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Antonio Pannullo: “Attivisti” a cura di Angelo Spaziano

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Antonio Pannullo: “Attivisti” a cura di Angelo Spaziano
21 agosto 2014
<Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli!>, gridò Enrico V d’Inghilterra ai propri soldati
prima della gloriosa battaglia di Agincourt. Il nostro Gabriele Marconi prese lo spunto dalle
evocative prose del celebre dramma shakespeariano – l’“Enrico V” – per trarne una bellissima
canzone. Una pietra miliare della musica alternativa che ha reso alla perfezione lo spirito indomito e
la condizione di totale isolamento in cui trascorrevano le loro giornate i militanti dell’anticomunismo
nell’Italia degli anni di piombo.
Tuttavia, a scorrere l’ultima fatica di Antonio Pannullo “Attivisti – Nelle sezioni romane del Msi
quando uccidere un fascista non era reato”, pagg. 693, Settimo Sigillo ed, di primo acchito
l’impressione è che forse non eravamo poi così pochi. L’indice dei nomi, infatti, è pressoché
sterminato e impararlo a memoria, anche solo in parte, risulterebbe arduo pure a Pico della
Mirandola. Ma a leggere bene le pagine del libro, suddiviso in due tomi, il primo con la cronologia e
il secondo con l’elenco delle sezioni romane quartiere per quartiere con i relativi attivisti, ci si rende
ben presto conto che pure nei “domìni incontrastati” della destra – a Roma assai pochi in verità – si
trattava pur sempre di sparute pattuglie ammontanti tutt’al più a qualche centinaio di persone, per
quanto agguerrite.
Un pugno di coraggiosi destinati a scontrarsi ogni santo giorno con decine di migliaia di avversari
spietati, carichi d’odio e fermamente decisi a sterminarci uno per uno. <Fascista, basco nero, il tuo
posto è al cimitero!>, c’era scritto sui muri della capitale. <Casco! Spranga! Arrivano i katanga!>,
era l’urlo di guerra degli estremisti meneghini. Per meglio pianificare quella che per loro doveva
trasformarsi in un’autentica opera di pulizia etnica non esitavano neppure a ricorrere al
dossieraggio. Allestendo persino archivi corredati da foto scattate di nascosto alle folle riunite per
celebrare i funerali dei camerati uccisi. Il tutto per poter agevolmente riconoscere i reprobi ed
eliminarli con calma al momento opportuno.
Tra i due fronti l’un contro l’altro armati, milioni di nostri concittadini, per tutto il periodo del tanto
osannato “impegno sociale” e della “militanza senza se e senza ma”, hanno continuato
tranquillamente a badare ai loro affari, a fregarsene insomma, immersi nel proprio “particulare” e
refrattari a ogni coinvolgimento non dico ideologico ma neppure emozionale. Anzi, se proprio si
doveva prendere una qualsivoglia posizione, questa andava sempre e immancabilmente a portare
acqua al mulino rosso. Per non parlare poi delle gerarchie scolastiche, della polizia, dei mass media
e delle cosiddette istituzioni… Esemplare fu il vergognoso trattamento riservato dal “Messaggero”
dei Perrone a papà Mattei, segretario della sezione Primavalle. Questo fiero figlio del popolo – faceva
il netturbino – vide i suoi due giovani figli bruciati vivi nell’incendio della loro abitazione appiccato
da tre avanzi di galera in seguito coccolati, vezzeggiati e aiutati a espatriare da tutto il cialtronesco
intellettualume italiota. O l’avventura occorsa a Massimo Boni di Talenti, che ebbe la sua Alfasud
trapassata da due colpi di pistola solo perché in compagnia della madre aveva “osato” passare
davanti al liceo – rosso naturalmente – Archimede.
A scorrere il libro verrebbe quasi voglia di piantare baracca e burattini ed andare esuli per il mondo.
O dedicarsi al romitaggio. Considerato questo micidiale carico d’avversione e d’ostilità oltre ogni
limite e ragionevolezza, è un vero miracolo che tra le nostre schiere il bilancio della sciagurata
mattanza sia stato circoscritto ad “appena” poche decine di caduti. Ma quante sofferenze, quanta
emarginazione, quanto ostracismo abbiamo dovuto subire nel corso della nostra avventura di
militanti nel campo del Msi nei cupi anni Settanta (e non solo).
A compulsare “Attivisti” ci accorgiamo infatti – ma noi in fondo lo abbiamo sempre saputo – che ogni
sezione può ben a ragione “vantare” le sue “battaglie”, i suoi gagliardetti, le sue imprese al limite
del temerario, con i relativi feriti più o meno gravi, i suoi eroi e le sue vittime. Quasi tutte giovani nel
fiore degli anni. Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni della sezione Tuscolano,
ad esempio. E Francesco Cecchin e Paolo Di Nella della Trieste-Salario; Angelo Mancia e Stefano
Cecchetti della Talenti; Angelo Pistolesi della Portuense, Mikis Mantakas della Prati, Mario Zicchieri
della Prenestino. E poi quelli gravemente feriti: Enrico Tiano della Balduina, colpito da un proiettile
impossibile da estrarre; o Gianni Di Spirito della Tufello, raggiunto in piena schiena da un coltello
che, per fare ancora più danni, fu rigirato nella ferita con tutte e due le mani, secondo la crudele
tecnica vietcong.
Si potrebbe tranquillamente comporre un poema con le vicende al cardiopalmo narrate nel volume.
Un poema i cui protagonisti furono personaggi che, lungi dal possedere il favore degli dei – anzi
molto spesso venivano considerati veri e propri figli di un dio minore – di coraggio e audacia ne
avevano da vendere. Uomini di granito che non si tiravano indietro davanti a nulla. I loro nomi sono
scolpiti a lettere indelebili nella memoria delle nuove generazioni di attivisti. Bruno Tomasich, Bruno
Laganà, Ruggero Bianchi, Gigi D’Addio, Egidio Sangue, Attilio Russo, Ulrico Roberto, Riccardo
Bragaglia, Tony Augello, Tonino Moi, Enrico Tiano, i fratelli Di Luia, Flavio Campo. E poi Teodoro
Buontempo leader di via Sommacampagna, Guido Morice capo dei Gruppi Operativi, Angelino Rossi
dell’Accademia Pugilistica Romana, Alberto Rossi dei Volontari, Luciano Laffranco del Fuan. È
grazie a loro se, malgrado tanto odio, tanta avversione e nonostante la cinica pratica del “colpirne
uno per educarne cento”, le sezioni capitoline del Msi, nel lasso di tempo compreso tra il ’68 e il ’77,
pur subendo incursioni, proditori assalti, attentati e vere e proprie stragi, non hanno mai decampato.
Ovvero, non hanno chiuso per questi vili episodi d’intolleranza. Si arrivò a un punto tale che anche
andare al cinema poteva essere pericoloso. Si entrava solo a proiezione iniziata e si usciva prima
dell’accensione delle luci.
Tuttavia, ben altre sono state le cause del venir meno dell’empito rivoluzionario, ma non certo la
paura di finire nel mirino dei terroristi rossi e dei loro manutengoli. La prima sezione ad essere
inaugurata all’ombra del Colosseo fu quella dell’Appio Latino. La più “tranquilla” – relativamente
tranquilla, s’intende – fu la Parioli, sulla cui sede campeggiava indisturbata un’enorme fiamma
tricolore di plastica illuminata al neon. Si trattava della più grande “fiamma” d’Italia. Dalla Parioli
provenivano i fratelli De Angelis, tra i quali il mitico Nanni è rimasto nel cuore di noi tutti per il
coraggio, l’abnegazione, l’onestà, ma soprattutto per il barbaro massacro subito in carcere dai
poliziotti infuriati, col successivo suicidio le cui modalità non sono state mai chiarite. La più
bersagliata, invece, fu la Monte Mario. Non c’è quasi nessuna sezione romana che non sia dovuta
accorrere almeno una volta in soccorso della consorella ubicata in via Assarotti. Specialmente gli
iscritti alla “gemella” Balduina. Anzi, per meglio garantire la difesa reciproca fu stretto un patto di
mutua assistenza proprio tra le sezioni di Roma nord Monte Mario, Balduina, Prati e Aurelio. Il
mitico segretario della Monte Mario, Domenico Franco, rimase pur’egli gravemente ferito da una
gragnuola di proiettili sparati ad alzo zero sulla folla da un gruppo di extraparlamentari di sinistra
durante un comizio del Msi a piazza Santi Apostoli. Insomma, a due passi dall’Altare della Patria non
c’era neanche una pattuglia di polizia in grado di garantire l’incolumità ai manifestanti accorsi a un
comizio indetto da un partito legittimamente presente in parlamento.
Così andavano le cose a quell’epoca. Eravamo colpevoli solo per il fatto stesso di esistere. E fu così
che quel diritto ad esistere ogni sede se lo guadagnò con la forza della persuasione, e, quando lo si
ritenne necessario, con le mani nude e con i bastoni. Raramente con le pistole. Perché formalmente
il regime non vietava nulla, ci mancherebbe. La manovra era molto più subdola. Le cose
funzionavano all’incirca così: il Msi indiceva un comizio nella tale piazza nel tale giorno a tale ora. A
questo punto il Pci, o la marmaglia che tralignava alla sua sinistra e che “sbrigava” gli affari sporchi
che gli “istituzionali” non potevano trattare, ne indicevano un altro nello stesso giorno e alla stessa
ora nella piazza accanto, accompagnato dall’immancabile “presidio antifascista”. Il gioco era presto
fatto. La questura interveniva e per “questioni di ordine pubblico” li vietava tutti e due. Poi, però,
quello di sinistra si teneva ugualmente e nessuno fiatava. Presto la situazione divenne insostenibile e
la reazione fu nella logica dei fatti. La sezione Prenestino dovette subire un duro assalto il 25 aprile
1974 per il solo fatto di trovarsi lì. Durante la scorreria un uomo sulla sedia a rotelle fu preso ad
accettate ma i militanti fecero quadrato e il fortino resistette. La Centocelle il 24 maggio 1969,
coadiuvata da Torpignattara, “espugnò” piazza dei Mirti con le unghie e con i denti solo per
permettere a Giulio Caradonna di poter tenere il suo discorso. La Nomentano-Italia fece altrettanto
nel 1972 a Milano, in piazza Castello, per garantire il comizio a Mario Tedeschi. La Garbatella invece
dovette usare le “maniere forti” a Montecompatri, dove Ennio Rosati e i suoi camerati resistettero
con l’ausilio di robusti scudi di legno a una banda di avanzi di galera fermamente decisi a sloggiare
Paolo Signorelli. Sommacampagna ottenne il top: il suo prestigio era tale che un’organizzazione
marxista leninista limitrofa, prima di compiere attacchinaggio, andava nei locali della sezione a
chiedere il permesso.
Ma la “madre” di tutte le battaglie, quella che vide schierate pressoché all’unisono tutte le sedi
romane solo per permettere a un leader missino di poter salire su un palco e parlare in tutta libertà
avvenne il 22 dicembre 1974 a Monteverde, in piazza San Giovanni di Dio, dove era stato indetto il
comizio di Rauti. Il tam tam dei centri sociali era stato pressante e carico di funesti presagi. Tutti i
gruppuscoli ultras della galassia extraparlamentare di Roma s’erano dati appuntamento nella
celebre piazza del quartiere Gianicolense per impedire all’esponente di destra l’agibilità politica ma
soprattutto fisica: 2.500 tra appartenenti a Via dei Volsci, a Potere Operaio, a Lotta Continua, ai
collettivi universitari, ai comitati di quartiere, s’erano dati la stessa parola d’ordine: Rauti non deve
parlare! Ma Rauti invece parlò, e pure a lungo, perché gli appena 500 attivisti mobilitati dalla
Fiamma s’organizzarono per benino e prepararono a questi spocchiosi figli di papà cresciuti a
molotov e caviale uno speciale comitato d’accoglienza a base di scudi di legno, caschi e bastoni. Il
palco era presidiato da persone armate, poiché il comizio – questo era l’ordine tassativo – si doveva
tenere e si doveva concludere all’ora stabilita, costi quel che costi. Gli attivisti, suddivisa la piazza in
settori ognuno destinato ad essere difeso dalla sezione d’appartenenza, erano collegati da staffette
che a loro volta ricevevano segnalazioni da vedette poste sui tetti dei palazzi prospicienti. La prima
ondata di assalitori provenienti da via Vidaschi, strada in salita e quindi assai scomoda per un
attacco, si trovò all’improvviso faccia a faccia con i camerati della Prenestino. Per i baldanzosi
compagni fu un massacro. I tapini con la stella rossa, sicuri com’erano <d’inseguire schiene nude>,
tanto per evocare un’altra canzone di Marconi, dovettero fare i conti con marcantoni come
Gianfranco Rosci, Angelino e Daniele Rossi, Raul Tebaldi, Gigi D’Addio, Volantino, Vittorio Sbardella.
La stessa cosa accadde dal lato di via Ozanam. Risultato della battaglia: i facinorosi in falcemartello
fecero la classica fine dei birilli colpiti con violenza da una palla di bowling, e alla clinica Città di
Roma, dove confluirono i compagni feriti negli scontri di piazza, arrivarono ben 40 automobili stipate
di poveracci che le stelle rosse le videro, si, ma per le devastanti fratture rimediate.
Da quel giorno in poi nulla a Roma fu come prima e nessuno più ebbe l’ardire di impedirci di parlare.
Angelo Spaziano
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