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Aifo Novembre 2014 (1 MB)

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AMICI di
FOLLEREAU
Per i diritti degli ultimi
N. 11 novembre 2014
DOSSIER: sulle tracce di Follereau
Anno LIII - n.11 / novembre 2014 - Poste Italiane SPA, Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv.in.L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, c.1, CN/BO - Filiale di Bologna – € 1,03
25 GENNAIO 2015
SI PREPARA LA GRANDE PIAZZA AIFO
La Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra (GML) è per Aifo
l’avvenimento più importante dell’anno.
L’ultima domenica di gennaio, che il nostro Fondatore Raoul
Follereau ha voluto fosse dedicata ai malati di lebbra, cade
il prossimo 25 gennaio.
Vivere
è aiutare
a vivere
È tempo di preparare la presenza di gruppi e di persone
solidali nelle piazze d’Italia per organizzare i banchetti
dove proporre il Miele della solidarietà e altri prodotti
per sostenere i progetti Aifo nel mondo, per diffondere
l’informazione e rendere sensibile un pubblico più grande.
I gruppi e le persone solidali possono rivolgersi alla sede
nazionale per segnalare la propria disponibilità, ricevere il
materiale per organizzare la GML che, come da tradizione,
si sviluppa prima e dopo la giornata di gennaio.
AIFO - Segreteria e Servizi Generali - Tel 051 4393211 - Fax 051 434046
www.aifo.it - e-mail: [email protected]
Editoriale
Vivere è aiutare a vivere
V
ivere è aiutare a
vivere
La nostra azione di volontari serve anche a questo: a
non lasciare che l’abitudine agli orrori che la televisione
ci fa passare davanti ogni giorno provochi l’indifferenza
e la morte della pietà. La forza ideale del messaggio
profondamente umano e cristiano di Follereau è
Care amiche, cari amici,
quello che deve permeare i nostri Gruppi e la nostra
questa frase di Raoul
azione ed è quella con la quale porteremo avanti tutti i
Follereau sarà quella che ci
nostri programmi e tutte le iniziative, che la generosità
accompagnerà nella nostra
suggerirà ai nostri soci e volontari. Io credo che proprio
attività di quest’anno, nella
nei momenti di crisi si resta più uniti, si lavora al meglio
nostra attività sia in Italia,
e si scoprono energie insospettate.
nel nostro ambiente, che
Coltiviamo il coraggio di Follereau, che istituiva L’ora
per i nostri Progetti all’estero.
del povero in uno dei periodi più difficili della nostra
O gli uomini impareranno ad amarsi o, infine, l’uomo vivrà
storia: le capacità maturate dalla nostra Associazione
per l’uomo o gli uomini moriranno.
possono essere utili ad affrontare in rete anche tanti
Tutti e tutti insieme.
problemi di questo nostro confuso mondo occidentale.
Il nostro mondo non ha che questa alternativa: amarsi o
E nello stesso tempo continuiamo nella nostra missione
scomparire.
di sensibilizzazione e aiuto verso i tanti “ultimi” del
Bisogna scegliere. Subito. E per
mondo, le tante persone dei
sempre.
nostri Progetti, che contano su
ESSERE
PRESENTI
NELLE
(R. Follereau)
di noi.
NOSTRE REALTÀ DI TUTTI I
Forse mai come in questo
Il 3 Dicembre: Giornata
momento storico ci rendiamo GIORNI, NON DIMENTICANDO DI
internazionale delle persone con
conto della realtà di queste FAR FUNZIONARE LA TESTA E IL
disabilità.
parole e dell’importanza di tener
L’ultima domenica di Gennaio:
CUORE.
viva la speranza, di tener vivo
Giornata mondiale dei malati di
quell’anelito di giustizia e di pace
lebbra.
(e di pace con un po’ di giustizia), di difendere l’uomo e
Due date che scandiscono durante l’anno il nostro
la sua dignità al di là delle molteplici lebbre dell’egoismo
maggiore impegno.
e dell’indifferenza. Ci rendiamo conto della necessità di
Circa un miliardo di persone con i più diversi gradi di
essere presenti nelle nostre realtà di tutti i giorni, non
disabilità e solo il 5% dei bambini con disabilità nel Sud
dimenticando di far funzionare la testa e il cuore.
del mondo va a scuola. L’Oms segnala costantemente da
Come si fa a rinchiudersi in un egoistico provincialismo
anni oltre 200.000 nuovi casi di lebbra, cifra largamente
quando mezzo mondo sta scoppiando? Quando il
sottostimata, e tanti milioni di persone guarite, ma
Medio Oriente e il Nord Africa, a un passo da noi,
con gravi disabilità legate alla lebbra, perché arrivate
senza parlare dei tanti altri Paesi, sono scossi da terribili
tardi alla cura. Anche bambini: possiamo sopportare
sconvolgimenti che obbligano popoli a scappare per
nell’anno 2014 questa vergogna? Tutte persone delle
non morire?
quali al mondo non importa nulla, se non per metterle
Restiamo umani scriveva Vittorio Arrigoni alla
da parte. Tutte persone che con un piccolo aiuto possono
fine di ogni suo articolo, anche durante i peggiori
prendere il loro posto nella società e anche diventarne
bombardamenti di Gaza.
leader. È la nostra sfida!
Vivere è aiutare a vivere.
“
“
Anna Maria Pisano
5
Profezia
7
Primo piano
9
Sardegna: paradiso
di guerra
11
15
17
19
21
Claudio Imprudente
Lettera al nipote disabile
Nicola Rabbi
Gaza: guerra ai disabili
Dossier
Costa d’Avorio: sulle
tracce di Follereau
Progetti
Lo yogurt più buono della
Mongolia
Cina: un raggio
di sole tra le montagne
Strumenti
Raoul Follereau e
il diritto al cibo
Esperienze
Karamo, che non
abbiamo scelto
Mariella Cao
Luciano Ardesi
Nicola Rabbi
Li Fukang
a cura del Settore
Educazione e
Formazione Aifo
Carmelo Spinali
e Nella Ternullo
Fonte: Claudio Imprudente
Profezia
Lettera al nipote disabile
UNA VOLTA CONQUISTATI, I DIRITTI DEVONO ESSERE MESSI IN PRATICA
E TRAMANDATI ALLE NUOVE GENERAZIONI. E DEL PROPRIO CORPO
NON BISOGNA MAI AVERE PAURA
E
ccoci anche quest’anno giunti alla fatidica
data: 3 dicembre, giornata internazionale
dedicata dall’Onu ai diritti delle persone con
disabilità. Per tanti una giornata-simbolo di
emancipazione e rivendicazione ma anche, in alcuni casi, di
commercializzazione e buonismi di facciata. Cito il mio amico
Franco Bomprezzi, giornalista con disabilità, tra gli autori del
blog Invisibili del Corriere della Sera: “Retorica? Rito che si
ripete? Inutile ipocrisia pubblica di facciata? Ne facciamo a
meno? Tanto non serve a niente e la realtà è sempre più dura?
Sono le domande che tutti ci siamo posti, in questi giorni. Per
stanchezza, per delusione, per paura di fronte agli effetti della
crisi, che colpisce in tutto il mondo le politiche di welfare e
di inclusione sociale. Eppure no, non sono d’accordo. Sarò un
inguaribile ottimista, ma sono convinto che le parole servano,
che i momenti di riflessione aiutino a serrare le fila, e a fare
rete. Rifiutare il silenzio”.
Ecco, forse le parole di Ban Ki-moon, segretario generale
dell’Onu che dice: “Occorre colmare il divario tra le buone
intenzioni e le azioni attese da tempo” possono davvero
apparire un po’ di circostanza, visto che la Convenzione,
approvata più di otto anni fa, e legge anche nel nostro paese,
è ancora un oggetto misterioso non solo per chi governa, ma
anche per gli addetti ai lavori, gli operatori del settore, persino
moltissime persone con disabilità, che pure dovrebbero
Fonte: archivio fotografico di Aifo
di Claudio Imprudente *
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
5
Profezia
stamparla e tenerla sul comodino.
Ma c’è almeno un buon motivo per non rinunciare al 3
dicembre: è la memoria. La storia dei diritti, di come eravamo.
Sono d’accordo con Franco Bomprezzi, la memoria contiene
sempre in sé una piccola profezia: costruire il futuro a partire
dal passato, il tema centrale di questa giornata, il motivo per
cui vale la pena darsi tanto da fare per preservarne il ricordo
e l’esperienza.
Se è vero che è la memoria che fa la storia, si potrebbe dire
che la disabilità è storia recente. Cosa ci aspetta dunque ora?
Conquistati i diritti arriva il momento non solo di metterli
in pratica ma anche di tramandarli. E a chi se non alle nuove
generazioni?
Che cosa accadrà ai futuri bambini e ragazzi con disabilità?
Me lo chiedo spesso. Così, più che mettermi a fare profezie
come la Pizia dell’oracolo greco, mi sono divertito a
immaginare un dialogo nel presente, una lettera, rivolta a un
ipotetico nipote con disabilità, proprio come fece Umberto
Eco nella discussa testimonianza pubblicata su L’Espresso.
Una lettera, molti di voi l’avranno letta, che desidera dialogare
con una generazione che sta crescendo con ritmi e strumenti
culturali molto veloci e frenetici, sicuramente diversi dai
nostri. È sotto gli occhi di tutti. Pensate alle abitudini dei
nostri figli, dei nostri nipoti attaccati ai pc e bombardati da
continue informazioni… riconoscersi risulta difficile, tanto è
mutata la società in questi ultimi anni.
Ecco cosa gli scriverei.
Vorrei, caro nipote, proprio a te che hai una disabilità, regalarti
qualche consiglio, a partire dalla mia esperienza, dalla mia vita
vissuta, perché tu possa fare altrettanto e di più.
Ritorno ai banchi di scuola, ai tempi in cui frequentavo le
scuole speciali. Sai cosa erano? Immagina delle scuole costruite e
pensate esclusivamente per persone con disabilità, in cui l’unico
normodotato è la maestra, divisa tra deficit e abilità estremamente
diverse tra loro … Forse oggi il tuo compagno di banco ti aiuta
a fare i compiti insieme alla tua insegnante di sostegno e poi ti
porta a giocare a calcio, a basket o a quello che più ti piace … Tutto
questo non è scontato. È il frutto di anni di fallimenti, prese di
coscienza, riflessioni, lotte e conquiste che ci hanno portato fin
qui, a un’immagine della disabilità capace di contaminazioni,
incontri, confronti con altre discipline ed esperienze.
Se oggi c’è ancora qualcosa da fare, è soprattutto recuperare quella
voglia lì, il desiderio cioè di non dare nulla per assodato e andare
sempre oltre, per arrivare, finalmente, a non dover più parlare
di integrazione ma semplicemente a viverla. Sapere quello che c’è
stato prima di te è importante. La memoria storica, come ci ricorda
un illustre della biografia culturale del nostro paese, Umberto Eco,
è fondamentale per il tuo futuro e forse anche per il mio, perché mi
piace pensare che quello che ho fatto possa proseguire con te, nelle
tue battaglie e nei tuoi traguardi.
Di certo non ti mancheranno gli strumenti, oggi l’innovazione
è a portata di click. Mi permetto però di dirti che questo non basta,
perché non è su Facebook che incontrerai lo sguardo degli altri e
soprattutto non è lì che ne sentirai il peso su di te.
Ricordati che se qualcuno ti guarda negli occhi e tu abbassi lo
sguardo hai perso ma se tu ricambierai il suo sguardo allora avrai
vinto. E su questo, credimi, non c’è ausilio o tecnologia che tenga.
Non avere paura del tuo corpo, anche se è deforme, usalo, sappi
essere artista di te stesso e mettilo sempre al centro degli altri.
Non vergognarti dei tuoi desideri. Ricordati che sei una persona
completa, che potresti anche innamorarti e far innamorare.
Il mondo che vi lasciamo in mano non è certo “il migliore dei
mondi possibili”, ma questo serve a ricordarti cos’era qualche anno
fa, perché senza conoscere il nostro passato non possiamo cambiare
il nostro presente. ■
* Presidente onorario del Centro Documentazione
Handicap di Bologna
Fonte: AJP/shutterstock
6
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
Fonte: archivio fotografico di Educaid
Primo piano
Guerra ai disabili
LE PERSONE CON DISABILITÀ SONO STATE PARTICOLARMENTE
COLPITE DURANTE L’ATTACCO A GAZA. MORTI, FERITI, STRUTTURE
E SERVIZI CANCELLATI DALLE BOMBE E ALTRE PERSONE RESE
INVALIDE DALLA GUERRA
di Nicola Rabbi
I
n qualsiasi società una persona con disabilità incontra
più difficoltà di altre; per muoversi, per trovare un
lavoro o avere una vita sociale e affettiva, un disabile
deve far fronte a molte barriere sia fisiche che culturali
e spendere molte più energie e soldi per cercare di superare
queste difficoltà. Ma cosa succede quando una persona
disabile vive in un paese sotto assedio da anni e dove c’è stato
un attacco della durata di 51 giorni dagli effetti devastanti?
“Include”: un progetto per le donne disabili di Gaza
Un’occasione per parlarne in termini precisi, ce la offre la
testimonianza di persone che lavorano su questi temi in quel
paese martoriato. A Gaza, da un paio di anni, l’Ong Educaid
assieme ad Aifo e Rids (Rete italiana disabilità e sviluppo),
sta portando avanti il progetto Include “Promozione socioeconomica delle donne con disabilità nella striscia di Gaza”
che offre molte attività aventi come scopo la promozione dei
diritti.
Tra le attività una mira al rafforzamento delle capacità
imprenditoriali finanziando, con un prestito a fondo perduto,
il loro avvio. “Abbiamo finanziato 34 idee, mediamente con
2 - 3 mila euro ognuna - dice Adriano Lostia, responsabile
Paese per conto di Educaid - le attività proposte erano
piuttosto diverse e andavano dal design all’allevamento
di polli e pecore, dal salone di bellezza a piccole attività
commerciali come cartolerie o drogherie”.
Parallelamente a quest’azione Include ha portato avanti
anche la presa di coscienza e la sensibilizzazione della
popolazione in generale attraverso un percorso di formazione
nell’uso dei media. “Quest’azione ha coinvolto 30 donne,
laureate e già impegnate nei media - continua a spiegare
Lostia - a loro abbiamo dato un’ulteriore formazione a
quella che già avevano; hanno quindi coinvolto attraverso
dei workshop altre 120 donne con disabilità appartenenti a
organizzazioni impegnate nel campo della disabilità”.
Il risultato di quest’attività sarà presto visibile sul sito
www.include.ps, dove si potranno vedere 15 brevi video e
sarà pubblicata una rivista dal titolo Voice of women.
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
7
Primo piano
Emancipare i disabili
nella striscia di Gaza
Aifo ha partecipato al progetto Include attraverso
una formazione, condotta dal dr. Sunil Deepak, a
30 donne disabili palestinesi. Durante gli incontri
le donne hanno raccontato le difficoltà che
devono affrontare ogni giorno per accedere ai
servizi socio-sanitari, hanno parlato anche della
mentalità dei genitori di bambini disabili e hanno
riportato al gruppo esempi positivi di persone
con disabilità che hanno avuto successo nel
lavoro. “L’Implementing Emancipatory Disability
Research - spiega Sunil Deepak - consiste in
un metodo che vede la partecipazione diretta
delle persone con disabilità, la loro presa di
coscienza, la sensibilizzazione della popolazione
e il rafforzamento delle capacità delle altre
persone disabili”.
Dalla testimonianza di molte donne emerge
come il personale sanitario palestinese (medici,
specialisti, infermieri) non sia assolutamente
preparato ad accogliere le persone con disabilità
come pazienti.
“Margine di protezione”: ma per chi?
È questo il nome dell’offensiva di terra e dal cielo che
l’esercito israeliano ha condotto nella striscia di Gaza dall’8
luglio al 26 agosto anche come risposta all’omicidio di tre
adolescenti israeliani avvenuto nel giugno precedente. I
dati parlano di oltre 2.000 morti palestinesi (la stragrande
maggioranza civili), più di 11 mila feriti, 16.000 abitazioni
private distrutte e pressoché ogni fabbrica danneggiata. Se
queste cifre vengono lette dalla prospettiva di un’Ong che
lavora sul tema della disabilità o dai disabili stessi, questi dati
diventano ancora più terrificanti.
“Sono ritornato a Gaza durante il cessate il fuoco continua Lostia - e la situazione che ho trovato era molto
mutata in peggio. Delle 150 donne che seguivamo, nessuna
per fortuna era rimasta vittima dei bombardamenti, ma
alcune di loro avevano perso dei parenti, altre la casa”.
La cosa che più lo ha colpito è stato il cambiamento
di clima tra la popolazione che Lostia conosce bene visto
che frequenta la Palestina da 11 anni. “Questa guerra ha
messo le persone una contro l’altra. Poiché non si sapeva
dove scappare, dato che a Gaza non si può uscire, la gente si
spostava cercando un posto sicuro; si cercavano altre case ma
8
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
Fonte: archivio fotografico di Educaid
i proprietari non volevano inquilini che non conoscevano,
perché bastava che una sola persona avesse avuto dei rapporti
con Hamas che l’intero edificio correva il rischio di essere
demolito dalle bombe”.
I più deboli sono i più colpiti
Il progetto Include ha anche una pagina Facebook
(Include Gaza) che raccoglie foto, testimonianze e dati
sulle ripercussioni che la guerra ha avuto sulla popolazione
disabile: 11 persone con disabilità sono state uccise durante
i bombardamenti, altre 10 sono state ferite. Questi numeri
non sono alti, anche se si tratta comunque di vite umane, ma
accanto a questo si deve aggiungere la distruzione delle case,
delle strutture pubbliche e dei servizi che le associazioni e
le Ong prima offrivano. Le bombe e i razzi hanno portato
al danneggiamento di 13 ospedali, 15 pronto soccorso, 35
strutture che offrivano servizi socio-sanitari, alla distruzione
di 12 ambulanze. Le macerie poi non fanno altro che
aumentare le barriere architettoniche. Per finire questa
guerra ha “regalato” alla società palestinese di Gaza altre
persone rese invalide per via delle ferite ricevute (sono stati
stimati mille nuovi invalidi).
Sul sito del progetto Include (www.include.ps) sono
documentate anche le storie di alcune persone disabili, come
quella di Mai Hamada, una ragazza palestinese di 19 anni
ferita mentre dormiva all’interno del Mabarat Falasteen
Society for Handicapped, un centro residenziale per persone
con disabilità. In un altro post si segnala invece la parziale
distruzione dell’Al-Basma Club for the Disabled (www.
basmaclub.ps), un centro esistente dal 2005 e gestito da
persone disabili e non, che promuovono attività sociali e
sportive, organizzano servizi per una migliore partecipazione
della persona disabile alla società civile palestinese di Gaza.
Tutto questo è stato spazzato via o gravemente compromesso
in poco tempo con le bombe.
Guardare la guerra dalla prospettiva di chi ha più bisogno,
di chi è più debole servirebbe a tutti, a Hamas come all’esercito
israeliano. Ricostruire è molto più difficile che distruggere e
questo vale ancora di più per le persone disabili. ■
Fonte: corriereinformazione.it
Primo piano
PARADISO DI GUERRA
LE BASI MILITARI IN SARDEGNA TRA DISASTRO AMBIENTALE E
DEVASTAZIONE SANITARIA. UN PROCESSO SI APRE, MA LE SERVITÙ
MILITARI CONTINUANO
P
di Mariella Cao *
aradiso turistico, pattumiera bellica
Per delineare il quadro basta l’osservazione di
uno scienziato tedesco: l’Europa cova nel suo seno
la sua Fukushima, Quirra. La Sardegna concentra
il 60% del demanio militare, 24.000 ettari di terra a fronte
dei 16.000 distribuiti nella penisola. Al demanio si sommano
le servitù, circa 11.000 ha. L’estensione delle zone aeree e
marittime militarizzate non ha termini di raffronto, uno solo
dei quattro tratti di mare annessi al poligono Salto di Quirra
(altopiano a nord-est Cagliari) con i suoi 28.400 kmq supera
la superficie dell’isola, 23.821 kmq.
Il 91% del demanio è usato per le devastanti attività life
fire, con vero munizionamento da guerra, che si articola in
tre Poligoni permanenti: Salto di Quirra (130 kmq a terra),
Capo Teulada, nell’estrema punta sud-occidentale (72 kmq
a terra, 750 kmq a mare) i più vasti e a più intenso utilizzo
d’Europa; Capo Frasca sulla costa occidentale (14,16 kmq
a terra, non quantificabili gli enormi spazi aerei e marittimi
classificati Restricted e Danger). A La Maddalena, in una
superficie quasi irrisoria, si è concentrato il peggio: base Us
Navy per sommergibili nucleari dal 1972 al 2008, area mai
bonificata; Arsenale della Marina militare, dismesso e oggi
agli “onori della cronaca” per l’inquinamento prodotto e la
disastrosa bonifica; due depositi Nato attivi, uno di armi
e munizioni, l’altro di carburante navale, estesi sottoroccia
per circa 20 km ciascuno, bombe innescate nel cuore
dell’arcipelago paradiso turistico.
I regolamenti Nato, che impongono la bonifica subito
dopo ogni esercitazione, in Sardegna non sono mai stati
applicati. L’indagine commissionata dalla Difesa al CNR
(2005) su una parte del tratto di mare annesso al poligono
di Teulada, in linea con i centri studi delle Forze armate
USA, valuta 30 anni di lavori, a poligono “spento”, solo per
rimuovere la ferraglia bellica. Nulla è stato fatto.
La legge italiana (898/76, 104/90) riconosce che le
installazioni militari causano alle popolazioni coinvolte
un danno economico e sociale, di conseguenza in base al
principio di eguaglianza, impone al ministro della Difesa
di provvedere all’equa redistribuzione dei gravami militari
su tutto il territorio nazionale. Tutti i ministri hanno
tranquillamente evaso l’obbligo. Non intendiamo scaricare
su altri l’abnorme eccesso di servitù. Il surplus deve sparire! Il
ripudio della guerra implica il ripudio delle basi, dei poligoni,
degli arsenali di guerra.
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
9
La salute devastata
I drammi umani che conosciamo, per quanto parziali,
sono traducibili in numeri che pesano come macigni. Sono
32 i militari colpiti dalla “sindrome Golfo-Balcani” senza
mai essere andati nei teatri di guerra; Escalaplano, 2.400
abitanti, 14 bambini malformati, 10 persone con tumori
emolinfatici e tiroidei; nei tre paesi costieri, circa 50 persone
rientranti nelle categorie esposte (dipendenti civili del
poligono e delle ditte operanti nel poligono, familiari di
militari, coltivatori di terreni prossimi al poligono di Quirra)
colpite dalla sindrome; Quirra, frazione di Villaputzu, meno
di 150 abitanti, 21 persone distrutte da leucemie e linfomi.
Le compiacenti indagini epidemiologiche ufficiali,
nonostante il ricorso massiccio ai “trucchi di mestiere”, non
sono riuscite ad occultare del tutto la strage. Ad esempio,
dal raffronto dei dati epidemiologici dell’Asl8 e dell’ESA
emerge: mortalità per tumore al sistema emolinfatico, su
26.183 abitanti 36 casi, 14 di questi concentrati tra i 5004
abitanti di Villaputzu, cioè tra il centinaio di abitanti della
frazione Quirra; mortalità linfoma Non Hodgkin, 70% a
Villaputzu-Quirra.
Nel corso di oltre un decennio l’ostinata lotta dal basso,
portata avanti congiuntamente da comitati antimilitaristi
della Sardegna, da famiglie e associazioni di militari, sostenuta
da un ristrettissimo numero di parlamentari, ha impedito
che calasse il silenzio, ha mantenuto alta l’attenzione e ha
strappato alcuni risultati.
Fonte: spotmatik/shutterstock
10 Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
Fonte: today.it
Primo piano
Due Commissioni parlamentari d’inchiesta (2005/08)
sull’uranio impoverito e la contaminazione bellica hanno
concluso: che il principio di precauzione e dell’evidenza
sufficiente prevale sull’incertezza scientifica attinente il nesso
causa-effetto tra le attività militari e “i dati inoppugnabili”
dei tassi anomali di patologie rilevati tra militari inviati
nei teatri di guerra, militari in servizio nei poligoni e
popolazioni residenti nei pressi dei poligoni; “L’assenza di
certezze scientifiche non deve servire da pretesto per ritardare
l’adozione di misure” (Onu, Protocollo di Rio 1992). Inoltre
sull’Amministrazione della Difesa grava grava l’obbligo di
risarcire le vittime militari e civili; i poligoni sono equiparati
ai teatri di guerra, la popolazione che vive nei pressi dei
poligoni è equiparata ai militari inviati nei teatri di guerra.
Le sentenze della Magistratura di condanna del ministero
della Difesa sono sempre più numerose. Il 2011 è stato
l’anno della scossa che ha aperto la breccia del muro di
gomma eretto a protezione dei santuari militari. L’indagine
sugli allevamenti ovini nell’area del poligono di Quirra
condotta dalle Asl (2010) - destinata al top secret, “fuggita e
approdata” in internet e nei media internazionali – rileva la
connessione tra alterazioni genetiche delle greggi e neoplasie
degli allevatori; evidenzia la tendenza all’incremento;
quantifica i dati: il 65% dei pastori che lavorano entro i
km 2,7 dell’area a mare del poligono (Quirra) e il 30% di
quelli che hanno il gregge nell’area militare dell’altopiano ha
contratto un tumore.
L’Inchiesta della Procura di Lanusei, avviata nel
gennaio 2011 in seguito al rapporto choc dei veterinari,
ha portato alla luce le truffe della “scienza di Stato” e uno
scempio ambientale che supera i nostri peggiori sospetti. Per
la prima volta in Italia e in Europa un poligono è stato messo
sotto accusa e sotto sequestro pezzo dopo pezzo. Dopo due
anni, 12 dei 20 imputati sono stati fatti uscire di scena. Per
quanto ridotto ai minimi termini l’impianto accusatorio, il
rinvio a giudizio di otto generali comandanti della base di
Quirra (2004-2010), è una vittoria anche del movimento
popolare per liberare la Sardegna dal ruolo di “Paradiso di
guerra”. ■
*Comitato Gettiamo le Basi
Fonte: Anna Contessini
DOSSIER
SULLE TRACCE DI FOLLEREAU
Viaggio in Costa d’Avorio da dove Follereau ha iniziato la battaglia contro la lebbra. Un paese oggi alle prese con una difficile riconciliazione,
tra povertà e nuove emergenze
di Luciano Ardesi
L
a pista di terra rossa, resa più accesa dalla
pioggia caduta qualche ora prima, taglia
come una lama la boscaglia. Le donne e i
bambini, con i catini sulla testa, procedono
ai lati del nastro rosso sfiorando alberi ed arbusti.
Per quanto di un verde intenso, le foglie lucide
di pioggia restituiscono pur sempre una pallida
immagine della foresta tropicale che avevano
attraversato a partire da Adzopé le suore di Nostra
Signora degli Apostoli quando avevano fatto
appello a Raoul Follereau per costruire quello poi
diventerà un centro per i malati di lebbra.
Adzopé oggi è una cittadina di alcune decine
di migliaia di abitanti, a un centinaio di km da
Abidjan, sulla strada che dalla capitale economica
del paese sale a nord-est verso i confini col
Ghana. Prima di prendere la pista, una visita al
Distretto sanitario di Adzopé è d’obbligo, per
annunciare la visita all’ospedale dell’Istituto Raoul
Follereau. Qui vengono curati i malati di lebbra e
le persone colpite dall’ulcera del Buruli, che negli
ultimi anni ha colpito in modo particolare la Costa
d’Avorio, e che ha all’origine un microbatterio della
stessa famiglia di quello che causa la lebbra e la
tubercolosi.
Ebola, una nuova emergenza
Nell’aria c’è già una nuova emergenza, quella
d’ebola. Siamo lontani dal confine con la Liberia,
ma il governo oltre a chiudere la frontiera e ad
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
11
DOSSIER
allertare le strutture sanitarie ha imposto alcune
misure precauzionali, come evitare gli abbracci e
le strette di mano. Ed è il dilemma anche per il
direttore sanitario che mi sta di fronte.
Il dilemma non si era posto qualche giorno
prima nella cattedrale di Bouaké alla messa
dell’Assunzione. Alle parole del vescovo
“scambiatevi un segno di pace”, a nessuno dei
fedeli è venuto in mente di esitare. Del resto,
durante la sua omelia, il vescovo aveva spiegato
che quel gesto di pace e d’amore non avrebbe
potuto, sotto le ali dello Spirito santo, far male a
nessuno, anzi.
L’imbarazzo si scioglie sulle labbra di entrambi e
con un largo gesto della braccia che mi accoglie.
Non ci sono formalità per quella che è considerata
ormai come una consuetudine per i visitatori
stranieri che passano da queste parti.
Il nastro rosso si snoda con leggeri saliscendi
e all’improvviso si allarga in una pozza d’acqua
ai cui lati si legge sbiadito il nome del villaggio.
Duquesne-Cremone. Villaggio fondato dal Padre
Duquesne e gli amici dei lebbrosi di Cremona
(Italia). Il gruppo di Cremona è stato tra i pionieri
nel sostenere la costruzione dell’ospedale e delle
case del piccolo centro. È il villaggio dove vivono
gli ex-malati di lebbra che, dismessi dall’ospedale,
non hanno trovato accoglienza altrove. Ancora
oggi vi abitano un centinaio di ex-malati e le
loro famiglie. Del resto per le stradine si vedono
soprattutto bambini e giovani. Passaggio obbligato
per l’ospedale, beneficia ciclicamente dell’aiuto di
associazioni straniere. Gli ultimi ad essere passati,
un anno fa, gli americani venuti a rimettere in sesto
le case che la vetustà e il clima tropicale rendono
fragili.
maggio 1980.
A fianco della rotatoria, ben visibile a tutti è
stata eretta la statua in bronzo di Raoul Follereau
a braccia aperte, a fianco una pietra bianca con
scolpite braccia tese che si protendono verso
di lui. La sede della direzione, rifatta di recente,
accoglie i visitatori. Il dr. Bamba Vagamon, un
giovane medico specializzato in dermatologia, è il
direttore dal 2012.
“L’ospedale – spiega – ha una capacità di 172
letti, ed accoglie attualmente un centinaio di malati
circa. I pazienti rimangono generalmente 4-5 mesi
poi sono dimessi. Durante la degenza possono
essere assistiti dalle famiglie”. Per questo si
vedono dei bambini nei padiglioni femminili. “Le
medicine sono gratuite, fornite dalla Stato”.
L’ospedale è specializzato nella chirurgia,
“chirurgia funzionale – tiene a sottolineare – non di
tipo estetico”. Attualmente l’ospedale si avvale di 7
medici e di una ventina di infermieri professionali,
e di altrettanti ausiliari. “La malattia della lebbra
– spiega – toglie identità. Si pensi ad esempio
alla fotografia per una carta d’identità, oppure alle
impronte digitali”. Ma il dr. Vagamon è altrettanto
attento a salvaguardare la dignità dei pazienti.
“Si può fotografare ovunque, ma non riprendere i
volti, le persone da vicino”.
Gli spazi ampi, l’allineamento degli edifici danno
un aspetto di grande ordine e pulizia, che del
resto si osserva anche nelle stanze dei malati.
Il laboratorio ortopedico permette di costruire
ed adattare sul posto le protesi dei pazienti, e di
coloro che gravitano attorno all’ospedale. Accanto
vi è una sala di fisioterapia, sufficientemente
attrezzata. Nel cortile del blocco operatorio
troneggia un busto di Follereau. Il solo edificio
L’Istituto Follereau di Adzopé
Il portale d’ingresso dell’Istituto Raoul Follereau
di Adzopé richiama una certa solennità. Superate
le sbarre d’ingresso, il largo e lungo viale che
conduce al cuore del centro ospedaliero è formato
da edifici ad un piano che ospitano diversi servizi
amministrativi, e verso la fine i padiglioni con
i malati di lebbra e dell’ulcera del Biruli. Dietro
i padiglioni le abitazioni dei medici, di parte del
personale e un internato per gli studenti in medicina
che vengono qui a fare lo stage. Alla fine del lungo
viale una Madonnina bianca su un piedestallo,
fa da rotatoria da cui partono i viali dove sono
collocati i padiglioni dei malati e i diversi servizi.
Il nome di Giovanni Paolo II dato ad uno di questi
viali ci ricorda che il papa era stato in visita il 12
Fonte: A
12
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
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Fonte
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Fonte: Anna
completamente vuoto è la scuola, siamo in agosto.
L’insegnamento è compito delle suore di Nostra
Signora degli Apostoli, all’origine del centro di
Adzopé. Nel grande edificio un po’ in disparte, che
le ospita sono rimaste solo tre suore, di cui due
sono in congedo. Suor Christiana è ivoriana, ed
è arrivata da poco, dal novembre 2013. Esita a
farsi fotografare perché vestita all’ivoriana, con un
panno colorato attorno ad un corpo esile e minuto
che nasconde una grande energia malgrado l’età
avanzata.
Fino al 2010 c’erano anche suore italiane, oggi
rientrate. Ma più che le energia nuove, fanno
difetto le risorse. “Mancano i benefattori – non
esita a sottolineare – le medicine, i materiali per i
laboratori sono insufficienti, manca l’ambulanza”.
Il suo è un appello, non certo una critica alla
gestione dell’ospedale. Ci tiene a sottolineare
le competenze del dr. Vagamon e a ricordare
che è musulmano, e che questo non hai mai
creato problemi. L’ospedale comprende una
grande chiesa, dove padre Francesco, italiano,
ha funzione di parroco, anche lui in congedo in
questo mese di agosto.
L’Istituto Follereau di Manikro
L’Istituto Nazionale Raoul Follereau ha un altro
ospedale, a Manikro, vicino a Bouaké, la seconda
città della Costa d’Avorio, nel cuore del paese e
della ribellione e della guerra civile che lo hanno
devastato dall’inizio del secolo fino a due anni fa. Da
Bouaké passa l’asse centrale delle comunicazioni
nord-sud dove si incontrano con più frequenza i
veicoli dei caschi blu della missione dell’Onu,
segno che la riconciliazione politica lascia ancora
spazio ad una certa insicurezza. I posti di blocco
sono numerosi, un modo per la truppa locale per
arrotondare il salario, oltre a scoraggiare i “tagliastrade” che soprattutto di notte prelevano la loro
parte di bottino.
In onore del medico francese che vi aveva operato
a lungo ha preso il nome di Raffierkro, il villaggio
(kro) del dr. Gilbert Raffier, che lo ha fondato
all’inizio degli anni ‘60, con l’aiuto di Follereau,
che lo aveva visitato, e delle associazioni nate
nei diversi paesi, come luogo per gli ex-malati di
lebbra che erano stati curati nell’ospedale appena
al di là della strada.
Il villaggio ha un aspetto vivace, anche grazie alle
nuove generazioni che vi sono cresciute. Come in
altri piccoli villaggi per i malati di lebbra, le sue
case portano le targhe con i nomi dei gruppi e dei
paesi che hanno contribuito alla sua costruzione.
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
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DOSSIER
Follereau e Adzopé
Follereau si reca per la prima volta ad Adzopé
nel 1950 per visitare il nuovo centro per i
malati di lebbra per il quale si era speso da
tempo. Quell’anno segna del resto l’avvio
possente di quella battaglia per la lebbra che
non abbandonerà mai più. Se i primi lebbrosi li
aveva conosciuti per caso a metà degli anni ’30
nel corso di un viaggio in Africa, il suo impegno
nasce a … Venisseaux, alla periferia di Lione,
dove durante la guerra si è rifugiato con la moglie
presso le suore di Nostra Signora degli Apostoli.
Qui, suor Eugenia, di origini italiane, gli parla
del progetto di un centro dove i malati di lebbra
potranno vivere ed essere curati in piena libertà.
Suor Eugenia ha individuato fin dal 1942 il
luogo, a pochi km dal piccolo centro di Adzopé.
Sono necessari molti denari, ed è quello che
Follereau si impegna a raccogliere, attraverso
appelli e conferenze a partire dal 1943 quando,
contemporaneamente, lancia la campagna per
L’ora dei poveri, l’equivalente di un’ora di salario
all’anno in una Francia prostrata dalla guerra e
dalla miseria.
Il primo sito a soli tre km da Adzopé si rivela ben
presto inadeguato, tanta è la diffidenza degli
abitanti. Un nuovo terreno a una dozzina di km
dalla cittadina è donato dal governo coloniale,
e i lavori per il nuovo centro riprendono ben
presto. Terminato per l’essenziale nell’estate
del 1950, i pazienti vi traslocano. Ed è qui che
Follereau li incontrerà. Le suore oggi rivendicano
tuttavia la propria vocazione visionaria: Adzopé
è soprattutto opera loro, Follereau ne è stato
il benefattore. La svolta nel 1971 quando il
presidente della Repubblica, e padre della patria,
Houphouët-Boigny in occasione della 18a GML,
il 31 gennaio, inaugura, alla presenza di Raoul
Follereau, l’Istituto Nazionale Raoul Follereau,
istituito ufficialmente nell’ottobre del 1968 e posto
sotto la tutela del Ministero della salute. Sono gli
anni in cui il paese conosce una straordinaria
crescita grazie alle esportazioni di cacao e
caffé. La crisi economica prima, e soprattutto
quella sociale e politica a partire dalla fine del
secolo, toccheranno anche Adzopé, e l’altro
ospedale, a Manikro, nel distretto di Bouaké, al
centro del paese, il più toccato dalla guerra e
dall’insicurezza.
14
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
MALI
BURKINA FASO
GUINEA
Bouaké
Manikro/Raffierkro
GHANA
Yaoussoukro
Istituto R. Follereau
Adzopé
LIBERIA
Abidjan
A giudicare dalle targhe, particolarmente
rappresentata la solidarietà italiana. Nel villaggio
vivono anche gli infermieri che si occupano degli
ex-malati. L’ospedale è invece in mezzo al guado.
I vecchi edifici sono stati abbandonati, dopo il
saccheggio del 2002 da parte delle bande armate,
quelli nuovi sono stati terminati ma sono vuoti.
Un medico viene ogni mattina da Bouaké per le
consultazioni, ma manca l’essenziale: laboratori,
attrezzature e naturalmente il blocco operatorio.
Ci vorrà tempo per rimetterlo in funzione dopo gli
anni della guerra.
A Yamoussoukro, più a sud di Bouaké, e capitale
ufficiale del paese, resa celebre per la famosa
replica della basilica di San Pietro, il direttore del
dipartimento della salute, il dr. Lucien Lehie Bi,
traccia un quadro positivo della lotta alla lebbra.
Prende un documento e me lo mostra: è il discorso
tenuto nel gennaio di quest’anno per la 61a GML.
“È lo stesso che ho pronunciato l’anno prima – mi
confessa - a parte qualche cifra fortunatamente in
diminuzione. Temo di doverlo ripetere il prossimo
anno e di concludere che la mancanza di
informazione e il peso dei pregiudizi sono ancora
troppo forti. Per questo sarò costretto a ripetere,
con Follereau – il cui ritratto è alle sue spalle – che
‘nessuno ha il diritto di essere felice da solo’ e per
questo invitare tutti a svolgere il proprio compito
nel sensibilizzare i malati e la popolazione”. ■
Progetti
Fonte: archivio fotografico di Aifo
ha potuto trovare una sua strada ed eccellere come ...
produttrice di yogurt!
Lo yogurt
più buono
della Mongolia
La storia di Otgontsagaan che non
poteva più pascolare gli animali, ma
diventata imprenditrice di successo
grazie alla riabilitazione su base
comunitaria
di Nicola Rabbi
O
tgontsagaan era una ragazzina di 13 quando
cadde da cavallo. Stava accudendo ai suoi
animali e nonostante fosse una pastorella
nomade del nord della Mongolia e perciò
abituata fin da bambina a questo genere di attività, è
caduta giù. Una gamba rotta, un incidente doloroso ma
niente di pericoloso, eppure, per il fatto che la sua tenda
si trovava a 70 chilometri dal villaggio più vicino, dove
avrebbe trovato un primo soccorso, quell’incidente ha
cambiato il corso della sua vita. “La mia gamba non è
mai tornata come prima, non ho più potuto rimontare a
cavallo per seguire i miei animali: sono disabile oramai da
40 anni”.
La sua famiglia di pastori nomadi non è come le altre
famiglie, vanta un tradizione illustre. Suo padre ebbe il
premio di “pastore dell’anno”, suo fratello più anziano
lo riconquistò nel 1972, mentre il nipote di un altro suo
fratello lo ha riconquistato di recente.
Otgontsagaan dopo l’incidente non ha più potuto
portare avanti questa tradizione, eppure a modo suo,
grazie alle opportunità offerte dalla riabilitazione su base
comunitaria organizzata su tutto il territorio nazionale,
Un’imprenditrice di successo
“Il mio yogurt è fatto con latte di pecora e nient’altro,
non aggiungo niente - afferma - ma il mio segreto sta
nel regolare la temperatura giusta”. È molto orgogliosa
Otgontsagaan quando parla della sua attività che le ha
permesso di contribuire al benessere della famiglia, ma
questa sua dedizione al lavoro non è motivata solo da quel
che guadagna, ma anche dal significato per la sua vita
che, come disabile, avrebbe potuto essere molto diversa.
“Le persone con disabilità tendono in generale ad essere
passive, ad aspettare ogni cosa, come vasi che aspettano
di essere riempiti. Dobbiamo invece darci da fare, cercare
con il lavoro di avere una vita nostra”.
Dietro questa presa di coscienza da parte di Otgontsagaan
c’è un percorso. È il risultato della riabilitazione su base
comunitaria che Aifo porta avanti da oltre 20 anni in
tutta la Mongolia. Il rafforzamento delle capacità delle
persone disabili infatti è resa possibile dai gruppi di autoaiuto, dalla formazione che, attraverso la figura di alcuni
specialisti, porta le persone disabili ad avere una coscienza
nuova, ad essere parte attività della società in cui vive e a
rivendicare i diritti per sé e per gli altri.
Ma tutto questo non basta, occorre anche un sostegno
economico per avviare le proprie attività e nel suo caso
Otgontsagaan ha potuto utilizzare due crediti, nel 2009 e
nel 2013, che le hanno permesso diventare produttrice di
yogurt e gestire un forno per la produzione del pane. Le
due attività economiche hanno avuto successo e ha potuto
restituire facilmente tutto il denaro nel tempo prestabilito.
Una vita come gli altri
Quando ebbe l’incidente Otgontsagaan non poté
nemmeno continuare gli studi ed è per questo che ha
seguito particolarmente sotto questo aspetto i suoi quattro
Sostenere le persone
con disabilità
Essere disabili in Mongolia è una condizione
resa ancora più difficile dal clima e dal
nomadismo. Eppure un tuo piccolo contributo
può cambiare la storia di molte persone
Aiutaci!
Per sapere come, vedi la quarta di copertina.
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
15
Progetti
figli. Oggi uno insegna in un’università nel nord del paese,
un altro si è laureato a Mosca, un terzo sta studiando a
Pechino e infine il quarto è in Ucraina sempre per motivi
di studio.
Lei invece continua ad occuparsi dello yogurt e del
latte: “Per me il latte ha una grande importanza, lo trovo...
bianco e santo”. Dice così perché tutta la sua vita ruota
attorno ad esso. “Porto il mio latte negli asili, anche il
pane lo vendo in giro, ma l’aumento di mole di lavoro mi
ha costretta ad appoggiarmi ad un negozio; rifornisco con
la mia merce due negozi, Tevhen e Anu, e in questo modo
il mio giro di affari si è pure allargato”. Recentemente ha
anche acquistato una nuova macchina impastatrice grazie
al credito offertole dal programma di riabilitazione su
base comunitaria. Nel suo laboratorio, oltre al marito, vi
lavorano disabili che ha conosciuto grazie ad un gruppo
di auto-aiuto che lei stessa ha organizzato: “In questo
gruppo ci aiutiamo l’uno con l’altro, due persone che lo
frequentano sono diventati anche miei colleghi; loro non
vedono e questa particolare condizione ha fatto sì che
siano molto bravi nell’arte della panificazione, tramite
l’olfatto capiscono quando è momento di sfornare”.
In questo modo altre due persone con disabilità hanno
trovato un lavoro, del resto la riabilitazione su base
comunitaria non riguarda solo la singola persona, ma il
gruppo che nell’insieme trae benefico dalle opportunità
che via via si presentano. ■
Fonte: archivio fotografico di Aifo
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Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
“Tegsh Duuren”,
piena uguaglianza
per i disabili
Aifo è presente in Mongolia da 23 anni
per sostenere il Programma Nazionale di
Riabilitazione su Base Comunitaria. La sua
attività ha origine nel 1991 con una missione
assieme all’Oms per valutare con il governo
della Mongolia, la possibilità di avviare
un programma di riabilitazione su base
comunitaria per le persone con disabilità che
tenesse conto delle specificità del territorio
mongolo e del problema sociale rappresentato
dalle persone con disabilità, mediamente
5 - 10% della popolazione. Non vi erano
comunque dati certi e soprattutto mancavano
strutture sanitarie adeguate. Il Progetto Rbc parte
definitivamente nel 1992 e il primo passo fu la
formazione di tre medici in qualità di formatori,
la nomina da parte del ministero della Salute di
un coordinatore nazionale Rbc, la traduzione e
la stampa del manuale Rbc dell’Oms.
Date le difficoltà economiche del paese,
l’inserimento del programma di Rbc all’interno
del sistema sanitario ha creato qualche
problema all’inizio. Ma la distribuzione
capillare del personale sanitario, a livello
urbano e rurale, e in particolare la presenza
di operatori a livello comunitario (medici di
famiglia e feldshers) hanno contribuito all’avvio
delle attività di Rbc.
Il progetto è proseguito, grazie al finanziamento
di Aifo e dell’Unione Europea, portando a
un aumento delle attività, all’ampliamento
del bacino dei beneficiari, all’adozione di
un approccio multisettoriale, allargamento
del team e alla crescita delle professionalità
(grazie ai viaggi-studio all’estero), all’utilizzo del
microcredito.
Il programma Rbc ha preso il nome di “Tegsh
Duuren” che significa piena uguaglianza
ed è arrivato a coprire 21 province (aimag)
e 9 distretti di Ulaanbaatar, cioè l’intera
Mongolia, diventando così un modello a livello
internazionale.
Uno splendido
raggio di
sole tra le
montagne
Un villaggio cinese dello Yunnan è
isolato da tutti per la presenza di ex
malati di lebbra. Il lavoro di HANDA,
col sostegno di Aifo, permette di
liberare i villaggi dai pregiudizi che
li circondano
di Li Fukang*
S
ono nato nella Contea di Lanping (Prefettura di
Nujiang), nello Yunnan. Mio padre aveva condotto
una dura esistenza fin da bambino. Ha lavorato
come sguattero per i contadini ricchi e ha vissuto
dei loro avanzi. Arruolato come soldato per tre anni, dopo la
smobilitazione ha trovato lavoro nell’Ufficio per l’Agricoltura
e la Zootecnia della Contea di Lanping. La nostra famiglia, i
miei genitori, mio fratello più grande ed io, abbiamo avuto per
un certo tempo una vita felice. Poi l’imprevisto! Ero ancora
molto giovane quando mio padre fu colpito dalla lebbra e
cacciato dal lavoro. Ci veniva portato via l’unico pane della
famiglia.
A quel tempo era spaventoso, ma le persone colpite dalla
lebbra erano arse o seppellite vive dalla gente del posto. Mio
padre non aveva altra scelta che isolarsi su una montagna
dove le creature umane raramente si avventurano e gli uccelli
ancor meno. Ogni giorno mio zio andava sulla montagna a
portargli da mangiare.
Gli abitanti del villaggio mostrarono grandi paure verso la
mia famiglia. Anche i miei compagni di classe erano prevenuti
nei miei confronti. Il mio maestro voleva cacciarmi dalla scuola
anche se ero il primo della classe. “Se al prossimo esame non
sei il primo di tutta la scuola non potrai più frequentare anche
se non è nel nostro interesse cacciarti”. Così mi ammonì, un
giorno, il maestro. Capii di essere stato espulso quando non
trovai il mio nome sull’elenco.
Ero così affranto che volevo gettarmi dal ponte. Ma quando
mi ritrovai in piedi sul parapetto mi ricordai che ero un buon
nuotatore, e il fiume non avrebbe potuto affogarmi. Anche
grazie ad alcuni compagni che mi aiutarono a vedere il lato
buono della vita, rinunciai al mio proposito. Avevo ancora una
lunga strada davanti a me. Però, dopo tre anni di elementari,
ero costretto ad abbandonare la mia istruzione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Mio fratello ed io fummo
colpiti dalla lebbra. Per poterci curare, mio padre chiese
un’indennità e vendette la casa per 60 yen, un prezzo molto
basso. Con questi pochi soldi si mise a cercare un trattamento
medico. Abbiamo girato come profughi, mangiato magri
pasti, senza sapere se ci sarebbe stato quello successivo.
Nonostante tutte le difficoltà incontrate, abbiamo attraversato
la Prefettura di Nujiang fino alla Prefettura autonoma di Dalí
Bai. Si diceva che la lebbra poteva essere curata in un Centro
a Shan Shi Ping dove finalmente ci liberammo dalla lebbra.
Nel 1977, un anziano mi presentò He Shenglan, una ragazza
di Da Yiping. Eravamo in una situazione simile, anche lei era
stata colpita dalla lebbra. Ci innamorammo a prima vista, e sei
mesi dopo ci sposammo. Ci amavamo e ci prendemmo cura
l’un dell’altro. Ci siamo stabiliti a Da Yiping, dove abbiamo
lavorato sodo, godendoci una vita felice. Mia moglie ha dato
alla luce 3 bambini, un maschio e due femmine. Purtroppo il
primo è morto quasi subito. La nostra figlia più grande si è
sposata in un altro villaggio, quella più giovane con un uomo
del nostro villaggio.
Fonte: Giovanni Gazzoli
Fonte: Giovanni Gazzoli
Progetti
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
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Progetti
Abbattere il muro
della diffidenza
La storia di Li Fukang e del villaggio dove vive
con la famiglia è comune a molti altri villaggi
dello Yunnan, una regione montagnosa nella
parte meridionale della Cina, più estesa
dell’Italia, con una popolazione di quasi 50
milioni di abitanti di una eccezionale diversità
etnica e linguistica. L’attività principale è quella
agricola.
La lebbra è endemica, così come il persistere di
una cultura escludente nei confronti dei malati.
L’Associazione locale partner di Aifo, HANDA,
prende il nome da due importanti figure della
lotta contro la lebbra: il medico norvegese
Hansen, scopritore del bacillo della lebbra, e
padre Damiano, oggi beato, che ha dedicato
tutta la sua vita ai malati di lebbra di Molokai
(Hawaii), fino a soccombere alla stessa malattia.
È una Ong specializzata nella riabilitazione
e nello sviluppo comunitario. Michael Chen,
segretario generale di HANDA, dopo
esserne stato a lungo volontario e operatore
professionale, spiega che “il retaggio della
cultura tradizionale è ancora molto forte in Cina,
come nel resto dell’Asia. Ha a che fare con la
cultura religiosa, ma anche con la mancanza di
informazione e con fattori generazionali”.
La collaborazione tra HANDA e Aifo è iniziata
nel 2001, con un impegno particolarmente
forte per la riabilitazione a causa delle
disabilità provocate dalla malattia. Il Progetto,
che coinvolge 23 villaggi, si estende alla
riabilitazione sociale dei villaggi, arrampicati
sulle montagne, dove i malati di lebbra
erano stati relegati. Rompere l’isolamento e il
pregiudizio, attraverso eventi sociali, attività di
inserimento e di sostegno alle attività produttive,
è il necessario complemento al recupero degli ex
malati. Il sostegno finanziario di Aifo proviene
unicamente dalle sottoscrizioni dei suoi soci.
In una regione dove ancora oggi i bambini
possono essere allontanati dalle scuole a causa
dello stigma, e dove non tutti gli abitanti hanno
la carta di identità, la lotta contro la lebbra
diventa anche una battaglia per i diritti di
cittadinanza.
18
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
Più tardi, mio padre e mio fratello sono morti a Shan Shi
Ping. Mia mamma nel frattempo era deceduta anche lei.
Restava mio zio, guardato dall’alto in basso da tutti perché
mio padre era un lebbroso. Lui non si era mai sposato, ed
era rimasto senza amici. L’invitammo a vivere con noi e
lo trattammo come fosse nostro padre. Ma la diffidenza
continuava a circondarci.
Da bambino avevo mostrato un certo talento nel cantare.
Una volta diversi abitanti del villaggio vennero selezionati per
partecipare ad un concorso, ed io ero uno di loro. Ma non
mi fu permesso di competere insieme agli altri siccome ero
il figlio di un lebbroso. L’unica scelta era cantare da solo. Da
allora in poi, ho preso l’abitudine di cantare come solista.
Molti anni dopo, in occasione della giornata internazionale
della Dignità e del Rispetto, l’associazione HANDA
organizzò nel nostro villaggio un evento notevole e
straordinario. Per persone come me, che aspettavano tutti gli
anni l’opportunità di mettere su uno spettacolo, questo evento
era come un raggio di sole splendente tra le montagne. Fu un
vero successo.
Prima le persone provenienti da altri posti preferivano fare
una deviazione anziché passare nel nostro villaggio. Quando
andavamo ad una fiera e volevamo comprare delle patate non
potevamo toccarle, se le volevamo dovevamo comprarne un
sacco intero.
Le cose sono completamente cambiate da allora grazie al
personale e ai volontari di HANDA che sono venuti a stare
con noi. Le persone degli altri villaggi non si nascondono
più e passano a visitarci. I nostri prodotti agricoli trovano
finalmente degli acquirenti. A poco a poco il nostro reddito
sta aumentando. Grazie al calore dei sostenitori e all’aiuto di
HANDA, oggi viviamo una vita felice! ■
*La testimonianza di Li Fukang è stata raccolta da Chen
Zeying, operatore HANDA
Strumenti
Fonte: archivio fotografico di Aifo
Raoul Follereau e il diritto al cibo
IL V CONCORSO SCOLASTICO DI AIFO. IL CIBO COME DIRITTO, COME
SALUTE, COME CULTURA E TRADIZIONE; MA SOPRATTUTTO PERCHÉ
TUTTI ABBIANO DA MANGIARE
a cura del Settore Educazione e Formazione Aifo
N
ell’ambito della campagna “Una sola famiglia
umana, cibo per tutti: è compito nostro”, (www.
cibopertutti.it), Aifo lancia un nuovo concorso
rivolto a tutte le scuole primarie e secondarie di
primo e secondo grado, statali e paritarie d’Italia. L’edizione
2014-2015 verte sul tema del diritto al cibo, come diritto
umano fondamentale in ogni parte del mondo.
Le tematiche del concorso fanno riferimento a:
• Il diritto al cibo, tra abbondanza e privazione.
• Stili di vita ed educazione alimentare.
• Sostenibilità ambientale e mercato agroalimentare
• Cibo e intercultura: storie del Nord e Sud del mondo.
Il concorso intende coinvolgere le scuole e gli studenti in
un processo di riflessione e di approfondimento a secondo
del tipo di scuola.
Scuola primaria: è prevista la realizzazione di un elaborato
scritto (poesia, tema) della lunghezza massima di tre cartelle,
oppure un elaborato grafico (disegno, poesia, foto, collage,
rappresentazione teatrale).
Scuole secondarie di primo e secondo grado: gli studenti
singolarmente o in gruppo, oppure l’intera classe, dovranno
ideare e realizzare graficamente un testo, un manifesto,
un fumetto, uno slogan, un video o prodotti digitali che
rappresentino la visione e la missione di Aifo in Italia e
all’estero, con lo scopo di diffonderle tra le nuove generazioni
che navigano nella rete e tra i social network.
Sono ammesse realizzazioni teatrali e musicali,
drammatizzazioni, fumetti e campagne di sensibilizzazione.
Le classi vincitrici (una per categoria) saranno premiate
con libri e materiale didattico del valore di 200 euro. Per gli
elaborati selezionati è prevista la segnalazione sulla rivista
Aifo Amici di Follereau; mentre i prodotti digitali saranno
pubblicati sul sito www.aifo.it.
Raoul Follereau e il problema della fame
Raoul Follereau, nel suo peregrinare per il mondo ha
toccato con mano situazioni di abbondanza e privazioni di
cibo, come da lui stesso descritto nel brano che segue: “Un
giorno in Asia, fui chiamato presso una lebbrosa che stava
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
19
Strumenti
Strumenti
per morire. Era giovane, 22 anni, di statura molto sotto
la media. La vidi, impotente, svincolarsi a piccoli sussulti
dalla sua atroce vita. Appena morta, fui preso dallo strano
capriccio di pesarla. Caricai sulle braccia quell’esile pugno
di ossa, ancora tiepido, e lo portai sulla bilancia. Pesava 20
chili ... Ora sapete di cosa è morta. Poiché mi sono mostrato
inorridito, sconvolto, mi dissero: ‘E’ così da che mondo e
mondo. Non lo potete cambiare: è impossibile’. Impossibile?
La sola cosa impossibile è che voi, che io, possiamo ancora
dormire e ridere sapendo che ci sono sulla terra donne di 22
anni che muoiono perché pesano 20 chili ...”.
Il diritto al cibo
L’alimentazione si inserisce tra i presupposti ineludibili
della vita di ogni persona, costituendo la condizione base
di un diritto che viene indicato come buona salute, come
benessere dell’individuo. L’accesso al cibo è strettamente
collegato con il diritto alla salute, un diritto di cui, per la
prima volta, si è parlato nella carta costituzionale della
Organizzazione mondiale della sanità (Oms, 1946) e
riaffermato nella Dichiarazione di Alma Ata (1978) e nella
Per partecipare
al V Concorso
Possono partecipare le studentesse e gli studenti
delle scuole di ogni ordine e grado, nella forma
individuale o di gruppo classe (è preferibile il
lavoro di gruppo a quello individuale), ciascuna
classe o gruppo farà riferimento a una/un
docente. Possono partecipare, ma fuori concorso,
classi o studenti già vincitori delle passate
edizioni del concorso.
Ogni scuola partecipante dovrà spedire entro il
9 febbraio 2015 via e-mail il modulo di iscrizione
all’indirizzo: [email protected]
Il modulo di iscrizione, il testo del Bando ed
il Regolamento, oltre a risorse e strumenti
disponibili per l’approfondimento del tema
possono essere scaricati dal sito www.aifo.it.
Per informazioni: Monica Tassoni – tel
051/439.32.11; [email protected]
Le immagini si riferiscono alla premiazione del IV Concorso
scolastico delle classi III della Scuola primaria D. Alighieri di
Peschiera del Garda, prima classificata per le Primarie,
avvenuta il 15 settembre 2014 alla presenza del Sindaco.
20
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
Fonte: archivio fotografico di Aifo
Dichiarazione sulla salute mondiale adottata dall’Oms
(1998).
Malgrado ciò fame e malnutrizione sono tra le emergenze
più gravi che affliggono il pianeta e più di un miliardo di
bambini, donne e uomini nel mondo oggi non riescono a
soddisfare il bisogno alimentare. La fame infatti non è dovuta
alla mancanza di cibo, bensì alla mancanza di accesso al
cibo. Negli anni ‘70 si era affermato il principio di Sicurezza
alimentare come possibilità da parte degli Stati di disporre
di quantità di derrate alimentari sufficienti per la propria
alimentazione. Nel Vertice della Fao del 1983, la sicurezza
alimentare è stata considerata non solo come esigenza dello
Stato ma come possibilità da parte delle comunità di avere
accesso al cibo.
A Roma nel Vertice Alimentare mondiale del 1996 è
stata formulata una nuova e più complessa definizione di
Sicurezza alimentare, inglobando elementi economici, sociali
e culturali. Lo stesso anno a Roma, in un vertice alternativo a
quello istituzionale, le organizzazione di base contadine e le
Ong coniarono il termine di Sovranità alimentare, concetto
che va al di là di quello di sicurezza alimentare rivendicando il
diritto dei popoli ad un cibo salubre ma anche culturalmente
appropriato e prodotto attraverso metodi sostenibili ed
ecologici.
Essere in salute significa riuscire ad alimentarsi con cibi
sani e a sufficienza. Ma parlare di cibo significa anche
parlare di stili di consumo, di cattiva alimentazione, di
“cibo spazzatura”. Non dimentichiamo che nei paesi più
ricchi stanno aumentando le persone sovrappeso (anche tra
i bambini) e/o che hanno malattie che derivano da cattive
abitudini alimentari e di vita (ipertensione, diabete ….).
Parlare di diritto al cibo significa anche parlare di cultura
e di relazioni. La storia di ogni nazione è strettamente
connessa alle proprie tradizioni e all’identità culturale dei
popoli che la compongono, il cibo in questo senso è cultura,
in quanto l’uomo produce e crea il proprio cibo. Ed è così
che il cibo diventa elemento di incontro e conoscenza di
persone e di altre culture. Il cibo può essere usato per fare
un viaggio di tipo geografico, per conoscere popoli, paesi,
economie, rapporti fra Nord e Sud del mondo. In questo
modo il cibo diventa la chiave di lettura geografica ed anche
economica dei rapporti che regolano il mondo. ■
Fonte: archivio fotografico di Aifo
Esperienze
KARAMO,
CHE NON
ABBIAMO
SCELTO
AD AUGUSTA, IN PROVINCIA DI SIRACUSA, L’ ESPERIENZA DI
ACCOGLIENZA E SOLIDARIETÀ DELLE FAMIGLIE AFFIDATARIE DI
RAGAZZI NON ACCOMPAGNATI PROVENIENTI DALL’AFRICA
di Carmelo Spinali e Nella Ternullo*
D
a anni ormai ascoltiamo alla tv degli sbarchi sulle
coste siciliane. Abbiamo registrato l’arrivo di
circa 140.000 profughi, di cui i minori stranieri
non accompagnati sono circa 7.000 dislocati in
vari centri di accoglienza della Sicilia. Abbiamo conosciuto
i ragazzi nel centro di accoglienza di Augusta e di Priolo,
paese nei pressi di Augusta, dove abbiamo cominciato a
prendere contatto con questa nuova realtà, insieme ad altri
volontari, dal novembre 2013.
L’arrivo di una nuova cicogna
Era dicembre, quando Maria, volontaria a Priolo, ci disse
che il giorno dopo avrebbero portato via 20 ragazzi e che
uno disperatamente piangeva da due giorni perché non
voleva partire. Ci propose di chiederne l’affido. Non lo
conoscevamo, anche se eravamo andati parecchie volte a
Priolo. Ci siamo guardati e non c’è stato bisogno di parlare,
ci siamo mossi subito attraverso l’assistente sociale che ha
bloccato la partenza del ragazzo. Erano le 21 di una sera
molto concitata.
L’indomani pomeriggio siamo andati al centro di Priolo
per conoscere Karamo, questo è il nome del ragazzo che
non abbiamo “scelto” di chiedere in affido, ma che ci è stato
affidato dal Signore, questo è ciò di cui siamo convinti in
quanto credenti. Ho avuto modo di parlare in altre occasioni
di questo evento e l’ho già equiparato all’arrivo della cicogna,
la quale giunge col suo fagottino e dentro non sai cosa
troverai, almeno così era prima dell’avvento dell’ecografia!
Dunque, è stato come averlo partorito, per cui lo abbiamo
sentito come un figlio e lui, orfano di entrambi i genitori, ci
ha subito chiamato mamma e papà.
Karamo proviene dal Gambia, ha compiuto 17 anni in
gennaio e l’abbiamo festeggiato con i suoi amici del centro
di Priolo. Lo abbiamo accolto a casa cercando di farlo sentire
a suo agio. Non è stato facile, soprattutto per lui, adattarsi ai
nostri usi e costumi, come il semplice mettersi a letto dentro
le lenzuola, di cui non conosceva l’uso, o cambiare ogni
giorno la biancheria, cosa per noi scontata, ma non per lui e i
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014 |
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suoi compagni di viaggio. Tutti hanno attraversato il deserto
e stazionato per mesi in carcere in Libia, sempre con gli stessi
abiti addosso, dormendo per strada o sotto un camion o, se
fortunati, in 20 dentro una stanza pagata a caro prezzo. Per
fortuna Karamo, oltre alle lingue tribali, parla inglese, per cui
abbiamo potuto comunicare con lui, e i suoi racconti, simili a
quelli di chi giunge sulle nostre coste, ci hanno mostrato un
aspetto che mai potevamo immaginare.
Tutto il viaggio è una lotta alla sopravvivenza; in particolare
non tutti riescono a sopravvivere alla traversata del deserto,
infatti la sabbia è la tomba di migliaia di coloro che partono
ma che mai giungeranno alla meta sperata. L’altro ostacolo
è l’arrivo in Libia dove vengono imprigionati, a prescindere
dall’età; il solo fatto che la pelle è nera, autorizza i libici a
chiamarli animali e a trattarli come tali, con violenze e
sevizie indicibili. Dopo aver racimolato l’oneroso obolo per
il viaggio sul barcone con lavori massacranti e mal pagati,
ancora un’incognita, il mare. Quasi tutti non sanno nuotare
e la traversata può essere la loro tomba.
Famiglie accoglienti
Da febbraio anche ad Augusta sono arrivati i minori
non accompagnati e si sono dovuti approntare luoghi di
accoglienza, attorno ai quali hanno cominciato ad operare
molti volontari. È stato così che altri ragazzi sono entrati
in alcune famiglie grazie all’esperienza dei primi affidi.
Conoscendo questi giovani africani e restando a contatto
tutti i giorni con loro, nasce un affetto e un desiderio di
accoglienza che non si può spiegare con semplici parole.
Ad Augusta ci sono circa 20 ragazzi collocati in famiglie
che hanno già altri figli di ogni età, i quali hanno accolto
i nuovi fratelli con affetto e senza alcun problema per il
colore della pelle. Nessuna famiglia percepisce denaro per
l’accoglienza, e tutte vivono con stipendi modesti. Il nostro è
solo un gesto d’amore nei confronti di chi è più sfortunato,
inoltre, ogni famiglia in realtà non pensa solo al ragazzo in
affido, il più delle volte prepara la mensa per almeno tre,
quattro o addirittura sei ragazzi per volta. Perché i “figli” che
ci sono stati affidati hanno altri amici meno fortunati.
Così le nostre case sono un luogo in cui, anche se per poco,
22
Amici di Follereau N. 11 / novembre 2014
possono vivere un momento di serenità e mangiare un pasto
sostanzioso e in buona compagnia. E il loro viso, triste per
le vicissitudini del viaggio, si illumina di gioia e per noi si
avvera ciò che diceva Follereau: “Essere felici è far felici”. La
loro felicità ci fa gioire e dimenticare ogni fatica e alla fine
del pranzo ci ringraziano con infinito affetto, e per cosa? Un
piatto di pasta col pomodoro o un piatto di riso cotto alla
maniera africana, che loro stessi hanno il piacere di cucinare.
Il cammino di adattamento non è semplice né per le
famiglie né per i ragazzi che devono imparare una lingua
molto ostica per loro e devono scontrarsi con una burocrazia
di cui non riescono a capire lentezza e tortuosità. È difficile
spiegare loro che per il permesso di soggiorno occorrono
mesi! Vengono in Italia e pensano di lavorare per aiutare
la famiglia rimasta in Africa, poi capiscono che non è così
semplice. È accaduto che noi famiglie affidatarie ci siamo
autotassate per inviare del denaro in Africa a qualche
famigliare con problemi di salute.
Come gruppo Aifo di Augusta, abbiamo curato
l’intervento del dentista per un ragazzo del Gambia con
seri problemi e sofferenze, prima che lo trasferissero vicino
Palermo. Ancora oggi, a distanza di tempo, riceviamo i suoi
ringraziamenti. Abbiamo avuto cura anche dei contatti con
le famiglie in Africa. Inoltre, alcuni dei nostri soci Aifo,
in quanto operatori nell’ambito scolastico, hanno accolto,
nell’ottica del pensiero di Follereau, i “nostri“ ragazzi nelle
classi dove insegnano permettendo loro di conseguire il
titolo del diploma di scuola media inferiore.
Il loro futuro immediato è la scuola, per imparare la lingua
e avere un minimo di conoscenze. Questo per loro è una
forzatura, perché l’unico interesse era lavorare, ma abbiamo
spiegato loro che non ci sono prospettive, non abbiamo
corsi di formazione cui iscriverli, non abbiamo possibilità di
introdurli ad alcun tipo di apprendistato, anche perché non
hanno ancora i documenti né un titolo di studio. Abbiamo
spiegato loro che la cultura scolastica un giorno li aiuterà
qualora volessero rimanere in Italia. ■
*Gruppo Aifo-MonteTabor-Augusta
Fonte: archivio fotografico di Aifo
Fonte: archivio fotografico di Aifo
Esperienze
IL MIELE
DELLA
SOLIDARIETÀ
In occasione della Giornata mondiale dei malati di
lebbra saremo presenti nelle piazze italiane per offrire
“Il miele della solidarietà”
Il miele è disponibile nelle varietà: millefiori e fruttato al mirtillo
Sono disponibili anche confezioni di caramelle al miele
Per conoscere l’indirizzo delle piazze in cui saremo presenti,
consulta il nostro sito: www.aifo.it
Aifo ringrazia per la loro collaborazione
Amici di Follereau
Progetto Grafico e Impaginazione
Swan&Koi srl
Mensile per i diritti degli ultimi, dell’Associazione Italiana
Amici di Raoul Follereau (Aifo)
Via Borselli 4-6 – 40135 Bologna
Tel. 051 4393211 – Fax 051 434046
[email protected]
Lettere alla Redazione: [email protected]
www.aifo.it
Hanno collaborato a questo numero
Luciano Ardesi, Mariella Cao, Li Fukang, Claudio Imprudente, Anna
Maria Pisano, Nicola Rabbi, Servizio Educazione e Formazione
Aifo, Carmelo Spinali, Nella Ternullo, Chen Zeying
Direttore Responsabile
Mons. Antonio Riboldi
Direttore
Anna Maria Pisano
Redazione
Luciano Ardesi (Caporedattore), Nicola Rabbi
Fotografie
Anna Contessini, AJP/shutterstock, archivio fotografico
Aifo, archivio fotografico Swan&Koi, Claudio Imprudente,
corriereinformazione.it, Educaid,
Giovanni Gazzoli, spotmatik/shutterstock, today.it
Copertina: Anna Contessini
Abbonamenti
Le attività dell’Associazione sono il frutto della solidarietà e della
condivisione di coloro che la sostengono.
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Ordinario 13 € / Simpatizzante 18 € / Sostenitore 30 €
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Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana (USPI)
Autorizzazione del Tribunale di Bologna N. 2993, del 19 aprile 1962
APPELLO
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IN MONGOLIA
Essere disabili in Mongolia è una condizione
resa ancora più difficile dal clima e dal
nomadismo. Eppure un tuo piccolo contributo
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reddito (gruppi di auto-aiuto)
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locale
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oppure su www.aifo.it, clicca: Dona Online
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