La notte è infinitamente vuota

Annemarie Schwarzenbach
La notte è
infinitamente vuota
Traduzione e cura di Tina D’Agostini
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© il Saggiatore S.r.l., Milano 2014
Titolo originale: Pariser Novelle
l’opera – Essere giovani nella Parigi degli anni venti.
Mescolarsi alla folla di razze e lingue diverse, bere vino, scatenarsi al Koubok, a due passi dall’università: è
iniziato il Bal des Quat’z’Arts. Frequentare le lezioni,
e chiedersi che cosa fare una volta terminati gli studi.
Costruire ponti, dice qualcuno, misurare e ripartire la
terra delle colonie, un altro. Poi c’è Gabrielle, che non
vuole nulla, perché sarà il destino a volere per lei, e Ursula, che studia geografia e desidera un libro da leggere a voce alta, un libro in cui ogni frase sia armoniosa
e bella. Ursula che a Parigi conosce un uomo, esce con
lui, va alla Coupole dove ogni sera la ballerina Lena calamita sguardi e attenzioni, Ursula che cerca una libertà che sia solo sua, Ursula che ama Jacqueline, snella e
abbronzata.
Scritta da Annemarie Schwarzenbach nel 1929, quando,
come la protagonista della novella, studiava alla Sorbona, La notte è infinitamente vuota procede per salti, bruschi cambi di tempo e prospettiva, impressioni in cui
l’esperienza biografica è rielaborata e sublimata in una
scrittura immaginifica, ora malinconica e ora estasiata
dalle infinite possibilità del domani. Una scrittura sempre veloce, come un’automobile nella notte, quando il
ronzio del motore e la vibrazione del volante aprono la
strada ai ricordi.
Controparte crepuscolare di Ogni cosa è da lei illuminata, pubblicato dal Saggiatore in questa stessa collana, La
notte è infinitamente vuota anima la levigatezza stilistica
tipica delle opere più mature di Annemarie Schwarzen-
bach con l’urgenza insopprimibile della giovinezza, e
rappresenta un passaggio decisivo nell’opera dell’autrice, fra le voci più personali e riconoscibili della cultura mitteleuropea di inizio Novecento.
l’autrice – Annemarie Schwarzenbach, nata a Zurigo nel 1908 e morta a soli trentaquattro anni in seguito a un incidente e a un tragico errore di diagnosi, è
stata scrittrice, giornalista e fotografa. Grande amica di
Klaus ed Erika Mann, figli ribelli e tormentati del grande Thomas – presenza scomoda e ingombrante nella
vita di entrambi –, Annemarie viaggiò in Europa, America, Asia e Africa, alla ricerca di un ubi consistam forse impossibile, e tuttavia al centro tanto della sua vita
quanto della sua scrittura. Androgina e anticonformista, condusse un’esistenza bruciante, segnata dalla
morfina e da un indomito desiderio di indipendenza.
Il Saggiatore ha pubblicato Dalla parte dell’ombra (2001),
La via per Kabul (2002), Oltre New York (2004) e Ogni cosa è da lei illuminata (2012).
Prefazione
Annemarie Schwarzenbach sarà sempre la figlia prediletta di Renée Schwarzenbach-Wille, la figlia forse più bella, ma anche la più fragile, la più ribelle,
quella che ha la passione di scrivere. In una lettera
del 1925, Annemarie ha diciassette an­ni, la madre la
ringrazia per aver finalmente smesso di scrivere, di­
cendole di restare salda in questa decisione, di essere
gesund, sana. Spera forse che la figlia abbia deciso di
dedicarsi allo sport, l’equitazione, di cui Renée è una
grande ap­passionata. Ma Annemarie non manterrà la
sua promessa.
Personaggio senza dubbio anomalo, soprattutto se visto sullo sfon­do di un paese come la Svizzera, Annemarie Schwarzen­bach è tanto particolare da essere
diventata una figura di culto dopo una riscoperta che
ha superato presto i confini nazionali. Chi mai avrebbe potuto immaginare, per esempio, che fosse legata
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a Erika e Klaus, i due enfants terribles figli del grande Mago della letteratura tedesca Thomas Mann, al
punto da diventare per oltre un decennio una presenza costante nella loro vita? Troppo poco emerge dai
testi, dai diari e dalle lettere dei Mann: nessuno dei
due lascia mai trasparire del tutto quanto fosse profondo il loro legame. Sarà negli anni della riscoperta, a partire dal 1987, in particolare grazie al lavoro
di Roger Perret, che emergerà l’importanza di Annemarie Schwarzenbach. Prima di allora sembrava una
semplice conoscenza, cui dedicare solo una nota a piè
di pagina…
Nell’autunno del 1930 conosce Erika e Klaus Mann.
Dopo anni passati nella residenza degli Schwarzenbach
a Bocken, un paesino a pochi chilometri da Zurigo, nella sua vita entra prepotente, con un nuovo significato, la
letteratura contemporanea internazionale. A nulla vale
il fatto che la madre, Renée, sia un’abile organizzatrice
di eventi mondani e artistici, tanto che casa Schwarzenbach è frequentata da artisti di grande fama come
Arturo Toscanini e Hermann Hesse, Richard Strauss,
Siegfried e Winifred Wagner, figlio e nuora del grande Richard Wagner, e che prima, nella casa del bisnonno materno, venissero ri­cevuti Gottfried Keller, Conrad
Ferdinand Meyer, Arthur Schopenhauer, Richard Wagner. A nulla vale appartenere a una delle famiglie più
altolocate e in vista della Svizzera, una famiglia dal pe-
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so politico ed economico non indifferente, essere figlia
di Alfred Schwarzenbach, grande industriale della seta, e di Renée Wille, figlia di Ulrich Wille, generale in
capo alle forze armate svizzere durante la Prima guerra
mondiale, e di Clara Wille, una von Bismarck, cugina di
terzo grado del grande cancelliere. Da questo momento
in poi si allontanerà sempre più vertiginosamente dalla
sfera familiare e sociale a lei destinata.
Quando la «padrona di Bocken», come viene chiamata la madre Renée, incontra Erika, comprende
subito che la situazione le sta sfuggendo di mano.
Comprende che Erika, la figlia magnifica e ardita, come la definì il padre Thomas, è forte, volitiva quanto
e più di lei. (Sarà, per esempio, grazie al suo intervento che Thomas Mann deciderà infine, dopo molte esitazioni, di opporre un netto rifiuto al nazismo.
Sarà sempre lei che percorrerà l’Europa con il suo cabaret satirico, la Pfeffermühle, il Macinapepe, per cercare di risvegliare le coscienze degli europei.) Renée
sente che l’amore di sua figlia sta cambiando direzione. E non vuole cedere. Gli anni che seguiranno
saranno contrassegnati da una costante tensione, perché Anne­ma­rie non riuscirà mai a separarsi con uno
strappo deciso dalla famiglia, né ad avvicinarsi del
tutto alla donna della sua vita, Erika.
Ma facciamo qualche passo indietro: dopo aver
frequentato istituti privati di lusso, nel 1927 Anne-
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marie si iscrive all’Università di Zurigo per studiare
storia e letteratura. In quegli anni trascorre due semestri a Parigi e si laurea, a soli ventitré anni, con
una tesi sull’alta En­gadina, la regione montana della Svizzera che in seguito sarà per lei il vero e solo rifugio. È bella e ricca, tanto da essere soprannominata
dai compagni di università Sua Altezza Reale. Quando passa si girano ra­gaz­zi e ra­gazze. Sarà sempre così, la sua bellezza efebica sconcerterà tutti. Klaus, che
darà i suoi tratti anche ad alcuni personaggi dei propri romanzi, nell’autobiografia annoterà: «Due fanciulle e due giovanotti sono sdraiati in una gondola:
Erika e io, un mio amico e la nostra “piccola svizzera” Anne­marie, l’eccentrica erede di un’antica casa
patrizia elvetica. Ella è orgogliosa e tenera e seria, con
una pura fronte di efebo sotto i morbidi capelli biondo cenere. È bella? Allorché ella per la prima volta
pranzò da noi a Monaco, a mezzogiorno, il Mago la
guardò un po’ di lato con un misto di preoccupazione e di compiacimento. Alla fine sentenziò: “Strano,
se ella fosse un giovinetto dovrebbe essere dichiarata
eccezionalmente bella”».1 Lo scrittore Roger Martin du
Gard, premio Nobel nel 1937, la definisce un «angelo
inconsolabile»; Marianne Breslauer, la fotografa allieva di Man Ray, autrice dei più bei ritratti fotografici
1 10
Klaus Mann, La svolta, il Saggiatore, Milano 2001, p. 209.
di Annemarie, parlando del loro primo incontro dice
di aver avuto la sensazione di essere di fronte all’arcangelo Gabriele, mentre Carson McCullers, la scrittrice americana che la incontra negli Stati Uniti nel
1940 e se ne innamora fino al punto di voler divorziare dal marito, le dedica il celebre romanzo Riflessi in
un occhio d’oro. Un angelo, ecco il topos che accompagna la sua vita: un angelo bellissimo, metà uomo me­
tà donna, che tuttavia, sprofondando a poco a poco
nella di­pen­denza dalla droga (a cui si avvicina, con
i Mann, durante un lungo soggiorno a Berlino, nel
1931-32), cade. E diventa, per Thomas Mann, un «angelo devastato».
Tutto comincia nel 1910, anno in cui Renée conosce Emmy Krüger, cantante wagneriana, che ben presto sarà ospite fissa a Bocken. Annemarie cresce in un
clima del tutto particolare, in cui l’ambiguità è palpabile. Sullo sfondo di questa relazione della madre, implicitamente accettata dalla famiglia, trascorre la sua
in­fanzia, ed è, tra i figli di Renée, la più sensibile a queste suggestioni. Ma per la madre, anni dopo, l’omosessualità dichiarata di Annemarie non è accettabile e,
cosa ancora più grave, è inaccettabile l’amore della figlia per Erika Mann, che sta apertamente turbando il
clima politico di Zurigo con la presenza della sua Pfeffermühle. È proprio in occasione di uno spettacolo in
cui una canzone mette alla berlina lo zio di Annemarie,
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il comandante Ulrich Wille, che scoppia il dissidio politico familiare. Annemarie è costretta a schierarsi pubblicamente e, di fronte al rischio di perdere per sempre
Erika, lo fa. A Erika, tuttavia, non basta una generica
presa di posizione sui giornali svizzeri, e non le basterà mai, perché lei chiede, a tutti coloro che la circondano, un impegno concreto, senza compromessi, e
una forza personale che Annemarie non riuscirà mai
a trovare. Siamo nel 1934, i Mann hanno da tempo lasciato la Germania, Anne­marie ha già scritto alcuni romanzi e novelle che però non li hanno particolarmente
impressionati. Si tratta di due romanzi e di alcuni racconti ambientati tra Parigi e Berlino, tra cui La notte
è infinitamente vuota, che Klaus Mann giudica troppo
poco impegnati. È forse anche nel tentativo di dimostrare di saper andare oltre questi primi lavori e di saper affrontare concrete questioni politiche che nel 1933
compie un viaggio attraverso i Pirenei con Marianne Breslauer, la fotogiornalista che le insegna il mestiere. Il 1933 è un anno chiave per tutta la sua futura
produzione letteraria e giornalistica, proprio perché,
pur cercando sempre il giudizio dei Mann, comincia
a muoversi in una direzione che, soprattutto dal punto di vista letterario, non è compatibile con quella dei
suoi amici. Le immagini di giovani un po’ decadenti e
dalla sessualità incerta, talvolta quasi estetizzante, cominciano a lasciare il posto a quelle persone in carne e
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ossa incontrate per strada, fotografate e descritte con
sempre maggiore precisione che popolano gli articoli e
i diari di viaggio degli anni successivi. Soprattutto come giornalista, infatti, è in grado di dar prova, nel corso di un solo decennio, di una grande produttività e
di una professionalità che talvolta il racconto della sua
tormentata vicenda personale rischia di oscurare. È vero che la sua vita è segnata dalla morfina, come lo sarà quella di Klaus Mann e di non pochi altri suoi amici
o contemporanei – basti ricordare l’altro grande autore svizzero, Friedrich Glauser, personaggio altrettanto
anomalo della letteratura elvetica –, e dallo stesso male
di vivere che porterà infine Klaus al suicidio (lei lo tenterà più volte ma verrà salvata); ma è altrettanto vero
che leggendo i suoi articoli si scopre anche una Annemarie diversa, una figura di donna in grado di trovare
in sé, nonostante tutto, una forza; non quella che voleva Erika, forse, ma tale da indurla a scrivere centinaia di articoli e diventare una delle giornaliste più fertili
che la Svizzera abbia mai conosciuto.
Quel 1933 è un anno sventurato per la storia europea, che ve­de, in gennaio, la nomina a cancelliere di
Hitler. Nella primavera i Mann lasciano la Germania.
Mentre i suoi amici vanno in esilio, Annemarie parte per il primo viaggio in Oriente. È il 1934. L’accompagna un amico fino a Beirut, poi prosegue da sola o
in compagnia di persone conosciute in viaggio, e ar-
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riva in Persia. Percorre la stessa rotta prevista per un
viaggio progettato con i Mann nel 1933 e mai attuato a
causa del suicidio, alla vigilia della partenza, del quarto componente del grup­po, Ricky Hallgarten, amico
d’infanzia di Klaus ed Erika. Anche la scelta di compiere questo viaggio fa intravedere che le loro strade
cominciano lentamente a divergere. Erika e Klaus, ormai, della Persia non sanno più cosa farsene, il loro
posto è in Eu­ropa; e in quanto ai viaggi «di piacere»
– l’ultimo è quello intorno al mondo del 1927 – non è
più il momento; quando Erika tornerà in Oriente, nel
1943-1944, sarà in qualità di corrispondente di guerra.
Per Annemarie, invece, è molto diverso. Il primo incontro con l’Oriente è fondamentale per la sua scrittura, soprattutto letteraria, che cambia radicalmente
proprio a contatto con le va­stità dell’Asia. Se l’Occidente rappresenta per lei l’impegno sociale e politico, i
contrasti con la famiglia, la crisi della cultura europea,
l’Oriente è di volta in volta uno spazio di fuga, di perdizione e redenzione; il viaggio, dice in uno dei suoi
articoli, più che un’avventura è una «immagine concentrata della nostra esistenza»2 e, a volte, un vagare
da un inferno all’altro. È un luogo metaforico per eccellenza, dove cerca di ritrovarsi, forse l’unico spazio,
Annemarie Schwarzenbach, Dalla parte dell’ombra, il Saggiatore, Milano 2011, p. 223.
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proprio perché in apparenza sconfinato, in cui tentare una diversa scrittura di sé. Come in precedenza per
Gauguin e Rimbaud, e in seguito per altri viaggiatori
co­me Robert Byron e Bruce Chatwin, anche per Annemarie la lontananza può rappresentare un luogo mitico da lei mai vissuto come meta di arrivo ma piuttosto
come costante partenza. Se c’è qualcosa che la distingue
da altri viaggiatori è proprio questo, la sua incapacità
di trovare un’alternativa vera, un proprio paradiso dove stabilirsi, come farà Ella Maillart che trascorrerà tutti gli anni della guerra in India. Diversamente da Klaus
Mann, che sceglie di vivere in camere d’albergo spoglie
e deprimenti, o da Erika, che trova nella lotta politica
attiva la propria missione personale, Annemarie oscilla
costantemente tra due emisferi. Dal suo primo incontro
con la Persia, l’Oriente diventa il luogo estremo, affascinante e pericoloso, forse l’unico – cui subentra, in parte, nell’ultimo anno della sua breve vita, solo la foresta
vergine africana – dove tentare di trovare una propria
lingua letteraria, mentre l’Occidente è il luogo della testimonianza sulla società contemporanea. In entrambi
saprà ve­de­re sempre luci e ombre.
Annemarie tornerà in Oriente a più riprese, sia perché
sposa, nel 1935, il diplomatico francese Claude Achille
Clarac, appartenente alla legazione di Teheran, un matrimonio con il quale acquisisce quel passaporto diplo-
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matico che le permette di viaggiare agilmente in paesi
di difficile accesso, sia perché ne sarà sempre attratta.
Claude Clarac, cattolico e francese, non è un pretendente gradito: la famiglia Schwarzenbach, imparentata
con i Bismarck e filogermanica, dissente; ma la madre,
seppure riluttante, alla fine accompagnerà la figlia fino all’imbarco a Trieste. Il matrimonio è senz’altro un
tentativo di separarsi dalla famiglia e raggiungere una
stabilità. Anne­marie da un lato spera di trovare la strada per una qualche rappacificazione, soprattutto con
la madre, ma dall’altro, benché la famiglia non sappia che anche Clarac è omosessuale, è perfettamente
consapevole che il tentativo è destinato a fallire. Scrive a Klaus Mann, il 6 aprile 1935: «Ho detto alla mamma che dovrebbe sapere abbastanza bene ciò che la
disturba nella “stranezza” della mia intenzione di sposarmi… Il fatto però che voglia semplicemente avere
qualcuno al mio fianco e che per questo scelga qualcuno con cui posso andare d’accordo è ovvio e comprensibile. Che in tal senso Claude sia più adatto di
un essere enormemente estraneo, perché enormemente maschile, anche questo la mamma ora lo sa, anche
se è quasi giunta a sminuirlo e a definirlo un “debole”
che sposo per pura convenienza».3 Il loro rapporto si
3 «Wir werden es schon zuwege bringen, das Leben». Annemarie
Schwarzenbach an Erika und Klaus Mann. Briefe 1930-1942, Centaurus, Pfaffenweiler 1993, p. 127.
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manterrà sempre sul piano dell’amicizia, ma Claude
non smetterà mai, a modo suo, di amarla, anche dopo
la separazione. Annemarie non riesce a fermarsi, anche
perché non è in grado di assolvere agli obblighi sociali di moglie di un diplomatico.
Negli anni successivi i suoi viaggi si susseguono
a intervalli sempre più brevi: Stati Uniti nel gennaio
del 1936 e nell’autunno del 1937 con Barbara Hamilton-Wright; Germania, Danzica, Paesi Baltici, Mosca
nel febbraio del 1937, con ritorno attraverso la Svezia e la Finlandia; Stati Uniti nel settembre del 1937;
rientro in Europa nel febbraio del 1938; Austria nel
1938; Praga nello stesso anno; Afghanistan con Ella
Maillart nel 1939. Viag­gia da sola, lavorando come
giornalista per diversi quo­tidiani e riviste svizzeri, o
seguendo le orme dei Mann, che so­no negli Stati Uniti per organizzare l’accoglienza dei profughi dai paesi
europei. Ma il divario con Erika e Klaus si fa via via
più grande, fino a rendere incomprensibili le sue scelte. Del viaggio con Ella Maillart, Erika scrive laconicamente e con una certa ironia in una lettera del 1939
a Bruno Frank: «Annemarie è in Afghanistan; a confronto con i suoi, i miei viaggi finiscono per acquistare uno straordinario significato».4 Eppure si tratta di
viaggi straordinari se si considera che, con Barbara
4 Erika Mann, Caro Mago, il Saggiatore, Milano 1990, p. 87.
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Hamilton-Wright e con Ella Maillart, Annemarie attraversa regioni che, seppur diverse, sono pericolose
per due donne bianche sole e che, in quegli anni, la
professione di fotoreporter non è certo una delle più
comuni per una donna. La stessa Annemarie Schwarzenbach, in un articolo intitolato «Due donne sole in
Afghanistan» scrive: «Noi due donne sole, senza boy
e au­tista, perfino senza gentleman, abbiamo viaggiato in questi territori. Non avevamo bottiglie di birra
ghiacciate, non avevamo armi, capivamo a malapena
qualche parola di persiano. Avevamo rinunciato anche all’interprete […]. Solo in un angolo sperduto del
paese ci chiesero se fossimo giapponesi…».5 Quest’ultimo viaggio è davvero straordinario. Lei ed Ella
Maillart sono probabilmente le prime donne a percorrere da sole, in automobile, la rotta del Nord che,
da Herat, le porta fino a Kabul, un viaggio che ha forti
analogie con quello descritto sei anni prima da Robert
Byron in La via per l’Oxiana.6 Nelle foto scattate da Ella e pubblicate nei loro reportage, la vedremo sempre vestire in maniera androgina. Lei stessa scriverà
apertamente della propria ambiguità sessuale e delle reazioni che suscita negli altri: «Quando la donna
5 Annemarie Schwarzenbach, La via per Kabul, il Saggiatore, Milano 2009, p. 96.
6 Robert Byron, La via per l’Oxiana, Adelphi, Milano 1993.
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capì che non ero un ragazzo, si tolse il chador».7 Ella
Maillart, nel libro dedicato al viaggio in Afghanistan,
racconta: «Anche Christina [Anne­marie] era di buon
umore: l’aveva divertita sentirsi chiamare “si­gno­re”
dal commissario. Via via che ci spingevamo verso est
veniva scambiata sempre più spesso per un ragazzo,
e non solamente dagli asiatici: a Delhi l’elegante maggiore Gastrell aveva conversato con lei per una decina di minuti prima di rendersi conto di trovarsi al
cospetto di una donna».8 Anche questo elemento fa
di lei un personaggio decisamente fuori dal comune:
il suo aspetto non rappresenta tanto un andare contro le convenzioni di un’epoca che vede nascere proprio in quegli anni lo stile della garçonne, quanto la
sfrontata e irriducibile percezione di una sessualità
sulla quale difficilmente si può equivocare. Ancora:
nella foto che lei stessa sceglie per il passaporto diplomatico, dove è registrata come «Madame AnneMarie Clarac, femme de Monsieur Clarac, Secrétaire
d’Ambas­sade» è in giacca e cravatta. Una foto della
stessa serie, scattata da Marianne Breslauer, viene utilizzata dalla rivista Sie und Er quando, nell’annunciare la sua morte prematura, le dedica la copertina. C’è
in Annemarie una carica eversiva, un’anomalia perAnnemarie Schwarzenbach, La via per Kabul, cit., p. 64.
Ella Maillart, La via crudele. Due donne in viaggio dall’Europa a Kabul, Edt, Torino 1993, p. 40.
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turbante che ne fa un’icona dal viso indimenticabile
fino ai nostri giorni.
Gli ultimi anni della vita di Annemarie sono scanditi da ritorni e partenze. Ha ancora poco da vivere,
alla fine del viaggio con Ella Maillart, nel 1940, ha davanti a sé meno di due anni. Sono due anni ancora più
irrequieti e tormentati dei precedenti, la sua vita sembra svolgersi in un crescendo sempre più veloce. Un
breve ritorno negli Stati Uniti è segnato soprattutto
da pesanti problemi con Margot von Opel, sua compagna del momento, dal difficile incontro con Carson McCullers, da una crisi di nervi che la spinge a un
nuovo tentativo di suicidio, dal ricovero in al­cune cliniche psichiatriche, fino all’espulsione definitiva dal
paese il 1° febbraio 1941. Poi sarà la volta del Congo
belga: vi arriva sperando di poter essere attiva nella
lotta a fianco delle forze armate della Francia Libera
ma, in quanto moglie di un diplomatico di Vichy e sospettata di essere una spia nazista, non può svolgere
il suo lavoro di giornalista, è costretta ad arrendersi e
lasciare anche l’Africa.
Ma continua a scrivere. In tutti quegli anni, caratterizzati da instabilità, salute precaria, ricadute
nella droga, non smette mai di scrivere. È questa la
sua unica passione e ragione di vita. Ella Maillart, in
un’intervista rilasciata pochi anni prima di morire,
dichiarerà di non aver mai viaggiato per scrivere, ma
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di aver sempre scritto per viaggiare riassumendo così in una sola frase la sua intera filosofia di viaggio.
Per Annemarie, scrivere e viaggiare invece sono indissolubilmente legati; la scrittura, prima che la geografia esteriore, rispecchia la sua geografia interiore e
anche quando si fa scrittura politica scaturisce da un
bisogno profondo e da un’intima contraddizione. Come scrive anche in un articolo dedicato alla Russia, la
sua convinzione è «che il poeta non riesca a condividere la realtà di quella metà radiosa del mondo, che
la sofferenza e la contraddizione lo rendano maturo e
che sia solo la sua nostalgia a fargli credere di essere
parte di tutto ciò, delle opere e dei cuori dei lavoratori. Segretamente, invece, nutre un desiderio di morte,
il dubbio e l’amore...».9 L’ombra, il lato oscuro e problematico che lei vede nelle cose e le impedisce, in
fondo, di aderire a una qualsiasi ideologia, è la segreta protagonista della sua opera. È l’ombra che ritroviamo negli articoli sulle città e i villaggi degli Stati
Uniti, dove convivono i quartieri alti, con le vetrine
illuminate, e quelli dei poveri, immersi nel buio; in
un Oriente in trasformazione e in rapida fase di modernizzazione, dove i nomadi sono costretti con la
forza a diventare sedentari, un Oriente da un lato arcaico luogo di fantasia per gli europei e dall’altro spa9 Annemarie Schwarzenbach, Dalla parte dell’ombra, cit., p. 64.
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zio per eccellenza di colonizzazione; nei Paesi Baltici
che hanno appena conquistato l’indipendenza ma nei
quali sono forti anche il razzismo e il nazionalismo;
o nella gigantesca città di New York, megalopoli moderna per eccellenza, paesaggio del futuro, ma contemporaneamente mostro di pietra.
Un’ombra evocata, a volte, in maniera esplicita
attraverso la figura dello Schlemihl di Adalbert von
Chamisso. È l’ombra che troviamo spesso anche nelle
foto scattate da Annemarie. Vale forse la pena di notare che proprio Thomas Mann dedica a Peter Schlemihl un saggio dove ricorda come, per rispondere ad
alcuni critici intenti a cercare un’interpretazione metaforica dell’ombra, Chamisso fa ricorso a un trattato
di fisica che definisce l’ombra come ciò che un corpo
solido proietta sul terreno una volta colpito dai raggi del sole. Dunque se Schlemihl ha fatto un errore,
quando ha accettato di barattare la propria ombra per
un magico sacchetto di denaro, questo errore è dovuto alla sua incapacità di comprendere il valore della
solidità a cui l’ombra rimanda. «Songez au solide!»
Pensate a ciò che è solido, ci dice Chamisso, pensate
a quanto vale una vita tranquilla, borghese, conclude Thomas Mann. Il cerchio forse si chiude, dobbiamo pensare all’esortazione della madre Renée? Certo
è che saranno proprio la madre e la nonna, nata Bismarck, a cercare di difendere la solida, sana vita bor-
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ghese e la rispettabilità della famiglia distruggendo
le lettere trovate nella casa di Annemarie dopo l’incidente in bicicletta che l’ha portata alla morte a soli
trentaquattro anni, e in seguito alcuni diari. Nel testamento redatto nel 1938, Annemarie aveva chiesto
espressamente che fosse un’amica, Anita Forrer, la
prima persona a entrare nella sua casa a Sils, in Engadina, per prendere visione dei suoi oggetti personali,
in particolare le sue lettere e i manoscritti, e a curare,
insieme a Erika Mann, la pubblicazione di ciò che era
rimasto inedito. Sapeva che proprio la sua opera era
quanto di più solido avesse creato.
Tina D’Agostini
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