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Agosto 2014 - capitolinoflash.it

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Anno IV n° 22
Agosto 2014
una nuova ottica sul mondo
Giornale mensile d’ informazione a carattere economico, culturale,
giuridico, d’attualita’ e di costume
Neuro
Aberrazioni
Non è la prima volta e non sarà certo l’ultima, che
scrivo con l’intento di mettere in guardia dagli abusi nei confronti dell’essere umano da parte di una
“scienza scientista”. Non smetterò di farlo finché
non si determinerà una linea invalicabile di “non intervento”. Sembra stia parlando di guerra, vero? Un
po’ è così, ma è una guerra particolare. Inizio riportando per intero un trafiletto tratto da “Sette” del 25
luglio 2014.
LSD: LA RICERCA LO RISCOPRE
Albert Hofmann, il chimico svizzero che scoprì l’Lsd e la psilocibina, credeva che queste droghe psichedeliche sarebbero state utili nel trattamento delle
malattie mentali. L’azienda farmaceutica per cui lavorava, la Sandoz, inviò alcuni prototipi di farmaco
a medici di tutto il mondo per la sperimentazione
negli Anni 50 e 60. In seguito, però, l’uso farmacologico di queste droghe venne abbandonato e la maggior parte delle ricerche è stata fermata. La rivista
scientifica Science rivela ora che neuroscienziati e
ricercatori stanno riscoprendo le droghe psichedeliche per la loro capacità ineguagliata di modificare
il modo in cui il cervello elabora le informazioni, e
li stanno studiando come possibili trattamenti per
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Incontro con Dario Argento
Incontrare Dario Argento è un’esperienza interessante perfino per
chi non ama particolarmente il
genere horror. Noi abbiamo incontrato il regista romano all’Italian
Horror Fest di Nettuno e lui si è
raccontato con una franchezza disarmante mettendo a nudo anche
il lato oscuro della sua personalità.
All’Italian Horror Fest è stato mostrato il film cult del maestro del
brivido: “4 mosche di velluto grigio”. E’ lo stesso regista a raccontarne la storia avventurosa post
produzione: “La Paramount ed io
avevamo i diritti d’autore del film,
poi però ci sono stati problemi legali riguardo a questi diritti ed il
film è letteralmente scomparso per
20 anni. Non è mai stato fatto vedere. Ad un certo punto però, non
si sa come, una copia clandestina è
segue a pag. 3
Cannabis:
Marijuana e Hashish
L’uso della marijuana e delle altre droghe “leggere”, danneggia la concentrazione, le registrazioni mentali ed il ricordo
di immagini mentali precedentemente registrate. Queste
droghe possono far svanire il senso di timidezza, possono
far sentire disinibita la persona inibita, far sentire forte la
persona debole, soprattutto nei confronti del sesso. La persona che fa uso di queste droghe ha un radicale cambiamento di personalità e perde l’ambizione nella vita. Il cambiamento di personalità La perdita di ambizioni è il punto di
partenza: l’adolescente concentra la sua attenzione a questi
strati di “benessere” e rinuncia a qualsiasi altro interesse
come lo sport, la lettura dei testi scolastici, i suoi hobby. Uno
degli effetti più ovvi del fumare la marijuana o hashish, è
la stanchezza. Queste droghe dirigono verso l’interno o “interiorizzano” l’attenzione di una persona; il risultato è una
persona che non è più in controllo dell’ambiente e delle persone che la circondano, ma perennemente con la “testa tra le
nuvole”. Senza una dovuta attenzione, una buona memoria
segue a pag. 3
Viale Parioli n.73
Roma
Via Leopardi n.10
Milano
Tel 06.80660055
Tel/Fax 02.468998
Fax 06.8086030
segue a pag. 2
Intervista all’architetto Arrigo Baj
Siamo abituati ad abitare, ma non siamo abituati a riflettere sui retroscena che fanno da sfondo agli spazi ed alle dimensioni
abitative. Apprezziamo le costruzioni estetiche, rinneghiamo le zone degradate, ci piacerebbe vivere in un paradiso terrestre, ma
ci ritroviamo a condurre un’esistenza forzata in mezzo strade caotiche, sequele di case prive di alcuna integrazione estetica, e ci
chiediamo come mai la sera invece di uscire per fare una passeggiata, preferiamo rinchiuderci in casa. Che cosa è successo all’universo architettura? Perché un tempo venivano realizzate maestose opere pregne di incomparabile bellezza, mentre oggi, pur
essendo dotati di mezzi, materiali e tecnologie molto più avanzate, ci ritroviamo circondati da improbabili accozzaglie di mattoni?
Cerchiamo la risposta nel termine architettura. La parola deriva dal latino architéktōn, vale a dire primo artefice. Suddividiamo il
termine nelle due parti che lo compongono, àrchein e técton, e ci imbattiamo nella somma di due concetti a dir poco stupefacenti,
vale a dire Dio come massimo valore e causa prima di tutte le cose e Inventare, creare costruire, plasmare a livello tecnico, artistico
ed artigianale. Se è vero che Iddio ha creato questo pianeta, vediamo allora come un architetto d’eccellenza, Arrigo Baj, può creare
il nostro sogno, il nostro universo soggettivo, la nostra casa.
segue a pag. 3
Ricorderai questo giorno
Ognuno di noi lo porta nel cuore. Io per esempio ricordo quel giorno di febbraio, perché legato alla mia domanda per entrare in Polizia. Ricordo bene che
era mattino, ed avevo detto a mia madre che non sarei andato a scuola perché
molti professori non erano presenti, ma che sarei andato a via Statilia, all’ufficio concorsi della Polizia, per fare domanda per far parte della Polizia. Dopo
essere arrivato, in quella fredda giornata, ma tutto sommato bella climaticamente, notai subito volti un po’ tristi , qualcuno che parlava animatamente,
altri che organizzavano non so quali servizi – per me allora sconosciuti – ma
capii subito che non era una giornata tranquilla, per loro. Chiesi al Poliziotto
alla porta, dove fosse l’ufficio e lui gentilmente mi diede l’indicazione. Entrando nel palazzo che si trova nel cuore di San Giovanni, tra antiche rovine, la
basilica di Santa Croce in Gerusalemme ed a pochi passi dal Colosseo, trovai
segue a pag. 7
[email protected]
Agosto 2014
Capitolino Flash
2
Attualità e Cultura
segue dalla prima pagina
Incontro con Dario Argento
riuscita ad uscire dagli Stati Uniti,
da quella copia ne sono state fatte delle altre, che sono passate poi
di mano in mano e si è cominciato
così a vederlo”. Il regista ammette
che il film è molto autobiografico,
che ci sono molte cose della sua vita
e soprattutto c’è la rappresentazione delle allucinazioni che aveva in
quel periodo, nel 1972. Comunque,
“4mosche di velluto grigio”, Profondo rosso”, “Tenebre”,“La sindrome
di Stendhal”, “L’uccello dalle piume
di cristallo” è proprio vero che i film
di Dario Argento hanno titoli affascinanti ad un punto tale che, per
quanto riguarda “Profondo rosso”,
per esempio, quel titolo piacque
talmente tanto agli Americani che
acquistarono il film senza neppure
vederlo. Sul come nascono questi
titoli, il regista non sa rispondere, semplicemente la cosa avviene.
Pensandoci bene, il nome stesso del
regista ha qualcosa di affascinante.
L’unico film di Dario Argento che
esce fuori da quelli che sono i suoi
schemi abituali, quelli del genere
horror cioè, è “Le cinque giornate”.
Non era previsto che facesse questo
film, doveva esserne solo il produttore. E’ stato poi Adriano Celentano, protagonista della pellicola a
fargli cambiare idea quando gli ha
detto: “ Ma se ti piace tanto, fallo te”.
E così è stato. E’ stato bello lavorare con uno come Adriano. Non ci
si annoiava di certo. Adriano aveva
una personalità interessante. A quel
tempo poi era capace di escogitare
di continuo degli scherzi. La sera,
invece, tirava fuori la chitarra e si
metteva a cantare anche canzoni in
inglese di cui non conosceva le parole. Si limitava semplicemente ad
imitare quella lingua e lo faceva talmente bene che sembrava cantasse
veramente in inglese. Per tornare a
“Le cinque giornate”, che è del 1973,
il regista aveva scoperto una piccola biblioteca a Milano in cui c’erano
diari di persone che avevano vissuto negli anni descritti dal film e da
questi diari ha preso molti spunti,
ma soprattutto ha ottenuto un punto di vista completamente diverso
su quel periodo storico. Ha riadattato poi storie o li ha reinventati e
così ne è venuto fuori un racconto
di protesta sul risorgimento, completamente anomalo rispetto ai film
dello stesso genere di quegli anni.
Pensate, il regista romano, in quella
piccola biblioteca, è venuto a sapere,
tra l’altro, che Carlo Cattaneo, uno
dei protagonisti delle cinque giornate di Milano, aveva un cameriere
che aveva partecipato all’insurrezione. Quando, finito tutto, questo
cameriere è tornato a casa il Cattaneo lo ha bastonato perché per quel
periodo non gli aveva preparato da
mangiare e non aveva adempiuto a
tutti gli altri servizi. Girare quel film
è stata una bella esperienza, ammette il regista, peccato che non si sia
ripetuta. E poi c’è stata la bellissima
amicizia con Bernardo Bertolucci
durata diversi anni. Li accomunava la stessa passione per il cinema
e la stessa profonda conoscenza del
cinema. E’ un’amicizia nata e consolidatasi nei ristorantini di Roma
o passeggiando per le vie di quella
città. Se il cinema, però, li ha uniti
così li ha anche divisi visto che ad
un certo punto uno è andato a fare
un film da una parte del mondo ed
uno da un’altra.“ Il western mi affascina, ma la commedia no” confessa
poi Dario Argento. Come non credergli visto che la commedia è comunque agli antipodi del genere in
cui è maestro riconosciuto a livello
internazionale. Segue poi un consiglio da parte del regista a tutti i fans
del genere horror: “Il cinema tailandese, coreano, ma un po’ tutto il
cinema orientale è poco conosciuto, ma molto interessante. Hanno
preso spunto dal mio stile che ha
quel qualcosa di psicologico. Il cinema americano, invece, ha perso
molto. Si è omologato. In America
basta che un film abbia successo e
se ne fanno subito 20,50 copie tutte
uguali. La storia è diventata sempre
uguale, fateci caso. C’è un gruppo di
ragazzi che entra in una villa, succedono delle cose ed alla fine ne
rimangono solo alcuni. Anche gli
effetti speciali hanno contribuito
all’omologazione. A me questa cosa
non piace, io devo buttarmi ogni
volta in qualcosa di diverso”. Alla
domanda, invece, perché ricorre
spesso alle siringhe per uccidere,
il regista ha detto: “Si! E’ una paura inconscia. Uno dei miei incubi.
Ne “La sindrome di Stendhal”, Asia
veniva perseguitata da una siringa
enorme”. Ad ottobre uscirà il libro
del regista che non poteva che chiamarsi in un solo modo: “Paura”.
E’ un’autobiografia da quando era
bambino fino ad ora, non tralasciando nulla, neanche le sue storie
di droga, i film facili e quelli difficili.
Non c’è niente di inventato. E oggi?
Dario Argento è felice?“Non sono
ne’ felice, ne’ infelice. Questa è stata
la mia vita”. Grazie Dario.
Maria Luisa Dezi
Capo redattore
Capitolino
Flash
Iscrizione al Tribunale di Roma
n° 246/2011 del 26.7.011
www.capitolinoflash.it
[email protected]:
Direttore Responsabile
Dott. Michele Luigi Nardecchia
EDITORE
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“Arte & Vita”
Via Cairoli - Latina
Presidente
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segretario
Claudio D’Andrea
Claudio D’Andrea
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Giornalisti - collaboratori
Paolo Onorati,
con il contributo di Riccardo
Rosso, M.L.Dezi
Fabrizio D’Agostino - Bernardo
Dezi - Stefano Bonici - Emilia Kwasnicka- Manuela Baccari - Pina Orsini - Maria Luisa Dezi - Fernanda
Arrigo - Ugo Meucci - Goffredo
Nardecchia -Luca Bertucci - Consuelo - Elia Scaldaferri - Luciano
Pecchi - Edoardo Elisei
Federico Rocca - Giancarlo Coco
avv. Marcella Coccanari
Tipografia Della Vecchia
Via Maira Latina
Fondato da
Membro Onorario
Stampa
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Capitolino Flash
Agosto 2014
Cultura
segue dalla prima pagina
Neuro Aberrazioni
depressione, dipendenza, ansia, cefalea a grappolo, e
altri disturbi. “Ma questo”, conclude Science “rimane
un settore controverso, e gli scienziati che studiano
questi farmaci devono affrontare molte questioni problematiche”.
Fra le “molte questioni problematiche” ce ne sarà certamente qualcuna di ordine “tecnico”, ma a noi interessano quelle di ordine ETICO: non ho percezione
che le stiano affrontando e nessuna istituzione dice
sostanzialmente niente! Dietro la “libertà alla ricerca”
si celano ipocritamente interessi miliardari e di altro
tipo, ad esempio “controllo sociale”, di un’industria farmaceutica che ha fatto perdere da un bel
pezzo la vera missione alla medicina stessa. Ormai sono aziende che investono molto in marketing, solo interessate a mantenere e aumentare i pazienti; ecco perché penso che questo tipo
di servizi debbano essere seriamente controllati
se non statalizzati, allo scopo di armonizzarli finalmente ai nostri diritti umani.
Ad aggravare il problema, che riguarda peraltro tutti i settori della ricerca farmaceutica, è
proprio l’ambito qui interessato: il cervello. Un
“quadro comandi” così complesso, sensibile e
dotato di enorme plasticità a seguito di input psico-socio-cul-turali-alimentari, quindi determinata dall’individuo stesso, trattato al pari di altri
organi nonostante la sua importanza, centralità e
complessità. I signori “neuro-psico qualcosa” ci
giocano irresponsabilmente, senza alcuna remora di ordine etico. Credo sia ora di far sentire a
livello istituzionale la voce della cultura umanista,
al fine di “contenere” e delimitare non certo la ri-
cerca, ma almeno ogni tipo di applicazione diretta al
centro del nostro essere biologico. Solo una cultura
ecumenica e complementare in cui i vari saperi si
integrino allo scopo di conoscenza, benessere e vero
aiuto, sarà in grado di proteggerci dall’anni-chilimento della nostra identità e dalla perdita definitiva
dei nostri diritti umani.
Massimo Franceschini
segue dalla prima pagina
Cannabis: Marijuana e Hashish
non si sviluppa e diventa molto difficile ricordare ciò
che è stato registrato precedentemente.
LA CANNABIS DA DIPENDENZA ED È UNA
DROGA A TUTTI GLI EFFETTI
Il recente allarme cannabis
Ultimamente si sono registrati molteplici casi dove la
continua e prolungata assunzione di cannabis (mesi
e/o anni) ha provocato veri e propri cambiamenti
mentali che potrebbero essere scambiati con vere e
proprie psicosi. Nei casi più gravi è stata osservata una
profonda irascibilità nei confronti dei familiari a volte
sfociata nella distruzione di mobili e oggetti d’arredo.
In altri casi addirittura i familiari riferiscono che il
loro caro “parlava da solo” o “appariva completamente
confuso” o sembrava in preda a manie di persecuzione. Questo potrebbe essere dovuto all’uso della chimica nella produzione della cannabis e alla continua
selezione dei semi per rendere le piante più colme di
principio attivo. A tutt’oggi ulteriori spiegazioni sono
al vaglio degli inquirenti.
Il falso mito delle droghe “leggere”
L’informazione falsa che esistono droghe leggere e
pesanti è stata sempre utilizzata dai consumatori per
segue dalla prima pagina
giustificare la propria condotta e dagli spacciatori per assicurarsi
una maggiore diffusione e maggiori guadagni. Molti consumatori ormai dipendenti si giustificano dicendo che la cannabis
è anche usata con successo per scopi terapeutici, oppure che è
naturale e che non restituisce dipendenza. La verità è che una
volta abituati ad utilizzare cannabis smettere è difficile in quanto
quest’ultima genera dipendenza mentale. Di seguito riportiamo
i principali cambiamenti fisici e mentali dovuti all’assunzione di
marijuana e hashish.
• Disenergia
• Apatia
• Stanchezza e sonnolenza
• Testa perennemente “fra le nuvole”
• Fame “chimica” (bisogno impellente di zuccheri e dolci)
• Occhi arrossati
• Difficolta di migliorare attraverso lo studio e l’esperienza
• Difficolta di concentrazione
• Mancanza di lucidità
Per maggiori informazioni
CHIAMA IL NUMERO VERDE 800 18 94 33
Narconon
Intervista all’architetto Arrigo Baj
Com’è nata la tua passione per l’architettura ed il design?
Sono nato architetto. Mi ricordo che già dalle scuole elementari passavo ore ed ore a disegnare tutto ciò che mi
circondava, tale passione non si è manifestata crescendo... io sono nato architetto. A quel tempo c’era una certa
paura a far fare ai ragazzi il liceo, mio padre infatti mi indirizzò a studiare da geometra, questo perché se mi fosse
passato il desiderio di studiare, avrei comunque avuto
in mano almeno un diploma. Io volevo diventare architetto, ma a quel tempo in italia era in vigore una legge
secondo la quale chi aveva il diploma da geometra, non
poteva iscriversi ad architettura. Poteva però fare medicina! C’erano queste assurdità. Risolsi la cosa iscrivendomi
a ingegneria, ma lo feci piangendo, non era quello che
volevo realmente fare. Fortunatamente l’anno successivo
cambiarono la legge, e siccome i primi due anni di ingegneria concidevano con i primi due anni di architettura,
io al secondo anno mi trasferii alla facoltà di architettura.
Non ho mai avuto il minimo dubbio riguardo al fatto che
quella fosse la mia professione.
La tradizione del design a mano libera, è forse una realtà in via di estinzione?
Secondo me sì, perché l’università non te lo insegna.
Attualmente si iscive ad architettura principalmente chi
proviene da un liceo. Questi studenti però non hanno
alcuna base di disegno a mano libera, e nemmeno all’università te lo insegnano, oggi in facoltà lavori solamente al computer, perché i tempi ti portano a questo. Chi
ha fatto il liceo artistico è molto bravo a disegnare visi,
statue, colonne o altro, ma non è stato insegnato loro a
disegnare le case. Per cui con loro devi partire dalla filosofia insita nello scopo finale del perché fai una casa,
vale a dire creare un ambiente nel quale tu vivi bene e
del quale non puoi più farne a meno. Questo succede invariabilmente con i nostri progetti, e non è un qualcosa
che si impara all’università. Bisogna avere il coraggio di
mantenere le distanze dai compromessi, dai casamenti
che per essere realizzati richiedono il nulla osta di personaggi tecnici caratterizzati da un indirizzo politico che
ti viene imposto, privando così la grande opera della sua
anima. Il risultato in questi casi è sempre che ciò che tu
avevi progettato non verrà mai realizzato se non passandolo al setaccio di rilevanti compromessi, e questo non
l’ho mai accettato e non è il mio modo di lavorare. Un
altro sintomo del decadimento è che non si vedono più
tecnigrafi in circolazione. Come si fa a progettare usando solo il computer?
Io quando progetto inizio a disegnare a mano libera
perché solo in tal modo la mia attenzione, la mia anima può essere concentrata nell’opera. Se progettassi col
computer, la mia attenzione sarebbe giocoforza sul computer, non sull’opera. Quando creo a mano libera la mia
mano traccia l’opera con immediatezza, in quella fase
non è importante l’assoluta precisione delle linee, piuttosto è rilevante l’idea. Il precisionismo viene ottenuto
al computer in una fase successiva, quando l’esecutore
va a concretizzare l’idea originale. Nondimeno io, nelle
mie realizzazioni, ho sempre perseguito l’abbattimento
delle barriere architettoniche. Inizialmente, nell’intento di rendere le forme delle case fluide, non realizzavo
case diritte, le realizzavo “storte”, con angoli aperti a 135°,
traendo ispirazione dai grandi architetti del passato, poi
col passare del tempo, ho reso miei alcuni concetti progettuali che, trasformando le forme e gli stili tradizionali,
mi hanno permesso di realizzare case i cui interni sono
dei “paradisi”.
Architetto di professione, pianista per passione: una
vita condotta all’insegna dell’arte e dell’armonia. Quale ruolo riveste secondo te l’estetica nel miglioramento
della nostra civiltà?
Fondamentale. Se tu sei in giro in auto e osservi una casa
brutta od un palazzo brutto, ti cadono le braccia. Purtroppo è tutto comandato dalla politica. In Italia è pertanto molto difficile imporre un’architettura all’insegna
dell’estetica, questo anche perché le imprese edili stesse
vanno alla ricerca di geometri ed architetti poco costosi
e quindi non necessariamente bravi, nondimeno vanno
anche a modificare il loro progetto, ponendo dei tagli a
tutto ciò che può sembrare non strattamente necessario.
Ti ritrovi quindi con villette a schiera e palazzine indecenti che spopolano nei paesi e negli hinterland. Io non
riesco a proporre un porgetto se a me non piace. Amo
partire dalla funzionalità e poi, una volta risolta questa,
garantisco l’estetica. Anche sotto questo aspetto non c’è
nulla di scontato. Uno nasce esteta, nasce signore, non lo
diventa e non è una questione di soldi. E’ una questione
di esperienze, di cuore, di sensibilità, di relazioni sociali.
A volte è necessario saper scegliere il giusto colore, il giusto accostamento. Solo con quello puoi completamente
cambiar faccia all’opera. Io ho realizzato case bianche
e case nere, e quando le ho fatte nere c’era un motivo
ben preciso. E’ una questione di sensibilità... a volte
mi scontro con i miei committenti, ma poi alla fine
quando vedono l’opera terminata mi danno riconoscimento. L’estetica è ciò che ti fa vivere bene nel lungo
termine. Il design invece è estemporaneo e segue la
moda, fra pochi anni un design odierno potrà essere
superato e scontato. L’estetica no, non invecchia mai.
Quale prospettiva ci sta riservando l’architettura
moderna? Una nuova età d’oro ed un rinascimento
dell’estetica, o piuttosto una standardizzazione delle forme ed un decadimento dell’originalità?
Decadimento dell’originalità non direi. I grandi architetti hanno un potere tale da riuscire ad imporre le loro idee. Questo è riscontrabile nei grandiosi
grattacieli che vengono realizzati in tutto il mondo e
che sono caratterizzati da una grande originalità. A
me personalmente piacciono molto e sono ricchi di
tecnologie ricercate. L’appiattimento si osserva invece nella realizzazione delle case comuni, quelle che
vengono realizzate fuori dai centri storici. Ti ritrovi
a combattere con personaggi che operano negli uffici
tecnici che abbisognano di darsi un’importanza. Queste persone perlopiù non sono riuscite ad essere ciò
che avrebbero voluto e quindi hanno ripiegato andando a lavorare negli uffici pubblici. Da quella posizione
ti impongono le loro idee -che non sono idee- e sei
costretto ad accettarle od a finire in contenzioso. E’
anche possibile realizzare un’architettura appiattita ma
di buona qualità, tipo chalet con giardinetti e piscina,
spazi ben vivibili. Ma non in Italia, qui questo non viene consentito, è come se tu venissi costretto a vivere
in casa degli altri, in spazi non vivibili. L’appiattimento
dell’architettura si tramuta poi in un appiattimento,
conseguente, delle persone che andranno a viverci. In
sostanza nella mia architettura lo scopo è realizzare
il sogno della vita del cliente. Quando il cliente vede
realizzato il suo sogno, lui si sentirà realizzato. Il problema di un architetto è farsi conoscere, molto spesso
chi cerca un architetto in realtà non sa a chi rivolgersi. Non conoscendolo, non può sapere se è corretto
affidarsi a lui. Un conto è essere realmente bravo, un
altro conto è essere soltanto famoso. Ed esiste anche
l’invidia e la gelosia. Non è detto che un cliente che si
è trovato bene faccia passaparola. Temerà che in futuro tu possa fare
all’amico una casa più bella di quella che hai fatto a lui. Nonostante tutte queste difficoltà, vale sempre la pena essere architetti e lavorare ogni
giorno per tracciare con la propria fantasia i lineamenti di un mondo
più bello. In fondo, è pur vero che i grandi architetti, come Le Corbusier o Wright, hanno raggiunto un potere tale da conseguire una fama
mondiale e da allora non c’è più stato bisogno di chiamarli architetti.
Edoardo Elisei
Agosto 2014
Capitolino Flash
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Attualità
I tre naufragi del gatto Oskar
C’era un gatto sulla Bismarck, la potente
corazzata di Hitler, in quei giorni del maggio del 1941, quando a tutte le forze militari britanniche presenti nell’Atlantico venne
dato l’ordine di darle la caccia, di trovarla
e di affondarla. Ci riuscirono finalmente, dopo giorni di combattimenti ed inseguimenti, alle 10,40 del 27 maggio e quel
gioiello della tecnologia tedesca, talmente
possente che si pensava fosse imbattibile,
si inabissò lentamente ma inesorabilmente al largo delle coste francesi. Degli oltre
2400 membri dell’equipaggio solo in 115
sopravvissero e vennero salvati dalle navi
inglesi che avevano partecipato alla battaglia finale. Quando poi qualcuno notò il
gatto aggrappato ad un’ asse galleggiante,
fu la Cossack ad intervenire. Si avvicinò e
lo issò a bordo. Fu subito accolto con affetto da tutti i marinai della nave nemica che,
non conoscendo naturalmente il suo vero
nome, lo ribattezzarono Oskar. Certo non è
un caso che nel codice internazionale delle
bandiere nautiche, alla “o” c’è quella chiamata “Oscar” che significa “uomo in mare”.
Comunque, il gatto venne arruolato come
cacciatore di topi ed iniziò a prestare servizio per la marina militare di Sua Maestà
britannica. Passarono altri sei mesi e poi la
Cossack venne a sua volta colpita da un
siluro lanciato da un sommergibile tedesco
mentre scortava un convoglio da Gibilterra fino in Gran Bretagna. La nave venne
danneggiata irrimediabilmente ma si ebbe
tutto il tempo di fare evacuare l’equipaggio
e di salvare anche il gatto. Oskar ora venne affidato alla Ark Royal, un’altra delle
navi che avevano partecipato alla caccia e
distruzione della Bismarck, ma ormai lo
chiamavano “Oskar l’inaffondabile” . Con
questo nome continuò così a navigare nei
mari insidiosi della seconda guerra mondiale per altre due settimane. Sì, perché fu
allora che un altro siluro tedesco colpì
quella nave e l’affondò. La nave si inabissò
lentamente e così, pure stavolta, ci fu tutto
il tempo di fare evacuare e salvare l’equipaggio. E Oskar? Si dice che lo trovarono
aggrappato ad una trave e che era molto
arrabbiato ma sano e salvo. A quel punto
qualcuno deve avere pensato che tre naufragi per i nervi di un gatto potevano bastare e spedirono Oskar a Belfast, a casa di un
marinaio, oppure qualcuno pensò bene di
salvaguardare le navi della marina di Sua
Maestà non permettendogli più di viaggia-
re su una di esse. Lì , in Irlanda, visse per altri 14 anni. E’ una storia incredibile, vero? Se
ne possono trarre di conclusioni, congetture e
tante altre di queste cose ma sembra che tutta questa storia sia inventata: una delle tante
leggende che i marinai si raccontano nei loro
lunghi viaggi. Sembra di sentirli: “Sai che sulla
Bismarck c’era un gatto? Sì! Te lo assicuro ed è
stato salvato dai nostri”. ”Ma dai, non è vero! E
come avrebbero fatto a trovarlo?” “ Pensa era
su un legno che galleggiava vicino al relitto” e
così via. Non ci sono, infatti, testimonianze o
documenti o foto a comprovare che sia vera.
Eppure, nonostante questo, il gatto è stato ritratto da Georgina Shaw Baker ed il dipinto è
conservato nel National Maritime Museum del
Regno Unito. L’artista ritrae un gatto bianco e
nero seduto su una tavola che galleggia sulle
onde e, nonostante avesse ritratto altri animali mascotte sulle navi della marina militare
britannica, è ricordata soprattutto per questo
ritratto. Nel dipinto il gatto ha gli occhi sgranati verso chi guarda il quadro. Sta forse osservando i marinai della Cossack che gli si stanno
avvicinando?
Maria Luisa Dezi
Le navi dei naufragi di Oskar
Ark Royal
Cossack
Oskar ritratto da
Georgina Shaw Baker
Bismarck
5
Capitolino Flash
Agosto 2014
Cultura
Gli appellativi di Re e Regine
Scorrendo i testi di storia, è facile provare la
sensazione che per lunghissimo tempo fosse
quasi d’obbligo accompagnare il nome dei sovrani con un appellativo, talvolta motivato da
una loro particolarità fisica, come “Il Breve”, “Il
Lungo”, “Il Grosso”, o “Il Calvo”, assai più spesso da qualche aspetto saliente della loro personalità, oppure dalla grandezza delle loro gesta.
In quest’ultimo caso l’antichità è il Medioevo
pongono rispettivamente alla nostra attenzione il sovrano macedone Alessandro e Carlo, Re
dei Franchi, fondatori di due sterminati imperi
ed entrambi celebrati con il latineggiante Magno. In seguito, in epoche e Paesi diversi, altri
monarchi hanno fruito del gratificante appellativo de “Il Grande”, Ad esempio Pietro, zar di
Russia, e Federico, sovrano di Prussia. Molto
ricorrente è anche quello de “Il Buono”, come
pure “Il Magnanimo” e “Il Clemente”, e si giunse addirittura a definire “Il Santo” qualche Re
che aveva preso parte alle Crociate in Terrasanta o combattuto gli arabi, insediatisi in vasti
territori dell’Europa meridionale. Altri Re
sono noti come “Il Semplice”, “Il Saggio”, “ll
Fortunato”, “L’Ardito” “Il Perfetto”, denominazioni direi non disprezzabili, ma non è stato
sempre così, Dato che ce ne sono di consegnati
alla storia come “Il Fannullone”, “Il Neghittoso”, “Il Rissoso”, “Il Malo” e persino “Il Terribile” vale a dire lo zar russo Ivan, vissuto nella
seconda metà del Cinquecento. Questo signore destava dell’ammirazione, in quanto abilissimo politico, ma nello stesso tempo incuteva un
autentico terrore, considerato che soffriva di
radicate manie di persecuzione ed era soggetto
ad incontenibili accessi d’ira, durante i quali
poteva arrivare al punto di uccidere chiunque.
Neppure l’attributo “Il Bello” è stato trascurato
ed io mi sono resa conto che l’hanno ricevuto
più Re di quanto credessi. Il più famoso è comunque Filippo “Il Bello” di Francia, vissuto
tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo.
Fierissimo antagonista del Papa Bonifacio
XIII, che gli lanciò contro la scomunica. Per
nulla preoccupato del gravissimo provvedimento, Filippo non esitò ad incaricare dei suoi
emissari di fare prigioniero il pontefice, Che si
trovava ad Anagni: successivamente trasferì la
sede papale in Francia, ad Avignone, e, già che
era in vena di prodezze, soppresse anche lo storico Ordine dei Templari. A mio avviso, tra i
tanti esistono degli appellativi che colpiscono
in modo particolare, ad esempio quello di
“Cuor di Leone” attribuito al Re inglese Riccardo 1°, vissuto nel dodicesimo secolo, al quale
evidentemente non difettava il coraggio. il fratello che gli succedette, a quanto pare meno
assistito dalla fortuna, l’abbiamo conosciuto
come Giovanni “Senza Terra”, avendo egli perduto tutti i possedimenti inglesi in terra di
Francia, ad opera di Filippo Augusto,Re di quel
paese. In precedenza era vissuto un sovrano
che di soprannomi, davvero eloquenti, ne aveva due: Guglielmo I chiamato “Il Bastardo”, essendo figlio naturale del duca di Normandia, e
“Il Conquistatore”, Perché con fruttuose campagne militari era riuscito a conquistare l’Inghilterra, divenendone il sovrano. Nessun Re è
stato comunque gratificato più del francese
Luigi XIV, Il leggendario “Re Sole”. E’ fuori
dubbio che il fasto della sua Corte fosse incomparabile, ma, a prescindere da tutto quello
splendore formale, egli fu un sovrano assoluto
e uno dei più guerrafondai della storia, tanto
da spolpare la Francia. di celebrità in celebrità,
senza peraltro allontanarmi dal suolo francese,
sarei ora ben lieta di dire qualcosa di interessante su Napoleone, ma, mio malgrado, non
sono riuscita a ricordare alcun appellativo di
rilievo a suo riguardo, né le mie ricerche hanno
dato frutto. E pensare che su di lui se ne sarebbero potuti coniare, nel bene e nel male, fin
troppi, tutti più incisivi di quel banale “Il Còrso,
con il quale, a causa della sua provenienza, a
volte è denominato. Un po’ più tardi, sempre in
Francia, incontriamo uno degli ultimi sovrani
di quella nazione: Luigi Filippo di Borbone
-Orleans. Cosa piuttosto rara in quei tempi tra
i regnanti, egli era animato da idee abbastanza
liberali, il che gli aveva fatto guadagnare il soprannome di “Egalitè”, cioè uguaglianza, ma,
ironìa della sorte, perdette la corona proprio in
seguito alla rivoluzione democratica del 1848.
Per dovere di ospitalità ho lasciato per ultimi i
sovrani italiani ed ora comincio da quello al
quale, nella prima metà dell’Ottocento, fu attribuito il soprannome di “Re Bomba”. Alludo a
Ferdinando secondo di Borbone, Re delle due
Sicilie, che nel 1848 ordinò di bombardare la
città di Messina in rivolta. Al figlio e successore
Francesco II, con il quale ebbe termine la dinastia, Fu riservato invece il nomignolo di “Franceschiello”, certo da non andarne orgogliosi,
ma almeno non inquietante come quello del
violento genitore. So che i Savoia premono
perché finalmente parli di loro, ma temo non
resteranno soddisfatti. Carlo Alberto di Savoia-Carignano, Re del Piemonte ai tempi della
per noi sfortunatissima Prima Guerra d’Indipendenza, È noto ai posteri come il “Re Tentenna”. Perennemente oscillante tra il restare
fedele alla sua indole reazionaria o fare concessioni ai liberali e ai mazziniani suoi contemporanei, In bilico tra il comportarsi da sovrano
assoluto o accogliere le giuste istanze dei sudditi, incline a una certa durezza ma anche alle
crisi mistiche, per la sua indiscutibile ambiguità quel nomignolo così poco lusinghiero se l’era proprio tirato addosso. Dopo la cocente disfatta di Novara del 23 marzo 1849, egli abdicò
in favore del figlio Vittorio Emanuele e si recò
in esilio ad Oporto, in Portogallo, dove morì
pochi mesi dopo. Il nuovo Re era assai più
equilibrato del suo predecessore. Ambiva a
raccogliere intorno al Piemonte il resto d’Italia
e, favorito dalle circostanze, riuscì nel suo intento. Vittorio Emanuele II è caratterizzato dai
prestigiosi appellativi di “Padre della Patria” e
“Re Galantuomo”. Quest’ultimo pare se lo fosse
meritato comportandosi con lealtà in un momento assai delicato. Dobbiamo ricordare che
nell’Ottocento sovente i regnanti italiani promisero solennemente o anche concessero la
Costituzione, allorché il loro trono vacillava,
pronti però a revocarla quando la tempesta si
era placata. Vittorio Emanuele, unico tra tanti
lasciò invece in vigore la Costituzione, chiamata Statuto Albertino, che il padre Carlo Alberto, non per un intimo convincimento, ma perché costretto dagli eventi, dopo infinite
titubanze aveva concesso al Piemonte nell’infuocato 1848. Suo figlio Umberto I fu di quei
Re della storia ad avvalersi dell’attributo “Il
Buono”. Se lo consideriamo con un po’ di attenzione, ci accorgiamo che fu valoroso soldato,
ma non riusciamo davvero a comprendere il
dove risiedesse la sua bontà. Autoritario e conservatore, Nel 1898 autorizzò a Milano nei
confronti del popolo insorto una repressione,
guidata dal generale Bava-Beccaris, che si rivelò oltremodo cruenta. Per ben tre volte fu
fatto oggetto di attentati: due di questi fallirono, ma il terzo, attuato nel 1900 a Monza dall’anarchico Bresci, andò completamente a segno.
Non avendo elementi chiarificatori il mio possesso, azzardo l’ipotesi che il soprannome di
“Buono” gli derivi più che altro dal fatto che
per mostrarsi vicino ai suoi sudditi, Tra il 1882
e il 1884 egli partecipasse personalmente alle
operazioni di soccorso ad alluvionati, terremotati e colpiti da un’epidemia di colera in alcune
regioni italiane. Ignoro se il figlio e successore
Vittorio Emanuele III, il Re che spianò la strada
al regime fascista, avesse un appellativo degno
di nota. Probabilmente, magari in sordina,
qualche nomignolo ingeneroso glielo avevano
affibbiato, se non altro per la sua figura modesta e il carattere scontroso, oppure perché nutriva una passione sfrenata per la numismatica,
nella quale si rifugiava come in una roccaforte
ai tempi del suo tormentato regno. Dulcis in
fundo: l’ultimo dei Savoia, e nel contempo l’ultimo Re d’Italia, suo figlio Umberto II, è ricordato come il “Re di Maggio”. Una denominazione poetica che, oltre ad indicare il mese in
cui, avendo abdicato il padre, egli divenne Re,
Sottolinea anche il brevissimo lasso di tempo
in cui occupò il trono: solo il mese di maggio
del 1946. In seguito al referendum istituzionale
del 2 giugno, che instaurò nel nostro Paese la
Repubblica, egli fu deposto e subito dopo, proprio come il suo avo Carlo Alberto, dovette
prendere malinconicamente la via dell’esilio in
Portogallo, senza poter mai più fare ritorno in
Italia. Non posso concludere ignorando i sovrani in gonnella, il cui numero è ovviamente
assai più contenuto. Andando molto indietro nel
tempo, mi viene in mente la straordinaria regina
Cleopatra, della quale si sono dette di “Cotte di
crude” e che ancora suscita interesse, ma che non
mi risulta abbia mai avuto un soprannome specifico. Procedendo attraverso i secoli, non mi accade di imbattermi in sovrane accompagnate da
appellativi particolari, finché, addentrata ormai
nell’Età Moderna, incontro la famosa Isabella detta “La Cattolica”, la regina castigliana detta protettrice di Cristoforo Colombo. Insieme con l’altrettanto cattolico marito Ferdinando d’Aragona,
unificò la Spagna ma, adducendo motivi religiosi,
commise l’errore di cacciare letteralmente da essa
un bel numero di Ebrei e di discendenti dagli
Arabi conquistatori, che vi risiedevano da tempo
e che costituivano una componente assai attiva e
produttiva della popolazione. Anche Giovanna,
figlia di Isabella, c’è stata tramandata con un soprannome: meno rassicurante però. Si tratta di
Giovanna “La Pazza”, madre del potentissimo imperatore Carlo V, quello sui cui possedimenti mai
tramontava il sole. La poverina già in gioventù
aveva dato segni di squilibrio psichico, ma il seguito alle alla dipartita del marito uscì del tutto di
senno e trascorse il resto della vita rinchiusa in un
palazzo, accanto al sepolcro del caro estinto. Sua
contemporanea in Inghilterra la regina Maria “La
Sanguinaria”, Figlia di Enrico VIII Tudor e di Caterina d’Aragona, che, nel tentativo di ripristinare
nel suo regno la religione cattolica estromessa dal
padre, usò contro chi la ostacolava dei metodi
così brutali da giustificare il suo truce soprannome. Ora è la volta di presentare la sua sorellastra,
quella Elisabetta I Tudor, figlia di Enrico VIII e di
Anna Bolena, che tanta parte ha avuto nella storia
dell’Inghilterra. Elisabetta è conosciuta come “La
Regina Vergine” perché, cosa veramente inusitata
dell’ambito delle sovrane, non volle mai sposarsi.
I suoi ministri e dignitari, per assicurare la discendenza al trono, più volte le proposero degli
illustri personaggi, ma ella sempre tergiversava,
opponendo infine un deciso rifiuto. Correva voce
che si ostinava a respingere i pretendenti per un
grave difetto fisico di cui era portatrice, ma gli
storici più avveduti sostengono che, essendo costoro quasi sempre principi di altri Paesi Europei,
la volitiva Regina non avrebbe tollerato ingerenze
straniere nel suo regno. È il Settecento a proporci
un’altra sovrana molto energica Caterina “La
Grande”di Russia ma anche Maria Teresa d’Austria, permeata dalle idee della cultura dell’illuminismo, alla quale, in mancanza di un appellativo adeguato, potremmo accordare di nostra
iniziativa quello di “Saggia”. Ora concludo davvero con la famosissima Regina Vittoria che, salita
al trono d’Inghilterra nel 1837, appena diciottenne, regnò lungamente dando il suo nome ad un’epoca e meritandosi l’appellativo di “Matriarca
d’Europa”. Ai nostri giorni Re e Regine sono diventati una rarità e il loro ruolo è profondamente
mutato rispetto al passato. Dalle monarchie assolute, nelle quali tutti i poteri erano concentrati
nelle mani dei sovrani, attraverso lo stadio intermedio delle monarchie costituzionali, ormai da
tempo siamo giunti a quelle parlamentari, in cui il
Re hanno un ruolo puramente formale: più che
altro simboleggiano l’unità nazionale e non interferiscono nell’operato degli Organi dello Stato.
Stando così le cose, la lunghissima era in cui i Re
e le Regine venivano caratterizzati da appellativi
più o meno lusinghieri, credo sia davvero tramontata.
Consuelo
ReginaVittoria
Ivan il Terribile
Elisabetta I (La Vergine)
Luigi XIV
Vittorio Emanuele II
Agosto 2014
Capitolino Flash
6
Cultura
John the f ireman
Perringe Hill era una piccola comunità a sud di
Londra, seimila anime affacciate sulla Manica.
Il paese viveva intensamente attorno a se stesso; per la strada principale si incontravano, ad
orari precisi, il carro del vecchio Fitzgerard il
vaccaro degli Smithson che portava il letame
tirato da un vecchio mulo; più tardi il camioncino del lattaio ed ogni tanto il vecchio agente
Hangie Fordson che passeggiava facendo volteggiare il manganello nella mano destra. Se si
passava poi attorno alle 8:15 davanti al “King
Richard Pub” era facile vedere l’anziana Finnegan che raccoglieva il marito addormentato di
fianco all’ingresso con in mano l’ultimo bicchiere e con in corpo alcool a volontà. Insomma un piccolo paese come tanti con i suoi personaggi, le sue avventure, le sue storie ed i suoi
problemi. Nel Dicembre del 1939 viveva nella
“Jank Road” il vecchio Robinson Hull, un veterano del 1914-18, prode soldato era tornato
dalla Francia con la Victoria Cross dopo aver
assaltato un trincea tedesca a Verdun. Padre di
molti figli, i più si erano arruolati come allievi
ufficiali nella RAF o nella Marina di sua Maestà. Gran disappunto provò il veterano quando John, il più scalcinato figliolo, fu rifiutato
dall’esercito perché troppo giovane. Era il suo
cruccio più grande ed il figliolo, un sacco d’ossa vestito e calzato, lo sapeva bene. La svolta
di John avvenne la mattina in cui inforcata la
bicicletta arrugginita e sverniciata di sua madre, si recò alla ricerca di un po’ di torba in
campagna. Passando davanti alla stazioncina
della Polizia notò all’improvviso un manifesto dai colori e dal messaggio intrigante. Non
seppe resistere a quell’invito e pensò che se la
patria non lo aveva voluto al fronte in Europa allora lo avrebbe tollerato in quello che i
suoi compatrioti avevano battezzato l”home
front”, il fronte interno. Dopo un paio di giorni giunse la convocazione attesa e lui corse a
mostrarla al padre che sonnecchiava appresso
al caminetto. Strappò un sorriso di compiacimento a quel vecchio soldato ed allora capì che
il suo babbo ora era realizzato e fiero anche di
lui. Nel cortile del municipio furono tutti allineati e un sottoufficiale panciuto spiegò loro il
dovere di ogni ausiliario del nuovo “Auxiliary
Fire Service”. John si avviò dopo qualche ora
verso casa con l’intendimento di dare tutto se
stesso al corso che l’attendeva. Spalancò la porta e sua madre restò pietrificata nel vederne la
nuova figura. Due stivali di pelle nera e lucida
salivano al ginocchio, una giubba doppio petto
blu era stretta da una cinta con appeso il piccozzino. Al petto il fregio rosso con la scritta
AFS PERRINGE HILL e la maschera antigas
nella borsa appesa al collo. In testa un berretto
rigido blu ed appeso alla borsa l’elmetto verde tondeggiante. Quelle ore di corso volarono
e ben presto John incontrò la bestia, il fuoco.
La casermetta fu ricavata in una rimessa del
municipio. Vi trovavano posto le brande ed
Leyland autopompa con scala a sfilo.
Nella nebbia di una notte britannica alla porta
bussò qualcuno con affanno e grande fu lo stupore nel vedervi il Fitzgerard con il suo odore
di letame e stalla. I fari oscurati dell’autopompa correvano nella città spenta; verso il fienile
che nel bruciare illuminava l’orizzonte come se
l’alba fosse arrivata troppo presto per scacciare
la notte. I tubi correvano verso le fiamme e le
lancie abbattevano con getti d’acqua gelata il
muro di fuoco. Nella aria si alzavano i fili di
paglia e fieno che il fumo portava verso l’alto
e poi lasciava ricadere, il crepitio delle fiamme era, per un giovane pompiere, come un il
canto di una fascinosa sirena su uno scoglio.
Ci vollero ore ma quei ragazzi volenterosi
ebbero ragione dell’incendio e verso metà
della giornata successiva già arrotolavano le
manichette bagnate. Tornando John si guardò, poi s’annusò, come si sentiva grande con
il volto annerito dal fumo e la divisa puzzolente ed impregnata dallo stesso. Era il loro
primo vero incendio, ma era niente quello
rispetto a ciò che i mesi successivi avrebbero voluto da loro. C’era una guerra, c’era il
Maresciallo Goering oltre il mare, i suoi aerei voraci in attesa di distruggere Londra. Il
paesello era in linea teorica sulla rotta che
gli apparecchi della Luftwaffe avrebbero seguito verso la capitale e ritorno. Non ci sarebbe stato da stupirsi se, tornando indietro,
si fossero alleggeriti, del carico rimasto, su
di loro. La sirena antiaerea fu montata sul
campanile della chiesa che s’affacciava sulla piazza. Quando qualcuno aveva avanzato
l’idea di trasformare la cripta della chiesa in
rifugio il reverendo Stanly, un anglicano di
ferro, era piombato in municipio stizzito e
spaventato. Poi il rifugio si fece nelle cantine
dello stesso comune e la questione si chiuse con lo spirito diplomatico dei vecchi galantuomini britannici. Passò quasi un anno
in cui John si formò come pompiere e come
uomo districandosi tra gli interventi più disparati, come quando la vacca preferita dal
Fitzgerard si perse nella foresta di Witmby.
E venne così il periodo della guerra aerea del
1940, nelle notti il rombo degli Heinkel germanici scuoteva il paese e le bombe la prima
volta fioccarono nella cittadina vicina dove
un vecchio stabilimento produceva materiale per l’esercito. Alle due della mattina squillò il telefono del corpo ed il Leyland si lanciò
verso la città adiacente ad aiutare i colleghi.
Non c’era bisogno di nulla per arrivarvi, il
bagliore dei tanti incendi che la sconvolgevano illuminavano il panorama d’un rosso
intenso, tanto vivo quanto grande era la distruzione che seminava. Il colore quasi vivente si rifletteva nei loro occhi e le fiamme
si vedevano lontane. L’autopompa mangiava
celere gli ultimi tratti di strada sterrata che
conducevano alla cittadina quasi come se il
ferro ed il legno che la componevano avessero acquisito umana sensibilità e sentissero la
drammaticità del momento. Lingue di fuoco si levavano in alto da ogni angolo della
comunità e le ombre scure dei soccorritori
si muovevano meccanicamente tra la foschia
ed il fumo. Si trovò a metà della via, che avevano imboccato entrando, un ufficiale della
brigata locale ed a lui si rivolsero per sapere
dove andare. Fu una casa di fronte da cui si
sentirono delle grida il luogo dove operare
alla ricerca dei sopravissuti. Il crollo aveva
lasciato integri pochi tratti delle mura perimetrali che tra l’altro erano ormai instabili e
traballanti. Iniziarono a scavare con picconi
e pale spostando travi e macerie fino ad ar-
rivare vicino a quelle voci stanche e disperate. Poi gli arnesi divennero
pericolosi e si dovette proseguire con le mani. Tale era la volontà, profonda e radicata, di salvare quelle vite che niente poté fermarli. Non si
fermarono quando il sangue colò dai mille tagli che si erano procurati
sulle palme delle mani, non si fermarono quando le macerie ancora
calde ne ustionavano la pelle. Era una forza istintiva e misteriosa quella che li rendeva immuni al dolore, forti come buoi e resistenti come
un antico guerriero gallese. Poi, dopo ore, finalmente quelle creature
sfortunate furono restituite alla superficie, sottratte in una gara dura
e spietata alla morte. C’erano tutti, i due genitori con i figli e l’anziano nonno, coperti di polvere, feriti e stanchi, ma vivi. I volontari civili, portarono via quella famiglia salvata da quei pompieri come tutti i
pompieri quasi eroici, e dopo pochi secondi tutti quei mali che la forza
della speranza aveva domato si impossessarono di loro. Qualcuno tossiva perché la polvere delle macerie ne aveva impregnato i polmoni, i
più soffrivano per come si erano ridotti le mani. Le rinfrescarono con
un poco di acqua fresca poi le bendarono alla meglio e dopo quasi quattordici ore di duro lavoro tornarono al paese. Nel percorrere la via del
ritorno John ascoltava il dolore pulsante delle sue bruciature, ad ogni
pulsazione egli pensava al battito vivo dei cuori di quella famiglia che
le loro mani indaffarate e frettolose avevano riportato alla vita. Che
gioia sentiva dentro, che dolce e misterioso senso di pace interiore l’avvolse al pensiero di aver fatto la propria parte in quella nobile azione.
Passarono mesi, e l’uno dopo l’altro si sovrapposero e fecero gli anni
che avevano condotto al ribaltamento delle sorti della guerra. Le armi
segrete tedesche, verso la fine, avevano flagellato tutta la sua terra ed
ora John che era un pompiere veterano aspettava come tutti di vedere
la bandiera britannica a Berlino. Quando la guerra finì, egli salì passeggiando sulla collina che dominava Perringe Hill. Si accomodò su di una
pietra ed accese la vecchia pipa che suo nonno aveva portato dal Belgio
quando aveva preso quella palla di moschetto in una gamba a Waterloo.
Guardava le macerie, le case integre e la piazza dominata dal campanile. Pensò a tutti gli incendi, a tutte le bombe, a tutto il lavoro che aveva
fatto dal giorno in cui, ragazzetto, aveva vestito quella giubba blu. Poi
aspettò che il sole pigro e sonnecchiante calasse lento dietro l’orizzonte.
Guardò la luna farsi il suo spazio nel cielo ed accomodarsi tra le stelle
e quando il rosa del tramonto lasciò il palcoscenico al buio della notte,
lasciò la sua pietra e ripose in tasca la pipa ormai spenta. I suoi passi
nella notte rimbombavano e riflessi dall’eco echeggiavano come un battaglione in marcia. Entrò in casa e posò il berretto sul tavolaccio, poi si
gettò sulla poltrona e riempito il bicchiere sorseggiò un brandy tenuto
sveglio dal russare incessante del vecchio padre e dal crepitio del fuoco
nel caminetto che ancora ardeva in quella notte di tarda primavera del
1945. Il brandy rimise in moto la sua mente e finalmente capì la strana
sensazione che provava. Nulla di così turbante se non la difficoltà a capire ed ad accettare quella realtà. Ma il titolone del giornale era lì sulla
panca. La Germania aveva firmato e dopo quasi sei anni era finalmente
scoppiata la pace!
Alessandro Mella
www.storiavvf.it
7
Capitolino Flash
Agosto 2014
Attualità
segue dalla prima pagina
Ricorderai questo giorno
subito l’ufficio attratto da quel desiderio, senza ulteriori
indicazioni. Entrai nella stanza, chiesi il modulo dopo
aver salutato tutto il personale in divisa, e mi dissero subito questa bella frase. “vuoi entrare anche tu a far parte
della famiglia?” “Certo” risposi, con un pizzico d’orgoglio misto a timore reverenziale per quel mio futuro collega di lavoro. Dopo questo breve dialogo, egli aggiunse.
“Ricorderai questo giorno!”.
Per anni, dopo che prestai giuramento, ho ripensato a
quella frase, che in quel momento sembrava un augurio, perché il dubbio che il collega voleva proteggermi da
quel gesto mi è sempre rimasto. Una protezione, simile
a quella che un genitore rivolge ad un figlio quando questi decide il suo futuro. Quel senso di vulnerabilità che
assale un genitore perché il giovane vuole, desidera, si
getta, tuffandosi in un mondo sconosciuto, che forse lo
segnerà per sempre, ed un genitore non vuole che suo
figlio sia segnato. Nessun genitore lo vuole. Ma come un
figlio, testardo, incosciente, deciso, e sognatore, riempii
tutti gli spazi di quel modulo e presentai la mia domanda. Presa la ricevuta firmata e timbrata, dal futuro collega, ed il classico “in bocca al lupo” riprendevo la strada
di casa.
Uscendo, dopo che avevo fatto vedere agli amici che mi
avevano accompagnato la ricevuta e dopo un bel giro
per Roma, rientrai a casa trovando il genitore non in
divisa, a casa che piangeva mentre guardava la TV. Ricordo che era
quasi l’ora di pranzo, ed il TG delle 13 era il primo che dava le notizie, il volto del giornalista che annunciava la notizia quasi guardava
quello di mio padre che con le lacrime agli occhi ascoltava quella
terribile notizia.
“Questa mattina a Roma un commando delle Brigate Rosse, ha
compiuto un attentato in via Prati dei Papa a Roma, uccidendo due
poliziotti di scorta ad un furgone postale e ferendone gravemente
un altro!” Secca, fredda, senza emozioni, la notizia usciva dalla TV,
e si scontrava con la mia ricevuta in mano. Un pezzo di carta in cui
vi era la mia felicità per un desiderio immenso, che veniva stracciato dalle parole di un giornalista pronunciate all’ora di pranzo del 14
febbraio 1987. Cosi mentre io andavo a via Statilia, deciso a fare la
domanda per entrare in Polizia e d’accordo con i miei genitori che
non sarei andato a scuola, a quella stessa ora due ragazzi con quella
stessa divisa da Poliziotto che desideravo indossare, di 26 e 23 anni,
venivano uccisi in strada ed un terzo ferito gravemente.
Ricordo quel giorno, perché ognuno di noi Poliziotti per desiderio,
volontà, amore per la divisa, conserva nel suo cuore il giorno che
ha deciso di entrare. Come conserva il ricordo di quanti lo hanno
preceduto e sono morti, caduti in servizio o no, perché appartenenti
alla grande famiglia. Quindi fratelli.
(Roberto
Villani- Poliziotto )
Poliziotti.it
Salute e peperoncino a Rieti Cuore Piccante.
Consumato fresco, fonte di vitamina C.
Chi apprezza la sensazione di “piccantino” sul palato, consuma il peperoncino quasi sempre nelle sue forme
tritate ed essiccate, ignaro che, purtroppo, ciò comporta una fisiologica
perdita sia dei suoi aspetti più squisitamente gustativi (profumo, sapore e
aroma) sia di quelli più prettamente
salutistici. Solo consumandolo fresco,
infatti, è possibile beneficiare del suo
valido contenuto di vitamina C. Questa e tante altre curiosità, compresa
una mostra di pittura allestita presso
il palazzo comunale e la presentazione
del libro “La salute e il peperoncino”
in cui vengono affrontati gli aspetti
prettamente salutistici del Capsicum
(nome scientifico del peperoncino),
sono al centro della quarta edizione della manifestazione “Rieti Cuore
Piccante” che si svolge a Rieti da oggi,
giovedì 28, fino a domenica 31 Agosto.
Gourmet e appassionati del gusto
sono invitati all’evento che unisce, in
un unico contesto, la Fiera Campionaria Mondiale del Peperoncino e la
Mostra Mercato Prodotti Tipici al Peperoncino.
Per l’occasione, tante le iniziative che
riguardano “l’oro rosso della tavola”: il
capoluogo reatino, infatti, si “vestirà”
letteralmente di rosso per ospitare,
nelle sue bellissime piazze, 400 varietà
della specie Capsicum Annuum di peperoncino provenienti da tutte le parti
del mondo.
Il centro pulsante della manifestazione è ancora una volta il Palazzo Papale
dove, grazie a un suggestivo allestimento, è possibile ammirare le forme
e i colori delle varie specie di peperoncini provenienti da ogni angolo
del mondo: Ghana, Honduras, Messico e Sri Lanka. Oltre a informazioni e
degustazioni dei loro prodotti, i Paesi
ospiti della manifestazione presentano
spettacoli in cui si raccontano storia e
tradizioni.
Ma la manifestazione è anche un appuntamento goloso con oltre 100 stand
espositivi presso i quali è possibile degustare e acquistare peperoncini e prodotti tipici al peperoncino; e, inoltre,
mostre fotografiche, convegni, incontri, concorsi gastronomici, spettacoli
con artisti nazionali e internazionali.
Rieti Cuore Piccante è ideata e promossa dall’Associazione Peperoncino
a Rieti, con la collaborazione dell’Accademia Nazionale del Peperoncino,
dell’Ambasciata del Messico, degli enti
locali, della Regione Lazio e del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.
Dalla rubrica di
Rosanna Lambertucci
Agosto 2014
Capitolino Flash
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Prossima apertura - Deposito Lazio in Giuliano di Roma (FR)
Località Val Vazzata - Presso Agorè Resine by Level Srl
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Concessionaria per il Lazio - S. Pirisi Srl
Via E. Cecchi, 53 - 00137 Roma
Tel. 337 804868
Email: [email protected]
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