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RIVISTA DI PSICOANALISI, 2013, LIX, 3
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«More-than» or «more-about»?
Breve e incompleta storia delle ipotesi
sull’interpretazione psicoanalitica
GIOVANNI FORESTI
I
l titolo di questo scritto rimanda a una discussione sul ruolo dell’interpretazione avvenuta anni fa fra Daniel Stern e Marta Badoni. Riproponendo le
tesi di un suo celebre contributo sui fattori non-interpretativi in gioco nel
lavoro clinico, il primo affermava la necessità di superare la tecnica classica
e di studiare il processo terapeutico con prospettive teoriche innovative (Stern et
al, 1998; BCPSG, 2010).
Alle tesi radicalmente discontinuiste dello studioso statunitense, Marta
Badoni replicò che a suo avviso occorreva lavorare per saperne di più sull’attività
interpretativa (more about interpretation) anziché sforzarsi di andare al di là dell’interpretazione (more than interpretation) alla ricerca di un trascurato e misterioso quid relazionale (Badoni, 2002).
Il dibattito su questo tema mi pare ancor oggi riconducibile a quest’alternativa concettuale e per rilanciarlo ho cercato di integrare due diverse prospettive.
Nella prima parte del lavoro ho fatto uso di una logica diacronica, riassumendo le grandi svolte della riflessione psicoanalitica con un numero molto limitato
di snodi concettuali.
Nella seconda parte mi sono invece avvalso di un approccio sincronico, correlando il tema dell’interpretazione alle categorie cui esso rimanda
per antitesi: il setting e l’ascolto psicoanalitico (Bolognini, 2002; Civitarese, 2008; Di Chiara, 2011; Etchegoyen, 1990; Ferro et al., 2013; Riolo,
1998).
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Giovanni Foresti
PRIMA PARTE: LE TRE GRANDI SVOLTE
Le grandi svolte della ricerca psicoanalitica sull’interpretazione possono
essere richiamate ricordando alcuni passaggi-chiave: il saggio freudiano sulle
costruzioni psicoanalitiche (Freud, 1937b), l’articolo di Strachey sulle interpretazioni dette «mutative» (Strachey, 1934) e la classificazione degli interventi clinici messa a punto dal gruppo che ha coordinato il WPCCM (Working Party on
Comparative Clinical Method: Tuckett et al., 2009).
FREUD: COSTRUZIONI E RICOSTRUZIONI
Se si vuol comprendere il tema teorico che costituisce il nucleo centrale di
Costruzioni in analisi (Freud, 1937b), occorre tenere presente che negli anni trenta
la psicoanalisi era una disciplina assai evoluta sul piano tecnico e che molti analisti
stavano contribuendo al suo sviluppo teorico. Nel saggio del 1937, il fondatore della psicoanalisi decise di intervenire su una materia che stava divenendo sempre più
controversa ricordando che già nel 1926 (e per la precisione nello scritto sull’analisi
condotta da non medici) aveva espresso dubbi sull’appropriatezza del termine scelto da lui e da Breuer più di trent’anni prima. A differenza della parola interpretazione (Deutung), che nella lingua tedesca lascia supporre l’esistenza di un significato
univoco e accertabile (Bedeutung), il termine costruzione (Konstruktion) sembrava
individuato allo scopo di sottolineare la natura ipotetica, provvisoria e persino arbitraria delle operazioni interpretative dell’analista (Fabozzi, 2003).
In questo scritto, i temi su quali si appunta l’attenzione di Freud sono due: 1)
il ruolo dei ricordi rimossi e la funzione della memoria nel processo terapeutico;
2) il collegamento dei due elementi del lavoro analitico, ossia la parte svolta dal
paziente e quella interpretata dall’analista. Questo secondo aspetto della costruzione psicoanalitica – e in particolare la parte giocata dall’analista – era ritenuto a
tal punto rilevante («sono irrimediabilmente sedotto da un’analogia»), che nell’ultima pagina del saggio Freud giungeva a paragonare il lavoro analitico alla
costruzione delirante elaborata dal paziente psicotico («Le formazioni deliranti
del malato mi sembrano l’equivalente delle costruzioni che noi erigiamo durante
i trattamenti analitici […]» (Freud, 1937b, 552).
Le premesse del ragionamento che giustifica questo sconcertante paragone,
possono essere riassunte come segue. «Tutti sappiamo», scrive Freud, «che l’analizzando dev’essere portato a ricordare qualcosa che egli stesso ha vissuto e
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rimosso; ebbene, le condizioni dinamiche di questo processo sono talmente interessanti che in compenso l’altra parte del lavoro, la prestazione dell’analista, è
stata spinta in secondo piano» (ibid., 542-543; corsivo mio). A differenza del
paziente, «l’analista nulla ha vissuto e nulla ha rimosso di ciò che è oggetto del
nostro interesse; il suo compito, dunque, non può essere quello di ricordare
alcunché […]» (ivi).
Le conseguenze che Freud deriva da questa premessa sono di una perentoria
chiarezza. «E allora», si chiede pensando al lavoro dell’analista nella stanza d’analisi (ivi), «qual’è il suo compito?» Ed ecco la risposta al quesito fornita in questo scritto: «L’analista deve scoprire, o per essere più esatti costruire (konstruiren) il materiale dimenticato a partire dalle tracce (Anzeichen) che di esso sono
rimaste» (ivi).
Subito dopo questa frase, Freud insiste sul carattere biunivoco e collaborativo del lavoro clinico. Lungi dall’essere un osservatore distaccato e ininfluente,
l’analista ha un compito delicato e importante che lo impegna anche soggettivamente. «Come e quando lo fa [costruire e/o ricostruire: ossia l’interpretare in senso lato], e il tipo di delucidazioni con cui comunica all’analizzando le proprie
costruzioni [cioè le idee che vengono effettivamente proposte al paziente: l’interpretazione concretamente esplicitata] è ciò che stabilisce il collegamento tra i due
elementi del lavoro analitico, tra la parte che spetta a lui e quella che spetta all’analizzando» (ivi, corsivo mio).
Il saggio prosegue sviluppando il celeberrimo paragone fra il lavoro psicoanalitico e la ricerca archeologica. Il problema tecnico principale di quest’ultimo
campo d’indagine, osserva Freud, è di riuscire a datare i frammenti e le tracce trovati nel corso degli scavi. Pur avendo problemi analoghi a quelli dell’archeologo,
lo psicoanalista ha un grande vantaggio rispetto allo studioso di civiltà scomparse: si occupa di una materia ancora viva e, dunque, «dispone di un tipo di materiale che non ha corrispettivi negli scavi archeologici» (ivi).
Per l’archeologo la ricostruzione coincide con la meta della sua ricerca e
rappresenta il termine ultimo di tutti i suoi sforzi. Per l’analista invece la costruzione è soltanto un lavoro preliminare: la premessa dialogica cui fa seguito la
replica del paziente e l’eventuale, successivo rilancio dell’ipotesi da parte dell’analista.
Insomma, l’analista propone una costruzione e l’analizzando risponde all’intervento dell’analista rendendo viva l’ipotesi di quest’ultimo e costruendo, a sua
volta, una ricostruzione.
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STRACHEY: LE INTERPRETAZIONI «MUTATIVE»
Tre anni prima che venisse pubblicato Costruzioni in analisi, l’IJP pubblicò
un importante articolo di James Strachey sull’interpetazione detta «mutativa» –
uno dei lavori più citati e più letti che siano stati mai pubblicati (Strachey, 1934).
Il testo è intitolato The nature of the therapeutic action of psychoanalysis e consta
di due parti. Il quesito cui cerca di rispondere è il seguente: qual’è l’arma di cui
dispone l’analista per svolgere la sua funzione? L’arma finale (si esprime proprio
così Strachey: the ultimate weapon) è l’interpretazione.
Per dirimere le controversie di quegli anni, Strachey propone di comprendere
l’azione terapeutica come un processo qualificato dall’effetto trasformativo che
produce (effetto designato come «mutativo»: da qui la definizione divenuta canonica di «interpretazione mutativa») del quale occorre spiegare la dinamica distinguendone essenzialmente due fasi.
Il principio che governa l’azione dell’analista è di mirare a un’aurea dose
minima efficace. L’attività interpretativa fa accedere il materiale inconscio alla
coscienza e dunque può scatenare manifestazioni che di per sé non sono terapeutiche. Dato che la situazione analitica può collassare per un difetto ma anche per
un sovradosaggio di attività interpretativa, l’analista deve imparare a muoversi
con cautela (on a small scale) interpretando di volta in volta porzioni circoscritte
di materiale inconscio. È dall’accumularsi di questi piccoli passi graduali che
deriveranno i cambiamenti clinici di proporzioni più apprezzabili.
Nella prima fase dell’interpretazione, l’analista opera alternando interventi che
mettono a fuoco aspetti osservabili su tre diversi fronti psichici, esaminati insieme o
in successione (la forza del Super-Io, la fragilità del sistema difensivo dell’Io e infine gli intenti riparatori messi in atto dal paziente). Tutta l’arte dell’analista consiste,
in questa fase, nell’amministrare con equilibrio il suo ruolo di Super-Io ausiliario.
La seconda fase dell’interpretazione mutativa è promossa dall’uso delle
interpretazioni di transfert, ma si fonda sulla capacità del paziente di riconoscere
la realtà esterna, e in particolare sulla possibilità di riuscire a discernere le caratteristiche dell’oggetto fantasmatico da quelle della figura concreta dell’analista.
Per facilitare il raggiungimento di quest’obiettivo, l’analista deve evitare che la
relazione analitica diventi una situazione «reale» continuando a fare ciò che lo
qualifica come analista – cioè interpretare. Il senso di questa distinzione bifasica
si precisa meglio nei successivi paragrafi, dove Strachey esamina quelle che gli
sembrano le aree di chiaroscuro più rilevanti.
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Alla sensibilità di un analista formato dopo la svolta teorico-tecnica degli
anni ottanta, questa posizione non può che apparire molto discutibile. Innanzitutto, è difficile trovare convincente una descrizione del processo analitico che mette l’interpretazione dell’analista in un ruolo così determinante. All’analista viene
assegnata una posizione egemonica, giustificata (paternalisticamente) dalla sottolineatura della debolezza dell’Io del paziente. Anche quando è chiaro che il
lavoro deve essere svolto soprattutto da quest’ultimo (come nella seconda fase
del processo interpretativo), il ruolo dell’analista è fantasticato come salvifico e
viene descritto come se fosse dotato di un potere demiurgico.
La giustificazione della centralità delle interpretazioni di transfert è inoltre un
esempio fra i più evidenti di fede eccessiva nel valore della ragion clinica e della teoria. Strachey suppone la funzione mutativa dell’interpretazione dipenda dal fatto che
l’analista, divenuto oggetto delle pulsioni del paziente, metta esplicitamente a tema la
relazione di transfert. Sa bene che questa si sviluppa comunque nel corso del trattamento – sia se viene interpretata, sia che non lo sia –, ma suppone che essa possa essere veramente analizzata solo se l’analista la tematizza: solo se ne parla esplicitamente.
È come se Strachey non vedesse la differenza fra l’interpretare, in quanto esplicitazione discorsiva di un tema clinico, e l’analizzare, in quanto partecipazione ad un processo che produce esperienza e comprensione nel paziente. Per decenni, l’interpretazione mutativa è stata insieme un modello e un incubo (perché era l’ideale tecnico verso cui molti analisti supponevano di dover tendere). Se essa era però difficilissima o
addirittura impossibile da realizzare, è per una ragione assai semplice: la seconda
fase di questo lavoro è la parte dell’interpretazione che tocca al paziente.
L’interpretazione non è compito esclusivo dell’analista. Lo psicoanalista
propone una costruzione e il paziente, cioè la componente viva del materiale clinico, fa la sua ricostruzione (Freud, 1937a; 1937b). In questo senso, la funzione
dell’analista è stata paragonata a quella del suggeritore a teatro: gli attori sulla
scena psicoanalitica non conoscono a menadito il testo che interpretano (in parte
inconscio e sempre in divenire) e hanno dunque bisogno di qualcuno che li aiuti a
sviluppare il dialogo con l’altro (Di Chiara, 2010; Ferro e Foresti, 2008).
IL WPCCM DELLA FEP: TIPOLOGIE CONCETTUALI E INTERVENTI
PSICOANALITICI
Facciamo ora un salto di mezzo secolo e cerchiamo di capire come è stato
affrontato il problema delle interpretazioni dagli analisti che hanno dato vita ai
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working parties della FEP dedicati alla comparazione dei modelli teorici e clinici
(WPCCM).
Fra gli anni trenta e i giorni nostri, si situa la grande svolta teorica, tecnica e
culturale degli anni ottanta. Per la psicoanalisi di tutte le aree del mondo, essa è
stata un processo graduale, preparato nel corso degli anni sessanta e settanta dal
lavoro di alcuni pionieri all’inizio piuttosto isolati (per citare solo i più influenti,
D. Winnicott, J. Bowlby e W. Bion) che sono stati gli ispiratori di una stagione
profondo e diffuso rinnovamento. Gli effetti di questi cambiamenti teorici sono la
fine della contrapposizione fra le scuole come canoni teorico-tecnici antagonisti,
l’avvio di processi internazionali di scambio senza precedenti, la dichiarazione
da parte dell’IPA del sopraggiunto pluralismo concettuale della psicoanalisi e
l’apertura di una serie di problemi che sono destinati a impegnare ancora a lungo
la comunità analitica (far fronte agli opposti rischi della pietrificazione speculativa e nostalgica, da un lato, e dell’eclettismo e del caos concettuale dall’altro:
Wallerstein, 1988, 1991, 1993).
La classificazione dell’attività interpretativa proposta dal WPCCM suddivide gli interventi dell’analista in sei grandi categorie d’intervento clinico (Tab. 1).
(Tab. 1)
1. interventi volti a mantenere il setting
2. interventi che aggiungono elementi discorsivi allo scopo di facilitare il processo inconscio
3. domande, chiarificazioni e riformulazioni che mirano a rendere consci alcuni temi del materiale psichico
4. interventi intesi a designare il qui-e-ora emotivo e fantasmatico dello scambio con l’analista
5. costruzioni finalizzate a fornire significati elaborati ai fatti clinici
6. reazioni improvvise ed evidentemente eccessive che non è facile mettere in
relazione con il metodo usuale e con lo stile abituale dell’analista.
Le tipologie della classificazione costituiscono uno strumento finalizzato a
strutturare la prima fase di una ricerca il cui oggetto d’interesse è il modello di
ragionamento dell’analista che ha accettato di presentare il proprio lavoro all’esame del gruppo (Foresti, 2005; Tuckett et al., 2009).
Avendo rovesciato i termini tradizionali del problema (non più dalle teorie
alla tecnica, ma il contrario: dalla tecnica clinica alle teorie della mente), il grupRivista di Psicoanalisi, 2013, LIX, 3
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po di lavoro che ha coordinato il WCCM ha messo fra parentesi la distinzione fra
interpretazione e intervento non interpretativo. Le parole che l’analista pronuncia, così come i silenzi con cui sceglie di contrappuntare il dialogo clinico, non
sono sempre interpretazioni. Alcune volte possono essere definiti interventi
interpretativi nel senso tradizionale e classico della parola, mentre in altri casi
sono attività che assolvono compiti diversi.
La categoria 4 designa il prototipo delle interpretazioni di transfert. Questa
classe d’interventi è costituita da «commenti che devono essere specifici rispetto
al significato emotivo e fantasmatico della seduta in corso» (Tuckett et al.,
2009,135 e sgg.). La categoria 5 è quella delle iniziative dell’analista che Freud
aveva designato come costruzioni/ricostruzioni. In questo tipo d’interventi,
«vengono riunite insieme molte idee» su ciò che la coppia analitica ha scoperto
nel corso del lavoro (ivi). Classicamente interpretativi sono anche gli interventi
della classe 3, costituiti da domande chiarificazioni e riformulazioni che sono
dirette a rendere consapevole il paziente del significato inconscio delle tematiche
discusse.
Le altre tre categorie sono più innovative.
La classe 6 è il risultato di decenni di riflessione della comunità analitica sul
tema del controtransfert. Avendo accettato l’utilità clinica di quest’ultimo e dopo
aver rinunciato all’ideale di un’analisi completamente compiuta (e quindi di un
inconscio governabile secondo la volontà del terapeuta), gli psicoanalisti riconoscono che nella stanza d’analisi si possono osservare manifestazioni impreviste
che possono essere assai utili per comprendere il processo terapeutico. Questa
tipologia d’interventi è destinata a classificare le «reazioni improvvise ed evidentemente eccessive che non è facile mettere in relazione con il metodo usuale dell’analista» (ivi). Essa è stata ideata per indagare la consapevolezza dell’analista
sul proprio coinvolgimento emotivo. Lo scopo di un’attenzione specifica a quest’aspetto del lavoro clinico, è chiarita con poche ma precise parole: si tratta di
interventi che hanno il pregio di «portare in superficie idee o principi impliciti»
nello stile di lavoro clinico (ivi). Oltre a esplorare errori e teorie private dell’analista, questa categoria è importante per studiare l’intensità, la qualità e l’immediatezza degli scambi emotivi che avvengono nel campo dell’interazione clinica.
Agli antipodi degli interventi di classe 6, ci sono le iniziative classificate
come attività di tipo 1. Si tratta delle iniziative dialogiche finalizzate a mantenere
le condizioni di base del setting. Stabilite all’inizio del trattamento con la definizione del contratto, le regole che mantengono la situazione clinica adeguata agli
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scopi terapeutici non continuano a esser efficaci per un tempo indeterminato, ma
devono essere periodicamente riaffermate, ripensate e se occorre riorganizzate.
Gli ultimi interventi che restano da descrivere sono i più sfuggenti ma anche i
maggiormente innovativi di tutta la gamma delle iniziative dialogiche dell’analista. La classe 2 è infatti utilizzata per categorizzare commenti semanticamente
ambigui che «mirano a incoraggiare associazioni e collegamenti» (ivi). Si tratta
di frasi che si muovono in uno spazio discorsivo che si mantiene in equilibrio fra i
diversi livelli ai quali si sviluppa lo scambio discorsivo (processi secondari), senza perdere di vista lo sviluppo dei processi di pensiero che gli psicoanalisti ritengono primari. Le frasi-prototipo di questa classe d’interventi sono «insature»,
come si dice comunemente, cioè ricche di sottintesi e aperte all’interpretazione
del destinatario.
SECONDA PARTE: EFFETTI INTERPRETATIVI DEGLI INTERVENTI
PSICOANALITICI
Vediamo ora come concettualizzare la funzione interpretativa che si sviluppa
nel lavoro clinico facendo uso di una prospettiva trasversale e sincronica. Per
cominciare, occorre ricordare l’importanza di quelle interpretazioni che l’analista formula fra sé e sé e che non propone al suo interlocutore. Si tratta – oltre che
degli interventi interpretativi che non vengono pronunciati perché appaiono
superflui, intempestivi o controproducenti – di quei discorsi rimasti impliciti perché costituiscono il privato mormorio interiore dell’analista: il dialogo intrapsichico che accompagna in sottofondo il discorso del paziente organizzando l’ascolto dell’analista.
Queste attività interpretative taciute e lasciate implicite, sono precursori
importanti delle iniziative interpretative in senso stretto e dovrebbero essere considerate come parte integrante di una funzione interpretativa lato sensu che
rimanda agli altri capitoli della tecnica analitica: l’ascolto analitico, con le sue
classiche caratteristiche di astinenza e tolleranza, e il frame, la cornice del lavoro
clinico, con i due versanti che la costituiscono: il setting interno e il setting esterno della pratica psicoanalitica.
Sono i presupposti non verbali della cura (Giaconia et al., 1997, 35): fattori
indispensabili per una comprensione non troppo riduttiva delle complesse funzioni svolte dagli interventi e dalle interpretazioni psicoanalitiche; ingredienti
essenziali, scrive Grotstein, della «posizione interpretativa» (interpretative stanRivista di Psicoanalisi, 2013, LIX, 3
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ce) che consente all’analista non solo di creare e rispettare la analytic frame, ma
di interpretarla come un attore interpreta il suo ruolo a teatro – becoming the frame, cioè divenendo egli stesso setting (Grotstein, 2009).
Per riflettere sull’attività interpretativa della coppia analitica, propongo di
ripensare la classificazione degli interventi interpretativi proposta da Ferro
(2010, 102) che distingue le iniziative dialogiche attive dalle attività interpretative tacite, insature e recettive (tab. 2). La distinzione fra interpretazioni di transfert
e interpretazioni nel transfert, così come quella fra interpretazioni di campo e
interpretazioni nel campo, è convincentemente concettualizzata proprio se si tiene ben presente l’aspetto teatrale e performativo del lavoro interpretativo (Bolognini, 2010; Grotstein, 2007; Petrella, 1985).
(Tab. 2)
Azioni terapeutiche attive
Interpretazioni di transfert
Interpretazioni nel transfert
Interpretazioni di campo
Interpretazioni nel campo
Azioni terapeutiche recettive
r. di base e inconsapevole
Rêverie
r. a flash (o a cortometraggio)
r. costruzione (o a lungometraggio)
Talking-as-dreaming
Trasformazioni in sogno
Un aspetto importante delle tesi qui proposte è la distinzione fra le attività
interpretative dell’analista e quelle del paziente – distinzione che è implicita nella
differenziazione freudiana tra costruzione e ricostruzione e nella descrizione di
Strachey delle due fasi dell’interpretazione mutativa.
Per rendere più clinicamente significativa la classificazione delle interpretazioni
che suggerisco di sviluppare, mi servirò di una brevissima esemplificazione clinica.
Giulietta è una donna di poco più di vent’anni che ha avuto un’adolescenza
troppo quieta e i cui effetti di turbolenta riorganizzazione psichica si stanno sviluppando in differita. Nel bel mezzo di un protratto periodo di stallo, la paziente
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racconta un sogno: «Sono a casa mia e ricevo la visita di conoscenti che da tempo
abitano all’estero. L’appartamento in cui vivo è in disordine e io mi sento molto a
disagio. Non mi piace che si veda dove vivo e la confusione che caratterizza questo momento della mia vita. Si apre la porta ed entrano queste persone. Non dicono una parola. Sembra che osservino attentamente quello che vedono. Provo un
sentimento di profonda vergogna».
Nelle associazioni che accompagnano il racconto del sogno, la paziente evoca una serata di solitudine in cui ha lasciato rinsecchire in salotto una pizza smangiucchiata solo a metà, la lavatrice da due settimane ingombra d’indumenti che
non ha voglia di lavare e l’incertezza che caratterizza la sua attuale situazione
sentimentale: un fidanzato che le piace molto, anche per il suo passato maudit,
ma che non sa se sia la persona giusta per lei.
AZIONI TERAPEUTICHE ATTIVE: INTERVENTI VERBALI E TIPOLOGIE
INTERPRETATIVE
Ho organizzato il discorso in tre punti. Il primo sviluppa il tema dell’interpretazione come performance. Il secondo affronta il tema delle interpretazioni nel
transfert e di quelle di transfert. Il terzo pone il problema delle dimensioni implicite/tacite del lavoro interpretativo.
Il setting analitico come teatro e l’analista come performer.
Per evitare che le teorie ostacolino la comunicazione col paziente e facilitare
la sospensione del giudizio sul loro valore clinico, la psicoanalisi ha sviluppato
numerosi accorgimenti tecnici e diversi dispositivi istituzionali (Foresti, 2007).
Alcuni sono ben noti e ormai classici, come le supervisioni individuali e di gruppo. Altri, più recenti, valorizzano la natura ipotetico-abduttiva della costruzione
interpretativa e sottolineano il carattere poetico e drammatico degli interventi
dell’analista (Di Chiara, 2011; Ferruta, 2003, 2013; Grotstein, 2009). Self-disclosure, enactment, talking-as-dreaming e casting della narrazione clinica sono
alcuni dei paragrafi più importanti e controversi di questo capitolo (Ferro et al.,
2013).
Le azioni terapeutiche attive possono essere meglio comprese paragonando
l’impiego clinico del termine interpretazione con il significato che la stessa parola ha nel mondo del cinema o a teatro. In questo senso l’interpretazione viene privata dell’aura di sacralità ermeneutica che la tradizione le aveva attribuito e viene
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intesa sia come enunciato che come enunciazione (Angelergues, 2001); tanto
come sistema di segni che veicolano un messaggio, quanto come messa in scena
di un copione scritto solo in parte e che attende di esser messo all’opera nel campo relazionale. In questo senso, interpretare significa contribuire a dar vita a personaggi, situazioni e relazioni che si sviluppano su quella scena dichiaratamente
finzionale che è il setting.
Il sogno di Giulietta, raccontato sulla scena analitica, è un sobrio esempio di
questo teatro da camera: la protagonista di questo dramma riceve la visita di forestieri che osservano criticamente lo spazio in cui vive.
«Di» o «nel» transfert?
La distinzione fra interpretazioni «nel transfert» e «del transfert» si è affermata nella psicoanalisi francese e costituisce un’ingegnosa risposta alle contese
teorico-tecniche sul valore delle interpretazioni di transfert. Condividendo la
centralità della dinamica transfert-controtransfert, ma disapprovando l’insistenza sulla sua interpretazione precoce, molti psicoanalisti distinguono oggi le interpretazioni che non interpretano direttamente il transfert – sapendo tuttavia di
essere all’interno di una relazione da esso stabilita – da quelle che lo tematizzano
e che cercano di esplicitarlo.
Nel caso del sogno di Giulietta sono interpretazioni nel transfert tutti gli
interventi che mirano a facilitare il riconoscimento del significato inconscio dei
contenuti sia del discorso della paziente che del suo sogno: tanto i simboli onirici
quanto le associazioni – la pizza smangiucchiata, la lavatrice ingombra di indumenti che non si vuol lavare, il ragazzo dal passato maudit, la stanza e la casa
come metafora del mondo interno ec… – In questo senso, possono essere intese
come interpretazioni nel transfert tutti gli atti interpretativi più classici: l’interpretazione delle difese, l’interpretazione delle resistenze, l’interpretazione degli
investimenti oggettuali e della forza dell’Io.
L’interpretazione del transfert è invece un’alterazione del copione che si sta
sviluppando spontaneamente e interrompe la rappresentazione della scena manifesta introducendo una dimensione meta-critica e auto-riflessiva che «facilita»
(questo l’azzardo dell’intento clinico) l’acquisizione di un punto di vista esterno
alla relazione.
Un’interpretazione di questo tipo dovrebbe basarsi sul nesso fra persona e
imago dell’analista, da un lato, e i personaggi che giungono in casa della paziente
dall’altro. Come i genitori del racconto della vita familiare di Giulietta, l’analista
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sembra interpretato – interpretato cioè da Giulietta – come un soggetto che indaga severamente, un intruso che osserva e critica con fredda puntualità. Riceverlo
in casa propria, nell’intimità delle proprie stanze più private, non è una festa.
In questo quadro, la fase di impasse del lavoro clinico può essere ricondotta
all’influenza delle istanze super-egoiche (forse attivate dalla relazione con il partner dal passato irregolare), oppure alla resistenza che Giulietta oppone all’azione
interpretante dell’analista-intruso: lo straniero molesto.
Interpretazioni recettive nel campo analitico: tacite/implicite
o preconsce/inconsce?
La tradizione psicoanalitica italiana è molto sensibile agli aspetti dialogici e
conversazionali del lavoro clinico (Morpurgo, 1997; Nissim Momigliano, 2001).
La pratica psicoanalitica è stata spesso intesa come dialogo, come conversazione
e interazione. Più recentemente, gli sviluppi intersoggettivisti e neo-bioniani
hanno ripreso questi temi e valorizzato gli scambi non interpretativi come una
dimensione importante del lavoro clinico (Ferro et al., 2013). Sono le iniziative
discorsive che la classificazione del WPCCM categorizza come interventi di tipo
1, 2 o 6: attività che mirano a mantenere e riorganizzare il setting, a favorire l’elaborazione del paziente con interventi cauti e molto insaturi, oppure a testimoniare una partecipazione viva e non burocratica alla relazione.
Nella classificazione proposta da Ferro, essi fanno parte delle azioni terapeutiche recettive che preparano l’iniziativa più propriamente interpretativa dell’analista come la diastole precede la sistole, o come l’inspirazione precede l’espirazione (da qui la metafora di capacità respiratoria del campo clinico). Fra questi ci
sono le «trasformazioni in sogno», la cooperazione allo sviluppo dei derivati narrativi, l’attenzione al significato del casting dei personaggi che compaiono in
seduta, e il talking-as-dreaming proposto da Thomas Ogden. Tutti questi interventi clinici fanno parte delle iniziative verbali dell’analista che possono far progredire il campo delle possibilità discorsive della coppia analitica. Paragonandole alle pratiche teatrali, queste iniziative dialogiche in parte tacite/implicite e in
parte tentativamente esplicitate (dunque a scavalco fra il recettivo e l’attivamente
interpretativo), sono simili a certe pièce dove si interpreta un teatro d’improvvisazione che prelude ai più classici sviluppi della commedia passionale o del
dramma sacro. Meglio ancora possono però esser comprese paragonandole alle
improvvisazioni di due jazzisti che stanno non «provando», ma letteralmente
«inventando» le loro variazioni sul tema di un pezzo.
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Analoga alla distinzione fra interpretazioni nel transfert e interpretazioni del
transfert, l’interpretazione nel campo psicoanalitico bi-personale è un’iniziativa
verbale dell’analista che cerca di tenere conto della dinamica transferale e controtransferale, ma pensa il processo intersoggettivo come un insieme di fenomeni
dovuti a trasformazioni à deux delle emozioni. Nel campo clinico, chi può dire di
sapere davvero se le immagini di cui Giulietta parla sono effetto della sua autonoma capacità immaginativa o risultano da una trasformazione di fenomeni emotivi
che originano anche dall’analista?
In questo caso, sono esempi d’interventi nel campo le iniziative che riorganizzano cooperativamente le associazioni al sogno, sospendendo il giudizio sul significato transferale delle immagini oniriche e sviluppando ulteriormente il racconto
che le traduce in un discorso prima e in un dialogo poi. Più che interpretare il
sogno, si tratta qui di rivedere insieme il sogno: di provare a rifarlo. Il racconto di
Giulietta si integra così con un altro racconto che non è più solo di Giulietta, ma
che risulta dall’interazione dei soggetti che sono attivi nella stanza d’analisi.
AZIONI TERAPEUTICHE RECETTIVE: INTERVENTI E INTERPRETAZIONI
TACITE/IMPLICITE
Passiamo adesso all’altra dimensione del lavoro interpretativo: la silenziosa
interpretazione delle parole del paziente che avviene prima che l’analista decida
di prendere a sua volta la parola. Per riflettere sulla dimensione pre-discorsiva o
pre-dialogica del lavoro clinico, la psicoanalisi ha dovuto andare al di là di alcune
sue formule classiche (come l’attenzione ugualmente fluttuante, ad esempio) che
non sono state «superate» da altre teorizzazioni (more-than) ma hanno richiesto
un lavoro di ripensamento e un’ulteriore articolazione concettuale (more about).
Ascolto analitico e ascolto dell’ascolto.
Freud era un fine neurologo e dunque un attento semeiologo. La sua formazione, però, era stata talmudica oltre che scientifica e filosofica. Per il fondatore
della psicoanalisi, lo studio del discorso del paziente è dunque fondato su un
ascolto da medico ma anche da rabbino: il sogno va trattato, scrive, come un testo
sacro. L’interpretazione che ne dà, è un poetico midrash oltre che operazione di
lucida ermeneutica clinica.
La celebre formula proposta di Haydée Faimberg – l’ascolto dell’ascolto –
sottolinea tuttavia che noi siamo sempre già in scena con il paziente e che sin dalRivista di Psicoanalisi, 2013, LIX, 3
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l’inizio cooperiamo attivamente alla costruzione del processo terapeutico. Mentre ascoltiamo ciò che dice il nostro interlocutore, ascoltiamo anche ciò che
ella/egli ha ascoltato di ciò che gli abbiamo detto. Un’implicazione importante di
questo tema è la possibilità di intendere psicoanaliticamente la ricezione dell’interpretazione da parte del paziente. Anche quest’ultimo interpreta quel che accade in analisi: lo fa sia nel senso filosofico della parola (poiché costruisce se stesso
e la sua identità, dando senso alla propria esperienza), sia nel senso clinico del
termine (in quanto completa l’interpretazione del terapeuta facendo propri alcuni
aspetti di questa e trascurandone altri). Il primo ambito è quello dell’interpretazione come Auslegung (la parola scelta da Freud e Breuer, Deutung, era una rottura con la tradizione della filosofia a loro contemporanea) e rimanda alla riflessione ermeneutica di filologi, storici e teologi: la ricerca del senso di un testo che
di per sé non è evidente. La seconda è l’attività interpretativa cui l’analista e il
paziente sono selettivamente attenti quando ricorrono all’ascolto dell’ascolto
(Faimberg, 2006). Come ha ascoltato il paziente di ciò che l’analista gli ha comunicato? Come ha interpretato l’interpretazione che gli è stata proposta?
Le basi neurobiologiche della comunicazione e il «dreaming ensemble»
La neurobiologia ha confermato le ipotesi anti-cartesiane di Heidegger che
immagina l’uomo (il Dasein) come un essere fortemente in relazione col suo
ambiente e doppiamente influenzato dalle emozioni (emisfero subalterno e aree
sottocorticali: tonalità affettiva e Befindlichkeit) e dalle cognizioni (emisfero
dominante e aree del linguaggio: comprensione/interpretazione ossia Verstehen
e Auslegung).
A ricavare le conseguenze tecniche più radicali da queste analogie sono stati
gli analisti che hanno pensato di intendere l’attività psichica come la risultante di
un funzionamento multimodale o «a doppio binario» (dual-track). L’ascolto
ugualmente fluttuante (Freud), la sospensione di memoria e desiderio (Bion), la
compresenza di fenomeni d’identificazione e disidentificazione (Bolognini), l’oscillazione fra capacità negativa e fatto scelto (Ferro) e l’articolazione di connessioni interpsichiche orizzontali e intrapsichiche verticali (Di Chiara) sono tutte
formule che mirano a evidenziare la disciplinata alternanza, nella mente dell’analista, di diverse modalità funzionali.
La lettura analitica del discorso del paziente richiede l’attenzione che si dedica allo studio dell’organizzazione e del significato di un testo (si tratta della
modalità di funzionamento semantico-numerico caratteristica dell’emisfero
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«MORE-THAN» OR «MORE-ABOUT»?
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dominante). Ma l’ipotesi interpretativa e prima ancora l’individuazione di un
pattern significativo – il «fatto scelto» – sono il risultato di un’interazione di questa modalità funzionale che non è analogica, con la libera fantasticheria di cui è
substrato l’emisfero subalterno. La rêverie, il pensiero onirico della veglia e la
trasformazione in sogno sono parte di un metaforico archivio di strumenti tecnici
(il dreaming ensemble, ha scritto Grotstein, 2007) grazie ai quali l’analista spera
di rimanere in contatto con gli effetti dell’interazione intra-psichica, inter-psichica e inter-soggettiva e dunque con i processi inconsci propri e altrui.
Nella teorizzazione bioniana, il baricentro di questa oscillazione è O: l’oggetto psicoanalitico, la «cosa» psichica di per sé inconoscibile, da cui originano le trasformazioni che possono essere osservate dall’analista. Influenzato dalle ipotesi
di Heidegger, Grotstein ha proposto di intendere O pensando alla vocale con cui
inizia il vocabolo onthos, participio presente del verbo che in greco significa essere. Come dire che è bene tenere presente che ogni nostra osservazione resta un’ipotesi ontica cui rimane preclusa la completezza della dimensione ontologica.
Le interpretazioni del campo analitico originano da una sospensione del giudizio clinico dell’analista e sono il risultato di un lavoro di oscillazione fra diverse modalità psichiche (da qui la scelta freudiana del verbo schweben: sospendere
e oscillare). Esse sono il tentativo, da parte dell’analista, di assumere un vertice
osservativo esterno al campo relazionale e di facilitare – anche nel paziente – il
passaggio da una posizione immediatamente cooperante a un’altra più distaccata
e critica (il punto di vista di un regista o di un drammaturgo, che però è anch’egli
presente sulla scena).
Nel caso del sogno di Giulietta, l’analista «sente» che l’immagine dei visitatori silenziosi probabilmente rappresenta l’esperienza, fatta da entrambi i soggetti
della coppia analitica, dello stallo che ha paralizzato il lavoro. L’esperienza persecutoria è però un aggregato funzionale: l’epifenomeno delle difficoltà comunicative incontrate in una fase particolare del lavoro dalla coppia analista/analizzando.
Le domande che in tal modo si pongono, hanno una funzione dinamizzante: perché ci siamo incagliati? chi ha cominciato ad allontanarsi dall’altro? è stato fatto
un errore da qualcuno? e quel che è accaduto, poteva non accadere?
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
La definizione dell’interpretazione che leggiamo nell’enciclopedia di
Laplanche e Pontalis (1967) chiarisce i tratti salienti dello sviluppo cui è andato
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incontro il vocabolo «interpretazione» nella psicoanalisi freudiana e post-freudiana. L’interpretazione psicoanalitica continua infatti a essere «l’esplicitazione
mediante l’indagine psicoanalitica del senso latente nei discorsi e nelle condotte
del paziente» (ibid., 238-239); evitando il rischio di rimanere un’astratta esegesi
di sintomi e sogni, essa è però anche qualcos’altro: «la comunicazione fatta al
soggetto e tendente a farlo accedere a questo senso latente secondo le regole
imposte dalla direzione e dall’evoluzione della cura» (ivi).
Ho cercato di mostrare che l’evoluzione della riflessione psicoanalitica sull’interpretazione ha sviluppato soprattutto la seconda parte della definizione proposta dai due psicoanalisti francesi, ed è caratterizzata da un doppio movimento.
Da un lato, proprio come Freud aveva supposto nel 1937, la riflessione clinica ha
lavorato per capire cosa succede nella mente dell’analista nel processo che va
dall’ascolto analitico all’intervento/costruzione. Dall’altro, essa ha sempre più
chiaramente riconosciuto che i suoi metaforici scavi avvengono in una materia
viva e che il soggetto con cui l’analista lavora, ha un ruolo sempre molto attivo in
questo processo.
Le ricerche che riconoscono con chiarezza il carattere biunivoco del lavoro
clinico riescono sempre più spesso a coniugare innovazione (more than) e tradizione (more about), e propongono un modo efficace di ripensare i temi freudiani
del working through (Be- Ver- e Ducharbeitung), dell’azione psichica di legame
(Bindung) e del lavoro di impasto e disimpasto pulsionale (Mischung ed Entmischung) che la ricerca neo-bioniana ha proposto di intendere come sviluppo dei
contenitori psichici della coppia analitica e come espansione della funzione psicoanalitica del pensiero (BCSG, 2010; Civitarese, 2011; Di Chiara, 2010; Ferro
et al., 2013; Freud, 1914, 1937a; Panizza, 2013; Riolo, 2002).
SINTESI E PAROLE CHIAVE
Il lavoro illustra le svolte che hanno caratterizzato il dibattito sulla teoria della tecnica interpretativa.
Il percorso si sviluppa dalle ipotesi di Freud e di Strachey sull’interpretazione mutativa e sulla costruzione, alla «quiet revolution» degli anni ottanta e ai suoi sviluppi. Vengono distinte e discusse le
interpretazioni in senso stretto dagli effetti interpretativi degli interventi non interpretativi. Le interpretazioni psicoanalitiche sono concettualizzate come attività cliniche di carattere retorico-drammatico che si possono distinguere fra loro utilizzando diverse polarità tipologiche: interpretazioni
esplicite versus implicite; interpretazioni attive versus interpretazioni recettive.
PAROLE CHIAVE: Azioni cliniche recettive, costruzioni, interpretazioni, interventi, trasformazioni
in sogno.
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«MORE-THAN» OR «MORE-ABOUT»?
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«MORE THAN» OR «MORE ABOUT»? A BRIEF AND INCOMPLETE HISTORY OF HYPOTHESES
ON PSYCHOANALYTIC INTERPRETATION. This paper illustrates the turning points that have
characterized the debate on the theory of interpretive technique. A trajectory is outlined from the
hypotheses of Freud and Strachey on mutative interpretation and construction, to the «quiet revolution» of the 1980s and its developments. Interpretations in the narrow sense are discussed and
distinguished from the interpretive effects of non-interpretive interventions. Psychoanalytic interpretations are conceptualized as clinical activities of a rhetorical-dramatic nature that can be categorized through the use of various typological polarities: explicit versus implicit interpretations;
active versus receptive interpretations.
KEYWORDS: Constructions, interpretations, interventions, receptive clinical actions, transformations in dreaming.
«MORE-THAN» OU «MORE-ABOUT»? BREF ET INCOMPLÈTE HISTOIRE DES HYPOTHÈSES
SUR L’INTERPRÉTATION PSYCHANALYTIQUE. Le travail illustre les détours qui ont caractérisé le
débat sur la théorie de la technique de l’interprétation. Le parcours se déroule des hypothèses de
Freud et de Strachey sur l’interprétation mutative, et sur la construction, à la «quiet revolution» des
années quatre-vingt et à ses développements. Sont distinguées et discutées les interprétations au
sens strict des effets interprétatifs des interventions non interprétatifs. Les interprétations psychanalytiques sont conceptualisées comme des activités rhétorique-dramatiques qu’on peut distinguer entre elles en utilisant des polarités typologiques différentes: interprétations explicites versus
implicites; interprétations actives versus interprétations réceptives.
MOTS-CLÉS: Actions cliniques réceptives, constructions, interprétations, interventions, transformations en rêve.
«MORE –THAN» O BIEN «MORE - ABOUT»? BREVE E INCOMPLETA HISTORIA DE LAS HIPÓTESIS SOBRE LA INTERPRETACIÓN PSICOANALÍTICA. El trabajo ilustra las vueltas que caracterizaron el debate alrededor de la teoría de la técnica interpretativa. Se inicia desde las hipótesis de
Freud y de Strachey sobre la interpretación mutativa y la construcción, hasta llegar a la «quiet revolution» de los años ochenta y a sus desarrollos. Se discuten las interpretaciones en sentido estricto,
diferenciándolas de los efectos interpretativos de otras intervenciones no interpretativas. Se conceptualizan a las interpretaciones psicoanalíticas como actividades clínicas de carácter retóricodramático, que se pueden distinguir entre ellas utilizando diversas polaridades de tipología: por
ejemplo, interpretaciones explícitas versus implícitas; interpretaciones activas versus interpretaciones receptivas.
PALABRAS CLAVE. Acciones clínicas receptivas, construcciones, interpretaciones, intervenciones,
transformaciones en sueño.
«MORE-THAN» OR «MORE-ABOUT»? EINE KURZE UND UNVOLLSTÄNDIGE GESCHICHTE
DER HYPOTHESEN BEZÜGLICH DER PSYCHOANALYTISCHEN INTERPRETATION. Diese Arbeit
beschreibt die Wendungen, die die Debatte hinsichtlich der Theorie der Interpretationstechnik
charakterisiert haben. Man geht aus von den Hypothesen Freuds und Stracheys bezüglich der verändernden Interpretation und des Aufbaus bis hin zur „quiet revolution“ der Achtziger Jahre und
seiner weiteren Entwicklung. Die Interpretationen im engeren Sinne werden von den Interpretationseffekten der nicht interpretativen Eingriffe differenziert. Die psychoanalytischen Interpretationen werden als klinische Aktivitäten mit rhetorisch-dramatischem Charakter betrachtet, die untereinander differenziert werden können, indem verschiedene typologische Polaritäten benutzt werden: explizite versus implizite Interpretationen; aktive versus rezeptive
Interpretationen.
SCHLÜSSELWÖRTER: Aufbau, Eingriffe, Interpretationen, rezeptive klinische Aktionen, Verwandlung in Traum.
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