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APPUNTI E RIFLESSIONI / NOTAS Y REFLEXIONES
n°4 / Wile E. Coyote, how do you do?
APPUNTI E RIFLESSIONI / NOTAS Y REFLEXIONES
n°4 / Wile E. Coyote, how do you do?
EDITORIALE / tempi moderni
Federica la paglia
In this number
Il tempo e lo spazio, da sempre al centro
della riflessione filosofica, escono ora dal
cenacolo degli intellettuali per diventare tema di dibattito pubblico, specie da
quando la crisi economica mondiale si è
fatta talmente condizionante da imporre
di riconsiderare il nostro stile di vita.
Senza voler fare accenni retorici alla conseguente crisi del sistema sociale di impianto capitalistico, ma guardando con
interesse alle ricerche sul tema della decrescita quale risposta all’insostenibilità
dei mercati attuali – le cui ricadute interessano in particolar modo la questione
tempo – c’è da domandarsi se sia stato
scardinato il mito novecentesco della velocità e se sia stato sostituito da quello
della lentezza.
Da una prima osservazione su fenomeni
e rappresentazioni sociali sembrerebbe di
si, ma a lungo termine vi è davvero spazio
per un rallentamento? O piuttosto la fase
in corso, non è davvero solo una fase?
Editorial / Tempi moderni / Federica La Paglia
Article / Accelerazione e social media / Mario Pireddu
Visual Display / Pilvi Takala
Video Interview / La velocidad en la educación / Edúkame
Visual Display / Cristina Lucas
Article / Tiempos digitales, velocidad impredecible / JosE Montaño
Visual Display / Mabel Palacín
Article / Design the Factory of Tomorrow / Lorenzo Imbesi
Visual Display / Industrias Lentas
Article / CoderDojo en Medialab Prado Madrid / Alfredo Calosci
Interview on WhatsApp / Riccardo Benassi
Article / Tiempos (hiper)modernos / Magdalena Ramírez
Article / Mississippi / SARA DOLFI AGOSTINI
Interview / Jan Nálevka
Magazine STAFF
Francesco Ozzola / Gabriele Tosi / Alba Braza
guest editor
Federica La Paglia
Cover
6’’, 2005. Mabel Palacín
The Thoughts of Modern Sculptors, 2013. Jan Nálevka
Appunti e riflessioni / Notas y reflexiones
www.notasyreflexiones.com
Published by Hérétique
www.heretique.it / [email protected]
Ci muoviamo, condividendo la citazione di Festina lente riportata da Lamberto
Maffei1, per considerare come il dibattito
debba spostarsi dal tema della velocità a
quello della possibile elaborazione di nuove soluzioni al vivere quotidiano in linea
con la lentezza del cervello umano, capace si di risposte veloci ma non in grado di
tenere, individualmente e socialmente, il
1
ritmo delle continue sollecitazioni e acce- Stanti così le cose, viene da domandarsi
lerazioni che gli si “impongono”.
quale sia la terza via. Quale ibridazione
può dar luogo a una dimensione personaÈ di questi giorni la notizia che Facebook le e poi collettiva che risponda alle nuove
e Apple offrono alle proprie dipendenti il esigenze?
pagamento del congelamento degli ovuli,
spingendo verso un ulteriore spostamento Procedere a un’analisi significa fare apdel tempo della maternità con l’obiettivo pello al pensiero lento di cui parla Maffei,
di contrarre quello del lavoro. Si è qui di il tempo della riflessione, quella appunto
fronte a una strumentalizzazione che evi- dei pensatori, degli artisti, degli studiosi.
denzia una dicotomia fuorviante, espres- C’è da riflettere sul fatto che la velocisione di una ancora forte pressione verso tà, così tanto ricercata nel secolo scoril consumismo, che nella rapidità trova la so, abbia allora trovato una sua esplicita
sua forza motrice. Dunque, nella società espressione nella produzione degli artisti,
post-industriale come cambia il rapporto dei comunicatori, degli imprenditori, che
uomo-beni di consumo? Che cosa signifi- oggi però stanno osservando i fenomeni
ca rallentare oggi?
del rallentamento con apparente ritardo,
fatta eccezione per i designer.
In rifiuto di un inconcepibile dualismo O forse l’approccio è diverso, meno espli(velocità/lentezza) e di un approccio ana- cito, meno dichiarativo.
cronistico emerso da alcuni fenomeni Nel campo dell’arte, ad esempio, il ritor(destinati quindi a essere sperimentali, no a medium più riflessivi, come la pittucome ad esempio il neo-baratto), ma più ra, quanto è espressione di questa evoluconvinti dalle varie sfaccettature del co- zione e quanto è condizionato, invece, dal
siddetto slow living, ci appare necessario mercato?
riflettere sulla possibilità di un nuovo ap- Anche se il cambiamento è per ora ancoproccio alla contemporaneità, che tenga ra un fatto personale, è fondamentale doconto dei benefici della tecnologia ma ri- mandarsi come la proiezione individuale
consideri la nostra relazione con questa. E possa aprire una finestra su un mutamento
parliamo di tecnologia nei termini in cui socio-culturale. Non si tratta solo di guarl’invenzione dell’uomo ha condotto a uno dare all’oggi ma di cercare di intravedere
sviluppo individuale e sociale che fa del più avanti.
tempo veloce un elemento costituente.
Insomma, come sarà il tempo domani??
Lamberto Maffei, Elogio della lentezza, Società editrice Il Mulino, Bologna, 2014
Accelerazione e social media
Mario Pireddu
La conoscenza come proprietà della zazione dei processi di insegnamento e
rete. Apprendere ad apprendere tra tec- apprendimento. Conviene dunque aver
nologia e accelerazione
presente che comprendere i mutamenti
del passato può aiutare a intendere meEsiste una relazione intima tra tecnolo- glio quelli del presente. Ci si sofferma
gia e accelerazione? La domanda può es- qui su un interrogativo puntuale, ovvero
sere utile per affrontare un tema spinoso ci si chiede se le tecnologie digitali e la
come quello del rapporto tra formazione rete stiano effettivamente conducendo
e tempi dell’apprendimento. Le reazioni verso un’accelerazione impossibile da
più comuni davanti ai cambiamenti con- gestire, e se non sia il caso di tornare a
nessi alla diffusione del digitale e delle quella che si potrebbe definire – in linea
reti, infatti, prendono di norma la forma con non poche retoriche contemporanee
dell’apprezzamento entusiastico o del (slow food, slow travel, slow economy,
rimpianto nostalgico. Lasciando da par- slow wine, etc.) – una slow education.
te questi due lati di una stessa medaglia, Va detto da subito che lo slogan “Buono,
è forse possibile cercare di comprendere pulito e giusto” è difficilmente applicail mutamento che stiamo vivendo adot- bile alla formazione, giacché gran parte
tando un metodo mediologico. Dalla dell’apprendimento è di fatto “sporco”,
pietra alla carta, passando per le ruote, come ha più volte ribadito Seymour Pale imbarcazioni, le strade, le tecnologie pert. Le retoriche del ritorno al passato
hanno aperto nuove possibilità configu- e alla sua lentezza, poi, risentono spesso
randosi come dispositivi abilitanti, ren- di idealizzazione quando non di vera e
dendo l’inedito possibile e il conosciuto propria reificazione di un tempo mai esipiù rapido.
stito: solitamente questo tipo di approcci, anche negli ultimi tempi, è servito a
A lungo ci si è interrogati sulle diffe- giustificare politiche regressive, conserrenze tra il mondo degli amanuensi e vatrici o reazionarie.
quello della carta stampata, e più di un
commentatore ha ricordato come prima La tecnologia delle comunicazioni e dei
dell’invenzione di Gutenberg i copi- trasporti e l’espansione dell’istruzione
sti non fossero ritenuti “lenti”. Non ci hanno reso possibile a più persone legsono molti dubbi, invece, sul ruolo della gere nei quotidiani e nei libri di nuovi
stampa a caratteri mobili nella velociz- luoghi, vederli nei film e viaggiare di
Mario Pireddu è ricercatore in Scienze della
Formazione alla Università Roma Tre.
Vive e lavora tra Roma e Milano
più. Riuscire a sperimentare molti eventi lontani nello stesso tempo, grazie alla
radiotelegrafia, fu parte di un più ampio
cambiamento nell’esperienza del presente. La comunicazione elettronica ha
ridotto spazi e tempi, e la simultaneità ha
esteso spazialmente il presente. Il digitale e le reti oggi continuano sulla strada
aperta dai media precedenti. Le tecnologie cambiano rapidamente le dimensioni dell’esperienza, e per quanto esistano
tempi diversi per tipi di apprendimento
differenti, non sembrano rivelarsi utili
né la retorica dell’accelerazione né quella nostalgica del passato lento e “più
umano”. Naturalmente nuovi ambienti
mediali comportano nuovi problemi e
nuove sfide – è sempre stato così – anche
e soprattutto per chi si occupa di formazione. Il sapere viene prodotto, diffuso
e consumato sempre più in rete, e non
è più confinato esclusivamente in luoghi
deputati alla sua conservazione o riproduzione: ciò significa da una parte che
il cambiamento dell’infrastruttura del
sapere sta alterando la forma e la natura
stessa della conoscenza, e dall’altra che
fuori dai percorsi istituzionali esistono
processi formativi di vario tipo, spesso
non banali e meritevoli di attenzione.
Multitasking spinto e overload informativo sono problemi reali, ma a queste
sfide si risponde con soluzioni adeguate
Philip Galle, Bottega del pittore
al tempo presente. I vecchi filtri non erano né universali né ideali, ma semplicemente funzionavano bene per la tecnologia del periodo (la carta). A nuove situazioni nuove risposte. La soluzione alla
sovrabbondanza di informazioni non è
la loro riduzione, ma l’aggiunta di altre
informazioni: l’educazione all’uso dei
metadati diventa allora centrale per l’acquisizione di competenze fondamentali
per il presente e per il futuro. Allo stesso
modo e per ragioni analoghe, lo studio
del software e delle basi della programmazione non può più essere relegato ai
margini dei percorsi educativi. Non tanto per saper programmare, quanto per
imparare a non essere programmati.
The Trainee
Pilvi Takala
Pilvi Takala filmed herself as a trainee in the marketing department at Deloitte in Helsinki, trying to introduce the time
of the thought inside the capitalist mode of working. This can
happen while spending the whole day in a lift. When people
at the company ask her why she is staying just doing nothing,
she answers that she thinks better thanks to the movement of
the lift. She sits at a desk without any computer. The people
working in the office are curious about her. They ask if she
needs something. She needs to think. And in order to think
properly, she needs time. To think properly, we need “to see
things from a different perspective”.
Paranoia increases. Her new colleagues think she might be
struggling with ‘mental illness’. Their emails exchanges
prove a complete disorientation, due to the fact of being in
contact with a trainee doing nothing but thinking. She looks
like a postmodern Bartleby by Herman Melville, echoing his
famous reply “I would prefer not to”.
Text by [or nothing]
The Trainee, 2008
Installation
http://www.pilvitakala.com/
Pilvi Takala
Born in 1981 in Helsinki
Lives and works in Istanbul and Helsinki
All images / courtesy Pilvi Takala
[or nothing]
is an invitation addressed to an artist
to conceive a project in a specific space.
www.ornothing.org
La velocidad en la educación
Edúkame / VíDEO Entrevista Por Sandra Moros SIDES
Edúkame es una web dedicada a potenciar el desarrollo de
la inteligencia emocional infantil. Periódicamente publican
guías para padres y educadores con información sobre qué hacer y cómo, juegos, cuentos y estrategias enfocadas a resolver
etapas infantiles siempre desde la visión del buen desarrollo
de las emociones.
La entrevista realizada por Sandra Moros a Cristina García,
pedagóga y directora de contenidos de Edúkame, se centra en
el concepto de tiempo e inmediatez, y las diferentes apreciaciones que surgen en estos conceptos por parte de los padres
y los niños. Además, Cristina nos presenta el método de la paciencia, un elemento imprescindible en el proceso de crianza.
http://edukame.com
Enlace a la VíDEO entrevista
https://www.youtube.com/watch?v=5b8mi2bmrVk
Sandra Moros Sides investiga sobre arte y espacio público.
Vive y trabaja en Valencia, España
Piper Prometheus
Cristina Lucas
Piper Prometheus es un trabajo en vídeo que documenta cómo
una avioneta pasea un mensaje a modo de cartel para que todos
puedan verlo.
El mensaje es :
L = (1/2) d v2 s CL
Siendo L= Lift (Elevación)
www.grc.nasa.gov/WWW/k-12/WindTunnel/Activities/lift_formula.html
Esta fórmula, basada en los estudios de los fluidos de Daniel
Bernoulli y en la Tercera Ley de Newton, mide la capacidad
de elevación de las aeronaves.
En otras palabras, esta es la fórmula magistral que nos permite
por fin volar. Como un Prometeo que muestra a los hombres el
secreto de los dioses, nuestro pequeña avioneta (marca Piper)
nos revela el misterio de la fórmula magistral por la que el
sueño se hace realidad. Los éxitos de la ciencia son logros de
la humanidad y nos elevan a todos, aunque no siempre para
bien.
Piper Prometheus, 2013
Video HD 16:9
4’ loop
Ed. de 6 + 2 P.A.
Cristina Lucas
Nacida en Jaén, 1973
Vive y trabaja en Madrid
Tiempos digitales, velocidad impredecible
Jose Montaño
La desarticulación de la noción del en duelo comparten la experiencia de
tiempo en el cine japonés contemporáneo un tiempo que parece ralentizarse, eternizarse en el sufrimiento.
En sus ensayos, Deleuze describió el En Shara (Sharasôju, 2003), recorrepaso a la modernidad cinematográfica mos la ciudad siguiendo a pocos metros
como el tránsito de una imagen movi- los largos paseos de sus personajes. El
miento a una imagen tiempo. Conti- relato se abre con la desaparición de un
nuando la secuencia, el crítico y aca- niño y se acaba cuando el nacimiento
démico Sergi Sánchez ve el nuevo pa- de otro hijo sutura esa perdida. El tránradigma digital como el de la imagen sito, físico y vital, encarna un tiempo
no-tiempo. Si el concepto de tiempo es lineal: inicio, transcurso y final. Pero la
el aspecto fundamental para analizar el realización de Naomi Kawase evoca un
cine reciente, una cultura tan inclinada tempo simultáneo con su continua alua su apreciación estética como la japo- sión a lo circular. Lo vemos cuando un
nesa, con la sucesión de las estaciones corro de oradores budistas hace girar
o la fugacidad de la belleza como em- un gran rosario, lo sentimos cuando la
blemas de su sensibilidad, no puede construcción de una casa nueva sucede
ser indiferente a estas tendencias. En al derribo de una antigua o en el proel Japón contemporáneo, de trenes de pio ciclo de vida y muerte. Concluido
alta velocidad y estilo de vida frenético el parto, la imagen retrocede y abando¿qué forma toma la noción de veloci- na a los protagonistas, ascendiendo en
dad en su cine? Veámoslo en algunos movimiento circular por los cielos miejemplos.
lenarios de Nara, la ciudad más antigua
Con Maborosi (Maboroshi no hikari, de Japón. La banda de sonido, ritmos
1995), Koreeda llamó la atención in- sistemáticamente reiterados como marternacional mostrando el mundo inter- tilleos, recitados de sutras o cantos de
no de una joven viuda en pugna por grillos, logra unificar la velocidad de
recomponer su estado de ánimo. En un dos realizaciones temporales paralelas.
plano estático de un paisaje abierto, un Shara hace visible la coexistencia de un
cortejo fúnebre que se toma más de tres tiempo lineal y limitado, el de la vida
minutos hasta atravesar toda la panta- humana, la historia, con el tiempo inlla. Transcurre en tiempo real pero, pa- agotable de lo mítico y transcendente.
radójicamente, espectador y personaje ¿Hay percepción de velocidad si no
existe el tiempo? parece plantear Picnic (1995). Enajenación y reclusión en
un sanatorio, metaforizan el estado de
atemporalidad de sus protagonistas.
Leyendo la Biblia, deciden escapar juntos para presenciar el apocalipsis. Al
transitan por los muros de la ciudad,
sin descender al suelo, siguen fuera del
tiempo, observando el mundo desde sus
límites. La descreída Koko desconfía
de lo leído: si todo empezó con su nacimiento, concluirá con su muerte. Sólo
ella, no Dios, puede acabar con el mundo. La llegada al mar al atardecer les
impide continuar su recorrido liminar.
El tiempo se manifiesta ante ellos y permite a Koko demostrar su teoría. Dueña
de su tiempo, le pone fin en un íntimo
apocalipsis.
El mismo director, Iwai Shunji, usa
todos los recursos audiovisuales en la
escena inaugural de Todo sobre Lily
(Riri shûshû no subete, 2001). Un chico
aislado con sus auriculares en un arrozal, inscripciones superpuestas, propias
de un chat de internet, que se suceden,
montaje sincopado y por momentos
incoherente. La emblemática escena,
recurrente en una narración desarticulada, nos lleva a cuestionar la noción de
temporalidad, que se revela innecesaria
para un relato articulado con el mismo
desorden en que se agolpan los recuer-
Picnic, 1955
dos al intentar recrear nuestra propia
memoria. ¿Cómo calcular la velocidad
de un recorrido imposible de trazar?
Tres cineastas surgidos con los nuevos medios técnicos, cuatro películas y
proyectos temporales diferentes –estirando, contrayendo, desarticulando un
tiempo proteico que se agota y renace,
que es y no es– de acuerdo al nuevo
contexto digital. Pero un nuevo paradigma impregna cualquier posibilidad
de expresión artística.
El famoso estudio Ghibli, refractario a
sustituir el acetato por los bits, presentó
el pasado año Kaguyahime no monogatari (El cuento de la princesa Kaguya),
último trabajo de Takahata Isao. La vo-
cación artesanal del veterano realizador, toma cuerpo en una sensacional
propuesta estética que recrea la leyenda popular desde el trazo elemental, el
fondo impresionista y un color como de
acuarela, donde se incluye una reveladora escena: la estricta instructora de la
princesa le enseña un tradicional emaki,
rollo de papel con narraciones ilustradas. Desplegando un fragmento rectangular del papel, no nos costará verlo
como una alegórica pantalla, le insta a
ir simultáneamente desplegando el rollo
por un lado y recogiéndolo por el otro,
en una cadencia sostenida que permita observar el relato. La inquieta joven
rechaza esa visión unívoca del tiempo
y despliega súbitamente el rollo entero. Saltando sin orden de una imagen
a otra, recorre el dibujo a su antojo según lo que le llama la atención, creando
nuevas conexiones narrativas más allá
de la contigüidad. La mirada de la princesa celeste nos enseña a despreciar las
reglas del tiempo, a generarlo y dotarlo
de sentido. La velocidad del relato sólo
responde a la voluntad del observador.
Afincado en Yokohama, Jose Montaño investiga
sobre cine japonés contemporáneo, tratando de
concluir su tesis doctoral centrada en la crítica
cinematográfica.
©2001 Lily Chou-Chou Partners
6”
Mabel Palacín
6” es un filme destinado a ser un libro. El título hace referencia
a la duración del film Zapruder, película de 8 mm de Abraham
Zapruder, tomada en Dallas el 22 de Noviembre de 1963,
en el momento de los disparos al presidente J. F. Kennedy.
La película fue empleada como un reloj para determinar la
cronología de los hechos desde el primer al tercer disparo.
Tal y como la artista explica, le interesa el hecho de que el
filme Zapruder inaugura la época en que las imágenes de
procedencia amateur empiezan a acercarse a las imágenes
profesionales para convivir con ellas, abriendo una perspectiva
nueva que se puede relacionar con el punto de vista en su
sentido más amplio. Las imágenes tomadas por las televisiones
y la prensa, pero también por los ciudadadanos anónimos que
asisitieron al hecho, fueron empleadas cono evidencia
fotográfica, permitiendo reconstruir un panorama completo
del lugar unos minutos antes y hasta 19 minutos después del
trágico suceso.
6” es una acción contada mediante 144 imágenes, fotogramas,
que permiten dilatar el tiempo y observar el espacio atendiendo
a las diferentes personas y a la diferencia de luz que hay en un
mismo gesto.
6”, 2005
Libro de artista
500 ejemplares
21x25 cm, 144 pp.
Ed. Cru 011, Figueres
Mabel Palacín
Nacida en Barcelona, 1965
Vive y trabaja entre Barcelona y Milán
6” / Video still N°2
6” / Video still N°57
6” / Video still N°95
Design the Factory of Tomorrow
LORENZO IMBESI
SlowD is a community and a platform
where designers and craftsmen are
collaborating for developing, prototyping
and manufacturing products, at the same
time allowing small batches and local
markets. With the help of digital and
rapid manufacturing, SlowD aims at
building a sort of disseminated factory
while involving local craftsmen. After
connecting designers and manufacturers,
their website works as a window for
displaying and selling the products to
the local final customers.
SlowD is telling about how the crisis
of the old big 20th century industry is
opening to new forms of innovation
which are socially and environmentally
sustainable. As many other cases, such
as Ponoko, Shapeways or Local Motors,
this is the indicator of a new economy
mixing together new technology,
creativity, DIY, makers and local
manufacturing on demand.
It is not the product to be innovative
in itself, but the way this is developed
and the number of actors involved.
Since we are witnessing the historical
decline of the large manufacturing
companies, a new form of organization
is opening the process of design and
production into new and creative spaces
for working. The “personal” capitalists
in design are able to self-organize and
network individually, as knowledge and
creativity emerge as strategic levers and
an added value for the new technologies
to co-create innovation and develop
autonomous experiences of production.
Personal factory and personal capitalism
come to be the result of a democratization
process of the production technologies
and the design tools. In addition to
designing the product, the creative
professional is involved in the
management of the process and the
organization of production itself. As
a result, the shift is also involving the
role and even the status of the designer
in contemporary society: if the digital
tools are more available and affordable
than ever, design ceases to be an
elitist profession, to become a ‘mass
profession’.
The designer is no longer alone in the
middle of his office, erected as the
creator shaping the future world, rather
he is networking with a number of
heterogeneous actors, taking advantage
of every opportunity offered by the new
media, and finally drawing the shape of
the future open industry.
This is not to evoke the ghost of the
Arts and Crafts before Taylor, rather
to imagine the new industry after
Taylor. It is not the local against the
global, nor the slow against the speed,
neither the handcrafted against the mass
production: on the contrary this is a new
idea of development displaying what
is the direction of the new post-Fordist
production systems and small series,
matching open source, customization,
and crowd-sourcing.
If the Fordist-Taylorist paradigm of
mass production was a vital figure for
the industrial design of the twentieth
century
memory,
the
younger
generations have seen and come to
terms with the de-industrialization and
the rise of the service sector. While their
fathers and grandfathers had a role in the
“assembly line”, in close contact with
the manufacturing processes providing
them goals and stimuli, instead the
children and grandchildren are getting
acquainted with the fluidity of the new
tools of the project and have become
aware of their new role of strategy and
service to innovation.
The tools and the techniques of design
are changing along with the practices:
the digitalization process permeates
every segment of the professional
activity, scanning times and actions
and thus reducing the entire design
development to the production and
process of information elaborated by
knowledge and creativity at work. The
computer becomes the working tool
par excellence which is able to create
new forms of expression, out of the
recognized boundaries.
Micro-factories and personal capitalism
in design are developing the new wave of
the distributed economy of the FabLabs,
which are infrastructured as a digital
network for the development of complex
bottom-up projects. The FabLabs are the
places for co-working and facilitating
the process of design: knowledge is
finally horizontally shared and made in
common as an accomplished utopia.
Lorenzo Imbesi is an architect, PhD and
Professor of Industrial Design at Sapienza
University in Rome. He lives and works in
Rome.
Designer
upload their
projects
you buy the
project at
slowd.it
the SlowD
artisan
closest to
you make it
industras lentas
Industrias Lentas es un taller dedicado al mundo de la gráfica
y la edición, donde se mezclan aspectos de la imprenta
tradicional con otros procesos más actuales, aplicando el más
idóneo para cada proyecto en particular.
Nuestro contacto con las diferentes técnicas de impresión
manual y el mundo de la edición viene de lejos. Poco a poco
fuimos adquiriendo e incluso fabricando nuestros propios
medios para poder hacer aquello que nos planteábamos, aunque
más de una vez nos hayan tomado por locos. Recogíamos
maquinaria sin tener espacio físico donde guardarla,
amontonábamos resmas de papel sin un fin concreto e incluso
encargamos a un tornero una prensa vertical que ni siquiera
él mismo sabía si funcionaría… Toda esta locura nos ha
llevado a dar otro pequeño paso y adquirir una Hispania tipo
Minerva para poder montar este taller. Seguimos buscando
nuevo material del que adueñarnos para continuar con nuestro
modesto proyecto.
La velocidad de la máquina supone nuestra propia revolución
industrial. Sin embargo se trata de seguir cuidando cada
ejemplar como si fuese único: Lento, pero seguro.
Industrias Lentas es un proyecto dirigido por Marta Pina surgido en 2012
con base en Valencia, España
www.industriaslentas.com
CODERDOJO
Alfredo calosci
Un’esperienza di fare collettivo contro di esperienze tra le varie iniziative si sta
l’obsolescenza del consumo Medialab consolidando. Fra i Dojos, raccontiamo
Prado di Madrid
quello promosso da MediaLAB Prado di
Madrid
Il fare collettivo come possibile via d’uscita da una spirale consumistica dove il Il compito che si propone un CoderDojo
tempo non è che un calendario fatto di non è scontato: imparare la programmalanci, sfruttamento e obsolescenza dei zione può infatti apparire come un’attiprodotti. Se il consumo è diventato un vità poco avvincente per studenti di età
mezzo per la definizione dell’identità, compresa tra gli 8 e i 12 anni. Uno degli
in una costante riproposizione del de- escamotage meglio riusciti è stato offrisiderio e della sua soddisfazione, allora re sessioni di sviluppo per Minecraft, un
la restituzione di un valore esistenziale videogioco dall’apparenza retro, costiall’atto creativo consente di ripensare al tuito su di un codice aperto, che pensa
tempo come la dimensione della costru- al multiplayer come ad uno scenario di
zione e non come a uno scivolo di obso- collaborazione e non di competizione
lescenza verso una scadenza. Da questa fra i giocatori. Al suo interno è possibile
prospettiva, una rilettura di pensatori sviluppare nuovi scenari ed elementi di
contemporanei - come Falcinelli, Bau- giochi per mezzo di un SDK aperto.
man, Debord - è d’interesse l’esperienza
Il CoderDojo di Madrid tenta pertanto
di CoderDojo.
l’occultazione di un complesso e imCoderDojo è una iniziativa nata non pegnativo programma didattico (che va
molti anni fa in Irlanda che, nelle paro- dal web design, allo scratch fino al prole dei suoi promotori, si definisce come: cessing/arduino) all’interno dell’attività
The open source, volunteer led, global stessa, sperimentando quindi una forma
movement of free coding clubs for young indiretta di apprendimento, nell’idea che
people. Un movimento globale, promos- imparare possa risultare come un gradito
so e diretto da volontari, senza scopo di effetto collaterale.
lucro, per insegnare gratuitamente a un È interessante constatare la naturalità
pubblico giovane a programmare in un con cui studenti così giovani si avvicicontesto di codice aperto. Attualmente nano ai linguaggi formali, che possono
esistono più di 380 Dojos in 43 paesi: la apparire rigidi e poco intuitivi se conrete è in continua crescita e lo scambio frontati alla versatilità dei linguaggi co-
muni. Ciò nonostante i ragazzi assumono, senza pregiudizi di sorta, il concetto
che grazie alla definizione univoca dei
linguaggi formali è possibile realizzare,
fare o far fare delle cose. In questo senso
possiamo dire che il mondo della creatività sarà sempre più popolato da profili
bilingue.
CoderDojo è un’iniziativa riproducibile.
Non c’è alcun bisogno di reinventare la
ruota: nell’ esperienza di Madrid vengono sfruttate risorse già disponibili, ma
sono assolutamente necessari uno spazio
adeguato e una istituzione catalizzante
per consentire la formazione di una comunità educativa.
Alfredo Calosci, architetto
Lavora a Madrid come visual and interaction
designer
WhatsApp interview / Riccardo Benassi
BY GABRIELE TOSI
Riccardo Benassi, 1982
Vive e lavora a Berlino
www.365loops.com/
Tiempos (hiper)Modernos
magdalena ramírez
El tiempo y el espacio como motivo dio para revertir pautas, directa o indirectamente, sin dejar de ser consciente
de simulación de exposición.
del momento actual. Hay otras maneras
Actualmente, las formas de comunica- de expresarse, de modificar la tendencia
ción virtuales han modificado nuestro global unificadora y aumentar los niuso y apreciación del tiempo. No es ilu- chos de diversidad; de crear sin reciclar
soria la idea de «vivir» en diferentes uni- o apropiarse de lo ya hecho porque no
versos paralelos, con lapsos pautados en todo está ya realizado, siendo igualmencada uno y que esta vida multidimensio- te cáustico y teniendo una mirada crítica
nal sea retransmitida, automática y glo- respecto al tiempo y el espacio en los
balmente, por y para todo tipo de redes. que vivimos.
Exprimir la vida por un lado y clamar
por otro una pausa a fin de organizar el Simulando una exposición, en El Camialud de información y su consumo, ade- no hacia Fuera es el Camino hacia Denmás de necesitar un «tiempo para noso- tro, una intervención en el casco urbano
tros». Se entremezclan máximas para de Gijón con 20 fotografías, Darío Mar«parar y pensar» con fondo de puesta de tínez (Gijón, 1983) juega irónicamente
sol junto con fotos instantáneas en un con el deseo del «urbanita» estresado
frenesí documental del individuo. Son, de huir del entorno hostil en el que se
según Lipovetsky 1, las dos caras de la ha convertido la ciudad y reencontrarse
«hipermodernidad».
con la naturaleza; ese anhelo olvidado
vuelve en forma de fotografía hallada en
Con todo esto, ¿qué pauta espacio-tem- el trajín continuo, no con ánimo hiriente
poral adopta el arte? ¿Cómo refleja el sino con intención de dar un momento
mundo?
de respiro, un pararse a contemplar en el
camino algo que, con la misma acción
Partiendo de la dualidad de la fotografía de percibir, ya está cambiando el ritmo
por su concepción de testigo en un tiem- automático diario.
po y espacio dados y la sobresaturación Albert Gusi (Castellbisbal, 1970) actúa
de imágenes actual, se define una acti- sobre el espacio-tiempo con Caminar
tud resistente, combativa incluso, fren- en rodó mediante itinerarios circulares
te a los postulados de la posfotografía pedestres en diferentes localizaciones
2
: la fotografía todavía sirve como me- en Cataluña que se descargan en una
web de excursionistas (www.es.wikiloc.
com). Son itinerarios con sentido político, paisajístico, contemplativo o incluso
de cambio en una actividad repetitiva
(alternando entre un camino y el campo)
per se. De manera sutil, el artista subvierte el sentido de caminar sin llegar a
ninguna parte aunque dejando una huella cada vez más patente, dotándole de
un nuevo significado de contemplación
(una meta en sí misma), infiltrándose en
otros espacios (la web de excursionistas) y transvirtiendo el sentido obsesivo
que, también, domina la vida cotidiana.
Soledad y Despacio de Ana Nieto (Vitoria, 1978), imágenes de su serie Love
Story muestran los pasos de un affaire
mediante signos y mensajes urbanos;
cómo interpretamos todo lo que vemos
según lo que nos ocurre a nivel personal. Los símbolos nos llevan tanto a una
reflexión como a un abismo, en los actos casi inmediatos de leer y mirar.
La fotografía de Andrés Medina (Madrid, 1978) nos traslada a un árido y
voraz paisaje donde las motos derrapan
por un camino serpenteante. Pertenece
a su fanzine Tránsito, donde se suceden
encuentros con lo inesperado, lo cruel,
lo bello, lo orgánico y lo artificial, mediante una búsqueda de las huellas humanas en lo que se supone un paisaje
virgen fuera de la ciudad. Un tratado
completo de la hipermodernidad reflejado “a la antigua usanza”, puesto que
Medina trabaja e formato analógico.
La femme géante es un ambrotipo sobre
vidrio transparente realizado por Israel
Ariño (Barcelona, 1974) dentro de su
serie Les revenants et d’autres esprits
crieurs. La contraposición de una técnica del s. XIX, que requiere un tiempo
dilatado de pre y postproducción de la
fotografía pero muy preciso durante la
toma, así como la excepcional textura y
calidad que permite el proceso, se une
con un interés especial por mostrar imágenes evocadoras de un tempo y espacio
mental propios del autor, donde todo y
nada puede ser real.
Epílogo
En este recorrido, inverso en el tiempo pero anclado en el presente, enfrentándonos a la cultura actual donde la
uniformidad engulle y, según la define
Bauman 3, sirve al mercado del consumo
orientado a la renovación de las existencias, quizá convendría parar realmente, darnos la vuelta y echar una mirada
incluso más atrás; Fournier 4 promovía
el siguiente menú económico para 100
personas en un falansterio:
7 sopas diferentes;
7 tipos de pan y vino;
7 entradas graduadas con 21 variedades;
7 asados y 7 ensaladas de diversas clases con 21 variedades;
14 postres de diversas clases con 42 variedades.
Proponer y promover el disfrute de la
variedad artística, de la capacidad de
elección sin necesidad de adherirse a
una determinada corriente estilística y
de una pausa, aunque solo sea para poder comer a gusto.
La sociedad de la decepción. Entrevista
con Bertrand Richard. Gilles Lipovetsky.
Ed. Anagrama, 2008.
2
Por un manifiesto posfotográfico.
Joan Fontcuberta.
3
La cultura en el mundo de la modernidad líquida. Zygmunt Bauman.
Fondo de Cultura Económica, 2013.
4
Valor educativo de la ópera y la cocina.
François Marie Charles Fourier. Ed. Trea,
2008.
1
Israel Ariño
La femme géante, de la serie Les revenants et
d’autres esprits crieurs, 2013
Cortesía del artista
Magdalena Ramírez, es gestora de proyectos
de investigación y arte
Vive y trabaja en Barcelona, España
Darío Martínez
El Camino hacia Fuera es el Camino hacia Dentro, 2012
Documentación de la intervención urbana en Gijón (España)
Ana Nieto
Despacio, de la serie Love Story
Cortesía de la artista
Andrés Medina
S/T #54 del fanzine Tránsito, 2013
Cortesía del artista
Albert Gusi
Caminar en círculo en la Plaça de Catalunya de Barcelona, 2012
Cortesía del artista
MISSISSIPpI
SARA DOLFI AGOSTINI
Il tempo di un’opera, in arte contemporanea, è considerato una prerogativa di chi lavora con il video e la
performance, di chi costruisce narrazioni e lo fa in modo dichiarato,
attraverso la scelta di un linguaggio espressivo la cui temporalità è
condizione stessa di esistenza. Ma il
tempo di un’opera è anche la velocità
a cui noi consumiamo quell’opera,
e lo iato tra opere temporali e non
temporali è amplificato nel mercato,
dove ancora oggi vige una rigida
distinzione tra ciò che è - sulla carta
- commerciale e quindi non temporale, e il resto.
Ma cosa succede se si prova a mettere in crisi questo principio di classificazione? Se si prova a restituire
alle opere d’arte una temporalità
slegata da criteri di produzione e di
consumo? L’esperimento è in atto
alla Gamec di Bergamo, nella mostra
collettiva a cura dell’americano Sam
Korman, che ha inaugurato il 2 ottobre in uno spazio vuoto del museo. Il titolo è Mississippi, a evocare
l’immagine di un fiume iconico della
letteratura americana, scelto da Mark
Twain come locus di un’avventura
picaresca di due personaggi, Huckleberry Finn e il suo compagno di
viaggio Jim, in fuga da convenzioni, griglie sociali e una visione
del mondo che non li rappresenta.
Il curatore e gli artisti invitati - Jacob Kassay, Elaine Cameron -Weir
e Josh Tonsfeldt - si sono imbarcati
metaforicamente su una chiatta, che
poi sarebbe la galleria vuota messa a
disposizione dal museo, e scorrono
su una massa liquida di pensieri, materiali, strumenti concettuali e tecnici per i prossimi quattro mesi. Il processo di costruzione della mostra si
svela allo spettatore, dichiara la sua
temporalità; e non lo fa all’interno
di un contesto time-based, come si
definiscono i contenitori curatoriali
dedicati alla performance (un esempio: Performa a New York), o anche
teatri, palcoscenici e semplici ambienti adibiti a ospitare un evento artistico.
Anche il riferimento alle operazioni
concettuali e minimaliste degli anni
’60 e ’70 è approssimativo, perché
questi artisti si esprimono ridefinendo i codici di linguaggi ed estetiche
tradizionali, come pittura e scultura,
con un’attenzione all’oggetto, alla
materia e alla questione della rappresentazione. Ciò significa che l’opera
non è site-specific, nel senso che non
è influenzata dalle condizioni al contorno del luogo che la ospita: ma la
mostra cambia, e cambia perché vi è
un’interazione tra le modalità espressive degli artisti e l’intento del curatore in un modo non prescrittivo. Il
dialogo è costante e collettivo, e si arricchisce nel tempo di due contributi:
quello del designer David Knowles,
che si unirà alla conversazione per
realizzare un catalogo del progetto, e
del visitatore, che entra, esce e torna
nello spazio espositivo.
Il sistema dell’arte oggi tende a qualificare le opere d’arte secondo una
rigida tassonomia, per cui – semplificando – gli oggetti si comprano,
mentre video, performance, happening si vivono. Ci sono le dovute eccezioni, come le opere di Tino Sehgal, dove queste due dimensioni si
incontrano proprio in virtù del fatto
che il documento visivo o testuale (si
pensi rispettivamente a Christo e Jean
Claude, e Ian Wilson) è estromesso
dall’operazione commerciale, e lo
scambio tra artista e collezionista si
riduce al passaggio di mano di una
certificazione di autenticità. Così gli
oggetti, vincenti sul piano del mercato e quanto mai necessari alla sussistenza del sistema, non vengono
GAMeC_Spazio Zero
fruiti nell’ottica di un’esperienza, nello
spazio che li accoglie e con il visitatore
che vi interagisce. E i musei sono percepiti come mausolei più che luoghi di
relazione tra arte e vita, una relazione
appunto fluida che si sviluppa nel tempo e attraverso gli oggetti.
Mississippi fa da contrappunto a questa
visione diffusa e accettata dagli stessi
operatori di settore. Perché come diceva l’artista di Fluxus Robert Fillou, e
mi ricorda Sam Korman durante la
nostra conversazione, “l’arte è ciò che
rende la vita più interessante dell’arte”.
Sara Dolfi Agostini
Curatrice e giornalista
Vive e lavora a Milano
NYR Collection
NYR Collection is an editorial project in direct collaboration with artists and curators.
We reinterpret their previous projects creating prints or
books.
In this project we want to try to explore the space of a page
as a possible form of two-dimensional exhibition.
Generally, we work with people and contents that we have
been already worked with for a deep focus on their practice.
The first publication of NYR Collection is:
6”
a project directed and edited by Mabel Palacín
Make your own book!
http://notasyreflexiones.com/6-mabel-palacin/
interview / Jan Nálevka
by Gabriele Tosi
A lot of your artwork deals with the
concept and the form of standard sized
objects. I’ve noticed that the formal
standardisation represents a sort of
symbolic emptiness. What are your
thoughts about this?
To a certain extent, the standard dimensions of an everyday object define our environment, the way we
perceive it and behave in it. The lines
on the standard size white paper help
us to keep our handwriting in a direct
flow, and helps fill the blank paper effectively whilst remaining readable.
However, we can perceive this help as
a lack of freedom, even in an extreme
case - such as violence. We are not allowed to move our pen freely on the
empty surface, the movement is strictly limited. This is symbolic violence,
we voluntarily submit ourselves to it.
I understand standardisation as a form
of social organisation in the most general sense.
Often, your working materials are
something that you can find in any office. It could be said that the use of
laptops transform an indoor space into
an office. We can also say that your
working materials can be found in every indoor environment...what are the
consequences in your opinion?
I often work with common materials,
I’m interested in the different ways
they are used and how they express
different meanings. They help me to
describe the current situation of our society. Of course, the blue ballpoint pen
and the A4 format office paper can be
found in every office but also in most
domestic environments. The work and
private world merge together. Working
from home is usually seen as a great
achievement of today’s society, but in
some measure we sacrifice too much
of our spare time for work. The question is: do we still have any free time
for ourselves?
In 2011 you used a blue ballpoint pen,
or probably a lot of them, to draw a
series of blowup full stop marks. Can
you tell me something more about this
work? How is it related to the idea of
handmade vs industrial craft? Why did
you decide the full stop?
This series of drawings of extremely
enlarged full stops was preceded by
several other projects based on processual blue ballpoint pen drawings.
What was important for me this time
was the contrast between the length of
time taken to produce each drawing
and the meaning of the full stop itself.
I used a standard drawing cardboard
150 cm in width, the final format of the
paper was 150 × 170 cm. There is always one enlarged full stop in the middle with a diameter of 110 cm, it’s a
circle completely filled with lines created by a ballpoint pen. The full stop
in handwriting is just a subtle touch of
a pen but I spent a lot of time making
just one. In a sentence the full stop is a
character that means “the end”. A huge
full stop means stillness, this is represented symbolically as well as practically, and it works as a description of
the process of its creation. The drawing is abstract but at the same time is
a symbol with its own meaning which
is also the shortest possible text. Similarly, the blue ballpoint pen is the most
common writing instrument. After
the full stop another sentence begins
and from this point of view one can
– somewhat paradoxically – perceive
the full stop as a symbol of a new beginning.
Could it be said that, “The thoughts
of modern sculptors” (2013) is a work
about standardisation, dealing with the
idea of past and the possibility of the
future?
The source of this work was the book
Myšlenky moderních sochařů (The
Ideas of Modern Sculptors) published
at the beginning of the 1970’s. During this particular period in Czechoslovakia, this book was an important
publication about the beginning of
the modern Western sculpture. First, I
photocopied the whole book in black
and white using the standard A4 office
paper format. Then I lined every sheet
with the blue ballpoint pen, copying
the standard pre printed lined A4 format paper. The resulting linear structure may be interpreted as purely practical and utilitarian, but it also evokes
a late-modern geometric abstraction.
In fact, the drawings have two layers, the photocopy is overlaid by the
manual drawing. The paper which was
initially covered by the photocopy of
the book is now covered again by the
drawing, in a similar way printed paper is sometimes reused in the office.
However, the standard lined paper
might be perceived again as empty, the
utilitarian lined is open to the possibility of new text. Therefore, the redefinition / rewriting of modernism becomes
the main theme of this work.
In “We can loose everything but not
time” it took you a while to replicate
the series of standard lined office paper ... are you trying to say that we can
no longer perceive time in emptiness?
This work is the first part of the initially unplanned trilogy of the blue
ballpoint pen drawings on the A4 format office paper. I lined six packages
of the white office paper, each package including 500 sheets, using the
blue ballpoint pen. I wanted them to
be as indistinguishable from the standard lined paper as possible. The result was 3000 identical drawings that
imitate the pre printed papers. From
the practical point of view, their handmade feature and their quantity seem
entirely purposeless. What is the point
of producing laboriously something
that already exists and that can be
bought cheaply? But this work should
not be perceived just from a utilitarian viewpoint: it can be interpreted in
the context of geometrical abstraction.
Alternatively, since they are handmade each drawing can be perceived
as a unique original, they just can’t be
identical. An important question is:
after all those hours of work, are the
sheets filled up with drawings, or can
we consider them empty? Lined paper
can be perceived as empty, the lines
only organise the empty space. Therefore time can be seen as a prominent
theme in this work, especially the loss
of time and the value of labour in our
current society.
Would also like to add that...
2010, drawing with a blue ballpoint pen on A4
office paper, 1050 pcs
photo: Kamil Till
Jan Nálevka
Born in Jablonec nad Nisou
Lives and works in Prague
www.jan.nalevka.sweb.cz
The Thoughts of Modern Sculptors
2013, photocopy, blue ball-pen drawing,
office paper, format A4, 302 pieces
photo: Martin Polák
n°4 / Wile E. Coyote, how do you do?
In this number
Mario Pireddu
Pilvi Takala
Edúkame / Sandra Moros SIDES
Cristina Lucas
Jose Montaño
Mabel Palacín
Lorenzo Imbesi
Industrias Lentas
Riccardo Benassi
magdalena ramírez
SARA DOLFI AGOSTINI
Jan Nálevka
www.notasyreflexiones.com
PRINT ON DEMAND /
[email protected]
Appunti e riflessioni / Notas y reflexiones
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