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Asimov come sarà il mondo nel 2014

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la domenica
DI REPUBBLICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014 NUMERO 481
Cult
La copertina. Benvenuti nella fabbrica dei guru
Straparlando. Eugenio Borgna: “Il dolore ci aiuta”
La poesia del mondo. “Il nido” di Yeats
Il futuro
immaginato
cinquant’anni fa
dal padre
della fantascienza
IL MANIFESTO DELL’ESPOSIZIONE UNIVERSALE DI NEW YORK, 1964/CORBIS
Asimov
come sarà
il mondo
nel 2014
ISAAC ASIMOV
ESPOSIZIONE UNIVERSALE di New
York del 1964 è dedicata alla
“Pace tramite la comprensione”. Il suo sguardo sul mondo di
domani esclude l’eventualità
di una guerra termonucleare. Mi sembra
giusto, dato che se dovesse esserci una guerra termonucleare non varrebbe la pena di
parlare di futuro. Perciò lasciamo riposare i
missili sulle loro rampe di lancio e diamo
un’occhiata al nostro avvenire. Sarà radioso,
almeno secondo le previsioni dell’Esposizione. La direzione in cui sta viaggiando l’umanità è vista con vivace ottimismo, soprattut-
L’
to nel padiglione della General Electric. Lì il
pubblico volteggia fra quattro scenari,
ognuno popolato da allegri manichini a
grandezza naturale. Gli scenari mostrano il
progresso dei dispositivi elettrici e i cambiamenti che hanno portato nella vita di tutti i
giorni. Ho apprezzato moltissimo. Mi è dispiaciuto solo che non abbiano proposto altri scenari ambientati nel futuro. Ad esempio, come sarà la vita nel 2014, cioè fra cinquant’anni? Come sarà l’Esposizione universale del 2014? Io non lo so, però posso tirare a indovinare.
SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE
L’attualità.
I nipotini
di Fidel,
adiós Cuba
L’inedito.
Pamuk, ecco
il mio album
Spettacoli.
Mike Mills,
quando
si chiude
la fase Rem
VITTORIO ZUCCONI
RA UN UOMO che odiava i grandi
spazi e sognava di vivere chiuso
dentro un cubicolo nella subway
di Manhattan, Izaac Ozìmov poi
divenuto Isaac Asimov, e da quella piccola fobìa esplose un mondo che volò oltre l’immaginazione del suo tempo. Nella
storia della cultura di massa, e non soltanto
di massa, la prodigiosa creatività di questo
professore di biochimica arrivato in America a tre anni da un villaggio russo chiamato
Petrovici, inviato negli atolli a seguire per la
Us Army gli esperimenti con la bomba all’idrogeno, ha segnato la fantasia, le paure,
E
ma anche l’ottimismo dei “figli di Hiroshima”. Della generazione cresciuta all’ombra
della possibile, e praticabile, fine del mondo.
Tutto ciò che oggi è quotidiano, assorbito
nelle nostre esistenze banali, dalla voce insistente del navigatore che ci chiede di «svoltare a sinistra» al computer che guida l’aereo dal momento del decollo fino a destinazione, al frigorifero che dovrebbe saper distinguere fra la temperatura per i formaggi
e quella per le verdure, tutto ciò comparve
nell’intuizione letteraria e scientifica del
cantore delle promesse del robot.
SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
30
La copertina. Come sarà il mondo nel 2014
LE INVENZIONI
DAGLI ORTI ILLUMINATI
AI MARCIAPIEDI MOBILI:
IN VERDE LE INVENZIONI
IPOTIZZATE DA ASIMOV
CINQUANT’ANNI FA E OGGI
EFFETTIVAMENTE REALIZZATE.
IN ROSSO QUELLE CHE INVECE
SONO ANCORA FANTASCIENZA
>SEGUE DALLA COPERTINA
ISAAC ASIMOV
Finti tacchini
e schermi piatti
Passeggiando
tra i padiglioni
dell’Expo ’64
Isaac Asimov
annota
le sue previsioni
del tempo
che verrà
EL 2014 I PANNELLI ELETTROLUMINESCENTI saranno d’uso comu-
N
ne. I soffitti e le pareti luccicheranno delicatamente e in una
varietà di colori, da alternare semplicemente premendo un
bottone. Le finestre non saranno nulla di più che un tocco retrò, e quando ci saranno, saranno polarizzate per non far entrare la fastidiosa luce del sole. Forse addirittura il grado di
opacità del vetro si modificherà automaticamente a seconda dell’intensità della luce che ci batte sopra. All’Esposizione universale di New York del 2014, il padiglione della General Motors probabilmente mostrerà immagini di città sotterranee complete di orti coltivati con la luce artificiale e i
terreni in superficie adibiti a coltivazioni agricole su larga
scala, pascoli e parchi, con meno spazio sprecato per gli insediamenti umani. Le cucine saranno progettate per preparare pasti automatici, scaldando l’acqua e trasformandola in caffè, tostando il pane, preparando uova al tegamino, in camicia o strapazzate. Pranzi e cene completi, a base di cibo semipreparato, verranno conservati nel congelatore finché non saranno pronti per essere lavorati. Sospetto, però, che anche nel 2014 sarà ancora consigliabile conservare un angoletto della cucina dove preparare a mano piatti più personalizzati, specialmente quando si hanno ospiti.
Nel 2014 i robot saranno pochi e di scarsa qualità, ma comunque esisteranno. Ci saranno
calcolatori, in gran parte miniaturizzati, che fungeranno da “cervelli” dei robot. Lo stand
della Ibm all’Esposizione universale del
2014 avrà come fiore all’occhiello un robot costosi, perché saranno il prodotto di scarto
delle dimensioni di una domestica, grosso, delle centrali a fissione nucleare che nel
goffo, dai movimenti lenti ma capace di rac- 2014 forniranno all’umanità oltre la metà
cogliere oggetti, mettere in ordine, pulire. del suo fabbisogno energetico. Ma una volta
Senza dubbio quelli che andranno all’Espo- esaurite, queste batterie potranno essere
sizione si divertiranno a spargere in terra i ri- eliminate soltanto da personale autorizzato
fiuti per vedere il robot che li rimuove e li di- dal produttore. In varie aree desertiche e sevide tra le cose “da buttar via” e le cose “da midesertiche dell’Arizona, del Negev, del
Kazakistan, saranno anche in funzione
mettere da parte”.
Naturalmente nel 2014 gli elettrodome- grandi centrali a energia solare. Nelle aree
stici non avranno cavi e saranno alimentati con molto smog ma nuvolose sarà un po’ più
da batterie a lunga durata che funzioneran- difficile.
Verranno dedicati grandi sforzi alla prono con i radioisotopi. Gli isotopi non saranno
gettazione di veicoli con “cervelli robotici”
che potranno essere programmati per raggiungere destinazioni specifiche e si muoveranno senza l’interferenza della lentezza
di riflessi di un guidatore umano. Nelle aree
centrali della città compariranno i primi
marciapiedi mobili per i piccoli spostamenti
(con sedili su entrambi i lati e i posti in piedi
al centro). Saranno soprelevati rispetto al
piano stradale, dove continueranno a circolare le automobili (in alcuni posti anche su
diversi livelli) solo perché non ci saranno più
parcheggi in strada e perché almeno l’80 per
cento delle consegne effettuate dai camion
avverrà in centri prestabiliti ai margini della città. Tubi ad aria compressa trasporteranno merci e materiali sulle piccole distanze, e i dispositivi di smistamento che spediranno le merci nelle varie destinazioni saranno una delle meraviglie della città.
Le comunicazioni telefoniche saranno visive e sonore al tempo stesso e si potrà sia vedere che sentire la persona con cui si parla al
telefono. Lo schermo potrà essere usato non
solo per vedere le persone durante le telefonate, ma anche per studiare documenti e fotografie e leggere brani di un libro. Grazie a
satelliti spaziali con orbite sincronizzate a
quella della Terra sarà possibile comunicare
direttamente con ogni luogo del pianeta,
comprese le stazioni meteorologiche in Antartide.
I nostri televisori saranno soppiantati da
schermi da appendere alla parete; ma fa-
Che noia
vivere
con i robot
la Repubblica
31
DISEGNI DI MARCO GORAN
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
ranno la loro comparsa anche cubi trasparenti che offrono una visione tridimensionale. All’Esposizione universale del 2014
una delle grandi attrattive sarà un televisore tridimensionale a grandezza naturale
che proietterà dei balletti. Il cubo ruoterà
lentamente per rendere possibile la visione
da ogni angolazione.
L’agricoltura tradizionale terrà il passo
con grande difficoltà e ci saranno fattorie
che si convertiranno ai più efficienti microrganismi. Prodotti a base di lievito e alghe
trattate saranno disponibili in una vasta
gamma di sapori. All’Esposizione del 2014 ci
sarà un’Alga Bar che servirà “finti tacchini”
e “pseudobistecche”. Non saranno affatto
male, ma ci sarà una forte resistenza psicologica a questa innovazione.
Non tutta l’umanità potrà godere appieno di queste innovazioni. Rispetto a oggi ci
sarà una fetta maggiore di popolazione che
ne sarà privata, e anche se queste persone vivranno meglio di oggi, dal punto di vista
materiale, rimarranno comunque indietro
rispetto alle parti del mondo più avanzate.
In senso relativo la loro condizione peggio-
rerà. La situazione sarà ulteriormente aggravata dai progressi dell’automazione. Nel
2014 saranno pochi i lavori di routine che le
macchine non sapranno svolgere meglio di
qualsiasi umano. Il genere umano diventerà
quindi in gran parte una razza di guardiani
delle macchine. Le scuole dovranno essere
ripensate in questa direzione. Non saranno
solo le tecniche di insegnamento a progredire, cambieranno anche le materie: gli studenti delle superiori studieranno nozioni
fondamentali di informatica, diventeranno
esperti di matematica binaria e saranno addestrati all’uso dei linguaggi
informatici.
Nonostante questo l’umanità sarà afflitta da un profondo senso di noia, un male che si
espanderà sempre di più, crescendo d’intensità. Ci saranno
conseguenze serie sulla sfera
mentale, emotiva e sociologica, e prevedo che nel 2014 la
psichiatria sarà di gran lunga
la branca più importante della
medicina. I pochi fortunati che
potranno svolgere un lavoro
creativo di qualsiasi tipo saranno la vera
élite del genere umano, perché solo loro
faranno qualcosa di più che stare al servizio di una macchina.
La previsione più fosca che posso fare sul 2014 è dunque che in una società che costringe al riposo, la parola più bella del vocabolario diventerà “Lavoro”!
(Traduzione
di Fabio Galimberti)
© by Isaac Asimov
Reprinted
by permission
of Asimov Holdings LLC
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il fantascrittore
terrorizzato
dallo spazio
>SEGUE DALLA COPERTINA
V IT T O RI O Z U CCO N I
EL CAMMINO verso la
robotizzazione delle nostre
vite, dove il sospetto di
essere sempre più accessori
e sempre meno motore delle
macchine si insinua, la garanzia delle “Tre
Leggi della Robotica”, compilate da
Asimov per dirci che nessun automa
avrebbe potuto farci del male, ci ha tenuto
per mano. Rassicurandoci. Se nelle più di
cinquecento opere letterarie che ha
prodotto nei settantadue anni di vita si
può cercare un filo che leghi il Notturno, la
saga della Fondazione e le storie brevi di
Io, Robot, è la necessità di trovare
un’organizzazione sociale che includa
l’interazione fra macchine intelligenti ed
esseri umani stupidi. Nessun altro autore
di fantascienza era così angosciato dal
mito del Golem ebraico, del Frankenstein
positivista, della creatura prodotta
dall’umanità per salvarsi da se stessa e poi
incontrollabile. Nel paradosso della sua
visione, che ha influenzato legioni di
produttori, sceneggiatori, registi, il suo
N
SCRITTORE
NATO IN RUSSIA
NEL 1920
ISAAC ASIMOV
CREBBE DALL’ETÀ
DI TRE ANNI
A NEW YORK
DOVE MORÌ
IL 6 APRILE 1992.
IN QUESTE PAGINE
UN’ILLUSTRAZIONE
DALL’ESPOSIZIONE
UNIVERSALE
DI NEW YORK,1964
segreto sta nelle sue invincibili fobìe.
Cresciuto in un’edicola di New York
accanto al padre divorando comics,
Asimov era un «claustròfilo», il contrario
di claustrofobico, e uno
«pteromerhanophobico», parola che
segnala un’invincibie paura di volare. Salì
a bordo di un aereo solo due volte. Fu
dunque uno scrittore di fantasociologia
più che di pura fantascienza, come i critici
gli rimproveravano accusandolo di avere
escluso dalle proprie storie creature
aliene e, rigorosamente, il sesso, la più
umana delle espressioni. Lo capì bene un
suo inaspettato ammiratore, il Nobel per
l’economia Paul Krugman, che rivelò di
avere trovato da ragazzo nella saga della
Fondazione l’opera più formativa della
sua adolescenza. Come Asimov, anche
Krugman credeva e crede nella possibilità
di governare, e non solo di subire, i tempi.
Quando ebbi la fortuna di intervistarlo,
nel suo opprimente, ma per lui
confortevolissimo studiolo, non molto
prima che il cuore lo tradisse nel 1992,
non fu di robot che volle parlare ma di
esseri umani. In particolare di uno. Del
figlio che, già adulto, pensava di essersi
sistemato per sempre con l’eredità futura
del padre. «Parliamo di robot...» cercai di
interromperlo. Scosse la
testa con quei suoi epici
basettoni: «E di cosa
crede che stiamo
parlando? I robot, caro
amico, siamo noi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
32
L’attualità. Figli di papà
NOME
MAIRELYS
CUEVAS GOMEZ
NOME
CAMILA ALEJANDRA
PIÑEIRO HARNECKER
PROFESSIONE
EX CAPOREDATTRICE
DI “GRANMA”
FIGLIA DI
MANUEL "BARBAROSSA"
PIÑEIRO, CAPO
DEL DIPARTIMENTO
AMERICA
DOVE VIVE
ORA NEGLI USA
DOVE VIVE
NEGLI USA, SPOSATA
CON UN GIORNALISTA
DEL “WASHINGTON
POST”
Lasciano l’isola,
se la spassano all’estero
e su Facebook postano
tanti saluti alla famiglia
Ecco la gallery dei nuovi esuli:
i rampolli della nomenclatura castrista
OMERO CIAI
MIAMI
ULTIMO a passeggiare qui, sullo scintillante
L’
lungomare di South Beach, è stato Josué,
il figlio più piccolo del generale Ibarra.
Guerrigliero sulla Sierra, oggi ministro degli interni e uomo di Raúl. Abelardo Colomé Ibarra, detto Furry, settantacinque
anni, è uno dei tanti dinosauri del socialismo tropicale con prole all’estero. Qualche
tempo fa suo figlio Josué ha preso un aereo
dall’Avana per Cancun, Messico, ha attraversato la frontiera con gli Stati Uniti, chiesto asilo e raggiunto sua madre, Suri Vázquez Ruz, ex moglie di Furry, che vive in esilio a Miami. Una volta lì,
la prima cosa che ha fatto è stata postare sulla sua pagina Facebook
due foto: in una si trova sull’Ocean Drive accanto a una Ferrari, nell’altra sorride felice in un bar con in mano un frullato. «Ma Josué è
sempre stato molto legato a sua madre», confidano nell’ormai molto variegata comunità cubana di Miami: oltre un milione di anime,
«e alla fine ha semplicemente deciso di raggiungerla».
Sarà, ma la stessa decisione l’hanno presa e la stanno prendendo
Cuba
Libre
E un bel giorno
torneranno a casa
Per governare
ZOÉ VALDÉS
NOME
JOSUÉ BARREDO
LAGARDE
NOME
MIRTA CASTRO
SMIRNOVA
FIGLIO DI
LÁZARO BARREDO,
EX DIRETTORE
DI “GRANMA”
FIGLIA DI
FIDELITO,
PRIMOGENITO
DI FIDEL CASTRO
DOVE VIVE
NEGLI STATI UNITI,
È UN POETA
DOVE VIVE
IN SPAGNA,
È UNA FISICA
NUCLEARE
la Repubblica
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
in tanti. Glenda Murillo, figlia di Marino Murillo, a Cuba zar delle
riforme economiche, è fuggita a Tampa, dopo uno stage di studi in
Messico. E così Pablo Ernesto Remirez de Estenoz, ventiquattro anni, figlio di un ex ministro degli esteri ed ex capo della delegazione
cubana a Washington. E ancora Ernesto Andollo, figlio del generale
Leonardo Andollo Valdés. O Antonio Luzon, figlio di un vicepresidente del Consiglio dei ministri. E se qualcuno lascia l’isola per amore, come Glenda, altri lo fanno per avversione. Ernesto Andollo ha
messo sul web una foto mentre in un museo delle cere strangola la
statua di Fidel Castro. Pablo Remirez ha postato un suo scatto davanti al “Versailles”, noto ristorante tempio dell’anticastrismo Usa.
La diaspora cubana non è certamente una novità, ma la lista di familiari della nomenclatura che, nonostante i privilegi di cui godono
sull’isola, scelgono di andarsene, è ormai troppo nutrita per non pensare a un fenomeno emergente. Di certo ai nipotini della revolucao
del futuro socialista importa davvero poco. O no? «Bisogna distinguere — spiega lo scrittore cubano in esilio Norberto Fuentes — perché alcuni vanno all’estero a studiare, o a fare affari, e nei progetti
del regime saranno loro la nuova classe dirigente, quelli che dovranno perpetuare il castrismo dopo Fidel e Raúl. Altri invece effettivamente tagliano i ponti». Tra questi ultimi c’è Juan Juan Almeida, figlio del comandante Juan Almeida Bosque morto: oggi lavora
negli States per un network anticastrista, Martinoticias. Mentre sul-
NOME
RAMÓN CASTRO
RODRIGUEZ
DETTO “MONCHY”
NOME
PABLO ERNESTO
REMIREZ DE ESTENOZ
SEMIDEY
FIGLIO DI
RAMÓN CASTRO RUZ,
FRATELLO MAGGIORE
DI FIDEL CASTRO
FIGLIO DI
FERNANDO REMIREZ,
EX VICEMINISTRO
DEGLI ESTERI
DOVE VIVE
ORA A MIAMI
DOVE VIVE
DALL’ANNO SCORSO
NEGLI STATI UNITI
l’altro fronte si può citare la nipote di Castro, figlia del primogenito
Fidelito, Mirta Castro Smirnova, laureata in fisica nucleare in Spagna, dove vive, quando ancora per la maggior parte dei cubani era
vietato uscire dall’isola. Altri se ne vanno con discrezione. È il caso di
Lourdes Argivaes, nipote di Celia Sanchez — la potentissima segretaria di Castro nei primi anni della rivoluzione — e ex moglie di uno
dei figli di Che Guevara: vive a Marbella, Spagna. E di Deborah Andollo, figlia del generale Andollo Valdés, sorella del già citato Ernesto: lavora con i delfini in un acquario sull’isola di Cozumel, Messico.
«La rivoluzione — ha scritto la giornalista americana Ann Louise
Bardach — ha frantumato le famiglie cubane provocando scontri fra
cugini, zii e zie, fratelli, sorelle e padri». Una tragedia alla quale neppure quella del líder maxímo è rimasta estranea. Suo cognato, Rafael Diaz-Balart, fratello della prima moglie Mirta, madre di Fidelito, e suo amico all’università, si esiliò in Florida diventando un acerrimo nemico dei barbudos. Sua sorella, Juanita, lasciò Cuba per lavorare alla Cia, e così pure ha fatto la famosa figlia illegittima di Fidel, Alina Fernández Revuelta. Lontano da Cuba vivono anche i figli
e i nipoti di Ramon Castro Ruz, fratello maggiore di Fidel e Raúl.
Ma era un’altra epoca, oggi ad andarsene sono gli eredi più giovani di chi conserva da oltre mezzo secolo il potere sull’isola. Come
la caporedattrice di Granma, il quotidiano del partito, Mairelys Cuevas Gomez, o il figlio dell’ex direttore Lazaro Barredo. A spingerli lon-
DOVE VIVE
HA STUDIATO
IN MESSICO
ORA VIVE IN FLORIDA
DOVE VIVONO
LEI IN MESSICO
(LAVORA
IN UN ACQUARIO)
LUI IN FLORIDA
secondo quanto mi confermò a Parigi un politico americano ai
tempi di George Bush jr., conviene al governo di Washington
che non vede di buon occhio altre rivoluzioni a centocinquanta
chilometri dalle sue coste. Gli eredi conoscono il capitalismo,
hanno studiato e studiano nelle migliori scuole e università
straniere. Saranno loro, secondo gli americani, a portare il
Paese verso un capitalismo alla castrista e senza violenze. Una
transizione in cui il popolo cubano non avrà voce in capitolo,
come nessun cubano ebbe voce in capitolo nel 1898, quando gli
spagnoli, dopo aver perso la guerra, con il Trattato di Parigi
consegnarono l’isola agli americani . Vi domanderete: e la
libertà, e la democrazia? Vi risponderanno: questo è quel che
passa il convento.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Zoé Valdés è una scrittrice cubana. Vive esule a Parigi
Il suo libro più famoso è La Nada Cotidiana(Il nulla quotidiano,
Giunti 2006) sulla sua adolescenza all’Avana
NOME
ANA CRISTINA
E JUAN CARLOS
RODRÍGUEZ
(CON LA MADRE ISABEL,
A SINISTRA
NELLA FOTO)
FAMIGLIA
IL NONNO E LO ZIO
SONO DUE GENERALI
DOVE VIVONO
NEGLI STATI UNITI
© RIPRODUZIONE RISERVATA
FIGLIA DI
MARINO MURILLO,
EX MINISTRO
DELL’ECONOMIA
FIGLI DI
RAMÓN ANDOLLO
VALDÉS, GENERALE
DI DIVISIONE LEONARDO
P
tano, loro che in un regime quasi monarchico potrebbero succedere
ai padri, in alcuni casi è quel «nulla quotidiano» che la scrittrice Zoé
Váldes descrisse così bene nel suo libro più famoso. Oppure una fisiologica irrequietezza: è il caso di “Silvito el libre”, figlio di un mostro sacro della retorica rivoluzionaria, il cantautore Silvio Rodriguez: il ragazzo se ne va in giro per il mondo a cantare rap “anti-socialista”. E ancora. Vivono all’estero, in Spagna, i figli di uno dei generali della linea dura, Ramiro Váldes, numero tre del regime. E quello di uno degli intellettuali più vicini a Fidel, l’urbanista Eusebio Leal:
fa il pittore a Barcellona. Vivono negli Usa i figli di Isabel Rodriguez
Lopez-Callejas, sorella di Luis Alberto, marito della figlia maggiore
di Raúl, Deborah, generale dell’esercito e uno dei manager più influenti nelle industrie di Stato. Ma anche Margarita, figlia di Ricardo Alarcon, per vent’anni presidente del parlamento e a lungo indicato come successore di Fidel. E poi Camila, figlia di Manuel Piñero,
al secolo “Barbaroja”, l’uomo che gestì le guerriglie filocastriste.
È un’onda, questa dei “figli di papà”, che non si ferma e in Florida,
tra gli esponenti del vecchio esilio degli anni Sessanta e Ottanta del
Novecento, quando dall’isola fuggivano solo gli oppositori, sta
creando qualche malumore. «Il governo americano offre asilo ai figli dei repressori», sussurra più d’uno. Poi, per tutti, passeggiata sul
lungomare di South Beach. In attesa dell’epilogo, se mai ci sarà.
NOME
GLENDA MURILLO DIAZ
NOME
DEBORAH ANDOLLO
(FOTO A SINISTRA)
ERNESTO ANDOLLO
(FOTO A DESTRA)
ER DECENNI i cittadini cubani non hanno avuto il
permesso di viaggiare all’estero. I figli dei
dirigenti castristi, invece, hanno cominciato a
viaggiare molto presto. Il primo di cui si sa (e
naturalmente si è saputo molto dopo) fu il figlio
maggiore di Fidel, Fidel Castro Díaz-Balart, che ebbe il
privilegio di studiare fisica nucleare all’estero. Altri lo
seguirono. Per esempio, alcuni figli di importanti esponenti
delle Forze armate ebbero la possibilità di andare in Angola,
durante l’intervento militare cubano. Naturalmente si
piazzavano con tutti i comfort in aree lontane dal fronte e
andavano in giro in uniforme sfoggiando gradi e decorazioni
senza aver sparato un solo colpo né aver mai preso parte ad
alcuna impresa eroica.
Figli e nipoti dei principali dirigenti (con l’eccezione, per
quanto ne so ma potrei sbagliarmi, di Alina Fernández, esiliata
a Miami e figlia di Naty Revuelta e Fidel) senza dubbio si
aspettano che prima o poi il potere passerà a loro. Cosa che,
33
SONO CRESCIUTI
NELLE MIGLIORI
UNIVERSITÀ STRANIERE
QUANDO NESSUN CUBANO
POTEVA ESPATRIARE
SARANNO LORO A PRENDERE
PRIMA O POI IL POTERE
QUANTO AI CUBANI
ANCORA UNA VOLTA
NON AVRANNO VOCE IN CAPITOLO
© RIPRODUZIONE RISERVATA
NOME
JOSUÉ COLOMÉ
VÁZQUEZ
FIGLIO DI
ABELARDO COLOMÉ
IBARRA
DETTO “FURRY”,
MINISTRO
DEGLI INTERNI
DOVE VIVE
ORA A MIAMI
CON LA MADRE SURI
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
34
L’inedito. Album di famiglia
“ISTANBUL”
IN QUESTA FOTO SCATTATA
DA MIA MADRE, DIPINGO
SUL TERRAZZO DI CASA COL BOSFORO
SULLO SFONDO. RITRAEVO LA MIA CITTÀ
IN MODO VAGAMENTE IMPRESSIONISTA,
ALLA CÉZANNE E ALLA PISSARRO
MA INIZIAVO ANCHE AD AFFRONTARE
UNA QUESTIONE IMPORTANTE: PERCHÉ
MI TROVAVO A ISTANBUL? COSA VOLEVA
DIRE VIVERE IN QUELLA METROPOLI?
“IL MIO NOME
È ROSSO”
NEL ROMANZO STORICO DEV’ESSERCI
SEMPRE UN’UNITÀ TRA LA PROPRIA
VOCE E QUELLA DELLA STORIA
PASSATA CHE SI VUOLE DESCRIVERE:
UN’ARMONIA DIFFICILE DA TROVARE
QUESTO ANTICO PITTORE PERSIANO,
CUI MANCA DEL TUTTO LA PROSPETTIVA,
DESCRIVE COSÌ BENE L’UMORE
DEI PERSONAGGI CHE QUELLA MANCANZA
FINISCE PER ESSERE RELATIVA
ORHAN PAMUK
NA VOLTA LESSI UN TESTO in cui Carlos Fuentes diceva: «Ho
scritto i miei libri con l’aiuto delle immagini». Ed è proprio così che avrei potuto titolare questo mio ciclo di lezioni bolognesi. Se poi vogliamo adoperare le parole di
Henry James, allora diremo che l’arte del romanzo è radicata in molte cose: si può vedere il romanzo come una
macchina capace di inglobare aspetti diversi. Vorrei
dunque farvi vedere come ho scritto i miei libri. Coleridge aveva una teoria: quella della fantasia romantica, la
fantasia dell’artista. Lui ne illustra due tipi: la maggiore,
capace di inventare tutto; e poi l’altra, che si radica su
qualcosa di semplice, non so, un leone o un essere umano, e la nostra fantasia unisce il corpo dell’uno e il volto dell’altro. Ecco, il mio lavoro è
basato su questa fantasia, ma su vasta scala.
U
Il primo di cui voglio parlare è un romanzo molto personale, Istanbul. E subito dopo
c’è quello in cui ho trovato la mia voce, la mia
cifra di scrittore, Il libro nero. Prendono ispirazione da immagini del mio passato, storie
della mia biografia, foto che fanno parte dell’argomento, ma hanno a che fare con l’umore del momento.
Sono stato un bambino molto fortunato
perché molto fotografato. La nostra era una
casa grande, avevo uno zio che viveva in
un’ala dell’edificio, un altro zio in un’altra.
Era una casa ottomana dove però si viveva in
modo parigino. Mio nonno era ingegnere civile, mio padre pure, e tutti si aspettavano
da me che facessi lo stesso tipo di professione. Questo è stato un po’ il mio dramma.
In una foto, scattata da mia madre, dipingo sul terrazzo di casa con il Bosforo sullo
sfondo. Nella mia autobiografia, Istanbul
appunto, ho poi spiegato perché a ventidue
anni ho smesso di dipingere e cominciato a
inseguire un altro mestiere: volevo fare lo
scrittore. Su quella terrazza ritraevo la mia
città in un modo vagamente impressionista,
Pamuk
Io scrivo
per
immagini
LezionidaNobel
comedaquattrofoto
possononascerequattrolibri
DISEGNO DI TULLIO PERICOLI
LEZIONE 1. “ISTANBUL” E “IL LIBRO NERO”
la Repubblica
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
“NEVE”
TU COLLEZIONI COSE E POI VIENE
IL MOMENTO IN CUI NE FAI USO
COSÌ MI SUCCESSE CON TRE FOTO
DI KARS, PICCOLA CITTÀ TURCA VICINA
ALL’ARMENIA, SOTTO LA NEVE D’INVERNO
VOLEVO SCRIVERE UN ROMANZO
ALLA GRAHAM GREENE E TROVAI
UN MOTIVO CENTRALE NELLA QUESTIONE
DEL VELO. LESSI CHE IL RECORD DI SUICIDI
TRA LE RAGAZZE ERA PROPRIO A KARS
come Cézanne e Pissarro. Ma cominciavo anche ad affrontare una questione importante: perché mi trovavo a Istanbul? Che cosa significava vivere in quella città? Qual era la
storia della metropoli? Scrittori malinconici
come Baudelaire dicevano che le immagini
finiscono per influire sull’umore di chi guarda. E io guardavo Istanbul. Tutte le città hanno un carattere, e la mia il suo. Fra gli anni
Sessanta e Settanta la tendenza era di riferirsi a quel che in turco chiamiamo huzun, la
malinconia. Un’immagine del tram sotto la
pioggia, per esempio, evoca per l’appunto la
tristezza che i fotografi sembravano cogliere della città. I giapponesi parlano di “nobiltà
del fallimento”: ecco, è un concetto che si
adattava molto ai turchi dopo la fine dell’Impero Ottomano. L’huzun faceva pensare alla rassegnazione, all’accettazione quasi serena del fatto che non si riuscirà a combinare quasi nulla nella propria vita. Viaggiatori che arrivavano a Istanbul come Edmondo De Amicis o Gérard de Nerval lo descrivevano perfettamente nei loro appunti.
Passando a Il libro nero, avevo notato,
viaggiando, come in Europa le persone vestissero in modo piuttosto sgargiante. Poi
tornavo in Turchia e incontravo uomini e
donne fasciati nei loro abiti neri, o grigi. Ecco, quel romanzo è il tentativo di descrivere
Istanbul in maniera abbastanza drammatica. Sarò sincero: volevo fare la stessa cosa che
James Joyce aveva fatto con Dublino. E un incidente mi aiutò. Nel 1982, dopo il colpo di
Stato dell’anno prima, i militari volevano
che la nuova Costituzione venisse approvata con un plebiscito. In una foto si vedono alcuni soldati che percorrono una Istanbul deserta. E in quei giorni, un giornalista internazionale venne in Turchia per cercare un
intellettuale che, invece, criticasse quella
Costituzione. I miei parenti mi chiesero di
trovargli qualcuno. Per tre giorni andai al-
Umberto Eco:
“C’è del genio
nella sua follia”
MARCO ANSALDO
l’università, nelle redazioni, nelle case degli
scrittori, non trovai nessuno: tutti, davvero
tutti, avevano paura di finire in galera. E comunque io, camminando per Istanbul, feci
un po’ come il personaggio di Joyce, cercando il carattere della nazione. Questo è stato
l’inizio. Poi, influenzato da Borges, ho realizzato un labirinto con una persona che si è persa. In un mio disegno si vede la scritta: Ben,
Orhan (io, Orhan). Insomma, questa fu l’atmosfera sullo sfondo. Il resto è un giallo. La
trama mi è venuta dall’uccisione del direttore del quotidiano Milliyet, Abdi Ipekci,
probabilmente da parte del killer che poi
sparò al Papa, Ali Agca.
LEZIONE 2. “IL MIO NOME È ROSSO”
Dieci anni dopo la decisione di dedicarmi
alla scrittura, a trentadue-trentatré anni
pubblicai il mio primo romanzo (Il signor
Cevdet e i suoi figli, ndt). Ebbe molto successo. Poi volli dedicarmi a un libro che avesse come tema la pittura. Desideravo farlo ma
volevo essere originale e avevo il terrore di
imitare. Guardai così al passato. Il mio nome
è rosso è costituito da due ingredienti: il piacere quasi fiabesco che provavo nello studio
della letteratura ottomana classica, e il piacere che mi davano le immagini e le miniature. Nel romanzo storico ci deve essere sempre un’unità fra la propria voce e quella della storia passata che si vuole descrivere. È
un’armonia difficile da trovare. Uno dei motivi per cui ho scritto quel libro era proprio
perché volevo fare ricerca sui libri di storia:
una preparazione necessaria per fare un salto nel passato. Cominciai così a riempire delle agende per inserire i dettagli dei personaggi, immaginando poi un’atmosfera. Cercai le giuste informazioni. Andai al British
Museum e studiai il passato di Istanbul, vista dagli altri. E lessi uno storico italiano che
amo molto, Carlo Ginzburg: il suo saggio, Il
“IL MUSEO
DELL’INNOCENZA”
KEMAL, UOMO DELLA ISTANBUL BENE,
FIDANZATO CON UNA RAGAZZA
DEL PROPRIO AMBIENTE, S’INNAMORA
DELLA GIOVANE CUGINA POVERA, FUSUN
COLLEZIONARE IN UN MUSEO OGGETTI
APPARTENUTI ALL’AMATA, DALLE SCARPE
ALLE TAZZE DA TÈ, DAI NUMERI
DELLA TOMBOLA FINO ALLE CICCHE
DELLE SIGARETTE DA LEI FUMATE,
GLI DÀ CONSOLAZIONE
formaggio e i vermi, ha avuto un impatto forte sulla mia formazione. Poi, l’aiuto di Borges, Calvino ed Eco mi servì a superare la cosiddetta «incapacità di noi moderni di rappresentare una realtà ormai scomparsa»,
com’era teorizzata da Henry James. Dovetti infine metterci un po’ di magia inserendo
i personaggi in un passato attendibile e realistico. E allora ecco qui un Canaletto a confronto con un antico pittore persiano sul concetto di prospettiva, che manca del tutto a
quest’ultimo, il quale però descrive così bene l’umore dei personaggi che quella mancanza finisce per essere relativa. Decisivo,
per il punto di vista adottato nel romanzo, fu
infine un film, Rashomon di Akira Kurosawa, in cui si comprende che una storia raccontata da persone diverse mostri quanto
una realtà unica sia contraddittoria.
LEZIONE3. “NEVE”
Tu collezioni cose, e poi viene il momento
in cui ne fai uso: così mi è accaduto con tre foto di Kars, la piccola città turca vicina alla
frontiera con l’Armenia, sotto la neve, d’inverno. In questo romanzo volevo descrivere
la “stranezza” della realtà politica turca, con
i militari, i nazionalisti turchi e curdi, una sinistra debole. Partii per fare la mia ricerca
verso l’est del Paese. In una foto sono ritratto con il rappresentante locale del partito
islamico. Alle sue spalle ci sono quattro simboli: la bandiera turca, Ataturk, il manifesto
del loro partito, e una foto di un Erdogan giovane, sì, l’attuale premier, allora sindaco di
Istanbul, a cui quelli di Kars evidentemente
si ispiravano. Volevo scrivere un romanzo alla Graham Greene, e trovai poi un motivo
centrale nella questione del velo. Lessi su un
giornale che il record di suicidi fra le ragazze
era proprio a Kars. Sui giornali turchi la notizia era stata data in breve, però la Frankfurter Allgemeine Zeitung e Le Monde se ne
RHAN PAMUK E UMBERTO ECO. Per quattro giorni
all’Università di Bologna. Prima in cattedra, e poi a
cena. Ma colloquiando di Tolstoj e Polanski, di
romanzi gialli e Turchia, di colori e cucina. Il grande
semiologo autore de Il nome della rosa ha invitato lo
scrittore turco e premio Nobel per la Letteratura per un ciclo di
quattro lezioni ospitate dal Magnifico rettore dell’Alma Mater
Studiorum, Ivano Dionigi, organizzate dalla Scuola Superiore di
Studi umanistici. Titolo: Sei libri in centouno immagini. Dove i libri
sono quelli più noti del narratore di Istanbul, e le immagini quelle
usate da Pamuk per costruire le sue opere. Le foto, tutte tratte dal
suo album personale, fanno capire quanto sia un autore visivo. E
quanto l’immagine conti nella elaborazione del testo. Quanto sia
stato influenzato dagli studi di architettura, dall’essere cresciuto
in una famiglia di ingegneri, e perché fino a ventidue anni abbia
pensato di fare il pittore. Chi ha assistito alle conferenze ha
O
35
FOTOGRAFIE
LE IMMAGINI
PUBBLICATE
IN QUESTE PAGINE
SONO TRATTE
DALL’ALBUM
PERSONALE
DI ORHAN PAMUK.
LO SCRITTORE
LE HA USATE
PER ILLUSTRARE
LE SUE QUATTRO
LEZIONI
BOLOGNESI.
A QUESTE
E AD ALTRE
SI È ISPIRATO
PER SCRIVERE
I SUOI ROMANZI
PIÙ CELEBRI.
ALCUNE
SONO ESPOSTE
NEL SUO MUSEO
A ISTANBUL
accorsero, e mandarono laggiù i loro inviati.
Fecero delle interviste, un mio amico scrisse
un libro, e l’argomento finì per attrarmi.
LEZIONE 4. “IL MUSEO DELL’INNOCENZA”
E “L’INNOCENZA DEGLI OGGETTI”
Ogni volta che ero invitato a presentare i
miei libri nei festival letterari in Europa ero
molto felice. Visitavo i musei di tutte le città
in cui andavo. Un giorno decisi che avrei costruito io un museo. Nel 1998 acquistai a
Istanbul un edificio distrutto e oggi completamente restaurato: ne sono molto orgoglioso. Tra il museo e il romanzo c’è un legame. Nei quattro piani del museo ho messo
tutti gli oggetti di cui scrivo, addirittura a
volte facendoli costruire apposta se non esistevano. Per cinque mesi, e per la prima volta in vita mia, non scrissi nulla ma mi dedicai
a seguire il progetto del museo assieme agli
architetti. La storia del romanzo è quella di
Kemal, un uomo della Istanbul bene che si innamora della giovane cugina povera Fusun
mentre è fidanzato con una ragazza del proprio ambiente. Il collezionare in un museo gli
oggetti appartenuti all’amata, dalle scarpe,
alle tazze di tè, ai numeri della tombola, fino
alle cicche delle sigarette da lei fumate, gli
dà consolazione. Io ho costruito queste vetrine per custodire, per esempio, una foto di
militari a un picnic mentre bevono il raki, il
liquore d’anice bevanda nazionale. O le figurine dei calciatori dell’epoca. O un manichino sul quale sono descritte le parti dove si
manifestano le pene d’amore, nel cuore, in
gola, eccetera. Un progetto che è stato anche
una sorta di follia. Tutti gli amici mi sconsigliavano. Mi dicevano: «Non costruire un
museo, concentrati sulla scrittura, scrivi il
romanzo». Così non ne parlai quasi più a nessuno. Ma sono molto felice di averlo fatto. Migliaia di persone, oggi, vengono a vederlo.
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compreso come il premio Nobel sia uno scrittore molto
strutturato. Capace di assemblare le proprie storie non prima di
aver riflettuto sulla base di immagini raccolte nel tempo, utili a
definire i temi del romanzo che ha scelto di raccontare. «Vorrei a
voi rivelare — ha detto Eco — che se Pamuk non avesse scritto
romanzi bellissimi, potrebbe benissimo passare alla storia come il
creatore di un museo straordinario. Una nostra dottoranda ne ha
scritto cose meravigliose, pur senza averlo ancora visto di persona.
Io invece l’ho visitato. Si sale sulle scale circondati da una serie di
oggetti deposti in ottantatré vetrine, tante quanto sono i capitoli
del libro Il museo dell’innocenza. Sembra di essere in una
Wunderkammer. Ma se amo Pamuk è anche perché, per esempio,
in un saggio come Romanzieri ingenui e sentimentali, parla
dell’ecfrasi, cioè della descrizione degli oggetti visivi. Pamuk
dipinge le cose con le parole. C’è del genio nella sua follia».
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la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
Spettacoli. Lontano dai riflettori
“Temevamo di diventare la più grande
rock band del mondo”.Mike Mills racconta
due o tre cose sul gruppo indie che per primo
ha fatto storia. “Cominciamo dal nome?”
LU C A V AL T O R T A
LONDRA
A
LLA STAZIONE di Oxford Circus un ragazzo suona la chitarra. E canta:
«Oh life, it’s bigger/ It’s bigger than you.../ That’s me in the corner/
That’s me in the spot-light». Un misto di languore introverso in un
chiaroscuro malinconico, riflessi di vita, lampi che illuminano mondi interiori che sembrano scontrarsi («sono io quello nell’angolo/ sono io quello sotto i riflettori») che nel 1991 toccarono il cuore di milioni di adolescenti e non solo. Quella che il ragazzo sta cantando in
metropolitana, maggio 2014, è Losing My Religion dei R.E.M., il brano che portò per la prima volta una band “alternativa” nelle classifiche mondiali trascinando con quel singolo l’album, Out Of Time,
che avrebbe venduto l’incredibile cifra di diciotto milioni di copie. Il
gruppo si è ufficialmente sciolto tre anni fa. Ma, a sorpresa, pubblica martedì la versione integrale dei due concerti Unplugged realizzati per Mtv nel 1991 e nel 2001.
L’appuntamento con Mike Mills, multistrumentista e principale compositore dei brani dei
R.E.M., è alla Sala da tè del Savoy, l’hotel delle star. Alle pareti i quadri di McAlpine Miller ricordano che qui sono passati tutti, da Frank Sinatra ad Ava Gardner, dalla Monroe ai Beatles. In sala donne velate, europei e americani, arabi e russi. Ricchi. Grandi lampadari pendono dal soffitto, per terra moquette old style di colori scuri con eleganti stemmi nobiliari. Il cameriere serve il tè in un servizio d’argento, impeccabile come tradizione vuole. Mills ha i capelli grigi e una camicia con dise-
ABBIAMO SEMPRE FATTO
ESATTAMENTE
QUELLO CHE VOLEVAMO
SCIOGLIMENTO
COMPRESO. ABBIAMO
DECISO NOI IL COME
E IL QUANDO
COVER
SOPRA,
LA COPERTINA
DEL DOPPIO CD
CHE CONTIENE
LA VERSIONE
INTEGRALE
DEI DUE CELEBRI
“UNPLUGGED”
REALIZZATI
PER MTV
SUPERSTAR
1995: BILL BERRY (ULTIMO
A DESTRA) LASCIA LA BAND
LAURA LEVINE/CORBIS
IL PRIMO ALBUM
AI TEMPI DI MURMUR (1983),
COSTATO SOLO 15.000 DOLLARI
SANTIAGO BUENO/CORBIS
GLI INIZI
DA SINISTRA, MICHAEL STIPE, BILL
BERRY, MIKE MILLS, PETER BUCK
VINCENT LOUIS /DALLE/LUZ
Perché
si è chiusa
la fase
gni di fiori stilizzati. Gentile, come sempre.
Chiede un Oolong Tea: scelta raffinata. Un vero
gentiluomo del Sud.
I due Unplugged, che pescano tra i brani migliori della loro carriera, sono un’ottima scusa
per curiosare tra i piccoli-grandi segreti della loro storia. Una storia importante perché i R.E.M.
non sono stati una band normale: rappresentano l’identità indipendente e la cultura del “faida-te”, e sono stati l’ispirazione per generazioni di giovani gruppi che hanno cercato di seguirne l’esempio. In primis i Nirvana di Kurt Cobain e oggi i Radiohead di Thom Yorke: come dire, il meglio del rock.
La prima leggenda. Come vi siete incontrati
esattamente trentacinque anni fa? È vero
che fu grazie a una ragazza?
«Non è una leggenda, è vero. Il suo nome era
Kathleen O’Brien ed era l’ex fidanzata di Peter
Buck (il chitarrista, ndr). Lei poi ha iniziato a
uscire con Bill (Berry, il futuro batterista, ndr).
Io e Bill eravamo a caccia di un cantante e di un
chitarrista e lei sapeva che Peter e Michael
(Stipe, il cantante, terzo e ultimo ndr) stavano
cercando una sezione ritmica e così ci ha messo in contatto. Il nostro primo concerto è stato
a una sua festa».
In quel primo periodo avete messo le basi non
solo della vostra musica ma anche di un’etica che vi ha sempre contraddistinto rispetto
alle altre band…
«Peter aveva diverse idee su come far funzionare il gruppo. Una di queste era che tutte le canzoni dovevano essere accreditate in eguale misura ai membri della band. È da lì che arrivano i
soldi e questo, secondo lui, avrebbe evitato quei
litigi che portano allo scioglimento: se due persone prendono dei soldi e le altre due no ci sarà
tra loro un attrito costante. Peter è stato molto
intelligente nel fare questa proposta e credo
che sia la decisione più giusta e importante che
abbiamo preso».
Altra presunta leggenda: in quel periodo il
nome della band era Twisted Kites (“Gli
aquiloni attorcigliati”). Vero?
«No, lo hanno scritto in molte nostre biografie ma non è così. Quello era il nome che Peter
avrebbe voluto! In realtà non avevamo ancora
un nome, così una sera Michael prese il dizionario e dopo i primi tentativi andati a vuoto se
ne venne fuori con R. E. M. Il suono ci piaceva
ma nessuno di noi sapeva che cosa volesse dire, guardammo sul dizionario: “Rapid Eye Movement”, ovvero quando dormi e al tempo
stesso stai sognando: “Ok è questo!”, eravamo
tutti d’accordo».
Ed è vero o falso che gli altri nomi in ballo erano cose come “Negro Eyes” (occhi da negro),
“Slut Bank” (banca puttana) e “Cans of Piss”
(barattoli di piscio)?
«Ok, sfatiamo quest’altra leggenda. La verità
è che tre di noi vivevano in una vecchia chiesa
disabitata e fatiscente dove la gente che passava scriveva quello che voleva sui muri. Una di
queste scritte era “Negro Wives (“mogli negre”), e non “Negro Eyes”, e comunque non era
roba nostra. E francamente no, non abbiamo
mai pensato di chiamarci “Cans of Piss”».
Del resto forse non avreste fatto la stessa
carriera se vi foste chiamati così…
«Credo che sarebbe stata dura. Ho un amico che suona in un gruppo che sta avendo un
notevole successo, il problema è che la sua
band ha il peggior nome del mondo: si
chiamano Diarrhea Planet. Con questo
nome è evidente che molte strade ti sono precluse ma se cambiano hanno paura di perdere il pubblico che li conosce.
Bisogna stare attenti ai nomi…».
Visto che siamo in tema di rivelazioni. È vero che quando Michael ti
vide per la prima volta disse una cosa tipo: “Non c’è nessuna possibilità
che io possa stare in una band in cui
c’è un tipo come questo”?
«Ok, è vero: quella volta ero piuttosto
36
la Repubblica
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
TORNARE INSIEME? NON CREDO
PROPRIO. VOGLIO DIRE, TUTTO
PUÒ SUCCEDERE, ANCHE CHE DOMANI
IO VENGA COLPITO DA UN METEORITE.
MA DAVVERO NON C’È NESSUN PIANO
AL RIGUARDO, STIAMO BENE COSÌ: IO SUONO,
PETER HA FATTO UN DISCO E MICHAEL DIPINGE
37
1983
MURMUR
1988
GREEN
1991
OUT OF TIME
1992
AUTOMATIC
FOR THE PEOPLE
1994
MONSTER
1998
UP
ADAM WEISS/CORBIS
1999
MAN ON THE MOON
2004
AROUND THE SUN
2007
R.E.M. LIVE
BAND
DA SINISTRA MIKE MILLS, MICHAEL
STIPE E PETER BUCK NEL 2000
2011
COLLAPSE
IN TO NOW
ubriaco e indossavo pantaloni a zampa d’elefante e un orribile maglione da vecchio hippie».
E Michael è uno molto attento all’estetica?
«Sì, era il nostro maestro di eleganza».
Ma all’inizio non eravate molto poveri?
«Eravamo molto poveri, ma ad Athens, Georgia, vivevi con niente: guadagnavamo abbastanza per comprarci birra e pizza».
Da che tipo di famiglie venivate?
«Molto normali. Michael era figlio di un militare. Bill era l’ultimo di cinque figli. Anche mio
padre è stato nell’esercito, poi si mise a vendere macchine per costruzioni».
Qual è l’album dei R.E.M. che preferisci?
«Non li ascolto mai, ci sono troppo vicino, ma
sono orgoglioso di tutti i nostri album. Se dovessi suonarli per qualcuno direi Murmur, Automatic for the People e forse Collapsing into
Now oppure Reveal che, secondo me, è un disco
molto sottostimato come anche Accelerator».
Non Out of Time, che vi ha dato la gloria?
«È un buon disco ma tra quelli che hanno avuto un grande successo preferisco Automatic for
the People».
Siete stati un punto di riferimento anche per
la generazione grunge. Conoscevate bene
Kurt Cobain?
«Sì. Michael era quello che lo conosceva meglio ma lo conoscevo anch’io. Era un bravo ragazzo. Purtroppo alcune persone non sono tagliate per far parte di questo mondo: può essere
molto duro là fuori. Troppe pressioni».
Quando Kurt si è ucciso che cosa hai pensato?
«Orribile. Tutti noi sapevamo che stava avendo delle difficoltà. Kurt non sapeva come comportarsi con il suo pubblico: viveva un grandissimo conflitto a riguardo».
Pensava di averlo tradito: spesso succede
quando una indie band diventa un fenomeno
di massa. È stato un problema anche per voi?
«No perché noi abbiamo sempre pensato che
non c’è problema se mantieni la tua integrità».
La band non esiste più e però pubblicate i vostri due concerti Unplugged del 1991 e del
2001. Perché ora?
«Semplicemente aspettavamo il momento».
Non ci sono speranze quindi che torniate insieme?
«No, non credo proprio».
Nemmeno per un tour?
«No, no. Voglio dire, tutto può succedere, anche che domani io sia abbattuto da un meteorite. Ma non c’è nessun piano a riguardo, siamo felici di fare quello che facciamo».
E cosa fate?
«Io sto suonando con Joseph Arthur, un bravissimo artista; Peter ha fatto un disco con Corey Tucker delle Sleater Kinney e Michael si sta
dedicando molto alla pittura e alla scultura».
Avete da sempre un amore particolare per
l’Italia, e degli amici come Francesco Virlinzi, scopritore di Carmen Consoli e creatore
dell’etichetta Cyclope…
«Sì (in italiano). Francesco amava la musica
e la fotografia ma è scomparso troppo presto.
Quando perdi gli amici sai che devi essere felice
per il tempo che hai. Ho ancora i dischi di Carmen Consoli e dei Flor De Mal, ottimi artisti».
Perché avete deciso di sciogliervi?
«Per diverse ragioni. La prima era che il contratto con la Warner era finito, avremmo dovuto ragionare su cosa fare e, francamente, non ne
avevamo alcuna voglia. La seconda è che il music business come noi lo avevamo conosciuto è
morto. Tutto sta cambiando e a noi non è che il
nuovo faccia impazzire. La terza è che volevamo
essere la prima band della storia a sciogliersi
perché voleva farlo e non perché era stata costretta. Volevamo avere il controllo della cosa:
stringerci la mano e continuare a essere amici».
Sareste potuti diventare più grandi degli U2.
«Chissà forse... Ma quello non è mai stato il nostro scopo. Io credo che noi abbiamo fatto esattamente quello che avremmo voluto fare e questa è la cosa fondamentale. Non abbiamo mai
voluto essere la più grande band del mondo. Forse per un certo periodo lo siamo stati ed è stato
fantastico, ma non è per quello che eravamo nati. E comunque: siamo ottimi amici degli U2».
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LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
38
Next. Parità
ARNALDO D’AMICO
ERA UNA VOLTA il maschio e c’era una volta la femmina, distinti, anzi opposti, titolari di un elenco di caratteri contrari ed
esclusivi che ne permetteva l’immediato riconoscimento. Come
i buoni e i cattivi delle favole. Da qualche decennio non è più così. I caratteri dei due sessi
sono sempre meno opposti e si avvicinano
lentamente. O si scambiano. E se l’omosessualità è stata cancellata dall’elenco delle
“malattie” dell’Organizzazione mondiale
della sanità, un nuovo genere sessuale, intermedio tra il maschile e il femminile, ottiene una identità giuridica: prima la Germania,
poi l’Australia e di recente l’India hanno riconosciuto, anche se in modi diversi, “l’intersessualità”, l’indicazione di un “terzo sesso”
valido sia per l’anagrafe che sui documenti di
identità.
Dal punto di vista biologico c’è poco da stupirsi. Le numerose forme di transizione tra i
due sessi ricordano che la normalità in medicina è solo una questione di numeri. L’uomo
e la donna ai due estremi del disegno pubblicato in queste pagine sono la stragrande
maggioranza degli esseri umani, con quelle
combinazioni di cromosomi (XY per lui e XX
per lei) e di “squilibrio endocrino” (prevalenza di androgeni per lui e di estrogeni per
lei). Ma qualsiasi altra combinazione, pur se
poco probabile, è possibile in ossequio all’antica legge universale natura non facit saltus.
E le figure stilizzate che qui pubblichiamo sono solo alcune di quelle combinazioni. «Dal
punto di vista biologico sono quelle figure intermedie gli unici veri transessuali — spiega
Andrea Lenzi, ordinario di endocrinologia all’università la Sapienza —: persone in cui i
meccanismi genetici ed endocrini hanno preso strade diverse sin dalla fase fetale. Ma sono casi rarissimi. Mentre omosessuali, bisex,
travestiti, trans e transessuali hanno quasi
sempre cromosomi e ormoni in sintonia tra
loro, come maschi e femmine ordinari».
Ovviamente la biologia da sola non spiega
tutto. «I cambiamenti ci sono nei comportamenti — osserva Roberta Giommi, fondatrice dell’Istituto internazionale di sessuologia
di Firenze — almeno a partire dal cosiddetto
‘68 che, se da una parte sostenne una parità
tra i sessi rimasta irrealizzata, ruppe con la
contraccezione l’identificazione tra donna e
madre, spianando la strada all’affermazione
sul lavoro della donna, sostenuta da un nuovo “maschio gentile” e collaborativo. Da allo-
C’
FONTE: UNIVERSITÀ
LA SAPIENZA.
DOTT. ELISA GIANNETTA,
DPT. MEDICINA
SPERIMENTALE/
RIELABORAZIONE DATI
LA REPUBBLICA
ra, siamo arrivati a una Babele dei significati
di maschile e femminile, anche nella sfera
sessuale».
E proprio dal punto di vista della sessualità
biologica è vero che il maschio si sta femminilizzando, nel senso che il suo squilibrio ormonale a favore degli androgeni si sta perdendo. «Da alcuni decenni registriamo nei
maschi neonati e adolescenti un lento ma
progressivo aumento di alcune malformazioni dei genitali, infertilità, diminuzione
della peluria e un rapporto tra lunghezza del
tronco e quella degli arti di tipo femminile,
con una crescita dell’altezza complessiva. So-
Unisex
Salutate Adamo ed Eva
maschio e femmina
saranno sempre meno diversi
LE TAPPE (A CURA DI CHIARA PANZERI)
ANTICO EGITTO
GRECIA
MEDIOEVO
OTTOCENTO
DONNE E UOMINI
GODONO
DEGLI STESSI DIRITTI:
LE DONNE POSSONO
DIVENTARE LEADER,
AVERE PROPRIETÀ,
ESERCITARE
L’AZIONE LEGALE
STESSA EDUCAZIONE
GUERRIERA A SPARTA
PER BAMBINI
E BAMBINE. ANCHE
LE RAGAZZE FANNO
ATTIVITÀ GINNICHE
E PORTANO ABITI
CORTI COME I MASCHI
CONSIDERATE
INFERIORI, LE DONNE
NON PARTECIPANO
ALLA VITA PUBBLICA.
SOLO NEI MONASTERI
TALVOLTA HANNO
RUOLI SIMILI
A QUELLI MASCHILI
NASCE LA CLASSE
OPERAIA.
TRA I BORGHESI,
NEGLI STATI UNITI
E IN INGHILTERRA,
IL DIRITTO DI VOTO
VIENE ESTESO
A ENTRAMBI I SESSI
39
INFOGRAFICA PAULA SIMONETTI
la Repubblica
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
no tutti eventi indicativi di un’esposizione
anormale degli uomini agli estrogeni» spiega
Lenzi. «Il maschio subisce l’azione anti-androgena degli ormoni femminili solo nella vita intrauterina, quando gli arrivano dal sangue della madre e a cui reagisce aumentando
molto la produzione di ormoni maschili. Il che
gli permette di svolgere correttamente il programma genetico contenuto nei suoi XY e di
nascere con genitali maschili normali. Il programma genetico poi si rimette in moto alla
pubertà. Invece, come confermano le numerose ricerche pubblicate, l’essere umano è ormai immerso per tutta la vita in un “bagno”
continuo di sostanze chimiche che agiscono
come gli estrogeni, i cosiddetti xeno-estrogeni». Si tratta di additivi, fitofarmaci, insetticidi, coloranti, conservanti che da alimenti,
saponi o plastiche finiscono nel sangue attraverso l’intestino e la pelle, circa diecimila
sostanze diverse sparse in prodotti di uso comune. «Per esempio — continua Lenzi — il 4exilresorcinolo, che permette di ottenere e
conservare gamberetti color rosso vivo, è stato correlato a un’azione simil-estrogenica e
alla comparsa di problemi di fertilità negli
animali e si pensa che possa avere effetti simili anche nell’uomo. Anche l’insalata in busta comporta rischi: per i bisphenoli o ftalati
rilasciati gradualmente dalla plastica sull’alimento e per l’insalata stessa, che, al pari di
molte verdure confezionate, potrebbe essere contaminata da pesticidi organolettici. Infine, shampoo, bagnoschiuma creme idratanti e solari, deodoranti, articoli per l’igiene
dei bambini e ammorbidenti, spesso anche i
dentifrici, contengono parabeni, ovvero conservanti anch’essi xeno-estrogeni. Insomma, l’adozione di misure mirate per contenere il danno ambientale non sembra più rimandabile».
Soprattutto se vogliamo che il futuro unisex nasca sano, non malato.
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NOVECENTO
DUEMILA
PER LE DONNE ARRIVA
LA PARITÀ GIURIDICA.
LA MODA ELIMINA
LE DISTINZIONI
FRA I SESSI: LA DONNA
PORTA IL TAILLEUR
MASCHILE,
L’UOMO SI DEPILA
L’AUSTRIACA
CONCHITA WURST,
ALL’ANAGRAFE
TOM NEUWIRTH,
CAPELLI LUNGHI
E BARBA CURATA,
VINCE L’EUROVISION
SONG CONTEST 2014
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
Sapori. Al top
A DIECI ANNI
DAL “MANIFESTO
DELLA CUCINA
NORDICA” LA GUIDA
DEI “50BEST”
ANCORA UNA VOLTA
PREMIA
I RISTORANTI
DELLA CAPITALE
DANESE. ECCO
I SEGRETI
DI UN MIRACOLO
STUDIATO
A TAVOLINO
Copenaghen stellata.
C’è del buono
in Danimarca
LI C I A G R A N ELLO
ER ESPRIMERE LA PUREZZA, la freschezza, la semplicità e l’etica, vogliamo essere associati con il nostro territorio, riflettere nei piatti l’alternanza delle stagioni, basare la nostra cucina su ingredienti e prodotti adatti ai paesaggi e
al clima, armonizzare le esigenze del gusto con conoscenze aggiornate su salute e benessere, promuovere
prodotti e produttori delle nostre regioni, diffondere le
piccole culture locali”.
Cinque obiettivi meravigliosi, al limite dell’utopia. E
non basta. “Vogliamo favorire il benessere animale e un
processo produttivo sano nei nostri mari, fattorie, boschi
e allevamenti, incoraggiare nuovi usi dei prodotti alimentari di tradizione, combinare il meglio della cucina tradizionale con impulsi provenienti dall’estero, accordare l’autosufficienza locale con la condivisione di ottimi prodotti regionali, unire le
forze di consumatori, artigiani, agricoltori, pescatori, commercianti, ricercatori, insegnanti, politici, istituzioni, a vantaggio di tutti gli abitanti del nostro paese”. È bastato togliere qua e là l’aggettivo “nordico” per trasformare il “Manifesto della nuova cucina nordica” nell’elenco dei desiderata di ogni amante di cibo buono, pulito e giusto, da una parte altra del pianeta.
Compie dieci anni, il progetto che ha cambiato i rapporti di forza nel mondo della gastronomia,
mettendo un ristorante danese sul gradino più
alto della ristorazione mondiale — verdetto del- produzione avviene nell’attrezzatissima
la 50Best, l’unica guida che mette in fila i mi- Nordhavn Vinegar Brewery). A finanziare per
gliori locali dei cinque continenti — e Copena- metà il recupero delle varietà locali e acetificaghen tra le capitali con più stelle Michelin, me- zione, il governo danese. Lo stesso che in accorta scopertamente gourmand dopo una vita pas- do con gli altri paesi dell’area — Nordic Council
sata a brillare per architettura e musei.
of Ministers — l’anno seguente adottò le linee
A mettere in fila gli ingredienti che firmano i guida del manifesto per il “New Nordic Food
piatti incantatori dei ristoranti di Copenaghen, Programme”, con i risultati che sappiamo. Così,
viene facile sorridere: licheni, mirtilli, yogurt, piccoli René Redzepi crescono. Il trentaseienne
patate, pesci e molluschi. Sorridevano anche i ruvido e immaginifico cui Meyer affidò a fine
giornalisti invitati dieci anni fa a casa di Claus 2003 la cucina del “Noma”, con un menù «non
Meyer, mentre il guru della cucina nordica appiattito su foie gras francese, prosciutto spasnocciolava i numeri della biodivesità locale, gnolo e olio italiano», ha fatto scuola, se è vero
dalle duecento varietà di radici alle oltre cento che molti suoi collaboratori dirigono i migliori
tipologie di rabarbaro, fino alle mele di Lilleø, la ristoranti scandinavi, tutti new nordic orienminuscola isola a sud di Copenaghen baciata da ted. Se volete saperne di più, prenotate i bicorrenti straordinariamente miti. Raccontava, glietti per il quarto appuntamento con “Mad —
Meyer, che con quelle mele voleva fare succhi comunità di cuochi, osti e agricoltori affamati di
sani e un aceto sul modello del Balsamico Tra- sapere”, in programma a Copenaghen a fine
dizionale. Era appena tornato da Modena, dove agosto. Tifo da stadio, degustazioni di formiche
grazie ai consigli di Massimo Bottura aveva ac- e video impressionanti. Se preferite i friarielli alquistato una batteria di botticelle di legni di- le alghe nordiche, cambiate destinazione.
versi e pregiati, alloggiata nel sottetto (oggi la
© RIPRODUZIONE RISERVATA
“P
I ristoranti
Nella guida 2014 Michelin
a Copenaghen
sono stati assegnati
ben 17 “macarons”:
15 ristoranti,
di cui due new entry,
si fregiano di una stella,
mentre “Geranium”
e “Noma” sono bistellati
La birra
Da insegnante di matematica
e fisica a mastro birraio,
Mikkel Borg Bjergsø
ha trasformato la passione
sperimentata in casa
in una produzione che oggi tocca
quaranta paesi.Oltre alla casamadre in Vesterbrogade,
Mikkel ha aperto due filiali
a San Francisco e Bangkok
La ricetta
Alle carote unisci farina di nocciole
così, anche da noi, l’orto è servito
PER L’ORTO. 4 CAROTE, RAVANELLI, RAPE VERDI/NERE/ROSSE, PORRI PICCOLI,
RADICI DI PREZZEMOLO TUBEROSO, 1 SEDANO RAPA PICCOLO, 1 TOPINAMBUR,
85 G. DI ACQUA, 55 G. DI BURRO SALATO, 80 G. DI PATATE PELATE, 15 G. DI PANNA
PER IL TERRICCIO. 215 G. DI FARINA, 105 G. DI ESTRATTO DI MALTO IN POLVERE,
100 G. DI FARINA DI NOCCIOLE, 25 G. DI ZUCCHERO, 75 G. DI BIRRA, 4 G. DI SALE,
60 G. DI BURRO SALATO FUSO, 2 G. DI SUCCO DI RAFANO
e verdure: tagliate carote pelate (salvando 12 foglie), rape, ravanelli ,
prezzemolo tuberoso (4 foglie da parte), e porria a metà, in quarti sedano rapa e topinambur. Sbollentare in acqua salata. Schiacciate le patate
bollite, mescolate con panna e 5 g. di burro. Sbattete burro e acqua di
cottura con una frusta. Il terriccio di malto: forno a 90°. Mescolate 175 g di farina, 85 g di malto, 50 g di farina di nocciole e 25 g di zucchero e
versateli in un mixer. Accendere e spegnere brevemente tre
volte, aggiungendo la birra. Spianate il composto su una teglia: in forno per 3-6 ore. Da asciutto, eliminate i grumi. Fate
lo stesso con 40 g di farina, 20 di malto, 50 di farina di nocciole, sale e gocce di succo di rafano, mixando con burro fuso.
Amalgamate i composti. Il piatto: scaldate in un tegame le
verdure con l’emulsione di burro. In un altro, scaldate la
purea, condendola con succo di rafano. Trasferitene un
cucchiaio su una pietra piatta e infilateci le verdure come se spuntassero dal terreno. Spolverizzate con il terriccio, cospargendo le foglie di carote e prezzemolo.
L
Il bar
Al “1105” di Copenaghen,
degustazioni di Champagne
e di cocktail, primi fra tutti
il “Number Four”,
rivisitazione di un classico
degli anni Venti,
e il “Bee’s Knees”, preparato
con gin Tanqueray,
succo di lime, miele, pepe nero
e cardamomo
LO CHEF
RENÉ REDZEPI
GUIDA LA CUCINA
DEL “NOMA”
DI COPENAGHEN
ANCHE
QUEST’ANNO
SUL GRADINO
PIÙ ALTO DELLA
RISTORAZIONE
MONDIALE. QUESTA
RICETTA È TRATTA
DAL SUO NOMA:
TEMPI E LUOGHI
DELLA CUCINA
NORDICA (PHAIDON
PRESS LIMITED )
40
la Repubblica
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
5 5
indirizzi
FOTO DI MARIA CANABAL
ingredienti
Pane, burro
e serietà
la rivincita
di mia moglie
Geist
Ha trasformato un borgo
di pescatori nella capitale
di oggi, grazie a industria
conserviera ed esportazioni
Contende a sgombro,
merluzzo e uova di pesce
il primato nei piatti di pesce
Il locale più innovativo,
dall’aperitivo al dopo cena
con cocktail e musica dal vivo
Piatto-firma: avocado, olio
di mandorle e caviale
KONGENS NYTORV 8
TEL. (+45) 33133713
Barbabietola
Mielcke & Hurtgkarl
Da risorsa agricola
a gusto-simbolo,
in combinazione con l’agro
e lo speziato, sia come
contorno (con le patate),
sia in sciroppo (ljus sirap)
come nota zuccherina
Jakob Mielcke mixa
ingredienti danesi e cibi
del mondo, dal miso
alla quinoa. Piatto-firma:
barbabietola e cioccolato
Manzo
Manfreds
Esibiscono il marchio Ø
(Økologisk, ecologico)
le carni di bovini allevati
in modo naturale, declinate
in zuppe e secondi piatti
Consumi alti anche
per maiale e selvaggina
Primo natural wine-bar,
ingredienti da allevamenti
e colture biodinamiche
Piatto-firma: tartare
di manzo con uova di pesce
JÆGERSBORGGADE 40
TEL. (+ 45) 36966593
Licheni
Marchal
A metà tra funghi e alghe,
vantano un’alta quota
proteica e grande ricchezza
di vitamine, virtù
che li assimila ai cavoli,
altra fonte di antiossidanti
nella dieta danese
Stella Michelin per Ronny
Emborg, chef del ristorante
dell’hotel D’Angleterre
Piatto firma: cappesante
con cavolo verde riccio
KONGENS NYTORV 34
TEL. (+45) 33120095
Frutti di bosco
Atelier septembre
Dal camemoro, detto anche
lampone artico, ai mirtilli,
le bacche antiossidanti
trionfano su colazione
(con yogurt), pranzo
(zuppe e insalate) e cena
(con carne, pesce, formaggi)
Migliore colazione in città,
con pasticceria fresca
Piatto-firma: Skyr (yogurt
colato), zucchine confit,
granola, bacche e tè Matcha
FOTO DI MARIA CANABAL
Aringa
FOTO DI MARIA CANABAL
FREDERIKSBERG RUNDDEL 1
TEL. (+45) 38348436
FOTO DI MARIA CANABAL
In senso orario:
con tartare
di manzo,
prosciutto,
formaggio, aringa,
paté d’oca
e uova strapazzate
FOTO DI MARIA CANABAL
Smørebrød
GODERSGADE 30
TEL. (+45) 33114236
41
P I E RO O T T O N E
M
IA MOGLIE, Hanne, è
danese, ma io l’ho
conosciuta a Mosca, e
Mario Mondello, allora
consigliere alla nostra
ambasciata in Russia, e amico carissimo,
si era messo a ridere quando seppe che
intendevamo sposarci. «Mangerai
malissimo — mi disse — Non vorrai
raccontarmi che quelle fette di pane,
servite con un po’ di prosciutto, meritano
il nome di cucina? La cucina danese non
esiste». La specialità gastronomica dei
paesi scandinavi, Danimarca compresa,
è infatti lo smørebrød, che significa pane
imburrato. Sulla fetta di pane nessuno
vieta di mettere anche un’aragosta. Ma
aveva ragione Mondello: questa non è
una cucina. Sempre di pane e burro si
tratta.
Celebrato il matrimonio ho scoperto
perché le mogli danesi amano lo
smørebrød: permette di allestire una
colazione in quattro e quattr’otto, senza
neanche accendere i fornelli. I mariti
scandinavi sono contenti così. Ma ci
siamo sposati lo stesso. Ed ecco che un
bel giorno Hanne mi annuncia, con finta
indifferenza: «Leggo sul giornale che il
ristorante migliore del mondo è in
Danimarca». E aggiunge, sullo stesso
tono: «Se vuoi, quando andiamo a
Copenaghen ti ci porto». Mario Mondello,
purtroppo, non era più a portata di mano.
Ma quando mai un danese non dice la
verità? Era tutto vero.
Da allora, i ristoranti con tante stelle,
nelle graduatorie gastronomiche, si sono
moltiplicati, e oggi le città danesi, se si
crede a queste classifiche, sono in testa.
Come si spiega? Beh: ciascuno può offrire
la spiegazione che preferisce. Ma
all’origine di ogni spiegazione ci sarà pur
sempre una realtà: i danesi, e in genere
tutti gli scandinavi, svedesi e norvegesi
compresi, sono gente seria, e fanno con il
puntiglio della perfezione tutto quel che
fanno. Sono vissuti per tanti anni
mangiando pane e formaggio? Di pane e
formaggio si sono nutriti, senza neanche
accendere i fornelli. Poi si sono messi in
testa di adottare una cucina raffinata: ed
ecco che hanno raffinato la loro cucina,
con impegno. Magari ricorrendo a cuochi
di altre parti del mondo, se quelli locali
avevano bisogno di aiuto.
Una certa sensibilità alla cucina
raffinata, tuttavia, deve essere innata in
quel popolo. La loro più grande scrittrice,
Karen Blixen, ha scritto quel famoso
racconto su una francese, Babette, che
preparò un pranzo straordinario: il canto
del cigno nella sua esistenza. Sul
racconto della Blixen è stato fatto un
film, intitolato Il pranzo di Babette, che è
diventato ancora più famoso in tutto il
mondo... Insomma: la sensibilità alla
cucina raffinata deve avere radici
antiche nel popolo di mia moglie. Che ne
dite: ho scelto bene?
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la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 25 MAGGIO 2014
42
L’incontro. Fisici bestiali
IO E JOVANOTTI
FACEVAMO PARTE
DELLA GENERAZIONE
CHE VOLEVA USCIRE
DALLA GUERRA
FREDDA E DAGLI ANNI
DI PIOMBO.
VOLEVAMO
VOLTARE PAGINA.
ABBIAMO
INCONTRATO
LO STESSO
DESIDERIO
IN CHI CI ASCOLTAVA
Dal punk nella Bologna del ’77 a “Farfallina”, storia di un cantautore
che voleva solo essere autore (e mai e poi mai una star). “Tutto iniziò una sera in trattoria. C’era Lucio Dalla e c’erano gli Stadio, cercavano nuove canzoni. Io ne avevo scritte alcune su dei fogli. Ma gliele
feci portare dall’oste: ero timido e odiavo la mia voce”. Da allora sono passati più di trent’anni e quel ragazzo ribelle e gentile è diventato un pezzetto di musica italiana
portò al loro tavolo, vidi Lucio aprirla e tirarne fuori i fogli per passarli poi agli alNel giro di poco lo vidi alzarsi e andare al telefono. Capii che stava telefonando
a me, non c’erano ancora i cellulari, andai da lui e lo informai, battendogli una
in cima alle classifiche tra gli Ot- tri.
mano sulla spalla, che era al telefono con mia sorella». Una favola, dunque, con
l’ovvio lieto fine, visto che Dalla e gli Stadio decisero che quel ragazzo, assai tima sorridente, poteva essere una risorsa.
tanta e i Novanta. “Meglio non mido
Carboni iniziò a lavorare con gli Stadio. Una sola canzone nel primo disco, la
maggior parte nel secondo album e poi tutto iniziò a cambiare. «Fu una grande
perché mi trovai a vivere in studio con degli artisti fantastici e io non ero
dare troppa confidenza al suc- scuola
mai stato in uno studio. Era la Fonoprint di Bologna, ci andavo tutti i giorni, così come gli altri vanno al bar, e lì vidi nascere Bollicine di Vasco Rossi e 1983 di
Era come fare l’università, un corso accelerato, una full immersion nella
cesso. Così non soffri quando ne Dalla.
grande musica». Di cantare, ovviamente, Carboni non aveva ancora alcuna intenzione. «Andava benissimo così. Ma Lucio un giorno mi fece uno scherzo che
mi stravolse la vita. Ero in studio a far sentire alcuni pezzi nuovi per gli Stadio,
hai meno”
per un eventuale loro disco, e lui di nascosto registrò la mia voce. Alla fine il fo-
Luca
Carboni
ER N ESTO A SSA N T E
ROMA
L
UCA CARBONI HA UN GRAN SORRISO. È la prima cosa che risalta, sorride con
tutto il volto. Si potrebbe dire, esagerando un po’, che la sua musica
sorrida altrettanto, anche quando è malinconica, perché attraversata da un’amichevole tranquillità. Questo per dire che è strano immaginare un Luca Carboni elettrico, nervoso, addirittura punk, eppure
è così che il cantautore bolognese iniziò la sua carriera trent’anni fa.
Punk, ovvero ribelle, diverso, come il mondo che alla fine degli anni Settanta
si muoveva attorno a lui, la Bologna del movimento studentesco, del ‘77, di Radio Alice. «Si, avevo iniziato a strimpellare la chitarra su quell’onda, ero un adolescente, avevo studiato un po’ il pianoforte, ma mi piaceva il messaggio del
punk. Diceva “esprimiti anche se non sai suonare, tira fuori quello che hai dentro”. Mi spinse a credere che potevo farlo anche io. Nella band, i Teobaldi Rock,
io scrivevo, non cantavo, non ce l’avevo nemmeno il sogno di cantare, quando
mi toccava fare qualche coretto nei concerti mi paralizzavo, facevo due passi indietro, lontano dal microfono così non mi sentiva nessuno. Facevo il playback
dal vivo». Altro che i ragazzi di oggi, quelli che calcano i palcoscenici dei talent
show e sembra abbiano già la sicurezza dei professionisti: «Sono ragazzi che hanno già ben chiaro il loro sogno, vogliono essere cantanti e vogliono andare sul
palco, hanno già una tecnica, una storia, un background a volte anche importante. Io sono diventato cantante senza avere niente di tutto questo. Anzi, io non
volevo nemmeno diventare un cantante».
Ma il destino, alle volte, prevede per noi delle cose diverse, e nella vicenda
di Carboni il destino ha pensato bene di portarlo proprio dietro a un microfono. «Quando la band si sciolse io rimasi con la voglia di scrivere
canzoni e mi venne l’idea di portare i testi, non una cassetta ma solo dei fogli con delle parole, all’Osteria di Vito a Bologna. Ci andai una
QUELLI CHE OGGI CALCANO I PALCOSCENICI
DEI TALENT SHOW HANNO GIÀ LA SICUREZZA
DEI PROFESSIONISTI E SOPRATTUTTO HANNO
GIÀ BEN CHIARO IL LORO SOGNO: VOGLIONO
ESIBIRSI DAVANTI A UN PUBBLICO
sera e, guarda un po’ il destino, Lucio Dalla con gli
Stadio erano lì a cena proprio per decidere chi dovesse fare i testi del primo album della band. Era il
gruppo di Lucio, ma Gaetano Curreri, Ricky Portera e Fabio Liberatori erano tutti autori e avevano un grande potenziale musicale, volevano diventare una band autonoma. Quello che mancava
era una chiave, nei testi, che non fosse la replica del
mondo di Lucio. E proprio di quello stavano parlando a tavola. Vito prese la busta con i miei testi e la
nico mi richiamò in regia e mise su il pezzo che stavo cantando: io non avevo mai
ascoltato la mia voce se non negli appunti che prendevo per me sul walkman.
Era una voce che non mi piaceva assolutamente, non mi sarei mai sognato di
cantare davvero. Mi emozionai e capii che le mie storie le potevo raccontare in
prima persona».
E così con l’album ...intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film iniziò un’ascesa fino al quarto lp Carboni, con cui supera il milione di copie e vince il Festivalbar ’92. Silvia lo sai, Ci vuole un fisico bestiale o Mare mare diventano hit internazionali. Luca Carboni è uno dei cantautori italiani di maggior successo degli anni Ottanta e Novanta. Uno dei personaggi chiave, assieme a Jovanotti, del
rinnovamento della musica italiana del periodo. «Io e Lorenzo eravamo parte di
una generazione nuova, che cantava cose diverse, con un linguaggio diverso.
Lui ancora più di me, ha quattro anni in meno, aveva dentro la voglia di uscire
da un mondo di guerra fredda e anni di piombo: cambiare, voltare pagina. E abbiamo incrociato lo stesso desiderio da parte di chi ci ascoltava». Era un periodo
particolarmente ricco di musica: «Quando ci sei dentro non te ne rendi conto.
C’era il Lucio Dalla di Balla balla ballerino, i Kraftwerk che anticipavano la techno, i Sex Pistols che rivoluzionavano con il punk, e i Bee Gees che trionfavano
con la discomusic: e da ognuno di loro è nato un mondo. Lontanissimi l’uno dall’altro eppure parte della stessa epoca. Versavano dentro di noi qualcosa che poi,
non saprei dire come, io o altri abbiamo miscelato, tritato, macinato, impastato, permettendoci di creare qualcosa di nuovo. Ogni rivoluzione ha una dose di
contaminazione». E ancora oggi il rap incontra la melodia nelle canzoni di Carboni: «Si, è stato naturale, lo facevo già venti anni fa con Jovanotti, non ho vissuto Fisico e Politico, l’esperienza ultima con Fabri Fibra, come una cosa innovativa ma come qualcosa che mi apparteneva. Per cambiare le regole del gioco
bisogna osare di più, fare cose che non siano ovvie o prevedibili. Certo, non le decidi a tavolino, puoi pensare a un progetto ma poi quando una canzone arriva ti
porta da una parte che non avevi previsto. Puoi anche avere l’idea di fare un album con una band cinese, ma poi mentre scrivi magari ti viene una bella ballata d’amore, per la quale basta solo una voce e una chitarra, e tutto cambia an-
A CINQUANT’ANNI TI SENTI DEL TUTTO
FUORI DA UN MONDO COME QUELLO
DEL POP IN CUI LA GIOVINEZZA
È UN VALORE. MA POI PENSI
CHE HEMINGWAY HA SCRITTO
GRANDI ROMANZI A OTTANT’ANNI...
cora una volta».
A cinquantadue anni Carboni non è più il ragazzo della canzone d’autore, anzi, merita a tutti gli effetti il ruolo di “senatore”. «Magari proprio senatore non
lo diventerò mai» ride, «ma è vero che crescere ti porta a cambiare completamente. A cinquant’anni in un attimo ti senti di essere fuori dalla “nuova generazione”, ti rendi conto che tuo figlio quattordicenne è proiettato in un’altra dimensione. Ed è singolare sentirsi così in un mondo come quello del pop in cui la
giovinezza è sempre stata un valore. Le grandi rivoluzioni le hanno sempre fatte artisti che entro i venticinque anni hanno detto tutto o lanciato germi nuovi. Ma poi ci ragioni, superi l’insicurezza e puoi tornare a essere nuovo un’altra volta. Dopotutto Hemingway ha scritto grandi romanzi a ottant’anni...».
Gentile nei modi e nella scrittura, poco incline a gesti eclatanti e spettacolari, Carboni ha attraversato trent’anni di
canzone riuscendo a mantenere salda la rotta del suo piccolo
vascello, senza cedere alle sirene del mercato: «Ci sono riuscito probabilmente proprio per la maniera anomala in cui è iniziata la mia storia. Sono rimasto attaccato al concetto di scrittura anche quando il successo che ho avuto era enorme e mi spaventava.
Ai tempi di Farfallina mi era difficile addirittura camminare per
strada: non volevo essere un cantante, figurarsi una star. Ma
proprio il non aver mai avuto confidenza con il successo mi ha
aiutato, perché non l’ho mai dato per scontato né ho sofferto
troppo quando le cose sono andate un po’ peggio. Soffro se un
disco non viene bene, non se ha meno consenso». In questi
trent’anni la musica è cambiata molto, sono cambiati i supporti, il mercato, i gusti, il pubblico. «La musica è un camaleonte, si adatta. Sta morendo certo un modo di farla. Ma non
sta morendo la musica. Anche se è un momento davvero difficile so che un prossimo mondo musicale ci sarà: c’è tanto da
immaginare e da sognare, può succedere. Succederà».
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