rassegna stampa n.03-2015

GRUPPO FOTOGRAFICO ANTENORE, BFi
RASSEGNA STAMPA
Anno 8o- n.3, Marzo 2015
Sommario:
In mostra al PAC "Stardust", la grande fotografia di David Bailey……………………pag. 2
A lezione dal maestro……………………………………………………………………………………………pag. 3
Mi ritorni in mente (ma anche no)… ……………………………………………………………………pag. 5
Pikin Slee. Mostra della fotografia olandese Viviane Sassen a Londra………………pag. 7
Nicèphore Nièpce: la prima fotografia (1825).……………………………………………………pag. 9
Adesso basta: fotocitazione libera..…………………………………………………………………….pag. 10
Le inutili polemiche sul World press photo.…………………………………………………………pag. 14
Sugimoto, fotografia come recupero del tempo.…………………………………………………pag. 17
Bibbiano omaggia il "suo" Stanislao Farri alla galleria Ottagono.………………………pag. 19
Quando l'occhio diventa una spia. Paolo Vigevani dal bianco e nero al colore..…pag. 20
Il Kabuki dei Tre Samurai Araki Morimura Sugimoto.…………………………………………pag. 21
Florence Henri, forma inquadrante………………………………………………………………………pag. 23
L'ultimo fotografo della storia………………………………………………………………………………pag. 26
Mario Cesci - Paolo Riolzi..……………………………………………………………………………………pag. 29
"Luci, sguardi e zucchero filato.Giostre e giostrai a Venezia" di L.Ferrigno.………pag. 32
Brassai. Pour l'amour de Paris………………………………………………………………………………pag. 33
Scuola e museo. Nasce la Casa della fotografia di Letizia Battaglia……………………pag. 36
Senza fotogiornalismo muore la testimonianza.……………………………………………………pag. 38
Magritte e il tabaccaio……………………………………………………………………………………………pag. 40
Italia Inside Out.……………………………………………………………………………………………………pag. 42
Gli 80 anni di Letiziua Battaglia, fotografa di lotta………………………………………………pag. 45
Chi ha paura delle nuove fotografie..……………………………………………………………………pag. 46
Palermo, la mafia e la poesia. Intervista con Letizia Battaglia……………………………pag. 48
#famedilike - il percorso fotografico di giulio storti.……………………………………………pag. 53
Niente colazione da Tiffany……………………………………………………………………………………pag. 54
Migranti ambientali: l'ultima illusione……………………………………………………………………pag. 56
"Wildlands and Cityscapes": L. Campigotto alla Galleria del Cembalo.………………pag. 58
Museo della fotografia Pino Settanni.……………………………………………………………………pag. 60
Lettera di Stephen Shore a un suo studente! Bellissima!……………………………………pag. 64
"Art on the Street fotografie" di Martha Cooper.…………………………………………………pag. 61
Incontri culturali a Instanbul: Ara Güler, fotografo dell'umanità…………………………pag. 62
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In mostra al PAC "Stardust",
la grande fotografia di David Bailey
da http://www.mi-lorenteggio.com/
Attraverso Gli Oltre 300 scatti in mostra, Stardust celebra uno dei piů
grandi Fotografi viventi e offrendo al pubblico uno sguardo inedito su
un artista iconico, che ha ritratto in modo creativo e sempre stimolante
soggetti e gruppi, catturati nel corso degli ultimi cinque decenni: molti
di loro famosi, alcuni sconosciuti, tutti coinvolgenti e memorabili
Rolling Stones Avebury Hill 1968 - ® David Bailey
Apre dal 1 Marzo al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea la personale
dedicata a David Bailey, uno dei fotografi più influenti al mondo, che ha dato
un contributo eccezionale alle arti visive.
Attraverso gli oltre 300 scatti in mostra, Stardust celebra uno dei più grandi
fotografi viventi e offre al pubblico uno sguardo inedito su un artista iconico,
che ha ritratto in modo creativo e sempre stimolante soggetti e gruppi,
catturati nel corso degli ultimi cinque decenni: molti di loro famosi, alcuni
sconosciuti, tutti coinvolgenti e memorabili.
Promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura e Tod’s, la mostra segna
l’inizio di una collaborazione pluriennale tra la prestigiosa azienda
internazionale e il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea per la produzione di
grandi mostre sugli artisti protagonisti del nostro tempo.
"Uno scatto in avanti nella collaborazione tra il Comune di Milano e TOD’S, che
da oltre dieci anni sostiene l’attività del PAC e che ha recentemente rinnovato
la propria partnership con la kunstalle milanese dedicata all'arte
contemporanea per altri quattro anni. - ha dichiarato l'assessore alla Cultura
Filippo Del Corno - Una mostra, questa, dedicata al grande artista e fotografo
David Bailey, che conferma la vocazione del PAC ai grandi progetti espositivi di
respiro internazionale e, al tempo stesso, trasforma il rapporto con TOD'S in
una vera e propria condivisione di intenti e di progetti comuni, nel segno della
conoscenza e della diffusione di tutti linguaggi della nostra contemporaneità".
Universalmente riconosciuto come uno dei padri fondatori della fotografia
contemporanea, David Bailey ( Londra, 1938) è l’autore di alcuni tra i ritratti
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più iconici degli ultimi cinque decenni. I suoi primi lavori hanno definito, e allo
stesso tempo catturato, l'atmosfera degli anni Sessanta a Londra, quando con i
suo scatti ha fatto nascere stelle di una nuova generazione, tra cui Jean
Shrimpton e Penelope Tree.
Scardinando le rigide regole che avevano guidato la precedente generazione di
fotografi ritrattisti e di moda, Bailey ha saputo incanalare nel suo lavoro la
novità e l'energia della street culture londinese, creando quella freddezza
casual che ha contrassegnato il suo stile.
Curata dallo stesso artista e realizzata in collaborazione con la National Portrait
Gallery di Londra e con il magazine ICON, la mostra contiene una vasta serie di
fotografie, selezionate personalmente da Bailey come le immagini più
significative o memorabili della sua carriera, che ha attraversato più di mezzo
secolo.
Innovativa e provocatoria, l’opera d Bailey include immagini intense ed
evocative di attori, scrittori, musicisti, registi, icone della moda, designer,
modelli, artisti e persone incontrate nel corso dei suoi viaggi.
Il coinvolgimento tra artista e soggetto è palpabile e presente in tutti i suoi
scatti: da quelli realizzati con celebrities come Meryl Streep, Johnny Depp, Jack
Nicholson e Kate Moss, ai nudi di sconosciuti volontari che hanno posato per il
suo progetto “Democracy” tra il 2001 e il 2005; dalle icone della musica come i
Beatles o i Rolling Stones, a grandi protagonisti delle arti visive come Salvador
Dalì ritratto insieme ad Andy Warhol, ma anche Francis Bacon o Damien Hirst.
Il percorso della mostra non procede cronologicamente, ma per temi,
mettendo a confronto generi molto diversi: dalla fashion photography agli still
lives, fino alla fotografia di viaggio. La mostra ripercorre per capitoli ritratti,
luoghi e personalità insieme agli scatti raccolti da Bailey intorno al mondo:
immagini dell’India, dell’Australia, della Papua Nuova Guinea e del Sudan
convivono così in un continuum con quelle dell’East End londinese e quelle più
glamour delle “Pin-Up”.
Per questa esposizione, l’artista ha realizzato nuove stampe in gelatina
d’argento, che gli hanno permesso di rivedere ogni singola immagine. Il suo
stile inimitabile e senza tempo cattura lo Zeitgeist e la vitalità della cultura
moderna attraverso la sua peculiare interpretazione: le immagini trasmettono
una creatività e un temperamento che sono inequivocabilmente targati Bailey.
Per avvicinare il pubblico al lavoro dell’artista, il PAC organizza come di
consueto un programma di visite guidate gratuite, tutte le domeniche alle ore
18.00 previo acquisto del biglietto della mostra.
Accompagna la mostra il catalogo, edito per l’Italia da Skira Editore,
contenente un saggio di Tim Marlow, direttore alla Royal Academy di Londra.
Cartella stampa e immagini scaricabili all’indirizzo http://goo.gl/b8tO1t
A lezione dal Maestro
di Maria Paola Pasini da http://brescia.corriere.it/
«La civiltà contadina non è scomparsa, basta saperla trovare anche oggi, in
Italia come in Cina»
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Nell’immenso attico di corso San Michele in centro a Milano è custodita la vita e
l’arte di Gianni Berengo Gardin. Sotto l’abitazione privata, sopra lo studio con i
ricordi, i libri, le pipe, i velieri in miniatura. E soprattutto le fotografie. Oltre un
milione e mezzo di scatti. E il conto è fermo a tre anni fa. Solo Leica. Solo
pellicola. Un’esistenza dedicata a raccontare attraverso le immagini. In questo
sancta sanctorum dove i nomi di Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas
risuonano lungo le pareti affollate di oggetti, ci sono alcune parole
rigorosamente bandite: Photoshop , selfie , digitale. Per il resto si parla di
tutto: terra, cibo, expo, viaggi, zingari, grandi navi, nuove avventure.
Ottantaquattro anni, uno tra i più grandi fotografi italiani, Gianni
Berengo Gardin ha la voce sottile, lo sguardo attento e le mani nodose. «Mi
sarebbe piaciuto fare il contadino e ancora di più il falegname - dice - a
Camogli dove ho una casetta cresco grandi ulivi. Una volta lavoravo le zolle,
adesso mi siedo all’ombra degli alberi con un libro. Accarezzo il tronco, mi fa
sentire vivo». Il mare, ma anche la terra, la montagna. Qualche settimana fa lo
si sarebbe potuto incontrare per le stradine tortuose di Bagolino, di fronte
all’antico cimitero, in chiesa a sbirciare gli affreschi del Da Cemmo, con
l’inseparabile macchina fotografica. In compagnia di uno straordinario artista
del posto: Antonio Stagnoli che da decenni racconta con i suoi quadri la vita
aspra e generosa della valle e dei suoi abitanti. Insieme agli scritti in prosa e
poesia di Davide Rondoni, Franco Loi e Franca Grisoni, gli scatti del famoso
fotografo genovese daranno corpo a un volume edito nell’autunno prossimo da
Skira che racconterà vita e opere del 93enne pittore valsabbino. L’idea è stata
messa a punto in tutti i dettagli dal nipote Mario Zanetti che da tempo assiste
lo zio nel suo percorso artistico e umano.
Stagnoli, Bagolino, la Valsabbia, il carnevale, la civiltà contadina,
l’atelier del pittore, i vicoli, i tetti delle case, le montagne. Tutto sfuma e
si fonde nelle immagini appassionate in bianco e nero di Gianni Berengo che
negli anni ha raccontato le storie di tanti artisti. «Stagnoli è la sua terra e il
nipote con lo ‘Studio d’arte-galleria Mario Zanetti’ ha avuto coraggio a portare
avanti questa straordinaria operazione culturale seppure in un paese così
lontano dai circuiti tradizionali delle grandi città: fondere l’artista con il suo
ambiente, riuscire a portare gente in queste piccole realtà, contribuire e
stimolare il territorio a procedere sulla strada del cambiamento,
dell’innovazione: decisamente un grande coraggio». Bagolino dunque le è
piaciuto? «La civiltà contadina non è scomparsa - sostiene convintamente
Gianni Berengo - basta saperla trovare. Anche oggi. In Italia, come in India e
in Cina. È un patrimonio da custodire, la terra madre, le montagne, le mucche,
l’acqua...».
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Il dibattito sul tema dell’alimentazione in questo periodo è favorito da Expo. Il
fotografo milanese d’adozione presenterà nel padiglione Italia trenta sue
fotografie formato un metro e venti per ottanta centimetri. Tema: il riso:
«Speriamo Expo non si risolva soltanto in un’iniziativa turistica. Un tempo
queste grandi manifestazioni fieristiche erano oggetto di grande curiosità ma
anche di confronto internazionale. Oggi forse è diverso».
Quanta vita, quante avventure negli ottantaquattro anni di Gianni
Berengo. Da quando nel 1954 cominciò facendo foto per i giornali. «Ma non
mi piaceva - ricorda - guadagnavo poco e volevo fare altro». E così è arrivata
la fotografia del paesaggio (anni e anni preparando le pubblicazioni del Touring
club) con i suoi 50 mila chilometri l’anno percorsi in giro per il mondo. Poi il
lavoro in Olivetti come fotografo ufficiale dalla morte di Adriano all’ingresso di
De Benedetti, più o meno dal 1960 al 1978. Quindi la fotografia di denuncia
segnata dalla pubblicazione di tre volumi con Franco Basaglia a mostrare
l’orrore dei manicomi. Fino ad arrivare agli zingari. «Lo so in tanti la pensano
diversamente - ironizza - ma gli zingari non rubano i bambini. Loro non
riconoscono la proprietà privata. La loro poesia, la loro musica sono
straordinarie. Ho vissuto a lungo con loro, prima da amico senza macchina
fotografica. Dopo del tempo mi hanno accettato e si sono lasciati raccontare».
In programma adesso c’è una mostra contro il passaggio delle grandi navi in
laguna... «speriamo di riuscire a realizzarla. Le difficoltà sono tante». Un
desiderio... «Andare a New York, sei mesi, a fotografare la gente per strada».
Cosa pensa del digitale (pronuncio sotto voce la parola)? «Troppi scatti. Senza
riflettere. Uno slogan di questo tempo dice ‘Non pensare, scatta’. Io vorrei
ribaltarlo ‘Pensa, quasi mai scatta’. Bisogna pensare e comunque sempre
mettere al centro le persone. Per me è stato sempre così». L’intervista è finita,
salutiamo il «maestro». È bello chiamare qualcuno così. «Maestro, un... selfie
?» Risposta: «Come no? Facciamo una... foto ricordo».
Mi ritorni in mente (ma anche no)
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Unforgettable, that's what you
are... Unforgettable, in every way... And forever more, that's how you'll
stay...(Nat King Cole)
La copertina di Sgt.Pepper. IlMiliziano di Capa. L'Hindenburg in fiamme. La
svastica. La piccola vietnamita bruciata dal napalm. Il poster di Che Guevara.
L'impronta dell'uomo sulla Luna. Einstein che fa la linguaccia. Marilyn con la
gonna sollevata dal vento della metro.
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Flash flash flash... Vedo nella vostra mente illuminarsi le sinapsi. Ognuna
delle immagini che ho evocato in due parole vi si è aperta nella memoria come
richiamata da un file. Senza neppure pensarci. È così?
Non sempre. Non per tutti. Non per tutti allo stesso modo. La nostra cultura
visuale si fonda, anche, su un vocabolario essenziale di icone che tutti
conosciamo, che potremmo anche scambiarci al posto delle parole, come
facevano i muti saggi di Lagado nei Viaggi di Gulliver di Swift che parlavano
mstrandosi ogetti.
Il problema è che non tutti conosciamo tutte le voci di quel vocbolario. La
lingua degli occhi non è poi così universale. Spiego.
"La nostra memoria sembra essere composta da immagini fisse", ha detto
Walter Cronkite, che era, badate bene un grande giornalista televisivo, cioè
delle immagini mobili.
Ho trovato la citazione in apertura del libretto con cui potete fare, se vi va,
la prova di quante parole di quel vocabolario vi sono note.
Lo ha messo assieme una dozzina d'anni fa Peter Davenport, editore e
grafico. S'intitolaUnforgettable ed è un'antologia di circa duecento immagini
"indimenticabili", quelle che abbiamo, o dovremmo, conoscere tutti.
Quelle che si materializzano così vivide agli occhi della mente, al solo
nominarle, che non abbiamo neppure più bisogno, per vederle, di vederle
davvero con gli occhi del corpo.
Infatti, il libretto di cui vi parlo non ce le fa proprio vedere. Tutte le
pagine sono bianche, eccetto la didascalia. Un bel risparmio sui diritti d'autore,
fra l'altro.
Be', se vi capiterà di averlo per le mani,credo che farete come me: lo
sfoglierete pagina per pagina, come una piccola sfida, per controllare se ve le
ricordate proprio tutte, le immagini "indimenticabili" dell'ultimo secolo. Io l'ho
fatto, e ho tenuto il conto.
Ebbene, in 137 casi, almeno con me, Davenport ha ragione: l'immagine
evocata dalla didascalia mi si apre nella memoria come su uno schermo,
immediatamente, inequivocabilmente. Flash!
Ma in 38 casi proprio no, file not found. E in altri 41 casi, il motore di ricerca
della mia materia grigia mi restituisce non una, ma diverse possibili immagini
alternative (la Barbie è un oggetto iconico del Novecento, ma non ne ho
un'immagine unica. Del Grande dittatoredi Chaplin non saprei scegliere una e
una sola singola posa della celebre danza col mappamondo...).
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Deduco quindi: a) le icone unforgettable esistono, e questo libro ne ha
beccate parecchie; b) non sono le stesse per tutti; c) non sempre un oggetto
culturale o sociale famosissimo produce di sé una sola esclusiva icona.
E poi, e poi. Anche quelle 137 "indimenticabili". Che cosa c'è di davvero
indimenticabile in ciascuna di esse? Il libro con le pagne bianche aiuta a fare
un esperimento sulla selettività della memoria.
Per dire. I Nighthawks di Edward Hopper. Il bar notturno. Lo vedete nella
vostra sala di proiezione cerebrale? Certo che lo vedete: flash! Ma di che colore
è il vestito della ragazza? Quanti bicchieri ci sono sul bancone?
Marilyn con la gonna sbuffante. La vedete? Eccome! Flashissimo! Ma
sapreste descriee i suoi orecchini? Ancora. Il bed-in di John Lennon e Yoko
Ono: chi sta a destra e chi a sinistra nel letto? Siete sicuri di sapere
rispondere? Tutti?
Bisogna rileggere qualche bel classico saggio sulla Gestalt per ricordarci
come percepiamo, e dunaue come archiviamo e poi ricordismo le immagini.
Un processo di estrazione ed astrazione di dettagli significativi, compiuto in
modo involontario dall'occhio pensante. Solo alcune icone molto semplici
(lo smiley, i due archi di McDonald's) li archiviamo in blocco. Dagli altri,
prendiamo e conservimo il minimo indispensabile. Cioè cosa?
Un altro delizioso librino un giorno mi diede la risposta. Era un piccolo
album di schizzi a penna. Ciascuno dedicato a una fotografia famosissima. Di
cui tracciava pochi dettagli: quelli sufficienti, quelli giusti. Bastavano due tratti
incerti e la foto era lì, riconoscibile oltre il minimo dubbio.
Mannaggia, io quel libro che mi capitò fra le mani durante una seduta di
giuria di unbook prize, non lo trovo più e non so neppure come s'intitola e chi
ne fosse l'autore. Vi prego, ditemelo. Devo averlo.
Tag: Albert Einstein, Charlie Chaplin, Edward Hopper, icone, John Lennon, Jonathan Swift,
Marilyn Monroe, Nat King Cole, Peter Davenport, Robert Capa, TheBeatles, unforgettable,
Yoko-Ono Scritto in icone | Commenti »
Pikin Slee. Mostra della fotografa olandese Viviane
Sassen a Londra
di Claudia Colia da © http://www.cultframe.com/
© Viviane Sassen. Warrior, 2013
Viviane Sassen è una professionista affermata nel campo della fotografia di
moda. Il suo stile innovativo è fatto di colori accesi e corpi sinuosi. Le immagini
si discostano dalle soluzioni patinate che vanno per la maggiore, offrendo
spunti diversi, quasi surreali. Questo gusto particolare per tonalità vivide e
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contrasti di luci e ombre, che ridisegnano i corpi e trasformano le superfici, le
deriva sicuramente dall’infanzia passata in Kenya, un periodo a cui l’artista
olandese resta fortemente legata.
Tuttavia, lontano dalle passerelle, la fotografa si è recentemente occupata di
progetti più personali. Nel 2012 un viaggio in Suriname l’ha portata al villaggio
di Pikin Slee, una radura nella foresta pluviale, dove la tecnologia è scarsa, per
la maggior parte inesistente, e la tribù dei Saramaka si autosostiene mediante
prodotti locali e l’uso di pochi utensili di base. Dall’esperienza di una vita
frugale e isolata, ai limiti incerti di una natura affascinante e rigogliosa, è
emerso un libro, e – a detta dell’artista – un modo più semplice di fare
fotografia.
© Viviane Sassen. Haüti, 2013
Adesso, alcuni degli scatti più significativi di questo viaggio, sono in mostra
all’Institute of Contemporary Arts di Londra. Le foto del progetto appaiono
sicuramente sfrondate dalla ridondanza dei lavori di moda. Restano certamente
quei tratti inconfondibili nel modo di percepire le figure, delineate da curve,
diagonali e colori brillanti, che caratterizzano i lavori della Sassen, ma
l’approccio è qui più immediato, meno costruito. Le forme e i colori danno
rilievo alla quotidianità anonima di utensili, tessuti e bacili di plastica, dove si
convogliano l’acqua, la terra, i semi e il fogliame. L’uso del bianco e nero serve
a far percepire la ruvidezza del legno, la fresca volumetria delle piante, le
illusioni ottiche di un vestito, la solitudine di una pentola nel buio.
I lavori della Sassen sono intuitivi e immediati, pur conservando l’energia e
l’immaginazione che l’hanno resa celebre negli scatti di moda. In questo
frangente l’approccio si fa più introspettivo e riflessivo, il paesaggio e la miseen-scène si fondono in una sorta di documentario misterioso e pieno di
atmosfera.
© Viviane Sassen. Alísi, 2013
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In Pikin Slee, i corpi subiscono una sorta di astrazione, grazie al contrasto
cromatico di elementi innaturali, come un guanto di gomma o una busta di
plastica. Si tratta più spesso di incontri spontanei, incorniciati da giochi di luce,
fissati nell’attimo in cui il gesto diviene geometria.
La mostra londinese resterà aperta fino al 12 aprile, per poi spostarsi al
CentrePasquArt di Bienne, in Svizzera.
Nicéphore Niépce: la prima fotografia (1925)
di Nicola Maggi da http://www.collezionedatiffany.com/
La più antica fotografia conosciuta, realizzata da Nicéphore Niépce (1765-1833) nel 1825 (Bibliothèque nationale de France)
Questa “fotografia” è stata scoperta solo nel 2002 ed è ritenuta la prima mai
realizzata da Nicéphore Niépce.
Si tratta della riproduzione di un’incisione fiamminga del XVII secolo, che
mostra un uomo che conduce un cavallo ed è stata realizzata nel 1825 con
una tecnica nota come Heliogravure (incisione eliografica) inventata dallo
stesso Niépce e nella quale una lastra di rame, rivestita di argento, è resa
fotosensibile stendendoci sopra con il pennello una soluzione di bitume di
Giudea disciolto in essenza di lavanda. Una volta fatta asciugare, la lastra
viene esposta per qualche ora sul fondo di una camera oscura e,
successivamente, immersa in un bagno di lavanda per dissolvere i frammenti
che non hanno ricevuto la luce. In questo modo si ottiene un’immagine in
negativo. A questo punto la lastra viene incisa con l’acido, che agisce soltanto
sulle parti metalliche non protette dal bitume che poi viene tolto con
un successivo e più deciso lavaggio in essenza di lavanda. La lastra veniva
quindi spalmata di inchiostro ed era pronta per essere stampata al
torchio. L’unico problema è che il risultato di questo procedimento non era
fissato e quindi si anneriva progressivamente al contatto con la luce.
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La camera oscura
Subito acquistata dalla Bibliothèque nationale de France per 450.000 euro nel
2002, questa lastra è ritenuta un “tesoro nazionale” e precede di un anno
esatto quella che, da sempre, è stata ritenuta la prima fotografia, ossia la
celebre Vista dalla finestra a Le Gras (1826) che rimane, comunque, la
prima immagine permanente mai realizzata nella storia.
Adesso basta: fotocitazione libera
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
"Nell'isolamento di certe parole
chiave come quella che potrete andarvi a leggere al verso 4, quella del verso 6, quella del verso 10
e la terza del verso 8, Ungaretti concentra l'ansia di vita che si concretizza nelle parole che potrete
andarvi a leggere al verso 13".
Onestamente, leggereste una critica letteraria scritta così? Come un
crittogramma della Settimana Enigmistica? Come un'equazione piena di
incognite? Sarebbe un rompicapo incomprensibile.
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Tollerereste di dover andare ogni volta a cercare in un altro libro, magari
in biblioteca, le citazioni che il saggista commenta, ma che non ha trascritto?
E cosa pensereste se in una nota a piè di pagina il critico (in questo caso ho
lavorato su un brano dal glorioso Guglielmino dei nostri studi liceali) avesse
scritto: "a causa del mancato consenso degli eredi Ungaretti non ci è stato
possibile citare alcun brano delle sue poesie, andatele a cercare nei suoi libri"?
Pensereste che gli eredi Ungaretti si oppongono alla circolazione delle
idee e alla dialettica culturale, come minimo.
Per fortuna, non può accadere. La citazione letteraria, anche di testi coperti
da diritto d'autore, è libera ai fini di studio, analisi, discussione e critica. Non
c'è bisogno di chiedere autorizzazioni.
E invece in fotografia accade. A chiunque voglia scrivere un testo critico,
uno studio, un'analisi di fotografie d'autore non è permesso citare liberamente,
cioè mostrare al lettore, le immagini di cui sta parlando, come invece fa un
critico letterario facendogli leggere i testi che sta analizzando. Deve chiedere
prima, per ciascuna immagine, l'autorizzazione esplicita dei titolari. Deve
anzi comprare l'immagine, come se intendesse farne un uso commerciale. E i
titolari gliela possono rifiutare.
Per fortuna molti grandi fotografi, e i loro eredi, sono intelligenti e
culturalmente consapevoli, e concedono liberamente e gratuitamente il
permesso di riproduzione. In qualche caso, invece, autorizzano ma dietro
pagamento dei diritti. In alcuni casi, invece, alcuni dicono di no. Punto.
E allora allo scrittore di fotografia non rimane altra scelta che "parafrasare"
le foto invisibili, descriverle a parole. Ma così facendo non solo il suo testo
diventa incomprensibile come nell'esempio di cui sopra; ma impone la propria
lettura senza l'onere della prova, privando il lettore della possibilità di
verificare di persona se quella lettura si fonda davvero sul "testo".
Capita davvero? Eccome. Più spesso di quanto non si creda. E da parte di
grandi autori che non sospetteresti di simili grettezze.
Nell'ultimo numero di Aperture due critici autorevoli raccontano le loro
disavventure sul tema. Per il suo saggio Diana & Nikon, Janet Malcom racconta
di aver ricevuto ben tre rifiuti da parte di altrettanti grandi autori, alla richiesta
di citare le loro opere.
"Uno di loro", racconta, "Chauncey Hare, fu particolarmente limpido: disse
che non avrebbe mai permesso che le sue fotografie comparissero nel libro di
una bolsa scrittrice East Coast come me. Che io avessi intenzione di elogiare
quelle foto non servì a fargli cambiare idea".
A Geoff Dyer, invece, il rifiuto venne da Doon Arbus, guardinga tutrice
dell'eredità di mamma Diane. Che prima di concedere il permesso d'uso delle
fotografie della genitrice, chiese come sempre di poter leggere in anticipo e
approvare il testo critico a cui sarebbero servite.
In quel caso, lesse e non approvò: rimandò indietro il testo a Dyer
sostenendo che conteneva "errori fattuali". "Stavo iniziando a scriverle per
chiedere quali errori avevo commesso, quando un pensiero mi bloccò: nel mio
testo non citavo fatti, eccetto la data di nascita di Diane Arbus, e quella era
corretta. Dunque erano le mie opinioni che non andavano bene. Così, nel libro
pubblicai le mie opinioni, intatte, e non le immagini".
Con Robert Frank invece le cose per Dyer andarono in maniera più
ambigua: la risposta non arrivava mai, all'ennesimo sollecito l'agente di Frank
rispose che il maestro era in clinica per un malessere al ginocchio e non poteva
ancora ecc. ecc., al che Dyer perse la pazienza: "anche io avrò presto un
malessere alle ginocchia se continuo a camminarci sopra per chiedervi
un'autorizzazione", e finì lì.
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Ginocchite o meno, il grande Frank non doveva brillare per generosità,
visto che anche a Jerry L. Thompson, uno degli ultimi assistenti di Walker
Evans, fu proibito pubblicare una foto del maestro per poterla analizzare.
Così, a pagina 48 di Why Photography Matters, apparve una cornice vuota
con la scritta che leggete qui a fianco, dove si spiega che Frank non vuole che
le sue fotografie siano messe a confronto con quelle di altri. Una risposta molto
deprimente, per l'opinione che avevo di Frank, ma ne ho già parlato altrove e
mi fermo.
Per il mio libro Un'autentica bugia, che si fonda sull'analisi di centinaia di
esempi concreti e non poteva costringere i lettori a cercare le immagini in
centinaia di libri e siti diversi, la grande maggioranza dei fotografi interpellati
ha concesso senza esitazione il permesso di mostrare le loro opere, e li
ringrazio davvero per la generosità e l'intelligenza.
Alcuni non l'hanno fatto, e le foto non ci sono. In altri casi le
foto, benché riprodotte in formato ridotto, su carta ruvida e in bianco e nero,
sono state pagate. In un singolo caso un fotografo ha chiesto all'editore una
cifra astronomica, da copertina di Newsweek (ovviamente, d'accordo con
l'editore, non solo ho rinunciato a pubblicare la foto, ma non ne ho proprio
parlato, di quella foto, nel libro).
Dove voglio arrivare? Molto semplice. Ritengo che la legge sul diritto
d'autore conferisca agli autori di testi fotografici (mentre lo esclude per gli
autori di testi letterari), un potere che col diritto d'autore non c'entra, abusivo
e ottuso, il potere di proibire la citazione(e uso volutamente questa parola,
non riproduzione, perché io chiedo alla legge di distinguere i due concetti) delle
proprie opere in contesti di critica analisi e studio, un potere che può anche
essere esercitato in modo intellettualmente arrogante e culturalmente
retrogrado.
Io sostengo, e rivendico, che chi scrive di fotografia abbia il diritto
di citare le opere di cui parla senza essere soggetto all'autorizzazione
dell'autore, e neppure al pagamento di diritti. So benissimo che il mio
linguaggio è giuridicamente impreciso. Ma appunto, chiedo una cosa che
ancora non esiste, o forse semplicemente non è stata definita.
Rivendico la stessa consuetudine che vale da secoli per le citazioni
letterarie, sancita dalla Convenzione di Berna:
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Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al
pubblico [...] a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai
buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo (art. 10 comma 1)
e dalla legge italiana sul diritto d'autore:
Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d'opera, per scopi
di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti
giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza
all'utilizzazione economica dell'opera (legge 633/41, art. 70).
Un saggio critico non è in concorrenza con l'opera di cui tratta. La
citazione di un brano in un saggio non è la sua riproduzione come opera
compiuta, non rimpiazza per il lettore l'opera compiuta, non fa concorrenza in
libreria al libro da cui è tratta. Se cito un brano di Moravia in un saggio
letterario su Moravia, non si venderanno meno libri di Moravia - semmai di più.
Allo stesso modo, la citazione di una immagine estratta dalla più
vasta opera di un fotografo non ha intenzione di sostituirsi all'opera originale,
non fa concorrenza al legittimo diritto dell'autore di sfruttare commercialmente
il proprio lavoro. Non gli fa vendere una sola copia in meno dei suoi libri, non
diminuisce il valore di mercato delle sue stampe numerate. Semmai li
aumenta.
Diritti che nessuno si è mai sognato di contestare, anche solo per ovvia
paura di finire nel ridicolo: Bene, ritengo che debbano valere per tutte le
"opere", comprese quelle visuali.
Conosco l'obiezione: la citazione letteraria, detta per questo "citazione
corta", è solo un brano dell'opera, un ritaglio breve e non autosufficneite,
mentre una fotografia può essere citata solo riproducendola per intero.
Dunque citazione e riproduzione, nel caso delle immagini, sarebbero la stessa
cosa.
Contesto entrambe le contestazioni. Come potrei citare solo un brano
di Mattina di Ungaretti? Forse così: "M'illumino d'[...]"? Paradossi a parte,
citare una poesia spesso vuol dire citarla per intero, o per la sua parte
essenziale. E anche una mezza pagina di romanzo può essere considerata a
tutti gli effetti una frazione significativa dell'opera di un autore (sennò non la
citerei, vero?), eppure si può citare.
Quanto alla seconda obiezione, quel che per una citazione letteraria è il
ritaglio, per una citazione iconografia potrebbe essere la ridotta qualità della
riproduzione: è legittimo imporre che le citazioni di fotografie debbano essere
fatte soltanto con una certa "degradazione" (riduzione in bianco e nero se a
colori, minor definizione, minor dimensione) rispetto agli originali, in modo da
servire come esempi e promemoria, ma senza rimpiazzare la visione degli
originali.
Il parallelo regge: la citazione è solo un estratto, chi vorrà godersi tutto il
poema, così come chi vorrà gustarsi la fotografia in tutto il suo splendore,
andrà a cercare l'edizione integrale.
Non sto dicendo di nulla di improvvisato: da anni giace in qualche cassetto
del Parlamento una proposta concreta, stilata ormai sette anni fa da una
commissione presieduta dall'avvocato Guido Scorza, di parametri quantitativi
per la definizione di un diritto alla citazione come presentazione "di immagini e
musiche a bassa risoluzione o degradate" che è già riconosciuto dalla legge
italiana sul diritto d'autore, anche se limitato alle pubblicazioni didattiche o
accademiche.
So, perché ne parliamo spesso, che molti amici critici, curatori,
giornalisti, scrittori, blogger che si occupano di fotografia la pensano come me,
e come Dyer e Malcom, i quali però hanno almeno trovato il coraggio di dirlo
13
sulla più blasonata rivista del settore. Ovvero trovano irritante essere privati
del diritto di citare le opere altrui, ossia di dialogare con esse, di discuterle in
loro presenza, di sezionarle e analizzarle punto per punto, di rilanciarle, di
riproporle per studiarle e per criticarle. Senza dover sottostare alla degnazione,
che a volte come avete letto diventa censura preventiva, dell'artista che non
ama le critiche.
E dunque, concludo con una proposta: con l'aiuto di qualche amico
avvocato esperto di diritto dell'immagine rispolveriamo, perfezioniamo quella
proposta, e rilanciamola. Magari anche con una raccolta di firme. Chi è
d'accordo, batta un colpo.
Non lo facciamo per noi. Nessuno di noi che scriviamo di fotografia
guadagna un centesimo in più se cita una fotografia.
Ne guadagna solo quella cosa senza la quale la parola cultura perde di
senso: il libero confronto delle idee, il dialogo fra gli autori, gli studiosi, i
lettori.
Tag: Chauncey Hare, citazione, Copyright, Diane Arbus, diritti d'autore, Doon Arbus, Geoff
Dyer, Janet Malcom Scritto in Copyright, dispute, regole e leggi | Commenti »
Le inutili polemiche sul World press photo
di Christian Caujolle, photo editor da http://www.internazionale.it/
Sembra diventata un’abitudine: da qualche anno la proclamazione dei vincitori
del World press photo si lascia dietro una scia di polemiche. Se poi alcuni premi
sono contestati, o altri ritirati, la polemica si inasprisce ulteriormente. E tutto
ciò crea sconcerto, tanto più che si parla sempre del “più prestigioso dei premi
di fotogiornalismo”, tradizionalmente attribuito da una giuria di autorevoli
specialisti internazionali.
Mio cugino ha accettato di farsi ritrarre mentre faceva sesso con una ragazza nell’auto
di lei. Per loro non era strano. Ci sono parcheggi noti per essere luoghi in cui le coppie
hanno rapporti sessuali. E ci sono anche uomini e donne soli che guardano
anonimamente attraverso i finestrini nebbiosi delle auto. “La vergogna è morta”, ha
detto qualcuno a Charleroi. Giovanni Troilo, Luzphoto
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Questa è una delle foto contestate. Troilo ha dichiarato di aver
mandato al World press photo la didascalia integrale, ma che gli
organizzatori del premio hanno tagliato la prima parte, in cui si dice
che il cugino aveva accettato di farsi ritrarre. L’omissione, spiega
Troilo, ha fatto sembrare che lui volesse nascondere com’era nata la
foto.
Anche quest’anno la polemica sta infuriando e ha finito per assumere toni
grotteschi. Riassumendo: il reportage del fotografo Giovanni Troilo sulla città di
Charleroi, in Belgio, intitolato Il cuore nero dell’Europa ha ricevuto il primo
premio nella categoria Contemporary issues, ma poi è stato squalificato a
causa di una delle foto del reportage, in cui si vede un pittore che realizza un
quadro con delle persone nude (cosa che dopo Yves Klein non ha più nulla di
nuovo): questa foto non era stata scattata a Charleroi, come dichiarato nella
didascalia, ma in una località alla periferia di Bruxelles. Questo argomento
formale e ridicolo, che maschera male un disagio o più precisamente una serie
di disagi, ha provocato molte discussioni, critiche e invettive di ogni genere.
Il dibattito è sempre utile, soprattutto se permette di chiarire un problema. Ma
in questo caso, come in molti altri, la discussione è sterile e si ha l’impressione
sempre più irritante di stratagemmi che si basano sulle ambiguità stesse del
premio e dei suoi regolamenti, e non sul contenuto. Tra un fotografo che si
difende goffamente per il suo “errore” e un direttore del festival di
fotogiornalismo Visa pour l’image che afferma che non esporrà più i vincitori
del World press photo, si sfiora il ridicolo.
In effetti tutto si basa su un’idea sbagliata del fotogiornalismo, considerato un
modello di “verità”. A costo di ripeterci, dobbiamo ricordare che, se da un
punto di vista deontologico per un giornalista è vietato mentire, la fotografia è
incapace di qualunque verità oggettiva. È tutta una questione di scelta di
inquadrature, di estetica, di costruzione di briciole di realtà scomposte,
ricomposte e messe insieme.
Ci si può interrogare sul contenuto informativo di un reportage che invece di
raccontare una città con una forte immigrazione e una grave disoccupazione
provocata dallo smantellamento dell’industria pesante, sceglie di far vedere
gente che fa sesso in macchina, che ci sono persone obese o che una coppia
pratica il sadomaso. Ma non è questo l’aspetto più importante.
Il fotografo ha fatto una scelta estetica in rottura con i canoni – o gli stereotipi,
iclichés – di un fotogiornalismo di cronaca e ha fatto ricorso alla messa in
scena e a scelte di luci con chiari riferimenti al mondo cinematografico. È un
suo diritto, a partire dal momento in cui lo dichiara o, ancora meglio, lo mostra
in modo esplicito.
Nessuna immagine fotografica può pretendere di sostituirsi alla realtà o
restituirla integralmente. La messa in scena, la posa, la serie documentaria e le
sue ripetizioni sono tutte modalità perfettamente accettabili. Quasi tutte le
icone di W. Eugene Smith, da Minamata al Villaggio spagnolo, sono immagini
preparate e rese ancora più drammatiche dagli ingrandimenti. Tuttavia,
rimangono dei momenti molto intensi della storia del fotogiornalismo,
del photo essay, del racconto fotografico.
Ognuno di noi ha il diritto di amare o di non amare un’immagine o un’estetica.
È una questione di gusto, come per gli spinaci, la carne rossa, il vino frizzante
o la mimosa. Ma si ha la sgradevole impressione che molti animatori
dell’attuale “dibattito” nascondano il fatto di non apprezzare queste fotografie
dall’estetica molto contemporanea – è un loro diritto – in nome della difesa di
un’altra estetica di cui sono nostalgici, senza però chiedersi se questa sia
15
pertinente. Si tratta ancora una volta di vecchie tentazioni conservatrici di un
giornalismo arrogante.
La questione di fondo rimane quella della pertinenza di queste immagini
rispetto all’argomento trattato e il senso che prenderanno – o meno – se
saranno pubblicate su un giornale. Per rientrare in una logica giornalistica le
immagini avranno bisogno di essere pubblicate con didascalie precise e
documentate. Ma è soprattutto il modo in cui queste immagini saranno
presentate e messe in scena dai giornali che ne determinerà il senso,
portandoci verso la comprensione di una situazione oppure spingendoci verso
una visione su cui ognuno di noi può fantasticare.
Per esempio, sempre sulla città di Charleroi c’è il lavoro in formato panoramico
di Jens Olof Lasthein (pubblicato come portfolio sul numero 1071 di
Internazionale) che ci sembrava molto pertinente e coerente nelle sue scelte
dal punto di vista sia formale sia del contenuto informativo. Partendo dal
presupposto che qualunque scelta estetica è una scelta politica nel vero senso
del termine, è utile confrontare i due lavori, per potersi fare un’opinione. Il
confronto permette di constatare che qualunque approccio fotografico è
un’estetizzazione della realtà e che la scelta dell’estetica è la prima presa di
posizione dell’artista, del documentarista o del giornalista. È del tutto
artificioso distinguere forma e contenuto, a meno che non si voglia nascondere
cosa c’è in gioco.
Marchienne-au-Pont, Charleroi. Jens Olof Lasthein
Marchienne-au-Pont, Charleroi. Jens Olof Lasthein
16
Il lavoro di Troilo, che lo si apprezzi o meno, ha il merito della coerenza grafica
interna e se dà fastidio per la scelta di aspetti della realtà che possono
sembrare marginali rispetto alla situazione generale (sesso, arte, spazi vuoti e
non contestualizzati), ha comunque il merito di essere fedele alla sua logica. Di
conseguenza discutere se si tratta o meno di fotogiornalismo è inutile. Spetta a
chi fa i giornali assumersi la responsabilità nei confronti della realtà e dei
lettori. Sono loro che gli daranno o meno un senso nelle loro pagine. Per
quanto riguarda chi pensa di poter dare delle lezioni agli altri, che continui pure
ad adorare il dio della realtà che appartiene a un tempo ormai finito.
Il World press photo, che anno dopo anno perde di credibilità favorendo lo
sviluppo di queste polemiche, farebbe meglio a chiarire la sua posizione.
Rifiutare qualunque immagine preparata (si ridurrebbe drasticamente il
numero di immagini da esaminare) o appena ritoccata (altra grande economia
di tempo) significa dover assumere un esercito di esperti della manipolazione.
Ci sarebbe però una soluzione molto più semplice: creare una o più categorie
per le fotografie di interpretazione del reale. Ma visto che le foto sono tutte più
o meno interpretazioni, anche questa soluzione sembra difficile da mettere in
pratica.
Forse la cosa più semplice sarebbe quella di sopprimere i premi e di dare ai
fotografi più coerenti i mezzi per produrre e per pubblicare, nel massimo
rispetto dei diversi stili.
Ma questo è un sogno.
Sugimoto, fotografia come recupero del tempo
di Michele Fuoco da http://gazzettadimodena.gelocal.it/
Rigorosa, essenziale, studiata in ogni dettaglio è la fotografia che Hiroshi
Sugimoto presenta da oggi, alle 18.30 (solo per invito), al Foro Boario. Poco
più di 30 immagini di estrema “pulizia” compositiva, si presentano come campo
di possibili analisi anche astratte, come accade negli orizzonti marini (Ligurian
Sea, Thyrrhenian Sea, Lake Superior, Baltic Sea), nelle architetture moderniste
17
(MoMA), nei teatri, ma anche quando il sessantottenne artista di Tokyo si
confronta con i “portraits” di personaggi storici in cera (Regina Vittoria, Duca di
Wellington, Napoleone Bonaparte), o con le scene di animali e di paesaggio di
musei di storia naturale. Una fotografia in cui si avverte una richiesta di
compiutezza sempre esigente e mai appagata. C'è in essa una integrazione di
passato e presente, stabilita da interrelazioni capaci di delineare incontri e
seduzioni tra realtà e controllata immaginazione. Filippo Maggia, direttore di
Fondazione Fotografia e curatore, con Chiara Dall'Olio, della mostra “Stop
Time”, evidenzia «la qualità di ogni immagine, per l'intensità e delicatezza della
stampa. Mi stupiscono i livelli di perfezione, non visto in altri autori».
Un'opera che rispecchia il personaggio. «Sugimoto - prosegue - è stato
antiquario e ha venduto dei pezzi ad importanti musei, esercita l'attività di
architetto, ed è eccellente cuoco. E la perfezione si riscontra anche nel suo
studio a New York, con la divisione particolare degli spazi: una grande parete
dedicata al ritocco, dove una signora giapponese controlla con la lente ogni
minimo particolare. Qualcosa di stupefacente. Al primo piano un giardino
giapponese fatto di muschio, e una sala per la cerimonia del tè. Il rigore è la
sua ossessione. Ogni scatto prevede due o tre giorni di lavoro, di riflessione».
Nell'ultimo anno Sugimoto è stato spesso in Italia perché impegnato a lavorare
per progetti a Venezia, in Toscana.
E a Modena si trova come a casa, anche perché entusiasta della buona cucina,
e ha visitato i teatri che si prestano alla sua indagine che punta ad un rapporto
privilegiato tra bianco e nero che esalta la luce.
La rassegna (catalogo Skira, aperta, da mercoledì a venerdì 15-19, sabato e
domenica 11-19, fino al 7 giugno: ingresso 5 euro, libero accesso tutti
mercoledì) verifica 40 anni di ricerca, rivolta ad analizzare la logica del
linguaggio e quella della conoscenza; dalla serie “Seascapes”, con mari e
oceani, come luoghi della vita, che egli paragona al “liquido amniotico”, alle
strutture architettoniche di modernismo che hanno cambiato il panorama
urbano; dai teatri impiegati come cinema, per trovare relazione con milioni di
immagini che essi hanno accolto, ai diorami (animali impagliati collocati
davanti a fondali dipinti che sembrano veri) del Museo Americano di Storia
Naturale, e ai ritratti di statue di cera liberate dalle scenografie del Museo di
Madame Tussauds di Londra.
Si va anche dalla serie “Lightning Fields” con campi di luce nati dall'uso di
scariche elettriche sulla pellicola, a “Photogenic Drawings” ottenuti con
interventi del maestro giapponese sui negativi originali che l'inventore della
fotografia W.H. Fox Talbot non aveva mai stampato. Una sezione della mostra
è dedicata alle monografie sull'artista pubblicate, dal 1977 al 2104, in tutto il
mondo.
Unanime soddisfazione da parte di Andrea Landi, presidente della Fondazione,
impegnata anche essa nella formazione dei giovani; dell’assessore alla Cultura
Cavazza che richiama la necessità di un polo delle arti visive a Modena; di
Enrico Quarantiello, dell'Unicredit che sostiene, da tempo, le iniziative della
Fondazione.
18
Bibbiano omaggia il “suo” Stanislao Farri alla galleria
Ottagono
di Cristina Fabbri da http://gazzettadireggio.gelocal.it/
Stanislao Farri è uno dei fotografi più attivi e noti del nostro territorio. Nativo
di Bibbiano, ha esposto i suoi scatti in giro per il mondo e, ora, ha deciso di
“fare ritorno a casa”. Infatti, a partire da ieri nel suo paese natale, vengono
esposte alcune delle sue fotografie. Viene fatto dunque un omaggio importante
alla sua lunga carriera di artista, iniziata già nei primi anni Quaranta del secolo
scorso. L’anno scorso è stato il Comune di Reggio a ringraziare il decano dei
fotografi reggiani donandogli, all’età di 90 anni, il Primo Tricolore. Ora è la
volta di Bibbiano: la mostra, inaugurata ieri, alla Galleria d’arte contemporanea
L’Ottagono, è dedicata alle “Figure nel paesaggio” e resterà aperta fino a fine
marzo.
«È con grande piacere – sottolinea il sindaco Andrea Carletti – che ospitiamo la
mostra di un grande bibbianese, uno dei massimi esponenti della fotografia
italiana, conosciuto e apprezzato a livello internazionale. Grazie di cuore al
Maestro Farri, che ha deciso di tornare nella sua Bibbiano per raccontare,
attraverso le immagini che ha catturato con particolare maestria, la sua
brillante vita artistica.
Una vita che l’ha condotto ben oltre i confini nazionali. Torna nella sua
Bibbiano, sottolineandone il forte legame, con, tra le altre, anche eccezionali
foto inedite. La fotografia è un’arte che il Maestro Farri rappresenta in modo
esemplare e unico. Qui si offre agli amanti della cultura una grande,
straordinaria, occasione».
Nel corso della sua carriera Farri ha ottenuto apprezzamenti e riconoscimenti
sia in Italia che all’estero, dove l’interesse per il suo lavoro è andato crescendo.
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Ha partecipato a grandi mostre fotografiche, dalla Spagna, agli Stati Uniti,
passando per la Svizzera. Nel 2003, Palazzo Magnani gli ha dedicato una vasta
esposizione antologica: “Stanislao Farri. Memorie di luce. Fotografie 19432003”. L’anno scorso, nell’ambito di Fotografia Europea, ha proposto alla città
la mostra “Bonjour, Monsieur Calatrava”, nella sede di Bfmr & Partners. E ora
la sua arte vi aspetta a Bibbiano.
La mostra, curata dal critico Sandro Parmiggiani, anche lui bibbianese, sarà
visitabile nei fine settimana e, su appuntamento, anche nei giorni feriali (info:
348.53.06.266).
Quando l'occhio diventa una spia.
Paolo Vigevani dal bianco-nero al colore
da http://scaviscaligeri.comune.verona.it/
Venerdì 20 marzo 2015 alle ore 18 si è inaugurato, presso il Centro
Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, la mostra Quando l’occhio
diventa una spia: Paolo Vigevani dal bianco-nero al colore, opere
dell’artista Paolo Vigevani, a cura di Italo Zannier.
Visitabile fino al 10 maggio 2015, la mostra raccoglie una selezione di 134
fotografie realizzate dall’artista a partire dalla fine degli anni ’60 fino ad oggi.
Dagli scatti in bianco e nero a quelli a colori, dall’uso sapiente dell’analogico
alla scoperta del digitale, la mostra presenta le diverse anime di questo artista,
il quale, pur rimanendo fedele a se stesso, ha saputo stare al passo con le
innovazioni tecniche e tecnologiche del mezzo fotografico, studiandone e
sfruttandone con curiosità le più ampie possibilità espressive.
Paolo Vigevani è un «fotoamatore», come lo definisce Zannier, che con rigore e
inventiva «individua nel caos del paesaggio reale, di volta in volta, un
elemento significativo […] per coglierne l’essenza figurativa».
Geometrie, riflessi, linee, forti contrasti e delicati equilibri compongono il
linguaggio artistico di Vigevani, che si sviluppa su diverse direttrici, concettuali
prima che cronologiche.
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Il particolare, spesso molto circoscritto, quel «qualcosa che fa scattare
l’immagine», al gioco dei riflessi, del doppio, di vetri e specchi, anche
d’acqua; il paesaggio, rappresentato come un quadro astratto dove dominano
linee, geometrie, contrasti e campi di puro colore; gli scatti che immortalano
murales usurati, manifesti strappati e muri scrostati, testimoni dell’inesorabile
passare del tempo ma anche della perfezione che si può nascondere dietro
l’imperfezione; questi i temi cari a Vigevani.
Anche quando il suo obbiettivo cattura l’essere umano, la composizione
dell’immagine vive di equilibri e schemi nascosti, dietro ad un’apparente
spontaneità dello scatto. Immagini rubate certo, ma costruite con sapienza e
consapevolezza.
Italo Zannier, curatore della mostra, accompagna lo spettatore alla scoperta di
queste direttrici di senso, attraverso salti cronologici necessari per una più
profonda comprensione del percorso di un artista, Paolo Vigevani
appunto, capace di cogliere e mostrare quell’ordine e quell’armonia che si
celano dietro al caos della realtà, ordine ed armonia che raramente i nostri
occhi sono in grado di cogliere.
Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri,cortile del Tribunale (Piazza
Viviani) – Verona-tel. 045 8007490–045 8013732 e-mail:
[email protected]
Aperta al pubblico con ingresso libero dal 20 marzo al 10 maggio 2015,
da martedì a domenica dalle 10 alle 19. Lunedì chiuso.
Catalogo della mostra:
Quando l’occhio diventa una spia. Paolo Vigevani dal bianco-nero al colore, a
cura di Italo Zannier.
> VEDI FOTO
- See more at:
http://scaviscaligeri.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=46239#sthash.lN5
LgQmH.dpuf
Il Kabuki dei tre Samurai Araki Morimura Sugimoto
da http://www.artribune.com/
a cura di Graziano Menolascina
Provocatori, pornografici, choccanti. Oppure sensuali, poetici e disincantati.
Nobuyoshi Araki, Yasumasa Morimura e Hiroshi Sugimoto i tre fotografi
Nipponici protagonisti della mostra “Il Kabuki dei tre Samurai” ci guidano in un
viaggio tra tradizione e contemporaneità. Nobuyoshi Araki tra gli artisti più
21
rappresentativi e prolifici della storia della fotografia, racconta la donna, l’eros
e il suo Giappone attraverso scatti che arrivano allo spettatore per affascinarlo
e sconvolgerlo allo stesso tempo. Il suo percorso artistico non può prescindere
dalla donna. Prima la moglie, fotografata durante il viaggio di nozze, poi le
donne dei quartieri a luci rosse e infine tutte le altre, che si offrono allo
sguardo senza resistenza. Tra loro anche Lady Gaga, ritratta nel 2009 per
Vogue Hommes Japan. Le donne di Araki sono riprese legate con corde,
mollemente sdraiate su letti disfatti, lascivamente distese sul pavimento e così
raccontano l’eros e la sensualità, la tradizione giapponese fatta di fiori e
kimono e la modernità un poco decadente. L’occhio che le ammira si sente
turbato, nel loro sguardo invece sembra assente la volontà di provocare. Ci
sono però quei corpi ostentati e nudi, i seni stretti dalle funi e il sesso mostrato
in modo diretto a rimandare indiscutibilmente all’eros orientale.Yasumasa
Morimura si appropria di icone universali della storia dell’arte , dei mass media
e della cultura popolare e le ripropone interpretandole in prima persona. In
particolare Morimura è interessato dalle trasformazioni sociali politico e
culturali avvenute nella seconda metà del Novecento ovvero i mutamenti
dovuti alla penetrazione del capitalismo e dei miti del mondo occidentale in
Giappone. Dopo l’inizio incentrato sul dialogo col la storia dell’arte del passato,
Morimura rivolge il suo sguardo al Novecento. Impersona Einstein, Marylin,
Frida Khalo, Hitler utilizzando un linguaggio maniacale per i dettagli. L’opera di
Marilyn Monroe tratta dalla serie “Actress”, è un esempio del procedimento
creativo di Morimura: come un vero artista, mediante un cambio di identità,
prova ad uscire da se stesso e diventare un “altro”. Le opere sono
caratterizzate da uno stile raffinato e da una cura per il dettaglio e l’uso di
ritocchi digitali, di costumi, pose e accessori ricercati che le rendono uniche.
Attraverso una sorta di sdoppiamento di personalità Morimura si immerge nella
vita degli altri, dei “grandi” che hanno segnato la storia provando a guardare
l’esistenza con i loro occhi. I suoi lavori (fotografie, performance, video) non
sono identificazione ma “riproporsi di sé in un altro” sottolineando il disagio che
la popolazione giapponese ha nel subire la cultura occidentale. I tratti somatici
non modificati, sono l’unico mezzo che Morimura ha per rivendicare la propria
origine e le proprie tradizioni e l’unica via per fare ciò è la provocazione. Le sue
opere più famose sono “Requiem form the XX century e “Actress”. Le fotografie
che compongono le serie di Hiroshi Sugimoto, lontane dal costituire
attestazioni dirette della realtà, sono immagini mentali, concetti la cui
materializzazione è resa possibile grazie a un rigoroso controllo del mezzo
fotografico e del processo manuale di stampa, seguito anch’esso
personalmente dall’artista. Nella serie *Theatre* – realizzata fotografando con
tempi di esposizione lunghissimi sale degli anni ’20 e ’30, cinema degli anni ’50
e drive in – la luce bianca degli schermi rettangolari, che illumina il resto
dell’ambiente, contiene in sé l’intera proiezione del film. In *Architectures* la
tecnica dello sfocato priva le architetture moderniste di connotazioni temporali.
I lunghi tempi di esposizione dei *Seascape* bloccano il movimento delle onde
in immagini eterne, mentre il soggetto dei *Portraits* realizzati fotografando i
personaggi dei musei delle cere è l’immortalità stessa. Il tempo è dunque il
tema dominante nell’opera di Sugimoto, la cui ricerca artistica è sempre volta a
trovare soluzioni ai problemi di rappresentazione e visualizzazione da esso
posti.
a Torino fino al 18/04/2015, GALLERIA IN ARCO Piazza Vittorio Veneto 3,
+39 0118122927 sito web www.in-arco.com e-mail [email protected]
22
Florence Henri, forma inquadrante
di Maurizio Giufrè da http://ilmanifesto.info/
A Parigi, Jeu de Paume, le fotografie 1927-1940. La formazione berlinese
anni dieci di Florence Henri è alla base di un’idea di avanguardia tutta giocata
su elementi astratti (sfere piani griglie) ma mai formalistica
Florence Henri, «Bretagna», 1937-’40
Sono quasi quaranta gli anni che separano la prima esposizione su Florence
Henri nel 1978 al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris da quella appena
inaugurata (aperta fino al 17 maggio) al Jeu de Paume, curata da Cristina
23
Zelich: Florence Henri Miroir des Avant-gardes (1927–1940). Le sue fotografie,
oggi come allora, testimoniano la singolarità di una ricerca estetica che per
temi svolti e questioni poste rappresenta un nodo centrale nella storia delle
avanguardie artistiche del secolo scorso. In entrambe le mostre, ma soprattutto in quella attuale, non si sarebbe giunti ad apprezzare così bene il valore
dell’artista senza il lavoro d’indagine di Alberto Ronchetti e Giovanni Battisti
Martini: due giovani galleristi genovesi che all’inizio degli anni settanta incontrano in più occasioni Henri a Bellival, un piccolo centro dell’Oise, ricostruendone nei particolari le fasi del suo percorso artistico prima della scomparsa
avvenuta nel 1984.
Martini ne ripercorre nel catalogo (Édition Photosynthèses & Jeu de Paume)
i momenti più significativi. Florence Henri nasce a New York nel 1893 da madre
tedesca e padre francese, ma è orfana da bambina. La sua adolescenza è un
assiduo girovagare: nel 1902 è a Parigi dove entra in collegio e studia il pianoforte, nel 1906 si trasferisce nell’isola di Wight dove vive tre anni prima di
giungere nel 1907 a Roma ospite della sorella del padre, Anny Gori, moglie di
Gino Gori, tramite i quali conosce Marinetti, Russolo e D’Annunzio. A Roma frequenta l’Accademia di Santa Cecilia dove incontra Ferruccio Busoni, che sarà il
suo maestro a Berlino dove si trasferisce tra il 1912 e il 1918 per perfezionare
lo studio del piano. È nella capitale tedesca che matura il proposito di abbandonare la musica per la pittura, consapevole, forse, che non sarebbe mai potuta
diventare un’affermata concertista ma altresì convinta che cimentarsi in altre
discipline artistiche non sarebbe stato un ripiego, considerando la scelta nella
prospettiva dell’«arte totale» (Gesamtkunstwerk). Musica e arti figurative,
infatti, si incontrano nelle esposizioni della Galerie Der Sturm, dove espongono
gli artisti del Blaue Reiter, i futuristi italiani e gli espressionisti francesi, e nel
primo Salone d’Autunno (Herbestsalon) tedesco. Tra gli anni dieci e venti Henri
inizia ad assorbire le molteplici espressioni dell’astrattismo che scopre sia nei
corsi di pittura che frequenta a Berlino (Walter-Kurau), a Düsseldorf (Einrich
Nauen) e a Weimar (Klee e Kandinskij al Bauhaus), sia nel confronto diretto
con gli artisti con cui entra in contatto: da Hans Richter a John Heartfield, da
Hans Arp a Làszlò Moholy-Nagy, da Ivan Puni a Carl Einstein, lo storico
dell’arte con il quale stringerà una forte amicizia.
Come notò Paolo Barbaro nel 1998, è difficile stabilire la «genealogia» del linguaggio fotografico di Florence Henri. Tuttavia è certo che se la fotografia sarà
il suo interesse prevalente quando nel 1924 lascerà Berlino per Parigi, è nella
sua formazione berlinese che vanno individuati i diversi modelli ai quali la Henri
guarda con interesse, diversamente dalle tecniche (pittoriche, grafiche, cinematografiche) che invece non prenderà mai in considerazione per la loro esclusiva autonomia formale. La mostra parigina tralascia di riannodare i fili con gli
anni della formazione, che sarebbero stati abbastanza facilmente ricostruibili
attraverso una scelta di opere di artisti del suo entourage. Si è preferito iniziare con gli Autoritratti e i Doppi ritratti degli anni 1927 e 1928, nei quali se
è evidente la lezione di Moholy-Nagy – teorico di un uso «produttivo» e creativo del mezzo fotografico al fine di rifondare nuovi linguaggi comunicativi –
può risultare riduttivo l’univoco riferimento allo stile Bauhaus. Due almeno le
ragioni: è documentato che la Henri a Dessau non si dedica alla fotografia,
inoltre che al Bauhaus la fotografia inizia a essere insegnata solo dal 1928 con
Walter Peterhans e quando Moholy-Nagy lascia il suo Vorkurs a Josef Albers. La
«quantità incredibile di idee sulla fotografia» che l’artista confida in una lettera
al suo amico Lou Sheper allegandogli i ritratti allo specchio di altri due suoi
amici, lo svedese Charly e Margarete Schall, maturano, quindi, in ambienti
diversi da quelli della famosa scuola.
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Rimarcare quest’aspetto significa confermare che le riflessioni di Florence Henri
su una nuova visualità sono in quegli anni un’assoluta novità, confrontabile
solo con quella di pochi altri artisti. Lo comprese bene Rosalinda Krauss, che
volle inserire l’Autoriritratto di Florence Henri trattando la fotografia dei surrealisti, pur riconoscendo una «leggera distorsione» nell’accostamento. Lo specchio, che così ripetutamente troviamo in molte composizioni fotografiche
dell’artista, è solo un espediente per distogliere il nostro sguardo dal contenuto
e definire l’inquadratura così come anni dopo fece Man Ray (Monument à Sade,
1933). Dichiarò la Henri: «Io non cerco né di raccontare il mondo né di raccontare i miei pensieri». Aggiungendo: «Tutto quello che conosco e il modo in cui
lo conosco è fatto anzitutto di elementi astratti: sfere, piani, griglie le cui linee
parallele mi offrono grandi risorse e anche specchi che sono da me usati per
presentare in una sola fotografia lo stesso soggetto sotto diverse angolazioni».
La realtà attraverso la macchina fotografica le risulta così dilatata e la sua
scrittura fotografica comincia a incontrare adesioni in pubblicazioni («Foto
Auge», «Die Form», ecc.) e in mostre: Film und Foto (1929) – organizzata
a Stoccarda dal Deutscher Werkbund, la annovera insieme a Weston, Kertész,
Rodtchenko, Man Ray e Beaton – e subito dopo Das Lichtbild a Monaco (1930)
e Foreign Advertising Photography a New York (1931).
Il repertorio dell’artista durante gli anni trenta è ricco di ogni genere di espedienti tecnici e tematici, sempre però dominato dalla «forma inquadrante»
attenta e rigorosa del soggetto fotografico. La città è presente con i suoi elementi industriali e meccanici estrapolati dal loro contesto per inediti assemblages. Tuttavia se nelle Composition abstraite si riscontra il debito con Léger
(suo insegnate all’Académie Moderne), così come nella fotografia Marsiglia
(1929) il riferimento è ai tagli obliqui di Rodtchenko, una diversa sintesi regola
la composizione delle sue fotografie. Sempre in equilibrio tra realtà e artificio,
la Henri non cederà mai alla pura astrazione, piuttosto, quasi in controtendenza, si orienta a investigare le forme della natura (e della Storia) praticando
il raddoppiamento dell’immagine con le più diverse tecniche: dalle esposizioni
multiple al collage. Nelle sue Nature morte è riprodotta la frammentazione e la
moltiplicazione del soggetto con l’inserimento di specchi inclinati tra i frutti o le
foglie in primo piano che generano una percezione dinamica della composizione, con un rinvio all’estetica cubista e futurista che rappresenta il passaggio
verso quella «metafisicità» che segna le fotografie su Roma.
Concentrati nel Foro Romano, gli scatti sono eseguiti nell’inverno tra 1931 e il
1932 e produrranno una serie di fotomontaggi nei quali tutto è dato sotto
forma di rovina. Ancora una volta l’immagine, ricomposta con fantasia nella
sua dimensione astorica, è fissata per frammenti e secondo diversi punti di
vista, senza alcun sentimento di malinconia, piuttosto di voluto straniamento.
In questo Florence Henri intuì ciò che Baudrillard esporrà nella sua filosofia
molti decenni dopo. Ad esempio la perdita di senso che deve distinguere l’atto
del vedere e la composizione dell’immagine fotografica. «L’intensità
dell’immagine è commisurata alla sua negazione del reale – scrisse il filosofo
francese – e all’invenzione di un’altra scena». Se esaminiamo le fotografie pubblicitarie che la Henri realizza per importanti aziende (Maison Lanvin, il pastificio La Lune, la casa discografica Columbia) all’oggetto da reclamizzare sono
state tolte «tutte le sue dimensioni: il peso, il rilievo, il profumo, la profondità,
il tempo, la continuità, e ovviamente il senso» e così facendo, di nuovo con
Baudrillard, l’immagine «disincarnata» ha potuto assumere tutto il suo «potere
di fascinazione». Florence Henri ha compreso come pochi altri il significato che
sta nella «rifrazione del mondo, nel suo dettaglio» prodotto nel fotogramma.
Anche quando alla fine degli anni trenta si avvia a concentrare i suoi interessi
25
sulla pittura le ultime fotografie di paesaggi (Bretagna), di ritratti o di architetture (Parigi, Fiera Mondiale, 1937) avranno sempre il rigore dell’inquadratura,
senza cessioni al formalismo. Come, infatti, fece rilevare nel 1934 il critico Jacques Guenne, «tutto il fascino delle sue immagini senza trucco viene
dall’imprevisto che regola l’unione degli oggetti».
L'ultimo fotografo della storia
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
"Sono orgoglioso di essere l'ultimo fotografo della storia", dice Hiroshi
Sugimoto con un'ironia che il suo volto orientale non lascia del tutto decifrare.
"La storia della fotografia è durata quasi centottant'anni, ora può
terminare. Io ho lavorato sempre con la chimica, con la pellicola.
L'elaborazione digitale, oggi, apre un'altra storia per l'immagine, più vicina alla
pittura. Lo sa che i dipartimenti di polizia in tutto il mondo stanno smettendo di
usare le fotografie come prove?".
Hiroshi Sugimoto, Tyrrhenian Sea, Conca 1994, © Hiroshi Sugimoto, courtesy l’artista
Questa in cui stiamo passeggiando, dunque,questa mostra di uno dei più
celebrati fotografi viventi, questa mostra rarefatta, meno di quaranta grandi
raffinatissime stampe sotto le volte dell'antico, vasto Foro Boario di Modena,
questa mostra disposta come un sapiente ikebana, dove è quasi impossibile,
da qualsiasi punto, vedere più di un paio di immagini per volta, questa
potrebbe essere una mostra da fine dei tempi.
Si intitola, in effetti, Stop Time, ma anche questa espressione è tutta da
decifrare. A cosa allude? Un paradosso: il tempo è immobile? Un'angoscia: il
tempo si è fermato? Oppure un'invocazione: fermate il tempo?
La terza no. Nessuna delle visioni dei quarant'anni di lavoro di Sugimoto
risponde all'imperativo di Goethe: "Fermati attimo, sei bellissimo!". Nessun
istante decisivo, nelle sue fotografie.
Prendi Seascapes, ad esempio, una delle sue serie più celebri e
disorientanti, solo mare e cielo che si dividono a metà l'inquadratura,
nient'altro: quello del mare aperto è l'unico paesaggio al mondo assolutamente
svuotato di storia, identico a se stesso da milioni di anni.
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Obietta: "Non è vero che non c'è la storia, in un orizzonte di solo mare e
cielo. L'aria, l'acqua sono inquinati e questa è storia umana, per cercare un
cielo limpido ormai devo andare in mari molto lontani. Ma soprattutto c'è la
consapevolezza dell'uomo di essere nella storia. Immagini il primo uomo sceso
sulla Terra: si guarda attorno, vede questo vuoto, è quello il momento in cui è
obbligato a dirsi: io sono qui, e ci sono ora. La fotografia ha solo reso tangibile
la consapevolezza che, senza l'uomo, la storia non esiste".
Il primo mestiere di Sugimoto aveva a che fare con la storia: l'antiquario, e
qualcosa gli è rimasto dentro. Ha speso una follia, dice un milione di dollari,
per comprare alcuni negativi di carta di William Henry Fox Talbot, uno degli
inventori della fotografia, incunaboli rarissimi e inediti, e poterli stampare per
la prima volta.
E anche adesso, che vive di fotografia, continua a collezionare oggetti
sospesi fra due o tre mondi: il Giappone delle sue origini, gli Usa dove ha
raggiunto la celebrità, l'Europa di cui conosce minuziosamente la storia.
E di nuovo ti spiazza con l'ironia: "Appartengo ai luoghi dove mi fanno
lavorare. In Italia mi fate lavorare molto, ultimamente vivo più qui che a New
York, è la mia seconda casa".
Hiroshi Sugimoto, Napoleone Bonaparte, 1999, © Hiroshi Sugimoto, courtesy l’artista
A 67 anni, è uomo di molte esistenze: scenografo, book designer,
architetto, regista di teatro Noh e di marionette. Nel suo loft newyorkese
coltiva un prato di muschio. Nella sua casa di Tokyo prepara in casseruole
vecchie di secoli cene d'autore per un solo invitato. "Il mio prossimo libro sarà
un libro di cucina".
Per il catalogo della mostra di Modena(curata da Filippo Maggia) ha scritto
un testo, lungo, inatteso: sulla storia della fotografia come illusione. "Daguerre
era un imprenditore dell'illusionismo, anche un po' un imbroglione, sapeva che
la gente vuole credere alle immagini, e ne approfittò". Prima di inventare la
fotografia infatti aveva fatto fortuna con il Diorama, dipinti animati che davano
l'illusione di scene viste dal vero.
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Sugimoto adora fotografare diorami, li ha cercati nei musei di storia
naturale, quelle scene di fondali dipinti e animali impagliati che nelle sue
fotografie diventano veri paesaggi.
"Per me tutto il mondo è un'illusione, la fotografia produce immagini
illusorie del mondo, quindi è una specie di raddoppio", come in un'algebra della
visione dove illusione per illusione è uguale a verità. Ecco i suoi ritratti di
personaggi storici: Napoleone, la regina Vittoria, anche più indietro nel tempo,
"sono stato un fotografo del Seicento...".
Erano i manichini di Madame Tussaud, un'altra illusionista di cui Sugimoto
sa vita morte e miracoli. "Le statue di cera sono corpi morti che rendono
l'illusione della vita".
Immagini di immagini, al quadrato, magari al cubo: a Sugimoto non
dispiacerebbe finire anche lui nel museo delle cere, magari nella posa di chi sta
fotografando la statua di ceradel duca di Wellington vivo che guarda la statua
di cera di Napoleone morto...
Non è inquietante un mondo dove le uniche immagini che sembrano vere
sono finzioni di finzioni? A un certo punto della sua carriera, a cavallo degli
anni Ottanta, Sugimoto sembra aver avvertito il pericolo. Ha cominciato a
produrre immagini svuotate di immagini.
Hiroshi Sugimoto, El Capitan, Hollywood, 1993, © Hiroshi Sugimoto, courtesy l’artista
I paesaggi marini, già detto. Soprattutto Theaters: obiettivo puntato verso
lo schermo di un cinema durante la proiezione (sta aggiungendo alla serie i
teatri antichi italiani convertiti in cinema), tempo di posa pari alla durata del
film, e naturalmente quel che viene fuori è uno schermo completamente bianco,
il cui debole riverbero rivela la sala. Troppe immagini, uguale nessuna immagine.
Ci sta forse chiedendo di pulire lo sguardo dall'eccesso di visioni? "Sì...",
risponde non del tutto convinto, "forse il suggerimento è questo".
Ci ripensa: "Ma la durata di un film può rappresentare la vita di una
persona, e allora questo è il lampo luminoso in cui, al momento della morte, si
rivede tutta la vita in un solo istante... Succede davvero così, lo ricordo bene
dall'ultima volta che sono morto...".
[Una versione di questo articolo è apparsa su La Repubblica domenica 8 marzo 2015]
Tag: Filippo Maggia, Fondazione Fotografia, Hiroshi Sugimoto, Modena, Napoleone, Wellington,William
Henry Fox Talbot Scritto in Autori, Da vedere, Venerati maestri | Commenti »
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Mario Cresci - Paolo Riolzi
da http://undo.net/it
MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA, CINISELLO BALSAMO (MI)
'Racconti privati. Interni 1967-1978' presenta fotografie realizzate da
Mario Cresci nel periodo 1967-1978, quando viveva in Basilicata. Paolo
Riolzi espone il progetto di arte pubblica 'Vetrinetta' dedicato a quegli
elementi d'arredo che custodiscono e mettono in mostra gli affetti e le
storie personali.
COMUNICATO STAMPA
Mario Cresci
Racconti privati. Interni 1967-1978
a cura di Roberta Valtorta
La mostra presenta una selezione di fotografie realizzate da Mario
Cresci tra Tricarico e Barbarano Romano nel periodo 1967 -1978, quando
viveva in Basilicata. Nato a Chiavari nel 1942, Cresci si forma al Corso
Superiore di Industrial Design di Venezia. Tra il 1966 e il 1967 con il
gruppo di urbanistica Il Politecnico, nato a Venezia intorno al sociologo
Aldo Musacchio, scende a Tricarico, un paese in provincia di Matera. Il
progetto è la realizzazione del piano regolatore del paese e il compito di
Cresci è quello di occuparsi della grafica degli elaborati e del
rilevamento fotografico degli ambienti, degli oggetti e di tutti gli aspetti
della vita sociale e produttiva della comunità. E’ il tempo in cui sociologi
e intellettuali calano nel Mezzogiorno, riscoperto alla luce delle
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narrazioni di Carlo Levi e delle ricerche antropologiche di Ernesto De
Martino.
Dopo questo primo viaggio e dopo alcuni spostamenti, tra 1968 e 1969,
fra Roma, Parigi, Milano, Cresci torna in Basilicata e stabilisce la sua
casa a Matera, fino al 1988, quando si trasferisce a Milano, e
successivamente a Bergamo. La lunga permanenza in Basilicata gli
permette di lavorare sui concetti di territorio, memoria, archivio, temi
che intreccia in modo “naturale” alle questioni del progetto, dei
linguaggi espressivi, della visione, centrali nella sua opera.
Nel 1967 realizza la serie Ritratti mossi (ripresa poi nel 1974), figure in
interni i cui volti cancella attraverso il mosso fotografico. Mentre gli
oggetti e i luoghi risultano a fuoco e quindi sono descrivibili, le persone
si presentano illeggibili: Cresci, appena arrivato, tenta un racconto delle
loro identità attraverso i dati fisici dell’ambiente. Tra il 1967 e il 1972
realizza la serie Ritratti reali, riprese di gruppi familiari che pos ano in
interni tenendo in mano fotografie dei loro antenati. Il rapporto fra lo
sguardo delle persone riprese e lo sguardo degli antenati rappresentati
nelle fotografie crea un corto circuito tempo reale -memoria. Per Cresci
Ritratti reali è un lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente
su se stesso: infatti si autoritrae mentre tiene in mano le fotografie dei
suoi antenati. Fra il 1978 e il 1979 realizza un’ampia serie di ritratti in
interni a Barbarano Romano, sempre annullando la fisionomia del le
persone attraverso il mosso, e sempre comprendendo anche se stesso
fra queste persone. Si tratta di lavori nei quali l’identità dell’individuo e
della comunità viene letta attraverso gli oggetti e gli arredi della casa.
Scrive: “Mi ha sempre affascinato il rapporto degli oggetti con le
persone, soprattutto quelli d’uso, appartenenti alla cultura materiale
dell’uomo, quelli della sua storia: dagli utensili più semplici a quelli più
complessi, sino ad arrivare alle forme più evolute del design
contemporaneo”.
Il Museo di Fotografia Contemporanea conserva 280 fotografie
dell’autore, che datano dalla metà degli anni Sessanta. Una parte delle
opere in mostra è tratta dal Fondo Lanfranco Colombo (Regione
Lombardia), una parte è stata gentilmente prestata dall ’autore per
questa occasione espositiva.
----Vetrinetta
Un progetto pubblico di Paolo Riolzi
a cura di Matteo Balduzzi
Il Museo di Fotografia Contemporanea, in continuità con la sua attività
decennale di ricerca e sperimentazione di innovative for me di dialogo
con il territorio, presenta un nuovo progetto di arte pubblica dedicato
alle vetrinette, elementi d'arredo che raccolgono, custodiscono e
mettono in mostra gli affetti e le storie personali.
Il progetto, realizzato grazie al contributo di Fondazione Cariplo, vede
la collaborazione dell'Associazione Marse e il sostegno degli Enti
30
Fondatori del Mufoco: Città Metropolitana di Milano e Comune di
Cinisello Balsamo.
"Vetrinetta" è aperto alla partecipazione del pubblico e culminerà in una
mostra al Mufoco dal 14 marzo al 6 settembre 2015 (inaugurazione:
sabato 14 marzo ore 17) e una pubblicazione che racconterà la storia di
una comunità attraverso gli oggetti che custodisce.
Vetrinetta è un progetto di arte pubblica ideato dall’artista Paolo Ri olzi
su incarico del Museo di Fotografia Contemporanea e finanziato dalla
Fondazione Cariplo nell’ambito del bando “Protagonismo culturale dei
cittadini”.
Il progetto si basa su uno specifico elemento di arredo - la vetrinetta,
appunto - che raccoglie, custodisce e mostra all’interno delle abitazioni
gli affetti personali o familiari dei proprietari e traccia in tal modo
un’affascinante biografia dei ricordi e dei desideri. Considerate nel loro
insieme, le vetrinette costituiscono un vero e proprio paesag gio sociale
formato da infiniti micro-racconti del quotidiano, e arrivano così a
comporre una fotografia-mondo dell’identità collettiva.
Il progetto "Vetrinetta", intraprende con ironia, curiosità e affetto, un
lungo viaggio nel tessuto sociale della città di Cinisello Balsamo,
operando all’interno della dialettica tra pubblico e privato, tra storia
personale e identità collettiva, per riattivare attraverso dispositivi
differenti un processo di dialogo tra le persone e tra le generazioni.
Il progetto opera attraverso il coinvolgimento di un gruppo di giovani
del territorio e si articola in una serie di step:
il censimento delle vetrinette esistenti sul territorio, che andranno a
costituire un vero e proprio archivio collettivo che sarà consultabile
all'interno della mostra e on line;
una serie di interviste condotte da giovani ricercatori guidati dal
sociologo Paolo Volontè, che approfondiscono le biografie personali dei
partecipanti a partire dagli oggetti contenuti nelle vetrinette, attraverso
il racconto di storie, ricordi ed emozioni;
una mostra al Museo di Fotografia Contemporanea che si terrà dal 14
marzo al 6 settembre 2015, nella quale saranno presentate le
riproduzioni fotografiche in scala 1:1 di alcune vetrinette e sarà
consultabile l'archivio di tutte le vetrinette censite e le interviste
realizzate. L'archivio sarà implementato durante la mostra attraverso la
partecipazione diretta dei cittadini;
una grande vetrinetta pubblica allestita all'esterno del Museo, nella
quale ognuno potrà portare un oggetto e contribuire al racconto
collettivo della città;
una serie di caffè nelle case dei partecipanti al progetto che
rappresentano un momento di scambio informale tra cittadini e
visitatori del museo;
31
una pubblicazione che sarà presentata a giugno 2015 e che si
configurerà come una storia della città attraverso le vetrinette custodite
nelle case e i racconti dei loro abitanti.
Fin da ora è possibile partecipare al progetto segnalando la propria
vetrinetta e la disponibilità a collaborare per costruire il grande archivio
delle vetrinette a [email protected]
Vetrinetta: [email protected]
Museo di Fotografia Contemporanea
via Frova, 10 (Villa Ghirlanda) Cinisello Balsamo
fino al 06 settembre 2015 orari: merc-ven 15-19, sab e dom 11-19
ingresso libero
“Luci, sguardi e zucchero filato. Giostre e giostrai a
Venezia. 1957 - 1962”di Luigi Ferrigno
Comunicato Stampa da http://www.comune.venezia.it/
Lunedì 16 marzo, alle ore 16.30, alla Casa del Cinema di Venezia - Palazzo
Mocenigo, Santa Croce, 1990 - sarà inaugurata, alla presenza dell’autore, la
mostra fotografica di Luigi “Gigi” Ferrigno “Luci, sguardi e zucchero filato.
Giostre e giostrai a Venezia. 1957 – 1962”, organizzata dall'Archivio della
Comunicazione del Comune di Venezia, in collaborazione con Iveser (Istituto
veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea), Casa
del Cinema e Circuito Cinema.
32
“La mostra -scrive in una nota Tiziano Bolpin responsabile dello stesso
Archivio- prosegue nel lavoro di ricerca, archiviazione e valorizzazione del
vasto, quanto inesplorato patrimonio fotografico di quegli autori veneziani che,
nel corso della seconda metà del Novecento, hanno documentato 'per
immagini' Venezia e il suo territorio, l’economia e la società.
Il progetto fotografico portato avanti da Gigi Ferrigno, a cavallo tra gli anni
’50 e ’60, sul 'Luna Park' di Riva degli Schiavoni e in altri campi veneziani che
allora ospitavano le “giostre”, aveva lo scopo ben preciso di documentazione
sociale e d’intima indagine sull’uomo e sulla dignità della persona, sui suoi riti e
sul 'tempo lento' che ne scandiva il ritmo della vita. Non si trattava dunque di
esercizio tecnico ed estetico fine a se stesso, ma di vera e propria presa di
coscienza di un nuovo modo di fare fotografia, impostazione teorica questa che
lo accomunava a molti altri fotografi di allora, condizionati dalla fotografia
sociale proveniente d’oltreoceano senza ignorare quella sperimentale di alcuni
autori già affermati a livello internazionale”.
Una trentina di fotografie raccontano e ricordano, la magia del Luna Park
che coinvolgeva bambini e adulti di tutte le classi sociali, era luogo di
socializzazione e a volte nascondiglio per le “manche” scolastiche.
Nelle fotografie di Ferrigno, veloci, per lo più scattate di sera senza
cavalletto e senza flash scopriamo così un mondo di luci, sguardi e zucchero
filato, riflessi e “storie umane” che allo sguardo del visitatore potranno
sembrare perfino surreali.
Saranno presenti all'inaugurazione, oltre al fotografo “Gigi” Ferrigno, il
direttore delle Attività culturali del Comune di Venezia, Roberto Ellero, il
direttore Iveser, Marco Borghi, e i curatori della mostra, Tiziano Bolpin e
Silvano Venier dell’Archivio della Comunicazione.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 16 marzo al 13 giugno negli orari di
apertura della Casa del Cinema raggiungibile con la linea 1 Actv, fermata San
Stae.
Brassai. Pour l'amour de Paris
Comunicato Stampa da http://undo.net/it
Pour l'amour de Paris. L'esposizione, dedicata all'opera di uno dei piu'
grandi fotografi del '900, racconta la storia di una passione, quella che
ha unito per piu' di cinquant'anni il fotografo agli angoli e ai piu'
nascosti recessi della capitale francese.
Nell’ambito di EXPO IN CITTÀ, Comune di Milano | Cultura, Polo Musei
Storici e Musei Archeologici, la Fratelli Alinari Fondazione per la Storia
della Fotografia e l’Estate Brassaï, con il patrocinio dell’Ambasciata di
Francia in Italia e in collaborazione con Comune di Parigi, Dipartimento
Mostre; Institut français Milano e Camera di Commercio e Industria
francese in Italia presentano a Palazzo Morando | Costume Moda
Immagine, in anteprima in Italia, la mostra a cura di Agnès de Gouvion
Saint Cyr: “Brassaï. Pour l’amour de Paris”, dal 20 marzo al 28 giugno
33
2015 con conferenza stampa e inaugurazione giovedì 19 marzo, ore 12
e ore 18.
La mostra, una selezione di circa 260 fotografie originali, è stata ideata
per il Comune di Parigi da Philippe Ribeyrolles, nipote di Brassaï e
gestore dell’omonimo Archivio (Estate Brassaï), ed esposta all’Hotel de
Ville dall’8 novembre 2013 al 29 marzo 2014. A corredo della rassegna
milanese sono previsti seminari a Palazzo Morando e una retrospettiva
cinematografica, proposta dall’Institut français Milano presso la propria
sala cinema nella sede di Corso Magenta 63, con proiezioni a ingresso
libero il 31 marzo e il 14 e 21 aprile 2015, sempre di martedì alle ore
20.00.
“Brassaï. Pour l’amour de Paris”, dedicata all’opera intensa e luminosa
di uno dei più grandi fotografi del Novecento, racconta la storia
eccezionale di una passione, quella che ha unito p er più di cinquant’anni
il fotografo agli angoli e ai più nascosti recessi della capitale francese,
ma anche a tutti quegli intellettuali, artisti, grandi famiglie, prostitute e
mascalzoni, che hanno contribuito alla leggenda di Parigi. Sarà così
l’occasione di una vera e propria scoperta, l’opportunità di conoscere
l’intensa attività di questo straordinario autore che approda a Parigi
ancora bambino e che per tutta la vita vivrà la capitale francese come
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fonte delle sue riflessioni e fil rouge del suo lavo ro. Nato nel 1899 a
Brasso (l’attuale Braşov) in Transilvania, Gyula Halász (prende il nome
di Brassaï quando inizia a fotografare nel 1929) ha solo quattro anni
quando suo padre lo porta con sé a Parigi, dove è stato invitato, in
qualità di professore di letteratura, a trascorrere un anno sabbatico.
Questo periodo affascina il giovane e resta impresso nella sua memoria.
Il fascino per Parigi porta infatti Brassaï a raggiungere la “Ville des
lumières” nel 1924, dopo i suoi studi d’arte a Berlino. Ben prest o
incontra Robert Desnos e Jacques Prévert, i quali lo inseriscono
nell’ambiente degli artisti e degli intellettuali che hanno contribuito a
rinominare gli Anni Folli di Montparnasse e lo introducono al
surrealismo. Brassaï in quegli anni ricerca gli ogget ti più ordinari e ne
trasforma il significato, osa giustapposizioni insolite e defamiliarizza la
percezione, togliendo il reale dal suo contesto. Il suo pensiero si
concentra nel trasformare il reale in decoro irreale. Ecco come nascerà
la sua ostinata ricerca dei graffiti a partire dal 1929.
Allo stesso tempo Brassaï inizia a inseguire, nella luce notturna della
città, una Parigi insolita, sconosciuta e finora non degna di attenzione.
Durante le sue lunghe passeggiate che lo portano solo o in compagnia
di Henry Miller, Blaise Cendrars e Jacques Prévert, complici
nell’alimentare le sue curiosità, rende visibili le umili prostitute dei
quartieri “caldi” o i lavoratori della notte alle Halles, trasforma il rigore
classico dell’architettura parigina in scene particolari e fissa l’insolita
bellezza delle silhouettes fuggitive, delle illuminazioni accecanti o delle
nebbie della Senna. Questo flaneur impenitente descrive la città
seguendo i punti di vista che gli sono propri e che la luce cittadina gli
offre, come la visione panoramica di Parigi dall’alto della torre di Notre
Dame, il riflesso ripetuto all’infinito degli archi del ponte sulla Senna, la
pavimentazione dei Jardins des Tuileries disegnata dall’ombra dei
cancelli, i fiori del castagno che emergono dalla notte come un bouquet
nuziale o le apparizioni delle “belle di notte” nei portici oscuri.
AMICIZIE SURREALISTE
Nel 1932 Picasso, impressionato dal lavoro di Brassaï, gli affida il
compito di fotografare la sua opera scultorea, fino ad allora sconosciuta
e che deve essere pubblicata nel primo numero di una nuova rivista
d’arte: “Le Minotaure”. I due artisti scoprono di avere gusti e
affascinazioni in comune che hanno segnato il loro lavoro: le atmosfere
sensuali delle Folies Bergères, e non è sorprendente per questi
innamorati delle forme femminili o di quelle, sempre misteriose, delle
feste alle fiere in cui regnano cartomanti e indovini. Tra tanti spettacoli,
quello che attira maggiormente la loro attenzione è certamente il circo.
Qui vi ritrovano la bellezza dei corpi umani e la virtuosità degli sforzi
fisici, il dialogo tra la bestia e l’uomo, il senso dell’equilibrio e il gusto
per
il
mistero.
PARIGI, BELLA DI GIORNO
Scopritore infaticabile della Parigi notturna, Brassaï non è insensibile al
fascino della capitale alla luce del giorno. Egli ci propone così una
visione del tutto personale dei giardini del Luxembourg, una sedia
abbandonata, un leone minaccioso sotto la neve, piccoli artigiani - il
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gelataio, il venditore di palloncini, un fotografo ambula nte, il giardiniere
che raccoglie le foglie o le statue svestite.
Prova la stessa naturale empatia per gli argini della Senna che egli
percorre per incontrare gli innamorati, i pescatori, i senza tetto e
persino i cani. Passa da un quartiere all’altro – il Quartiere Latino,
Bercy, Auteuil – e analizza le specificità di ciascuno. Mentre documenta
la vita reale di questi spazi, sa anche catturare "lo spirito di ogni
quartiere di Parigi: la folla elegante di rue de Rivoli, i passanti davanti
ai negozi dei Grands Boulevards, i carbonai lungo la Senna a Bercy, ma
anche l’imponenza dei monumenti, la torre Eiffel, l’Arco di Trionfo e
soprattutto Notre-Dame e i suoi doccioni zoomorfi che rappresenta di
giorno, come di notte. Così, da qualsiasi lato si guardi il suo lavoro, vi
si ritrova Parigi, sempre Parigi”.
-------------------------“Brassaï. Pour l’amour de Paris”, Mostra a cura di Agnès de Gouvion
Saint Cyr.
Ufficio Stampa Comune di Milano, Elena Conenna T. +39 02 884 53314
[email protected] - Servizio Musei Storici Ufficio
Comunicazione Barbara Romano T. +39 02 884 62330 - 45924|
[email protected]
Fratelli Alinari - Fondazione per la storia della fotografia Valeria Cossu
Coordinamento progetti espositivi T. +39 055
2395211 [email protected] [email protected]
Institut Francais Milano Federica Corsi Chargée des Partenariats et
Relations avec la Presse T +39 02 48 59 19
26 [email protected]
Palazzo Morando|Costume Moda Immagine. Milano, via Sant’Andrea
6,piano terra, spazi espositivi - Orario: mart. – dom., ore 10 - 19.
Biglietteria: € 10,00 intero, € 8,50 ridotto per gruppi di almeno 15
persone, visitatori oltre i 65 anni, minori da 6 a 18 anni, studenti fino
25 anni, titolari di apposite convenzioni e coupon , € 5,00 ridotto
speciale per le scuole.
Ingresso gratuito ai minori di 6 anni, portatori di handicap e
accompagnatori, giornalisti, guide turistiche, un accompagnatore per
gruppo, due insegnanti accompagnatori per classe. Biglietto famiglia:
uno o due adulti 8,50 Euro cad. con figlio/i dai 6 ai 14 anni: 5 Euro cad.
Scuola e museo,
nasce la Casa della fotografia di Letizia Battaglia
Vota
di Paola Nicita da http://www.antimafiaduemila.com/
Un filo diretto con New York e con la Fondazione Aperture, corsi con fotografi,
quattro grandi mostre l’anno, uno spazio per la biblioteca, esposizioni
temporanee, una collezione di immagini su Palermo e incontri: i lavori al
Centro internazionale di fotografia ai Cantieri alla Zisa sono appena iniziati, ma
il progetto e le idee per recuperare uno dei capannoni industriali e trasformarlo
in luogo espositivo ci sono già da tempo.
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A credere fortemente in questo nuovo spazio e a promuoverne la realizzazione
sono la fotografa Letizia Battaglia, che sarà l’anima di questo museo-scuolalaboratorio, e l’architetto Antonietta Iolanda Lima, autrice del progetto che ha
donato all’amica e alla città in occasione degli ottanta anni della fotografa,
giorno in cui sindaco e assessori hanno simbolicamente tagliato il nastro per
dare inizio al conto alla rovescia che vedrà la creazione della struttura.
Nel frattempo Letizia Battaglia ha raccolto un primo nucleo di fotografie anche queste dono dei fotografi palermitani che hanno aderito al suo invito circa centotrenta, che costituiranno il cuore dell’archivio della città. Ma tra circa
un anno - questa la previsione della durata dei lavori, una volta bonificata
finalmente l’area dall’amianto - come sarà il Centro internazionale di Fotografia
- oggi Padiglione 18 dei Cantieri - quali le mostre e le iniziative in programma?
«Intanto la creazione dell’archivio - dice Letizia Battaglia - è stato un gesto
d’amore da parte dei fotografi. Per l’inaugurazione abbiamo in progetto una
grande mostra collettiva sui fotografi italiani, che realizzerò insieme a
Giovanna Calvenzi, e subito dopo una importante collettiva internazionale, che
sarà curata da Melissa Harris e Meg Shore». Le due curatrici, entrambe della
Fondazione Aperture di New York, punto di riferimento per la fotografia
internazionale, hanno già collaborato con Letizia Battaglia, e selezioneranno i
nomi più interessanti. Ci saranno anche corsi di fotografia e incontri, quattro
grandi mostre l’anno e piccole mostre temporanee, declinando la fotografia in
vari modi e dando spazio ad artisti che adoperano la foto come medium
creativo.
Particolarità del Centro, sarà la modalità di gestione: «Sarà un collettivo - dice
Letizia Battaglia - un comitato scientifico che sceglierà le esposizioni. Sulla
base del valore dei fotografi e della novità del loro lavoro».
Il progetto di Antonietta Iolanda Lima è stato pensato proprio in questa
direzione, articolando gli spazi in maniera da renderli fruibili con facilità e con
approcci differenti.
La superficie è di circa cinquecento metri quadrati, un grande spazio
rettangolare segnato da passaggi e muri che saranno ripensati. Rimarranno
bene in vista le capriate di legno che caratterizzano gli spazi, come racconta
Antonietta Iolanda Lima: «Appena varcato l’ingresso si apre un ampio spazio
scandito da una fila la centrale di pilastri. Concluso in alto da una grande
capriata lignea, lo illumina una sequenza di finestre che si aprono,
congiuntamente all’ingresso, sulla strada principale. Da una serie di incontri
con Letizia Battaglia sono emersi i contenuti del progetto in relazione alle
esigenze funzionali ed espressive del centro di fotografa».
Così la sala più grande ben si presta ad essere suddivisa in due aree, dedicate
la prima alle opere degli artisti di fama internazionale, l’altra ai fotografi
37
emergenti. Nel leggere le potenzialità degli spazi viene fuori la vocazione
intrinseca di alcuni ambienti, opportunamente rivitalizzati, dove saranno
collocati la scuola e l’annessa biblioteca. Gli spazi saranno essenziali e affidati
al colore, che segnerà i passaggi da uno spazio all’altro, evidenziandone alcuni
percorsi, come ad esempio l’ingresso segnato dal rosso e dal volume
leggermente aumentato.
Uno dei punti centrali per la progettazione del Centro - collaborano al progetto
l’architetto Anna Cammarata, l’ingegnere Antonino Lodato, il geometra Felice
Di Marco - è lo studio della luce: «Esponendo delle immagini - dice Iolanda
Lima - ho riflettuto che il problema dell’illuminazione avrebbe dovuto dare
risposte ad alcune questioni: luce alla capriata, alle strutture espositive, alle
pareti, all’intero ambiente. Si pensa di risolvere la prima con profili in
metacrilato e led incorporato, da posizionare sulla testa dei pilastri con il fascio
di luce rivolto verso l’alto». Daranno luce ai volumi parallelepipedi tubolari led
che ne percorrono l’intero telaio, mentre le singole fotografie verranno poste in
risalto da faretti a luce concentrata disposti su binari collocati sotto le capriate
che atdi traversano longitudinalmente le sale.
«I pilastri - prosegue l’architetto Lima - verranno percorsi per l’intera altezza
da uno “strip led” che evidenzierà le sequenze spaziali del padiglione,
pensando al rapporto tra fruitore, spazio e fotografia».
Lo spazio destinato alle mostre sarà scandito da grandi espositori sospesi,
grandi volumi parallelepipedi scavati all’interno, da entrambi i lati, per
accogliere le immagini. Anche gli arredi sono stati ideati nel segno
dell’essenzialità e dell’economia - visto il problema base budget - e così tavoli,
sedie, panche, sono stati ideati recuperando casseri di legno e tondini di ferro
generalmente utilizzati per armare pilastri. Colori primari e vernici che mettono
in risalto le venature del legno “povero”, riciclato, completano l’idea per gli
arredi.
Letizia Battaglia crede fortemente nel progetto di questo Centro: «Immagino
questo spazio come luogo di interesse per la città e per suoi visitatori. Un
posto dove si possa trovare sempre qualcosa di nuovo, che arrivi da ogni parte
del mondo».
Tratto da: La Repubblica - Palermo 18 marzo
Senza fotogiornalismo muore la testimonianza
di Giovanna Calvenzi da Sette-n.10 del 6 Marzo 2015
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"Non vi sarà mai una tecnologia che sostituirà la necessità di avere sui fatti un
testimone diretto con un cuore, una mente,una coscienza e il sangue che
scorre, tumultuoso, nelle sue vene. Un testimone che documenterà a modo
suo. Con le parole e con le immagini. Che accompagnerà il lavoro con le
passioni, le paure, la voglia di gridare contro le ingiustizie e di sperare - con il
suo piccolo contributo - di cambiare, se non i destini, i dettagli della storia. Non
vi sarà mai un drone che sostituirà un grande fotografo o un grande cronista.
Mai". Così scrive Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera e
presidente della giuria del Premio Amilcare G.Ponchielli edizione 2014, nel
volume che festeggia i dieci anni di esistenza del premio stesso. E Amilcare
Gianni Ponchielli (1946-2001), primo photo-editor italiano e photo-editor di
Sette dall'inizio degli anni Novanta al 2001, lo aveva capito e sempre aveva
affidato ai fotografi il compito di portagli in redazione le testimonianze di
eventi, viaggi, emozioni, battendosi poi perché i loro lavori venissero pubblicati
e quindi conosciuti. A lui l'associazione dei photo-editor, GRIN, ha dedicato un
concorso che ogni anno premia un progetto di fotogiornalismo. Il volume 10
fotografi, 10 storie, 10 anni (pubblicato da Contrasto con il sostegno di GTech)
e, contemporaneamente una mostra alla Galleria San Fedele (a Milano, Via
Hoepli 3A/B, dall'11 al 28 marzo) propongono le storie dei dieci fotografi
vincitori. In sequenza cronologica, dal 2004, Alessandro Scotti, Giorgia Fiorio,
Massimo Siragusa, Lorenzo Cicconi Massi, Paolo Woods, Martina Bacigalupo,
Andrea Di Martino, Guia Besana, Tommaso Bonaventura e Alessandro
Imbriaco, Fabio Bucciarelli. Autori oggi tutti notissimi che certamente
possiedono le caratteristiche che de Bortoli sottolinea, sono cioè testimoni della
storia con il cuore, la mente, la coscienza, il sangue che scorre nelle vene e che
conservano intatta la speranza che grazie al loro lavoro qualcosa possa
cambiare. Ma la mostra e il libro raccontano anche altro. Raccontano lo stato
dell'editoria italiana periodica (che le storie per immagini dovrebbe pubblicare),
l'evoluzione della fotografia, la vitalità di una generazione di autori che, sparsi
per il mondo, continuano con passione nella loro missione di raccontarci quello
che accade.
Sopravvissuti. I dieci anni sono anche dieci anni di visioni: al linguaggio
diretto del fotogiornalismo puro nel corso del tempo si sono mescolate le
riletture dell'architettura, i ritratti, le interpretazioni delle angosce, le immagini
di paesaggi vicini e lontani. Le storie raccontano la produzione e la diffusione
delle droghe, le diverse forme di spiritualità nel mondo, i luoghi del tempo
libero e i giovani che cercano la vicinanza dei loro coetanei, l'occupazione
cinese in Africa e la tragedia di una giovane donna in Burundi, il riutilizzo delle
chiese sconsacrate e le inquietudini delle neomadri, il volto nuovo del
fenomeno mafioso e la feroce battaglia di Aleppo. Dato per morto con l'avvento
della televisione a metà del secolo scorso, nel corso degli anni il
fotogiornalismo ha certo affrontato molte malattie. Ma se oggi è sempre a
rischio di agonia, i fotografi italiani godono di eccellente salute. Come
dimostrano i vincitori del Premio Ponchielli.
---------------------IL LAVORO PER SETTE RACCOLTO NEL LIBRO FOTOFINISH
Dalla fine del 1994 all'inizio del 2001 Amilcare Ponchielli (1946-2001) ha avuto su Sette
una rubrica fissa dal titolo Fotofinish.
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Riflessioni che partivano da una fotografia, le giravano attorno, se ne allontanavano per
entrare nel territorio dei sogni e dei ricordi senza tuttavia abbandonarla mai. E alla fine,
quasi come il dono di una foto o della mostra della quale parlava si sapeva tutto.
Sua moglie, Mariuccia Stiffoni Ponchielli e suo figlio Barnaba hanno voluto oggi
ripubblicare in un piccolo, prezioso volume fuori commercio (progetto grafico di Michele
Marchetti) una selezione dei Fotofinish di Amilcare, uno dei pochissimi "raccontatori" di
immagini. Le quasi trecento pagine diu libro ricostruiscono una sorta di storia della
fotografia contemporanea, anomala, inconsueta, affascinante. Imperdibile.
Magritte e il tabaccaio
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Prima o poi, nelle discussioni sul fotogiornalismo, i suoi limiti e i suoi doveri di
accuratezza, qualcuno tira sempre fuori quella immagine. Con aria trionfale,
come se giocasse una briscola. Per dire, visto? L'oggettività delle immagini non
esiste.
Allora adesso la tiro fuori io, e ne parliamo.
Cos'è? La strafamosa meta-immagine di René Magritte, il dipinto di una
pipa, con una scritta in corsivo che dice "questa non è una pipa", e un titolo
che è già la spiegazione: Il tradimento delle immagini.
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Che cosa voleva davvero dire Magritte? Forse la risposta è un po' meno
semplice di quel che sembra. L'analisi di quel dipinto nel tempo si è fatta
perfino barocca, se ne sono ricavate diverse decifrazioni, per esempio:
- questa [pipa] non è una pipa [non la puoi fumare];
- questa [immagine] non è una pipa [anche se le somiglia]:
- questa [frase] non è una pipa [è linguaggio che parla di una pipa, e non
equivale neppure al disegno di una pipa qui sopra].
eccetera.
Diciamo che l'interpretazione più comunenente accettata è quella dei miei
cortesi interlocutori: nessuna immagine è la realtà. Nessuna immagine può
essere scambiata per la realtà. Il disegno di una pipa somiglia molto più a un
altro disegno che a una pipa.
Ma certo, e che, siano scemi? Sono molto goloso, ma non mangerei mai la
fotografia di un cioccolatino, neppure la più dettagliata e realistica fotografia di
un cioccolatino che mi riusciate a presentare.
(È vero, una volta al museo della Villette provai ad afferrare un
cioccolatino su un piatto, che era solo una proiezione molto efficace di un
cioccolatino nascosto. Ma pensavo fosse un cioccolatino vero, non
un'immagine).
E dunque, trionfano i miei gentili interlocutori, lo vedi? Neppure il
fotogiornalismo può essere preso per una rappresentazione credibile della
realtà. Perché la fotografia trasforma, deforma, conforma, eccetera eccetera. E
quindi se trasformo, deformo e conformo come mi pare una mia foto non faccio
nulla di sbagliato, anzi confermo la natura "trasformativa" della fotografia, e
posso perfino continuare a ritenermi un fotogiornalista.
Ragazzi miei, è passato un po' di tempo, ma qualche anno fa ho scritto un
libro dove la parola "bugia" gira attorno alla parola "fotografia" più o meno due
o tre volte per pagina.
Ma ho scritto quel libro per mettere in guardia i lettori dalle menzogne della
fotografia: non per autorizzare qualunque fotografo ad aggiungervi le sue...
Quanto al trionfale argomento della immagine della pipa che non è una
pipa, vi consiglio questo esperimento.
Stampate da Internet una buona riproduzione del dipinto di Magritte.
Portatela con voi da un tabaccaio ben fornito. Mettetela sul bancone e
pronunciate esattamente queste parole: "Scusi, avrebbe una cosa come
questa?".
Il tabaccaio, se è un buon tabaccaio, non vi farà altre domande. Aprirà un
cassettone, o una scatola, e vi mostrerà una pipa ricurva. Non vi mostrerà
un disegno di una pipa. Vi mostrerà una pipa.
Badate bene, il tabaccaio non è scemo. Né un seguace del realismo
ingenuo in arte. Ha visto benissimo che quella cosa che gli avete messo sul
bancone "non è una pipa". È un professionista. Le pipe le conosce. Non le
confonderebbe mai con il disegno di una pipa.
Ha semplicemente capito che quando avete detto "una cosa
come questa", molto probabilmente volevate dirgli "una cosa come quella che
anche lei, come me, è in grado di riconoscere rappresentata in questo
disegno", cioè, visto siete entrati in una tabaccheria, una pipa. Avete usato
un'immagine per scambiarvi in modo economico e abbastanza preciso
un'informazione utile a entrambi.
Insomma avete trovato un accordo non sull'ontologia, ma sulla semantica.
E ha funzionato. La realtà non ne ha sofferto. La filosofia nemmeno. Ancora
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meno ne ha sofferto il commercio di articoli per fumatori, che era poi il vostro
comune terreno di incontro. Voi e il tabaccaio, una volta pagato il conto, avete
entrambi guadagnato qualcosa, da quello scambio simbolico. Che problema c'è,
dunque?
Le immagini non ci arrivano galleggiando nel vuoto. Sono segni che
possiamo decifrare, selezionando quello che posso o fare di utile per noi
(questo disegno spiega abbastanza bene al tabaccaio che tipo di pipa cerco)
rispetto a quello che non possono fare (non posso fumare questo disegno).
Questa immagine di pipa non è dunque di per sè vera o falsa, né sincera o
bugiarda. Lo diventa se non sappiamo farne un uso coerente (se provo a
mettere del tabacco in questo disegno, perdo il mio tempo e il mio tabacco).
Come capisco qual è l'uso coerente, di un'immagine? Dipende. Me lo dice il
contesto discorsivo, il canale attraverso cui l'immagine mi viene proposta,
cerca di raggiungermi. La stessa immagine può assolvere correttamente una
funzione in un contesto, ed essere improponibile e ingannevole in un altro.
Rimettete in tasca l'immagine di Magritte, uscite dalla tabaccheria, entrate
nella libreria lì accanto. Al libraio, mostrate quell'immagine dicendo le stesse
parole dette al tabaccaio: "Scusi, avrebbe una cosa come questa?". Se il libraio
sa fare il suo mestiere, tornerà dopo un paio di minuti con una cartolina di
Magritte, o qualche catalogo di opere di Magritte, o almeno con qualche saggio
sulle avanguardie artistiche del Novecento.
Stessa immagine, due decifrazioni diverse, entrambe efficienti: a meno
che voi in libreria cercaste ancora una pipa, ma allora non è colpa
dell'immagine traditrice, siete voi che avete sbagliato negozio.
Infine, uscite anche dalla libreria e ripetete la stessa richiesta, ma questa
volta nella macelleria in fondo alla strada. Ma siate pronti a uscire in fretta,
perché il macellaio,potrebbe chiamare il servizio di igiene mentale.
Le fotografie non sono immagini più o meno "traditrici" della pipa di
Magritte. Tradiscono solo chi non le sa maneggiare. Chi non sa distinguere fra
la loro essenza e la loro utilità, fra quello che sono e quello che possono fare
per noi.
La "verità" di una fotografia sta solo in questo, nelle informazioni (nelle
suggestioni, nelle riflessioni, nelle domande, nelle emozioni) che può recapitare
a chi la conosce per quello che è, e non la crede quello che non è. La "verità"
della fotografia sta nei suoi limiti di immagine che traduce un prelievo ottico,
sta nella coscienza delle sue deformazioni, sta perfino nelle sue bugie che
siamo in grado di smascherare.
Se la conosci, la fotografia non ti tradisce, se non sei ingenuo la fotografia
ti è utile. E dopo non ci sono più scuse. Se quel tabaccaio, vista l'immagine che
gli ho messo sul tavolo, sentita la mia domanda, mi vuol vendere un tubo di
stufa, non dirò che è colpa dell'immagine traditrice, no.
Da lui non andrò più neppure a comprare i cerini.
Tag: fotografia, pipa, realismo, René Magritte, Trahison des images
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Italia Inside Out
CO MU NICA TO S TA MP A
Un viaggio nel Belpaese attraverso 600 immagini dei piu' importanti
fotografi italiani e internazionali. In mostra fotografie di Marina Ballo
Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni
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Berengo Gardin, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Martino Marangoni, Nino
Migliori, Domingo Milella, Paolo Monti, Ugo Mulas e altri ancora.
a cura di Giovanna Calvenzi
Dal 21 marzo al 27 settembre 2015, Palazzo della Ragione Fotografia di
Milano ospita Italia Inside Out, la più grande mostra di fotografia mai
realizzata, interamente dedicata all’Italia. L’esposizione, concepita per
essere un’unica iniziativa scandita in due momenti, dal 21 marzo al 21
giugno con i fotografi italiani e dal 1° luglio al 27 settembre con i
fotografi del mondo, consegna al pubblico l’immagine del paese più
rappresentato della terra, attraverso 600 immagini dei più importanti
autori italiani e internazionali.
“Questa mostra raccoglie idealmente il testimonial delle due precedenti
esposizioni dedicate ai due grandi maestri della fotografia Salgado e
Bonatti che hanno raccolto un grande successo e racconta il nostro
paese proponendo le fotografie di grandi fotografi che hanno colto gli
aspetti principali del nostro Paese e dei suoi abitanti – ha dichiarato
Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura - . Un capitolo importante del
palinsesto di Expo in città che conferma la vocazione di Milano come
città d’arte aperta "aperta a tutti i linguaggi dell'espressione artistica
contemporanea".”
La rassegna promossa e prodotta dal Comune di Milano - Cultura,
Palazzo della Ragione, Civita, Contrasto e GAmm Giunti, a cura di
Giovanna Calvenzi e con un progetto scenografico di Peter Bottazzi,
dopo le personali dedicate a Sebastião Salgado e Walter Bonatti,
continua il programma di Palazzo della Ragione Fotografia, il nuovo
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spazio espositivo interamente dedicato alla fotografia in piazza dei
Mercanti, inaugurato a giugno 2014, a due passi da piazza Duomo.
La mostra fa parte di Expo in città, il palinsesto di inizia tive che
accompagnerà la vita culturale della città durante il semestre
dell’Esposizione Universale.
Italia Inside Out ripercorre la storia della nazione attraverso l’occhio
attento degli artisti più decisivi del secolo scorso. Se da un lato Henri
Cartier-Bresson o Herbert List, negli anni trenta, e successivamente
Robert Capa o David Seymour, hanno documentato la seconda guerra
mondiale e il dopoguerra, gli autori italiani hanno seguito le
trasformazioni dell’Italia dagli anni cinquanta fino a oggi.
Per la prima volta, Italia Inside Out propone il lavoro di grandi maestri
che, in momenti diversi e con esperienze soggettive, hanno colto gli
aspetti principali e le peculiarità che contraddistinguono il Belpaese e i
suoi abitanti. La loro ricerca si è concentrata sulle bellezze dei
paesaggi, sullo sviluppo delle città, sugli stereotipi, sul modo di vivere,
ma anche sulle speranze, sui sogni e sui drammi della nostra storia
recente. Un viaggio nel tempo, nei luoghi, nelle vicende che,
mescolandosi, costituiscono la trama per un riflessione su quello che
l’Italia e gli italiani sono e sono stati. La suggestione del viaggio verrà
anche ricreata dal particolare allestimento di Peter Bottazzi che, per
l’occasione, ha pensato a un lungo convoglio composto da diver se
carrozze che ospitano, al loro interno, delle personali di ciascun autore
che interpreta i luoghi dell’Italia che più l’hanno ispirato.
La prima parte - INSIDE - accoglie dal 21 marzo al 21 giugno 2015 una
selezione di oltre 250 immagini di oltre quar anta fotografi, da Gianni
Berengo Gardin a Massimo Vitali, da Gabriele Basilico a Mario
Giacomelli, da Luigi Ghirri a Mimmo Jodice, da Letizia Battaglia a Silvia
Camporesi, con opere che testimoniano l’evoluzione del linguaggio
fotografico italiano contemporaneo e, al tempo stesso, sono un atto
d’amore nei confronti del proprio Paese, dei suoi paesaggi, delle sue
città, dei suoi abitanti. Con la seconda parte - OUT -, dal 1° luglio al 27
settembre 2015, le fotografie degli autori italiani lasceranno il post o a
quelle di grandi maestri internazionali, quali Henri Cartier -Bresson,
David Seymour, Alexei Titarenko, Bernard Plossu, Isabel Muñoz, John
Davies e altri.
Al pubblico sarà offerta la possibilità di acquistare un biglietto integrato
che gli consentirà di visitare le due tappe dell’esposizione a un prezzo
speciale di 18 Euro.
In mostra fotografie di:
Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia
Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Antonio Biasiucci, Tommaso
Bonaventura, Luca Campigotto, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi,
Vincenzo Castella, Giovanni Chiaramonte, Cesare Colombo, Mario
Cresci, Paola De Pietri, Pietro Donzelli, Franco Fontana, Vittore Fossati,
Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Guido Guidi, Giovanni Hänninen, Guido
Harari, Alessandro Imbriaco, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Martino
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Marangoni, Nino Migliori, Domingo Milella, Paolo Monti, Ugo Mulas,
Walter Niedermayr, Federico Patellani, Franco Pinna, Francesco Radino,
Riverboom, Claudio Sabatino, Marta Sarlo, Shobha, Massimo Sir agusa,
Toni Thorimbert, Paolo Ventura, Massimo Vitali.
Uffici stampa, Laura Bianconi: Contrasto 335 7854609
[email protected]
CLP Relazioni Pubbliche: Anna Defrancesco, tel. 02 36 755 700
[email protected]; www.clponline.it
Ombretta Roverselli: Civita 02 43353527, [email protected]
Ufficio Stampa Comune di Milano: [email protected]
02 88453314
Palazzo della Ragione Fotografia, Piazza Mercanti, Milano
Orari: martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30–20.30, Giovedì e sabato 9.30–22.30
Chiuso lunedì - Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura Orari
lunedì 6 aprile:9.30–19.30, sabato 25 aprile:9.30–22.30, venerdì 1 maggio: 9.30–19.30
martedì 2 giugno: 9.30–22.30, sabato 15 agosto: 9.30–22.30
T+39 0243353535-Per costo biglietto/riduzioni v. www.palazzodellaragionefotografia.it
Gli 80 anni di Letizia Battaglia, fotografa di lotta
di Paola Mentuccia da http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura
Ha ritratto luoghi e vittime di omicidi di mafia. "Vivo la fotografia come
salvezza e verità"
Una delle foto di Letizia Battaglia: Quartiere Kalsa, il pane © ANSA
Un carisma non comune, una incredibile capacità di cogliere i dettagli e una
forza innata. Letizia Battaglia ha fatto del suo nome la bandiera di una vita - di
donna e di artista - dedicata alla lotta per la libertà e contro la mafia. E lo ha
fatto ritraendo luoghi e vittime di omicidi ma anche espressioni della
quotidianità della Sicilia degli anni Ottanta e Novanta, immagini del tessuto
sociale che ha convissuto con la morsa mafiosa, sguardi di donne e bambine.
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La più grande fotografa contemporanea in Italia, che ha iniziato la sua attività
a poco meno di quarant'anni come reporter del quotidiano L'Ora, ne ha
compiuti ottanta il 5 marzo scorso e ha invitato i fotografi palermitani a donare
una foto della loro città, per raccontarla insieme ancora una volta. Foto che,
esposte nella galleria del Teatro Garibaldi fino al 20 marzo, contribuiranno poi
a costituire un archivio per l'apertura di un Centro Internazionale di Fotografia
a Palermo, cui Letizia Battaglia dedica da tempo la sua passione e le sue
energie. L'artista, infatti, non ha smesso di dedicarsi alla sua attività: si pente
di averlo fatto per alcuni anni perché "ogni lassata è pirduta" e ha ripreso a
scattare, a costruire nuovi orizzonti di espressione.
La fotografia, per lei, è "documento", "interpretazione" e "tanto altro ancora".
"L'ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e
purificata - scrive nella prefazione del suo ultimo libro edito da Castelvecchi L'ho vissuta come salvezza e verità". "Diario" è un racconto di sé, del suo
spirito, di una costante tensione verso la libertà che è stata la spinta, lo
stimolo e la necessità della fotografa palermitana. Durante la presentazione a
Roma, nell'ambito di "Libri Come", la festa del libro e della lettura
all'Auditorium Parco della Musica, Letizia Battaglia ripesca dalla memoria
momenti memorabili della sua vita, ripercorrendo la strada che l'ha portata alla
fotografia: "Ho cominciato a scattare sbagliando - ha detto - poi ho continuato
tutta la vita a sbagliare perché non crediate che essere arrivata a pubblicare
dei libri significhi avere tutti i negativi belli e sistemati: i miei erano dieci
sbagliati e poi uno finalmente, forse, buono". Per qualche anno, poi, cadde tra
le braccia di Diane Arbus, nella cruda verità dei ritratti della fotografa
statunitense, e pian piano scattare diventò il suo modo "per mostrare
indignazione". Tra le sue foto, quella a un giovane Sergio Mattarella che tiene
tra le braccia il fratello appena ucciso.
Un presidente che ha questa storia, Letizia Battaglia ne è sicura, "sarà
sicuramente rivoluzionario". Ha vinto premi in tutto il mondo ma non è andata
via da Palermo. "Avere amato l'arte, avere visitato musei, aver sfogliato libri,
aver voluto bene a quella città e a quella gente ha fatto sì che una foto sia
uscita in un modo anziché in un altro - ha detto - Se tu ami e se perdoni tutto
quello che ti fanno, se rimani lì, vivi quel dolore e esprimi tutto questo in quello
che fai. L'abilità da sola non emoziona". Pochi giorni fa ha scritto una lettera al
Presidente della Repubblica per chiedere che il Csm riveda la decisione di non
ammettere il magistrato Nino Di Matteo nella Dna. La sua lotta non è finita.
Chi ha paura delle nuove fotografie
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Lo faccio molto di rado, e a ragion veduta (sono un blogger geloso), ma è uno
di questi casi. Lascio oggi il trono dell'articolista a un amico che la sa più lunga
di me, un fotologo teorico e pratico da cui c'è sempre qualcosa da imparare:
Maurizio Rebuzzini, con cui condivido una visione del fotografico ad ampio
spettro. Ho letto questo suo editoriale sul numero di febbraio 2015 della sua
eccellente rivista FotoGraphia, che non trovate in edicola ma solo in
abbonamento, ma che da pochi giorni, il 14 marzo, dopo un countdown
scandito da una decina di amici fotografi, è tornato trionfalmente online con
una quantità di cose interessanti. A metà lettura di qusto testo credevo di non
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essere d'accordo. A fine lettura, sottoscrivo quasi tutto. Prego, Maurizio, a te la
tastiera. Poi semmai dirò anche io.
Forse, ma neppure troppo forse, è arrivato il momento di riconsiderare alcuni
richiami e riferimenti della Fotografia (in Maiuscola consapevole e volontaria).
Nello specifico, prendiamo spunto da un certo atteggiamento “purista” (?), che
prende le proprie distanze dai fenomeni attuali di utilizzo e applicazione
dell’immagine, che non possono che manifestarsi con i connotati apparenti
della fotografia, per quanto siano comunque distanti dai suoi princìpi ispiratori
ed espressivi codificati in centosettantacinque anni di Storia, dal 1839 di
lontana origine.
Oggi, diversamente da ieri, circola tanta e tanta “fotografia”, realizzata con
strumenti che non dipendono dalla sola fotografia: smartphone e dintorni
consentono la declinazione “fotografica”, o para-fotografica, nella vita
quotidiana. Indipendentemente dalla sola personalità virtuale, con circolazioni
a conseguenza, soprattutto attraverso i canali della Rete, queste sono
immagini realizzate senza l’applicazione di alcun linguaggio specifico; così
come, in metafora (?), le più rapide comunicazioni scritte non rispondono
necessariamente al lessico della stesura colta e consapevole.
Ovverosia, sono appunti visivi, punto e basta. Ovverosia, non sono Fotografie;
così come non sono Testi le analoghe scritture rapide. Tutto sommato, è
questo il punto. Di cosa si sta parlando? Di difendere privilegi liturgici che si
crede di possedere, oppure di considerare che l’evoluzione della società passa
anche attraverso alterazioni di ogni precedente equilibrio?
Siamo sinceri: non ci preoccupano i deterioramenti “fotografici” dei nostri
giorni, perché non si tratta di falsificazione, ma di più semplice modificazione di
uso di un media che non sta più solo tra le mani di addetti, ma si è esteso
effettivamente a tutti, che possono agire con strumenti quotidiani
(smartphone e dintorni), senza dover necessariamente agire con utensili
predisposti (macchine fotografiche autenticamente tali).
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E qui sta il nocciolo di una certa questione: non più soltanto Fotografia, come
la intendono i frequentatori e conoscitori (noi, tra questi?), ma estensione in
forma apparentemente fotografica della propria esistenza. Osservazione
d’obbligo, oltre la casta che stabilisce confini e limiti, distribuendo onori e
meriti (e demeriti): smettiamo di ragionare da un punto di vista integralista e
assoluto, e cominciamo a ragionare in termini relativi.
A partire da ogni rapporto sociale, si deve rispondere prima di altro alla
domanda fondante: come e quanto questi usi hanno cambiato e cambiano la
vita; come e quanto questi abusi introducono retrogusti amari. Infatti, non è in
pericolo una certa “purezza” della Fotografia, quanto è a rischio una necessaria
serenità e armonia della Vita.
Al pari di una semplificazione della scrittura, con orrori conseguenti, l’analoga e
coincidente semplificazione dell’immagine riguarda ben altro, che un settore,
una disciplina, un’espressività. Rivede e revisiona un clima sociale che ha
imboccato una strada pericolosamente approssimativa. Secondo noi, il vero
pericolo è qui: e dipende da una sostanziosa superficialità di intenti.
Maurizio Rebuzzini
Tag: condivisione, Fotographia, Maurizio Rebuzzini, social
Scritto in condivisione, da leggere, filosofia della fotografia | 31 Commenti »
Palermo, la mafia e la poesia. Intervista con Letizia
Battaglia
di Astrid Serughetti da http://www.artribune.com/
Un cerchio centrale racchiude gli scatti delle bambine di Palermo, innocenti e
intense fra i vicoli e la povertà delle loro case. Poi un percorso esterno più
ampio svela la cronaca delle feste religiose, dei regolamenti di conti, delle
stragi di mafia. Ci sono gli attimi dell'omicidio di Piersanti Mattarella e del
giudice Terranova e il volto spezzato di Rosaria Schifani, vedova di un agente
di scorta. Infine Pasolini, Falcone e Borsellino e una poesia di Ezra Pound. È la
mostra dedicata al lavoro di Letizia Battaglia. I suoi scatti dal 1974 al 2015
sono raccolti al Palazzo della Ragione di Bergamo.
Letizia Battaglia, 1988. Omicidio targato Palermo
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Hai iniziato la tua attività di reporter che avevi quasi quarant’anni e sei
diventata una coraggiosa testimone della storia italiana. La tua è stata
una scelta o un atto dovuto?
Ho iniziato collaborando al giornale L’Ora come freelance, poi mi hanno chiesto
di interessarmi alle cose siciliane. Non ho fatto altro che lavorare per un
quotidiano che pretendeva, sulla cronaca, una disponibilità di 24 ore su 24.
Però i miei articoli dovevano essere accompagnati da fotografie per essere
pubblicati e così sono diventata la prima fotografa di un quotidiano in Italia.
Era massacrante, ma dove mi dicevano di andare io andavo.
L’impegno è arrivato circa un anno e mezzo dopo: solo allora ho sentito che
con le foto stavo documentando qualcosa di storico. Era una specie di guerra
civile, pian piano è diventato tutto molto violento. Ci ho messo tutto l’impegno
e la serietà possibile, perché sentivo di dover rispondere sia alle istanze del
giornale che alle mie. Non bastava fotografare, bisognava farlo con rispetto,
con partecipazione.
Hai mai avuto paura?
Sempre. Sempre. Ma il coraggio non è non avere paura, è averne e continuare
a fare quello che stai facendo, come lo fanno i poliziotti o i giudici che vivono
sotto scorta. Sono arrivate minacce e gesti di violenza anche nei miei confronti
e lo sapevo che la lotta era impari, io avevo solo una macchina fotografica.
Letizia Battaglia – photo Roberto Giussani
Nella mostra di Bergamo il primo impatto non è con la violenza delle
stragi ma con la povertà di queste bambine…
Mi piace molto questo allestimento. La scelta delle bambine all’ingresso è una
scelta psichica e poetica. Nella mia vita ho sentito più la povertà che la
ricchezza, non ho fotografato i salotti e, quando mi è capitato, l’ho fatto con
distacco. Io sto dalla parte dei deboli e se ho un mezzo per contrastare i cattivi
lo uso.
Negli scatti che appartengono alla serie delle rielaborazioni tu inserisci
corpi di donne che, pur non essendo sexy, sono un modo di esprimere
la bellezza…
A un certo punto io volevo distruggere le mie foto. Le volevo rovinare.
Sognavo di bruciare i negativi, tanto da arrivare a sentire lo scricchiolio della
pellicola sotto le fiamme. Con questo lavoro io annullo il fatto di cronaca
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importante e ci metto un gelsomino e la donna nuda. Ci metto la vita, la bontà,
un viso puro.
Hai detto che le tue immagini sono accompagnate dalle grida e dai
pianti. Arrivavi sui luoghi della tragedia quando tutto era appena
successo. Mi chiedo se per te queste fotografie hanno anche un odore.
Mi capita di ritrovarmi a sfogliare le foto nei cassetti e allora mi torna un senso
di nausea. È lo stesso che mi saliva quando correvamo di notte fra le strade e i
vicoli sconnessi, con la Vespa a perdifiato per arrivare subito, il prima possibile.
Quella nausea e il senso di vomito li sento ancora, come fosse una stigmate
che torna a pulsare.
Letizia Battaglia, Gli invincibili, 2013. Pier Paolo Pasolini
Chi sono gli Invincibili?
Di questa serie ho fatto 13 fotografie, qui ce ne sono 5. Gli Invincibili sono i
miei riferimenti culturali, psichici, etici, politici. Per tutti questi anni non ho
fatto solo la fotografa, ho partecipato a manifestazioni, ho fatto la politica,
sono stata deputato, assessore e consigliere comunale. Ti sembrerebbe
guardandomi? È stato un periodo straziante e bellissimo, perché con Leoluca
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Orlando e gli altri della Giunta abbiamo creduto di poter cambiare le cose,
amministrando in maniera corretta e generosa. Lì io facevo concretamente
qualcosa, pensando a chi ammiravo.
Al di là del valore storico e sociale, le tue fotografie sono bellissime
composizioni artistiche, non a caso da tempo girano il mondo in
mostre, gallerie e musei. Chi sono i tuoi maestri?
Quando la fotografia ha preso il sopravvento ho guardato tanto al lavoro di
Diane Arbus. Poi ho scoperto Mary Ellen Mark, una fotografa americana
bravissima che fa foto di cronaca, raccontando soprattutto il mondo dei
giovani. Anche Sally Mann e il suo lavoro sui bambini mi piacciono. E infine
Joseph Koudelka.
Tu vivi ancora nel mondo del giornalismo, hai fondato la
rivista Mezzocielo e conosci i giornali e i protagonisti di oggi. Cosa ne
pensi?
Si lavora male. I giornalisti non capiscono niente di fotografia e purtroppo
gestiscono i fotoreporter, che sono sottopagati e maltrattati. I ragazzi che
partono per la Siria o Israele, rischiando la vita per documentare, tornano e
vengono trattati a pesci in faccia. Ogni tanto c’è un giornale con un piglio da
editor interessante, ma la maggior parte sono fatti da fotine senza espressione
messe una accanto all’altra.”
Letizia Battaglia, Palermo, 1980. Quartiere La Cala La bambina con il pallone
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Hai in mente un nuovo progetto. Una serie di scatti di donne immerse
nella natura…
Sì, ci sto ancora ragionando. Penso a dei rifugi, alla natura come rifugio per
alcune donne o bambine, ma so che sarebbero paesaggi carichi di inquietudine.
Il mare mi interessa molto, vorrei entrarci dentro.
Se chiudi gli occhi e immagini di avere di nuovo trent’anni, dove saresti
e cosa faresti?
Farei la fotografa a Palermo. Non posso pensare niente di diverso. Io devo
stare lì a guardare Palermo, perché è come se la volessi proteggere. Potevo
vivere a New York e lavorare, potevo stare a Parigi o Berlino, ma sono troppo
legata alla mia città. Dopo una settimana che sono via scalpito, sto male, non
mi godo più niente. Ho sempre paura che succeda qualcosa. Forse tutto questo
dipende dall’aver vissuto tanti anni in cui non sapevi, andando a letto, quando
ti saresti alzato e per quale motivo.
Letizia, prima hai detto che abbiamo perso. È così?
Perché, abbiamo vinto? Per ora abbiamo perso, sì. Poi, se una nuova
generazione si muove, allora può essere che torniamo a lottare e questa è già
una vittoria. Non parlo solo della mafia, la corruzione è un male diffuso che sta
distruggendo il pianeta. Crollano le case, le montagne, muoiono gli animali,
che vittoria è questa? E poi penso che se ci fossero le donne, tutte, con lo
stesso numero presenti dove si decide il cambiamento, allora il mondo sarebbe
diverso. Noi donne sapremmo convincere l’altra metà sulla necessità di lottare
per un mondo migliore. Noi donne saremmo più affettuose verso la Terra, ci
sarebbe più cultura vera. Ma devono essere tante, perché altrimenti sono
costrette a inserirsi in un mondo maschile e si vendono.
Astrid Serughetti
Letizia Battaglia 1974-2015 - a cura di Alice Giacometti
Bergamo // fino al 5 aprile 2015, Piazza Vecchia PALAZZO DELLA RAGIONE
www.dominadomna.it
MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/42754/letizia-battaglia-19742015/
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#famedilike - il percorso fotografico di giulio storti
da http://www.veneziatoday.it/
#FAMEDILIKE - IL PERCORSO FOTOGRAFICO DI GIULIO STORTI è una mostra
che nasce dalla volontà di amici e parenti di proporre al pubblico un viaggio per
immagini nella vita di Giulio, attraverso una parte delle migliaia di foto che ci
ha lasciato.
Non è un compito facile, ma ci vogliamo riuscire!
#FAMEDILIKE è un'esperienza visiva di racconto.
Un viaggio fatto di alti e bassi, slanci repentini e stasi meditative, momenti di
forza e di riflessione.
Un bellissimo percorso fra i generi della fotografia, fra soggetti, luoghi ed idee
diverse nate dalla costante voglia di Giulio di conoscere e sperimentare l'arte a
cui ha dedicato la maggior parte della sua vita.
#FAMEDILIKE è una locuzione nata per scherzo, da una risata tra amici, dalla
voglia di Giulio di prendere poco sul serio le dinamiche di affermazione e di
creazione della fotografia.
#FAMEDILIKE è un hashtag scelto per Instagram, un'etichetta con cui Giulio
era solito indicizzare le proprie foto condivise sul famoso social network,
contenitore virtuale che custodisce tutt'ora parte della sua produzione
fotografica.
#FAMEDILIKE ovvero "FAME-DI-LIKE": "fame di approvazione".
Un modo per sdrammatizzare e schernire la fame che le persone hanno di
sentirsi dire che quello che stanno facendo è "buono e giusto": esigenza
assolutamente umana di accettazione e consenso, universale e fisiologica, nella
vita privata così come in quella professionale, ma che spesso mostra i suoi lati
grotteschi, soprattutto quando estremizzata dall'amplificazione dei social
network.
A Giulio il "like" interessava perché, come a tutti, serve una conferma.
Tuttavia l'accettazione da parte degli altri, seppur importante, non era per lui
fondamentale, né un punto d'arrivo.
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In un mondo alla costante ricerca di "like", che fa sempre più foto (per lo più
male) e sempre più uguali, lui reagiva con degli scatti tecnicamente ineccepibili
e dallo stile estremamente personale, e con una buona dose di ironia e
dissacrazione.
L'hashtag racchiude, senza rinchiudere, le principali chiavi di lettura necessarie
alla comprensione della maggior parte delle sue immagini: l'umorismo
tagliente e l'atto del dissacrare "sempre e comunque".
Questi gli elementi che, oltre ad influenzare fortemente molte delle sue
composizioni, gli hanno consentito di superare le difficoltà di una professione
nella quale non è facile affermarsi attraverso la propria soggettività, affermare
il proprio punto di vista.
BIOGRAFIA
Giulio Storti nasce a Venezia il 16 aprile 1982. Vive e lavora tra Venezia e
Milano. Dopo essersi laureato a Ca' Foscari in Tecniche Artistiche e dello
spettacolo decide di prendere una decisione particolarmente importante:
seguire la sua passione per la fotografia. Non appena conclusi i suoi studi
all'istituto Italiano di Fotografia di Milano, fonda un collettivo con altri due
giovani e talentuosi fotografi: Abrakadabra, per lo più specializzato nella
fotografia di advertising. La sua fotografia spazia dal ritratto al paesaggio,
passando per il reportage e lo still-life, il tutto mescolato per evocare situazioni
che richiamino il moderno advertising creativo.
Ci lascia prematuramente nel novembre 2014."
---------#FAMEDILIKE Il percorso fotografico di Giulio Storti
1-17 maggio 2015 > VERNISSAGE venerdì 1 maggio 2015, ore 18.00 <
Sale ex Camera di Commercio | Piazza Indipendenza | San Donà di Piave (VE)
Niente colazione da Tiffany
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Un caso di "parassitismo iconico", come lo definisce l'amico fotografo e
avvocato Massimo Stefanutti. Basta questa definizione per farmi venire
l'acquolina al cervello.
Audrey Hepburn nel film "Colazione da Tiffany" di Blake Edwards, screenshot dal trailer, da Wikipedia
Prima i fatti, così si capisce bene tutto. Il 21 gennaio scorso il Tribunale di
Milano ha dato ragione agli eredi di Audrey Hepburn in una causa contro una
impresa italiana ramo gioielleria, per utilizzo abusivo dell'immagine della diva
del cinema.
54
Ma il bello è che la gioielleria non ha fatto uso di un'immagine dell'attrice.
Si è limitata ad evocarla. Come?
Per lanciare un concorso promozionale,ha fatto realizzare una fotografia,
in bianco e nero, dove una modella vestita di un elegante tubino nero, ripresa
parzialmente
di
spalle,
guarda
incantata
una
vetrina
sfavillante
dicollier e pendant.
Il problema è che quella modella, nella posa e nella fisionomia, somiglia
alla Hepburn, ma soprattutto che quella situazione, per chi sia almeno un po'
amante del cinema, richiama inevitabilmente alla memoria una scena
di Colazione da Tiffany. Anche se nulla, nel testo d'accompagnamento, faceva
allusione
al film, e tantomeno all'inteprete.
Ma il tribunale ha ugualmente ritenuto che la gioielleria abbia violato un
diritto all'immagine. E questa notizia (senza offesa per la gioielleria) è una di
quelle che mi intrigano tantissimo, perché smuovono una quantità di riflessioni
sul concetto di identità in relazione alla fotografia.
I giudici hanno dunque ritenuto che
"la tutela dell’immagine della persona fisica possa estendersi fino a
ricomprendere anche elementi non direttamente riferibili alla persona stessa,
come abbigliamento, ornamenti, trucco ed altro che per la loro peculiarità
richiamino in via immediata nella percezione dello spettatore proprio quel
personaggio al quale tali elementi siano ormai indissolubilmente collegati".
Scusate la lunga citazione, ma è determinante. Va ricordato che non è il
primo caso del genere a finire in tribunale. Ci sono stati altri casi di pubblicità
che "citavano" personaggi famosi, senza nominarli, attraverso accessori o
dettagli loro particolari: la calotta di lana di Lucio Dalla, ad esempio.
Dunque l'immagine personale, soprattutto quella delle celebrità, non è solo
una fisionomia, non è un certo profilo degli occhi, del naso, della bocca, ma
sembrerebbe potersi anche "trasferire" a oggetti comuni, capi d'abbigliamento
ad esempio, che quelle personalità hanno in qualche modo "incorporato" in
maniera pressoché esclusiva nella propria identità.
In realtà non è proprio così, altrimenti nessuno potrebbe più indossare una
calotta di lana o un tubino nero in una pubblicità. Quei dettagli, in fondo
accessibili a tutti, per essere considerati violazione di una sorta di "esclusiva"
devono essere mostrati, indossati o presentati in quel modo particolare, unico,
speciale, che apparteneva solamente a quella celebrità.
E fin qui, credo che tutti possiate essere d'accordo. Del resto, è
verosimile che la gioielleria volesse ottenere proprio l'effetto citazione
implicita: anche se al processo si è difesa dicendo, ovviamente, che quella
fotografia mostrava solo "una donna elegante, con gioielli, intenta ad osservare
la vetrina di una gioielleria".
Per i giudici invece "appare del tutto evidente l’intento del fotografo di
richiamare direttamente proprio l’immagine dell’artista così come esposta e
caratterizzata in tale opera cinematografica". Stando agli atti, un confronto fra
le foto di scena e la foto contestata pare abbia chiarito ogni dubbio.
E proprio questo mi fa sorgere un interrogativo. Se anziché farle una
fotografia e stamparla su un poster, la gioielleria avesse scritturato la stessa
modella, vestita esattamente allo stesso modo, e l'avesse piazzata, in carne ed
ossa, di fronte alle proprie vetrine, come una sorta di pubblicità vivente,
sarebbe stata perseguibile per plagio? Magari sì. Non saprei.
Io penso di no, però. Non si può impedire a una modella di fermarsi
davanti a una vetrina di gioielli, neanche se va in giro vestita come la Hepburn,
credo. Non credo che un sosia o un imitatore che passeggia per strada sia
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punibile per plagio. Il plagio mi sembra la somiglianza voluta e cercata fra
due immagini.
Dunque, se non ragiono male, l'immagine "parassitata" non è
precisamente il corpo materiale della Hepburn, in quanto "persona fisica",
neanche il suo corpo "accessoriato" con oggetti "identitatri": è stata punita
piuttosto la sua imitazione fotografica, anzi una sua particolare versione, quella
che si richiama a quella disposizione delle forme già catturata da una celebre
fotografia di scena. L'affaire controverso insomma non è più fra attrice e
imitazione, ma fra due immagini fotografiche, una sola delle quali è ritenuta
"originale" e confacente alla sfera identitaria dell'attrice.
Ma se la violazione può avvenire solo quando un'immagine ne imita
un'altra, è ancora l'identità personale della Hepburn ad essere stata violata, o
solo quella di una fotografia? Una foto però non possiede un'identità, al
massimo un copyright: che tuttavia, lo scrive in chiaro la sentenza, non è stato
violato dalla pubblicità della gioielleria, che ha fabbricato una fotografia del
tutto nuova. E quindi?
Sì, lo so, la legge ragiona in un altro modo e probabilmente fa bene. Ma
continuo a pensare che le fotografie siano la bestia nera della giurisprudenza.
Tag: Audrey Hepburn, Colazione da Tiffany, film, fotografia, identità, Lucio
Dalla, Massimo Stefanutti,tribunale Scritto in Senza categoria | Commenti »
Migranti ambientali: l’ultima illusione
da http://www.artslife.com/
“Migranti ambientali: l’ultima illusione”, è il progetto fotografico vincitore
dell’undicesima edizione del Premio Amilcare G. Ponchielli, organizzato e
sostenuto dal 2002 dal G.R.I.N. (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale).
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Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera e presidente della giuria
composta da Alfredo Pratelli (fotografo e presidente onorario di AFIP
International), Moreno Gentili (scrittore), Maurizio Zanuso (Galleria Bel
Vedere), Mariuccia Stiffoni Ponchielli e i tre membri del GRIN (Elena Ceratti,
Paola Romano e Raffaele Vertaldi), hanno premiato quest’anno Alessandro
Grassani.
Dalla motivazione del premio: “Raramente il dolore, l’attesa, l’illusione sono
stati descritti con immagini così profonde e significative… I migranti ambientali
hanno perso tutto e il loro sguardo è nel vuoto, ma conservano un’intima e
indistruttibile dignità. Mentre il nostro, di sguardo, che ha la mobilità nevrotica
delle cattive coscienze, scivola via. Grassani, ha anche il merito di costringerci
a vedere e riflettere. Un grande reportage”.
“Migranti ambientali: l’ultima illusione” è un progetto a lungo termine, iniziato
nel 2011, che indaga una delle più drammatiche conseguenze dei cambiamenti
climatici sulle popolazioni: il fenomeno della migrazione rurale-urbana.
Stando a una previsione delle Nazioni Unite, nel 2050 la Terra dovrà affrontare
l’emergenza di 200milioni di migranti ambientali che non cercheranno nuove
fonti di reddito nei Paesi ricchi e industrializzati, ma nelle aree urbane già
sovraffollate e poverissime delle loro terre d’origine. I primi tre Paesi indagati,
mostrano le conseguenze di diverse forme di cambiamenti climatici: l’estremo
freddo in Mongolia, l’innalzamento del livello del mare in Bangladesh, la siccità
e le guerre tribali per il controllo delle risorse idriche in Kenya.
Filo conduttore di tutto il lavoro sono le testimonianze dei migranti ambientali
incontrati nelle capitali dei singoli Paesi. Queste persone sono emigrate,
fuggendo dai loro villaggi resi ormai inabitabili dai cambiamenti climatici, nella
speranza di trovare una vita migliore. Una speranza che presto si rivelerà la
loro “ultima illusione”.
Alessandro Grassani (Pavia 1977), ha raccontato grandi eventi internazionali
come i funerali di Yasser Arafat, lo sgombero dei coloni israeliani dalla Striscia
di Gaza, il terremoto che ha distrutto la città di Bam in Iran e l’operazione
militare israeliana “Summer Rain”. Con il tempo la sua attenzione si è spostata
poi verso una fotografia di approfondimento e indagine su importanti temi
sociali che l’hanno portato a lavorare dal Sud America all’Asia, dal Medio
Oriente all’Europa afflitta dalla crisi finanziaria, viaggiando attraverso oltre 30
Paesi e pubblicando i suoi reportage sulle principali testate giornalistiche
internazionali, tra le altre: The New York Times, Sunday Times, L’Espresso,
Vanity Fair e Sette magazine del Corriere della Sera. I suoi lavori sono stati
esposti in mostre personali e in collettive in Italia, a Londra, Madrid, Tokyo,
New York, Parigi, a Les Recontres d’Arles e premiati al Sony World
Photography Awards, Days Japan International Awards, Luis Valtueña
Humanitarian Photography Award, PX3 International Awards, Premio LuchettaHrovatin, IPA International Photography Awards, Premio Amilcare G. Ponchielli;
hanno ricevuto inoltre una menzione d’onore al Memorial Mario Giacomelli e al
FNAC Contest. Le sue immagini fanno parte della Collezione FNAC e del Museo
dell’Olocausto.
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"Wildlands and Cityscapes":
le fotografie di Luca Campigotto alla Galleria del Cembalo
da http://www.romatoday.it/
La Galleria del Cembalo, in collaborazione con Bugno Art Gallery, apre al
pubblico dal 28 marzo al 27 giugno 2015 una mostra dedicata alla
fotografia di paesaggio di Luca Campigotto, proponendo un confronto tra
spettacolari scenari naturali e contesti profondamente urbanizzati, spesso
ripresi di notte.
"Amo la dimensione eroica dei paesaggi. La forza spudorata delle atmosfere, la
bellezza delle luci. Rimesto in un confuso immaginario mitico e fisso il mio
stesso stupore. Determinato a inseguire la meraviglia", scrive Luca
Campigotto.
Quelle di Campigotto sono fotografie di un viaggiatore che rivive le emozioni
vissute nei racconti di altri grandi viaggiatori del passato, alternate, o
sovrapposte, alle suggestioni immaginifiche del cinema e dei fumetti.
Dallo Stretto di Magellano alle sconfinate pianure della Patagonia, dal Marocco
alla Strada degli Eroi sul Monte Pasubio, dall'isola di Pasqua ai ghiacci della
Lapponia - Campigotto presenta la quiete e la dimensione contemplativa di
luoghi appartati e selvaggi. L'intensità delle luci proietta scenari scabri e severi
in vedute eroiche, trasformando ogni prospettiva documentaria in lettura
poetica. Le immagini evocano lo spirito dei luoghi e, con intensità quasi
catartica, ci ricordano l'urgenza di un'autentica coscienza ecologica.
Le fotografie di New York e Chicago, invece, si fondono in una Gotham City
ricostruita dalla memoria, spesso intrisa di una luce vitrea e di un'atmosfera a
volte smagliante di colori vivaci, altre volte avviluppata in sfumature tenui.
Come in un viaggio sentimentale e visionario, dai ponti sull'East River
all'Empire State Building, dalla metropolitana sopraelevata al teatro "Chicago",
ognuna di queste immagini scintillanti sembra lo scenario di un film.
La mostra Wildlands and Cityscapes si inaugura in concomitanza con la
presentazione in Campidoglio del libro Roma. Un impero alle radici
dell'Europa (edito da FMR) e dell'esposizione, presso l'Istituto Nazionale della
Grafica, di una selezione di fotografie di Luca Campigotto tratte dal volume.
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--Luca Campigotto è nato a Venezia nel 1962, vive e lavora tra New York e
Milano.
Laureato in Storia Moderna, da oltre vent'anni lega la propria ricerca al tema
del viaggio, fotografando il paesaggio e l'architettura. Ha realizzato progetti su
Venezia, Roma, Napoli, Il Cairo, Londra, New York, Chicago, Tokyo, la Strada
delle Casbah in Marocco, Angkor in Cambogia, il deserto di Atacama in Cile, la
Patagonia, l'India, l'Isola di Pasqua, lo Yemen, l'Iran, la Lapponia.
Ha esposto a: Mois de la Photo e MEP, Parigi; Somerset House, Londra;
Galleria Gottardo, Lugano; IVAM, Valencia; The Art Museum e The Margulies
Collection at the Warehouse, Miami; CCA, Montreal; MOCA, Shangai; Biennale
di Venezia, Palazzo Ducale e Museo Fortuny, Venezia; MAXXI, MACRO, Museo
del Vittoriano e Festival della Fotografia, Roma; Palazzo della Ragione e Museo
della Scienza e della Tecnica, Milano; MART, Rovereto.
Sue opere fanno parte di collezioni private e pubbliche, tra cui: Maison
Européenne de la Photographie, Parigi; Canadian Centre for Architecture,
Montreal; Progressive Collection, Cleveland; The Margulies Collection at The
Warehouse, Miami; The Sagamore Collection, Miami; Collezione Unicredit
Group, Milano; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Metropolitana di
Napoli; MAXXI, Roma; Museo Fortuny, Venezia; Museo d'Arte Moderna e
Contemporanea, Varese; Fondazione Cassa di Risparmio di Modena; Galleria
Civica, Modena; Museo della Fotografia, Cinisello Balsamo; Museo Civico, Riva
del Garda; CRAF, Spilimbergo.
Ha pubblicato: Teatri di guerra, Silvana, Milano 2014; Gotham City, Damiani,
Bologna 2012; My Wild Places, Hatje Cantz, Ostfildern 2010; Le pietre del
Cairo, Peliti Associati, Roma 2007;Venicexposed, Contrasto, Roma /
Thames&Hudson, Londra / La Martinière, Parigi 2006;L'Arsenale di Venezia,
Marsilio, Venezia 2000; Molino Stucky, Marsilio, Venezia 1998; Venetia
Obscura, Peliti Associati, Roma / Dewi Lewis, Stockport / Marval, Paris 1995
Suoi lavori sono apparsi su: The New York Times Magazine, Dazed and
Confused, The Wall Street Journal, Vogue, Le Monde, Liberation, le Parisien,
The Independent, Frankfurter Allgemeine Zeitung, DAMN, AD France, Vanity
Fair, Traveller, Il Corriere della Sera, La Repubblica, Domus, Abitare,
Casabella, D'Architettura, FMR, Arte, Sette, D Donna, Io Donna, Amica, Lettera
Internazionale, Nuovi Argomenti, Flair, Panorama, L'Espresso, Modo, L'Unità,
Lo Specchio, Il Gazzettino, Linea d'ombra, Il Sole 24ore, Fotologia, Photo,
Fotopratica, Photographia, Reflex, Rangefinder...
Galleria del Cembalo Largo della Fontanella di Borghese, 19 - Roma
28 marzo / 27 giugno 2015 - ORARIO: mercoledì, giovedì e venerdì: 17.00 - 19.30
sabato: 10.30 - 13.00 e 16.00 - 19.30 lunedì, martedì e le mattine di mercoledì,
giovedì e venerdì: apertura su appuntamento www.galleriadelcembalo.it
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Museo della Fotografia Pino Settanni
Comunicato stampa da http://www.exibart.com/
Al Palazzo Viceconte di Matera sabato 28 marzo 2015 si inaugura il museo della
fotografia dedicato al fotografo PINO SETTANNI a cura di Monique Settanni e
Giovanni Viceconte.
All’inaugurazione verrà presentato da Umberto Broccoli il catalogo ufficiale del
Museo, edito da De Luca Editori con presentazione di Vittorio Sgarbi, contenente
quasi l’intera raccolta delle opere di Settanni. L’evento si svolge con il patrocinio
del Comune di Matera, città della cultura 2019.
In quest'antico palazzo, situato sulla Civita, nel cuore dei Sassi di Matera, è
conservata ed esposta in un museo un’ampia raccolta di opere straordinarie che
illustrano tutti i temi trattati da Pino Settanni, maestro indiscusso dell’arte
fotografica.
Matera, situata nel cuore del Sud, con la sua fantastica e quasi cristallizzata
staticità, rappresenta il posto ideale per la collocazione delle sue opere. Spesso
egli aveva manifestato, nelle frequenti visite durante il restauro di questo
palazzo, ora sede del suo museo, l’intenzione di ritornare al Sud e in particolare
a Matera.
Viene proposta, in questo modo e per la prima volta, una lettura totale del
progetto fotografico dell'artista pugliese: dai ritratti ai paesaggi; i primi
caratterizzati dalla ricerca di un segno incisivo nei volti fissati dall’obiettivo e i
secondi attraversati da geometrie e sequenze di luci nascoste tutte da scoprire.
L'artista ha iniziato il suo percorso nel 1966 con le foto del “SUD”, per poi con
'incontro con Guttuso formalizzare la sua poetica. Caravaggio, Antonello da
Messina, Rembrandt, sono solo alcuni degli archetipi da cui l'artista prende
spunto per i suoi ritratti fotografici a Lucia Bosè, Manuela Kustermann, Nino
Manfredi, Mastroianni, Tornatore, Monicelli, Omar Sharif, Elena Sofia Ricci,
Massimo Troisi e tanti altri.
Settanni realizza nel 1987 circa 155 ritratti in nero: grandi personaggi vestiti di
nero, affiancati da oggetti simbolici carichi di significato affettivo e intellettuale.
Andreotti e i campanelli, Fellini e le matite, Sergio Leone e il tempo, Moravia e
la valigia, Monica Vitti e l’uovo, Lina Wertmüller con la macchina da scrivere.
Alla metà degli anni ’90, Settanni produrrà i suoi Tarocchi, 78 fotografie
d’invenzione, di cui 38 con personaggi reali. Un percorso antologico quindi, che
inaugura questo nuovo museo dedicato alla fotografia, nel Palazzo Viceconte,
all’interno della vastissima produzione artistica di Settanni per scoprire gli
insoliti punti di osservazione dell’artista pugliese.
E' disponibile il catalogo edito da De Luca Editori con presentazione di Vittorio
Sgarbi.
MUSEO DELLA FOTOGRAFIA PINO SETTANNI, Matera, Via San Potito 7 (75100)
+39 0835330699
[email protected]
www.museopinosettanni.info
ufficio stampa: [email protected]
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“Art on the Street Fotografie” di Martha Cooper
Comunicato Stampa da http://www.h24notizie.com/
Domenica 29 marzo 2015, ore 18, vernissage della mostra Art on the
Street Fotografie di Martha Cooper, presso la Pinacoteca Comunale di Arte
Contemporanea “Giovanni da Gaeta”.
Quattro sale interamente dedicate alla più famosa fotografa
internazionale di graffiti e street art, da quasi 40 anni sulla
scena:Memorie Urbane – street art festival, giunto alla quarta edizione con
più di 100 interventi realizzati, presenta Martha Cooper, che più di ogni altra
persona ha visto nascere e crescere l’importante fenomeno dell’urbana art in
tutte le sue forme, ma soprattutto ha avuto la prontezza di racchiuderlo in
indimenticabili scatti fotografici. Un ritorno alle origini della Street Art
attraverso le immagini della donna che ha saputo raccontare meglio di tutti
l’esplosione colorata dell’arte “di tutti” in strada.
Il progetto, fortemente voluto dal fondatore del festival Davide Rossillo, che
si è occupato in prima persona dell’organizzazione della mostra, nasce
dall’interesse della Cooper per il nostro territorio, da anni in meraviglioso
fermento, e dall’amore di tutti gli addetti ai lavori nell’ambito “street” per gli
scatti della fotografa americana. Un incontro che si trasforma in un racconto
visuale, che si snoda nelle sale della Pinacoteca di arte contemporanea di
Gaeta, partendo naturalmente dalla New York degli anni ’70, focolaio di
quel movimento espressivo che ha travolto in breve tempo i principali
paesi del mondo: il graffiti writing.
“Ho avuto la fortuna di conoscere Martha Cooper nel settembre del
2014 – afferma il curatore della Mostra Davide Rossillo - in occasione della
conferenza per la Biennale di street art di Mosca ‘Artmossphere’, a cui
eravamo stati entrambi invitati. Quando Martha ci ha trasportato, con il suo
racconto e le sue immagini, all’interno della sua storia mi ha conquistato: la
sua semplicità e il suo vissuto mi hanno aiutato a comprendere delle cose da
un diverso punto di vista, quello di chi c’era e le ha vissute. Mi sono convinto
allora che anche il territorio su cui Memorie Urbane era germogliato avesse
necessità di fare un percorso a ritroso per comprendere le origini di quello che
da quattro anni stavamo realizzando nelle nostre città, per capire da cosa era
nato tutto. La mostra “Art on the Street”, vuole quindi creare proprio un
percorso, attraverso le immagini di Martha Cooper. Abbiamo utilizzato l’intero
piano, quattro sale del Museo di Arte Contemporanea Giovanni da Gaeta, uno
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dei pochi luoghi sul nostro territorio dedicati alla contemporaneità e tenuto
egregiamente dall’Associazione Novecento.
La mostra, che ho immaginato e progettato personalmente, si sviluppa
in tre fasi: una prima “vandalica” e “di contestazione”, con tag, treni,
look e mode; una seconda di riconoscimento, con le gallerie, autografi,
le vendite, l’interesse e l’evoluzione della società mediatica (con
l’affermazione di un artista come Keith Haring, il cui lavoro è stato la
mia prima connessione con l’arte in strada, travolto da giovanissimo
dal suo mondo di colori e umani in movimento); ed una terza dedicata
alla contemporaneità, alla nascita di festival con muri legali, all’artista
mediatico Banksy ma anche a chi rifiuta le luci e le glorie e si distacca
dal fenomeno come il nostro Blu. Non è stato semplice scegliere tra le
migliaia di scatti di Martha, ma non volevo ridurre la mostra ad una semplice
carrellata di piccole foto. Ne ho scelte cento e ve le presento, cercando di dare,
con il grande formato, il giusto valore storico-artistico a queste immagini. Buon
percorso!”.
Finalmente visibili in stampe di grande formato, le immagini di Martha Cooper
potranno essere ammirate in numero superiore in una proiezione su grande
schermo all’interno della quarta sala, che sarà dedicata ad un approfondimento
visuale che appassionerà gli amanti della fotografia di tutte le età. Quasi 40
anni di un racconto che diventa un vero e proprio documento storico
da non perdere.
L’esposizione resterà aperta fino al 17 maggio 2015.
Incontri culturali ad Istanbul:
Ara Güler, fotografo dell'umanità
di Simone Perotti da http://www.progettomediterranea.com/
Entrare all’AraKafé, nella traversa quasi invisibile di Istiklal Caddesi, mi ha
fatto lo stesso effetto che mi fece entrare nella taverna U Kalicha, a Praga,
dove Bohumil Hrabal si rintanava a scrivere e dove sui muri si possono
ancora leggere le sue frasi e quelle dei suoi ammiratori, oppure entrare
al Floridita, nella vecchia Avana, dove Hemingwaysi rifugiava a bere i suoi
proverbiali daiquiri, pontificando e discutendo con amici e avventori.
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Oggi il suo posto è recintato da un cordone di velluto bordeaux, nessuno si può
sedere all’angolo del bancone, sul lato corto, dove si sedeva e faceva tardi il
grande Ernest. Ma di luoghi simili me ne sono venuti in mente molti altri,
entrando. Da Santo Stefano Belbo al caffè A Brasileira, solo per citare Pavese e
Pessoa.
L’AraKafé è tappezzato da gigantografie degli scatti di quello che è, quasi
certamente, il più grande fotografo vivente della generazione di CartierBresson e di Robert Capa. Un monumento, un “mostro” si sarebbe detto negli
anni Settanta. Certamente il più grande della squadra della Magnum
ancora in vita, nato come attore e cineasta, poi fotografo per vocazione
irresistibile, primo corrispondente a collaborare dalla Turchia con TimeLife,
all’epoca una rivista da palcoscenico mondiale. Seguono Paris Match, Stern e il
The Sunday Times. E’ proprio Cartier-Bresson a portarlo alla Magnum, là dove i
grandissimi soltanto accedono.
Ara Guler adesso ha 93 anni, è un vecchino barbuto, un po’ curvo, malato “sono appena tornato dall’ospedale, mi scusi, devo mangiare una zuppa per
riprendermi” - e incute un rispetto quasi venerando con i suoi occhi umidi,
dolcissimi, ma capaci di guizzi che fanno sussultare.
Gli chiedo come fotograferebbe Istanbul oggi. “Grandi cambiamenti,
grandissimi… Il business cambia tutto. Ma c’è qualcosa che rimane…”.
Sospende le parole, un po’ per lo sfinimento dell’età, un po’ per un’incapacità a
definire del tutto ciò che vede guardando nell’aria del suo locale. Come nelle
sue fotografie, spesso sfocate, sempre controluce, sempre indefinite, e per
questo terribilmente evocative. Cosa rimane? “L’uomo… Ogni cosa ha come
centro l’uomo. E ogni cosa resta…”. Devo confessare che sono emozionato, non
mi vengono le domande.
Gli chiedo se abbia visto il mediterraneo, fotografando Istanbul. “Questa
una città del Mediterraneo. Certo che l’ho visto. Guardi qui…” e mi mostra
sue foto di almeno cinquant’anni fa, il Bosforo, scatti in bianco e nero,
tramonto, di notte, sul Corno d’Oro che lasciano addosso l’intero senso
un’epoca. Non è un caso che tutti lo chiamino “L’occhio di Istanbul”.
è
le
al
di
“Io non sono un fotografo giornalistico. Ho fatto anche quel lavoro, ma io sono
un fotografo dell’umanità. Queste mie foto, tutti dicono che sono un
documento di Istanbul, di un’epoca… ma sono un documento dell’umanità”.
Ara Guler ha pubblicato 56 libri fotografici, ripubblicati e tradotti in tutto il
mondo, e ha schedari di scatti che vengono conservati in sei appartamenti,
cioè i sei piani del palazzo alla cui base ci troviamo adesso. Gli chiedo del suo
rapporto con i grandi. “Nessuno è grande!” sembra quasi infastidito. Gli dico
che lui è un grande della fotografia, ad esempio. “Forse, può essere… ma non
conta. Capa era uno che non faceva abbastanza. Non era completo. Aveva
sempre un mucchio di donne con lui, un viavai. La famosa foto del miliziano
che cade colpito alla testa, ad esempio, non l’ha fatta lui, ma una
ragazza che era lì con lui. Di lui non si sa mai quali foto abbia scattato e
quali gli siano state attribuite ma non sono sue. Cartier Bresson invece faceva
tutto lui, è tutta roba sua, e lui è stato un grande, certo…”. Incredibile, la
foto per cui Robert Capa è famoso non sarebbe la sua… “. La Magnum
non esiste più. Solo gente mediocre. Non fanno più fotografie vere, artistiche.
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Solo pubblicità, per vendere. Tutti, a questo mondo, corrono dietro alla
pubblicità”.
Mi racconta che è stato a lungo in Italia, Francia, Germania, Inghilterra,
dovunque “fin nelle più remote isole del Pacifico. Ho girato tutto il mondo”.
Torno a chiedergli cosa vede dall’obiettivo immaginario (non credo faccia più
foto ora, ndr), cosa guarderebbe. “Tutto cambia. Ma tutto resta. Tutto
sembra diverso per sempre. Quella foto del ponte di Galata, ad esempio.
Quella foto è soprattutto il suo angolo di visuale. La potenza viene da lì. Cosa
ho fotografato lì?” I suoi occhi si perdono nella gigantografia alle mie spalle, la
più bella esposta qui. Gli chiedo di Gezi, di Piazza Taksim, lui mi dice
costernato che è accaduto qualcosa di brutto, ma non va oltre. “Ho fatto
quattro guerre mondiali io, e sono ancora vivo. La vita è insufficiente, devi
immaginare per fare fotografie. La fotografia è un fatto di composizione. Il
fotografo è un compositore. E la composizione è una parte del cervello”. Sta
andando un po’ a ruota libera ma è bellissimo seguirlo, senza fare domande
nelle sue lunghe pause.
“Guardi questa foto. Questo è Mediterraneo! Questa gente però, non il mare o
la costa! Guardi questi ritratti di lavoratori stanchi a fine giornata. Eravamo
negli anni ’50 qui. Non avevano una casa dove andare a riposarsi. Entravano in
un caffè e si addormentavano, sfiniti. Era quel caffè la loro casa. Eccolo il suo
Mediterraneo! Eccolo il fatto umano che ho tentato di registrare. La
fotografia, la mia opera intera è una registrazione del fatto umano. E la
gente, mi creda, non cambia mai. E’ sempre la stessa. Ora spero che abbiamo
finito. Sono così stanco…”
Rassegna Stampa del Gruppo Fotografico Antenore
www.fotoantenore.org
[email protected]
a cura di G.Millozzi
www.gustavomillozzi.it
[email protected]
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