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02/2014 - incontrarte

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incontrArte Magazine n. 16
GIAN ANTONIO
CECCHIN
IL GRANDE
MURALES DI
HUATUSCO
YORK-MINSTER
UNA CATTEDRALE
GOTICA DA
SCOPRIRE
GENNAIO – MARZO 2014
LA MACCHINA
DIFFERENZIALE
I PRIMI TEORICI DEI
COMPUTER
IL CH’ULEL DI PEPS
RICORDO DEL
GIOVANE
RICERCATORE
incontrArte Magazine
Periodico telematico di informazione e cultura
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
IN QUESTO NUMERO:
Editoriale
SARA’ L’ARTE A SALVARCI? ………………………………………………………….....…………......... di Cesare Turra
Pittura
GIAN ANTONIO CECCHIN …………………………………………………………….………………………. di Diego Fent
Racconto
IL MINATORE E IL CAFFE’ GRANDE …………………………………………..…………………..… di Remo Corona
Viaggi
YORK-MINSTER …………………………………………………………………….……....………… di Giampaolo Creazza
Cinema
QUEL CHE RESTA DEL GIORNO ……………………………………………………….
di Michela Brullo
Curiosità
LA MACCHINA DIFFERENZIALE ……………….…………………….………………………………….. di Loris Curto
Pittura
NIENTE PAURA ……………….……………….……………………………………………………….... di Roberto Leccese
Persone
IL CH’ULEL DI PEPS IN MEXICO …………….…………………………………………………….….. di Marco Turra
HANNO COLLABORATO:
Michela Brullo: laureata in Lingue e Letturature Straniere con una tesi sulla saga cinematografica de
“Il padrino” è da sempre appassionata e profonda conoscitrice di cinema. Vive e lavora a Montebelluna
(TV)
Remo Corona: pensionato, vive a Cesio Maggiore (BL). E’ appassionato di radioelettronica,
fotografia e apicultura. Nel tempo libero si diverte a scrivere racconti di storie vere e qualche poesia.
Giampaolo Creazza: nato nel 1951 a Rovigo, l’anno successivo i genitori si trasferiscono a Varese, città
nella quale vive ancora oggi. Laureato in Economia e Commercio all’Università del Sacro Cuore di
Milano, le sue grandi passioni sono la fotografia, la pittura, i viaggi e, soprattutto, la lettura. Nel 2010
pubblica il suo primo romanzo, “Un tramonto sul verbano”, che si è classificato tra i finalisti del IV
premio letterario Pensieri d’Inchiostro. Nel 2011 esce il suo secondo romanzo “Un bancario scomodo”.
Loris Curto: scrive racconti ispirandosi alle opere degli scrittori inglesi di ghost-stories dell’epoca
vittoriana. I suoi racconti sono stati pubblicati nei quotidiani Il Gazzettino e il Giornale di Vicenza, nella
riviste Servabo, Marca Aperta e Mystero. Nel 2013 ha pubblicato per i tipi della DBS Danilo Zanetti Editori
i due volumi “Marca magica e misteriosa – Viaggio nelle località magiche, misteriose e insolite della Marca
Trevigiana”.
Roberto Leccese: laureato in Relazioni internazionali all’Università di Perugia, inizia il suo percorso
artistico come pittore autodidatta. Decide di approfondire la propria formazione frequentando corsi di
disegno e pittura ad olio sotto la guida del maestro Bruno Gorlato. Presso l’atelier del prof. Sergio
Favotto, si approccia allo studio del nudo dal vero. Recentemente, la vena artistica pittorica si sta
fondendo con la composizione di alcune poesie.
Diego Fent: “…..Per me dipingere è uno stato di grazia….”
Marco Turra: laureato in Lingue presso l’Università di Siena, ha viaggiato in tutti i continenti.
Attualmente si suddivide tra Siena, dove svolge l’attività di guida turistica, e il Messico, dove è portavoce di
una Associazione che promuove l’arte Maya. E’ fondatore del “turrismo”, stile di vita per il quale ognuno
deve essere libero di manifestare quello che ha dentro di sé, con il “ch’ulel”, parola maya che indica l’anima,
l’energia, la coscienza, la spiritualità che ogni essere possiede.
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
Editoriale
Sarà l'arte a salvarci?
Nell’incertezza in cui viviamo, l’arte e la cultura costituiscono un importante orientamento
ed eredità da lasciare alle generazioni future
La storia ce lo insegna: ad un periodo di intenso sviluppo economico, culturale,
filosofico ed artistico, segue un periodo di decadenza e arretramento. Ne
abbiamo una testimonianza scorrendo le pagine di storia delle grandi civiltà del
passato, come l’antico Egitto, l’antica Grecia, la Roma repubblicana ed imperiale,
e così via dicendo per arrivare fino ai giorni nostri. Alternanza di sviluppo e
decadenza, dunque, dove della fase storica precedente non tutto viene perduto,
ma quello che vi era di più vero ed essenziale di quella civiltà, in termini di valori
e cultura, si trasforma e sviluppa in qualcosa di diverso, lasciando spazio allo
sviluppo di altre civiltà che prendono il sopravvento.
Testo di: Cesare Turra
Perché questa premessa? Perché se guardiamo con occhi disincantati quanto sta
accadendo nel mondo e nel nostro Paese, sembra proprio che dopo decenni di
sviluppo e di benessere la nostra civiltà si stia accingendo ad affrontare un
declino. E non stiamo parlando solo dell’evidente crisi di carattere economico,
ma anche di quella, più insidiosa, che trova espressione nel malcostume politico,
nostrano e internazionale; in una amministrazione della giustizia dove il
fondamentale valore della certezza giuridica è divenuto un’utopia; nella sempre
più marcata disaffezione dei cittadini (o è più corretto chiamarli sudditi?) alla
cosa pubblica, dove anche il voto è ormai considerato un obbligo di carattere
giuridico o morale, ma sicuramente non uno strumento di partecipazione
democratica. Il tutto confluisce nello smarrimento, nella delusione, nello
scetticismo che a volte diventa cinismo, per il mondo in cui viviamo.
Non vi è dubbio che in questo marasma socio-culturale c’è bisogno di riscoprire
quei valori cosiddetti “universali” che possano dare un senso al nostro vivere
quotidiano e costituire un’eredità spirituale da lasciare ai nostri figli.
Tra questi, sicuramente l’Arte e la cultura sono rappresentativi di un modo
“differente” di vedere il mondo circostante, basandosi sulla consapevolezza e
rispetto per la molteplicità delle forme di comunicazione; sulla ricerca della
comprensione del messaggio che un’opera d’arte, sia essa un dipinto, una
scultura, una rappresentazione teatrale o cinematografica, un testo letterario,
porta in e con sé. E dove c’è comunicazione e voglia di comprendere il mondo
anche con gli occhi altrui, inevitabilmente c’è quel confronto costruttivo che
stimola la ricerca e la crescita, sono presenti quei valori fondanti che possono
consentire a noi o ai nostri figli di uscire da quella palude culturale, economica e
morale nella quale sembra affondare la nostra civiltà…
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
Pittura
GIAN ANTONIO CECCHIN
L’Italia negli ultimi decenni è diventata méta privilegiata degli immigrati di
provenienze ed etnie sempre più varie, una moltitudine di disperati disposti a
rischiare la vita per attraversare il mare che ci divide dalle coste africane a
bordo di mezzi fatiscenti di certo non adatti a quel compito, ma comunque
decisi di arrivare in cerca di una vita nuova per sé e per la propria famiglia, di
fuggire dalla guerra, di sopravvivere.
La nostra nazione per parecchio tempo ha dato i natali a moltitudini di
emigrati, non di rado sottoposti alla stessa trascuratezza e mancanza di
assistenza da parte dei Paesi d’immigrazione, che oggi il nostro paese riserva
a coloro che lo scelgono come “sogno” di una vita migliore.
Testo di: Diego Fent
Dalla fine dell’800 fino all’inizio della prima guerra mondiale si è prodotto un
vasto movimento migratorio, alimentato da tutte le regioni italiane verso
l’Europa settentrionale, le Americhe e l’Australia, raggiungendo negli anni
1900 – 1914 le punte più alte del fenomeno, superando spesso il mezzo
milione di partenze annue, con un picco nel 1913 di ben 870.000 emigrati.
Nel sud America, in particolare, gli Italiani più che immigrati diventarono
presto pionieri, coloni, portatori di una civiltà e di una cultura “avanzata”
rispetto a quella locale, e dunque legittimati ad esprimerne la classe
dirigente, fondando paesi e città dai nomi italiani, riuscendo a mantenere la
memoria delle proprie radici attraverso l’uso della lingua madre tramandata
ai figli e poi ai nipoti. I contatti con le terre natie sono stati poi celebrati con
molteplici gemellaggi e scambi culturali ed artistici, come nel paese di Caxias
do Sul, quando nel 1972 per volere di padre Giordani la chiesa fu dotata di
porte bronzee appositamente create dallo scultore di Falcade, Augusto
Murer.
E così è avvenuto anche per l’artista feltrino Gian Antonio Cecchin, che nel
luglio 2013 è stato contattato dall’assessore al Turismo della città di Huatusco
(Messico), Rafael Parissi, per realizzare un affresco che ricordasse i numerosi
immigrati che verso la fine del 1800 lasciarono l’Italia per trasferirsi in quella
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GENNAIO – MARZO 2014
città, dove si integrarono perfettamente con la
comunità locale, tanto da rappresentare oggi una
parte molto importante del tessuto economico e
sociale di quella vivace municipalità di circa 60 mila
abitanti.
L’accordo iniziale era di terminare il dipinto per il 18
ottobre, Festa dell’emigrazione, ma, dopo aver visto il
primo bozzetto del lavoro presentato dall’artista,
l’Amministrazione ritenne, entusiasta del progetto, di
anticipare l’inaugurazione dell’affresco al 16
settembre, giorno dell’Indipendenza Nazionale.
Considerato che si era ormai alla fine di agosto, il
lavoro sarebbe realmente stato una corsa contro il
tempo. Se non che, pochi giorni prima dell’inizio dei lavori, un’altra sorpresa: l’alcaldesa (sindaco) della
città, Nadia Tornese Demuner, decide di far eseguire l’affresco non sulla parete inizialmente prevista di 7
x 2 metri e sulla quale l’artista aveva pianificato il lavoro, ma su un’altra parete con un’estensione
maggiore di circa 13 metri, per fare spazio ad un opera molto più grande che sviluppasse ulteriori
tematiche legate all’emigrazione e alle terre d’origine dalle quali i nostri emigranti sono partiti. Tutto
questo ha evidentemente creato incomprensioni e difficoltà organizzative, ma anche simpatiche e
piacevoli situazioni dovute alla “creatività latina” di queste popolazioni molto socievoli e disponibili sì alla
massima collaborazione, ma anche a non rispettare e a cambiare gli accordi presi senza alcuna difficoltà.
All’arrivo a Huatusco, senza aver realizzato nessun altro studio sull’opera da eseguire, Gian Antonio si è
buttato a capofitto sull’opera da realizzare, lavorando intensamente per una dozzina giorni sulla parete
lunga 20 metri fino a ultimare l’affresco che è stato accolto con grande soddisfazione
dall’Amministrazione committente, tanto da volere che l’opera fosse iscritta nell’albo nazionale delle
opere d’arte contemporanea. Il dipinto è stato intitolato “Gestos antiquos en Huatusco” e rappresenta
scene di vita quotidiana, di lavoro e di svago,
come l’alpino e il campesino che giocano a
carte mentre una donna versa il caffè da una
moka, ma anche le chiese di Villa Lagarina e
Lentiai, e uno scorcio invernale di Feltre.
Gian Antonio Cecchin, alla quarta trasferta in
America Latina (le precedenti tre lo hanno
visto realizzare le sue opere in terra
brasiliana), è stato premiato durante
l’inaugurazione con l’assegnazione della
cittadinanza onoraria tra gli applausi delle
autorità e dei tanti cittadini presenti. Questi
non hanno mancato di ospitare e aiutare
l’artista feltrino per tutto il soggiorno
messicano, accompagnandolo a visitare vari
siti di interesse storico/culturale e facendogli
conoscere ed apprezzare la gastronomia
locale, come quel giorno in cui con molta
curiosità e coraggio, per non dire “pelo sullo
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
stomaco”, non ha potuto esimersi dal mangiare un piatto a
base di formiche “chicatanas”, che lì sono una prelibatezza
gastronomica .
Una realtà sociale molto complessa, quella messicana, ricca
di contraddizioni e diversità, dove l’estrema miseria di tanti
e l’immensa ricchezza di pochi è ancora regolata da uno
stato di polizia sempre presente e perennemente in assetto
da guerra, con una popolazione arrabbiata con la propria
Patria in quanto, pur disponendo di enormi ricchezze
naturali e di una storia secolare di grandi civiltà, ancora non
sono stati risolti i problemi della giustizia e della equità
sociale.
Queste le parole di Gian Antonio Cecchin sulla sua recente
esperienza in terra straniera: “Nel complesso una esperienza unica e indimenticabile dove ho dovuto
fare talvolta ricorso alla mia esperienza pluridecennale di “camperista d’assalto” a sostegno di
situazioni dove adattamento e flessibilità mentale sono stati indispensabili per affrontare nel
migliore dei modi situazioni un po’ al limite delle nostre abitudini civiche e sociali. Tuttavia tutto si
è risolto nel migliore dei modi: ho assaporato gli aspetti più strani e vari della cucina messicana e
non sono stato colpito dalla “maledizione di Montezuma” e ringrazio inoltre sempre la buona
sorte che un giorno mi ha messo un pennello in mano perché la mia attività artistica, anche quella
ormai pluridecennale, mi ha consentito di vivere esperienze, conoscere luoghi e persone al punto
tale che, se ne avessi il tempo, mi permetterebbero di scrivere un corposo libro di memorie”
incontrArte: vita associativa
Si è svolta lo scorso 11 marzo l’annuale assemblea dell’Associazione Culturale incontrArte.
Con la presenza di tredici soci è stato presentato il bilancio patrimoniale d’esercizio 2013.
Successivamente si è proceduto ad eleggere il nuovo Consiglio Direttivo dell’Associazione, che risulta così
composto:
• Presidente: Diego Fent
• vice Presidente: Roberto Leccese
• Responsabile Arti Figurative: Moreno Slongo
• Responsabile Arti Letterarie: Cesare Turra.
• Segretaria: Sabrina Munerol
Nel corso della serata sono stati ricordati i prossimi appuntamenti che vedranno impegnata
l’Associazione:
- 15 giugno 2014: Arte nel Parco (Birreria Pedavena - Pedavena)
- 28 novembre 2014: festa dell’artista con Blu Cobalto (sala “veranda” della Birreria Pedavena, Pedavena)
Il Presidente ha ricordato ai presenti come sia in fase di definizione la realizzazione del catalogo degli
artisti di incontrArte.
La quota annuale associativa è stata confermata in € 20.
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GENNAIO – MARZO 2014
Racconto
IL MINATORE E IL CAFFE’ GRANDE
Un lavoro duro e faticoso è stato quello sopportato da molti lavoratori per costruire le
centrali idroelettriche nell’immediato dopoguerra, in cui molti hanno perso la vita o si
sono ammalati di silicosi. Nell’Agordino, in Cadore, in Friuli, nel Trentino, e in altre
vallate o montagne alpine, si sono costruite opere di sbarramento di fiumi, dighe,
gallerie, condotte forzate grandi o piccole per produrre l’energia elettrica per il futuro
sviluppo industriale dell’Italia. Gli operai dovevano fare turni di lavoro di 10-12 ore di
giorno o di notte, a volte era compresa anche la domenica. Non erano per niente
rispettate le principali regole per la sicurezza e la salute degli addetti, importante era
l’avanzamento lavori, a vantaggio delle grandi imprese di costruzione.
Nei cantieri di alta montagna o nelle sperdute vallate i lavori più duri erano quelli dei
minatori, che dovevano scavare le gallerie per portare l’acqua alle turbine delle centrali
o semplicemente riempire i laghi. Nelle gallerie i minatori scavavano la roccia alla luce
delle lampade “a carburo” il più delle volte con il fango ai piedi e l’acqua che scendeva
dalla roccia. Il rumore dei perforatori era assordante e la polvere che ne scaturiva
entrava nella gola, nel naso, negli occhi, ma si doveva andare avanti. Nella roccia
venivano fatti una serie di fori che, riempiti di dinamite, venivano poi fatti brillare e così
la galleria avanzava del tratto stabilito. Con l’esplosione delle mine chiamate “volate”
terminava il lavoro di una squadra, subito rimpiazzata da un’altra.
Se all’interno della galleria il lavoro era gravoso, nei baraccamenti in cui si recavano i
minatori alla fine del loro turno di lavoro, per il periodo di riposo, dovevano affrontare il
disagio della scarsità di acqua per lavarsi, il servizio di cucina non all’altezza, dormitori
maleodoranti, difficoltà a comunicare con la famiglia, ma bisognava resistere: a casa
c’erano i figli piccoli, le mogli e a volte i vecchi genitori. I soldi così faticosamente
guadagnati dovevano servire per “cavarse fora” cioè per migliorare le precarie situazioni
famigliari. Ai minatori del cantiere, di tanto in tanto veniva concesso il rientro a casa per
un breve periodo di riposo e così il Minatore, ottenuto il permesso, alla fine del proprio
turno di lavoro, in fretta riempì lo zaino con le proprie cose e dopo una veloce sistemata
salì sul camion dell’impresa che dal cantiere di alta montagna era in partenza per
scendere a valle e che lo avrebbe portato alla più vicina stazione ferroviaria per
prendere poi il primo treno per Feltre. Giunto con il treno alla stazione di Feltre, il
Minatore s’incammina verso il centro della città, da dove parte la corriera che lo porta
alla sua famiglia. Prima della partenza del mezzo, c’è giusto il tempo per un piccolo
acquisto da regalare all’anziana madre. Il Minatore si reca quindi al Caffè Grande di
Feltre, entra, e indicando con gli occhi lo scaffale chiede: ”Vorrei una bottiglia di crema
marsala, una di quelle là”. ”Mi dispiace”, risponde la commessa, “Quelle bottiglie, non
posso dargliele, sono tutte prenotate”. “Allora mi dia una di quelle là sotto, più piccole”.
”No”, replica la commessa,”Quelle sono per un signore che presto verrà a prenderle”.
Il Minatore resta per un po’ in silenzio, ma ha capito tutto e chiede:”Allora mi dia una
confezione di caramelle”. Questa volta è accontentato, chiede il conto e si avvicina al
banco per pagare, aprendo bene il rigonfio portafoglio che conteneva molte banconote,
frutto di alcuni mesi di lavoro. La commessa, vedendo tutti quei soldi, gli dice: “Signore,
ci sarebbero quelle bottiglie là, oppure quelle altre”. A quel punto il Minatore chiuse per
bene il portafoglio e se lo mise con cura in tasca, e si avviò verso la porta dicendo; “Non
voglio più le vostre bottiglie, tenetevele.”
Quel Minatore era Ernesto Rodolfo Corona, mio padre.
Testo di
Remo Corona
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GENNAIO – MARZO 2014
Viaggi
YORK MINSTER
Il nome York mi è sempre stato familiare, lo avrò sentito pronunciare migliaia
di volte ma non ho mai pensato a come potesse essere realmente questa città
e nemmeno avevo avuto curiosità di saperlo. Poi quello che non pensi a volte
accade … E così, quasi per caso, questa estate mi sono trovato a visitare “the
city of York” nel North Yorkshire, Inghilterra del Nord. Non mi ero fatto
un’idea di come potesse essere e pertanto non avevo alcuna aspettativa
particolare.
Devo confessare che è stata una piacevolissima sorpresa. Al mio
arrivo mi ha accolto una cinta muraria che racchiude il nucleo più antico della
città, vestigia importanti che documentano un passato glorioso che affonda le
origini nell’epoca romana. Le prime notizie risalgono al 71 D.C., anno in cui si
fa risalire la sua nascita a opera del governatore romano per la Britannia. In
Testo e foto di
Giampaolo Creazza
seguito, nonostante il susseguirsi di vari conquistatori e di alterne vicende
politiche, la città, grazie anche alla sua posizione strategica, mantenne sempre
un ruolo importante nell’economia e nella storia dell’Inghilterra del Nord. Ma
non è certo di questo che voglio parlare.
La città sprigiona un fascino del tutto particolare e personale, in essa
convivono edifici e monumenti di epoche molto diverse senza apparenti
problemi, non ci si stupisce quindi di trovare monumenti medioevali vicini a
imponenti edifici vittoriani o a sobri edifici in mattoni rossi di puro stile
inglese. Nel centro storico permangono suggestive viuzze e piazzette in cui il
tempo sembra essersi fermato. E’ facile trovare ancora mercatini di fiori,
frutta e verdura, circondati da abitazioni che ricordano le case a graticcio del
centro Europa. Basta però alzare lo sguardo, superate le sagome delle
abitazioni di due o tre piani, per scorgere le torri della cattedrale. Un primo
assaggio, uno scorcio da lontano che sembra volerti indicare la via per
raggiungerla. Ed è proprio la cattedrale il monumento centrale e principale di
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
York. A rimarcare l'importanza di questo
edificio, la sua denominazione corrente non
utilizza il termine “cathedral” bensì “minster”.
Questa caratteristica definizione è attribuita
alle chiese costruite in epoca Anglo-Sassone
come
avamposto per l'evangelizzazione
dell'Inghilterra; attualmente viene usato come
titolo onorifico. Il suo nome completo è: "The
Cathedral and Metropolitical Church of St.
Peter
in
York"
ed
è
inoltre
la
sede
dell’arcivescovo di York che, nella gerarchia
ecclesiastica
anglicana,
è
secondo
solo
all’arcivescovo di Canterbury. Seguendo le
torri in breve giungo alla chiesa. E’ una visione
assolutamente
emozionante.
La
facciata
principale non smentisce i canoni classici degli
edifici gotici: ampi portali di ingresso, grande vetrata centrale e due torri. Direi che siamo perfettamente
in linea con l’immagine di Notre Dame a Parigi, di Notre Dame de Chartres, della Cattedrale di Friburgo e
tante altre. Quello che immediatamente
colpisce l’osservatore sono le dimensioni. Già osservando
dall’esterno, l’edificio si presenta maestoso e imponente, l’impressione è che sia notevolmente più ampio
delle cattedrali che ho menzionato in precedenza. In seguito mi verrà confermato che quella di York è una
delle cattedrali gotiche più ampie del Nord Europa, probabilmente seconda solo a quella di Norimberga.
Una caratteristica che la differenzia dalle altre cattedrali è forse l’austerità e la semplicità dei prospetti
esterni. Quello che manca è la presenza di statue o di sculture in genere. Anche i portali, di norma
estremamente elaborati e ricchi di immagini, utilizzate per narrare eventi biblici o per evidenziare
argomenti teologici, sono estremamente semplici, maestosi ma scarni. Un’altra caratteristica che mi
colpisce immediatamente è la presenza di una terza torre squadrata e imponente posizionata nella zona
centrale della costruzione che ha la base a forma
di
croce.
In
pratica
la
torre
svetta
all’intersezione dei due bracci che compongono
la
croce.
Per
ammirare
meglio
questo
particolare, mi porto verso il lato sud dove è
presente un secondo ingresso, per essere sinceri
mi renderò conto solo in seguito che tale portale
viene utilizzato unicamente come uscita dopo la
visita della cattedrale per una questione
prettamente organizzativa. Sempre in tema di
maestosità, questo ingresso ha dimensioni e
imponenza che non sfigurerebbero nella facciata
principale di una chiesa di buone dimensioni.
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
A questo punto ritengo sia giunto il momento di
entrare per ammirare l’interno. Torno verso
l’ingresso principale. Varco il portale di destra ed
entro.
Una navata immensa mia accoglie. Mi guardo
attorno quasi spaesato. C’è qualcosa che non torna.
Mi manca l’impatto emozionale che ho sempre
avvertito nella cattedrali gotiche fino a ora visitate.
Forse sono solo alcuni dettagli che non mi
permettono di assaporare in pieno lo slancio gotico
verso l’alto. Ecco, per prima cosa mi colpisce la
luminosità, una grande, intensa e diffusa luminosità.
Questa luce esalta in modo spettacolare la vastità
delle navate, amplificando, forse, ancora di più
l’impressione di ampiezza della cattedrale. Un
soffitto chiaro, di legno dipinto, e delle nervature
puramente decorative, riducono il fascino degli archi
acuti di pietra di altre cattedrali. Per finire, nella
navata destra, vicina all’ingresso, è presente una struttura, totalmente estranea, utilizzata come desk per
informazioni e vendita dei biglietti di ingresso per la visita. Direi un grande tocco di classe! Lasciamo da
parte altre considerazioni, è meglio dedicarsi all’esplorazione del monumento. Evitando di creare
parallelismi con altre cattedrali, cerco di guardare con occhi obiettivi quanto mi circonda. Quello che mi è
mancato è la visione globale della chiesa. Mi metto al centro appena dentro il portale principale. Il colpo
d’occhio è fantastico. Una serie ininterrotta di archi si sviluppa in modo continuo e regolare quasi senza
fine … La lunghezza totale della chiesa dovrebbe essere attorno ai centosessanta metri. Una lunghezza
senza dubbio ragguardevole. L’effetto
sarebbe ancora più impressionante se
nella navata centrale non ci fossero delle
strutture a spezzarla. In effetti, prima
della intersezione delle due navate
perpendicolari, i bracci della croce, è
stato eretto un altare, subito dopo,
l’intersezione, è presente il grande coro
centrale e il monumentale organo.
Come ho già accennato, l’interno è
molto luminoso e ora ne capisco il
motivo: sono presenti numerosissime
vetrate. Una enorme è posta sopra il
portale centrale d’ingresso, la più antica
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incontrArte Magazine n. 16
GENNAIO – MARZO 2014
e la più grande vetrata medioevale, non per nulla la sua altezza e di ben 23 metri. E’ veramente bellissima,
oltre alla raffinatezza delle immagini, nella parte alta vi è anche un settore di pietra molto intagliato e
lavorato con motivi floreali. Nel centro il lavoro assume una forma particolare, vi si può vedere un grande
cuore, comunemente chiamato “il cuore dello Yorkshire”. Altre numerose vetrate sono presenti lungo i
lati della cattedrale, nelle navate laterali sono collocate in basso e nella navata centrale nella parte alta
della costruzione. Anche la torre centrale, alta anch’essa circa 60 metri, ha una doppia serie di vetrate …
E, ovviamente, anche da qui abbiamo una intensa discesa di luce, vi posso assicurare che l’effetto è
assolutamente gradevole.
Proseguo verso la parte centrale della chiesa, giungo all’altare, direi nulla di più che uno strumento per le
funzioni di culto: lineare, essenziale, senza particolari pretese di inserimento nel contesto.
Superato questo altare, mi trovo di fronte all’ingresso del coro, praticamente sotto la torre centrale, a
sinistra una navata perpendicolare porta verso una grande vetrata e la Sala Capitolare, a destra la navata
conduce all’uscita sud della cattedrale. Prima di visitare la struttura del coro, devo fermarmi ad ammirare
“the kings screen” che separa il coro dalla navata. Questo divisorio prende il nome dalle numerose statue
di re inglesi (da Guglielmo il Conquistatore a Enrico VI) in marmo chiaro su fondo rosso cupo. Senza
dubbio un insieme molto scenografico che cattura lo sguardo e l'interesse del visitatore con il suo
raffinato equilibrio di bianco, oro e rosso. Ed stato proprio questo particolare che mi ha fatto riconoscere
questa cattedrale in alcune immagini di "Elisabeth - The
Golden Age" film del 2007 con Cate Blanchett. In questa
cattedrale sono state in effetti girate le scene
dell'incoronazione di Elisabeth prima.
Per il momento preferisco non visitare il coro e decido si
percorrere la navata sinistra. Quello che continua a
stupirmi è la grande luminosità, alla fine di questa navata
perpendicolare, una enorme vetrata dai colori delicati
riversa all'interno della costruzione una enorme quantità
di luce. Mentre cammino sul pavimento di marmo chiaro
con intarsi neri, un rintocco metallico mi avverte della
presenza di un orologio. Sulla parete, alla mia destra, a
media altezza un grande orologio racchiuso in un arco
acuto fa bella mostra di sé con i suoi numeri romani, le
lancette dorate e i fregi rossi e grigi. Sotto il quadrante
due cavalieri in armatura si muovono per colpire, ogni
quarto d'ora, due tubi metallici e scandire l'incedere
incessante del tempo. Dopo una sguardo abbastanza
veloce alla vetrata mi dirigo verso la sala capitolare che dovrebbe essere molto interessante. Superato il
breve corridoio di collegamento e varcata la doppia porta di ingresso mi trovo all'interno di una fantastica
struttura. In effetti non mi ero sbagliato. La visione di questa sala è veramente emozionante e, anche se le
vetrate non hanno la stessa intensa colorazione, per un attimo ho avuto l'impressione di trovarmi nella
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incontrArte Magazine n. 16
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Sainte Chapelle di Parigi. Questa sala, dalla base ottagonale è veramente impressionante, la pareti sono
quasi totalmente costituite da vetrate che si innalzano dai baldacchini sopra gli scranni fino a raggiungere
il soffitto a volta in cui si congiungono le cuspidi degli archi in cui sono racchiuse le vetrate stesse. La sala
non ha, al suo interno, alcuna colonna di sostegno, in tal modo viene accentuata l'impressione di vastità.
Si ha l'impressione di essere di fronte a un grande e ardito progetto architettonico. Anche in questo caso
questo effetto si è ottenuto con l'utilizzo di un soffitto in legno, la cui semplicità di posa ha permesso di
raggiungere tali risultati. La sala è essenziale nella sua semplicità strutturale ma è particolarmente ricca di
decori e di sculture. Lungo il perimetro sono collocati i seggi per i prelati partecipanti alle riunioni. Questi
scranni di pietra sono sormontati da una specie di baldacchino marmoreo. Ed è proprio in questa parte
che sono presenti numerosissime sculture, una diversa dall'altra, raffiguranti personaggi, animali o motivi
floreali. E' difficile scorgere una logica nella loro distribuzione o nella alternanza dei soggetti, sembra
infatti che sia stata data facoltà agli artisti di dar libero sfogo alla loro fantasia creativa. Sembra sia stata
una scelta positiva perché il risultato è veramente affascinante. Su molti seggi è ancora presente una
incisione che indica il personaggio a cui era riservato. Si potrebbe restare in questa sala per ore a
osservare i particolari senza avere il dubbio di annoiarsi, ma la cattedrale riserva ancora molte cose da
scoprire è quindi opportuno riprendere la visita. Torno sui miei passi e, percorso un breve tratto della
navata laterale, salgo alcuni gradini per entrare nell'area riservata al coro e all'altare maggiore.
Oltre al passaggio centrale nel "the kings screen",
esistono
altri
due
ingressi
per
il
coro.
Avvicinandomi all'ingresso ho la percezione che
qualcosa di particolare stia accadendo. In effetti
all'interno si è insediamo il coro della cattedrale e
stanno per iniziare le prove. Un'opportunità
incredibile che mai avrei immaginato. Non ho
grande dimestichezza con la musica e con i canti
liturgici in genere e pertanto non sono in grado di
dire che cosa stanno cantando. Se non vado
errato, a tratti, sembra riecheggiare qualche
accenno di canto gregoriano, ma non ci giurerei.
L'impatto è emozionante. Anche lo spettacolo
d'insieme che mi sta davanti è veramente
bellissimo. Se non avessi in tasca un cellulare e in mano una macchina fotografica digitale avrei difficoltà a
datare quanto sto vedendo. Il grande coro ligneo, finemente intagliato e sovrastato da un enorme organo,
è illuminato da numerose lampade sospese e da alcune, a forma di candela, sulla triplice fila di banchi.
Molti dei seggi, in legno scuro, sono ancora ornati da stemmi araldici. Al centro della struttura, il direttore
del coro, alto, ieratico, capelli bianchi fluenti, avvolto in una lunga tunica scarlatta, con ampi gesti dirige i
suoi cantori. Questi, anch'essi con una lunga veste scura sovrastata da una cotta bianca, costituiscono una
grande e vivida macchia chiara fluttuante all'interno dell'austero complesso. E' veramente uno spettacolo
unico e impressionante, una grande atmosfera senza tempo. Se alle mie foto togliessi i colori, sarebbe
difficile poter dire quando sono state scattate. Mi volgo verso l'altare e verso la parte finale della
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cattedrale. Un altare semplice dai paramenti color verde si appoggia a una struttura più alta di marmo
ricca di archi e trafori, alle sue spalle l'ultima enorme vetrata funge da suggestivo sfondo. Non c'è che
dire: un insieme veramente maestoso, austero ed elegante nelle sue linee pulite ed essenziali. Sebbene
con un certo dispiacere lascio il coro e mi reco nella parte finale della costruzione, dietro l'altare. Qui resto
abbastanza perplesso ... Nella austera e classica architettura della chiesa è stato inserito, davanti alla
grande vetrata, una specie di lucido igloo metallico di cui non si scorge alcuna apertura. Ci giro attorno e
vedo una specie di ingresso, entro e mi trovo scaraventato in una struttura multimediale in cui vengono
proiettati su vari schermi i filmati delle varie fasi di ristrutturazione della cattedrale. Altri computer
permettono di approfondire la ricerca e di trovare altre informazioni sul complesso monumentale. Esco e
torno nella realtà gotica che più mi coinvolge. Non metto in dubbio la validità di tali strumenti ma,
onestamente, li avrei preferiti posizionati in modo diverso.
Ho l'impressione di aver concluso la visita,
avviandomi verso l'uscita imbocco la
navata opposta a quella utilizzata in
precedenza. In corrispondenza dell'altare
maggiore scopro una ripida scala di
modeste dimensioni che scende verso il
basso. La discendo e mi trovo nella cripta.
La forte illuminazione non riesce a
scacciare l'impressione claustrofobica del
luogo. Il dedalo di corridoi e di spazi più
ampi è oppresso da un soffitto a volta
basso, incombente. Un odore di umidità e
di
chiuso
rendono
la
visita
poco
entusiasmante. Molti spazi sono interdetti
alla visita e qua e là sono esposti reperti
storici, una specie di piccolo museo. La
struttura è antica, molto antica. Stili
diversi stanno a dimostrare che in quel luogo si sono sovrapposte numerose costruzioni in periodi anche
remoti; le prime testimonianze risalgono all'epoca romana. Senza dubbio testimonianze di una lunga
storia e della grande importanza che York ha sempre avuto.
Risalgo in superficie e questa volta mi dirigo veramente verso l'uscita. Appena fuori cerco di cogliere
nuovamente una visione d'insieme di York Minster per integrare la visione esterna con quella interna.
Me ne vado soddisfatto, è stata veramente una visita molto interessante. Ho apprezzato moltissimo la
cattedrale e il suo gotico inglese, forse emotivamente non troppo coinvolgente ma senza dubbio
maestoso e austero. Un gotico diverso, sobrio ma piacevole che non può che lasciare nel visitatore una
grande ammirazione.
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Cinema
QUEL CHE RESTA DEL GIORNO
Testo di Michela Brullo
Prendete un attore straordinario come Sir Anthony Hopkins e vestitelo da
maggiordomo, amalgamatelo con un'eccezionale attrice come Emma
Thompson, aggiungete due bravissimi attori come James Fox e Christopher
Reeve, un pizzico di Hugh Grant e condite il tutto con la splendida e
sempre perfetta regia di James Ivory e voilà: il capolavoro è servito! Il
risultato è "Quel che resta del giorno", film del 1993 spesso proposto in tv
(ahimè, in seconda serata) e, a torto, snobbato perché ritenuto noioso e
prolisso. Questa, per sommi capi, la trama: estremamente compìto e
altamente compreso del proprio ruolo, il maggiordomo Stevens conduce la
servitù della casa dello scapolo lord Darlington con impeccabile maestria.
Apparentemente privo di sentimenti personali, votato solo al servizio del
proprio padrone, sacrifica al suo lavoro qualunque aspirazione personale.
Sotto la sua direzione il ménage di casa Darlington procede con la
precisione di un orologio svizzero, con piena soddisfazione del lord, che
stima e rispetta il suo collaboratore, tenendolo tuttavia alla debita distanza,
cosa che non amareggia Stevens. Anche l'arrivo della nuova governante,
miss Kenton, donna esperta e intelligente, non muta la situazione, salvo
qualche piccola scintilla fra i due, data la somiglianza efficientista dei
rispettivi caratteri. Anche il decesso del padre di Stevens, ex maggiordomo
in altra casa e ora aiutante del figlio in casa Darlington, non ne scuote
l'aplomb. Il fatto avviene durante un importantissimo ricevimento politico,
cui lord Darlington tiene molto: mentre Stevens dirige impeccabilmente
tutta l'organizzazione dell'ospitalità (molti degli ospiti, eminenti personaggi
inglesi e stranieri, risiedono per l'occasione nella splendida casa patrizia), il
padre sta morendo nella sua camera da letto, nel sottotetto, zona riservata
alla servitù. Un notevole aiuto nel frangente gli viene però dalla nuova
governante, la quale gradualmente si innamora di Stevens e cerca di
farglielo capire. Questi, tuttavia, pur non essendo insensibile, non lascia
trasparire alcun interesse: nella sua concezione della vita di maggiordomo
non c'è spazio per i sentimentalismi personali. Stufatasi di tanta apparente
freddezza, la governante se ne va, accettando la corte e la proposta di
matrimonio di un altro domestico che presta servizio presso un'altra casa,
con il quale progetta di mettere su un piccolo albergo in una cittadina di
villeggiatura. Intanto grosse nubi si addensano sull'Europa: siamo alla vigilia
della seconda guerra mondiale e l'ingenuo lord Darlington, politicamente
schierato con l'estrema destra e permeato di sentimenti politici
filogermanici, cerca in tutti i modi di ricomporre la frattura fra la Gran
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Bretagna di Neville Chamberlain e la Germania di
Adolf Hitler. Le frequentazioni di ultraconservatori a
casa del lord si moltiplicano e questi organizza in
extremis persino un incontro fra il primo ministro
inglese e l'ambasciatore tedesco a Londra, che si
tiene nel massimo segreto in casa Darlington. Tutto,
però, si rivelerà inutile. Dopo la guerra, lord
Darlington viene bollato dalla stampa inglese come
nazista e collaborazionista; una sua citazione per
diffamazione contro l'ennesima accusa giornalistica
viene respinta dal giudice, dando così ragione a
quanto su di lui pubblicato dai giornali. Amareggiato
dall'ostracismo che gli viene riservato e dalle accuse
infamanti rivoltegli, lord Darlington muore privo di
eredi. Nel frattempo Stevens si è mantenuto in
contatto epistolare con la Kenton, che incontrerà
per un'ultima volta. Ma tutto ormai è passato, la
Kenton ha avuto una figlia dal marito, dal quale si è poi separata, e presto sarà nonna. I due pranzano
insieme e trascorrono qualche ora ricordando i bei tempi andati, il tutto con un comportamento
cordialmente formale che non indulge ad alcun sentimentalismo, dopo di che si lasciano con un sincero e
caloroso saluto (nei limiti consentiti al carattere impersonale di Stevens) senza che l'incontro sortisca alcun
effetto per il futuro. Solo, Stevens torna a casa apprestandosi a servire fedelmente e con gran
professionalità il nuovo padrone: il ricco americano Lewis, che era già stato ospite del precedente
proprietario, lord Darlington, prima della guerra, in qualità di delegato degli Stati Uniti, e che ora ne ha
acquistato la casa. Tutto il film è in realtà un lungo flash-back, raccontato da Stevens che rievoca così,
malinconicamente, la sua vita, ciò che è stato e ciò che, forse, avrebbe potuto essere.
Già, cosa avrebbe potuto essere la vita di Stevens se avesse ceduto? Sarebbe stato davvero felice e
avrebbe potuto soddisfare l'esigenza di Miss Kenton dandole quello che in realtà voleva? Ma la domanda
più importante é: avrebbe potuto rinunciare a quello che credeva assoluto, ovvero la totale obbedienza ad
un padrone, arrivando quindi ad ammettere gli errori dello stesso Darlington nell'appoggiare i tedeschi?
Sarebbe stato assai difficile, come lui stesso dice: "ascoltare le conversazioni dei signori mi distrarrebbe dal
mio lavoro". E' estremamente raro rinunciare a ciò che crediamo assoluto perché spesso è quello che
maggiormente ci appaga e ci sostiene, che maggiormente ci soddisfa e ci rende più completa la vita. La vita
di Stevens era davvero vita o era un'illusione? Fino a che punto riusciamo a spingerci ed andare oltre,
gettando via quel paraocchi che spesso portiamo senza renderci conto che esistono anche gli altri ed
esistono anche altre situazioni, altre emozioni e che sono spesso altre persone a farcele provare, sentirem
gustare? Secondo me per tanta gente sarebbe ora di aprire gli occhi, di vedere al di là di una realtà che non
è mai quella che ci si propina davanti ogni giorno, che la vita non è come noi la dipingiamo o come
vorremmo fosse, ma è una sfida continua contro ogni cosa che la rende così, spesso, astiosa, difficile,
complicata e, se posso permettermi, terribilmente affascinante.
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Curiosità
LA MACCHINA
DIFFERENZIALE
Testo di: Loris Curto
L’inglese Charles Babbage (1792–1871) fu professore di matematica all'università di
Cambridge, scienziato ed inventore. E’ ricordato principalmente per la sua attività
pionieristica nel campo dei calcolatori.
Avendo constatato che le tavole matematiche dell’epoca erano piene di errori,
pensò che determinati calcoli matematici potessero essere effettuati in maniera
precisa da una macchina. Allo scopo progettò la cosiddetta macchina differenziale
(Difference Engine) che avrebbe dovuto funzionare a vapore. Ottenuti dei
contributi dal governo inglese ne iniziò la costruzione. Tuttavia la tecnologia
dell’epoca non era in grado di costruire gli ingranaggi di precisione richiesti e il
successivo blocco dei fondi da parte del governo ne interruppe la costruzione.
Negli anni fra il 1832 ed il 1833, Babbage progettò la costruzione di un secondo
calcolatore (Analytical Engine) per effettuare ogni tipo di calcoli, basato su schede
perforate come quelle che all’epoca venivano usate nelle macchine tessili. Nel 1840
fu invitato a presentare al secondo congresso degli scienziati italiani a Torino il
progetto della macchina analitica. Nel 1842, l’italiano Luigi Menabrea, che era stato
presente al convegno ed aveva seguito con interesse l’esposizione di Babbage,
pubblicò in francese l’opera dedicata alla
macchina analitica "Notions sur la machine
analytique de Charles Babbage". Poco tempo
dopo il testo venne tradotto in inglese ed
ampliato da Ada Lovelace che intratteneva una
corrispondenza con Babbage. Ada Lovelace, nata
Byron, (1815–1852), era figlia legittima del poeta
Lord Byron e della matematica Anne Isabella
Milbanke. Per evitare che la figlia potesse
dedicarsi alla poesia come il padre, Isabella
Milbanke
aveva
indirizzato
Ada
verso
un’istruzione matematica e scientifica (Ada aveva
comunque imparato a suonare l’arpa). Babbage la
chiamava “The Enchantress of Numbers”
(l’incantatrice dei numeri). Nelle sue aggiunte al
testo di Luigi Menabrea, Ada riportò un algoritmo
per il calcolo dei numeri di Bernoulli che avrebbe
dovuto essere elaborato dalla macchina; per
questo Ada Byron è considerata la prima
programmatrice della storia. Ad Ada Byron è
ispirato il film del 1997 “Conceiving Ada”, diretto
da Lynn Hershman Leeson.
Purtroppo la macchina analitica non fu mai
portata a termine quando Babbage era in vita. Per
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ironia della sorte, nel 1855 due svedesi, padre e figlio,
Georg e Edvard Scheutz, costruirono una macchina
differenziale basata su un progetto di Babbage del 1834
e nel 1859 il Governo britannico acquistò una di queste
macchine per utilizzarla nel General's Registrer Office,
nonostante a suo tempo avesse negato a Babbage i
fondi necessari per costruirla.
Babbage non fu attivo solo nel campo del calcolo
matematico. Nella sua opera “On the Economy of
Machines and Manufactures” (Sulla economia delle
macchine e delle manifatture), Babbage enuncia due
principi relativi alla divisione del lavoro ed alle
conseguenze
dell’introduzione
delle
macchine.
Dividendo un’attività lavorativa complessa in operazioni
semplici, è possibile servirsi di lavoratori meno
qualificati, contenendo di conseguenza i costi di
produzione (primo principio di Babbage). In seguito,
sostituendo i lavoratori meno qualificati con macchine,
gli uomini possono essere dedicati alle attività più
qualificate del processo produttivo (secondo principio di
Babbage).
Babbage inventò anche il "pilota" (in inglese
denominato “catcher cow”, letteralmente “prendimucca”), una struttura metallica posta nella parte anteriore della locomotiva per spingere via gli eventuali
ostacoli che si fossero trovati sulla strada ferrata. Dal riferimento alla mucca, si deduce che nei primi anni
di vita delle ferrovie, non fosse infrequente che gli animali al pascolo si sdraiassero sulle traversine.
Inoltre Babbage ideò la tariffa postale unica. In precedenza bisognava pagare una tariffa variabile in base
alla distanza del luogo di destinazione della posta. Con la tariffa postale unica veniva eliminata la necessità
di calcoli (ed anche di errori) da parte degli impiegati degli
uffici postali.
Babbage era anche esperto di costruzioni ferroviarie, tanto
che venne anche in Italia per risolvere alcuni problemi della
linea
Torino-Genova.
Nel romanzo di genere “steampunk” del 1990 “The
difference Engine” (traduzione italiana “La macchina della
realtà”) di Bruce Sterling e William Gibson viene descritta
una realtà alternativa in cui la macchina differenziale di
Babbage è stata costruita, con notevoli impatti sullo sviluppo
della civiltà.
Fra il 1989 ed il 1991 il Museo della Scienza di Londra fece
costruire la macchina differenziale, basandosi sui progetti
originali di Babbage. Vennero utilizzati solo materiali
disponibili nel XIX secolo. Questo permise di dimostrare che
la macchina avrebbe funzionato correttamente. Nel 2000 fu
costruita anche la stampante.
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Pittura
NIENTE PAURA!
Testo di:
Roberto Leccese
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Forse è il titolo più giusto per mettere le mani avanti e non spaventare chi magari
non conosce gli esiti di alcune recenti ricerche condotte sulle funzioni cerebrali
legate al colore ed alla pittura.
Tali ricerche, condotte da Betty Edwars, hanno dimostrato come disegnare un
oggetto percepito richieda principalmente l’utilizzo della funzione visiva e
percettiva dell’emisfero destro del nostro cervello, quello non verbale, per
intenderci, chiamato ai fini della ricerca: funzione cognitiva “D”.
Colore e pittura, invece, richiedono anche il contributo dell’emisfero sinistro
verbale e lineare, chiamato, ai fini della ricerca, funzione cognitiva “S”.
Secondo tali ricerche, per disegnare ciò che si percepisce, bisognerebbe lasciare da
parte la conoscenza verbale di ciò che si sta disegnando. In altre parole,
bisognerebbe dimenticarsi i nomi delle cose stiamo disegnando, attuando un
passaggio cognitivo dalla funzione S1 alla funzione D2 (ad esempio per disegnare
una sedia, bisognerebbe dimenticarsi che essa è un oggetto formato da quattro
gambe, sulle quali poggia una seduta ed uno schienale, ma bisognerebbe soltanto
disegnare ciò che della sedia vediamo a seconda della sua posizione rispetto a noi).
Quando un artista disegna o dipinge, si trova in uno stato mentale che nello sport
viene comunemente chiamato “stato di grazia”. Si pensi al senso di unità che si crea
tra artista, oggetto e disegno che progressivamente si va realizzando. Quanti artisti
diventano metaforicamente parte del disegno stesso e quanti perdono la
cognizione del tempo, della fame, del sonno e persino della fatica. Ciò nonostante,
la pittura presenta, data la sua complessità, una differenza rispetto al disegno
relativamente più semplice, se non altro per la minor quantità di materiale che
occorre (carta, matite, sfumino e gomma). Essa è rappresentata dal dover miscelare
dei colori. Uno dei momenti più affascinanti in pittura, infatti,è dato dalla necessità
di dover creare alcune tinte attraverso la mescolanza dei colori. Tale operazione
richiede un rapido passaggio mentale dalla funzione “D” alla funzione “S”, poiché
nel momento della miscelazione per ottenere la tinta desiderata, spesso vengono
utilizzati dei muti auto-suggerimenti verbali. “…Mi occorre del blu opaco,
mediamente brillante… allora prendo un po’ di blu oltremare, aggiungo un po’ di
arancio di cadmio e un pizzico di bianco… proviamo… va quasi bene…”. E così via.
I passaggi mentali da una funzione all’altra avvengono in tutti gli artisti. In quelli più
esperti ed abituati avviene a livello più inconscio, in quelli meno esperti avviene in
maniera più evidente.
Niente paura, questo “andirivieni” è qualcosa che è stato scoperto di recente, ma
che succedeva già. Ritenevo, tuttavia, che a qualcuno potesse interessare cosa
accade nella nostra testa e quali meccanismi si attivano quando ci mettiamo
all’opera… oltre al divampare del Sacro Fuoco che arde in ogni artista, ovviamente!
Funzione linguistica del cervello (dominante).
Funzione visivo-percettiva (subdominante).
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persone
IL CH’ULEL DI PEPS IN
MEXICO
Il 5 luglio 2013 cessava di tenere vita il corpo del giovane grassanese Giuseppe
Porsia (Peps o Beps per gli amici) creando un incredibile vuoto per i genitori di
cui era figlio unico e per la grandissima quantità di amici.
Peps era un piccolo genio sempre sorridente: laureato in Ingegneria Informatica
presso l’Università “La Sapienza” di Roma, era stato presidente internazionale
del BEST - Board of European Students of Technology, associazione studentesca
no-profit e apolitica, che promuove attività didattiche su scala europea
organizzando eventi, competizioni d'ingegno e scambi culturali, e preparando
gli studenti universitari a vivere e lavorare in ambito internazionale.
Proprio per cercare di colmare questo enorme vuoto, i suoi amici universitari
dell'associazione ESN - Erasmus Student Network International, della quale era
responsabile locale a Roma, hanno deciso di creare un'associazione per
continuare i progetti che stava realizzando e mantenere così viva la sua
memoria: Syscrack associazione Giuseppe Porsia.
Testo di: Marco Turra
Oltre ai progetti tecnologici come la stampante 3D che già aveva creato nel suo
laboratorio di Grassano (Matera), c'era anche il viaggio nell'affascinante e
magico Messico, dove super volentieri avrei ricambiato la sua grande ospitalità
assieme al pittore maya Antun Kojtom che aveva conosciuto nel novembre
2008 nella tappa romana del progetto Bonbajel-Turr Italia-Europa. La casa di
Peps era stata il mio riferimento a Roma, da lui ero ospite quando sono stato
intervistato in diretta dalla Rai nel settembre 2009 e quando con l'altro pittore
maya Osbaldo Garcia nel “Coscienza Collettiva Turr Europa 2010”, avendo perso
il volo da Parigi a Pisa a causa di una manifestazione, lo abbiamo cambiato per
un volo su Roma, arrivando a notte fonda. Questo è stato il nostro ultimo
incontro, chi l'avrebbe mai detto!
Devo e voglio ringraziare la cultura maya se sono riuscito ad interpretare la
morte non come una fine, ma come una trasformazione, da fisica in spirituale,
che nella lingua maya-tzeltal si rappresenta con la parola “Ch’ulel",
riduttivamente tradotta come “anima”. Ch'ulel è anche energia, coscienza,
spiritualità, complementarietà con gli animali e la natura, vita e morte, il Dio
interno che tutti abbiamo, solo che è addormentato. Ch'ulel con il quale
dobbiamo assolutamente entrare in contatto per evitare di cadere nella rete
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del monopolio delle religioni, che si pongono come uniche intermediarie con il Creatore supremo.
Beps lo aveva capito e nel suo facebook “El-indio
empanado” così lo aveva sintetizzato: “Secondo me
l’umanità ha completamente perso il senso della realtà,
perché la realtà esiste al di fuori dell’uomo, non ha nulla
a che fare con società, nazioni, popoli, capitali, lavoro…
è tutto un nostro film. La realtà è scienza e natura
ovvero vita materia ed energia ed è questo quello in cui
credo. Fuck tutto il resto”
Il
testamento
ideologico,
l'ospitalità,
il
senso
dell'amicizia, l'allegria, i progetti a beneficio non
personale, ma della comunità, che Peps aveva imparato
dalla sua famiglia contadina (che condivido totalmente)
ci danno un'idea del come alla sua morte fisica siano
nati dentro di molti suoi amici vari Ch'ulel di Peps.
Con questa sua presenza spirituale è nata la missione
“Viajando en México con Peps, mural y mas evento en
su memoria”, dal 18 al 26 gennaio 2014, date della
presenza in Messico di Francesco Cappellano (per gli
amici e su facebook: “Ciccio Reggio”), carissimo amico Peps. Missione
organizzata in pieno stile ESN, unendo utile al dilettevole, dove la regola
non scritta è collaborare nel fare quello che ci piace e sappiamo o
vogliamo imparare a fare.
incontrArte Magazine
periodico telematico di informazione e
cultura
via Peschiera, 21 - 32032 Feltre (BL)
www.associazioneincontrarte.it
Registrazione Tribunale di Belluno n. 13
del 27/10/2009
* * *
Direttore Responsabile:
Cesare Turra
* * *
Editore e Proprietario:
Associazione Culturale incontrArte
Presidente: Diego Fent
* * *
in copertina: Gian Antonio Cecchin,
particolare del murales di Huatusco
* * *
Chiuso per la pubblicazione a Feltre
il 20 marzo 2014
Per la missione ho messo a disposizione le mie capacità organizzative ed
i contatti acquisiti in vari anni di esperienza, come i collettivi artistici
Grafica Maya, TAGA, ASARO, Erasmus Mundus, Turismo comunitario
Tecelihqui parte del RITA, ESN Alumni, Bellunesi nel mondo, il Consorzio
Dolomiti Prealpi, Libre Café, Xook Mayab, il festival cultural messicoItalia Cruzando Fronteras, l'agente municipale di Mazunte, il MACO
(Museo de Arte Contemporaneo de Oaxaca), Radio Planton de Oaxaca e
gli amici del barrio Cuxtitali di San Cristobal de las Casas, e le monete
Faoro e Tipaki che personalmente imprimo con l'inaugurazione degli
Sbeps, dedicati proprio a lui.
“Riaccendete la vostra naturale Curiosità! Aprite internet! Cercate!
Scavate! Coinvolgete chi vi sta vicino e non ne ha la possibilità!
Viaggiate, il mondo è incredibile! Indagate !” Peps
Ch’ulel.
20
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