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CULT Il giorno in cui ho scoperto di essere un

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LADOMENICA
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
NUMERO 466
DIREPUBBLICA
CULT
L’Fbi iniziò
a spiarlo nel ’95
e non ha
ancora smesso
Uno scrittore
americano
racconta
come è facile
diventare
l’eterno
sospettato
All’interno
La copertina
Icona ribelle
Perché piace
la figura
dell’oppositore
MARIO PERNIOLA
e GABRIELE ROMAGNOLI
Il libro
GIANCARLO DE CATALDO
Straparlando
Franco Maria Ricci
“Geologo fallito
mi sono dedicato
alla bellezza”
ANTONIO GNOLI
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
WILLIAM T.VOLLMANN
Il giorno
in cui
ho scoperto
di essere
un terrorista
I colpevoli
smascherati
nel romanzo
delle stragi
Il teatro
L’attualità
WILLIAM T. VOLLMANN
VITTORIO ZUCCONI
L’Atleta di Lisippo
sta per finire
il suo lungo viaggio
imarreste stupiti se veniste a sapere di essere sospettati di terrorismo? Forse ricorderete quell’ambientalista fanatico, Unabomber. Rabbioso, spietato, certo
di essere nel giusto, intelligente ma fatalmente incapace di mantenere il senso delle proporzioni e di distinguere. Ripugnante. Le sue lettere bomba ottennero come unico risultato quello di creare paura, dolore, odio.
Quando lo catturarono, fui tutt’altro che dispiaciuto.
Bene. In seguito a un mio ricorso un giorno ho finalmente ricevuto il mio fascicolo Fbi (due faldoni di carte messe alla rinfusa, più un
mucchio di duplicati) e ho scoperto di essere stato l’indiziato numero S-2047 proprio per il caso Unabomber: «S-2047 William T. Vollman. Basato su segnalazione di un cittadino. Le indagini hanno appurato che Vollman, scrittore di professione, ha viaggiato molto: i dati disponibili sui suoi viaggi, tuttavia, non lo eliminano dalla lista dei
possibili indiziati».
(segue nelle pagine successive)
n tempo, molto tempo fa, era un onore, addirittura
un privilegio, avere un faldone con il proprio nome
in qualche archivio dell’Fbi, della Cia, della Dia, del
Dipartimento di Stato, della Nsa e dell’altra dozzina
di agenzie governative americane che si sgomitano
per la mia sicurezza e per il loro stipendio. Ho seminato troppe impronte digitali per pass e badge, fissato rancorosamente troppi obbiettivi per foto tessera, riempito troppi formulari
per visti e cittadinanza, scritto e detto troppe parole per non sapere
che qualcuno, dall’altra parte dello specchio trasparente, mi ha
ascoltato, guardato, investigato e poi, a differenza di Vollmann,
ignorato e scartato come una perdita di tempo.
Ti assaliva un piccolo brivido di orgoglio quando, negli anni felici
dei dossier cartacei e dei coccodrillini sulle linee telefoniche di rame,
avvertivi il clic seguito da una perdita di segnale quando cominciava l’intercettazione.
(segue nelle pagine successive)
JENNER MELETTI
Spettacoli
Arturo Brachetti
“La mia casa
delle meraviglie”
MAURIZIO CROSETTI
R
U
“Non si sa come”
Pirandello
si trasforma
in graphic theatre
RODOLFO DI GIAMMARCO
La serie
La Poesia
del mondo
L’amore di Pasolini
per la madre
WALTER SITI
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
LA DOMENICA
■ 28
La copertina
William T. Vollmann
ha letto il fascicolo
che il Bureau
tiene aperto su di lui
da quasi vent’anni
Sospettandolo di tutto,
11 settembre incluso
Ecco il surreale
racconto
della sua vita
inventata da altri
Io, Unabomber
(secondo l’Fbi)
WILLIAM T. VOLLMANN
(segue
dalla copertina)
«B
asato sulla segnalazione di
un cittadino»: sì, sono stato
denunciato da un mio concittadino, una persona che ha esposto
la propria tesi sottoponendo all’Fbi, fra le altre cose, cinque dei
miei libri. Chi potrà essere stato questo patriota? Come disse
Steinbeck: «Il desiderio e la voglia di spiare, denunciare, minacciare e punire non sono una tendenza americana, ma un ragguardevole numero di americani ne è affetto». Questo tizio, che d’ora
in poi chiamerò lo Spione, dev’essersi dato molto da fare, considerando che «ha creato un “fascicolo” su VOLLMANN che ha consegnato agli investigatori e che consiste in 27 allegati qui acclusi».
Inizialmente, non ho paura ad ammetterlo, ero elettrizzato per
il fatto di avere qualcosa di nuovo da riferire ai miei amici. Nessun
altro della nostra cerchia era mai stato scambiato per Unabomber.
Le loro espressioni di stupore solleticavano la mia vanità, quasi finivo per credere di essere qualcuno di importante. Di lì a poco però
ho cominciato a sentirmi offeso, e quando ho scoperto che mi tenevano sotto osservazione da anni, che avevano addirittura messo sotto sorveglianza la mia casa, mi sono sentito — come dice la
gente quando gli entra un ladro — violato.
Perché lo Spione è andato a denunciarmi, e perché hanno speso i soldi dei contribuenti per tenermi sotto sorveglianza da allora? Perché una persona il cui nome è stato cancellato, o lo Spione
stesso o il funzionario dell’Fbi di New Haven (New Haven d’ora in
poi nel testo,
ndr) da cui andò a spifferare i
suoi segreti «ha sottolineato
che le tematiche anticrescita e antiprogresso sono
una costante in tutto il lavoro di VOLLMANN».
Questa mi giungeva nuova.
Nei miei romanzi storici su amerindi ed
europei certamente ho espresso la mia tristezza per la violazione dei Trattati e il genocidio, ma questo significa essere «antiprogresso»? Lo Spione mi ha denunciato alle autorità sulla base del contenuto dei miei romanzi e racconti (nessuna delle mie opere di saggistica compare fra i testi
prodotti): in pratica, era una questione di critica letteraria.
Ma l’Fbi aveva anche un altro elemento plausibile contro di me,
o almeno così pensavano: «Anche se l’aspetto di VOLLMANN varia negli anni, New Haven nota una forte somiglianza fisica con gli
identikit di UNABOMBER». Se assomigliavo a come doveva essere secondo loro Unabomber, dovevano osservarmi molto attentamente. Quanto fosse forte questa somiglianza, lascio a voi giudicare. Mi radevo solo quando mi andava; e nel famoso identikit,
anche Unabomber ha la barba non fatta. Indossa occhiali scuri;
io a volte indossavo occhiali da sole.
E ora sentite un po’ cosa dice un informatore, presumibilmente lo Spione: «Suggerisce che VOLLMANN ha un desiderio di morte [.?.?.] Quando aveva nove anni, la sorella più piccola di VOLLMANN (sei anni) sarebbe annegata in una pozza nel cortile di casa, nel New Hampshire, mentre lui era incaricato di sorvegliarla. Il
senso di colpa originato da quell’episodio potrebbe aver avuto un
effetto profondo su VOLLMANN».
In un’altra versione, raccontano così la mia storia: «Era un ragazzino debole e timido, tormentato dai bulli, che forse ora si sta
prendendo la sua rivincita».
Si sottolinea anche che avevo frequentato il Deep Springs, un
college esclusivo, e che mi ero diplomato summa cum laude alla
Cornell. Di qui il commento di New Haven: «Individui così brillanti sono capaci quasi di qualsiasi cosa, anche di rimanere nell’ombra per diciassette anni». Questa osservazione mi ha riempi-
to d’orgoglio, come anche la seguente: «A detta di tutti, VOLLMANN è straordinariamente intelligente e dotato di un ego smisurato». Altro materiale per i testi promozionali per il mio prossimo libro, per gentile concessione di New Haven: «Gode a immergersi nel lato sordido dell’esistenza. Avrebbe fatto largo uso di droghe (crack). Sarebbe in possesso di numerose armi e di un lanciafiamme». (Mi
piacerebbe possedere un lanciafiamme). «La natura meticolosa
di VOLLMANN, come descritto in precedenza, è coerente con la manifattura e l’aspetto esterno degli ordigni di UNA-BOM. Diversi testimoni hanno commentato che i pacchi di UNA-BOM apparivano “impeccabili”, “troppo belli per aprirli”». E adesso il gran finale: «Quante sfide rimangono per WILLIAM T. VOLLMANN? Attentati esplosivi seriali, forse? Come strumento per cambiare il mondo?». E così, l’11 maggio 1995, aprirono un fascicolo indiziario tutto per me.
i sono delle volte che New Haven prende le fattezze
di uno zio benevolo, specialmente nel mio periodo
Unabomber; mi sta abbastanza simpatico, come
quando si meraviglia di tutte le esperienze che ho
fatto nella mia (allora) breve vita. In altri momenti,
però, scava nelle mie tragedie private in un modo
che trovo sgradevole. Confesso di essermi sentito molto offeso
quando ho letto il suo resoconto sulla morte dei miei colleghi in
Bosnia, nel 1994: «Subito dopo l’attacco trascina i corpi dei due corrispondenti morti per terra e scatta foto esplicite dei cadaveri». In
realtà tirai fuori i miei amici dall’auto perché speravo che fossero
ancora vivi e potessero essere salvati: dopo pensai che se ci fosse
stata un’inchiesta sulla loro morte, per aiutare la “giustizia” o magari per dare pace ai loro cari, delle foto sarebbero state utili. (In
seguito pubblicai le foto meno macabre fra quelle che avevo scattato: ero un corrispondente di guerra, e quello a cui avevo assistito era un atto di guerra). Sono orgoglioso di aver avuto la presenza mentale per fare quelle foto, nonostante lo shock e il dolore. Dopo aver letto quel passaggio ho provato il desiderio di sedermi a
un tavolo con il mio agente segreto di New Haven, offrirgli da bere e dirgli: «È così che è andata in realtà. Per questa volta passi, ma
cerca di essere più rispettoso con gli altri tuoi indiziati». Ma New
Haven aleggia intorno a me come un fantasma che infesta il mio
telefono e la mia casella di posta, non si materializza mai in un essere in carne e ossa al pari mio.
C
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
■ 29
I DOCUMENTI
A sinistra, alcuni fogli contenuti nel fascicolo dell’Fbi su Vollmann
Accanto alla foto dello scrittore anche un identikit di Unabomber
nabomber fu catturato nell’aprile del 1996. Più di
un mese dopo, il 22 maggio 1996 l’ufficio Fbi di
Chicago interruppe le indagini preparatorie su di
me. Significa che ero stato scagionato? O semplicemente che Chicago con me aveva finito?
Nel 1990, senza un mandato, l’Fbi aveva fatto irruzione nella casa del fotografo Jock Sturges, sospettato di essere in possesso di materiale pedopornografico. Ventidue anni dopo gli ho telefonato. Lui mi ha detto: «Mi ricordo un momento, lì
nell’aula di giustizia (che è un po’ un ossimoro), quando mi restituirono le mie cose, portandole dentro un carrello. Le mie foto erano tutte schiacciate — credo di averne salvata una sola — e
il mio computer era distrutto. Io ero incazzatissimo. Il mio avvocato dovette trattenermi, pretesi di parlare con il procuratore generale. Lui disse: “Di che si lamenta questo tizio? Il sistema ha
funzionato”. Il sistema ha funzionato, va bene, ma il problema è
che ne esci distrutto. Gli incubi, la paranoia ogni volta che le poste perdono qualcosa… Mi è costato centomila dollari avere a
che fare con tutti questi avvocati. A un certo punto hanno cominciato daccapo a interrogare tutti quanti su di me. Io ho chiesto: “Ma perché stanno facendo questo?”. Il mio avvocato mi ha
detto che su di me avevano speso probabilmente un paio di milioni di dollari. È venuto fuori che avevano perso il mio fascicolo
originale. Perché lo avevano perso? Perché mi scagionava».
Quand’è che un’indagine legittima si tramuta in vessazione?
Non è successo nel mio caso, o perlomeno non ancora. Ma se il
fratello di Unabomber non lo avesse denunciato, forse non lo
avrebbero mai catturato (non era fra gli indiziati). Naturalmente lui alla fine è stato arrestato, processato e condannato (si dichiarò colpevole nel 1998), mentre io sono ancora a piede libero.
Ma ciò vuol dire che «il sistema ha funzionato?».
U
ome scrisse Steinbeck a proposito del Ku Klux
Klan: «Il totem ha certe regole, quasi delle leggi naturali. Dev’essere segreto, esclusivo, misterioso,
crudele, timoroso, pericoloso e mostruosamente
ignorante». A mio parere questo descrive perfettamente, ancor più che la mentalità dei documenti precedenti, le procedure a cui io e due mie accompagnatrici siamo stati sottoposti alla frontiera di Calexico nel 2002 e
nel 2005, cioè a distanza di anni dalla cattura e condanna di
Unabomber. La prima volta ci trattennero per un paio d’ore. A
uno degli agenti non piaceva la mia espressione e me lo disse
più volte. Gli altri con cui avemmo a che fare più che sgarbati
erano indifferenti, senza sentimenti. Probabilmente erano abituati a separare famiglie, far piangere bambini: è così che si guadagnano da vivere. Noi, per loro, non eravamo nulla. Quando
finalmente si procurarono qualche informazione o altro su di
me — all’epoca pensai che fosse l’elenco dei miei andirivieni internazionali, ma ora che ho letto il fascicolo dell’Fbi ho un’idea
un po’ più chiara — una poliziotta disse, sgomenta, «Sembra un
romanzo!», facendomi ingenuamente inorgoglire per tutti i
miei viaggi. Quando ci rilasciarono, pensai che si fosse trattato
di un errore in buona fede. Nel 2005 furono più sgradevoli. Ci
trattennero per quasi sette ore.
Pensavo comunque di essere uscito anche da quell’episodio
scagionato da ogni sospetto. Il mio fascicolo, che include documenti dell’Ice, il servizio di immigrazione e controllo delle
frontiere del governo degli Stati Uniti, racconta però un’altra
storia. Il 14 gennaio 2005, il giorno dopo il fermo di sette ore a
Calexico, un agente speciale di El Centro, California, spedì un
promemoria a Sacramento, San Diego e San Francisco. Il titolo
era «INFORMAZIONE SU ATTIVITÀ TERRORISTICHE». Osservava che ero stato un «indiziato nel caso Unabomber» e dopo
un rettangolo di testo cancellato compariva l’inquietante parentesi «caso pendente». Dal momento che eravamo già stati rilasciati, posso concluderne soltanto che avessero deciso di
spiarci e vedere che cosa facevamo poi. Dai documenti che mi
hanno consegnato, nulla sembra indicare che si fossero resi
conto che eravamo due persone innocue e avessero deciso di
chiudere la faccenda. Forse questo spiega il disgusto o la riluttanza del capo della stazione di polizia, che all’epoca interpretai come semplice arroganza, quando gli porsi la mano: ai suoi
occhi, noi non eravamo per nulla innocenti. Da quella INFORMAZIONE SU ATTIVITÀ TERRORISTICHE ho capito che per
essere sospettati è sufficiente essere stati sospettati ingiustamente in passato.
Il promemoria era accompagnato da un foglietto con diverse
cancellazioni, recante la data del 13 gennaio 2005, il giorno in cui
eravamo stati fermati. Comincia a metà frase e cita un libro che
ho scritto sui miei viaggi in Afghanistan insieme ai mujaheddin,
e dopo osserva che un’informatrice di sesso femminile (il nome
è cancellato) ha «dichiarato che VOLLMANN l’8 maggio 2002 le
ha mostrato una copia di una patente californiana […]». Il resto
è cancellato. La cosa inquietante in questo caso è la data. Unabomber era stato spedito in galera sei anni prima: a quanto pare l’Fbi continuava a interrogare la gente sul mio conto. E per cosa potevo essere indiziato nel maggio del 2002? Una possibilità
— che stessero valutando mie eventuali implicazioni nell’11 settembre — non posso escluderla, dato che fra gli altri documenti dell’Ice (stampati alle ore 6.07 del giorno in cui eravamo stati
fermati) trovo un’indicazione che dice: «Il 1° maggio 2002, l’agente federale speciale [cancellato] ha interrogato DOB», e
poi tutto cancellato fino a «William VOLLMANN». Il numero identificativo dell’inchiesta è cancellato, naturalmente, ma il titolo lo hanno lasciato: «INCHIESTA AMERI-THRAX 184». Ero salito di livello: da indiziato per il caso Unabomber a indiziato per l’antrace.
Le lettere all’antrace arrivarono poco dopo l’11 set-
C
The American Way
VITTORIO ZUCCONI
(segue dalla copertina)
n’emozione scomparsa con l’avvento di
computer, microonde e fibra ottica, che permettono di ascoltare tutti in silenzio, come fa
la Nsa, e dunque di non ascoltare nessuno.
Essere indagati da un tentacolo di quel polipo della sicurezza, dello spionaggio e del controspionaggio americani aggiungeva, alla mostrina della propria presunta importanza, il senso di essere comunque parte di una biblica battaglia fra le forze del Bene (noi) e le forze del Male (loro). Vivere in America,
diventare americani significava anche accettare di
fare la propria parte involontaria, come oggetto di
sorveglianza, non come attore, di questa lotta. Esageravano, con le loro indagini, ma in fondo in fondo,
ci si consolava, lo fanno anche per me, per proteggermi da chi volesse distruggere l’American Way of
Life, e spegnere la luce nella “luminosa città sulla collina” come Ronald Reagan definiva gli Stati Uniti.
Quando le cimici del Kgb nel mio appartamento di
Mosca captavano la vita della mia famiglia, sapevo
che lo facevano per attaccarci. Quando gli agenti
dell’ Fbi o della Cia frugavano nella mia vita sapevo
— o speravo — che lo facessero per difendermi.
Poi sarebbero arrivate le follie demenziali degli
esportatori della democrazia a cannonate e a missilate create dalla psicosi post 11 settembre e dalla setticemia della paranoia. Avremmo visto la foto di Abu
Grahib, i droni, Guantanamo, Assange e Snowden,
l’invadenza onnivora della Nsa e dei suoi fratellastri
e sorellastre, la ottusità dei fabbricanti di armi private, a insinuare il dubbio che si potesse essere orgogliosi di essere americani, ma non sempre. Che molti vicoli bui e mal frequentati ci fossero in quella “città
luminosa” e dunque la superiorità morale e civile
dell’America, schiacciante nei confronti dell’indiscusso Impero del Male, fosse non più assoluta, come avevano creduto generazioni, ma relativa.
Ora che il mio faldone polveroso si è metamorfizzato in un asettico file di computer, al quale sarà automaticamente aggiunto, senza neppure la grazia di
un intervento umano, anche questo pezzetto, ci si
deve accontentare di pensare, da americani: meno
male che gli altri sono peggio.
U
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’AUTORE
Nato a Los Angeles, 55 anni, scrittore
e giornalista, nel 2005 William
T. Vollmann ha vinto il National Book
Award con Europe Central
Il suo ultimo libro pubblicato in Italia
è La zona proibita (Mondadori, 2012
trad. Gianni Pannofino)
tembre. Cinque persone morirono e diciassette si ammalarono. All’epoca un mio amico entrò quasi nel panico perché le
scorte dell’antidoto, la ciprofloxacina, erano limitate. Voleva
procurarsi a tutti i costi una bottiglia formato famiglia, per ogni
eventualità. Ricordo di aver creduto, come i miei vicini, che
quelle lettere avvelenate fossero state spedite da al-Qaida. Evidentemente avrei dovuto sospettare di me stesso.
Grazie alla causa che ho intentato sulla base della legge sulla libertà d’informazione alla fine sono riuscito a ottenere qualche
informazione in più sulla faccenda. Obbligato a rispondere da un
tribunale, l’Fbi ha rimandato fino all’ultimissimo secondo e poi,
come la Cia, ha presentato istanza di summary judgment contro
di me senza possibilità di appello o di ricorso. A differenza della
Cia, però, l’Fbi non poteva semplicemente rifiutarsi di mostrarmi tutti i dati su Vollmann che aveva accumulato. Il capo della Sezione divulgazione dei documenti e informazioni della Divisione gestione documenti di Winchester, in Virginia, un certo David M. Hardy, che viene dalla Marina, è stato costretto a depositare una «dichiarazione» di trentanove pagine relativa a quello
che mi stava nascondendo e perché. Fra i pochi dettagli interessanti di questo documento c’era la notizia che anni dopo la denuncia ai miei danni presentata dallo Spione, qualche altro bravo cittadino aveva telefonato allo show televisivo America’s Most Wanted per fare lo stesso, e a seguito di quella chiamata «l’Fbi
aveva contattato la persona in questione per ottenere informazioni aggiuntive». Suppongo che la persona interrogata fosse la
donna che avevano interpellato riguardo al mio libro sull’Afghanistan. Sono abbastanza sicuro di sapere chi sia. Sono deluso da
lei, avrei pensato che mi conoscesse meglio, ma la perdono:
«Questa fonte ritiene che la calligrafia del ricorrente assomiglia a
quella contenuta nelle lettere all’antrace».
n ogni caso anche adesso mi stanno addosso. O è questo
o il servizio postale americano è diventato una vera schifezza. Sono anni che le lettere da altri Paesi mi arrivano
aperte, e a volte non arrivano proprio. Una volta le copie
omaggio del mio editore francese sono arrivate con il
dorso di ogni copia tagliato di netto: le ho buttate nella
spazzatura. Una bozza di questo articolo è arrivata con la busta
aperta e richiusa con lo scotch.
Non sono un indiziato particolarmente facile da sorvegliare,
ho scoperto. Rebecca Jeschke, direttrice delle relazioni con i
media della Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione con sede a San Francisco che si batte per la tutela della privacy, una volta mi disse: «La mia idea è che ci sono molti meno
dati in circolazione su di te che su altre persone. Se pensi alla
scia di dati che ti lasci dietro nel mondo, se non usi una carta di
credito e non hai un cellulare ne fai di strada». Eppure sono già
diversi anni che sento vari rumorini ed echi al telefono, cosa che
non mi era mai capitata negli Stati Uniti, mentre mi era capitata a Belgrado, Kabul, Bagdad. Certo, questi fenomeni potrebbero essere dovuti unicamente al degrado delle linee di telefonia fissa. È possibile. Ma come mi ha spiegato un investigatore
privato: «Una volta che sei stato indiziato e sei nel sistema, non
ne esci più. Ogni volta che c’è un’inchiesta sul terrorismo, il tuo
nome salterà fuori».
I
Q
uando è arrivato il mio fascicolo dell’Fbi, invece di
essere inorridito ho avvertito semplicemente un
deprimente senso di spossatezza. C’era un tempo
in cui credevamo in un certo concetto chiamato
«processo con una giuria». Forse ne avrete sentito
parlare. Tre aspetti di questa pittoresca procedura
mi sembrano particolarmente significativi: il primo è che l’imputato doveva essere giudicato da suoi pari, e non da qualche
funzionario misterioso; il secondo è che aveva il diritto di guardare in faccia il suo accusatore, o qualcuno che lo rappresentava; il terzo è il fermo ammonimento impartito dal giudice ai dodici cittadini seduti tra i banchi della giuria: «L’imputato è innocente fino a che non sia dimostrata la sua colpevolezza».
Io sono stato accusato in segreto. Io sono stato spiato. Con
ogni probabilità lo sono ancora, considerando questa interessante ammissione: «Sono state prese in esame 785 pagine di documenti e sono state consegnate all’interessato 294 pagine». Non
ho avuto nessun risarcimento.
Certo, io non sono una vittima: non è per me che mi preoccupo, è per l’American Way of Life. Mentre questo articolo va in
stampa, gli americani continuano a scuotere la testa di fronte alle nuove rivelazioni sulla diffusione dei metodi di data mining e
la generalizzazione quasi universale delle intercettazioni telefoniche.
Se qualcuno mi dimostrerà in modo accurato e dettagliato
perché era necessario che venissi tenuto sotto sorveglianza, forse per il resto della mia vita potrei riuscire ad accettare queste invasioni della mia privacy in nome del bene comune. Lo scopo
presunto di questa sorveglianza è proteggere noi, e le nostre libertà, dai terroristi. Quello che resta incerto, perché segreto, è
quanto pericolosi siano al momento i terroristi, e in che misura
si possano minare i diritti e le libertà per salvarci da costoro.
(Traduzione
di Fabio Galimberti)
© 2013 by Harper’s Magazine
All rights reserved
Reproduced
from the September issue
by special permission
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
LA DOMENICA
■ 30
L’attualità
Odissee
Fu trovata cinquant’anni fa sul fondo del mare Adriatico
Da allora la statua greca di Lisippo ne ha fatta di strada:
da un campo di cavoli vicino a Fano a una nave diretta
in Brasile, da una bottega di Monaco al Getty di Malibù
Tra pochi giorni sapremo se potrà
finalmente tornare a casa
Il lungo viaggio dell’Atleta
«E
JENNER MELETTI
FANO
ra seduto proprio lì, Romeo
Pirani, comandante del peschereccio “Ferri Ferruccio”. Sul divano dove adesso è seduto lei. Io gli mostrai la prima e unica foto della statua
trovata in mare ventuno anni prima,
ancora coperta dalle incrostazioni, e lui
disse: “È lia, è lia”, è lei, è lei. Al mio fianco c’era il procuratore della Repubblica
Gaetano Savoldelli Pedrocchi. Avvenne qui, nel mio salotto, alla fine del 1985,
il primo incontro fra la magistratura e i
pescatori che il 14 agosto 1964 avevano
trovato una statua bellissima davanti al
mare di Fano. Per la prima volta non si
parlava più di una leggenda. C’era la
prova che una statua era stata trovata
davvero. E si poteva partire da lì per ricostruire il suo viaggio in mezzo mondo». Alberto Berardi, classe 1943, professore di italiano e storia alle superiori
e di storia del teatro all’università di Urbino, è l’uomo che ha cercato la statua
— sarà chiamata poi l’Atleta Vittorioso
o l’Atleta di Fano, opera del grande scultore e bronzista greco Lisippo — come
fosse un figlio perduto. «Un figlio da riportare a casa, perché è figlio nostro, di
Fano e dell’Italia». L’Atleta oggi è ancora lontano, nel Paul Getty Museum di
Malibù, in California. La magistratura
italiana ne ha ordinato la confisca e il ritorno in Italia, il museo ha fatto ricorso
in Cassazione e la Corte deciderà il 28
febbraio.
«Mi prendevano in giro — racconta il
professore — quando cercavo di capire
se la storia della statua fosse verità o leggenda. Nel 1985 ero stato nominato assessore alla cultura, qui a Fano. Del ritrovamento avevo sentito parlare ma
quando chiedevo informazioni la risposta era sempre la stessa: lascia perdere, è
passato tanto tempo e poi in mare chi
trova porta a casa. E nel nostro mare tanti “portavano a casa”. I pescatori, con le
reti a strascico, tiravano su decine, centinaia di anfore, e i fanesi, offrendo loro
un bottiglione di rum o di cognac, si
prendevano l’anfora e la mettevano nel
loro giardino. Io stesso ho trovato un
giorno una spada picena e tutti si sono
meravigliati perché, invece di metterla
sotto vetro in salotto, l’ho consegnata alla Sovrintendenza».
Ci vogliono anni per ricostruire i primi passi dell’Atleta. «Sul peschereccio
“Ferri Ferruccio”, all’alba di quel 14
agosto di cinquant’anni fa, ci sono il comandante Romeo Pirani, il motorista
Derno Ferri, il mozzo Athos Rosato e i
marinai Durante Romagnoli, Valentino Caprara e Nello Ragaini. Portano a
riva la statua coperta da incrostazioni di
conchiglie e con un carretto la portano
a casa della proprietaria della barca, Valentina Magi. La nascondono in un sottoscala. Qualcuno sa che in mare è sta-
ta trovata una «cosa» importante, la voce comincia a girare fra i collezionisti. E
allora, su una Fiat 600 Multipla, l’Atleta
viene portato a pochi chilometri, a Carrara di Fano, e lì sepolto in un campo di
cavoli, di proprietà dell’amico Dario
Felici». La statua è senza piedi, forse rimasti in fondo al mare quando le reti
l’hanno strappata da rocce e sabbia.
L’Atleta è anche senza occhi e c’è chi
racconta che furono tolti dagli stessi pescatori, perché «guardavano in modo
cattivo e facevano paura». Arrivano i
primi compratori, i cugini Pietro, Fabio
e Giacomo Barbetti di Gubbio, imprenditori del cemento. Prendono dal loro
ricco portafogli tre milioni e mezzo di lire e se ne vanno con la statua.
«Una bella cifra, per quei tempi. Con
3,5 milioni — dice il professor Berardi
— si comprava una casa. Ma a dividere
i soldi erano in sei, e le percentuali erano diverse: 25 per cento al capitano, 10
per cento ai marinai… come nella suddivisione del pescato». Dopo il campo
di cavoli, l’Atleta viene nascosto nella
canonica di un sacerdote di Gubbio,
don Giovanni Nargni. Lo mettono in
una vasca da bagno, coperto da un
drappo rosso. Dopo qualche mese se ne
perdono le tracce. «Lo abbiamo comprato — raccontarono i cugini Barbetti,
ora tutti defunti, ai carabinieri — da pescatori che non conosciamo, l’abbiamo venduto a un milanese di cui non
sappiamo il nome».
Così, dopo le brevi trasferte, inizia il
COM’ERA
Quando fu pescata nel 1964 la statua
era ricoperta di conchiglie. Non aveva
i piedi, mentre leggenda narra che
gli occhi le furono tolti dai pescatori
lungo viaggio dell’Atleta. Due le piste da
seguire. Una parte da Gubbio, fa sosta in
un porto dell’Adriatico e poi riprende il
viaggio verso il Brasile. L’Atleta è dentro
una cassa, assieme a libri e viveri (secondo un’altra versione libri e medicine) destinata a un certo padre Leone, originario di Gubbio e missionario nel convento dei Cappuccini ad Alagoimbas, nello
Stato di Salvador. L’altra pista parte sempre da Gubbio ma passa da Monaco di
Baviera, fa sosta a Londra e arriva prima
al museo Denver in Colorado, poi al
Getty di Malibù.
Già nel 1965, iniziano i guai giudiziari
per alcuni pescatori e per i primi acquirenti, i Barbetti. I carabinieri entrano
nella canonica di don Giovanni Nargni,
ma trovano solo il drappo rosso che copriva il bronzo. Partono le denunce per
ricettazione e sottrazione di beni dello
Stato. Ma non ci sono prove. Non si sa
dove la statua sia stata trovata, non ci sono prove nemmeno della sua esistenza.
Gli accusati vengono assolti, condannati in appello e nuovamente assolti dalla
Corte di appello di Roma nel novembre
1970. «Solo dopo anni — racconta il professor Berardi — sono riuscito a trovare
alcune prove importanti. Invitato a una
cena — ero già assessore — un convitato mi dice che a un geometra di Fano, Elio
Celesti, era stato regalato un pezzo di
concrezione che si era staccata nel momento in cui l’opera di Lisippo era stata
dissotterrata, a colpi di zappa, dal campo di cavoli. Convinsi il geometra a consegnare il pezzo alla Procura. Le analisi
confermarono che la concrezione era
stata a contatto con una lega di stagno e
rame, cioè bronzo. Venni poi a sapere
che un commerciante di Imola, Renato
Merli, aveva scattato una foto alla scultura già nel 1964. I carabinieri del nucleo
Tutela patrimonio artistico ne erano venuti in possesso nel novembre 1977. Ma
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
LA STATUA
Qui accanto
l’Atleta di Fano,
opera dello scultore
greco Lisippo
Vissuto nel IV
secolo a.C. fu
il ritrattista ufficiale
di Alessandro
Magno. L’opera
si trova oggi
presso
il Paul Getty
Museum
di Malibù,
in California
solo nel 1985, nel mio salotto, il comandante della barca, Romeo Pirani, diede la
conferma che si aspettava. “È lia, è lia”.
Così il procuratore Savoldelli Pedrocchi
seppe che la statua (la quale nel frattempo era già arrivata in America) era quella
pescata nel 1964 davanti a Fano».
Non vuole troppi meriti Alberto Berardi. «Certo, mi sono dato da fare. Ma se
l’Atleta potrà tornare in Italia — noi ovviamente lo vogliamo a Fano — dovremo dire grazie a due donne coraggiose e
intelligenti, il pubblico ministero Silvia
Cecchi e il giudice Lorena Mussoni».
Non è stato facile, il lavoro di questi magistrati. Il bronzo riappare ufficialmente
a Monaco nel 1972, presso il negozio di
un antiquario, Heinz Herzer, che lo offre
in vendita ai musei americani. I carabinieri, nel 1973, vanno nel negozio ma il
legale di fiducia e la segretaria rifiutano
di mostrare l’Atleta. Non ne consegnano
nemmeno una fotografia. I militari fanno però rapporto al pretore di Gubbio
che avvia un procedimento per esportazione clandestina. Intanto, al bronzo sono interessati sia il Metropolitan Museum di New York che il Paul Getty Museum di Malibù. Una società — l’Artemis
— compra l’Atleta dall’antiquario di
Monaco e lo mette sul mercato. Nel 1973
la statua viene portata a Londra per un
anno, poi rimandata a Monaco al Museo
per le Antichità classiche, per un restau-
DISEGNO DI GIANCARLO CALIGARIS PER REPUBBLICA
■ 31
ro che dura due anni. Paul Getty senior,
da parte sua, ha chiesto chiarimenti sull’origine del «bronzo greco». Vuole il certificato di proprietà, mai presentato, e la
sicurezza che il bene non sia richiesto
dallo Stato italiano. Documenti mai pervenuti, ma Paul Getty senior muore nel
giugno 1976: l’Atleta viene acquistato
dal Getty Museum per 3,8 milioni di dollari e trasportato via nave a Boston in data 8 agosto 1977.
Le due piste — da Gubbio al Brasile o
da Gubbio alla Germania, all’Inghilterra
per poi arrivare negli Stati Uniti — a un
certo punto sembrano incontrarsi. Secondo i legali di Artemis, infatti, nel dicembre 2009 il «bronzo greco» è stato ac-
quistato da un loro cliente «in Brasile, da
un gruppo di venditori italiani». «Ciò che
è certo — scrive il giudice Lorena Mussoni nella sua ordinanza di confisca il 10
febbraio 2010 — è che il bene proviene
dall’Italia, è stato esportato clandestinamente e in assenza di qualsiasi autorizzazione. Il museo di Malibù non ha nemmeno rispettato le precise direttive dello stesso J. P. Getty senior».
Se la Corte di Cassazione darà ragione
ai giudici di Pesaro la statua dell’Atleta,
dopo tanto viaggio, tornerà sulla riva
dell’Adriatico. E Athos Rosato, l’unico
fra i pescatori ancora in vita, potrà confermare: «È lia, è lia».
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LA DOMENICA
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La storia
Uomini d’acciaio
È passato alla storia
per una torre a Parigi
In realtà nella sua lunga vita
l’ingegnere francese ha costruito
ovunque di tutto: viadotti, cavalcavia,
stazioni, aeroplani, chiese...
E anche la Statua della Libertà
Un giro del mondo
ora riscoperto
grazie a un libro
scritto
dal trisnipote
che ha raccolto
carte di famiglia
e documenti
inediti
Più che altro
amavo
sfidare
il vento
ANAIS GINORI
«D
PARIGI
al momento
in cui ho incominciato ad
avere una reputazione, grazie ai miei sforzi e al mio
lavoro, sono sempre stato vittima di
persecuzioni e gelosie». Pochi mesi
prima di morire, Gustave Eiffel ricorda
con amarezza i tanti attacchi subiti durante la sua lunga, avventurosa vita.
L’Uomo-Torre sente di essere stato
sconfitto dall’invidia degli uomini dopo aver vinto contro le insidie della natura. Ponti, cavalcavia, viadotti. Ogni
volta che c’era da edificare sul vuoto,
sfidando vento e legge di gravità, lui
c’era. Dal Cile alle Filippine, dalla California all’Ungheria, Eiffel ha girato il
mondo, lasciando tracce del suo genio
ingegneristico in oltre quindici paesi.
Ha avuto onori e gloria, ma anche fallimenti e accuse infamanti, come lo
scandalo di corruzione per il Canale di
Panama che esplode proprio nel 1889,
l’anno in cui s’inaugura sul Campo di
Marte la “Tour de 300 mètres”, all’epoca si chiamava ancora così.
«Non mi è stato perdonato il successo» scrive l’ingegnere nelle sue memorie, pubblicate adesso in un libro (Eiffel par Eiffel, Michel Lafon editore) che
raccoglie anche documenti e lettere
IL PLANETARIO
A sinistra, la Tour Eiffel
e il progetto
del planetario di Nizza
A destra, il disegno
della Statua della Libertà
Tutte le immagini
di queste pagine
sono tratte dal libro
Eiffel par Eiffel,
Michel Lafon éditions
inedite. Rimasto vedovo precocemente, padre di cinque figli e con ottanta nipoti quando muore all’età di novantuno anni, nel 1923, Eiffel ha lasciato
un’eredità materiale e spirituale che si
è rapidamente dispersa. I veti incrociati dei molti discendenti hanno impedito che ci fosse un ricordo condiviso. «A Parigi non esiste neppure un piccolo museo che gli renda omaggio» nota Philippe Couperie-Eiffel, trisnipote
e da qualche anno in prima linea per difendere l’onore perduto del suo antenato. Nell’introduzione al nuovo volume racconta che nessun membro della famiglia fu invitato dalle autorità parigine per il centenario della Torre, nel
1989. «È allora che ho capito che era necessario mantenere viva la memoria e
il nome di Eiffel».
Le critiche di intellettuali e avversari politici contro il folle pinnacolo di
ghisa costruito per l’Esposizione Universale sono nulla in confronto allo
scandalo finanziario del Canale di Panama. Processi per corruzione, sequestri di beni, suicidi tra i piccoli risparmiatori. «E dire che fu tra i pochi ingegneri a votare contro il sistema di dislivelli, poi rivelatosi fallimentare, approvato durante il famoso congresso
internazionale della Società di Geografia del 1879» ricorda il trisnipote.
L’idea difesa dall’imprenditore del Canale di Suez, Ferdinand de Lesseps, risulta poi impossibile da realizzare. A
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DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
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I PONTI
A destra, il Maria Pia a Oporto
(1890) e la tessera dei “Travailleurs
du Livre”. Sotto, Eiffel
con le tre figlie in mongolfiera
e al centro, in posa sulle scale
della sua torre
In basso un altro ponte
in Guadalupa (1904)
I DISEGNI
In alto, lo stato
dei lavori
del ponte
di Saigon (1905)
Qui a sinistra,
un progetto
per un aereo
(1917)
Sotto, il dossier
su un ponte
da realizzare
in Senegal (1883)
I PROGETTI
Il viadotto di Garabit
in Francia (1880-1884)
comparato con il profilo
della cattedrale
di Notre Dame di Parigi
quel punto viene chiamato in
soccorso Eiffel e la proposta alternativa: un sistema di chiuse.
«La voragine nei conti era già tale
che il cantiere si fermò» ricorda
Philippe Couperie-Eiffel. La versione storica parla invece di una
truffa ai danni dei piccoli investitori
e di un gigantesco giro di tangenti ai
politici. Nella sua battaglia per una riabilitazione tardiva, l’erede di Eiffel ha
ottenuto che sia costruito adesso un faro intitolato all’ingegnere francese in
occasione del centenario del Canale di
Panama.
Proprio nel momento del trionfo,
con milioni di persone che salgono per
la prima volta sulla Torre, la società di
Eiffel è costretta a depositare i libri in
tribunale. Alla fine, viene assolto nel
processo ma rovinato per sempre nella sua immagine di eroe nazionale. «Il
mio progetto aveva il sostegno degli
uomini di scienza e della forza irresisti-
bile dell’opinione pubblica» scrive
l’ingegnere nelle sue memorie a proposito delle polemiche per la Tour. A
sessantadue anni, deve abbandonare
l’azienda di Levallois-Perret per dedicarsi alla scienza. Un ripiego insopportabile per quest’uomo basso e vanitoso, con l’inseparabile pizzetto. A Parigi
lo chiamano “Il Ministro” perché nella
sua casa di rue Rabelais organizza feste
danzanti nelle quali spartirsi affari del
Secondo Impero. Appassionato di arte
drammatica, ha voluto per sé un teatro
privato. Nelle occasioni mondane
elenca le sue opere. Come i ponti, la sua
specialità: dal primo a Bordeaux,
quando aveva solo venticinque anni, a
quelli in zone più remote. Portogallo,
Bolivia, Egitto, Russia, Filippine. Eiffel
rammenta aneddoti sull’inaugurazione della “sua” stazione di Budapest insieme all’imperatore Francesco Giuseppe, oppure di quando ha fatto
smontare la chiesa di Santa Barbara,
esposta vicino alla Tour Eiffel, per trasferirla a Santa Rosalia, Baja California.
È lui che concepisce la struttura della
Statua della Libertà, fatta con fogli di
rame. «Resisterà a tutto» assicurò allo
scultore Auguste Bartholdi. E un pensiero di ringraziamento è andato a Eiffel quando l’anno scorso l’uragano
Sandy ha devastato la baia di New York.
Il vento è la sua ossessione. Nemico
e alleato, a seconda delle situazioni.
Una delle tante residenze di villeggia-
tura della famiglia Eiffel si chiama Ker
Awell, che in bretone significa “casa
del vento”. Quando deve abbandonare gli affari per la ricerca, l’ingegnere
costruisce una galleria del vento sul
Campo di Marte per studiare legge di
gravità e aerodinamica, s’inventa un
monoplano militare. S’interessa anche alla meteorologia, facendo allestire la prima stazione di previsioni del
tempo. Le autorità gli chiedono di lasciare il Campo di Marte, e allora Eiffel
organizza il suo laboratorio a Auteuil,
vicino Parigi, dove lavora in un isolamento autoimposto.
È rimasto vedovo presto. Nel nuovo
libro c’è una lettera del giovane Eiffel
che traccia il profilo della sua sposa
ideale: «Avrei bisogno di una donna di
casa che non mi faccia arrabbiare troppo, che mi tradisca il meno possibile e
che mi faccia dei bambini sani e davvero miei». La moglie Marie corrisponde
all’identikit ma muore di tubercolosi
nel 1877. Eiffel sceglie di non risposarsi. La primogenita Claire, che ha solo
quattordici anni, diventa la capofamiglia. Da allora e fino alla fine dei suoi
giorni, Eiffel sarà riservatissimo sulla
vita privata. «Non abbiamo trovato
nessuna lettera né documento che dimostri una qualche relazione sentimentale» racconta il trisnipote. La sua
vera Signora era alta 300 metri e per fortuna si è rivelata indistruttibile.
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LA DOMENICA
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Spettacoli
L’isola di Arturo
Pareti che si muovono, passaggi segreti,
porte che si aprono al contrario,
collezioni di mucche, frigoriferi fantasma,
zattere per dormire e bagni mistici
È qui che abita il re dei trasformisti
“Benvenuti nel mio teatro delle meraviglie”
MAURIZIO CROSETTI
L
TORINO
a casa di Arturo Brachetti
è uno spettacolo d’arte varia, un teatro delle meraviglie. È un costume fatto di
mattoni, giocattoli e trucchi. Una casa
dove niente è vero perché tutto è vero. Una casa che quasi non è, ma
sembra. L’isola di Arturo è un pezzo di Arturo, è il suo stile, il suo divertimento, persino la sua bizzarra malinconia che improvvisamente appare e scompare
in qualche armadio dell’anima, laggiù nel profondo.
«Vedi questo raggio di sole finto che si posa sulla serratura finta di una cantina
finta?» domanda lui, mentre armeggia con la chiave.
Si volta all’improvviso e ti
guarda con quel sorriso
uscito dal manifesto, quasi un logo, come il famoso
ciuffetto. Il volto è appena
ombreggiato di stanchezza dopo centodieci repliche a Parigi e settantamila
spettatori, mai fermarsi, è
già pronta la prossima avventura con debutto a marzo.
Per ora, si conosce solo il titolo: Brachetti che sorpresa!
La finta cantina è invece un vero appartamento su due livelli nel
Palazzo Chiablese, accanto a dove
vivevano i Savoia, nel cuore del cuore di Torino. Sarabanda di oggetti, repertorio di curiosità da mercatino: il
valore commerciale è basso, quello affettivo ed emotivo è inestimabile. «Mi
spiace sempre quando parto, e devo lasciare la casa in mano ad altri».
Arturo apre un armadio, oddio, adesso sparisce. E invece è l’unico angolo
normale di tutta la casa, Brachetti si leva
gli stivali come se li leverebbe chiunque,
poi comincia lo show. «Guarda dentro
quella cornice senza quadro, cosa vedi
nel muro?», chiede. Niente, solo mattoni. «Concentrati, dai!». E il quadro di colpo si apre, la parete si sposta, non erano
mattoni, era cartongesso, c’era sotto un
binario, ecco la casa che si muove e scivola di lato. Come fa lo sguardo, come fa
ogni pupilla rotolante quando Arturo va
su e giù, mai quieto un attimo, tu parli e
lui segue un altro filo di pensieri, Arturo
non è qui, non è di questo mondo pesante. Lui vola. «Ecco la mia cow-parade, la collezione di mucche travestite: la
mucca ape, la mucca zebra, la mucca tigre, la mucca tagliata in due dal mago, la
mucca in levitazione». Il salone è grande, il divano rosso, sul bracciolo è appoggiato un Arturo marionetta che sorride, quel viso, quel ciuffo. In casa Bra-
chetti, Brachetti è ovunque, appare e scompare e riappare, cambia forma e sostanza
inseguendo lo stupore degli altri.
«Le seggiole sono quelle del palchetto reale del Teatro Carignano, ci si è seduto anche Mussolini». Perché le cose,
qui dentro, sono un repertorio trasmigrante. «Quel copricapo l’ho ciulato io
alle Folies Bergère, anzi è stato un recupero protettivo, sapeste quante cose
vengono abbandonate, sapeste quanta roba compro per due lire nei mercatini di tutto il mondo, tipo questo coso
qui»: e indica un grammofono che invece della tromba d’ottone ha un violino, è da lì che escono suoni e parole. Arturo fa una piroetta, giocando al gioco
di casa sua, accarezza l’enorme tigre
Moira («Fai cuccia!», intima al sontuoso peluche), poi spalanca la porta del
“bagno di Magritte” dove tutto è nuvole nel cielo azzurro. Apre un passaggio
segreto nella libreria ed ecco il suo ufficio, ecco la foto di Arturo con Woody Allen che lo abbraccia, ecco il cannone
nero che spara aria (Arturo lo aziona e
ti fa “bum!” in piena faccia), ecco l’acrobata azionato dalla monetina, le
marionette di Praga, l’angolo di Fregoli, il buddha nella nicchia, il prete con
l’orecchino di Carmen Miranda, il telefono che invece è una lampada, il cilindro minuscolo: «È per il mio ciuffo»,
dice Brachetti mentre lo indossa, spalancando un sorriso da Pierrot.
La macchina scenica domestica risponde perfettamente alle esigenze di
questo viaggiatore delle metamorfosi,
i muri sono del 1703, il resto appartiene al tempo della fantasia: «Ogni pezzo e angolo della casa li ho pensati io,
ci abbiamo lavorato due anni, dentro
un cantiere che non finiva mai. Il finto
recupero strutturale di quell’arco lì,
vedi?, è in un posto dove non c’entrerebbe niente, infatti non c’era». Come
in una tana di Alice, gli specchi moltiplicano immagine e illusione, chissà
dove mai sarà il confine, o magari sono due parole per definire la stessissima cosa. «Tutto il mio lavoro, forse tutta la mia vita si appoggia sul punto di
vista. Per andare da A a B si può passare da M, nessuno ci pensa ma io, su
quello spiazzamento, costruisco un
universo».
Si entra in un altro bagno, quello in
stile Keith Haring, dove dal rubinetto
esce acqua colorata, rossa la calda, blu
la fredda, questa è proprio una meraviglia. «Mavalà, è un aggeggio di una
ditta di Biella, puoi comprarlo anche
tu, dopo ti do l’indirizzo». Sulla lavatrice dorme un piccolo Pinocchio, accanto alla cucina di Nonna Abelarda (banane di marmo, finte marmellate rovesciate) dove una
vecchia tv trasmette solo Caroselli. «Forza, trovate il frigo»,
dice Arturo e davvero non è
facile, il nascondimento è la
prima regola qui. La mano
dell’artista apre uno sportello, estrae un uovo, lo
lancia sul pavimento e
quello rimbalza invece di
spiaccicarsi. Lo spettacolo continua, si passa dalla
porta al contrario che si
apre sul battente e non
sulla maniglia, si beve un
succo d’uva dentro una
tazza che sembrava un teleobiettivo, del resto il telefono è una bottiglietta di
ketchup. Invece la stanza da
letto è una zattera, e dietro la
testiera c’è un affresco in stile Flandrin con Arturo nudo
che dorme su uno scoglio. Molti giornaletti di Topolino in uno
scatolone, e sul comodino un libro, I segreti del linguaggio del corpo, più chiaro di così si muore.
«Datemi un attimo, torno subito».
E un’altra porta si spalanca sul bagno
mistico, una specie di cappella in stile
Codice Da Vinci, i led nella vasca, crocifissi ovunque, false e vere candele su
un pavimento di finti sassi. E ancora
restano da vedere il gabinetto delle
meraviglie, dove Arturo sotto una cupola trasparente esce da un baule, vestito da Pulcinella, tra un piccolo caimano e una farfalla finta che davvero
vola in un vaso di vetro. «Amo il falso e
l’arte che occorre per realizzarlo». Poi
il padrone di casa invita a scoprire l’ultima stanza invisibile, che si manifesta
dietro un porta-asciugamani («C’è
sempre l’opzione B per risolvere qualunque problema, però bisogna saper
guardare, saper cercare»).
Resterebbe un’ultima scena, ma è
un paesaggio, è il panorama di tetti,
chiese e palazzi che si spalanca dalle
vetrate, quassù al secondo piano. «Devo stare attento a non uscire in mutande sul balcone, altrimenti dal campanile del Duomo mi potrebbero vedere».
Anche il più grande trasformista al
mondo sa che l’ultimo costume, o forse l’unico, è un corpo nudo.
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Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
■ 35
‘‘
LE IMMAGINI/1
LE IMMAGINI/2
Dall’alto: l’enorme tigre Moira accucciata sul divano rosso
davanti alla libreria di casa Brachetti
L’artista in camera da letto: dietro la testiera, l’affresco
con lui nudo che dorme su uno scoglio; le marionette di Praga
Nella pagina accanto, il trasformista nel suo salotto
Sopra, una carrellata di personaggi interpretati
nei suoi spettacoli: il diavolo, il pagliaccio, il burattino e il fiore
Dall’alto: il telefono-lampada tra scarpe e cappelli;
Brachetti di fronte alla porta a scomparsa (la parete di mattoni)
che dà sullo studio; la cow-parade di mucche travestite
Nella fascia centrale (dall’alto): Arturo vestito da Pulcinella
esce da un baule in una teca di vetro: la statuetta è opera
di artigiani napoletani; il manichino assemblato da due manichini
diversi; alcuni pezzi dalla sua collezione di radio e telefoni
‘‘
Falso
Vedi questo raggio
di sole finto che si posa
sulla serratura finta
di una cantina finta?
Amo il falso
e l’arte di realizzarlo
Repubblica Nazionale
FOTO GUGHI FASSINO
Vero
Tutto il mio lavoro,
e forse la mia vita,
si poggia su un teorema:
per andare da A a B
si può passare da M
Scoprendo un universo
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
LA DOMENICA
Next
We have a stream
Proiettare un film dal pc
o stampare dallo smartphone
sarà un gioco da ragazzi
Magnifico. Quando però
dalle parole passiamo ai fatti
GLI ESEMPI
■ 36
TASTIERA
Ho una Apple Wireless Keyboard,
un Apple Wireless Mouse
e una tastiera pieghevole
iGo Stowaway
Problema: una volta “accoppiati”
gli apparecchi dovrebbero
vedersi e comunicare da soli
A volte ciò non accade
Soluzione: un cordless vicino
potrebbe disturbare
la connessione (opera
con la stesse frequenza 2,4 Ghz)
c’è spesso qualcosa
che non va. Perché?
E soprattutto: che fare?
CHE COS’È
COME FUNZIONA
GLI INGORGHI
Wi-fi sta per Wireless Fidelity
È una tecnologia
che consente a vari
apparecchi elettronici
di collegarsi senza fili
tra loro e/o a internet
Gli apparecchi comunicano
tra di loro attraverso lo standard
IEEE 802.11. A sua volta la rete
locale può allacciarsi a internet
tramite un router connesso
a un service provider (Tim e altri)
Certi provider limitano il numero
dei dispositivi da connettere al wi-fi
simultaneamente. Una velocità
di download di 10Mbs in ogni caso
va divisa tra tutti gli apparecchi:
più sono e più scaricano lentamente
Senza filo da torcere
peripezie dell’inquilino hi-tech
RICCARDO STAGLIANÒ
commessi tendono a vedere il mondo con le
lenti rosa. Il commercio non vuole pensieri.
Il televisore in esposizione promette, con
qualche enfasi, lo screen mirroring. Significa
che puoi proiettare foto e video del tuo
smartphone sullo schermo più grande.
Chiedo espressamente: «Funziona con l’iPhone?».
E lui: «Eccerto, che ci vuole?!». Sempre dubitare dei
sedicenti giochi da ragazzo. Infatti non funziona affatto. Perché la Sony usa una tecnologia che si chiama Miracast e la Apple una che si chiama AirPlay per
trasmettere immagini senza fili. Due lingue diverse
che, inevitabilmente, non comunicano.
Il wi-fi, che doveva liberarci dalle catene dei cavi,
finisce spesso con il costringerci a una nuova schiavitù. Quella dei forum online di gente che è già passata dalle nostre traversie e che, nel migliore dei casi, le ha risolte. Al massimo con una sbornia di sigle,
codici e acronimi stordenti per il profano. Ma i rivenditori non potrebbero essere più chiari da subito, facendoci risparmiare tempo e frustrazione?
Il wi-fi non è esattamente l’ultima novità. È l’acronimo di Wireless Fidelity, nome breve per quelle reti senza fili (Wlan) che comunicano tra loro attraverso una delle varianti del protocollo 802.11.
Ieri c’erano i cavi, antiestetici e di lunghezza pur
sempre limitata. Oggi ci si collega a piacimento,
via radio sulla banda 2.4 Ghz, nel raggio di una
trentina di metri. In teoria, almeno (e al netto della vaga inquietudine di vivere a mollo in un campo elettromagnetico). Perché la prassi è sempre
meno indolore.
Per esempio quando decido di sostituire la tv con
un videoproiettore. Faccio le mie belle ricerche,
chiedo agli esperti e mi oriento su un Benq modello GP10. Ha vari vantaggi: è leggero, luminoso e con
un’infinità di interfacce. Ci si può collegare il pc, una
tv via Hdmi (che è un tipo di cavetto), una chiavetta
Usb ed è tra i pochi (a un prezzo ragionevole) con
GLOSSARIO
I
TABLET
Ho un iPhone 4 e un iPad Air
Problema: a volte gli apparecchi
non riescono a navigare sul web
(“impossibile connettersi”
è la dicitura). “Vedono” la rete
casalinga del wireless,
nell’elenco delle reti disponibili,
eppure non si allacciano
Soluzione: a volte basta riavviare
solo il router. Altre volte
bisogna “disassociare la rete”
e riconnettersi di nuovo
una connessione wi-fi. Il sogno è il seguente: scarico — o vedo in streaming — dal pc in una stanza e
visualizzo quel film sulla parete sgombra della stanza accanto. Il videoproiettore ha una specie di chiavetta, il dongle (che crea una sua piccola rete privata wireless). Il problema è che se dal computer
vedi un video su YouTube attraverso la tua
abituale rete wi-fi non puoi, contemporaneamente, collegarti alla wi-fi
privata del videoproiettore.
Quindi niente streaming e
proiezione simultanee. Avrei dovuto
Ho una HPLaserjetP1102w,
chiedere
della sua categoria il modello
meglio.
più venduto su Amazon
Però si poProblema: per attivarla
trà senz’alla prima volta si deve andare
tro proietsu una pagina web che funziona
tare senza
fili un film
come pannello di controllo
scaricato
Ma la pagina non si apre
sul comSoluzione: il browser Chrome
puter. Sì,
è l’unico che non può aprire
tranne se hai
questa pagina. Ma sulle istruzioni
un Mac con un sinon viene mai specificato
stema operativo non
nuovo di zecca: in quel caso
devi aggiornare, con le perdite di
tempo ed eventuali danni collaterali
che ciò può comportare. Il sogno di un
rimpiazzo completo per il televisore si infrange così in un ingorgo di canali. Quello di anticipare la dipartita del piccolo schermo è ormai un
topos letterario. Nel ’95, nell’esplicito Life after television, il futurologo George Gilder ne parlava già da
morta («disconosce la rigogliosa diversità dei suoi
utenti»). Mi arrendo. Ma c’è il problemino accennato all’inizio. Cui supplire parzialmente installando su iPhone o iPad l’applicazione iMediaShare,
che funziona bene per visualizzare le foto ma è lentissima per i video. La soluzione esiste, si chiama
STAMPANTE
Wi-fi
Hotspot
Acronimo di Wireless Fidelity, cioè quelle reti
senza fili (Wlan) che comunicano tra loro
attraverso una delle varianti del protocollo 802.11
In genere indica un luogo con connessione
internet aperta al pubblico. Ma si può trasformare
il proprio smartphone in hotspot privato
Lease
IP
È il “rapporto” tra l’apparecchio e la rete senza fili
Se la connessione non funziona puoi “rinnovare
il lease”, ovvero cercare un nuovo indirizzo IP
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LA DIFFUSIONE
Una persona su dieci nel mondo utilizza
la tecnologia wireless (dati aggiornati al 2013)
OGGI
NEL 2020
Si stima che siano
10 miliardi i dispositivi
in uso basati
su tecnologia wi-fi,
più del totale
della popolazione
mondiale
Saranno 30 miliardi
i dispositivi
di questo tipo
in uso tra 6 anni
per un totale
di 8 miliardi
di persone
1,43
apparecchi per persona
3,75
apparecchi per persona
Cellulari
83%
TELEVISORE
Ho un Sony Bravia W65
Problema: a sentire il commesso
lo screen mirroring, cioè vedere
foto o video dell’iPhone
sullo schermo della tv doveva
essere un gioco da ragazzi
Invece usano protocolli
incompatibili
Soluzione: o si usa la app
iMediaShare (ok per le foto,
lenta per i video) oppure bisogna
comprare il dispositivo AppleTv
Portatili
56%
I PIÙ USATI
Secondo uno studio
del 2011 condotto
da“Pew Research
Center”, negli Usa
è il cellulare
il dispositivo wi-fi
più utilizzato
dalla popolazione,
mentre il tablet
si colloca
all’ultimo posto
Lettore MP3
44%
Lettore e-book
12%
Tablet
8%
VIDEOPROIETTORE
Ho un BenqGP10
Problema: il mio computer Mac
non lo “vede”. Inoltre non si può
fare contemporaneamente
lo streaming dai siti tv
e usare il canale wi-fi dedicato
del videoproiettore
Soluzione: aggiornare il sistema
operativo. E se si fa lo streaming
dai siti tv ci si deve poi collegare
al videoproiettore
con il cavo Hdmi o altri cavi
CASSE
Ho una coppia di altoparlanti
Play1 della Sonos
Problema: la configurazione
è semplicissima e si controllano
dal pc e dallo smartphone
Ma ogni tanto perdono il segnale
Soluzione: se il “bridge” Sonos,
cioè il dispositivo che riceve
i comandi on air, è troppo
vicino a un telefono cordless,
le frequenze possono entrare
in conflitto. Basta allontanarlo
AppleTv e,
collegata alla
tv, stabilisce una
connessione privilegiata con il computer. Ottimo, se
non fosse che costa un altro centinaio di euro. Per concludere che non
c’era altro da fare avrò impiegato una
mezz’ora di ricerche online. La stessa accettazione con il videoproiettore matura al termine di
almeno un’ora di frequentazione di forum, senza
calcolare il tempo che prenderebbe (ancora non
me la sono sentita) aggiornare il sistema operativo. Se non fosse che è tutto materiale per articoli,
sarei davvero inferocito.
Per rilassarsi serve un po’ di musica. Parlano molto bene delle casse amplificate della Sonos. Faccio i
soliti compiti pre-acquisto e opto per una coppia di
Play1, piccole, belle e con un realistico effetto stereo. La configurazione è semplice come da marketing. Attaccate al router (l’aggeggio che attaccato alla presa del telefono diffonde il segnale wi-fi in casa) un bridge Sonos, che fa da ponte con le casse wireless da disporre in qualsiasi stanza. Poi andate vicino con lo smartphone, le “appaiate” ed è fatta: il
telefonino diventa il telecomando con cui scegliere
la musica (fisicamente immagazzinata nel vostro
computer) e trasmetterla alle casse. Tutto bene, anche troppo. Sino a quando, l’indomani, le casse di-
ventano mute. Almanacco un bel po’ sul web. La
colpa è del telefono cordless, il primo “coso” senza
fili entrato nelle nostre case, che qualcuno ha spostato troppo vicino albridge. Usa la stessa banda del
wi-fi ed entra in collisione. Ma che gli costava scriverlo, a caratteri di scatola, sulla confezione?
Mentre cerco lumi, voglio stampare una pagina.
Ho una nuova HPLaserjetP1102w. L’ho scelta con
un’euristica facile facile: è il modello più venduto su
Amazon della sua categoria, così tante persone non
possono avere torto. Sbagliato. Per attivarla la prima volta c’è da andare su una pagina web che funziona da pannello di controllo. Peccato che la pagina non si apra. Una, due, dieci volte. Compulso i forum. La sezione troubleshooting prende in considerazione ogni eventualità tranne la mia. È il colmo:
l’apparecchio più banale dà i problemi più inestricabili. Infine la forza della disperazione indica la via.
Se la pagina non si apre potrebbe essere colpa del
browser. Con il motore di ricerca Chrome è già successo che certi siti si imbizzarriscano solo con lui. Ed
è proprio quello.
Questa nota a pie’ di pagina sarà il mio contributo all’umanità afflitta dalle stampanti. Un po’ poco,
lo so, ma l’antidoto all’omertà dei produttori è organizzarsi dal basso.
1) Se non funziona a te, non avrà funzionato già a
qualcun altro nel mondo.
2) Copiate esattamente quel che il computer vi
dice, il codice di errore, la risposta letterale, e incollatela su Google.
3) Evitate per quanto possibile le risposte italiane: sono meno numerose, più prolisse e spesso inconcludenti. Sui problemi tecnici, americani e inglesi sono imbattibili. Il problema semmai è nuotare disinvolti nel gergo tecnico di una lingua straniera. Poca fuffa, comunque. A differenza del commesso, quello per il quale l’iPhone bastava avvicinarlo al telecomando e faceva tutto da solo: «Lo
sfiora, è un attimo». Sto ancora aspettando.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Dongle
Pairing
Bluetooth
Alla lettera “chiavetta”. È una specie di spina
che crea un campo wi-fi che permette ad altri
apparecchi di interagire con il vostro senza fili
È l’accoppiamento di due apparecchi
che interagiscono senza fili. Un apparecchio
mostra un codice che va scritto sull’altro
È lo standard di trasmissione dati per reti
personali senza fili (Wpan) attraverso
una frequenza radio sicura a corto raggio
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
■ 38
I sapori
In alto i cuori
Dall’aperitivo al dessert, dal Campari
alla crostata coi frutti di bosco
LICIA GRANELLO
ed Passion recita la pubblicità, identificando colore ed emozione (e anche un drink). Se il rosso
è sinonimo di passione,
fin troppo facile associarlo a San Valentino e ai suoi rituali:
cena occhi negli occhi, piatti amorevoli e sfiziosi, bicchieri giusti per vini speciali, e naturalmente candele, il tutto
inondato di rosso fuoco.
Ma il rosso sa essere protagonista anche e soprattutto nei piatti. E non solo
per ragioni legate a sesso e cuore. Dai
primi studi di cromoterapia alla dieta
dei cinque colori, passando per la sempiterna dieta mediterranea, l’indicatore rosso firma piatti e bevande necessari al nostro star bene, anche e soprattutto d’inverno. Questione di temperature. Primavera ed estate, infatti, assommano una produzione di frutta e verdura tanto rutilante, che quasi non ci
accorgiamo di quanti colori — tradotti
in vitamine, micronutrienti eccetera...
— introduciamo nel nostro menù quotidiano. Mangiamo così, senza parere,
la pasta col pomodoro fresco e la peperonata, facciamo scorpacciate di ciliegie, ci dissetiamo con sorbetti di frutti
rossi e fette d’anguria.
Quando fa freddo, tutto si complica.
Un po’ perché l’orto d’inverno è decisamente meno ricco, e un po’ perché il
corpo chiede cibi caldi, cucinati, che
confortino mentre nutrono. Insalate e macedonie
smarriscono molto del loro appeal, e se anche decidiamo di bypassare i comandamenti della stagionalità nel modo più indolore possibile, gli alimenti
surgelati richiedono comunque una qualche attenzione in più rispetto ai
corrispettivi crudi.
La colonna loro
Eppure, mai come in quesonora
sto momento abbiamo biFesteggia 30 anni sogno di irrobustire il noma non li dimostra: stro sistema immunitario,
per alzare la soglia oltre la
I Just Called
quale l’influenza ci atterTo Say I Love You, ra, o — se succede — per
di Stevie Wonder, guarire rapidamente, sencolonna sonora
za trascinarci appresso
febbriciattole e mal di gola
di La signora
per settimane.
in rosso (1984)
Il rosso d’inverno in tavola è semplicemente perfetto, grazie alla quantità di antocianine e carotenoidi che lo determinano:
due famiglie formate da centinaia di
molecole, che colorano foglie, fiori e
frutti in tutte le sfumature comprese tra
il rosa e il blu, con fenomenali proprietà
antiossidanti e protettive. Uno dei loro
appartenenti più prestigiosi, il licopene
— ben presente nei pomodori, inclusi
ovviamente quelli conservati — dà il
meglio di sè dopo la cottura, che lo rende biodisponibile, a maggior ragione se
veicolato da un grasso, come l’olio extravergine. In più, il licopene risulta raccomandabile perfino per la linea, vista
l’azione drenante dei tessuti e stimolante della produzione di noradrenalina, che accelera il metabolismo delle
cellule adipose.
Così, la tavola di San Valentino ha tutte le ragioni per indossare il rosso, a
cominciare da qualche fetta di prosciutto crudo e culatello (niente forchette), accompagnata da un bicchiere di vino rigorosamente rosso,
eccezion fatta per un rosé, purché
buonissimo. Chiusura d’obbligo con
una ciliegia candita tuffata in una ciotola di cioccolato fondente sciolto a
bagnomaria. Se non basta per sentirvi almeno un po’ innamorati, abbandonate temporaneamente il rosso e
dedicatevi al blu meditazione.
R
Per il menù di San Valentino
ci siamo lasciati guidare
solo da un colore
L’amore ai tempi della cromoterapia
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
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Dove mangiare
TORINO
CONTESTO ALIMENTARE
Via Accademia Albertina 21
Tel. 011-8178698
PIOZZO (CN)
CASA BALADÌN
Piazza 5 Luglio 1944, 34
Tel. 0173-795239
MILANO
PANE E ACQUA
Via Matteo Bandello 14
Tel. 02-48198622
VENEZIA
AL VECIO FRITOLIN
Calle della Regina 2262, Rialto
Tel. 041-5222881
BOLOGNA
SCACCO MATTO
Via Broccaindosso 63
Tel. 051-263404
FIRENZE
IO PERSONALE
Borgo San Frediano 167
Tel. 055-9331341
ROMA
PRIMO
Via del Pigneto 46
Tel. 06-7013827
NAPOLI
PALAZZO PETRUCCI
Piazza San Domenico Maggiore 4
Tel. 081-5524068
CUTROFIANO (LE)
IL CHIOSTRO
Provinciale Noha-Collepasso
Tel. 0836-542848
DONNALUCATA (RG)
IL CONSIGLIO DI SICILIA
Via Casmene 79
Tel. 0932-938062
APERITIV0
Campari
Orange
Tartare
di tonno
Crostino
piccante
Rosso fuoco l’aperitivo
che unisce la spremuta
di sanguinelle con il più
classico dei vermouth,
in proporzione tre a uno
Una fetta d’arancia
per guarnire il tutto
Abbattuto a -18 gradi
per uccidere il parassita
anisakis, poi scongelato,
battuto al coltello e condito
con erbe, senape dolce,
olio extravergine,
gocce di limone
Trito di capperi,
peperoncino, prezzemolo,
mollica bagnata nell’aceto
e poi strizzata,
polpa di pomodoro,
olio extravergine. Un’ora
di riposo in frigorifero
Risotto
al radicchio
Costata
di manzo
Soffritto, pomodoro,
poco vino bianco
Una volta addensato
il tutto, si uniscono
i molluschi con il loro
sughetto filtrato
Prezzemolo per rifinire
Insalata stufata
con olio e cipolla,
in parte frullata,
aggiunta al riso
fatto lucidare
con olio e sfumato
con vino rosso
Carne frollata
e a temperatura ambiente
per una cottura al sangue
senza perdita di liquidi,
da finirsi con qualche
minuto in forno
Fiocchi di sale a parte
Sorbetto
di barbabietola
Crostata
ai frutti rossi
Infuso
al karkadè
Sciroppo di acqua
e zucchero
in cui miscelare l’ortaggio
cotto e ridotto in purea
Profumare con aceto
balsamico tradizionale
prima di mettere in freezer
Frolla con farina integrale,
da infornare coperta
con carta da forno e fagioli
secchi. Sopra, a freddo,
crema inglese leggera,
ribes, mirtilli e scaglie
di cioccolato fondente
Dai petali rosso scarlatto
dell’Hibiscus Sabdariffa,
una tisana lievemente
acidula, piacevole
sia calda che fredda
Aggiungere miele e gin
per renderla irresistibile
PRIMI E SECONDI PIATTI
Zuppetta
di molluschi
DESSERT
LA RICETTA
Io e Giuseppone
senza obbligo di bacio
Cuore di pomodoro di scoglio
Ingredienti per 4 persone
LUCA BIANCHINI
l peggior San Valentino che io ricordi, in realtà, è l’unico degno
di memoria. Appartengo a quella triste categoria di persone che
crede che l’amore non abbia bisogno di ricorrenze per essere celebrato, e la festa sia solo una scusa per ricevere il regalino. Ma in
fondo a me sarebbe sempre piaciuta una cena di San Valentino. Ci
andai vicino verso la fine degli anni Novanta, ero appena stato mollato, e pensavo solo a «mi-suicido-con-i-Radiohead-o-con-Baglioni?».
Si avvicinava il 14 febbraio, e quelle cioccolaterie torinesi piene
di cuori mi mettevano malinconia. Anche il mio amico Giuseppone era appena stato mollato, e ci telefonavamo a vicenda per consolarci, ma eravamo così patetici da non riuscire a concludere un
discorso. Così decidemmo di unire i dolori e le forze, e di andare a
cena fuori proprio quella sera. Avremmo affrontato di petto l’amore ipocrita, esibito e stucchevole, e avremmo compreso che non ci
era andata poi così male. Prenotai uno di quei ristoranti che sogni
di frequentare solo con la persona amata. Si affacciava sul Po, era
accogliente, e per l’occasione proponeva un menù amoroso alla
piemontese: carne cruda, acciughe, agnolotti, arrosti, tomini, con
aglio diffuso qua e là. Ma noi non ci saremmo dovuti baciare, quindi ci abbandonammo a quel rito sempre consolatorio che è una sacrosanta abbuffata. Entrammo nell’indifferenza generale, e solo la
signora cui avevo telefonato ci guardò perplessa. Per fortuna i piemontesi sono di poche parole. Presto, però, restai senza parole anch’io, perché Giuseppone alla fine degli antipasti venne interrotto
da una telefonata. Lunga, lunghissima, che lo trascinò fuori dal locale. Rientrò sorridente, e con innocenza mi disse che doveva andare via. La sua ragazza lo aspettava, e lui non poteva lasciarla
scappare. Venni lasciato di nuovo solo. Dopo gli agnolotti, pagai il
conto e tornai a casa.
(Autore di La cena di Natale
e Io che amo solo te,
Mondadori, 2013)
I
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Davide Scabin guida
la cucina del Combal.Zero,
dove ogni piatto
nasce per stupire,
come la ricetta ideata
per i lettori di Repubblica
10 pomodori grappolo maturi
20 pomodori datterini
10 vongole veraci
2 tentacoli di polpo lessato
4 capesante
4 foglie di lattuga di mare
50 g. di vino bianco
5 g. di colla di pesce
10 foglie di basilico
1 patata
Per i pomodori:
Scottare in acqua i pomodori, raffreddare,
pelare e conservare le pelli. Da otto pomodori
grappolo ricavare 24 spicchi, conservando
l’interno. Infornare a 160° C per 40’ spicchi
e datterini con sale, un pizzico di zucchero
un cucchiaio d’olio, uno spicchio d’aglio
e metà basilico. Affettare i due pomodori
grappolo rimasti, condire come un carpaccio
con olio e basilico
Per lo scoglio:
Scaltrire le vongole con aglio, gambo
di prezzemolo e vino bianco, sgusciare,
filtrare il liquido di cottura, aggiungendo
peperoncino. Scottare per 4’ le capesante
nel liquido di cottura delle vongole
Per il cuore di pomodoro:
Con 4 cerchietti da pasticceria,
formare 4 corone con gli spicchi
di pomodoro, farcire
con le vongole, il polpo affettato,
chiudendo con la capasanta a fette
Per la gelatina di pomodoro:
Frullare bucce, semi, i ritagli di pomodoro,
15 datterini e 4 cucchiai di liquido
delle vongole, un cucchiaio di fondo
dei pomodori infornati e uno di condimento
del carpaccio di pomodori. Filtrare,
aggiungere la colla di pesce ammollata,
disporre su quattro piatti 5 fette di carpaccio,
ricoprire con la gelatina e raffreddare
Presentazione:
Sistemare i “cuori”
sopra il carpaccio, rifinire
con un pezzo di polpo, una fetta
di patata lessata e abbrustolita
sulla fiamma e una foglia di lattuga
di mare dorata in padella
✃
A tavola
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 FEBBRAIO 2014
LA DOMENICA
■ 40
L’incontro
Estrellas
Suo padre era una guardia di Batista,
lei a due anni lasciò l’Avana per Miami
Star della latin music, ha venduto
cento milioni di dischi e duettato
con Sinatra e Pavarotti. Icona gay,
ha in testa solo i nipotini
Reginadella disco,
non era tipo da discoteca
(“Mai fatto parte
della cricca
dello Studio 54”)
Ovviamente ha ancora
un sogno: “Voglio cantare
in una Cuba libera”
Gloria Estefan
a quale Madonna
latina. Gloria Estefan è l’antidiva per
eccellenza, una telenovela ambulante. Madonna è una
mangiatrice di uomini pluridivorziata, Gloria è fedele da trentacinque anni al suo Emilio. Madonna aspira all’Olimpo delle Marilyn e delle Marlene, Gloria all’abbraccio della gente comune. Madonna irrita il Vaticano, Gloria chiede udienza. «Sono stata in Italia per incontrare Papa Francesco, un
leader straordinario, l’uomo di cui la
Chiesa aveva bisogno», racconta poche ore prima di un trionfale concerto
alla Royal Albert Hall di Londra, una
delle sue rare apparizioni live. «E adesso ho una famiglia italiana perché mio
figlio Nayib ha sposato Lara Diamante
Coppola De Dominicis, una ragazza di
origine milanese che viveva in Venezuela con i genitori». Nonna a cinquantaquattro anni. «È una benedizione», mormora. «Sasha Argento ha
due anni, è un bambino biondo, occhi
chiari, forte senso del ritmo. Sto ore a
gattonare, cantare e ballare con lui. Sa
che il suo bisnonno era un cantante
d’opera? Camillo Coppola De Dominicis». Inevitabilmente il pensiero vola a quella volta che arrivò a Modena
per duettare con Big Luciano al Pavarotti & Friends: «Cantammo Fiorin fiorello, la canzone che aveva accompagnato le nozze dei suoi genitori. Ho
collaborato anche con Carreras, Domingo… sono stata un’artista fortunata. E con Sinatra! Frank aveva alloggiato all’hotel Cardozo di Miami, ora di
nostra proprietà; in quell’albergo girò
Un uomo da vendere del 1959. Ricordo
il giorno in cui incidemmo il nostro
duetto con l’orchestra, io ero incinta di
Emily, la nostra secondogenita. Cenammo insieme, io lui e mia madre. È
sempre stata una sua fan».
‘‘
persino degli amici. «Vedevo pericoli
ovunque. Immaginavo i miei cari
coinvolti in incidenti stradali, rapimenti, malori. Per dieci anni sono stata la creatura più infelice e pessimista
della terra. Non immaginavo che
quelle premonizioni fossero indirizzate a me». Il 20 marzo del 1990, durante il tour di Cut both ways, il bus con
a bordo l’artista e la sua band fu investito da un camion durante una tempesta di neve nei pressi di Scranton,
Pennsylvania — fratture multiple alla
spina dorsale: pericolo di vita, dieci
mesi per recuperare la mobilità. «Paura? No. Il risveglio in ospedale fu la rinascita, la fine dell’ossessione. Ero io
la vittima! Ormai era successo, non
avevo più nulla da temere».
Disco queen e icona gay con i Miami Sound Machine, esponente di
spicco del Cuban sound post-Celia
Cruz (nel ’93 il pluripremiato Mi tierra
rinnovò il patto di sangue con l’isola),
raffinata interprete di evergreen americani celebrati nel recente cd The
standards, Gloria Estefan ha venduto
in tre decenni oltre cento milioni di di-
Per anni sono stata
una creatura infelice
Vedevo solo pericoli
Finché davvero
non ho rischiato
la vita
ed è stato allora
che sono rinata
FOTO GETTY IMAGES
M
LONDRA
Quando Sinatra girava a Miami con
Frank Capra, la piccola Gloria María
Milagrosa Fajardo aveva due anni e viveva all’Avana con i suoi genitori.
Troppo piccola per capire quel che stava accadendo nell’isola; la fuga a Miami era già un progetto concreto. Prima
della rivoluzione, suo padre era un militare, guardia del corpo del dittatore
Fulgencio Batista; in patria fu prigioniero politico per aver combattuto
contro Castro nella Baia dei Porci, negli Usa subito arruolato e spedito in
Vietnam. «Mia madre gli inviava cassette registrate con le mie canzoncine,
lui a sua volta ci faceva recapitare lunghi e affettuosi messaggi vocali. Non
voleva che mia sorella e io dimenticassimo la sua voce. A Cuba non c’era stato molto tempo di stare insieme. Il paese era in fermento e mio padre, sempre
fuori casa, intuiva molto chiaramente
quel che stava accadendo. Così fui affidata alle cure della nonna. Mia sorella, che ha sei anni meno di me, nacque
a Miami quando avevamo iniziato a vivere come una vera famiglia. Papà l’adorava, restava a casa a cullarla la domenica, mentre io e la mamma andavamo a messa. Durante il tour di Unwrappedcantai un duetto virtuale con la
Gloria che aveva nove anni, la canzone
era Cuando salí de Cuba che cantavo
per mio padre — secondo molti fan
quello è stato il momento più emozionante della mia carriera». Si commuove. «Ho preso tutto da lui. Tranquilla,
introversa, timida, più interessata a
osservare che a essere guardata, uno
spiccato interesse per la musica.
Ascoltavo i long playing mentre ero in
braccio a mia madre, non sapevo ancora leggere ma guardavo incantata le
copertine. Adoravo Joselito, il cantante-bambino spagnolo — che cotta!».
José Fajardo morì di sclerosi multipla nel 1980, quando Gloria era già moglie del produttore Emilio Estefan e
con i Miami Sound Machine muoveva
i primi passi della gloriosa carriera che
avrebbe trasformato la famiglia in un
potentato della latin music. «Non credo si rendesse più conto di niente,
neanche riconosceva i familiari. Il
giorno delle nozze andai a trovarlo in
ospedale con l’abito da sposa — quella fu la prima volta in tre anni che pronunciò il mio nome». A Gloria restò la
paura. Divenne ipocondriaca e apprensiva. Cominciò a temere per la salute della madre, che ora ha ottantacinque anni, di Emilio, dei suoi figli,
schi. «La Gloria cubana e quella americana vanno piuttosto d’accordo»,
scherza. «Vivere in bilico tra due culture mi ha arricchito. Sono venuta a Miami a due anni e mezzo, pensavamo che
saremmo tornati a casa molto presto,
quindi abbiamo mantenuto saldi i
contatti con le radici. Quanto a me, ho
imparato a parlare e a cantare contemporaneamente, con l’aiuto di mia
madre, che aveva la musica nella pelle.
Ascoltava i dischi che si era portata da
Cuba — Celia Cruz, Javier Solís, Los
Panchos — ma anche Nat King Cole
(che era stato a Cuba e aveva inciso diversi dischi in spagnolo), Frank Sinatra
e Dean Martin. Ho un vocabolario musicale che va ben oltre il pop americano. Sono cresciuta con i Beatles e Gerry
& the Pacemakers, avevo una sorta di
adorazione per il brano Ferry cross the
Mersey che orecchiai a sei anni mentre
ero con la mamma in una lavanderia a
gettone; sento ancora quell’odore di
biancheria pulita ogni volta che lo riascolto. Solo più tardi avrei capito perché: Ferry Cross the Mersey aveva molti elementi di musica cubana, maracas, bongos, l’andamento di un bolero
— non dimentichiamo che uno dei
primi brani incisi dai Beatles fu Besame mucho. Ora The standardsè la chiusura del cerchio, una celebrazione della musica che amo. Non a caso ho inserito nel repertorio anche El dia que
me quieras, la canzone che cantai il
giorno delle nozze con Emilio. Ma ancheWhat the Difference a Day Makes, il
primo brano che ho cantato in inglese;
Smile, una canzone che cantavo a mio
padre accompagnandomi con la chitarra, e piangevo e piangevo tradendo
il significato stesso delle parole; Embraceable You, la melodia con cui cullavo mia figlia».
Alla fine, la priorità è sempre la famiglia. Non c’è modo di indurla al gossip, di provocarla con aneddoti sugli
anni folli in cui faceva ballare i febbricitanti del sabato sera. «Mi piaceva la
disco, all’inizio suonavamo cover di
Donna Summer e Thelma Houston,
ma non eravamo tipi da discoteca», taglia corto. «Lavoravamo come pazzi,
stavamo dall’altra parte, e sinceramente non ho mai rimpianto di non
aver fatto parte della cricca dello Studio 54. All’epoca Emilio mi spingeva a
crearmi un’immagine. Fin da quando
eravamo fidanzati mi diceva “come
donna sei perfetta ma come performer
puoi migliorare del novantacinque
per cento”. E io sconsolata: allora ti sei
innamorato solo del cinque per cento?
Se siamo insieme da una vita è perché
nessuno dei due ha mai mancato di rispetto all’altro. Sono cresciuta con l’idea che l’amore è per la vita, anche tra
persone dello showbusiness. Ci sono
altri esempi: Paul Newman e Joan
Woodward hanno avuto uno splendido matrimonio. Mio padre diceva
sempre, cada persona es un mundo,
ogni persona è un mondo a sé — anche
tra la gente comune i matrimoni vanno a rotoli piuttosto spesso».
Ha perso una patria ma ne ha trovata un’altra che l’ha riempita di attenzioni e d’affetto, eppure non ha mai
smesso di sentirsi in esilio. «Mai. Più
che di esilio parlerei di nostalgia per
l’assenza di una patria, quella che mia
madre ha conosciuto e io ho cercato di
onorare attraverso le canzoni e il business della ristorazione. Il mio bisnonno lavorava nel Palacio, la Casa Bianca
dell’Avana, ha cucinato per due presidenti. E mia nonna, che è morta nel
1985 qui a Miami, cominciò ad affiancarlo quando aveva dodici anni, durante la Grande Depressione. Il sogno
è sempre quello di tornare. Mi piacerebbe esibirmi in una Cuba libera, per
festeggiare il futuro di un nuovo paese.
Noi esuli non siamo i nemici, come
sempre hanno fatto credere, né ingordi capitalisti che vogliono riprendere
possesso di quel che hanno lasciato.
Tornerei solo se potessi essere di qualche aiuto o per festeggiare una nuova
era. I cubani vivono male, isolati dal
mondo, non hanno internet, la gioventù è depressa, poche speranze,
nessuna motivazione. Continuano a
sognare la fuga — neanche loro vogliono più aspettare che quei condizionali diventino presenti, non vogliono
sciupare una vita intera sperando nel
cambiamento, vogliono sentirsi parte
del mondo. Dicono che il momento è
vicino. Non mi faccio illusioni, è una
vita che lo sento dire».
‘‘
GIUSEPPE VIDETTI
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