“LA DOMANDA DI MONETA PROF. MATTIA LETTIERI

“LA DOMANDA DI MONETA”
PROF. MATTIA LETTIERI
Università Telematica Pegaso
La domanda di moneta
Indice
1
LA MONETA ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ 3
2
LA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA-------------------------------------------------------------------- 8
3
LA RIELABORAZIONE DELLA SCUOLA DI CAMBRIDGE ---------------------------------------------------- 10
4
LA DICOTOMIA NEOCLASSICA --------------------------------------------------------------------------------------- 12
5
LA TEORIA DELLA PREFERENZA PER LA LIQUIDITÀ ------------------------------------------------------- 13
6
LA DOMANDA DI MONETA PER KEYNES -------------------------------------------------------------------------- 15
Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
(L. 22.04.1941/n. 633)
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La domanda di moneta
1
La moneta
Fino ad ora abbiamo volutamente trascurato il settore monetario. Però per completare lo
studio sul funzionamento dell’economia è necessario introdurre la moneta e descrivere il suo ruolo
in un sistema economico.
La moneta è un bene particolare, che serve come mezzo di pagamento nella compravendita
di beni e servizi di ogni genere.
Un mezzo di pagamento per poter essere definito moneta deve assolvere alle funzioni
fondamentali:

Intermediario degli scambi: cioè mezzo di pagamento generalmente
accettato, che serve ad evitare le difficoltà del baratto e ad agevolare così la
compravendita delle merci;

Riserva di valore: cioè componente della ricchezza perfettamente liquida,
come si dice, potere di acquisto indifferenziato, pronto, per sua natura, ad
essere immediatamente usato nell’acquisto di qualsiasi bene si desideri;

Unità di conto: ovvero unità di misura in cui i prezzi di tutte le merci
vengono espressi.
Se lo scambio fra uno o più individui si realizza senza l’utilizzo delle monete si parla di
baratto, ovvero di sistema economico in cui l’acquisto di beni implica la cessione di altri beni.
Gli inconvenienti che derivano da tale sistema di scambio sono: difficoltà di raggiungere un
accordo sul valore dei beni da scambiare; deperibilità dei beni; spreco di tempo e di risorse per
trovare un individuo disposto allo scambio ecc.
Tali inconvenienti hanno condotto al suo superamento e al passaggio ad una economia
basata sulla moneta come unico intermediario degli scambi.
Nel corso dei secoli, tali funzione, è stata assolta da diversi beni, come conchiglie, bestiame,
oro ecc, aventi però, delle caratteristiche comuni:
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
Divisibilità;

Trasferibilità;

Non deperibilità;

Generale accettazione come mezzo di pagamento.
Tali beni venivano definiti moneta-merce poiché dotati di un certo valore intrinseco,
ovvero di una propria utilità.
Successivamente, nei secoli moderni, la moneta-merce è stata sostituita dalla monetasegno , rappresentata dalle banconote emesse dall’autorità a ciò autorizzata in ogni paese,
ovvero la Banca Centrale.
Condizione necessaria affinché la moneta possa svolgere la funzione di intermediario
degli scambi è che essa conservi il suo valore per un certo periodo di tempo.
È indispensabile che ogni operatore economico che accetti di cedere i propri beni o di
prestare i propri servizi in cambio di moneta abbia la certezza che potrà impiegare tale quantità
di moneta per acquistare, a sua volta, beni e servizi.
Gli agenti economici, d’altra parte, potrebbero decidere di destinare le proprie
disponibilità monetarie al consumo futuro, rinunciando a quello attuale. In questo caso, essi,
devono essere certi che la moneta non perda, nel tempo, il suo potere di acquisto.
La moneta, quindi, oltre ad essere un mezzo di scambio deve essere una riserva di
valore.
Negli attuali sistemi economici la moneta usata come mezzo di pagamento ha corso
legale, ovvero è imposta con la legge dello Stato.
La moneta, inoltre, assolve la funzione di unità di conto. Infatti, essa, consente di
esprimere il valore di tutti i beni e i servizi in una unica unità di misura,come euro, dollaro,
sterlina ecc, agevolando così gli scambi.
Negli attuali sistemi economici, quindi, la moneta ha corso legale. Sono monete a corso
legale le monete metalliche e le banconote.
Le banconote hanno potere liberatorio illimitato, ovvero possono essere impiegate per
transazioni di qualsiasi ammontare.
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Le monete metalliche, denominate anche moneta sussidiaria, divisionaria o spicciola,
hanno, invece, un potere liberatorio limitato, poiché possono essere impiegate per pagamenti di
un certo ammontare.
Oltre alle banconote e alle monete metalliche è considerata moneta qualsiasi altro mezzo
in grado di assolvere alla tre funzioni fondamentali della moneta, elencate in precedenza.
Si tratta della moneta avente corso fiduciario, poiché la sua circolazione è legata
esclusivamente alla fiducia che gli operatori economici ripongono nell’ente emittente. Si tratta
dei conti correnti bancari, che consentono di regolare i pagamenti mediante l’emissione di
assegni bancari e di assegni circolari.
Inoltre, anche la carta di credito e la carta di debito costituiscono moneta a corso
fiduciario.
Il valore della moneta per poter essere definito, occorre far sempre riferimento al suo
potere di acquisto.
Il potere di acquisto rappresenta la quantità di merci che si può acquistare in un dato
momento con una determinata quantità di moneta.
Il valore della moneta è, quindi, strettamente correlato al prezzo della merce, e si può
indicare con la seguente formula:
A=
A è il potere di acquisto della moneta, p costituisce il prezzo della merce.
A e p sono espressioni reciproche in quanto aumentando i prezzi diminuisce il valore della
moneta e viceversa.
Il livello generale dei prezzi è, invece, la media ponderata di tutti i prezzi dei beni scambiati
sul mercato.
Poiché il valore della moneta ed il livello generale dei prezzi sono due grandezze che si
influenzano reciprocamente, l’attenzione degli economisti si è concentrata sulle cause che
determinano le variazioni di queste due grandezze.
Va aggiunto, inoltre, che la moneta, se è parte della ricchezza di ognuno di noi, assieme ad
esempio, alle case o alle azioni, che rappresentano quote di comproprietà delle imprese organizzate
in società, non è parte della ricchezza nazionale. Poiché, se ognuno può comprare più merci quando
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ha più moneta, la nazione nel suo complesso non può comprare più merci quando vi è più moneta in
circolazione, e non diventa quindi più ricca ogni qual volta l’offerta di moneta aumenta.
Questo perché il valore della moneta non è qualcosa di invariabile o di intrinseco ad essa,
ma dipende dalla quantità di merci che essa può comprare, dal suo potere di acquisto, e quindi dal
livello generale dei prezzi.
Valore della moneta e potere di acquisto della moneta sono sinonimi ed entrambi, per
definizione, sono eguali all’inverso del livello generale dei prezzi, perché, se il livello generale dei
prezzi è una sorta di media di tutti i prezzi delle merci, una unità di moneta può comprare una unità
di merce in generale se il livello generale dei prezzi è uguale ad uno, mezza unità di merce in
generale se il livello dei prezzi è uguale a due, e così via.
Le varie componenti della ricchezza sono, inoltre, diversamente liquide, cioè più o meno
facilmente convertibili senza perdita di tempo e di valore, e i vari tipi di rendimento sono
diversamente rischiosi.
Nello scegliere tra i diversi tipi di ricchezza da detenere i risparmiatori tengono conto anche
della loro maggiore o minore liquidità e del grado di rischio.
Occorre, quindi, chiare che:

La moneta non rende interessi e quindi i suoi rendimenti sono solo le
soddisfazioni o i vantaggi che si traggono dalla sua detenzione;

La moneta è il bene liquido per definizione, cioè quello sempre prontamente
disponibile per l’acquisto di altri beni.
Il possesso di ogni forma di ricchezza è tanto più rischioso quanto più essa può cambiare di
valore col passare del tempo e i cambiamenti di valore della ricchezza dipendono soprattutto o dai
cambiamenti del saggio di interesse o dai cambiamenti del livello generale dei prezzi.
Cambiano infatti valore perché cambia il tasso di interesse le componenti della ricchezza che
hanno rendimenti futuri, perché al variare del tasso di interesse cambia il valore attuale di ogni
somma che si prevede di avere in futuro.
Cambiano, invece, valore quando cambia il livello generale dei prezzi, le componenti della
ricchezza che hanno solo una veste monetaria, e nessuno valore intrinseco o reale, come, ad
esempio, un credito espresso in moneta.
Detto ciò, la moneta è:
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
La domanda di moneta
Una forma di ricchezza che non cambia valore quando cambia il tasso di
interesse;

Una forma di ricchezza il cui valore, per definizione, cambia al variare del
livello generale dei prezzi.
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La teoria quantitativa della moneta
I neoclassici affermarono che domanda e offerta di moneta sono portate in equilibrio dalle
variazioni del livello generale dei prezzi.
Quindi, anche che il livello dei prezzi è determinato da domanda e offerta di moneta.
Questa è la sostanza della “teoria quantitativa della moneta”.
La teoria quantitativa della moneta individua nella quantità della moneta in circolazione la
causa delle variazioni del suo potere di acquisto.
Tale teoria esprime che il valore della moneta varia in senso inverso alle variazioni della
sua quantità, ovvero più denaro c’è in circolazione meno esso vale.
Poiché il valore della moneta ed il livello generale dei prezzi sono espressioni reciproche,
dalla teoria quantitativa si ricava che il livello generale dei prezzi varia nello stesso senso in cui
varia la quantità di moneta, quindi, più moneta c’è in circolazione più i prezzi sono alti.
Secondo la teoria quantitativa, dunque, l’offerta di moneta è data dalla quantità di biglietti di
banca messi in circolazione dalla banca di emissione, e dallo Stato, moltiplicata per la velocità di
circolazione della moneta.
A I. Fisher è attribuita l’elaborazione originaria della teoria quantitativa della moneta, ed è
stata successivamente accettata da tutta la scuola neoclassica, anche se con alcune varianti.
Nella formulazione di Fisher, la teoria quantitativa della moneta si fonda sulla seguente
espressione:
M∙V=P∙Q
M rappresenta la quantità di moneta in circolazione, V la velocità di circolazione della
moneta, ovvero il numero di volte in cui un biglietto di banca cambia proprietario, ovvero viene
scambiato, in un determinato periodo di tempo e la velocità di circolazione della moneta in generale
è il numero di volte che i biglietti esistenti in media cambiano di proprietario nell’unità di tempo.
P rappresenta il livello generale dei prezzi, Q la somma delle quantità dei beni scambiati.
Da questa relazione si desume che la somma di moneta necessaria a compiere tutti gli
scambi in un determinato periodo di tempo (M ∙ V) corrisponde al valore monetario di tutte le merci
scambiate (P ∙ Q).
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La domanda di moneta
Se supponiamo che Q e V siano costanti nel breve periodo, possiamo riscrivere la
precedente formula come:
P=
∙M
La variabile indipendente è M per cui la variabile dipendente P varia in senso direttamente
proporzionale alle variazioni di M.
Secondo la teoria quantitativa, se lo Stato aumenta il numero di banconote in circolazione
provocherà soltanto un aumento del livello generale dei prezzi, senza influire sulle grandezze reali
del sistema economico.
Tale teoria, tuttavia, presenta alcune imperfezioni:

Il livello generale dei prezzi può aumentare senza che ciò dipenda dalla
quantità di moneta in circolazione o dalla sua velocità;

La difficoltà nel calcolare V, ovvero la velocità di circolazione, che nella
formula di Fisher viene considerato come costante, può avere delle variazioni
e le cause che provocano dette variazioni possono essere molteplici;

È importante considerare la congiuntura economica in cui si trova.
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La rielaborazione della scuola di Cambridge
La teoria quantitativa della moneta presupponeva che la moneta detenuta fosse sempre spesa
nel breve periodo o comunque investita in operazioni finanziarie.
Inoltre, la teoria quantitativa della versione dovuta all’economista americano Fisher, che si
usa chiamare “equazione degli scambi”, la teoria sottolinea il ruolo che la moneta ha come
intermediario degli scambi, cioè il fatto che la moneta è qualcosa che ognuno è disposto ad
accettare nei pagamenti come potere di acquisto generale, perché la moneta consente sempre di
comprare ciò che si vuole.
Una rielaborazione della teoria quantitativa tiene conto della volontà dei soggetti a detenere
moneta in forma liquida, e fu proposta da un gruppo di economisti dell’Università di Cambridge
(Marshall, Pigou, Robertson), secondo i quali esisteva una relazione diretta tra la domanda di
moneta ed il reddito individuale:
MD = KPR
P è il livello generale dei prezzi, R il reddito reale e K la quota del reddito monetario che gli
operatori desiderano trattenere sotto forma liquida. K, in questo caso, può essere letto come il
reciproco della velocità di circolazione della moneta, infatti, tanto maggiore è la quantità di moneta
detenuta, tanto minore sarà V e viceversa.
La moneta, quindi, non è solo mezzo di pagamento, è anche “riserva di valore”.
L’aspetto caratteristico di una economia monetaria consiste nella possibilità di separare
l’atto di acquisto dall’atto di vendita, e viceversa. Per fare ciò occorre che esista un bene che non
solo sia accettato da tutti in pagamento, ma che tutti desiderano detenere, anche a lungo, in attesa di
fare i loro acquisti, poiché è proprio la separazione dell’atto di acquisto dall’atto di vendita che fa sì
che ognuno debba essere disposto a detenere per un certo tempo presso di sé la moneta che ha
ricevuto in pagamento.
L’attitudine della moneta ad essere riserva di valore, oltre che mezzo di scambio per il
presente, è l’aspetto della moneta messo in evidenza dalla versione della teoria quantitativa di
Cambridge , o delle scorte liquide.
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La domanda di moneta
In questa versione la teoria quantitativa della moneta parte dal problema: qual è l’ammontare
di moneta che gli individui e le imprese desiderano detenere come “potere di acquisto
indifferenziato?”
Ovvero qual è l’ammontare di ricchezza che gli individui desiderano possedere in forma
liquida?
La risposta è che la quantità di moneta che gli individui desiderano detenere, cioè la
domanda di moneta, è una certa percentuale del loro reddito monetario, perché il livello del reddito
ha un legame assai stretto con la quantità degli acquisti che gli individui o le imprese prevedono di
fare, e gli individui progettano di detenere una certa quantità di scorte liquide, in vista appunto dei
pagamenti che devono fare.
La scuola di Cambridge, a differenza di Fisher, introduce il concetto di fondo di moneta: la
domanda di moneta non è più collegata in modo meccanico ai flussi di spesa, ma è il risultato della
scelta fra il detenere moneta ed il detenere beni, ne consegue che K non è necessariamente costante.
Gli economisti di Cambridge, in questo modo, ponevano le basi per il superamento della
dottrina monetaria e neoclassica e preparavano l’affermazione della teoria della preferenza per la
liquidità elaborata da J. M. Keynes.
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La dicotomia neoclassica
La teoria quantitativa più che sulle fasi di transizione poneva l’accento sulle situazioni di
equilibrio.
Nei modelli teorici dei neoclassici è la netta separazione tra fenomeni reali, volume e
composizione delle merci prodotte e scambiate, e fenomeni monetari, i prezzi, del sistema
economico.
Poiché la moneta non è che un velo posto sulla realtà produttiva, la moneta infatti, è un
semplice intermediario negli scambi, non è necessario tener conto di essa per comprendere il
funzionamento dell’economia.
Fisher ed i suoi discepoli erano neoclassici ed in quanto tali, convinti che il volume delle
transizioni corrisponde sempre, o quasi sempre, a quelle di una situazione di pieno impiego. Ma se
il livello di Q è stabile, e se V è costante, la formulazione di Fisher ha un carattere meccanicistico e
la funzione svolta dalla moneta è irrilevante sul funzionamento dell’economia reale.
Ciò significa che le variazioni della moneta si rifletteranno solo sul livello generale dei
prezzi, lasciando immutati i prezzi relativi.
È questa la base teorica della famosa dicotomia neoclassica tra settore monetario e settore
reale dell’economia: il livello dell’attività economica è determinata solo dai fattori reali del sistema,
ovvero investimenti, risparmi e consumi, mentre la quantità di moneta influenza unicamente il
livello generale dei prezzi.
Questa affermazione ha una sua validità solo nel caso in cui si parte dal presupposto che tutti
i fattori produttivi siano impiegati.
Se questa condizione non è soddisfatta gli effetti di un incremento di moneta saranno
diversi.
In questo caso, infatti, l’aumento della domanda di beni, conseguente ad un incremento di
moneta, indurrà le imprese ad impiegare i fattori produttivi inoperosi, aumentando, in questo modo,
l’offerta di beni.
In questo caso l’incremento di moneta non avrà ripercussioni sul livello generale dei prezzi.
Per Keynes, invece, cause monetarie possono avere effetti reali e, d’altra parte, grandezze
reali possono influenzare il mercato monetario.
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La teoria della preferenza per la liquidità
La rielaborazione della teoria quantitativa della moneta ad opera della scuola di Cambridge
evidenziava uno dei principali limiti di tale teoria: l’unica funzione attribuita alla moneta in un
sistema economico era quella di fungere da intermediario negli scambi.
Partendo da questa critica Keynes sviluppò una propria teoria della moneta conosciuta come
teoria della preferenza per la liquidità.
Per Keynes, infatti, la moneta ha anche un’altra funzione che gli economisti neoclassici
sottovalutano, conformemente alla loro visione del processo economico inteso come processo
autoregolantesi.
Keynes centrò l’attenzione sulla scelta tra moneta e titoli di credito e sul ruolo che in tale
scelta ha il tasso di interesse.
La moneta in un sistema di mercato è anche ricchezza, è un deposito di valore.
Chi possiede moneta può farla valere in ogni momento, può convertirla come vuole in
questa o quella merce.
Il possesso della moneta procura un vantaggio, il vantaggio della liquidità, poiché, la
moneta, gode della proprietà di convertirsi all’istante in qualsiasi altro bene.
Nel mondo immaginato dagli economisti neoclassici il bisogno di moneta, la domanda di
scorte liquide che gli operatori trattengono presso di sé, è giustificato esclusivamente dal motivo
delle transazioni.
Poiché gli incassi ed i pagamenti non si verificano per tutti gli operatori nel medesimo
istante, nel sistema economico vi sarà sempre una certa quota di moneta circolante.
Per Keynes, invece gli operatori economici avendo a disposizione un certo reddito devono
decidere la quota del reddito disponibile da impiegare in consumi e quella da destinare al risparmio.
Una volta effettuata tale scelta, devono poi stabilire come impiegare il risparmio
accumulato. Quest’ultimo, infatti, può essere trattenuto in forma liquida, oppure essere investito in
una qualche attività finanziaria.
Nel primo caso, è chiaro, che il vantaggio è quello di avere sempre una certa somma
immediatamente disponibile che, tuttavia, non frutta alcun interesse ed è, inoltre, soggetta a
deprezzamenti a causa dell’inflazione.
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La domanda di moneta
Nel secondo caso, pur guadagnando un certo interesse, la somma investita non può essere
immediatamente disponibile in caso di necessità.
Mentre la prima decisione non è strettamente legata al saggio di interesse, il reddito di una
famiglia serve in primo luogo a soddisfare le necessità quotidiane, la seconda ne è, invece,
fortemente influenzata.
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La domanda di moneta
La domanda di moneta per Keynes
In base a quanto detto in precedenza, si può concludere che per Keynes i motivi che
spingono i soggetti economici a domandare moneta possono essere distinti in:

Motivo delle transazioni;

Motivo precauzionale;

Motivo speculativo.
Per il motivo transattivo, i soggetti economici detengono moneta, ovvero contanti, conto
corrente ecc, al fine di possedere un valore liquido che consenta loro di effettuare transazioni, cioè
acquisti e vendite di beni e servizi.
La domanda di moneta per fini transattivi, è quantitativamente la componente più importante
della domanda di moneta, dipende soprattutto dal reddito, perché al crescere del reddito la quantità
di moneta necessaria per gli scambi cresce più o meno proporzionalmente.
Per il motivo precauzionale, la moneta viene trattenuta per far fronte ad eventi incerti.
Per entrambi questi motivi, si può affermare, che tendono a collegare la domanda di moneta
al reddito di un individuo.
Infatti, tanto maggiore sarà la quantità di moneta che un soggetto desidera detenere per
effettuare transazioni o per far fronte ad imprevisti.
Bisogna tenere presente che accantonare moneta per far fronte all’incertezza è una
operazione ben diversa dal risparmio e dall’impiego del risparmio in attività finanziarie.
Chi risparmia deposita soldi in banca vincolando il deposito ad una certa scadenza, oppure
compra titoli di Stato, ovvero un titolo del debito pubblico, o compra obbligazioni emesse da
società private, o ancora, versa i suoi risparmi in un Fondo pensioni. In ogni caso percepisce un
compenso, il saggio di interesse.
Chi detiene, invece, moneta a causa dell’incertezza, ha in mano un valore ad alta liquidità,
ma che non frutta nulla. Si può supporre, allora, anche che questa domanda dipenda direttamente
dal reddito nazionale.
Quanto più una collettività è ricca, tanto più essa può permettersi di trattenere moneta per
scopo precauzionale.
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La domanda di moneta
Si può supporre, però, anche che la domanda per scopo precauzionale dipenda inversamente
dal saggio di interesse.
Gli operatori economici, in questo caso, infatti, potrebbero essere indotti a rinunciare al
vantaggio della liquidità pur di ottenere un’alta remunerazione sotto forma di saggio di interesse.
Questa teoria è stata avanzata, negli anni Sessanta da Baumol e, soprattutto nelle società
economicamente più avanzate, trova riscontro nella realtà.
Il terzo motivo, speculativo, riguarda in particolare la speculazione finanziaria ed è legato
all’opportunità di avere delle somme a disposizione per potere effettuare investimenti finanziari
qualora lo si reputi conveniente.
Il movente speculativo è quello più importante per lo sviluppo dell’analisi Keynesiana in
quanto l’alternativa tra il detenere moneta infruttifera ed investirla, dipende, in questo caso,
unicamente dal saggio di interesse i corrisposto.
Keynes affermò che l’acquisto delle varie forme di attività finanziarie, depositi, buoni del
Tesoro, obbligazioni, azioni ecc, fosse influenzato dalle aspettative degli operatori circa il livello
futuro dei tassi di interesse.
Infatti se il prezzo dei titoli è alto, tasso di interesse basso, si determinerà la tendenza a
vendere titoli ed a conservare moneta in forma liquida.
Se il prezzo dei titoli è basso, alto saggio di interesse, la tendenza sarà quella di comprare
titoli.
In pratica il mantenimento di moneta per scopi speculativi varierà con il tasso di interesse:
quanto più basso sarà il saggio di interesse, tanto maggiore sarà l’ammontare di contante che il
pubblico desidererà detenere.
Un aspetto della teoria della domanda di moneta che Keynes non sottolineò abbastanza è che
il possesso della moneta, appunto perché è una delle forme in cui si detiene ricchezza, deve
dipendere, oltre che dal reddito e dal tasso di interesse, anche dalla ricchezza accumulata.
Bisogna tenere distinti due problemi.
Il primo è la definizione della domanda di moneta, che per Keynes è la quantità di moneta
che si desidera detenere nell’istante ed è, quindi, un concetto in termini di stock.
Mentre i neoclassici definirono, per lo più, la domanda di moneta come il flusso di
pagamenti che le imprese e gli offerenti in genere richiedono in cambio di ciò che offrono, fu
Keynes a concepire la domanda di moneta come la domanda di una attività patrimoniale alternativa
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La domanda di moneta
alla domanda di titoli di credito, e a chiarire, quindi, che il possesso della moneta è una delle forme
in cui si detiene ricchezza.
Il secondo problema è la corretta individuazione delle variabili da cui dipende la domanda di
moneta e un problema a riguardo è se la domanda di moneta è una alternativa alla domanda di titoli,
fu portato a parlare soprattutto del tasso di interesse quando individuò le variabili da cui dipende la
domanda di moneta.
Per Keynes, una prima scelta concerne il flusso del reddito ed è la scelta tra consumo e
risparmio.
Una seconda scelta concerne la ripartizione del risparmio tra domanda di titoli e domanda di
moneta ed è in questa scelta che il tasso di interesse è di particolare importanza.
Per Keynes è proprio perché il possesso della moneta è una delle forme in cui si detiene
ricchezza che la preferenza per la liquidità dipende dal tasso di interesse.
Le variazioni del tasso di interesse fanno variare il valore dei titoli di credito in circolazione
e i titoli di credito sono una componente della ricchezza.
Per cui, con il sottolineare la dipendenza della domanda di moneta dal tasso di interesse,
Keynes sottolineò implicitamente anche la dipendenza della domanda di moneta dalle variazioni del
valore della ricchezza accumulata.
Nonostante ciò Keynes trascurò di includere o non ritenne opportuno includere
esplicitamente la ricchezza tra le variabili che influenzano la preferenza per la liquidità.
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