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di Giulio Losi
QUOTE LATTE
uno scandalo
nazionale
Quote latte e rilancio dell’Agricoltura.
Il tema è controverso e la confusione
grande. Tanto che sulla vicenda solo chi
ha seguito molto attentamente è riuscito
a trovare il bandolo della matassa. Ma
recentemente un’ordinanza del Tribunale di Roma ha fatto chiarezza svelando
una verità scomoda che qui raccontiamo anche attraverso la testimonianza di
un diretto protagonista, dalla parte delle
vittime, gli allevatori.
Al centro in piedi Paolo Brigatti, 48
anni, imprenditore agricolo, alla
sua detra Maria Teresa Baldini,
consigliere regionale Lombardia
L
a notizia è che l’Italia non ha mai splafonato è
uscita recentemente senza molto clamore come
le capita spesso per le notizie scomode. Perché
scomoda lo è e anche molto. La vicenda si trascina da trent’anni e ha creato un danno che la Corte dei
Conti ha stimato in 4,4 miliardi di euro. Perché in realtà
l’italia non ha mai “splafonato” le quote latte imposte
dalla Commissione Europea. Ne abbiamo parlato con
Paolo Brigatti, 48 anni, imprenditore agricolo da sempre
in prima linea nella battaglia che ha visto anche nel mese
di dicembre gli allevatori fare presidi davanti alla sede
della Regione Lombardia. Brigatti conduce un’azienda
18 - FAM
zootenica alle porte di Milano specializzata in produzione
di latte e di cereali ed è vicepresidente dell’Associazione
Produttori Latte della pianura padana con sede a Treviglio, un’associazione con circa 600 soci, tutti allevatori
di vacche da latte che svolge un ruolo di riferimento per
le altre regioni ma anche a livello europeo. L’associazione, infatti,è cofondataria con altre associazioni europee
similari dell’European Milk Board un raggruppamento
che conta circa 120 mila aziende agricole di allevamenti
da latte. Tutti lamentano l’abbandono dei governi dei
vari paesi europei di fronte alla crisi e questo malgrado a
livello mondiale ci sia richiesta di materia prima di latte.
Brigatti lei ha seguito tutta la
partita delle quote latte cosa ne
pensa?
Su questo tema si fa fatica a
pensare che l’italia non sia stata
tradita e abbandonata dai suoi
stessi governanti. Nel 1984 quando sono state fissate le quote di
produzione si è verificato un fatto
per cui ancora oggi ne stiamo
pagando le conseguenze. L’italia
ha avuto una quota di produzione
assegnata inferiore del 50% del
suo fabbisogno, mentre altre nazioni hanno dichiarato che serviva
loro una produzione triplicata se
non di più come il caso dell’Irlanda. Per noi questo ha significato
una spesa in vent’anni di circa
100 miliardi di euro per comprare
il latte dall’estero. Siamo obbligati a importare 5 miliardi di euro
all’anno di latte. Oltre a questo
c’è il capitolo delle multe che
ammonta a circa 4,7 miliardi.
La vicenda delle multe è complessa ci aiuti a capire anche
alla luce dell’ordinanza del
Tribunale di Roma
Quando sono state applicate le
quote, trent’anni fa, è stato fatto
per equilibrare domanda e offerta.
In quegli anni nell’Europa Unita,
visto il numero di paesi aderenti,
c’era più offerta che domanda.
Ora siamo a più del doppio delle
nazioni e così via via sono aumentati i consumatori in misura
maggiore di quanto non siano
aumentati i produttori di latte. E
si è quindi importato latte extracomunitario. Dal 2005 per esempio a livello comunitario la quota
di produzione totale assegnata
è sistematicamente superiore al
latte effettivamente prodotto. Ciò
per dire che in Europa ogni anno
si produce molto meno latte di
quello che si potrebbe produrre
in base alla quota, riducendosi a
importare latte. Al tempo stesso
ci sono nazioni come l’Italia che
non può produrre e se produce del
latte in più viene multata.
Ma è stato scoperto che i conteggi erano sbagliati...
Quello che è stato scoperto, noi
Un “errore di natura contabile” .
Quei 2,53 miliardi di euro che forse non erano dovuti
C’è stato un “errore di natura contabile” che ha gonfiato le quantità
della produzione italiana con l’effetto di far scattare multe dall’UE
per oltre 2,53 miliardi di euro in dieci anni compresi tra il 1995-1996 e
il 2008-2009). Un danno enorme per
gli allevatori e i contribuenti italiani
frutto appunto di un semplice errore,
secondo il Gip di Roma Giulia Proto,
che ha confermato l’archiviazione
per truffa contestata ad alcuni funzionari dell’Agenzia governativa per
le erogazioni in agricoltura. L’Agea
è quella che avrebbe dovuto quantificare la produzione nazionale comunicandola successivamente alla
Commissione europea. Un “errore”
che sarebbe stato poi aggiustato attraverso l’alterazione dei “criteri di
calcolo del numero dei capi potenzialmente da latte”, e cioè un algoritmo. Un “trucco” che secondo il Gip
“merita approfondimento”: avrebbe
infatti innalzato innaturalmente il
“limite massimo di età passiva da
120 mesi dell’animale a 999 mesi (ossia 82 anni di età)”. Un errore che è
valso almeno 2,53 miliardi di euro e
che ha spinto il Gip Proto a restituire
gli atti al pubblico ministero specificando che “se è vero che non può
lo sappiamo dal 99, al tempo dei
famosi blocchi degli areoporti e
delle autostrade. In realtà tutta
questa iperproduzione è stata
creata ad arte sulla carta e non
sicuramente dagli allevatori come
le indagini che si sono susseguite
hanno accertato. L’indagine più
accurata che è stata svolta dal
comando Carabinieri Politiche
agricole e alimentari, a partire
dall’anno 2010 fino a metà 2011
dove con prove documentali alla
mano, intercettazioni e sopraluoghi, è stato accertato che era stato
creato ad arte un parco bovini
fittizio, questo per giustificare una
produzione surplus che in realtà
ipotizzarsi il reato di truffa, non altrettanto può dirsi in ordine al reato
di falso”. Ciò significa che il nostro
Paese non ha un quadro esatto di
quanto latte sia stato prodotto negli ultimi anni, risultando peraltro il
Paese comunitario con la più ampia forbice tra quota assegnata e
consumi interni: già nel 1997 la produzione copriva soltanto il 57% dei
consumi, lasciando il restante 43% a
latte di provenienza estera. Il tempo
ha dato quindi ragione al Comando
carabinieri delle Politiche agricole e
forestali, coordinato dal tenente colonnello Marco Mantile, accusato al
tempo della sua indagine (2010) dal
ministero competente di aver determinato soltanto ritardi nei pagamenti
delle rate.
era data da latte di dubbia provenienza, latte estero che veniva
naturalizzato italiano. Un danno
anche per il made in Italiy che nel
settore alimentare ha grande prestigio nei mercati. Specialmente se
viene usato per fare la produzione
DOP o IGP.
Come facevano a naturalizzare
come italiano il latte estero?
Lo naturalizzavano italiano creando aziende fittizie, fantasma,
titolate di quota latte. Venivano
fatti fatturare dalle aziende inesistenti ingenti quantitativi di latte.
Ciò avveniva specialmente in zone
svantaggiate come prevede la norFAm - 19
mativa
sulle
quote
latte. Le
zone svantaggiate sono le prime
ad essere compensate
in caso di sforamento e
quindi, praticamente, non
sono sottoposte a controllo perché vengono comunque compensate. La definizione di zone
svantaggiate riguarda le aziende
ubicate sopra i 600 metri di altitudine, tutte la valli e poi natu-
ralmente tutto il meridione tranne
alcune pianure,la zona di Latina il
tavoliere delle Puglie la piana di
Ragusa, la zona di bonifica della
Sardegna. Il resto d’italia è zona
svantaggiata a parte la pianura
padana dove si concentra l’80%
della produzione di latte.
Una strategia che faceva comodo
all’industria e penalizzava gli
allevatori?
Esattamente
Torniamo alle multe e ai nuovi
sviluppi della questione. In tutto
questo tempo è passata la concezione che gli allevatori non
pagavano le multe…
20 - FAM
Questo è un altro mito da sfatare
perché noi le multe le abbiamo pagate care e salate
anche se non abbiamo rateizzato. Dal
2007 ci vengono
compensate
tramite il registro
di debitori di AGEA.
In più non essendo regolato definitivamente il pagamento
delle multe non possiamo accedere al Piano Sviluppi Rurali,
assenza di volontà politica nell’afi famosi PSR finanziamenti a
frontare e risolvere il problema
fondo perso dal 30 al 45% alle
dei recuperi ed il lungo periodo di
aziende agricole. Così, contando
questi danni, in realtà, le multe le carenza dei controlli” sono costati
stiamo pagando più volte. Per non all’Italia, secondo la Corte, oltre
4,4 miliardi di euro. Tradotto: gli
parlare poi delle difficoltà con
allevatori “furbi”,
le banche perché
violando le quote,
comunque siaQuesta è una verità
avrebbero danmo segnati come
molto scomoda.
neggiato il Paese.
debitori verso lo
Ma la recente orStato. In più se
è una questione di
dinanza del tribuposso aggiungere
giustizia. Loro sanno nale romano del
bisogna contare
Gip Giulia Proto
anche i sacrifici
che la questione
sancisce l’esatto
in termini di vite
è scandalosa .
contrario. A noi
umane stroncate
le prime multe
dalla disperazione.
indirizzate alla singola azienda
Ma voi dovete pagare le multe in sono arrivate dall’annata 95-96 in
avanti. E in quel periodo succebase a conteggi sbagliati?
deva che mentre il regolamento
Un bilancio del sistema l’ha
prevede che ogni anno all’inizio di
tracciato anche la Corte dei
ogni campagna lattiera casearia lo
Conti che, nel dicembre 2012,
Stato ti deve inviare la tua quota di
ha dedicato al tema un’indagine
produzione per l’annata a venire,
specifica. “La confusione nella
determinazione dell’esatta produ- la comunicazione arrivava addirittura l’anno dopo indicando ciò che
zione di latte a livello nazionale
per l’inattendibilità dei dati forniti dovevi produrre l’anno prima. Noi
dall’amministrazione e dalle cate- abbiamo fatto ricorso e abbiamo
sempre vinto. Addirittura abbiamo
gorie di produttori, la persistente
una sentenza passata in giudicato
che condanna Agea, che è l’organismo che riscuote le multe, per
gli anni dal 95-96 fino al 2002/03
a non chiedere nulla e a ritornare
eventuali multe riscosse.
Quante aziende hanno fatto i
ricorsi?
Siamo 110 aziende in tutta Italia
ad avere questa sentenza di un
tribunale italiano. Questa sentenza di un provvedimento penale
e civile di una causa iniziata nel
2003 si è conclusa nel 2007 con
più udienze all’anno e noi non ci
siano arresi. Altre 15mila aziende
avevano fatto ricorso nei primi
anni e nel 2003 quando è uscita la
prima sanatoria sulle quote latte,
la famosa legge 119. Hanno poi
deciso di rateizzare ma nel momento in cui si rateizzava la prima
clausola stabiliva che si doveva
rinunciare a qualsiasi contenzioso. Quindi se io avessi voluto
mettermi in regola avrei dovuto
rinunciare alla causa che avevo in
essere e pagare tutte quelle multe
che poi nel 2007 sarebbero state
dichiarate da non pagare.
Paolo Mantile che riporta
una conversazione con il
dottor Giuseppe Ambrosio,
capo di Gabinetto nel 2010
del Ministro delle politiche
agricole e alimentari. Ambrosio dice «…qualcosa di
anomalo c’è…..quello che
avete detto voi è corretto
(riferendosi all’indagine
ndr) ma politicamente
bisogna comunque dire:
vabbè è comunque un documento di studio, perché
altrimenti dobbiamo restituire i 5 anni di quote che
ci hanno dato». Affermazioni importanti e gravi…
Ci sono in gioco le 15mila
aziende che stanno pagando
le multe dal 95 al 2003. Ma
primo non sono da pagare
perché i dati sono falsi e secondo
non sono da pagare perché c’è la
sentenza che dice che i bollettini
sono arrivati in ritardo e la colpa
è dei funzionari. Nel 2007 un
giudice ha detto che le multe non
erano da pagare e il lavoro dei carabinieri non c’era ancora. Come
si può dire che le multe vanno
pagate perché le leggi vanno
rispettate quando qui ho un capo
di gabinetto che chiede di tenere
nascosti i dati per non risarcire
tutte le aziende. Il capo di Gabi-
netto ha convocato il colonnello
nel suo ufficio e il colonnello è
andato con il registratore nel taschino e quello gli dice più volte:
non siamo registrati, qui lo dico
e qui lo nego, queste cose non le
ho mai dette, questa è ufficiale.
La registrazine è depositata in
pretura. Adesso stiamo aspettando
che il PM Pisani metta in atto con
dovizia quanto chiesto dal giudice
Proto cioè che riformuli i capi di
imputazione con nomi e cognomi
e noi stiamo aspettando che la
dottoressa Proto si pronunci su un
provvedimento analogo su cui c’è
stata una discussione il 20 novembre con capi di imputazione e
nomi e cognomi.
Una vicenda complicata ma da
prima pagina perché non è stato
dato il giusto risalto secondo
lei?
Questa è una verità molto scomoda. È una questione di giustizia
questa. Loro sanno che la questione è scandalosa. Ci sono i carabinieri che stanno facendo domande
in tutte le aziende agricole perché
vi sono quelle che non hanno più
la stalla e stanno continuando
a prendere contributi. In alcune
regioni del Nord stanno indagando ma alla televisione è uscito
qualcosa? No.
In più i conteggi sono stati sbagliati secondo il tribunale, cosa
accertata anche dall’indagine
del Tenente colonnello Marco
FAm - 21
T ribunale O rdinario di R oma
S ezione dei G iudici per le I ndagini P reliminari O rdinanza
di A rchiviazione a S eguito di O pposizione
Il G.i.p., D.ssa Giulia Proto,
titolare del procedimento iscritto
a carico di IGNOTI per il reato di
cui all’art. 640 c.p.; letta la richiesta di archiviazione formulata dal
p.m.; letti gli atti di opposizione
alla richiesta di archiviazione;
sentite le parti all’udienza camerale del 16.10.2013;
osserva
Affrontando preliminarmente il
problema delle quote latte non
revocate, con indebita percezione
dei contributi da parte di terzi,
l’indagine ha evidenziato che
le quote da revocare per mancata produzione di latte ovvero
per produzioni inferiori al 70%
della quota latte assegnata erano
certamente superiori rispetto a
quelle effettivamente revocate;
tale omissione è certamente ·
ascrivibile ai funzionari dell’AGEA, organo competente in
materia, con conseguente danno
ai produttori in quanto le quote
revocate devono essere ridistribuite ai produttori gratuitamente.
Tuttavia così come evidenziato
nell’informativa del 10.5.2011
del Comando Carabinieri delle
Politiche Agricole e Alimentari,
la situazione accertata determina
una responsabilità dell’AGEA
quantomeno per “colpa grave”.
Ebbene, in mancanza di elementi
che possano far evincere l’ elemento psicologico del reato per
cui si procede - ossia il dolo - non
può dirsi - integrata la truffa: la
colpa grave, non consente di rite22 - FAM
nere il fatto penalmente rilevante
pur essendo assai grave la condotta tenuta dai funzionari che, in
ogni caso, deve essere fatta valere
in altre sedi. Né appare allo stato
possibile integrare le indagini anche al fine di verificare chi ha percepito il contributo comunitario in
quanto l’ accertamento in ordine
alle revoche non intervenute sulla
scorta dei dati in possesso della
PG riguarda campagne di anni per
i quali è maturato il termine di
prescrizione del reato (campagna
2003-2004). Peraltro, a seguito
dì delega di indagine da parte del
P.M., la P.G. non era in grado di
precisare a quale soggetto ascrivere le condotte, anche al fine di
stabilire la competenza territoriale. Quanto alla non corretta quantificazione delle quote latte che
ha cagionato ingenti danni sia ai
produttori che allo Stato Italiano a
causa della comminazione di sanzioni per aver “sforato” la singola
quota latte attribuita, si concorda
con il P.M. nella parte argomentativa in ordine ad un mero errore
di natura contabile per gli anni in
cui ancora la questione non era
all’attenzione dei media e prima che venissero comminate le
sanzioni: non può infatti ipotizzarsi il reato di truffa in quanto
a fronte del danno cagionato,
mancherebbe l’ingiusto profitto
in favore dei soggetti agentifunzionari AGEA- che pertanto
non avrebbero avuto interesse
a falsificare il dato, con conseguente impossibilità di ravvisare
l’elemento psicologico del reato
(da qui la deduzione del P.M. del
mero errore dì natura contabile).
Tuttavia ciò che non convince e
che merita approfondimento, è la
condotta. tenuta successivamente
dai funzionari di AGEA che, per
giustificare l’ errore commesso
(e quindi evitare responsabilità contabili) hanno chiesto la
modifica dell’algoritmo, ossia
dei criteri di calcolo del numero
dei capi potenzialmente da latte.
Sulla scorta delle s.i. t. del dott.
Di Sotto si evince che inizialmente l ‘algoritmo - che si basa sul
lavoro della Commissione Mariani – prese in considerazione come
criteri per individuare gli animali
potenzialmente in grado di produrre latte, l’elenco delle razze,
il numero dei giorni di presenza
dell’animale in stalla e l’ età dell’
animale che in una prima fase
era quella compresa tra i 24 mesi
e i dieci anni di età. Successivamente, così come confermato dal
dottor Luigi Possenti dell’ l.Z.S.
venivano modificati i criteri per
l’ottenimento dell’algoritmo ed
il limite massimo di età passava
da 120 mesi dell’animale a 999
mesi (ossia 82 anni di età)! Ciò
avvenne per espressa richiesta dei
funzionari di AGEA, con l’evidente fine di giustificare il dato in
eccesso che aveva determinato le
sanzioni: in particolare la volontà
di modificare tale limite proviene
dal dottor Cerquaglia che, nella
mail inviata alla d.ssa Dì Gianvito
ed Isocrono del 13.7.2007 indica
la necessità di innalzare il limite
massimo dell’età dell’animale da
120 a 999 mesi (all. 91 all’info
del 4.11.2010). A questa segue la
mail del 23.7.2007 sempre inviata
da Cerquaglia agli stessi interlocutori, in cui si dice espressamente che l’ innalzamento del limite
massimo a 999 mesi “è esattamente quello che vorremmo”
(cfr. all. 92 info). In tal modo,
portando il limite massimo da 120
mesi a 999 mesi si ha una differenza in aumento di 300.000 capi.
Scrivono i Carabinieri delle Politiche Agricole e Alimentari che in
considerazioni di semplici ed elementari nozioni riportate alla pag.
130 della informativa già citata
“si deduce come la vita media –
per lattazione - di un capo bovino
non possa andare oltre gli otto
anni, quindi non si spiega come
possa essere stato elaborato ed
imposto un algoritmo che prenda
in considerazione un limite di età
superiore ai l00 mesi” (cfr. cit.
pag. 130). E’ evidente che ciò
determina significative differenze nel calcolo della produzione
nazionale di latte sulla scorta di
tali criteri rispetto ai criteri che
tengano conto del reale potenziale
di produttività di latte dell’animale. Tale dato non rispondente alla
realtà il cui inserimento è stato
fortemente voluto dai funzionari
di AGEA, che non potevano certo
ignorare la sua inverosimiglianza,
comporta calcoli non rispondenti
al vero, calcoli che vengono inseriti in atti il cui contenuto deve
pertanto ritenersi ideologicamente
falso. Pertanto, se è vero che non
può ipotizzarsi il reato di truffa,
non altrettanto può dirsi, in ordine
al reato di falso. Vero è che il
G.I.P. non può •ordinare” al P.M.
iscrizioni per reati diversi, tuttavia può “sollecitarlo” per nuove
iscrizioni.
P.Q.M.
visti gli artt. 408 e ss. c.p.p. e 125
del D. Lgs. n. 271/1989; dispone
l’archiviazione del procedimento in ordine al reato per cui vi è
stata iscrizione (art. 640 c.p.) con
la restituzione degli atti al p.m.,
anche affinchè valuti in merito ad
una eventuale nuova iscrizione a
carico dei funzionari dell’AGEA,
previa identificazione, per il reato
di cui all’art. 479 c.p.
Roma, 13.11.2013
ll Giudice per le Indagini Preliminari
dott. Ssa Giulia Proto
FAm - 23
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