Alessandra Gallo Orsi

CASTELLO DI PRALORMO
Pralormo, Torino
La porta del castello di Pralormo ci riporta all’importante intervento dell’architetto Ernesto Melano (1792-1867) che scaturì dalla
capacità del conte Carlo Beraudo di Pralormo di riunire in sé l’intera proprietà del maniero, prima suddiviso con le famiglie dei Roero e dei Ferrero della Marmora.
Carlo Beraudo di Pralormo fu uomo di spicco del primo Ottocento; egli fu ambasciatore a Berlino, Parigi e Vienna per Vittorio Emanuele I e per Carlo Felice. In seguito fu ministro di Carlo Alberto prima alle Finanze e poi all’Interno. In questo ultimo incarico si
occupò di Lavori pubblici e dei Beni della Real Casa e sicuramente in questa veste conobbe l’architetto Melano, che svolgeva un’intensa attività professionale come Direttore superiore dell’Ufficio d’Arte e come Primo Architetto Misuratore di Sua Maestà, e lo incaricò del progetto di trasformazione del suo castello.
L’incarico di elaborare un progetto generale su tutto il complesso, nacque dall’esigenza di ricucire la frammentarietà dell’insieme
che derivava dalla lunga stratificazione storica e dal frazionamento della proprietà. Il Melano intervenne radicalmente nel castello
tra il 1840 e il 1846, con l’intento di riconnettere tra loro i vari corpi del complesso e dare, sotto il profilo formale, un’unità stilistica, trasformando la struttura in un luogo di residenza e di rappresentanza per la famiglia.
La parte più antica del castello si strutturava in un blocco quadrangolare con cortile interno a cui furono aggiunti nel tempo due torri angolari circolari, e un corpo composito posto sull’angolo sud-ovest.
Il castello presentava sui fronti esterni piccole feritoie nei piani inferiori e alcune finestre nelle parti superiori. L’intervento riplasmò completamente i fronti ritmandoli con bucature ad arco regolari. Sul fronte ovest fu creato un portico di accesso con terrazza
(abolendo il fossato medievale e l’antico ponte levatoio) e un nuovo corpo in stile neogotico, addossato alla facciata sull’angolo
nord-ovest, in modo tale che bilanciasse esteticamente il volume esistente sull’angolo opposto. Il progetto prevedeva di foderare i
fronti a settentrione e a occidente, quelli di maggiore visibilità dal giardino, con un nuovo paramento murario laterizio a vista, mentre le altre due facciate avrebbero dovuto essere intonacate e tinteggiate a finto mattone. Alla fine la foderatura in mattoni non fu
realizzata e solo una delle due facciate intonacate fu decorata secondo gli intenti progettuali.
Il progetto coinvolse anche la distribuzione verticale, demolendo i tre corpi scala esistenti e creandone uno nuovo, di ampie dimensioni, in prossimità dell’ingresso. Il nuovo scalone, l’elemento di spicco di questa nuova progettazione, si presenta a pianta ovale e
con gradini in marmo di Carrara a sbalzo sorretti da archi allungati.
Le quattro ali intorno al cortile non erano in comunicazione tra loro, avevano piani di calpestio sfalsati e avevano ingressi indipendenti. Partendo dal livello del Salon Bleu, pavimentato in mattonelle ceramiche monregalesi, l’architetto creò al primo piano un
grande spazio centrale, ottenuto coprendo il cortile interno. Sul perimetro di questo ambito fu concepita, in ogni piano, una galleria per disimpegnare tutti i locali che vi si affacciavano. L’allestimento decorativo è in stile neoclassico e delinea superfici verticali assimilabili a fronti di palazzi che racchiudono l’area centrale, pavimentata in battuto alla veneziana, e conclusa superiormente
da un grande lucernario posto sulla copertura. Questo spazio fungeva da salone di rappresentanza ma in esso emerge una nuova concezione spaziale, essenza delle gallerie urbane coperte, che denuncia la modernità e l’influenza d’oltralpe del pensiero del Melano.
ALESSANDRA GALLO ORSI
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