RASSEGNA STAMPA

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martedì 14 ottobre 2014
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Da Adn Kronos del 13/10/14
Immigrati: campagna Frontexit, da Ue una
vera propria caccia ai migranti
Roma, 13 ott. (Adnkronos) - "Dieci giorni dopo la commemorazione del drammatico
naufragio al largo di Lampedusa del 2013, è stata lanciata una vera e propria 'caccia ai
migranti', denominata Mosmaiorum e coordinata dal ministero dell'Interno italiano con il
sostegno di Frontex ed Europol. Manca chiarezza sulle basi legali di questi controlli e sulla
realizzazione di tutta l'operazione. Nessuna informazione è stata data su come saranno
utilizzati i dati raccolti con gli interrogatori e se sono previste operazioni di rimpatri
congiunti". Lo si legge in una nota di Frontexit, campagna di sensibilizzazione sul tema
dell'immigrazione, di cui fa parte Arci e promossa dalla rete europea Migreurop.
"Oltre al grave fatto - prosegue la nota - che il Parlamento europeo non sembra essere
stato avvertito di questo progetto, quest'enorme retata su scala europea mira a
intercettare e raccogliere i dati personali dei trafficanti, dei detentori di documenti falsi e
dei richiedenti asilo la cui domanda è stata rigettata. Ancora una volta il soggiorno
irregolare è assimilato a un crimine, a dispetto della giurisprudenza della Corte di giustizia
europea".
I richiedenti asilo, si legge ancora, "sono percepiti come dei potenziali impostori e la
raccolta dei dati personali è usata per una vera e propria caccia ai 'sans papiers'.
L'operazione Mosmaiorum non è che l'ennesimo esempio della guerra, condotta dall' Ue,
contro un nemico immaginario. La migrazione non è un crimine e i migranti non sono una
minaccia: i rifugiati hanno diritto a una protezione internazionale. L'Europa deve fermare
questa guerra omicida, di cui Frontex è il simbolo".
Da Redattore Sociale del 13/10/14
Mos Maiorum, Arci e Frontexit: "Operazione
persecutoria e razzista"
La campagna italiana Frontexit, di cui anche l'Arci fa parte, considera la
nuova operazione una "caccia ai migranti" che pone seri problemi di
legalità e impedisce l'esercizio dei diritti: "La migrazione non è un
crimine. L'Europa deve fermare questa guerra omicida"
ROMA - Il nuovo intervento di polizia europea sul controllo delle frontiere e il contrasto
dell'immigrazione irregolare è "un’operazione dal carattere persecutorio e razzista".
Questo il commento di Arci nel giorno di avvio di Mos Maiorum, operazione coordinata dal
Ministero dell’Interno italiano con il sostegno di Frontex ed Europol. Una vera e propria
"caccia ai migranti", gli fa eco Frontexit, la campagna italiana promossa dalla rete europea
Migreurop in vari paesi dell’Unione europea di cui anche l'Arci fa parte, che parte oggi e
proseguirà fino al 26 ottobre 2014 con massicci controlli nello spazio Schengen e alle
frontiere esterne.
"Quest’enorme retata su scala europea - spiega Frontexit - mira a intercettare e
raccogliere i dati personali dei detentori di documenti falsi, dei richiedenti asilo la cui
domanda è stata rigettata e dei trafficanti. Oltre al fatto, grave, che il Parlamento europeo
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non sembra essere stato avvertito di questo progetto, pongono problemi sia la mancanza
di chiarezza delle basi legali di questi controlli sia la realizzazione di tutta l’operazione.
Nessuna informazione è stata data su come saranno utilizzati i dati raccolti con gli
interrogatori e se sono previste operazioni di rimpatri congiunti".
In questo modo, ricorda Frontexit, il soggiorno irregolare viene paragonato a un crimine e i
richiedenti asili visti come potenziali impostori, nonostante una sentenza della Corte di
giustizia europea abbia condannato la penalizzazione del soggiorno irregolare. Il rischio di
un'operazione del genere è quello di alimentare "il fantasma di un’invasione criminale in
Europa. Coadiuvando una politica discriminatoria, l’agenzia Frontex impedisce l’esercizio
dei diritti dei migranti e dei rifugiati", come è stato già ha dimostrato da un rapporto della
campagna italiana. L'Arci ricorda che è attivo il numero verde s.o.s diritti 800 99 99 77 a
cui i migranti si possono rivolgere per raccogliere denunce di ingiustizie e comportamenti
persecutori e assistenza legale.
"L’operazione MosMaiorum non è che l’ennesimo esempio della guerra (condotta dall’Ue)
contro un nemico immaginario - continua Frontexit - . Benché la società civile, le Nazioni
unite e il Consiglio d’Europa abbiano fatto appello per la fine dell’ecatombe facilitando
l’ingresso allo spazio europeo, gli annunci della Commissione europea di forti misure per
mettere fine ai ‘drammi dell’immigrazione’ sono rimasti lettera morta. L’assenza di
meccanismi comuni di salvataggio in mare, di accoglienza dei migranti e dei rifugiati
contrasta con questa frenesia securitaria".
"Le reti mafiose e criminali non esisterebbero se ci fossero vie d’ingresso legali per le
persone migranti - conclude Frontexit -. La migrazione non è un crimine. I migranti non
sono una minaccia. I rifugiati hanno diritto a una protezione internazionale. L’Europa deve
fermare questa guerra omicida, di cui Frontex è il simbolo".
Da Asca del 13/10/14
Immigrati: Arci, operazione 'MosMaiorum'
persecutoria e razzista
(ASCA) - Roma, 13 ott 2014 - ''Un'operazione dal carattere persecutorio e razzista''. Cosi'
l'Arci definisce l'operazione 'MosMaiorum', che da oggi oggi, e fino al 26 ottobre prossimo,
consistera' in uno sforzo particolare da parte delle forze di polizia degli Stati membri
dell'Unione Europea che procederanno a dei massicci controlli nello spazio Schengen e
alle frontiere esterne. ''Dieci giorni dopo la commemorazione del drammatico naufragio al
largo di Lampedusa del 2013, - afferma l'Arci - e' stata lanciata una vera e propria 'caccia
ai migranti' coordinata dal Ministero dell'Interno Italiano con il sostegno di Frontex ed
Europol''. L'Arci la definisce una ''enorme retata su scala Europea'' che mira a intercettare
e raccogliere i dati personali dei detentori di documenti falsi, dei richiedenti asilo la cui
domanda e' stata rigettata e dei trafficanti. ''Oltre al fatto, grave, che il Parlamento Europeo
non sembra essere stato avvertito di questo progetto, - si aggiunge - pongono problemi sia
la mancanza di chiarezza delle basi legali di questi controlli sia la realizzazione di tutta
l'operazione. Nessuna informazione e' stata data su come saranno utilizzati i dati raccolti
con gli interrogatori e se sono previste operazioni di rimpatri congiunti''. gc/
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Da Stranieri in Italia del 13/10/14
É partita Mos Maiorum. "Caccia a migranti e
profughi in tutta l'Ue"
Arci e Cir contro l'operazione avviata dalle polizie europee. "Un'enorme
retata razzista", "Ai superstiti dei naufragi mancava solo questo"
Roma - 13 ottobe 2014 - É partita oggi e andrà avanti fino al 26 ottobre l'operazione “Mos
Maiourum" (letteralmente: costume degli antenati). Diciottomila agenti di polizia stanno
cercando migranti irregolari in tutta Europa per raccogliere, questo lo scopo ufficiale,
informazioni utili a combattere i trafficanti di uomini.
Intanto, però, molte associazioni che lavorano accanto a migranti e profughi puntano il dito
contro l'operazione. Secondo l'Arci, ad esempio, avrebbe “persecutorio e razzista''. ''Dieci
giorni dopo la commemorazione del drammatico naufragio al largo di Lampedusa del
2013, e' stata lanciata una vera e propria 'caccia ai migranti' coordinata dal Ministero
dell'Interno Italiano con il sostegno di Frontex ed Europol''.
L'Arci parla di ''enorme retata su scala Europea'' e chiede maggiore trasparenza. ''Oltre al
fatto, grave, che il Parlamento Europeo non sembra essere stato avvertito di questo
progetto, - si aggiunge - pongono problemi sia la mancanza di chiarezza delle basi legali di
questi controlli sia la realizzazione di tutta l'operazione. Nessuna informazione e' stata
data su come saranno utilizzati i dati raccolti con gli interrogatori e se sono previste
operazioni di rimpatri congiunti''.
“A superstiti dei naufragi mancava proprio questo” commenta invece il Consiglio Italiano
per i Rifugiati. “Non solo non possono arrivare in un modo normale e sicuro in Europa, non
solo devono pagare trafficanti e rischiare la vita per richiedere asilo in questo continente,
non solo una volta e finalmente arrivati sulle coste di in uno dei paesi della sponda nord
del Mediterraneo non possono raggiungere in modo regolare il paese di destinazione,
dove una rete familiare e di sostegno li aspetta, no, adesso devono anche nascondersi per
fuggire dall' ’apparato poliziesco che oggi si è messo a caccia di loro”.
“Purtroppo- scrive il direttore del Cir Christopher Hein - non resta che una chiave di
lettura: una parte della politica europea, quella che comanda gli apparati di sicurezza,
intende dare un segnale molto preciso di contrasto alle dichiarazioni fatte 10 giorni fa a
Lampedusa anche dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Shultz e dalla
Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini sulla necessità di aprire canali
umanitari di accesso dei rifugiati in Europa, di promuovere una maggiore solidarietà tra gli
Stati Membri e di continuare l'opera di salvataggio in mare nell'ambito di o analogamente a
Mare Nostrum",
“Sulla pelle dei rifugiati e dei richiedenti asilo, - aggiunge Hein - si sta giocando una lotta
politica sui futuri orientamenti dell'Unione e dei singoli Stati Membri rispetto a temi chiave
quali la protezione internazionale, il diritto d'asilo e il rispetto dei diritti umani''.e maschili.
La speranza è che la rivoluzione arrivi anche nel mondo del lavoro.
http://www.stranieriinitalia.it/attualitae_partita_mos_maiorum._caccia_a_migranti_e_profughi_19256.html
Da Immezcla – storie di naviganti del Mediterraneo del 13/10/14
Mos Maiorum, Arci e Frontexit: operazione
razzista
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Il nuovo intervento di polizia europea sul controllo delle frontiere e il contrasto
dell'immigrazione irregolare è "un’operazione dal carattere persecutorio e razzista".
Questo il commento di Arci nel giorno di avvio di Mos Maiorum, operazione coordinata dal
Ministero dell’Interno italiano con il sostegno di Frontex ed Europol.
Una vera e propria "caccia ai migranti", gli fa eco Frontexit, la campagna italiana promossa
dalla rete europea Migreurop in vari paesi dell’Unione europea di cui anche l'Arci fa parte,
che parte oggi e proseguirà fino al 26 ottobre 2014 con massicci controlli nello spazio
Schengen e alle frontiere esterne.
"Quest’enorme retata su scala europea - spiega Frontexit - mira a intercettare e
raccogliere i dati personali dei detentori di documenti falsi, dei richiedenti asilo la cui
domanda è stata rigettata e dei trafficanti. Oltre al fatto, grave, che il Parlamento europeo
non sembra essere stato avvertito di questo progetto, pongono problemi sia la mancanza
di chiarezza delle basi legali di questi controlli sia la realizzazione di tutta l’operazione.
Nessuna informazione è stata data su come saranno utilizzati i dati raccolti con gli
interrogatori e se sono previste operazioni di rimpatri congiunti".
In questo modo, ricorda Frontexit, il soggiorno irregolare viene paragonato a un crimine e i
richiedenti asili visti come potenziali impostori, nonostante una sentenza della Corte di
giustizia europea abbia condannato la penalizzazione del soggiorno irregolare. Il rischio di
un'operazione del genere è quello di alimentare "il fantasma di un’invasione criminale in
Europa. Coadiuvando una politica discriminatoria, l’agenzia Frontex impedisce l’esercizio
dei diritti dei migranti e dei rifugiati", come è stato già ha dimostrato da un rapporto della
campagna italiana. L'Arci ricorda che è attivo il numero verde s.o.s diritti 800 99 99 77 a
cui i migranti si possono rivolgere per raccogliere denunce di ingiustizie e comportamenti
persecutori e assistenza legale.
"L’operazione MosMaiorum non è che l’ennesimo esempio della guerra (condotta dall’Ue)
contro un nemico immaginario - continua Frontexit - . Benché la società civile, le Nazioni
unite e il Consiglio d’Europa abbiano fatto appello per la fine dell’ecatombe facilitando
l’ingresso allo spazio europeo, gli annunci della Commissione europea di forti misure per
mettere fine ai ‘drammi dell’immigrazione’ sono rimasti lettera morta. L’assenza di
meccanismi comuni di salvataggio in mare, di accoglienza dei migranti e dei rifugiati
contrasta con questa frenesia securitaria".
"Le reti mafiose e criminali non esisterebbero se ci fossero vie d’ingresso legali per le
persone migranti - conclude Frontexit -. La migrazione non è un crimine. I migranti non
sono una minaccia. I rifugiati hanno diritto a una protezione internazionale. L’Europa deve
fermare questa guerra omicida, di cui Frontex è il simbolo".
http://www.immezcla.it/notizie-immigrazione/item/628-immigrati-frontiere-europa.html
Da Rai 2 – Protestantesimo del 12/10/14
Puntata dedicata a Festival Sabir
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1ae60aea-45d8-42e1-97deb2b04028b321.html
Da Adn Kronos del 13/10/14
Mafia: parte da Roma il 15 ottobre la
Carovana internazionale antimafie
24 Ore Roma, 13 ott. (Adnkronos) - La tratta degli esseri umani, ormai punto di forza della
criminalità organizzata che trova fonti di guadagno nello sfruttamento della mano d'opera
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straniera, sarà il tema di quest'anno della Carovana internazionale antimafie, iniziativa
promossa da Libera, Arci e Avviso Pubblico. La Carovana partirà da Roma, alle 11 del 15
ottobre, dopo la conferenza stampa di presentazione presso la sede della Federazione
nazionale della stampa, per raggiungere i paesi protagonisti dell'edizione 2014. Nata nel
'94, su iniziativa di Arci Sicilia - ricordano le associazioni in una nota - la Carovana compie
20 anni e, dopo aver terminato la parte italiana del viaggio, si dirigerà verso Serbia,
Romania, Francia, Spagna e Malta.Durante il percorso, la Carovana incontrerà il progetto
internazionale Cartt (Campaign for Awareness Raising and Training to fight Trafficking),
dibattendo il tema della tratta nei diversi aspetti di sfruttamento del lavoro: in Francia nel
campo dell'edilizia, in Romania in quello minorile, a Malta nel settore turistico. In Italia il
tema sarà lo sfruttamento del lavoro domestico, di cui sono vittime soprattutto le badanti
straniere, in mano a organizzazioni dell'Europa dell'Est.Alla conferenza stampa
partecipano Anna Canepa, sostituto procuratore presso la direzione nazionale antimafia a
Roma; lo scrittore Giuseppe Catozzella; per le organizzazioni promotrici, Francesca
Chiavacci, presidente nazionale Arci; Alessandro Cobianchi, coordinatore nazionale della
carovana; Pierpaolo Romani, coordinatore di Avviso Pubblico; Gabriella Stramaccioni,
ufficio di presidenza di Libera; Salvatore Scelfo, segretario nazionale Filca-Cisl; Luciano
Silvestri, area legalità Cgil; Giovanni Bellissima, Uil.
Da Redattore Sociale del 10/10/14
Milano, 400 delegati per il Forum della società
civile di Asia e Europa
L'incontro si è aperto con l'appello per la liberazione del leader dei
movimenti civili del Laos, Sombath Somphone. Si discute di sviluppo
sostenibile, commercio equo, cooperazione, potere della finanza,
giustizia sociale, armamenti
MILANO - Una sedia vuota e un appello rivolto ai governi e alle istituzioni di tutto il mondo
per far tornare a casa Sombath Somphone, leader dei movimenti civili in Laos. È iniziato
così il Forum della società civile Asia-Europa, in corso a Milano, alla Fabbrica del Vapore.
A prendere la parola per prima dinanzi a oltre 400 delegati provenienti da tutto il mondo è
stata Shui Meng Ng, moglie Sombath Somphone, scomparso in circostanze ancora da
chiarire il 15 dicembre 2012. L'ultima volta che è stato visto era a un blocco della polizia.
Probabilmente la sua colpa è quella di aver organizzato la nona edizione del Forum nel
Laos. “Mi sono chiesta se Sombath abbia varcato qualche soglia sconosciuta,
scontentando chi non vuole riconoscere alla società civile uno spazio maggiore - ha detto
la moglie-. Sombath non avrebbe mai rinnegato la sua vita e il suo impegno. Non si
sarebbe mai pentito”.
All’appello si è unito anche Basilio Rizzo, presidente del Consiglio comunale di Milano.
“Confermo l’impegno a tutti i livelli istituzionali affinché Sombath possa tornare a casa,
perché oggi più che mai è impossibile alcuna politica priva dell’apporto determinante della
società civile da voi ben rappresentata”. Il Comitato organizzatore italiano di questa
edizione del Forum è composto da Arci Milano, Action Aid Italia, Rete Italiana Disarmo,
Altreconomia, ICEI.
Dalla Malesia alle Filippine, dalla Grecia alla Finlandia, i delegati discuteranno di sviluppo
sostenibile, commercio equo, cooperazione, potere della finanza, giustizia sociale,
armamenti (vedi lancio precedente), cambiamenti climatici e sovranità alimentare. Il Forum
è nato nel 1997 ed è diventato un network intercontinentale di centinaia di organizzazioni
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di Asia ed Europa che lavorano insieme a temi di comune interesse per entrambi i
continenti e che si sono incontrati nei forum biennali di Londra (1998), Seul (2000),
Copenaghen (2002), Hanoi (2004), Helsinki (2006), Pechino (2008), Bruxelles (2010) e
Vientiane (2012).
Il Forum a Milano sarà anche una tappa italiana della mobilitazione internazionale contro il
Trattato Transatlantico di libero scambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. La
“Campagna Stop TTIP Itala” chiederà nuovamente il “blocco immediato dei negoziati”, che
prefigurano una liberalizzazione spinta a favore di pochi gruppi multinazionali e a danno
dei diritti dei lavoratori. (dp)
Da Altraeconomia del 13/10/14
Movimenti Cinque i focus: pace, protezione sociale, sovranità
alimentare, clima e investimenti
Relazioni Asia-Ue, prove di giustizia sociale
A Milano, dal 10 al 12 ottobre, il decimo forum dei popoli che precede il
summit tra capi di Stato e di Governo dell'ASEAN e dell'Europa (ASEM).
Duecento i delegati presenti alla plenaria conclusiva, provenienti da 42
Paesi. Nella dichiarazione finale, che verrà presentata nel corso del
vertice ASEM (in programma il 16 e 17 ottobre), la richiesta di immediata
liberazione di Sombath Somphone, l'attivista per i diritti umani del Laos
sequestrato il 15 dicembre 2012 nel Paese che organizzava del nono
appuntamento
Che cos’è AEPF
La nascita dell'AEPF risale al 1997 alla formazione dell'AEPF. Questa iniziativa si è
sviluppata nel tempo come un network intercontinentale di centinaia di organizzazioni di
Asia ed Europa che lavorano insieme a temi di comune interesse per entrambi i continenti
e che si sono incontrati nei forum biennali di Londra (1998), Seul (2000), Copenaghen
(2002), Hanoi (2004), Helsinki (2006), Pechino (2008), Bruxelles (2010) e Vientiane
(2012). Basata sulla vasta mobilizzazione e sulla partecipazione attiva dei network più
importanti delle società civili soprattutto asiatiche, i forum sono diventati luoghi di incontro
per dibattiti attuali, importanti e di grande qualità che hanno luogo negli incontri e nei
workshop precedenti e contemporanei ai forum biennali e che determinano la cotinua
evoluzione del ruolo dell'AEPF.
Gli organizzatori
Il Comitato organizzatore italiano è composto da Arci Milano, Action Aid Italia, Rete
Italiana Disarmo, Altreconomia, ICEI
La decima edizione dell'Asia-Europe People's Forum -il summit dei popoli d'Asia e
d'Europa- si è conclusa domenica 12 ottobre alla Fabbrica del Vapore di Milano, con
un’assemblea plenaria e la richiesta, ribadita con forza nella Dichiarazione finale, costruita
in maniera partecipata da tutti i delegati -oltre 200 quest'oggi, da 42 Paesi di tutto il
mondo-, dell'immediata liberazione di Sombath Somphone, l'attivista per i diritti umani del
Laos sequestrato il 15 dicembre 2012 nel Paese allora organizzatore del nono
appuntamento di AEPF.
La Dichiarazione finale di AEPF10 verrà presentata ufficialmente al summit dei capi di
Stato e di governo asiatici ed europei (ASEM), che avrà anch'esso luogo a Milano, dal 16
al 17 ottobre. E i vertici dei Paesi europei ed asiatici dovranno tenere conto di almeno
cinque punti messi a fuoco in questa tre giorni mediante work-shop, assemblee, tavole
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rotonde, e relativi a pace e sicurezza, protezione sociale, sovranità alimentare, giustizia
climatica e investimenti commerciali.
La voce della società civile internazionale è stata ferma. Dall'appropriazione delle risorse
alla proliferazione degli armamenti, dall'incenerimento dei rifiuti agli accordi per il libero
scambio in discussione tra i Paesi (TTIP su tutti), dalla precarizzazione del lavoro alla
criminalizzazione dei migranti. Se i governi di Europa e Asia non dovessero essere in
grado di estirpare queste profonde ingiustizie sociali e civili -coinvolgendo i cittadini nelle
decisioni e rendendo trasparenti questi percorsi decisionali- pace e prosperità resteranno
un miraggio politico irrealizzabile.
Anche Michael Matthiessen, alternate senior official di ASEM, ha riconosciuto
l'autorevolezza di AEPF10 (“un segnale importante”), aggiungendo che “queste cinque
aree tematiche discusse qui alla Fabbrica del Vapore verranno trattate, seppur con accenti
diversi, anche nell'ambito del consesso di ASEM dei prossimi giorni”.
“Sono colpito dall'impegno e dalla determinazione dimostrati durante tutti e tre i giorni di
AEPF10” ha dichiarato Andrea Perugini -direttore centrale per l'Asia-Oceania e membro
della direzione generale per la mondializzazione e le questioni globali del ministero degli
Esteri italiano-. Il diplomatico italiano ha aggiunto che “l'Italia sarà impegnata sul tema
della sostenibilità e nella lotta alla povertà durante il semestre di presidenza dell'Ue”.
Luciana Castellina, presidente onorario dell'Arci, ha lanciato un monito all'Europa: “L’Ue
deve rendersi conto che il processo in atto è contrario alla modernizzazione ma è
sinonimo di disgregazione sociale e democratica. Per mantenere il suo significato
originario, l'Europa dovrà ricostruire la democrazia, evitando di sottoscrivere accordi
internazionali sbilanciati sugli interessi delle multinazionali e non dei cittadini dell'Unione”.
Al termine della sessione è stata simbolicamente consegnata la petizione per la
liberazione di Sombath Somphone a Perugini e Matthiessen, rappresentanti il punto di
contatto con ASEM, con la speranza che la straordinaria partecipazione di questi tre giorni
possa contagiare e stimolare il summit dei governanti.
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4858
Da Adn Kronos del 13/10/14
Milano: Majorino consigli zona ragazzi sono
laboratori cittadinanza attiva
Milano, 13 ott. (Adnkronos) - I consigli di zona dei ragazzi "sono laboratori di cittadinanza
attiva". Così pensa Pierfrancesco Majorino, assessore del Comune di Milano alle Politiche
sociali e cultura della salute, intervenuto oggi a 'Gli adulti garanti dei processi di
partecipazione dei ragazzi. I consigli di zona delle ragazze e dei ragazzi a Milano'.
L'incontro, che si è tenuto a Palazzo Reale a Milano, voleva essere un momento di
scambio tra esperienze di insegnanti, amministrazione locale e operatori del terzo settore
ed è stato organizzato dal Comune di Milano in collaborazione con Arci, Arci ragazzi,
Abcittà, Ambiente acqua onlus, Celim, Diapason, Fratelli dell'uomo, Imprese sociali,
Unicef.
"I consigli di zona dei ragazzi - aggiunge il vicesindaco, Ada Lucia De Cesaris sottolineano la centralità della figura dei ragazzi nella progettazione della città. Alcuni di
questi progetti sono già diventati realtà. Il nostro impegno è fare in modo, sempre più, che
anche i bambini possano sentire rispettata la propria dimensione di cittadinanza". Per
Chiara Bisconti, assessore al Benessere, qualità della vita, sport e tempo libero, "i bambini
sono portatori di diritti e grazie a loro la città è più viva, più accogliente". Secondo Bisconti,
"ciascuno deve fare la propria parte e noi siamo già al lavoro perché i loro progetti siano
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realizzati e per garantire ai più piccoli la possibilità di poter vivere in una città che sia in
grado di rispondere davvero alle loro esigenze". Ne sono un esempio, ricorda l'assessore
al Benessere, "la modifica al regolamento di polizia urbana e il nuovo regolamento edilizio
che permettono ai bambini di giocare nei cortili".
I consigli di zona sono importanti anche per Francesco Cappelli, assessore all'Educazione
e istruzione, che ritiene che siano "una rete dove i giovani consiglieri elaborano idee e
progetti che aiutano concretamente la nostra amministrazione a migliorare alcuni aspetti di
Milano". La scuola, conclude Cappelli, "può lavorare insieme al territorio perchè questi
progetti si integrino concretamente con il percorso formativo dei più piccoli".
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ESTERI
del 14/10/14, pag. 9
Voltafaccia di Erdogan: “No alle basi aeree”
Iraq/Siria. Washington annuncia l’accordo con Ankara per l’utilizzo della
base di Incirlik, ma i turchi smentiscono. L’esercito iracheno abbandona
la base di Heet, fuori Baghdad: ora è in mano all’Isis
Chiara Cruciati
Basi sì, basi no. Il balletto turco – dentro e fuori la coalizione – non dà tregua al presidente
Obama: ieri, dopo aver lasciato che la Casa Bianca annunciasse il sì turco all’utilizzo delle
basi militari a sud del paese (compresa Incirlik) per lanciare raid in Siria, Ankara ha
smentito l’alleato. La concessione delle basi è una notizia non fondata: «Non c’è alcun
accordo con gli Stati uniti su Incirlik – ha detto un funzionario governativo – I negoziati
sono in corso» sulla base delle condizioni dettate dalla Turchia.
Insomma, l’adesione alla coalizione non costringe Erdogan a compiere certi passi,
soprattutto senza determinate rassicurazioni: impegno a far cadere Assad, creazione di
una zona cuscinetto dove infilare i rifugiati siriani e addestrare le opposizioni a Damasco,
creazione di una no-fly zone applicabile all’aviazione siriana.
Il duro colpo arriva mentre a Washington si incontravano i comandanti militari dei paesi
membri del fronte anti-Isis per due giorni di discussioni sulla strategia da ridefinire. Il capo
di Stato maggiore Usa, il generale Dempsey, è tornato a sfidare il suo presidente
ripetendo in un’intervista tv la necessità di inviare truppe di terra: «Il mio istinto mi dice che
sarà necessaria una diversa forma di assistenza vista la complessità del conflitto. Mosul
potrebbe essere la battaglia decisiva nella campagna via terra in futuro», ha detto
Dempsey.
E proprio sul campo prosegue violento il conflitto. Cuore degli scontri resta Kobane, città
curdo-siriana al confine con la Turchia. Ieri a meno di un chilometro dalla frontiera si sono
contrapposti i fucili automatici curdi contro i mortai islamisti. Un jihadista si è fatto saltare in
aria a bordo di un camion carico di esplosivo nella parte settentrionale di Kobane, a
pochissima distanza dal territorio turco. Da parte loro i combattenti curdi, a corto di armi e
munizioni, sono riusciti a riavvicinarsi al quartier generale delle forze militari e
dell’amministrazione civile, nel centro città, occupato tre giorni fa dall’Isis.
In Iraq gli Usa scaricano tutto su Baghdad: «Alla fine sono gli iracheni a doversi riprendere
l’Iraq – ha detto domenica al Cairo, alla conferenza dei donatori per Gaza, il segretario di
Stato Kerry – Sono gli iracheni che ad Anbar devono combattere per Anbar». Ma tra il dire
e il fare, c’è di mezzo la debolezza dell’esercito iracheno che ieri è stato costretto
dall’avanzata islamista ad indietreggiare proprio nella provincia di Anbar, al confine con la
Siria. Un’altra base militare, una delle poche rimaste in mano governativa, è stata
abbandonata dalle truppe di Baghdad nella città di Heet, lungo l’Eufrate, lasciando la
comunità al totale controllo islamista: «Le forze irachene hanno evacuato il campo di Heet
domenica notte su ordine del comando militare – ha fatto sapere un funzionario della
polizia di Ramadi, capoluogo provinciale di Anbar – I nostri leader militari hanno stabilito
fosse meglio non lasciare le forze esposte agli attacchi dell’Isis e inviarle a difesa della
base aerea di Asad. Heet è ora al 100% in mano islamista».
Una sconfitta cocente (soprattutto alla luce dell’avvicinamento dell’Isis alla capitale
Baghdad) mentre il paese veniva scosso domenica da un’altra ondata di attentati: tre
autobombe hanno ucciso 58 persone, per lo più curdi che si stavano volontariamente
arruolando nell’esercito. Un primo attacco è stato compiuto contro una base della
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sicurezza curda a Qara Tappah, nella provincia occupata di Diyala (30 morti e 90 feriti);
due bombe sono invece esplose a Baquba e una terza ha colpito un convoglio militare ad
Anbar, vicino Ramadi, uccidendo tra gli altri il capo della polizia provinciale. Ieri pomeriggio
nel mirino è tornata anche Baghdad: teatro i quartieri sciiti di Sadr City e Kadhimiyah:
almeno 26 i morti nelle due esplosioni.
La capitale è quasi del tutto circondata. Secondo fonti governative, sarebbero 10mila gli
islamisti dell’Isis intorno Baghdad, pronti ad attaccare. Sabah al-Karhout, presidente del
consiglio di Anbar, fa sapere che i miliziani stanno arrivando da Abu Ghraib, a meno di 15
km dalla capitale, a difesa della quale stanno per ora 60mila soldati iracheni.
del 14/10/14, pag. 9
Dalla Polonia alla Turchia e ritorno
Manlio Dinucci
Nato. Stoltenberg al via: «Con Kiev», scudo in Polonia, cuscinetto di
Ankara. E tanto nucleare
È andato in Polonia a incontrare il presidente Komorowski, ha ricevuto a Bruxelles il
ministro degli esteri ucraino Klimkin, quindi si è recato in Turchia per colloqui col
presidente Erdogan: non poteva iniziare meglio il nuovo segretario generale della Nato, il
norvegese Jens Stoltenberg. Già leader del Partito del lavoro e capo di governo, sostenuto
dalla coalizione «rosso-verde», si è guadagnato il prestigioso incarico – si legge nella
biografia ufficiale – perché, quando era primo ministro nel 2005–2013, ha fatto della
Norvegia uno dei paesi Nato con la più alta spesa militare procapite.
Un segretario dinamico per una Alleanza sempre più dinamica in campo militare. In
Polonia, dove si svolta l’esercitazione Nato Anaconda 2014 con la partecipazione di forze
Usa, Stoltenberg ha assicurato che «la Nato è qui per proteggervi», ricordando che,
dall’inizio della crisi in Ucraina, gli Alleati mantengono nell’Europa orientale una «continua
presenza e attività militare aerea, terrestre e marittima». Lo scopo è «inviare un forte
segnale alla Russia», definita dal segretario alla difesa lituano Vejonis «un aggressore,
che rappresenta una potenziale minaccia per tutti i paesi europei».
Alla conferenza stampa a Varsavia, il presidente Komorowski ha chiesto al segretario
generale della Nato di accelerare la costruzione dello «scudo missilistico» in Europa,
ricordando che la Polonia si è impegnata a rafforzarlo con un proprio «scudo», anch’esso
realizzato con tecnologie Usa, del costo previsto di 33,6 miliardi di euro. Ha per questo
ricevuto le lodi di Stoltenberg. Contemporaneamente si è svolto in Polonia il Simposio
sulla politica nucleare della Nato, con la partecipazione di tutti i paesi dell’Alleanza,
compresi quelli come l’Italia che hanno aderito al Trattato di non-proliferazione
formalmente come non-nucleari. Nella dichiarazione del recente Summit nel Galles, la
Nato chiarisce che «la difesa missilistica integra il ruolo delle armi nucleari, non le
sostituisce» e che «finché esisteranno le armi nucleari, la Nato resterà una alleanza
nucleare», poiché le forze nucleari strategiche degli Stati uniti (che l’amministrazione
Obama sta potenziando), integrate da quelle britanniche e francesi, costituiscono «la
suprema garanzia della sicurezza degli Alleati». Come ulteriore garanzia, tl premio Nobel
per la pace Lech Walesa propone che «la Polonia deve prendere in prestito o in leasing
armi nucleari per mostrare a Putin che, se un solo soldato russo mette piede sulla nostra
terra, noi attaccheremo».
All’esercitazione Anaconda 2014 in Polonia ha partecipato anche il Landcom, il comando
delle forze terrestri dei 28 paesi dell’Alleanza, attivato a Smirne in Turchia. Dove la Nato
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ha oltre venti basi aeree, navali e di spionaggio elettronico, rafforzate nel 2013 da batterie
di missili Patriot in grado di abbattere velivoli nello spazio aereo siriano; dove ha costituito
centri di formazione militare per combattenti da infiltrare in Siria, favorendo lo sviluppo
delle forze dell’Isis. Dove Stoltenberg è andato per esprimere ad Ankara «la solidarietà
dell’Alleanza» di fronte alla «grave minaccia dell’Isis».
Stoltenberg ha quindi lodato il recente voto del parlamento che «autorizza un ruolo ancora
più attivo della Turchia nella crisi», e dichiarato che «la Nato è pronta ad appoggiare tutti
gli Alleati nel difendere la propria sicurezza», dando in tal modo via libera al piano,
ufficialmente proposto dal presidente turco, che prevede la creazione di una «zona
cuscinetto» in territorio siriano, rafforzata da una «no-fly zone» (di fatto già oggi esistente).
Il «piano Erdogan», pur avendo la Turchia propri obiettivi nazionali (come quello di
impedire la creazione di uno Stato curdo), rientra nella strategia Usa/Nato. L’abbattimento
di Assad, apertamente chiesto oggi dal governo turco, da anni fa parte della strategia della
Nato.
La dichiarazione del summit sostiene addirittura che «il regime di Assad ha contribuito
all’emergere dell’Isis in Siria e alla sua espansione al di là di questo paese». In altre
parole, dice che il presidente Assad, in preda a mania suicida, avrebbe favorito la
formazione del movimento islamico che lo vuole rovesciare.
Del 14/10/2014, pag. 18
Ebola, allerta Oms “La peggiore epidemia
dei tempi moderni”
Paura a Bruxelles
Un uomo ricoverato nella capitale belga Due falsi allarmi a Roma e
Milano Obama e Hollande: il mondo unisca le forze
PAOLO G. BRERA
Pare già inarrestabile, l’epidemia di paura che ha colpito l’Italia prima che il virus sia
riuscito a varcarne le frontiere. Due africani si sono sentiti male, ieri a Roma e Milano,
facendo subito scattare le misure di sicurezza e qualche polemica: nessuno dei due infatti
aveva messo piede recentemente in Africa occidentale, dove avrebbe potuto contrarre il
virus, ma i sintomi hanno acceso l’allarme. Allo sportello profughi della questura di Roma
un somalo con «convulsioni, febbre alta e sangue dal naso si è accasciato al suolo», e
l’area è stata subito isolata: trasportato con cautele all’Umberto I, la diagnosi è stata di
attacco epilettico. Nel tribunale di Milano, invece, un imputato ghanese accusato di furto di
rame si è sentito male durante il processo, sputando sangue tra le convulsioni: il giudice
ha disposto il ricovero al Sacco, ma anche qui è stato escluso Ebola e si sospettano altre
patologie. La guardia, comunque, è giustamente alta: Margaret Chan, direttrice generale
dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), è «ben consapevole che la paura di
essere infettati si è diffusa nel mondo molto più velocemente del virus», ma l’epidemia di
Ebola resta «l’emergenza sanitaria più grave e seria nei tempi moderni». Con quattromila
morti, ultimo bilancio ufficiale dell’Oms diramato venerdì, sta devastando Liberia, Sierra
Leone e Guinea e costringe il resto del mondo a elevare le difese sanitarie. Ieri un uomo
con i sintomi rientrato da poco dalla Guinea è stato ricoverato in isolamento al St.Pierre di
Bruxelles, in Belgio. A Dallas l’elenco delle persone «sotto stretto controllo» dopo la morte
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del “paziente zero” Thomas Eric Duncan si è allungato, e il direttore dei Centers for
disease control and prevention di Atlanta, Thomas Frieden, suggerisce di «ripensare» il
sistema di «controllo dell’infezione» perché «anche un solo contagio è inaccettabile ».
Come ha potuto, il virus, sconfiggere il protocollo di sicurezza infettando l’infermiera
26enne Nina Pham, che oggi combatte in «condizioni stabili»? Il presidente Obama — che
al telefono con François Hollande ha convenuto sulla «necessità di una mobilitazione
internazionale in stretto coordinamento con Onu, Oms e Paesi coinvolti» — ha convocato
un vertice nello studio Ovale per chiedere spiegazioni. Nuove infezioni tra il personale
medico che si è occupato di Duncan «sono possibili e non mi sorprenderebbero», dice
Frieden annunciando una revisione generale del protocollo per gli addetti ai lavori: lo si sta
«ripensando sostanzialmente», spiega. Giovedì, intanto, il vertice europeo deciderà se
stabilire procedure di sicurezza comuni per gli aeroporti: diversi Paesi pensano di
controllare la temperatura ai passeggeri in arrivo dall’Africa occidentale, ma per il
presidente della Società italiana di igiene (Siti) Carlo Signorelli «è un metodo facilmente
eludibile» e «molto costoso». Quanto ai casi già confermati in Occidente, nessuno di
coloro che potrebbero avere avuto contatti coi malati in Spagna o negli Usa mostra i
sintomi di Ebola. Ma occorre cautela: secondo il Centro europeo per il controllo delle
malattie, serbatoi di Ebola «sono stati evidenziati nel latte materno e nello sperma dopo la
scomparsa del virus dal sangue».
Del 14/10/2014, pag. 19
Il regime abbatte le barricate degli studenti
Un giorno di guerriglia per le strade I manifestanti in difesa delle
postazioni “Resisteremo anche usando la forza”
GIAMPAOLO VISETTI
Una giornata di guerriglia tra i grattacieli di Admiralty invia a Pechino un messaggio molto
pericoloso: gli studenti di Hong Kong non rinunceranno pacificamente a lottare contro il
potere cinese. All’inizio della terza settimana di proteste pro-democrazia, è una sfida
senza precedenti che irrita e allarma la leadership comunista: dalla non violenza, i giovani
dell’ex colonia inglese passano alla «resistenza attiva», organizzata e decisa a «opporsi
anche con la forza» ad una possibile repressione. Il salto di qualità dopo il blitz del
governo, mentre la metropoli finanziaria scivola nel caos.
E’ l’alba e centinaia di agenti cominciano a smantellare le barricate rimaste a Mong Kok,
Admiralty e Causeway Bay. Gli operai della nettezza urbana gettano tende, ostacoli e
provviste su camion macina-rifiuti dotati di gru. I ragazzi rimasti ai presìdi sono pochi,
dormono e vengono colti di sorpresa. Alcune barriere risultano presto distrutte e il traffico
torna a scorrere lungo alcune arterie chiuse da diciassette giorni. Tra i manifestanti, via
smart-phone, scatta l’allarme e viene organizzata la resistenza. Lo scontro scoppia nel
primo pomeriggio lungo Queensway, all’incrocio con Rodney Street. Alle spalle del
palazzo del governo, ora assediato da centinaia di tende colorate, gruppi di uomini
mascherati in t-shirt blu improvvisamente travolgono i blocchi. Con strana sincronia,
convergono anche reparti di poliziotti e lungo la linea interrotta del tram avanza una folla
anti-Occupy di commercianti, camionisti e taxisti. Suonano i clacson e gridano: «Andate
via, vogliamo lavorare ». Calci e spintoni, qualcuno finisce a terra, spuntano mazze e
coltelli, lo scontro fisico viene evitato in extremis. Un centinaio di ragazzi alza le mani e si
siede sull’asfalto. Tre ore testa a testa con agenti pure giovanissimi, tra una massa di
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passanti impauriti e divisi. Gli studenti denunciano la nuova offensiva di triadi e criminalità
organizzata, non arginate dalle forze dell’ordine. Si negozia, megafoni alla bocca, la
restituzione di due camion carichi di tende in cambio del non arresto di alcuni teenager. E’
sera quando la polizia si ritira, mentre i pro-democrazia piantano fiori nei buchi delle strade
e irrobustiscono le trincee con catene e canne di bambù. A farlo, scaricando pellet e bidoni
dai camion, falegnami e muratori di professione. Queensway è più occupata di prima, la
protesta riacquista energia e il potere ora sa che non sarà facile, né rapido, né incruento,
liberare il cuore della città. Il simbolo degli studenti, Joshua Wong, compie 18 anni e
festeggia nella ribattezzata «Umbrella Square». Una torta gialla a forma di ombrello e 230
mila followers sul web. «Ma il desiderio — dice — è ricevere una risposta da Xi Jinping». I
manifestanti di Hong Kong hanno inviato una lettera aperta al presidente cinese. Chiedono
di ridiscutere la legge elettorale-truffa e le dimissioni del chief executive CY Leung, travolto
dallo scandalo per una «consulenza non dichiarata» da cinque milioni di euro. Pechino
tace. A tarda ora l’ultimatum dei filo-comunisti: «O spariscono blocchi e barricate entro
martedì sera — avvertono taxisti e commercianti — oppure mercoledì sgomberiamo noi».
Sotto pressione finisce anche la polizia: qualcuno l’accusa di mollezza, di innescare così la
guerra civile. Tornano le voci di un supporto «imminente » da parte dell’esercito. «L’ordine
— dice un portavoce — era rimuovere le barricate non custodite per evitare incidenti, non
disperdere gli oppositori». Nessuno ci crede, ma il fallimento del blitz anti-studenti
radicalizza la loro resistenza e spinge l’isola fuori controllo. Nella notte i ragazzi gridano
«non siamo made in China, siamo il popolo di Hong Kong» e dimostrano di essere sempre
più incompatibili con l’autoritarismo di Pechino.
Del 14/10/2014, pag. 21
Il parlamento inglese vota sì alla mozione che
riconosce la Palestina
LONDRA
La Gran Bretagna riconosce la Palestina come stato sovrano con un voto a stragrande
maggioranza del suo parlamento: 274 deputati hanno votato a favore, 12 hanno votato
contro, gli altri si sono astenuti, incluso il primo ministro David Cameron, che ha lasciato i
membri del partito conservatore liberi di decidere come schierarsi. La decisione non ha
conseguenze sulla politica del governo britannico, che non cambia, continuando a
sostenere il processo di pace fra Israele e l’Autorità Palestinese con l’obiettivo della
creazione concordata fra le due parti di uno stato indipendente per i palestinesi. Ma è
comunque un passo di importante valore simbolico, perché è la prima volta che uno dei
maggiori paesi europei vota per il riconoscimento della Palestina come stato.
del 14/10/14, pag. 8
L’Italia processerà il Piano Condor
Nadia Angelucci
Roma. Rinvio a giudizio per la rete sudamericana a guida Cia degli anni
’70
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Occhi lucidi, abbracci e soprattutto grande determinazione hanno accolto ieri, alle 13.40, la
sentenza di rinvio a giudizio per gli imputati del cosiddetto processo per il Plan Condor,
un’azione di coordinamento del governi sudamericani durante le dittature degli anni ’70,
supportata dalla Cia, e volta ad annientare, attraverso il terrorismo di stato, le opposizioni.
Il giudice per l’Udienza preliminare Alessandro Arturi del Tribunale di Roma dopo due ore
di Camera di consiglio ha deciso di rinviare a giudizio una ventina di militari per i reati di
omicidio e sequestro di persona nei confronti di cittadini italiani, con doppia nazionalità in
Argentina, Cile e Uruguay, e perpetrati in varie nazioni dell’America latina durante quel
periodo oscuro. Il processo inizierà il 12 febbraio 2015 alle 9 presso l’Aula bunker di
Rebibbia.
L’Udienza preliminare che si protraeva già da mesi per le difficoltà a notificare le accuse
agli imputati, si è chiusa quindi ieri con un rinvio a giudizio per i militari cileni, peruviani,
boliviani e alcuni degli uruguayani. A proposito di questi ultimi alcune posizioni sono state
stralciate. Si tratta di due situazioni differenti. In un caso si chiederà al ministro della
Giustizia italiano se, nel rispetto del secondo comma dell’art. 11 del codice penale italiano,
sia possibile rinnovare i casi riguardanti le vittime Gerardo Gatti, Maria Emilia Islas Gatti
de Zaffaroni, Juan Pablo Recagno Ibarburu e Bernardo Arnone, già giudicati in Uruguay.
Un’altra situazione riguarda invece Edmundo Sabino Dosetti Techeira, Julio Cesar D’Elia e
Raúl Gambaro già condannati in Uruguay per i quali si dovranno sollecitare chiarimenti sui
motivi della condanna. Per una decisione su queste ultime due posizioni, si è fissata
un’udienza per il 19 dicembre 2014.
Il giudizio, tanto atteso dai familiari delle vittime, arriva a una decina d’anni dall’inizio
dell’inchiesta del Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e che all’origine vedeva coinvolti
oltre 140 accusati. Tra le vittime, il detenuto italo-cileno Omar Venturelli ex sacerdote
sospeso «a divinis» dal vescovo Bernardino Piñera per aver guidato i nativi mapuche
nell’occupazione delle terre regalate ai coloni europei, poi professore all’Università
Cattolica di Temuco e visto l’ultima volta il 10 ottobre 1973 nella Caserma Tucapel. Per il
caso di Venturelli era già stato celebrato un processo a carico di Alfonso Podlech assolto
per insufficienza di prove. Presente ieri nell’Aula 6 anche Margarita Maino, sorella di Juan,
nato a Santiago del Cile nel 1949 e militante del Mapu (Movimiento de Acción Popular
Unitaria), arrestato a Santiago dalla Dina il 26 maggio 1976. Cristina Mihura moglie di
Armando Bernardo Arnone Hernández sequestrato il 1° ottobre del 1976 a Buenos Aires,
militante del Partido para la Victoria del Pueblo e ancora desaparecido era soddisfatta.
In America latina negli ultimi anni, sull’onda del cambiamento che sta attraversando il
subcontinente si stanno aprendo i processi contro i repressori. Alcuni paesi hanno anche
cancellato le leggi di impunità che hanno impedito di ricercare la Memoria, la verità e la
giustizia dopo la fine delle dittature. Permangono comunque alcune criticità che feriscono i
familiari delle vittime e rischiano di mettere in crisi i governi più «tiepidi» su tema.
È il caso uruguayano i cui due governi frenteamplisti, Tabaré Vasquez e Pepe Mujica,
sono accusati dalle associazioni di familiari di non avere fatto sufficienti sforzi per superare
la politica dell’impunità. Sulle prossime elezioni politiche e presidenziali uruguayane del 26
ottobre pesa anche questa eccessiva moderatezza.
del 14/10/14, pag. 16
Evo Morales stravince, «contro
l’imperialismo»
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Geraldina Colotti
Bolivia. Alle elezioni di domenica il Mas fa il pieno di deputati
«Tante grazie per questo nuovo trionfo del popolo boliviano». Così Evo Morales ha
commentato l’ampia vittoria (oltre il 60%) che lo ha riconfermato presidente della Bolivia
fino al 2020 e che dà al suo Movimiento al socialismo (Mas) il controllo dell’Assemblea
legislativa plurinacional con i due terzi dei parlamentari. Il primo degli sfidanti,
l’imprenditore Samuel Medina, di Unidad democrata (Ud) è arrivato al 25%. L’ex
presidente conservatore, Jorge Quiroga, del Partido democrata cristiano (Pdc) si è fermato
al 9,6%. Morales, che la prossima settimana compirà 55 anni, ha anche dedicato la vittoria
al leader cubano Fidel Castro e alla memoria dell’ex presidente del Venezuela, Hugo
Chavez, e a tutti i popoli del mondo che lottano contro l’imperialismo».
Per il primo presidente indigeno si tratta del terzo mandato consecutivo a partire dal 2006,
il secondo conseguito durante la nuova Repubblica che ha sancito lo Stato plurinazionale
dopo l’approvazione di un’Assemblea costituente, nel 2009. Domenica è stato eletto con
circa 5,1 milioni di preferenze, senza contare quelli dei 200.000 boliviani residenti
all’estero. Il Mas, la più importante forza politica nella storia del paese, avrà quindi vita
facile per continuare la politica economica adottata dal governo, basata sulla
nazionalizzazione degli idrocarburi e su piani di sviluppo sociale.
«Oggi qui non c’è mezza luna, ma luna piena», ha detto Morales rivolgendosi
all’opposizione autonomista che chiama le ricche regioni orientali «Mezza luna». Per la
prima volta, il presidente ha vinto infatti anche a Santa Cruz, teatro di forti proteste negli
anni passati: con il 49% contro il 38% di Medina. E nel Pando, con il 53% contro il 39%.
Ha vinto in otto sui 9 dipartimenti, non è passato solo nel Beni, dove Medina lo ha
superato per 49% a 43%.
«Ai nostri oppositori diciamo di venire a lavorare insieme per la Bolivia — ha detto Morales
— abbiamo sopportato tante cose con pazienza, inutile rivangare, adesso è ora di mettersi
al lavoro»: per fare della Bolivia «il centro energetico del Sudamerica», giacché il paese
contiene la seconda riserva di gas naturale della regione, e ha intenzione di dotarsi, tra il
2015 e il 2020, di «energia nucleare a fini pacifici». Al fianco di Evo, che nel 2020
diventerà il presidente che ha governato più a lungo il paese, sempre il suo vice Alvaro
Garcia Linera, uomo di grande cultura e di idee marxiste.
Un tema — quella della lunga permanenza al potere — su cui l’opposizione ha centrato
buona parte della sua campagna, agitando la possibilità che Morales voglia ancora
ricandidarsi, e che il Mas proponga una modifica della costituzione. «L’unico progetto che
ho è quello di aprire un ristorante con due sindaci del partito che sono degli eccellenti
cuochi — ha scherzato Evo– faremo prezzi bassi e guadagneremo con le foto». Per ora, la
Bolivia conta sulla felice congiuntura economica che, secondo il Fondo monetario
internazionale, le darà una crescita del 5,2%, la più alta dell’America latina. Grazie anche
a un finanziamento della Cina di 405 milioni di dollari, Morales conta di promuovere «lo
sviluppo industriale del paese» soprattutto nel settore del litio, ancora poco sfruttato.
del 14/10/14, pag. 18
Europa e Asia soci in affari
investimenti e corsie preferenziali: le nuove alleanze (e sfide)
commerciali tra i due continenti riuniti a Milano
Giuseppe Sarcina
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Il 24 settembre scorso il ministro dell’Economia giapponese, Akira Amari, scaglia sul
tavolo delle riunioni il sandwich che aveva appena addentato e comincia a litigare
furiosamente con il rappresentante al Commercio americano, Michael Forman. Dieci
minuti dopo la riunione del «Trans-Pacific Partnership» a Washington si conclude senza
inchini e sorrisi e, soprattutto, senza alcun accordo. Evidentemente anche la costruzione
di quella che viene considerata l’alleanza chiave del Ventunesimo secolo, tra Stati Uniti e
Asia, è tutt’altro che semplice.
Buona notizia per l’Europa? Sicuramente quel panino abbandonato in un modo così poco
giapponese significa che il gioco degli equilibri tra le tre aree più importanti del mondo,
Stati Uniti, Europa e, appunto, Asia, è ancora aperto.
Il vertice Asem (Asia-Europe Meeting) a Milano di giovedì 16 e venerdì 17 ottobre offre
l’opportunità di una verifica approfondita. Le cifre segnalano con chiarezza che
l’interdipendenza economica tra i due continenti è ormai una realtà consolidata. Nel 2013
le esportazioni Ue verso Oriente sono state pari a 1.250 miliardi di euro, vale a dire un
terzo dei commerci totali europei, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. Nello stesso
tempo l’Europa è ormai la prima destinazione delle merci asiatiche, con una quota del
28%, superiore a quella degli Stati Uniti (cifre Banca centrale europea). Il Fondo monetario
internazionale (Fmi) calcola che la riduzione di un punto percentuale di crescita orientale si
traduce in una diminuzione dello 0,3% per il Prodotto interno lordo dell’Eurozona. Il
rallentamento dell’ 1% nella sola Cina significa un calo dello 0,1-0,2% nel territorio della
moneta unica.
Ma sul mercato mondiale, i collegamenti sempre più stretti non escludono la concorrenza,
anzi in un certo senso la stimolano: gli Stati parlano con tutti e competono con tutti. Specie
nella capacità di attrarre capitali. Secondo le statistiche fornite dall’Unctad (United Nations
Conference on Trade and Development) l’Europa starebbe recuperando terreno. Nel 2012
i Paesi emergenti dell’Asia (Cina in testa) avevano assorbito il 31% dei 992 miliardi di
investimenti mondiali, contro il 18% dell’Unione europea. Nel 2013 gli asiatici sono scesi al
28% e gli europei sono saliti al 20% su un totale di 1.100 miliardi di stanziamenti diretti.
L’organizzazione del summit favorirà al massimo gli incontri bilaterali. Al centro del reticolo
si troverà il premier cinese, Li Keqiang, 59 anni. Uno studio della società di consulenza
Ernst&Young mostra che nel 2013 il Giappone ha realizzato 180 operazioni in
Europa, tra acquisizioni e nuove iniziative (start-up), creando 9.367 posti di lavoro; ma la
Cina è in crescita: sale da 122 (2012) a 153 con 7.165 occupati; l’India (altro grande
protagonista dell’Asem) segue con 103 progetti e circa 6.935 occupati. Il 62% di tutti questi
investimenti (compresi anche quelli della Russia e del Brasile) si sono concentrati in due
soli Paesi europei: Gran Bretagna e Germania. Poi viene la Francia, quindi Olanda e
Belgio. C’è anche l’Italia, ma talmente staccata da non figurare neanche nelle tabelle della
ricerca. Tutto, dunque, lascia pensare che la parata dei capi di Stato e di governo di
Milano si sbriciolerà in un pulviscolo di colloqui d’affari. Certo, un capitolo a parte toccherà
a Vladimir Putin, presidente della Russia, Paese cerniera. Per Mosca la questione ucraina
ha mandato in corto circuito le relazioni economiche con l’Europa e aperto rapporti inattesi
con Cina e India. In realtà l’Asem è un’occasione per valutare le prospettive della politica
commerciale dell’Unione europea. Nonostante le critiche feroci degli ultimi anni, il modello
della comunità europea (1957) continua a fare scuola nel mondo. Oltre al nordamericano
Nafta (1992), va considerata l’Unione euroasiatica (Russia, Kazakistan, Bielorussia dal
maggio 2014 e Armenia dal 10 ottobre scorso) voluta da Putin in funzione anti-Ue. Gli
sviluppi più interessanti, però, potrebbero venire dal dialogo con l’Asean (Association of
South-East Asian Nations), fondata nel 1967 e che si prepara a lanciare nel 2015 un
mercato unico sul modello europeo. L’associazione comprende le dieci realtà emergenti,
dall’Indonesia alle Filippine, dalla Thailandia a Singapore. E’ un’area in cerca di business,
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corsie commerciali preferenziali e di un avvicinamento all’Unione europea. Per Bruxelles
l’Asean può aprire un canale prezioso da aggiungere alle «partnership strategiche» con
Cina, India, Giappone e Corea del Sud.
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INTERNI
Del 14/10/2014, pag. 2
Renzi: “Raddoppia il taglio dell’Irap 3 anni a
zero contributi a chi assume
Cari industriali, non avete più alibi”
Il premier spiega la legge di Stabilità e rilancia il Tfr in busta paga:
presto intesa con banche Imprese detassate per 6,3 miliardi, molto più
del previsto. Contestazione degli operai Fiom
ETTORE LIVINI
Matteo Renzi alza il velo sulla legge di Stabilità. Una manovra da 30 miliardi – ben più dei
10 previsti inizialmente – che comprende «la più grande operazione di taglio di tasse
tentata in Italia» e una spending review «mai vista» (ipse dixit») da 16 miliardi e destinata
a spingere il rapporto deficit/ pil verso la soglia del 3%.
«Tutti parlano dell’articolo 18 – ha detto il premier presentando la finanziaria all’assemblea
di Confindustria Bergamo, dove le auto blu sono state accolte dal lancio di ortaggi e farina
di qualche centinaio di contestatori della Fiom –. Diciotto invece sono i miliardi di imposte
che taglieremo». Dieci andranno a stabilizzare gli 80 euro in busta paga, 500 milioni
serviranno per sostenere le politiche per la famiglia. Il resto finanzierà due misure accolte
da uno scroscio di applausi dalla platea di imprenditori: il taglio a zero per tre anni dei
contributi sulle assunzioni a tempo indeterminato e la riduzione per 6,3 miliardi dell’Irap,
grazie all’eliminazione della quota di imposizione sul lavoro. «È un’occasione per il mondo
delle imprese – ha sottolineato il presidente del Consiglio –. Ora non ci sono più alibi».
Non è l’unica sfida ai datori di lavoro: «Noi non andremo da nessuna parte se non
recupereremo un clima di fiducia», ha aggiunto Renzi. Proprio per questo – malgrado le
proteste di Confindustria e i dubbi di Pier Carlo Padoan – tirerà dritto sul progetto di
mettere il Tfr in busta paga. «Riguarderà solo chi ne fa richiesta – ha assicurato – e sarà
accompagnato da un accordo con le banche che annunceremo a breve per non creare
problemi di liquidità alle aziende». Cui in ogni caso ha promesso un provvedimento per
obbligare Agenzia delle Entrate, Asl e tutti gli altri titolari dei controlli a concentrare le loro
ispezioni in un'unica tornata senza inutili duplicazioni, Da dove arriveranno le coperture
per la manovra da 30 miliardi? Oltre all’ennesima scommessa sulla spending review («la
politica deve essere la prima a dare l’esempio»), il governo sfrutterà il margine di manovra
lasciato dal tetto al 3% del rapporto deficit/ pil, finanziando la legge di stabilità con nuovo
deficit «per 11,5 miliardi». «Il Fiscal compact non mi piace – ha ribadito il premier – ma è
stato votato e quindi non lo sforo ». Un ramoscello d’ulivo è stato teso anche agli enti
locali, in allarme nel timore (fondato) che i tagli alle spese dello Stato nascondano
l’ennesimo colpo di forbice ai trasferimenti. «Libereremo “spazi di patto” per il Comuni per
un miliardo», ha garantito Renzi. Soldi buoni anche per finanziare i lavori destinati a
ripartire con lo Sblocca-Italia: «Sono riforme di cui abbiamo bisogno – ha ribadito il
segretario del Pd –. Senza entrare nei meriti delle questioni di Genova, viviamo in un
sistema bloccato da 20 anni dove le opere pubbliche vengono fermate da ricorsi e controricorsi e dove lavorano più avvocati e giudici di aziende e manovali». Renzi, fiutando le
critiche sulla maxi-manovra, ha messo le mani avanti con chi lo accusa di essere una
fabbrica di annunci: «Abbiamo ridotto il ceto politico, restituito gli 80 euro in busta paga.
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Magari falliremo. Ma ora è il momento di lasciare da parte le divisioni culturali e
ideologiche – ha detto agli imprenditori –. Non per dare una mano al governo ma per darla
all’Italia e agli italiani». A fine legislatura – l’ultima promessa – «arriveremo col Paese
trasformato».
del 14/10/14, pag. 15
I fronti comuni di Salvini e Grillo
Il segretario leghista lo invita a un incontro su referendum antieuro,
immigrazione e tasse: ci stai? La freddezza dei 5 Stelle: ma è possibile
che ci si incroci con qualcuno su temi specifici
MILANO Matteo Salvini non è permaloso. I no e i vicoli ciechi del passato non lo
scoraggiano. E così, ieri, il segretario leghista ci ha riprovato: «I 5 Stelle propongono una
battaglia contro l’euro? E io chiedo un incontro ufficiale a Grillo. Per confrontare le nostre
posizioni sull’euro, sull’immigrazione e sulle proposte di riduzione delle tasse della Lega.
Accetterà?».
Beppe Grillo non commenta. Eppure, l’uscita di Salvini è proprio una risposta al leader
genovese che domenica, dal Circo Massimo, aveva stuzzicato il Carroccio: «A novembre
inizieremo con i banchetti per raccogliere le firme per il referendum, ne porteremo quattro,
cinque, sei milioni. Il Parlamento non è costretto dalla legge ad accettare il referendum.
Ma sarà costretto, perché questa volta noi abbiamo 150 parlamentari alle Camere.
Vedremo chi ha bluffato, vedremo se la Lega manterrà la parola».
La «parola», a dire il vero, ancora non si sa bene quale sia stata. E in passato, le aperture
di un giorno sono state bruscamente sigillate il giorno successivo. Difficile, dunque,
rimanere con il fiato sospeso. tanto più che Vito Crimi, già capogruppo al Senato del
Movimento, è lapidario: «Non credo proprio che vada». Difficile, dunque, sfuggire alla
sensazione di un gioco verbale, da tribuna, in cui il contenuto concreto evaporerà ancor
prima di qualsiasi verifica dei fatti. E Crimi non è un pessimista isolato. Un’altra esponente
di rilievo del movimento, Paola Taverna, non vede grandi accordi politici dietro l’angolo:
«La vita è fatta di incroci. E dunque è possibile che ci si incroci con qualcuno su alcuni
temi specifici». Detto questo, prosegue la senatrice, «dubito molto che la Lega non stia
semplicemente cercando di cavalcare un tema. E in ogni caso, possono esserci voti
paralleli. Ma non credo a grandi battaglie comuni».
Eppure, giusto ieri, il grande alleato di Grillo in Europa, il leader del movimento inglese
Ukip, Nigel Farage, ha benedetto il referendum promosso dai 5 Stelle: «Sono lieto di una
consultazione pubblica su questo tema di vitale importanza. L’euro — ha detto Farage —
è stato un disastro economico e sociale per gli italiani. Lasciate che la gente dica la sua,
lasciatele il diritto di difendere il suo futuro». Eppure, anche la Lega ha in cantiere un
proprio referendum antieuro: ci saranno due consultazioni separate? Improbabile assai.
Oppure qualcuno si sfilerà per non accollarsi certi compagni di strada? Chissà...
Resta il territorio, da cui alcuni segnali arrivano. Il governatore veneto, Luca Zaia, non
lascia cadere la palla: «Visto che quella del no all’euro è stata sempre la nostra bandiera,
Grillo si è finalmente dichiarato e appoggerà le nostre iniziative». Mentre il presidente
lombardo Roberto Maroni ricorda di essere stato «il primo», nell’agosto 2012, a proporre il
referendum antieuro. E si spinge a immaginare una strategia comune più articolata: «Noi
sosteniamo loro contro l’euro e loro sostengono noi sul referendum per la Lombardia a
statuto speciale». Al momento, alla maggioranza che governa la Lombardia mancano 6
20
voti per indire il referendum. Maroni immagina un terzo fronte comune: l’immigrazione.
Che, spiega, porta «grandi rischi, come ad esempio Ebola». Con i 5 Stelle che, almeno
per il momento, non sbattono la porta.
Emanuele Buzzi
Marco Cremonesi
Del 14/10/2014, pag. 14
Alfano rischia la diaspora Fi si riprende un
senatore la maggioranza è più stretta
D’Alì lascia l’Ncd. Altri due sarebbero già pronti a seguirlo Berlusconi:
Renzi tratti con noi. Il premier: restiamo sicuri
CARMELO LOPAPA
«Ci sono belle sorprese in arrivo» ripete adesso a tutti Silvio Berlusconi. Compiaciuto,
convinto che sia solo l’inizio, di aver aperto la breccia nella resistenza dell’Ncd, l’opa su
Angelino Alfano e i suoi è ufficialmente partita. Il comunicato con cui Antonio D’Alì
ufficializza il ritorno a Forza Italia, in mattinata, segue la cena di Arcore di domenica sera
col leader dal quale in fondo il potente senatore trapanese non aveva mai preso le
distanze. Altri lo seguiranno. «Forse uno, non più di due» prevedono i dirigenti del Nuovo
centrodestra sotto assedio. Si fa anche un nome, un altro senatore, il calabrese Antonio
Stefano Caridi, se il pressing dovesse andare a buon fine potrebbe ufficializzare anche lui
il passaggio entro la settimana. Sembra essere più «a rischio» di altri, a sentire i veritici
Ncd. Gli altri sono quel drappello di 6-7, per lo più campani, calabresi e siciliani i cui nomi
erano circolati nei giorni scorsi. Loro avevano diffuso il 3 ottobre un comunicato per
denunciare la “disinformatia” di stampo forzista e minacciare querela contro chi avesse
insistito nel tirarli in ballo: Piero Aiello, Giovanni Bilardi, Massimo Cassano, Nico D’Ascola,
Antonio Gentile e Guido Viceconte.
La maggioranza al Senato si reggeva su sette voti. Se a D’Alì si sommasse davvero un
secondo e poi un terzo, il travaso sarebbe comunque sufficiente a tenere sul filo la
coalizione di governo. Il premier Renzi sembra non darsene pensiero. «Per ogni
parlamentare che riescono a strappare ce ne sarà sempre uno che viene con noi»
ragionava ieri rassicurando i ministri più preoccula pati. E forse non è un caso se poche
ore dopo l’annuncio di D’Alì la senatrice grillina Cristina De Pietro passava al Misto. Anzi, il
presidente del Consiglio va ripetendo ai suoi che «c’è un gruppo di parlamentari di Forza
Italia intenzionato ad abbandonare Berlusconi per dar vita a un suo gruppo autonomo». E
in ogni caso, è il suo convincimento, «tutto questo dimostra come il patto del Nazareno sia
in piedi solo per le riforme». È il ministro degli Interni Angelino Alfano a dormire sonni poco
tranquilli. Non tanto per le fughe, che magari saranno limitate a poche unità, ma per il
messaggio che passa, in un momento già poco felice in cui i sondaggi assegnano al
Nuovo centrodestra (con l’Udc) percentuali tra il 2,6 e il 3 per cento. Per questo ieri
mattina, quando è stato chiamato da D’Alì per informarlo dell’esito della cena di Arcore di
domenica, la reazione è stata furente. È il segno della rottura definitiva con Silvio
Berlusconi e Forza Italia, d’altronde la dichiarazione di guerra di Maria Rosaria Rossi
(nessuna alleanza con loro su scala nazionale) era stata il preludio, appena qualche ora
prima. Così, da Palermo, dove tiene gli stati generali del partito siciliano attacca lo strappo
deciso dai berlusconiani, dice che lo rattrista, che «farà perdere e consegnare i moderati
italiani a una sconfitta definitiva e a una marginalità assoluta ». La conseguenza
21
immediata è che l’Ncd abbandona ormai del tutto il tavolo per le alleanze di centrodestra
alle Regionali che il responsabile Altero Matteoli aveva convocato come nulla fosse.
Giovanni Toti lo riapre stasera, quel tavolo, con i soli amici della Lega e Fratelli d’Italia.
Berlusconi saluta a tamburo battente il ritorno di D’Alì con un comunicato ufficiale e a
seguire tutti i dirigenti del partito, è l’ordine di scuderia per convincere tutti gli incerti
alfaniani a compiere il percorso inverso. Che riesca nella missione è tutto da di- mostrare
nei prossimi giorni. «Considerato il pressing che va avanti da mesi, se l’esito è questo, se
anche riuscissero a portarne via un altro, si può ben parlare di una loro sconfitta —
sostiene il coordinatore Ncd Gaetano Quagliariello — Davvero singolare la figura alla
quale hanno dato vita, il traditor prodigo». Oggi Alfano terrà a rapporto i gruppi di Camera
e Senato di Forza Italia per serrare le file. Proveranno a evitare ulteriori fughe.
D’Alì sembra che abbia ricevuto il «mandato» da Arcore già da fine agosto con l’incarico di
riportare una mezza dozzina di parlamentari Ncd. E non a caso era stato investito lui. Il
rapporto ventennale con Berlusconi non è solo politico ma personale, imprenditore anche
D’Alì, è in una delle sue residenze trapanesi che andava spesso a dormire l’ex Cavaliere
in Sicilia. La moglie Antonia Postorino, avvocato dal ’92, è stata consulente o consigliere di
tanti ministri e sottosegretari di centrodestra succedutisi negli anni, da Gnudi a Castelli,
dalla Santelli alla De Girolamo sotto il governo Letta. In Forza Italia però l’operazione non
è stata indolore. Denis Verdini avrebbe suggerito un passaggio dei transfughi dapprima al
gruppo misto per salvaguardare Renzi e riforme. Ha prevalso la linea di “guerra” contro
Angelino sponsorizzata da Mariarosaria Rossi. Berlusconi stesso ha ormai optato per la
prova muscolare con Alfano. L’obiettivo non è far cadere il governo Renzi e andare al voto
alla cieca, tanto meno con Fi in caduta libera nei sondaggi. Piuttosto, tornare a essere
decisivo. «Presto saremo in grado di dettare noi le condizioni sulle riforme e non solo»
sosteneva ieri da Arcore prima di ricevere Vladimir Luxuria (anche questa mossa in rotta
con le chiusure al mondo gay dell’Ncd). Il sogno è di tenere in piedi governo e premier, ma
per reggerlo e magari entrarci con suoi ministri. Scenario escluso da Palazzo.
Del 14/10/2014, pag. 33
IL PAESE DEL PARTITO UNICO
FRANCO CORDERO
MR VANTA uno strepitoso 40.8% alle europee, ma da allora sono avvenute cose influenti
sul fronte elettorale. Consideriamole. Veniva alla ribalta sotto il segno della novità:
giovane, dinamico, ricco d’apparenti idee, contro l’inetta vecchia guardia; trova sèguito
nell’area del disgusto, con qualche riserva sulla figura (boy scout, agonista in tornei
televisivi, rampante tra corridoi e piazza). Sconfitto alle primarie dagli oligarchi, li sbaraglia
nella rivincita: il partito era uscito male dalle urne; sconta una vocazione a perdere
radicata nelle persone; e l’emerso in controtendenza ha gioco comodo verso il governo.
Se l’era combinato il neoregnante, rieletto dopo misteriose tresche notturne, chiamandovi
Enrico Letta, qualificato dal titolo familiare (è nipote del plenipotenziario d’Arcore), affinché
attuasse le famose «larghe intese », ossia un pastiche a tre colori, postcomunista,
biancofiore, berlusconiano, mentre l’Italia ha l’acqua alla gola, grave malata sotto l’occhio
clinico europeo. Dovendo definire l’irrompente nuovo leader, lo diremmo democristiano
evoluto con tenui ascendenze savonaroliane-lapiresche: scaltro, insonne, veloce,
famelico, alieno dai dubbi, sicuro d’essere predestinato, ideologicamente amorfo, quindi
pronto a muoversi; sa tutto della politica brulicante, avendo scalato le nomenclature in
provincia e Comune. Rispetto al governo in penoso marasma, può giocare tre carte:
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sostenere i tentativi d’uscire dalla crisi; chiedere una svolta strategica; sostituirsi al premier
evanescente, fermi restando gli equilibri. Scartiamo la prima ipotesi: non fa del bene gratis;
lavora pro se ipso. La seconda mira alle urne, sul presupposto che, visti i pericoli, gl’italiani
riscoprano l’organo pensante, ma implica dei rischi. Neapolitanus Rex dixit: terrà vive le
Camere; e quando le sciogliesse, sarebbe dubbia la vittoria d’un cartello della sinistra,
gravata da cattivo destino. L’aspirante dev’essersi convinto che questa via non conduca a
Palazzo Chigi. Meglio entrarvi comodamente, unico possibile demiurgo. L’insuccesso del
Nipote gli apre ampi spazi: prima o poi il vento della crisi cade; non consta che sia
economista ferrato, e sentendosi irresistibile, prende sotto gamba le difficoltà. In appeal e
disinvoltura tattica nessun concorrente lo supera; gl’italiani amano i numeri da
palcoscenico; Re Lanterna patisce gli anni; i notabili Pd hanno mutrie poco sopportabili.
L’occasione cade dal cielo.
Con questo presumibile interno psichico affoga Letta junior, orfano del sostegno
quirinalesco. Bastava una lieve spinta. L’esordio è gaffe sonante, quando dichiara
«profonda sintonia» col supremo affarista, formalmente oppositore, i cui disegni viscerali
tutti sanno dove mirino. Era sincero. Da allora non è emerso un solo dissenso su questioni
capitali. Ante omnia, la giustizia. Era arguibile dai nomi cos’avessero pattuito i due nel
colloquio segreto al Nazareno, presente Letta maior: il nuovo ministro, scelto dal Colle,
impersona un Pd morbido, leader dei soidisants «giovani turchi» governativi; i due
sottosegretari vengono da Arcore (uno s’era distinto a corte affatturando l’espediente del
legittimo impedimento nelle cause berlusconiane); e sabato 4 ottobre il guardasigilli
ammette che diverse essendo le «sensibilità » nell’équipe, il falso in bilancio non sia
incriminabile. Lo sapevamo ma ormai è ufficiale che un corruttore plutocrate abbia autorità
dirimente quale patrono del malaffare white collar. Al trionfo elettorale europeo
cooperavano i dissidenti dalla linea berlusconoide e sono voti persi dall’infedele. Quanto
attiri i «moderati», lo dicono furie nelle gerarchie forzaitaliote: può mangiarseli tutti; è
l’uomo che elettori devoti aspettavano, erede naturale del vecchio monarca, indenne da
ripulsioni moralistiche, amicusfamilias del conterraneo Denis Verdini. Nei due partiti, rosa
e blu, fermentano dissensi interni e viene fuori l’embrione d’un partito unico. Benestanti in
colletto bianco formano un bacino dove pescare. Così esperto della politica brulicante,
sente l’erba che cresce. Insomma, ha futuro a destra. Non può riconvertirsi: gli pesa
addosso l’accusa d’infedeltà e rischierebbe la fine del predecessore se sfidasse il vecchio
diarca, ad esempio su intercettazioni o delitti estinti dal tempo, consegnandosi agli
oppositori interni (altrettanto inclini ai patti sotto banco: vedi Bicamerale, D’Alema, Violante
ecc.); non sbaglia nella percezione del vento. Ormai esiste in quanto uomo nuovo. I segni
lo confermano sulla linea d’una «profonda sintonia». Gli rendono ossequio i soliti
panegiristi, particolarmente tra i finti indipendenti attivi nel culto berlusconiano: con tante
lodi all’innovatore, diranno che ridisegna la carta politica, essendosi allestito gli strumenti
mediante riforme costituzionali; non sono più tempi d’ideologia ossessiva.
Veniamo al verso negativo. Dopo otto mesi dall’insediamento siamo ancora al buio e
gl’indici puntano in giù: la spinta propulsiva s’è scaricata in pantomime (quella farsa dei
gelati contro l’ Economist ) o formule («task force anticorruzione»: se vuole sradicarla,
fornisca l’arma penale; ma divus Berlusco lo vieta); i fatti sono materia dura, ribelle alle
parole. Nella fattispecie logorano l’attore. Votassimo domani, quel 40.8% sarebbe un
sogno, a meno che rosa e azzurri convolino sotto la stessa insegna. Il partito più
numeroso ha buone probabilità d’essere quello dei non votanti. Ora, sotto l’effetto
logorante in Rentium, chi ripiglia quota? Vecchio e segnato dai colpi, l’Olonese ritrova gli
spiriti animali: oppositori interni non gli fanno caldo né freddo in aritmetica elettorale; e
cooperando all’agenda del governo, recupera i carismi nell’opinione cosiddetta moderata.
Lo vedono ascendente, condomino palese. Inutile dire chi vi perda: l’Italia svenata dal
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malaffare cronico; continuando le cose in tale verso, sotto queste lune non basta mezzo
secolo a colmare i ritardi dall’Europa in sviluppo economico e intellettuale.
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LEGALITA’DEMOCRATICA
Del 14/10/2014, pag. 55
Il forum “A mano disarmata”
Informazione e democrazia contro le mafie
FRANCESCA BOTTENGHI
«L’informazione combatte la criminalità organizzata “a mano disarmata”, o meglio con armi
diverse da quelle da fuoco, ma non meno potenti, come la legalità e la democrazia». Per
questo motivo Paolo Butturini, segretario dell’Associazione Stampa Romana (Asr), ha
voluto il titolo “A mano disarmata” per il primo forum internazionale dell’informazione
contro le mafie. L’iniziativa, in programma il 5 dicembre all’Auditorium Parco della Musica,
esplora le rotte del narcotraffico in Calabria e Messico. «Raccontiamo sia la realtà italiana
che quella di un altro Paese, perché, come diceva Giovanni Falcone, le organizzazioni
criminali non hanno confini », spiega Butturini. La giornata, promossa da Asr e dalla
Fondazione Musica per Roma con il patrocinio del presidente del Senato Piero Grasso, si
divide in tre momenti. La mattina, gli studenti degli ultimi anni delle superiori possono
incontrare Grasso, Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica , e Diego Osorno, reporter definito
“il Saviano messicano”. Di pomeriggio il forum viene aperto ai giornalisti, e al confronto
prendono parte il capo della Polizia Alessandro Pansa, il sostituto procuratore della
Direzione nazionale antimafia Maurizio De Lucia e tre professionisti dell’informazione
esperti del settore, Francesco La Licata, Lirio Abbate e Anabel Hernández. Alle ore 21
viene proiettato Silencio, un reportage inedito realizzato da Bolzoni sulle strade della
droga tra Calabria e Messico. «Va in scena un vero spettacolo, di cui il video è solo una
parte: la colonna sonora viene eseguita dai componenti del Parco della Musica
Contemporanea Ensemble, e Attilio, Diego e altri ospiti intervengono dal vivo», dichiara
Oscar Pizzo, che dirige la sezione “Contemporanea” dell’Auditorium in cui è inserita la
manifestazione. Durante la serata viene anche consegnato il premio “A mano disarmata”,
dedicato quest’anno a Peppino Impastato, il reporter ucciso dalla mafia nel ‘78. Si tratta di
un riconoscimento destinato proprio ai giornalisti e alle fondazioni che lottano contro la
criminalità organizzata.
Del 14/10/2014, pag. IX RM
Usura, furti, evasione l’economia criminale
vale 30 miliardi a Roma
Allarme della Cgil: Cresce l’influenza della malavita organizzata Sempre
più investimenti in beni immobiliari e strutture turistiche
SALVATORE GIUFFRIDA
L’ECONOMIA illegale è sempre forte, tanto da condizionare la ripresa a Roma e nel Lazio.
A lanciare l’allarme è la Cgil, che ha diffuso i dati sui vari fenomeni illegali nell’economia
capitolina nel 2013. Rispetto al 2012 i numeri sono sempre pesanti e inaccettabili, sia pur
in lieve miglioramento: i casi di usura a Roma sono scesi da 17 a 11, di estorsione da 243
a 209, di riciclaggio da 75 a 55; i reati di associazione a delinquere sono 15 contro 22.
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Cala anche la contraffazione, da 624 a 592, stabile la ricettazione da 1134 a 1146 casi.
Anche la piccola criminalità è in diminuzione: nel 2013 i furti nei negozi sono stati 5664 e
50 le rapine in banca rispetto a cifre lievemente migliori nell’anno precedente.
Ma non c’è da consolarsi: l’economia illegale è un male strutturale, che – secondo le stime
della Cgil – vale circa 30 miliardi nell’intero Lazio, il 15% del totale in Italia. Una cifra
enorme, la cui maggior componente non è nei reati sopra citati ma in uno altrettanto grave,
l’evasione fiscale: nel Lazio vale 12,5 miliardi su 135 stimati a livello nazionale. Di tutto
rilievo anche il fatturato di un altro settore fuorilegge, il riciclaggio, il cui volume d’affari è
15 miliardi. Anche la criminalità organizzata aumenta il fatturato: nel Lazio vale almeno 3
miliardi, di cui il 70% a Roma. Poco più della metà viene investito in beni immobili di tipo
turistico e commerciale, un 30% in mobili registrati come barche, macchine e beni di lusso,
il 10% in aziende. Non è finita: il lavoro nero, ennesima piaga sociale, ha raggiunto il
numero di 10mila unità, cifra che però sale a 50mila se si considera il lavoro considerato a
vario titolo “irregolare”. Infine, è in aumento il caporalato nei cantieri e nelle aree agricole.
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SOCIETA’
Del 14/10/2014, pag. 16
Il caso.
Organizzata dalla Pascale una cena a sorpresa
del capo di Forza Italia con la leader trasgender che era stata un
bersaglio delle sue invettive elettorali
Luxuria ad Arcore vede Berlusconi e sui diritti
dei gay è giravolta politica
FILIPPO CECCARELLI
E’DIFFICILE dire se sia più balordo o più consolante, ma in Italia la politica seguita
comunque a mettere in scena le situazioni più imprevedibili. E così ieri sera Wladimir
Luxuria si è recata a Villa San Martino, Arcore, e lì ha incontrato a cena Silvio Berlusconi.
C’entra di sicuro Francesca Pascale, e con la sua intercessione c’entra questa benedetta
legge sulle unioni civili di cui fra Pacs, Dico, Didore e altre sigle astruse si va parlando
invano da un decennio almeno. La fidanzata del Cavaliere, da qualche mese attivista dei
diritti gay e a settembre celebratissima ospite di Luxuria al Gay Village, garantisce che
Berlusconi è favorevole, o meglio è diventato favorevole a una qualche apertura su questo
terreno. Fra lei e Luxuria, insomma, il canale appare propizio. Si vedrà in Parlamento.
Ma al di là delle motivazioni di natura strettamente politica, la cenetta di ieri assume
senz’altro un indubbio rilievo immaginario configurandosi (anche) come un caso di iper
mega turbo trasformismo esistenziale e duplicato. Lo si definisce in tal modo senza
malizia, appellandosi semmai all’energia che promana dal prefisso e dalla particella
«trans», che pure accompagna tante parole di questo tempo di eterna «transizione» e
sorprendente «trasversalità». Pare infatti inutile, prima che sconveniente, soffermarsi in
questa occasione sull’umanità che nel corso degli anni ha varcato, anche in gruppo, quei
cancelli. Né vale forse la pena di seguire con la dovuta pedanteria gli scambi non proprio
amichevoli fra i due personaggi nel recente e travagliatissimo passato. Certo, nel 2006,
quando Luxuria si presentò con Rifondazione alle elezioni politiche, Berlusconi buttò lì
qualche sapida battuta da comizio, anche chiamando la folla a rispondere: «Volete voi
mandare al governo Luxuria?». E il suo pubblico, ignaro di quel che sarebbe potuto
accadere di lì a otto anni: «Noooo!!! Noooo!!». Una volta eletta, d’altra parte, fu chiesto
all’ex direttrice artistica di «Mucca Assassina» se odiava Berlusconi. «No» rispose lei, e
questo le fece onore: «Anzi, lui oltretutto si trucca e mette anche i tacchi». Questa dei
tacchi la replicò quando il Cavaliere fu affetto da una fastidiosa lombosciatalgia: «Succede
anche a me quando sto molto in piedi». E tuttavia, anche prima del premuroso intervento
della Pascale sarebbe ingiusto pensare che Silvione volesse davvero male a Wladimiro.
Non che questo renda la faccenda meno grave — o forse in politica sì — ma certo tuto
lascia pensare che l’omofobia berlusconiana, quando per esempio ammiccava toccandosi
l’orecchio o diceva scemenze tipo «i gay stanno tutti dall’altra parte», era dettata dal
marketing elettorale. In realtà anche Berlusconi, come Luxuria, viene dallo spettacolo; e
infatti lei se lo ricorda a Canale 5 quando organizzò una sfilata di moda trans e lui
comparve a sorpresa in camerino: «Benventute a tutte queste signore!». Non solo, ma se
da sempre il Cavaliere vive circondato da persone e collaboratori gay, seppure
legittimamente e convenientemente «velati», una cospicua letteratura giornalistica e
giudiziaria ha rivelato ai quattro venti che l’omosessualità, almeno quella femminile, non lo
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disturba per niente, anzi per dirla tutta gli piace assai. «Se proprio non ce la fa ad
appendere le mutande al chiodo — commentò ai tempi Luxuria con qualche buonsenso —
gli consiglio di darsi una calmata perché a forza di correre dietro alle ragazzine gli
vengono il torcicollo e il fiatone». Ma quella è un’altra storia. Questa di oggi, questa che li
porta a cena e magari domani a battersi per lo stesso civile risultato, evoca piuttosto,
senza tanti scrupoli, uno strano, inaspettato, ma sintomatico gioco di somiglianze tra due
personaggi che sono anche due maschere, due «dive» e, dopo tutto, sopra tutto, due vite
immerse nel caos di questo tempo. Fossero solo la cipria e i tacchi! Berlusconi e Luxuria
condividono molto più di quanto loro stessi forse immaginano. Le luci e i lustrini della
ribalta, dalla «lux» al «sole in tasca», e poi la seduzione esasperata, l’ostentazione
narcisistica oltre i limiti, l’esagerazione indossata con la massima disinvoltura. Due figure e
due corpi in cui, sia pure in modi troppo diversi, l’elemento maschile e quello femminile si
sono intrecciati fino a confondersi nel maquillage, nel camouflage, nella chirurgia estetica.
Sarebbe bello vederseli anche in differita. Sarebbe bello che combinassero qualcosa di
buono.
Del 14/10/2014, pag. 23
Sinodo, svolta sui gay “Hanno doti che la
Chiesa deve saper accogliere”
La prima relazione del mini-concilio: “Servono scelte coraggiose”
Comunione ai divorziati risposati dopo un periodo di penitenza
MARCO ANSALDO
«Il dramma continua». Scherza ma non troppo, all’uscita del Sinodo sulla Famiglia, in
Vaticano, il cardinale Louis Tagle. «Un gruppo di eroi», spiega il porporato filippino, tenta
di mettere insieme tante voci e tante teste. E monsignor Bruno Forte, che dell’assemblea
straordinaria è il segretario speciale, aggiunge: «Davanti all’aula dovremmo mettere il
cartello “Work in progress”». I lavori sono così giunti alla seconda e decisiva settimana. E
mentre i vescovi conservatori cominciano ad accusare i colleghi riformisti di scarsa
trasparenza e di manipolazione delle notizie, la “relatio” intermedia presentata ieri dai
Padri sinodali fissa già alcune novità. «È risuonata chiara — ha detto il cardinale Peter
Erdo, presidente dei vescovi europei — la necessità di scelte pastorali coraggiose». E le
aperture verso i gay e i divorziati risposati sono evidenti nel documento letto all’inizio della
nuova sessione.
OMOSESSUALI
«Le persone omosessuali — si legge nella “relatio post disceptationem” — hanno doti e
qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone,
garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? La questione omosessuale
ci interpella in una seria riflessione: si presenta quindi come un’importante sfida educativa.
La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono
essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna».
DIVORZIATI RISPOSATI
«Rendendosi necessario un discernimento spirituale, riguardo alle convivenze e ai
matrimoni civili e ai divorziati risposati, compete alla Chiesa di riconoscere quei semi del
Verbo sparsi oltre i suoi confini. La Chiesa si volge con rispetto a coloro che partecipano
alla sua vita in modo incompiuto e imperfetto, apprezzando più i valori positivi che
custodiscono, anziché i limiti e le mancanze. In tal senso, una dimensione nuova della
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pastorale familiare odierna, consiste nel cogliere la realtà dei matrimoni civili e, fatte le
debite differenze, anche delle convivenze. Va rispettata soprattutto la sofferenza di coloro
che hanno subito ingiustamente la separazione e il divorzio. Il perdono per l’ingiustizia
subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile».
SACRAMENTI
«Riguardo alla possibilità di accedere ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, alcuni
hanno argomentato a favore della disciplina attuale in forza del suo fondamento teologico.
Altri si sono espressi per una maggiore apertura a condizioni ben precise quando si tratta
di situazioni che non possono essere sciolte senza determinare nuove ingiustizie e
sofferenze. Per alcuni l’eventuale accesso ai sacramenti occorrerebbe fosse preceduto da
un cammino penitenziale, e con un impegno chiaro in favore dei figli».
I FIGLI DEI GAY
«Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto
che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso
per la vita dei partner. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono
con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le
esigenze e i diritti dei piccoli».
UNIONI IMPERFETTE
«Alcuni si domandano se sia possibile che la pienezza sacramentale del matrimonio non
escluda la possibilità di riconoscere elementi positivi anche nelle forme imperfette che si
trovano al di fuori di tale realtà nuziale».
del 14/10/14, pag. 7
Carcere, la commissione Gratteri e la riforma
nostalgica
Patrizio Gonnella
Giustizia. A riorganizzare prigioni e Dap, tre magistrati ma nessuna
associazione
Le carceri non devono essere dirette dalla Polizia e non devono finire sotto il controllo del
Ministero degli Interni. Finanche chi ha privatizzato parte del sistema delle prigioni, come
gli Usa o il Regno Unito, hanno riservato le competenze al Ministero della Giustizia.
Tra i suggerimenti che le organizzazioni internazionali danno alle nuove democrazie vi è
quello di togliere le prigioni dal controllo dei ministeri di Polizia. Mario Gozzini, a cui si
deve la grande riforma carceraria del 1986, scriveva di direttori penitenziari straordinari,
motivati, democratici che si sentivano in perfetta sintonia con il dettato costituzionale, il
quale prevede, va sempre ricordato, che la pena non deve consistere in trattamenti
contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato. Gozzini
raccontava anche di come spesso giovani direttori, giunti entusiasti a lavorare in carcere,
si fossero poi progressivamente demotivati scegliendo di lavorare altrove. La storia della
pena in Italia ha vissuto anche anni bui. Si pensi a quando la giustizia italiana era nelle
mani di Mario Borghezio (sottosegretario nel 1994) o Roberto Castelli (Ministro dal 2001),
entrambi leghisti: in quegli anni il sistema penitenziario non si è trasformato in un luogo a
loro immagine e somiglianza solo perché direttori, operatori e di conseguenza poliziotti
penitenziari, si sono fatti carico di una gestione democratica e aperta al territorio. Un
progetto di riforma che affidi ai poliziotti la direzione delle carceri non tiene conto della
storia, del diritto internazionale, degli obiettivi costituzionali.
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Da giorni si parla di una proposta di scioglimento del Dap, di cambiamento di funzioni della
Polizia penitenziaria e di affidamento della direzione ai poliziotti stessi. Una proposta
profondamente e pericolosamente anti-democratica. Il direttore deve essere un funzionario
civile dello Stato, deve garantire la finalità costituzionale della pena, avere spirito
manageriale, e non deve essere un maresciallo che organizza l’ordine pubblico interno.
Dappertutto, tranne che nelle dittature o nelle giovanissime democrazie post-regime, il
direttore non è un poliziotto in divisa. Il progetto di riforma di cui si discute pare (ma non ce
n’è conferma istituzionale e pubblica) sia l’esito dei lavori di una Commissione voluta dalla
Presidenza del Consiglio dei Ministri e composta da tre pubblici ministeri: Nicola Gratteri,
Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita (quest’ultimo a lungo proprio ai vertici del Dap).
Alcune domande sorgono spontanee: 1) perché affidare a tre pm che si occupano di mafie
e colletti bianchi il progetto di riorganizzazione? Il 90% della popolazione detenuta non ha
nulla a che fare con queste categorie di reclusi. La vita penitenziaria è fatta di
organizzazione di attività, di azioni per la tutela della salute, di capacità di gestione del
personale e delle relazioni sindacali. Che c’entra un poliziotto con tutto questo? 2) perché
fare una riforma esplicitamente contro chi ci lavora? 3) perché non chiedere un parere a
chi come noi si impegna da 30 anni per una pena rispettosa della costituzione?
Se ci avessero sentito avremmo detto che: è giusto accorpare le forze di Polizia, è ingiusto
retribuire così tanto il capo del Dap, non è giusto che costui sia un magistrato
necessariamente. Avremmo aggiunto che i direttori devono continuare a essere dirigenti
pubblici messi a capo di un personale omogeneo e qualificato, che i poliziotti penitenziari
che lo vogliono possono andare a lavorare nella Polizia di Stato a cui si può affidare la
sicurezza esterna, che dentro le mura del carcere devono operare principalmente
operatori civili esperti nel trattamento, tutti funzionalmente dipendenti dal direttore (come
avviene in molti stati democratici), che la competenza istituzionale sui penitenziari deve
essere del ministero della Giustizia e non degli Interni, che ha invece funzioni di ordine
pubblico.
Immaginiamo che a Via Arenula si soffra dell’invadenza della commissione Gratteri. Se il
progetto di riforma di cui si parla è quello preannunciato, noi ci opporremo non per
difendere l’esistente ma per proporre cambiamenti profondi e sistemici che non guardino a
un passato fatto di ordine e militarizzazione ma a un futuro dove la violenza sia quanto
meno minimizzata. Siamo certi di non essere soli in questa opposizione. I tanti operatori
che lavorano in carcere e le associazioni che gestiscono il trattamento non possono
essere del tutto ignorati. È anche a loro che vogliamo dare la parola, è da loro che
vogliamo ascoltare proposte innovative che affondino le radici nella loro esperienza, in una
grande assemblea pubblica che sarà organizzata a Roma il prossimo 11 novembre.
del 14/10/14, pag. 14
Circolo Maurice glbtq Torino
Contro le discriminazioni, difendiamo
l’articolo 18
Ci sono molte ragioni per cui, come gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e queer,
prendiamo posizione contro la «riforma» del lavoro. In primo luogo, ci preoccupa la
manomissione delle garanzie contro i licenziamenti illegittimi sancite dall’articolo 18: la
legge-delega lascia al Governo un margine di discrezionalità incomprensibilmente ampio,
nulla dice sulla salvaguardia del reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamento
30
discriminatorio. […]Non solo: se anche le attuali tutele contro il licenziamento
discriminatorio fossero formalmente conservate, la scomparsa della possibilità del
reintegro per le altre forme di licenziamento illegittimo priverebbe l’articolo 18 dell’attuale
efficacia deterrente e incoraggerebbe l’esercizio di un potere arbitrario da parte del datore
di lavoro.
La riforma Fornero ha già indebolito in modo considerevole questa funzione preventiva
dell’articolo 18, ma ha lasciato al giudice del lavoro la possibilità di ordinare il reintegro in
un numero più limitato di casi. Se questa possibilità fosse cancellata definitivamente, la
discriminazione potrebbe facilmente essere nascosta dietro ragioni disciplinari o
economiche, la cui insussistenza sarebbe punita con un semplice risarcimento monetario.
D’altronde sappiamo bene quanto sia difficile per la lavoratrice o il lavoratore che ritiene di
essere discriminata/o fornire, come chiede la legge, quegli «elementi di fatto idonei a
fondare, in termini gravi, precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o
comportamenti discriminatori» (Dlgs. 216/2003, art. 4.4). Non sarà un caso che quella che
ha colpito l’avv. Carlo Taormina nell’agosto scorso sia stata la prima condanna in Italia per
discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, anche se la norma esiste da 11 anni.
[…]
Vale la pena di ricordare che la rilevanza della discriminazione nei confronti delle persone
glbtq in ambito lavorativo è dimostrata da numerose indagini. Secondo la Lgbt Survey
condotta nel 2012 dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali, il 20% dei/delle
partecipanti italiani, nel corso dell’anno precedente alla ricerca, ha subìto in prima persona
episodi di discriminazione nella ricerca di un’occupazione o sul posto di lavoro in ragione
dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Un’indagine svolta dall’Istat nel 2011,
inoltre, ha rivelato che il 25% degli/lle italiani/e considera legittimi i comportamenti
discriminatori nei confronti delle persone trans, il 41% non vuole che una persona
omosessuale sia insegnante della scuola primaria e il 28% trova inaccettabile che una
persona gay o lesbica sia medico. Il 29,5% delle persone omosessuali intervistate
dall’Istat, infine, ha riferito di essere stato discriminato nella ricerca di un lavoro e il 22% ha
subito una discriminazione sul lavoro.
Ha scritto bene Gianni Ferrara sul manifesto che l’articolo 18 «libera la lavoratrice e il
lavoratore dall’arbitrio del datore di lavoro, quell’arbitrio che, con l’incombenza del
licenziamento ad libitum, disporrebbe in assoluto delle condizioni di vita di un essere
umano». È, in altre parole, uno strumento essenziale per garantire una «esistenza libera e
dignitosa» dentro e fuori i luoghi di lavoro, per affermare l’insopprimibile diritto
all’autodeterminazione che abbiamo messo a fondamento del nostro essere movimento.
Per questo ci appelliamo alle altre associazioni del movimento glbtq perché prendano la
parola insieme a noi: l’attacco all’articolo 18 è un attacco a tutte/i noi.
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BENI COMUNI/AMBIENTE
del 14/10/14, pag. 1/3
Solo il 3% alle alluvioni, il resto è una grande
opera
Paolo Berdini
Sblocca Italia. Negli ultimi venti anni si sono alterate le regole del gioco
economico e della trasparenza in favore della discrezionalità. Il governo
Renzi si muove sulle stesse orme
Colto in flagrante sull’impostazione dello Sblocca Italia che stanzia 110 milioni per la
difesa idrogeologica (comma 8 dell’art. 7) e 3.890 milioni per i cementificatori e asfaltatori
d’Italia (comma 1 dell’art. 3), il primo ministro Renzi ha richiamato su Facebook i pilastri
del suo disegno di riforma del paese: «Si chiamano Sbloccaitalia, riforma della P.A.,
riforma costituzionale, riforma della giustizia, cantieri dell’unità di missione le priorità per
l’Italia che vogliamo». In questo modo si è dato la zappa sui piedi perché le cifre sono
quelle che abbiamo riportato: alla salvaguardia dalle alluvioni vengono destinate risorse
pari al 3% di quanto si regala alle consorterie delle grandi opere.
«Userò la stessa determinazione per spazzare via il fango della mala burocrazia», ha poi
affermato Renzi. Dietro questa frase c’è la filosofia che ha ispirato lo Sblocca Italia con la
cancellazione di regole e controlli. È una cura fallimentare: i ricorsi contro gli appalti per la
riduzione del rischio idrogeologico di Genova non sono stati infatti presentati da
«comitatini o professoroni». L’impresa che si è vista sfuggire l’appalto è infatti di proprietà
di una tra le maggiori imprese di Genova. E se un imprenditore arriva a denunciare una
gara è perché a furia di semplificare, gli appalti in Italia vengono assegnati nella più
assoluta discrezionalità da parte della politica. Per importi fino a 500 mila euro è sufficiente
una gara informale ed è evidente che un sindaco può far vincere chi vuole. Negli ultimi
venti anni si sono alterate le regole del gioco economico e della trasparenza in favore della
discrezionalità.
Del resto, è stato proprio Renzi che — in seguito agli scandali che hanno fatto emergere la
facilità con cui i privati potevano agire in piena discrezionalità e rubare cifre gigantesche
nella realizzazione delle grandi opere — ha nominato uno straordinario magistrato come
Raffaele Cantone a capo della Civit, l’autorità nazionale anticorruzione, e commissario alla
realizzazione dell’Expo 2015. Il governo “commissaria” le grandi opere per ricostruire le
regole e con lo Sblocca Italia estende il modello discrezionale a tutte le opere pubbliche.
Non c’è chi non comprenda la follia di questa prospettiva.
La tragedia di Genova dimostra che lo Stato dovrebbe concentrare tutte le risorse
nell’opera di risanamento idrogeologico del paese. Dall’inizio del 2014 le grandi alluvioni
sono state 10, hanno causato 11 morti e immense devastazioni. Se il governo avesse a
cuore il destino dell’Italia dovrebbe cambiare agenda e impiegare tutte le intelligenze che
abbiamo in campo tecnico per l’immensa opera di risanamento idraulico e geologico di un
paese che sta franando sotto i colpi del cambiamento climatico.
In questo campo, la fretta e la semplificazione non sono le migliori consigliere. Nel campo
idrogeologico è necessaria una visione di lungo periodo per ricostruire l’equilibrio del
territorio, così come era previsto nella legge sulla difesa del suolo (183/89) che imponeva
di fare i piani di bacino idrografico in Italia. È stata la politica a non volerla attuare, la difesa
del suolo è stata sconfitta dai cementificatori e per questo le nostre città sono spazzate via
dalla furia delle acque. Altro che burocrazia.
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Franco Gabrielli, capo della protezione civile, conosce per il ruolo che svolge
l’insostenibilità dello stato del territorio: qualche mese fa, dopo l’ennesima alluvione, aveva
azzardato l’ipotesi della moratoria del cemento per rimettere in ordine l’ambiente. Se Renzi
vuole davvero cambiare verso al paese lo nomini ministro per la Cura del Territorio e
licenzi Maurizio Lupi, il convinto amico del cemento.
E infine le risorse. Per uscire dalla miseria dei 110 milioni previsti nello sblocca Italia (solo
per riparare i danni di Genova ne dovremo spendere 400) il primo ministro ha azzardato
che utilizzerà al più presto i 2 miliardi per la difesa del territorio non spesi «per colpa della
burocrazia». Non è vero, ma non fa nulla: per cambiare verso stanzi davvero cifre pari a
quelle che regala alle grandi opere. Con i 4 miliardi previsti per i tanti inutili Mose, si
potrebbe riportare in pochi anni la sicurezza nel territorio italiano. È l’ultima occasione per
salvare l’Italia dal fango che la sta sommergendo.
Del 14/10/2014, pag. 6
Genova, l’ultimo allarme tre giorni prima del
diluvio
I pm: è disastro colposo
La ditta che doveva risanare il Bisagno: si rischia la tragedia Ieri ancora
nubifragi e trasporti in tilt. Paura nell’entroterra
GIUSEPPE FILETTO
MARCO PREVE
Con una diffida del 5 agosto notificata anche al premier Matteo Renzi e replicata il 6 di
ottobre, cioè tre giorni prima del disastro, l’avvocato del consorzio di imprese che si era
aggiudicato l’appalto per il rifacimento del secondo lotto del torrente Bisagno, scriveva alle
autorità per chiedere il via libera ai cantieri poiché «con l’avvicinarsi della nuova stagione
autunnale appare fondamentale partire subito con la realizzazione dell’opera, atteso che
rimandare e temporeggiare ancora espone la collettività al concreto rischio di veder
riaccadere la tragedia del novembre 2011».
Non un inquietante vaticinio ma semplice buon senso. L’avvocato Daniela Anselmi, legale
del Csi, questo il nome del consorzio aggiudicatario dell’appalto da 35 milioni, aveva già
mandato una prima diffida il 30 gennaio all’allora premier Enrico Letta per chiedere la
nomina di un nuovo commissario, e nelle due successive di agosto e ottobre, ha messo
nero su bianco quello che a Genova molti sapevano e tutti temevano. E su cui ora la
procura ha aperto un fascicolo per disastro colposo. Per capire se in tre anni gli enti hanno
migliorato l’apparato della protezione civile, per capire cosa non abbia funzionato la notte
del 9 ottobre quando il Bisagno e il Fereggiano hanno ucciso una persona e allagato interi
quartieri, e per capire se il cantiere della Tav sulla collina di Fegino possa aver provocato
la frana che ha causato il deragliamento della Freccia Bianca, la mattina del 10 ottobre.
Ma che il Bisagno fosse pericobito lo sapevano anche le imprese dei quattro consorzi che
con una raffica di ricorsi avevano chiesto l’annullamento della gara (un’altalena di
pronunce e ora l’ultima occasione davanti al Consiglio di Stato per la seconda volta). «La
priorità è quella dell’incolumità dei cittadini — spiega l’avvocato Giuseppe Inglese che
assiste il consorzio Pamoter — ciò non toglie che in uno stato di diritto, chi ritiene di aver
suselmi un torto possa far valere le proprie ragioni». L’opinione pubblica si chiede perché,
anche in assenza di un pronunciamento definitivo, non siano partiti lavori tanto importanti.
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La risposta sta nel timore di sindaci e presidenti di Regione di ritrovarsi con un cantiere
aperto e qualche mese dopo dover affrontare la vittoria dei ricorrenti e il conto salato di un
risarcimento. «Ma ormai — sostiene l’avvocato Anloso — anche in caso di accoglimento, il
risarcimento è limitato alle spese vive sostenute. In questo caso sarebbero state poche
decine di migliaia di euro. Capisco le preoccupazioni ma credo anche che per questo
appalto la politica avrebbe dovuto muoversi prima, e magari chiedere, vista l’importanza
dell’opera, anche il sostegno e per così dire la copertura del Governo e del Ministero
dell’Ambiente in particolare, visto che da lì arrivava la maggior parte del finanziamento ».
Certo è che quelle diffide rimaste senza risposta, notificate a Renzi, a Erasmo De Angelis
coordinatore di #italiasicura, la Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico, e poi,
tra gli altri, al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, all’assessore Raffaella
Paita e al sindaco Marco Doria, fanno venire la pelle d’oca quando vi si legge che «gli
ultimi eventi alluvionali hanno ulteriormente evidenziato le criticità idrogeologiche del
territorio del Comune di Genova e di tutta la Regione». E infatti ieri, mentre Genova,
soffocata da una maccaja che ha reso ancor più pesante il lavoro degli “angeli del fango”,
è uscita indenne dall’”Allerta 2”, nell’entroterra, a Rossiglione e Campoligure in particolare,
si sono abbattuti devastanti nubifragi che hanno provocato allagamenti e frane, isolando
paesi e frazioni. Questa volta Arpal, l’agenzia regionale non ha avuto indugi nel
proclamare in anticipo l’allerta a differenza di giovedì, quando l’incapacità dei modelli di
previsione di rilevare fenomeni circoscritti localmente non avrebbe consentito di far
scattare l’apparato della protezione civile. Ma per la prima volta Rossella D’Acqui, direttore
scientifico di Arpal, interviene per fornire la sua versione dei fatti: «Noi avevamo in ogni
caso mandato un avviso di temporali — dice — , e le leggi in vigore consentono ai sindaci
di attivare comunque meccanismi di protezione civile sul proprio territorio, indipendenti
dalla proclamazione dello stato di allerta».
Del 14/10/2014, pag. 9
Anche Parma allagata straripano i torrenti
crollato un ponte
Centrale fuori uso, telefoni e mail in tilt. Scuole chiuse Il sindaco
Pizzarotti tramite i social: “Non uscite di casa”
Fiumi di fango, cortili allagati, strade invase dai detriti, ponti crollati. E poi, black out per
ore: cellulari, computer e telefoni fissi in tilt. Come il traffico. Così l’emergenza maltempo è
diventata paura, nella città emiliana che da decenni non viveva nulla di simile. L’alluvione
ha sommerso interi quartieri, minacciando il centro della città.
A tradire è stato il torrente Baganza, nella prima periferia sud di Parma: esondato
all’altezza di piazzale Fiume e via Po, inghiottendo auto e persino un container che si è
ribaltato contro il ponte dei Carrettieri. L’acqua ha poi invaso tutte le vie circostanti,
arrivando fino ai primi piani dei palazzi. Tanto che centinaia di famiglie sono state
evacuate. E poi acqua e fango si sono spinte fino alle porte del centro della città,
trascinando detriti. Nessun morto e nessun ferito, ma interi quartieri rimasti senza corrente
elettrica e possibilità di comunicare. L’acqua, infatti, non ha risparmiato neppure la
centrale Telecom: allagato tutto il primo piano «dal quale — ha spiegato l’azienda
sottolineando di essere al lavoro per cercare di ripristinare il servizio — partono
collegamenti ad alta capacità trasmissiva della rete fissa e mobile della zona». I problemi
maggiori sono stati quelli della telefonia mobile che si sono estesi ben oltre la provincia:
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ripercussioni anche a Modena, Reggio Emilia e Piacenza. E problemi, ovviamente, alla
circolazione di ogni tipo: ieri sera la stazione dei treni era ancora chiusa.
Nella zona, oltre a polizia, vigili del Fuoco e tecnici del Comune, è intervenuta la
Protezione civile con gommoni e piccole imbarcazioni, mentre gli abitanti, anche scalzi e
con attrezzi di fortuna, spalavano per cercare di liberare le strade da acqua e fango.
Il sindaco Federico Pizzarotti, nel black-out di comunicazione, è riuscito ad affidare le sue
raccomandazioni a Twitter: «Non andate in via Po e via Baganza, il Fiume ha straripato.
Ponti in chiusura, usate la tangenziale», ha scritto nel pomeriggio. Per poi ripetere, alla
sera, quando le cose sembravano però già migliorare: «Non risultano al momento morti o
dispersi. È sconsigliato comunque uscire di casa, per evitare ingorghi, e di recarsi sugli
argini o sui ponti a piedi». Non a caso, sotto al ponte Verdi, sono stati registrati 392
centimetri d’acqua, 30 in più rispetto al massimo storico. Ma Pizzarotti ha poi anche
accusato e proposto un rimedio alla situazione di pericolo: «Va attivata la costruzione della
cassa di espansione sul Baganza, per cui chiederemo al Governo e agli enti locali con cui
da anni è in atto un contenzioso». L’emergenza ha spinto il ministro dell’Ambiente Galletti,
di ritorno da Genova, a una deviazione. «Sto andando a Parma per rendermi conto di
persona della situazione». Il ministro in serata ha partecipato a un vertice nella sede della
Protezione civile con il sindaco per fare il punto sulle condizioni della città.
Stamattina le scuole rimarranno chiuse mentre in città inizierà la drammatica conta dei
danni. Il ponte pedonale della Navetta è crollato, facendo esondare acqua fango e detriti in
via Baganza, dove il livello dell’acqua è arrivato al 50 centimetri. Danni anche ad alcune
strutture sanitarie o di ricovero per anziani che hanno costretto i dirigenti a trasferire i
pazienti in ospedale.La situazione non è migliore in provincia, dove a subire i danni
peggiori sono stati i centri attraversati proprio dal Baganza. A Calestano un centinaio di
bambini sono stati evacuati per sicurezza dalla scuola elementare e dall’asilo, mentre a
Marzolara si è temuto il peggio per un giovane che si era allontanato per cercare i suoi
cani facendo perdere le proprie tracce. E, complice il black-out dei telefoni, è stato
ritrovato solo dopo qualche ora. In grossa difficoltà anche Colorno: il Comune ha già
lanciato un appello per trovare volontari disposti a dare una mano. Già da oggi.
Del 14/10/2014, pag. 9
Allarme in Piemonte, frane e sfollati sotto il
diluvio
ALESSANDRIA
Solo a Novi Ligure in sei ore sono caduti 400 millimetri di pioggia. «Quanto ne cade di
solito in un anno », dice il sindaco Rocchino Mullene, guardando le strade della sua città
trasformate in canali fangosi. C’è tutto il Basso Piemonte sott’acqua da domenica notte. A
Gavi, dove per le frane hanno sfollato 30 persone, si arriva soltanto da Serravalle, le altre
strade ostruite da colate di fango. Ma l’acqua questa volta non è arrivata dai fiumi. Novi è
a sei chilometri dallo Scrivia, il Lemme a Gavi è rimasto negli argini. L’acqua stavolta è
arrivata dal cielo. «Bomba d’acqua», la definisce il sindaco di Novi dove i tombini, come a
Gavi, ad Arquata e negli altri 23 comuni ora in emergenza hanno resistito sin che hanno
potuto alla pioggia e poi hanno rigurgitato nelle strade fiumi di fango. A Borghetto Borbera
gli operai di una fabbrica sono rimasti prigionieri per ore a causa della frana che aveva
bloccato ogni accesso dello stabilimento. A Gavi il sindaco Nicoletta Albano benedice la
sua preveggenza: «Dieci giorni fa ho fatto pulire il letto del Lemme, forse per un
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presentimento », dice. Così facendo ha evitato che il paese fosse spazzato via dal torrente
impazzito. 1.500 ettari del pregiato vigneto Gavi doc però sono stati spazzati via da
pioggia e grandine. In quasi tutti i comuni della zona scuole chiuse, come pure l’Outlet di
Serravalle, uno dei centri commerciali più grandi d’Italia. Scenario simile ad altre parti
d’Italia. Trombe d’aria si sono abbattute in Versilia (dove sono stati danneggiati alcuni
stabilimenti balneari), a Mantova e nel Veneto. Allagamenti nel lecchese e nel pisano,
strade e ferrovie interrotte dalla Toscana al Nord-Ovest. Con l’assessore regionale ai
trasporti Francesco Balosso, ieri nel Basso Piemonte per rendersi conto di quanto
accaduto: «Molte opere per la messa in sicurezza delle zone più a rischio dopo le alluvioni
del passate sono state completate, altre no per colpa del patto di stabilità». Accusa
ribadita dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che ha promesso di
accantonare 50 milioni di euro per le opere di difesa idraulica in barba al patto di stabilità,
spiegando: «Questi soldi a partire dal 2015 li terremo fuori dal patto di stabilità. Accada
quel che accada. Sono soldi che abbiamo e vogliamo spenderli perché non vogliamo
morire annegati per Maastricht. Scriverò anche al presidente Napolitano. Mi appello a tutti
i miei colleghi sindaci e governatori perché facciano lo stesso».
Nel frattempo l’emergenza maltempo continua: le fortissime precipitazioni interessano
Nord e Centro Italia, mentre l’allarme meteo ora riguarda l’Alto Lazio
del 14/10/14, pag. 2
Il meticciato globale “zeneize” contro la
cementificazione
Domenico Megu Chionetti*
Sulla strada. I letti dei torrenti genovesi, negli ultimi 100 anni sono stati
considerati ottime zone edificabili per dare vita a speculazioni edilizie
Insieme alla ciurma di volontari di Music For Peace, compagni di strada rientrati da Gaza,
dopo oltre un mese di missione nei territori occupati, siamo scesi per le strade di Genova.
Alle 10, nella mattinata che rappresenta l’ennesimo day after dell’alluvione genovese,
siamo soli in una via adiacente la stazione metropolitana di Brin-Certosa, nel ponente
cittadino. La solitudine però dura poco più di un ora: abitanti, studenti e negozianti
riempiono in fretta la via, saremo un centinaio e all’ ora di pranzo, con una ruspa in
appoggio, abbiamo rimosso tutto il fango. Il viaggio è continuato, tra le varie zone di
Genova spostando pale, cuffe e carriole.
Ma non contano le organizzazioni, le associazioni, le istituzioni; contano solo le persone
che come una comunità agiscono in piena sintonia eliminando ogni differenza. Ultras,
cittadini abbienti e meno abbienti, giocatori di serie A , migranti (tanti!) studenti, anziani, il
popolo di una città globale che fa fatica a riconoscersi ancora come tale, ma che si
incontra nelle vie nuovamente infangate e alluvionate di una citta fragilissima. Perché
queste cose, ormai lo sappiamo, succedono ciclicamente. I letti dei torrenti negli ultimi 100
anni venivano considerati ottime zone edificabili nelle speculazioni edilizie, preziose e rare
zone pianeggianti: ci si costruiva sopra a scapito di ogni rischio.
Costruendo argini, nel caso del Bisagno, riducendo il letto originario a quasi un quarto
dell’originale. Se questo schema viene applicato a tutti i torrenti e ad ogni rio la
devastazione territoriale è compiuta e i risultati sono visibili a tutti. La natura si riprende i
propri spazi, l’acqua esonda. Decenni di cementificazione selvaggia non si possono
cambiare in pochi anni. Sei alluvioni negli ultimi 4 anni in Liguria. Ora però quello che si
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può fare è cambiare indirizzo a queste politiche. Il Sindaco di Genova, Marco Doria, non
può essere l’unico responsabile di eventi catastroficamente ciclici, di antiche e più recenti
responsabilità, dopo due anni e mezzo di governo della città, .
Ma il Sindaco ora è investito,in tutti i sensi, di grande responsabilità politica, insieme a tutti
gli amministratori e a quelli che hanno a cuore la cura del territorio. Da un momento di crisi
come questo, capace di generare anche una grande attenzione pubblica, si può
determinare una rottura governativa o una nuova ripartenza. La catena di allerta e
informazione alla popolazione va migliorata, tutti devono essere coinvolti, in modo più
efficiente: le istituzioni pubbliche e quelle di rilevazione scientifica, non ultimi i media locali
protagonisti oltre che del dibattito cittadino, di una capillare rete informativa e dunque di un
eccellente servizio pubblico (con i social media — Twitter su tutti — a naturale supporto).
Non vogliamo più sentire rimbalzare le «non-comunicazioni» come responsabilità.
Ci sono poi delle cose pratiche che la cittadinanza si aspetta: annullare ogni tassa
comunale alle attività e ai privati colpiti. Quelle attività produttive e quelle abitazioni che
sono gravemente a rischio devono essere ricollocate in sicurezza. Nessuno ha la
presunzione di pensare che si debbano esodare decine di migliaia di genovesi, ma alcune
ricollocazioni sono urgenti e possibili. La pulizia dei torrenti, rivi e caditoie deve essere una
priorità, come la messa in sicurezza del Bisagno. Oggi non è nemmeno all’ordine del
giorno delle agende amministrative. Infine le grandi opere: come possiamo pensare di
spendere 6 miliardi di euro per un tratto autostradale da Genova Voltri a Genova
Bolzaneto, o forare le montagne per il terzo valico? Queste opere vanno fermate; vanno
invitati anche i favorevoli, a ragionare sull’impatto idrogeologico di queste opere. A questo
va aggiunta la quantità ingenti di denaro, non i pochi milioni dello sblocca Italia che
sbloccano i miliardi delle grandi opere.
Il capo della protezione civile Gabrielli ha detto la verità: a Genova lo Stato non c’è, non
c’era nelle strade, non c’è nelle politiche di indirizzo. Genova ancora una volta ha messo a
nudo il paese, con immagini nitide la cui attenzione non può essere spostata o edulcorata
da Slide, opinionisti televisivi o dei grandi media, telegiornali, Twitter o annunci «pronto
subito!». Mentre scriviamo il prefetto ordina la chiusura delle scuole in tutto il Comune di
Genova anche oggi martedi 14 ottobre. Come altri giorni, in città soffia un anomalo vento
caldo di scirocco e si vive una sorta di coprifuoco d’attesa. E noi genovesi, rimaniamo qui,
«con quella faccia un po’ così».
*Comunità San Benedetto al Porto
del 14/10/14, pag. 2
Il Terzo Vallico è già allagato
Mauro Ravarino
TORINO
Piemonte. Il maltempo si sposta e colpisce i cantieri contestati, e
"sbloccati"
Strade allagate, frane, fiumi esondati, frazioni isolate, scuole e reparti ospedalieri chiusi,
viabilità in tilt. L’alluvione «scollina» e, dopo aver colpito duramente Genova e la Liguria,
sorpassa gli Appennini e arriva nel sud-est del Piemonte, in provincia di Alessandria. Altra
acqua, nuovi problemi. La piena riguarda i bacini di Scrivia, Curone, Borbera, Orba e
affluenti.
In totale, sono 23 i comuni coinvolti nell’area critica, colpita dalla forte perturbazione
proveniente della penisola iberica. A Gavi, dove ieri mattina in sei ore sono caduti
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addirittura 380 millimetri d’acqua (92 in una sola ora, dalle 7 alle 8), 30 persone, che
risiedono nei pressi del torrente Lemme, sono state evacuate e hanno trovato rifugio nella
palestra della scuola elementare. Mezza Novi Ligure, ieri, era allagata, l’acqua non è
potabile da oltre 3 giorni e sono stati chiusi i sottopassi; invasi i locali della rianimazione e
della radiodiagnostica dell’ospedale San Giacomo ed allagati i magazzini, rendendo così
inutilizzabili le derrate alimentari. I pazienti sono stati trasferiti in altri reparti e quelli,
prossimi al ricovero, dirottati ad Alessandria. Il sindaco di Novi, Rocchino Muliere, parla di
situazione davvero critica, di un’emergenza non attesa o almeno non di queste
proporzioni: «Le previsioni meteo non erano così allarmanti, non ci aspettavamo tale
disastro». Ad Arquata Scrivia, una casa è stata coinvolta da una frana, ma fortunatamente
la famiglia all’interno è riuscita a mettersi in salvo. A Serravalle Scrivia è stato, invece,
chiuso il gigantesco Outlet dell’abbigliamento, non-luogo metafisico per eccellenza, dove
ogni giorno approdano migliaia di clienti anche con navette da Milano e Torino.
Oltre all’Ovadese — dove è stata bloccata la linea ferroviaria Ovada-Genova, è esondato
lo Stura e sono crollati due ponti in una strada minore di Lerma — i comuni più colpiti sono
Gavi, Arquata, Serravalle e Novi. Caso vuole che siano proprio le quattro principali località
piemontesi interessate dal contestato progetto del Terzo Valico, la linea ad alta velocitàcapacità tra Genova e Rivalta Scrivia (vicino Tortona). Considerato finora prioritario dal
partito delle larghe intese e delle grandi opere, inviso, invece, alla popolazione.
«Oggi è forse ancora più evidente di prima — sostengono i comitati No Tav, pronti a
mettersi gli stivali per risollevare il proprio territorio — quanto sia una vergogna pensare di
spendere 6,2 miliardi per un’opera pubblica inutile e devastante per l’ambiente in un
territorio fragilissimo, dove ciclicamente bisogna piangere morti e fare la conta dei danni.
La natura è tremendamente beffarda e a modo suo ha messo in risalto questa
contraddizione: il Freccia Bianca è deragliato sabato a Genova, a causa di una frana
proveniente da un cantiere del Terzo Valico; l’attuale frana alla Crenna, località di
Serravalle, è avvenuta nei pressi del cantiere dell’opera; gli alberi abbattuti hanno, poi,
bloccato l’accesso al cantiere di Radimero ad Arquata». Il decreto-legge Sblocca Italia ha
stanziato 200 milioni di euro (molti meno rispetto alle iniziali previsioni) per il Terzo Valico.
Anche se ora, forse, le priorità dovrebbe essere altre: dissesto idrogeologico in primis.
Ieri, i Vigili del Fuoco hanno impegnato 60 squadre nel soccorso alle persone nelle zone
più colpite. A Costa Vescovado, nel tortonese, 150 persone sono rimaste isolate nella
frazione Salizzola. L’autostrada A7 Milano-Genova è stata chiusa tra Busalla e Vignole. Ad
Alessandria, a scopo precauzionale, il ponte sul Bormida. La Provincia chiederà lo stato di
calamità per le zone colpite dell’alluvione. Lo ha deciso la neo presidente, Maria Rita
Rossa, che ieri ha effettuato un sopralluogo con l’assessore regionale ai trasporti
Francesco Balocco. L’Arpa prevede «una graduale attenuazione dei fenomeni». Oggi è,
comunque, atteso nei comuni alessandrini alluvionati il presidente della Regione, Sergio
Chiamparino. Per il Piemonte le alluvioni sono un triste déjà vu: sono, infatti, passati 20
anni da quella più tragica, nel 1994, con i suoi 70 morti. E tanti problemi sono, in buona
parte, ancora irrisolti.
del 14/10/14, pag. 7
Chi ha paura di Vandana Shiva?
Manlio Masucci
Ogm. Si scatena una polemica mentre è in ballo la firma del Ttip, il
trattato tra Usa e Ue
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Anche in Italia si sta svolgendo un serrato e avvincente dibattito intorno al tema degli ogm
a cui stanno partecipando personalità di spicco del mondo accademico, della politica e del
settore principale di riferimento che è quello agricolo. È importante riconoscere l’utilità del
dibattito e il valore delle posizioni di tutti gli attori coinvolti. In molti casi, come ha sostenuto
giustamente Carlo Petrini, le posizioni dei cosiddetti stakeholders, i portatori di interessi,
rimangono nella penombra come è il caso delle stesse multinazionali che molto volentieri
si sottraggono al dibattito pubblico, interessate come sono maggiormente ad occuparsi di
influenzare direttamente la politica attraverso le loro lobby piuttosto che informare i
cittadini. In molti altri casi, come quello del New Yorker, il dibattito scade a livello di
attacchi personali, sospetti, illazioni, velate e non, nei confronti di uno dei rappresentanti
più significativi del movimento ambientalista globale: Vandana Shiva. Un dibattito, in cui
ognuno mette a disposizione dell’opinione pubblica la propria diretta esperienza e
conoscenza, è invece utile alla vita democratica dei paesi.
Navdanya significa nove semi e la fondazione, diretta da Vandana Shiva, si occupa
prevalentemente di riconoscere, tutelare e valorizzare il patrimonio sementiero tanto
importante per l’umanità quanto la disponibilità di acqua. La questione degli ogm è dunque
una questione che potremmo definire come “aggregata” alla mission principale
dell’associazione ed è trattata proprio dal punto di vista della difesa della biodiversità.
Gli ogm non sono i soli nemici della nostra biodiversità, che negli ultimi anni è stata erosa
in maniera quasi irreparabile, ma, in questa sede, è utile discutere proprio del loro impatto
sulle nostre vite e su quella del pianeta. La prima cosa da sottolineare è questo
interessante riferimento al paradigma scientifico. Chi è a favore degli ogm è in linea con
l’evoluzione scientifica, un progressista; chi non lo è, diventa invece un retrogrado, un
conservatore. Questa visione manichea presenta aspetti paradossali.
Gli ogm sono stati dapprima introdotti negli Usa secondo il cosiddetto principio della
“sostanziale equivalenza”. In altre parole, se un’invenzione è sostanzialmente equivalente
a qualcosa di già esistente non ha bisogno di particolari sperimentazioni e può essere
lanciata sul mercato. A pensarci bene è la stessa tesi espressa dal professor Veronesi. Il
dna ha una struttura estremamente semplice che può essere facilmente manipolata senza
necessità di preoccuparsi più di tanto. Ora, questo approccio all’americana all’esistente, e
soprattutto al commerciabile, non è accettato dall’Unione Europea dove vige il principio di
precauzione. In altre parole, se un’azienda inventa un nuovo prodotto deve essere
dimostrato che non è nocivo prima di essere immesso sul mercato. La posizione dell’Ue è
chiara: non esistendo un consenso scientifico, gli ogm non possono essere dichiarati
sicuri. Nel dubbio, vige il principio di precauzione che dovremmo difendere perché
protegge le nostre vite da invenzioni che sono spesso più indirizzate a fare profitti sul
mercato piuttosto che perseguire il bene comune.
Ogni parte porta, d’altro canto, le sue argomentazioni a riguardo. Anche Navdanya ha
pubblicato un rapporto sull’argomento raccogliendo gli studi di moltissimi ricercatori che
dimostrano la nocività degli ogm. Vi sono nel mondo studi similari che dimostrano l’esatto
contrario. L’Ue ha concluso che non esiste possibilità di dichiarare gli ogm sicuri fuori da
ogni ragionevole dubbio. Ed ha applicato il principio di precauzione per salvaguardare i
suoi cittadini. La polemica sugli ogm comprende anche questo sacrosanto principio. Allora
viene da pensare: è forse un caso che questa polemica viene innescata durante le
consultazioni segrete per l’approvazione del Ttip, il trattato commerciale fra Usa e Ue che,
guarda caso, ha fra i suoi obiettivi proprio quello di sbarazzarsi del principio di precauzione
europeo? È forse un caso che le multinazionali dell’agribusiness siano i maggiori lobbisti
per l’approvazione dell’accordo? Come possiamo allora costruire un’opinione razionale e
condivisa su questo argomento? Soprattutto quando i promotori degli ogm ci dicono che la
nuova tecnologia potrebbe rappresentare la panacea di ogni male al mondo?
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Uno degli aspetti che sembra mancare nell’analisi di Veronesi è quello della
contestualizzazione, quasi che il mondo finisse sulla soglia dei laboratori. Gli ogm non
vengono fuori dal nulla, o per nessun motivo. Non sono liberamente a disposizione di tutti
e la loro applicazione, al di là della diatriba scientifica, comporta contraccolpi ambientali,
economici e sociali notevoli. Possiamo allora dire con sicurezza che i semi e i prodotti ogm
nel campo dell’agricoltura hanno un impatto devastante sul settore. Gli ogm sono infatti
proprietà delle multinazionali che, attraverso la loro immissione sul mercato, rimodellano i
sistemi agricoli di tutto il mondo. A farne le spese sono i piccoli produttori che con le loro
colture tradizionali non possono tenere il passo delle produzioni industriali sovvenzionate.
Con i metodi di coltivazione intensiva la necessità di manodopera viene inoltre ridotta. Non
i profitti però. Cosa succede agli agricoltori nel frattempo?
Quello che è accaduto in Sud America e in India è, per esempio, emblematico. Centinaia
di migliaia di persone si muovono dalle campagne alla città andando ad ingolfare fetide
baraccopoli. In altre parole, il rischio è quello di alimentare il sistema dei grandi latifondi e
inondare le città con una massa di disperati. Un danno economico, sociale e anche
culturale considerando la perdita delle antiche conoscenze di cui le popolazioni rurali sono
depositarie. La favola che gli ogm possano rispondere al problema della fame nel mondo e
del sovrappopolamento è, per l’appunto, una favola. Quello che importa sono i
contraccolpi di un sistema industriale basato sugli ogm sulle economie, sulle popolazioni e
sulle culture locali. E questo impatto risulta essere, secondo gli studi effettuati da
Navdanya e da molte altre organizzazioni che lavorano fuori dai laboratori e direttamente
sul campo, non equo, non ecologico, non sostenibile. A guadagnarci sono ancora una
volta i pochi, a perderci i molti.
Questa schematica analisi vuole solo dimostrare quanto i fenomeni siano interconnessi e
come leggere un articolo sulla valenza della ricerca scientifica transgenica può essere
interessante in se stesso ma non esaustivo. La ricerca scientifica deve essere al servizio
dell’umanità e non viceversa. Quando ciò accadrà anche nel settore agricolo, a beneficio
di contadini e consumatori e non delle multinazionali, Vandana Shiva sarà, con tutta
probabilità, la prima persona ad esultarne.
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CULTURA E SCUOLA
Del 14/10/2014, pag. 27
Parchi, taxi, cabine le mini-biblioteche per
condividere i libri nelle città
Da Trento a Roma, boom del bookcrossing Si prende un volume, se ne
lascia un altro
GIUSEPPINA AVOLA
UN libro di fiabe in una casetta in legno sistemata in un parco, un volume di avventure nel
cassetto di un hotel, un noir abbandonato su un taxi, un romanzo in una ex cabina del
telefono. A disposizione di grandi e piccoli, di chiunque abbia voglia di leggere e regalare
emozioni a sua volta. Da Milano a Lecce, da Trento a Roma, sono ormai tante le città che
ospitano 25 little free libraries, una delle ultime declinazioni del book-crossing che sta
registrando un boom nel nostro Paese. Prendi un libro, ne lasci un altro a tua volta: è
questa la regola non scritta per far sì che i libri circolino spontaneamente, senza ansie,
senza burocrazia, senza file. Una biblioteca spontanea.
La prima a portare una little free library in Italia, nel parco dell’Inviolatella Borghese a
Roma, è stata Giovanna Iorio nel 2012. Si tratta di piccole strutture — come quelle
adoperate per gli uccelli — realizzate con il legno riciclato di una fattoria americana, che
ospitano libri gratuiti e accessibili a tutti. L’idea nasce in America, dove Todd Bol ha
costruito nel 2009 per la moglie una di queste casette. Con un altro americano, Rick
Brooks, ha creato una rete che registra tutte le little free libraries del mondo. Una volta
importate nel nostro paese — dove una famiglia su dieci non possiede nemmeno un libro
in casa — le casette del book-crossing si sono moltiplicate «Ognuna — spiega Iorio —
nasce con un’anima diversa: ce n’è una creata da una studiosa di alberi che contiene libri
sulla natura, un’altra vicino a un ristorante con volumi di cucina. Ma sono strutture libere
che si evolvono e cambiano in base a ciò che viene preso e lasciato».
Il bookcrossing può anche essere itinerante: oltre alla Biblio Moto Carro di Antonio La
Cava che porta libri in giro per la Basilicata a bordo di una Ape usata, da metà novembre
partirà a Firenze “Lasciare un libro in taxi”, promosso dalla cooperativa di tassisti fiorentini
Socota in collaborazione con Giunti Editore che consentirà a chi viaggia sui taxi della città
di scambiarsi libri. Se invece si vuole unire passione per la lettura e eco-sostenibilità, la
soluzione si chiama “bibliocabine”: vecchie cabine della Telecom in disuso, riempite di
scaffalature e libri a disposizione dei passanti. L’ultima a nascere in ordine di tempo è
quella di Torresina a Roma. «La Telecom ci ha concesso il riutilizzo di una cabina
telefonica dismessa — racconta Antonio Giustiniani, ideatore del progetto — e l’abbiamo
riallestita con scaffalature in legno riciclato provenienti da un asilo del quartiere».
A Milano è nata persino la biblioteca di condominio, in via Rembrandt. A metterla su,
all’interno della portineria del palazzo in cui vive, Roberto Chiapella, radiotecnico in
pensione. A un anno dall’inaugurazione conta più di 5.000 libri. «Ho passato la vita —
racconta — a riparare televisioni e quando entravo in casa della gente, cercavo di parlare
e ascoltare le loro storie. Ho pensato che una biblioteca fosse il posto giusto per far
conoscere persone che vivono nello stesso luogo ignorandosi. Poi l’esperimento si è
aperto anche all’esterno. Quando qualcuno viene per un prestito, mi metto a discutere con
lui: è come se arrivasse un libro in più, una nuova storia ancora da leggere». Esperienza
simile a Roma, dove tra Testaccio e Porta Portese è nata la biblioteca condominiale “Al
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cortile”. “L’abbiamo voluta — racconta Loredana Grassi — nella sala dove facevamo le
assemblee, luogo di liti per definizione. Il libro è un mezzo di aggregazione. Organizziamo
anche serate a tema coinvolgendo i condomini».
«La cosa che più colpisce di queste esperienze — spiega Antonella Agnoli, autrice del
libro “Le piazze del sapere” — è l’elemento della spontaneità. Bisognerebbe integrarle in
una rete territoriale che funzioni. È questa la grande sfida».
Del 14/10/2014, pag. 53
Contro i padroni del web arriva per Internet la
Dichiarazione dei diritti
È pronta una bozza di 14 articoli che potrà essere discussa per quattro
mesi su una piattaforma online. Fra i punti rilevanti, neutralità della rete
e lotta alle discriminazioni
FABIO CHIUSI
LA BATTAGLIA per una “Costituzione per la rete” non è nuova. Stefano Rodotà la
conduce da anni. E lo stesso padre del web, Tim Berners- Lee, ripete a ogni occasione
che è una lotta che va combattuta, specie ora che Edward Snowden — e non solo — ha
rivelato l’estensione e i pericoli della sorveglianza digitale di massa, che la censura online
è in continuo aumento e che i giganti del web concentrano su di sé un sempre maggior
potere economico e di influenza politica. Non si tratta dunque di regolamentare un
inesistente Far West, troppo spesso associato alla rete, quanto piuttosto di produrre un
testo che metta nero su bianco che le nostre libertà devono essere tutelate anche sul web.
È questo l’intento della «Dichiarazione dei diritti in Internet» giunta in queste ore alla sua
prima formulazione grazie al lavoro di alcune delle maggiori intelligenze sul digitale nel
nostro Paese, e all’iniziativa della Presidenza della Camera. Una bozza, 14 articoli in sei
pagine, per una Magna Carta che mira proprio a garantire il «pieno riconoscimento di
libertà, eguaglianza, dignità e diversità di ogni persona» anche in rete. E che nasce
internazionale, anche in inglese e francese, per informare il dibattito europeo.
Il testo non è definitivo e potrà essere discusso per quattro mesi sulla piattaforma online
Civici a partire dal prossimo 27 ottobre. Ma già da ora alcuni punti chiave sono chiari. C’è
per esempio una netta presa di posizione in favore della neutralità della rete; ossia, del
fatto che «ogni persona ha il diritto che i dati che trasmette e riceve in Internet non
subiscano discriminazioni, restrizioni o interferenze », così da tutelarne anche il potenziale
di innovazione. Allo stesso modo, ci sono passaggi positivi sul diritto dei cittadini di opporsi
alla dittatura degli algoritmi — in particolare, del rischio concretissimo che i Big Data si
traducano in nuove discriminazioni — e a quella dell’opacità delle condizioni di utilizzo
delle piattaforme, da Facebook in giù, che sempre più scandiscono il ritmo delle nostre
vite: le informazioni da loro fornite, si legge, devono essere «chiare e semplificate», e i
responsabili comportarsi con «lealtà e correttezza».
Il testo, come è naturale, è migliorabile. In particolare, parole più nette si ritiene potrebbero
essere spese contro la sorveglianza di massa — troppo poco, mostra la cronaca, dire che
deve avvenire secondo la legge — e servirebbe forse qualche dubbio in più sull’istituto
della rettifica e sull’implementazione di un diritto sulla carta inappellabile, ma di
difficilissima applicazione pratica, come quello a rimuovere da Internet le informazioni non
più rilevanti sul proprio conto (oblio). Ancora, non c’è tutto. Ma il riconoscimento di un
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diritto all’anonimato, fondamentale per esprimere il dissenso, a ricevere un’educazione
digitale, all’accesso stesso alla rete e — bellissima formulazione — che «la sicurezza in
rete deve essere garantita come interesse pubblico » non può che essere il benvenuto.
Ammesso si traduca prima o poi in tutele effettive. E che il resto del mondo ascolti.
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ECONOMIA E LAVORO
Del 14/10/2014, pag. 2
La manovra sale a 30 miliardi 18 andranno a
ridurre le tasse
ROBERTO PETRINI
La legge di Stabilità 2014 sale a 30 miliardi. Serviranno per tentare di rilanciare il paese
allo stremo, al terzo anno di recessione consecutiva, e per fare un’operazione di riduzione
di tasse, come annunciato ieri dal presidente del Consiglio, “mai tentata”, da 18 miliardi.
L’Italia si gioca il tutto per tutto perché buona parte della manovra sarà in deficit: spinta
positiva per moltiplicare la crescita e arrestare la deflazione, ma fumo negli occhi a
Bruxelles. Il pacchetto, che sarà varato dal consiglio dei ministri di domani, è pronto: il
premier ne ha annunciato l’architettura ieri parlando agli industriali a Bergamo e i tecnici
sono al lavoro al ministero del Tesoro per limare gli ultimi dettagli della prima manovra del
governo firmata Renzi-Padoan. L’entità delle risorse che il governo ha deciso di immettere
nell’economia è rilevante e, per evitare — come ha spiegato Padoan — di aggravare
ancora di più la recessione si basa sostanzialmente per meno della metà su tagli (circa
13,3 miliardi), in parte sul ricorso al deficit (11,5 miliardi) e in misura minore su entrate
fiscali di vario genere (circa 5 miliardi). Dove andranno le risorse? In primo luogo
serviranno alla conferma del taglio dell’Irpef sui bassi redditi: il celebre bonus di 80 euro
per chi guadagna sotto i 1.500 euro al mese che costa 10 miliardi e che ci sarà anche nel
2015. Misura che potrebbe essere affiancata da quella, a costo zero, dell’anticipo delle
liquidazioni dei lavoratori in busta paga a neutralità fiscale. Obiettivo: spinta ai consumi.
In seconda battuta nelle priorità della “Stabilità” ci sono le aziende: Renzi ha annunciato
che il taglio dell’Irap sarà più consistente di quanto si è pensato fino ad oggi, e
raggiungerà i 6,5 miliardi. Sara probabilmente una operazione che inciderà sulla
componente lavoro dell’imponibile fino ad azzerarlo: un aspetto che ha sempre sollevato
malumori e contestazioni di vario genere. L’altra misura, volta a favorire le assunzioni di
giovani, riguarda una sorta di fiscalizzazione degli oneri sociali che consentirà alle imprese
di pagare zero contributi sui nuovi assunti per un triennio (1,5 miliardi).
L’emergenza che viene dai territori e dai Comuni ormai a secco di risorse per gli
investimenti dovrebbe essere fronteggiata con un miliardo: sarà allargato il cosiddetto
«patto di stabilità interno » nella parte che pone un tetto a investimenti dei Comuni. Stessa
filosofia per la scuola: un miliardo per docenti e interventi straordinari di manutenzione. Nel
capitolo emergenze, quella più importante del lavoro: a 1,5 miliardi per il decollo del nuovo
sussidio di disoccupazione universale. Uno sforzo viene fatto anche nei confronti delle
famiglie numerose che avranno circa 500 milioni probabilmente in termini di assegni ai figli
o detrazioni Irpef. Resta invece in bilico ma non è detto che non possa entrare una misura
dell’ultima ora: la reintroduzione della detrazione generalizzata sulla tassa sulla casa,
com’era con l’Imu nel 2012, pari a 200 euro per tutti con l’aggiunta di 50 euro a figlio.
L’operazione avverrebbe a ridosso del pagamento della rata Tasi del 16 ottobre che sta
provocando nuovi disagi ed esborsi. Da dove arriveranno le risorse? Il perno della
manovra è lo spostamento dell’asticella del deficit dal 2,2 previsto al 2,9 per cento: con
questa operazione si liberano 11,5 miliardi. Prudenzialmente il ministro dell’Economia
Padoan ha previsto una riserva speciale di 2,5 miliardi per eventuali contestazioni da parte
della Commissione europea a fronte del rinvio di due anni al 2017 del pareggio di bilancio.
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Ieri comunque l’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo previsto dal Fiscal compact, ha
dato il disco verde al Def e ha riconosciuto l’esistenza di “circostanze eccezionali” per il
rinvio del pareggio. Il capitolo dei tagli o spending review, investe l’intera pubblica
amministrazione, centrale e periferica. In tutto per quest’anno circa 13,3 miliardi: cinque
verranno dai ministeri, 3 dalle Regioni, 1,8 dai Comuni e 3,5 dalle Province. Non è escluso
un intervento sulle municipalizzate e un piccolo intervento sulla sanità al di fuori del
pacchetto gestito dalle regioni. Le tasse non aumenteranno, ha garantito Renzi. Ma questo
non significa che il comparto fiscale non sarà toccato. La vecchia partita delle detrazioni
fiscali dovrebbe dare 1,2 miliardi: si lavora al taglio progressivo, in base a fasce di reddito,
della percentuale del 19 per cento per alcuni oneri detraibili a partire dalle spese mediche
e sanitarie. La lotta all’evasione dovrebbe far conto del dispositivo elettronico messo a
punto da Rossella Orlandi all’Agenzia delle entrate oltre a nuove norme come la reverse
charge cioè l’autofatturazione dell’Iva a carico dell’acquirente di grandi servizi e
dell’edilizia. Aumento delle tasse anche per le slot machine, le macchinette mangiasoldi
dalle quali Renzi è intenzionato a prelevare 1,5 miliardi.
del 14/10/14, pag. 4
Bankitalia gela Renzi e Padoan
Mario Pierro
Il Fiscal Compact è stupido, ma si rispetta. Matteo Renzi ha ribadito la sua posizione
all’assemblea di Confindustria a Bergamo puntando tutto sulla «credibilità». «Non sforo il
3% ma comunque arrivo al 2,9% e libero 11,5 miliardi. L’Italia ne ha bisogno sui mercati
Perché sono anni che a livello internazionale vedono cambiare i nostri governi su
promesse che poi non mantengono». In cifre questo significa: una legge di stabilità, da
varare entro il 15 ottobre, che è schizzata a 30 miliardi di euro dai 24 annunciati in
precedenza, con una spending review record che è arrivata addirittura a quota 16 miliardi.
«Non l’aveva mai fatta nessuno» ha precisato il premier. In effetti è vero, se i tagli fossero
concentrati in un anno e seguissero un’agenda che, fino ad oggi, il governo si è ben
guardato dal pubblicare. Attendendo che il commissario Cottarelli tornasse al Fondo
Monetario Internazionale senza mai avere pubblicato gli esiti del suo lavoro.
«In questa legge di stabilità libereremo spazi di patto per i Comuni per un miliardo» ha
aggiunto il premier che ha anche annunciato la riduzione di 18 miliardi di euro in tasse,
mentre «mezzo miliardo andrà in detrazioni fiscali per le famiglie». «Andremo a intervenire
e rendere fissi gli 80 euro; le imprese che nel 2015 assumeranno a tempo indeterminato
non pagheranno i contributi per tre anni».
La reazione a queste esternazioni è stata di incredulità. Perché le cifre sono molto più alte
di quelle fino ad oggi conosciute e dovranno anche servire per coprire la spesa per gli
ammortizzatori sociali rimodulati nel Jobs act. In più non c’è alcuna certezza sulle
coperture.
L’audizione del vicedirettore di Bankitalia Luigi Federico Signorini alla Camera di ieri è
stata tutto un programma. Renzi, infatti, non solo non dice dove prenderà i soldi, ma
sembra essere convinto che la Commissione Europea accetterà il rinvio del pareggio di
bilancio al 2017. Così non è per Bankitalia: «L’ammissibilità della deviazione dal sentiero
di avvicinamento al pareggio di bilancio strutturale non è scontata e rifletterà
l’interpretazione delle regole da parte delle istituzioni coinvolte: Parlamento, Commissione
europea, Consiglio Ue.
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«Il rallentamento nel processo di riequilibrio — ha spiegato Signorini — può aiutare ad
evitare una spirale recessiva», mentre l’aumento del debito pubblico che continuerà anche
nel 2015 «si giustifica se i margini di manovra sono utilizzati per rilanciare la crescita».
Una crescita che rischia però di restare sotto lo zero (-0,3%), confermando la continuità
della recessione. Tutti gli auspici del governo, che nel Def di aprile aveva fissato l’asticella
allo 0,8%, rischiano di andare in rovina. Non molto diversamente andrà anche l’anno
prossimo.
In queste condizioni tagliare le tasse è pura utopia, anche perché il governo o gli enti locali
saranno costretti ad aumentarle altrove, mentre la spending review sarà più aggressiva:
Renzi sembra volere tagliare 1.170 miliardi di euro all’istruzione, 2.200 al ministero del
lavoro ad esempio. Proprio quei dicasteri impegnati in riforme impegnative o assunzioni di
massa per le quali occorrono risorse ingenti.
Per BankItalia la ricetta non cambia. Pur avendo ridotto le stime per la crescita nel Def, il
governo dovrà continuare con le privatizzazioni, una strada da percorrere «con
decisione». Il problema è che tutto questo sforzo nel tagliare non corrisponderà quasi
certamente a un ritorno degli investimenti.
Le critiche “istituzionali” ai numeri in libertà di Renzi ieri non si sono fermate a Via
Nazionale. Ci si è messa anche la Corte dei conti in un’altra audizione alla Camera. Per la
Corte il Def è stato cambiato dal governo in ragione della «gravità della condizione
recessiva» e la scelta di agire in disavanzo fino al 2017 è «da operare con attenzione sia
in rapporto al fiscal compact Ue sia in rapporto alle regole sul pareggio inserite in
Costituzione» ha avvertito il presidente Raffaele Squitieri.
Il mistero dei numeri resta fitto. il governo rischia qualcosa di inedito: la bocciatura della
manovra da parte della commissione e la richiesta di modificare la Finanziaria entro fine
ottobre.
del 14/10/14, pag. 5
Tfr, il premier si vende l’accordo che ancora
non c’è
Andrea Colombo
Annunci. Il direttore dell'Abi: "Quando ci sarà un testo lo valuteremo"
L’accordo con le banche per mettere direttamente in busta paga mensile il Tfr, su base
volontaria, è dietro l’angolo. Parola di Matteo Renzi, dal palco dell’assemblea di
Confindustria a Bergamo: «Presenteremo l’operazione con le banche nelle prossime ore».
Ed ecco che la liquidità delle piccole e medie imprese sarà magicamente garantita. E’ un
esempio da manuale di come vendersi la pelle di un orso che non solo è ancora vivo e
vegeto, ma anche tutt’altro che facile da abbattersi.
La replica del direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini è infatti una doccia gelata sugli
ardori del dinamicissimo di palazzo Chigi, sia pur presentata con la dovuta felpatezza:
«Quando ci sarà un testo forniremo la nostra valutazione, pronti a esaminarlo senza
pregiudizio. Per ora ci sono stati contatti di natura tecnico-giuridica». Tradotto significa che
mentre il premier giura di essere praticamente già sbarcato, secondo le banche la
faccenda è ancora in alto mare. Manca la base stessa di una discussione seria: una
formulazione giuridica sulla quale lavorare concretamente e non in via ipotetica. Del resto,
lo stesso studio di fattibilità sulla manovra Tfr in circolazione a palazzo Chigi afferma
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chiaramente che le questioni giuridiche non sono ancora state considerate ma «vanno
affrontate».
Gli ostacoli sono ancora molti, e impervi. Prima di tutto il testo, con tanto di formulazione
giuridica quando ci sarà, dovrà essere vagliato e vistato non solo e non tanto dalla Banca
centrale italiana ma soprattutto dalla Bce e dall’Eba (European Banking Authority),
l’autorità di sorveglianza bancaria europea con sede a Londra. Spetta a loro l’ultima parola
su operazioni di questo tipo, essendosi già consumata, in materia, la cessione di sovranità
dell’Italia a favore dell’Europa. Dunque sono la Bce e l’Eba e dover accettare o respingere
la proposta di un prestito delle banche alle imprese a un tasso che lo studio di fattibilità di
palazzo Chigi stima al 2,3%, particolarmente basso E’ vero che il presidente dell’Eba è un
italiano, Andrea Enria, ma è anche vero che il medesimo è noto più per la severità che per
la disponibilità a lasciar correre.
In secondo luogo, Renzi ha sempre assicurato che l’operazione è subordinata alla firma di
un accordo tra le banche e le aziende, dunque a un semaforo verde da parte di entrambe
le parti. Non è però chiaro quale sarebbe il vantaggio per le aziende dal momento che,
mentre il Tfr non è considerato come debito nel bilancio, il prestito delle banche lo
sarebbe, con ovvie conseguenze sul costo del denaro per le imprese medesime.
Non è poi stato risolto il nodo dei fondi integrativi, segnalato di nuovo ieri dal commissario
dell’Ins Tiziano Treu: «Se si mette il Tfr in busta paga viene meno una delle fonti principali
della previdenza integrativa, e questo è un problema soprattutto per i giovani». A titolo
personale, lo stesso Treu lancia quindi una proposta alternativa: «Si potrebbe fare un
intervento di emergenza per tre o quattro anni e poi tornare a destinare il Tfr alla
previdenza integrativa». A conti fatti, dunque, Renzi sta seguendo la sua eterna strategia:
puntare sull’effetto annuncio, convinto che, una volta data per acquisita un’operazione che
acquisita non è, nessuno potrà poi bloccarla. In questa situazione, con tante incognite
ancora non solo da risolvere ma addirittura da affrontare, l’ipotesi di arrivare alla
presentazione della legge di stabilità con la matassa Tfr già dipanata è poco realistica. Il
presidente del consiglio punta probabilmente a prefigurarla nelle ottimistiche dichiarazioni
d’intenti per poi inserirla nella legge di stabilità a metà percorso, con un emendamento ad
hoc.
Ma si può star certi che in nessun caso la lascerà cadere.
Quell’operazione Matteo Renzi la vuole a ogni costo e farà valere per intero il peso della
politica, e del potere politico, per vincere le resistenze dettate dalle considerazioni
economiche. Nei prossimi giorni eserciterà ogni forma di pressione possibile, non esclusa
se necessario la minaccia di far saltare tutto, su tutti i soggetti coinvolti: sulla banche, sulle
imprese e anche sulle istituzioni finanziarie europee.
Del 14/10/2014, pag. 10
La Fiat ammaina la sua bandiera a Torino e la
alza a Wall Street. Ma il debutto è incolore
Il titolo dopo una brillante partenza ha chiuso in calo dell’1% a New York
Elkann: “Una giornata storica” Marchionne: “Centreremo gli obiettivi”
NEW YORK . Hanno dovuto stirare la bandiera italiana per poterla esporre sulla facciata di
Wall Street. Non capita tutti i giorni di inserire nel listino una società italiana, sia pure in
comproprietà con la bandiera americana e con quella del Brasile, altro punto di forza della
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nuova Fca. Siccome a Wall Street le azioni contano, il posto d’onore tra i tre vessilli spetta
all’Italia. Exor possiede infatti quasi la metà della nuova società.
«Questo è il coronamento di un lavoro durato più di cinque anni e costruito dalle 300 mila
persone che fanno la nostra azienda», dice l’amministratore delegato, Sergio Marchionne,
rispondendo alle domande delle tv in quella che un tempo era la sala delle contrattazioni
più rumorosa del mondo. Oggi è stata silenziata dai computer ed è sostanzialmente
occupata dalle telecamere. Il grosso delle vendite e degli acquisti si svolge on line. Il
fascino della campanella rimane però inalterato e alle 16 (ora di New York) Marchionne ed
Elkann la suonano insieme a segnare la fine delle contrattazioni di giornata.
Il presidente di Fca si presenta al balcone con la moglie e i due figli: «Sono orgoglioso di
aver portato la Fiat fino qui», dice prima di salutare il pubblico della sala più famosa della
finanza mondiale con i bambini in braccio. Il primo giorno di quotazione si chiude
sostanzialmente in parità. Il titolo resta a 8,92 dollari, poco sotto i 9 dollari della quotazione
di partenza. La curiosità degli investitori americani riguarda le scelte sull’aumento di
capitale e sul futuro di Ferrari. Non per caso la rossa è l’auto del gruppo più fotografata tra
quelle esposte in strada di fronte all’ingresso del Nyse. Vendere Ferrari? «Al contrario, è
un marchio fortissimo, ce la teniamo stretta», dice Elkann. E aggiunge che «il ritorno di
Alfa Romeo in America, così come il raggiungimento delle 400 mila vendite globali sono
obiettivi possibili. Sul ritorno in Usa di Alfa metteremo lo stesso impegni che abbiamo
messo in questi 60 anni di presenza Ferrari».
Il riferimento è alla recente celebrazione per l’anniversario del Cavallino a Los Angeles, cui
hanno partecipato Marchionne ed Elkann ma non Montezemolo. Per Marchionne «la
quotazione di oggi è anche il ritorno a Wall Street di Chrysler». La più piccola delle case di
Detroit era sparita dal listino nel 2007, quando era cominciata la fase più dura della crisi
che l’aveva portata sull’orlo del fallimento. Sempre in risposta agli analisti americani l’ad
ripete che «tecnicamente non è necessario un aumento di capitale». Poi precisa che «non
è necessario ottenere denaro vendendo azioni », allusione che finisce per puntare
l’obiettivo sulla prossima riunione del cda il 29 ottobre a Londra.
È evidente che, chiuso il capitolo della fusione con Chrysler, il board di Fca già pensa a
nuove mosse, in programma, sembra di capire, in tempi abbastanza brevi. Nuove
alleanze, aveva ipotizzato lo stesso Marchionne nei giorni scorsi. Che cosa resta all’Italia e
ai dipendenti italiani di questo passaggio?: «Lo dico con grande umiltà, altrimenti mi
accusano di essere arrogante. Con la nostra storia abbiamo dimostrato che gli italiani
sanno costruire un grande progetto e portarlo a termine», risponde Marchionne. I l
passaggio di ieri serve anche a far partire il piano prodotti, quello che, ha più volte
promesso l’ad, dovrà togliere la cassa integrazione dagli stabilimenti della Penisola.
Del 14/10/2014, pag. 28
La Cina supera gli Usa nella top ten del Pil
Sempre più emergenti e l’Italia ora è fuori
Fmi e Banca Mondiale aggiornano la classifica sorpasso dell’India su
Giappone e Germania
FEDERICO RAMPINI
È la nuova Top Ten globale e noi non ci siamo. In occasione del meeting annuo che si è
tenuto a Washington, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno
aggiornato le “misure” dell’economia. Usando il Prodotto interno lordo a parità di potere
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d’acquisto (un metodo per aggiustare i diversi livelli di costo della vita), c’è la conferma di
un sorpasso annunciato: l’economia cinese in base a questo criterio è ormai passata al
primo posto nel 2014, relegando gli Stati Uniti a numero due. Sul filo del traguardo: 17.600
miliardi di dollari il Pil cinese, 17.400 quello americano. Ma ci sono ben altre sorprese in
questa classifica. L’India balza già al terzo posto superando Giappone e Germania;
dunque “Cindia” diventa realtà, occupa un peso dominante nei nuovi equilibri economici.
La Russia e il Brasile (ora sesta e settima) superano la Francia. L’Indonesia conquista il
nono posto, scavalca l’Inghilterra che viene relegata al fanalino di coda. L’Italia di
conseguenza sparisce, espulsa dalla Top Ten.
Questa classifica è arbitraria e si presta alle contestazioni. Il Pil, anche aggiustato per il
potere d’acquisto, è notoriamente un indicatore controverso. I “sorpassi” che lusingano
l’amor proprio delle classi dirigenti, non hanno di per sé un’influenza sul tenore di vita della
popolazione. Cina e India restano “ricche nazioni piene di poveri”, con gravi squilibri
interni. Resta tuttavia che la Top Ten dà la misura di una svolta storica. Tra le dieci più
grandi economie mondiali la metà sono nazioni emergenti, un dato che sarebbe stato
impensabile anche solo un decennio fa.
Ed è un dato che sta pesando, in questo momento negativamente, sulla ripresa globale e
sui mercati finanziari. Dopo l’eterna crisi dell’eurozona, il secondo problema che affligge
l’economia mondiale sono proprio i Brics (acronimo formato dalle iniziali di Brasile Russia
India Cina Sudafrica). La caduta delle Borse nella scorsa settimana ha avuto due cause: il
calo della produzione industriale tedesca, e il rallentamento delle ex-locomotive emergenti.
I dati forniti dalla società Capital Economics sulle 19 principali economie emergenti
indicano una frenata nella loro produzione e nei loro consumi, che li riporta ai livelli del
2009: cioè l’anno in cui i Brics subirono sulle loro esportazioni l’impatto delle recessione in
Occidente.
Fra tutti pesa in modo determinante il rallentamento della Cina. Resta pur sempre
locomotiva, ma il rallentamento è vistoso: dal 7,5% di aumento del Pil nel secondo
trimestre, si è passati al 6,8% nel terzo. Lontani sono in tempi in cui la Repubblica
Popolare cresceva del 10% annuo (erano gli anni dopo l’ingresso nel Wto), ma anche l’8%
messo a segno quando l’America entrava in recessione. Ora quando frena la Cina, tutte le
altre economie emergenti stanno male. Il nesso è forte. Perché l’economia cinese è
diventata di gran lunga la più vorace consumatrice di materie prime. E gli altri membri del
club dei Brics — con l’unica eccezione dell’India — sono grossi esportatori di materie
prime. Ecco quindi trebbe perfino finire in recessione, l’impatto sull’opinione pubblica può
avere un peso determinante sul ballottaggio dell’elezione presidenziale. Il Messico figura
tra i produttori di petrolio presi alla sprovvista dal calo dei prezzi, dovuto alle minori
importazioni cinesi. L’Opec è in pieno caos. Perfino la Federal Reserve sta chiedendosi se
l’economia Usa ce la farà a continuare la sua crescita mentre tutto il resto del mondo
rallenta. Spiegata la crisi attuale della Russia, solo in piccola parte provocata dalle
sanzioni sull’Ucraina, in larga parte invece legata al calo dei prezzi del petrolio. Anche il
Brasile patisce, visto che il suo export agricolo era stato trainato dal boom di alcuni
consumi cinesi (soia e zucchero). Con un’economia brasiliana che ormai sfiora la crescita
zero e potrebbe perfino finire in recessione, l’impatto sull’opinione pubblica può avere un
peso determinante sul ballottaggio dell’elezione presidenziale. Il Messico figura tra i
produttori di petrolio presi alla sprovvista dal calo dei prezzi, dovuto alle minori
importazioni cinesi. L’Opec è in pieno caos. Perfino la Federal Reserve sta chiedendosi se
l’economia Usa ce la farà a continuare la sua crescita mentre tutto il resto del mondo
rallenta.
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