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ADAS - I quaderni di Bortolo
QUADERNO 131
N.131: Una domanda di Robertino: “Nonno mi racconti
l’agricoltura?”
Introduzione
Robertino (11 anni) ama la natura ed è appassionato di agricoltura: quando può sale nella cabina
di un trattore a fianco dello zio Guglielmo e segue le operazioni colturali; altre volte quando ha
terminato i compiti e non gioca a calcio sale sul trattorino tosaerba del nonno e, considerandolo
per quel che è, immagina di tagliare un prato oppure pensandolo un’automobile sogna di fare un
viaggio lontanissimo. Gli piace anche ascoltare racconti sui tempi trascorsi e rivolgendosi a Bortolo
chiede: “Nonno mi racconti…”.
Il racconto della vita di campagna, l’agricoltura del passato occupò più “sedute” e fu
sostanzialmente quello sotto riportato.
1. Agricoltura nella pianura lombarda degli anni 1920-30 fino alla 2^ guerra mondiale
L’agricoltura dava lavoro a oltre 8 milioni di agricoltori (su una popolazione di 36 milioni) e
nutrimento alle famiglie in aziende riferibili sostanzialmente di due tipologie di imprese:
a) Famigliari (in proprietà o in affitto) con superfici di 3-8 ettari di terreno, una stalla di bestiame
bovino (8-10 capi) per produrre vitelli, latte, letame, qualche volta la carne, il lavoro di aratura
dei campi, la semina ed il trasporto dei raccolti in azienda, un cavallo (talvolta un asino) per i
lavori più leggeri come l’erpicatura per frantumare le zolle prima della semina; lo sfalcioranghinatura-carico e trasporto alla stalla quotidiano dei foraggi nel periodo estivo per
alimentare il bestiame (erba medica nel mantovano, trifoglio nel cremonese e milanese).
Ogni famiglia aveva un maiale alimentato con farina di granone (mais) e scarti della cucina.
Normalmente erano presenti e facevano parte della famiglia anche un cane ed un gatto,
talvolta amici: il primo con funzioni di guardia e/o di supporto alla caccia se il padrone era
anche cacciatore, il secondo come cacciatore di topi e zimbello dei bambini. Normalmente
esisteva un pollaio con gallo e galline e per la produzione di uova e di pulcini e conigli (curgnöi
nel mantovano e cunegg nel pavese). Il pollaio era gestito dalla moglie (resdora) che talvolta
vendeva al pollirolo uova e/o pulcini (cicìn) destinando il ricavato a qualche acquisto personale1.
Tutti i lavori erano completamente manuali: in particolare per gli uomini la vangatura dell’orto,
la potatura degli alberi, la raccolta dei frutti (generalmente mele e susine dell’orto (brolo)), la
gestione della stalla: alimentazione del bestiame con l’erba o in inverno con il fieno ottenuto
dall’essiccazione in campo dell’erba, la preparazione della lettiera, la mungitura, la pulizia con il
trasporto delle deiezioni a mano per mezzo di una carriola ammucchiandole sul letamaio
(massa). Le operazioni agricole erano facilitate da utensili: quelle che non richiedevano l’uso
delle mani o della vanga richiedevano quello di una forca (rasch) per movimentare le cose,
oppure il falcetto (sghét) per mietere o la falce (fèr) per lo sfalcio dei prati. Alle donne erano
affidati il rastrello (rastèl) per raccogliere il fieno, la zappa (sàpa) per eliminare le erbe infestanti
che crescono fra le file delle piantine di frumento e/o di mais.
b) Le grandi aziende (in Lombardia non superavano generalmente i 50-150 ettari): sotto il profilo
edilizio erano costituite da una “corte” comprendente l’abitazione del proprietario in molti casi
1
Vedere il film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi.
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affiancata dalla stalla con il fienile2, sull’altro lato un portico-ripostiglio di carri, carrozza legna
ed utensili, eventualmente seguito dalla scuderia. Le case degli affittuari o mezzadri e dei
dipendenti fissi (salariati) erano sui lati della corte. Nelle corti più grandi la villa padronale,
disposta anche su due piani + solaio-granaio (granèr) era staccata dagli altri edifici ed abbellita
da qualche pianta d’alto fusto, da vite per uva da tavola o da vino e prato. La corte
generalmente era ghiaiata (geràda) per evitare che con il maltempo si affondassero nel fango le
ruote di carri e carrozze ed i piedi.
Al centro della “corte” non mancava mai l’aia in mattoni posati di piatto su un “letto” compatto
di sabbia con i bordi perimetrali in pietra ed ai quattro angoli paracarri (marmulìn) di
salvaguardia. L’aia aveva una leggera pendenza su un lato, per quelle grandi sui fronti est e
ovest per sgrondare l’acqua piovana. La superficie ogni qualche anno veniva “catramata” per
aumentare l’assorbimento dei raggi solari quindi il suo riscaldamento ed il potere di
essiccazione. Fra i mattoni le fessure (filàgni) di giunzione unite da malta o da bitume-catrame
per evitare che i semi (la smensa) ottenuti dalla trebbiatura (battitura)3 delle granaglie
andassero dispersi. Sull’aia, ricorda Bortolo,qualche volta la sera, in primavera o in autunno, se
c’era stato un buon raccolto, si ballava il valzer al suono di una fisarmonicaù: venivano anche
dalle corti vicine.
c) Emigrazione stagionale: diverse donne (mondine), soprattutto le giovani, andavano a lavorare
in risaie di grandi aziende del pavese e della lomellina per mondare dalle erbe infestanti e
trapiantare il riso; operavano chine con i piedi nell’acqua e nugoli di zanzare (sansàli). Un
grande cappello di paglia le riparava un po’ dal sole e dalle zanzare che rimanevano sui bordi. Le
mondine partivano in una corriera noleggiata dal datore di lavoro e per 20-30 giorni dormivano
e mangiavano nei magazzini in cui poi sarebbe stato ammucchiato il riso4.
2. Funzioni dell’aia (èra)
L’aia d’estate era il “centro operativo aziendale” molto importante, utilizzato per: il deposito in
bica (cavaiùn) dei covoni (cöeuf) di grano o riso mietuto a mano, e legato in covoni. L’essiccazione
di solito durava 8-10 giorni, il mattino stendimento del prodotto sull’aia riscaldata dal sole,
rimescolamento il primo pomeriggio3 ammucchiandolo (müciandal) la sera e coprendolo con un
telone. La palatura del seme trebbiato per separarlo dalla pula (büla) con l’aiuto della brezza
serale o mattutina. La granella veniva misurata “a volume” con lo staio (stèr) portato a raso con la
pala allo scopo di riempire uniformemente i sacchi che poi, contati (a numero) sull’aia, venivano
pesati “a campione” sulla bilancia (bassacüna) e quindi portati a spalla e svuotati nel granaio
calcolando poi il peso (totale= n° sacchi x peso medio).
L’aia serviva anche per il deposito delle pannocchie (panòci) di granone o granoturco (furmentùn),
oggi con derivazione americana detto mais. La svestitura delle pannocchie (scartusär) avveniva
verso sera prima o dopo cena, fatta anch’essa a mano; alcuni con l’aiuto di un chiodo (ciò) legato
2
Alcune caratteristiche: lo corti mantovane avevano un lato perimetrale aperto, quelle cremonesi erano recintate con un cancello di
ingresso. In Lombardia i fienili erano soprastanti le stalle con un’apertura per scaricare direttamente il fieno nel porticato o in stalla mentre
in Emilia Romagna i fienili erano costruzioni separate con altissime colonne di mattoni ed il fieno appoggiato a terra.
3
Il frumento, o riso o mais la sera veniva ammucchiato sul colmo dell’aia e ricoperto da un telo impermeabile ed il mattino al crescere
della temperatura steso sull’aia con la pala di legno in uno strato di 3-5 cm per l’essiccazione. Sull’aia era d’obbligo camminare scalzi (pé
par tèra) e pure nel primo pomeriggio si passava strisciando i piedi nel prodotto stesso per rimescolarlo ed affrettare l’essiccazione. C’è da
dire che camminare nel grano o nel riso era piacevole, mentre i grani di mais erano abbastanza fastidiosi finché non si era ispessita la pelle
sotto i piedi.
4
Le mondine ma anche altre donne nei campi si infilavano sulle braccia le “maniche” fino ai polsi trattenute da un elastico (anche le calze
erano singole trattenute al ginocchio o sulla coscia da un elastico) per mantenere “la pelle chiara”, apprezzata dagli uomini, non abbrunita
dal sole. Sul capo portavano un cappello di paglia a larga ala rotonda, alcune sui capelli avevano un fazzoletto per proteggerli. In EmiliaRomagna le donne portavano sempre sul capo un grande fazzoletto annodato sotto il mento o dietro la testa.
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al polso con uno spago (làssa).
Partecipavano all’operazione di scartusàr (liberare le pannocchie dalle bratte) uomini, donne e
ragazzi. Spesso qualcuno, specie se di origine veneta, avviava una canzone (canta) che dava il via
ad un coro. I bambini giocavano a prendersi sull’aia o all’intorno prima che urla di richiamo li
avviassero al letto. Ad una cert’ora calavano i pipistrelli a caccia delle zanzare; per il loro volo
irregolare le ragazze strillavano per la paura che si infilassero fra i capelli.
Altri prodotti “passavano” sull’aia: i fagioli rampicanti (da rampa) di cui venivano colti a mano i
baccelli o l’intera pianta liberata dal sostegno e che, dopo l’essiccazione, venivano disposti in piano
e sgusciati (batü) battendoli con un bastone snodato costituito da due parti congiunte con uno
snodo di cuoio flessibile (cüràm) ad un’estremità: uno era tenuto dall’operatore, l’altro roteando
veniva fatto battere sulle piante-baccelli essiccati.
Anche le zucche (süchi) raccolte a fine estate venivano disposte per qualche tempo sull’aia
affinché perdessero l’acqua e la buccia si rafforzasse evitando la marcescenza.
Chi produceva canapa per far corde5 (süghi) impiegate per legare i covoni o il fieno sui carri,
oppure da filare e tessere per la dote di lenzuola (linzöi) delle figlie, dopo aver tagliato e fatto
macerare (masaràr) i fusti di canapa legati in mazzi in uno stagno li disponeva verticalmente
sull’aia per essiccarli prima di spezzarli e provvedere alla stigliatura così da liberare le fibre dai
canapuli facendole passare fra stecche fisse e mobili azionate a mano6.
L’aia, o la stalla, veniva anche utilizzata per depositare i legacci (ligàm) di legatura dei covoni (cöf)
ricavati da erbe palustri che crescono in prossimità di fossi e paludi, e quelli ricavati da vimini
(rübìn), che venivano utilizzati per legare le viti ai pali di sostegno nonché dal cestaio (canvarìn)
ambulante nelle grandi corti, per realizzare, intrecciandoli abilmente, ceste e cestini di differenti
capacità: cavagnìn e cavagna (con un manico) per la raccolta dell’uva, delle patate e della frutta
oppure dosare i mangimi delle vacche, sìsta con due manici per la legna da camino o stufa e sistùn
di grandi dimensioni per trasportare dall’aia alla stalla i scartòss del mais utilizzati per
l’alimentazione delle manze (manzülan). La paglia (pàia) di frumento o riso da impiegare per la
lettiera veniva un tempo accatastata sciolta in cumuli rotondeggianti (pìriole) con un palo di
sostegno al centro. Successivamente con la meccanizzazione entrarono in uso le balle
parallelepipede pressate e legate con filo di ferro anche i pagliai (paièr) assunsero una forma
parallelepipeda che si restringeva in alto con i colmo ricoperto di paglia sciolta o ricoperto da un
telone per impedire alla pioggia di penetrare e farle marcire.
Chi possedeva un vigneto e pigiava uva da vino disponeva le vinacce (graspi) sull’aia (quanti
moscerini!) prima di tentare (abusivamente) di distillare una specie di grappa o di essiccarle per
darle al bestiame, mescolate al pastone in piccole dosi per evitare risentimenti intestinali.
Un’altra coltura frequente nel basso mantovano ed in Emilia-Romagna era la barbabietola da
zucchero (li barbi) che veniva coltivata su contratto per l’industria. Gli zuccherifici erano dislocati
in più zone perché il trasporto, prima della meccanizzazione, veniva effettuato con carri (barra) a
due grandi ruote trainati da un cavallo e con un conduttore che faceva alcuni tratti di strada a
piedi affiancando il cavallo. Il trasporto iniziava prima dell’alba o la sera a buio: spesso con la
nebbia. Sotto il carro pendeva una lucerna a petrolio che dondolando con il “passo” del cavallo si
rendeva visibile allo scarso traffico automobilistico.
In Romagna alcune aziende portavano le bietole a maturazione (piantoni) per produrre il seme per
conto dello zuccherificio che poi lo dava in conto semina ai coltivatori.
5
Esistevano i cordai che si spostavano fra le corti attrezzati con una grande ruota azionata a mano e rocchetti che provvedevano a filare
ed arrotolare-intrecciare delle cordelle formando i cordami da lavoro, da campanile, ecc.
6
Per produzioni di maggiore entità di canapa o lino da tessuti esistevano in alcune zone canapifici e linifici cui consegnare il prodotto
raccolto.
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Tav. 1 – Utensili ed attrezzi impiegati in casa e in azienda
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Tav. 2 – Utensili ed attrezzi impiegati in casa e in azienda
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Le grandi aie quando erano sgombere costituivano una pacchia per i giochi di bambini e bambine
(scalzi); la bicicletta era ammessa sull’aia e lì si imparava l’equilibrio giocando in contrasto fra
spinta sui pedali e freno sul manubrio.
Nell’autunno, terminato l’uso, l’aia veniva ricoperta di paglia (possibilmente di riso) o di stocchi
(canòt) di granoturco per evitare che il selciato venisse danneggiato dal gelo invernale: stop ai
giochi dei ragazzi che aspettavano con ansia la neve e la gelata dei fossi per scivolare (sliciàr,
sblissiàr) dopo aver impiantato nelle suole di legno degli zoccoli chiodi a testa convessa (bròchi)
per scivolare meglio.
Robertino ascoltava eccitato il racconto del nonno.
3. La stalla
Nella Pianura Padana la stalla era il centro focale dell’azienda attrezzata per l’allevamento
bovino, sia delle aziende piccole che delle grandi. Il lavoro era quotidiano e sistematico con
qualche variante fra estate e inverno.
a) Nella stagione estiva
Dalla primavera all’autunno le principali attività degli addetti alla stalla (bergamini o salariati)
iniziano dalle 4-5 di mattina e prevedono: svuotamento dei residui (rusghèr) dalle mangiatorie,
cambio della lettiera con il trasporto del letame (l’aldàm) sulla concimaia esterna (massa) con
carrioloni; alimentazione del bestiame con il foraggio falciato (sghà con al fèr) il giorno precedente
portato a spalla con la forca (rasck), l’aggiunta di mangime (sostanzialmente farine) alle vacche in
lattazione più produttive, mungitura previo lavaggio della mammella e talvolta delle cosce
posteriori sporche utilizzando una brusca (spassèta) e acqua calda. Per la mungitura l’uomo,
accoccolato su uno sgabello monopiede legato in vita o un trepiede, con il secchio tra le gambe e
la testa appoggiata nel fianco della vacca, mungeva due a due i quattro capezzoli della mammella,
poi andava a versare il latte, tramite un imbuto (lurét) munito di filtro7 sovrapposto, nel bidone di
raccolta e trasporto del latte precedentemente posizionato al centro del corridoio (andàna) della
stalla in attesa che, una volta pieno il bidone fosse trasportato all’esterno facendolo ruotare sul
fondo , sotto il portico o se molto caldo veniva inserito nell’abbeveratoio (albi) riempito di acqua
fresca per essere poi distribuito nei pentolini (vulìn) delle famiglie della corte oppure trasferito nei
bidoni del lattaio del paese oppure raccolto e portato con quello di altre aziende dal “menalat” al
caseificio per la produzione di burro e di formaggio. Il latte distribuito alle famiglie nel “vulin”
veniva misurato a volume con il “misurìn” da litro e/o mezzo litro; quello per il caseificio in bidoni
da 50 litri; e misurate le frazioni in secchi a peso con la “stadéra”.
Terminata la mungitura veniva rinnovata la lettiera con paglia fresca in modo che le vacche
potessero coricarsi e pian piano ruminare.
Gli operai a questo punto, si era verso le 8½- 9, si staccavano dal lavoro per un’ora ed andavano in
casa a far la prima colazione. Riprendevano il lavoro in campagna con il carro8 trainato da una
7
Le mosche non mancavano nelle stalle. Nelle stalle “d’avanguardia” una parte veniva catturata dalle carte moschicide: strisce appiccicose
e odorose che, estratte svolgendole da contenitori cilindrici, venivano appese al soffitto della stalla e buttate una volta piene di mosche
appiccicate morte o ancora in agitazione.
8
Il carro era in legno con sovrapposto un pianale di assi convergente verso il centro (letto), le ruote: due posteriori con mozzo, raggi e
settori esterni in legno cerchiati di ferro montati a caldo infilati su un assale trasversale (assil) d’acciaio e trattenute ciascuna da un fermo
d’estremità (sivèl), due anteriori generalmente più piccole il cui assale, fissato ad una struttura monopezzo (palastra) sempre in legno con
lo spazio per inserire il timone, poteva ruotare su un perno verticale. Per facilitare la rotazione e impedire il rischio di ribaltamento nelle
svolte fra palastra e struttura anteriore era interposta una razza cingolare in ferro. La prima coppia di buoi (bö) veniva aggiogata al timone
con il giogo (Szög) in legno sagomato e abbellito come il carro da intarsi, per le altre eventuali coppie di buoi (nelle strade fangose
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coppia di buoi per andare a falciare, raccogliere e caricare l’erba medica (erba-spagna) o il lojetto
(lujét), o il mais da foraggio (sinquantìn) per il pasto della sera e del mattino successivo. Al ritorno
il foraggio veniva scaricato nel portico, all’ombra per evitare fermentazioni e surriscaldamenti.
A mezzogiorno (mesdì) gli operai rientravano in casa per il pasto (seconda colazione o pranzo) e un
meritato riposo. Nel tardo pomeriggio si ripeteva in stalla il ciclo di alimentazione-mungituraripristino della lettiera
I corridoi della stalla (andàne) venivano spazzati con la “granèra” prima del ripristino della lettiera.
b) Nella stagione invernale: il “filòs”
La
stalla era riscaldata dal calore animale (respirazione e deiezioni) mentre le case degli operai
erano riscaldate solamente nella cucina-pranzo dal camino e/o dalla “cucina economica” a legna;
nelle camere solo i letti la sera con lo scaldino (prete9).
Al pomeriggio le donne della “corte” sistemavano la cucina e si radunavano ad un capo della stalla
illuminato (poco) da una lanterna a petrolio e provvedevano a fare, con i “ferri” e la lana, maglioni
e calze o rappezzare i pantaloni (corti) dei figli o quelli dei mariti. Lavorando chiacchieravano
diffondendo notizie e dicerie raccolte al mercato settimanale del paese o al negozio dove avevano
fatto gli acquisti (la spesa). Talvolta capitava nella stalla un “cantastorie” che dopo qualche battuta
si metteva a raccontare episodi attinti all’epica greca che includevano Omero, Ulisse ecc., oppure
storie di fantasia spesso comprendenti fantasmi e mostri che attiravano-impaurivano i bambini.
Con il racconto e l’osservazione delle figure era trascorso parecchio tempo ma Robertino non
dimostrava stanchezza e chiedeva di proseguire. Bortolo disse allora: vediamo rapidamente gli
attrezzi manuali in uso e rimandiamo ad una prossima volta altri argomenti come l’alimentazione,
le usanze e lo sviluppo della meccanizzazione dal dopoguerra ad oggi.
4. Utensili, attrezzi, specialisti
Siamo sempre tra gli anni ‘20 e la 2^ guerra mondiale: più o meno da cent’anni a sessant’anni fa.
A parte gli utensili e attrezzi personali e quelli impiegati da tempo con l’ausilio di buoi e/cavalli
come il giogo (szög) già ricordati e: vanga, badile, zappa, rastrello, forca (rasch a tre spini/a quàtar
spini), falcetto (sghét), falce (fèr da sgàr) che “veniva battuto giornalmente con il martello” su un
supporto di ferro (pianta) conficcato nel terreno e affilato a mano ogni tanto (“dar al fil cun
lapreda”), carriola (caréta), altri come la mannaia (manarìn, curtlàs), la roncola (pudaia), la
ronchina (runchìna), la sega a mano (résga), la sega da tronchi con due operatori (resgùn), la pialla
(al piulét), usata dal falegname, il contenitore da braccio (tumàn) usato per la semina e/o la
concimazione a spaglio, erano attrezzi fondamentale l’aratro (piò) trainato da buoi e l’erpice
(répag) per raffinare le zolle (i lòt) prima della semina. Per agevolare il lavoro di raffinatura del
terreno delle specie da seminare in autunno come il grano si attendevano le prime piogge che
rammollivano le zolle, per quelle da seminare in primavera come il mais, l’aratura veniva
effettuata in estate-autunno e la raffinatura a inizio primavera profittando dell’azione del gelo
(szél) invernale che fa “esplodere” le zolle imbibite dalle piogge facilitando la lavorabilità
(erpicatura e/o zappatura) del terreno.
invernali) il giogo veniva agganciato al timone con una catena di prolunga. Nel caso di traino con cavalli l’appoggio su tutto il torace di
ciascuno era ottenuto con la “collana” e il collegamento con il timone con redini e “finimenti”.
9
Il “prete” (nel veneto detto “moniga”) consisteva in una struttura in legno a doppia slitta (v. figura), con una lamiera fissata sul piano
inferiore, che veniva inserito fra le lenzuola; nel “prete” veniva inserito lo “scaldino” di lamiera ripieno di brace ricoperte di cenere. Era una
goduria la sera infilarsi in un letto caldo e non importava che la stanza da letto fosse fredda, talvolta perfino con gli angoli dei vetri delle
finestre ghiacciati e che spifferavano aria gelida.
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Alcuni lavori ed attrezzi erano di competenza di artigiani professionisti esterni che intervenivano a
supporto dell’azienda per interventi specifici. Tali ad esempio:
- il falegname (marangùn) che impiegava: resga, resghìn, piület, raspa (lima da legno), una
dotazione di trivelle a mano per fare i fori (büs), una matita piatta (bellissima!) per tracciare
sulle assi con l’aiuto della riga e della squadra le linee di taglio. Il falegname levigava i manufatti
con la cartavetrata (cartavedra) per rifinire le superfici e gli spigoli ed usava la colla a caldo per
unire le parti.
Il falegname aveva inoltre un ambìto banco la lavoro generalmente dotato di due morse: una
con piani di presa verticali ed una orizzontale per fissare i pezzi da lavorare; quest’ultima munita
di una vite di scorrimento generalmente di legno. Verso gli anni ’35-38 le “botteghe” dei
marangùn si erano attrezzate con pialla a filo e pialla a spessore azionate tramite cinghia piatta
da un motore elettrico.
Erano di competenza del falegname la coloritura dei manufatti con tinte all’acqua (es. noce),
vernici e smalti all’olio di lino, oppure la ceratura dei mobili10;
- il fabbro (frèr): dotato di forgia (füsina) con carbone (cerbunèla) tenuto acceso con ventilatore
azionato a mano ed utilizzato per scaldare “a rosso” i profilati di ferro (piatt, tönd, quàdar, a ü,
angül,…) da sagomare a forza di mazza e martellate sull’incudine (al lancüsan) ed i vomeri per
rifarne il filo (ghimér da bàtar) e per fare la ferratura dei cavalli. I diversi fori tondi dei ferri fatti
cul tràpan venivano allargati e resi quadrati facendo penetrare a caldo a furia di martellate un
punteruolo conico a sezione quadra, tenuto con una pinza di ferro (tn’aia) di cui il fabbro aveva
ampia dotazione. Il trapano per la foratura era azionato a mano e dotato superiormente di un
grande volano accumulatore di energia cinetica.
Successivamente il trapano fu motorizzato da un motore elettrico: una trasmissione con
pulegge di diametri inversi e cinghia consentiva di realizzare velocità adatte al diametro delle
punte ed al materiale. Il fabbro oltre a martello, morsa, forgia, incudine e utensili vari
possedeva verso gli anni ‘38-40 una smerigliatrice da banco od a colonna azionata da motore
elettrico per affilare gli utensili. Talvolta al fabbro veniva affidata anche la moscalcia cioè la
“pulizia” delle unghie dei piedi dei bovini e la “ferratura” degli zoccoli di cavalli ed asini;
- il muratore (müradùr11): interviene quando c’è da riparare un tetto (giustar o giràr an téch), un
muro o un selciato (salgà), ecc. I suoi utensili sono la cazzuola (cassöla), un secchio (schèl)
troncoconico per rimescolare la malta, il martello con la “penna” divaricata per estrarre i chiodi
(piantar/cavar i ciò) dal ponteggio di assi (punt) impiegato, quando c’è da innalzare un muro
(tirar sü an mür); egli utilizza il metro (mètar) per misurare le distanze, filo a piombo (piumb) per
la verticalità, la livella (böla) per l’orizzontalità, la squadra (al squàdar)per angoli a 90°.
I materiali che impiega sono la “malta” costituita da calce (calsìna12), sabbia (sabiét) e acqua, da
inserire fra gli strati della parte rigida (struttura) cioè in pianura mattoni (prédi) di terracotta
realizzati a mano o con stampi dalle fornaci, ovvero sassi, più o meno squadrati, in montagna.
Successivamente con l’invenzione (dal francese Beton) di un impasto di cemento, ghiaia ed
acqua (calcestruzzo) si poterono realizzare manufatti (gèt) prefabbricati come i “riquadri”, in
sostituzione di travetti di legno, contenuti in casseforme di legno, da posare sopra le “spalle del
muro” per realizzare nelle pareti vani di finestre o porte; la cassaforma consentiva una certa
flessibilità delle forme realizzabili: ad esempio lo smusso degli spigoli. Il passo successivo
essenziale fu il “cemento armato” ottenuto inserendo nelle casseforme armature (scheletri) di
tondini in acciaio opportunamente sagomati, legati fra loro con filo di ferro e posizionati prima
10
I produttori e/o impagliatori di sedie solitamente erano veneti.
a Genova lo chiamano massacan
12
Una volta il sasso di carbonato di calcio (CaCO3) estratto in montagna e “cotto” in forni posti in prossimità della cava, la calce “viva”,
veniva “spenta” miscelando con acqua a formare un idrato di calcio (Ca (OH)2) per la preparazione della malta.
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del riempimento con calcestruzzo ottenendo strutture sottili ad alta resistenza: quelle che oggi
permettono la costruzione di edifici multipiano.
5. Gli animali nelle grandi aziende
- Bovini da latte e vitelli: le razze “svizzera” e valtellinese che aveva il pelo color beige uniforme
con inizio dal 1935-38 vennero via via, specie nel dopoguerra, sostituite dalla pezzata nera
olandese (Frisone e del Nord Holland) e dalle derivate americane e canadesi, selezionate dalla
“Carnation”, più produttive ma con il latte meno grasso (2,5 – 2,9% contro 3,2-4%) quindi con
una minor resa % in burro.
Le figlie di incroci avevano il mantello prevalentemente nero ed erano dette prete;
- I buoi da tiro dalle grandi corna: erano romagnoli o pugliesi dal mantello bianco-grigio.
Vivevano e lavoravano accoppiati (Dx e Sx); nomi ricorrenti delle coppie erano Nivola/Tempesta,
Ponente/Levante, Balarin/Saltarin
- I cavalli da tiro: erano prevalentemente di razza “belga” possenti, sauri con la criniera bionda, o
“bretoni” più leggeri ma veloci con criniera e coda color castano. Ai calessi venivano attaccati gli
“avellignesi” di piccola taglia provenienti dall’Alto Adige oppure dei mezzosangue frutto di
incroci con cavalli da corsa (trotto o galoppo di origine “araba”);
- Il/i maiale/i13: era la riserva alimentare maggiore della famiglia per l’inverno (braciole, costine,
ciccioli, zampetti, prosciutti, salami, salamelle, cotechini, zamponi, coppe, organi interni quali
cuore, fegato, reni (rognoni), lardo conservato salato); lo strutto disciolto e conservato nella
“öla” e/o nella sua vescica (psìga) per friggere e condire. Il maiale veniva ingrassato fino a
pesare oltre due quintali, anche tre;
- Animali di bassa corte: oche, tacchini, faraone, anitre di varie razze, da uova e da carne,
cacciagione e conigli oltre naturalmente a cani e gatti erano amministrati dalla rasdora.
I “nemici” erano la volpe e la faina che facevano stragi nei pollai
Valentina entrata con Luisa chiede: “Nonno mi compri un coniglio bianco? Mi piacerebbe tanto!”
E il nonno “Dove lo metti? Nel letto?”
6. Schegge di ricordi
a) Gli acquisti: oltre al mercato settimanale del paese e la bottega di Alimentari e Generi vari le
donne frequentavano la merceria dove compravano “a metro” stoffe, elastici, filo di lana,
bottoni, automatici, ecc; gli uomini frequentavano il tabaccaio (tabachìn) e l’osteria, i bambini la
cartoleria per comperare quaderni, matite, penne, il sillabario, le biglie (burèli) ed i pacchettini
di “figurine” dei ciclisti per giocare (v. Quaderno 111)
b) Gli ambulanti che venivano nella corte più o meno settimanalmente o “in stagione” e si
annunciavano con un richiamo caratteristico erano:
- l’arrotino (al mületa) con la sua bicicletta e la mola a pietra smeriglio tuffata nell’acqua che
veniva fatta ruotare a pedali che arrivando strillava: “Arrotinooo”;
- il pescivendolo che arrivava dalle risaie e gridava “Gamberèi – saltarèi – pesce fresco – rane!”;
li teneva in due “sporte” ai lati del manubrio ed in una cassetta sul portapacchi dietro la sella
e pesava l’acquisto con la bilancia (balansa);
- lo straccivendolo (strassèr) che scandiva “strassi-ossi-ferro veccio donne oho!”;
13
Era un bene diffuso: denominato in mantovano gugét o ‘nimàl, in cremasco ròi, in pavese gugn, in milanese pursèl, in monzese pursciò,
in veneto porzèl, in sardo porcu, ecc.
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QUADERNO 131
- il fruttivendolo con il carretto dal letto lungo condotto a mano con le casse di frutta e
verdura;
- il “mercantin” che vendeva chincaglierie, vasi da notte, ecc prima con un carrettino a mano
sormontato da una struttura espositiva. Successivamente motorizzato con un camioncino
incredibilmente caricato dei vari articoli.
L’azienda agricola tradizionale era un’unità diversificata di produzione e di trasformazione,
funzionalmente autonoma ma poco portata all’innovazione. La vita era “grama” ma tutto
sommato varia e generalmente non infelice. I giovani maschi a 20 anni dovevano fare il servizio
militare: questa era la maggior “apertura” al mondo. L'agricoltura come detto interessava
nell’anteguerra in Italia oltre otto milioni di addetti più le loro famiglie spesso numerose.
Indubbiamente con la scolarizzazione e lo sviluppo scientifico e tecnologico si aprivano ai giovani
nuove prospettive. Purtroppo la guerra provocò un’interruzione all’agricoltura e molti giovani
morirono nei vari fronti.
7. Allevamento dei bachi da seta14
In alcune aziende mantovane venivano allevati i bachi da seta (filugelli). Veniva acquistato il
“seme” cioè le uova, disposti su una “lettiera” in una camera calda e nella semioscurità. Sulla
lettiera venivano disposte rinnovandole frequentemente foglie sfogliate salendo con una scala a
pioli sui gelsi posti alle testate dei filari di vite. Le foglie venivano poste in grandi tele stese in terra
poi legando i quattro angoli. Erano il cibo esclusivo dei bachi ed entrando nella camera
d’allevamento era tutto un rumore crick-crick dei bachi cha mangiavano le foglie. Ad un certo
punto il ciclo15 del baco da seta prevede la produzione dell’uovo che viene avvolto in un bozzolo di
filo di seta emesso come bava dal baco. Veniva per tempo preparato “il bosco” di rametti su cui i
bachi salivano per costruire il bozzolo.
I bozzoli completati venivano staccati e messi in acqua bollente per interrompere il ciclo cioè
impedire la trasformazione in larva e poi in farfalla che per uscire dal bozzolo avrebbe troncato il
filo di seta deprezzando fortemente il valore del bozzolo. I bozzoli in genere erano giallini, alcuni
bianchi e rarissimamente violetti (non conosciamo la causa di questa colorazione). I bozzoli
venivano portati al mercato16 , valutata la qualità e pesati.
L’allevamento del baco era in genere di pertinenza della “rasdora” mal’alimentazione curata dal
capofamiglia. A parte il calore in quella camera c’era un gran puzzo.
Lavori agricoli manuali negli anni 1941-43 (v.fotografie)
1. Mietitura del frumento con la falce -2. Legatura manuale dei covoni - 3. Si lega il carico di covoni sul carro - 4. Si completa il
cavaiùn (la bica) sul bordo dell’aia 5 - Il trasporto dei covoni si meccanizza con il “cingolino” FIAT – 6. Sfalcio dell’erba medica con la
falciatrice trainata da due coppie di buoi – 7. Trasporto alla stalla del cinquantino (malghét) - 8. Si ammarrano nel macero i mazzi di
canapa - 9. Si frantumano le zolle indurite con il dorso delle zappe – 10. Zappatura interfilare delle barbabietole da zucchero - 11. Si
raccolgono (pulendole) le patate cavate dalla “piödina”
14
La produzione della seta naturale era un retaggio dei capi (camice e camicette, calze) usati dalle famiglie
facoltose. Presso la facoltà di Agraria dell’Università di Padova esisteva l’Istituto di bachicoltura. Oltre
alla concorrenza della seta artificiale, come il rayon, l’allevamento dei bachi da seta è cessato
improvvisamente per una moria generalizzata causata dall’impiego dell’insetticida “Insegar” usato nei
campi negli anno ’60.
15
Il ciclo prevede che l’individuo adulto deponga l’uovo/a, proteggendolo con il bozzolo, nasca la larva che
ne esce per nutrirsi e si trasformi in farfalla.
16
All’ingresso est di Mantova, sorpassato il castello, sulla sinistra un grande locale era riservato al mercato
dei bozzoli. Successivamente fu mercato ortofrutticolo. Ora è museo archeologico (contiene la teca con gli
scheletri degli amanti rinvenuti a Valdaro).
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Tav. 3 – Lavori agricoli manuali negli anni 1941-43 (v. didascalia pag. precedente)
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