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CdC 1947-2007

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Parrocchia di San Giovanni
di Querciola
... Ecco vi annuncio
una grande gioia...
60 anni
della Casa della Carità
(1947 - 2007)
Casa della Carità
San Giovanni Querciola
Dedicata al 3° Mistero Gaudioso: La Natività
“Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.
Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama”.
(Lc 2, 11-14)
La nascita di Gesù, a Betlemme (Casa del Pane) in un’estrema povertà.
Gli uomini non hanno posto: ma non è solo per questo che Gesù nasce povero: è anche
per scelta sua personale perchè “exinanivit semetipsum”, cioè scelta di privarsi di tutto
oltre che di annientarsi per indurci a credere solo nella Grazia divina e non nei mezzi
umani e naturali: che non disdegnerà, ma che ne userà con supremo distacco.
E’ segno di santificazione e di grande illuminazione
per Maria, Giuseppe, i pastori e i Magi.
(Un Rosario per ogni giorno)
In copertina la vecchia Casa della Carità
con il teatrino e il bar parrocchiale (1947)
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Grazie per questi 60 anni
Volentieri accolgo l’invito a scrivere una lettera a mo’ di prefazione al libro che è stato
pensato per il 60° della Casa della Carità di San Giovanni di Querciola, preparandomi così
anch’io alla festosa celebrazione del 12 agosto prossimo.
Fare memoria dell’apertura della Casa di San Giovanni, la prima dopo l’Ospizio di
Fontanaluccia, significa rievocare, come qualcuno ha scritto, “il primo faticoso ma sicuro
passo per le vie del mondo” delle Case della Carità, fiorite, com’è noto, fin nelle nostre
missioni. Quell’avventuriero della carità che fu don Mario Prandi avrebbe potuto allargare
l’Ospizio della propria parrocchia e farne un grande centro, come ne sono sorti in altre parti
d’Italia. Invece don Mario, già un anno dopo le prime Suore, in una lettera filiale al mio
predecessore, il vescovo Edoardo Brettoni, sognava un’attuazione simile all’Ospizio in molte
altre parrocchie.
Fare memoria della Casa di San Giovanni, vuol dire ricordare quella figura di santo
parroco, don Giovanni Reverberi, che la sera del 24 novembre 1947, davanti a Sr. Gemma
e a Sr. Giuseppina, accompagnate per l’avvio da Sr. Maria, nella semplicità e nella gioia
vide compiersi il suo desiderio di avere una casa come quella di don Mario nella propria
parrocchia, potendo mettere a disposizione solo i locali adibiti nel medesimo tempo ad asilo
dell’infanzia.
Con le Suore che qui hanno “messo su casa” con i più poveri, con don Reverberi e tutti
i benefattori, vorrei ricordare inoltre per nome don Zeffirino Rossi, deceduto nel febbraio
2006, vostro parroco per diverso tempo e che avrebbe festeggiato anch’egli il 60° della sua
Prima Messa qui a San Giovanni; l’ormai novantenne don Mario Predieri, partito da questa
Casa per la missione del Madagascar, dove nel 1991 vi è ritornato come prete.
Vorrei concludere con un saluto pieno di riconoscenza e di incoraggiamento verso le
Suore, gli Ausiliari, gli amici e i carissimi Ospiti della Casa, p. Marco e la parrocchia, così
come assicuro la mia paterna benedizione a tutta la famiglia delle Case.
L’intercessione della Vergine, qui chiamata Madonna dei Poveri, ci accompagni nel
cammino che ci attende.
Adriano Caprioli
Reggio Emilia, 16 luglio 2007, festa della B. V. del Carmelo
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Casa della Carità:
Eucarestia Piena - Vera Eucarestia
Il dono che Dio ha fatto alla nostra comunità di S. Giovanni di Q. nel pensare, desiderare e nel dar vita alla Casa della Carità, è un dono che si rinnova e cresce nel corso dei
tempi. In questo corso ci sono momenti particolari nei quali il “grande dono” si fa fermento
potente così da creare un fervore eloquente che fa appunto comprendere che nulla è storia
sorpassata, nulla è vecchio, nulla è abbandonato.
La celebrazione del 60° è uno di questi momenti particolari nel quale eventi e persone
manifestano quanto la Casa della Carità sia, per noi e per il mondo di oggi, un grande dono,
come essa sia la presenza di Dio in mezzo agli uomini, il Suo Lavoro per il loro bene.
La Casa è un “annuncio” che provoca e si fa accogliere da molti. Essa testimonia al mondo che la persona umana più nobile e più vera è quella capace di carità. Altrimenti, come
dice qualcuno, è un essere umano che “fa rumore” e basta, e questo dà fastidio.
Come non vedere l’esempio di chi, pur anziano, pur con fatica, continua a darsi, a far
della Casa della Carità momento della propria vita, della propria giornata, angolo della
propria casa.
Come non ascoltare da molti il rammarico di non poter dare quanto vorrebbero del loro
tempo e delle loro energie perché obbligati ad altri servizi ed impegni. Come non notare le
giovani leve che, pur con timidezza ed imbarazzo, si accostano alla Casa e si lasciano prendere e trasformare dalla Carità. E’ per loro il momento clou del loro essere persone positive,
buone, vere.
Un altro aspetto che manifesta chiaramente l’attualità della Casa della Carità è come
ad essa affluiscono le povertà “moderne”, del nostro tempo. Sono le povertà dei fenomeni
migratori, della crisi del contesto familiare, del nuovo assetto sociale che molto spesso condanna alla solitudine.
Dio che sente e ascolta il grido dei suoi figli ha reso la Casa della Carità intervento
“completo” che libera, che salva, che cambia le condizioni invivibili. Sì, l’opera di Dio nella
Casa della Carità manifesta questa “completezza”: come Dio rende la nostra carità operante
nel soprannaturale, nel trascendente. Infatti la Casa a queste povertà che bussano alla sua
porta non offre solo un tetto, il cibo, il calore della famiglia, ma unisce la propria “croce” a
quella del Cristo perché queste povertà siano sradicate da dove nascono: nel cuore cattivo.
In questi ultimi anni la Casa è diventata in modo sempre crescente “altare” dove si offre
il Sacrificio. Sacrificio pieno. Al servizio, all’umiliazione, all’handicap si è aggiunta la malattia sia negli ospiti che nelle suore e nei volontari.
Questo 60° mette in risalto come la Casa, grazie a Dio e ai suoi figli, dà quello che il
mondo non può dare.
C’è più facilità a reperire il necessario quotidiano. La società ha trovato molte soluzioni
per sopperire alle varie povertà ma, la Casa della Carità è ancora unica nel suo valore ed
importanza perché è completamento al Sacrificio che salva, libera, cambia l’umanità.
Questo tempo del 60° ci ha messo davanti agli occhi in modo molto forte questo ruolo della Casa : essa è l’Altare, è il nostro celebrare nel modo più completo i Misteri della
Salvezza, è un gridare col proprio corpo e con la propria fede: “offerto per voi… versato
per voi e per tutti”. E’ il ruolo che la rende fermento nel mondo e nell’universo. E’ base e
sostegno dell’opera missionaria che le stesse C.d.C. fanno propria in seno alla Chiesa .
Sono passati sessant’anni di grazia, aiuto, bene per tanti, per tutti. Dio ci aiuti a custodire e a rendere sempre attivo nella Salvezza il dono della Casa della Carità.
padre Marco Canovi
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Quel Cristo che si è voluto fare Nostro Fratello
Deo gratias et Mariae
Quand’ero ragazzo mi assillava la domanda se mai fossi arrivato al 2000; mi sembrava
una data tanto lontana, avrei avuto ben 55 anni… mi sembrava un numero troppo grosso!
Ora ho passato i sessanta… e non mi sembrano poi così tanti. Sono quindi coetaneo della
Casa della Carità di S. Giovanni di Querciola e quando sento raccontare o leggo le memorie
di Sr. Gemma rivivo la mia infanzia e giovinezza. E credo che Ospiti, Suore, Ausiliari e
amici che hanno accompagnato questo cammino di Casa abbiano la stessa impressione:
tutto è trascorso così in fretta! Eppure sono passati 60 anni!
Sessant’anni di grazie, di doni, di amore e di tenerezze infinite! Quanti volti, quante
storie, quanti silenzi carichi di attesa. Quante lacrime asciugate, quante carezze, quante
tenere parole di consolazione… Quante fatiche, sofferenze, speranze... Quante gioie, risate e
aneddoti gustosi… è impossibile ricordare tutto. Di tutto vogliamo rendere grazie al Signore
che ci ha donato la felice ventura di esserne in qualche modo parte. Non può mancare un
sentito grazie alle persone che hanno reso possibile tutto questo, per la loro grande fede, per
la loro generosità, la fedeltà e coerenza: don Mario, don Giovanni Reverberi, don Zeffirino
Rossi, le Suore, gli Ausiliari, amici e benefattori…, ma soprattutto i Signori Ospiti ragione
di tutto ciò. A loro va soprattutto il nostro pensiero colmo di riconoscenza! Loro che spesso
nelle nostra mentalità, o modo di celebrare certe ricorrenze, rischiamo di considerarli
l’oggetto dell’agire delle Case della Carità, ne sono il centro e la ragion d’essere della Casa
stessa! Sono i nostri famigliari, sono quel Cristo che si è voluto fare nostro fratello per starci
accanto e nutrirci con la sua presenza in loro.
Una grande riconoscenza a quanti nel silenzio e nell’ombra del nascondimento, senza
porsi in mostra, hanno seguito, amato, servito e gioito in questa Casa: “Il Padre celeste che
vede nel segreto, certamente li ricompenserà”.
Questa piccola raccolta di memorie e di testimonianze non ha grandi pretese se non
quella di dire, innanzitutto, un grande grazie al Signore per le meraviglie, che attraverso la
nostra Casa della Carità ha compiuto in questi 60 anni.
Meraviglie che si sono manifestate quasi sempre attraverso gesti piccoli e semplicissimi,
spesso nascosti, attraverso una trasformazione lenta dei nostri cuori di cui spesso non
sappiamo nemmeno capire come.
Scorrendo la storia della nostra Casa dagli inizi fino ad oggi, dobbiamo riconoscere vere
le parole di san Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi (12,9): “Ti basta la mia grazia; la
mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Sono parole dal significato
misterioso perchè non si confanno alla nostra natura, che cercherebbe piuttosto sicurezze,
capacità, garanzie; facciamo fatica a fidarci della nostra e dell’altrui debolezza.
Ma in quante occasioni, forse, queste parole di San Paolo sono state il motore per fare
scelte, per cominciare dei cammini di fede, per decidere di regalare un po’ di tempo ai
poveri, decidere di accogliere ospiti... Pensiamo solo alla scelta di don Mario di cominciare
la missione aprendo una seconda Casa, all’obbedienza delle prime suore di lasciare
Fontanaluccia....
Ma dopo questi fatti ce ne sono stati, senz’altro, tantissimi altri, conosciuti e sconosciuti,
ma tutti ben stampati nel nostro cuore e nel cuore di Dio.
Sì, è stato proprio così: Dio si è servito della debolezza e della povertà di tante persone e
situazioni per manifestare le sue meraviglie d’amore, d’amicizia e di perdono.
Ci sentiamo, quindi, in dovere, davanti all’abbondanza dei
doni di Dio di farne memoria, perchè non vadano sciupati
e perchè siano quelle frecce appuntite da mettere nella
faretra e tirarle fuori quando il nemico ci attacca per farci
perdere la fiducia nella bontà di Dio e la speranza. Ed è
anche una responsabilità che sentiamo di avere verso i
più giovani e quelli che verranno dopo di noi, perchè
possano anch’essi contemplare le opere di Dio e possa
crescere in loro il desiderio di servire nella grande messe
del Signore.
Don Romano Zanni
Deo gratias et Mariae
La famiglia della Casa della Carità
di San Giovanni Querciola
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24 Novembre 1947: si parte...
“ Dunque è nata
in una pur piccolissima parrocchia
la Casa della Carità”
don Mario Prandi
25 luglio 1983
IL PRIMO PASSO PER LE VIE DEL MONDO
Suor Gemma
Scritto tratto da “Il Carretto”
[…] Proprio il 12 dicembre 1946, vigilia di S. Lucia, quando suor Maria usciva dall’ospedale di Modena, arrivò a Fontanaluccia don Giovanni Reverberi, con Menotti Ferrarini,
accompagnavano un uomo ammalato all’ospizio, si chiamava Nando Dallari. Nando non
era un ammalato psichico, ma era un analfabeta e molto semplice… Quando in primavera
guidava lui il rosario del mattino, si metteva alla finestra apposta perché sentissero tutti.
Però quando arrivava alla giaculatoria “Gesù perdona le nostre colpe, preservaci…” lui diceva “riservaci… il fuoco dell’inferno” e noi ridevamo.
Era di S. Giovanni di Querciola, non era vecchio, ma aveva una piaga in una gamba che
non guariva. A casa aveva la mamma vecchia che non riusciva più a curarlo e due fratelli
scapoli che lavoravano.
Don Giovanni Reverberi conosceva bene Fontanaluccia, era stato parroco di Romanoro
fino al 1935. Certamente lo colpì la povertà della Casa, la dedizione (vorrei dire evangelica)
delle suore agli ospiti, il clima di famiglia e da quel giorno cominciò a desiderare la Casa
anche nella sua parrocchia.
[…] In questo periodo don Mario era già molto occupato con la Cooperativa Edile che
aveva iniziato per i muratori e operai della parrocchia, ma non tralasciava la nostra formazione. Ci faceva toccare
con mano com’è vera la
provvidenza del Signore,
come conoscerlo e amarlo
di più. Cominciava anche
a dire che la Casa doveva
diffondersi… Questo lo
voleva il Signore e don
Mario lo sentiva bene nel
cuore. Meno lo sentivamo
noi, dalle vedute più corte
e meno illuminate di lui.
Il pensiero di lasciare l’ospizio per andare in
altre parrocchie ci atterriva…
Le due ragazze sono
arrivate all’ospizio, don
Giovanni Reverberi, parro15
co di S. Giovanni di Querciola pure… e, quel che più conta, si è innamorato della Casa!!...
Ha un cuore umile, penitente… ha riconosciuto la carità, ha già fatto la richiesta e sta preparando la parrocchia…
Don Mario continuava a dire che le Case dovevano moltiplicarsi; non ricordo bene, ma
credo che già nella primavera 1947 pensasse di mandare suore a S. Giovanni di Querciola
[…] E’ stata proprio un’obbedienza difficile quella di partire da Fontanaluccia per andare a
S. Giovanni di Q.
Eravamo in due a farla, ma è stato difficile per tutte e due. Quando siamo partite io ho
sofferto moltissimo e credo abbiano sofferto anche le altre. Il perché di questa sofferenza era
il non aver capito, io non avevo capito.
Don Mario aveva già l’idea che la Casa dovesse diffondersi, e diffondersi voleva dire
sradicarsi da lì per andare da altre parti. Invece io dicevo: “Qui stiamo molto bene, la nostra
vocazione è realizzata benissimo! Siamo qui, arrivano gli ospiti, riusciamo a curarli, a tenerli,
a vivere con loro, siamo felicissime così!!”. E poi arrivava la provvidenza. Era stato sfatato
quel brutto detto di persone autorevoli, di preti che dicevano: “Ma chi ha il giudizio di portare dei poveri a Fontanaluccia? Ma chi manterrà i poveri a Fontanaluccia?”. Non era morto
nessuno di fame, dunque la provvidenza c’era anche all’ospizio. Allora io dicevo dentro di
me: “Facciamo una bella Casa qui, allarghiamola e stiamo qui tutte insieme. Vengano pure
delle giovani, anche loro il Signore le aiuta, vengano pure, ma stiamo tutte insieme qui”. Il
pensiero della separazione fu per me molto penoso.
Avevamo l’idea del Cottolengo e così dicevo: “Bene, accogliamoli tutti!! Se vengono su
altri poveri, bene! E se sono senza braccia, gambe, mani, benissimo!!”. Mi sembrava che a
Fontanaluccia con don Mario che aveva le idee e suor Maria che aiutava in concreto a realizzare il progetto, andava benissimo.
Suor Maria aveva il buon senso e noi, alla fine, avevamo il buon senso di obbedire.
Con l’Anna Maria Roteglia mi presentai alla preside e alla professoressa d’italiano della
Scuola magistrale, allora in Strada Maggiore a Bologna. Erano due suore che non davano
soggezione. Suor Vincenzina era stata anche a Reggio ad insegnare. Mi ascoltarono, ma mi
dissero di non dirlo a nessuno che avevo frequentato solo le scuole elementari. Pensai che
mi dicessero così perché ne andava un po’ di mezzo il prestigio della scuola… Infatti per
spiegare com’era il programma si rivolgevano solo all’Anna Maria. Mi fecero lasciare l’indirizzo, mi dissero che, appena pronto, mi avrebbero mandato il programma. Avrei dovuto
svolgerlo, mi avrebbero chiamato in giugno 1948 per l’esame, come previsto.
Nel mese di ottobre 1947 suor Maria pensò di mandarmi a Frassinoro dove c’era l’asilo
perché vedessi un po’ come funzionava. Io di asili non ne avevo mai visti. Andavo con la
corriera del mattino e tornavo a Pietravolta con la corriera delle 14. Le suore dell’asilo erano
Francescane dell’Immacolata di Palagano. Sono ancora riconoscente alle sorelle di quella
piccola comunità perché mi ospitavano tanto fraternamente! Mi sono resa sempre conto di
quanto fosse poco simpatico per la maestra che io stessi tutta la mattina in scuola con lei.
Mi pare che consumassi anche il pranzo con le suore e poi tornassi a casa.
Mentre io giravo, suor Giuseppina si preparava spiritualmente al nuovo compito, suor
Maria faceva pregare le suore e gli ospiti. Suor Teresa non era contenta che noi andassimo
via. Suor Pia cominciava a venire in cucina per prepararsi a mescolare la polenta in vece mia
Ai primi di novembre 1947 ricevemmo una cartolina di saluto quasi accorato dall’Anna
Maria Roteglia: aveva discusso la tesi, era laureata e partiva subito per entrare a Verona
nell’Istituto delle Suore Canossiane. L’Anna Maria avrebbe dedicato più volentieri la vita
alla carità che all’insegnamento.
Don Mario disse che per S. Giovanni di Querciola saremmo partite il 24 novembre,
festa a Reggio e in diocesi di S. Prospero. Saremmo partite con suor Maria che ci accompa-
Fu scelta suor Giuseppina come responsabile, io l’avrei accompagnata e avrei dovuto occuparmi dei bimbi perché il parroco voleva anche questo. Io avevo solo frequentato la scuola
elementare però avevo letto molti libri, soprattutto le antologie di mio fratello. Avrei dovuto
studiare molto per avere il diploma da maestra d’asilo. Le scuole magistrali che rilasciavano
quel diploma allora erano poche in Italia: Genova, Milano, Bologna, Roma.
In settembre 1947 andai a Bologna a chiedere il programma. La scuola era tenuta dalle
Figlie della Carità di S. Giovanna Antida. A Reggio avevano tutto il complesso dell’Istituto
S. Vincenzo. Arrivai a Bologna e cercai una signorina di Sassuolo, Anna Maria Roteglia che
stava preparando la tesi per la laurea in lettere a Bologna. La trovai nell’Istituto delle suore
Canossiane in via S. Isaia. L’Anna Maria Roteglia era stata con la famiglia a Pietravolta
durante la guerra, conosceva bene tutto di noi. Aveva la vocazione alla vita religiosa. Il suo
padre spirituale era morto per uno spostamento d’aria in un bombardamento, a Bologna.
Nonostante la differenza di condizione e di cultura l’Anna in qualche momento pensò di
venire con noi per esercitare così da vicino la carità, ma poi don Mario stesso la consigliò di
seguire quello che sarebbe stato l’indirizzo del padre spirituale defunto.
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gnava, suor Giuseppina, io e la Laura, una giovinetta ospite in quel momento, non ammalata, che ci avrebbe potuto aiutare in casa. Don Mario ci disse: “Prima di partire baciate il
muro dell’ospizio”.
La vigilia della partenza era la domenica 23 novembre 1947. Andammo a salutare i nostri parenti. Una mia zia mi disse: “Ricordatevi sempre del Signore”. Alla sera, dopo cena,
in teatro c’era festa, le giovani di Azione Cattolica recitavano una commedia. Io non sapevo
dove era S. Giovanni di Q. Conoscevo le carte geografiche dell’Africa, ma non quelle della
provincia di Reggio. Sapevo solo che da Marola i seminaristi, e da qui altri, erano andati
in gita a San Giovanni. Quindi, in una giornata ci si andrà! - dicevo fra me. Noi eravamo
addolorate per il distacco. Ricordo che al mattino, quando suonò la sveglia, sentii in me un
dolore quasi fisico. Ancora così, quando andammo (senza svegliarlo) a baciare Lino: piangemmo. La corriera partiva verso le cinque da Casa Cerbiani. Partimmo, ma appena passata
Pietravolta, si fermò perché c’era un guasto. Intanto si vedeva ancora laggiù Fontanaluccia.
Gli autisti e gli uomini che c’erano manovrarono un po’, noi scendemmo a spingere, finalmente si mise in moto e ripartimmo. Ma passato Frassinoro, prima di Montefiorino, si
fermò ancora e questa volta non ci fu modo di farla ripartire. Noi pensammo: “Il diavolo
non vuole lasciarci partire…!”. Dovettero telefonare a Sassuolo di mandare un’altra corriera.
Questi contrattempi mandarono in fumo il programma che don Mario aveva fatto per
noi. Suor Maria (forse lo aveva pensato lei) con la Laura sarebbe scesa nei pressi della strada che portava su a Baiso e, attraverso i boschi e il fiume Tresinaro, sarebbe arrivata a S.
Giovanni di Querciola. Avrebbe potuto rendersi conto come avremmo alloggiato, ecc. ecc.
Suor Giuseppina ed io invece avremmo tirato dritto e, col treno di Sassuolo, saremmo
arrivate a Reggio, in tempo per assistere alla messa solenne celebrata da mons. Vescovo in
San Prospero. Don Mario contava di essere anche lui alla funzione, finita la quale avrebbe
trovato un attimo di tempo per presentarci a mons. Vescovo e prendere così la benedizione
per la nuova Casa.
Suor Giuseppina ed io dunque rimanemmo in corriera che andava, per il ritardo, molto
forte e suor Giuseppina si sentì male. Quando arrivammo a Sassuolo era molto pallida e
dovetti farle prendere un cognac. Il treno per Reggio era partito e un altro c’era solo nel
pomeriggio tardi. Così andammo a Modena e di là a Reggio. Arrivammo alle due del pomeriggio in via Fontanelli, nella casa di don Dino Torreggiani, dove c’erano degli ex carcerati,
degli zingari, ecc. Ci accolse la Maria Bianchi che ci fece mangiare un po’ di risotto. Don
Mario non sapevamo dove fosse. Verso le cinque del pomeriggio andammo a Porta Castello,
c’era la nebbia e il tempo piovoso. Entrammo in una piccola sala di attesa tutta piena di
gente. Due donne ci vennero vicine e ci chiesero se andavamo a S. Giovanni, loro abitavano
lassù. Rispondemmo di sì e fummo contente del primo incontro perché erano semplici e
sembravano buone… come quelle di Fontanaluccia. Una era la mamma di don Zeffirino
Rossi e l’altra Giuseppina Vicentini di Casa Pazzi. Dopo un po’ che eravamo lì in mezzo a
tutta quella gente, sulla porta fece capolino la testa di don Mario. Non disse niente, vide che
c’eravamo e mi pare che ci salutasse con la mano, poi sparì.
Suor Maria aveva fatto un viaggio faticoso. Prima la lunga salita dal fondo valle a Baiso,
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poi da Baiso, senza vera strada, nei boschi e nei campi. Era già molto tardi e non avevano
nulla da mangiare. Incontrato un gruppo di case, suor Maria chiese la carità di un po’ di
pane almeno per la Laura. Lì, sulle colline, il tempo era bello e c’era il sole. Arrivò a San
Giovanni in parrocchia durante il canto del vespro: erano circa le tre del pomeriggio. Don
Giovanni Reverberi la conosceva bene, era stato per diversi anni parroco di Romanoro e
l’aveva seguita negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza e ora la ritrovava così,
dedita al Signore e ai Poveri.
Quando la corriera arrivò a S.
Giovanni ci trovammo in mezzo
a tanti bimbi felicissimi. Io pensai: “Da qui io vado a casa a piedi,
non ho paura, ci vado!!!”. Non ci
fu nulla di ufficiale nell’incontro.
I bimbi ci accompagnarono giù
alla Casa dove c’erano tante persone e don Giovanni con suor
Maria. Nella saletta piena di gente suor Maria ci presentò a don
Giovanni. Lui non disse niente di
particolare, ma si capiva che era
contento. Poi suor Maria chiese: “Come lo chiamerà questo
posto?”. Don Giovanni rispose
pronto, senza esitazione: “Casa
della Carità” (* v. nota).
Pian piano i bimbi, le persone
e don Giovanni se ne andarono.
L’Anna Bonini (che diventò poi
suor Alda di Sant’Elia) aveva cotto per noi la minestra e preparata
anche una torta, fu l’ultima ad andarsene.
Partiti tutti ci sedemmo a tavola e ci accorgemmo che sulle nostre teste pendeva la lampada con una bella luce, ma era a petrolio!! Per spegnere la lampada bisognava soffiarci. Fu
una sorpresa un po’ sgradita. A Fontanaluccia, nelle nostre case, avevamo sempre avuto la
luce elettrica. I letti erano pronti, c’erano state le donne, le ragazze del paese a preparare. La
Casa però era ancora tutta sporca perché c’erano stati i muratori, avevano imbiancato ma
non avevano messo niente per terra, c’erano i mattoni sporcati dalla calce. Io, con un po’ di
smarrimento, dissi: “I piatti li laveremo domattina, come si fa adesso?”.
Suor Maria aveva visto che i lavori non erano ancora ultimati e disse: “Già, domani
mattina verranno subito in casa gli operai, sarà meglio che sia tutto in ordine”. Io accesi una
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candela e mi avvicinai al lavandino. Fuori, il paese era tutto immerso nel buio. La Casa la
sentivamo vuota, silenziosa e buia, ma pure quelle tenebre materiali non ci sgomentarono.
Ciascuna di noi di dentro aveva la sicurezza che quel giorno qualcosa di radioso era successo…
La Casa di S. Giovanni era più nuova di quella di Fontanaluccia, era costruita da pochi
anni in mezzo a un prato e il cortile confinava con la strada carrozzabile. Era a tre piani, le
finestre erano molto più larghe di quelle dell’Ospizio. Addirittura in cappella, nel salone e in
camerone c’erano i finestroni che davano luce, aria e sole. Le stanze erano alte, i pavimenti
di mattoni, mentre all’Ospizio i pavimenti erano in assi di legno. I servizi igienici in Casa
erano due, abbastanza larghi. La cappella era bella ma entrava l’acqua piovana. Il punto di
vera povertà era la mancanza di acqua corrente e luce elettrica in Casa. D’altra parte la luce e
l’acqua non c’erano
in tutto il paese, neanche dal parroco e
neanche dalla famiglia più ricca. Anche
in chiesa pregavamo con le candele.
Per un complesso
di cose quella zona
della provincia di
Reggio era rimasta
fuori e non poteva
beneficiare di queste cose così indispensabili. La Casa
andava ad attingere
l’acqua a 300 metri
di distanza, ad un pozzo comune a tutti gli altri abitanti, che serviva per gli uomini e per le
bestie. In Casa c’era un contenitore di due quintali in cucina e un altro nel bagno in alto. La
luce elettrica arrivò nel 1958 in autunno e fu una gioia e un passo molto grande. Per undici
anni avevamo vissuto con le lampade a petrolio. Povertà ce n’era ma la vivevamo con gioia,
anche perché poi non c’erano tante esigenze. San Gaetano ci mandava la provvidenza. Lo
pregavamo prima dei pasti e facevamo la sua festa precedendola con la novena.
A S. Giovanni furono i bambini che facilitarono tutto. Ci portavano nelle loro case:
anche se non c’eravamo mai andate, era come se ci fossimo sempre state. Prima loro ci
portavano le notizie, e così si veniva a conoscere che la nonna, la zia erano ammalate…
poi noi andavamo a trovarle. Così in pochi anni, grazie a Dio… la parrocchia divenne una
grande famiglia. Le mamme portavano i bimbi all’asilo e poi curavano gli ospiti, era tutto
uno scambio così, era molto bello: ci portavano anche i prodotti della terra che coltivavano. Non abbiamo mai sentito difficoltà a vivere la nostra vita religiosa anche in mezzo a
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tutti. Nessuno ha mai detto: siete fuori posto, e noi non ci siamo mai sentite fuori posto,
in nessun luogo, siamo sempre state felici, senza disagio. Fu molto bello quel periodo. Si
può proprio dire che anche quando non capiamo niente, il Signore previene e aggiusta quel
tratto di strada che ci sembrava impraticabile.
Una volta don Mario a momenti mi tirava la sveglia in testa. Eravamo tornate a
Fontanaluccia per gli Esercizi e lui cominciò a lamentarsi con suor Maria: “Ah, non sono
mica più le mie figliole, sono cambiate!!”. Allora io gli dissi in dialetto: “La colpa è sua!”. E
lui: “Perché?”. Continuai: “Ah, perché Panigal l’era grand!!”. Allora lui ha capito, ha preso
la sveglia, ma poi l’ha riappoggiata. Io dicevo che se ci avesse tenute qui allargando la Casa
saremmo rimaste sue figlie, invece ci aveva mandate via!! Così abbiamo preso su perché
diceva che cantavamo diverso…
Ha avuto una grande importanza andare a S. Giovanni, cioè partire da Fontanaluccia.
Da quel momento la città ha avuto più contatti con la Casa della Carità perché da San
Giovanni si faceva presto ad arrivarci… l’importanza è stata grande. Sì, la Casa della Carità
aveva compiuto il primo faticoso ma sicuro passo per le vie del mondo!!!
* Con molta probabilità don Mario aveva pensato, già prima del 1947, come testimoniano diversi scritti, di
chiamare “le sue baracche”, Case della Carità
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IL MISTERO DELLA NASCITA
Suor Giuseppina
Il Signore aveva già parlato al cuore di don Mario: la Casa della Carità doveva espandersi, uscire da Fontanaluccia. Ma il quando e il dove a noi erano, allora, sconosciuti.
Dovevamo forse intuire qualcosa dai contatti e dalla sintonia di ideali che accomunavano don Mario a don Giovanni Reverberi.
E proprio San Giovanni Querciola fu il luogo da dove iniziò la diffusione delle Case
della carità.
Eravamo molto dispiaciute di lasciare Fontanaluccia. Ci sentivamo senza più nessuna
sicurezza, non pensavamo al domani. Don Mario, pochi giorni prima disse che saremmo
partite io e suor Gemma accompagnate da suor Maria e aggiunse: “Ricordatevi che la più
giovane sarà quella che guiderà la più anziana”. Questo disse l’ultimo giorno. Io ho sentito
la mia pochezza, poi ho obbedito.
Siamo arrivate alla sera e abbiamo trovato un’accoglienza calorosa: davanti alla Casa, con
delle torce accese, c’erano tanti giovani con il parroco. Noi venivamo da Fontanaluccia dove
si viveva ora per ora, in povertà con i più poveri, ma la Casa di San Giovanni lo era ancora
di più: non c’era acqua, non c’era luce.
Abbiamo però trovato tanta fede vissuta; in prima persona dal parroco, don Giovanni,
uomo austero che viveva nella penitenza e nella preghiera.
Andavamo a Messa nella chiesa grande: si partiva al mattino, al buio, con una lampadina
piccola per riuscire a vedere dove si camminava. Là trovavamo questo prete che, a lume di
candela e con dei libri, tanti libri, pregava, pregava... Chissà quanto tempo era che pregava!
Don Giovanni era parco di parole. Per lui parlavano le ginocchia!
Poi tornavamo a casa e si incominciava. Per due mesi siamo rimaste senza ospiti, poi
abbiamo incominciato a cercarli e a chiedere al prevosto se ce n’erano. Sentivamo proprio
la necessità di avere qualche ospite nostro; infatti, poco dopo, ne sono venuti alcuni dalla
parrocchia e così facevamo famiglia con loro e con i bimbi che erano molti.
Si faceva l’asilo per custodirli in quanto le donne erano occupate nel lavoro alle risaie.
Era suor Gemma che si occupava dell’asilo e diventò, per lungo tempo, la “mamma” dei
bambini di San Giovanni. Don Giovanni, penso, abbia voluto noi suore soprattutto per i
bimbi.
In Casa c’era la scuola di lavoro per le ragazze: mentre imparavano a cucire, si faceva
catechismo e si pregava.
Il legame con i bimbi e con le ragazze ci permetteva di prendere contatti con le loro
famiglie che poi venivano ad aiutarci in Casa per le diverse necessità.
In Casa non c’era la Cappella: ricordo che per il 1° Natale don Giovanni, con alcuni
giovani, lavarono i muri di una stalla con acqua benedetta ed erbe selvatiche, per rendere il
luogo sacro e lì fu portato il Santissimo.
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Il Santissimo non veniva mai portato fuori dalla Chiesa, perciò fu un evento!
Questo fatto penso possa essere un segno dell’intitolazione al Mistero della Nascita della
Casa di San Giovanni.
Leggendo quello che don Mario ha scritto possiamo trovare altri elementi: “Le Case
della Carità si sviluppano con la devozione alla Vergine Santa, dando origine a dei Rosari
viventi di Case della Carità. Case intitolate a un mistero del Santo Rosario. Quello può
diventare l’ispiratore del “clima spirituale” delle Case della Carità. E’ il modesto omaggio
alla nostra Regina”.
Non ricordo che si facesse, nei primi anni, memoria del mistero, però San Giovanni
incarnava molto bene il mistero della povertà di Betlemme; e il fatto che la Casa di San
Giovanni rappresentava l’inizio, la nascita della diffusione delle Case della Carità può essere
un’altra spiegazione.
Il mistero della Natività l’abbiamo visto ripetersi con la nascita della Casa perchè, proprio come allora accorsero i pastori alla grotta, molte persone semplici e di grande fede
hanno gioito per quest’inizio.
Un po’ i ricordi, un po’ la fede spero vi abbiano aiutato a ricostruire i primi passi di
questa meravigliosa avventura.
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CONFIDARE NELLA PROVVIDENZA
Don Giovanni Reverberi nei ricordi di don Mario Predieri, Servo della Chiesa
scritto nel giugno del 1997 in occasione del 50° della Casa
E’ venuto a San Giovanni nell’autunno del 1935 (non ricordo né il mese, né il giorno);
siamo andati a riceverlo al confine della parrocchia con Giandeto. Primo commento: era
molto magro e scuro in faccia: eravamo in molti a riceverlo; ha fatto un gran discorso, è
piaciuto a tutti; poi, a piedi, l’abbiamo accompagnato in parrocchia.
Io avevo 17 anni, non ero nell’Azione Cattolica come i miei fratelli, però andavo a messa
e ai vespri tutte le domeniche, ed è così che don Giovanni ha cominciato a parlarmi e mi ha
convinto ad entrare nell’Azione Cattolica: questo nell’anno 1936.
Nel ’37 sono a lavorare a Bibbiano e ci vediamo poco. Nel ’38 sono a casa e si rafforza sempre più la nostra amicizia. Nel 1939, l’11 febbraio, parto per il militare; stiamo in
corrispondenza per lettera; le licenze erano molto rare, la prima dopo undici mesi; la corrispondenza è normale e sono io che qualche volta ritardo un po’, lui, invece, risponde subito.
Dal febbraio 1939 alla fine di ottobre del 1945, ben 7 anni, ci siamo visti poco per la
guerra e per la prigionia. Nel novembre del 1945 si riprende il lavoro in parrocchia: sono
molti i giovani dell’Azione Cattolica. Don Giovanni propone ai giovani di fare una scuola
serale e, durante l’inverno, fa scuola tutte le sere; io pure frequento la scuola e, quasi tutte le
sere, mi trattiene un po’ dopo la scuola e mi parla sempre di Dio e mai di cose materiali; la
domenica, dopo i vespri, l’accompagno per la visita ai malati e, durante una di queste passeggiate, mi chiede: “Cosa fai, ti sposi?”. Rispondo: “Non mi sposo”. E allora mi propone
di farmi prete. Io non mi sento di cominciare a studiare e, allora, mi propone di entrare nei
Servi della Chiesa: anche don Giovanni era un Servo della Chiesa.
Verso la metà del 1946 comincia a parlare di fare una casa per i poveri, un ospizio come
quello di Fontanaluccia: i poveri non devono pagare niente, tutto deve essere gratis, la
Provvidenza, confidare nella Provvidenza. Poi si comincia a parlare di come si fa, dove si fa
e dove si prendono i soldi: lui non ne ha.
La Provvidenza ha fatto sì che uno, nella zona della Prediera, vendesse la casa colonica,
con la stalla, un portico e un po’ di terreno. Don Giovanni riunisce tutti i capifamiglia,
espone il suo programma di fare un ospizio come a Fontanaluccia e chiede un prestito senza interessi; tutti aderiscono e si mettono insieme i soldi per comperare la casa, per fare le
diverse modifiche, senza raffinatezze perché poi non ci sono tante esigenze e tutto va bene.
Perché si chiama Casa della Carità? Siamo stati noi giovani che abbiamo voluto questo
nome, perché don Giovanni ci diceva sempre che tutto si doveva fare per carità, che i poveri
non dovevano pagare, guai a parlare di soldi, tutto per amore e per carità; e se tutto si deve
fare per carità, la casa si chiamerà CASA DELLA CARITÀ.
Come ricordo don Giovanni? E’ una cosa molto difficile riuscire a dire tutto: ho lavorato
con lui per vent’anni, era un padre, non solo per me, ma per tutti, era un amico, si fa presto
a dire amico, ma don Giovanni lo era perché voleva il tuo bene, era disposto a fare qual26
siasi sacrificio per te, a dare anche
la vita per te. Come padre, quando c’era qualcosa in parrocchia
che non funzionava, quante volte
l’ho sentito piangere! Aveva una
fede grande in Gesù e in Maria, la
mamma del bel Paradiso.
Quando si andava a Reggio,
prima cosa in Ghiara e poi l’appuntamento era in San Giorgio e
sempre in ginocchio. Una volta gli
ho chiesto perché non si mettesse
un po’ a sedere perché si stancava
a stare in ginocchio e la risposta
fu: “Davanti al Signore non mi
metterò mai a sedere!”. Dio solo sa
quanto ha pregato e quanta penitenza ha fatto! Ultimamente tante sere gli lavavo i piedi, le
sue ginocchia erano tutta coppa! Anche adesso ci penso e invidio quella coppa! Quando è
arrivata la corrente elettrica gli ho fatto l’impianto in canonica: una sera mi è venuto tardi, la
zia era già andata a letto e gli aveva lasciato la cena nel cassetto del tavolo. Ho fatto un atto
di curiosità e ho guardato: un piatto di insalata con aceto in abbondanza e un pezzo di pane.
Amava i giovani e aveva un cuore giovane. Aveva fatto il soldato a Novara e aveva conosciuto i Salesiani: da lì è nato l’amore per i giovani. Quante preghiere per i suoi giovani!
Quando partivano per il servizio militare era veramente un apostolo della purezza e della
castità: consigliava di fare, per un mese, voto di castità.
Lui ha messo in pratica i suoi voti alla lettera: non possedeva niente, vestiti sempre quelli, non gli importava nulla anche se erano sporchi e dimessi.
Quante volte l’ho sentito dire: “Signore fammi puro e santo”. Mai sentito dire una parola maliziosa, aveva un grande rispetto per tutti, specialmente per i preti e per le suore, per
le suorine che sarebbero venute in parrocchia.
Come ho già detto aveva un cuore giovane, amava le novità. Fin dall’anno 1950 abbiamo proposto di leggere il Vangelo in italiano: è stato d’accordo e molto contento di questa
iniziativa presa da noi giovani.
Come ha pensato alla CASA? Fin dal suo arrivo in parrocchia parlava spesso del Cottolengo di Torino, del fare del bene per aiutare i poveri, del confidare nella Provvidenza. Per
me, ricordare con precisione date e nomi è un po’ difficile. La Casa è stata sistemata così:
nella rimessa la cappella, nel fienile il camerone per gli ospiti, la cucina è rimasta com’era,
molto piccola, una saletta, anche questa molto piccola serviva da refettorio, il portico lo si
è adattato ad asilo e, in una parte, si è aperto il bar Acli dove tutte le sere erano presenti
Menotti Ferrarini, Romeo Bertolini. Posso dire che tutta la parrocchia ha contribuito per
il bene della Casa: i camionisti Aureliano Munarini e Alberto Aldini a cui don Giovanni
diceva sempre: “Et pegha al Sngnor”. Poi Aldo Predieri, sempre pronto in qualunque cosa
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gli si chiedeva; Davide Predieri, anche lui ha aiutato molto in principio; il fabbro Luigi
Costantini, che non ha mai rifiutato un servizio.
In Casa non c’era né acqua, né luce. C’era la scala piena di lumini a petrolio e le rotture
non mancavano. Finalmente nel 1948 il Comune viene vinto dalla Dc e dai socialisti saragattiani e si è cominciato subito a fare acquedotti e strade. Uno dei primi acquedotti è stato
quello di San Giovanni. Nel 1959 anche la Casa ha avuto l’acqua. Per la luce abbiamo installato un piccolo gruppo elettrogeno. Poi è arrivata la stufa per il riscaldamento dell’acqua:
l’hanno regalata un gruppo di donne di Reggio che venivano ogni tanto alla Casa: abbiamo
finito di montarla alle tre di notte. Un’altra iniziativa è stata presa nel ’48: c’era la tradizione di lasciare il latte al casello l’ultimo
giorno di consegna, per San Martino;
noi giovani abbiamo proposto di lasciarlo, invece, alla Casa della Carità;
tutti hanno aderito, così la Casa aveva
il latte assicurato per un po’.
Come diceva don Giovanni: “La
Casa ha svegliato la parrocchia!”. E
alla gente diceva che le suorine che sarebbero venute in parrocchia avrebbero fatto tanto bene. Chi, infatti, non
correva da suor Gemma per qualsiasi
bisogno? Una puntura, un consiglio
per uno che non stava bene o si faceva
male, o per vegliare un malato grave o
moribondo? Suor Gemma era la madre della parrocchia!
Apertura della Casa: 24 novembre 1947
E’ quasi sera, ma le suore non si vedevano ancora. E’ quasi buio ed ecco le suore che arrivarono a piedi: suor Maria, suor Gemma e suor Giuseppina. C’erano in pochi a riceverle:
don Giovanni, alcuni giovani e le ragazze che avevano preparato la Casa con a capo l’Anna
Bonini, che poi diventerà suor Alda. La gioia più grande fu quella di don Giovanni: vedere
suor Maria nella sua parrocchia. Era una sua parrocchiana quando era a Romanoro.
Non so cosa abbiano provato le suore nel vedere la Casa: era buio, la Casa pure, una
lucerna illuminava solo la cucina e la saletta, ma forse non era tanto peggio di quella di
Fontanaluccia quando fu aperta alcuni anni prima.
Cominciarono subito a prendere ospiti: la prima fu una signora anziana di San Giovanni
e una ragazzetta di Reggio di nome Carla. In poco tempo la Casa è piena. La Casa va avanti
come può, non certo nell’abbondanza, qualche volta forse manca anche il necessario, ma la
Provvidenza, che non manca, arriva sempre al momento giusto. La Casa incomincia a dar
presto i primi segni di ”cedimento” in termini di rotture e guasti: il problema più grosso
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era quello di difendersi dall’acqua perché pioveva in casa! All’inizio degli anni sessanta la
Provvidenza arriva. Il dott. Marazzi propone a don Giovanni di fare la Casa nuova se si
fosse trovato il terreno. Suor Gemma si mette subito in movimento e qualche volta anch’io
andavo con lei. Si individua il posto: è bello, i proprietari sono due, Alfonso Predieri, papà
di Aldo e Francesco Ceci, papà di Ennio. Alfonso ce ne ha venduto una fetta e con Ceci si
è fatta una permuta con un campo vicino a casa sua che un certo Licinio Munarini aveva
lasciato in eredità alla Casa della Carità. Il dott. Marazzi mantiene la promessa e diventano,
i lavori per la costruzione, una realtà, con il controllo vigile di suor Gemma.
Nel 1961 la Casa nuova è finita, si fa il trasloco: a noi sembra bellissima: luce, acqua,
i piani con le mattonelle, la lavanderia, il riscaldamento, belle sale e la gioia di tutti, delle
suore e degli ospiti.
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CERCANDO NEL BAULE DEI RICORDI
UN ANNO A S. GIOVANNI DI QUERCIOLA
Don Mario Pini
Come viveva don Giovanni Reverberi
la presenza della Casa della Carità in parrocchia?
Come ha aiutato gli altri a capire?
A questi interrogativi risponde don Mario Pini, attingendo dal
diario pro-manoscritto “Quarant’anni con don Dino”.
Il 30 luglio 1959, a un mese e due giorni dalla mia ordinazione sacerdotale, don Dino
Torregiani mi comunicò la nomina di Vicario Cooperatore di don Giovanni Reverberi a S.
Giovanni di Querciola, dove avrei dovuto trasferirmi l’indomani. “Una grazia del Cielo, fu
il mio commento. Signore ti prego di darmi la grazia e la forza di imitare quel santo sacerdote e di poter fare colà tanto bene”.
Non trovo alcuna pagina nel mio diario che si riferisca al mio primo anno di ministero
sacerdotale. La buona memoria delle cose del passato mi viene nelle linee essenziali.
Al mio arrivo don Giovanni Reverberi, il prevosto che in quell’anno imparai a conoscere
bene, mi accolse così: “Che bisogno c’era che mi mandassero un curato!? Io l’avevo detto al
vescovo di tirarmi via dalla parrocchia perché ormai non ce la faccio più!”. Aveva sessant’anni ed era molto deperito per i digiuni, le penitenze, le veglie ed il suo continuo visitare la
parrocchia a piedi per assistere gli ammalati, gli anziani e pregare durante l’agonia dei moribondi che vegliava sino all’ultimo respiro. Lo guardai con un bel sorriso e gli dissi: “Mi
hanno mandato qui e io sono venuto, facciamo l’obbedienza…”. “Ma potevano fare parroco voi che siete più santo di me, io qui sono lo scandalo, la rovina della parrocchia, sono un
povero prete peccatore!”. Gli risposi con una bella risata e tentai di baciargli la mano come
facevo con lui da ragazzino. Con un balzo si ritrasse e nonostante i miei tentativi riuscì lui
per primo a baciare la mano a me.
Mi dette una cameretta di fronte alla sua al piano superiore, vi si dominava un prato
che subito adocchiai per il pallone. Solo più tardi passai nella camera vicino alla sua, attigua
all’abside della chiesa e che aveva le finestre sulla facciata della canonica; vi era una canna
fumaria e vi potei inserire una stufetta a bombola che emanava un puzzo di bruciato a mala
pena sopportabile.
In cucina c’era sua zia Enrichetta, molto avanti di età, che mi accolse con un gran sorriso, tutta avvolta nel suo abito nero e con il capo coperto da un fazzoletto di cotone dello
stesso colore.
Qualcuno mi aveva portato su da Guastalla con un furgone lo scrittoio, la vetrina, una
piccola libreria e due sedie. Il letto c’era già in dotazione. Quei mobili mi erano stati donati
dall’Albertina Rovesti, l’antica governante di casa Negri-Gualdi: erano lo studiolo del dott.
Carlo al tempo dei suoi studi, me ne servo ancora oggi per scrivere queste memorie. Mi ave30
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va donato anche una bellissima stola che per anni ho portato con me nei miei trasferimenti.
Bei ricordi di Guastalla.
Sin dalla prima mattina ebbi l’incarico di celebrare la messa delle sette nella Casa della
Carità, dove vi erano tanti ammalati, invalidi, dai bambini agli anziani. Qui le ottime suore
della Congregazione Mariana, fondata da don Mario Prandi, prestavano il loro servizio
facendo da mamme e da sorelle. Suor Gemma, suor Maddalena, suor Lucia, suor Alda ed
altre, con l’aiuto di alcune volontarie, erano sempre presenti per ogni necessità ed animavano la liturgia con preghiere e canti.
Ben presto divenni uno di loro e passavo molte ore tra la cappella e gli ospiti. Trovai subito tanta affettuosa accoglienza tra i parrocchiani, ragazzi, giovani, anziani, malati. Giravo
a piedi tutte le contrade dislocate in un’ampia superficie, all’incirca di nove chilometri per
sei, tra colline e vallate.
Per aumentare l’amicizia tra noi progettai un pellegrinaggio a Cremona e Caravaggio
per il dieci di settembre. Don Giovanni non vi prese parte, ma ne fu felice; si realizzò in
pullman in giornata, lasciando un ricordo bellissimo tra i convenuti.
Pochi giorni dopo benedissi un quadro della Beata Vergine con Giovanetta, la veggente, portato in ricordo: in processione lo collocammo nella vecchia nicchia del mulino.
Vari anni dopo costruirono una maestà nel cortile ed ebbi ancora io la gioia di portare da
Caravaggio un gruppetto statuario e di collocarlo benedetto nella nuova sede, ancora oggi
venerato.
Con don Giovanni organizzammo il lavoro del nuovo anno pastorale ’59-’60. Ebbi
l’incarico dell’insegnamento della religione nelle scuole elementari alla Strada e a Pulpiano
e di fare la dottrina agli adulti nel vespro festivo. Formai un gruppo di cantori, aiutato da
Menotti Ferrarini, già servo della Chiesa, che suonava molto bene l’organo: rinasceva la
Corale S. Cecilia che il 22 novembre fece il suo primo servizio in parrocchia.
Il buon Walter Prodi, anche lui ex servo della Chiesa, prestava il suo aiuto in sagrestia
e Mario Predieri, rimasto fedele tra i Servi, era l’amministratore e il sostegno del parroco.
Alla domenica pomeriggio salivo in torre e suonavo una lunga “sbaciuchèda”, una suonata
a carillon per chiamare i ragazzi all’oratorio: li vedevo arrivare in fretta da varie borgate.
Una volta, nello scendere le scale a pioli, fatiscenti, spezzai l’appoggio e rimasi impiccato
come un salame, per fortuna attaccato con ambo le mani ad un legno non ancora marcito
del tutto, ma continuai impavido la mia scalata festiva.
Il 4 ottobre venne una prima abbondante nevicata. Mi misi le ghette e lentamente salii la
lunga erta che porta alla Casa della Carità; era la prima volta che le usavo, nella mia prima
“passeggiata” montanina sulla neve per celebrare la messa del mattino. Il primo venerdì del
mese partii dopo messa, percorsi a piedi e con le scarpe bucate parecchi chilometri nella
neve per portare la Comunione ai malati. Al ritorno corsi a comperare un paio di scarponi.
Per il mese successivo provvide il buon Mario Predieri d’accordo con il parroco: mi portò
da Reggio un “Galletto 200” nuovo fiammante, una moto grigia a quattro marce con la
caratteristica ruota di scorta trasversale che mi salvò in vari ruzzoloni rocamboleschi sul
terreno ghiacciato.
Da allora la musica cambiò e potei svolgere con una presenza più adeguata il mio servi32
zio di giorno e di notte, mentre il parroco
continuava ad andare a
piedi e solo in casi urgenti montava su con
me. Don Dino ci aveva
più volte parlato della
grande carità di don
Giovanni
Reverberi,
soprattutto dopo il suo
ingresso nei Servi della Chiesa. Nel primo
corso di esercizi spirituali organizzati nella
sede del Pio Istituto
Artigianelli, durante le
feste di inizio d’anno
del 1950, fummo lieti
di accogliere fra di noi,
con altri, anche don Giuseppe Barbieri e don Giovanni Reverberi. Non ci fu presentazione
ufficiale, ma da allora si moltiplicarono le occasioni dei ritiri.
Dopo cena si metteva a fianco della televisione e ascoltava il telegiornale senza mai
vedere un’immagine, poi si ritirava ad un tavolo e conversava con gli amici del piccolo bar
parrocchiale annesso alla Casa della Carità. In breve tempo si creò una bella comunione fra
noi e a tavola parlavamo a lungo di problemi pastorali locali e talvolta ci scappava la politica.
Allora io facevo il prete di destra e inneggiavo a quei politici che don Giovanni biasimava
per le loro scelte fino al punto di mettere il giornale sotto i piedi e calpestarlo…
“Don Giovanni, al suo processo di beatificazione dovrò pur parlare di queste sue…
intemperanze!...”. “Signore vi ringrazio che mi avete mandato un curato che non sa niente
di politica!...”. Quando avevo acquistato un po’ di confidenza e lo vedevo molto caldo…,
talvolta prendevo la ramazza in mano a mo’ di chitarra e gli cantavo: “…perché per ogni
riccio tu tene nu’ capriccio, la donna riccia non la voglio no!...”. A queste scenette non
poteva trattenere le risa ed anche la zia rideva di gusto. “Signore abbi pietà di me che sono
un povero prete!...” e guardava il cielo “…portatemi nel vostro bel Paradiso…”. Ed io di
rincalzo: “…il più tardi possibile!”. Da me accettava anche questi momenti di sollievo, ma
normalmente era molto serio e raccolto. La sua giornata e la sua notte erano una preghiera
continua e alle quattro del mattino era già sveglio e in punta di piedi scendeva e stava delle
ore in chiesa che non è mai stata riscaldata ed era sempre piena di gente nelle sacre funzioni.
Le sue omelie prolungate erano molto ascoltate; sapeva forgiare le anime, chiedere penitenze e sacrifici, rimproverava le mancanze pubbliche, si commuoveva di fronte ai fatti
dolorosi della vita. Offriva occasioni per le confessioni, specie nelle ufficiature per i defunti
allora molto frequenti e nelle sagre parrocchiali. Nell’anno che ho fatto con lui chiamò due
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volte don Giuseppe Dossetti da Bologna a predicare e confessare. Credo che si confessasse
mezzo paese, era in confessionale dall’alba alla sera avanzata, ne usciva per commentare la
Parola di Dio e per le brevi refezioni.
Era una gioia ascoltarlo e uno zuccherino confessarsi con lui per la sua paternità e la sua
capacità di introspezione. Più volte qualche prete tra i convenuti, a tavola, cercava di strappargli qualche commento politico, ma lui bellamente guidava altrove la conversazione. Don
Giovanni ogni tanto andava a Bologna a confessare la sua mamma Ines, divenuta fondatrice
del ramo femminile della Piccola Famiglia dell’Annunziata, iniziata dal figlio per i monaci.
Alla domenica pomeriggio la gente ritornava per il vespro e il catechismo degli adulti,
incarico che spesso don Giovanni affidava a me, poi riprendevano i giochi e se c’era la neve
le pallate erano sicure. Era molto delicato con i sacerdoti del Vicariato del Querciolese e
quando non c’era bisogno in parrocchia mi mandava ad aiutarli per gli uffici funebri, i
funerali e le sagre. Spesso andavo a San Pietro dove era parroco don Attilio Taddei, suo confessore, divenuto ben presto anche il mio padre spirituale: lui era solito percorrere a piedi
andata e ritorno la strada per San Giovanni, partendo alle 4,30 da casa sua, estate e inverno.
Da quell’anno andavo a prenderlo e riaccompagnarlo con la moto. Talvolta per il ghiaccio
ho fatto qualche ruzzolone, ma la ruota di ricambio mi ha sempre salvato le gambe. Con
il coraggio dell’incoscienza partivo con ogni tempo, senza ponderare la viabilità, cosa che
spesso mi ha obbligato a manovre spericolate per risalire chine o a lunghi percorsi alternativi
per raggirare gli ostacoli.
Per Natale, oltre a un bel programma musicale liturgico, preparammo uno spettacolo
di burattini che riempì il teatro parrocchiale di ragazzi e adulti. Da allora cominciammo a
girare le parrocchie nelle ore serali per portare ai ragazzi e alla gente semplice la gioia della
battuta allegra di Sandrone, Fagiolino, Polonia ed altri ancora, sempre pronti a risolvere i
problemi col randello. Ci eravamo organizzati bene, non mancava neppure la fisarmonica
per il ballo finale di quelle zucche di legno. Spesso il tutto finiva con gnocco, salame e buon
lambrusco. Don Dino, che me li aveva dati, era felice che i burattini di San Rocco, bellissimi, in legno scolpito, dagli occhi di vetro, con i vestiti rimessi a nuovo dall’ago e dalla
pazienza di mia madre, continuassero a galvanizzare le platee degli oratori, dopo i successi
estivi di Ventoso di Scandiano.
Don Giovanni aveva una salute molto cagionevole; per i lunghi digiuni aveva subito una
dolorosa operazione per riattivargli l’intestino, mangiava come un passerotto insalata, sardine in scatola e poco pane. Io che ero sempre seduto al suo fianco riuscivo a fargli accettare
qualche pezzetto di grasso bollito. Negli incontri sacerdotali vicariali, sotto la pressione dei
colleghi, faceva qualche piccolo sforzo in più per nutrirsi.
Un mattino, a colazione, mi disse: “Scusatemi per questa notte, ho fatto di tutto per
non fare rumore, ma non ci sono riuscito, vi chiedo ancora scusa”. Era stato male e aveva
fatto qualche urlo nei conati di vomito, ma io non lo avevo sentito, lui non aveva voluto
picchiare contro il muro divisorio per non disturbarmi… Inutile ogni mio rimprovero… lui
non meritava nessuna attenzione… era un povero prete peccatore e basta!
Spesso, dopo cena, col bel tempo uscivamo per recitare il santo Rosario passeggiando
verso il cimitero; lui partiva solo solo per primo, io rimanevo a rispettosa distanza e lo rag34
giungevo davanti al camposanto. Una sera mi disse: “Vedete
questa soglia? Quando morirò
mi dovrete seppellire qui perché tutti passando mi abbiano
a calpestare i piedi. Io sono un
peccatore, un criminale, la rovina della mia parrocchia, non
merito altro… Promettetemi
che lo farete!...”. Rimasi pensieroso anche se non sorpreso
e gli dissi: “Chi ci sarà vedrà!”
e abbozzai un sorriso di disapprovazione.
Un’altra volta eravamo a
tavola e mi raccontò l’episodio dell’intervento prodigioso
della Madonna in suo favore,
quando militare di leva nella
prima guerra mondiale, durante la ritirata di Caporetto,
fuggendo nella notte si gettò
nel Piave in piena per cercare
scampo dal nemico e sperando
di trovare cibo altrove, pur non
sapendo nuotare. “Mi sono
buttato in acqua dopo aver invocato la bella Mamma del Cielo e recitando l’Ave Maria mi
ritrovai, non so come, all’asciutto, sano e salvo sull’altra sponda del fiume. Da allora ho
cambiato veramente vita e passo tutti i giorni a ringraziare la bella Mamma del Cielo che mi
ha salvato”. Era il 18 giugno 1918.
Don Giovanni era molto schivo ed evitava in tutti i modi di venire a trovarsi al centro
dell’attenzione: mia madre mi disse più volte che in qualche occasione, dopo averlo salutato
per la strada secondo il suo solito con un bel sorriso e parole rispettose, avendogli chiesto
qualche parere, si era sentita rispondere in modo brusco: “Io non so niente di questo, signora, io sono un povero prete!”.
Spesso firmava le sue lettere con una strana sigla p.p. (povero prete) ed il fatto era noto
anche a noi sacerdoti. Quando ci si ritrovava a tavola dopo qualche servizio collettivo, specialmente a Regnano, dove don Giuseppe Cacciani, l’arciprete, amava scherzare e provocare
qualche risata, non era raro che la sigla rimbalzasse tra i commenti ed allora per tenere allegro don Giovanni dicevamo: “Don Giovanni è un prete p.p.!”. Ci stava molto allo scherzo,
ma nessuno riusciva a fargli mangiare più di quel poco che si proponeva.
Il 1960 era l’anno 25° del suo ministero in parrocchia. Una volta mi disse: “L’anno
35
prossimo, il 4 di ottobre, è il mio 25° di parrocato: non intendo fare festa alcuna. Quando
arriverà il giorno voglio scomparire dalla circolazione, me ne andrò solo solo a San Siro in
pellegrinaggio e me ne starò là in preghiera tutto il giorno”. Mi preveniva per il timore che
io per l’occasione organizzassi qualche festa a sua insaputa. In effetti credo proprio che non
se ne facesse niente, ma io ero già in servizio a Ventoso in quella ricorrenza.
Dopo Natale cominciammo a preparare uno spettacolo per il carnevale: una bella commedia brillante “Addio Palmira”, una farsa, alcuni canti in voga di ultima estrazione accompagnati dal buon Menotti con la fisarmonica… i ragazzi ed anche i meno giovani erano
in fermento, durante le prove le risate salivano al cielo… qualche ragazzina del coro come
Gemma Bonini era impegnata negli assoli tra un atto e l’altro.
Don Giovanni non aveva mai visto nulla di simile e rimase molto meravigliato tanto che,
bonariamente, i superiori mi avvisarono che era andato da loro a chiedere consiglio… “il
curato ride con le ragazze!”. Anche le mie uscite fuori sede lo mettevano a disagio. Appena
iniziato l’anno pastorale, mons. Bagnoli mi chiese di accompagnare a Roma un gruppo di
adolescenti di Guastalla, perché uno di loro, Barbieri, aveva vinto il premio Roma. Don
Giovanni accondiscese a malincuore quando vide che anche don Dino era d’accordo. Ospiti
della Domus Pacis vi restammo tre giorni, visitando Roma con i mezzi, in lungo e in largo.
Potei celebrare ancora nelle grotte vaticane in un altare laterale dedicato alla Beata Vergine.
Da notare che per andare a Roma avevo preso la scorciatoia… di Torino, dove mia cugina
Madre Gambara mi aspettava per fare un po’ di festa in Casa Madre. Vi rimasi due giorni
e all’ospedale delle Molinette andai a conoscere suor Claudia Reverberi e le portai i saluti
della prozia Enrichetta e dello zio don Giovanni che me lo aveva raccomandato.
Quando in febbraio morì mia madrina di battesimo, Ines Ferri Ronzoni, non potei
andare al suo funerale perché capii che il buon prevosto non mi lasciava andare volentieri.
Ci fu un’altra uscita ai primi di maggio: don Dino mi mandò a Parigi con don Giuseppe
D’Aristotele al congresso internazionale di studi sugli zingari. Cinque giorni, eravamo alloggiati presso i Padri Lazzaristi di Rue des Sèvres, la loro casa generale che custodisce il
corpo di San Vincenzo de’ Paoli, il loro fondatore, che sembrava dormire nell’urna di cristallo. Fu davvero un’esperienza straordinaria, interconfessionale, nella quale si fraternizzò
con gioia fra laici, cappellani e pastori uniti nella evangelizzazione dei vari gruppi di nomadi
oggetto non solo di studio, ma anche di tanto amore da parte di quel piccolo gregge di seguaci di Gesù, convenuto da varie parti d’Europa. Il giovane sacerdote che era con me, don
Giuseppe D’Aristotele, apostolo dei Sinti d’Abruzzo, purtroppo morì non molto tempo
dopo, con grande dispiacere di don Dino e nostro. Con lui ero andato alla Rue du Bac,
presso le Figlie della Carità, nella bella chiesa delle apparizioni della Madonna Miracolosa a
Santa Caterina Labouré ed avevamo venerato il corpo della santa veggente, ancora intatto.
Mi aveva dato un esempio di vera pietà e di grande semplicità.
Il mese di maggio ha avuto un sapore particolarmente mariano. Don Giovanni, quando
parlava della Madonna, si illuminava. Ogni domenica del mese mariano la santa messa
parrocchiale veniva celebrata nel santuario della B.V. di San Siro, meta di grande devozione
raggiunta per lo più a piedi e con la recita del santo rosario, ad alcuni chilometri dal paese
per una stradina in mezzo ai boschi. Spesso don Giovanni percorreva il lungo tragitto a pie36
di scalzi in ringraziamento alla Madonna per aver salvato i suoi giovani, verso la fine della
guerra, prelevati durante un rastrellamento fascista e ritornati tutti a casa.
La Casa della Carità era la mia seconda casa. Là mi trovavo quasi tutti i giorni per la
santa messa ed il rosario serale. Provavo un grande affetto per gli ospiti che ascoltavo e tenevo allegri. Vari di loro erano entrai nella corale ed erano fedelissimi alle prove. Due ragazze
gareggiavano per tenermi lucente la motocicletta.
La simpatica Carla con le sue battute ci teneva sempre in allegria, tanto più che in un
modo o nell’altro usciva sempre vittoriosa a modo suo da ogni sfida verbale. Una volta era
venuto alla Casa mons. Socche e dopo i primi saluti, la Carla lo volle subito intervistare…
“Dunque hai la barba, ma hai anche la veste… insomma tu sei un uomo o una donna?...”. Il
vescovo all’inattesa uscita cominciò a ridere di gusto insieme ai presenti. “Mo chèra veh!...”,
concluse l’intrepida fanciulla, “ti voglio così bene che ti sposerei!”. Fu la ciliegina sulla torta.
Vi erano anche alcuni bimbi, l’Alma, Giovanni, Brunetto, la Luisella, mi si erano affezionati. Una volta nel fare un po’ di catechesi la suora chiese: “Chi ci ha creato?” e la Luisella
pronta: “Il signor curato!”.
Il 25 aprile siamo andati a fare una bella gita in moto fino al santuario della Madonna
del Frassino, a Peschiera del Garda. Al ritorno una bella nevicata mise a repentaglio il nostro
equilibrio su due ruote: tutta la montagna era imbiancata e il freddo si faceva sentire, ma
tutti e ventisette rincasammo sani e salvi.
Il 30 aprile, per Santa Caterina si sposò Cilianna, una ragazza del coro; le facemmo una
grande festa. All’uscita non mancò la battuta di rito: “Volevi sposarti in bianco?”. E alludendo alla neve: “Più bianco di così!”.
L’otto di giugno si organizzò un pellegrinaggio parrocchiale in pullman alla Beata Vergine
di S. Luca. Mentre salivamo la lunga scalinata,
qualcuno appoggiò la
valigia delle vettovaglie
per riposare un istante; non fece in tempo
a riprenderla perché
un morto di fame con
un trucco collaudato e
scendendo di corsa, con
un balzo la prese e se
la svignò. Amara esperienza per chi, abituato
nella pace dei monti ad
agire con lealtà, ha dovuto sperimentare che
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non tutti siamo uguali a questo mondo.
Nella bella stagione abbiamo organizzato alcuni incontri vicariali coi giovani a Regnano Parroci, catechisti, educatori e tanti “cuori allegri”, come chiamavano
allora i ragazzi in festa. Giornate indimenticabili di
gioia che dopo la santa messa proseguivano nel verde
per tutta la giornata. Anche don Pasquino mi chiamò
alcune volte a Viano. Allora era in voga il gioco televisivo del “Musichiere” e i ragazzi gareggiavano contenti
nell’indovinare i titoli delle canzonette. C’era poi sempre un incontro spirituale per le confessioni, la messa,
le comunioni, che davano un tono alla giornata. Ma il
bene finisce presto.
Ritornato da S. Pietro, il primo di agosto dove ero
stato ad un ufficio funebre, don Giovanni mi avverte
che don Dino mi ha chiamato al telefono pubblico
alla Prediera e vuole essere chiamato. Prendo il “galletto” e corro. “Pronto? Sono don Mario”. “Senti, ordine
del vescovo, domani mattina devi trasferirti a Ventoso
dove dirigerai la Scuola Apostolica e darai una mano
in parrocchia a don Giovanni…”. “Domani devo
essere a Onfiano per il Perdono di Assisi…”. “Bene.
Allora sarai a Ventoso alle ore 17”. Oh, gran virtù de’
Superiori antiqui!
Don Giovanni aveva le lacrime agli occhi quando glielo dissi e mi espresse tutto il suo
dispiacere. “Proprio ora che andavamo così bene! Vedrai, la gente dirà che sono stato io a
farti trasferire”. E si chiuse nel suo silenzio. La notizia fece subito il giro del paese e non
pochi si ribellarono all’idea, qualcuno alzava minacce al vento. Il giorno dopo, alle 17, ero
a Ventoso.
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LA PRIMA LETTERA DI DON MARIO PRANDI
alle suore di San Giovanni di Querciola
Ospizio S. Lucia (Fontanaluccia)
Diocesi di Reggio Emilia
Care suore,
Vi scrivo dal primo buco nostro, dove avevamo S. Lucia: ora è trasformato in ambulatorio. C’è qui suor Maria, da poco alzata, ma che non sta bene, domani o lunedì
andrà a Sassuolo a farsi vedere. Abbiamo anche suor Teresa a letto e suor Pia appena alzata: un po’ d’influenza… Però bisogna che troviate il modo, assieme al signor
Prevosto, di mandare della gente in aiuto e qualche volta di capitare anche qualcuna
di voi. E’ un sacrificio per tutti, ma, quando ci vuole, bisogna farlo. Ho scritto al sig.
Prevosto per alcune proposte; ve ne parlerà lui se crederà. Voi cercate di fare per il meglio perché le nostre baracche vadano avanti in Domino. Per adesso la cosa principale
sono le vocazioni: quando vi parlo di questo, voi capite che io non ho nessuna qualità
per insegnarvi tutte le virtù che si richiedono: ma voi capite che abbiamo bisogno di
gente che viva per gli altri senza pretese, senza molti castelli anche nel campo dello spirito, ma con molta semplicità e povertà: povertà anche di “aspirazioni”, di vedute, di
formazione; in questo senso: che non si pensi al modo usuale della vita, delle abitudini
della “santità” delle suore. Che si capisca la consacrazione alla “Nostra gente” senza
grandi programmi, disposti a seguirla e a servirla in ogni occorrenza, con umiltà e
amore, da povera buona gente; anche cioè se non capiamo molto e non vediamo niente
(di Angeli, visioni, ecc.).
Se la S. Chiesa qualche volta si accorgerà di noi e ci chiederà qualche piccolo servizio, di qualsiasi genere, anche per esempio fare da mangiare al Papa o ai Cardinali in
conclave, o andare in parlamento, o aprire un negozio, o fare le commesse o le tranviere
o qualsiasi altra cosa, anche la più curiosa o importante come andare a fare qualche po’
di tempo le contemplative nelle più elevate condizioni, purché si conservi la nostra parentela e agganciamento alla “Nostra gente” si deve essere pronti a farlo. Naturalmente
senza prendere né abitudini, né atteggiamenti, né maniere, né abiti diversi dagli usuali, salvo un po’ di pulizia maggiore, per rispetto alle abitudini degli altri.
Questa è una cosa molto seria. Badate che ve la dico in nomine Domini anche se
io sono il più sporco straccio da piedi che ci sia. Quello che sono io e che siete voi, tutti,
tutti, tutti, è roba nostra: ma quello che pare ci abbia chiamati a fare il signor Padrone
di tutto questo, è roba Sua e dobbiamo farlo bene. Vi ho detto queste cose perché abbiate bene inteso la vostra cosiddetta vocazione. In modo da rimanere più che potete fedeli
ad essa, pure nella maggiore e migliore dedizione alle opere e al servizio dei parroci e
dei vescovi: se il Signore vorrà tanto.
Io non so come andranno a finire le nostre baracche. Non so se le case cresceranno o
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si dovranno chiudere. Questo dipende da molte cose che solo il Signore sa. Ma mi pare
molto sicuro e molto del Signore rimanere attaccati e ancorati a questa forma di vita
umile, abbastanza nascosta, ma anche abbastanza aperta per ogni genere di sofferenza
e di povertà da accogliere, non come una cosa nostra (perché ci sono altri tanti fratelli
e sorelle che fanno quello che fate voi, e anche meglio di voi) ma da ricevere come le
cose che gli altri non possono, o non si sentono, e non riescono a fare o non sono adatti
a fare. Perché nella casa del Buon Dio vi sono molte mansioni e anche nella Santa
Chiesa, che è la portineria, ve ne sono tante. Può darsi che molte parole o espressioni
sembrino o siano poco precise o poco delicate, o irriverenti o sconvenienti o addirittura
mezzo eretiche: patti chiari, questa è tutta roba mia e marcisce con me e anche prima
di me.
Se però vi è un po’ di sostanza, e se voi vorrete avere un po’ di pazienza da “rugarvi” dentro, forse la troverete; (per esempio rileggerla insieme qualche volta un po’
adagio, cerando di parlarne fra di voi di quello che capite, o di farvi un po’ spiegare
dal signor prevosto quello che non capite, se sarà necessario, ma non credo. Dunque
se ci trovate un po’ di sostanza, questa non è roba mia e di nessun altro, ma del Buon
Dio e della Santa Chiesa. E allora prendetela con le mani dalla festa e tenetela bene a
mente in modo che se ci troviate qualche anima, o maschile o femminile che possa capire un po’ queste cose, ce la mandiate su. E badate che voi di S. Giovanni, molto ben
nutrite in tutti i sensi, avete l’obbligo di prolificare per il bene di tutti: allora siete vive
e comunicate la vita. Adesso bacio i piedi alla Rev.da Madre Badessa suor Gemma,
augurandole ogni bene, fra cui quello di capire sempre meno e di non arrivare a fare
come il nonno Medardo, poveretto, che sporca parecchi lenzuoli al giorno. A suor Alda
auguro di essere brava in Domino e di pensare a casa nostra.
A Sr. Lucia di sfurbirsi in Domino e che si prepari alle cose più impensate. Preghi
per i suoi. A tutti gli amici, tutto quello che desiderano in Domino. Pregate davvero
per me.
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DIRE DON MARIO
Don Eleuterio Agostini
Don Mario Prandi vuol dire:
- il servizio di parroco di Fontanaluccia per 48 anni (1938-1986);
- un piccolo, poverissimo Ospizio per ammalati, vecchi e bambini aperto a Fontanaluccia
nel 1941;
- decine e decine di Case della Carità diffuse nelle Diocesi di Reggio, Modena, Bologna,
Parma, Piacenza, Forlì-Bertinoro, Vicenza, Roma; poi anche in Madagascar, India,
Brasile e cioè in tutto il mondo;
- un lebbrosario e un ospedale in Madagascar, un altro lebbrosario in India e diverse cooperative agricole e di lavoro;
- due famiglie religiose: le Suore Carmelitane Minori della Carità e i Fratelli della Carità;
- per mezzo dei Sacramenti, la predicazione, la direzione delle anime, gli scritti, la strutturazione di una spiritualità evangelica perchè tutta l’esistenza diventi, nel servizio dei
poveri, liturgia di lode, fino al logo dei tre pani;
- l’acume operativo e pastorale che consente di innestarsi nella vita delle diverse popolazioni e delle loro culture in Europa, in Africa, in Asia, in America;
- la guida di centinaia di operatori, le scelte, per le tante opere, di collocazioni convenienti, la costruzione degli edifici necessari, la procura delle fondamentali protezioni
giuridiche e sanitarie secondo le diverse nazioni, la costituzione di enti adeguati riconosciuti anche a livello internazionale, gestendo, nel contempo, somme milionarie;
- 52 anni di attività sacerdotale (1934-1986), attraverso la seconda guerra mondiale, il
passaggio dal fascismo alla democrazia, il processo di secolarizzazione, gli aggiornamenti conciliari, l’apertura delle nostre diocesi all’universalità dell’evangelizzazione e cioè
facendo fronte ad autentici mutamenti epocali;
- l’immancabile, costante e attiva identificazione con la vita della Chiesa e il suo fondamentale compito di missionarietà, sempre attento e pronto a cogliere i segni dei tempi,
le opportunità: era partito da una piccola parrocchia di alta montagna e da un miserissimo Ospizio per arrivare in Africa, Asia e America.
Come sono stati possibili tali risultati? Chi era don Mario?
Qui, solo qualche spunti e riferimenti per una risposta.
Don Mario è stato sempre un uomo di relazione, contatto, amicizia con tanta gente; attento e interessato agli uomini e alle loro vicende, un uomo vivo, capace di commozione e
condivisione.
Fu sempre un uomo di Chiesa, voglio dire di comunità, di rete, legato quindi al Vescovo,
agli altri preti e agli innumerevoli fratelli laici. Non è mai stato autoreferenziale a se stante,
ma si è sempre collocato dentro, parte viva della sua comunità, della Chiesa, semmai con il
desiderio di tirarsela appresso, ma sempre in comunione. L’ecclesialità, la diocesanità e par41
rocchialità delle sue intuizioni, proposte e realizzazioni lo confermano. L’originalità geniale
della Chiesa della Carità non consiste, ovviamente, nel procurare un altro centro di assistenza e servizio a malati e anziani, ma nel volerla “parrocchiale”, espressione e prolungamento
dell’identità cristiana della parrocchia, opera della comunità parrocchiale.
Allo stesso modo, don Mario, non ha mai pensato di dar vita ad un nuovo istituto per le
missioni estere, ma si è inserito con vigore e creatività nell’impegno missionario della nostra
diocesi, quale si ebbe con l’enciclica “Fidei Donum” di Pio XII, la prima ispirata esperienza
di don Pietro Ganapini in Madagascar, presto imitata da don Piergiorgio Gualdi e il decreto
conciliare “Ad Gentes”.
Del resto don Mario era sempre presente e attivo alle riunioni del clero, vicariali e diocesane, alle assemblee dell’Azione Cattolica, ai pellegrinaggi, ... e all’assemblea annuale della
Congregazione di Felina.
La “diocesanità” di don Mario è stata sempre compresa? Sia pure con qualche sfumatura, direi di sì. Certamente la sentiva e la comprendeva a fondo il vescovo Gilberto Baroni il quale,
da buon conoscitore di uomini, aveva certo scoperto le “potenzialità” di don Mario; con
le sue omelie, così meditate e stringenti, aveva dato un contributo sapiente e paterno alla
spiritualità delle Case della Carità e del loro servizio, da intendersi come liturgia che nasceva
e poi rifluiva nell’Eucaristia. Riflessione, sperimentazione e interazione tra vescovo Gilberto
e don Mario portarono ad un’originale organizzazione dell’impegno missionario diocesano
coinvolgendo, nei diversi paesi e circostanze, i molti soggetti operativi in un unico gruppo
missionario reggiano gravitante sempre sulla locale Casa della Carità.
Come si sa, in occasione della venuta di Giovanni Paolo II a Reggio, la mattina del 6
Giugno 1988, il Papa si recò a Villa Cella per visitare la Casa della Carità. Io ero nel comitato organizzativo della visita e ricordo le obiezioni che nella stesura del programma sollevarono la polizia e anche i monsignori romani per quei 20 chilometri di via Emilia da far fare
al Papa e portarlo in campagna sotto un tendone.... ma il vescovo Gilberto fu irremovibile
e dirà poi a Cella, presentando la Casa al Papa: “..la nostra Chiesa è ansiosa di mostrarle i
più veri “gioielli” che l’abbelliscono come sposa del Signore, gli ultimi che Gesù predilige”.
Un altro personaggio con cui don Mario fu sempre in intima comunione di pensiero e
di azione fu il dott. Pasquale Marconi poi, anche deputato al Parlamento. Don Mario era
stato mandato cappellano della parrocchia e, insieme, dell’appena inaugurato ospedale di
Castelnuovo Monti e frequentava quotidianamente il dottor Marconi e un fervido gruppo
antifascista dell’ospedale (1934-36).
In un momento in cui Marconi era letteralmente schiacciato dai debiti per la conduzione
dell’Ospedale e ostacolato dal partito fascista del luogo, don Mario vide sorgere presso la
nuova struttura, per scelta del fondatore, un reparto “Cottolengo” riservato ai più abbandonati e poveri. Davvero una sfida della Provvidenza! Quel “Cottolengo” di Marconi e quella
sfida della Provvidenza furono certamente l’anticipazione del misero Ospizio che sorgerà a
Fontanaluccia sei anni dopo e che sarà tenuto a battesimo proprio da Marconi. Il profondo
legame di fraternità fra don Mario e Marconi non verrà mai meno e avrà ulteriori sviluppi.
Un altro laico col quale don Mario intrecciò amicizia e innumerevoli iniziative fu il comm.
Pietro Marazzi. Don Mario sapeva di poter contare sempre sull’aiuto economico di Marazzi
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e specialmente sulla sua fiducia e comprensione; li univa anche una vivissima devozione a
Maria, la Madre del Signore.
Si dovrebbe parlare di tanti altri amici, confidenti, ma qui non è possibile.
Ci si potrebbe domandare quale luce teologica abbia folgorato don Mario e perchè egli
abbia saputo ricavarne esiti così fecondi.
Dall’ospedale di Caselnuovo Monti, dove a scopo di cura, per tre mesi fu ospite dell’amico
Marconi, don Mario scrive, il 16 Luglio 1943, una lettera al vescovo Brettoni nella quale è
già pienamente delineata, anche nei particolari, l’idea della Casa della Carità. La lucidità di
quella missiva al suo vescovo ancora oggi impressiona, commuove e, insieme rivela, come
un’intima lacerazione tra l’abbagliante evidenza evangelica “passata per la mia povera anima” di una Casa della Carità sorta in tante diverse parrocchie e la coscienza di essere non
adeguato, non degno di dedicarsi ad un’impresa che davvero promuoveva l’azione pastorale
della nostra Chiesa.
Quella stessa lunga lettera, evidentemente scritta in tempi e stati d’animo diversi, reca un’intuizione e una formulazione di verità teologica in quegli anni non usuale eppure centratissima. La Carità, scrive, non è solo un mezzo di apostolato “ma la vita stessa della Chiesa”. Il documento CEI “Evangelizzazione e testimonianza della Carità” (1990) dirà: “la Carità, prima
di definire l’agire della Chiesa, ne definisce l’essere profondo”(26); e ancora: “la Carità è la
natura profonda della Chiesa, la vocazione, l’autentica realizzazione dell’uomo” (19). A questi sconfinati orizzonti teologici, che andavano oltre la stessa Casa della Carità, don Mario si
abbeverava già nella lettera del 1943. Tanta e così acuta penetrazione, da dove gli venivano?
Certo dalla Grazia di Dio, dalle Scritture, dalla preghiera... ma si propone, a questo punto
un tema non ancora indagato e studiato bene, cioè il rapporto di don Mario, e non solo
di lui, con monsignor Angelo Spadoni
e dell’influenza che
questo sacerdote, poi
uscito dalla Chiesa,
esercitò, come professore di Teologia,
confessore e direttore
spirituale su tanti nostri ottimi preti. Don
Mario, al proposito,
custodiva una documentazione preziosa,
e forse unica, ma,
pensiamo noi, un
malinteso scrupolo
di umiltà, lo indusse
a bruciare tutto. In
ogni caso monsignor
43
Spadoni da don Mario, pur deplorando il suo allontanamento dalla chiesa, è sempre stato
ricordato con venerazione.
La Carità, dunque, fu come la stella, vedendo la quale “essi provarono una grandissima
gioia” e da essa guidati, entrarono nella “casa”. (Mt.2)
Bisogna però riconoscere in don Mario altri straordinari doni e attitudini: una geniale intelligenza pratica, un’autorevolezza che insieme conquistava e si imponeva, una libertà di
spirito che lo rendeva disponibile, come un mafioso, a giocarsi tutto. Spero di non essere
frainteso; voglio dire che in don Mario c’era, come nel patriarca Giacobbe, la grinta di
chi osa sfidare e lottare con Dio. Si può cosi’ capire meglio come don Mario sia riuscito a
realizzare la Carità dentro i condizionamenti dell’esistenza del mondo, dove propriamente
si colloca la croce, convincendo e coinvolgendo tanta gente, restando e anzi, facendosi
più forte, con l’essere uomo della comunità e della Chiesa diocesana. Abbiamo ricordato,
sopra, il documento CEI e spesso mi viene da pensare alla grandissima gioia che la lettura
di questo testo avrebbe arrecato a don Mario, come anche a Marconi. In quella nota pastorale dei nostri Vescovi si conferma un’altra intuizione di don Mario, là dove ci si propone
“di rifare il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali” professando con la vita e con
le opere il vangelo della carità (26), che deve essere collocato al centro anche della nuova
evangelizzazione (25). Sempre, nella lettera al vescovo del 1943, don Mario scriveva: “
..l’esercizio pratico della Carità è forse una delle cose più necessarie... potrebbe risuscitare
in tanti fratelli la fede”.
Del resto la Casa della Carità è stata sempre proposta da don Mario anche come scuola
di vita cristiana e “volgarizzazione del Vangelo”. Certo avrebbe gioito sentendo i Vescovi
parlare del Vangelo della Carità, ma non avrebbe rinunciato a rilanciare che doveva sempre
trattarsi della Carità del Vangelo. Il versetto da lui prediletto era Gv. 15,12 “Amatevi gli uni
gli altri come io ho amato voi”.
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CASA DELLA CARITÀ,
UN PATRIMONIO PER TUTTI
Don Giuseppe Bertolini
Tutti i pomeriggi, puntuale come sempre, don Giovanni Reverberi passava davanti a
casa mia sgranando la corona del Rosario (forse per la 10a volta!). La meta del suo viaggio
pomeridiano era sempre la stessa: la Casa della Carità. Quanto l’amava!
Molto spesso, come tutti i bambini, finiti i compiti, io giocavo in cortile. “Giuseppino,
mi accompagni alla Casa della Carità?”, mi diceva sorridendo il prevosto. Era sì solo un
invito, ma come si poteva dire di no? Un po’ a malincuore lasciavo i giochi, lo affiancavo e,
mentre camminava lentamente, don Giovanni si interessava immancabilmente del papà e
della mamma, di eventuali novità che avessi potuto sapere, poi, dopo un po’, proponeva di
recitare il Rosario. Tra recita del Rosario, Litanie e intenzioni varie di preghiere che a volte
occupavano più spazio del Rosario stesso, si arrivava alla Casa di Carità.
Ho cominciato allora ad entrare nello spirito di questa Casa attraverso questi primi
inviti del prevosto. Oggi, a 69 anni, mi viene in mente una canzone moderna che recita:
“Quando i bambini fanno oh oh che meraviglia”; e allora le meraviglie erano tante e le
ricordo in maniera molto viva. Innanzitutto la lunghissima genuflessione sulle mattonelle
della stalla divenuta la cappella della Casa, quelle mattonelle sulle quali le suore con tanto
amore applicavano il “rossetto”. Poi si saliva in casa, dove compariva il volto sorridente di
45
suor Gemma, pronta a ragguagliare il prevosto
sulla situazione della Casa. Ricordo che partiva
sempre dalle condizioni di salute degli ospiti,
che incontravamo uno per uno. Il prevosto aveva un debole per Carla e Paolona.
Un’altra curiosità era sull’acconciatura nascosta sotto la cuffia bianca che allora indossavano le suore: come era bella quella cuffia
bianca! Ricordo anche le “panierate” di stracci
e indumenti portate alla fontana dell’oratorio.
Colpiva, allora, lo spirito di accoglienza delle suore, gesti su un doppio binario: ti accoglievano in casa loro e venivano a casa tua, una
relazione che faceva sentire la Casa della Carità
come un patrimonio di tutti. Lo dimostra il
fatto che le suore erano partecipi dei nostri problemi e delle nostre gioie, così come noi partecipavamo alle loro difficoltà e ai loro momenti
di felicità. Un interscambio che si arricchiva di
gesti concreti, come portare alla Casa cesti di
frutta e verdura o anche cappelletti in occasione
di matrimoni.
Non so se esiste ancora oggi questo antico spirito di interscambio tra parrocchiani e
suore all’ombra di una Casa che una volta ha significato una enorme “ricchezza” per il paese.
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LO STATUTO
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HO INCONTRATO LA CASA DI CARITÀ
E DON GIOVANNI
'RWW*LXVHSSH*LEHUWLLQRFFDVLRQHGHOƒGHOOD&DVD
La situazione iniziale della Casa della Carità era qualcosa di assolutamente sconcertante:
un camerone buio con 40 e più malati addossati l’uno all’altro, un senso di tristezza, di
isolamento, ma c’era una luce immensa, divina: suor Gemma, una donna incredibilmente
santa, incredibilmente brava, dotata di una grande bontà, di altruismo e di tutte le qualità
migliori che possono avere sfogo ed esito verso il prossimo bisognoso. Suor Gemma era una
creatura come poche altre.
Quando conobbi successivamente don Giovanni, mi resi conto che erano due persone
fatte l’uno per l’altra e nessuno mi ha mai tolto il pensiero di paragonare don Giovanni e
suor Gemma a S. Francesco e S. Chiara nel servizio del prossimo.
Di fatti straordinari, di fatti eccezionali nei miei quasi 25 anni di dirigente sanitario della
Casa ne sono accaduti tanti, ma il fatto più importante era quello di vedere come questi
ospiti, che non si dovevano chiamare degenti o ricoverati o ammalati, si dovevano chiamare
ospiti, erano considerati da chi aveva l’incarico di provvedere loro con che bontà, con che
preoccupazione; suore che hanno passato notti e giorni sveglie per accudire qualche malato
più bisognoso.
Con don Giovanni i miei rapporti iniziarono nel 1953, quando fui chiamato a casa
sua e lo trovai in una grande camera con il letto da una parte e un mobile dall’altra, due
finestre con metà dei vetri
rotti; eravamo d’inverno
con un freddo bestiale, il
pavimento della camera a
onde di mare, nel letto una
figura magra con 39,5°
di febbre, un focolaio di
broncopolmonite, ecc.
La prima cosa che mi
sconcertò era l’ambiente in
cui quest’uomo si trovava.
Feci chiamare Comadri, il
mezzadro del beneficio di
allora, e gli dissi di recuperare una stufa, della legna,
delle carte e dei cartoni per
fare un po’ di caldo. Fortunatamente l’antibiotico
ebbe dei risultati buonissi48
mi e quindi don Giovanni si portò fuori bene e in poco tempo dalla malattia, ma mi rimase
sempre impressa quella umile solitudine.
Da lì iniziai a conoscerlo meglio e mi trovai di fronte a episodi stranissimi. Ricordo una
sera, nell’inverno 1953-1954: in casa c’erano 400 lire, mezzo kg di carne, due pezzi di pane
e nient’altro e il frigorifero era vuoto e il giorno dopo si doveva dar da mangiare a più di 40
persone. Suor Gemma era disperata e con le lacrime agli occhi. Io che avevo visto tutto, dissi
a don Giovanni: “Bisognerà fare qualcosa!”. E lui, tranquillo e pacifico, col suo sorriso, sembrava assente e seguitava a dire: “Ma dottore, non si preoccupi, ci penserà la provvidenza, ci
pensa la provvidenza!”. La provvidenza ci pensò a tal punto che il giorno dopo, alle 11, non
sapevamo più dove mettere la roba: prosciutto, formaggio, salami, carne, uova, tutto quello
che ci poteva essere in una casa, questo era l’intervento della divina provvidenza che don
Giovanni invocava e che io invece molto più prosaicamente pensavo a una collaborazione
della gente di S. Giovanni, molto attaccata alla Casa.
Riesce difficile parlare della Casa della Carità di San Giovanni senza parlare per forza di
don Giovanni, ma la casa della carità aveva una vita propria; ci sono state un’infinità di persone che sono venute o che venivano abitualmente alla Casa, a far visita, a portare qualche
aiuto. La popolazione considerava la Casa della Carità come una casa propria e al minimo
cenno di difficoltà accorreva con generi alimentari, lavoro fisico in base alle necessità. Capitavano poi, per esempio, delle cose stranissime alla Casa: ricordo, durante le feste natalizie,
che ero andato per fare gli auguri agli ospiti e mentre stavo parlando con suor Caterina
vidi 3-4 giovani che non avevo mai visto. Chiesi chi fossero ed ella mi rispose che non li
conosceva, ma che erano venuti alla Casa nella mattina e avevano chiesto se potevano fare
qualcosa e lei gli aveva detto di pulire i vetri. Chi erano, chi non erano, erano però persone
che conoscendo la Casa della Carità sapevano che c’era sempre qualcosa da fare. Di episodi
come questo ne accadevano, non dico quotidianamente, ma quasi: gente sconosciuta che si
presentava e si rendeva disponibile per qualche servizio.
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UN’AMICIZIA FECONDA
Don Giovanni Voltolini
Don Mario Prandi e don Dino Torreggiani si sono conosciuti quando don Dino, per
disposizione del Vescovo Eduardo Brettoni, lasciò l’Oratorio Don Bosco nell’Isolato San
Rocco e divenne parroco di Santa Teresa, in pieno centro storico.
Don Mario era nato a Santa Teresa, accanto alle vecchie mura e a quel tempo era seminarista.
Da qui è nata la loro grande amicizia.
Poi don Mario, divenuto sacerdote, andò a Fontanaluccia e cominciò ad accogliere persone disabili e sole e, per assisterle, aveva dato inizio, su incoraggiamento del Vescovo, a un
gruppo di giovani ragazze della parrocchia, primo germe di quella che sarebbe diventata la
“Congregazione Mariana delle Case della Carità”.
Don Dino intanto, attingendo dai ragazzi degli “Artigianelli”, di cui era Presidente,
aveva cominciato a sceglierne un piccolo gruppo con l’intenzione di prepararli al sacerdozio
e con don Alberto Altana e il laico Enzo stava elaborando un nuovo modo di consacrarsi a
Dio restando preti diocesani e laici con i Voti, col nome di “Servi della Chiesa”.
Nel 1947 il Papa Pio XII° riconobbe e benedisse gli “Istituti Secolari”.
Col tempo le due realtà si svilupparono: le Case della Carità con l’accoglienza amorevole
a quanti erano rifiutati dalle famiglie e dalle istituzioni: “Quelli che non sono di nessuno,
sono nostri”, diceva don Mario, e altrettanto facevano i Servi, mettendosi al servizio della
Chiesa e dei Vescovi e con piena disponibilità ai più poveri ed abbandonati.
Don Mario e don Dino si sentivano talmente simili e vicini che più volte avevano pensato di unire le forze in una sola Opera. Ne hanno parlato assieme molte volte. Don Dino, un
giorno, aveva detto a don Mario: “Vedi, tu hai le donne (le Suore), ma non hai gli uomini
(perchè a quel tempo, dopo svariati tentativi, non c’erano ancora i Fratelli), quindi è meglio
che le tue Suore diventino Serve della Chiesa e facciano un’unica opera”. “Hai ragione – gli
aveva risposto don Mario – ma perchè non sono i tuoi uomini a diventare i nostri Fratelli?”.
Un anno, quando don Romano era a Fontilles, in Spagna, a seguire un corso prima di
partire per l’India, sembrava che fosse la volta buona. Per andare a visitare don Romano
erano partiti da Reggio Giorgio Predieri e don Giuseppe Nozzi di Bologna come fidanzati e
avrebbero dovuto tornare come sposi. Il viaggio ha avuto dei momenti burrascosi, il fatto è
che sono tornati separati.
Questo non ha modificato affatto i rapporti di piena amicizia non solo fra loro due, ma
anche fra le rispettive opere che hanno lavorato assieme in iniziative molto importanti: la
gestione della Casa di Scandicci, l’impegno della Missione Diocesana in Madagascar, la Casa
della Carità alla Magliana e, soprattutto, il patto d’amore fra le tre Opere di origine reggiana:
la Piccola Famiglia dell’Annunziata fondata da don Giuseppe Dossetti, la Congregazione
Mariana delle Case della Carità, e i Servi della Chiesa a cui abbiamo aggiunto le Suore
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Francescane Missionarie del Verbo Incarnato
di Madre Giovanna e le Piccole Figlie di San
Francesco d’Assisi (Cenacolo Francescano)
di Padre Daniele.
Quanto ai Servi della Chiesa, il primo
sacerdote che si unì ai tre Fondatori fu don
Giovanni Reverberi, parroco di San Giovanni
di Querciola, che don Dino considerò sempre come il vero fondatore dei Servi della
Chiesa e pietra angolare dell’Istituto con le
sue preghiere e i suoi sacrifici.
Avendo poi don Giovanni ottenuto da
don Mario che la seconda Casa della Carità
fosse aperta a San Giovanni, l’affinità spirituale fra i tre si fece ancora più intensa e
duratura.
Anche noi più giovani abbiamo sempre
considerato che don Giovanni sia stato il
perno spirituale della nostra Famiglia e sono
sicuro che sia stato così anche per le Case della Carità.
Personalmente ho sempre considerato
don Giovanni, fin dal primo incontro, un secondo “Curato d’Ars” e l’ho sempre ammirato
e amato, anche se raramente sono riuscito a stare al suo passo.
L’ultimo ricordo che ho di lui sono stati gli ultimi istanti della sua vita: don Giovanni
era stato accolto al “Geriatrico” di Albinea (la Ca’ Rossa, già seminario Diocesano) vegliato
amorevolmente dai fratelli e dalle Suore delle Case che si alternavano giorno e notte ed io
ero ritornato dal Madagascar per qualche mese di riposo e di aggiornamento.
Nei suoi ultimi giorni, anche i servi si aggiunsero, soprattutto per la notte. Io ero fra i
più liberi e feci alcuni turni. E il Signore mi ha riservato il dono di essere là proprio la notte
della sua morte. I fratelli erano rimasti là fino a tardi, le 23 o mezzanotte, poi erano andati a
riposare in una casa di parenti o amici lì vicino e con lui siamo rimasti Suor Gabriella ed io.
Possiamo dire che è morto fra le nostre braccia. Per me e anche per lei, credo, è un ricordo
vivissimo che ci è rimasto da sempre nel cuore e che consideriamo un grande dono di Dio.
51
Riportiamo alcuni passi della lettera scritta
da don Giuseppe Dossetti il 20 settembre 1972 da Gerico (Palestina)
successiva alla notizia della morte di don Giovanni Reverberi.
Questa lettera, fu pubblicata nel 1987 nel libro
“La sfida di don Giovanni Reverberi” scritto da don Wilson Pignagnoli
“Ora scrivo a tutti contemporaneamente: a Monteveglio e a Reggio. Avrei voluto farlo subito
dopo il telegramma che Athos mi ha telefonato, con la notizia della morte di don Giovannino.
Proprio non me l’aspettavo in questo momento: mi ha preso di sorpresa, anche se non molti giorni
prima, scrivendo a Maddalena, avevo un po’ previsto che potesse non durare ancora molto. Ma
in quel momento non avevo l’animo preparato a una eventualità così prossima e sono rimasto
lì, senza sapere dire ad Athos che le poche parole del telegramma che ho fatto spedire da Gerico
subito a San Giovanni, sperando che potesse ancora arrivare in tempo e che foste colà tutti.
Pur con un senso immediato di grande vuoto - perchè don Giovannino ha veramente avuto
un grande peso ed ha esercitato una grande presenza in tutte le cose più importanti delle nostre
famiglie - mi sono ripreso col pensiero che appunto ora sono tutti insieme, Lui e la Mamma, e
che sarà per loro grande gioia e che quindi sarà anche per noi tutti più grande aiuto e che perciò,
ancora una volta, dovevamo ringraziare il Signore per noi, per tutto quello che noi abbiamo
avuto e avremo, e per tutti, cioè per le grandi grazie che ne sono venute e ne verranno di certo
sempre più a molte anime.
Qualche settimana fa scrivendo a Teresina le dicevo che cosa pensavo di don Giovannino:
e adesso ne sono ancora più persuaso. Sono proprio certo che alcuni segni che tutti vedevamo,
la luce purissima del suo sguardo di bimbo illuminato e la forza che emanava da Lui in certi
momenti, il candore che comunicava, sono indici autentici di un’anima veramente santa,
pienamente ormai posseduta e agita dallo Spirito Santo: tanto da potere divenire strumento
efficace di purezza, di illuminazione, di coraggio e di amore per tanti.
Questa volta mi è costato essere lontano ancora di più: ho avuto un momento di nostalgia
molto acuto. Mi sono immaginato - non ho ancora nessun’altra notizia - che ci foste proprio tutti,
che non mancasse nessuno nè della famiglia di Reggio nè di quella di Monteveglio, e che in più
ci fossero anche tanti altri e che abbiate celebrato tutti assieme e con Lui un’Eucarestia di quelle
in cui si sente davvero lo Spirito e la Chiesa...
Certo sono questi i momenti in cui si sente ancora più che cosa voglia dire essere lontani: essere
distanti fisicamente, non potersi vedere e guardarsi negli occhi, e ancora più non potere essere
assieme nella Eucarestia ed essere quasi come tagliati fuori dalla esperienza più diretta della
chiesa che si riunisce in un’ora di grazia particolare, in una comunione fatta più attuale e più
consapevolmente vissuta di fede, di speranza sovrannaturale, di lode al Signore per le Sue opere
e per la morte preziosa dei suoi santi.
Mi sono poi un po’ rifatto sabato mattina andando a celebrare alla Grotta: è stata l’unica
volta che ho potuto farlo, appunto perchè era sabato e quindi non legato, come gli altri giorni,
alle visite dei medici e agli esami. Sono andato, secondo prenotazione alle 9 e mezza, con il padre
Giacomo e Pier Giorgio.... Poi ho celebrato all’altare della Grotta: eravamo solo noi tre. Non
ho fatto omelia, ma sono andato lentamente, con calma. Ho ricordato tutti, proprio tutti.....”.
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... l’avventura continua. Qui...
“ La Casa della Carità sorge per
iniziativa di qualcuno,
la provvidenza assicura i mezzi,
poi si comincia a capire chi sono
i fratelli più bisognosi
e il resto viene da sè, piano piano,
senza strombazzature”
don Mario Prandi
13 settembre 1951
GRANDE POVERTÀ, TANTO LAVORO,
MA QUANTA GRAZIA
Suor Margherita
Andai a San Giovanni Querciola, per la prima volta, il 14/12/57, era un sabato.
Lasciai Fontanaluccia con quasi tutti a letto per la “famosa” asiatica e trovai, a San
Giovanni, alzate, soltanto Sr. Lucia e l’Antonia piccola. Gli altri o a letto o mezzi alzati,
sempre per l’asiatica.
Feci colpo! La Carla, un’ospite particolare, mi disse che ero bella come un angelo del
purgatorio e che avevo gli occhi come patatine fritte! Come accoglienza non c’era male!...
Il lunedì si fece il bucato: allora si faceva a mano! Data l’asiatica l’Edvige, una ragazza che
veniva ad aiutare, ed io sbattemmo su una panca 43 lenzuola e poi tutto il resto! Alla sera
avevo un gran mal di polsi: mi dissero che era la “mansola”; passò presto. In Casa non c’era
la luce: solo qualche ora la sera col gruppo elettrogeno. Per fortuna c’era l’acqua: un rubinetto in cucina e uno in lavanderia, fuori Casa. Agli
altri piani si portava coi secchi, a mano.
Quando pioveva forte, il tetto perdeva; niente
di grave! Bastava spostare i letti e mettere qualche
bacinella! Il peggio era il cortile che diventava un
mare di fango così appiccicoso che ci faceva sudare quando in Casa lo si doveva raschiare via.
E quando la Cappella si riempiva dell’acqua del
pozzo nero, suor Gemma ci faceva, una volta tolta, bruciare dello zucchero per togliere il cattivo
odore.
La cucina sembrava la fucina di un fabbro e
per il nero del fumo e per la fiamma della stufa
che invece di salire per la cappa usciva dallo sportello della legna.
Gli ospiti mi avevano subito colpito ed afferrato! Difficili alcuni, ma anche tanto simpatici!
Con loro non ci si poteva annoiare, spesso invece
ci si divertiva. Donandosi completamente a loro
restava poco tempo per pensare a noi stessi.
La povertà era la regina della Casa; il lavoro era tanto, ma la serenità e la gioia con cui si
viveva aiutavano a superare tutto. La Messa era
il mattino molto presto: credo di non aver mai
ascoltato per intero un’omelia; il sonnellino di
recupero ci scappava sempre!
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Si faceva dottrina
ogni giorno, compresa
la domenica subito dopo
il pranzo; la fatica più
grande era quella di tenere aperti gli occhi tra una
spiegazione e l’altra o tra
una domanda e l’altra.
Le suore, oltre il lavoro in Casa con gli ospiti
e l’asilo tenuto da suor
Gemma e aiutata dalla
signorina Bruna, assicuravano il servizio agli
ammalati della parrocchia. Spesso si andava per
iniezioni a domicilio e per
certi periodi andavamo a
dormire presso una signora sola ed ammalata.
Il vitto era sobrio, ma più che sufficiente. Il pane era buonissimo e con quello tutto
era saporito. Suor Maddalena faceva, a volte, salti mortali per riuscire a mettere a tavola la
grande tribù che eravamo e che era sempre con grande appetito!
Con la gente della parrocchia semplice, cordiale e piena di grande fede si aveva un
rapporto come di famiglia. Si partecipava alle loro gioie e alle loro sofferenze come fossero
nostre. Le donne, “famose cuoche”, ci rallegravano, nei giorni di festa, coi loro artistici
croccanti, biscioni e torte.
Allora non si viaggiava molto e la nostra vita era tutta lì, nella Casa e nella parrocchia.
La presenza quotidiana alla Casa di don Giovanni Reverberi metteva in un certo imbarazzo
per la sua austerità e… santità, ma dava un senso di sicurezza e protezione. Come temere
con un Santo in Casa? Grande povertà e tanto lavoro, ma anche quanta grazia in questo
periodo! Si viveva in questa Casa il nada, nada, nada di San Giovanni della Croce: sì perché,
dopo tanto niente alla fine si trovava tutto.
Ora sono cambiate tante cose: quella vecchia cara Casa non c’è più, ma quello che ci ha
dato resta vivo in noi.
Mi auguro che la nuova Casa, bella e confortevole, ma sempre coi carissimi ospiti che
la definiscono, possa continuare ad essere sempre un DONO per tutti e una sorgente a cui
attingere quell’acqua necessaria per vivificare la nostra vita di cristiani e perciò testimoni.
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FUOCO ALLA MICCIA
Suor Daria
Sono passati tanti anni da quando venni la prima volta a S.Giovanni di Querciola, ma
ho ancora vivissime alcune impressioni.
Era l’anno 1949 e io bambina col mio papà, seduta sul grosso serbatoio della sua moto
Guzzi, a vedere dove era venuta a finire la mia zia, la signorina Mercede. La strada non era
asfaltata, con molte buche, il posto isolato, quasi brullo e selvaggio. Mi era sembrato tutto
molto cupo e opprimente: era tutto molto povero in casa e gente strana. Non ci era sfuggita
però quasi come aspetto contrastante la vivacità e la serenità delle suore e anche della zia. Il
papà poi era rimasto colpito, impressionato e, ripensandoci ora, direi contagiato: quell’ambiente gli lasciava molti interrogativi. Quando, dopo ne parlava in casa, lo faceva con ammirazione e non si spiegava umanamente (o per logicità) tante cose che là aveva visto. Penso
che lui abbia cominciato proprio così a porsi davanti a quel mistero che poi cercò sempre
più di penetrare: la FEDE!!
Sono poi tornata a San Giovanni come suora in quella Casa (eh… le vie di Dio…)
per alcuni mesi ai tempi del trasloco dalla casa vecchia a quella nuova, dove siamo anche
adesso. Allora ho vissuto, gustandola, la povertà, quella che Gesù aveva scelto nella Sua
Incarnazione (e poi la Casa è anche intitolata al terzo mistero gaudioso del Rosario: il Natale
di Gesù!) in una ininterrotta liturgia, cioè in un continuo servizio al Signore, presente nella
Parola, nell’Eucaristia e nei Poveri, per realizzare quella richiesta che facciamo in ogni Messa
di renderci un “sacrificio perenne a Lui gradito” e ho conosciuto allora un paese che viveva
in un profondo clima di fede.
E poi sono venuta ancora a San Giovanni nel 1980 per fermarmi: mi mandavano come
responsabile della Casa e mi sentivo oppressa come quella prima volta, quando c’ero andata
da bambina. Non mi sentivo capace di portare avanti quell’impegno: pensavo che quella
era una Casa importante… la prima dopo Fontanaluccia!! Poi nel confronto con il parroco
e le persone del paese mi vergognai presto della mia poca fede e riuscii piano piano a dare
calore a quelle prime vedute grigie. Ho vissuto con loro momenti di familiarità, mi sono
avvicinata a loro nelle tribolazioni e nelle circostanze dolorose e abbiamo poi condiviso tanti
momenti della vita della Casa e della parrocchia: ho scoperto in loro una forza e una carica
particolari. Anche l’ambiente semplice aiutava ad accogliere con fede viva ogni volontà di
Dio, i momenti gioiosi come anche guai e disgrazie. Tante volte ho pensato che la fede delle
prime suore (quella che a suo tempo aveva sconvolto e illuminato il cuore del mio papà per
la sua forza e trasparenza) aveva trovato certamente lì tra quella gente, 60 anni fa, tanta accoglienza e risposta. La parrocchia e la Casa insieme, come una pianta felicemente innestata,
avevano messo radici profonde nella fede di ciascuno.
Ho lasciato San Giovanni da quasi 20 anni (ma ogni volta che ci torno mi sento a casa
mia!) e mi sembra di vedere ora più chiaro il progetto che Dio aveva per quella fetta di
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... SCRIVO A VOI
Lettere di don Mario alle
Suore di San Giovanni di Querciola
Fontanaluccia 16-2-54
Chiesa che è a San Giovanni e il suo cammino e mi vien da dire: ma là c’è una forza immensa, una bomba che non fa rumore, non uccide, non disgrega, ma che è la fede grande,
vissuta e operante, che può far saltare per aria tutti i diavoli che girano nel mondo e vincerà
lo Spirito del Male.
E’ vero, non sono mancati in paese i problemi nelle famiglie, gli sconvolgimenti di
questi nuovi modi di vivere, momenti difficili per tanti. Però ricordiamo che prima don
Giovanni e poi don Zeffirino non hanno mai lasciato mancare l’Eucaristia: e questa è stata
la forza che ha tenuto sempre unito tutti e ne ha sostenuto e alimentato la fede. E la Casa
della Carità che nella sua natura si propone di essere sempre luogo che invita all’accoglienza,
all’ascolto, alla comunione e al servizio, come l’Eucaristia, ne diventa il prolungamento. E’
la Parola stessa di Dio che ci dà la chiave per poter dire queste cose: nel Vangelo di Giovanni
infatti leggiamo: “…mentre cenavano (Eucaristia) si alzò da tavola e cominciò a lavare i
piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio… sedette di nuovo e disse loro: Sapete
ciò che vi ho fatto? Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi
dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io,
facciate anche voi”. E’ questa stessa Parola di Dio che faceva dire al vescovo mons. Baroni
che, con grande paternità, ha accompagnato il cammino delle Case per tanti anni: “Le Case
della Carità non sono primariamente un servizio all’uomo, ma un servizio liturgico nell’Eucaristia e all’Eucaristia che continua e si completa nel servizio agli ultimi fratelli del Signore
e membra del Suo Corpo”. Ecco allora… la bomba è potenziata!! La mina antiuomo è da
condannare, ma quella anti-diavolo, dai!!, la faremo sempre scoppiare!!! Questa mina è la
fede nell’Eucaristia, nella Parola di Dio e nel servizio liturgico ai più poveri e indifesi.
Ci crediamo?? Allora,… fuoco alla miccia!
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Cara suor Gemma,
Ti mando due righe per tutte le figliole e per gli ospiti, assieme a una risposta che
dovevo all’Ada. E’ parecchio che non sono venuto a S. Giovanni, ma spero che siate
buone e brave e sane tutte. Non mi è proprio possibile muovermi, se non per brevi
scappate e anche queste assai di rado perché sono sempre solo in parrocchia.
Voi sapete com’è la vita di Fontanaluccia con la Messa tutte le domeniche a
Pietravolta e due in parrocchia, due giorni la settimana a Gazzano per la scuola media… e tutte le altre baracche. Pazienza: il Signore Vede e Provvede.
Suor Maria ha sistemato la mensa in maremma: ma purtroppo causa il maltempo
possono lavorare poco: alcuni hanno fatto una scappata a casa. Speriamo il bene.
Qui le cose vanno alla meglio: ci sono vecchiette e vecchietti che hanno le loro magagne: un po’ preoccupante è la Minghetta, ma speriamo bene. C’è in questi giorni la
sorella di suor Maddalena che aiuta un po’.
Suor Giovanna è con la squadra… in distaccamento a chiesa vecchia e smartella e
scariola e sbadila e se la gode un mondo: e tirano avanti la baracca… e dicono che le
bestie non sono mai state trattate così bene e mai state così belle. Tutto serve a Gloria
di Dio.
E voi cosa fate di bello? Tu sei cresciuta di Kili? Mi raccomando; poi mi preme che
faccia qualche bella risata.
E suor Lucia? Mi dicono da Livorno che stanno tutti abbastanza bene. E lei lavora
allegra e brava? O è un po’ distratta? Sono stato per le feste a trovare Davino: non c’è
male, ma è come al solito.
E suor Anna? Sono stato vicino al suo dolore. Spero avrà detto Deo Gratias con
gioia e con fede. E spero che stia bene. Cosa fa di bello?
E il sig. prevosto? Non lo vedo da molti mesi. Dite che preghi per me. E tutti gli
ospiti stanno bene? Salutatemeli uno per uno e augurate loro tante benedizioni.
Tutti pregate per le nostre baracche e per le vocazioni.
Molto tempo fa scrissi a voi e al prevosto. Per un po’ di adorazione continuata:
fate qualcosa? E una messa pomeridiana sarebbe un brutto lavoro? Dite le litanie dei
santi con tutte le preci e preghiere, quando potete e salvo il benestare del sig. prevosto.
Salutatemi tutti tutti anche gli amici della Casa e credete fermamente nel trionfo
dell’Amore soprattutto in questo Anno Mariano.
In Gesù e Maria.
Affmo. D. Mario
59
Fontanaluccia 11-11-55
Cara suor Gemma,
Mi pare di avere scritto molto tempo fa una sua proposta da fare al sig. prevosto
sulla adorazione e litanie dei Santi con tutte le preci, da recitare ogni settimana. Non
ho mai avuto un chiarimento in merito. Sarebbe opportuno che lo faceste, soprattutto
adesso che aspettiamo l’approvazione delle nostre baracche. Parlane con don Giovanni,
poi per te e per le sorelle tieni a mente:
1) Non siete “religiose” anche se tutti lo credono e se molte cose lo fanno pensare: siete
delle sorelle laiche, con un abito della Madonna, che vivete lo spirito dei Voti e
della Carità.
2) È assolutamente indispensabile arrivare a far conoscere alle giovani la faccenda
delle “ausiliarie” – 8-10-12 mesi al servizio permanente della Casa.
3) Vocazioni-vocazioni-vocazioni.
4) Preparati a fare ogni cosa a gloria di Dio compreso quello di lasciare S. Giovanni
se sarà necessario.
5) Fate qualche riunione, anche settimanale, se fosse possibile, con il sig. prevosto,
con gli amici più intimi della Casa per cominciare la “Congregazione Mariana”.
Pregate insieme la Madonna. Meditate il Mistero della Casa. Vedete il da farsi e
vi stimolate vicendevolmente nella Carità.
6) Pregate per me e per tutti noi.
Saluta tutti in Domino, fai capire alle sorelle e agli amici intimi la faccenda della Casa con i 5 punti. Poi mandami a dire le impressioni. Se è necessario verrò poi
anch’io. Il n. 4 per ora è riservato. Saluti a tutti, molto molto cari.
Un abbraccio al prevosto e molte benedizioni a tutti.
D. Mario
Ospedale S. Anna, Castel. M. 10-6-57
Carissima suor Gemma,
grazie vivissime dei saluti e auguri. Ti prego di ricambiarli a tutti e di pregare per
me. Saluta anche il prevosto e Walter.
A suor Lucia mando un sacco di benedizioni e ringraziamenti. Quando starò
meglio scriverò di più. Non che non stia bene, ma scrivendo a tanti e ricevendo tanti
mi stanco un po’. Così pure a suor Anna, che stia tranquilla e rida, rida, rida sempre.
Suor Maddalena che mangi, mangi, mangi e ubbidisca, e il Signore le farà fare un
mondo di bene. Salutatemi tutti e pregate per me.
Oggi c’è stata suor Chiara e suor Francesca da Cella e sr. Concetta da Fontanaluccia.
E poi molti preti e altra gente.
E’ un affare serio essere malato, fare un po’ il Cappellano e vedere tanta gente.
Coraggio e avanti.
Saluti cari in Domino et M.
D. Mario P.
Come mai è arrivata da Cella la tua lettera?
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PECTUS EST QUOD FACIT DISSERTOS
È IL CUORE CHE RENDE ELOQUENTI
Ricordi e Testimonianze
Prima di andare a messa o ai vespri allora le persone si fermavano: gli uomini seduti
sul muro del sagrato, le donne nel sagrato e parlavano di tutto ciò che accadeva in paese;
i bimbi giocavano fino al suono del “butin” e se qualcuno si attardava fuori arrivava don
Reverberi e lo mandava in chiesa.
Mi ricordo che iniziai a sentir parlare della Casa della Carità da don Reverberi, poi in
sagrato dalle donne che commentavano con gioia l’arrivo di suore che avrebbero portato
sicurezza e aiuto al paese. Le strade erano bianche con la ghiaia, piene di buche e tra la
Prediera e Ca’ de’ Pazzi vi era una rustica casa di campagna con vicino la stalla, il fienile
e, poco nascosta, una sala dove la domenica facevano feste danzanti, ma era immersa nel
verde, con carreggiate e sentieri che portavano ai campi o alle borgate.
Quando la suddetta casa fu messa in vendita don Giovanni Reverberi l’acquistò e la trasformò in Casa della Carità o meglio, come diceva lui, nel “parafulmine della parrocchia”.
La stalla diventò una bianca cappella, il fienile l’asilo e la sala da ballo il teatrino parrocchiale.
1947, giorno di San Prospero: arrivarono le suore da Fontanaluccia, che allora pareva
un luogo lontanissimo. Erano suorine giovani che attirarono subito l’ammirazione di noi
ragazzine e bimbe. Aspettavamo con gioia la domenica perché, dopo i vespri, andavamo nel
salone adibito all’asilo oppure in cortile a giocare e imparare canti nuovi e a conversare con
la Carla che era di una simpatia unica ed irripetibile. Questa semplice Casa diventò l’anima
del paese, la porta era aperta per tutti e anche se la madia era vuota, le suore avevano un
sorriso e una parola buona per coloro che avevano bisogno e riuscirono a tenere unite anche
noi bimbe e ragazze e a farci capire i valori più profondi della vita.
Elda Gattamelati
Sono passati 60 anni dal giorno in cui venne aperta la Casa della Carità. Sembra ieri.
Don Giovanni Reverberi comprò la casa con l’aiuto dei parrocchiani che l’arredarono offrendo un po’ di tutto; biancheria, mobili…, insomma il necessario. Fu così che incominciai a frequentare la Casa come fecero tutte le ragazze del paese. A quei tempi le ragazze non
lavoravano fuori casa, tranne alcune che andavano a fare le domestiche in città. Quando
c’era qualche ora libera in cui non si lavorava in campagna, andavo dalle suore alla Casa
della Carità; quella era la mia seconda casa. Qui ho imparato a cucire, perché facevano dei
corsi di taglio, cucito, ricamo; ci insegnava la signorina Liberi Bruna; era molto brava.
Facevamo le commedie filodrammatiche, ci insegnava suor Gemma e si recitava nel teatro
parrocchiale. Qualche domenica andavamo nelle parrocchie vicine spostandoci da una
61
parrocchia all’altra con il camion di Prati, il ricavato andava alla Casa.
Il giorno che aprirono la Casa della Carità arrivarono due suore, suor Gemma e suor
Giuseppina e due ospiti, la Carla e la Marisa. Suor Gemma è stata come una mamma per
tutti. Quando c’era un ammalato in paese era sempre disponibile a far le punture; se uno
aveva la febbre si andava a cercare una medicina per farla passare: era come il dottore del
paese. La gente del paese portava verdura, frutta, latte. D’inverno, quando a quei tempi il
caseificio rimaneva chiuso, portavano il latte alle suore, che lo trovavano sulle finestre. Il
paese era povero, ma tutti davano quello che potevano volentieri, sia roba che aiuti. Erano
tempi brutti, era appena finita la guerra, la gente era povera, ma era ricca di animo e cuore.
Sono passati tanti anni dall’apertura della Casa: il paese ha fatto progressi, però ha perso il
senso delle belle cose. In tutti questi anni ho frequentato spesso la Casa e vi ho lavorato per
vent’anni. Ho fatto di tutto cercando di fare del mio meglio come se fosse la mia casa; ho
passato più tempo qui che a casa mia. Le suore mi hanno sempre aiutato, secondo le loro
possibilità, ad esempio accogliendo i miei figli, sia nella Casa che nell’asilo aperto da suor
Gemma e suor Caterina per i bambini del paese. Ci siamo aiutate a vicenda.
Ho fatto la “cucina” per parecchi anni, la facevo volentieri, gli ospiti mi aiutavano, erano
gentili e sempre contenti. Vi sono stati periodi un po’ critici per la Casa, però la Provvidenza
si toccava con le mani. Una mattina ero rimasta senza olio prima di mezzogiorno e non sapevo come fare, poco dopo mi sono vista arrivare in cucina un signore con l’olio. Un giorno
le suore mi diedero l’incarico di trovare dei conigli. Provai a cercarli, non ne trovai. Il giorno
dopo quando le suore aprirono la porta dell’ingresso, trovarono i conigli sui gradini della
scala. In tutti questi anni sono accadute molte cose nella nostra Casa della Carità, ma non
riesco a ricordarle tutte.
Antenisca Predieri
Ho frequentato la Casa della Carità per diverso tempo, dai 14 anni fino al mio matrimonio, a 21. Si andava il lunedì mattina, io e altre ragazze, fino al giovedì, a lavare i panni.
Io rimanevo a dormire perché abitavo lontano, mentre le altre, la sera, tornavano a casa. Era
una vita dura: il lunedì si bollivano i panni con la cenere, il martedì si andavano a risciacquare nelle fosse; durante l’inverno, prima di iniziare, si doveva spesso rompere lo strato di
ghiaccio che le ricopriva. Si partecipava alla vita di preghiera della Casa: il Rosario, la Messa.
Durante le novene ci si alzava presto e si andava con le suore alla messa delle 6 alla chiesa
parrocchiale, dove don Giovanni ci “svegliava” con le sue prediche sempre molto grintose.
La sera, a ricompensa di tanta fatica,, c’erano sempre un pasto caldo abbondante e un letto
riscaldato con le braci. Fra le tante persone incontrate ricordo tante suore, tutte giovani,
piene di entusiasmo e di fede, e anche un’ospite, Maria, che lavorava in cucina: mi riempiva
di attenzioni, premure e minestra, sempre pronta e disponibile con chi passava in Casa.
Elvira Camagnoni
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Negli anni del dopoguerra la casa di
Aldemiro Castellari venne acquistata e adibita a Casa della Carità; nella stalla del suddetto
Aldemiro venne ricavata la cappella. Noi tutti dell’Azione Cattolica abbiamo contribuito
all’opera del restauro. E in particolare ho un
ricordo: i lavori furono ultimati la sera del 24
novembre 1947 e a gestire la Casa furono chiamate le suore carmelitane che, a distanza di
qualche giorno, a causa dell’umidità dei muri,
si ammalarono. Tra i primi ospiti vi era la Carla.
Ferrarini Mario
San Giovanni di Querciola, il mio paese natio. Quest’anno abbiamo il piacere di festeggiare il sessantesimo anniversario della fondazione della Casa della Carità, un’iniziativa di don
Prandi, don Giovanni Reverberi, nostro parroco con l’aiuto del dott. Marazzi.
Questa Casa è rifugio di tanta gente bisognosa di cure e di affetto.
Ricordo i primi ospiti: la cara Antonia che aiutava le suore nei lavori domestici, la Pina
che ci ha fatto passare domeniche allegre e spensierate con la sua fisarmonica, la Carla, che
non dimenticherò mai per la sua simpatia.
Un ringraziamento a tutte le suore che si sono prodigate nell’accudire gli ospiti, in particolare le prime tre suore: suor Gemma, suor Maria e suor Giuseppina che hanno dimostrato
tanto amore, volontà e pazienza.
Maria Maseroli
Carissime, sono stata sorpresa dalla richiesta di scrivere qualcosa degli inizi della Casa
della Carità di San Giovanni.
I ricordi si perdono un po’ nel tempo anche perchè la lontananza rende più difficile
tenerli presenti.
Comunque tenterò di dire qualcosa di ciò che mi è rimasto nella mente.
Ripenso alle preoccupazioni dello zio don Giovanni prima di poter relizzare quest’opera,
ma anche la sua soddisfazione quando, pur in mezzo a mille difficoltà, l’ha vista realizzata.
Era suo desiderio lasciare un ricordo vivo che continuasse nel tempo, del suo passaggio
tra voi. Ripenso, non senza emozione, all’incontro con suor Maria. A Romanoro era stata
la mia delegata beniamina.
63
Rivedo suor Giuseppina trattare
con tanta delicatezza i ricoverati e alla
generosità di suor Gemma che cercava
di far fronte alle mille necessità.
Ero ammirata dalla loro serenità
anche se le difficoltà non mancavano.
Nei momenti liberi dal mio lavoro, andavo volentieri alla Casa della
Carità, la loro vicinanza mi faceva del
bene, mi sentivo unita a loro anche se
non potevo dare un grande aiuto.
Non posso nascondere che la Casa
della Carità mi è rimasta sempre nel
cuore e tutte le volte che sono venuta
per la visita in famiglia, una scappatina fino a San Giovanni l’ho sempre fatta, per recarmi
sulla tomba dello zio a cui ero molto affezionata, ma anche per una visita ai ricoverati e alle
suore della Casa della Carità.
Godo nel sapervi in festa per questa occasione e penso che ne gioisca pure lo zio don
Giovanni nel vedere che la sua opera continua grazie alla generosità di tanti.
Auguro a tutti voi che quest’opera possa continuare ancora per il bene di tanti, per sollevare dalla sofferenza, per ridare gioia al mondo.
Con tanto affetto e con il ricordo nella preghiera
Suor Claudia delle Figlie della Carità (Varese)
Livia Reverberi, nipote di don Giovanni
Per me l’esperienza alla Casa di Carità è stata una cosa
molto bella, perché quando è morto mio marito mi sono
trovata sola e tanti mi dicevano di andare a Reggio a lavorare; poi, una mattina, mi ha telefonato suor Daria e
mi ha chiesto se volevo andare alla Casa di Carità a prestare servizio perché avevano bisogno. Io ho accettato e
ho iniziato a lavorare lì e ci sono rimasta per 17 anni.
La Casa di Carità è stata la mia salvezza; poco dopo la
perdita di mio marito, è morto anche mio cognato, poi
mio figlio e ancora l’altro mio cognato…se fossi rimasta
in casa sola, sarei sicuramente stata peggio. Invece loro mi
hanno accolta e sono davvero contenta di essere stata lì. E’
stata un’esperienza bellissima perché per me è stata come
una famiglia, mi sono sempre trovata bene e mi trovo bene
tuttora quando a volte ci vado come ausiliaria. Non avrei mai cambiato quel lavoro con
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nessun altro, nonostante allora ci fossero molti più ospiti, uomini, donne e bambini. Ora
quando posso ci vado e mi sento proprio contenta e appagata…infatti dico sempre: “fa del
bene se vuoi star bene”. Una cosa molto bella della Casa, è che quando gli ospiti ti vedono
arrivare sono entusiasti, come se fossi parte della loro famiglia. Non puoi non affezionarti
a loro…per esempio, la Chicco era particolare, però se tutte le volte non andavo a vederla,
non stavo bene. Mi ricordo l’Annamaria che allora era la più giovane, la Leontina, Adriano,
la Rosa….e poi le suore…ne sono passare parecchie qui a San Giovanni, suor Gemma,
suor Teresa, suor Daria, suor Carmela, suor Paola, suor Caterina…E pensare che la Casa di
Carità è partita che non aveva nulla; un giorno non avevano niente da mangiare e si è presentata una signora con 4 conigli…la Provvidenza arrivava, loro ci speravano, ci credevano
e sono sempre andati avanti così.
Candida Franzini
Dalla Casa della Carità ci passavo sempre di fretta , perché dovevo lavorare, però a Messa
ci sono sempre andata. Allora c’era don Reverberi…com’era bravo ! Mi diceva sempre: <
prega il Signore per me e dimmi un Ave Maria. > Era un gran brav’ uomo.
Penso che la carità sia una gran bella cosa.
Sono sincera, io non ho mai fatto una grande elemosina alla Casa della Carità, però
io e la mia famiglia gli abbiamo sempre dato il latte, perché la latteria faceva la colletta e
ognuno dava qualcosa; ogni 15 agosto, nel giorno dell’Assunta, mio marito gli dava il latte.
Mio figlio ancora adesso gliene dà. Allora poi non c’era nessuno che lavorava alla Casa della
Carità…quella struttura viveva proprio della carità del paese. Per esempio quando uccidevo
il maiale, gli portavo sempre qualcosa; c’era poi chi portava uova, conigli…
Comunque la gente la carità non se l’è mai scordata. Tutta la Parrocchia ha sempre fatto
la carità. Mio marito Luigi diceva sempre: < bisogna dare perché quello che va fuori dalla
porta, vien dentro dalla finestra. >
Io sono vecchia, ma se perdo la Messa, non mi sembra festa.
Caterina Leuratti
Mi ricordo don Reverberi, era come un Dio in terra. Quando veniva a benedire gli facevamo un’ offerta, un formaggio o qualcos’altro e poi lui lo lasciava dall’altra porta, dove
ce n’era bisogno. Lui riceveva e poi dava, non teneva niente, era un grande uomo. La Casa
della Carità è una grande casa. Mi ricordo la vecchia Casa della Carità, c’era un unico grande camerone dove c’erano tutti; allora facevano tutto a mano. Poi in fondo c’era l’oratorio,
era così piccolo! A volte diceva che aveva della roba da aggiustare e io, avendo la macchina
da cucire in casa, quello che potevo fare lo facevo. E poi suor Gemma, era una donna che
aveva sempre qualche consiglio da darti!
Argenta Buffagni
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La Casa della Carità è stato un grande dono per noi, perché è quello che tiene unita la
Parrocchia. Don Reverberi ci ha fatto un grande dono mettendo la Casa della Carità nel
nostro paese. Quando è stata aperta nel ’47, tutti quelli che potevano portavano qualcosa,
anche mobili…è stata una cosa messa insieme con tante offerte, con la volontà di tutti.
Un’altra cosa che ricordo sono le suore, suor Gemma, suor Lucia, suor Giuseppina…
Suor Gemma era una santa; allora c’era una famiglia che aveva bisogno, una signora
con 5 figli che si era ammalata di tubercolosi ed erano nella miseria (allora erano tempi che
eravamo tutti poveri, eravamo appena usciti dalla guerra!); le suore si sono occupate di loro.
E quella famiglia lì non si è mai dimenticata della Casa della Carità.
Quando hanno aperto la Casa della Carità io facevo la quinta elementare e mi ricordo che 2 o 3 giorni dopo l’apertura, mentre
stavamo venendo a casa da scuola, abbiamo
visto 4 suore che erano andate alla Chiesa e
stavano tornando su a piedi con il velo bianco e il vestito marrone…questa immagine di
queste 4 suore mi è rimasta sempre impressa
nella mente.
La Casa della Carità è partita in un momento che c’era della miseria e mi ricordo
che a volte la suora pensava a cosa dare da
mangiare agli ospiti, e non si sa come, arrivava sempre qualcuno che portava qualcosa.
Don Reverberi aveva fondato anche l’asilo…
lui raccoglieva su tutti! Mi ricordo la maestra
di ricamo, la signorina Bruna, anche lei ci ha
fatto del bene. Ricordo ancora una famiglia
che era un po’ nella miseria e Suor Gemma
che l’ha aiutata prendendo con sé il bambino
di pochi mesi, così che la madre potesse andare alla risaia a prendere qualche soldo. E Suor
Gemma teneva questo bambino come se fosse suo. Allora c’era un’umanità che purtroppo
adesso non c’è più. Suor Gemma e don Reverberi erano una coppia bellissima, due persone
stupende! Basta dire che don Reverberi andava a benedire le case insieme al chierico con un
cesto, però andava a casa con niente, perché dove ce n’era, prendeva, e dove non ce n’era,
lasciava. Era un grande santo. Andava sempre in giro con dei vestiti tutti strappati, rovinati,
alcune volte noi glieli aggiustavamo…stavano proprio insieme a forza di punti. Se non ci
fosse stata la Casa della Carità noi non avremmo niente; il valore del paese è quello. Per noi
è stata una grazia grande avere la Casa della Carità.
Domenica Carani
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Dio è veramente misericordioso, con me lo è stato molto perché ha messo sulla mia
strada sin dai primi giorni di matrimonio la Casa di Carità. I bimbi all’asilo, il battesimo
di mio figlio Andrea, il periodo di malattia di mia suocera trascorsi nella Casa di Carità,
hanno fatto sì che capissi e amassi il motto della Casa, il dare e il ricevere reciproci, con
amore. Ricordo ancora con nostalgia le sere invernali in cui io e la mia famiglia andavamo
a far visita alla nonna e tutti gli ospiti, entusiasti nel vedere dei bambini che trasmettevano
loro allegria e vivacità. Ricordo suor Domenica Bertani, donna austera e severa, che però
davanti ai bambini si trasformava, facendo trasparire dal suo volto una dolcezza infinita.
Che dire poi degli ospiti in particolare della Silvia con la sua ironia a volte sfacciata e il suo
motto < a son nasùda stùfa >. Sono riconoscente a tutti gli ospiti, alle suore e ai volontari
che fortunatamente ho avuto modo di conoscere. Noi abbiamo la grazia di possedere una
lampada sempre accesa che ha però bisogno di olio da parte di tutti perché questa continui a
illuminare, proteggere e testimoniare, e che diventi un testamento spirituale per le prossime
generazioni.
Alfonsina Beltramelli
Ho lavorato per 17 anni nella casa parrocchiale come mezzadra con la mia famiglia.
Elmo, mio marito, ha sempre aiutato la Casa della Carità come operaio e per degli anni
ha fatto il pane a don Giovanni Reverberi. Gli ho fatto da mangiare anche io al parroco
quando era malato. Adesso non riesco più ad aiutare la Casa della Carità, ma quando c’era
suor Caterina a volte andavo se avevano bisogno.
Don Reverberi voleva un gran bene a mio marito. Quando abbiamo costruito la nostra
casa avevamo sempre i muratori alla domenica e mio marito a don Reverberi ha detto
che la casa la faceva ma in
economia e che doveva trovare qualcuno che l’aiutasse
e lui non l’ha mai pubblicato
in Chiesa il fatto che noi lavoravamo di domenica (che
allora non era concesso). E
quando si è ammalato e mio
marito è andato a trovarlo,
don Reverberi gli ha detto:
< Vè, Elmo, prima di morire
portami a vedere la tua casa
>.
Don Reverberi era davvero una buona persona!
Mi ricordo che i primi
tempi in Casa di Carità lava67
vano tutto a mano.
Ricordo tutte le suore in particolare suor Gemma, suor Giuseppina, suor Lucia e suor
Paola, buona, brava, guai per i sui malati!
Suor Gemma mi ha aiutato a tirare su i miei ragazzi; per me era come una mamma
perché anche quando andavo all’ospedale mi accompagnava lei. Era tanto buona! Quando
dovevo andare via portavo i miei 4 ragazzi dalla padrona (la zia di don Reverberi), poi quando lei era ormai vecchia li portavo all’asilo anche se non avevano l’età per entrare all’asilo.
E quando è morto il mio primo figlio, suor Gemma ha pensato lei a tutto perché ci voleva
bene. Poi quando andavo a Messa, la padrona prendeva i miei figli e li metteva sul tavolo
in casa e diceva che don Reverberi nel vederli diventava tanto dolce. Lui era poi severo,
non voleva che i bambini stessero in Chiesa a parlare e giocare. Don Reverberi era severo
ma giusto, io avevo soggezione di lui. Diceva di aiutare quelli che avevano più bisogno e di
sperare sempre nella Provvidenza… a lui capitava la Provvidenza!
Don Reverberi poi non si curava… per esempio in Quaresima non mangiava per 40
giorni, a volte beveva un po’ di latte, e poi alla fine di questi 40 giorni si ammalava e bisognava portarlo all’ospedale. Tutti gli anni faceva così.
La Casa della Carità è stato un grande aiuto per tutti.
Gina Bertolini
Devo ringraziare la Casa della Carità perché quando ho iniziato a lavorare in ceramica
avevo la figlia piccola e non sapevo dove metterla; al mattino me la prendeva la Franca, la
maestra dell’asilo, e la portava all’asilo fino alle 16.30, io però fino alle 18.00 non finivo di
lavorare e lei la teneva nella Casa della Carità.
25 anni fa ho iniziato a lavorare alla Casa della Carità e devo dire che mi sono sempre
trovata bene, perché se io avevo bisogno loro erano disponibili per me e se loro avevano
bisogno, per quello che potevo, ero disponibile anche io per loro.
Ricordo con gioia suor Gemma, una gran bella persona! Non molti anni fa, quando
sono andata a trovare suor Gabriella all’ospedale di Castelnuovo, c’era anche suor Gemma
che era stata operata anche lei e mi ricordo che la prima cosa che mi ha chiesto è stata come
stavano quelli di San Giovanni e di salutarli tutti.
Mi sono molto affezionata a un’ospite in particolare della Casa della Carità, la Rosi.
Ricordo che, essendo una persona difficile, nessuno riusciva a darle da mangiare, tagliarle i
capelli, cambiarla; ricorrevano sempre a me, forse perché tra me e la Rosi si era instaurata
una confidenza e un affetto profondi. Non è vero che non capiva niente, anzi, io riuscivo
a vedere quando era triste, arrabbiata, felice…Ricordo ancora le fiabe e le filastrocche che
le cantavo per farla stare ferma quando per esempio la imboccavo. Dicevo sempre agli altri
volontari della Casa di imparare anche loro a gestirla, in modo che, se mi fosse successo
qualcosa, non ci sarebbero stati problemi. Quando è morta, per me è stato un grande dispiacere, non me l’aspettavo proprio. Era la mia “bimba” anche se era più vecchia di me.
Giuseppina Baldi
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Sono sempre andata alla Casa della Carità. Mi ricordo la Casa vecchia dove si tribolava,
si andava a lavorare all’aperto, si lavava fuori anche se pioveva. Allora non c’era neanche il
bagno come adesso, c’era una stanzina con un buco e si portavano tutti gli ospiti lì, uno
per volta. Io andavo come volontaria a lavare, una volta si lavava tutto a mano e si andava
a prendere l’acqua al pozzo lì dal forno, anche l’acqua da bere. Poi quando è venuta l’acqua
hanno messo un lavatoio sotto al cinema. Adesso qualche volta ci vado ancora a stirare.
Don Giovanni Reverberi era una brava persona, ha battezzato tutti i miei figli. Quando
c’era mia mamma ammalata, tutte le sere veniva a trovarla; tutte le sere andava a piedi a
fare il giro dei malati. Mi ricordo suor Gemma, suor Giovanna, suor Giuseppina, suor
Bernardetta che è stata la maestra dei miei bambini all’asilo. Degli ospiti mi ricordo in
particolare la Carla, era di una simpatia…!
Domenica Romagnani
Suor Gemma era una gran donna, brava,
buona! Me la ricordo bene perché aveva la
mia età, era del ’22 come me, era una grande suora. Era bravissima anche con i nostri
bambini. Andava sempre a piedi; un giorno
mi ricordo che l’ho incontrata che era stata a
Pulpiano a fare una puntura a qualcuno; lei
mi voleva anche insegnare a fare le iniezioni
ma io non avevo il coraggio e lei mi diceva: “Paola, lei deve sapere che la fa perché fa
bene, deve provare”.
Mi è dispiaciuto tanto quando è morta. E
don Giovanni Reverberi non posso dir altro
che era buono. Quando veniva a benedire e
gli davano le uova, perché allora soldi non
ce n’erano, lui le dava ad un’altra famiglia
che ne aveva bisogno, non se le teneva lui.
Era fatto poi alla sua maniera don Giovanni,
predicava in Chiesa riprendendo persone che
secondo lui avevano sbagliato. Comunque
era un uomo generoso e bravo. Io poi non
sono mai andata in Casa della Carità ad aiutare perché allora avevamo le mucche e dovevo
lavorare nei campi e a casa; ci sono andata più tardi a fare i cappelletti e la pasta.
Paola Buffagni
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Mi ricordo che don Giovanni Reverberi puliva e spazzava sempre davanti alla Chiesa.
Veniva su a piedi dalla Chiesa e andava alla vecchia Casa di Carità e mio marito a volte gli
faceva la barba. Ho ancora il tovagliolo di don Reverberi, l’ho tenuto per ricordo. Sai cosa
faceva il prete? Pregava sempre, in continuazione.
Io abitavo qui vicino alla Casa della Carità e mi ricordo quando hanno buttato giù la
vecchia Casa.
Suor Gemma era un tesoro! Quando c’era lei c’era poco da mangiare. Allora la Casa era
lì vicino al cinema. Mi ricordo Arnaldo che suonava sempre qui in Chiesa.
Don Reverberi mi ha fatto la prima Comunione.
Clara Predieri
Sono 22 anni che lavoro alla Casa della Carità. E’ stata la Giuseppina a consigliarmi di
andare a lavorare lì. Devo dire che i primi giorni non ero convinta perché non ero abituata
a quel tipo di ambiente, però pian piano ho iniziato a vederla come una seconda famiglia.
Secondo me ci si trova bene in Casa della Carità dal momento che la si considera come una
famiglia altrimenti diventa difficile conviverci.
Allora poi le camere della Casa erano piene di ospiti e di carrozzine e allora non c’erano
i pannolini e si lavava tutto a mano.
Dopo degli anni sono andata a lavorare in cucina. Prima pulivo, lavavo gli ospiti ed
aiutavo le suore dove c’era bisogno.
Per motivi di salute ho smesso da alcuni mesi di andare a lavorare alla Casa della Carità,
però se posso ci vado al sabato.
La prima suora che ho conosciuto è stata suor Daria…mi ha davvero insegnato tanto.
Credo, in questi anni, di aver fatto quello che ho potuto. Comunque, secondo me, è stato
più quello che mi hanno dato che quello che io ho dato loro…mi hanno portato sempre
rispetto .
Ricordo suor Cristina, suor Gloria, suor Paola, suor Domenica, suor Pia, suor Caterina… Suor Paola è unica… “non è niente ma è tutto”, lei vive per i suoi ospiti…mi ricorda
Madre Teresa di Calcutta.
E poi c’è stata suor Caterina, con il suo carattere forte; si intendeva di tutto, era di
un’intelligenza!
Quando sono andata a lavorare lì c’erano anche ospiti maschi, Adriano per esempio.
Ci sono stata bene alla Casa della Carità e mi hanno aiutato molto. E’ proprio stata la
mia fortuna.
Ho voluto bene a tutti gli ospiti, però devo dire che per la Chicco ho provato un affetto
particolare, sul mio comodino tengo una sua foto. Un giorno mi ricordo che io e la Giuseppina eravamo nel giardino della Casa con la Chicco che si guardava intorno, ad un certo
punto ci siamo accorte che era caduta senza fare rumore sugli iris dell’aiuola, li aveva tutti
sdraiati. Quella volta lì ci aveva fatto davvero ridere!
Cristina Zanni
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Posso parlare della Casa della Carità di San Giovanni già prima del 24 Novembre 1947,
perchè don Giovanni Reverberi, il nostro parroco, alcuni mesi prima ci aveva già coinvolti
nella preparazione, prima parlandone continuamente, poi con la preghiera, con i lavori e
anche con piccoli sacrifici.
Una buona parte dei parrocchiani contribuì con slancio a questo evento: vi erano persone coinvolte più di altre , e non sto ad elencarle, ma di una mi sento di fare il nome perchè
credo sia stata di molto aiuto a don Giovanni per l’apertura della Casa: era mia sorella Anna
(poi, in seguito, Suor Alda).
Poi venne il 24 Novembre con l’arrivo delle suore. Eravamo a Vespro alla Chiesa quando
arrivarono due giovani suore col velo bianco che quasi facevano tenerezza. Finito il Vespro
vi furono i saluti , qualche parola, poi furono accompagnate alla Casa.
Io, allora, avevo 15 anni: erano tempi duri. Era appena finita la guerra, c’erano tanta
povertà e miseria, ma quanta fede e, a parlarne oggi, quanta nostalgia!
Dopo poco tempo è iniziata la familiarità delle suore con la gente e della gente con le
suore; poi arrivarono i primi ospiti; c’era anche curiosità, perchè non si era abituati a vedere
questo tipo di persone nella nostra parrocchia. Si sentiva parlare del Cottolengo di Torino,
ma ci sembrava molto lontano...
Ricordo Paolone che, quando vedeva da lontano il prevosto, cominciava a chiamare:
“papà, papà!”; poi la Carla Verzelloni, che era di una simpatia unica; Brunetto, Marina,
Maria Francia, Lucetta e Anna che erano due sorelle, e tanti altri.
Io, fino a quando mi sono sposata, credo di poterlo dire che, dopo la famiglia, le ore più
belle le ho passate alla Casa della carità.
Per noi giovani, un buon gruppo e molto unito, era il punto di riferimento: quante
recite si sono fatte nel Teatro parrocchiale! Quante prove per la preparazione, anche alla
mattina prestissimo, tutte seguite da Suor Gemma che per noi ragazze è stata madre, maestra e sorella.
Poi c’era la scuola di ricamo tenuta con tanta bravura e severità dalla sig. Bruna, seguita
da momenti di preghiera e di ricreazione. Poi c’erano le riunioni dei giovani, che allora si
chiamavano adunanze, e poi la preparazione ai sacramenti....
Tutto questo entusiasmo era sostenuto dal nostro parroco, che quando parlava aveva
sempre come riferimento la Casa della Carità, non solo perchè c’erano là persone bisognose,
ma perchè c’era il Signore.
Ricordo che quando le suore, una volta all’anno, avevano gli Esercizi Spirituali, si assentavano tutte per 3 o 4 giorni e la Casa era in mano nostra e io, la Lumetti Valentina, la
Maseroli Caterina, la Gattamelati Cesira, la Bertolini Edmea e l’Elda, facevamo i turni per
garantire la presenza continua e per noi era un orgoglio.
Ci sarebbero ancora tante cose belle da ricordare, tanti episodi....e tutti mi sono stati di
grande aiuto anche nei periodi in cui ho frequentato di meno la Casa per la lontananza e
gli impegni di famiglia.
Credo però di non avere mai dimenticato tutto ciò che ho ricevuto e di questo rendo
grazie.
Angiolina Bonini
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Casa della Carità, sorgente di Amore
Quando diciamo di una persona o di una cosa “Sessant’anni!”, subito pensiamo: “Oh,
è un po’ vecchiotta”, specie adesso che viviamo in un tempo in cui tutto cambia alla svelta,
dove prevale il prendi, usa e getta.
Anche la nostra Casa della Carità, quest’anno compie 60 anni e Dio ce ne scampi di
mandarla in pensione.
E’ proprio così, come tutte le cose
che vengono da Dio, anche nella Casa
della Carità c’è sempre freschezza, è una
sorgente dove zampilla di continuo acqua fresca e pura.
Quando ascolti le persone anziane
che frequentavano la Casa agli inizi e
parlano della miseria, della precarietà,
della scarsità di mezzi di quei tempi, le
senti altrettanto sicure della fiducia che
riponevano nella Provvidenza, nella
presenza viva dello Spirito. “Quello che
avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete
fatto a me”.
Questa è la fonte d’acqua pura; le parole di Gesù, che è Verità, Via e Vita, e le persone
che erano contente anche nella miseria, si aiutavano e condividevano. In ogni famiglia avanzava sempre qualcosa da dare agli altri.
Oggi ci sono più mezzi, ma, ahimè, meno tempo. Chi però frequenta la Casa si accorge
che lo Spirito non è cambiato: questo per me è il miracolo della Casa della Carità.
Anch’io, in questi anni, ho frequentato la Casa, ed è sicuramente più quello che ho ricevuto, che quello che ho dato. Quando riusciamo a vincere il nostro egoismo e facciamo il
bene, si è contenti anche se ci costa un po’ fatica.
Quando mi fanno imboccare qualche ospite, che non ce la fa a mangiare da solo, sovente mi viene in mente la veggente di Lourdes, Santa Bernardette e i suoi scritti. Lei, che
ha avuto la grazia di vedere e parlare con la Vergine Maria Madre di Dio, dice che la sua
vocazione, qui in terra, l’ha trovata non diventando teologa o badessa, ma imboccando un
ospite anziano nella casa di Nevers.
Io prendo forza imitandola; la santità si realizza nelle piccole cose e nella Casa della
Carità si realizza pienamente.
Vorrei invitare i giovani del nostro tempo a provare ad attingere a questa sorgente.
Non si rimane delusi, si trovano tanti amici e la gioia del cuore.
Grazie agli ospiti e alle suore.
Aroldo Rontauroli
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Abbiamo scoperto...
un posto dove investendo poco si riceve in cambio tantissimo e ci ringraziano anche.
Verrà da pensare, e la fregatura dov’è?
La fregatura è che ti può cambiare la vita.
Tutto è cominciato incontrando Suor Caterina durante un Pellegrinaggio al Santuario
di SAN SIRO, un paio di battute poi una richiesta a noi senza tanti preamboli: “Abbiamo
bisogno di gente”.
Quando l’ho proposto alla Manuela
mi ha detto “proviamo”.
Sul momento non l’avevamo
pensato così il nostro impegno alla
Casa della Carità, si era deciso per due
sabati al mese, tanto per provare.
Il primo sabato, mentre salivamo a
San Giovanni la Manu alla sua prima
esperienza di volontariato era molto
tesa; io cercavo di mostrarmi tranquillo,
non
conoscevamo
praticamente
nessuno, cosa avremmo potuto fare?
Il clima di accoglienza fraterna e di
serenità della Casa in poco tempo ci
ha coinvolti, così dopo alcuni mesi a
sabati alterni la Manu mi ha detto: “se lo facciamo, facciamolo seriamente”.
In questi anni abbiamo condiviso con le Suore, gli ospiti e le persone che
frequentano la Casa della Carità tanti momenti di gioia nel pregare insieme, nel fare festa e
nei gesti semplici della quotidianità.
Per noi è una gioia trovare la Lilli sulla porta che ci saluta al nostro arrivo, poi c’è la
Vilma che ci informa sugli ultimi avvenimenti e mi chiede cosa mi ha fatto di buono da
mangiare la Manuela; la Maria “vin che meg” o la Renata che durante le conversazioni
sbotta con delle battute strampalate e ci fa ridere tutti. La Bruna che ci racconta le sue
avventure giovanili e si eclissa durante i Vespri, la Nella che mentre l’aiuto a mangiare mi
guarda e si fa una risata.
Ci sono poi tutte quelle persone ospiti e Suore che abbiamo conosciuto e che il Padre ha
richiamato a sé, sono state un dono prezioso per tutti noi.
Far parte delle Case delle Carità in questi anni ci ha aiutato molto nel crescere come
cristiani e anche come famiglia, ora io e la Manu stiamo facendo il percorso di formazione
per il Crocefisso fiduciosi che continueremo a ricevere 10-100-1000 volte più di quello che
investiamo.
Paolo e Manuela Branchetti
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Sono nata con la casa…
Conosco e frequento la Casa da sempre. Sono nata e cresciuta con essa. I ricordi sono
tanti: piccoli flash quelli datati 50 o più anni, più vivi quelli più recenti.
Non ricordo fatti grandi o avvenimenti importanti, ma momenti di vita della Casa
che hanno accompagnato la mia infanzia. Momenti di attività nella scuola materna con la
signorina Bruna che raccontava in modo ammirabile favole fantastiche e che ci impauriva
con la sua severità. Ricordo la santa messa al martedì mattina prestissimo (don Giovanni
doveva prendere la corriera per Reggio) nei banchi scomodi della piccola cappella. Alla
domenica, dopo il vespro alla chiesa parrocchiale, si andava alla Casa a giocare a palla con
le suore e con gli ospiti.
In primavera, dopo la scuola, c’era la lezione quotidiana di catechismo preceduta o seguita da un pasto caldo cucinato dalle suore.
Ricordo con tanto affetto la dolcezza materna di suor Gemma, la pazienza e la bravura
nel prepararci alle recite nel teatro parrocchiale; non si stancava mai, ci incoraggiava sempre
col suo sorriso. Quante volte è arrivata di corsa a casa mia dalla mia mamma che non stava
bene. Nei ricordi dell’infanzia ci sono anche suor Lucia che ci raccomandava sempre di
pregare per le missioni, suor Margherita che ci seguiva nello studio.
Degli ospiti dei primi anni mi ricordo il nome e il volto di alcuni, oltre che le mansioni che svolgevano: la Maria di cucina, l’Antonia, la Carla, l’Ida, la Mariolina, la Zora, la
Marisa, la Pina. Passavano gli anni, veniva aperta la nuova Casa, cambiavano le suore…
Tante sono passate da questa Casa: Bernardetta, Gabriella, Maddalena, Caterina, Daria,
Paola, Carmela…, ognuna con una caratteristica, un modo diverso di comunicare e far
conoscere la Casa.
Tanti ospiti sono passati e ognuno ha lasciato un segno, ha lanciato un segnale; non
sempre sono riuscita a rispondere e a corrispondere. L’attenzione spesso si fermava su quelli
più simpatici o più fragili o su quelli più giovani, però niente è più gratificante della festa
con cui vieni accolto da ognuno di loro quando entri nella loro, nostra Casa.
Valentina Bonini
Casa della Carità: maestra di diaconato
Il mio primo incontro con il mondo delle case della carità è stato con Suor Paola (la
Paolona) all’ospedale S.Maria di Reggio (sono già passati oltre 20 anni). Era ricoverata per
un intervento chirurgico e mi aveva colpito la sua serenità e la sua disinvoltura nel dividere
la camera con altre pazienti; se riceveva regali dai familiari o amici, quasi sempre indumenti
per l’occasione, pensava subito agli ospiti della casa dicendo: “questo va bene alla Chico,
questo va bene alla Silvia…”.
E’ così che è nato in me il desiderio di conoscere questa Casa della Carità.
Cominciai a frequentarla quando c’erano ancora Suor Daria e Suor Gloria, veniva con
me anche la futura Suor Ines, in seguito si aggiunsero tanti giovani della parrocchia di
S.Teresa in Scandiano: Checco, Barbara…
74
E così insieme al defunto Don Gianni è nato il
desiderio di far nascere anche a Scandiano una casa
della carità.
A S.Giovanni poi arrivo’ Suor Paola (senior) e
Suor Domenica e io mi incamminavo nella preparazione al diaconato quindi grazie agli insegnamenti di
Don Altana è stato per me un dono importante frequentare la casa.
Dalle lodi del mattino con le suore, al piccolo capitolo giornaliero, all’accoglienza calorosa delle suore
e degli ospiti, il sentirsi uno di loro, l’accogliere con
l’aiuto del Signore i frutti della sofferenza e anche se
la mia presenza era solo di poche ore si cancellavano
nella mia mente tutte le preoccupazioni familiari e
lavorative.
La testimonianza delle suore, in particolare suor
Paola (senior), nell’attenzione agli ospiti piu’ bisognosi mi ha fatto capire che i poveri non hanno bisogno
del nostro tempo libero ma del nostro tempo liberato.
Liberato da impegni a volte artificiosi che ci opprimono.
Ora la mia presenza a S.Giovanni è molto limitata
per gli impegni che mi sono stati assegnati in parrocchia e in particolare nella casa della carità di Scandiano….
Questo però non esclude dal sentirmi sempre parte della famiglia della casa di S.Giovanni;
quello che ho ricevuto mi ha aiutato a superare in modo sereno i momenti più difficili che
non mancano mai nel cammino di un cristiano: poter dire il Signore mi ricompenserà in
un altro modo.
Io penso che la casa della carità è maestra di diaconato.
Olinto Burani, Diacono
Occasione di grazia
Siamo estremamente contenti di poter far festa assieme a tutta la Congregazione
Mariana delle Case della Carità per i primi 60 anni della Casa della Carità di San Giovanni
di Querciola.
Per dirla con Don Mario, il Signore ci ha fatto l’immenso piacere di venirci incontro nella persona dei poveri e degli ospiti della Casa della Carità di San Giovanni circa 20 anni fa.
Su sollecitazione del nostro grande Parroco abbiamo iniziato a frequentare la Casa durante i primi anni del fidanzamento, e la Casa da quel momento in poi ci è stata maestra di
vita, ci ha accompagnato a viverne le varie fasi, dal fidanzamento ai primi anni del matri75
monio, dall’educazione dei figli al saper stare nella società.
In Casa abbiamo incontrato e poi conosciuto ospiti, suore, ausiliari, parrocchiani di San
Giovanni con i quali negli anni abbiamo sperimentato una grande familiarità.
Ad ogni nostra visita ci siamo sempre sentiti accolti con grande affetto. L’ospite che ti
riceve ti fa sentire desiderato come se in quel momento non aspettasse altro che te.
La Fede col tempo ci ha aiutato a capire che tutta quella gente era la dimensione più
ampia della nostra famiglia.
Abbiamo fatto un pezzo di strada assieme a tanti ospiti, ed i ricordi sono davvero tanti; i bagni con Adriano, le chiacchere con l’Antonia grande e l’Antonia piccola, i dispetti
dell’Angela, le serenate dell’Alberta, le discussioni con la Nera per provare a capire dov’era
il suo “Borett”.
Davvero l’incontro con la Casa della Carità di San Giovanni e con tutta la Congragazione
Mariana delle Case della Carità è stata per la nostra famiglia una occasione di grazia immensa.
“Chi incontrando un povero si gira dall’altra parte, perde una grazia”; questa verità trasmessaci da Don Mario rappresenta meglio di ogni altra riflessione cosa ci ha trasmesso la
Casa della Carità.
Il Signore e la Madonna possano sempre accompagnare questa nostra bella Casa, ma
soprattutto aiutino noi ausiliari ed amici della Casa ad approfittare delle occasioni di Grazia
che la Casa ci offre quotidianamente.
Checco, Barbara, Giovanni e Benedetta
Gli ospiti mi hanno “allenato” all’amore per i piu’ poveri e i piu’ piccoli
Della Casa della Carità di San Giovanni di Querciola ho già scritto abbastanza, invece
degli ospiti che ho incontrato, con cui ho vissuto per tanti anni come “loro ospite” ho detto
poco. Di essi porto con me un ricordo come tante foto in un album. Quanti ne sono passati
e ho conosciuto! Ognuno con le sue caratteristiche, ognuno con la sua storia. Mi ricordo
della Zora che lavorava al chiacchierino, e più lavorava in fretta, più parlava veloce e senza
fermarsi. La Nilde col cappellaccio di paglia e la Maria di cucina erano ospiti così brutte, ma
a parlare con loro erano simpatiche; c’erano la Mariolina e la Lucia che venivano all’asilo e
amavano i bimbi, la Santa con la sua pazzia che metteva sempre a dura prova la pazienza di
tutti, ma soprattutto di don Zeffirino e la Caterina che si alzava di notte a pregare e gridava
forte la preghiera di San Gaetano (io l’ho imparata così). La Dina, che con suo fratello
andava a raccogliere i “riccioni” nei campi e, vedendoci molto poco,a volte si graffiavano il
naso con le forbici mentre li tagliavano. Forse era l’Assunta che, quando veniva buio, andava
davanti alla porta e chiamava le sue pecore per nome; e le due sorelle di Succiso che avevano
paura del telefono e della televisione perché non li avevano mai visti. Angela coi suoi kg
vestiva sempre di rosa o azzurro e noi la chiamavamo “nuvoletta”; Tilde ogni mattina doveva
fare le prove per cantare l’opera. Paolo, l’uomo di casa, che rideva solo a fare le pernacchie,
Leontina delicata come un vaso di porcellana e l’Antonia grande con l’Antonia piccola che
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usavano entrambe il lucido da scarpe, una se lo metteva in testa per farsi i capelli neri, l’altra
lo usava per pulire le scarpe al prevosto.
E per finire l’Ida con le sue piaghe, l’Anna Maria col suo sorriso e la sua voglia di vivere
e la Pina che giocava ai cow boy coi bimbi dell’asilo, e la Silvia sempre traballante e con la
sigaretta in mano.
Sembra un elenco di persone, ma sono invece per me come tanti tasselli di un puzzle che
è la mia vita. Ognuno ha lasciato in me qualcosa di suo che mi ha aiutato a fare delle scelte
importanti, che mi hanno aiutato ad “allenarmi” all’amore verso i più poveri e i più piccoli,
che mi hanno fatto scoprire la gioia di donarsi agli altri.
Franca Fornaciari, “La Signo”
La scuola materna e la Casa della Carità
frasi di bambini e ringraziamenti delle maestre
“... alla Casa della Carità ci sono i vecchietti che ci fanno ridere perchè si comportano come noi...”
“... all’Asilo ogni tanto, ci viene a
trovare una signora che vuole sempre
le caramelle, ma noi non ce le diamo
perche’ dopo le fanno male...”
“.... alla casa di carità ci va sempre
mia nonna a fare i lavori...”
“.... alla casa di Carità abita suor
Silvia che ci ha insegnato tante canzoni...”
“... però ci abita anche una vecchietta, che è grande come noi e, ha detto
la suora che è brava perchè dice sempre sì..”
“.... sì, però ci sono anche dei vecchietti che sono a letto e non ho mai
visto...”
“.... sì, però c’è anche la Wilma che
viene anche a parlare con le maestre
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e dice che ha un nipote a Reggio e che va
in vacanza a Villa Minozzo....
“.... alla Casa di Carità a volte ci andiamo a
dire le preghierine e a far le feste...”
“...a me piace andare alla Casa della carità
perchè ci sono le suore che ci danno le caramelle...”
... nel mondo
“Un ringraziamento davvero di tutto cuore
a tutti coloro che operano per far funzionare la Casa di Carità perchè sono sempre
disponibili e ci accolgono con un sorriso
e hanno creato un clima dove la vecchiaia e la malattia non emergono, ma emerge
tanto amore e rispetto per le persone, cosa che ai bambini è passata ed è sempre un
momento felice quando si va a trovare i nonnini”.
“Un grazie enorme, perchè la forza di volontà delle prime suore ha fatto sì che, 60
anni fa, sorgesse la Casa della Carità, ma che, in parallelo, sorgesse una struttura adeguata ad aiutare i genitori a crescere e ad educare i bambini; un luogo gioioso dove
i pensieri felici si
facevano strada insieme a mille idee,
dove si potevano
muovere i primi
passi per sperimentare e conoscere,
dove tutti, grandi e
piccini, trovavano
una parola buona...
grazie mille per aver
fatto nascere anche
la Scuola Materna”.
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“ Le missioni sono i polmoni
delle Case della Carità”
don Mario Prandi
22 aprile 1961
IL MISTERO DELLA VITA
Quelli della CdC Brasiliana
Ruy Barbosa, venerdì 8 giugno 2007
Ohibò, voi di S. Giovanni di Querciola,
è proprio vero che il tempo passa velocemente, basta voltare l’occhio ed ecco che sono
già passati 60 anni da quella fatidica discesa verso la collina; e pensare che sr.Gemma aveva
in mente che non si sarebbero mai spostate da Fontanaluccia, tanto ci stavano bene…Per
fortuna che la “pazzia” di quello stravagante prete, che era d.Mario, aveva ben in mente che
questa strana famiglia e questa strana miscela esplosiva, che sono i “Tre Pani” si dovevano
diffondere in tutte le parrocchie, quindi, ecco la prima dimostrazione di questa espansione.
Certo che, a dirla proprio tutta, S. Giovanni non è un granché, ma a quel tempo il
mercato non offriva tante altre possibilità, e allora ben venga anche S. Giovanni, che come
caratteristica aveva quel santo prete di d.Giovanni Reverberi; ma pensando a noi, credo che
al momento sia certamente meglio il Brasile, e in questo c’è un poco di orgoglio (ma certe
volte non fa male), con tutte le sue stravaganze e le sue contraddizioni, tanto che quello che
più colpisce e risalta sono la sproporzione delle possibilità che questo immenso Paese offre,
e questo sia nel bene che nel male, sia nella bellezza che nella miseria, sia nella festa che nella
tristezza. L’esperienza che si vive qui, legata al mistero che le nostre case hanno, crediamo
sia la bellezza della vita che nasce, ma nello stesso tempo la fatica di accettare la povertà
nella quale questa vita è chiamata a vivere; il bairro Boa Vista racchiude in sé questo duplice
aspetto, cioè il fiorire della vita, e questo è evidente guardando quanta criança si vede per
strada, ma anche come questa vita, da subito, è chiamata a lottare per vivere, è chiamata a
faticare per trovare sicurezza, è chiamata a sudare per avere il giusto sostentamento. E la vita
della Casa può essere segno di speranza di fronte a situazioni che talvolta richiamano alla
disperazione, alla sfiducia. Se si può fare un paragone, credo che la notizia della nascita di
Gesù sia stata da subito motivo di gioia e di sofferenza; gioia perché è nato per “noi un figlio,
che è Santo…” ma nello stesso tempo questo figlio è dovuto scappare, ha dovuto nascondersi, ha cominciato da subito un cammino di sofferenza e di tribolazioni. Crediamo che in
questo contesto si possa inserire bene la vita della CdC brasiliana. Se è vero che la vita è un
mistero, che spesso non si capisce, perché viene da Dio, beh qui questo mistero si percepisce
in una maniera elevata ad una potenza decisamente alta; rimane comunque sempre vero che
è nel mistero dell’incarnazione che si fonda la nostra fede ed è nel mistero della VITA, che
si fonda il nostro servizio a quel Signore che si incarna nella vita dei nostri poveri per dare a
noi la possibilità di contemplarlo e servirlo.
A volte però, ci si sente un poco soffocare, poco capiti, poco accolti, ma fa parte dell’essere seme, che prima che dia frutto deve marcire, deve essere sotterrato e nascosto da tutto
e a tutti, ma che poi, piano piano, germoglia e comincia a crescere, moltiplicandosi, tanto
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60 ANNI
Suor M. Paola dalla Casa della Carità
di Versova - Mumbai
2 Luglio 2007
che da uno ne saltano fuori tanti; crediamo che la Casa sia nella fase del germoglio, che
è spuntato, con un po’ di fatica, ma che sta cominciando a fare vedere qualche foglia, sta
cominciando a fare vedere i primi boccioli; rispetto ai vostri 60 anni, noi siamo ancora
nella fase infantile, solo l’anno passato abbiamo celebrato i 10 anni. E come tutti i piccoli,
abbiamo bisogno ancora di sostegno, di qualcuno che ci aiuti a camminare, di qualcuno
che ci aiuti a riconoscere come, nonostante le debolezze e le insicurezze, c’è stato qualcuno
che prima di noi ha seminato, ha camminato e ha vissuto il dono che ora noi cerchiamo di
vivere in questa terra brasiliana.
Ci sembra di avere detto abbastanza, perciò vi ringraziamo per la opportunità che ci
avete dato, e per il ricordo che avete avuto di noi, e sicuri che tutto quello che il Signore
ci ha dato è segno della sua infinita bontà, vi salutiamo e vi ricorderemo nel giorno della
vostra festa.
Un abbraccio e a presto.
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…E sei ancora giovane, bella e senza rughe dopo appena 60 anni di vita!!!!! Sono
stata a S. Giovanni di Querciola “appena” 20 anni fa, giovane suora che doveva salvare
il mondo e proprio li’ ha capito che Qualcuno lo aveva gia’ salvato. Quanti volti che
passano davanti agli occhi… Pina innamorata della sua fisarmonica e di Re, localita’
dove andava a fare i rititiri ogni anno e che col suo passo “lemme lemme” raggiungeva
ogni cantone della casa. E come non ricordare il rapporto indissolubile della Margherita
Cabassi e dell’Ida Rossi? Quante risate
con la Margherita che paragonava tutto alla sua vita contadina e a cui niente
sfuggiva anche se non aveva certamente una vista di aquila…e allora gli strilli
dell’Ida diventavano simili a quelli del
vitellino, o non c’era cosa piu’ buona
della neve con la saba…ma che nostalgia della saba fatta in casa Cabassi!!!! E la “coppia” indissolubile Maria
Corghi e Anna Borghi amiche per una
vita e morte l’una a un mese di distanza dall’altra. Maria mori’ dicendo: “ho
sete”…Vi ricorda Qualcuno?
E le due Antonie? Una era piccola
e l’altra era grande ma i centimetri che
le separavano erano 1 o al massimo 2!
Una era devota, l’altra…Una volta tornando a casa da Fontanaluccia andavo
di fretta, ad un certo punto la Polizia ci
ha fermato, ero appunto con l’Antonia
Grande, e il poliziotto mi ha chiesto i
documenti sgridandomi per la velocita’
con cui andavo. Metto la mano nella
tasca per tirare fuori i documenti e un
urlo esce dalla bocca dell’Antonia nel suo tipico modo di parlare: “ Paola, e’ proprio un
bell’uomo!!!!” Senza pensarci su 2 volte il poliziotto, attonito & perplesso, mi ha invitato
caldamente a sparire in fretta…
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E come non ricordare la Leontina, signora per eccellenza, dalla cadenza pisana (se
ricordo bene, o Livorno?) capace di portare la croce con fede e dignita’, richiamandomi
a una puntualita’ di servizio e di attenzione quando la mia distrazione mi portava altrove….
Il Signore mi ha sempre accompagnato con tanti piccoli-grandi segni di cui gli ospiti
sono stati messaggeri fedeli qui in terra e, adesso, spero anche dal cielo. A Lui sono estremamente grata per il dono grande della Casa della Carita’ che e’ arrivata fino in India
dove cerca di spargere, goccia dopo goccia, il profumo della Carita’ di Dio che sorpassa
ogni barriera di casta, religione o credo!
Un aneddoto indiano: c’era un uomo indu’ che veniva regolarmente qui alla casa e
prima di entrare si tirava via le scarpe, toccava il gradino e poi portava la mano sulla bocca e sul cuore dicendo: “ questa e’ la casa di Dio”. Questo e’ il tipico gesto che gli Indu’
fanno quando entrano nel tempio (casa di Dio). Questo e’ stato per me un richiamo a
rivedere quanto vivo la sacralita’ della Casa della Carita’, sacralita’ fatta dalla Sua presenza nella Parola, nella Eucaristia e nei Poveri, fatta dal reciproco servizio liturgico nella
continua contemplazione di Dio in mezzo a noi!
Auguro dunque alla C.d.C. di S. Giovanni di rimanere bella come e’ stata fino ad
oggi, di essere feconda come lo e’ stata generando Carmelitane Minori (Sr.Elisabetta, Sr.
Domenica e Sr. Maddalena), generando una delle prime “secolari” (Franca) e certamente
generando famiglie sante.
Alla fine non resta che dire: “ Grazie Signore per le tue meraviglie”
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TRA RICORDI E... MISTERO...
Suor Bernardetta
Antananarivo, 02/07/2007
E’ per un debito di riconoscenza che volentieri rendo grazie al Signore con voi dei 60
anni della Casa della Carità di San Giovanni di Querciola.
Anch’io ho fatto un pezzetto di strada con questa Casa.
Erano gli anni ’60 quando arrivai a San Giovanni e dovevo occuparmi dell’Asilo parrocchiale, perché Sr. Gemma fosse più libera per altri impegni della Famiglia.
Tanti sono i ricordi vivissimi di come si viveva la vita quotidiana della Casa con una
grande semplicità e povertà.
Il grande fumo della cucina di Sr. Maddalena, sempre in attesa di quello che la Provvidenza
avrebbe regalato quel giorno. Come quando, un bel dì, sulla porta di cucina, non essendoci
niente nella dispensa, chiese a Sr. Gemma: “Cosa preparo oggi da mangiare?”. Risposta di
Sr. Gemma: “Ma Suor Maddalena,… faccia quello che vuole!”.
Gli ospiti furono i primi ad insegnarmi ad entrare in questo spirito.
I ricordi sono tanti, un nome, un particolare, un volto …
Come la Carla, che mi aspettava ogni sera per chiedermi se avevo fatto la brava coi bambini o se ero stata io più birichina di loro.
La Mariolina e la Rinuccia, con le loro gelosie e confidenze sempre pronte a raccontare
cose che non capivo
assolutamente ma,
che per loro, erano
importanti e bisognava ascoltare.
L’Antonia Piccola
addetta alle stufe, con
tanto fumo e ... poco
caldo tanto da dover
aprire le finestre per
mandare via il fumo !
La
Maria
di
Cucina sempre a
spasso con la Chicco,
con il suo modo burbero e brontolone,
ma sempre preoccupata per il troppo la85
voro delle Suore e diceva su perché le Suore non si lamentavano mai, ma era così felice
quando poteva farci una sorpresa (es. una caramella…).
Si stava proprio bene con loro. Mancavano molte cose materiali ma c’era questa armonia
che ricompensava tutto.
Si partecipava a tutta la vita della parrocchia : la messa quotidiana, il catechismo con i
ragazzi, le adunanze con le giovani di Azione Cattolica, i rosari e i funerali, le corse in bicicletta per qualche puntura ai malati o per visitare qualche anziano... Si condividevano con
questa famiglia gioie e dolori.
Quello che però vorrei sottolineare di più è che qui, in questa Casa, si è realizzata la mia
partenza per la missione, desiderio però già coltivato e vissuto nella vita di Casa con l’esempio di Sr. Gemma, l’entusiasmo di Sr. Lucia, la bontà di Sr. Alberta e il servizio quotidiano
agli ospiti, ai bimbi dell’asilo, ai grossi bucati nella lavanderia con l’acqua a mezza gamba.
Erano cose forse normali per tutti a quei tempi, ma per noi diventavano motivo di ricarica
ed entusiasmo, per averci dato il Signore una vocazione così bella.
Con lo stesso entusiasmo partimmo per il Madagascar e, guarda caso, la prima Casa
aperta qui fu intitolata come quella di San Giovanni allo stesso mistero del Rosario: la
Natività. Che continua a parlarci di pace, gioia, povertà e semplicità. Diverse sono le situazioni, diverse le culture, usi e costumi. Qui nascono in continuazione ancora tanti Gesù
Bambino: a Tongarivo ne abbiamo accolti moltissimi.
Ci unisce però lo stesso spirito, che è quello che ci trasmise don Mario la prima sera arrivati in Madagascar quando delle Suore gli chiesero che attività avremmo svolto. Don Mario
rispose: “Siamo venuti ad accendere tante piccole luci per far capire agli uomini l’infinito
amore di Betlemme”.
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LA CASA DELLA CARITÀ
CI HA MESSO LO ZAMPINO
Don Giovanni Caselli
Antananarivo, Madagascar - 18 Giugno 2007
I ricordi non è che siano tantissimi. Però alcuni veramente significativi e, direi anche
fondamentali per la mia vita.
Anzi, direi che più che ricordi di episodi successi (che pure non mancano) la Casa della Carità a San Giovanni ha significato una “familiarità” con gli ospiti e con le Suore che
per me erano sempre state, e solo loro, le “Suore”. In realtà io non ho avuto nessun altro
rapporto con consacrate se non con quelle dell’asilo (ma durò credo solo 4/5 giorni, poi la
mamma mi tenne a casa perché piangevo sempre).
Suore da un lato; ospiti (malati) dall’altro. Familiarità anche con loro, che però all’epoca non voleva assolutamente dire considerarli, avvicinarli come posso farlo o sentirlo ora.
Familiarità semplice, condita anche … di paura di alcuni di loro (es. l’Ileana, la Chicco, la
Rosi).
Per me ha significato anche familiarità con don Mario che però non vedevo spesso (e
lui penso che non mi conoscesse neanche), ma di cui sentivo parlare da tanti alla Casa (e
non solo), e in particolare dalle “sue” Suore (le Carmelitane Minori, per me non esistevano:
erano le “Suore di don Mario”).
Questa familiarità è nata dal fatto che noi,
con la mia famiglia, essendo la mamma originaria di S. Giovanni, ci recavamo là tutti gli anni
per i tre mesi estivi. Era per noi quasi un rito:
non c’era sapore di vacanze, estate, se non lassù.
Da casa, capitava poi qualche volta di andare alla
Casa: assolutamente non come ausiliare. Di passaggio, un saluto, un piccolo servizio alle Suore,
due chiacchiere con qualche ospite (in particolare quelli che non facevano paura: la Wilma, la
Pina, altre nonne di cui non ricordo i nomi, …),
una cantatina con la Dedi e un sorriso all’Annamaria.
(Mentre scrivo penso: quante di queste persone sono ancora tra di noi ?!). E poi qualche volta
alla “messa prima” della domenica col papà o la
mamma (o la nonna) che allora come ora si diceva appunto alla Casa.
Ma l’ “incontro” più profondo l’ho avuto
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quando don Amedeo Vacondio (allora direttore del Centro Missionario) mi mandò là per
un mesetto all’interno della preparazione che stavo facendo per andare come volontario di
RTM in Madagascar (siamo nell’anno 1983). Ero un po’ più grandicello (19 anni) e soprattutto più motivato per un discorso di impegno cristiano. Le Suore: Daria, Paolona, Cristina
(quella che ora è in Brasile ma che all’epoca era anche lei in partenza per il Madagascar). Pas
mal! -direbbero i francesi- un buon trio: c’era di che essere allegri, ma c’è stato anche di che
imparare da altre giovani che avevano all’epoca appena consacrato la loro vita al servizio di
Dio nei Poveri, il tutto sotto la super-visione di Sr. Daria che … di voce ne aveva e non ti
mandava a dire le cose.
Il ricordo più vivo è quello di Adriano, l’unico ospite-uomo che dunque era stato affidato in modo più diretto alle mie cure. E poi i giri con la mitica Bianchina, sempre dietro a
sballottare cartoni, pacchi, merce … oppure per pratiche burocratiche.
Quando all’inizio parlavo di “ricordi significativi” direi che sono stati proprio in quel
momento, e, ripeto, penso che mi abbiano lasciato un segno. Lì ho iniziato a “non aver più
paura”, anzi, a sentire che in realtà una vita di servizio è non solo importante, ma un dovere
per noi cristiani (nel senso positivo del termine) e il tutto si può realizzare ridendo, scherzando e nella serenità della quotidianità!
All’epoca io non mi rendevo conto molto di tutto ciò; anzi, è ora che mi è stato chiesto
di scrivere qualcosa che ci rifletto su un po’ più approfonditamente (e quindi ringrazio chi
mi ha stimolto a farlo).
In realtà dopo partii per il Madagascar e furono tante altre le cose che mi giravano per la
testa, però penso che se poi ci sono ritornato come Fratello della Carità e sacerdote, la Casa
di S. Giovanni ci abbia messo lo zampino …
... e in cielo.
“ Abbiamo molte persone già nella luce
e nella pace eterna che ci aiutano,
che ci attirano, che ci lusingano...”
don Mario Prandi
23 luglio 1983
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DON ZEFFIRINO ROSSI
Un prete in preghiera
Don Giovanni Costi
La vita di ogni comunità parrocchiale si nutre di linguaggi cristiani, inseriti nella storia,
e di personaggi che li hanno saputi esprimere e testimoniare.
Don Zeffirino Rossi, nato nel 1915 e morto il 19 Febbraio 2006 , a partire dalla prima
intensa esperienza ecclesiale, nel Seminario di Marola, ha misurato il suo cammino di
fede, all’interno di una Chiesa, messa alla prova dalla dittatura del fascismo, dall’evento
tragico della seconda Guerra Mondiale, dagli strascichi problematici della Resistenza e
del partigianato e, nel Dopoguerra, dal fenomeno crescente della secolarizzazione, con il
conseguente abbandono della pratica religiosa.
Per tutti, nei tempi accennati, il credere cristiano, per presentare una sua genuinità e
trasparenza, doveva essere costruito su impegni consistenti di coscienza.
Sono moltissime le pagine di fede cristiana che la Chiesa diocesana di Reggio Emilia
ha scritto, con la forza dello Spirito, nella storia del secolo XX, fino alla testimonianza del
martirio. Una lunga serie di sacerdoti e di laici cristiani hanno costruito nuovi e straordinari
linguaggi di solidarietà e accoglienza, unitamente all’offerta di amore e di perdono, anche
verso i nemici, mettendo a rischio, con la previsione cristianamente accettata, di esporre la
propria vita.
Don Pasquino Borghi, l’On.le Pasquale Marconi, Don Giuseppe Donadelli, Don
Giuseppe Iemmi, il M.o Aldo Dall’Aglio, l’On.le Giovanni Manenti, il Sen. Domenico
Farioli, il seminarista quattordicenne Rolando Rivi, e tanti altri, il cui nome era scritto
nel “libro della vita” e, oggi, scritto nella memoria di amore della Chiesa, hanno tracciato
una interpretazione luminosa del credere cristiano. Le loro pagine di vita e di fede sono
diventate le pagine di una storia di salvezza per tutta la Chiesa locale e la società, e hanno
costituito per molti l’orizzonte, su cui indirizzare il cammino di una fede autentica.
Già negli anni di formazione dei corsi filosofici e teologici presso il Seminario di Albinea
Don Zeffirino aveva potuto interiorizzare una lunga documentazione di ideali e modelli
per il suo ministero di sacerdote nella Chiesa del tempo, sotto la guida, paternamente
sollecita e illuminata, del Rettore Garimberti. La Chiesa infatti non si era lasciata trovare
impreparata all’ora grave della storia. Come indirizzo primario, i pontificati di Pio XI
(1922-1939) e di Pio XII (1939-1958) per la Chiesa tutta, e gli episcopati di Edoardo
Brettoni (1910-1945) e Beniamino Socche (1946-1965) per la Diocesi reggiana, hanno
costituito un’autentica traduzione salvifica della fede negli sconvolgimenti storici del
periodo indicato.
Parroco a Cerré Marabino, dal 1949 al 1967, a S. Pietro di Querciola, dal 1967 al
1972, a S. Giovanni di Querciola, dal 1972 al 2003, Don Zeffirino, a contatto diretto
e quotidiano con le comunità a lui affidate, ha potuto annunciare e vivere le innovative
istanze del Vangelo, a cui era stato educato.
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lui, sempre, una profonda rilettura interpretativa di tutto il suo operare. Ne discuteva con
Dio, anche per migliorare, rinnovarsi e cambiare rotta.
Uomo di preghiera ed educatore alla novità della preghiera cristiana, fin dal periodo
di parrocato a Cerré Marabino, aprendo la sua canonica a seminaristi bisognosi di riposo
e di cure, li associava al suo stile di preghiera aperta e fiduciosa. Con loro condivideva le
giornate, affiancandoli al ministero presso gli ammalati, le famiglie, i ragazzi e i giovani.
Accanto a lui si imparava la necessaria interazione tra la pastorale e la preghiera sacerdotale.
Lo stesso stile troverà approfondimenti e nuove forme nella parrocchia di S. Giovanni di
Querciola.
Il Santuario della Madonna di S. Siro, la cappella della Casa della Carità, la chiesa
parrocchiale hanno costituito lo spazio per lunghe ore di preghiera, adorazione e
contemplazione.
Le sue mani, intrecciate dalla corona del Rosario, raccoglievano e portavano a Dio anche
le invocazioni di tante persone che si affidavano alla sua preghiera.
La varietà e molteplicità delle esperienze umane e cristiane, vissute accanto a Don
Zeffirino, trovano una loro sintesi interpretativa nella sua figura di prete e ministro del
Signore, capace, attraverso una profonda vita di preghiera, di educare tante persone al
pensiero di Cristo, per diventare capaci a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita
come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la
comunione con il Padre e lo Spirito Santo.
A chi lo avvicinava era possibile cogliere i tratti della sua personalità di credente e ministro
del Signore, costruita su convinzioni sicure e forti, sempre riconducibili alla sorgente di una
preghiera intensa, come ispirazione e verifica del proprio vissuto personale e ministeriale.
La preghiera infatti permeava la sua vita, le scelte pastorali, gli incontri molteplici con i
parrocchiani e con tante altre persone.
Una preghiera non settoriale, espressa non unicamente nella ufficialità del ministero;
una preghiera aperta, coinvolgente e diffusa, capace di plasmare azione, parole e sentimenti,
una preghiera quasi leggibile nei gesti, sul volto e nella voce.
Don Zeffirino, di conseguenza, va letto e ricordato anzitutto come uomo di preghiera.
Due persone soprattutto venivano da lui ricordate come modelli ispirativi di incontro
continuato e fiducioso con il Signore: la madre, di cui sottolineava, in varie occasioni,
l’abbandono filiale a Dio Creatore e Padre, e Don Giovanni Reverberi - per anni suo padre
spirituale - da lui ritenuto il primo testimone e garante della forza della speranza cristiana,
all’interno delle molteplici vicende ministeriali nella parrocchia di San Giovanni. Da questi
due modelli Don Zeffirino si sentiva profondamente segnato.
Da parroco, Don Zeffirino Rossi ha dovuto necessariamente affrontare varie scelte e
problemi pastorali, organizzativi e sociali; come in ogni realtà umano-ecclesiale, ne sono
emersi risultati positivi, e risultati, a volte, limitati e carenti.
Don Zeffirino ne era cosciente; ma non si lasciava bloccare. La preghiera costituiva per
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SUOR ALDA DI SANT’ELIA
Angiolina Bonini
SUOR MADDALENA
DELL’ADDOLORATA
Le consorelle
Suor Alda di Sant’Elia, al secolo Anna Bonini è nata a San Giovanni Querciola il 4
Ottobre 1908, la prima di 16 fratelli, è cresciuta in una famiglia piena di fede e amor di Dio.
Ha aiutato i genitori con tanto lavoro e sacrifici a crescere i fratelli andando anche ,
periodicamente, dallo zio don Elia in canonica a Salvaterra.
Quando il fratello Aldo, secondogenito, si fece sacerdote lei donò la sua vita andando in
canonica con lui a Succiso.
Credeva di passare la sua vita con lui, invece il
Signore cambiò i suoi piani perchè, dopo una brevissima malattia, don Aldo morì a soli 34 anni.
Non si può descrivere il dolore che provammo
noi tutti e, in particolare, la sorella Anna.
Dopo poco tempo, quando Anna era tornata a
San Giovanni, venne aperta la Casa della Carità e,
frequentandola, conobbe don Mario e Suor Maria.
Anna ha sempre aiutato sia la Casa della Carità, sia la
Parrocchia e l’asilo dove, con Enrichetta, zia di don
Giovanni, intratteneva i bambini dando un pasto
caldo nel corridoio sotto le campane.
Questi valori la portarono ad entrare nella
Congregazione Mariana come Carmelitana Minore
e divenne Suor Alda di S.Elia facendo la vestizione a
Fontanaluccia nel 1949.
Si fermò subito a Fontanaluccia poi, col tempo,
andò in tante Case: Sassuolo, Villa Cella, Cagnola, Scandicci e, per circa tre anni, si fermò
al seminario di Cadelbosco Sopra con Suor Gabriella.
E’ morta il 29 Giugno 1971.
E’ stata una suora con un carattere particolare, ma con tanta carità nei confronti dei più
poveri e degli ammalati che lei ha sempre servito nel nome del Signore.
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Suor Maddalena dell’Addolorata era una delle quattro suore di San Giovanni, cresciuta,
anche lei, all’ombra di don Giovanni Reverberi. E fu proprio da lui che assorbì una fede
autentica.
A volte era un po’ scontrosa, ma di una semplicità d’animo che commuoveva!
Era legatissima alla “sua” borgata di Ca’ de Pazzi della quale diceva: “E’ il più bel posto
del mondo!”.
Infatti fece una fatica grossissima quando i superiori le dissero di cambiar Casa.
Alla vecchia Casa della Carità era la prima ad alzarsi per accendere la stufa della cucina il
cui cattivo funzionamento, a volte, causava un gran fumo. Per la sua asma non era il meglio,
ma lei, prendendo fuori dalla tasca la sua “pompetta” risolveva il problema.
Durante un ritiro don Mario, con i suoi modi forti e perentori, voleva persuaderci di
affidarci sempre più al Signore e non ai dottori e alle pastiglie. Detto questo, a sera, raccolse
tutte le varie medicine.
Al mattino seguente, rivolgendosi in particolare a Suor Maddalena disse: “ Hai visto che
non sei morta anche senza la tua pompetta!”. E la suora rispose:” ma io, in camera, ne avevo
una di scorta!”. Ci fu una risata generale.
Per lei il tempo doveva essere speso in “cose” importanti. Quante volte, vedendoci parlare
diceva: “Acqua e chiacchere non fan frittelle!”.
Voleva molto bene agli ospiti: qui, a San Giovanni, si era così affezionata alla Dedi che,
abbracciandola diceva sempre: ”La mia cocca!”.
Questi pezzi di vita dovrebbero rimanere ricordi indelebili per tutta la nostra famiglia.
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SUOR DOMENICA DELL’ETERNO PADRE
Lucia
e tutta la Casa della Carità
di San Giovanni Querciola
“...Poi, levati i suoi occhi al cielo disse :”Padre, è giunta l’ora.”. (Gv.17,1)
E’ con questa consapevolezza e serenità che Suor Domenica ci ha lasciati il 28 Luglio
2003, lunedì, giorno dedicato all’Eterno Padre che lei, con Don Mario, aveva voluto nel suo
nome da suora: Suor Domenica dell’Eterno Padre.
Era nata nel 1923 a San Giovanni di Querciola, terra fertile di vite consacrate al Signore
grazie all’esempio di sacerdoti, mamme e papà dediti al lavoro nei campi, alla numerosa
famiglia e a Dio.
Respirando quest’aria, allora intrisa di spiritualità semplice ma efficace, Ebe cresce con
la convinzione di donare la propria vita al Signore.
In famiglia tutti le sono vicini in questa scelta e l’incontro con don Giovanni Reverberi e
don Mario la portano alla professione dei voti nel 1962 nelle mani di S.E. Mons. Beniamino
Socche, Vescovo.
Tante sono state le Case dove lei ha prestato la sua opera, vicino ai poveri, come una
sorella maggiore, serbando di tutti un ricordo, un particolare, un episodio che volentieri
raccontava scegliendo lei i tempi e i modi.
Quante volte durante i numerosi viaggi verso Fontanaluccia abbiamo ascoltato storie
di persone incontrate a Scandicci, delle strane vite degli zingari e dei circensi che lei, con
essenzialità e altrettanto amore conservava nell’animo come tante grazie di Dio.
E come si illuminava a parlare di alcuni ospiti di Vitriola, di Cella, di Sassuolo,Oliveto...,
delle suore, soprattutto di quelle più anziane,
verso le quali nutriva sentimenti di vera e
umana compassione.
Godeva della presenza di Suor Maria e di
don Mario di cui apprezzava ogni decisione
perchè dettata dalla Spirito Santo a cui Suor
Domenica rimetteva ogni giorno la sua vita.
Qui a San Giovanni era diventata la
“mamma” di Anna Maria, una bimba da
sempre alla Casa.
Con Suor Domenica Anna Maria riusciva
a mangiare e a sorridere e quando Suor
Domenica si assentava, Anna Maria perdeva
quella tranquillità che prontamente riacquistava
al suo ritorno: di questo Suor Domenica era
sicuramente fiera anche se i suoi modi sobri e
modesti nulla lasciavano trasparire.
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Quando gli ospiti davano un po’ di tregua, Suor Domenica riordinava il guardaroba e
tutte le suore che sono passate dalla Casa, con soggezione aprivano quegli armadi e quegli
scaffali per non rovinare un lavoro così meticoloso e attento compiuto o nel silenzio e nella
recita del Rosario.
Il guardaroba era il suo ufficio: lì riceveva le visite di tutti quelli che passavano dalla
Casa; aveva una parola e un sorriso per tutti continuando, china, ad attaccare qualche
bottone o ad ultimare qualche rammendo.
Partecipava con gioia agli appuntamenti della Famiglia, agli incontri di formazione,
agli Esercizi, ed era divertente chiederle il resoconto, soprattutto negli ultimi anni, quando
iniziò ad avere seri problemi di udito.
La sua risposta era sempre di questo tenore :”Non ho sentito niente, ma avranno
sicuramente detto delle cose belle.”.
Era attenta e sollecita nei bisogni di Casa, ma altrettanto si interessava delle persone
che passavano; non mancava mai di chiedere dei figli, dei genitori, dello stato di salute e
desiderava andare a trovare le persone della Parrocchia che temporaneamente si trovavano
in Ospedale.
Il Signore le aveva dato una tempra forte: nonostante le diverse operazioni subite, lei
si metteva nelle mani dei medici e del Signore e, con questo spirito, si è sempre ripresa in
modo veloce e deciso.
Badava alle cose semplici ed essenziali, nel rispetto delle regole antiche della fede che
le venivano confermate anche con il Sacramento della Confessione che lei praticava con
i sacerdoti di passaggio ed anche con la Direzione Spirituale. Dio ha voluto che lo stesso
giorno in cui è morta suor Domenica è morto anche uno dei suoi primi confessori: don
Riccò.
Quando lasciò San Giovanni Querciola per Cagnola, si fece promettere di andarla a
trovare perchè desiderosa di mantenere i legami costruiti ed anche per essere aggiornata
sulla Casa.
Lei stessa è più volte tornata, in occasioni di gioia e in altre di dolore, e noi tutti la
prendevamo in giro perchè, dopo aver salutato il Signore e gli Ospiti andava a “controllare”
il guardaroba.
Ne approfittava a San Giovanni per rivedere le sorelle e i nipoti a cui lei era molto legata
e ricambiata.
Il giorno del suo funerale i Superiori, le sorelle suore, tanti sacerdoti, ospiti e amici
hanno reso testimonianza del suo servizio al Signore e ai poveri di una vita.
I tre pani della Parola, dei Poveri e dell’Eucaristia hanno trovato in Suor Domenica una
sintesi autentica e fedele.
“Ecco il mio servo che io ho scelto,
il mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto.
Non contenderà, nè griderà,
nè si udrà nelle piazze la sua voce..”. (Mt.12,18)
Con questo spirito ha vissuto suor Domenica alla quale sempre serberemo un posto nel
cuore affinchè ci aiuti, dall’Assemblea dei Santi ad illuminare di fede il nostro cammino.
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SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ
Da un’intervista
fatta a suor Elisabetta durante il noviziato
il 30 Aprile1992
Ho conosciuto la Casa della Carità tramite il mio parroco, don Reverberi con cui avevo
parlato di consacrarmi al Signore. Lui mi aveva sempre detto di no, di stare a casa, di non
pensarci. Questo mi metteva il cuore in pace perché andare via da casa mi sapeva anche un
po’ fatica, la mia era una bella famiglia, eravamo sette ed ancora tutti uniti, ci volevamo un
sacco di bene. E quando lui mi diceva che del bene se ne può fare anche a casa, mi andava
bene.
Ma un giorno è andato a Fontanaluccia a trovare un ragazzo di San Giovanni che era
all’ospizio (era stato parroco di sr. Maria) e poi è andato da Marconi il quale in cambio ci
ha dato Pinetto (portato a Fontanaluccia in braccio).
E dopo ne parlava sempre di queste suore, della povertà che vivevano, del servizio che
facevano.
Quando andavo in chiesa me ne parlava, in confessione ne parlava, all’adunanza ne
parlava e quando gli ho chiesto se poteva essere il posto per me ha detto di sì subito.
Ricordo che don Mario era venuto a predicare a San Giovanni (non so in che occasione)
e lo avevo trovato così diverso da don Giovanni che non diceva mai una parola in più e, se
sentiva i ragazzi dire qualche burla diceva : “Madonnina fateli santi ”!
Don Mario mi era sembrato strano anche perché non girando, l’unico modello di prete
che avevo davanti era don Giovanni.
Un po’ mi aveva impensierito ed avevo detto a don Giovanni che mi ero quasi pentita
perché don Mario non mi era piaciuto fino in fondo. Lui mi ha detto di andare anche
perché c’era suor Maria che era così equilibrata e don Mario era comunque una persona di
Dio.
Sono l’ottava suora (02/3/48) e poi mi ricordo che non c’è stata una preparazione vera
e propria da parte di don Mario. A tu per tu ho parlato poco con lui, un po’ perché ho
sempre poche cose da dire, ma anche perché avevo più confidenza con suor Maria. Ricordo
che dopo 4-5 giorni che ero lì, don Mario chiese con suor Maria (che me lo ha detto
dopo): “Cosa te ne pare di quella ragazza lì? ” E lei ha risposto: “Mi sembra una gran pita”.
E il giorno dopo è venuto giù con un gran bastone a bisticciare con suor Teresa (era una
messinscena secondo me perché lei gli aveva detto del birocciaio perché in predica aveva
detto delle parolacce ) e giù bastonate…e urlava… e dopo ha detto che aveva fatto apposta
per me perché se non accettavo quella realtà lì potevo andarmene subito (se non lasciavo
quella linea di rigore che avevo imparato a san Giovanni) o mi adattavo o andavo via.
Dopo un po’ disse con suor Maria : “Abbiamo tentato di darle una mano per scantarla
un po’ e lei ha saltato il fosso!”... ed anch’io dopo parlavo male!
Ai primi di settembre suor Maria, senza stare a chiedermi se ero pronta per vestirmi, disse
se volevo vestirmi il 28 settembre o se preferivo un’altra data. Ed io preferii l’11 ottobre che
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era la Maternità della Madonna, senza grande preparazione, con una conoscenza spicciola e
una gran fede perché avranno pensato che tirassi diritto.
Mi sono vestita in cappella, con un bel tappeto che don Mario aveva preso in una chiesa
a Reggio e con tutti gli ospiti, anche quelli che disturbavano di più e alcuni di San Giovanni,
ma era proprio una cosa intima. Tutti gli anni che si vestiva qualcuno si cambiava la formula
o qualcosa. Ho fatto i voti davanti all’ostia consacrata . Poi alla sera mi ha mandata a casa
con un sacco di castagne.
Io devo ringraziare il Signore per avermi chiamato qui e anche chi mi ha accolto anche
se ero una gran piaga (o pita); mi hanno tenuto, custodito e avuto anche una gran fede,
fiducia, coraggio nelle cose che mi hanno affidato. Credo che siano stati grossi atti di fede
perché io non avevo un gran giudizio.
Il Signore ci ha chiamato a fare questo servizio senza clausura, senza intimità e ci dà
anche le grazie; forse si brontolerà anche un po’, non si sarà sempre molto freschi, ma ci si
riesce, non si può mettere a repentaglio la vocazione. Credo che l’intimità col Signore la
posso trovare anche mentre metto uno sul gabinetto.
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IN RICORDO DI SUOR LUISA DI GESÙ
Lucia
e tutta la Casa della Carità
di San Giovanni Querciola
“Signore, Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv.6,68)
La sintesi di Pietro ci spiazza: tutti i nostri sforzi risultano vani di fronte a questa certezza,
a questo splendido ostacolo evangelico che fissa , con contorni chiari, fin dove noi possiamo
arrivare.
E’ allora il desiderio che ci muove nel ricordare Suor Luisa, partendo da come noi
l’abbiamo conosciuta, per quello che lei ci ha raccontato o solo per ciò che di lei abbiamo
immaginato.
Le sue radici affondano a Corneto di Toano dove le grandi fatiche per lavorare i campi
scomodi venivano spesso ricompensate dalla fecondità della famiglia: erano in 12 i Lombardi
con Nello e Cesira che si preoccupavano non solo del cibo “materiale”, ma anche di quello
spirituale per tutti i loro figli.
In questo clima, nel 1962, Fiorentina, la futura suor Luisa, entra nelle Case della Carità:
non si sa se è stata l’aria Conciliare, se il furore di don Mario, se il catechismo parrocchiale
e famigliare ricevuti, se lo Spirito Santo...
La vocazione rimane sempre un mistero a cui però, suor Luisa, ha dato la risposta più
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concreta: consacrare la propria vita al Signore nei poveri esercitando, giorno per giorno, con
l’aiuto della preghiera, la fede, la speranza e la carità.
Poi ciascuno, con il proprio saper essere, dà un tocco originale e personale a questa
nostra avventura cristiana.
Suor Luisa aveva dalla sua l’ottimismo, il gusto per la compagnia, la capacità di scherzare,
di fare battute per “tenere su il morale” a chi aveva motivi seri e a chi non li aveva per niente.
Quanta pazienza sapeva usare con gli ospiti! Quando le raccomandazioni serie non
portavano ad alcun risultato allora si affidava al gioco (quante partite a Pinnacolo con la
Zaira per tenerla tranquilla!), alla lettura del giornale, facendosi circondare dalle nonne
che continuamente la interrompevano perchè o non capivano, o non sentivano... allora lei
alzava la voce e, un po’ in dialetto un po’ a gesti, si faceva capire.
E poi la televisione della sera: le ultime notizie sul Papa, la cronaca locale, la politica..
Era attenta a ciò che succedeva nel mondo e questo lo metteva a disposizione di tutti per
commenti, per domande, per battute...
E poi il Rosario con gli ospiti, le medicine, il pranzo... tutti servizi un po’ più “leggeri”
negli ultimi tempi, che lei ha fatto nella gioia grazie a quel suo capiente “serbatoio” di
pazienza riempito in tanti anni di servizio al Signore, che le è tornato utile quando le forze
fisiche pian piano l’abbandonavano.
E’ stata capace di attendere il tempo giusto, la malattia, per godere di quei frutti cresciuti
grazie alla fecondità della sua fede: l’amore per i poveri, per la Chiesa, per le consorelle, per
i superiori, per i genitori, per i fratelli.
In suor Luisa si è realizzato l’intreccio tra la vita e la fede: in lei si è creata quella stupenda
confusione che non ti permette di riconoscere i confini dell’una e dell’altra. Da lei però
traspariva con chiarezza la capacità di voler bene: a tutti quelli che ha incontrato ha saputo
donare il suo sorriso e la sua disponibilità incondizionata. Ma come non ricordare il “bene
supremo” che ha voluto a suor Maria di cui godeva la presenza e dalla quale ha sempre
accettato, nell’obbedienza operosa, ogni decisione.
Per tutto ciò che abbiamo visto e conosciuto e per tanto altro ancora che non sappiamo,
suor Luisa ha vissuto la sua ultima quaresima fino al 18 Marzo 2005, giorno della sua
partenza per il cielo,circondata dall’affetto, dalla vicinanza, dalla cura di tutta la sua grande
famiglia e di tutta la sua congregazione.
Anche il giorno del suo funerale, nella grande tristezza del distacco terreno, la fiducia nel
Signore e l’esempio ricevuto hanno richiamato tantissime persone.
Le parole dei sacerdoti nelle Sante Messe, le preghiere degli ospiti, la processione delle
suore, gli ammalati, la sua famiglia, il suo paese hanno testimoniato l’amore verso suor
Luisa, per tutto quello che ha fatto, per quello che ha trasmesso nella semplicità di chi, con
il proprio sì, mette un mattone prezioso per la costruzione della civiltà dell’amore.
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L’ULTIMO ABBRACCIO A MIRELLA
Omelia
di don Eleuterio Agostini
Le esequie di Mirella incrociano e le celebriamo mentre la liturgia conclude la lettura
del discorso della montagna: “Basti a ciascun giorno la sua pena”. Un caso…, ma credo
abbia grande significato questo sovrapporsi delle esequie di Mirella con la conclusione del
discorso della montagna. Mirella è stata una donna felice e ha portato nel suo cuore un
sentimento vivo, di riconoscenza e di gratitudine. Per tutto: per la sua famiglia, per la salute
goduta fino a poche settimane fa, per come sapeva intrecciare rapporti con le altre persone,
casomai con un pizzico di senso umoristico nei riguardi delle persone, segno di un’umanità
viva, ricca anche per i suoi tanti, diversi interessi; ma specialmente Mirella è stata davvero
discepola del discorso della montagna.
Per tanti motivi dico questo, credo di potere dire questo, ma specialmente per una
ragione: Mirella ha incontrato nella sua vita insieme a Ivo, il suo sposo, la Casa della Carità,
e specialmente la Casa della Carità di San Giovanni di Querciola. Il Signore e la Grazia di
Dio le hanno dato l’intelligenza, l’acume spirituale per capire. Tanti, è vero, ci incontriamo
con la Casa della Carità, con realtà e situazioni similari; ci incontriamo con la Parola di Dio
nella S. Scrittura, nel Vangelo. Non per suo merito, ma di fatto Mirella ha capito, in un
modo profondo che veramente il Verbo eterno di Dio si è fatto carne e che nella nostra vita,
nella nostra storia è arrivato Gesù Cristo, è diventata la luce che ha orientato tutta la sua
vita e il suo modo di pensare.
E’ sempre stata credente, cristiana, battezzata…, tutto, ma indubbiamente l’incontro
con la Casa della Carità l’ha portata ad un approfondimento davvero ammirabile del
mistero santo della nostra redenzione e della nostra salvezza. Mirella rivelava poi questa
sua comprensione e l’essere entrata nel mistero di Dio anche solo ascoltando la messa, una
predica, qualcuno del prossimo; oppure partecipando a una riunione, ma segnatamente
volendo dare alla sua vita e anche alla vita di Ivo l’impronta della carità e del servizio. A volte
Ivo, lo dice lui stesso, non aveva voglia di andare da una parte o dall’altra perché era stanco
o altro…, ma Mirella era implacabile: occorreva, era necessario rendere quel certo servizio,
secondo la legge evangelica del dono di sé e dell’amore per il prossimo.
Questo approfondimento aveva un aspetto simpatico; non è che avesse portato in Mirella
reazioni di imbarazzo, di incertezza, scrupolo o l’avesse in qualche modo imbalsamata.
Mirella è rimasta sempre e assolutamente se stessa, col suo carattere, la sua capacità di
reazione così immediata, così simpatica appunto, ma nello stesso tempo custodiva nel suo
intimo l’aver scoperto Gesù Cristo... specialmente attraverso l’incontro avuto con le Case
della Carità. Ed ecco allora che questa sua scoperta e intuizione si è via via allargata a tutti
gli aspetti della sua vita. Questo lo sanno specialmente i familiari che hanno conosciuto
da un lato la sua serenità, la sua gioia di vivere; l’intensità con cui ha partecipato alla loro
vita e ai momenti più belli; conservando però quella serietà profonda che la caratterizzava
102
e cioè la fedeltà al Vangelo, a
Gesù Cristo, al discorso della
montagna.
Si dà qui il senso della sua
spiritualità. Mirella come sua
caratteristica, si è sentita, si
è scoperta e capito se stessa
come piccola creatura. Ha
capito che proprio la sua
debolezza, come le letture
di oggi, la sua piccolezza
era la forza che tirava Dio
nella sua vita. Bastava solo
riconoscerlo, bastava aprire
la bocca, allargare le braccia
e lei sapeva che il Signore
si faceva presente nella sua
vita…, nei momenti lieti, nei momenti che Mirella ha sempre riempito della sua gratitudine,
della sua riconoscenza alla misericordia di Dio; ma anche nei momenti di prova, tristi,
specialmente quando quasi all’improvviso è arrivata su di lei la sentenza implacabile della
sua malattia e della sua morte. Mirella ha fatto quello che doveva fare: innanzitutto ha
chiesto (Mirella si sentiva legata alla sua famiglia, alla madre, al marito, ai figli, ai nipoti) e
ha detto al Signore che avrebbe vissuto ancora volentieri; però dopo anche ha riconosciuto:
io non sono diversa dagli altri, non è che possa pretendere come un’eccezione o un riguardo
particolare; anch’io sono una piccola creatura e a me conviene sottomettermi, anzi credere
con fiducia nella volontà di Dio che sta compiendosi nella mia vita, sia pure in modo così
doloroso. E questa è la croce, è la luce della croce, è la sapienza della croce, è la forza della
croce. E’ meraviglioso quando una nostra sorella come lei, come Mirella, ha saputo fare
della sua morte, del momento più negativo della propria esperienza, ne ha saputo fare
invece l’evento religioso ultimo, definitivo e santo. Come Cristo: “Sia fatta la tua volontà”,
“Nelle tue mani, o Padre, io consegno la mia vita”.
Certamente noi comprendiamo il dolore di tutti i parenti: la mamma, Ivo, i figli, i
nipoti; non possiamo però non ringraziare il Signore che una piccola creatura, una mamma
di famiglia come Mirella, sia potuta giungere a questo miracolo: santificare la propria morte,
fare della propria morte l’atto di fede conclusivo della sua esistenza. E’ il prodigio della fede
e in Mirella questo si è compiuto. Dobbiamo rendere grazie al Signore e dire, io lo dico con
tutto il cuore, sia così anche per noi, Signore, anche per l’intercessione di Mirella.
103
“CARLA”
Suor Lucia
Ho letto sul Carretto tante cose splendide su San Giovanni di Querciola e la Casa della
Carità e i suoi inizi; io vorrei aggiungere prendendovi lo spunto per tracciare la figura di
un’ospite: CARLA VERZELLONI.
L’aveva portata a Fontanaluccia il papà (1945) da Reggio. Veniva da una bella famiglia:
il papà, unico che aveva stipendio, era operaio della Sarsa, la mamma si barcamenava tra le
sue faccende e quelle di altre famiglie per guadagnare qualcosa e arrotondare il già misero
stipendio. La guerra aveva esaurito tutte le risorse e le bocche erano tante. Carla era molto
spesso nella strada sola e affamata, con tutti i rischi che la strada può comportare per una
creatura che giudizio proprio non aveva.. Non c’era pericolo che provocasse tentazioni o
altro, non era il tipo…!
So di uno che diceva: “Carla è tanto brutta che ci vuole una settimana per dire quanto!”.
Aveva, infatti, una grande bocca con denti radi radi, i capelli neri e dritti come stughi,
la pelle ruvida e grigiastra (colpa anche della fame!), aveva già due spalle curve come
un’ottantenne…. A coronare il tutto, due occhini grossi e quasi sempre fuori dall’orbita,
tanto erano avidi di scrutare borse e borsette che qualcuno di passaggio portava con sé.
Quando è arrivata all’Ospizio, mentre papà salutava don Mario, sembrava portata da
una raffica di vento, tanto era spettinata!
Si è autopresentata: “Mi chiamo Carla Verzelloni, ho 8 anni e 9 figli…”; quello che
abbiamo capito bene e subito era che questo Gesù nascosto in quegli straccetti aveva una
grande fame. Dopo aver fatto fuori due grosse scodelle di pasta e fagioli è uscita zitta zitta e
se n’è andata all’osteria lì di fronte a chiedere pane bianco.
CARLA!
Di lei abbiamo capito tante cose, ma soprattutto la tragedia vista dalla parte dei poveri,
la guerra, la fame, lo spavento… tutto la faceva sussultare, ogni rumore era, per lei, “Pippo
che bombarda”.
Abbiamo capito il grande affetto per il papà; ad ogni contraddizione: “lo dirò al papà”. E
un giorno che, estasiata, contemplava il corteo nuziale sul sagrato, sbotta: “Io sposo il mio
papà”.
E’ rimasta lassù sui monti fino all’arrivo felice della C.d.C. secondogenita di San
Giovanni Querciola. E’ stata un suggerimento dello Spirito Santo!
Carla si è trovata subito bene, era più vicino a casa sua, con grande gioia dei familiari che
prima la sentivano un po’ più lontana.
Nella nuova Casa ha trovato l’asilo infantile: un mondo gioioso e canoro che le ha
fatto rivivere il chiasso di via F. Filzi, e poi le scorribande nei bei prati e le merende
immancabilmente condivise… i bimbi avevano sempre il cuore buono… e Carla sapeva
molto fare.
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Amava tanto le suore… senza esitare di chiamarle “streghe” ad ogni minima
contraddizione… Una volta aveva fatto qualche cosa non bella, si era comportata da bimba
a cui tutto era lecito… la suora la riprende e la manda a letto, al che la Carla sbotta: “Oggi
non mangio, non mangio!” e va a letto. Dopo un po’ di tempo sente il tintinnio delle
stoviglie, sente il segnale che il pranzo è pronto… le torna alla mente il proposito…, ma
la fame, sempre prepotente, la fa saltare giù dal letto gridando alla suora: “Sai che cosa mi
dice quella Madonna lì? Carla, è bene per la tua anima che tu mangi”. C’era solo un piccolo
equivoco: quel quadro era S. Antonio, ma nessuno vi fece caso!
Il cuore buono, ma un po’ interessato lo dimostrava pure al parroco; gli diceva: “Ti
voglio un bene dell’anima, ma le caramelle quando me le porti?”. Oppure: “Se stasera non
mi confessi, ti strozzo!” E don Giovanni: “Che Dio ti salvi e Santa Maria dei Poveri ti
protegga!”.
Anche col dott. Giberti aveva stabilito un rapporto molto amichevole, sempre per via
delle leccornie che lui le gettava nel grembo.
Alla signora Mercede: “Ti voglio tanto bene come ad una pulce sotto il letto!”. E ancora:
“Sei tanto bella che i tuoi occhi sembrano mastelli da bucato!”.
Una volta successe un fatto molto carino: da poco si era aperto il cinema parrocchiale
e Carla, se poteva, vi era fedele. Era l’antivigilia di S. Genesio, don Giovanni, da vero
capofamiglia, convocò i suoi e disse: “La sera di S. Genesio ci sarà un bel filmone”. Gli
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occhi di Carla erano attentissimi, le sue mani avevano un insolito tremito… Le suore, però,
dissero: “La sera della sagra noi della Casa della Carità daremo il posto ai parrocchiani; per
noi il film sarà ripetuto in seguito”. La sera della festa, prima dell’apertura, Carla e Pina
sono alla finestra: la gente arriva da tutte le strade a gruppi sempre più numerosi e Carla
grida: “Delinquenti!” Al mattino successivo la superiora s’incammina verso la Prediera dove
si trovano l’Ufficio Postale e il telefono. Carla chiede a Pina dove va. Pina risponde: “Va a
telefonare ai carabinieri perché tu, ieri sera, hai offeso la gente!”. Carla, pallida e tremante,
si getta al collo della suora dicendo: “Salvami tu!”.
Così faceva pure in altre circostanze. Bastava la vista dei lampi e il rumore dei tuoni per
vederla implorare: “Suora, prendimi con te a letto! Non senti? E’ il diavolo che picchia sua
moglie…!”. E la suora, pietosa, si coricava vicino a lei finché non si fosse addormentata.
E che dire delle sue disavventure? Spesso, dovendo salire le scale al buio, si portava il
lume; “stai attenta, è fragile!”, le gridava la suora; ma dopo alcuni passi, i piedi, a volte,
facevano certi scherzi! E via che si rompeva il lume!
E’ stato dopo la celebrazione della S. Cresima che un bel giorno il vescovo, mons.
Beniamino Socche, accompagnato solennemente dalla parrocchia, ha fatto visita ufficiale
alla C.d.C. Carla era all’avanguardia… ed era combattuta fra due eventi: il vescovo ed un
grosso cesto coperto da un canovaccio al braccio di una parrocchiana: certo qualche cosa
di buono!
Ronzava dal cesto al vescovo, mentre lui faceva la sua bella chiacchierata con gli amici
di San Giovanni, dicendo cose stupende, che quella Casa lì era una cosa meravigliosa, era
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come uno scrigno che custodisce i tesori di Dio. I poveri sono i tesori di Dio e della Chiesa,
che tutto quello che si fa ad essi si fa a Lui… Carla continuava a scrutare il “magico” cesto…
Ad un tratto, cessati gli applausi, mentre qualche lacrima di gioia e commozione brillava,
Carla sbotta: “Oh, vescovo, che bell’anello che hai! Me lo doni?... Allora sarei tua moglie!”.
Fu uno scoppio di risa, al quale tutti presero parte. Il vescovo, che la conosceva bene, dice:
“Ho per te la torta”, e scopre il cesto e appare… un grosso ramarro verde con bocca rossa
e denti bianchi e aguzzi… Carla scorda vescovo e cesto, corre al collo della madre piena
di spavento. Non sapeva che il grosso biscione era una specialità di San Giovanni, tutto
mandorle e zucchero… e si rassicurò solo quando lo vide tagliato a pezzi e ne gustò la
dolcezza.
Carla non cresceva: nonostante le spalle incurvate e i moltissimi fili d’argento in testa, era
sempre l’eterna piccola, viveva la sua vita così… come tutti i piccoli della Casa della Carità,
spesso contrastata, qualche volta sgridata, ma non per questo meno amata e custodita da
tutti.
Il suo carattere era molto egoista ed insofferente, bastava un nulla perché strillasse. Il
curato, don Remigio, era il suo amato confidente. “Signor curato, signor curato, ti ho
chiamato tanto! Avevo mal di testa. Perché non sei venuto? Sei un sandrone!” . “Ma ora ti è
passato, Carla?”, “Sì, sì, perché ti ho visto!”.
Pensavamo che Carla fosse robusta, che l’avremmo avuta sempre con noi… aveva quel
meraviglioso appetito… invece arrivò l’influenza con grossa febbre… i dottori capirono che
era grave, che anche l’ospedale sarebbe stato un dramma inutile.
Un giorno il curato, di ritorno da un giro fuori parrocchia, la trova a letto madida di
sudore e tutta rossa per la febbre. “Carla, che cos’hai? Non stai bene?”. E lei: “Sì, signor
curato. Vammi a prendere il boccalino”. E lui, che stava andando, viene richiamato: “Signor
curato, sai? Tu vai sempre via, ma anch’io vado via! E’ vero che Gesù è il più bel fidanzato?
C’è caso che mi chiami!”.
E l’ha chiamata davvero, dopo pochi giorni: era il 1965 e la C.d.C. era piena di ospiti, e
tutti l’abbiamo vegliata e pianta!
Ci siamo accorti, allora più che mai, quale posto Carla avesse nel cuore di tutti, quale
robusta colonna fosse per la Casa della Carità e per la parrocchia!
Ora, a distanza di cinquant’anni, è impossibile pensare a San Giovanni senza che balzi
alla memoria la Carla Verzelloni, nata a Reggio Emilia in via Fabio Filzi, di 8 anni e nove
figli!
Certo il Signore ha usato tutte le sue immense possibilità per farla bella, perché non
sfiguri tra tutte le creature celesti, ma una cosa è certa: Carla è veramente trasfigurata!
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IN RICORDO DI PINA
Lucia Manfredini
Pina era a San Giovanni da sempre! Non perché vecchia (aveva poco più di 70 anni
quando nel 2001 ci ha lasciati), ma perché “co-fondatrice”, con Don Mario e Don Giovanni
della nostra Casa della Carità.
Infatti, fin dal 1947, o subito dopo, Pina è stata accolta qui, da Suor Gemma e da Suor
Giuseppina .
Arrivava da Rondinara, da una famiglia numerosa e molto unita, con una mamma che
sentiva pian piano ridursi le forze fisiche per poterla accudire. Per questo volle che Pina
non si allontanasse troppo da lei, dai fratelli e dalle sorelle , per farle sentire la vicinanza e
l’amore di sempre.
Gli umori alterni dei primi tempi dovuti alla sua malattia, non le hanno impedito di
raggiungere, poi, un’invidiabile tranquillità unita a disponibilità d’animo e generosità di
cuore.
I bimbi dell’asilo trovavano in Pina una compagna di giochi e una cameriera irreprensibile;
puntuale, ogni giorno, portava la pasta fumante ai bambini festosi che, poi, sorvegliava con
cura, mentre la maestra consumava veloce veloce il suo pasto.
Servizievole e pronta lo era anche in cucina, dove riordinava pentole e stoviglie, solo
dopo però, aver sorseggiato il suo “caffettino” quotidiano.
Quando si doveva partire per assistere ad una messa, partecipare ad una festa, ad un
incontro, lei era sempre in prima fila e godeva nel poter commentare, al ritorno, i visi
conosciuti incrociati e le parole scambiate.
Leggeva con assiduità la Famiglia Cristiana e riportava, con dovizia di particolari, i fatti
di cronaca più interessanti.
Questa attenzione verso ciò che le succedeva intorno e questo interesse per le cose nuove
e le persone in genere, l’hanno condotta più volte a frequentare Esercizi Spirituali e altri
incontri di preghiera, di cui lei andava fiera e di cui, tutti, in Casa, le riconoscevano grande
merito.
Pina era sì, un po’ “intellettuale”, ma non disdegnava gli svaghi; non si erano ancora
riposti i vestiti invernali che già era tempo per chiedere notizie circa le prossime vacanze
marittime con gli anziani del Paese. E proprio lì, a Cervia, conservava amicizie che poi
sfociavano in rapporti epistolari stringati, ma duraturi.
E le feste in Casa, sempre allietate dalla sua inseparabile fisarmonica: le canzoni erano
quelle tradizionali, ma gli arrangiamenti, quelli no! Erano il frutto personale e originale di
Pina.
Cercava e manteneva con la gente di San Giovanni rapporti frequenti, alimentati dai
suoi giretti per il paese, per conoscere le “ultime nuove” e, soprattutto un tempo, per essere
informata del calendario delle commedie che di frequente venivano rappresentate nel teatrino
108
parrocchiale: erano quelli momenti di
grande gioia e partecipazione.
Con gli ospiti in Casa era così
premurosa e paziente e attenta che
le suore stesse chiedevano a Pina che
cosa potesse avere questo o quello:
lei sapeva interpretare e riconoscere
da uno sguardo, da un gesto, le reali
necessità di ciascuno; quante volte
l’abbiamo vista trascorrere ore e ore a
“parlare” con la Lilli: quello che si sono
dette rimarrà per sempre un segreto, e
di grande valore.
Era lei che dava il benvenuto
“ufficiale” ai nuovi ospiti, che li
introduceva alle abitudini della Casa,
che li aiutava a ritrovare le proprie
camere, quando, a volte, sembravano
essere chissà dove.
E quando, poi, era tempo di pregare, o alla Messa delle 11 alla Chiesa Parrocchiale o
in Cappella, Pina sempre in prima fila tra l’Antonia Grande e l’Antonia Piccola, a render
gloria a Chi, prima tra i genitori e i fratelli e le sorelle, poi tra le suore e gli ospiti, le aveva
trovato i luoghi giusti per poter vivere nella serenità e nel rispetto di tutti.
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…E TANTI ALTRI ANCORA…
“Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me;
chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”
(Mc 9)
…e la CLELIA che, da donna tutto fare si è trasformata, piano piano, in un’ospite tranquilla;
…e BRUNO che, vantandosi di essere l’unico uomo di casa, diceva di non preoccuparsi che
ci avrebbe pensato lui;
…e l’OLGA che teneva i contatti con il paese;
… e l’ANTONIA GRANDE che non si separava mai dalle sue collane, dai suoi cerchietti
e dai suoi orecchini;
…e l’ANNA MARIA nella sua culla: era il nostro Gesù Bambino;
…e la LEONTINA, con la sua fede e la sua cultura biblica che quasi metteva in soggezione:
quante persone ci ha fatto conoscere!
…e l’ANGELA che aspettava con ansia il papà o la sorella Teresa per avere la “sorpresina”;
…e l’ANTONIA PICCOLA sempre impegnata nelle faccende domestiche! Solo lei riusciva
a tranquillizzare la Chicco: o con le buone o con.....
…e la TILDE che ci intratteneva con le sue romanze, frutto di un passato da cantante lirica
…e l’IVALDA che voleva sempre partecipare alle uscite, ma che, al primo tornante iniziava
a stare male.... Una volta impiegammo tre ore per raggiungere Fontanaluccia... lasciamo
immaginare il colore della faccia dell’Ivalda e la macchina…
…e la RAFFAELLA che non conosceva le mezze misure: o ti amava o......ti suonava....;
…e la MARGHERITA il gigante buono; l’unico nostro timore era che si mettesse a letto,
perchè allora sì che sarebbero stati dolori....
…e la MARIA FRANCIA, e la MARINA, e PAOLONE, e la RINA…
…e la SILVIA che solo pochi giorni fa ci ha lasciato: la ricordiamo per il suo esercizio alla
pazienza e alla sopportazione durante la malattia e per la sua ironia e leggerezza che l’hanno
accompagnata per tutta la vita.
…e la NERINA che, con i suoi fagotti in mano, aspettava Boret;
…e l’ADRIANA che è arrivata bisognosa di essere aiutata e imboccata. Sono bastati pochi
mesi ed era lei, piena di premure, che serviva gli ospiti;
…e la ROSY che, se tu la coccolavi, le facevi i sorrisi, le davi i giochini di plastica o la
stagnola dei Plasmon si lasciava fare di tutto… ma non da tutti!
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Appendice
10 AGOSTO 1997
I NOSTRI PROTETTORI
La Casa compie 50 anni
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SCATTO DI GRUPPO
LILLI è assente giustificata: è partita per le vacanze di 15 giorni con 15 cambi (sia di vestiti
che di collane)
GELSOMINA: è la nostra quasi centenaria ma, a dispetto degli anni, con le sue belle tute e
la bottiglietta con cannuccia sempre in mano, sembra una ragazzina che si illumina davanti
ad ogni bambino che vede!
RENATA: detta “Renatona”: visto che la sua teoria è: “Tanto tutti si deve morire”, non
capisce perchè le suore le razionino le sigarette!
BRUNA: è la golosa di casa! Incurante del diabete chiede a tutti caramelle e cioccolatini...
Soprattutto agli sconosciuti: con loro il successo è garantito!
MARIA per tutti è la “Maria Nuova” che ha però perduto ormai quell’alone di novità
essendo in Casa da più di 30 anni. La sua caratteristica è la generosità: chi di noi non è stato
“pagato” con qualche monetina per un servizio?
DEDI: è la nostra mascotte, è l’eterna bimba ed è l’ospite più democratica: per lei siamo
tutte delle “pite”;
PEPPINA: più invecchia e più si fa sorridente e canta, canta... anche quando non dovrebbe.
Che fatica centrare la minestra mentre è impegnata nella sua “sirudella”!
ALMA: questi 90 anni davvero non li dimostra: lucida, di spirito, curata, le piace trascorrere
le sue serate o rispondendo con il suo cellulare rosa, o in compagnia delle nipoti o davanti
alla TV, anche se “quegli sceneggiati di una volta non ci sono più”!
WILMA va in vacanza a Villa Minozzo, ha un nipote che lavora in Comune a Reggio,....
Che dire di più, se non che è la nostra donna delle “pubbliche relazioni”;
“ La banca che custodisce
i gioielli più preziosi”
don Mario Prandi
18 aprile 1958
CLARA è l’ospite “più ingombrante”: tra girelli e trepiedi blocca sempre l’accesso ai
bagni:solo la Dedi riesce a intrufolarsi tra i suoi tutori!
NELLA fa dei sorrisi che ti si allarga il cuore! Adesso l’età l’ha isolata nel suo mondo, ma si
narra che, da giovane, fosse una cuoca eccezionale!
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PREGHIERA
Signore,
Ringraziamo tutti coloro
che hanno permesso la realizzazione
di questo piccolo “scrigno” di ricordi,
sentimenti e speranze
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fà nascere in noi
il desiderio
di conoscere la tua parola.
Come la pioggia e la neve
non ritornano al cielo
senza avere fecondato la terra,
così la Tua Parola
porti conforto ai sofferenti,
coraggio agli sfiduciati
e pace a tutti i cuori.
Suscita nelle nostre famiglie
il desiderio di meditare
e di vivere il Vangelo.
Te lo chiediamo per intercessione di Maria,
madre della Chiesa,
di San Giovanni Battista,
di San Genesio, di San Siro, di San Gaetano
e di tutti i Santi.
Amen
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INDICE
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Deo gratias et Mariae
La famiglia della Casa della Carità di San Giovanni Querciola
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24 novembre 1947: si parte...
Il primo passo per le vie del mondo (suor Gemma)
Prima pagina del Registro di Casa
Il “Mistero” della Nascita (suor Giuseppina)
Seconda pagina del registro di Casa: il primo ospite
Confidare nella Provvidenza: don Giovanni Reverberi (don Mario Predieri)
Inventario: dicembre 1947
Cercando nel baule dei ricordi: un anno a S. Giovanni Querciola (don Mario Pini)
Prima lettera di don Mario alle Suore di San Giovanni
Dire don Mario (don Eleuterio Agostini)
Casa della Carità: un patrimoni per tutti (don Giuseppe Bertolini)
Statuto
Ho incontrato la Casa di Carità e don Giovanni (dott. Giberti)
Un’amicizia feconda (don Giovanni Voltolini)
Lettera di don Giuseppe Dossetti datata 20/09/1972
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... l’avventura continua. Qui....
Grande povertà, tanto lavoro, ma quanta grazia! (suor Margherita )
Fuoco alla miccia (suor Daria)
... Scrivo a voi. Lettere di don Mario Prandi alla Casa della Carità di S. Giovanni
E’ il cuore che rende eloquenti. Ricordi e Testimonianze
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3° Mistero Gaudioso: la Natività
Saluto di mons. Adriano Caprioli, vescovo di Reggio Emilia
Saluto di padre Marco Canovi, parroco di San Giovanni Querciola
Saluto di don Romano Zanni, superiore delle Case della Carità
... nel mondo
Il mistero della vita (Ruy Barbosa, Brasile)
60 anni (Suor Maria Paola, Varsova India)
Tra ricordi e... Mistero (Suor Bernardetta, Madagascar)
La Casa della Carità ci ha messo lo zampino
(don Giovanni Caselli Antananarivo, Madagascar)
... e in cielo.
Don Zeffirino Rossi (don Giovanni Costi)
Suor Alda di Sant’Elia (Angiolina Bonini)
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Suor Maddalena dell’Addolorata (alcune consorelle)
Suor Domenica dell’Eterno Padre (Lucia Manfredini)
Suor Elisabetta della Trinità (Suor Elisabetta stessa)
Suor Luisa di Gesù (Lucia Manfredini)
L’ultimo abbraccio a Mirella (Omelia di don Eleuterio Agostini)
“Carla” (Suor Lucia)
In ricordo di Pina (Lucia Manfredini)
...e tanti altri ancora
Appendice
10 Agosto 1997: la Casa compie 50 anni
I nostri protettori
Scatto di gruppo
Preghiera
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Finito di stampare nel mese di agosto 2007
La Nuova Tipolito - Felina (RE)
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