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BOLOGNA E I SOGNI DI ROCCIA

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Tariffa R.O.C.: Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 1, DCB - Bologna.
Quota di abbonamento della pubblicazione euro 1,00 corrisposta dai destinatari con il rinnovo all’Associazione per l’anno in corso.
SulMonte
CAI - SEZIONE “MARIO FANTIN” BOLOGNA - NOTIZIARIO AI SOCI
SULLE OFIOLITI
DI CASA NOSTRA
Arrampicate e cammini
tra Futa e Raticosa
LA MONTAGNA
VA AL CINEMA
BANFF e Vie dei Monti,
rassegne di film, documentari,
incontri in città
n° 1/2014
BOLOGNA
E I SOGNI DI
ROCCIA
SUL MONTE
Notiziario ai soci n. 1/2014
Club Alpino Italiano
Sez. Mario Fantin, Bologna
Direttore Responsabile
Luca Calzolari
In redazione
via Stalingrado 105
tel. 051 234856
Ezio Albertazzi
Marino Capelli
Clara Cassanelli
Elisabetta Dell’Olio
Marta Fin
Stefano Chiorri
Gabriele Rosa
Barbara Stacciari
Giorgio Trotter
Elena Vincenzi
Progetto grafico e impaginazione
Clara Cassanelli
Barbara Stacciari
Elena Vincenzi
Foto di copertina:
Fabrizio Franceschini
Per articoli, foto, segnalazioni:
[email protected]
Stampa
Grafiche A&B
Via del Paleotto 9/a - Bologna
[email protected]
Tel. 051 471666
Registrazione
c/o Tribunale di Bologna
n° 4227 del 1972
CLUB ALPINO ITALIANO
Sezione Mario Fantin - Bologna
Via Stalingrado, 105
tel/fax: 051 234856
e-mail: [email protected]
www.caibo.it
Segreteria
tel/fax: 051 234856
Martedì ore 9-13
Mercoledì, Giovedì,
Venerdì ore 16-19
COMUNICAZIONI AI SOCI
RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL CONSIGLIO
DIRETTIVO
Le preferenze espresse dai soci risultano le seguenti:
Preferenze candidati consiglieri
1. Benvenuti Maria Barbara 195
2. Romiti Mario, detto Gneo 161
3. Vincenzi Elena 146
4. Dal Pozzo Sandro 136
5. Monti Antonella 112
6. Albertazzi Ezio 111
7. Pini Mauro 106
8. Rosa Gabriele 100
9. Cannataro Eugenio 68
10. Paticchia Vito 61
11. Calzolari Francesco 61
12. Rani Alessandro 57
13. Osti Stefano 50
14. Fossati Lorenzo 27
15. Fermi Sante 2
16. Baranzoni Gianluigi 2
17. Ruggeri Vinicio 1
18. Ferri Paolo 1
19. Santini Mattia 1
20. Poli Gianluca 1
Preferenze Candidati revisori
1. Alessandro Geri 146
2. Donati Katia 144
3. Caravita Giancarlo 111
4. Guardigli Cristina 4
5. Fabbri Alessandro 1
6. Calzolari Francesco 1
7. Ghini Giovanni 1
8. Monti Antonella 1
PRESENTIAMO LA NUOVA REDAZIONE
Da questo numero la redazione può contare su nuovi collaboratori!
Diamo il benvenuto a Marino Capelli, Elisabetta Dell’Olio, Marta
Fin, Gabriele Rosa e Giorgio Trotter.
Chiunque abbia voglia di collaborare, può contattare la segreteria
[email protected]
IMPORTANTISSIMO:
DESTINATE IL VOSTRO 5X1000
AL CAI!
5 per
mille
Chiuso in redazione
il 31/3/2014
Nella tua Dichiarazione dei Redditi scegli di
destinare il tuo 5x1000 alla nostra Associazione.
Sotto la firma, nello spazio “codice fiscale del
beneficiario” inserisci:
Codice fiscale: 80071110375
La quota della tua imposta sul reddito contribuirà
alle azioni del CAI di Bologna per la tutela della
montagna, la sicurezza dei suoi frequentatori
attraverso una formazione di alta qualità e la
manutenzione dei percorsi escursionistici e dei
rifugi.
PUNTI RINNOVO TESSERA ANNUALE
2
L’acqua che berremo
L’Acqua che berremo è il nome di un progetto che guarda al futuro dell’acqua. Il titolo riprende
in parte quello dell’iniziativa avviata nel 2002 dal mondo speleologico in occasione dell’Anno
Internazionale delle Montagne. Società Speleologica Italiana, Federparchi, Federazione Bacini
Imbriferi Montani e Cai (attraverso CCS E CCTAM) hanno deciso di fare rete per mantenere alta
l’attenzione sull’acqua della montagna e più in generale sul futuro dell’acqua nel nostro pianeta.
Nell’ambito del progetto, durante il 2014 in diverse regioni italiane (tra cui Abruzzo, Friuli Venezia
Giulia, Puglia, Sicilia, Toscana, Valle D’Aosta e Veneto e altre se ne aggiungeranno) si terranno
convegni, escursioni, workshop e iniziative nelle scuole con l’obiettivo di rilanciare il tema
dell’attenzione all’acqua.
Il progetto mette in primo piano la tutela degli ambienti carsici - naturalmente non ci si limiterà
all’ambiente ipogeo - dei loro acquiferi e dei grandi serbatoi custoditi nel ventre calcareo. Acque
che ritornano alla luce come fondamentale risorsa idropotabile. Sull’importanza del rapporto
acqua-montagna è sufficiente ricordare che oltre il 50% della popolazione mondiale dipende
dall’acqua dolce fornita dalle Terre alte.
Per il Cai è necessario promuovere il valore della ‘cultura dell’acqua’, basata sul legame uomoambiente e sulle implicazioni sociali ed economiche della civiltà e dello sviluppo dell’umanità.
L’Acqua che berremo si lega inoltre al progetto ONU ‘Acqua fonte di vita’, avviato nel 2005 con
l’obiettivo di dimezzare, in 10 anni, a livello planetario, il numero delle persone che non hanno
accesso all’acqua.
Il diritto all’acqua è un’emergenza vitale per ogni essere vivente e la lotta alla riduzione delle risorse
del pianeta deve vedere impegnati tutti noi. Le riserve idriche di domani dipendono dunque dalla
nostra capacità di preservarle nella loro integrità. Diamoci da fare.
Luca Calzolari
IN QUESTO NUMERO
4
CORSI & FLASH
6
Dietro la foto
PARCO NAZIONALE
APPENNINO TOSCOEMILIANO
a cura di Barbara Stacciari
Marco Albertini
7
In primo piano
ROCCA DI CAVRENNO
Elisabetta Dell’Olio
LE OFIOLITI TRA I PASSI
DELLA RATICOSA E FUTA
10
Cinema e montagna
LE VIE DEI MONTI
16
Nicola Arrigoni
Roberto Tonelli
BANFF FILM FESTIVAL
UN GIORNO TRA I CASTAGNI
DI CASTEL DEL RIO
Elisabetta Dell’Olio
12
La nostra storia
K2, SOGNO VISSUTO
Vinicio Ruggeri
14
Vita di sezione
I RAGAZZI DEL CORO
In viaggio
PEDALATE OCEANICHE
Claudia Antonini
Vinicio Ruggeri
Ezio Albertazzi
3
una “vecchia” corsista
20
Ciclocai
IN CONCORSO!
a cura di Patrizia Montanari
21
Un passo dopo l’altro
COOPERATIVA PAESE
Marco Tamarri
NOTIZIE DAI CORSI
Fanano sono state le mete più vicine mentre Lagorai e Val Maira
i weekend interi.
Il tema principale che ha accompagnato tutto il corso e principio
fondamentale del CAI è stato quello di insegnare a vivere la
montagna in sicurezza, rispettarne l’ambiente e riconoscere
l’importanza dello stare in gruppo.
Il coronamento di questo percorso durato due mesi è stata la
pianificazione da parte degli allievi in completa autogestione
dell’uscita / escursione in VAL MAIRA, della durata di 3 giorni, e
relativa discussione collettiva.
Non poteva mancare come di consuetudine una cena di fine
corso per guardare tutti assieme ai propri progetti futuri
all’interno del CAI.
Un ringraziamento speciale da parte di tutti gli allievi va a
Mauro PINI per la sua simpatia, passione e professionalità nel
dirigere questo corso e a tutti i collaboratori CAI che lo hanno
accompagnato in questa ultima fatica.
Grazie a tutti! Giorgio T.
CORSO DI ESCURSIONISMO INVERNALE 2014
Si è appena conclusa l’edizione 2014 dell’oramai consolidato
appuntamento sull’escursionismo invernale tenuto dalla “scuola
sezionale di escursionismo” del CAI di Bologna.
Al corso hanno partecipato 34 allievi divisi tra 20 Uomini e 14
donne, di cui ben 15 sono diventati nuovi soci e questo conferma
l’attenzione, che come CAI, dobbiamo portare alla formazione sia
come veicolo di aumento della sicurezza nell’andare in montagna
che per l’avvicinamento alla nostra organizzazione di nuove leve.
Un altro dato interessante è stata la notevole quantità di
giovani che vi hanno partecipato: ben 18 sotto i 36 anni di cui
4 sotto i 26. Altri dati importanti legati al corso sono stati: 10
lezioni teoriche e 5 uscite in ambiente di cui 2 della durata di un
weekend intero. In totale 84 ore di formazione piena di contenuti
e con la partecipazione di importanti esperti nel settore. A detta
dei partecipanti stessi il corso di escursionismo invernale 2014
proposto dal CAI di Bologna è stato un ottimo banco di prova
per chi si è voluto avvicinare a un modo di andare in montagna
più lento, ma che permette ancor di più di cogliere la bellezza
dei magici scenari invernali, quello delle ciaspole. Le serate di
teoria, che hanno spaziato dalla meteorologia alla cartografia,
dal riconoscere le tracce della fauna invernale alla scelta del
giusto equipaggiamento, hanno trovato un riscontro pratico
nelle uscite sul nostro Appennino e sulle Alpi. Da sottolineare
la lezione in cui è stato insegnato l’uso dell’ARTVA, sonda e
pala, e la pratica simulata di ricerca del travolto da valanga
fatta direttamente sul campo. Sestaione, Abetone, Ospitale di
La Barbiana Monte Sole verrà ripetuta anche quest’anno dal 28 aprile al 4 maggio 2014
Si può partecipare in tre modi: o tutto il viaggio, o solo da Vicchio fino a San Piero o da San Piero fino a Marzabotto. Sono previsti
incontri con testimoni che hanno vissuto personalmente quelle realtà.
Per maggiori informazioni consultate il nostro sito www.caibo.it oppure contattate direttamente gli organizzatori Sergio: 338 7491322,
Marinella: 338 4788611
Riportiamo una piccola raccolta di pensieri dei partecipanti alla Barbiana Monte Sole 2013
Insieme, lungo i sentieri della Resistenza: le emozioni di Rita, Martina, Maurizio, Antonello
I contatti, la curiosità di Cinzia, la storia in mezzo alle ginestre, il sorriso dolce di Martina, il cappello pieno di viaggi di Luigi, la
delicatezza birichina di Eleonora, l’antiruggine di Sergio, il passo perfetto e salvatore di Franco sulla salita di Monte Gazzaro, i racconti
sul Cile di Andrea, Giorgio Tosi che dice “Lo spirito della Costituzione è quello della Resistenza” e conclude dicendo che “bisogna
mantenere vivo lo spirito della Resistenza”, le gambe lunghissime di Cristina, le battute di Rezia, esperta in patatine, la leggenda di
Paolo, Franco Zanni che ci conta “al modo indiano”, Alessandro Baldi, figlio di un partigiano, che ha sposato una donna tedesca, la
discesa da Monte Sole lungo lo stretto crinale di un calanco e la scoperta di una nuova fioritura, solo con Antonello ... (Rita)
Per me la bellezza di uno spettacolo sta tutta nella misura in cui esso ha la capacità di scuoterti nel profondo, di far vibrare corde
che non sapevi di possedere, di spiazzare le prospettive da cui si è soliti guardare il mondo ... Per tre giorni lungo i sentieri della
Resistenza mi sono portata sulle spalle il peso ingombrante dello zaino e mi sono tirata dietro le gambe pesanti e il respiro corto di chi
non ha l’abitudine al cammino. Oggi sono a casa con le spalle più larghe e più forti per farsi carico delle storie raccolte, le gambe più
svelte per portare quelle storie sempre più lontano, il respiro profondo per trovare il fiato per raccontarle e la testa e il cuore pieni
fino a scoppiare dei sorrisi di tutti, di quell’abbraccio lungo come l’Appennino...(Martina)
Darci un voto credo che sia difficile, più del massimo non si può e poi non è giusto, pero, rimane sicuro che noi questa esperienza la
rifaremmo volentieri. E tanto basta ...(Maurizio)
Pensavo di fare una bella escursione e invece ... è stata un’esperienza a dir poco fantastica, di inaspettata emozione e che ha
raggiunto un momento veramente toccante stamattina ...(Antonello)
Un percorso storico fra architettura, cultura e ambiente
7.04.2014 • 22.04.2014
Quadriportico di Vicolo Bolognetti
Quartiere San VItale
Bologna
C’è tempo fino al 22 aprile per
visitare la bellissima mostra
“Rifugi alpini ieri e oggi”,
nel quadriportico di Vicolo
Bolognetti, Quartiere San Vitale.
Bivacco Gervasutti, Grandes Jorasses 2011 © Foto Francesco Mattuzzi
Rifugi alpini ieri e oggi
La mostra ripercorre la storia della
costruzione di rifugi e bivacchi
sull’intero arco alpino.
in collaborazion con
COMUNE DI BOLOGNA
Quartiere San Vitale
4
Libri&Co a cura di Elisabetta Dell’Olio e Giorgio Trotter
Per le vostre segnalazioni inviate una mail all’indirizzo: [email protected]
Antonio Iannibelli
Un cuore tra i lupi.
Ed. let. riservata, 2013, euro 15,00
tratti da realismo magico, accesi e
talvolta poetici. Una terra rude ma
al contempo fascinosa proprio come
il protagonista silenzioso del libro,
quel lupo sognato e inseguito per
una vita.
Le foto di Iannibelli riportate nel
libro sono straordinarie, fanno capire
come nel fotografo naturalista ci
sia il vero amore per la natura, a
volte viene definito: “uno stregone
dei boschi”, certamente un uomo
capace di entrare in sintonia con
l’ambiente naturale.
mie paure, le ritirate e le batoste,
nei racconti non mancano i
sentimenti, i sensi di colpa, le
ipocrisie e, più di tutto, l’egoismo.
Questa ultima è la caratteristica
principale che accomuna tutti gli
scalatori compulsivi come me”.
Cheryl Strayed
Wild
Ed. Piemme 2012 - 18,50 euro
Roberto Iannilli
Forse accade così
Alpine Studio, 2011 - 19,90 euro
«Cinque, sei, forse otto lupi
ulularono insieme a me, nel
silenzio completo della notte più
bella della mia vita. Vibrazioni
primordiali che mi trasformarono
nel bambino che ero stato,
riaccendendo nella memoria i
meravigliosi racconti di mio nonno
… Era appena iniziato novembre,
il mese dei lupi che ululano.»
Un cuore tra i lupi è un libro di
ben 217 pagine divise tra la storia
della prima infanzia dell’autore e
la sua esperienza a Bologna, con
un capitolo pieno di affascinanti
descrizioni sui lupi, il loro mondo
e di tutti i trucchi e le difficoltà
incontrate per avvicinarli e poterli
fotografare nel loro regno naturale.
Completa il libro una raccolta
fotografica particolarmente curata
La storia di Antonio Iannibelli,
fotografo naturalista e studioso
di lupi, parte dall’infanzia vissuta
all’ombra del bosco Magnano,
nel cuore del Pollino in Lucania,
sotto la guida di un nonno custode
dell’antica sapienza contadina.
L’arrivo nel tumultuoso mondo
cittadino, con la terra d’origine
che si ritrae in un angolo di ricordi
e nostalgie. Alla fine la riscoperta
della natura e l’inaspettato incontro
con l’archetipo stesso del mondo
selvaggio, simbolo immotivato di
crudeltà e oggetto di persecuzioni,
porta alla scrittura di questo
semplice e meraviglioso libro.
Avventure, briganti, transumanze,
drammi singolari e collettivi, e in
ultimo il ritorno in uno scenario
che segna profondamente i suoi
figli: quella Lucania descritta con
Le pagine del bel libro intitolato “…
forse ACCADE COSI’. L’alpinismo:
un gioco, ma non uno scherzo”
ci raccontano quello che Roberto
Iannilli, attivissimo alpinista di
Ladispoli (Roma) ha cercato di
comunicare sulla sua esperienza.
Tra le pagine non troverete la
solita autobiografia dell’alpinista
indomito, che tra ghiacci eterni
o rocce pericolanti mette a
repentaglio la propria vita per la
vetta. Quello che racconta Iannilli
è una storia di un alpinista come
tanti, forse solo con un po’ più
di testa dura della media, con il
suo bagaglio di debolezze e di
paure. Quelle descritte nel libro
sono sensazioni comuni a tutti
gli alpinisti, bravi e meno bravi.
Sensazioni spesso trascurate,
considerate meno interessanti
o addirittura sconvenienti. Un
racconto, senza prendersi troppo
sul serio, con la consapevolezza che
l’alpinismo resta un gioco, anche se
non uno scherzo.
Dice Iannilli: “nel libro si trovano le
5
“Wild. Una storia selvaggia di
avventura e rinascita” è un diario
di viaggio: racconta il percorso
fatto da una giovane ragazza, dopo
esperienze dolorose, sulle montagne
americane, sulla “alta via” nel PCT
(Pacific Crest Trail). Emozionante,
ben scritto, da leggere in un fiato,
dice la nostra socia Simona Pasini.
Da leggere con gusto ma da non
imitare, però, se si vuole affrontare
un trekking: la protagonista era
priva di allenamento e di cognizioni
su un equipaggiamento adatto
per un trekking così lungo e senza
denaro.“Dopo la morte prematura
della madre, il traumatico naufragio
del suo matrimonio, una giovinezza
disordinata e difficile, Cheryl a soli
ventisei anni si ritrova con la vita
sconvolta. Alla ricerca di sé oltre che
di un senso, decide di attraversare
a piedi l’America selvaggia tra
montagne, foreste, animali selvatici,
rocce impervie, torrenti impetuosi,
caldo torrido e freddo estremo. Una
storia di avventura e formazione, di
fuga e rinascita, di paura e coraggio.
Una scrittura intensa come la
vicenda che racconta, da cui
emergono con forza il fascino degli
spazi incontaminati e la fragilità
della condizione umana di fronte a
una natura grandiosa e potente”.
DIETRO LA FOTO
PARCO NAZIONALE DELL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO
Il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano si estende a cavallo di Emilia e Toscana e
comprende alcune vette appenniniche che superano la fatidica “quota 2000”. Tra queste,
il Monte Cusna (2120 m), noto anche come “il gigante che dorme” per il particolare
profilo che assume il suo crinale, ed il Monte Prado (2054 m), caratterizzato da ampie
e verdeggianti praterie nel versante toscano, mentre in quello settentrionale ospita il
modesto ma suggestivo specchio d’acqua del Lago Bargetana di antica origine glaciale.
Dopo una generosa e quantomeno inaspettata nevicata notturna, la mattina di Dati di scatto
Pasqua di 2 anni fa, in prossimità del Rifugio Cesare Battisti, ho trovato questo Corpo macchina: Canon IXUS 310 HS
scenario da disgelo al Lago Bargetana. Mi sono abbassato vicino al pelo dell’acqua Obiettivo: Canon 4.3-18.8 mm (equivalente
a 24-105 mm su formato pieno) 1:2.0-5.8
per inquadrarne, con l’ottica grandangolare, parte della superficie liquida e parte di IS
quella ghiacciata. Sia il primo piano che lo sfondo, con lo sperone roccioso di Monte Diaframma: f/5
Cipolla che si innalza per “toccare” le nuvole, sono a fuoco grazie, più che alla chiusura Tempo di scatto: 1/250 s
Sensibilità ISO: 100
del diaframma, alla piccola dimensione del sensore della mia compatta Canon. Ho Compensazione esposizione: -1/3
scattato a mano libera. Importante: se e quando volete uscire a fotografare in queste Lunghezza focale: 4.3 mm
del bianco: nuvoloso
condizioni meteo, caricate completamente le vostre batterie perché il freddo intenso Bilanciamento
Scatto a mano libera
ne accorcia velocemente la durata della carica! Buone foto a tutti!
No flash
6
In primo piano: Bologna e i sogni di roccia
ROCCA DI CAVRENNO
arrampicatori in Appennino
Benito Modoni (Benni),
scopritore della falesia
insieme a Luigi Zuffa
di Elisabetta Dell’Olio
Di recente sono stati effettuati alcuni interventi di
manutenzione logistica e di riattrezzatura di molti
itinerari, grazie all’incessante lavoro di persone
come Fabrizio, Paolo e Marco e dei ragazzi di
Progresso Verticale (Castelmaggiore) che hanno
anche realizzato un sentiero curatissimo che
porta all’attacco dei monotiri.
Il tutto sia grazie all’autofinanziamneto, sia grazie
alla Polmasi con la quale è stata organizzata una
gara di arrampicata che ha visto la parecipazione
della palestra di Padulle. Il costo dell’iscrizione alla
gara (2,5 euro) ha finanziato qualche chiodatura,
tra cui “Fixami per sempre” che era anche il nome
della gara.
Alcuni lavori di pulizia sono stati fatti anche dal
Cai di Imola.
Valorizzati anche due nuovi settori fino a poco
tempo fa ancora vergini. Su uno di questi, il
Pilastro Nascosto, è stata tracciata una via non
ancora liberata, che pare sia un bellissimo 8a.
In progetto ,altre realizzazioni.
Nelle vicinanze del passo della Raticosa, al confine
tra l’Emilia Romagna e la Toscana, si trova la falesia
del Rocchino che è un caratteristico sperone di
roccia alloctono di calcare a calpionelle (fossili)
con numereso vene argillitiche, che spunta dai
dolci colli dell’Appennino tosco-emiliano.
Scoperta dai mitici arrampicatori bolognesi
Benito Modoni (Benni) e Luigi Zuffa intorno al
1956, grazie alla famiglia di Benni, che per motivi
di salute affittò una casa in quella zona, la Rocca
di Cavrenno, ora conosciuta come il Rocchino,
diventò un sito per arrampicatori su cui, dopo
un’accurata pulizia, vennero tracciate alcune
vie in libera. Poi il CAI di Loiano tracciò una via
in artificiale ed una ventina di anni dopo un
arrampicatore locale chiodò un 7a.
Negli anni successivi il Rocchino fu quasi
abbandonato, fino a che, circa 20 anni fa, alcuni
appassionati arrampicatori della zona decisero,
per passione e divertimento, di rivalutare questo
scoglio di roccia, chiodando nuove vie di difficoltà
variabile, dal 4 al 7c.
7
Il Rocchino è quindi indicato per arrampicatori
principianti e non.
Nonostante ci sia una prevalenza di vie di placca,
non manca qualche posto strapiombante per
mettersi alla prova contro la forza di gravità. Il
Rocchino si può scalare da ogni parte e la via più
alta è di circa 35 metri.
A causa dell’altitudine, 1000 metri circa,
e del tempo spesso ostile, questa falesia è
particolarmente indicata per le torride giornate
estive,in altrenativa alla Rocca di Badolo. Spesso
il venticello fresco, che spira frequentemente in
quella zona, ritempra lo scalatore, che dalla torrida
Bologna estiva si ritrova a scalare al Rocchino,
magari con un felpa addosso!!!
La roccia purtroppo non è sempre compatta
e richiederebbe una maggiore manutenzione
per rendere le pareti più sicure evitando la
caduta, a volte inevitabile, di pietre smosse dagli
arrampicatori durante le scalate, ciò non toglie
che la chiodatura sia davvero molto ravvicinata e
quindi sicura, e un intelligente uso del caschetto,
con un sapiente uso delle manovre permette
un’arrampicata del tutto serena.
Ricordiamo a tutti coloro che volessero andare
a scalare al Rocchino, di essere sempre rispettosi
dell’ambiente circostante, specie perché il terreno
sul quale si erge la falesia , è di proprietà privata.
Buon divertimento!!!
Ringrazio Fabrizio e Paolo per le preziose
informazioni e per le splendide fotografie , i
ragazzi di Monghidoro (tra cui Marco, che ha
chiodato alcune tra le più belle vie della parete
sud).
Fonti: falesie.it ed Evoluzione Verticale.org
veduta del Rocchino
Accesso
Il valico appenninico del Passo della
Raticosa è raggiungibile comodamente
sia dal versante toscano sia da quello
emiliano. Si tenga come riferimento
la direttrice della SS. 65 della Futa.
Raggiunta la Raticosa scendere in
direzione di Monterenzio. Dopo circa
1 Km. si vedranno a sx le indicazioni
per Cavrenno (stradina asfaltata).
Parcheggiare “con cura” (NON sul
campo adiacente!) sulla dx della
carreggiata e prendere un’evidente
sentiero fino alla sella tra il Rocchino e
un altro scoglio roccioso.
Sconsigliato il periodo invernale, a
causa dell’altitudine (880 mt. circa) e
del vento.
In estate, invece, il luogo è veramente
godibile! Itinerari su tutti i versanti
aiutano a trovare la più idonea
esposizione.
parete sud
8
In primo piano: Bologna e i sogni di roccia
Le Ofioliti
tra i Passi della
Raticosa e Futa
di Ezio Albertazzi
Rocca di Cavrenno, Sasso di San Zenobio, Sasso
della Mantesca, Sasso di Castro, Monte Beni…
nomi più o meno noti di rocce che in alcuni casi
costituiscono delle curiosità per le loro diversità
dal paesaggio circostante. Sassi conosciuti per
lo più con il termine popolare di “pietre verdi”
per il colore predominante del serpentino, da
cui il nome scientifico dal greco ofio, serpente e
lito, roccia. Rocce eruttive metamorfiche, sezioni
di crosta oceanica e del sottostante mantello
che presumibilmente nel Giurassico sono state
sollevate e/o sovrapposte alla crosta continentale,
fino ad affiorare.
Le ofioliti sono uno dei tanti tesori ambientali
dell’Appennino tosco-emiliano. Relativamente
rari nel panorama regionale, gli affioramenti
ofiolitici, ricchi di fascino per la loro aspra bellezza,
variano da blocchi di piccole dimensioni a corpi
rocciosi di estensione chilometrica, con spessori
anche di centinaia di metri. In Emilia-Romagna
sono particolarmente concentrate in prossimità
del confine con la Liguria Orientale. In questo
settore, ma non solo, costituiscono una serie di
singolarità geologiche che rivestono notevole
interesse scientifico, paesaggistico e naturalistico,
tali da essere riconosciute come beni culturali o
siti d’interesse comunitario.
I già citati Monte Beni e Sasso di Castro si ergono
sino a quasi 1300 metri d’altitudine, nei pressi del
paese di Covigliaio (FI) e sono integrati nell’Area
Protetta gestita dal Comune di Firenzuola. Nella
storia di questo territorio, che ha visto incrementare
il traffico di merci e genti a partire dal tardo XIII
secolo, hanno avuto parte importante nella difesa
La valle dell’Idice dal Passo della Raticosa
delle vie di comunicazione tra Firenze ed il Nord
Italia; nella seconda metà del secolo scorso, con
lo sviluppo dell’attività estrattiva del minerale
contenuto nelle rocce ofiolitiche, hanno dato
lavoro a tanti e, purtroppo, la morte ad alcuni
dovuta alle fibre di asbesto.
Molto prima che lo scoppio delle mine di cava
sconvolgesse la pace di questi luoghi, alcuni
monaci solitari avevano eletto a sede della loro
piccola comunità eremitica il Sasso di Castro,
erigendovi alle pendici una chiesa ed un romitorio:
l’eremo di San Donnino. Probabilmente anche a
causa di ripetuti crolli di massi, in tempi non certi,
l’eremo fu abbandonato e non ne è rimasto altro
ricordo che poche pietre dove sorgeva e due
campanelle, collocate nelle chiese locali, una delle
quali riporta un’iscrizione che attribuisce l’eremo
al monastero di Settimo.
Un luogo tale che incuriosisce per tipicità, storia
e fascino non poteva non attrarre due vecchi
escursionisti con animo bambino quali siamo
l’amico Paolo ed io, così lo scorso anno ci siamo
messi in testa di realizzare un percorso ad anello
che, passando dall’eremo, unisse le due cime.
La realizzazione non appariva facile poiché alle
due estremità Nord e Sud del sito, due cave
ormai chiuse avevano per anni rosicchiato i
fianchi delle due montagne, cancellando o
interrompendo ogni traccia di precedenti sentieri,
ma con cocciutaggine, ripetuti passaggi, errori,
ripensamenti, sudore e panini, siamo riusciti nel
nostro intento ed ora lo affidiamo a queste pagine
perché altri ne possano godere.
9
L’escursione tra le ofioliti:
un sentiero ritrovato
Partenza da Covigliaio (lungo la statale della Futa).
A lato della macelleria (possibilità di parcheggio di
fronte) sale una stradella che si abbandona dopo
poche decine di metri, per salire a sin. Seguendo
l’indicazione per l’eremo. Si sale a mezza-costa
tenendo la sinistra ai successivi bivi, fino a salire, tra
rocce scure, allo spiazzo dov’era l’eremo. Volgendo
ad esso le spalle, si scende a sin. con alcuni ripidi
gradini, avendo come obiettivo la strada statale che
dall’alto avevamo circa seguito e ancora troviamo
sotto il sentiero; raggiuntala ci dirigiamo a Sud
seguendola per meno di un kilometro. Si supera
un vecchio accesso alla cava abbandonata a dx.
e si giunge ad una casa in evidente abbandono,
all’angolo di una stradella che sale aggirando il piano
di cava, attraversa la strada d’accesso più recente, un
boschetto ed ancora sale sino ad un pianoro dove si
trova una fonte: la fontana dell’Amore.
Da qui si diparte a dx. un sentiero, non sempre
evidente, che porta alla cima del Sasso di Castro
(piccolo pianoro erboso e croce). In direzione Nord
si segue tra gli alberi la cresta sino a raggiungere
una conca a sin. poco alberata e con un pendio che
consente di scendere senza pericolo, per arrivare ad
una sterrata che si seguirà a dx. ancora in direzione
Nord. La sterrata costeggia il versante occidentale
del Monterosso e prosegue quasi in linea retta.
All’altezza di un traliccio, un cancello (apribile) in
filo spinato, indicherà che siamo sul giusto percorso;
poco dopo appariranno le cime del Monte Freddi e
Monte Beni. La sterrata che nel frattempo è divenuta
un sentiero, confluisce in una strada da seguire a sin.
fino alla sella tra i due monti, da dove a sin. della
recinzione di un edificio, inizia il sentiero di salita
alla cima rocciosa e spoglia del Monte Beni; detto
sentiero occorrerà ripercorrerlo in discesa per tornare
alla strada che, sempre scendendo, ci riporterà a
Covigliaio.
Lunghezza km. 15
Dislivello m. +880 -883
Difficoltà: media (E)
Durata circa ore 5 soste escluse
APPUNTAMENTO CON
LE VIE DEI MONTI
8 maggio/4 giugno - Cinema Lumière
10
Maggio è alle porte e con esso tornano
Le vie dei monti: 4 serate e 6 film in
prima visione cittadina animeranno la
rassegna nata grazie alla sinergia tra CAI di
Bologna, Cineteca e Trento Film Festival.
Alcuni tra i temi più attuali nel mondo
della montagna verranno declinati tramite
storie e testimonianze provenienti da tutto
il mondo.
Si apre l’8 maggio con la ricostruzione del
disastro del K2 nel 2008 rappresentata in
The Summit, giovedì 21 si parlerà delle
conseguenze della Grande Guerra sulle
popolazioni che vivevano nei pressi della
linea del fronte con L’albero delle trincee
della coppia Scillitani / Rumiz. Giovedì 28
invece è interamente focalizzato su uno
dei temi più gravi e centrali degli ultimi
anni, l’acqua, attraverso due straordinari
documentari: Chasing Ice e Watermark.
La rassegna si conclude il 4 giugno con due
testimonianze provenienti dal mondo delle
spedizioni himalayane, 40 days at base
camp e Pura vida.
La rassegna si terrà presso il Cinema Lumière
di Via Azzo Gardino 65, Bologna.
L’avventura al cinema
BANFF Film Festival
di Elisabetta Dell’Olio
Il BMFF World Tour 2014 è approdato anche
in Italia: con 12 tappe nelle principali città
italiane per 12 serate spettacolari. Due ore ad
alta intensità con otto film pieni di avventura,
dall’arrampicata sportiva al freeride, dal base
jumping all’alpinismo, con le immagini inedite
dell’incredibile aggressione subita da Simone
Moro e i suoi compagni di spedizione a 6.000
metri sulle pendici dell’Everest ad opera di un
gruppo di sherpa inferociti.
A Bologna il 10 marzo, presso il cinema-teatro
dell’Antoniano, un folto a appassionato pubblico di
sportivi e non ha potuto godere delle spettacolari
immagini di imprese sportive compiute nella
cornice di una natura incontaminata, tra
montagne, lagni, fiumi e deserti, un concentrato
di emozionanti e coinvolgenti video mozzafiato!!!
Nella serata è intervenuta la guida alpina e
alpinista Alessandro Gogna che ha introdotto e
dato il via alla rassegna cinematografica.
Il programma dei film è su www.banff.it.
Uno speciale ringraziamento va alla organizzatrice
del Festival italiano: Alessandra Raggio.
Ci auguriamo di vedere tanti film di montagna
anche nel 2015!
Banff è una cittadina della regione dell’Alberta, in
Canada. 6.700 abitanti a 1.463 metri si altezza,
tra le montagne del Banff National Park. Un posto
ameno, famoso per essere il comune più alto
del Canada, per le sue vie e negozi specializzati
ferquentati dai più strampalati amanti dell’outdoor
e, soprattutto, per il BMFF, il Banff Mountain Film
Festival, la più importante e prestigiosa rassegna
di cinema di montagna (e outdoor in genere) del
mondo. Il programma della “più grande festa
dei film e dei libri di montagna” ha visto negli
anni passare le testimonianze di autori, registi,
alpinisti, climber ed esploratori dei più celebri (tra
questi anche Sir Edmund Hillary, il conquistatore
dell’Everest, lo scrittore Jon Krakauer, Riccardo
Cassin e Reinhold Messner).
La 38ma edizione del BMFF si è tenuta tra il 26
ottobre e il 3 novembre 2013: 9 intense giornate
hanno animato l’intera cittadina di Banff, con il
coinvolgimento attivo della popolazione locale
e la partecipazione di numerosi ospiti, relatori e
spettatori provenienti da ogni angolo del mondo.
Ogni anno sono oltre 300 i film, in concorso e
non, che vengono esaminati dai membri della
commissione internazionale. Tra questi circa 100
sono presentati al pubblico. Di varia durata e
soggetto, dai corti più “corti” di pochi minuti ai
lungometraggi dei più importanti registi e case di
produzione di settore, le proiezioni comprendono
anche diversi film in anteprima mondiale o
nazionale.
Come si chiude il sipario a Banff, prende il via il
World Tour tra Canada, Stati Uniti e altri 44 Paesi,
820 serate in circa 500 sedi, con la partecipazione
di oltre 300.000 spettatori.
Raggio, Gogna e uno dei giovani coinvolti nello staff
11
K2, SOGNO VISSUTO
ricordo di Mario Fantin
a 60 anni dalla storica
impresa italiana
di Vinicio Ruggeri
A Mario Fantin sono intitolate, a Bologna, la Sezione
del Club Alpino Italiano e una strada traversa di
via Marco Polo, ma in pochi lo conoscono e ancor
meno conoscono la sua opera.
Viene ricordato per essere stato il fotografo e
cineoperatore ufficiale della spedizione italiana,
prima al mondo, che conquistò il K2 nel 1954.
In quell’epoca il nostro Paese, uscito sconfitto
dalla guerra, riservava una attenzione ed una
aspettativa particolari verso l’alpinismo: in una
clima culturale che ancora non si era liberato
dalla retorica fascista, l’impresa italiana guidata da
Ardito Desio fu il veicolo per riaffermare l’orgoglio
nazionale e per restaurare una immagine
internazionale dell’Italia piuttosto deteriorata.
La vicenda della spedizione italiana al K2, si
sa, fu molto controversa; il ruolo di Ardito
Desio, autoritario capo spedizione anch’esso
sopravvissuto al fascismo con una predilezione
verso chi lo seguiva acriticamente, portò in vetta
Lacedelli e Compagnoni, sacrificando l’immagine
di Bonatti, riabilitato soltanto dopo decenni, dopo
aver rischiato di sacrificarne la vita stessa. E questa
è ormai storia nota.
Fantin si tenne un po’ discosto da queste
dinamiche, concentrandosi sul suo lavoro di
reporter, portato avanti magistralmente con
attrezzature ben diverse da quelle odierne e nelle
condizioni proibitive dell’alta montagna. Seguì
la spedizione fino ai 6.500 metri del campo
5, riprendendo la progressione dei compagni
mentre lui stesso doveva avanzare, badando
alla sua sicurezza, senza poter fermare in posa i
protagonisti, lavorando con le mani gelate sugli
strumenti gelati.
Oltre al suo libro “K2, sogno vissuto”, da quel
lavoro fu ricavato “Italia, K2”, un film che sembra
un “amico di Gioele” (ricordate i pupazzetti
divisi in due pezzi, che potevano essere rimontati
mettendo, che so, il busto di un coccodrillo sulle
zampe di una gallina?). Nel film, prodotto da
Fantin, asciutto, professionale e di grande impatto,
fu infatti giustapposta dal regista Marcello Baldi
una prima parte girata in Italia piena di retorica
12
sulla “conquista dell’alpe” ed un analogo parlato
composto da Igor Man, che poi divenne un
ottimo giornalista ma che allora, diciamo, doveva
ancora crescere.
Per diventare membro della spedizione Fantin
dovette reiterare più volte la domanda e solo
dopo diverse esitazioni fu accettato da Desio.
Fantin aveva 33 anni all’epoca della spedizione, e,
alle spalle, una storia anche drammatica.
Fin da ragazzo dimostrò una grande curiosità per
il mondo ed una propensione all’esplorazione.
Adolescente, figlio di friulani immigrati a Bologna a
vender lame, esplorò le grotte dei Gessi ed i Bagni
di Mario, fuori porta D’Azeglio, luoghi allora quasi
dimenticati dai bolognesi, traendone fotografie
con la Leica del padre e schizzi di suo pugno.
Frequentò la scuola per ragionieri, riportandone
un rigore mentale che, vedremo, mantenne
anche nel suo modo di andare in montagna.
Nel ‘41 andò in guerra in Montenegro con il
grado di tenente. L’8 settembre ‘43, con i suoi
soldati, rifiutò l’alternativa tra Repubblica di Salò e
prigionia nazista ed entrò nella divisione Garibaldi,
fedele al governo del re; fu ferito e si ammalò di
tifo; vide da vicino i consueti orrori che ogni guerra
reinventa e ne rimase profondamente segnato. Fu
congedato nel maggio ’46, dopo oltre un anno
di convalescenza, di cui lasciò un diario, mai
pubblicato, dove traccia un’implacabile accusa
contro i responsabili della tragedia italiana.
Ristabilitosi, si iscrisse al CAI nel dicembre 1946,
frequentò corsi di roccia e ghiaccio e cominciò
a salire le montagne, anche per lenire le sue
sofferenze interiori e ridare un senso alla vita,
ritrovando nei compagni di cordata una umanità
positiva e solidale.
Continuava a coltivare la passione per la fotografia,
portando sempre nelle sue uscite prima la
macchina fotografica, poi la cinepresa, e costruì
i primi documentari a carattere naturalistico. È a
questo punto che si inserisce l’esperienza del K2.
Tornato in Italia continuò a frequentare montagne
con la cinepresa e a costruire film in piena e totale
solitudine: riprendeva, montava, metteva titoli di
Scrisse centinaia di lettere ad alpinisti di tutto il
mondo, chiedendo materiali ed informazioni che
raccoglieva e catalogava. Da solo. E a sue spese.
Offri il materiale raccolto al CAI di Bologna e
al CAI centrale, chiedendo sostegno anche
finanziario, per portare avanti il suo centro di
documentazione, che chiamò CISDAE (Centro
Italiano Studio e Documentazione Alpinismo
Extraeuropeo).
Il suo lavoro era di sicuro interesse, ma non
c’erano risorse per finanziarlo. Sempre più solo e
sfiduciato, forse convinto di essere malato, si tolse
la vita nel luglio 1980 a 59 anni.
Il CAI recuperò poi il CISDAE, che oggi ha sede a
Torino, presso il Museo della Montagna, e svolge
un’opera importante per l’alpinismo, come
Fantin aveva intuito. Le sue opere, decine di film
e di libri, sono ormai sconosciute ed introvabili,
a meno di qualche copia, ancora al Museo
della Montagna. Qualche vecchio socio, che
l’ha conosciuto, sta cercando finanziamenti per
realizzare un film ed un documentario sulla sua
vita. Progetto molto interessante, ma non ci sono
ancora le risorse necessarie per realizzarlo. Noi,
intanto, lo vogliamo ricordare con molto affetto
e riconoscenza.
testa e di coda, costruiva la colonna sonora ed il
parlato. E vinceva premi al Trento film Festival e
dovunque presentasse il suoi lavori.
Fece molte spedizioni, al seguito di Guido
Monzino, magnate appassionato di montagna ed
esplorazioni: dalla Groenlandia al Sahara, dall’Asia
all’America latina, sempre riportando filmati e
materiali di ogni genere, oggi sparsi in diversi
musei: sculture in legno dall’Africa, ceramiche
dall’Asia, e sete, e altro ancora. Raccoglieva e
catalogava tutti i materiali delle sue spedizioni,
anche i più apparentemente insignificanti come
il biglietto della nave o il menù del ristorante. E
appunti, e schizzi, e cartografie, e dati e fotografie
sulle ascensioni, sui viaggi e sulle popolazioni.
Faceva film e scriveva libri, costruendo da
solo i menabò. Raccoglieva e catalogava tutto
meticolosamente, si definiva un “ragioniere
dell’alpinismo italiano extraeuropeo”. Ma i suoi
film ormai non vincevano più premi, superati
da prodotti più professionali. Ebbe tuttavia una
intuizione: si stava diffondendo la pratica delle
spedizioni internazionali e Fantin pensò che
raccogliere i materiali documentali man mano che
queste si realizzavano sarebbe stato utile anche
per offrire un servizio alle spedizioni successive.
POMPILI SUL K2 PER IL 60°
Campo base K2
Fantin è il secondo accosciato da sinistra
L’alpinista bolognese Giuseppe Pompili
sta organizzando per il prossimo
giugno una spedizione che tenterà
la scalata del K2 in occasione del
60-esimo anniversario della prima
salita di Lacedelli e Compagnoni. Si
tratta del suo terzo tentativo al K2.
13
Pedalate oceaniche
In viaggio lungo la Vélodissée
di Claudia Antonini e Vinicio Ruggeri
A volte succede che, a causa di una storta, di un
menisco che protesta o di un piccolo intervento
al piede, non si possano calzare gli scarponi e
andar per sentieri. Che fare allora? Un soggiorno
geriatrico in una amena località montana, con
buona scorta di libri, alla nostra età comincia ad
esercitare un certo fascino ... ma non è ancora
l’ora! Ci soccorre la bicicletta: si fa esercizio
fisico senza forzare le stanche ossa e, scegliendo
con cura l’itinerario, si possono avere grandi
soddisfazioni. Già, l’itinerario! All’inizio abbiamo
pensato alla ciclabile del Danubio: fatto il tratto
tedesco, ci manca quello austriaco. Poi, Vienna
non la vediamo da decenni.... Ma che barba!
Abbiamo 12 giorni disponibili, vogliamo osare
un po’ di più e ci mettiamo in cerca. La Rete
(ormai ci vuole la R maiuscola!) ci aiuta ancora
una volta e troviamo una roba che noi in Italia ce
la scordiamo: la Vélodissée, un percorso ciclabile
lungo 1.400 chilometri, quasi tutti in sede
protetta, che parte da Roscoff, taglia le brughiere
bretoni e poi costeggia l’Atlantico giù giù fino
14
a Hendaye, al confine con la Spagna sul golfo
di Guascogna (e ci sarebbe anche un prologo in
Cornovaglia!). C’è solo l’imbarazzo della scelta.
I ciclisti che si divertono solo se ci sono salite la
scarterebbero con una smorfia di disgusto, ma
a noi, innamorati della Francia e dell’oceano, ci
prende subito. Carichiamo le bici sul camper e si
va! Il viaggio è lungo, al ritorno avremo totalizzato
3.500 chilometri, ma ne sarà valsa la pena.
Scegliamo l’area da “battere”: scartata la Bretagna
(che molto amiamo e a cui vorremmo dedicare
presto un altro viaggio) andiamo da Nantes (dove
troviamo carte e guide) a La Rochelle, comprese
l’isola di Noirmoutier e l’Île de Ré. Abbiamo
pedalato tra allevamenti di ostriche (te le tirano
dietro: ne abbiamo comprate a 3,50 euro al
chilo, e poi le degustazioni, con un bicchiere di
muscadet e pane imburrato), piccole saline (veri
e propri campi coltivati a sale, con la baracchina
della vendita piazzata su un lato), zone umide
protette dalla convenzione di Ramsar, fari, coste
rocciose, spiagge sabbiose sterminate dove
abbiamo fatto il bagno giocando con le onde,
maree che coprono e scoprono chilometri di
spiaggia, la strada per l’isola di Noirmoutier che
si può percorrere solo con la bassa marea, perché
con l’alta marea va sotto anche di 4 metri.... E,
sulla via del ritorno, un passaggio a Bordeaux e
a Montbazillac, per le solite scorte di bevande e
scatolame (va be’ … rosso di St. Emilión, bianco
passito e fois gras, bisognerà pur godersi un po’
la vita!).
La Vélodyssée: un tour sull’Atlantico
È il percorso ciclabile più lungo di Francia, un viaggio straordinario
alla scoperta dei tesori delle regioni atlantiche. Copre più di
1200 km in Francia e 159 in Inghilterra, dalla costa atlantica della
Bretagna fino al confine con la Spagna. Il mare non è mai molto
lontano e si sviluppa all’80% su tracciati lontani o protetti dalle
auto. È supportato da mappe e informazioni anche interattive,
consultabili nel sito dedicato, per cui è possibile pianificare in
modo autonomo la propria Vélodyssée lungo i suoi 15 segmenti.
Costituisce un tratto dell’Eurovelo 1 (il primo dei 14 percorsi
ciclistici che costituiscono la rete Eurovelo), che va da Capo Nord,
in Norvegia, all’estremità sud-occidentale dell’Europa, il Capo di
San Vincente in Portogallo. Si interseca anche con Eurovelo 4 e 6.
http://www.lavelodyssee.com/ e http://www.eurovelo.org/
15
Concerto del 26/10/2013 nella Chiesa di San Lorenzo a Torino durante
il concerto in occasione dei festeggiamenti del 150° anniversario del CAI
I RAGAZZI DEL CORO
di Renato Tonelli
Venite al prossimo concerto? L’invito è rivolto a tutti
gli amici e a quelli del CAI Bologna in particolare.
Perché sono dei nostri, o siamo noi ad essere dei
loro, che è la stessa cosa. Il coro CAI Bologna fa
parte della Sezione Fantin dal lontano 1955,
questo significa che l’anno prossimo festeggerà
i 60 anni di attività, e in grande stile, ma prima
ancora significa un gruppo numeroso che porta
in giro il nome della nostra sezione, con grande
soddisfazione: concerti un po’ dappertutto,
con prevalenza per le nostre zone emiliane, ma
l’attività si è spinta ben più lontano. Tra le ultime
uscite quella per i festeggiamenti nazionali dei
150 anni del CAI a Torino, nell’elegante atmosfera
da vecchia nobildonna di quella che fu la Capitale
Sabauda. Solo 12 i cori invitati da tutta Italia, il 26 e
27 ottobre. Il CAI Bologna ha cantato nell’atrio del
Teatro Regio, nella chiesa dei Savoia, nella Galleria
Sabauda e nella centralissima piazza San Carlo. E
la settimana prima c’era stato il concerto a Bovisio
Masciago, provincia di Monza Brianza, poco più
avanti Modena per il CAI locale, e diverse uscite
in zona tra cui quella a San Paolo di Ravone, la
parrocchia più popolosa di Bologna.
Non è un lavoro e i 28 coristi che compongono la
formazione attuale non sono professionisti, non lo
è nemmeno il “maestro del coro”, cioè il direttore,
Umberto Bellagamba; è piuttosto una passione da
vivere una sera alla settimana, per le prove, e ogni
tanto anche per i concerti. «E ci divertiamo molto
16
più che a guardare la televisione» ricorda sempre
Renato Tonelli, segretario incaricato di presentare
i brani. Perché non sono solo “canzoni” ma
atmosfere da vivere e qualche spiegazione aiuta
ad entrarvi: un conto è sapere che “Belle Rose”
¬– il brano bandiera del coro – è la storia di
una pastorella invitata dal signore di passaggio,
e un altro conto è viverla sapendo che nel film
“Italia K2“ è la colonna sonora delle riprese in
cui è documentata la morte di Mario Puchoz nel
corso della conquista da parte degli italiani, nel
1954, della seconda vetta del mondo, filmate
proprio da quel Mario Fantin cui è dedicata la
sezione bolognese del CAI. Oppure, sapevate
che “Signore delle Cime” nacque in memoria
dell’alpinista Bepi Bertagnoli, scomparso durante
un’escursione nell’alta Valle di Chiampo?
Il repertorio è molto vasto, si canta sempre musica
popolare a quattro voci (tenori primi, tenori
secondi, baritoni e bassi) ed a cappella, cioè senza
strumenti in accompagnamento, e contrariamente
a quanto avviene per la musica sacra e la musica
classica le partiture vengono mandate a memoria
e non si tengono sott’occhio; ma ora non sono
più solo canzoni di montagna. Lo erano negli
anni del dopoguerra, quando un gruppetto di
amici si trovavano per cantare ospitati nei locali
di un ristorante di via Riva Reno che oggi non c’è
più. Allora solo i brani della SAT (Società Alpina
Tridentina) diretta dal maestro Pedrotti, che questo
modo di cantare lo aveva inventato assieme ai tre
fratelli, negli anni Trenta. Dopo qualche tempo,
nel 1955, i nostri bolognesi vennero invitati da
un socio del CAI ad entrare nella sezione, cosa
che fecero volentieri e che dette loro una sede
stabile, e da allora l’avventura è andata avanti.
Talvolta con belle soddisfazioni, come l’amicizia
con importanti musicisti del calibro di Paolo Bon
e Giovanni Veneri, i quali hanno armonizzato o
dedicato al coro CAI Bologna alcuni lavori; o come
la partecipazione a importanti rassegne corali e
concorsi che ha portato grosse soddisfazioni, in
particolare quella all’evento nazionale di Ivrea in
cui sono arrivati quattro primi posti e un secondo
su cinque partecipazioni.
Ma non è per vincere che si canta: è per il piacere
di farlo, e di farlo bene, con sincronismo, con le
coloriture (i volumi più o meno alti) giuste e la
delicatezza necessaria. Questione di scrupolo,
precisione e allenamento, oltre che di passione;
perché contrariamente a quanto si è soliti pensare
non ci sono persone stonate ma solo persone che
non conoscono la semplice tecnica del canto.
Se qualcuno si vuol cimentare, o semplicemente
vuole dare una sbirciatina alle prove, senza
impegno, per rendersi conto, basta contattare
il segretario (cell 333-7231132). Anche perché
se si vuol proseguire e continuare a tramandare
questo tipo di cultura occorre che nuovi coristi
entrino a far parte del gruppo. È sufficiente essere
intonati, avere passione e partecipare una volta
alla settimana alle prove; il maestro fornisce
tutti gli strumenti necessari per imparare, non è
difficile. Futuri coristi, vi aspettiamo numerosi.
Per chi invece si “accontenta” di ascoltare, sul
sito del CAI Bologna (http://www.caibo.it/cms/
gruppi-e-commissioni/i-gruppi/il-coro.html)
vengono sempre riportate le date dei concerti;
tra gli appuntamenti più importanti quello della
seconda settimana di giugno nel chiostro del
convento dell’Osservanza, a Bologna, tradizionale
chiusura prima della sosta estiva, in un’atmosfera
particolarmente evocativa.
Ma per chi proprio non ce la fa è in preparazione il
secondo album del coro, in DVD, che sarà pronto
per i festeggiamenti dei 60 anni. Surrogato di
un concerto dal vivo, certo, ma un surrogato di
buona qualità.
Un giorno tra
i castagni di
Castel del Rio
Oggi sono andata nel bosco; avevo una giornata “di aria” e sono andata, da sola.
Scarponi, zaino in spalla, e ho imboccato un sentiero non segnato CAI che si inoltra tra i centenari castagni di
Castel Del Rio, giochicchiando con carta e bussola. Un po’ conosco la zona, anche se non benissimo, ma ci
prendo gusto e mi inoltro sempre di più. Tra poco dovrei trovare una fonte, eccola. Tra un chilometro c’è il bivio
per la cima, eccolo. Poi dovrò sistemare l’allacciatura degli scarponi perché mi aspetta una lunga discesa fino al
rio, dove dovrebbe esserci un ponticello. Se in quel punto il sentiero fosse troppo invaso dalla vegetazione ho
individuato, sulla carta, una possibile alternativa. Gli alberi ancora senza foglie mi permettono di vedere il catino
di nebbia che avvolge la valle: ma cosa state a fare tutti lì dentro che qui c’è un paradiso gratis?
Non serve l’orologio per sapere che è ora di pranzo, me lo dice il sole, me lo dice lo stomaco.
Mi son divertita come una bambina, davvero.
Lo so, sono retorica e noiosa: la primavera, i fiorellini, gli uccellini … Ma lasciatemelo dire, è andata proprio così.
Una giornata invernale decisamente indulgente, un po’ anomala d’accordo, io me la sono goduta. E le cince, i
bucaneve, le primule, i fringuelli, le polmonarie, le scille, e le viole, che non guardano al calendario ma seguono
il ritmo della natura, mi hanno regalato il privilegio di uno spettacolo speciale, in esclusiva: tutto per me.
Dopo sei ore di cammino è normale sentire la fatica, ma è una fatica buona, non certo come la nobile fatica di
chi questi boschi ha attraversato per lavoro, per bisogno o per la guerra, ma è comunque una fatica onesta ed il
sentimento mio, ora, è di riconoscenza: verso la natura, certamente, che continua a regalarmi tante emozioni,
ma anche verso il CAI che ha lanciato il sasso e mi ha dato gli stimoli giusti.
Certo dopo io ci ho messo impegno e, col tempo, ho acquisito l’esperienza sufficiente a muovermi in autonomia.
Tra pochi giorni partiranno due corsi di escursionismo base: uno a S. Lazzaro di Savena ed uno in sede.
E’ vero che a camminare si impara da bambini, ma credetemi: camminare con tranquilla consapevolezza è
un’altra cosa ed il tempo investito ai corsi CAI è tempo speso bene.
Contributo di una “vecchia” corsista
17
CICLOCAI
Pubblichiamo le foto vincitrici del concorso fotografico e annunciamo il prossimo appuntamento
con il 1° Concorso Fotografico Interclub!
^ 1° cat. SPORTIVA – FABIO BORSARI (C.A.I. Bologna)
< 1° cat. PAESAGGISTICA – FABIO BORSARI (C.A.I. Bologna)
v 1° cat. RITRATTO – PRIMO VALMORI (C.A.I. Lugo)
v PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
foto fuori concorso – IVAN FERRETTI
18
COOPERATIVA PAESE
La mia rubrica “Un passo dopo l’altro” in questo numero vuole dedicare un attimo di
riflessione al tema dell’abbandono delle nostre terre alte e in generale all’occupazione
giovanile in montagna. In particolare la proposta che vi sottopongo è legata ai borghi
del nostro Appennino. Si tratta di luoghi dal profondo valore ambientale e culturale che a
causa della mancanza di servizi e delle difficoltà ambientali appaiono oggi abbandonati
e disabitati, se si fa eccezione per i fine settimana ed il periodo estivo più intenso.
L’idea è quella di dare occasioni di lavoro ai giovani che potranno essere formati ad una
cultura dell’accoglienza e della gestione di servizi turistici.
Il primo step di questo proposta consiste nel monitoraggio e la descrizione analitica
di tutte queste aree un tempo abitate, che possono, a nostro giudizio, tornare ad
essere scelte da giovani nuclei familiari come sede delle proprie attività lavorative e
residenziali, a patto di attivare alcuni servizi fondamentali, servizi che se verranno
gestiti con attenzione possono essere un’importante occasione di impiego per i giovani
interessati a vivere in montagna, è l‘idea della COOPERATIVA PAESE.
Descrivo una situazione simile a tutti i borghi e nuclei abitativi delle terre alte: in tutte
queste località un tempo c’erano negozi e spacci alimentari, che sono stati chiusi perché
i gestori non riuscivano più a stare aperti 10 ore al giorno per servire tre quattro clienti;
figli e nipoti hanno così cominciato a portare le provviste per i genitori o i loro parenti
comprando le derrate negli ipermercati cittadini molto più economici dei negozietti
della montagna. Anche i bar venivano frequentati solo da pochi anziani che facevano
venir sera con un caffè al mattino e un bicchier di vino al pomeriggio, di conseguenza
di Marco Tamarri
anche questi esercizi hanno cominciato a tirare giù le serrande.
Per affrontare questi problemi che hanno naturalmente come conseguenza anche il degrado del territorio, l’idea è quella di
costituire cooperative di servizi con personale qualificato, che può trovare risposte abitative più concrete e più economiche
rispetto ai centri cittadini, per non parlare della qualità della vita e dell’ambiente rispetto alle nostre caotiche città.
E’ necessario un nuovo approccio alle attività lavorative ad esempio possono nascere figure professionali con compiti molto
variegati, forse alcuni esempi possono essere utili : al mattino portare i bambini a scuola, poi passare in farmacia a prendere
le medicine ordinate dal medico ai residenti del borgo, al pomeriggio lavorare magari alle piccolo aziende agroalimentari
che possono nascere con particolare attenzione ai prodotti che il territorio può offrire (formaggi, ortaggi coltivati in quota,
prodotti del sottobosco ecc ecc). Questo è solo un esempio, un altro ambito in cui la cooperativa paese può gestire i propri
servizi sono le aperture di B&B, agriturismi, fornire guide ambientali per le escursioni, gestire piazzole per i campeggiatori
che scelgono il treking per le loro vacanze, e ancora guide per i percorsi invernali con le ciaspole o la montain bike in estate.
Il nostro territorio è ideale per queste pratiche sportive e il mercato turistico vede in questo segmento un settore in grande
espansione con una forte internazionalizzazione dell’offerta.
Per poter procedere è fondamentale anche monitorare tutte le strutture pubbliche un tempo funzionanti per verificare se è
possibile di adibirle come sedi o centri servizi delle cooperative paese, penso alle ex scuole o agli uffici postali.
Infine sarà fondamentale stabilire protocolli e modalità operative con tutti quei soggetti che hanno il compito di promuovere
il nostro territorio, in particolare penso ai volontari, veramente numerosi e spesso qualificati, che prestano la loro attività
presso le Pro Loco. Gli animatori delle future cooperative paese potrebbero coordinare le attività di queste pro loco e
organizzare in modo sistematico, con una forte attenzione alla definizione di pacchetti turistici, gli eventi le sagre le feste
tradizionali, da sempre realizzate, anche, attraverso il loro volontario dei soci delle diverse pro loco, a tal proposito un dato
può farci riflettere nei 13 Comuni della montagna bolognese sono operanti oltre 60 pro loco, un vero esercito che può essere
gestito e coordinato con forti ricadute economiche dai responsabili delle cooperative paese.
UN PASSO
DOPO
L’ALTRO
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