente ed io volevo difendermi e gridare, ma a un tratto
udii una voce che rideva, una voce che non avevo più udita dalla
mia infanzia. Era la voce di mia madre, una voce femminile
profonda, piena di voluttà e d'amore. E allora vidi ch'era lei,
che mia madre era presso di me e mi aveva sul suo grembo e mi
apriva il petto e affondava le sue dita fra le mie costole, per
liberarne il cuore. Quando vidi e compresi questo, non sentii
più male. Anche ora, quando i dolori mi ritornano, non sono
dolori, non sono nemici; sono le dita della madre, che mi
prendono fuori il cuore.
Ella è zelante nell'opera sua. Talvolta preme e geme, co-me in
voluttà. Talvolta ride e mormora suoni teneri. Talvolta non è
accanto a me, ma su in cielo: io vedo fra le nubi il suo volto,
grande come una nube, là essa vaga e sorride con tristezzA, e il
suo triste sorriso mi sugge il cuore dal petto.
Tornava sempre a parlare di lei, della madre.
--Ricordi ancora? -- domandò uno degli ultimi giorni. --Una
volta avevo dimenticato mia madre, ma tu la rievocasti. Anche
allora mi fece molto male, come se fauci di belve mi divorassero
le viscere. Allora eravamo ancora giovinetti, eravamo dei bei
ragazz. Ma già allora la madre mi aveva chiamato e io dovetti
seguirla. Ella è dappertutto. Era la zingara Lisa, era la bella
Madonna di maestro Nicola, era la vita, L'amore, la voluttà, era
anche l'angoscia, la fame, L'istinto. Ora è la morte, ha le sue
dita nel mio petto.
--Non parlar troppo, caro,--pregò Narciso,--aspetta fino a
domani.
Boccadoro lo guardò negli occhi col suo sorriso, con quel
sorriso nuovo che aveva riportato dal suo viaggio, che appariva
così vecchio e malato e a volte sembrava un pò ebete, a volte
era tutto luce di bontà e di saggezza.
--Mio caro, -- bisbigliò, -- non posso aspettare fino a domani.
Debbo prender congedo da te e come congedo debbo dirti ancora
tutto. Ascoltami un momento ancora.
Volevo raccontarti della madre, che mi tiene le dita strette
intorno al cuore. Da molti anni, creare una figura della madre è
stato il mio sogno più caro e più misterioso, era per me la più
santa di tutte le immagini, me la portai sempre in cuore, una
figura piena d'amore e piena di mistero. Ancora poco tempo fa mi
sarebbe stato insopportabile il pensiero di dover morire senza
aver realizzto questo mio sogno; tutta la mia vita mi sarebbe
apparsa inutile. Ed ora guarda che strano destino: invece
d'esser le mie mani a formarla e plasmarla, è lei a formare ed a
plasmare me. Ha le sue mani intorno al mio cuore e lo stacca dal
mio corpo e mi svuota; mi ha allettato a morire, e con me muore
anche il mio sogno, la bella figura, L'immagine della grande
Eva-Madre. La vedo ancora e, se avessi forza nelle mani, potrei
darle forma. Ma essa non vuole, non vuole che io renda visibile
il suo mistero.
Preferisce che io muoia. Muoio volentieri: essa mi rende facile
il trapasso.
Narciso ascoltava costernato quelle parole e dovette chi-narsi
fin sul volto dell'amico per poter afferrarle ancora.
Alcune gli giunsero indistinte, altre chiare, ma il loro
significato gli rimase nascosto.
Poi il malato spalancò gli occhi ancora una volta e fissò a
lungo il viso dell'amico. Con gli occhi prese congedo da lui. E
con un movimento, quasi tentasse di scuotere la testa, sussurrò:
--Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre?
Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire.
Ciò che mormorò ancora in seguito non fu più comprensibile. Le
due ultime giornate Narciso rimase seduto al suo letto giorno e
notte, e lo guardò spegnersi. Le ultime parole di Boccadoro gli
bruciavano nel cuore come fuoco.
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