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2014 - Cosimo Ferri

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La Pontremoli che abbiamo, la Pontremoli che vorrei
Passeggiando per le vie del borgo di Pontremoli non si può
non ritornare ai tempi che furono, al senso della fatica e dell’impegno che tanti hanno profuso perché noi oggi potessimo goderne i benefici.
Mai come in questo momento di incertezze e di crisi Pontremoli si presenta nella sua veste più affascinante di testimone storica di comunità forte e volenterosa, desiderosa di raggiungere
obiettivi spendibili e di mostrarne i risultati.
La particolare posizione geografica, strategica fino alla metà
del secolo scorso, vive in questo momento una fase di rilettura
tendente al suo riposizionamento non più come luogo di passaggio “obbligato” ma come luogo da cercare e da scoprire, come
meta di un cammino, come atmosfera da godere.
Sorge allora spontanea la domanda di quali siano le possibili
strade da seguire, di quali scelte si possano operare per offrire un
avvenire più attraente alle future generazioni o alle tante persone desiderose di individuare dimensioni “a misura d’uomo”
nelle quali riscoprire il senso della relazione umana.
Pontremoli si contraddistingue per un fortissimo senso di
solidarietà e di cooperazione, di disponibilità e di appartenenza,
elementi testimoniati dalla corposa tradizione, sempre più affermata, del volontariato e dell’associazionismo. Troppo spesso
invece la storia della nostra città è vista come testimonianza di
litigiosità e di faziosità, naturale prosecuzione della contrapposizione storica fra Guelfi e Ghibellini.
Non è quella, a mio avviso, la lettura giusta da dare al nostro
passato, così come non deve essere l’approccio da usare per
affrontare il presente e costruire il domani. Ogni pontremolese
ha un forte senso di attaccamento alle radici, ha un forte amore
per la propria pontremolesità: da questo forse bisogna partire per
creare un sistema o ancor meglio una rete - come si ama dire in
questi tempi - per far conoscere le tante verità di questa Città,
spesso martoriata e colpita dal dolore, ma sempre risorta. La
verità che si nasconde nelle tante pietre che costituiscono il
borgo di origine medioevale, che evapora dalle acque della
Magra e del Verde, percettibile però solo a chi la sa leggere. La
verità fatta di fatica e di sforzi, testimonianza di attività commerciali e artigianali, di espressione artistica e culturale, di tipicità
culinarie e di buoni vini.
La Pontremoli che vorrei dovrebbe ricercare questo orizzonte: quella nascosta, affacciandosi fra le tante corse e gli affanni
del terzo millennio; quella che si conserva in attesa che il cultore del bello la scopra e la riscopra, ponendosi nel ruolo di amplificatore di una verità. La fatica di leggere ciò che ci circonda ci
deve spingere sempre di più a creare sinergia per far conoscere,
per far sì che il nostro essere terra povera possa valorizzare la
ricchezza di valori e di passato, di testimonianze e di colori.
La Pontremoli del domani, che molti di noi vorrebbero, credo
debba essere una Città capace di mettere da parte conflitti e marginalità, per mettere a frutto la propria ricchezza storico-cultura-
le, superando anche la frattura decennale fra imprenditorialità e
cultura.
La cultura che crea impresa del resto è uno degli obiettivi
verso il quale tende anche la Commissione Europea con l’istituzione di un nuovo programma, EUROPA CREATIVA (20142020), contenente tra l’altro agevolazioni per gli investimenti e
per lo sviluppo delle competenze.
Rispettare il mondo valoriale del passato, fra natura, arte e
tradizioni, coniugandolo con l’innovazione; aprirsi al nuovo
senza perdere la propria identità psichica e culturale; vivere l’altro da sé in termini propositivi e positivi; questa è la grande sfida
che la nostra realtà territoriale si trova a dover vivere in un
momento di grande transitorietà e di incertezze.
La ripresa del nostro territorio e la vittoria sulla logica della
marginalità – spesso limite nostro, oltre che condizione a cui ci
vorrebbero costringere - è soprattutto nelle mani delle nuove
generazioni, ma dipende in maniera molto forte dalla loro formazione, che invece è compito di tutti noi. Tanto più riusciremo
a importare modelli da zone che hanno brillantemente saputo
trasformare criticità in opportunità, che hanno saputo lavorare
sulla motivazione e sulla crescita della resilienza, sulla competitività come paradigma comportamentale e sulla forza del knowhow tanto più sarà possibile invertire la inesorabile diminuzione
numerica, foriera di chiusure e di tagli.
Occorre quindi dare più spazio a istruzione, formazione, cultura e progettualità imprenditoriale. Molto è già stato fatto.
Molto altro è da fare, per esempio interconnettendo sempre più
e sempre meglio il mondo della natura con quello del turismo,
della storia, dell’arte, all’insegna dei profumi e dei sapori delle
nostre eccellenze enogastronomiche: è il must del domani.
L’essere sistema in realtà come quella di Pontremoli dipende
anche dal guardare con occhio collaborativo e sussidiario allo
Stato, chiedendo che non venga tutto ridotto alla logica del taglio
di istituzioni e servizi, ma anche dando l’unica cosa che ognuno
di noi può dare: il proprio pensiero e la propria idea, la propria
forza e il proprio impegno, certi che, il bene comune, oggi più
che mai, sia frutto della condivisione dei percorsi e delle azioni,
della mediazione e di intermediazioni fra i singoli diritti e quell’insieme, certamente superiore alla somme delle singole parti,
che è il bene comune.
Per tutto questo, l’Almanacco Pontremolese, nella sua edizione del 2014, vuole essere una carrellata - che comincia da qui di “scritti” che raccontano la Città di Pontremoli con foto, con
storie, con toni, con tagli diversi, vecchi e nuovi, melanconici e
speranzosi, quasi a voler fondere tutta la tradizione, tutta la
potenzialità, tutta la verità della nostra amata Città, per spingerla, insieme e nel modo migliore, verso il futuro.
Buon Natale e buon anno a ciascuno di voi.
Lucia Baracchini
Hanno collaborato a questo numero dell’Almanacco Pontremolese:
Giulio Cesare Cipolletta, Giorgio Cristallini, Paolo Lapi, Giovanna Zanella, Claudio Giumelli, Angelina Mgnotta,
Luciano Bertocchi, Luciano Preti e per le foto della “Pontremoli da scoprire” Walter Massari.
Almanacco Pontremolese 2014 - Anno XXXVI - Edito e curato da: Centro Lunigianese di Studi Giuridici - Stampa: Tipografia Artigianelli Pontremoli
Si ringraziano: oltre a tutti gli autori e gli amici sopra citati, Enrico Ferri, Laura Bertolini, Giuseppe Michelotti, Manuel Buttini, Lucia Boggi,
Marino Trivelloni, Cosimo e Jacopo Ferri.
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Almanacco 2014
La scelta di questa edizione 2014
è stata quella di affidare il compito di
redigere l’Almanacco ad una serie di
persone che, per motivi vari - di
nascita, abitativi, di lavoro o di semplice passaggio nella città - vivono,
frequentano o hanno frequentato
Pontremoli.
Sicuramente una scelta di un
angolo visuale arbitrario, personale,
per descrivere, ancora e per l’ennesima volta, Pontremoli e la Lunigiana,
ma la vita è fatta anche di queste
cose, non solo di uniformità o rispetto di canoni interpretativi unitari.
Insomma, un Almanacco che parli
di Pontremoli, vista con gli occhi di
coloro che hanno eletto questa città a
luogo di propria residenza o lavoro,
ovvero che qui hanno legami di varia
natura. A ciascuno, quindi, il compito di descrivere la "sua" Pontremoli
personale.
Ciò che, a mio parere è emerso da
questo collage di descrizioni, da
questo caleidoscopio di impressioni
individuali, è una Pontremoli plurale, diversa, più complessa rispetto
a quanto la singola visione possa
indicare, ricca di sfaccettature e di
spunti di riflessione; una serie di
descrizioni dalle quali si può dissentire o concordare, anche operare
critiche ma sempre con uno sguardo
costruttivo, per una discussione
comune su cosa sia o possa diventare
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questa città.
Anche le città, difatti, sono in continuo divenire, mutano i loro caratteri, la loro fisionomia, le sensazioni
che possono offrire ai visitatori. E
crediamo che ciascuno di noi possa
contribuire, nel suo piccolo, vivendo
la propria vita, impegnandosi nel
lavoro e nelle attivita’ comuni, a
determinare un percorso che trascenda gli aspetti meramente soggettivi
per approdare in un ambito collettivo
e, chissà, migliore.
Come da tradizione, sinceri auguri
di buona lettura e un felice anno.
Giulio Cesare Cipolletta
Il viaggiatore
della Cisa
di Giulio Cesare Cipolletta
Fin da bambino la Cisa ha rappresentato per me la porta di
accesso al mare, alla Liguria, con
un sostanziale oblio di quel lembo
di terra che è indubitabilmente
Toscana.
Ricordo ancora, con nostalgia,
le partenze all’alba, da una livida
Milano, ancora triste e ingrigita
nonostante il calendario rivendi-
casse l’esistenza di una stagione
estiva, l’attraversamento della pianura, una piatta distesa di terra
contrassegnata da effluvi misteriosi di sostanze organiche, il tentativo di continuare a dormire e di
riacciuffare quei sogni notturni
non ancora dissoltisi del tutto,
bruscamente interrotti dall’esigenza di fare presto, di fare prima.
Mi rivedo ancora, disteso sul
sedile posteriore, stretto tra le
mille cianfrusaglie e i viveri che
ogni anno ci portavamo dietro,
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non si sa mai, e che puntualmente
ci riportavamo indietro alla fine
dell’estate, avvolto nella copertina
di lana, sbirciare il volto teso di
mia madre, la cui funzione era
sostanzialmente quella di controllare la guida di mio padre, attento
a quello, vai piano, hai acceso le
luci?
Mio padre che, tra un rimbrotto
e l’altro, cercava di superare i suoi
personali record di anno in anno,
intento a superare, ad almeno
novanta chilometri all’ora, una
Gennaio
velocità pazzesca, da brividi, gli altri
automobilisti che avevano avuto la
stessa originale idea della partenza
antelucana, all’insegna delle vacanze
intelligenti.
Il grigiore dei cieli plumbei, la sempre presente processione piovosa,
immancabile compagna di viaggio
lungo le strade della Lombardia e dell’Emilia, facevano da sfondo costante e
immutabile alle lente ore di avvicinamento al sole, alle spiagge liguri, alle
vacanze finalmente!
Una gioia in qualche misura bilanciata dal costante timore che, una volta
o l’altra, si avverasse la nefasta profezia che immancabilmente mio padre,
circa a metà strada, cominciava ad
esprimere con crescente preoccupazione “Giovanna, questa volta non ce la
faremo!”, intendendosi riferire alla
possibilità che terminasse la benzina
prima di arrivare ad un distributore.
Chissà perché, poi, non la facesse
prima, era un mistero, uno di quei
segreti familiari dei quali non si parla
mai, neppure a distanza di anni e che
restano avvolti in un insondabile alone
di silenzi.
“Se arriviamo alla Cisa è fatta”, per
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Mercoledì
Maria madre di Dio
Giovedì
S. Basilio
Venerdì
S. Genoveffa
Sabato
S. Ermete
Domenica
S. Amelia
Lunedì
Epifania del Signore
Martedì
S. Luciano
Mercoledì
s. Severino
Giovedì
S. Giuliano
Venerdì
S. Aldo
Sabato
S. Igino
Domenica
S. Modesto
Lunedì
Battesimo di Gesù
Martedì
S. Felice
Mercoledì
S. Mauro
Giovedì
S. Marcello
Venerdì
S. Antonio A.
Sabato
S. Liberata
Domenica
S. Mario
Lunedi
S. Sebastiano
Martedi
S. Agnese
Mercoledì
S. Vincenzo
Giovedì
S. Emerenziana
Venerdì
S. Francesco di Sales
Sabato
Conv. di S. Paolo
Domenica
SS. Tito e Timoteo
Lunedì
S. Angela
Martedì
S. Tommaso
Mercoledì
S. Costanzo
Giovedì
S. Martina
Venerdì
S. Geminiano Patrono di Pontremoli
via della discesa, che ci avrebbe
forse accompagnati fino al nostro
arrivo!?!
In quegli anni, quindi, per me la
Cisa e Pontremoli erano la terra di
mezzo, la fase di transizione tra i
lunghi mesi invernali e i troppo
brevi periodi di vacanza, quasi
uno dei passaggi fondamentali in
un rito iniziatico che, ogni anno,
scandiva il tempo della mia infanzia.
La Cisa, con il suo tunnel lungo
2054 metri, era il trampolino di
lancio, lo scivolo verso il mare, la
porta di accesso alla fase più felice dell’anno.
Ci si arrivava lasciando dietro
di noi il grigiore padano e si entrava in un mondo variopinto di colori, di profumi di boschi veri, si
avvertiva - perlomeno nella mia
fantasia infantile - già il salmastro,
quasi si poteva ascoltare il frangersi delle onde sugli scogli bianchi, gli spruzzi di acqua marina
sul volto, le promesse e lusinghe
di interminabili giochi sulla spiaggia, sino a sera, sino a notte.
Fantasie, certo, ma quanto vivide, quanto potentemente presenti
e legate in modo indissolubile
all’infanzia e, per ciò stesso, fortemente formative.
Ancora adesso, nel percorrere il
passo della Cisa, con ben altri
modelli di autovetture rispetto a
quelle di un tempo e per motivi
non più legati solo alle vacanze,
provo un brivido di infantile piacere nell’attraversare quella porta,
nel verificare ancora una volta che
sto per lasciarmi alle spalle il maltempo, il grigiore, per avviarmi
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rapidamente verso il sole, la luce,
la bellezza.
Certo, non sempre funziona
così, non ogni volta c’è un vero di
qua e un di là, non è vero che la
Cisa sia davvero uno spartiacque
meteorico che separa nettamente
l’Emilia e quel lembo della Toscana e, con essa, la Liguria.
Ma tant’è, a volte le convinzioni infantili sono difficili da confutare anche se si scontrano con
incontrovertibili dati di fatto.
Con il tempo, poi, la stessa città
di Pontremoli, da luogo di passaggio, di semplice attraversamento,
è diventata un luogo di frequentazione, di prolungata sosta e accurate passeggiate alla ricerca di
angoli visuali nuovi, di emozioni
da riportare a casa, come la salita
verso il Piagnaro che, ampliata e
romanzata, può essere descritta come
un racconto di draghi e castelli incantati.
Una città di sensazioni, di piccoli
indescrivibili piaceri, di affacci dal
ponte della Crësa ai rintocchi delle
campane che scandiscono lente il fluire
della vita; dalle passeggiate alla ricerca
degli esordi della primavera nella fioritura rosa del viale dei Chiosi alle pause
all’ombra del Campanone, nella più
riservata piazza del Duomo, dove sorseggiando un “bianco oro” si può
lasciare che il tempo ci scivoli accanto;
al piacere di ritornare verso casa portando in un pacchetto pieno di “amor”
un pò di quella vivace atmosfera pontremolese delle mattine di mercato.
Nella mia immaginazione, quella
iniziale identificazione di Pontremoli
come avanguardia territoriale della
Liguria, intesa come luogo di vacanza
mare e sole, talvolta persiste e si rafforza: a pranzo, ad esempio, laddove i tipici testaroli, un piatto decisamente lunigianese, si accompagnano al pesto,
identificativo nel mondo della Liguria.
Oppure, le torte d’erbi che, per quanto costituiscano l’espressione di un
generico antico mondo rurale, nel quale
vi era un sapiente utilizzo delle scarse
risorse del territorio, richiamano molto
da vicino le torte liguri, con il prevalente utilizzo delle verdure, uova, avvolte
da una sottile pasta sfoglia.
L’attraversamento della Cisa, la
sosta a Pontremoli, quindi, come una
immersione in un mondo antico, al centro della antica via Francigena e a
cavallo della storia, generale e personale, collettiva e individuale, nel tempo e
nello spazio.
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Sabato
S. Verdiana
Domenica
S. Sabatino
Lunedì
S. Biagio
Martedì
S. Gilberto
Mercoledì
S. Agata
Giovedì
S. Paolo
Venerdì
S. Teodoro
Sabato
S. Girolamo
Domenica
S. Apollonia
Lunedì
SS. Arnaldo e Scolastica
Martedì
S. Dante
Mercoledì
S. Eulalia
Giovedì
S. Simeone
Venerdì
S. Valentino
Sabato
S. Faustino
Domenica
S. Giuliana
Lunedì
S. Mesrop
Martedi
S. Simone
Mercoledì
S. Mansueto
Giovedì
S. Silvano
Venerdì
S. Pier Damiani
Sabato
Catt. di S. Pietro
Domenica
S. Renzo
Lunedì
S. Etelberto
Martedì
S. Cesario
Mercoledì
s. Faustiano
Giovedì
S. Leandro
Venerdì
S. Fortunato
Gino Bartali
a Pontremoli
Per onorare tre Bancarella Sport:
come faceva nelle gare, ogni volta in concorso ha sempre vinto
di Giorgio Cristallini
Da Ponte a Ema, dov’era nato
nel luglio del 1914, riuscii a portarlo nella Città del Libro in occasione di alcune edizioni del Premio Bancarella Sport.
La sua prima volta a Pontremoli avvenne per la partecipazione
del grande campione al concorso
con il volume dal titolo Tutto sbagliato, tutto da rifare, edito da
Arnoldo Mondadori e curato dal
giornalista Pino Ricci per quanto
riguardava la forma, la grammatica e la sintassi per le quali il
nostro Gino non aveva dimestichezza. Era il mese di giugno
1980. Con lui era in gara anche
Jacques Yves Cousteau, autore di
Salmoni, castori e lontre, pubblicato da Longanesi, Gianni Cancellieri e Cesare de Agostini, autori
di Le leggendarie Auto Union
(Zanini).
Alcune settimane prima aveva
presentato il suo libro alla Terrazza Martini di Genova, assieme
agli altri finalisti, in occasione di
una conviviale del Panathlon. Inutile dire che figurava come il personaggio di maggior rilievo della
cinquina selezionata.
Di lì a pochi giorni il notaio del
Bancarella Sport avrebbe dato il
via allo spoglio delle schede ed
alla proclamazione del vincitore
in Piazza della Repubblica. Gino
non poteva mancare a quell’appuntamento, anche perché gli
sportivi lunigianesi avevano programmato una serie di festeggiamenti in suo onore. Così, proprio a
Genova programmò la giornata di
Pontremoli. “Non posso mancare
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– aveva detto – ma con me desidero che ci sia Pino Ricci, senza il
quale il libro non avrebbe mai
visto la luce”. Non posso dire se
quella fosse stata la prima volta
della sua presenza. Non ha importanza.
Bastò che il nome di Bartali
apparisse sui manifesti affissi dalla
Fondazione Città del libro per celebrare con orgoglio la diciassettesima edizione del Bancarella Sport e per assicurare il tutto esaurito nella piazza dove si
svolgeva la manifestazione.
Il nostro Ginettaccio vinse alla grande e Bruno Raschi, che allora presiedeva la Commissione per la selezione,
ricordò le più belle imprese compiute al
Giro d’Italia e al Tour de France.
Ancora oggi ricordano l’avvenimento Francesco Magnavacca e Carlo
Lucii che figurano tra i fondatori del
Bancarella Sport; tutti insieme, in chiusura, con Mario Mengoli e con Renzo
Tolozzi, portarono il campione fiorentino alla “Manganella”, a gustare un
piatto di testaroli per i quali andava
matto.
Di lì a due anni Bartali tornò a Pontremoli quale padrino di Buzzati al
Giro d’Italia (Mondadori), a fianco
della vedova del grande scrittore bellunese, per contrastare il successo di
Gianni Brera, in concorso con Coppi e
il diavolo (Rizzoli). Vinsero entrambi,
un pari merito con trentotto voti ciascuno che è rimasto come la più bella testimonianza del più ambito premio letterario di narrativa sportiva.
Bisogna attendere il 1993 per rivedere il “nostro” sul palco del Bancarella,
in occasione del venticinquesimo del
Premio.
Bartali, anche in quella circostanza,
concorreva per vincere, perché la Leggenda di Bartali ( Ponte alle Grazie) di
Marcello Lazzerini e Romano Beghelli,
era quanto di meglio si potesse leggere
per avere una conoscenza diretta dei
cento e più successi ottenuti in una carriera che ha soltanto in Fausto Coppi il
concorrente che gli poteva tenere testa.
Era venuto perfino a Cervia alla presentazione, assieme a Josefa Idem e ad
Arrigo Sacchi e proprio nella cittadina
termale aveva confermato la sua presenza a Pontremoli. Fu un terzo appuntamento coronato dal successo di Laz-
zerini e Beghelli che dovevano tenere a
bada diretti concorrenti come Stefano
Pivato, Giorgio Evangelisti e Roberto
Quercetani.
Il nome di Bartali aveva fatto presa
ancora una volta sui centoventi componenti della grande giuria: tutte le attenzioni dei Pontremolesi furono infatti
per lui, chiamato a firmare non so
quanti libri ai presenti.
Per tutti una frase, perché si ricordassero del Bartali che non era più
quello del Tutto sbagliato, tutto da rifare, ma l’amico di un’intera città che
ancora una volta era accorsa in massa a
salutarlo, ringraziarlo e applaudirlo,
proprio come facciamo noi oggi, avendo di lui l’immagine più bella per aver
ottenuto l’ennesima vittoria su un terreno assai difficile, sul quale ha rischiato
la sua stessa vita, alla fine meritando di
salire di nuovo, in solitario, in cima alla
vetta a tagliare il traguardo di Giusto
tra le Nazioni del mondo, il 23 settembre 2013, per aver collaborato alla salvezza di tante centinaia di innocenti
perseguitati.
E il riconoscimento tributatogli a
Yad Vashem, Gerusalemme è partito da
Pontremoli..
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Marzo
1 S.Sabato
Albino
2 S.Domenica
Basileo
Lunedì
3 III di Quar.S. Cunegonda
4 s.Martedì
Adriano
Mercoledì
5 LE CENERI
6 S.Giovedì
Giordano
Venerdì
7 S. Felicita
8 S.Sabato
Giovanni
Domenica
9 I di Quar. S. Francesca
10 S.Lunedì
Macario
Martedì
11 s. Costantino
12 S.Mercoledì
Massimiliano
Giovedì
13 S. Arrigo
14 S.Venerdì
Matilde
Sabato
15 S. Longino
16 IIDomenica
di Quar. S. Eriberto
Lunedì
17 S. Patrizio
18 s.Martedì
Cirillo
19 S.Mercoledì
Giuseppe
Giovedì
20 S. Alessandra
21 S.Venerdi
Benedetto
Sabato
22 S. Lea
23 IIIDomenica
di Quar. S. Turibio
Lunedì
24 Ss. Dionigi e C. mm.
25 s.Martedì
Riccardo
Mercoledì
26 S. Teodoro
27 S.Giovedì
Augusto
Venerdì
28 S. Sisto III
29 S.Sabato
Secondo
Domenica
30 IV di Quar. S. Amedeo
31 S.Lunedì
Guido
Pontremoli...
di Paolo Lapi
Puntremel, Pons Tremulus,
Punt de Tremble, Pontresme,Pontremulus... Così nel corso dei
secoli è menzionata Pontremoli,
questo “ponte” posto in mezzo
alle montagne alla confluenza di
corsi d’acqua e lungo la più
importante direttrice viaria tra il
nord e il centro Italia, un “ponte”
collocato in un luogo di confine e,
nello stesso tempo, di intersecazione tra territori diversi: il territorio lombardo, quello ligure e quello toscano.
Una “terra-ponte”, Pontremoli,
di passaggio e di sosta breve, dove
la cultura e le opere dell’uomo del
passato hanno saputo amalgamarsi alla natura dei luoghi, corrispondere alla realtà diversamente
da oggi dove si progetta senza
considerarla e avendo di mira solo
la realizzazione di proprie fantasie. Dal Comune medievale con le
“altissime” torri alla Città barocca, Pontremoli è un intreccio e una
sintesi di storia, di arte, di religione e di tradizione che la rendono
unica per chi la ama.
Le “fazioni” qui sono di casa
ancora oggi e si svelano soprattutto nelle fredde sere di gennaio
quando sui greti del fiume Magra
e del torrente Verde vengono accesi i falò, lingue di fuoco che s’innalzano e guizzano verso il cielo
dalle acque cristalline dei fiumi a
riscaldare e ad illuminare le gelide
notti invernali.
Nel Cinquecento Michel de
Montaigne, qui di passaggio, definiva Pontremoli “molto lunga e
popolata d’antichi edifizi non
molto belli”, poi nel Settecento
Pietro Leopoldo, qui in visita,
insisteva sul suo essere “formata
di una sola strada lunga 2 terzi di
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miglio”. E proprio la “strada” è
“l’essenza” di Pontremoli: una
strada di piagnoni che alzando gli
occhi diventa una strada di cielo.
Lungo quest’unica “interminabile” strada, ricordata anche dall’esule Campolonghi, continuano
ad affacciarsi chiese, case e palazzi, testimoni di una capitale del
passato, ricchi di storia ma sempre
più vuoti della voce degli abitanti,
i “burgenses”, e dei rumori degli
artigiani di un tempo.
Nelle silenziose notti invernali,
quando il freddo è pungente e le
stelle nel cielo brillano di un’intensità viva, questa lunga strada,
secolare “colonna vertebrale” dell’antico borgo di pietra, si ripopola di ombre e di voci del passato
dei tanti che qui hanno vissuto e
lavorato e dei tanti che nel corso
dei secoli l’hanno percorsa per i
motivi più diversi, ricordando
anche a noi, uomini del XXI secolo, come l’uomo sia essenzialmen-
te un pellegrino, un “viator” come dicevano i medievali, uno che cammina
spinto dalla ricerca di quel Senso che
solo può colmare il desiderio d’infinito
del cuore. Così trova un significato
ancora più profondo la presenza qui del
“labirinto”, pietra parlante, nel silenzio, al desiderio del cuore dell’uomo.
Pontremoli però non è nulla, come
non era nulla nel passato, senza il suo
contado: le vallate, un tempo divise in
quattro “Quartieri”, dove spuntano, in
una sempre più “ricca” vegetazione, i
suggestivi, ormai disabitati, paesi, le
antiche “ville”, sedi dei tenaci “rurales”.
Altra caratteristica di Pontremoli che
si ricava dalla storia, una caratteristica
sempre legata alla sua strategica posizione, è l’essere oppidum, borgo fortificato, luogo di difesa prima, luogo di
mercato poi. A questo suo ruolo di “fortezza” si lega quel vigore dei Pontremolesi del passato, un vigore che è
andato scemando dalla fine del Cinquecento. Sebbene, infatti, da allora le
forme edilizie si siano abbellite, l’animo dei Pontremolesi è divenuto sempre
più debole, borioso e superficiale, più
attento all’apparenza che alla sostanza:
non più pronto a difendere i diritti reali
della propria Communitas, ma solo
capace di attivarsi per interessi personali e per falsi e vuoti titoli.
Da una descrizione del 1821, fatta
per evitare che venisse attivata l’illuminazione pubblica notturna in Pontremoli perché “giudicata inutile”, si possono intravedere alcune caratteristiche
della Pontremoli di ieri, che ritroviamo
ancora nella Pontremoli di oggi:
1. La strada che percorre Pontremoli
da cima a fondo non è mai che leggermente tortuosa e presenta per lo più
anche una sufficiente larghezza, se si
eccettuano pochissimi punti dei meno
frequentati.
2. Il commercio esterno di Pontremoli
trovasi per somma disgrazia ridotto ad
una assoluta nullità, necessario, e
lacrimevole effetto della separazione di
questa sciagurata Provincia dalla
Madre patria, e de rigorosi sistemi
daziari adottati per parte de’ tre
Governi esteri, dai cui territori il Pontremolese è circondato.
[...] 6. In Pontremoli come piccola
Città di Provincia anzi di Montagna il
tenore di vita degli abitanti è in genere
sommamente patriarcale. La massima
parte si ritira nelle loro case costantemente verso le ore nove della sera. Da
poche famiglie del primo e secondo
ordine si protrae la conversazione fino
alle 10 precise, nel qual punto si chiudono ancora le Bettole, le Locande, ed
i due Caffè. Ognuno in allora va a cori-
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Martedì
s. Ugo
Mercoledì
S. Francesco
Giovedì
S. Riccardo
Venerdì
S. Isidoro
Sabato
S. Vincenzo
Domenica
V di Quar. S. Guglielmo
Lunedì
S. G. Battista
Martedì
s. Dionigi
Mercoledì
s. Maria di Cleofe
Giovedì
S. Terenzio
Venerdì
S. Stanislao
Sabato
S. Giulio
Domenica
LE PALME
Lunedì
S. Abbondio
Martedì
S. Annibale
Mercoledì
S. Lamberto
Giovedì
S. Aniceto
Venerdì
S. Galdino
Sabato
S. Ermogene
Domenica
PASQUA di RESUR.
Lunedì
dell’Angelo
Martedì
S. Caio
Mercoledì
S. Giorgio
Giovedì
S. Fedele
Venerdì
S. Marco
Sabato
S. Cleto
Domenica
S. Zita
Lunedì
S. Valeria
Martedì
S. Caterina
Mercoledì
S. Pio V
carsi nella propria casa, e a meno
di accidenti straordinari non ne
sorte che alla mattina.
Leggendo le carte antiche
emerge sì una Pontremoli povera
– un “paese sterile, montuoso e
dove per la maggior parte se li
vive di pan de castagni” come
asserivano realisticamente i veraci
Pontremolesi del Cinquecento – ,
ma viva e produttiva, contrastante
con la Pontremoli di oggi che, da
sede di giustizia, di ospedali, di
scuole, di ordini religiosi, oltre
che di piccoli artigiani e commercianti, sta diventando un luogo
dove “per legge” si può solo morire, destino, tra l’altro, comune a
tutta la Lunigiana.
Amo Pontremoli e proprio perché la amo non la chiamo più
“città” perché mi piace essere realista e non idealista, ma proprio
così la realtà mi spinge a vederla
per quella che davvero è da sempre e sarà per sempre: un “ponte”
sospeso nella storia
sotto cui scorre il
fiume del tempo. E,
proprio dal “ponte”,
chi vive Pontremoli
ama gettare lo sguardo e perdersi nello
scorrere argentino
delle acque della
Magra e del Verde
perché nelle loro
secche, nelle loro
piene, nel loro abbraccio e nel loro
correre verso il mare vi vede
rispecchiata la propria vita.
Per meglio comprendere la mia
visione di questo “ponte”, mi
piace concludere con le parole che
scrissi dieci anni orsono per la
morte di un amico, Edoardo Maria
Filipponi (1947–2003), con cui ho
condiviso l’amore per Pontremoli
e la sua storia:
[...] Ci trovavamo qua e là, nei
tanti luoghi a te cari: in biblioteca, a casa degli amici, in archivio,
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sui ponti, nelle piazze, nelle chiese, all’ombra del Campanone…
era come trovarsi d’incanto nei
vecchi gradili, le regge dei nostri
nonni, e la tua voce diventava lo
scoppiettare del fuoco, un fuoco
che riscalda e illumina: faville di
storia, di religione, di tradizioni,
di arte, di vita quotidiana, di cucina, di humour, di preziosi consigli,
di sogni infiniti illuminati da stelle e da una luna sempre più grande e avvolgente… Serate passate
a parlare… parlare di Pontremoli,
la Pontremoli che ci scorre nelle
Maggio
vene… Tu l’amavi profondamente,
come noi l’amiamo, con l’amarezza
propria dell’amante vero, quell’amarezza che accompagna sempre l’amore
più intenso; amavi questa nostra città
abbracciata dai fiumi e incastonata tra
i monti, ricca ma povera per le sue
divisioni, le sue fazioni, le sue false e
inutili nobili radici di cui qualcuno si
gloria ma che in realtà non sono la sua
vera nobiltà: questa si trova invece
nelle silenziose e infinite gocce di sudore e di lacrime trasformatesi, con il
sorriso della nostra gente – gente forte,
pronta al sacrificio, capace di condividere gioia e dolore –, in quella nostra
cultura variopinta che è l’eredità
lasciataci e che costituisce il nostro
vero tesoro.
Se oggi la realtà di Pontremoli è
negativa e difficile, ciò non deve indurre alla rassegnazione, perché la realtà è
sempre provocazione a prendere posizione ridestando desiderio e domanda.
Non bisogna, pertanto, chiudersi di
fronte ad essa o far finta di non vederla
(questa sarebbe la vera crisi), ma viverla come sfida per porre le premesse per
continuare il cammino, un cammino
radicato nel passato e proteso al futuro,
proprio come un “ponte”.
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Giovedì
San Giuseppe
Venerdì
S. Cesare
Sabato
S. Filippo
Domenica
SS. Silvano e Nereo
Lunedì
S. Pellegrino
Martedì
S. Giuditta
Mercoledì
S. Flavia
Giovedì
S. Desiderato
Venerdì
S. Gregorio
Sabato
S. Alfio,
Domenica
S. Fabio
Lunedì
S. Rossana
Martedì
B.V.M. Fatima
Mercoledì
S. Mattia
Giovedì
S. Torquato
Venerdì
S. Ubaldo
Sabato
S. Pasquale
Domenica
S. Giovanni I
Lunedì
s. Celestino
Martedì
s. bernardino
Mercoledi
S. Vittorio
Giovedì
S. Rita da Cascia
Venerdì
S. Desiderio
Sabato
B. Vergine Maria aus.
Domenica
S. Beda
Lunedì
S. Filippo
Martedì
s. Agostino
Mercoledì
S. Emilio
Giovedì
S. Massimino
Venerdì
S. Felice
Sabato
S.Angela
Pontremoli
e il Vescovo
Giovanni Sismondo
di Giovanna Zanella
Dato l’argomento scelto per
l’anno 2014, il punto di vista su
Pontremoli da parte di chi non vi è
nato, appare cosa opportuna e di
certo gradita ai pontremolesi, un
ricordo del vescovo Sismondo e la
ricostruzione del suo punto di
vista sulla città e sui suoi cittadini
che in poche parole si può riassumere nell’atteggiamento del Buon
Pastore, dell’Agnello crocifero
che si volge ad indicare la via di
salvezza a chi rimane indietro,
come sui segnacoli medioevali
rivolti ai pellegrini. Un emblema
che, non a caso, volle per il suo
stemma e che sembra fatto apposta per Pontremoli, tappa di pellegrinaggio medioevale e oggetto
della sua dedizione pastorale. Così
ricorda la sua opera la pontremolese Maestra Giovanna Zanella
che lo vide spesso, condotta in
visita dal Vescovo, insieme alle
sorelle, dal padre Eugenio che con
il sant’uomo fu in familiarità e che
ricevette, come ricordo, lo zucchetto e le fasce vescovili riprodotte nella foto, conservate con
grande venerazione dalla famiglia.
“Ho la fortuna di abitare in
Piazza Italia, a Pontremoli, e dalla
mia casa ogni mattina, aprendo le
finestre, saluto l’immagine del pio
Vescovo immortalata nel gruppo
bronzeo, nell’atto di proteggere un
fanciullo, il debole, come debole
era stata Pontremoli durante l’oc-
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cupazione tedesca e, come quel
fanciullo inerme, da lui era stata
protetta. La sua protezione toccò e
ancora tocca l’animo di ognuno e
Giugno
non solo dei pontremolesi, perché fu un
dono grande e veramente cristiano,
rivolto a chiunque avesse bisogno,
pontremolesi, massesi, perseguitati
politici, partigiani e poi fascisti, ebrei e
cattolici, senza riguardo al censo o al
blasone familiare. La sua casa era aperta a tutti, nonostante qualcuno approfittasse non solo della sua generosità,
ma persino della sua buona fede. Egli
praticava il Vangelo vivo: bussate e vi
sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. E
lui dava.. persino quello che aveva
appena ricevuto per la sua sussistenza,
nonostante le pratiche osservazioni del
fedelissimo cameriere tuttofare, Felicino. La fame in tempo di guerra bussava alla porta di tutti; Pontremoli aveva
subito bombardamenti e devastazioni,
la chiesa di S.Pietro era stata bombardata, come il Cimitero e i Chiosi, Verdeno era sovraffollato per la presenza
di duemila tedeschi che vi avevano
stanziato la loro sede di comando. La
mia famiglia, per tal motivo, aveva
lasciato la casa in Verdeno, trasferendosi in Piazza Vittorio Emanuele III,
come allora si chiamava l’attuale Piazza della Repubblica, dove ha sede il
Comune. Il cibo era la merce più pregiata, ma qualche dono che ne riceveva
di tanto in tanto, il Vescovo Sismondo
subito lo dirottava verso i molti bisognosi che si presentavano e Felicino,
alla rispettosa osservazione che così
sarebbero rimasti senza mangiare, si
sentiva rispondere che la Provvidenza
non abbandona nessuno e avrebbe pensato anche a loro. Grazie al prestigio
del quale godeva, era in amicizia col
maggiore Gordon Lett, ma era rispettato anche dai tedeschi, cosa che salvò
Pontremoli dalla distruzione. Infatti,
all’appressarsi della ritirata dell’esercito, due giovani soldati tedeschi, prevedendo la disfatta, cercarono di fuggire e
divennero
disertori.
Monsignor
Sismondo fu accusato da un ufficiale
tedesco di averli nascosti e fu arrestato
in Vescovado assieme al segretario,
don Oreste Boltri e al Prof. Don Marco
Mori. Dopo concitate discussioni si
decise che il Vescovo e don Marco
andassero a rintracciare i disertori e li
riportassero al comando tedesco, mentre don Boltri rimaneva ostaggio: se
entro le 16 i due ecclesiastici non avessero riportato i disertori, don Boltri
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Domenica
Ascensione di N.S.G.C.
Lunedì
Martedì
Corpus Domini
Mercoledì
S. Carlo
Giovedì
S. Quirino
Venerdì
S. Bonifacio
Sabato
S. Norberto
Domenica
S. Roberto
Lunedì
PENTECOSTE
Martedì
S. Primo
Mercoledì
s. Asterio
Giovedì
S. Barnaba
Venerdì
S. Guido
Sabato
S. Antonio da Padova
Domenica
S. Eliseo
Lunedì
S. Germana
Martedì
S. Aureliano
Mercoledì
S. Gregorio
Giovedì
S. Marina
Venerdi
S. Gervasio
Sabato
S. Silverio
Domenica
S. Luigi
Lunedì
Corpus Domini
Martedì
S. Lanfranco
Mercoledì
Natività S. Giovanni Bat.
Giovedì
S. Guglielmo
Venerdì
Ss. Giov. e Paolo
Sabato
S. Cirillo
Domenica
S. Attilio
Lunedì
SS. Pietro e Paolo
SS. Primi Martiri
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sarebbe stato fucilato e Pontremoli messa a ferro e fuoco. Il povero
Vescovo e don Marco quanto
avranno patito in quei momenti! Il
destino di Pontremoli era nelle
loro mani! Dopo aver celebrato la
S. Messa, si misero in viaggio col
cuore in tumulto, con la preghiera
sulle labbra e l’affidamento nelle
mani del Signore. Grazie a Dio
tutto si risolse nel migliore dei
modi: i due disertori, rintracciati a
Cervara con l’aiuto degli abitanti,
appresa la difficile situazione
venutasi a creare, miracolosamente convinti a presentarsi, scrissero
su un foglio di carta, di pugno, le
loro generalità, il numero di matricola, il comando di appartenenza,
sì che i nostri due eroi poterono
ripartire da Cervara, sempre a
piedi come all’andata, coltivando
la speranza nel cuore. Ma l’apprensione era ancora tanta..Erano
trascorse delle ore e non si faceva
in tempo ad essere per le 16 in
Vescovado..Cosa sarebbe succes-
so nel frattempo? Sperano e pregano, ma mentre sono in cammino
devono fermarsi e nascondersi al
suono terribile della mitraglia.
Così l’arrivo a Pontremoli avvenne solo alle 19. Il tenente tedesco
era lì ad aspettarli.. Letta la dichiarazione dei due tedeschi che liberava il Vescovo dall’accusa di
complicità, don Boltri venne
rimesso in libertà e Pontremoli fu
salva! La notte precedente la liberazione della città, avvenuta il 27
aprile 1945, passò col batticuore
per i continui cannoneggiamenti e
mitragliamenti.
La
mattina
seguente il Vescovo uscì e s’avviò
verso la SS. Annunziata per incontrare le truppe liberatrici ed assicurare loro che non v’era più traccia dei tedeschi, fuggiti in nottata,
molti dei quali rimasti sulla via
della Cisa, nella piana di Mignegno coperta di cadaveri, uomini e
cavalli. Jeep di inglesi e neri americani entravano nel frattempo in
città, festosamente accolti da tutti,
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specie dai bambini che ricevevano
cioccolatini e cingomme. I pontremolesi, al suono festoso del Campanone, corsero in Duomo dove,
al Te Deum intonato dal Vescovo
Sismondo, tutti i fedeli inneggiarono alla Madonna del Popolo con
tanta commozione e gratitudine. Il
pensiero correva anche a chi non
ce l’aveva fatta.. e accresceva la
commozione.
La sera del 31 gennaio 1955 fu
l’ultimo S. Geminiano che il
Vescovo festeggiava a Pontremoli,
ma non fu una festa, fu un addio:
il Vescovo ci lasciava, tornava nel
suo Piemonte, stanco e amareggiato. Ovunque si vedevano visi
tristi, molti nascondevano le lacrime, altri le lasciavano scorrere. Il
nostro amato Pastore, il salvatore
della nostra città, al mattino presto
usciva dalla porticina del Vescovado col fedele Felicino, un ultimo saluto alla cattedrale e alla
cara Madonna del Popolo e partiva. Alla “Casa della Divina Prov-
vo, in segno di affetto, consegnò tre
rose da portare ai pontremolesi. Erano
le rose sorprendentemente sbocciate
dalla zolla di terra di Pontremoli che il
sindaco Serni gli aveva consegnato
insieme con altri doni, al momento dell’addio. E’questo il motivo per il quale
sul suo monumento in Piazza Italia si
trovano rappresentate anche le rose..
Avevano fatto in tempo a fiorire prima
della sua morte, avvenuta il 7 dicembre
1957. Giunta la notizia nello sgomento
generale, memori della promessa fatta,
alcuni pontremolesi, con la Ven.le
Misericordia, si recarono a Torino e lo
riportarono nell’amata terra di Pontremoli, dove non era nato, ma alla quale
aveva dedicato la sua stessa vita.
Ai funerali accorse gente da tutta la
Lunigiana, da Massa e da La Spezia, in
un tripudio di omaggi, di fiori, di lacrime, ma anche di consolazione per il
fatto che il Vescovo era tornato.
Da lassù, dove sei beato, proteggici
ancora, amatissimo Pastore, guarda
alla tua gente con lo stesso amore e la
stessa bontà che le hai sempre dimostrato quando eri tra noi. Benedici
ancora il tuo popolo che ne ha tanto
bisogno. Grazie!
videnza Cottolengo”, dove aveva formato la sua spiritualità da studente e
dove era maturata la sua vocazione al
Bene, al Bello e al Buono, lo accolsero
con grande affetto. Trascorse gli ultimi
due anni della sua vita tra preghiera e
sofferenza, col pensiero fisso alla sua
Pontremoli che aveva tanto amato.
Molti pontremolesi, tra i quali anche i
miei genitori, andarono a trovarlo per
esprimere la loro riconoscenza e i loro
sentimenti, rassicurandolo che lo
avrebbero riportato a riposare per sempre nella nostra città, come chiedeva.
Una delle ultime visite fu quella del
sindaco Luigi Serni al quale il Vesco-
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Martedì
S. Teobaldo
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Madonna del Popolo
Giovedì
S. Tommaso
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S. Elisabetta
Sabato
S. Antonio
Domenica
S. Maria
Lunedì
S. Edda
Martedì
S. Adriano
Mercoledì
S. Armando
Giovedì
S. Felicita
Venerdì
S. Benedetto
Sabato
S. Fortunato
Domenica
S. Enrico
Lunedì
S. Camillo
Martedì
S. Bonaventura
Mercoledì
N. S. del Monte Carmelo
Giovedì
S. Alessio
Venerdì
S. Calogero
Sabato
S. Giusta
Domenica
S. Elia
Lunedi
S. Lorenzo
Martedì
S. Maria Maddalena
Mercoledì
S. Brigida
Giovedì
S. Cristina
Venerdì
S. Giacomo
Sabato
SS. Anna e Gioacchino
Domenica
S. Liliana
Lunedì
S. Nazario
Martedì
S. Marta
Mercoledì
S. Pietro
Giovedì
S. Ignazio
Pontremoli,
il castello, i borghi, la città
di Claudio Giumelli
Questo mio scritto risale agli iniziali anni ottanta del secolo scorso
quando è apparso su un periodico
locale, lo ripubblico con inevitabili
aggiornamenti e necessarie
riduzioni del testo,
cedendo all’invito
di Jacopo Ferri,
convinto che
possa essere un
contributo al
tema che affronta l’edizione 2014
dell’Almanacco,
ma
soprattutto un aiuto a guardare
Pontremoli da un altro punto vista,
magari alzando gli occhi lungo la
linea dei cornicioni dei palazzi, oppure portandoli sopra le vetrine dei
negozi, nelle quali annega sistematicamente il nostro potere visivo. Accade infatti a molti di vivere in un luogo
e di restarne estranei, di non intendere cioè gli straordinari valori figurativi incisi sulle pietre della nostra quotidianità. Quelli della visibilità dell’ambiente urbano sono studi ai quali
dedicavo le mie giovanili energie di
architetto che ho del tutto abbandonati, ad essi ritorno occasionalmente ora
in ragione dell’eccezionale qualità
architettonica e monumentale del
centro storico di Pontremoli con la
presunzione, come ho detto sopra, che
possano tuttora servire, ma ancor più
con la volontà di concorrere a far
conoscere meglio agli altri la città
nella quale siamo nati e ad amarla
come noi la amiamo.
Il castello i borghi e la città, i
momenti che esemplificano la vicenda
urbanistica di Pontremoli, costituiscono anche i capisaldi della sua immagine visiva, quella che Kevin Lynch ha
chiamato l’“immagine pubblica” di
una città, sedimentata nella memoria
dei suoi abitanti o dei visitatori, capace di destare ricordi vividi e intensamente presenti ai sensi. In altre
parole la “figuratività”
del suo ambiente
materiale.
Attestato
sopra il colle
del Piagnaro,
splendidamente
solo, il castello
sovrasta l’abitato di
Pontremoli; elemento d’immediata
connotazione funzionale, si pone
come riferimento ottico a largo raggio
dimensionale. Fabbrica militarmente
apparata, presenta possanza di volumi.
Il colore grigio della pietra conferisce
un’ulteriore notazione cromatica al
luogo.
Il ruolo urbanistico del castello è
tuttavia venuto meno con il passare
del tempo, fino a restare del tutto
emarginato dal contesto insediativo.
L’abitato ingrandisce al piede del
colle, serra le proprie unità edilizie,
configura una struttura che nel lungo
percorso piano contiene la ricchezza e
la varietà del compiuto ambiente urbano. Chiuso entro il circuito delle mura,
il castello si isola e una fascia circostante di verde esalta la funzione di
antica macchina bellica ora desueta.
Per raggiungerlo occorre salire un’erta selciata tra case rinserrate e archi
sospesi. Dall’alto dei bastioni si
dispiega l’insediamento antico, lambito dalle acque dei fiumi convergenti.
I borghi sono l’ulteriore elemento
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della figurabilità di Pontremoli; una
completa distinzione dalla città non è
possibile, questa infatti si è sovrapposta all’impianto burgense in modo
piano, l’ha qualificato con le sue
nuove strutture edilizie e tuttavia ne è
rimasta soggiogata; il forte telaio del
borgo ha condizionato e guidato le
successive risoluzioni urbanistiche e
architettoniche. Pontremoli è infatti
tuttora una lunga, ombrata, carraria
burgi, compresa tra quinte edilizie
continue. Occorre ripercorrere passo a
passo questa via a partire da meridione, valicare il ponte sul Magra, procedere tra il profilarsi di ombre nette e
luci improvvise fino alle due piazze
contigue, guadagnare la porta di settentrione per intendere storia e valori
della città. La moderna viabilità ha
alterato il significato di questa sequenza urbanistica unica; oggi la via
carrozzabile conduce ai due ponti consecutivi, Nuovo e Zambeccari, che
rendono accessibile l’abitato nella
sezione mediana annullando il senso
fisico ed emozionale dello spazio. A
Pontremoli è infatti l’organismo urbano che si esprime in termini di protagonismo visivo, cosicché continuità di
strutture e complementarietà delle
parti definiscono peculiari valori figurativi in ragione della loro unitarietà.
Non difettano gli episodi caratterizzati da accento formale o le emergenze
monumentali: piazze, palazzi, chiese,
torri; ma le piazze sono defilate, i
palazzi si fiancheggiano e rimandano
ai più lontani, le chiese si collocano
senza sconvolgere i secolari rapporti
dello spazio insediativo.
Muovendo da sud, trascorso il
primo tratto viario, nei pressi del ponte
sul Magra s’impongono i complessi
monumentali adiacenti della chiesa di
Agosto
Nostra Donna e della torre di Castelnuovo:
intonaco e pietra, barocco e romanico, inducono a rallentare il passo. Superato il ponte
sul fiume, ricostruito a schiena pronunciata,
emerge la torre dell’orologio. La piazza,
defilata rispetto alla via, si scopre solo giunti in prossimità, contrassegnata peraltro da
vividi accenti figurali. Oltre il varco angusto al piede della torre si apre una nuova
area piana, nella quale il bianco prospetto
del Duomo, allineato con il lato destro del
fronte stradale, richiama l’interesse visivo e
invita a sostare. Procedendo ancora innanzi
lo sguardo guadagna uno slargo dove convergono tre solchi viari: due girano a gomito, il terzo sale fino al poggio dove siede il
castello. La via centrale prosegue in piano,
piega e raggiunge la porta di settentrione.
Due piazzole la precedono: piccole pause
che preludono, con il primo delinearsi del
verde degli alberi, al termine fisico dell’abitato.
Si è detto borghi e non borgo perché Pontremoli origina come due distinte entità
insediative: il Sommoborgo e l’Imoborgo. Il
primo, promosso dal castrum sorto a dominare le vie del Borgallo, del Bratello e di
Montebardone, disteso lungo i versanti del
colle del Piagnaro lambiti al piede dal
Magra e dal Verde, delimitato a settentrione
e a mezzogiorno da due porte; l’Imoborgo
adagiato invece nella lingua di terra pianeggiante compresa tra i corsi d’acqua, chiuso
anch’esso da archi terminali. Nel Sommo-
borgo scale e brevi solchi aprono la densa
cortina muraria, superano le quote topografiche, delimitano i settori insediativi. Il
primitivo abitato disegnò un triangolo con il
vertice sul vicolo del Voltone e i lati posti
lungo il tratto superiore della via del Piagnaro e sul solco che confluisce nel borgo
inferiore. Le modeste dimensioni delle
unità immobiliari, le compatte cortine murarie, le rade aperture documentano l’antichità del luogo. Alle quote inferiori le case
includono cortili e prospetti decorati, nei
quali si aprono finestre ariose. L’Imoborgo
identifica il tipico abitato viario di pianura.
All’origine, nell’area dove sorse, esistevano
un cenobio benedettino e una chiesa dedicata, come il cenobio, a S.Giovanni Battista,
decaduto il monastero la chiesa divenne il
centro religioso dell’insediamento posto
nelle sue adiacenze; anche nel Sommoborgo sorgevano due chiese, quelle dei Santi
Alessandro e Niccolò e di S. Geminiano. La
prima ha volto l’orientamento liturgico a
levante, verso la popolosa contrada che la
affianca; la seconda, cappella privata in origine, era ubicata all’estremità meridionale
del borgo. L’edificio comprende due vani
sovrapposti, conformemente al processo
costruttivo delle case sorte, per successive
elevazioni, sulle rive dei fiumi.
II Sommoborgo e l’Imoborgo, guelfo
l’uno, ghibellino l’altro, a lungo si sono
contesi il primato politico e amministrativo
della comunità; la rivalità tra le fazioni con-
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Venerdì
S. Alfonso
Sabato
S. Eusebio
Domenica
S. Lidia
Lunedì
S. Nicodemo
Martedì
S. Giovanni
Mercoledì
S. Osvaldo
Giovedì
Trasfiguraz. N. S.
Venerdì
S. Gaetano
Sabato
S. Domenico
Domenica
S. Romano
Lunedì
S. Lorenzo
Martedì
S. Chiara
Mercoledì
S. Giuliano
Giovedì
S. Ippolito
Venerdì
Ass.e Maria Vergine
Sabato
S. Rocco
Domenica
S. Giacinto
Lunedì
S. Elena
Martedì
S. Ludovico
Mercoledì
S. Bernardo
Giovedi
S. Pio X
Venerdì
S. Maria regina
Sabato
S. Rosa
Domenica
S. Bartolomeo
Lunedì
S. Ludovico
Martedì
S. Alessandro
Mercoledì
S. Monica
Giovedì
S. Agostino
Venerdì
S. Faustina
Sabato
s. Maria ss. di Siponto
Domenica
S. Aristide
trapposte ha presto assunto i toni di un
vero e proprio conflitto etnico. Lo spazio urbano ha compreso in sé una tale
inconciliabile situazione sociale,
cosicché la divisione è stata anche
materiale e un’area franca si è interposta tra le comunità nemiche, in essa
Castruccio degli Antelminelli, signore
di Pontremoli, ha elevato la fortezza
augurale di Cacciaguerra: un baluardo
cinto da fossato, munito di tre torri,
con camminamento merlato sommitale. Il processo di unificazione burgense ha incluso questa zona con l’ufficio
di piazze cittadine, espressione del
potere civile e religioso. A ricordare il
primitivo bastione restano oggi la
mole venusta della torre campanaria e
il setto trasversale di case nate sulla
cortina muraria.
Le torri, come testimoniano le antiche incisioni, hanno da sempre costituito l’elemento peculiare dell’immagine della città: circolari e quadrate,
dotate di merlatura, situate ai lati della
porta di S.Giorgio, nell’area del
Casotto e lungo il borgo inferiore: a
est e in forma di torrioni a occidente.
Il borgo ghibellino, in successione
di tempo, ha inglobato la parrocchia di
S. Cristina e il piccolo abitato circostante, una torre e la cinta muraria ne
garantivano la difesa. Con l’addizione
della prioria di S. Pietro, Pontremoli
ha raggiunto il limite inferiore abitato,
protetto a sua volta da torri, mura e
fossato con ponte levatoio.
L’intera terra murata era così for-
mata; lungo il suo perimetro si aprivano sette porte: a settentrione la porta
del Sommoborgo o di S. Giorgio e la
scomparsa porta del Castello o Planarii; ad occidente, prospiciente il Verde,
la porta della Crèsa o de Bètula, tuttora esistente, dalla quale, superato il
ponte, muovevano le vie del Borgallo
e di Genova per Zeri; alla confluenza
dei corsi d’acqua la porta di Imoborgo
o del Casotto; sulla sponda sinistra del
Magra la porta Castri Novi o di Nostra
Signora; infine all’estremità meridionale la porta del Monastero o di S. Pietro. Il Castello garantiva la difesa dell’abitato superiore, mentre lungo il
borgo inferiore vari fossati e torrioni
affiancavano il fronte murato adiacente alla nuova via di Montebardone,
aperta per ovviare alle distruzioni causate dai frequenti transiti degli eserci-
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ti. I capisaldi del sistema difensivo
erano però le fortezze di Castelnuovo
e Cacciaguerra. La prima, un vero e
proprio baluardo quadrato, torreggiava alla sinistra del Magra, la seconda,
dotata di un’angusta porta, fossato e
ponte levatoio con saracinesca di
ferro, tagliava a metà l’abitato.
Nel XIV secolo l’oppidum, creato
dal comune, aveva chiuso e difendeva
un tratto di strada ai piedi di Montebardone, includeva il poggio del Piagnaro, il terreno piano tra Magra e
Verde, il ponte fortificato di Castelnuovo e l’adiacente sponda sinistra del
fiume fino alla porta del Monastero di
S. Pietro. Il borgo medievale riuniva
in un disegno unitario, contrassegnato
dal grigio del macigno locale, palazzi
signorili e case del popolo. Ma la compiutezza dell’aggregato urbano è raggiunta con l’acquisizione dell’area circostante la chiesa di S. Francesco nel
Verdeno e di quella dell’Annunziata a
sud. Il borgo manterrà a lungo i tratti
espressivi dell’edilizia romanico gotica. Una casa posta nelle vicinanze
della chiesa dei Santi Alessandro e
Niccolò testimonia tuttora le fabbriche
di macigno squadrato, lavorato a faccia vista, della prima oligarchia comunale. Esemplari di gotico si trovano
invece nel borgo ghibellino, dove pur
s’imponeva il petrigno immobile dei
Trincadini, come attestano le facciate
dotate di trifore colonnate. Tipica
costruzione oppidana è il Palazzo Pre-
torio, ora Comunale, romanico e gotico
nelle sue parti primitive, costruito intorno
ad un cortile quadrangolare. Un muro merlato prospettava la piazza, concluso dal portico della Gabella.
La città si sovrappone a questo ambiente
figurativamente unitario, ma ne lascia integro il peculiare impianto urbanistico: lo
ingentilisce e colora, qualifica le unità
immobiliari con cornicioni e lesene angolari, rinnova i paramenti esterni, ostenta imponenti portali, stipiti alle finestre e aerei balconi. Esprime nuove tipologie abitative,
dotate di vasti ambienti interni, scaloni e ricchi arredi. A Pontremoli la trasformazione
in città, fenomeno sei-settecentesco, non
produce i colonnati ariosi e le fughe viarie
proprie di altri insediamenti contemporanei;
tuttavia il rinnovamento si palesa: il palazzo
gentilizio s’impone con varietà di apparati
decorativi, nobilita la compagine insediativa, ne attesta l’acquisita dignità urbana. Le
case medievali mutano in relazione alle
nuove esigenze rappresentative. L’adeguamento in pianta si realizza con l’unione di
più immobili adiacenti; al pianterreno si
conservano le botteghe e androni voltati
aprono giardini sul fiume, a partire dal
primo piano si organizza la zona abitativa. Il
piano nobile ospita un vasto salone disimpegnato da una galleria collegata ad una grande scala. Lesene in pietra, finestre a timpani, marcapiani di macigno, portali sovrastati da porte-finestra dotate di balcone sagomato, arricchito da ringhiere di ferro, costi-
tuiscono il repertorio decorativo delle nuove
facciate. Si afferma così il volto cittadino di
Pontremoli, attestazione della favorevole
congiuntura economica promossa dall’incremento delle attività del porto di Livorno,
meta di un flusso commerciale proveniente
dall’Emilia occidentale. Pontremoli seppe
trarre profitto dalla nuova corrente di scambi e fu quello un momento di vera prosperità.
L’Ottocento porta con sé condizioni economiche assai meno floride e interventi nel
vivo della compagine urbanistica quali
l’abbattimento della porta di Cacciaguerra e
di altre porte borghigiane; nel 1844 viene
costruito il ponte sul Magra e mezzo secolo
dopo quello consecutivo di attraversamento
del torrente Verde, eventi che sono origine
della lamentata fruizione mediana dell’abitato storico. La via di Montebardone trova
frattanto sede ampliata, in ragione del ruolo
assunto di asse stradale di grande comunicazione, ad oriente, fuori del perimetro murato.
L’antico aggregato urbano e il suo volto
secolare resteranno tuttavia solo in parte
compromessi dalle imposte mutazioni dei
tempi moderni: una condizione topografica
unica sarà la provvidenziale difesa contro
gli sviluppi indiscriminati e casuali comuni,
a partire dal secolo XX, a tanti insediamenti storici italiani. Semmai è il lento e strisciante degrado, tuttora in atto, delle strutture materiali pubbliche e non solo che deve
avvertire e impensierire.
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Lunedì
S. Egidio
Martedì
S. Elpidio
Mercoledì
S. Gregorio
Giovedì
S. Rosalia
Venerdì
S. Vittorino
Sabato
S. Petronio
Domenica
S. Regina
Lunedì
Madonna della Villa
Martedì
S. Sergio
Mercoledì
S. Nicola
Giovedì
S. Diomede
Venerdì
SS Nome di Maria
Sabato
S. Maurilio
Domenica
Esaltazione S. Croce
Lunedì
B. V.. Maria Addolorata
Martedì
S. Cornelio
Mercoledì
S. Roberto
Giovedì
S. Sofia
Venerdì
S. Gennaro
Sabato
S. Eustachio
Domenica
S. Matteo
Lunedì
S. Maurizio
Martedì
S. Pio da Pietrelcina
Mercoledì
S. Pacifico
Giovedì
S. Aurelia
Venerdì
SS. Cosimo e Damiano
Sabato
S. Vincenzo de' Paoli
Domenica
S. Venceslao
Lunedì
S. Michele
Martedì
S. Girolamo
Pontremoli o delle
quattro stagioni
di Angelina Magnotta
Pontremoli, annunciata dalla sua
storia soprattutto medioevale, coinvolge il visitatore attratto dal fascino delle
tracce sopravvissute delle antiche
mura che guidano l’attenzione e volgono lo sguardo al Castello del Piagnaro, congiunto alla Via Francigena
che attraversa la città, dalla parte del
fiume Magra attraverso lo sdrucciolo
antico e, dalla parte opposta, dalla via
basolata che, fiancheggiando dall’alto
il fiume Verde, congiungeva (e ancora
congiunge per chi sa vedere) sotto al
Castello le vie francigene del Passo
del Cirone, del Passo della Cisa e del
Passo del Bratello, con quella prefrancigena e longobarda del Passo del
Borgallo, tra la Bobbio di S. Colombano e la Via Maritima, dove ho scoperto, anni fa, la croce longobarda incisa
sulla roccia, proprio sulla Bocchetta
del Borgallo, come la chiamava Targioni Tozzetti.
Pontremoli, penisola tra due fiumi,
propaggine ultima del Monte Molinatico, snocciola le sue case medievali
come i suoi palazzi cinquecenteschi e
barocchi, tra Porta Parma e Porta Fiorentina, tra l’attuale chiesa di S. Nicolò e lo spedaletto dei Frati-Cavalieri di
S. Giacomo d’Altopascio, vicino alla
chiesa di S.Pietro de Conflentu, alla
confluenza del Verde nella Magra,
chiesa ricostruita non egregiamente,
ma sede del simbolo in assoluto, ritengo, della Francigena: l’antico Labirinto con la scritta parenetica Sic currite
ut comprehendatis.
In mezzo, tra le due porte antiche
della città, delle quali sopravvive solo
Porta Parma a nord, si sviluppa il cen-
tro urbano che
trova il suo fulcro in due piazze, Piazza di
Sopra o del
Duomo che nel
1
nome qualifica
la sua vocazione di centralità ecclesiale e la Piazza di Sotto o della Repubblica o del Comune, come correntemente vien chiamata, sede appunto del
potere civico. In mezzo, il simbolo di
Pontremoli: il Campanone, risalente
alla cinta muraria che nel Trecento il
lucchese Castruccio Castracani degli
Antelminelli fece costruire per separare guelfi e ghibellini e dar tregua alle
faide politiche e familiari.
Al di là della sua lunga e celebre
storia, l’impatto del visitatore con
Pontremoli ha a che fare con la sua
bellezza, immutabile col variare delle
stagioni. A me che non ci sono nata,
ma che ne rimasi affascinata nel 1996,
quando fui preside per la prima volta,
con regolare concorso vinto, fece
impressione il fascino di Pontremoli,
tanto che non mi pesò sobbarcarmi il
duro lavoro istruttorio e di sensibilizzazione della popolazione, non solo
pontremolese, per l’accoglienza del
nuovo corso di studi, il Liceo Linguistico, senza il quale la scuola superiore statale d’area umanistica sarebbe
definitivamente morta. Oggi ho la
soddisfazione di aprire le finestre di
casa mia e constatare ogni mattina che
anche le finestre di quella scuola continuano, negli anni, ad aprirsi per
accogliere cen2
tinaia di studenti che altrimenti avrebbero dovuto viaggiare per rag22
giungere sedi scolastiche altrove, con
disagio proprio e delle famiglie.
Per me Pontremoli è bella in ogni
stagione e con qualsiasi tempo. Come
una bella donna fa figura in ogni occasione e la natura, il suo salone da ricevimento, le fa da contorno, con l’esplosione dei freschi colori primaverili o con la canicola estiva, temperata
dalla brezza fluviale e dai tuffi Al Palo
o al Mulino La Serra, o temperata con
maggiore decisione da una discesa
nella gelida marmitta del gigante nell’alta valle del Verde. E’ bella anche
con la bruma autunnale, attraverso la
quale sbuca, imponente e minaccioso
il dongione del Castello del Piagnaro,
sede delle famose statue stele. Un paesaggio da favola poi, quando le nevi
ricoprono con delicatezza, come uno
scialle protettivo, le sue case e i suoi
vicoli antichi, ovattando ogni rumore,
fino al crepitare delle grida nelle battaglie a palle di neve dei ragazzini all’uscita da scuola. Pontremoli, antica
tappa del pellegrinaggio medioevale e
del viaggio a piedi, che è la forma più
antica del viaggiare, si presta ancora
oggi ad offrire l’opportunità del camminare filosofando, nel quale l’aspetto
contemplativo si coniuga con quello
attivo, fuori da ogni pretesa di voler
3
cambiare il mondo, ma
contemplarlo senza fare
salti, ubbidendo alla massima baconiana natura
enim non nisi parendo
vincitur, la natura infatti
non si vince se non ubbi4
dendole.
In tale contesto, una caratteristica importante, legata agli aspetti naturali e paesaggistici, è la varietà delle passeggiate pontremolesi, a partire da quella urbana, per dir
così, che attraversa la città in direzione di
S.Giorgio e, oltre Porta Parma, dopo aver
ammirato i faccioni apotropaici e gli storici
portali artistici, permette di apprezzare
anche qualcosa di più umile, ma utile: la
gradualità della piccola salita, in cima alla
quale si accede agevolmente, grazie all’ergonomica pedata segnata dalle barrette di
arenaria perpendicolari all’asse stradale,
create con maestria da artigiani eccellenti.
La passeggiata “classica” invece è quella
che, straordinariamente fiorita in primavera
e sul declinare dell’estate, dalla Crësa porta
a Villa Dosi, alla chiesetta di S.Ilario e al
Castello, permettendo di ammirare dall’alto
il medioevale campanile di S.Francesco e la
piana del Verdeno. Volendo “allungarsi” un
po’ di più, la villa Et tu Serra, mea a qua est
honorata domus, ove ebbe i natali il poeta
in latino, amico dell’Ariosto, l’umanista
Paolo Belmesseri, offre un rifugio di tranquillità e di pace, fra il verde e “la limpida
onda”, in questo caso del Verde, uno dei flumina tanta duo, Et Macrae et Viridis, qui
iuncti moenia lambunt . Oppure si può proseguire per la Pieve di Vignola, con la sua
ara forse romana e i noti pipìn, con i ruderi
della vicina Casa dei Frati sulla Via Vecchia
di Morana che porta al Passo del Borgallo,
come un tempo.
E poi.. la passeggiata dal sentiero del
Convento dei Cappuccini verso le soprastanti, profumate colline abbellite dalle spatolate blu di Prussia del merlot maturo e il
rosso tiziano che i pampini della vite sprigionano, ultimo guizzo di vitalità prima di
accartocciarsi.
5
Intensi colori autunnali che preludono
all’aspro odore del
mosto e si sposano
con l’aroma del finocchietto selvatico e di
quello delle rigogliose erbe commestibili
che, col loro miscuglio, rendono gustosa e
salutare la torta d’erbi delle massaie di Pontremoli.
E se invece si vuol fare un tuffo nella storia meno nota, non resta che raggiungere
Guinadi, col suo ritrovato spedaletto dell’Ordine dei Frati di S.Jacopo o del Tau
d’Altopascio, dentro a quel che resta del
Castello, oppure Cervara ed ammirarvi la
straordinaria campanella bronzea proveniente dalla scomparsa chiesa di S.Bartolomeo del citato Passo del Borgallo, con le
figure di S.Bartolomeo, appunto, da un lato
e di S.Rocco pellegrino dall’altro, cimelio
di quell’edificio di culto oggi esistente solo
nelle carte d’archivio, ma che ha lasciato ai
posteri, oltre alla campanella ora in Cervara, anche la campana del 1375 (l’unica muta
e legata), nel campanile della chiesa di
S.Lorenzo di Guinadi, sulla quale la scritta
Petrus de Pontremulo me fecit, che ho decifrato da vicino, ricorda che un tempo l’alto
artigianato artistico dimorava anche qui.
Oltre il Passo del Borgallo, segnato dalla
Croce Longobarda che ho rivelata da anni,
nel mio cammino lento ho avuto la fortuna
di recuperare un altro frammento di storia
pontremolese: lo stemma guelfo ora nel
borgo di Valdena, ricordo delle aspre e secolari scaramucce di contesa del confine tra
pontremolesi e valdenesi che ebbero fine in
parte con l’Unità d’Italia, ma soprattutto
con l’abbandono della montagna. Purtroppo, almeno per l’ultima motivazione..
(I suddetti cimeli, scoperti da me, e il
loro rendiconto sono nelle mie pubblicazioni, in particolare: La chiesa di S.Bartolomeo
al Borgallo per la Deputazione di Storia
Patria per le Province Parmensi, vol. LX, e
Presenze monastiche altomedioevali e
medievali tra il Taro e il Verde, vol LXII,
sempre della Deputazione)
Allegati:
Foto 1- Stemma guelfo di Pontremoli, trovato a Valdena (a nord
del Passo del Borgallo)
Foto 2- Croce Longobarda del Passo del Borgallo
Foto 3- Particolare della campanella del Borgallo con l’effigie
di S.Bartolomeo (ora nella chiesa di S.Giorgio di
Cervara)
Foto 4- Particolare della campanella del Borgallo con l’effigie
di S.Rocco pellegrino (ora nella chiesa di S.Giorgio
di Cervara)
Foto 5- Campana della Chiesa di S.Bartolomeo al Borgallo,
ora nel campanile di S.Lorenzo di Guinadi
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S. Teresa
Giovedì
SS. Angeli Custodi
Venerdì
S. Gerardo abate
Sabato
S. Francesco d'Assisi
Domenica
S. Placido martire
Lunedì
S. Bruno abate
Martedì
B. V. del Rosario
Mercoledì
S. Pelagia
Giovedì
S. Dionigi
Venerdì
S. Daniele
Sabato
S. Firmino
Domenica
S. Serafino
Lunedì
S. Edoardo
Martedì
S. Callisto I
Mercoledì
S. Teresa
Giovedì
S. Edvige
Venerdì
S. Ignazio
Sabato
S. Luca
Domenica
S. Isacco
Lunedì
S. Irene
Martedi
S. Orsola
Mercoledi
S. Donato
Giovedì
S. Giovanni
Venerdì
S. Antonio M. Claret
Sabato
S. Crispino
Domenica
S. Evaristo
Lunedì
S. Fiorenzo
Martedì
S. Simone
Mercoledì
S. Ermelinda
Giovedì
S. Germano
Venerdì
S. Lucilla
Una città ancora
tutta da scoprire
di Luciano Bertocchi
La recente inaugurazione della
“Vetrina della città” di Pontremoli,
realizzata nei locali sottostanti il
Palazzo Comunale, per i pontremolesi e per i turisti che vorranno approfondire la conoscenza del luogo che
hanno scelto di visitare, non sarà solo
occasione per conoscere in maniera
immediata le diverse realtà che
caratterizzano il nostro territorio, ma
permetterà di entrare in contatto con
uno dei tanti misteri che sono nascosti nel nostro sottosuolo urbano.
I locali in cui è stata allestita la
grande mostra fotografica e virtuale
danno, infatti, la possibilità di prendere visione di alcune strutture dell’antico “Palatium Comunis”, oggi
visibili al piano di calpestio grazie
all’affioramento arconi a sesto acuto
e di enormi capitelli di pietra serena
cui erano collegate le colonne del
grande porticato altomedioevale del
palazzo civico di Pontremoli che, al
contrario di quanto avviene oggi,
guardava verso il Fiume Magra.
Reperti archeologici di grande
interesse, sui quali si è soffermato
con grande attenzione il Gen. Pietro
Ferrari, per fare conoscere il valore
della struttura nel contesto della storia più antica di Pontremoli in un
momento del quale, soprattutto in
chiave urbanistica, conosciamo
pochissime cose, ma da cui possiamo
elaborare alcune ipotesi sulla antica
organizzazione del borgo che stava
crescendo alle falde del Piagnaro fin
dall’alto Medioevo.
Se infatti la Pontremoli che vediamo oggi è solo in parte il frutto dell’impianto urbanistico impostato a
partire dal XIV secolo, ben altra
doveva essere la situazione nei secoli
precedenti, quando il borgo originante, abbarbicato intorno al colle del
Piagnaro, alle falde della struttura più
antica del castello, scendeva sino a
sfiorare i due fiumi che lo avvolgono,
protetto da solide mura in cui si aprivano almeno quattro porte, ognuna
rivolta verso le direzioni più naturali.
A nord ovest, sottostante il castello, la porta che saliva al passo del
Brattello; a nord est, proprio a ridosso della collina, la porta che sboccava sulla strada che andava al monastero benedettino di San Giorgio,
verso la via di Monte Bardone o più
verso est ai passi orientali dell’Appennino; a sud il varco che apriva al
grande spiazzo esterno alle mura in
cui si svolgevano probabilmente le
attività commerciali e
quindi al primo agglomerato extra meonia
che si spingeva fino
alla confluenza dei due
fiumi, dove, varcato il
Magra, si poteva scendere verso l’Italia centrale; a ovest, a ridosso
della Bietola, la porta
sul ponte che varcava
Foto Massari il Torrente Verde e
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apriva alla piana che portava con i
suoi sentieri alle più diverse direzioni
occidentali, sulla sponda più solida
del piano alluvionale, quindi meno
soggetta agli umori dei fiumi.
Il borgo restava racchiuso tra possenti bastioni, che inglobavano anche
l’antica chiesa di Sant’Alessandro,
primo riferimento sacro per la popolazione, lungo i quali probabilmente
scorreva la strada che portava alla
piazza, fino appunto al porticato più
antico del Palatium Comunis. Da lì,
l’accesso al pristino portus, la grande
spianata aperta tra Magra e Verde, sul
quale, fin dal secolo VIII, insisteva la
Chiesa di San Giovanni Battista con
il suo Monastero, riferimento ineliminabile per i primi pellegrini cui le
ombre della notte inibivano l’accesso
alla zona abitata.
Sarebbero occorsi altri secoli perché il borgo assumesse un’altra
dimensione,di cui proprio il grande
spazio antistante il palatium restava il
punto di riferimento. Intanto, il primo
spontaneo insediamento a sud si
organizzava a luogo residenziale, con
le sue mura e le sue torri, a dare l’idea
di una forza e di un potere che dovevano fare il paio con il borgo appoggiato al castello. La differenziazione
politica, tra guelfi nella zona più
antica, e ghibellini nell’area nuova,
darà una prima identificazione alla
esigenza di gestire interessi diversi
che troveranno una soluzione solo
quando, finita la fase comunale, altri
cercherà di sistemare le cose stravolgendo l’immagine nota e marcando
profondamente la contrapposizione.
Il borgo comunale, raramente in
grado di gestire di comune accordo
interessi certamente condivisi, vedrà
cancellare l’antico fossato, “lo sbara-
Foto Massari
go” che scandiva lo spiazzo tra nord e sud
per lasciare spazio alla fortezza di Cacciaguerra, emblema della fine di un’autonomia comunque pretesa, ma tramontata
definitivamente quando le parti sentirono
il bisogno di affidare ad altri la soluzione
dei loro contrasti .
L’agglomerato altomedioevale viene
fagocitato dalle nuove esigenze e le strutture più antiche vengono affossate e nascoste prima dalla volontà degli uomini e poi
dagli umori mai controllabili dei due fiumi
che, in più di un’occasione, imposero la
loro legge agli abitanti che cercavano di
strappare pezzi di alveo per i loro insediamenti.
Quanto cresciuto soprattutto agli albori
del Mille e nei decenni a venire torna ora a
proporsi nel momento in cui le mani dell’uomo cercano di scoprire il significato
delle rare emergenze che la terra torna ad
offrire. Così, a fianco delle fondamenta del
Palatium, è possibile ritrovare le primitive
strutture della duecentesca Chiesa di Santa
Maria di Piazza, sopra le quali furono
impostate le fondamenta della futura cattedrale, o l’impianto originario della Chiesa
di San Geminiano, già nota nel XI secolo,
che, troppo a ridosso dell’alveo del Magra,
nel secondo Seicento dovette essere ricostruita e soprelevata, anche per appaiarla al
piano stradale nel frattempo cresciuto
assieme al borgo su livelli di sicurezza.
Ma sono centinaia le testimonianze
ancora esistenti nei fondi di tanti palazzi di
un borgo oggi nascosto sottoterra, di cui
un’altra testimonianza eclatante resta il
biedale, il canale di spurgo che costeggia la
sponda sinistra del Torrente Verde, oggi ad
almeno quattro metri sotto strada, un
tempo a livello di battuto e riferimento
specifico per la salvaguardia dell’igiene
dell’abitato, comunque intramoenia.
Potessimo scavare, poi, saremmo in
grado di ritrovare l’acciottolato della pristina via Francigena che, scendendo lungo
il Magra all’altezza dei cortili attuali dei
tanti palazzi costruiti sul fiume nei secoli,
passava a fianco della Chiesa di Santa
Maria di Piazza, disposta da nord a sud,
per infrangersi contro la Cortina di Cacciaguerra, il cui passaggio era stato aperto
qualche metro più a destra a ridosso della
torre centrale, mentre il percorso originale
scivolava sotto il porticato della Gabella
dell’ampliato Palazzo Comunale fino di
fronte alla Chiesa di San Giovanni e. quindi, comunque lungo i cortili di oggi, fino
alla porta di Imoborgo.
Una Pontremoli nascosta, oggi per
molta parte solo immaginabile o deducibile dalla lettura delle poche persistenze, in
alcuni casi però ancora godibile, tanto più
quando le testimonianze aprono spazi
imprevisti su ipotesi tutte da definire, sulle
quale però ognuno può giocare per sbizzarrirsi senza freno per sognare la città di
tanti secoli fa, forse meno imponente di
quella di oggi, ma certo più consapevole di
quanto il futuro avrebbe potute offrirle.
Foto Massari
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Tutti i santi
Domenica
Comm. dei Defunti
Lunedì
S. Martino
Martedì
S. Carlo Borromeo
Mercoledì
S. Zaccaria
Giovedì
S. Leonardo
Venerdì
S. Ernesto
Sabato
S. Goffredo
Domenica
S. Oreste
Lunedì
S. Leone Magno
Martedì
S. Martino di Tours
Mercoledì
S. Renato
Giovedì
S. Diego
Venerdì
S. Giocondo
Sabato
S. Alberto
Domenica
S. Margherita
Lunedì
S. Elisabetta
Martedì
S. Oddone
Mercoledì
S. Fausto
Giovedi
S. Benigno
Venerdì
Pres. B. V. Maria
Sabato
S. Cecilia
Domenica
Cristo re
Lunedì
S. Alberto
Martedì
S. Caterina
Mercoledì
S. Corrado
Giovedì
S. Massimo
Venerdì
S. Giacomo della Marca
Sabato
S. Saturnino
Domenica
I di Avv.S. Andrea
Cuore di pietra
di Luciano Preti
“Senti come cresce il fiume...!”.
Risuonò la mia voce come un'eco in
quei cunicoli.
Il sentiero misterioso scelto da me
bambino, sembrava aprirsi nella storia di un passato di pietre e di roccia
e man mano che avanzavo, il rumore
del fiume si faceva sempre più fragoroso e gli spruzzi fangosi mi minacciavano trasformandosi in pareti di
argilla umida e brillante.
La Magra e il Verde il cui fondo
terroso e ghiaioso imbavaglia l'impeto delle acque imponeva paura e
timore affilandosi su un letto di fossili, pietre e menhir.
I salti verso la pianura diventavano faraglioni e la corrente si trasformava in vortici rivestiti di tronchi.
“Senti come cresce il fiume....!”.
E più attento alla melma rallentavo la marcia e inciampavo con affanno nel buio degli anfratti misteriosi.
L'acqua saliva melmosa in un
rumore sempre più cupo e fragoroso,
ero costretto a procedere a tentoni
come un cieco al lume di una torcia
di latta regalatami da mio padre.
Davanti a me si apriva uno squallido corridoio che camminava in una
strada grigia di pietre e penetrava in
una stanza senza pareti murate, ma
tagliate nella roccia; due scalini a
salire ed un pavimento acciottolato
con piagnoni.
Il grande guerriero, che al buio,
mi si presentò di fronte, forse come
in un sogno, mi accompagnò a conoscere la storia e le tradizioni di quei
luoghi.
Il fanciullino che ho dentro mi
aiutava a capire un territorio che ho
sempre amato.
Che cosa c'è di tanto importante in
questi luoghi più che un “pit-stop”
obbligato in una città e in una terra
che univa l'Italia centrale al Nord?
Su una delle colline che chiudono
la valle, si staglia la roccia di arenaria estratta dalla montagna: grigia
continuità cromatica che mostra
risultati costruttivi a distanza di
secoli nel segno dell'ingegno antico
delle comunità agro-pastorali.
Alla sommità di un pianoro roccioso detto Piagnaro, ricoperto di
odori di rosmarino selvatico, mi si
presentava un gruppo di soldati
armati con arnesi rudimentali.
Avevano costruito la rocca, che fu
rifugio di quegli abitanti eredi dei
Liguri Apuani, nella città più remota
della Liguria antica, battuta dai venti
di tramontana, ad un giorno di marcia dalle coste a picco sul mare di
Luni romana. La storia di oggi parte
da mura pericolanti e scrostate, dai
sassi di arenaria macigno ancora
intatti. E' un' antologia di documenti
storici che partono dalla terra e dalla
preistoria ed attendono solo di essere
reinterpretati alla radice, raccontando tra grigie mura di un lontano pas-
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sato che affronta i temi di un rapporto stretto tra intervento costruttivo,
natura e ambiente, innovazione tecnologica del momento e cultura abitativa. Pontremoli, “architettura di
pietra sotto i nostri piedi” non è solo
una realtà del sottosuolo, ma anche
una forza dell'anima che vive dentro
di me dalla nascita. Una realtà oggi
non visibile, ma nel prossimo futuro
spero aperta al pubblico, visitabile e
che suggerisca oggi il modo di abitare “in superficie”.
Le scoperte fatte in questi anni
non solo hanno il merito di aver scovato tesori di interesse storico ma
hanno riportato alla luce testimonianze sotterranee che dovrebbero
coinvolgere il contesto culturale. In
questo scenario si snodano opere
idrauliche come l'acquedotto storico,
cisterne, pozzi, opere militari, fossi,
mura, camminamenti di difesa e di
fuga. Un' intera storia parallela estremamente affascinante che si sviluppa
silenziosa e misteriosa sotto le piazze, i monasteri, le strade lastricate,
le torri ed i palazzi.
A Pontremoli la teoria del recupe-
ro e del vero restauro è ancora molto lontana e il termine “ristrutturare” rimanda,
invece, a tecniche in cui i materiali di
costruzione (legno, pietra e piagne) rappresentavano accorgimenti ed elaborazioni in uso nelle metodologie delle costruzioni antiche.
Conoscere le pietre vuol dire saper
mettere il sasso giusto al posto giusto e
curarne la conservazione nel tempo. La
posa in opera di un materiale come l'arenaria macigno assume una valenza culturale proponendosi attraverso tecnologie
lineari e tradizionali.
Penso che una delle principali preoccupazioni di oggi nel campo dei vari interventi sia la cancellazione dei caratteri,
infatti molte volte
si interviene nella
fase di restauro
con
materiali
estranei e con
lavorazioni irriconoscibili.
Qualsiasi intervento realizzato
per migliorare l'
habitat di un
luogo dovrebbe
essere pensato e
progettato
in
armonia con la
storia, l'ambiente
e i suoi materiali
per non perdere la propria identità ed il
senso di appartenenza.
La pietra arenaria è materia prima della
città e prende in esame l'intero ciclo dalla
sua lavorazione sino alla posa in opera.
Per incanto la materia è diventata viva,
si è trasformata, respira, si è fatta forma
nella sua gestazione. Nella mia ricerca mi
sono sentito “archeologo”, pensando di
tradurre in immagini il frutto di un lavoro
che respira a pieni polmoni le trame dell'
“antico” e che risponde ad emozioni di
energia creativa.
Uno slancio colmo di forza che porta
con sé il segno di un tentativo di vivere
svelando gli aspetti più segreti e le energie
dell' arenaria.
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Dicembre
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S. Eligio
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S. Bibiana
Mercoledì
S. Francesco
Giovedì
S. Barbara
Venerdì
S. Giulio
Sabato
S. Nicola
Domenica
II di Avv.S. Ambrogio
Lunedì
Immacolata Conc.
Martedì
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Mercoledì
B. V. Maria di Loreto
Giovedì
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III di Avv. S. Gio. della Croce
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Martedì
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S. Graziano
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Sabato
S. Liberato
Domenica
IV di Avv. S. Pietro
Lunedì
S. Francesca Cabrini
Martedì
S. Giovanni da Kety
Mercoledì
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Giovedì
Natale del Signore
Venerdì
S. Stefano
Sabato
S. Giovanni
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SS. Innocenti Martiri
Lunedì
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Martedì
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Mercoledì
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