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a cura di Silvia Finazzi - La passione di assistere

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Raccolta di testimonianze di vita nelle case di riposo.
Gli operatori spiegano che cosa significa prendersi cura degli
ospiti e quali sono i gesti che possono fare la differenza.
a cura di Silvia
Finazzi
Prefazione
…. Dedicano gran parte del loro tempo ad assistere
le persone più bisognose. Eppure, spesso, gli
operatori delle case di riposo sono nell’ombra,
addirittura sottovalutati. Da questa considerazione è nata
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l’idea de “La passione di assistere”: un concorso per riconoscere, far
conoscere e premiare il loro prezioso lavoro.
Con quest’iniziativa abbiamo cercato di prenderci cura di chi, per
professione, si prende cura degli altri, con l’obiettivo di rendere gli
operatori ancora più fieri del loro lavoro, di motivarli, di ricompensarli
per gli sforzi compiuti ogni giorno.
Perché abbiamo scelto questo titolo? Perché la tecnica, la qualità,
l’efficienza da sole non bastano. Per fare la differenza, ci vuole
passione: passione per i gesti che si compiono e per le persone con le
quali ci si relaziona.
Partecipando al concorso, gli operatori hanno potuto raccontare
dell’umanità, della sensibilità, dell’empatia che mettono ogni giorno
nel loro lavoro. Attraverso racconti, immagini, nuove idee di assistenza
hanno mostrato il loro impegno quotidiano, descritto la vita in una
casa di riposo, spiegato che cosa significhi assistere con il cuore.
Sarah Marinoni
SCA Hygiene Products SpA
3
Introduzione
…. Quando è stato lanciato il concorso “La
passione di assistere”, tutti si aspettavano una buona
partecipazione, ma nessuno aveva sperato in un così
grande successo.
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4
Invece, la risposta degli operatori è stata sorprendente: in pochi
mesi sono state raccolte oltre 200 testimonianze. Numeri che
dimostrano quanto effettivamente sia grande la passione di chi
si occupa dell’assistenza. I giurati si sono ritrovati a compiere
un lavoro non semplice, dovendo scegliere fra racconti, idee
e immagini commoventi, emozionanti, di valore. Come il loro
ruolo imponeva, hanno selezionato i sei vincitori, riconoscendo
la qualità dei loro lavori. Tuttavia, hanno anche sottolineato
come tutti i materiali ricevuti fossero meritevoli e degni di nota.
Ecco perché SCA Hygiene Products ha deciso di attribuire agli
operatori un ulteriore riconoscimento per il loro lavoro e per
l’impegno profuso in questo progetto: un libro che raccoglie le
testimonianze inviate.
Tutte le immagini, le idee e i racconti trattano lo stesso tema
e tutte lo fanno in modo diverso. Ci sono, però, alcuni fili
conduttori che legano i materiali e permettono di suddividerli
in piccoli gruppi.
Il libro è stato costruito proprio ispirandosi a questi fili conduttori.
I primi tre capitoli sono dedicati alle testimonianze degli operatori
che hanno voluto dare voce a chi, di solito, voce ne ha poca: gli
ospiti, coloro che la passione di assistere la suscitano e la ricevono.
Il quarto e il quinto capitolo sono costituiti dai contributi che
descrivono la relazione speciale e unica che unisce operatore e
autore e da quelli che raccontano le emozioni e le riflessioni che le
parole passione e assistenza evocano.
Gli ultimi due capitoli raccolgono racconti, idee e immagini che
parlano di chi sta dall’altra parte: gli operatori, coloro che la
passione la provano e la trasmettono.
Abbiamo scelto di riportare integralmente soltanto le
testimonianze dei vincitori, cercando di rimanere il più possibile
fedeli all’originale negli altri contributi. Nel cd allegato sono
presenti tutte le testimonianze complete.
Silvia Finazzi
5
Sommario
cap 4 io e te
I vincitori del concorso
p.
cap 1 A TE LA PAROLA
come gli ospiti raccontano
e si raccontano
cap 2 incontri
la storia diventa le storie:
tanti piccoli frammenti
della vita di più ospiti
cap 3 chi sei, da dove vieni
6
gli operatori descrivono
la storia di un ospite
p.
8
11
p.
31
53
la storia degli ospiti diventa uno stimolo
per fare considerazioni più ampie
cap 6 il mio lavoro con e per te
p.
gli operatori parlano del rapporto
che hanno stretto con uno o più ospiti
cap 5 a te che mi hai ispirato
riflessioni sui concetti
di passione e assistenza
cap 7 chi sono, da dove vengo,
dove vivo
p.
93
p.
117
p.
145
p.
163
l’operatore racconta la sua vita,
se stesso e il suo lavoro
7
I vincitori
del concorso
Lorena Masarati (nella foto al centro) - Prima classificata categoria “Miglior
idea nuova di assistenza”. I nostri ricordi ritrovati, pagina 76.
Davide Zenaro - Primo classificato categoria “Miglior racconto”.
Cinque magliette bianche, pagina 94.
Auro Sissa - Primo classificato categoria “Miglior immagine”.
Fotografia in bianco e nero, pagina 138.
Con le loro testimonianze ci hanno raccontato e
spiegato tutti i significati che si possono attribuire alle
parole assistenza, presa in carico, accudimento.
Idee, racconti e immagini che hanno saputo
commuoverci, emozionarci, farci capire quali sono
i modi e i mezzi che permettono di assistere con
passione. Ora siamo noi a raccontare loro, attraverso
i loro volti, i loro sorrisi, i loro sguardi, immortalati nel
giorno in cui sono stati gli operatori a essere curati,
seguiti, messi in primo piano. Ecco le fotografie
scattate ai sei vincitori del concorso, due per ogni
categoria, nel giorno della cerimonia di premiazione.
I giurati del concorso espongono le motivazioni e
i criteri adottati per eleggere i vincitori di ciascuna
categoria.
“Sono originali, emozionanti, “vivi”: ecco perché
abbiamo scelto proprio questi due racconti” Silvia
Finazzi.
“Abbiamo premiato queste due progettualità perché,
più di altre, hanno saputo conferire innovatività
all’interno di elementi tradizionali e quotidiani”
Antonio Sebastiano.
“In uno sguardo e in un gesto tutta la passione di
assistere, la premura dello stare accanto” Ermellina
Zanetti.
8
Bruno Salvadei - Secondo classificato categoria “Miglior idea nuova di assistenza”.
La serenità della signora Giuditta, pagina 79.
Silvana Dalle Fratte - Seconda classificata categoria “Miglior racconto”.
La storia di Cosimo, un uomo di mare nato a Messina, pagina 98.
Massimo Montanaro - Secondo classificato categoria “Miglior immagine”.
Ritratto a carboncino, pagina 62.
9
come gli ospiti
raccontano
e si raccontano
L’operatore scende dal palcoscenico,
abbandona il ruolo di regista e inverte
completamente le parti: colui che
solitamente dirige i gesti dell’assistenza
diventa spettatore e, allo stesso tempo,
“strumento” attraverso il quale l’ospite
può essere protagonista. Il narratore
è l’anziano: è lui che parla, vive, vede,
prova emozioni. È l’occasione per
prendere l’iniziativa, per raccontare di
sé in prima persona, per abbandonarsi
ai ricordi e per parlare a ruota libera.
A TE LA PAROLA
11
Susi Ermacora
…. Gli ospiti iniziano da molto lontano,
raccontando la storia della propria infanzia e
adolescenza. Il tuffo nei ricordi diventa un modo
per rivivere emozioni sopite e per riportare a galla
l’amore e l’affetto ricevuti dalla famiglia.
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pa
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…. I miei genitori avevano paura che,
prima o poi, anch’io scappassi per
mare, allora continuavano a comprarmi
enciclopedie e libri da leggere per
distrarmi dall’idea, ma io avevo una
grande vera passione: quella per i gatti. Li
trovavo per strada, li curavo, li allevavo con
molto amore e, da bambina, ci dormivo e
ci giocavo come fossero bambole.
…. Nel 1941 iniziò la guerra e
cominciarono anche i bombardamenti.
Residenza Zaffiro, Magnano (Ud)
…. Durante tutti questi spostamenti
ebbi almeno la fortuna di essere sempre
insieme alla mia mamma, fino all’ultimo
viaggio, quello per Como, dove ho vissuto
e lavorato come segretaria all’Ospedale S.
Anna per 35 anni.
…. A causa di tutti questi spostamenti,
la mia vita da giovane è stata
particolarmente difficile: non avere
sicurezze, aver vissuto da profuga… Ma
posso dire che ho imparato qualcosa di
importante: sapersi arrangiare e adattare
facilmente a qualsiasi situazione!
Silvia Maria Bianchi
Opera Don Guanella, Como
…. Ho vissuto due mesi al fronte ed è
stata veramente una vita dura, ma avevo
un cagnolino che è stato con me ben 18
anni e che mi ha aiutata in quei difficili
momenti.
12
13
Adriana Teocladi
Casa di Riposo Craveri- Oggero, Fossano (Cn)
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Per ilsaco cosacvcuolto
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….
Mi chiamavo Giovanna. La mia è una storia
triste, ma ora ve la voglio raccontare.
Adesso che è tutto finito, è giusto che
sappiate, che tutti sappiano. Ho vissuto
81 anni, non avrei mai creduto di arrivare
a questa età. Se ci sono arrivata e se la
mia esistenza ha avuto un senso, almeno
negli ultimi cinque anni, lo devo a voi, alle
“ragazze” – così chiamavamo le assistenti
di base e le operatrici socio-sanitarie – agli
infermieri, ai medici, alle fisioterapiste, alle
responsabili dell’attività assistenziale, alle
cuoche, alle signore addette alle pulizie,
insomma, a tutto il personale del reparto
“B” dell’Istituto “Giovanni XXIII” di via
Saliceto a Bologna.
Il confronto fra passato e presente può avere
un sapore amaro e, a volte, la vita in casa di
riposo diventa una ricompensa per le difficoltà e le
vicissitudini affrontate in precedenza. Ecco perché
nasce spontaneo un ringraziamento: poche parole
scritte con il cuore, per far capire agli operatori quanto
significhi il loro lavoro.
…. Nacqui in una casa povera, in una
piccola cittadina del Nord Italia. Presto
restai orfana di entrambi i genitori. Imparai
a camminare in un orfanotrofio.
…. Anni duri di lavoro, senza mai vedere
e sapere nulla del mondo, senza mai la
possibilità di uscire, di una passeggiata,
un vestito, un rossetto, una bicicletta,
un’amicizia…
…. Soprattutto i primi tempi piangevo
sempre. Mi uscivano tutte le lacrime di una
vita intera, quelle che non avevo potuto
permettermi quando ero a servizio. Ero
spaventata, temevo di non essere accolta
bene, di non essere voluta bene…
…. Dopo il nulla della mia esistenza, voi
siete stati il tutto e, anche se era poco, era
molto, era tutto per me. Siete stati i miei
amici, la mia famiglia, la mia casa, la mia
vita. Per questo io vi dico grazie con tutto
il cuore e non mi dimenticherò mai di voi.
…. Ora ho solo un’ultima preghiera da
farvi: anche voi non dimenticatevi del tutto
di me!
Emanuele Grieco
Asp Giovanni XXIII, Bologna
14
15
…. I narratori si soffermano sul presente,
raccontando che cosa prova un anziano che
si ritrova a vivere in una casa di riposo: quali sono
le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue impressioni.
Emerge il ruolo importantissimo degli operatori: sono
loro ad aiutare gli ospiti ad accettare con serenità una
nuova fase del loro percorso.
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ricev
16
…. Sono un malato di Alzheimer e oggi,
in verità, non è un giorno come gli altri,
c’è qualcosa di strano nell’aria. Riesco a
percepirlo. Nell’entrata di casa vedo delle
valigie, forse vado a fare un bel viaggio
con mia moglie o forse… chissà…
…. Dopo un po’ di tempo, Nadia mi
guarda e mi dice: “Vedrai che ti troverai
bene!”. Dove mi troverò bene? In un
posto mai visto, insieme ad altre persone,
lontano dalla mia famiglia, dai miei oggetti
personali e… da tutti i miei ricordi!! E
poi tutta questa gente io proprio non la
conosco, già faccio fatica a farmi capire da
voi che mi conoscete da una vita. Come
faranno loro a capire quali sono le mie
esigenze e i miei bisogni???
Purtroppo la realtà è questa, da oggi, io
qui ci dovrò proprio vivere e trascorrere
gli ultimi giorni della mia nuova vita… una
vita da malato di Alzheimer.
…. Camminare mi fa star bene,
camminerei per ore. Mia moglie, invece,
quando ero a casa mi sgridava e mi
chiamava sempre dicendomi: “Paolo dove
sei? Cosa stai facendo? Sono qui, vieni in
cucina!”. Qui nessuno mi dice niente e di
questo sono molto contento.
…. Ma con i giorni le cose sono migliorate.
Di giorno mi portano al bagno, la notte ho
una spondina alzata solo da una parte del
letto, quindi posso scendere, comincio a
distinguere dei volti e li riconosco come
familiari, mangio da solo, mi lasciano
camminare ore e ore, anche se, a volte,
combino dei guai.
Laura Boscolo
Istituto per Anziani, Chioggia (Ve)
Sono stata ospite per 50 giorni al 6˚ piano
del nucleo Venere di Casa Serena IRAS, a
causa di una brutta caduta che mi aveva
resa handicappata, bisognosa del massimo
aiuto. È stata un’esperienza che mi ha
fatto capire quanto sia necessaria, utile
e confortevole la presenza del personale
operativo.
…. avevo l’impressione che il corridoio
si trasformasse in un alveare, dove le api
operaie entravano e uscivano, qui però le
api non portavano il nettare, ma queste
sollecite api entravano e uscivano (lo
fanno sempre) dalle stanze, portando un
saluto, una parola a tutti, un sollievo, per
l’igiene, trasformandosi talvolta in barbieri,
estetiste e parrucchieri.
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…. Sento il dovere di ringraziare perché,
oltre al dovere, ci mettono l’amore.
Ilaria Petruzziello
I.R.A.S., Rovigo
17
Adriana Belotti
Casa di Riposo Caprotti Zavaritt, Gorle (Bg)
…. Ti ricordi la mamma con il tuo
fratellino piccolo? Lo imboccava, lo
lavava, lo portava in passeggino, gli
insegnava a camminare e a parlare.
Faceva tutto con amore. Le stesse cose
il personale della casa di riposo le fa
a noi. Il ciclo della vita è questo: si
impara, si dà e si riceve. Ogni giorno
che viviamo in questa casa, che non
è la nostra di origine, ma che è pur
sempre accogliente e costruita intorno
alle nostre esigenze, ogni attenzione
che riceviamo, ogni difficoltà che
riusciamo a superare diventano motivo
di gratitudine per chi ci dona affetto,
tempo, attenzione e passione per il
lavoro che svolge.
Cara Alice, la vita è un disegno per
ciascuno di noi e anche adesso, con
le mie compagne, con il personale
sanitario, con le infermiere e con i
dottori, posso fare cose belle!”…
Vincenzina Iadarola
Stoim Srl, Torino
18
…. Sono felice quando le persone
che si prendono cura di me parlano
di mio marito Marcello, dei nostri figli
Alessio e Samuele o dei nipotini Andrea
e Giada; mi piange il cuore quando
penso che ho lasciato da soli i miei figli
quando erano ancora adolescenti
e bisognosi della mia presenza.
Marcello ha dovuto sobbarcarsi il duplice
ruolo di padre e di madre, perché
la malattia mi ha costretto in un letto...
sono
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…. All’inizio molte persone, parenti e amici
venivano a trovarmi poi, poco
alla volta, le visite si sono diradate;
ora ho solo il piacere della compagnia
Per fortuna ci sono gli operatori
di mio marito e dei miei figli.
e gli infermieri che comprendono
il mio stato: sanno che capisco i loro discorsi,
vengono vicini a me e mi raccontano
barzellette, parlano tra di loro e mi
coinvolgono, facendomi ridere, si inventano
storie su di me con finale catastrofico –ilare.
Ciò mi aiuta a trascorrere le ore e i giorni…
…. Quando si è impotenti in un letto,
i sentimenti sono più intensi e dolorosi
e le ore non passano mai, anche
la percezione del dolore aumenta quando
non c’è la distrazione di una piacevole
conversazione o di un massaggio rilassante…
Daniela Quaggiotto
Opere Pie D’Onigo, Pederobba (Tv)
19
È una lettura scritta da Maria, un’anziana
che non era capace di parlare e che fu vista
per caso scrivere. Dopo la sua morte, il
suo armadio fu vuotato e fu trovata questa
lettera.
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….
…. ”Che cosa vedete infermieri, cosa
vedete? Pensate, quando mi guardate: è
una vecchia signora bisbetica non molto
saggia, insicura nei suoi gesti quotidiani,
con occhi persi che sciupa il cibo e non dà
mai una risposta quando, con voce grossa,
dite “voglio che provate”, che sembra non
apprezzare le cose che voi fate e sta sempre
per perdere una calza o una scarpa, che,
sottomessa o no, lascia che voi facciate
come volete per il bagno o il mangiare,
Gli ospiti diventano scrittori e narratori
per rivolgere direttamente un messaggio
di ringraziamento o, al contrario, un accorato
appello, agli operatori. L’anziano cerca di arrivare al
cuore e agli occhi del professionista che lo assiste,
per indurlo a cambiare prospettiva e a pensare
attraverso un altro punto di vista: il suo.
tanto da riempire la lunga giornata, è questo
che state pensando?
…. E allora apri gli occhi infermiere, tu non
stai guardando me.
Ti dirò io chi sono mentre sono seduta qui,
così, ferma mentre rispondo ai tuoi ordini,
mentre mangio quando vuoi tu.
Io sono una bambina di 10 anni con un
padre e una madre, fratelli e sorelle che si
amano; una ragazza di 16 anni con le ali ai
piedi, che sogna che presto incontrerà il suo
uomo; una sposa giovane, a 20 anni; a 25
anni ho un figlio che ha bisogno di me per
costruire una tranquilla casa felice….
…. Il corpo si sbriciola, la grazia e il vigore
se ne vanno, c’è una pietra adesso dove
una volta c’era il cuore; ma dentro questa
vecchia carcassa continua ad abitare una
ragazzina e ora è ancora il mio cuore
ammaccato che si gonfia, ricordo le gioie,
ricordo i dolori, sto amando e vivendo la
vita sopra tutto, penso che gli anni, in tutto
troppo pochi, sono passati troppo in fretta...
…. Allora aprite gli occhi infermieri, aprite
e guardate, non una signora bisbetica,
guardate più da vicino, cercate di vedere
ME…”.
Giuseppina Palmieri
Casa Protetta per Anziani Vignolese , Modena
20
Da anziano
a operatore
…. Il mio passato,
un ricordo lontano.
E se vorrai ascoltare cosa dico
sarà per me non esser qui invano,
perché avrò trovato un amico...
…. Quello che ho visto non puoi
immaginare,
le mie conoscenze potrai dispensare,
Guarda i miei occhi, stammi ad ascoltare,
per me è importante anche ricordare.
Sarai per me la mano che guiderà lontano,
Sarai per me la voce che porterà alla luce,
dal viaggio senza giorno, io non farò ritorno.
Lì ti aspetterò, quando arriverai ti ringrazierò.
E quello che mi hai fatto… ti renderò...
Maurizio Bambini
I Pitti Srl, Signa (Fi)
Sono la vostra Maddy e voglio esprimere
un cordiale ringraziamento a tutto il
personale di questa struttura per avermi
fatto ripercorrere a ritroso nel tempo quella
che è stata la mia vita: è stata una bellissima
esperienza, il mio cuore, quando penso a voi
e alle vostre attenzioni nei nostri confronti, si
riempie di gioia e commozione.
È da molto tempo che conosco questa casa,
da oltre 10 anni, nel passato vi trascorrevo
un paio di pomeriggi alla settimana, per le
consuete visite alla mia cara sorella. E oggi,
chi l’avrebbe mai detto, sono qui da quasi
due anni e mi sento parte inscindibile di
essa, tanto da non distinguere più queste
mura da quelle della mia precedente casa.
Ritrovo la stessa bella sensazione di calore,
di presenza, l’ordine e lo stesso buon odore
di pulizia che sono stati i basamenti della
mia vita. Il calore di un abbraccio quando
capita un momento di sconforto e, in più, le
cure alle quali oggi sono costretta, all’inizio
un po’ difficili da accettare per come sono
fatta io, attiva, pudica e orgogliosa ma che,
grazie al tanto amore e alla dolcezza che si
respira in questa casa, ora ho accettato. Qui
ho imparato a vivere senza ansie e le mie
sofferenze sono alleviate dalla vostra opera
di continua assistenza.
Se mi sento così bene, il merito è di questo
bell’insieme, diretto magistralmente dalla
Signora I. alla quale vanno i miei più sentiti
ringraziamenti.
E grazie anche alle amorevoli cure
prestatemi da quella fatina giocosa e
preziosissima di S. e a tutto lo staff di questa
struttura.
Grazie perché mi avete accolta con grande
disponibilità, facendomi sentire sempre
importante, malgrado l’anzianità e i miei
tanti acciacchi, grazie alle vostre cure che
riescono a fare di me una persona attiva che
può svolgere ancora molte cose.
Francesca Foietta
Residenza Serena, Sanfrè (Cn)
21
…. Anche l’operatore sente il bisogno di rivolgersi
e di
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in maniera diretta agli assistiti, per far capire loro il
significato del suo lavoro e dei suoi gesti.
…. con il tuo bagaglio di conoscenza hai
saputo darmi tanto,
insegnarmi cose che non sapevo,
farmi conoscere tradizioni che ignoravo,
ma che fanno parte di me, della mia terra,
della mia vita.
Grazie di tutto piccolo uccellino!...
Ma adesso vola
vola come sai fare tu
vola come da tanto tempo non facevi più!
Vola piccolo uccellino,
grazie per la tua saggezza, ora devo gridarla
al mondo come hai fatto con me!
Cristina Secco
Centro Anziani Villa Aldina, Rossano Veneto (Vi)
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Caro ospite,
sono qui, in un momento di pausa, e sto
riflettendo su quello che il mio lavoro
rappresenta.
Questa attività la svolgo ormai da molto
tempo, incontrando gioie e dolori,
soddisfazioni e fallimenti. Ogni volta ho
cercato di trarne insegnamento, ho raccolto
confidenze personali.
La durezza della vita passata ti ha messo alla
prova.
Molte volte la famiglia ha rappresentato il
tuo punto di forza, ora è meno presente.
Sei qui in questa casa di riposo, luogo
caldo, accogliente e famigliare, dove la mia
esperienza e la tua ricerca di calore umano e
rispetto si uniscono in un’unica cosa, dando
vita a un’intesa speciale.
Tutto questo mi fa capire che il mio lavoro
non è fatto solo di schemi e tabelle, ma
di reciproci valori e sentimenti che, non
sempre, si colgono in altre attività.
Termino con l’augurio che tu possa
trascorrere in serenità i giorni in mia
compagnia.
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Opera Pia Garelli, Garessio (Cn)
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Casa di Riposo S. Maria della Misericordia, Montespertoli (Fi)
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Valentina Molteni
Istituti Riuniti
Airoldi e Muzzi
Onlus, Lecco
Ti sento
A volte basta un sorriso per destarti, anche
solo per un attimo, dal tuo torpore e per
offrirti un po’ di calore.
A volte basta uno sguardo, occhi diretti l’uno
nell’altro, e Tu mi guardi come se mi dicessi:
“Allora mi vedi? Ci sono… esisto ancora!”
A volte basta una carezza, un piccolo gesto
d’amore per risvegliare il tuo corpo e per
darti conforto.
A volte basta una parola per strapparti un
sorriso.
A volte basta poco per farti sentire
importante.
A volte basta poco per starti vicino.
Vivi.
Vivo.
Barbara Azzali
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
…. Ogni giorno è una lotta, ogni giorno si
impara: dalla persona più semplice a quella
più istruita.
Ogni dì hai davanti a te i loro visi, i loro
corpi, le loro angosce, le loro paure, il loro
dolore.
Tu sei lì, sei un piccolo supporto, però ogni
giorno sei lì.
…. Quanti volti ho incontrato in questi anni!
Ogni volto una storia, un insegnamento: da
ricordare e da testimoniare.
Riconoscenza verso persone che hanno fatto
la storia, la guerra, vissuto in povertà.
Sapevano cosa era l’umiltà!
Sapevano cosa era la preghiera.
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Testimoni della tradizione…
Ogni giorno nonnino
sei sempre presente
nello stesso spazio
nello stesso tempo!
Forse mi aspetti
ricevi le mie cure
i miei malumori
la mia stanchezza.
In certi giorni però,
la tua anima si ribella
al mio tocco:
vuole la sua intimità!
Io divento invisibile:
aspetto, aspetto,
forse sbaglio
e forse ci capiamo!
Chiudo gli occhi: vedo tante persone,
si prendono per mano e formano una
lunghissima catena.
Mani che diventano Barche:
barche arrivate al loro porto!
Emanuela Gambirasio
Centro Don Orione, Bergamo
24
25
…. Gli operatori non lavorano solo nelle case di
Milena Maddii Asp Martelli, Figline Valdarno (Fi)
riposo e chi ha bisogno delle loro cure e attenzioni
non è solo l’anziano. Che cosa succede se a essere
malato e ricoverato in una struttura è un bambino?
…. Sono un bambino di soli otto anni ma,
nonostante questo, finora non ho vissuto
giorni allegri e spensierati, come hanno fatto
i miei coetanei.
Un incidente, al momento della mia nascita,
ha leso qualcosa dentro di me, frantumando
così i miei possibili sogni di vita.
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…. Un giorno, la mia mamma ha preso una
decisione…
Quando ne parlava alle sue amiche
piangeva… e io mi sentivo perso e
irrequieto. Non capivo bene cosa sarebbe
successo da lì a poco, ma presto lo scoprii...
…. Tommy ti piacerebbe provare a stare un
po’ con loro?!!
Incerto, annuii, perché, stranamente, non
avevo paura. La casa era allegra e molto
simile alla mia realtà interiore. La mamma mi
salutò piangendo.
26
…. La signorina Chiara mi prese sotto la
sua responsabilità e mi accompagnò, passo
a passo, verso quel mondo tutto nuovo,
fatto di colori, di giochi, di apprendimento.
La signorina Chiara era una personcina
molto esile, con grandi occhi chiari che mi
infondevano serenità.
…. Alle volte, Chiara c’è quando vado a
letto e allora il rito del sonno diventa per
me un fantastico momento. Le sue carezze
sul mio viso, il rimboccarmi le coperte, un
bicchiere di latte zuccherato mi fanno fare
sogni bellissimi.
Chiara è solo un’operatrice di questa
casa dove vivo, ma per me, l’ho capito…
ugualmente è parte di me!
Lei sa cosa sento quando sto male e mi
rassicura, riportandomi a ritrovare la mia
pace interiore.
Chiara è solo un’assistente alla mia persona,
ma per me le sue cure, i suoi gesti, espressi
nell’amore, nella comprensione, nel rispetto
della mia persona… fanno di lei la mia
preziosa guida interiore e di vita.
Ora accanto a lei non mi sento più un
bambino disabile, diverso.
Mi sento un bambino fiducioso e finalmente
amato.
Simona Giraldo
Piccola Casa Divina Provvidenza, Biella
27
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29
la storia diventa le storie:
tanti piccoli frammenti
della vita di più ospiti
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Le testimonianze danno spazio alla
moltitudine: l’operatore parla degli ospiti
che ha incontrato lungo il suo cammino e
si fa portavoce della loro vita presente o
passata.
Il racconto diventa una sorta di
“carrellata”: attraversa momenti e luoghi
differenti, descrivendo la storia di più
anziani.
Ogni singola persona è ricordata in modo
speciale, per una caratteristica o un
episodio che hanno richiamato l’attenzione
dell’operatore.
31
…. Un vero e proprio omaggio: ecco quello che
Maurizio Sanci
Casa Protetta, S. Giovanni in Persiceto (Bo)
molti operatori dedicano alle persone che hanno
prima incontrato, poi assistito, infine ammirato.
Tutti i racconti sono un inno: una raccolta di ricordi
preziosi, evocativi di persone speciali.
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32
una scusa plausibile perché gli dia una
caramella, lamentandosi pure se questa
è senza zucchero. Maria mi sorprende, ha
più di novant’anni e dei lunghissimi capelli
bianchi che vuole siano sempre raccolti e
in ordine, come se dovesse andare a un
ballo. Tina è sempre a lamentarsi di essere
stanca di vivere, che ha poca fame e poca
voglia di alzarsi, ma solo di mattina; perché
ancora si emoziona quando il figlio arriva
al pomeriggio a trovarla. Fernando è un
buono, lo ha scritto in faccia, sempre gentile
con tutti, composto nei modi, da buon ex
Avevo 19 anni il primo giorno in cui presi
colonnello dell’arma, ogni sera, come se
servizio come operatore socio sanitario in
fosse in caserma, mi chiede chi fa la notte
casa di riposo, avevo 19 anni quando mi
e a che ora si mangia la colazione. Elvira
misero in mano una caraffa e cominciai
ancora adesso mi chiama Giorgio, come suo
il mio giro delle alzate, avevo 19 anni il
figlio, e ha pudore quando vado a lavarla,
giorno in cui Ines morì di leucemia: 89
mangia solo se le dico che le patate sono
anni, rantolava con la faccia tesa, nascosta
del mio orto e il pollo cucinato da me, ogni
dalla maschera di ossigeno. Questo fu il
sera mi ripete che alle sette arriverà sua
mio primo giorno di lavoro. Sono passati
figlia a portarla a casa, ma chiede di me
sei anni da quel giorno, sei anni che ripeto
quando non ci sono e vuole la spiegazione
mille volte a Teresa che sono alto un metro
della mia assenza, offendendosi se non
e novanta, ma ancora oggi mi fa ridere
vado a salutarla subito. Flora e Luigia sono
quando me lo chiede, centinaia di volte ho
le nonne che non ho mai avuto, sempre a
pregato Giovanni di non salutarmi gridando chiedermi se sto bene, se sono stanco o se
per il corridoio ma, appena apro la porta,
sono andato a letto tardi, mi riempiono di
ad altissima voce esclama: “Ciao beo!!!”.
caramelle quando sono arrabbiato e stanno
E quante risate con Monica, me ne dice di
aspettando per festeggiare il giorno in cui
parole ma a suo modo, me le dice cantando; diventerò infermiere...
insulterà tutta la sua famiglia, ma sa ancora
Giacomo De Biasi
farmi ridere a crepapelle. Gilberto invece
Opera S. Maria della Carità, Pellestrina (Ve)
è un diritto, ha il diabete, ma trova sempre
33
…. L’ho voluto, comunque, questo lavoro,
dopo un inizio che mi aveva sconvolto per
la realtà inaspettata, così diversa da tutto
Un saluto a Luigi: mi sembra più stanco
quello che avevo vissuto fino ad allora. Lo
del solito oggi, non vuole neppure aprire
voglio ancora, dopo tutto questo tempo, per gli occhi quando lo chiamo.
quello che mi dà, per le situazioni e i gesti nei
La vita è rotolata via
quali riesco ancora, e sempre, a riconfermare
come la palla di stracci
l’umanità delle persone che curo.
che rincorrevi nella strada polverosa.
Hai corso tanti anni
per riuscire a prenderla
Uno sguardo a Mario, così indisponente,
e adesso ce l’hai tra le mani
scontroso, che litiga con tutti, pur
preziosa, unica, tua.
rischiando di rimanere solo, anche i figli, a
Ma non sai cosa farne.
volte, sembrano fuggire da quel padre così
L’unica cosa che non si è consumata
burbero…
è il cuore.
Tra il caotico andirivieni
di cicalecci sempre uguali,
tra la banalità di risate
Ecco Marco, lo prendo per mano, non
facili e scontate
riconosce nessuno, neppure se stesso,
a volte accade,
nello specchio scruta quello sconosciuto
come stille di rugiada,
che pur gli ricorda qualcuno. È calmo e mi
la perla rara del tuo sorriso.
segue…
Appare d’improvviso,
Frammenti d’anima
senza scalfirti il cuore,
cerchi disperatamente
dietro al dolore del tuo vivere
di ricomporre
e mi graffia l’anima.
nel caos delle tue giornate.
Il tuo sguardo incerto,
che vaga in questo spazio
sconosciuto,
m’incanta il cuore.
Vieni,
dammi la mano.
T’aiuto io a ritrovare
una scheggia di quel che eri.
34
per Maria, invece, è quasi finito il tempo,
mi chiedo, passandole il corpo con olio
profumato, se abbia capito e provi paura…
Quel che resta di te
incerto s’affaccia,
vorrebbe spiccare il volo
ma ancora teme il nulla.
Il calore della mano
conforta e avvolge.
È leggero come ali di farfalla
e t’accompagna sulla soglia del
rimpianto.
Attende ancora,
senza fretta
che il tempo non esista.
E tu voli,
finalmente,
nella luce.
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Angelo è triste, stasera, non parla da
tempo, sembra capire quando gli asciugo
quella lacrima che scende, chissà a cosa
starà pensando…
I più chiudono la luce
frettolosi.
Buonanotte nonno.
Una carezza sul viso,
a volte,
come un bimbo.
Son pochi
davvero
quelli che vedono
la vita che è stata
impigliata tra le rughe.
In punta di piedi
ti scoprono il cuore,
tirando la tenda dei ricordi.
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Emilia e Lanfranco
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36
Casa di Riposo S. Vigilio, Spiazzo (Tn)
Emilia ha 86 anni ed è vedova da molto
tempo.
In struttura ha conosciuto Lanfranco, di 92
anni, molto arzillo, e si sono innamorati.
Lei è in sedia a rotelle e lui tutti i giorni si
reca nella sua stanza a farle compagnia…
Quando il tempo è bello, la porta a fare
un giro in giardino e le raccoglie fiori. Ne
approfittano anche per scambiarsi qualche
bacio e qualche carezza.
Il loro tempo è scandito dai loro
appuntamenti nel corso della giornata.
Una mattina, purtroppo, lui muore
d’infarto. È compito della suora dirlo a
Emilia.
Lei piange e si dispera, continua a ripetere
che lui le manca molto.
Dopo un po’ di tempo, quando sembrava
quasi rassegnata, anche Emilia muore
all’improvviso, serenamente: sul suo viso si
può quasi vedere un sorriso…
Elide
Giustina
Tutti i giorni, dopo il pranzo, dice di avere
mangiato molto bene e chiede il conto,
noi le diciamo che è già stato saldato.
Aldo e la sua “Giulia”
Aldo è un bel vecchietto di 90 anni,
rimasto vedovo e senza figli.
Si è perdutamente innamorato di una
infermiera, Elena. Lei lo sa e scherza su
questa cosa.
Ogni mattina, quando lei sale al piano, lui
le dedica una poesia o un pensiero carino,
chiamandola Giulia… “Giulia, quando
arrivi tu è come se arrivasse il sole!”. E
ancora: “Giulia, quando ti vedo il sole non
brilla più, perché tu sei più bella, anche di
una stella!”.
In verità “Giulia” è una suora, suor Elena
appunto! Non è questa gran bellezza ed
è piuttosto avanti con gli anni ma, si sa,
l’amore è cieco!
Elide è stata un po’ di tempo in ospedale
ma è tornata più arzilla che mai,
nonostante i suoi 98 anni. “Sono molto
felice di essere tornata a casa, assieme alle
mie ragazze che mi vogliono tanto bene!
Vi voglio baciare tutte!”.
Ma la sua contentezza aumenta anche
perché questa mattina a lavarla e alzarla
c’era una suora molto gentile, carina a
tal punto che Elide non riesce a spiegarsi
come mai si sia fatta suora.
Questa “suora” non è che un’operatrice
di un’altra religione, che indossa un velo
bianco e che, comunque, vedendola così
contenta, le lascia credere di essere una
religiosa.
Lucia Pellegri
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
37
…. Raccontare tanti pezzetti di vita, mettere
insieme emozioni e ricostruire vicende è un
punto di partenza. Le storie degli ospiti diventano
uno stimolo e un pretesto per riflettere, per capire
che cosa significhi assistere una persona bisognosa
e quali meravigliose, ma anche impegnative,
implicazioni può avere la professione di operatore.
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Era quella un’altra notte insonne per Luigi,
spesso dormiva poco e girava su e giù per il
corridoio, come sempre, molto disorientato.
Così io e la mia collega del turno di notte,
dopo aver cercato, invano, di convincerlo
a coricarsi, lo avevamo portato con noi in
guardiola, a fare due chiacchiere, nell’intento
di fargli venire sonno. Anche quella notte la
sua mente è andata al passato di giovane
militare.
…. Se mi fermo a pensare a quanti episodi
veramente particolari ho vissuto, mi sfilano
davanti tanti volti, tante espressioni, a volte
buffe, originali, tristi o allegre e ricordo
tante voci in modo distinto, che so ancora, a
distanza di anni, attribuire esattamente alle
persone a cui appartenevano.
38
Ricordo Saturna (era proprio il suo nome),
che leggeva le carte (anche se diceva a tutti
le stesse cose); Anna (detta Annina) “affetta”
da nanismo. Era così piccola che, a fatica,
arrivava a premere il bottone dell’ascensore.
Di Annina ricordo la voce bassa e roca. Era
convinta che, chiudendo gli occhi, si potesse
morire, così, a suo dire, non dormiva mai!
…. Carlo invece aveva una voce pacata e
rassicurante, ma era una persona tenera,
anche se, a volte, era un po’ testardo. Aveva
un’aria distinta. Era emigrato in Francia dove
aveva esercitato molti mestieri, era stato
anche croupier al casinò di Montecarlo (nel
Principato di Monaco).
…. è il mio lavoro, mi piace, pur tra le tante
difficoltà e la fatica di far combaciare tutti i
miei impegni con i turni; amo le piccole e
tante soddisfazioni che provo ogni giorno
e le fragilità che incontro nelle persone che
curo: a volte sono simili alle mie. Mi piace far
star bene qualcuno che, senza il mio aiuto, o
quello di una mia collega, continuerebbe a
soffrire un disagio.
…. In un mondo così povero di valori come
spesso, purtroppo, è il nostro, gli anziani
con i loro racconti, la loro esperienza, il loro
buonsenso, riescono ancora (se ascoltati), a
trasmetterci ciò che è veramente importante,
come il rispetto, l’onore, il valore degli affetti
e la gioia di vivere!
Pietro e Adelina rappresentavano tutto
questo. Si erano conosciuti proprio in Casa
Protetta e si erano innamorati. Uscivano da
soli per fare lunghe passeggiate pomeridiane
tenendosi per mano. Quando non poterono
più farlo, perché Adelina ormai era sulla
carrozzina e Pietro camminava a fatica col
bastone, li accompagnavamo noi l’una
dall’altro e viceversa perché potessero stare
un po’ insieme.
…. Il nostro lavoro non è fatto soltanto di
regole comportamentali o di protocolli
predefiniti da mettere in pratica, ma è anche
attingere alle nostre risorse personali, talvolta
alla nostra creatività, per relazionarsi con
empatia e cogliere le diverse sensibilità, le
singole individualità. Forse non basterebbe
neanche un libro per scrivere tutto ciò che
comporta…
Halima El Quartassi
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
riaddormentava. Ricordo GIUSEPPINA, che
quando è arrivata era costretta a letto, con
PEG, affetta da una grave forma di afasia
e non si capiva nulla di quello che dicesse,
unica parola comprensibile era “signora”,
…. Ricordo che era poco tempo che
ma con tanta buona volontà da parte delle
lavoravo qui che arrivò MINO, affetto da
operatrici si riusciva a capire quello di cui
demenza senile, ma con un carattere solare, aveva bisogno, inoltre era sorridente ed era
allegro, gli piaceva ballare il liscio e cantare
sempre pronta a scherzare: a volte, quando
canti popolari e, in particolare, “Sveglia
era a letto, facevo finta di voler salire sul
Molinaio!”, una canzone un po’ “spinta”; alle letto e lei iniziava a ridere fino alle lacrime.
suore non piaceva affatto, mai lui era felice
e noi gli mettevamo la cravatta e se gli si
…. I mesi sono passati e Anna si è
diceva “Mino, come sei bello, come figuri
ambientata tra alti e bassi e al mattino,
bene!” i suoi occhi si illuminavano, quasi
quando la vado a salutare, mi dice: “Ciao!
piangevano dalla commozione.
Ven chi cat daga un bes” (cioè vieni qua,
che ti do un bacio!). Recentemente è
…. Difficile spiegare che cosa si prova per
andata in ospedale per accertamenti e la
le persone che vivono gli ultimi anni della
nuora ci ha riferito che là era molto agitata:
loro vita in casa protetta perché queste sono non mangiava ed era quasi inavvicinabile.
cose che vengono dal cuore e che si vivono
Quando è rientrata era mezzogiorno e le
quotidianamente. Penso che, a volte, non
sono andata incontro, prima mi ha baciato,
sia nemmeno necessario l’uso di farmaci
poi ha detto: “Adesso sono a casa”.
per togliere loro l’ansia, forse basta sedersi
vicino a loro e cercare di capirli e ascoltarli,
…. Ci sarebbero tante storie da raccontare,
magari dando loro un abbraccio oppure una ognuna diversa dall’altra, ma con un unico
carezza. Ricordo, per esempio, GINA, che
comun denominatore: anche se anziane,
era affetta dal morbo di Alzheimer e spesso
“sono persone” che, comunque, al di là
si agitava chiamando la figlia: di notte
delle patologie di cui soffrono, provano
capitava che chiamasse ad alta voce perché
ancora delle emozioni, hanno tanto da dare.
diceva di aver fame. Allora le scaldavo un
Basta solo ascoltare.
po’ di latte con i biscotti, mi sedevo sul
letto mentre mangiava, quando aveva finito
Mariangela Ravanetti
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
diceva “grazie cara adesso sto meglio” e si
39
…. Sono trascorsi ventuno lunghi anni, ma
pare ieri quando, timorosa, ho varcato per
la prima volta la soglia di una residenza
per anziani in qualità di operatrice.
Quanti uomini e donne ho avuto la
fortuna di conoscere, aiutare, confortare,
sostenere nei momenti difficili, ma anche
sorridere con loro e gioire dei loro piccoli
progressi.
Quanti di loro ricordo con affetto e hanno
lasciato un segno indelebile nel mio cuore.
La mia professione non è certo facile, è
un lavoro pesante, ti costringe a lavorare
di notte e durante le festività, nulla può
essere lasciato al caso o rimandato a
domani.
Non vi è cosa più gratificante, per me,
di sapere di aver fatto del mio meglio
e quanto mi è possibile per fare stare
bene le persone che mi sono affidate,
curandone l’igiene, l’abbigliamento,
l’alimentazione e facendole sentire amate.
40
…. Anni fa fu accolta Norma,
ultranovantenne con demenza senile.
La famiglia non era più in grado di gestirla
a casa e lei trascorreva le sue giornate a
letto e al buio.
I primi tempi furono difficili perché, anche
con noi, si rifiutava di alzarsi dal letto ma,
gradatamente, con costanza, senza mai
desistere, riuscimmo a farle riacquistare
la voglia di stare a tavola e in mezzo alla
gente, tanto che poi protestava quando
arrivava l’ora di coricarsi.
Ricordo Angela, quasi centenaria, che
all’accoglienza si era presentata assopita
e non collaborante. Per questo suo stato
doveva essere imboccata e non parlava.
Il lavoro d’equipe, anche in questo caso,
fu prezioso. Grazie a una terapia mirata,
alla fisioterapia e all’assistenza, la signora
si riprese, tanto da riuscire talvolta a
mangiare da sola e a lavarsi le mani e il
viso. Ci ringraziava sempre per il nostro
operato, ci baciava le mani e ci dava la
sua benedizione, con il segno della croce,
come fanno i sacerdoti.
…. Quante altre persone potrei citare,
tutte con il proprio carattere, il proprio
vissuto, le proprie caratteristiche che
le rendono speciali e uniche: Amalia,
che leggeva in continuazione le lettere
inviatele dal marito quando erano ancora
fidanzati; Elvia che aveva una collezione
di santini e pregava tutto il giorno; Bruno,
che si spacciava per un agente segreto
della CIA; Enrico, sempre in giacca, gilet
e papillon, che era stato il macchinista
del treno del Duce; Giulia, che sapeva
interpretare i sogni; Ida, sempre serena
anche se cieca e quasi completamente
sorda…
Quanti sorrisi, carezze, baci ricevo e
dispenso a mia volta ai miei “tesori”: non
costano nulla, ma scaldano il cuore.
Marilena Rinaldi
Fondazione Visconti Venosta, Grosio (So)
Antonella Alberti
Istituto Assistenza Anziani, Verona
41
Ho 23 anni e faccio questo lavoro da quando
ne avevo appena 19… diciamo che è iniziato
tutto quasi per caso…
…. QUESTO LAVORO VA FATTO
SOPRATTUTTO CON IL CUORE, non è
una professione come tutte le altre: o piace
o non piace, non puoi svolgere questo
lavoro solo per lo stipendio, non ha alcun
senso…
…. loro non hanno bisogno solo di cure
mediche o infermieristiche assistenziali:
HANNO SOPRATTUTTO BISOGNO DI
UN SORRISO E DI RASSICURAZIONE,
cerchiamo di far capire loro che siamo una
grande famiglia allargata e che noi siamo
a tutti gli effetti lì per loro. Cerchiamo di
distrarli dal loro mondo triste, a volte ricco di
sfortune e malattie gravi, organizzando per
ogni ricorrenza festiva una festicciola tutta
per loro e facendoli partecipare vivamente…
…. Io penso che comunque è impossibile
non affezionarsi a ogni singolo paziente, il
vedere ogni loro piccolo miglioramento mi
rende felice, vedere entrare in struttura un
paziente che magari piange giorno e notte
e, piano piano, riuscire a strappargli un
sorriso per me è una grande soddisfazione.
…. Ogni paziente ha un posto speciale
nel mio cuore: Corradino (un uomo forte,
dolcissimo, molto disponibile con gli altri
pazienti, un uomo dolce e buono), Maria
(una signora molto simpatica che passa da
uno stato d’animo all’altro, Maria è “forte” è
fantastica, vive in un mondo tutto suo…
…. Maria Rosa (una signora con molta
sfortuna e sofferenza sulle spalle, ma sempre
pronta a giocare e scherzare con noi), Pedru
(il nostro Puffetto, un omino simpatico, vispo
allegro e goffo), Zio Andrea (una persona
meravigliosa, il nonnino dolce che tutti
vorremmo avere. È un paziente comatoso,
ma i suoi occhietti vispi e il suo sguardo
sono pieni di voglia di vivere, stimolandolo
costantemente siamo riusciti a fargli suonare
una trombetta, è stata un’emozione unica)…
Francesca Mazzone
Smeralda Rsa, Padru (Ot)
42
Alberto Emanuelli
Azienda
Servizi Ubaldo
Campagnola,
Avio (Tn)
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Unaoc, una paruotto
baci e: dopot olto
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Cosa ho fatto per loro… e cosa ho ricevuto.
Adelina
e la lattina di tè
.… Settimanalmente si recava in segreteria
a prelevare cinque euro per caricare la sua
chiavetta del caffè, e iniziava ad acquistare
lattine di tè da regalare al personale. Ci
diceva: “Bevi che ti fa sangue…”.
Rifiutare il regalo voleva dire offenderla, di
conseguenza, nei nostri carrelli, tra pannoloni,
salviette e pomate, comparivano sempre
lattine di tè...
…. Ci lasciò in punta di piedi, senza tanto
disturbo. Passò dal sonno alla morte
all’improvviso e, pensandoci, ricordo ancora
quella mattina, il suo viso pallido ma sereno...
E una lattina di tè sul comodino.
Angiolina e il freddo
…. I complimenti erano l’argomento che più
gradiva ma, se qualcuno le faceva notare
che il maglioncino che indossava era fuori
stagione, lei ribadiva che aveva freddo.
Ebbene sì, la signora anche in agosto
indossava abiti invernali e teneva sul letto,
oltre alla coperta, anche un plaid di lana.
…. Ricordo con tenerezza quando mi diceva
che la mia presenza la rallegrava e che il
saluto di ogni mattina le trasmetteva buon
umore. Un giorno mi disse: “Lei entra nella
mia stanza come il sole illumina l’ambiente”.
…. Continuai fino alla fine dei suoi giorni a
salutarla allegramente ogni mattina, avendo
cura di sistemarle il caldo plaid di lana come
a lei piaceva tanto.
Anna e il dialetto
impossibile
…. Di lei ricordo in particolare la difficoltà
a farsi capire, in quanto si esprimeva
unicamente in dialetto siculo. Io, che ho le
sue stesse origini, le facevo da interprete,
quando aveva bisogno di comunicare,
sempre animatamente, per qualunque cosa.
…. con me si sentiva libera di esprimersi
serenamente senza andare alla ricerca di
vocaboli particolari.
…. Nei miei ricordi ci sono un’infinità
di nomi, visi e persone che rimarranno
indelebili nella mia mente. Ognuno di
loro mi ha dato qualcosa che solo chi ha
vissuto una vita intera ti può dare. Quel
qualcosa che ti insegna a crescere e a
superare gli ostacoli che possono apparirci
insormontabili. Lezioni di vita che meritano
ascolto e comprensione.
Rosetta Grimaldi
Casa Protetta S. Giovanni Bosco, Modena
43
…. I racconti hanno più autori perché gli operatori
Eugenio Pilutti
Centro per l’Anziano Gregoretti, Trieste
hanno lavorato a più mani, esattamente come
Aiutare con il cuore
nella vita di tutti i giorni e nella loro professione:
A casa avevo ripensato a quegli occhi
ciascuno ha contribuito, descrivendo la vita degli ospiti ….
azzurri, che un tempo erano gioiosi e
e riflettendo sull’attività svolta.
ora erano spenti, ma nei quali si leggeva
comunque il desiderio di essere aiutata. In
quel momento avevo capito che dovevo fare
qualcosa di particolare per lei. Ma non era
così facile.
Tutti in acqua
L’attività in piscina è nata nell’autunno del
2003 come ulteriore intervento riabilitativo
e non solo, rivolto ad alcuni ospiti residenti
presso la nostra struttura, la A.P.S.P. Rosa
di Venti di Condino.
…. Vederli tranquilli e rilassati in
acqua, divertiti, fare esercizi fisici per le
articolazioni, lasciarsi trasportare dalle
braccia e fidarsi di fisioterapisti, O.S.S. e
bagnini è stato utile per rafforzare ancor
più il nostro rapporto ospite e operatore e
quello ospite e persona esterna.
44
…. Tale esperienza ha fatto sì che gli ospiti
svolgessero una nuova attività fuori dalla
struttura, avessero maggiori e più profondi
contatti con l’esterno, mantenessero vive
le proprie passioni.
…. Per tutti noi operatori che svolgiamo
questa professione non è importante
COSA si fa, ma soprattutto COME, è
meglio un’azione fatta con il cuore che
dieci fatte “così per fare” oppure per
routine.
Graziella Altini
A.P.S.P. Rosa dei Venti, Condino (Tn)
…. Nel corso del tempo avevo conosciuto
le sue doti artistiche e, di comune accordo
con le mie colleghe del servizio animazione,
l’avevo coinvolta nei vari lavori manuali come
“opinionista”. Lei esprimeva le sue opinioni,
suggeriva i colori da abbinare o i soggetti da
ritrarre e criticava quando ce n’era bisogno!
Scherzando, la chiamavo, e la chiamo
tuttora... “il mio braccio destro”, anche
se lei spesso si lamentava per non aver
aiutato manualmente durante l’attività. Io
continuavo e continuo a spiegarle che anche
i suggerimenti e le osservazioni aiutano a
migliorare un lavoro.
…. La Rita di oggi partecipa alla vita
quotidiana con soddisfazione, si applica
molto durante le attività di ginnastica e i suoi
occhi color azzurro cielo sono diventati di
nuovo vivi, il suo sguardo luminoso.
Laura Bagozzi
A.P.S.P. Rosa dei Venti, Condino (Tn)
45
IO: Ore 07:15 Comincio dalla stanza numero
10, entro e il signor M.M. è già seduto sul
letto: “Buongiorno, come sta? Ha dormito
bene?”. Lui mi guarda con un grande sorriso,
rivolgendosi a me con il nome di sua figlia.
È di buon umore perché si sente in famiglia.
Lo aiuto nelle pratiche dell’igiene e nella
vestizione. Lo accompagno per la colazione.
Il magico mondo del
signor M.M.
M.M. “Eccomi qui, mi sono svegliato anche
questa mattina. Apro gli occhi: ma dove
sono? Ma nella mia amata fattoria; guarda è
una bellissima giornata di sole”.
IO: Ore 07.00: Come tutte le mattine mi
reco sul mio luogo di lavoro e splende il
sole.
M.M. “Sento le galline, mi stanno
chiamando, devo alzarmi!”.
IO: Ore 07.10: La mia collega mi ha riferito
che il signor M.M. è sveglio e vuole alzarsi;
appare inquieto.
M.M. “Ma dove sono i miei vestiti? Devo
andare dalle mie galline che stanno
starnazzando… Hanno fame”. “Forse sta
arrivando qualcuno… È mia nipote“.
46
…. Da un punto di vista superficiale il signor
M.M. può sembrare un folle, ma è proprio
questa follia che lo rende speciale perché
“tutti i migliori sono… un po’ matti”.
La passione di assistere
possiamo ritrovarla
nelle varie azioni
della vita quotidiana,
come per esempio nel….
Ballare, Condividere,
Pregare, Consigliare,
Dedicarsi, Cantare,
Sorridere, Brindare,
Giocare.
Assistere con il cuore
significa dedicare
un po’ di tempo
PER loro
E CON loro
Perché anche noi saremo
Rispecchiati nel futuro!
Marcella Bonenti
A.P.S.P. Rosa dei Venti, Condino (Tn)
Frammenti di storia
Incontri d’estate
…. Il giorno si accende e si spegne sulla
battigia in un groviglio di voci e di suoni.
Voci e scoppi di risa anche dietro di noi,
sotto gli ombrelloni. Ci avviciniamo e
scopriamo un gruppo di anziani, dall’accento
trentino che, insieme a due giovani,
inventano giochi, raccontano aneddoti del
loro passato, ricordi di una giovinezza ormai
lontana.
…. Credevamo che i due giovani fossero
i loro figli, per una volta non distratti da
impegni o preoccupazioni, tanto era
attraente l’atmosfera che riuscivano a creare.
…. La felicità dei nonni è palpabile in una
vacanza così gratificante e serena. E, a
questo punto, ci viene da pensare che
se ciascuno di noi, senza grossi sacrifici e
particolari rinunce, rendesse meno avara e
piatta la propria vita, donando briciole di
felicità all’altro, non si lascerebbe sfuggire
la stimolante esperienza e l’opportunità di
condividere con l’anziano momenti di alta
spiritualità e amore.
Anna Parmigiani
A.P.S.P. Rosa dei Venti, Condino (Tn)
Nella mia esperienza lavorativa mi capita
quasi quotidianamente di leggere,
ascoltare le storie di vita, i ricordi, le
memorie di altre persone.
Persone che, per un attimo, consegnano
nelle mie mani pezzetti della loro identità
raccontati, rivisitati in un tempo e in un
luogo diverso da quello in cui i fatti sono
realmente accaduti.
Racconti di vita
vissuta
…. Nata senza un progetto vero e proprio,
questa esperienza d’incontro, ascolto,
ritorno di storie vissute, la chiamerei
“relazioni che curano” perché niente fa più
piacere all’anziano come l’essere ascoltato,
condiviso, supportato nell’affrontare
le difficoltà del presente così carico
d’incertezze, oltre a lasciare attraverso il
racconto di sé, tracce indelebili del suo
passaggio.
…. Ma il miracolo è avvenuto quando,
attraverso il racconto e l’ascolto, si è
creata una relazione quasi intima che ha
visto crescere il rapporto di fiducia tra chi
narrava e chi ascoltava, quasi da diventare,
intervistato e intervistatore, risorsa l’uno
per l’altro.
…. Ogni vita racchiude e offre un prezioso
insegnamento: quello di restituire, con la
distanza della scrittura, l’unicità e l’armonia
di queste storie, è un atto doveroso da
parte di tutti noi.
Loredana Milani
Casa di Riposo Gallazzi Vismara, Arese (Mi))
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La e un ve e molto
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…. Mentre ascolto ti incontro, entro in
punta di piedi nella tua storia e, per un
attimo, penso che mi appartiene: mi
sembra di toccare con mano gli odori, i
sapori, le voci, i colori che le situazioni
descritte evocano.
…. Sono racconti di padri, di madri, di figli…
Sono storie di vita, storie di famiglia.
Sono racconti che danno senso alla
Storia, perché ne rappresentano l’anima
vitale. La rendono più vicina… Non posso
non ricordare le voci e i volti che hanno
accompagnato questi racconti, offrendomi
ciò che le parole non possono comunicare.
E raccontare, scrivere, far scrivere, forse un
giorno pubblicare queste storie è un atto
di profondo riconoscimento per l’uomo e
la sua storia.
Lilia Andreoli
Casa di Riposo Gallazzi Vismara, Arese (Mi)
47
Un ricordo di panni
e di sole
Ho un ricordo di panni e di sole,
un flash di luce nel cortile.
La mamma faceva la balia alla figlia
di un gran pasticcere di Milano.
Il pezzo di cioccolato era per me.
…. Mi ritrovai a vent’anni in casa
con tre uomini e il papà. Per l’acqua
c’era la pompa fuori.
Uno spazzino, un sarto zoppo,
un muratore.
…. Mi si è consumata l’anca
per l’artrosi alle articolazioni.
Non la si può operare.
Sto male
…. Ho risalito ottantatre
anni facendo tutto da me.
Poi, ecco un sacchetto
delle feci per tre mesi.
Ho avuto tifo e broncopolmonite
-insieme- prima della guerra.
L’artrosi è un tormento. Sento
fitte pulsanti nella schiena:
pensare che, dentro, mi sentirei uguale.
48
Ci sono cose
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Storia triste
Si scriveva poco dalle suore.
Una compagna mi bucò la coscia
-per sbaglio- con i ferri da calza:
stavo per perdere la gamba.
Il nonno chiamò un bravo professore
che mi salvò.
…. Adesso sono qui e, sebbene faccia
una gran fatica, cerco
di non chiedere e chiamare.
Stamattina mettevo il vestito
e mi sbagliavo. Non finivo mai.
Ci sono cose belle e cose brutte.
La cena, il pranzo, il parrucchiere,
la visita dei figli – soprattutto!la lettura e la fisioterapia,
la compagnia, a casa si è più soli.
Pier Paolo Perutto Opera S. Maria della Carità, Pellestrina (Ve)
Le carrozzine che aspettano in colonna,
non essere in salute – soprattutto!essere vecchi, non essere più a casa
e non importa se là io sarei sola.
Non posso guardare la tv:
disturba la compagna.
Andare via da casa
m’ha strappato l’anima
dopo quarant’anni nello stesso cortile.
…. Il “futuro” è così incerto anche per chi
la vecchiaia ancora la scruta da lontano,
ma dare esperienza, guardare avanti,
accogliere un anziano in C.d.R. con
entusiasmo, trasmettendogli con la nostra
vicinanza il messaggio “siamo qui per te”.
È e dovrebbe essere un dovere per tutti
noi operatori.
Milena Tavaglini
Casa di Riposo Gallazzi Vismara, Arese (Mi)
…. Ora sto qui e continuo a pensare
a quando finisco,
a quando Qualcuno mi viene a chiamare.
49
Insieme per te
Siamo un gruppo di colleghe, arrivate
da mille strade diverse e in mille modi
diversi, con uno scopo preciso: il lavoro. Le
motivazioni? Per alcune una vera e propria
missione, per altre ancora “non c’era
un’altra via di uscita che questo lavoro”.
…. “Io, personalmente, ho fatto il corso in
Italia e il lavoro dell’OSS non mi ispirava
così tanto. Primo, perché mi sembrava
impossibile che in un paese come questo,
ricco di tante cose, non ci fosse spazio
per i “vecchi” della famiglia (come da noi,
dove la famiglia è patriarcale e l’anziano
è riconosciuto come il perno di tutto).
Secondo, perché ritenevo sbagliato avere
un guadagno compiendo qualcosa che si
dovrebbe fare come dovere e diritto verso i
nostri cari. Ma poi mi sono detta che le mie
motivazioni e i miei principi erano validi e,
quindi, ho intrapreso questa strada. Penso
che l’anziano, più che delle medicine,
abbia bisogno di essere ascoltato nelle
storie che racconta ogni giorno”.
…. “L’anziano, secondo me, ha bisogno
di una gratificazione liberatoria: gode se
capisce che qualcuno ha bisogno di lui.
Non vede l’ora che qualcuno gli chieda un
parere o un consiglio ed è subito pronto
a elargire la sua conoscenza, dettata
dall’esperienza di vita, gratuitamente.
50
…. ho imparato che tutte le volte che
non ascolto un anziano o che questo
viene a mancare, per la sua malattia o
per solitudine, è veramente come se un
libro della biblioteca venisse bruciato. La
moltitudine di esperienze e il bagaglio di
testimonianze che l’anziano si porta dietro
entrando in una struttura residenziale sono
densi di risvolti. Sta a noi operatrici dar loro
la possibilità di poterci consegnare tutto
questo come un dono prezioso perché per
loro tale è”.
…. “Io ritengo l’anziano un soggetto
cosiddetto “fragile” perché affetto da
due, tre o più patologie croniche, spesso
incurabili e ad andamento progressivo, in
situazioni di disagio...
.... Per aiutare un anziano, secondo me,
è necessario prima di tutto capire i suoi
bisogni, che variano in relazione alla sua
condizione”.
…. “Per me l’anziano non è una persona
fragile e mi spiego: per me, una persona
fragile è una persona alla quale non ti puoi
appoggiare per nessun motivo perché è
insicura o incompleta. Ora, l’anziano, se
da una parte decade nel fisico e in altre
componenti, dall’altra è forte della sua
esperienza di vita. Diventa fragile, secondo
me, in tutta la sua completezza, soltanto
quando si mette a confronto con la vita che
sta per finire.
.... Invece l’anziano, per potere star “bene”
deve potersi sentire ancora importante e
capace di fare qualcosa.
.... per questo il compito dell’ OSS non
è solo quello di intervenire a livello fisico
sulla persona.”
…. ”Fin da piccola i miei amici non erano
tanto i compagni della mia età. Vicino a
dove abitavo io c’era un ospizio (una volta
si chiamavano così) dove “chiudevano”
le persone di cui ci si vergognava… Io
ero diventata amica di due persone in
particolare, che andavo a trovare tutti i
giorni: una signora alla quale mancava
una mano (l’altra, a causa di un’artrosi, era
tutta storta), che mi aspettava sull’uscio.
Se arrivavo in ritardo, rimaneva in pensiero
sino a che non mi vedeva arrivare; io ero
una bambina e lei mi aspettava per darmi
che cosa? Una brioche di una marca
famosa. Io impazzivo per quella brioche
e per lei che me la dava! Me l’apriva con
la mano menomata e me la dava e, sino
a che non la mangiavo, non mi lasciava
andare via...”.
…. “Perché accettare di essere anziani
non è così semplice: vedi le forze che
ti mancano, ti trovi colto alla sprovvista
dalla malattia di cui non conosci i
risvolti e, a volte, nemmeno il nome. Ti
prendono, ti portano via da casa tua, a
volte senza preavviso, e ti ritrovi in un
luogo grande, sterile che non è più casa
tua e, se capisci qualcosa, preferiresti
non capire. Perciò la figura dell’OSS è
importante: è necessario che l’anziano
non senta tutto questo grande distacco,
deve socializzare col nuovo ambiente e
con chi lo abita e, per farlo, deve capire
di essere lì non perché a casa sua non
era più utile a nessuno, tantomeno a se
stesso, ma perché lì può trovare persone
simili a lui, che ragionano come lui, che
hanno le sue stesse esperienze oppure
vissuti diversi da mettere a confronto“.
…. “Se si guarda dall’esterno che cosa
succede quando arriva l’ora di andare in
Chiesa, si rimane sbigottiti: è una corsa
generale a chi arriva prima all’ascensore...
e giù in Chiesa in rispettoso silenzio,
ognuno al suo posto”.
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…. Per loro noi siamo diventate la loro
famiglia; con noi si sentono liberi di
esporsi in ogni manifestazione.
…. Grazie a tutti gli anziani di esistere e
grazie a voi per averci permesso di dare
questa testimonianza. Siamo felici del
nostro lavoro ed entusiaste di poterlo
dire.
Gruppo di O.S.S. Piccola Casa della Divina Provvidenza S. Giuseppe Benedetto
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51
gli operatori
descrivono la storia
di un ospite
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da dove vieni
Gli operatori partecipano in prima persona
all’esperienza della narrazione. Descrivere
dettagli della vita di un ospite è un modo
per condividere con lui emozioni e racconti,
per avvicinare due mondi all’apparenza così
diversi.
L’operatore narra vicende accadute
all’interno della struttura, trasforma il
resoconto in un punto di partenza per
commenti generali e si concentra sul
rapporto che ha instaurato con l’anziano,
diventando così protagonista.
Ci sono tanti modi per narrare la vita di
un altro che non è semplice altro, ma una
persona debole, bisognosa di attenzioni,
cliente e amica allo stesso tempo. Ecco
perché le testimonianze sono così uniche,
preziose e particolari.
53
Il tuo percorso
fino a noi
…. Gli operatori, nel cercare di capire meglio chi
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è l’ospite e da dove viene, ricostruiscono la
sua storia: partono dalle origini e ripercorrono
i momenti salienti. Solo alla fine si ritorna in struttura,
con un pizzico di consapevolezza in più: si può
comprendere che cosa significhi per una persona
che ha un passato e una vita vissuta alle spalle
arrivare in una casa di riposo e adattarsi a una nuova
realtà.
La storia di Vittorio
Vittorio nacque nell’agosto del 1915 da
una famiglia di origine contadina: il padre
Giovanni lavorava la terra a chiamata,
per conto terzi, e la madre Margherita si
occupava della casa e dei figli Vittorio,
Giuseppe, Antonio e Maria.
…. Per Vittorio e Clementina galeotto fu
l’incontro presso la sala d’attesa del dentista,
dove vennero presentati l’uno all’altra da
un’amica comune.
…. Dalla fine della grande guerra agli
anni ’50 Vittorio fu il protagonista della
Filodrammatica di Castelgomberto: un
gruppo di amici amanti del teatro e del
buon vino che si incontrava, ogni sera, dopo
il lavoro per mettere in scena operette e
commedie, che andavano poi a recitare
in bicicletta nei comuni di Malo, Trissino,
Valdagno e nei paesi limitrofi.
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…. Una serie di circostanze, tra le quali
un grande desiderio di “gironzolare”
senza meta, che in modo poco poetico
viene chiamato wondering, una crescente
confusione, un carattere talvolta assai
irritabile e l’instabile salute della moglie,
hanno promosso Vittorio alla carica di
“ospite” presso l’I.P.A.B. La Pieve di
Montecchio Maggiore (VI).
…. Ed ecco che tutti - educatori, operatori,
fisioterapista e lavoratori socialmente utili
– fanno i turni per accompagnare Vittorio a
passeggio per i corridoi della struttura, dove
si sentono riecheggiare le romanze d’amore
cantate dal nostro protagonista, che esprime
così la sua gratitudine all’accompagnatore.
…. Vittorio, uomo dal carattere testardo,
ci chiede a modo suo di condividere con
lui i ricordi più belli della sua vita ed è
nostro dovere permettergli di rivivere il più
frequentemente possibile il bello che ha nel
cuore.
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I.P.A.B. La Pieve, Montecchio (Vi)
54
55
Il “rompi scatole”
e non solo…
Lorenzo Rigamonti è nato a Mandello Lario,
una cittadina ai piedi della Girgna, in una
gradevole posizione affacciata sul ramo di
Lecco del lago di Como, il 25 giugno del
1929. Ha vissuto a Mandello fino a 24 anni.
Ha lavorato per parecchi anni alla Moto
Guzzi, una delle più grandi ditte della zona
che dava lavoro a gran parte della gente del
paese. A 24 anni ha deciso di fare il pastore,
ha comprato delle pecore e ha girato gran
parte dell’Italia per parecchi anni...
…. Dopo qualche tempo ha avuto dei
problemi di salute, che lo hanno costretto
a frequentare per parecchi mesi i vari
ospedali della zona, fino a quando è giunto
al Don Guanella. Ad oggi conta 15 anni
di permanenza nella Casa, ma non è mai
riuscito a rimanere con le mani in mano.
…. All’interno della Casa, oltre che delle
varie commissioni che gli vengono richieste
dai dipendenti, si occupa della raccolta
differenziata, in particolare dell’imballaggio
e dello stoccaggio di carta e cartone… da
qui il soprannome datogli dalle ragazze della
cucina “il rompi scatole”.
Petronilla Emilia Bellamoli
Don Michele Garonzi, Grezzana (Vr)
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56
57
…. Gli operatori raccontano il presente, con uno
sguardo al passato: la narrazione della vita in
casa di riposo diventa un’occasione per scoprire
Vi racconterò una storia d’amore. Io adoro
le storie d’amore e me le faccio raccontare
da tutti. Questa è una bella storia d’amore
e me l’ha raccontata Guerrino, per vincere
l’imbarazzo quando gli ho fatto il bagno per
la prima volta.
qualcosa in più dell’ospite e del rapporto speciale
che si crea fra lui, il suo vissuto e l’ambiente che lo
accoglie.
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58
Frammenti
del tuo passato
…. “Sai” mi dice “mi sono innamorato di
una bella ragazza, Marcella, ma non osavo
dichiararmi a causa del mio orecchio”.
…. Con il cuore che mi batteva forte forte le
dissi: <Cosa fai tu qui?>.
Lei, sorridendo, mi rispose: <Se mi sposi, io
ti sposo>.
Le donne sono speciali!!! Pensai.
Ma subito mi ricordai… <Ma hai visto il mio
orecchio?>. E lei: <Certo che l’ho visto, ma
non m’importa!> e mi baciò proprio lì!
Naturalmente l’ho sposata e siamo stati
felici”.
…. Dolce e tenero Guerrino, dal grande
sorriso burlone, gentiluomo amante delle
donne e sempre in cerca di quadrifogli da
regalare.
Grazie Guerrino, per aver condiviso con me
la tua bella storia d’amore, grazie per la tua
sensibilità e gentilezza.
Paola Sperotto
Residenza Anziani, Ponderano (Bi)
…. Maria ha i capelli bianchi e la schiena
curvata da una vita di lavoro; passeggia
nel cortile della residenza con la sua
amica Emma e mi racconta la sua storia.
Era bella Maria, lo è ancora, i lineamenti
del volto sono delicati e gli occhi di
un azzurro limpido, era bello anche
Giovanni, il grande amore della sua
vita, ed era ancora un giovane uomo
quando una brutta malattia se lo portò
via. Paola e Giulio, i loro due figli, vivaci
e intelligenti, all’epoca erano ancora
bambini, perciò Maria iniziò a lavorare
come sarta in casa, per stare con loro
e guadagnare da vivere allo stesso
tempo…
…. Maria negli ultimi anni ha iniziato a
sentire sulle spalle il peso enorme di
questa vita di lavoro e sacrifici, le gambe
la tradivano, non poteva più occuparsi
della casa, cominciava a non ricordare
più le commissioni che doveva fare e,
talvolta, dimenticava pure la strada per
tornare a casa. È perciò che, in una
mattina di primavera, è venuta a vivere
nella residenza per anziani “Antica scuola
dei Battuti”.
…. Emma, la sua compagna di stanza, è
sempre con lei, insieme condividono la
quotidianità nella residenza: la colazione,
la cyclette e gli esercizi in palestra,
le feste di compleanno, la musica, la
pedicure, la piega con i bigodini, ma
insieme condividono anche i momenti
di vuoto e di tristezza, i momenti in cui
ricordano, con nostalgia, i loro enormi
sacrifici, ricordano i primi passi dei loro
bambini, i baci del loro grande amore, e
accettano insieme che il tempo trascorra.
Daniela Boschian
Antica Scuola dei Battuti, Mestre (Ve)
59
Una musicista vera
Elga Rizzon
A.P.S.P. Borgo Valsugana, Trento
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…. Rimango subito colpita da questa
signora ancora relativamente giovane
che mi scruta con uno sguardo attento e
curioso, dai suoi occhi traspare come un
velo di tristezza mascherata da una serenità
apparente e da un parlare disinvolto.
…. Si rivela un inserimento facile: è
collaborante, disponibile, non ha pretese
particolari e si adatta alle regole senza
alcuna difficoltà. Rassicura il figlio che le
domanda come sta: “Mi vogliono tutti bene,
mi sento come a casa”.
…. Ha subito la malattia del marito,
deceduto da qualche anno, e del fratello,
conosce bene la gravità della sua condizione
e ha deciso di non fare soffrire troppo i
suoi famigliari, evitando loro il più possibile
il disagio di chi accompagna il malato
terminale verso la morte.
…. Bisogna riuscire ad aiutare Angela in
questo momento di grande dolore.
Ogni operatore cerca di far emergere la
propria sensibilità, tutti hanno qualcosa da
donare, che va a unirsi e a correggere i limiti
dell’altro, riuscendo così a formare quasi una
catena di supporto per la malattia di Angela.
Beatrice Nota
Residenza Il Mughetto, Ceresole d’Alba (Cn)
60
…. Negli anni anteriori all’ultima guerra, la
signora Teresa era riuscita a far frequentare
il conservatorio di Torino a quella figlia
che disegnava la tastiera di un pianoforte
su una striscia di carta e poi l’appoggiava
sul tavolo della cucina in via Lagrange.
Contro il parere di molti scettici, le aveva
noleggiato un pianoforte, pagato un
primo insegnante e quindi, assicuratasi
delle sue doti, addirittura fatto sacrifici
per comprarle un discreto strumento e
permetterle di iscriversi al conservatorio.
…. ”Mi è stato detto che suonava
in chiesa” disse Paolo a Vera, per
coinvolgerla in un dialogo che voleva
testarne le capacità mnemoniche e
logiche. “Certo. Suonavo alle messe,
anche ai matrimoni e ai funerali con
Don…, come si chiamava il parroco della
chiesa qui di Gaveglio? Però, un giorno
che ero all’organo ho sentito come uno
scoppio qui nella testa e, da allora, ho
avuto paura di non riuscire più a suonare.
Dirigevo anche con Don Masino: ha anche
lui una bella voce”.
…. Restavo sempre affascinato nel sentire
di quando, in compagnia di mamma
Teresa, non si perdeva un concerto o
un’opera al conservatorio o al Regio.
“Avevamo l’abbonamento” diceva con
orgoglio. Raccontava che era felice di
essere riuscita a scoprire dei veri talenti tra
i suoi studenti, ragazzi che erano diventati
musicisti di professione, concertisti
addirittura.
…. Paolo pensò che era sempre contento
quando i vecchi della casa di riposo gli si
rivolgevano dandogli del tu. Vera, poi, era
una musicista, la sentiva ancora più vicina
e provava sempre un moto di tenerezza
verso quella “signorina che era stata
insegnante di musica e dell’insegnante
sembrava mantenere ancora figura e
atteggiamenti. Un che di premuroso,
di incoraggiante, di candido anche, si
irraggiava da quella figura”.
Paolo Romano
Casa di Riposo G. Vada, Verzuolo (Cn)
61
Il generale Alzheimer
Massimo Montanaro Opera Don Guanella, Castano Primo (Mi). Secondo classificato categoria “Miglior immagine”
…. Francesco mi guardava con
l’immancabile rivolo di saliva che
gocciolava su un bavaglino giallo,
imbarazzato nel non poter serrare la
bocca come ai vecchi tempi; sì, i tempi
in cui, partigiano, spezzava fili di ferro
con le “ganasce”, che disegnano ancora
oggi i lineamenti di un volto duro e
apparentemente minaccioso.
…. Forse le feste paesane ricordano a
Francesco i tempi in cui, a ogni momento
ludico e ricreativo, corrispondeva
sistematicamente l’irruzione di quei
tedeschi che hanno decimato il gruppo di
compagni, trucidando anche la sua unica
figlia.
…. Sono passati pochi mesi dall’ingresso
in struttura di quest’uomo, che rimane
aggrappato a una dignità diventata troppo
sgusciante per essere afferrata e vissuta
come un tempo.
…. l’empatia è il passepartout che mi
permette di sbattere contro il disagio che
prova per la sua incontinenza…
62
…. Un nipote racconta le numerose
occasioni che hanno visto Francesco
protagonista di sketch tragicomici,
alimentati dalla gelosia per la moglie e
degenerati in liti furibonde. La sua stazza,
in effetti, incute timore, anche se ormai
è confinata in una carrozzina a culla, che
quasi scompare all’ombra della sua mole
e che traballa pericolosamente a ogni
suo movimento; il sol pensiero di veder
volteggiare in modo violento quelle grandi
mani fa rabbrividire.
…. Tra le armi di Francesco oggi c’è il
design emozionale, una nuova terapia
fatta di luci, colori, profumi, suoni e
stimolazioni tattili disegnate su misura per
coloro che si immergono in una nuova
dimensione. Quando è entrato per la
prima volta in questo spazio, i suoi occhi
pieni di diffidenza alimentavano la nostra
incertezza, ma eravamo convinti che
qualcosa sarebbe accaduto.
Il linguaggio multisensoriale stava
forzando le barriere del suo disagio,
che faceva sembrare la sua demenza
…. A proposito di armi, la sua insonnia
più grave di quello che in realtà era; le
ostinata era stata sconfitta da una pistola
campane tibetane e l’atmosfera soffusa
giocattolo: proprio così, a niente sono
alimentarono quasi simultaneamente
servite le terapie di quel geriatra che,
l’espressione distensiva in un volto
così attento nell’indagare la sua mente,
perennemente corrucciato e Francesco,
non aveva pensato al fatto che in passato
lasciando scivolare una lacrima tra le
riusciva a dormire solo vicino a una rivoltella, rughe, quasi come il primo getto d’acqua
oggetto detestato e, al tempo stesso,
di un corso di montagna all’inizio della
irrinunciabile nella sua “latitanza partigiana”. stagione delle piogge, sorrise.
Assistere una persona con demenza
Franco Bernardo
significa negare la standardizzazione e
Asp
Martelli,
Figline
Valdarno (Fi)
abbracciare una situazionalità strutturata
in cui capire le necessità e soddisfarle
è l’unico modo possibile per diventare
terapeutici.
L’ultima battaglia di Francesco è quella
contro una malattia incurabile, contro
l’ufficiale più astuto e subdolo mai
conosciuto…
63
…. I signori L. formavano una coppia anziana …. Giulia riprese così a mangiare con più
affiatatissima e molto simpatica.
gusto e, in collaborazione con la dietologa,
le fu fatta seguire una dieta personalizzata
…. La signora Giulia all’epoca aveva
che le permise, dopo trent’anni di insulino
ottantaquattro anni, il marito Carlo
–dipendenza, di curare il suo diabete con
ottantasei, ma era arzillo, molto attivo
ipoglicemizzanti orali.
nonostante l’età, lucido, con una memoria
Carlo e Giulia si erano affezionati sempre
di ferro e dotato di pazienza e rispetto nei
più a noi, lo facevano capire in mille
confronti degli altri e della moglie.
modi. Lei, in particolare, come messaggio
in codice usava indicare l’orologio alla
…. Carlo si riprese e aggiunse che gli unici
parete, per esprimere il suo piacere a
parenti rimasti erano lontani cugini della
trascorrere con noi il primo momento a
moglie perché lui era stato abbandonato alla noi disponibile. In quei momenti, Carlo
nascita e affidato, nel corso della sua infanzia, ci raccontava dei tempi difficili della sua
a diverse famiglie con le quali, però, non
infanzia, che lo vide crescere in famiglie
aveva mantenuto alcun contatto, in quanto
approfittatrici, le quali lo accoglievano
gli ricordavano solo botte e umiliazioni.
solo per avere il sussidio dello stato finché,
grazie all’interesse di una maestra fu, in età
scolare, messo in un istituto dove la sua
vita divenne migliore.
Raccontava: “È duro da piccolo vedere
che nessuno ti sorride mai, che nessuno si
interessa a te, che il tuo letto non differisce
dal giaciglio del cane, che nessuno ha
cura di te, né della tua pulizia, né del tuo
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mangiare”.
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…. Carlo e Giulia avevano trovato nella
nostra casa di riposo la famiglia perduta
troppo prematuramente e nelle operatrici
sempre disponibili uno stimolo alla vita.
Angela Amerio
Casa di Riposo V. Ravone, S. Stefano Belbo (Cn)
64
Erika Morettin
Casa di riposo E. De Gressi, Fogliano Redipuglia (Go)
Un’amicizia speciale
…. Lo scrittore prese in simpatia Dino
perché era stato l’unico con cui aveva
parlato quella sera che non gli avesse
chiesto del suo altipiano.
I due continuarono a discorrere, trovandosi
in grande sintonia, fino a quando Rigoni
Stern invitò Dino ad andare a caccia con lui
la mattina seguente sull’altopiano di Asiago.
…. La giornata di caccia portò due coturnici
nel loro carniere, ma soprattutto formò
un’amicizia. Dino ricorda come lo scrittore gli
chiese di non parlare del suo altipiano, egli
ne era gelosissimo e temeva l’invasione dei
cacciatori. Al termine della giornata, Rigoni
Stern gli regalò un suo libro con una dedica
per il figlio.
…. Dino mi confessa quanto sia stato
doloroso apprendere della morte dello
scrittore che, però, se ne è andato lasciando
a noi tutti i suoi capolavori e a lui il ricordo di
un’amicizia speciale.
Antonella Remotti
Opera Don Guanella, Como
65
La tua vita
con noi
…. Le testimonianze descrivono ciò che avviene
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di riposo. Leggendole, si coglie il rapporto fra ospite e
ambiente in cui vive. Gli episodi sono come i pezzi di
un puzzle: singolarmente offrono una visione parziale
della vita in struttura, nell’insieme danno un quadro
completo e vivo della situazione.
Un momento
davvero speciale
…. ricordo ancora molto volentieri il sorriso
pieno di gioia che ho ricevuto, nel giorno
successivo all’Epifania, da un’ospite, per un
gesto di per sé semplicissimo, ma che per
Lei è risultato molto importante.
…. La signora Nerina, questo è il suo nome,
si è integrata molto bene e siamo per lei
una seconda famiglia. Le piace informarsi su
come stiamo e partecipare alle nostre gioie
e ai nostri dolori, come una vera amica.
Il 6 gennaio sembrava un giorno normale,
invece è diventato un giorno speciale. Verso
le 13:45, dopo essermi cambiata, sono scesa
per riporre la borsa in sala pausa e andare
a leggere le consegne; appena arrivata in
corridoio, le colleghe del turno di mattina
hanno radunato tutto il personale, dicendoci
di andare nella stanza della signora
Nerina, la quale ci attendeva con una
sorpresa. Arrivate in camera, siamo rimaste
piacevolmente colpite quando abbiamo
visto come si era, di sua iniziativa, travestita
da “Befana”, in un modo molto originale e
simpatico, tutto questo è stato strabiliante
per me perché mi ha fatto capire che,
nonostante le sue condizioni, ha uno spirito
energico e tanta voglia di vivere.
Rita Sarti
Casa di Riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
66
Norina e il suo papà
…. Faceva ogni sera una piccola valigia
improvvisata, annodando le federe e le
lenzuola, e dentro metteva alcuni oggetti,
l’indispensabile per un piccolo viaggio:
una mela, il pettine, un po’ di biancheria,
il messale, una coroncina per dire il
rosario. Diceva, con una vocina infantile
“Ho due belle notizie da darti” disse
che stupiva di veder uscire da quel corpo
Tiziana, mentre si accingeva a dare lo
stanco e rugoso: “Aspetto mio papà, che
smalto alle unghie di Lorena; “la prima, la
una di queste sere verrà a prendermi. Io
più incredibile, è che mi sposo; la seconda, lo so, lo aspetto”. Parole senza senso. Gli
tieniti forte, è che avrei piacere di averti fra operatori, con affetto dicevano:
gli invitati”.
“Poverina… pensa di essere piccola…
Subito Lorena scoppiò in una delle sue
sono ricordi dell’infanzia”.
fragorose risate, contagiando anche
Una sera era particolarmente agitata e
l’operatrice, famosa per il suo modo di
diceva: “Stasera viene il babbo, stasera
ridere; e così tutto il reparto venne in un
viene…”.
attimo a conoscenza della notizia... Lorena Al mattino salgo in reparto per la consueta
non disse una parola, ma del resto non
lettura delle consegne e una operatrice mi
parla da anni!
raggiunge e, con voce sommessa, mi dice:
Da quando una trombosi cerebrale l’ha
“Stanotte il Babbo di Norina è venuto a
resa muta e tetraplegica.
prenderla”.
Invito a nozze
…. Dopo tante, doverose prove, Lorena
si è vestita in bianco! Sta dispettosa!
Riassumendo: la sposa indossava un
vestito rosso e un tena lady. Lorena
un vestito bianco e bianco era pure il
pannolone! (Foto delle nozze a pagina 41).
Barbara Stefanini
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
Marilena Rinaldi
Fondazione Visconti Venosta, Grosio (So)
67
Aldo e sua moglie
Colomba
Da molti anni, Aldo e sua moglie vivevano
insieme in una piccola stanza a due letti,
presso la nostra Casa Protetta. Aldo era
un uomo alto, distinto, fiero, nonostante
la grave malattia: era “all’antica”, deciso,
determinato, autoritario con tutti, anche
con la moglie, ciò da sempre. Neanche la
demenza, che stava cercando di erodere
giorno dopo giorno la sua fierezza, lo
aveva potuto cambiare. La moglie gli era
sempre accanto e voleva occuparsene
personalmente. Ma una brutta notte, senza
nessun segnale, lei, improvvisamente, se
ne andò nel sonno. Che dire ad Aldo? Si
decise di non dire nulla, con il pensiero
che non si sarebbe neanche reso conto
dell’accaduto.
Così avvengono i funerali e la vita, per così
dire, continua.
La sera stessa Aldo viene trovato sdraiato
nel letto che, fino a pochi giorni prima,
aveva occupato la moglie. Le operatrici gli
chiedono: “Cosa fa, Aldo?”. Lui, serissimo,
risponde: “Quando la mia Colomba torna,
mi trova qua. Prima o poi dovrà ben
tornare”.
Veronica Tomozei
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
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Dina è con noi da qualche anno, è molto
taciturna e, a volte, un po’ scorbutica. Un
sabato pomeriggio l’ho accompagnata
insieme con altri ospiti alla Messa che si
svolgeva in struttura. Lì le si è avvicinata
una persona del suo paese che le ha
detto: “Dina! Sono venuto a trovarla, ma
soprattutto a ringraziarla per tutto il bene che
ha fatto a me e a tante altre persone”. Sono
rimasta molto colpita e, da allora, dentro di
me la chiamo “Dina dal cuore D’oro”.
…. Quello che mi ha colpito in particolare
è stata la reazione di due persone: Carlo e
Carolina.
Entrambi, nella prima fase della loro
permanenza presso di noi, rifiutavano
spesso di mangiare: con naturalezza e
dignità dicevano di non avere i soldi per
pagare. Sicuramente queste persone
hanno conosciuto, forse in gioventù, una
grande povertà e il duro lavoro.
Forse ciò li ha resi forti e così stanno
affrontando nello stesso modo la loro
vecchiaia.
Avranno pensato di essere in un lussuoso
ristorante? Chissà!
Il loro appetito e il solo sorriso
tornava quando noi, stando al gioco,
rispondevamo che i loro parenti avevano
già saldato il conto anticipatamente.
Carmela Ariosto
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
Giuseppe Sale
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
68
…. Nel mese di ottobre dello scorso
anno, siamo stati invitati dal comune di
Montespertoli a partecipare alla “raccolta
delle olive” insieme ai bambini della scuola
del paese.
L’entusiasmo di alcuni anziani è stato tanto,
ma soprattutto lo è stato quello di una
signora residente nel nucleo polivalente
con diversi problemi di salute, in particolare
problemi legati all’apparato muscolo
scheletrico, a causa dei quali, da diversi anni
non deambula, ma è seduta in carrozzina.
I dubbi degli operatori sono stati tanti:
come non fare partecipare una persona che
“decanta” sempre il lavoro nel campo che,
a suo dire, ancora oggi è il lavoro “più bello
del mondo”? Come non far partecipare una
persona che, durante l’intervista annuale
per la programmazione delle uscite e delle
gite, dice sempre che “il campo” è l’unico
posto dove vorrebbe andare? Come non
far partecipare una persona che dice che
tornare a raccogliere le olive, vendemmiare,
zappare e vangare sarebbe l’esperienza più
bella?
…. La signora è pronta e piena di
aspettative, emozionata!
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…. Ci organizziamo, cerchiamo
l’albero e il posto più accessibile
alla carrozza della signora, più
idoneo alla situazione.
Lo troviamo! E, con molta fatica e
cautela, la signora è finalmente sotto
l’ulivo! Inizia a guardarsi intorno come
per “mettere a fuoco l’obiettivo”,
sofferma il suo sguardo varie volte
sul paesaggio che le sta intorno come
per acquisire e assorbire il più possibile
e poi… con un po’ di fatica, allunga le
braccia e le sue mani scelgono i rami
migliori, quelli più pieni di olive!
Finalmente inizia la raccolta. Ha
un’espressione diversa dal solito. È
soddisfatta! Più olive raccoglie e più diventa
attiva. Nonostante lo sforzo e la posizione
seduta poco compatibile con l’attività, le
braccia e le mani riprendono padronanza
e i movimenti diventano via via più sicuri…
senza incertezza, sembrano ritornati al
passato!
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Angela Donzella
Casa di Riposo S. Maria della Misericordia, Montespertoli (Fi)
69
Marianna Borella Casa di Riposo, Brembate (Bg)
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Si chiama Rosa, ma noi l’abbiamo
sempre chiamata Rosellina, una ragazza
cinquantenne rimasta bambina perché così
aveva deciso il destino.
Educata, gentile, affettuosa, sapeva farsi
amare per la sua spontaneità. Coccolata
dalla sua famiglia e da tutte noi, è stata
anche invogliata (un po’ costretta) a imparare
a colorare e poi a scrivere. Si impegnava
al massimo per riuscire in questo intento,
anche perché non aveva il comando totale
delle braccia, e quando riuscì a ottenere i
primi risultati fu (noi più di lei) veramente
felice.
Veniva portata alle gite, partecipava a
tutte le attività che le venivano proposte,
le piacevano le collane che voleva fossero
abbinate al colore degli abiti e noi stavamo
attente che le piacessero.
Faceva merenda con i dolcetti che le portava
la sua mamma e noi facevamo finta di non
vedere perché Rosellina era “fuori peso”.
Un giorno ci colpì il suo sorriso. Non
era spontaneo, era spento e velato di
malinconia.
Anche il colorito della cute, sempre roseo,
cambiò e divenne opaco.
Lei non sapeva spiegarci come si sentiva
e solo dopo alcuni accertamenti medici
scoprimmo che il male del secolo si era
annidato in lei….
Elena Ruffanello
Residenza per Anziani O.A.S.I., Biella
70
A Emiliano
…. Lavorare di notte in corsia ha una
dimensione diversa rispetto al giorno.
Lavorare nella penombra delle luci notturne,
nel silenzio profondo, nell’odore profumato
di farmacia ha un suo fascino. Quello che
si sente è lo scatto delle pompe per la
nutrizione artificiale, il respiro, il russare, le
parole…
…. A volte mi metto nei loro panni
e penso: “Come farei ad aver caldo
se non riesco a coprirmi? Come farei
a prendere la bottiglia d’acqua se la
mano è tremolante?”. Allora qui entra
in gioco il ruolo dell’operatore socio
sanitario. Assistere significa stare vicino a,
rispondere a un bisogno o più bisogni...
…. Così quella notte coprii tutti i miei
malati, accarezzando loro la fronte. Chi
rispondeva con un lieve suono, chi,
profondamente addormentato, rispondeva
con un leggero sogghigno, qualcun altro
apriva gli occhi e rispondeva sorridendo.
Chi vegliava su di loro quella notte
era passato. Ognuno di loro si sentiva
protetto, tranquillizzato, perché la notte
non era solo. Questa è la prima vittoria
dell’assistenza.
…. Ricordo la mattina in cui Emiliano arrivò
nella nostra Casa di Riposo. Era primavera
ed Emiliano arrivò in barella con operatori
dell’ospedale. Fu trovato riverso in casa con
perdita di conoscenza..
…. Emiliano ci ascoltava attentamente,
ci seguiva con gli occhi, ma rimaneva in
silenzio.
…. Emiliano aveva coltivato i vigneti per
tutta la sua vita, era un profondo conoscitore
delle api, erano le sue amiche. Aveva un
alveare di api che producevano miele che
vendeva in tutta la valle. Ammirava la sua
valle e, a volte, anche da giovane si isolava
con il suo cavalletto e i suoi pennarelli,
amava dipingere.
…. I gesti d’amore di tutti noi operatori
socio sanitari lo coccolavano, la tenerezza,
l’empatia erano di grande valore, e questi
gesti d’amore allungarono la sua vita! Poi
divenne allegro, cooperava bene con noi. A
volte si rideva perché tentava di ballare con
qualcuno di noi, essendo stato ballerino da
giovane. Emiliano, nei giorni di festa, non
dimenticava mai di aggiungere il papillon
al suo abbigliamento! Era bello, simpatico.
Abbiamo tutti un bel ricordo di lui!
Stefania Guereschi
Casa di Riposo E. Biazzi, Castelvetro Piacentino (Pc)
71
…. Parlare dell’anziano e della sua vita in casa
“I nostri grandi”:
legati al passato, ma
aperti al presente…
di riposo significa capire quello che prova
nelle sue condizioni e intuire quello che potrebbe
essere fatto per migliorare la sua situazione.
Gli operatori elaborano racconti e progetti che,
partendo dall’analisi dei bisogni degli ospiti,
suggeriscono forme di cura, di organizzazione e
di presa in carico diverse. Queste testimonianze
provano che anche con i piccoli gesti si può fare
molto.
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…. Consideriamo l’assistenza come
quell’insieme di azioni che favoriscono,
non solo la salute, ma il concetto ben più
ampio di benessere: il benessere, infatti,
non è solo assenza di malattia, ma fa
riferimento alla qualità della vita di una
persona.
Per questo l’assistenza diventa veramente
preziosa se sa essere attenta al vissuto,
al passato, ai pensieri, alle emozioni,
agli interessi, all’ambiente della persona
anziana.
…. Pensiamo che l’inserimento in una
struttura protetta non debba significare la
chiusura verso il mondo esterno e verso
il passato, ma la nuova vita comunitaria,
alla quale spesso è tanto difficile abituarsi,
può aprire nuove opportunità, nuove
esperienze e conoscenze, grazie alla
predisposizione di spazi di incontro
adeguati.
…. La città di Schio ha festeggiato nel
2007 i 250 anni del lanificio Conte con
una serie di appuntamenti ed eventi che
dimostrano l’importanza dell’industria
tessile del nostro paese. E chi più dei
nostri anziani sa cosa vuol dire lavorare
duramente in tessitura e in lanificio??
Così non ci siamo limitate a organizzarci per
portare gli anziani alla rievocazione storica
e alle mostre (un vero spettacolo la nostra
sfilata in centro con 20 carrozzine e relativi
accompagnatori!!!), ma abbiamo sfruttato
i talenti e la creatività di Lionella, per poter
partecipare attivamente e “con le nostre
mani” all’evento.
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…. Le nostre “grandi” donne per un mese
hanno lavorato per i gioielli della regina. Una
collana a tre giri e lo strascico fatto di tanti
pon pon di lana gialli e rossi.
Sono nati dei piacevoli momenti di incontro
che ci hanno fatto uscire con la mente dalla
casa di riposo.
Pasqualina Lubrano
Casa di Riposo La casa, Schio (Vi)
73
La nuova vita
di Ines
La cura con gli
animali
Ines è una signora di 87 anni, ospite
della casa di riposo da circa un anno.
È affetta da demenza.
…. il rapporto tra l’anziano e l’animale da
compagnia contribuisce a ripristinare, anche
se in modo parziale e simbolico, i sentimenti
di protezione e di cura.
…. Ines parlava pochissimo e non
interagiva con nessuno, nonostante
venisse continuamente stimolata dagli
operatori e dall’animatrice, che cercava
di inserirla nelle attività di gruppo,
durante le quali lei si isolava e alle quali
non partecipava attivamente.
…. Ma il suo sguardo non trasmetteva
lo stesso messaggio! Infatti, era sempre
attenta a tutto quello che succedeva
intorno a lei, ascoltava e capiva…
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affettuoso, qualche parola in più e
così, pian piano, siamo riusciti a creare
sempre più spesso momenti di dialogo
in cui lei partecipava esprimendo anche
il proprio pensiero.
…. Così, ottenuto questo primo
risultato, nei successivi incontri
abbiamo aggiunto via via più persone,
coinvolgendole in un lavoro di gruppo e
cercando di farle interagire fra loro...
…. Le venivano proposte delle piccole
…. Inizialmente, ci siamo concentrate
attività utili per la vita del reparto,
sulla sua persona, cercando di stimolarla come piegare le manopole e le
a mantenere attive le sue capacità
mutande a rete, creando delle situazioni
residue e, dopo un accurato lavoro e
molto semplici di dialogo a due, per
impegno da parte di tutta l’equipe, Ines permetterle di familiarizzare con noi e,
…. Adesso Ines partecipa attivamente
ha avuto un notevole miglioramento.
a tutte le conversazioni e, quando ha
quindi, di acquistare fiducia in noi.
Infatti, aveva ripreso a camminare con
voglia, esprime i suoi pensieri. A volte
l’aiuto di un deambulatore e collaborava …. Infatti, il suo atteggiamento nei
lo fa, anche se non le viene richiesto,
attivamente durante le attività che
magari quando stiamo parlando con un
nostri confronti cambiò notevolmente
riguardano la cura della sua persona.
altro ospite.
anche quando ci incontrava come
Era molto più serena e, quando ci
operatori: un sorriso, un saluto più
avvicinavamo per farle assistenza o per
Elena Quargnal, Maria Castrovinci, Rita Barone
darle da bere, non era più infastidita,
Casa di Riposo Valentino Sarcinelli, Cervignano del Friuli (Ud)
ma anzi collaborava e ci assecondava.
74
…. l’idea era di inserire all’interno della
struttura dei piccoli volatili da voliera, che
avrebbero dovuto essere accuditi da alcuni
ospiti selezionati.
…. l’anziano avrebbe avuto la possibilità di
sentirsi nuovamente utile...
…. gli obiettivi iniziali non sono stati raggiunti
in quanto l’interesse degli ospiti per la cura
degli animali con il passare del tempo è
venuto meno...
…. mi è stato proposto di riprendere questa
attività...
…. faccio notare agli ospiti che la gabbia
è aperta e chiedo loro di controllare i
movimenti dei piccoli amici, poi mi allontano
e lascio che la situazione si evolva da sola.
Maria
…. è stata per me una sorpresa
vedere quanto questi animali
riescono a fare con ospiti apatici,
sonnolenti, disinteressati a qualsiasi
cosa per tutto il giorno. Gli utenti
prendono coscienza di quanto si
sta facendo, provano interesse e
attenzione, comunicano con questi
piccoli animali con un linguaggio verbale
carico di affetto e dolcezza, fanno attività
motorie perché li accarezzano e li portano
a passeggio per la struttura...
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…. a qualcuno potrà sembrare poco, a
qualcuno potrà sembrare superficiale e
inutile, ma vi garantisco che non è nulla di
tutto ciò. È grandioso vedere il sorriso sulle
labbra di chi sorride ormai troppo poco o
sentire una parola da chi parla ormai troppo
poco o vedere nascere un barlume di
interesse in chi ormai non ne ha più da tanto
tempo.
Enrica Macagno
Casa di Riposo D. G. Peirone, Peveragno (Cn)
75
I nostri ricordi
ritrovati
Se la memoria, quel filo sottile che ci lega
al passato, viene a mancare ci sentiamo
smarriti… i nostri principali riferimenti se ne
sono andati e il rischio maggiore è quello
di perdere anche una parte di noi, grossa o
piccina che sia…
E allora che fare? Dobbiamo sforzarci di
ricordare, concentrare le nostre energie nel
ricordo.
Spesso, con calma e con qualche aiuto,
possiamo riuscire a intrecciare il nostro filo
sottile e compiere il miracolo del ricordo
ritrovato…
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Ricordare, sforzarci di ricordare… appunto,
recuperare quel bene prezioso che è la
nostra memoria, il nostro passato, fatto di
momenti speciali e di quotidianità: questo è
il percorso che la nostra struttura, attraverso
le risorse e le caratteristiche del reparto
Gardenia 2, ha deciso di intraprendere,
dando origine al progetto che è sfociato
nella pubblicazione “Le ricette del gardenia,
gusti e sapori di una volta. Il cuore e la mente
ricordano antichi gesti in cucina”.
Che cosa ha significato?
Valorizzare, come un’eredità preziosa, la
memoria di ricette della tradizione dei nostri
anziani.
Si è tenuto conto di diversi fattori: della
memoria parzialmente conservata, del fatto
Coltivare il desiderio
che è un reparto femminile, della cultura e
dei luoghi di provenienza delle ospiti e anche
delle situazioni sociali ed economiche in cui
sono vissute.
Le persone coinvolte nel progetto hanno
mostrato da subito molto interesse nel
ricercare un passato ricco di affetti, di
tradizioni, di sofferenze.
Spesso, durante l’attività, sui loro volti si
potevano leggere tanti sentimenti: sogni,
nostalgia ed emozioni che solo la sensibilità
femminile sa esternare.
Le ospiti del reparto, com’è emerso da
queste storie di percorsi a ritroso nel tempo,
si accontentavano di poche cose: il fatto
di cucinare nelle festività qualche piatto
gustoso per i loro famigliari le rendeva felici
ed appagate. Ed ecco che, dopo il ricordo,
abbiamo sentito il bisogno di riportare
queste ospiti a ritrovare le emozioni simili
a quelle provate a quei tempi: preparare
nuovamente quei cibi, tutte insieme e in
armonia.
Per fare tutto questo abbiamo scelto
l’angolo più luminoso della stanza vicino alla
cucina del reparto, che ci è stata messa a
disposizione dopo che anche i responsabili
hanno riconosciuto la validità del progetto
presentato.
Il loro entusiasmo è veramente tanto, così
come l’attenzione e la capacità di decidere,
in piena autonomia, la qualità e la quantità
degli ingredienti per la realizzazione dei piatti
che, di volta in volta, vengono suggeriti dalle
stesse ospiti nell’ambito del settino allestito
dall’animatrice.
Infine, ecco giunto il momento del convivio.
Prepariamo i tavoli nella sala animazione
con tovaglie colorate e allegre: tutte le
ospiti aiutano e anche gli operatori sono
in fermento. Questo momento, di per sé
semplice, si trasforma a ogni occasione in una
bella festa, al punto che alla fine vengono
intonati canti popolari, che allietano il clima
già gioioso del momento.
Alcune volte, partecipano all’occasione anche
i parenti! Tutti siamo orgogliosi, abbiamo
superato un traguardo che ci sembrava
impossibile, anche solo da raggiungere!!
Le ricette gustose e condivise sono quelle
recuperate dal cilindro della memoria,
quelle originali, fatte come un tempo, con
ingredienti semplici e tanta semplicità!
Siamo soddisfatti, tutti quanti, ma... ecco
spuntare un’altra idea: realizzare una raccolta
da tramandare.
Una cosa semplice, con fotografie a corredo,
che documentano i momenti più importanti
e significativi.
A questo aggiungiamo anche un segnalibro
colorato realizzato con pazienza dalle nostre
ospiti con filo di cotone intrecciato e relativa
pappina. L’opuscolo è pronto. Opuscoletto ci
domandiamo: per noi è il più bello del mondo!!!
È stato un successo: è piaciuto a tutti i
responsabili che, sull’onda dell’entusiasmo,
pensano di farne un ricettario ”vero” e di
donarlo a parenti e ospiti in occasione delle
feste natalizie. Che gradita sorpresa!!
È vero, le difficoltà sono state tante, ma è
bello superarle, avendo davanti gli obiettivi
chiari e finalizzati.
Il primo, quello di rammentare, ricostruire,
ricordare con le nostre fantastiche anziane,
poi quello di sperimentare e cucinare,
assaggiando i nostri manicaretti. E ancora
avanti, riscrivere con una nuova grafica,
impaginare e rilegare, coinvolgendo nei
diversi passaggi le nostre antiche cuoche.
Francesco ha 83 anni. Frequenta il
laboratorio espressivo da quasi due anni.
…. ricordo il primo dialogo avuto il giorno
del suo ingresso, quando gli chiesi se
aveva qualche interesse particolare per
il tempo libero. Francesco rispose quasi
subito “la musica”, ma poi aggiunse anche
“fare qualcosetta”, senza ben specificare
cosa...
…. è stato attraverso il canto che
Francesco ed io siamo entrati in empatia.
Da cinque anni ogni settimana nella
residenza facciamo animazione musicale.
Si tratta di un gruppo di canto da me
condotto, accompagnato con la chitarra.
Patrizia Musso
Opere Pie Droneresi, Dronero (Cn)
Qualcuna sferruzza ancora e, con gesti
ritrovati, annoda altri fili e crea la cordicella
che serve da segnalibro…
Lorena Masarati e Nilla Cella
Casa di Riposo Borgonovo Valtidone, Borgonovo
Valtidone (Pc). Prima classificata categoria
“Miglior idea nuova di assistenza”
77
Mariella Bulleri Fondazione Chiarugi, Empoli
La serenità
della signora Giuditta
Sempre più spesso nelle nostre R.S.A. si
sente parlare di “qualità nell’assistenza”
o di metodologie innovative nella cura e
nell’aiuto alla persona non autosufficiente.
Così, quasi per gioco, proviamo a
chiedere agli ospiti della nostra struttura
come vorrebbero che fosse la nostra
casa, cos’è che vorrebbero cambiare,
cosa desidererebbero. Diciamo loro di
sentirsi liberi di spaziare con la fantasia,
immaginando per un attimo di poter
percorrere assieme un sogno: il sogno
di una giornata tipo di una persona non
autosufficiente, che si trova in una struttura
protetta.
Ne nasce un racconto prezioso, elaborato
insieme in gruppo, ricco di spunti
interessanti e di desideri, che non sono
così lontani, o irrealizzabili.
La signora della nostra storia fantastica
abbiamo deciso insieme di chiamarla
Giuditta.
Giuditta, madre di tre figli, da tempo
è costretta in carrozzina, per un
sopraggiunto deficit deambulatorio
importante. Anche la sua memoria, con il
passare degli anni, inizia a farsi più debole,
dimentica le cose e si fa portavoce delle
stesse frasi ripetute molte volte durante
l’arco della giornata.
E così i figli, dopo essersi a lungo
78
consultati, decidono di accompagnare
la mamma alla residenza sanitaria “Villa
Serena”. Si tratta di una struttura familiare,
che accoglie quindici ospiti, immersa in un
meraviglioso parco, tra distese di campi,
fiori, aiuole e animali. La natura fa da
regime e da corona a questo paesaggio.
Sono le ore sette e la giornata di
Giuditta inizia con un bel buongiorno
dell’operatrice Grazia, che accompagna
il saluto con un gustoso caffè. Giuditta
gradisce riposare ancora un poco e chiede
a Grazia di poter essere alzata verso le
otto. Grazia, prima di allontanarsi dalla
stanza, accende il registratore, con la
musica preferita da Giuditta, una musica
soave e leggera, che dà energia e crea
una piacevole atmosfera di tranquillità: la
musica del buon risveglio. Così, Giuditta
osserva la propria stanza, il quadro che in
giovinezza aveva acquistato con il marito
a Venezia, il divano sul quale con lui aveva
passato le lunghe serate d’inverno, davanti
alla televisione o dialogando, il grande
specchio della mamma e, immersa in
questi pensieri, si lascia trasportare con
serenità nei ricordi passati.
Assieme a Grazia, Giuditta sceglie il
vestito a fiori da indossare e, una volta
accompagnata in sala da pranzo, saluta
con piacere le compagne.
Giuditta oggi non ha voglia del solito
caffè latte e chiede di poter avere una
spremuta di arance assieme a due
biscotti.
La giornata è meravigliosa, un sole caldo
già dal primo mattino invita a uscire e
a respirare un po’ di aria buona, così
Giuditta, Martina, Gloria e Gilda chiedono
di poter essere accompagnate nel
parco. Grazia e Gioia soddisfano il loro
desiderio e, assieme a loro, percorrono
i bellissimi viali in campagna. Gli animali
al pascolo danno una genuina serenità
alla mattinata. Di tanto in tanto, tutte
insieme si riposano sulle molte panchine
tra gli alberi. Giuditta e le sue amiche
raccontano le proprie esperienze di
vita, della fatica della campagna, delle
loro passeggiate d’amore, cose sentite
e risentite molte volte, ma che Grazia e
Gloria ascoltano ancora, con l’entusiasmo
e la partecipazione della prima volta.
Grazia ricorda a Giuditta che è arrivata
l’ora della fisioterapia e che sarebbe
meglio rientrare in struttura.
Ma il viso di Giuditta in quel momento
spiega e delinea la poca volontà di
addentrarsi nel percorso delle parallele
della palestra che, seppur belle, sono
tanto distanti dall’atmosfera naturale di
quel luogo.
79
Grazia e Gioia, quindi, decidono di
soddisfare il bisogno del momento
di Giuditta e, sostituendosi alle belle
parallele della palestra, tenendola una
per una mano e una per l’altra mano,
percorrono insieme la strada che costeggia
il piccolo laghetto del parco.
Il passo di Giuditta sembra più sicuro
e, allo stesso tempo, più morbido e
addestrato del solito. Dopo alcune pause,
raggiungono nuovamente la carrozzina e
le altre compagne: gli occhi di Giuditta
delineano la gioia di aver “deambulato”
sulla strada del laghetto, con la compagnia
delle oche, intente a rincorrersi nei loro
giochi d’acqua.
Un percorso semplice, ma ricco di
emozioni e sentimenti. È l’ora di pranzo,
che oggi esula dai canoni comuni del
refettorio. I cuochi della casa hanno
cucinato, tra le fresche frasche del
giardino, una gustosissima polenta,
accompagnata da formaggio, crauti e
salamino abbrustolito alle braci.
Tutti si accomodano su un grande tavolo
di legno, nel mezzo del giardino, per
assaporare insieme il buon pranzo. È un
momento lieto e sereno. Al termine del
pranzo, Giuditta gusta volentieri il proprio
caffè con la grappa.
Giuditta non è solita mettersi a letto per
80
il riposo del pomeriggio. Ama trascorrere
dei momenti di relax in poltrona,
ascoltando il telegiornale delle 13:00, o
sfogliando qualche rivista. Oggi, però,
chiede di potersi sdraiare un po’, con
l’aiuto di Grazia e Gioia, sull’amaca del
grande giardino e di poter ascoltare i suoni
e le melodie del parco.
È un insieme di colori e sensazioni che la
fanno star bene.
Nel pomeriggio Giuditta si fa
accompagnare al cimitero del paese
dall’operatrice Bella. Con loro va anche
la compagna Leonia. Emilio, il marito di
Giuditta, è sepolto nel piccolo cimitero
e, spesso, riceve la visita della moglie, la
quale, oltre a una preghiera, porta dei fiori
profumati. Anche oggi Giuditta porta in
dono dei fiori di campagna, che durante
il percorso in carrozzina ha scelto e
raccolto dai prati, con l’aiuto di Bella. Una
preghiera alla chiesetta del paese e quindi
il ritorno a “Villa Serena”.
Durante il rientro, Giuditta riceve il
saluto di molte persone del paese;
poco più avanti, passando davanti alle
scuole, incontra molti bambini, che
stanno spensieratamente giocando a
pallone, prima dello studio pomeridiano.
Giuditta, Bella e Leonia si siedono
per poco a osservare con gioia questi
semplici e naturali giochi. Anche molte
mamme stanno passeggiando con i loro
bambini più piccoli nelle campagne e
l’incontro con loro, un piccolo dialogo,
un sorriso rendono piacevole e felice il
pomeriggio. Ecco il ritorno a Villa Serena.
Ad aspettarle le altre compagne, con
l’operatrice Vita, che hanno preparato
insieme una profumata torta per la
merenda. Martina e Gloria, con l’aiuto
dell’operatrice Stella, hanno preparato gli
ingredienti, Gilda ha sbucciato le mele,
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La merenda viene servita sulla veranda
della casa e stare uniti fa provare una
piacevole armonia.
Oggi nella stalla dell’amico Marco, lì
vicino, è nato un bellissimo capretto e tutti
insieme decidono di andare a fargli visita.
Si è già alzato, è molto vispo, scodinzola
felice la propria coda. Giuditta, con l’aiuto
dell’operatrice, entra con la carrozza vicino
al capretto e Marco lo pone proprio sulle
sue ginocchia.
È un piacere per lei accarezzarlo: viene
trasportata con i ricordi a quando era
bambina e l’emozione le fa scendere sul
viso qualche lacrima di nostalgia.
Marco è orgoglioso della propria stalla, ne
parla con entusiasmo e tutti lo stanno ad
ascoltare attentamente. Marco regala loro
due litri di latte fresco, appena munto, che
tengono stretto stretto, come un regalo
prezioso.
Lo portano con gioia nella loro cucina e
chiedono di poter avere per la sera “riso
e latte”, il piatto dei ricordi, che un tempo
era alla base del pasto serale.
Bella informa Giuditta che quella sera sarà
a cena con loro anche suo figlio Umberto,
che passerà a salutarla.
La sala si riempie di luce e di colori e
Giuditta inizia a parlare con entusiasmo
delle qualità del proprio figlio.
E in un attimo, tutti insieme, in
un’atmosfera di felicità, intonano in
melodia, la canzone ”aggiungi un posto a
tavola che c’è un amico in più”.
La cena passa serenamente, in un clima di
amicizia, Umberto ha portato per loro un
buon vinello toscano, che assaporano con
piacere.
La giornata è passata velocemente e sono
già le sette di sera.
Umberto accompagna la mamma nel
salottino adiacente la sala da pranzo e,
assieme, si fermano a parlare davanti al
caminetto scoppiettante.
Giuditta racconta nuovamente delle sue
serate passate e i pensieri si incontrano in
questi giochi ripetuti di parole.
È l’ora della camomilla che bevono assieme
con gioia, sorseggiandola con piacere.
Umberto quella sera deve far ritorno a casa,
lo aspetta una riunione in comune. Saluta la
mamma, ma le promette che il mese prossimo
potranno stare più tempo insieme perché si
fermerà due giorni con lei, soggiornando nella
stanza per i famigliari che la struttura ha messo
a disposizione recentemente.
È l’ora del riposo e Bella accompagna
Giuditta nella propria stanza, la aiuta a
prepararsi per la notte e la corica nel suo
comodo letto.
Poi Bella si siede accanto a lei e le legge il
quinto capitolo de “I promessi sposi”, un
libro a cui Giuditta è molto legata e che
ascolta con piacere tutte le sere. Con la
vecchiaia, i suoi occhi sono diventati pesanti
e faticano a leggere e le sue mani, con
difficoltà, riescono a muovere le pagine.
Le sembra una favola poter avere una
persona accanto che le racconta questa
meravigliosa storia.
Ogni tanto Bella si ferma nella lettura e
insieme commentano con dolcezza i fatti.
Ora gli occhi di Giuditta brillano di una
luce misteriosa e la stanchezza della
giornata sembra prendere il sopravvento.
Una preghiera insieme, il saluto della buona
notte e Giuditta entra nel mondo dei sogni.
Chissà se il sogno che questa notte
Giuditta farà potrà presto realizzarsi e se
nella quotidianità delle persone anziane
potranno entrare veramente queste
piccole e grandi attenzioni, che riempiono
le giornate dei colori più belli del grande
Arcobaleno della vita.
Buona notte Giuditta.
Bruno Salvadei
Casa di Riposo S. Vigilio, Spiazzo (Tn)
Secondo classificato categoria
“Miglior idea nuova di assistenza”
81
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82
Gli artigiani
del cuore
…. Cercavo da tempo qualcosa che
desse nuovi stimoli alle giornate passate
al centro con i miei ospiti; desideravo
impegnarli in qualcosa che desse loro
motivo di ritornare con gioia al centro
anche il giorno dopo; cominciai con
l’idea di realizzare degli oggetti fatti con
le nostre mani, era un’attività nuova, non
solo per i miei ospiti ma anche per me,
la proposi comunque e le reazioni furono
diverse: Sara, sempre molto entusiasta e
contenta di tutto quello che si proponeva,
disse subito… “ah... sì io ci sto!...“. Le
altre, invece, rimasero perplesse perché
non capivano cosa dovevano fare e come
poterlo fare.
Come inizio cercai di realizzare una
piccola scatola rivestita di carta colorata,
piacque subito a tutti...
…. Ogni giorno era una sfida, soprattutto
per riuscire a trovare il giusto ruolo per
ogni ospite: nessuno doveva sentirsi o
restare escluso, ed era questa la cosa che
più desideravo:
c’era chi cercava sulle riviste delle
immagini da ritagliare, scegliendo quelle
che più gli piacevano o che avevano un
significato, un ricordo;
chi le ritagliava;
chi colorava piccoli oggetti in legno;
chi solo osservando partecipava con lo
sguardo;
qualcuno ci batteva le mani felice;
qualcun altro cercava dei bottoni
luccicanti e qualcun altro ancora girava
intorno ai tavoli sorridendo e scuotendo
la testa.
…. Da questi apprezzamenti nacque
un nuovo progetto concordato con la
direzione: provare a vendere ciò che
avevamo realizzato, facendo un banchetto
natalizio; eravamo tutti motivati perché
volevamo dimostrare la nostra bravura,
ma non immaginavamo di certo quello
che sarebbe accaduto.
…. Il giorno seguente ci chiedemmo:
“… Ma ora che ne facciamo del
ricavato?”. E Sara, tutta contenta,
esclamò: “Ma si spendono!”… Così tutti
insieme cominciammo a pensare come
poterli utilizzare…
…. Intanto si avvicinavano le festività
di Pasqua e pensai che si poteva
riproporre un altro mercatino, così
avremmo incrementato il ricavato tanto
da poterci permettere una bella gita,
magari di qualche giorno; certo che
…. Una gita al mare era davvero una
sfida ambiziosa, non era certo facile
organizzare un soggiorno per i nostri
ospiti e poter garantire loro sicurezza e
assistenza al di fuori del centro stesso.
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agli ospiti questo sembrava proprio un
sogno irrealizzabile… ma portai la loro
attenzione sulla realizzazione di nuovi
oggetti, come vasi di coccio e vetri da
colorare.
Questa volta, anche amici e parenti,
saputo del nostro progetto, ci aiutarono...
…. Arrivò Pasqua e il nostro mercatino fu
un altro successo.
…. Si parte!!! Per un po’ tutti rimasero
in silenzio, anche Sara stranamente era
silenziosa, ma poi arrivò il sole e qualcuno
iniziò a cantare… “O sole mio…” e
tutti finalmente liberammo l’emozione
cantando in coro…
…. Sulla passeggiata del lungomare ci
sedemmo sulle panchine e restammo tutti
lì a guardare il mare, in una silenziosa
emozione che ci circondava; noi operatrici
guardavamo i nostri anziani e i loro occhi
erano così felici, ma nessuno diceva
nulla, tutti ascoltavano il suono delle
onde e respiravano il profumo del mare,
c’era commozione e nessuno riusciva a
parlare…
…. Per un lunghissimo periodo il ricordo
di quest’avventura rimase vivo in loro.
Nelide Riccardi
Fondazione La Pelucca Onlus, S. S. Giovanni (Mi)
83
“Figaro barbiere
di qualità”
Gabriella Vergari
…. In quest’ottica, il gesto più semplice
e l’azione più ordinaria possono
trasformarsi in un momento qualificante
della giornata e della vita di chi vede
restringersi il proprio spazio psico-fisico,
con un alto rischio di spersonalizzazione.
Possono aiutare a percepire l’intera vita
che queste persone hanno alle spalle non
come “dietro di sé” ma come “dentro
di sé”, in una sorta di continuum che
restituisca la dignità minacciata dalla
condizione del ricovero.
“bottega” (non tutti si alzano allo stesso
orario). Gli ospiti costretti a letto vengono
rasati sul posto, grazie al carrello servitore
che consente il rapido trasporto di tutto il
materiale occorrente, all’inizio o alla fine
dell’attività.
Una di queste attività ordinarie è la
rasatura della barba, attività normalmente
inserita tra gli altri “adempimenti” di
routine e percepita come tale dagli ospiti,
che quasi la “subiscono” con indifferenza.
L’idea di trasformare la rasatura in un
momento di vita e cura di sé consapevole
e gradevole alla stregua del “recarsi dal
barbiere”, con le medesime implicazioni,
come la socializzazione e l’inclusione
in un ambito prettamente maschile, ha
dato vita al progetto “Figaro barbiere di
qualità”.
…. L’intero nucleo, ospiti e personale, si
è vivacizzato, tanto nell’aspettare quanto
nell’umore. I nostri anziani si presentano
alla “bottega” con l’atteggiamento
proprio di chi va dal barbiere, qualcuno
un po’ per gioco ma col gusto di farlo,
altri sembrano aver preso il tutto molto
seriamente.
…. I gruppi di ospiti vengono suddivisi
per giornata, anche su base volontaria,
e inseriti nella lista “appuntamenti”
nell’ordine in cui si presentano alla
84
…. La realizzazione concreta della
“bottega del barbiere” è stata
accompagnata da un consenso e una
partecipazione collettiva che, da soli,
sarebbero valsi la sua messa in opera.
loro, non senza cortesia, sebbene tutti
rimangano lì fino alla fine, quando tutti
insieme, attorno a un tavolo, bevono il
caffè d’orzo e si guardano con reciproco
apprezzamento, soddisfatti e sereni.
Fondazione Casa Cardinal Maffi, Mezzana (Pi)
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Spero che tanto l’aspetto della cura e
del benessere, dell’autoconsapevolezza
associata a un’attività ordinaria
riscoperta e vissuta non più con
indifferenza ma attivamente, quanto
l’aspetto della socialità, favorito da un
contesto privilegiato e ben definito,
si siano dimostrati la formula giusta
per raggiungere l’obiettivo. L’esito del
progetto, ora noto a tutti come “il Figaro,
barbiere di qualità”, è più che positivo e
gratificante.
Rita Virginia Bettin
Centro Servizi per Anziani A. M. Bonora,
Camposampiero (Pd)
A volte qualcuno si presenta e chiede
di essere rasato anche quando non
serve, ma accetta con rispetto quando
gli viene detto che “non è il suo turno,
l’appuntamento è per domani”. Capita
che qualcuno del gruppo coinvolto
chieda a chi viene prima di poter
prendere il suo posto per “fare più
velocemente” e che si scambino tra di
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Emanuela Gambirasio
Centro Don Orione , Bergamo
Con la musica…
per ricordare
e continuare
a sorridere
…. La notte, dove tutto assume un
carattere diverso. La solitudine che di
giorno si cela tra l’assistenza e le cure,
di notte, assume un carattere diverso.
La solitudine che di giorno si cela tra
l’assistenza e le cure, di notte, assume un
carattere forte e impotente.
…. Ed è proprio durante una di queste
notti che ho pensato che bisognava fare
qualcosa per alleviare la sofferenza e
rallegrare le loro giornate sempre così
uguali e molto spesso noiose.
Ho studiato canto e pianoforte al
conservatorio di Salerno, ho sempre
insegnato ai bambini la propedeutica della
musica, ma non avevo mai pensato di
utilizzare la mia capacità e professionalità
con gli anziani, soprattutto con anziani
malati di Alzheimer.
…. I modi e i mezzi che ciascuno di
noi ha per comunicare sono molti e,
indubbiamente, la parola è lo strumento
più immediato ed efficace, ma la musica è
una lingua universale, piena di significati,
che non necessita di una cultura superiore
per essere compresa.
È un mezzo per comunicare emozioni e per
costruire un ponte fra noi e gli altri individui.
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…. L’obiettivo del coro era proprio quello
di generare benessere, buon umore, uno
stato d’animo gioioso e soprattutto far sì
che non si sentissero soli.
Fu così che iniziò la mia avventura con
questi ragazzi non più giovanissimi e
grande fu l’entusiasmo da parte di tutti gli
ospiti coinvolti, grande la partecipazione
da parte di tutti gli operatori e familiari,
grande il coinvolgimento da parte di tutti.
…. Sono passati sette anni dalla prima
esibizione e, da allora, non sono mai
diminuiti l’entusiasmo e la gioia di
preparare ogni volta nuove canzoni da
proporre.
Patrizia Gesualdi
Asp Giovanni XXIII, Bologna
…. Fu allora che capii che la mia
conoscenza musicale poteva essere d’aiuto
a lei e a molti altri ospiti della struttura, fu
allora che pensai di costituire un coro, per
poter dimostrare come fossero ancora in
grado di donare qualcosa agli altri.
86
87
Ri – cucire la vita…
Giochi di movimento, tombola, indovinelli,
pittura, lettura, ascolto musicale… e chi
più ne ha più ne metta! Queste sono le
attività “storiche” della nostra residenza;
la selezione è avvenuta nel tempo in base
all’interesse degli ospiti e alla loro reale
partecipazione.
Ma gioca oggi, leggi domani, gli
entusiasmi si sono un po’ esauriti e si
cominciano a notare le prime defezioni.
Perciò, riunione strategica dell’equipe:
come rinnovare le attività? Cosa proporre
per rivitalizzare l’interesse?
…. Una delle animatrici ha una proposta:
il cucito. L’equipe è molto dubbiosa.
L’attività appare “difficile”, la manualità
degli ospiti è molto limitata, la vista è
spesso ridottissima e il pericolo di un
fallimento incombe.
Ma in RSA siamo abituati alle delusioni
e ai dispiaceri; spesso, a causa della
gravità degli ospiti, l’impegno di tutti
non è premiato e ogni giorno dobbiamo
ricaricare le energie e ripartire a zero.
Spiritualità come cura
per le demenze
…. Ho pensato di proporre agli ospiti
del centro un momento spirituale. La
…. E qui la prima sorpresa: Mario e Silvano
risposta della fascia femminile è stata
si propongono come aiutanti e collaborano
immediata e positiva, anche perché la
all’imbottitura con un impegno e una
donna è tendenzialmente più predisposta
volontà mai visti prima.
alla spiritualità ma, con mio stupore,
Le signore, invece, fanno a gara nel vero e
trovai adesioni anche da parte di uomini
proprio cucito; i loro volti attenti, concentrati, presenti al centro. Ci siamo avviati verso
le mani fragili ma decise nei gesti, gli
la cappella della struttura e abbiamo
occhiali ben piazzati sono una visione di
iniziato il momento di spiritualità.
una tenerezza struggente che commuove
operatori e parenti.
…. All’inizio si affacciano timidamente nel
salone, così trasformato (è una questione
di atmosfera…) da non sembrare lo stesso;
poi cercano con gli occhi il proprio familiare:
vederlo intento al lavoro, impegnato a fare
“qualcosa”, serenamente, con la musica
in sottofondo, dà conforto e serenità e
riporta a un clima di casa dove ognuno è
protagonista della propria vita.
Ri-cucire la vita, ecco il senso di un
laboratorio che nessuno si aspetta così
proficuo.
E le bambole rimangono, testimoni di un
bellissimo momento, col loro sorriso sottile e
il loro morbido cuore, il cuore di tutti noi.
Servizio animazione
Rsa Ledanice, Scandicci (Fi)
88
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Nelplrae migliormo
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“Grazie Vincenzo…
di esistere!
…. La preghiera è considerata come
un viaggio, un evento quantistico
che avviene nel cervello. Con essa si
abbandonano i limiti dello spazio tempo
e l’isolamento che è nel regno materiale,
mettendo in pratica una delle leggi
quantistiche più famose dell’universo,
ovvero la non-località.
…. Lo stare insieme, per gli ospiti
del centro, è diventato strumento di
aggregazione e dà loro la possibilità di
essere protagonisti attivi, valorizzando
l’identità di ognuno. Inoltre, gli stessi
ospiti nell’ora prestabilita chiedono di
andare in chiesa in quanto il momento
spirituale è diventato parte della loro
quotidianità. Anche le attività più gradite
non frenano il momento spirituale in
quanto l’adesione è totale, all’unanimità.
…. abbiamo potuto notare che dopo
il momento di spiritualità i disturbi
del comportamento (ansie, agitazioni,
aggressività, depressione) sono
diminuiti…
Lucia Endrizzi
Centro Villa Europa, Bolzano
…. la nostalgia della sua terra era
talmente forte che, nel momento in cui
un nostro collega ha iniziato a parlargli in
siciliano, i suoi occhi si sono illuminati e
lui ha ritrovato qualcosa di sé...
…. La felicità in un uomo passa anche
dallo stomaco, per questo, abbiamo
pensato a un tipico menu siciliano da
proporgli in una domenica invernale.
…. Eravamo sicure che si sarebbe
ricordato di quel pranzo per molto e
molto tempo.
Dopo essere riuscite a fargli assaporare
di nuovo le sue origini stimolandolo
a livello di gusto e olfatto, abbiamo
pensato che dovevamo stimolare anche
altri ricordi e ciò che lui aveva ancora nel
cuore e negli occhi della sua terra.
Abbiamo scritto al sindaco del suo
comune e, per posta, ci siamo fatte
recapitare opuscoli e immagini del suo
paese, per fare in modo che, attraverso
le immagini, lui rivivesse i ricordi dei
posti che gli erano familiari. Il risultato è
stato un ritorno alla sua infanzia e a ciò
che faceva quando era più giovane; ci ha
raccontato di quando, con il suo gregge
di pecore, andava al pascolo e di come
aveva iniziato a fare il casaro.
…. È sempre stato la mascotte del
nostro reparto, vuoi per la simpatia e
la sua vitalità – a dispetto di tutto – e
ci ha regalato momenti bellissimi e
vitali. Anche grazie a lui abbiamo capito
che, anche se il nostro lavoro potrebbe
risultare ripetitivo e fine a se stesso, con
poco… con semplici gesti, riusciamo a
ridare vita ed entusiasmo a chi assistiamo
ogni giorno.
Elena Paliaga, Giovanna Scifo, Paola Caruso
Casa di Riposo Valentino Sarcinelli,
Cervignano del Friuli (Ud)
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È il momento delle emozioni e dei fermo
immagine: gli operatori si concentrano su un
filo ininterrotto, per descrivere il particolare
rapporto che li lega ad un assistito.
Sereni, travagliati, effimeri, concreti,
complici, contrastati: i legami che si vengono
a creare fra operatori ed ospiti non sono mai
uguali, possono avere tante sfaccettature
diverse, evolvere nel tempo, intensificarsi
o sfilacciarsi. Sono legami speciali, che
cambiano e fanno cambiare le persone che
li intrecciano. Dall’incontro nascono due
persone nuove, che non possono più essere
esattamente uguali a prima.
Sono storie che parlano di passione, di
assistenza, di amore per gli altri, di cosa
significhi prendersi cura di ed essere assistiti
da.
93
…. Ci sono rapporti che nascono da uno sguardo,
dallo scambio di poche parole, da una carezza
appena accennata. Alcune persone semplicemente
si incontrano: l’una capisce all’istante le necessità
e i sentimenti dell’altra, senza bisogno di troppe
spiegazioni. Le testimonianze che seguono raccontano
proprio dei legami “istantanei”, di operatori che hanno
saputo interpretare e soddisfare i desideri degli ospiti,
senza ricorso a mediazioni, prove, tentativi.
Cinque magliette
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94
Cinque magliette bianche. Questo c’è
dentro quell’armadio verde anonimo. E
io devo scegliere solo tra quelle cinque
magliette bianche a manica corta. Una è
con il collo a V e ho scelto quella. Tutto
quello che quella donna possiede sono
cinque magliette. Il suo bagaglio: cinque
magliette. Niente mutande, ci sono quelle
a rete per contenere i pannoloni. Niente
calzini, è allettata e non scenderà mai dal
letto. Niente pigiami, suda sempre. Entra
la luce anche in quella camera, nonostante
tutto.
Sembra troppo grande quel terzo di
cinque letti per poterci abitare. Troppo
lungo e troppo largo. E poi, sarà per il
colore rosso vernice, sarà per le spondine
a graticola, pare quasi giacere in una di
quelle cassette di plastica per la frutta
che si compra a buon mercato, tanto al
chilo, ma non per questo meno buona,
anzi magari più sana. È la testa quella che
desta più attenzione. Girata all’insù, con il
collo tirato all’inverosimile e leggermente
chinata verso sinistra. Come quando, da
bambini, si guardano i fuochi d’artificio: ci
si stanca, ma non si vuole dare una pausa
ai muscoli del collo e la nuca fa male. Gli
occhi sbarrati guardano ancora più in alto,
quindi la tastiera del letto e, ancora oltre, il
muro bianco, leggermente strisciato dagli
spostamenti del letto. Le palpebre non
hanno ciglia. La bocca è chiusa e sottile e
la pelle è bianca e levigata. I capelli non
sono bianchi, ma grigi e brizzolati. La mia
collega mi ha riferito che la figlia non viene
quasi mai. Una volta ogni due mesi circa.
Le ho risposto, convinto, che è difficile
giudicare, che bisognerebbe sapere le
situazioni personali, ma lei mi ha risposto
che ha sempre fatto così perché dice di
non sopportare l’idea che sua madre sia
lì dentro, sia in quella situazione e che
possa rimanerci ancora a lungo. Ma la
treccia no, la treccia non deve essere mai
tagliata, ordine suo, e si raccomanda che
sia sempre ben pettinata.
Verrà trasferita di stanza e ho dovuto
preparare le sue cose per il trasferimento.
La treccia dà un aspetto strano alla sua
immagine. La ringiovanisce, la rende
un po’ buffa, quasi fanciullesca. Ci sono
rimasto male quando mi hanno detto che
a volte risponde a cenni con il capo. Non
pensavo intendesse quello che le si dice.
È immobile, rigida, accorciata. Ma a volte
capisce... La camera è grande e, quando
apro la porta, completamente buia, mi
dà un senso di vuoto, così accelero il
passo fino in fondo, cerco le corde delle
tapparelle. Le finestre sono grandi ed
entra molta luce. Mi viene da dire che è
una bella giornata, ma non interessa a
nessuno. Eppure il sole entra anche in
quella stanza. Anche se le tapparelle non
si possono alzare fino in fondo, altrimenti
restano incastrate. Un foglietto scritto
a mano e appeso vicino a una corda lo
ricorda a tutti i colleghi.
Ho messo tutto dentro un sacchetto di
plastica azzurro smorto, opaco. Tutto
quello che possiede, tutto quello che si
porta dietro quello donna è dentro quel
sacchetto. Ho pensato a quanti oggetti
possiedo. Quante cose ho. Quante
cose sono mie, solo mie, perché le ho
comprate, con i miei soldi, le ho avute
io, mi piacciono, e dentro ognuna di loro
c’è un po’ di me, del mio denaro, del mio
lavoro, del mio tempo. Mie perché le ho
desiderate e possedute, mie perché, tutto
sommato, sono anche un po’ parte di me.
Ho iniziato da quelle grandi, maggiori per
spesa d’acquisto, come l’auto, la bici e poi
a tutto il resto, passando per vestiti, articoli
sportivi, libri, cd, elettrodomestici. Mi sono
fermato prima di mille. Oddio. Mi è venuto
un dubbio. Non sono nulla. Non significa
nulla. Domani verrà trasferita e non avrà
niente, anzi, cinque magliette bianche, con
il numerino cucito dietro, per distinguerle
in lavanderia. E il resto? Dov’è il resto?
Avrà sicuramente più di ottant’anni. Chissà
quali e quanti sacrifici avrà fatto anche lei
per avere le sue cose. E non ha niente? Ma
come è possibile? Sento che non mi basta
la risposta che la maglietta e il tempo le
hanno portato via tutto. E neanche la frase:
ecco cosa siamo. Siamo molto di più!
Ne sono certo. Ma mi fa paura. Un po’ ci
penso. Un po’ continuo a sbagliare. Un po’
cerco di capire cosa. Ma dentro, mi resta il
dubbio. E, intanto, continuo il mio lavoro.
E ci penso. La mia collega mi chiama.
Torno un attimo indietro. Mi abbasso e le
do il mio bagaglio: una semplice carezza
anche malfatta. Cinque magliette e una
carezza.
Davide Zenaro
Centro Assistenza Fermo Sisto Zerbato, Tregnago (VR).
Primo classificato categoria
“Miglior racconto”
…. Assistere chi non ce la fa da
solo, non significa sostituirsi, significa
accompagnare. Bisogna rendere partecipe
la persona che si trova in una piccola
situazione di bisogno, renderla partecipe
significa condividere ogni piccolo e
quotidiano gesto…
…. Con gli anziani contano più i gesti che le
parole…
…. Spostai lo sguardo alla finestra che
stava alla sua destra e notai un vaso di fiori
molto belli e colorati, chiesi se fossero stati
i suoi figli a portarglieli.
Rispose: “Ricordo che me l’hanno detto, ma
non li ho visti, li hanno messi sul davanzale
e, come può notare, io non riesco a vedere il
davanzale da questa posizione”.
Mi avvicinai alla finestra, l’aprii e presi
quel vaso dal davanzale con un’attenzione
particolare, quasi fosse una creatura
delicata. Lo misi davanti a lei e le dissi:
“Ecco il vaso che le hanno portato”.
Dapprima il suo sguardo era fisso al muro,
ma un momento dopo s’illuminò, lei
allungò una mano, accarezzò i fiori e disse:
“Che meraviglia! Sono una meraviglia,
erano anni che non vedevo dei colori, le
forme dei fiori e da anni non ne toccavo
uno, grazie, grazie davvero”…
Tatiana Peron
Istituto Suore Maestre S. Dorotea, Vicenza
95
Lucilla Benedetti
Casa di Riposo, Brembate (Bg)
Flora e il professor
Stefano
…. Infatti, il giorno seguente, il Servizio di
Dialisi ci inviò il signor Stefano B., un distinto
signore di settantasette anni. Nonostante
l’aspetto generale ben conservato, capimmo
subito che si trattava di un paziente
impegnativo.
qui, mi sono seduta vicino al suo letto e ho
incominciato a parlargli, lui si è calmato, ha
cercato la mia mano, me l’ha stretta forte
forte e non mi ha più lasciato andare via”.
“Ma cosa gli hai raccontato?”. “Di quando
era piccola”…
…. Flora, stranamente, era quella, tra il
personale, che si era presa a cuore il suo
caso. Avevo notato che trascorreva molto
tempo con il signor Stefano, talvolta si
fermava anche dopo il suo orario di servizio,
si sedeva accanto a lui e gli teneva la mano,
lui sembrava allora calmarsi.
Così era diventata la sua tutor e, quando
discussi con lei la formulazione del PAI, Flora
mi guardò, quasi con aria di rimprovero e
mi disse: “Voi dite che il signor Stefano è
malato di testa e non capisce, ma io sono
convinta che comprende tutto, quando gli
parlo sembra che mi stia ad ascoltare!”.
“Ma Flora, come fai ad affermare questo?”
risposi.
“I suoi occhi. I suoi occhi sono ancora
vivi. Sai Cinzia, mi ricordano quelli di mio
padre”…
…. Un mattino, dopo che avevamo medicato
il signor Stefano, squillò il cellulare di Flora.
Lì per lì mi irritai, perché tutti sapevano che
bisognava spegnere il telefono durante
il servizio, ma quando vidi il suo volto
terrorizzato, mi ricordai di ciò che mi aveva
raccontato ed ebbi compassione per lei.
Flora rispose tremante al telefono, chiuse gli
occhi e stette ad ascoltare in silenzio, fino a
quando proruppe in un pianto sconsolato.
Parlava in spagnolo, ma ugualmente riuscii
a capire che suo figlio Richar era stato
ammazzato durante uno scontro tra bande
rivali. Mi avvicinai per consolarla, ma lei,
quasi istintivamente, corse verso il letto del
signor Stefano e lo abbracciò singhiozzando:
“Lo mataron, lo mataron, mi pobre hijo
Richar! Fue una banda rival de maras”.
Il signor Stefano, che fino ad allora era
rimasto immobile, mosse il capo e la fissò
con uno sguardo intenso, fino a quando gli
si inumidirono gli occhi, alzò lentamente
le braccia, come per levarle al cielo, poi le
…. “Perché sei qui, dovresti essere a casa!”.
“Lo so, ieri sera ho finito il mio turno e sono
andata a cambiarmi… poi sono tornata
96
ripiegò sulle sue spalle, abbracciandola con
dolcezza, come un padre può abbracciare
una figlia, poi disse, piano in un orecchio:
“Qué atrocidades, es una cosa terribile! Lo
siento Flora, lo siento mucho. Mi dispiace
Flora, mi dispiace molto. La vita è come una
ruota che gira. Anch’io ho perso una figlia,
non con il corpo, ma con il cuore”.
Piangemmo tutti e tre, abbracciati l’uno
all’altro.
…. “Ma Flora è stata in grado di liberarmi
e di farmi sentire nuovamente un uomo e
un padre. Ma so bene che non sarà così per
sempre, il mio tempo è molto limitato. Ma
una promessa… quando sarò morto, voglio
che il mio corpo sia cremato e voglio che
Flora, figlia mia adottiva, sia lei, proprio lei,
a cospargere le mie ceneri, che saranno
incorporate nella sua linfa secolare ed io
potrò, poco per volta, salire sempre più in
alto, fino a godere della libertà estrema!”.
Cinzia Ramello
Casa di riposo A.B. Ottolenghi Onlus, Alba (Cn)
97
ta
t
e
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s
ro
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u
ncont e
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i
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a
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L
…, con delicatergo subito chta
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n
a
m
di Mi avvicinoubeante. Mi accuona piccola milaessa
La storia di Cosimo,
un uomo di mare
nato a Messina.
In Sicilia tanti giovani che amano il mare si
arruolano in marina. Cosimo è uno di loro.
Venezia è un gioiello artistico. Per il
giovane uomo in carriera, però, Venezia fu
soprattutto Anna. Il suo grande amore.
Cosimo si arruolò nella marina militare.
La guerra impedì loro di stare insieme.
Durante i primi vagiti della Seconda guerra Se non in qualche ritaglio di tempo, tra
mondiale, Cosimo era ancora molto
un porto e l’altro, una battaglia e qualche
aitante. Il lavoro scarseggiava e la passione ferita da guarire. Momenti di sofferta
per il mare nacque insieme all’esigenza di
attesa. Il tempo sfilava via lentamente, col
portare a casa la pagnotta.
boato di cannonate e i sibili di bombe, che
Nonostante l’età imberbe, era già
consegnavano alle sorti dell’umanità le
diventato un giovane uomo in carriera.
feroci conseguenze della Seconda guerra
L’ideale di Cosimo era combattere per
mondiale.
difendere la Patria. Una parola, questa,
Quando il soffio dell’armistizio fece
con l’iniziale maiuscola, che gli faceva
sventolare la bandiera della pace anche
venire i brividi. Al pari della parola donna.
nel lido più suggestivo del mondo,
I sussulti della giovinezza furono appagati
Cosimo e Anna si sposarono. Trovarono
un po’ dal fascino della divisa e un po’ dal casa a Mestre e lì costruirono un nido di
suo aspetto trionfante.
affetto e calore.
Sbarcò in tanti porti e non gli mancarono
Cosimo continuò a fare il marinaio. Era il
le occasioni per innamorarsi, e per fare
suo lavoro e la sua passione. Passarono gli
innamorare di sé, le ragazze che incontrava anni. Ogni navigazione era un tuffo… al
durante le soste nelle città portuali. Tutte
cuore. Anna era sempre nel suo orizzonte.
avventure che impreziosivano l’album delle Quando tornava a Mestre, Cosimo passava
facili conquiste, ma che non lasciavano
dei momenti radiosi con la moglie e,
tracce sulla pagina ancora bianca
adesso, anche coi loro figli.
dell’amore.
Per alcuni anni, nulla di insolito si frappose
Quello vero.
tra Cosimo e Anna. Anzi, il tempo donò
Fino a quando Cosimo approdò a Venezia. loro la gioia di essere nonni. I figli si
Venezia significa arte, storia, acqua alta.
sposarono e, così, Cosimo e Anna ebbero
98
presto due bei nipotini ai quali fare tanti
regali.
Mare, onde, sacrifici, odore di pesce.
Gabbiani che punteggiano la volta del
cielo.
Poi Anna. Solo lei. Il battito dell’amore. E
i figli e i nipoti. Con questi solidi affetti,
Cosimo conquistò la pensione.
Altri anni di generosa armonia familiare.
Un triste giorno, Anna si spense.
Cosimo diventò presto come un gabbiano
che smarrisce la scia dei compagni. Lo
consolarono i figli e i nipoti.
Qualcosa cominciò a incepparsi. A 82 anni,
Cosimo venne colpito da un’emiparesi. Fu
costretto a vivere su una carrozzella. I figli
gli furono accanto.
L’affetto non gli mancava, ma i figli non
avevano competenze infermieristiche.
Per lenire i tormenti della malattia,
pensarono di affidare Cosimo all’assistenza
di una badante. Cosimo era contento di
poter rimanere nella casa di Mestre, dove
il ricordo di Anna era specchio della sua
stessa vita.
Il ricordo della donna che aveva amato
gli stava trasmettendo una grande forza
psicologica, ma nulla poté fare per
rimediare alla decadenza fisica, oltretutto
aggravata dall’infermità.
Venezia era sotto una grandinata di
raggi di sole quando Cosimo peggiorò.
I figli non seppero che fare. Spesso di
fronte all’irrazionale, la misura delle cose
è trovare un aiuto esterno. Nemmeno
la badante poteva più fare molto per
assistere Cosimo. I figli ipotizzarono la
soluzione più ovvia: la casa di riposo. I
figli dissero a Cosimo, per addolcire la sua
ritrosia, che la casa di riposo non era per
sempre ma solo per quell’estate.
L’unico inconveniente era la distanza.
L’unica casa di riposo disposta ad
accoglierlo era in provincia di Padova.
Cosimo entrò in una realtà che lo rese
triste.
Intuì che alla fine dell’estate non sarebbe
tornato a casa. L’idea di restare lì, insieme
con altre persone disabili, in un ambiente
dove occorreva rispettare regole precise,
non gli andava proprio giù.
Pensò che un uomo che da giovane aveva
fatto la guerra non meritava una casa di
riposo. Era disposto a fare qualunque cosa
per tornare a casa sua. Ma non sapeva
come risolvere a suo favore quest’ultima
aspirazione.
Gli venne in mente Maria. Un nome che
te
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“.…
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viso s
è per
mano
la tua urezza, che mare. Il tuo si infiniti,
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r
ic
ti dà s cogli di que cono disco , ma che
s
s
le
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recuperò dal serbatoio della
tra gli tue labbra mprensibi enso e una
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memoria.
e da significato he mai, u
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Una memoria che lui stesso
e
privi d no, ora più icazione.
mente
n
o
definì antica, visto che era passato
assum inaria comu no nella tua proviamo a
,
a
d
mezzo secolo. Maria!
straor ensieri entr r un attimo
e
p
a…
Pensò a quel nome sospendendo
I miei ricordi e, p
icurezz a
s
à
i
d
o
i
…
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per alcuni secondi ogni
nei tu re insieme o davvero lio che pass
n
a
ig
ragionamento. Ma presto associò
ripens stretta di ma ano di tuo f
m
a
ti.
i
t
r
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s
Maria alla possibilità di poterla
Que
retta d oro, a saluta i tuo marit a
t
s
a
s
s
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incontrare e di convincerla, magari
È la ste a, dopo il lav a di mano amore prim
tt
er
ogni s stessa stre lasciava con ta da un
con suggestivi ricordi, a vivere con lui
a
i
a
l
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…. È ni giorno, accompagn
la profonda vecchiaia. Furono ancora
g
,
capire
che, o re al lavoro
a
parole sue. Sapeva che se avesse
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a
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e po
di and incero…
riferito questa sua ambizione ai figli, la
no ch pazi che og
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m
i
s
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bacio ssa stretta he quegli s asa, della
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t
e
s
i
i di c
È la
bastasse, gli avrebbero dato del matto.
orrido o i corrido tto.
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i
e
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che q ercorri son alore e affe e ti porta
Fu così che si rivolse a me.
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p
ch
o,
tanto a, che ti dà a di mano
l luog
Ho conosciuto Cosimo in quel periodo
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s
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a
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io, i
tua c stessa str
estivo, un uomo molto tenace e gagliardo.
viagg stringerann ”.
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a
l
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t
È
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ti
ne
….
o…
Lavoravo in quella casa di riposo. Facevo
re che re mani che er un pezz
e
p
a
s
p
t
a
l’ausiliare socio assistenziale. Quando
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ontrer mpagnera
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Cosimo mi parlò di Maria e del desiderio
co
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io
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il
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ig
che
so S. V
di rivederla, non seppi come reagire.
i Ripo
d
a
s
a
dei C
Gli dissi che mettersi alla ricerca di una
Salva
Bruno
persona che non vedeva da cinquant’anni
poteva donargli, certo, una piacevole
emozione, se la cruda realtà non avesse
tradito le sue aspettative.
Figuriamoci se le mie parole servirono a
99
Insulina e caffè
placare il desiderio di rivedere Maria!
Non riuscii a fargli capire nemmeno che
Maria poteva essere Morta. Adoperai
proprio questa frase; così, in modo grezzo
ma sincero.
Cosimo mi chiese il secondo più bel regalo
della sua vita, dopo Anna. Mi pregò di
portarlo a Chioggia. È lì che Maria abitava
allora. È lì che abitava ancora?
Una domanda troppo imbarazzante. Infatti,
la trattenni dentro di me. Ero giovane e
non sapevo come padroneggiare al meglio
la ragionevolezza. Risolsi che, forse, un
regalo a una persona disabile ma motivata
non dovevo negarlo. Magari era solo un
sogno. Tuttavia, un sogno che lo portò a
sorridere. Sorrideva anche con gli occhi.
Qualche giorno dopo partimmo alla
ricerca di Maria.
Cosimo dimostrò un’eccellente memoria.
Si ricordò la via e il numero. Chioggia lo
accolse col tepore di fine estate. Ma la
temperatura crollò quando una giovane
vicina di casa gli disse che la signorina
Maria non abitava più lì. Si era trasferita
con suo marito, alcuni anni prima, in
una cittadina a non troppi chilometri di
distanza.
Cosimo non si arrese. Mandò giù il
100
spingendo la carrozzella, verso la macchina
che avevo parcheggiato a duecento metri.
Avevo imparato le manovre corrette per
introdurre la carrozzella nell’auto che
avevo attrezzato per questo veicolo usato
per il trasporto di persone invalide.
Quando arrivammo a destinazione,
l’incontro fu molto timido. Maria faticò a
riconoscere in Cosimo quel baldanzoso
marinaio che aveva incontrato e amato
tanti e tanti anni prima. Cosimo si rese
conto che Maria era diventata un’altra
donna. Beh, dopo cinquant’anni!
boccone amaro. Chiese a quella gentile
Naturalmente tenni nascosta anche questa
ragazza se conoscesse l’indirizzo. La
esclamazione.
ragazza fece una smorfia. Non sapeva
Maria era sposata. Mi colpì la velocità con
decidersi.
la quale Maria gli parlò del matrimonio.
Alla fine, anche lei fu esortata, suppongo
Forse per non creargli illusioni. Il progetto
per non aggravare la sensibilità psicologica di Cosimo si vaporizzò. Maria preparò a
di Cosimo e non insultare col rifiuto il
Cosimo e a me una buona tazza di caffè.
corpo già offeso, fu esortata, dicevo,
Che resterà l’unico “caldo approccio”
a regalare a Cosimo una speranza. Un
tra Cosimo e Maria. Una tazzina di caffè.
sogno. Ci disse di attendere qualche
Maria era quasi impacciata. Mi guardava
secondo. Di lì a poco ricomparve con
come a dire perché mai lo avessi condotto
un’agenda tascabile, dalla quale ricavò
lì da lei. O, forse, fui io a dedurre, in modo
l’indirizzo di Maria.
frettoloso, una cosa che non centrava
Mi sembrava che il sogno continuasse.
niente con le vere emozioni di Maria.
Cosimo mi sorrise. Era convinto di
Cosimo raccontò in breve la sua vita. Lo
potercela fare. Lo accompagnai,
fece per giustificare, in qualche misura,
i
gart
e
n
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vogl ranza:
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N una sp
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mi pu uoi
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che v
quella visita inaspettata. Voleva rivedere
tutte le persone che aveva conosciuto
da marinaio, durante la Seconda guerra
mondiale. Maria sorrise. Fu tutto quello
che seppe donargli insieme alla tazzina di
caffè.
Rientrammo nella casa di riposo. Durante il
tragitto, Cosimo non mi parlò. Non rispose
alle mie due domande che intendevano
scandagliare il suo stato d’animo.
Non fu facile tenere nascosta la nostra
uscita ai figli. L’umore di Cosimo parlava
più di ogni parola esplicita.
I figli capirono che la casa di riposo non
poteva essere la sua casa. Lo riportarono
a Mestre. Nella sua unica casa. Coi ricordi
di Anna. Con le cure della badante. Con
l’affetto dei figli e dei nipoti.
Lo andai a trovare un po’ di tempo dopo.
Il rientro nella sua casa gli aveva ridato
il sorriso. Era un uomo sereno. Aveva
recuperato la voglia di vivere.
Cosimo morì tre anni più tardi. Un uomo di
mare nato a Messina.
…. Linda è alcuni anni che è in struttura,
è una persona un po’ burbera, con un
carattere un po’ forte e difficile ma, sotto
sotto, è di una dolcezza indescrivibile. Non
sono rare le volte che dice che, non appena
tornerà a casa, ci inviterà tutte a casa sua a
bere un caffè.
…. Mi avvicino a lei e, dopo averle dato le
pastiglie, le dico che è il momento della
“puntura”, dell’insulina. A quel punto, lei
si gira verso di me con uno sguardo un po’
arrabbiato e mi mostra il pugno, come a
dire “guai a te se mi tocchi”, e a me, tra il
sorpreso e lo spaventato, viene spontaneo
sorriderle. In quel momento Linda risponde
al mio sorriso e alza la manica del maglione
per farsi fare la sua insulina.
…. E così, ogni pomeriggio, cerco di passare
almeno dieci minuti con Linda, per ricordare
insieme a lei di quando era giovane e il
percorso che faceva tutti i giorni fino al mio
paese, per recarsi al lavoro, sapendo che il
ricordare le dà un po’ di gioia. Ogni giorno
le stesse domande, ma per Linda è come la
prima volta. E ogni giorno le si illuminano gli
occhi.
…. Per distrarla un po’ le ho portato delle
riviste nuove, visto che le piace così tanto
leggere e, come ci si può facilmente
aspettare da lei, le prende e si mette a
leggere senza nemmeno ringraziare. Ma
dopo pochi secondi mi richiama indietro
e mi dice che appena tornerà a casa mi
inviterà da lei per un caffè.
Mi sorride e, visto che è una mattina
tranquilla e in reparto c’è poco da fare, la
porto al piano terra in salone, ci sediamo a
uno dei tavolini davanti alle grandi vetrate
che si affacciano sul parco e, finalmente, ci
gustiamo questo caffè.
Chiara Colleoni
Casa di Riposo, Brembate (Bg)
Silvana Dalle Fratte
Centro Don Orione, Bergamo.
Seconda classificata categoria “Miglior racconto”
101
A Caterina
…. Tra me e Duillio è nata subito una
simpatia. Ogni giorno facevamo delle
chiacchierate, lui mi raccontava che non
c’era cosa più bella dello stare all’aria aperta
a prendere il sole...
…. Quando prendevo servizio il pomeriggio
e, stranamente, lui era nella sua camera,
riconosceva la voce e mi chiamava:
“Generale vieni qui!” ed io mi recavo da lui
nella sua stanza. Lui era seduto sulla sedia
ed io mi sedevo sul letto e iniziavamo a
chiacchierare.
…. Più passava il tempo, più il nostro
rapporto diventava stabile, la fiducia
aumentava sempre di più e la confidenza
era tale da permetterci di chiamarci
reciprocamente “generale”.
…. Non si fidava di nessuno, non
permetteva a nessuno di aprire il suo
armadio rigorosamente chiuso a chiave,
e non accettava da nessuno alcuna
osservazione, ma con me era il contrario:
qualsiasi cosa facessi andava bene e
qualunque cosa gli chiedessi, lui la faceva
senza problemi.
…. Non accettava il catetere, non accettava
il fatto di non camminare ed era convinto
che tutti ce l’avessero con lui. Passavo
102
…. I fiocchi sono grandi e soffici e,
guardandoli, mi viene in mente un nome:
CATERINA… con la sua testa piena di capelli
candidi come la neve che incorniciano un
visino lucido, con occhi vispi e con una
piccola bocca che sorrideva sempre.
…. Duillio si sentiva in debito nei miei
confronti, mi diceva sempre che voleva farmi Arrivò in struttura un brutto giorno di
un regalo per sdebitarsi ed io gli dicevo che ottobre, pioveva; mi sembrò un piccolo
raggio di sole quella donna piccola, minuta.
non c’era regalo più bello del vederlo stare
Appena mi vide, ricordo bene le sue parole,
bene e sorridere.
disse: “Io e te eravamo compagne di scuola
alle elementari”.
…. Ovviamente ho spiegato ai presenti
“Certo”, risposi, “e sono qui per aiutarti”.
che non avrei accettato alcun regalo, in
quanto quella era la mia professione, e che il La sua mente era con gli angeli, mi seguiva
regalo più bello Duillio me lo aveva già fatto come un uccellino sperduto e abbandonato
(non aveva famiglia), insieme ritornavamo
ritornando a casa e rimettendosi in forma.
bambine a scuola: parlavamo e scherzavamo
…. C’è un’intesa talmente grande tra noi che e lei rideva e si divertiva contenta (questo
a volte non servono neanche le parole, basta era molto importante).
In gioventù faceva la santina, perciò, cercava
uno sguardo e ci siamo già capiti.
di aiutarmi in piccoli lavori come sistemare
le mutandine che, con la sua piccola mano,
…. Sono corsa via piangendo, non volevo
crederci, dentro di me ho sentito un vuoto: il stirava e piegava, battendole sul tavolo.
Nel suo mondo era felice, perché il sorriso
generale era morto? Impossibile.
era sempre sulle sue labbra e cantava con
voce squillante e melodica.
…. Ovviamente ho scelto un paio di calze
con l’elastico tagliato, in quanto Duillio
Tiziana Baraccani
non sopportava le calze strette e un paio di
Casa
protetta
S.
Antonio
Abate,
Fontanelice (Bo)
boxer extra large...
giornate intere a spiegargli che non doveva
preoccuparsi di nulla, che io l’avrei aiutato
in tutto e per tutto a rimettersi in forma: il
lavoro è stato duro, ma ne è valsa la pena.
Nonino Tamico
Casa di Riposo Valentino Sarcinelli, Cervignano del Friuli (Ud)
Barbara
Casa protetta per Anziani Vignolese, Modena
103
Fammi entrare
…. La mia Sara (nome di fantasia) è una
donnina minuta, con due occhi azzurri
dolcissimi, velati dall’età.
…. Ho deciso, l’affronto, deve stare ad
ascoltarmi, volente o nolente deve sentire
quello che ho dentro e che mi fa male.
…. Il nostro rapporto ospite/operatore è
sempre andato bene, in un crescendo di
stima e rispetto, trovo sempre cinque minuti
per parlare con lei, per cercare di confortarla
nei giorni bui e per fare due risate insieme,
parlando di questo o di quello.
Ma un giorno dovevo passare in struttura per
delle funzioni burocratiche e ho portato con
me i miei due figli, di 8 e 4 anni. Espletati
i miei impegni, sono andato a salutare
gli ospiti. Gli anziani amano i bambini,
perché mettono allegria e portano ricordi,
e quando sono con loro hanno sempre
qualche aneddoto che torna alla memoria
e lo raccontano. Sono andato a farglieli
conoscere, con il piccolino in braccio, l’ho
fatto con il cuore e, fin qui, tutto normale.
La mattina alle h 7,00 vado a lavorare, è
buona abitudine salutare, cosa che faccio a
lei per prima… DISASTRO!!!
Non posso scrivere gli insulti che mi ha
detto, sono rimasto stranito e perplesso e,
visto che non c’era modo di confrontarsi,
sono uscito dalla stanza.
…. “Ed io cosa c’entro?”.
“Gelosia, invidia. Quando ti ho visto con i
tuoi bambini” mi disse “ho provato questi
sentimenti, era quello che volevo io, una
vita normale, una famiglia mia, dei bambini
e niente di più, brutta bestia la solitudine”
continuò “volevo punirti, volevo punire chi
mi ha sempre dato senza chiedere niente in
cambio, anzi puoi scusarmi?”.
“Certo Sara!” risposi ed ero felice, la porta
si era finalmente aperta, dopo tanto penare
avevo le chiavi, le sue chiavi.
…. Un giorno durante il pranzo comincia a
insultarmi, arriva a dirmi che i figli non sono
miei e che mia moglie è una di quelle.
104
…. Da allora il nostro rapporto va benissimo,
è basato sul rispetto e sull’educazione, cerco
sempre di capire le sue esigenze (come
quelle degli altri ospiti), so per certo che
adesso si sente meno sola (ci si può sentire
così anche in mezzo a mille persone), come
so che in me ha trovato un amico sincero
che la sa ascoltare e le tende la mano
quando ha bisogno.
Alessandro Carrer
Rsa Il Focolare, Lanzo D’Intelvi (Co)
Evviva Gigi,
evviva la musica!
Federica Simonetto
Opera Immacolata
Concezione, Padova
o fin e
t
i
p
a
Ho rcimo istansit
dal p anto fos
qu eciale
sp
Mi definisco una persona allegra e vivace. MI
PIACE MOLTO CANTARE e capii che ogni
volta che intonavo una canzone, i loro volti si
distendevano e si illuminavano, a volte solo
guardandomi e ascoltando, altre unendosi a
me in un’unica voce.
…. Un giorno, durante l’idratazione, stavo
cantando CIAO CIAO BAMBINA quando,
all’improvviso, sento alle mie spalle LAURA
che continua sulle mie note, mi fermo,
incredula di quanto avevo sentito, e sento
solo un brivido scendermi lungo la schiena:
dopo circa un anno di silenzio LAURA stava
cantando… Mi commossi e sentii delle
gocce rigare il mio viso, era straordinario…
…. Un giorno venne la figlia a trovarla,
pensai a lungo se fosse il caso di darle una
simile emozione e decisi di SI’! Iniziai a
cantare prendendo le mani di Laura tra le
mie, guardandola dritta negli occhi ma con
molta dolcezza (quasi a dirle: “Non mi far
fare brutta figura”) e lei, come per incanto,
cominciò a cantare con me. Quando girai
lo sguardo sulla figlia, notai che stava
piangendo, mi abbracciò e mi sussurrò
“GRAZIE”!!
Orietta Farinini
Residenza per anziani Città di Treviso, Treviso
Gigi, ospite presso la RSA “Rosa dei Venti”
di Condino, non ha mai nascosto il suo
amore per il canto e la musica, in particolare,
va fiero di essere un chitarrista.
Questa sua grande passione ha origini
antiche, la musica, infatti, ha sempre
rappresentato per la sua famiglia un
elemento fondamentale, in grado di offrire
momenti di gioia e di allegria da condividere
con gli amici.
…. Periodicamente, con il mio compagno
Carlo, infermiere presso la stessa struttura
residenziale, accompagniamo Gigi a Borgo
Valsugana, il suo paese di origine, per
trascorrere una bella giornata con i suoi
affabili e gentili familiari. Abbiamo avuto
modo di constatare come la tradizione
musicale sia ancora molto forte e più viva
che mai. Dopo un prelibato pranzetto,
preparato con cura dalla sorella Rita, il
nipote Moreno, con la sua chitarra (per
la cronaca, suona pure il pianoforte, il
clarinetto, il saxofono “incredibile ma
vero”), accompagnato dall’amico Claudio
alla fisarmonica, dà spettacolo! Con grande
ammirazione e gradimento, assistiamo a
un’esibizione di alto livello…
Anna Parmigiani
A.P.S.P. Rosa dei Venti, Condino (Tn)
105
Il gesto d’amore
Mariangela Ravanetti
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
…. Le parlavo delle notti insonni del mio
bambino piccolo, del libro che mi aveva
prestato, commentavamo la puntata di
Grey’s Anatomy vista la sera prima (io a
casa con la mia famiglia e lei in struttura)
o qualche notizia frivola del telegiornale.
Poi lei si raccontava. Mi parlava del suo
lavoro avuto fino a vent’anni, della sua
Panda rossa, del suo primo amore… e poi
la malattia. Una sera stavamo parlando
del nostro fisioterapista di reparto, nostro
nel senso che si occupava degli Ospiti
del nucleo, e della sua decisione di
aprire uno studio privato, lei mi disse che
sapeva dove lo apriva perché era ubicato
nel suo paese di origine e che le sarebbe
piaciuto tanto andare all’inaugurazione.
Era fatta! Mi aveva sfidato e da quel
giorno non mi sono data pace finché non
fosse tutto pronto per la nostra avventura.
viaggi in ambulanza, uno per la visita
neurologica e uno per il posizionamento
della peg, sei anni fa.
Facemmo un giro nello studio di Davide,
qualche presentazione e un po’ di
convenevoli. Lei era raggiante, felice.
…. “No, quella è la mia scuola elementare
e, al di là di quello stabile, c’è la via dove
c’era la mia casa. Ma la casa è stata venduta,
per pagare la retta su da voi. Ti ricordi? Tu
sei stata a casa mia quando sei venuta a
visitarmi prima dell’ingresso”.
“È vero! Ma, sai che non ricordo proprio la
casa?”.
Pausa di silenzio. Lei mi guardava con questi
occhioni che dicevano tutto.
“Andiamo? Vuoi vederla?”.
…. Era sabato mattina, c’era una signora
che stendeva la biancheria su un terrazzo.
…. Una sera mi sono seduta al fianco
Ci guardava un po’ stranita e, dopo un po’,
del suo letto e le ho detto: “Sai, è fatta,
quando ci siamo avvicinate, questa signora
se vuoi ho tutto pronto per andare
timida, con un filo di voce disse: “Sofia?!”.
all’inaugurazione dello studio di Davide”.
Ed io, in sostituzione di Sofia, risposi:
Non ha detto niente, ma il suo sorriso
“Si, è Sofia, mi sta dando indicazioni per
mi ha fatto capire tutto. I suoi occhi
raggiungere la casa dove abitava una volta”.
brillavano! Aveva vinto lei. Non me l’aveva Questa signora abbandonò la cesta della
detto a caso, mi aveva sfidato.
biancheria e corse giù per una scala esterna
e ci raggiunse. “Sofia, ma che fine hai fatto?
…. Dopo otto anni di inserimento in struttura Ho chiesto a tutti, anche al parroco dove eri
era la prima volta che usciva, a parte due
ricoverata, ti ho cercata a Montebelluna, a
106
Selva. Ma mi riconosci vero?”.
Non servivano parole. Sofia stava
piangendo, ma di gioia.
…. Rientrammo in reparto felici, come due
bambine che erano andate al luna park.
Aspettai che il personale mettesse a letto
Sofia perché era molto stanca, entrai in
stanza e mi disse: “Non è necessario che
provi a spiegarti quanto sono felice, tu mi
conosci e lo sai. Erano otto anni che non
uscivo e tu sei riuscita a portarmi a vedere la
mia casa, i miei luoghi d’origine. Ho rivisto
Francesca, la mia vicina, che pensavo mi
avesse scordato. Io però posso solo dirti
grazie”. Mi abbassai, le diedi un bacio
in fronte e le dissi: “Riposati, ci vediamo
lunedì”.
…. Da quel giorno Francesca una volta
alla settimana la viene a trovare con il suo
bambino, che nel frattempo ha avuto, e la
tiene informata di tutte le notizie del borgo.
…. Se posso, mi fermo a chiacchierare; se
non posso, passo, le sorrido e le strizzo
l’occhiolino. Lei sorride con i suoi occhioni e,
pur nella sua malattia, Sofia è felice.
Stefania Bragagnolo
Opere Pie D’Onigo, Pederobba (Tv)
107
…. Luigi e Rosa sono nomi di fantasia di una
coppia di coniugi che ho avuto la fortuna
di conoscere e assistere dal momento in
cui sono entrati, insieme, nel piano della
struttura dove opero come Assistente.
…. Mi sono avvicinata a lui e l’ho
abbracciato. “Ti accompagnerò in questa
fase della tua vita, potrai contare su di me,
lo sai vero?”. “Lo so, mi aveva risposto con
voce tremante”.
…. I giorni passavano, Luigi mi raccontava
tutto di sé, fidandosi della mia amicizia
e serenità. Mi confidava tutto, anche i
suoi pensieri più intimi, ma li ho sempre
tenuti per me. Il periodo che seguiva non
era incoraggiante, i risultati degli esami
parlavano chiaro. Eppure, sono una lottatrice
nata – mi sono detta – e mi sono ripromessa
che avrei fatto di tutto per distrarlo, quindi
non dovevo disperare. Non lo fa lui, non lo
fa sua moglie e non lo devo fare io.
…. Lo confortai dicendogli: “Lo sai Luigi?
Quando giungerà l’ultima ora, riempi
il petto e il cuore di tutta la bellezza di
quest’universo, di Rosa, in modo da poterla
avere con te per sempre”.
Teresa Mangiafico
Casa Serena, Cilavegna (Pv)
108
Oggi, 13 dicembre, due occhi verde
acqua mi fissano, mentre lei succhia da
una cannuccia pompelmo e acqua con il
mio aiuto. Sì, diluita aiuterà la diuresi… sto
pensando mentre lei sorseggia. Le ripeto
pure… “Le fa bene Claudia, le fa bene…
lei deve aumentare l’idratazione perché ha
poca diuresi, lo vediamo dalla sacca del suo
catetere”.
Non è la prima volta che le ripeto questa
frase e non è la prima volta che risponde…
“Va bene così? Quanta c’è n’è?”. “Un altro
po’ Claudia… un altro po’”.
Tutto a un tratto quegli occhi parlano ed
esprimono un sorriso, un sorriso le si stampa
pure sul viso, non smette proprio di fissarmi
e mi rivolge la parola… “Auguri signora
Lucia, oggi non è Santa Lucia?”.
La fissai negli occhi e non distolsi più lo
sguardo da lei, a me si è spento lo sguardo
per un attimo, a me è venuta una fitta allo
stomaco e delle lacrime per l’emozione.
“Sì”… risposi subito ripensando al giorno.
“Sì”, le sorrisi, la ringraziai più di una volta e
la baciai…
Lucia Giora
Centro Servizi per Anziani A. M. Bonora,
Camposampiero (Pd)
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…. Può succedere che la “scintilla” con l’ospite
scocchi solo dopo tribolazioni e vicissitudini. La
paura per una realtà nuova e la stanchezza per una
situazione non facile possono rendere l’assistito
nervoso, distante, ostile. L’operatore deve affrontare
una sfida per superare queste barriere ed alla fine
riesce a ricevere molto più di quello che ha dato.
Queste storie lo dimostrano.
La voce di Anna
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…. Anna entra in struttura una mattina, è
molto impaurita e non parla… i suoi occhi
dicono tutto, è uno scricciolo di 40 kg,
aveva fatto la maestra per tutta la sua vita…
non ha parenti... Ci attiviamo tutte per farla
sentire come a casa sua e lei, dal canto suo,
osservava... ma non accennava neanche a un
sorriso.
È proprio lì che è scattata una sfida con
noi stesse, una sfida che doveva portarci a
riuscire a farla parlare…
…. Una mattina come le altre arrivai nella
sua stanza, la salutai, era lì con i suoi occhi
tersi e il suo sorriso accorto che mi fissava,
come sempre d’altronde, quasi a voler
comunicare un messaggio sopito da tempo.
Le diedi un bacio sulla guancia e,
improvvisamente, con mio grande stupore,
mi disse: “Ciao…”. La sua voce era un
piccolo gemito singolare, una piccola brezza
di vita che immediatamente rese tutto
diverso.
Nessuno può immaginare la gioia che
provai quella mattina, mi misi seduta sul
letto e le chiesi: “Come stai?” e lei, molto
timidamente, con un tono tremante, rispose:
“... Bene...”.
ANNA adesso parla tutto il giorno, ricorda a
tratti i suoi alunni, rivive i momenti di quando
insegnava, quasi a scandire gli attimi che
hanno caratterizzato la sua vita.
…. Per assecondarla e tenerla calma ho
escogitato un trucco, seppur bizzarro:
spruzzo sotto alle lenzuola un po’ di
deodorante, e lei, convinta che sia veleno
per bruchi, si mette tranquilla.
È affetta da disfagia, mangia solo i cibi
macinati ma, di tanto in tanto, le do un
mezzo panino con la marmellata e la
sorveglio fin tanto che non lo ha leccato
tutto… i suoi occhi felici e compiaciuti sono
una vera gioia. Credo fosse una cosa che
amava e gustava molto da giovane.
Mara Baldan
Casa di Riposo Menegazzi, Treviso
109
La festa di compleanno
…. Enzo arrivò in RSA in un giorno qualsiasi,
di un mese qualsiasi, di un anno qualsiasi,
con un aspetto qualsiasi, come qualsiasi
ospite che, con il muso lungo e l’animo
provato, viene a ricoverarsi. Mi bastò
guardarlo un secondo dritto negli occhi per
capire subito che lui per me non sarebbe
stato più QUALSIASI, ma che sarebbe
diventato un po’ SPECIALE.
…. Passò qualche giorno e l’ostilità di Enzo
verso di noi, verso il luogo dove si sentiva
costretto a stare e soprattutto contro la
vita stessa, non solo non regrediva, ma
aumentava ogni istante di più...
…. quella mattina scattò in me qualcosa che
mi convinse a non mollare, volevo a tutti i
costi trovare il modo per arrivare a lui…
…. Enzo scattò sul letto come se avesse le
molle sui fianchi e, trovando non so dove la
forza, raccattò le ultime energie per alzarsi e,
con una manata, mi buttò in aria il piatto che
avevo in mano...
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letto a un’altra persona che, invece, voleva
vivere, poi presi un pacco di biscotti che
teneva sul comodino, li gettai a terra e
cominciai a saltarci sopra sbriciolandoli,
urlando che se tanto aveva deciso di morire
di fame quelli non gli servivano...
…. un operatore mi disse che Enzo voleva
parlarmi, mi aspettava in camera. Entrai
avvertendolo subito che non avrei portato
nessuna medicina tanto le avrebbe buttate…
ma... lui mi parlò e, a capo basso, senza
…. chiesi di interagire con lui a modo mio...
guardarmi negli occhi, come se avesse paura
che vi potessi leggere qualcosa, mi chiese di
…. Cominciai a urlargli in faccia che se voleva portargli un po’ di minestrina in brodo, che
morire faceva bene, ma che non poteva
avrebbe provato a mangiarla. Io non risposi,
prendersela comoda in quanto toglieva il
uscii e non potei fare a meno di piangere...
110
…. Enzo mangiava poco, ma mangiava,
qualche medicina la prendeva e…
…. un giorno lo vidi entrare in sala da pranzo
per consumare il vitto insieme agli altri ospiti
e ormai sono cinque anni che lo fa. Molto
lentamente arrivarono nuovi progressi…
…. Questo è il nostro rapporto, molto
faticoso, ma sicuramente speciale. Lui
cede, io rinforzo: è diventato anche il suo
modo per assicurarsi il mio affetto e la mia
attenzione, ogni tanto smette di mangiare
ed io devo urlare e arrabbiarmi per forzarlo
a riprendere… la differenza oggi sta nel
fatto che lui è contento, ride quando strillo e
brontolo…
…. al di là di un paziente e al di là di un
professionista, ci sono due persone che
si incontrano, si realizzano, si odiano e si
amano, con i loro difetti, pregi e debolezze,
ma se si incontrano davvero può nascere
qualcosa di straordinario che nessuna scuola
può insegnarti... può accadere che una
persona QUALSIASI per qualcuno diventi
UNA PERSONA SPECIALE.
Lucia Caliendo
Asp Città di Siena, Siena
…. Quel pomeriggio, sapendo che Maria
compiva gli anni nel mese di settembre, le
propongo di andare alla festa. Lei subito
risponde di NO, non è mai andata e non
andrà mai, neanche oggi.
…. Io e la collega finiamo il giro del piano
e poi torno da Maria, perché so che, come
i bambini, anche questi “bambini” vanno
convinti... La signora Maria alla fine accetta...
Prima di scendere si stende un filo di rossetto
sulle labbra e andiamo.
…. La signora Maria non ha ancora realizzato
cosa sta succedendo: viene chiamato il suo
nome e le regalano un bellissimo mazzo
di fiori. È sorridente, gli occhi brillano,
chiacchiera entusiasta...
…. Mentre la riaccompagno sopra, mi fa
promettere che l’avrei condotta anche alla
prossima festa ed io, con orgoglio, le dico
sicuramente di sì: anche fossi in riposo, verrò
appositamente per accompagnarla. Lei mi
ringrazia e penso voglia piangere. La stringo
forte (è così minuta!) e sono veramente
orgoglioso del mio lavoro.
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…. Maria aveva un bel caratteraccio e non
è stato per niente facile riuscire a penetrare
nella sua corazza, che si era creata da sola,
non accettando l’inserimento in struttura o,
meglio, “in caserma”, come la chiamava lei.
…. con Maria ho scelto la strada delle
coccole e questa è stata la chiave che ha
aperto il suo cuore alla relazione, che mi
ha aiutato a superare la sua apparente
freddezza e rigidità e a costruire un rapporto
di fiducia.
Ho passato molto tempo a parlare con lei,
conquistando sempre di più la sua stima e il
suo affetto.
Ci sono stati anche dei piccoli contrasti, ma
sempre con il massimo rispetto da parte di
tutte e due e che duravano poco; subito
tornava tutto come prima.
Lei è entrata nella mia vita e nel mio
contesto lavorativo, incidendo però anche
nella mia vita personale. Mi ha insegnato
molto e penso che tutto quello che è riuscita
a trasmettermi mi è entrato dentro perché io
considero questo lavoro la mia più grande
passione.
Maria Rosa Gallo
Centro Servizi per Anziani A. M. Bonora,
Camposampiero (Pd)
114
Il piacere di curare
con il cuore
…. Ricordo ancora il giorno in cui è
arrivata, dando fieramente braccetto
alla figlia con la sinistra, mentre la
destra impugnava un bastone con il
quale si aiutava nella deambulazione;
era claudicante a causa di un’artrite
deformante che le tormentava l’anca;
con i capelli ben curati, abbelliti da una
tintura color albino e avvolti in foulard
sgargiante, e con grossi occhiali di altri
tempi, indossati per proteggere gli
ancor vispi occhi turchesi dal sole di
maggio.
…. I primi giorni, come per la
maggioranza degli ospiti, furono
abbastanza difficili per Anna…
…. Mi opprimeva vedere una persona
che sicuramente aveva avuto un passato
brillante, rinchiudersi in se stessa; così
cominciai con piccoli gesti a cercare di
fare breccia in quel muro invisibile, con
l’intento di far tornare quella luce che
albergava nei suoi occhi il giorno che
l’avevo conosciuta.
A volte non serve molto, basta una
parola di conforto nel momento giusto,
qualche fiore in un vasetto posato sul
comodino per dare un tocco più vivo
alla stanza, un consiglio su quale vestito
indossare per partecipare all’animazione
del salone al piano terra, un dolcetto,
diabete permettendo, “allungato”
sottobanco alla fine della cena …
insomma piccole attenzioni che possono
ottenere grandi risultati.
Passati cinque mesi, Anna era tornata a
essere una persona piena di spirito, che
non ricordava più il suo passato con il
rammarico di aver perso qualcosa, ma
come un riflesso positivo sulla vita che
stava vivendo. Felice di condividere con
altri le sue esperienze e i suoi racconti.
Laura Valentino
Casa di Riposo Serena, Cilavegna (Pv)
Quando la vidi per la prima volta,
ricordo di essere rimasta colpita dai
suoi occhi spenti che, davanti a una mia
cordiale presentazione, dimostrarono
indifferenza: quegli occhi non facevano
trapelare alcuna emozione… quegli
occhi mi guardavano come se fossi
trasparente!
Quel giorno è iniziata per me una
sorta di sfida; sarei stata veramente
soddisfatta di me stessa e del mio
lavoro solo il giorno in cui avrei potuto
vedere gli occhi, il viso e il cuore di
quell’anziana signora sorridere ancora.
Così, cominciai a interessarmi a lei,
a chiederle costantemente come si
sentisse, se avesse bisogno di qualcosa;
iniziai a imboccarla rispettando i suoi
tempi e passai molte ore a parlare di me,
per farle capire che si poteva fidare, ma
purtroppo ottenni pochissimo.
Un giorno, entrando nella sua stanza,
sul comodino vidi una vecchia fotografia
che, probabilmente, le era stata portata
da dei parenti venuti a farle visita.
L’immagine ritraeva un’imponente figura
maschile, con accanto una raggiante,
solare ed elegante donna: era Maria.
Subito mi precipitai nel guardaroba
dell’A.P.S.P e scelsi alcuni abiti eleganti
e dai colori vivaci che poi sottoposi al
gusto di Maria; questa rispose con cenni
deboli ma significativi alle mie domande,
facendomi capire che l’abbinamento di
abiti che avevo scelto per lei era di suo
gradimento. Più tardi la accompagnai
dal parrucchiere della struttura. Quando
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uno specchio, che avvicinai alla vecchia
fotografia che la ritraeva con il marito: la
donna si guardò attentamente e i suoi
occhi tornarono ad ardere di quella luce
che io chiamo “voglia di vivere”.
…. I progressi di Maria continuarono e,
giorno dopo giorno, tornò a usufruire
di quelle piccole cose che rendono
la vita un dono prezioso: ricominciò
a camminare, a giocare a carte in
compagnia e a truccarsi.
Trascorsero sei mesi e una sera, la
ricordo ancora come se fosse ieri,
accompagnandola a letto, mi sorrise e,
con sorpresa, mi disse: “Avevo perso
tutto, volevo morire e tu hai saputo
guardare dentro di me, hai creduto in
me e mi hai ridato la vita. Grazie”.
La rassicurai, non lasciai trasparire alcuna
emozione, uscii dalla stanza e scoppiai a
piangere come una bambina.
Brunella Foglio
A.P.S.P. Rosa Dei Venti, Condino (Tn)
115
la storia degli ospiti
diventa uno stimolo per fare
considerazioni più ampie
L’ospite diventa per l’operatore una
fonte di ispirazione, una “musa” che
stimola pensieri e ragionamenti.
Le vicende della casa di riposo e le
vicissitudini dell’assistito sono un punto
di partenza: i narratori, nel corso del
racconto, “evadono” dal momento
presente per riflettere su chi sono e su
quali strategie possono mettere in atto
per migliorare la qualità dell’assistenza.
Grazie al rapporto con l’anziano, colui
che assiste ha modo di compiere un
lavoro di introspezione su se stesso e di
fare considerazioni sul proprio modo di
lavorare.
a te che
mi hai ispirato
117
…. I racconti della vita presente e passata
dell’ospite e delle vicende che accadono
all’interno della casa di riposo diventano il
pretesto per riflettere sulla propria professione,
per capire che cosa significa essere operatore e,
soprattutto, assistere al meglio una persona.
La storia di Maria
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…. Le residenze per anziani sono ambiti
dove le fragilità si concentrano, ambiti che,
metaforicamente, possono essere pensati
come “contenitori di cristalli”, dove la cura
della fragilità possa permettere alla bellezza
del cristallo di sopravvivere.
…. Chi lavora nelle residenze per anziani ha
il difficile compito di creare le condizioni per
“permettere la vita” di chi vi è ospitato.
…. Nei percorsi formativi che seguo quale
tutor chiedo agli studenti di redigere
un breve elaborato su un’esperienza di
tirocinio...
…. Generalmente, nonostante le
raccomandazioni, ciò che viene elaborato
è una sintesi di un trattato sulle patologie
118
e una declinazione asettica delle attività
svolte. Ero talmente abituata a questo stile
di relazione che quando, finalmente, uno
studente mi ha presentato una relazione
diversa, quasi non me ne capacitavo.
…. spero che tutti voi che andrete a leggere
questo breve racconto proviate lo stesso
brivido di emozione che ho sperimentato
io e che possiate condividere il messaggio
apposto alla fine della relazione.
…. Il reparto al quale sono stato assegnato
ospita 64 persone, tutte donne.
…. Mi guardo intorno e rimango quasi
impietrito di fronte a tante persone, chi
in carrozzella, chi su una sedia, alcune,
poche, che camminano senza meta; tanti
sguardi persi nel vuoto come ad aspettare
qualcosa… chi assopita, chi addormentata,
chi impegnata in movimenti ripetitivi e
ossessivi…” Me ne torno a casa, non è qui
che voglio fare l’OSS, non vedo possibile
che “l’angelo che cura”- è così che mi
sentivo prima di entrare - possa lavorare
qui”.
…. Ho un ricordo vago di tutte le persone
che ho incontrato in quel primo giorno, ma
la “strana” sensazione che dietro a ognuna
di esse si nascondessero attese, bisogni,
sentimenti inespressi, storie di vita pronte
a uscire con veemenza se solo qualcuno si
fosse dimostrato capace di ascoltarle, mi ha
accompagnato per tanto tempo.
…. Maria mi ha commosso per la sua
situazione, è totalmente incapace di
muoversi, di parlare, di esprimersi, di bere…
è come un fiore legato in un letto, con
due occhini grandi, azzurri, che vedono
ora un mondo molto ristretto, solo le tre
angolazioni della sua camera, a seconda
della postura, e un grandangolo sul salone…
…. La sua fragilità, il suo non poter dire
nemmeno “mi fa male questo”, “mi sta
dando fastidio quello” hanno fatto sì che
Maria diventasse per me una persona
speciale.
…. ho proprio pensato che per lavorare qui
bisogna esserci con la testa, non è come
assemblare sgabelli; ho davanti una persona
che può soffrire parecchio se io non mi
accorgo dei suoi problemi.
…. La signora Maria non mangia, non
dice “vorrei questo”, “vorrei quello”, anzi,
nemmeno ti parla “poverina”, non ce la
farebbe con i problemi che ha a masticare,
a deglutire, nemmeno se qualcuno la
imboccasse.
…. Ho imparato dall’espressione beata
degli ospiti quanto piacevole può essere
un bagno eseguito con delicatezza o, al
contrario, come gesti bruschi provochino
non solo dolore ma anche amarezza… come
fanno certi operatori a non accorgersene!!!!
…. Anche se non “capisce” chiudo le
porte mentre è nuda (non stavano mai ben
chiuse!!!), anche se non capisce le parlo,
anche se non capisce la pettino bene, anche
se non capisce lavo il suo pupazzetto perché
puzza, anche se non capisce… ma poi chi
l’ha detto che non capisce?!?!?!
…. Ho imparato… Ho imparato… Ho
imparato…
…. Il tirocinio è finito ed io mi porto a casa
la voglia di vivere bene, di essere allegro per
portare allegria, la voglia di servire, con tutti
i miei limiti e difetti, la voglia di essere utile e
di imparare a fare bene questa professione,
perché è solo facendo il bene che sento di
non avere paura di invecchiare.
Adriana Belotti
Casa di Riposo Caprotti Zavaritt, Gorle (Bg)
Alice
…. Alice mangia la merenda in un freddo
pomeriggio primaverile. La assapora
piano, come un pulcino che becca i
suoi acini di grano. Si lascia baciare dal
sole con gli occhi chiusi e, piano piano,
incomincia a pettinare i miei capelli con
le dita. Li carezza, quasi sbrogliandoli.
Un contatto con me, una delle tante
che la osservano di sottocchio mentre
veste i panni della Cenerentola, più che
dell’ospite di struttura.
Il mio cuore batteva forte, non potevo
credere che lei si stesse occupando di
me… Sembrava di vivere qualche attimo
della sua vita passata, quando forse si
occupava di una delle sue sorelle.
…. Di Alice forse ne troverò altre o forse
no, ma le dita della mano di chi ci sta
accanto sono sempre tante e diverse.
Spesso mi dicono “prendimi per mano”
semplicemente con uno sguardo.
Alejandra Fong
Rsa 9 gennaio, Modena
…. anche le cose più banali diventano
importanti quando un paziente non
comunica.
119
Nora Ferrari
Casa Protetta Villa Richeldi, Concordia sul Secchia (Mo)
Qualcosa di più
Il racconto di…
…. Le gambe della signora Teresa non
le permettono di camminare bene e in
modo autonomo, ma lei adora scrivere,
in particolare alla sua amica Francesca,
con la quale ha condiviso molti momenti,
belli e meno belli. Conosciuta in
gioventù a Milano nell’ambito lavorativo,
l’amica si era poi trasferita a Roma per
motivi familiari.
L’amicizia tra loro non era mai cessata,
nonostante la distanza. Dopo si erano
incontrate ancora e, ogni volta, si
accorgevano di essere sempre in sintonia
come un tempo. Sincere e schiette,
si erano sempre dette tutto e non era
mancata nemmeno qualche scaramuccia,
poi chiarita, anche con un po’ d’ironia o
con l’intelligenza di riconoscere i propri
errori. Con l’avanzare dell’età, i loro
incontri si erano diradati e dall’ultima
volta erano trascorsi già dieci anni.
…. Chiuso, senza alcun rapporto
interpersonale, manteneva le distanze, pur
godendo di eventuali cortesie altrui.
…. Vi sono certi giorni in cui i nostri
pensieri sono rivolti ai problemi
personali e alle preoccupazioni familiari
e non sempre si è sereni e rassicuranti
verso le persone che, invece, avrebbero
bisogno di continua attenzione, di sorrisi
e di parole.
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…. Ora può iniziare un percorso nuovo,
difficile, si deve adattare alla sua nuova casa
e sconfiggere l’intruso che invade la sua
mente.
…. In breve, si è reso conto che era
attorniato da persone amiche e ha
cominciato a farsi aiutare... Era uscito dal suo
labirinto...
…. I gesti che ogni giorno ci impegniamo
a fare per curare, assistere e aiutare
le persone non più giovani e spesso
sole che sono qui in questa casa
devono essere delicati e vanno più in
là dell’assistenza, inoltre è importante
instaurare un rapporto di fiducia con le
ospiti, loro si abituano a noi e noi a loro,
ci si conosce e affeziona.
Uno di questi gesti è stato quello di
soddisfare il forte desiderio della signora
Teresa. La scorsa primavera, con l’aiuto
di una collega e di un volontario, siamo
riusciti a portarla a Roma per qualche
giorno dalla sua cara amica Francesca.
…. Bruno rimase con noi alcuni anni e
instaurò con noi una sorta e una specie di
reciproco rapporto di fiducia, di cortesia e di
affetto...
Anna Maria Cazzolli
Piccola Casa del Rifugio, Milano
Daniela Zanotto
Istituto per Anziani Casa De Battisti, Cerea (Vr)
…. La regola numero uno è la pazienza, la
costante stimolazione, la calma nel tono di
voce e nel modo di fare.
…. La condivisione degli obiettivi in un
lavoro di gruppo, il coinvolgimento, a volte
anche dei parenti, in un rapporto globale,
ci consente di ottenere risultati spesso
insperati. Constatare il buon adattamento
del cliente nel nucleo ci dà soddisfazione.
121
La cornice
del mio quadro
…. Ora, infatti, so bene che quando
un anziano entra in una casa di riposo
porta con sé un’intera vita, un bagaglio
smisurato di ricordi e di esperienze e
compito di noi operatori è prenderci
carico anche di questi.
…. È sulla base di questa unicità
della persona che si incentra il lavoro
dell’operatore, che deve riuscire a trovare
un canale comunicativo adeguato per
ogni anziano.
…. ho il piacere di raccontare la storia
di un’ospite, una storia di vita piuttosto
dura…
…. Nata settantanove anni fa, è la prima
di cinque figli. Mi narra che la sua infanzia
è trascorsa serenamente perché fra
parenti si aiutavano molto.
…. All’età di ventuno anni si sposa e,
un anno dopo, diventa madre di una
bambina.
…. Dopo circa un anno e dopo una
lunga serie di peripezie burocratiche,
riesce finalmente a raggiungere il
marito in Australia. Ed è lì che lei si è
122
sentita insoddisfatta, mi descrive un suo
personale senso di fallimento per il fatto
che lì non ha un lavoro e non si sente
utile.
…. Il marito, poco tempo dopo la nascita
del secondo figlio, si rompe una vertebra
conseguentemente a uno starnuto
vigoroso.
…. Dopo la nascita del terzo figlio,
decidono di aprire un negozio di
hobbystica. Lei si interessa di servire al
bancone, mentre il marito rimane seduto
in sedia, lì accanto a lei.
…. Lui la mente, lei il corpo. Mentre
prosegue il racconto, mi accorgo di come
il marito vedesse nella moglie quello che
avrebbe potuto fare lui.
…. Angela mi racconta che era il consorte
a decidere quando uscire, dove andare
e cosa fare. Mi dice che gli piaceva fare
festa e che non demordeva nonostante le
sue condizioni fisiche.
…. è con una storia come questa che
vorrei sottolineare l’importanza che
ricopre la vita di ogni ospite, io ve ne
ho descritta solo una, ma tutte meritano
profondo rispetto. Capendo la vita di
ogni anziano si può allora procedere, a
mio avviso, a un progetto mirato.
…. Parlo di capire le persone con cui
lavoro quotidianamente, di scoprire i loro
bisogni, per riuscire così a comprenderli
maggiormente, al fine di offrire loro un
aiuto o un supporto migliori.
…. Ecco, quindi, quelli che sono i miei
gesti che fanno sentire bene Angela: un
consiglio sull’abbigliamento, un ascolto
disinteressato, una risata condivisa, l’aiuto
nell’indossare un paio di orecchini, un
dialogo inerente i temi più strani.
…. Il lavoro di operatore socio-sanitario,
infatti, va al di là delle semplici azioni
routinarie che poi, con il tempo,
possono diventare meccaniche (il lavare
o il vestire), ma si compie attraverso
un’infinità di sguardi, di gesti semplici
e mai banali. Gesti che cambiano
da ospite a ospite. Una pacca sulla
spalla, un sorriso, una risata, uno
sguardo trasparente, una scelta di un
indumento, una camminata in giardino,
un ascolto disinteressato, il racconto
di una barzelletta, l’aiuto nell’utilizzo
del cellulare, una carezza: sono questi
i piccoli gesti che fanno grande questo
lavoro, rendendo la cornice del quadro un
tutt’uno con la tela.
…. Volendo utilizzare un detto di un
tempo posso dire di poter paragonare il
lavoro di operatore socio-sanitario a un
bastone. Questo ti sorregge, ti aiuta a
camminare e ad andare avanti, ti aiuta a
essere ancora un po’ autonomo anche
quando non lo sei più. Questo è ciò
che rappresenta il tanto amato, quanto
detestato, bastone per un anziano.
Noi operatori quindi diveniamo il loro
bastone!
Isabella De Bortoli
Casa di Riposo Villa Belvedere,
Crocetta del Montello (Tv)
a:
bast
n
o
n
e
Agisroe gna aneche
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ltar e
o
c
s
a
rvar
osse
…. Un giorno entrai in una camera dove
stava una signora ormai allettata, ma
molto lucida e con la quale si era creato
un feeling speciale: bastava guardarci e ci
scambiavano tutto quello che sentivamo
senza parole. Mi disse: “Paola, oggi negli
occhi hai un cielo nuvoloso che promette
pioggia”… Era proprio così, ero molto
triste e avevo le lacrime a misura di uscita.
È bastato un abbraccio liberatorio per
aprire il cuore e diventare più serena.
Cara Bruna, quanto mi hai dato, di più di
quello che io ho potuto fare per te!
esprimono non solo attraverso le
attività di base quotidiane, ma anche
“nell’accompagnamento” della speranza
per il giorno dopo, perché dentro a frasi
piene di rassegnazione che ti fanno spesso
gli anziani, c’è sempre la richiesta implicita
di sentirsi dire che domani sarà un giorno
diverso, che si avrà ancora qualcosa da
fare insieme, insomma una prospettiva di
vita.
…. Il tocco della mano e la carezza spesso,
però, fanno miracoli.
Mi ricordo che, a un corso di formazione,
un docente ci disse: “Per capire il disagio
dei portatori di demenza, pensate di
svegliarvi improvvisamente in Cina, avete
sete, non conoscete la lingua e siete
guardati con diffidenza perché gesticolate
per farvi capire, ma nessuno vi prende in
considerazione”.
Ho pensato alla paura, alla rabbia, al
senso di essere sperduto, tutte emozioni
che vivono coloro che hanno questa
malattia. L’empatia diventa così la pratica
quotidiana.
Paola Zanerini
Casa Protetta Asp Circondario Imolese, Medicina (Bo)
…. La passione di assistere aveva per te
nuove conferme ogni giorno.
I nostri gesti di assistenza si
123
…. Vi racconto di un nostro ospite, Mario V.
e del 10 che lo accompagna in quello che
fa, per tutto l’arco della giornata. Dieci sono
i cucchiai di latte e biscotti che prende al
mattino…
Io assisto
Una carezza materna
…. Così cerco di sospendere il giudizio e
di sostituirlo con un abbraccio o una stretta
di mano, una carezza o un sorriso. Questi
…. Quando è ora di vestirlo, la prima manica semplici gesti fanno bene a qualunque età,
sia a chi li compie sia a chi li riceve perché
del maglione si deve tirare e sistemare per
un sorriso addolcisce il viso di chi lo dona
dieci volte prima di proseguire… quando gli
mettiamo le scarpe, si conta fino a dieci prima e il cuore di chi lo riceve. Ho imparato
che in questo rapporto non è importante
di infilarle e così via…
“quanto” si dà, ma “come” si dà.
…. Un giorno decisi di fermarmi qualche
…. Una mattina ho vissuto un’esperienza
minuto in più con lui. Parlando, smise di
con un’anziana del mio reparto che mi ha
contare fino a dieci e mi raccontò della sua
vita da bambino; di una sorellina morta all’età aiutata a dare un senso al mio lavoro, è
di sei anni, delle difficoltà della guerra e delle stata una vicenda che ha toccato la mia
sensibilità e mi ha coinvolto emotivamente.
sue sofferenze. In quel momento ho visto un
La signora P. era stata sottoposta a una
ospite diverso, con la tristezza negli occhi,
medicazione molto dolorosa; sul suo viso
e mi tornava difficile paragonarlo a quella
si leggeva chiaramente quanta sofferenza
persona che, a primo acchito, sembra strana
le avesse provocato tale manovra e come
e difficoltosa da seguire...
questo dolore la stesse davvero facendo
soffrire.
…. Dedico queste poche righe a Mario
perché quei 5 minuti che gli ho dedicato
…. La signora era sdraiata a letto,
mi sono ritornati, mi hanno reso più attenta
immobile, come se la posizione stessa
ai bisogni altrui e mi hanno fatto capire
avesse per lei un potere analgesico. A
che in questo mondo che corre così veloce
questo punto, spinta da una forza interiore
la capacità di stare ad ascoltare è molto
empatica, ho sentito il bisogno di cogliere
importante.
e condividere ciò che la signora stava
A Mario 10 volte grazie!
provando.
Mi sono avvicinata al suo letto, chinata su
Giovanna Camon
di lei, ho cercato il suo sguardo, ho preso
Casa di riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
124
la sua mano tra le mie per infonderle
coraggio e ho cercato di trasmetterle le
mie emozioni, così intense e cariche di
tenerezza, ma soprattutto ho cercato di
farle comprendere che io in quel momento
ero lì solo per lei e tutta per lei, affinché
potesse sentirsi amorevolmente capita e
considerata.
La signora P. mi ha risposto accarezzandomi
amorevolmente il viso, guardandomi negli
occhi e sorridendomi, il tutto avvolto da un
silenzio che mi è sembrato colmo di parole
amorevoli e affettuose.
Michela Radi
Istituto Falusi Marina di Levante, Follonica Gr)
…. Forse in quei momenti P. si è davvero
sentita capita, mi ha percepito vicina anche
se sapeva bene che non avrei potuto
alleviare il suo opprimente dolore fisico,
bensì solo condividere psicologicamente
la sua sofferenza. Quale generosità semplice e tremenda al tempo stesso – in
questa lezione di vita, nella capacità di
rispondere con amore e affetto al dolore e
alla disperazione.
Maria Luisa Delocchio
Fondazione Castellini Onlus, Melegnano (Mi)
125
…. A volte mi chiedo se la scelta di
prendermi cura delle persone anziane
sia stata una sorta di missione oppure un
qualcosa di casuale, in realtà credo che il
segreto del mio successo professionale in
tutti questi anni di servizio con le persone
anziane si possa descrivere con tre parole
chiave: ascolto, sensibilità, osservazione.
La persona anziana, che può essere anche
nostro nonno, che per scelta o necessità
si trova a trascorrere gli ultimi anni della
propria vita all’interno di una struttura è
sicuramente una persona con una propria
anima, personalità, carattere e che, al
momento dell’ingresso in casa di riposo,
porta con sé un bagaglio di esperienze di
vita, di famiglia, gioie, dolori… insomma
una sorta di curriculum vitae…
…. Vorrei raccontare un episodio
personale…
…. Proprio quella mattina si trattava di
intervenire sul suo umore un po’ depresso:
la signora, che dopo l’igiene personale usa
truccarsi il viso e profumarsi il corpo, quel
giorno proprio non voleva saperne. Allora
tentai di convincerla che, spettinata e
struccata, non sarebbe stata come gli altri
giorni, quindi la accompagnai al bagno,
facendo più tentativi, finché la convinsi…
…. accompagnai la signora in sala da
pranzo per la colazione. Per un attimo mi
guardò in viso e poi mi disse: “Antonella,
ma questa mattina non ti sei pettinata?”.
Subito entrambe scoppiammo a ridere e
…. Allora io credo che, di fronte a tutto
questo, quando un anziano ti vuole parlare lei, con tono affermativo, confermò: “Eh
e ha voglia di comunicare, non ci sia niente no, non ti sei pettinata!”.
di meglio del sapere ascoltare. Impariamo
…. Ritengo che l’osservazione usata
ad ascoltare uno sfogo, un pianto, una
come strumento di lavoro sia una regola
lacrima e anche una semplice richiesta…
di base dell’assistenza, in particolare di
quella rivolta all’anziano che non riesce a
esprimersi. Osservare i movimenti, i gesti, i
comportamenti di una persona in difficoltà,
spesso, ci aiuta a risolvere un disagio o a
soddisfare un bisogno.
Antonella Ceolin
Antica Scuola dei Battuti, Mestre (Ve)
126
Natalia Nicolosi
Consorzio
Monviso Solidale,
Racconigi (Cn)
La vecchia
grinzosa Angela
…. Bisogna evitare di credere che le
persone non autosufficienti siano tutte
uguali…
mi sussurrò il suo disagio e il suo
malessere per essere in quello stato, per
tranquillizzarla le strinsi la mano…
…. Angela era una donna molto
ambiziosa, colta e molto solare, amava la
vita.
…. Bisogna essere in grado di prestare
attenzione a certi particolari. Penso che
questo lavoro, l’operatore, non sia di tutti.
Le persone non sono tutte uguali, sia per
quanto riguarda le persone bisognose sia
per chi offre il suo aiuto.
…. La prima volta che ebbi un contatto
con Angela è stato quando dovetti darle
la colazione. Entrai timidamente nella sua
stanza, guardandomi intorno, chiedendo
permesso, la salutai con un “buongiorno”
e mi presentai con un sorriso. Ricordo con
quale sguardo mi fissò mentre le porgevo
il cucchiaio e le parlavo per farla sentire a
suo agio; Angela iniziò a mangiare molto
lentamente e con fatica, ma capii subito
che lei tentava di dialogare con me.
…. Credo, inoltre, che la comunicazione
più importante sia quella non verbale,
anche un semplice sorriso dona serenità.
L’animo di una persona buona può
trasmettere tranquillità e gioia.
Ho imparato, grazie ad Angela, che uno
dei bisogni fondamentali di ogni malato è
quello di parlare di sé e di comunicare con
gli altri.
…. Un giorno mi disse: “Tu mi piaci perché Il nostro approccio deve essere fondato
non hai fretta”. Le spiegai che la fretta
sull’ascolto.
non è degli operatori, ma di una continua
Patrizia Cherubin
esigenza del reparto e dei molteplici
Centro
Residenziale
per
Anziani,
Cittadella (Pd)
bisogni degli ospiti. Imparai che con lei
la fretta è la cosa più sbagliata, quindi
assecondai i suoi tempi.
…. Un episodio magico, che ricordo,
è avvenuto durante un bagno, quando
127
Bianca, Bianca
…. io credo che non sia la quantità del
tempo che si spende per fare questo
lavoro che è “affascinante e particolare”,
ma è la qualità con la quale eroghiamo
assistenza che ci contraddistingue gli uni
dagli altri…
…. cerco di non dimenticare mai una
cosa che mi sta molto a cuore, ossia di
guardare ogni tanto gli utenti negli occhi
e percepire, non solo i loro fabbisogni
fisiologici, ma anche quelli legati alle loro
e alle nostre emozioni e fare attenzione
al tipo di comunicazione che, molte
volte, non risulta efficace, solo perché
spesso “manca” il tempo. Io credo che
sia importante sfruttare anche i momenti
che abbiamo quando lavoriamo sui nostri
utenti erogando loro delle prestazioni,
come il semplice cambio del pannolone o
la somministrazione di un farmaco.
una casa protetta. Avevamo una signora
come ospite che aveva molte patologie
invalidanti, che compromettevano qualsiasi
contatto verbale con noi infermieri e
operatori, questo però non significa che la
signora non capisse ciò che veniva fatto su
di lei…
…. Solo dopo aver letto quella lettera ho
capito il messaggio: praticamente lei mi
ringraziava per aver trattato sua madre
come una persona, nonostante questa
non potesse comunicare con me a parole,
e per aver usato tanto rispetto per quella
donna che lei amava tanto.
…. Io credo che quelle parole siano state
importanti per me, visto che mi spingono
a fare sempre meglio, e che sono gli
utenti che danno a noi operatori delle
soddisfazioni che non hanno prezzo. E
quando ti accadono queste cose vai a
…. L’unica importantissima arma che
casa molto soddisfatta e contenta, anche
abbiamo, secondo me, è quella del
dopo una giornata molto intensa di lavoro.
“contatto“ con i nostri utenti, visto che
Perché alla fine ti rendi conto che ogni
abbiamo una relazione corpo a corpo con
giorno di lavoro, se fatto con il cuore e con
loro, e dobbiamo sapercela giocare perché le competenze necessarie, ti rende ancora
è importante il come si parla, il come si
capace di dare e ricevere.
tocca un utente…
…. Vorrei raccontare un’ultima cosa che mi
è accaduta durante il lavoro che svolgo in
128
Immacolata Scognonillo
Casa protetta per Anziani Vignolese, Modena
lieve, lieve…
scende la neve…
…. Bianca in un attimo mi ha trasmesso
tantissime sensazioni: le sue emozioni, le
sue attese, i suoi ricordi, le sue ansie e le sue
paure. Mi ha fatto riflettere sulla fortuna che
ho di incontrare quotidianamente visi dolci
e sguardi penetranti come il suo, visi segnati
dal tempo e dalla sofferenza, occhi che non
vedono più o che inseguono l’infinito. Mi ha
ricordato quanto sia grande la responsabilità
del prendersi cura di una persona “fragile”,
quanto sia importante regalare piccoli attimi
di felicità e quanto sia emozionante penetrare
il tuoggo
o
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Io soe: ti sorredare
an
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bast iuto ad a alta
e ti a ti a test
avan
La panchina
lo sguardo di una ottantasettenne come
lei, per immaginarla e riscoprirla bambina,
maestra, donna…
…. E allora anch’io mi sento sollevata
perché percepisco che anche il mio
lavoro ha un senso in quanto è fatto, sì,
di tecniche corrette, di bagni assistiti, di
ausili confortevoli, ma soprattutto è fatto di
persone che hanno il diritto di conservare la
propria identità e passa, quindi, attraverso
piccole e grandi attenzioni, empatie e
sorrisi, emotività e tenerezza. Piccoli gesti,
sguardi, carezze, incoraggiamenti, cose
che apparentemente contano poco, che
non costano a chi le fa, ma hanno un valore
straordinario per la persona che le riceve
e avvicinano entrambi al senso del vivere,
anche nei momenti di sofferenza...
…. “Ma, maestra Bianca, cosa fa qui? Perché
non se ne sta seduta tranquilla in salone ad
attendere la colazione? Adesso arriva!!!”.
“Oh cara! Proprio te cercavo!” esclama
riconoscendomi dal timbro di voce. “Per
fortuna che ti ho trovata! Io sono persa. Io
non so cosa devo fare! Sono scema, non so
più niente! Aiutami per favore!” aggiunge in
tono accorato e concitato.
Laura De Maria e Carla Tesio
Casa di riposo Chianoc, Savigliano (Cn)
…. Ma cosa diamine stava accadendo?
I ruoli si erano forse invertiti?
Diego rifletté su ciò che questo
comportava.
Un ospite della struttura si stava
“prendendo cura” di lui, quando era lui
che avrebbe dovuto assisterlo.
Già, ma cosa significa il verbo “assistere”?
Assistere, dal latino Ad-sistere: “stare
presso qualcuno per aiutarlo, soccorrerlo o
giovargli”.
“E allora chi l’ha detto che io sono colui
che assiste e l’anziano ospite sempre
l’assistito? Certo, a livello puramente
pratico, sono io che mi prendo cura di lui,
sostituendomi o aiutandolo a compiere
gesti quotidiani che non è più in grado di
svolgere autonomamente. Ma “giovare”
a qualcuno non significa esclusivamente
compiere gesti pratici di aiuto nei suoi
confronti… A volte giovano molto una
parola, una carezza, un sorriso. Quindi,
perché no? A volte anche un anziano
ospite può prendersi cura di noi, che
troppo spesso abbiamo la supponenza di
essere indispensabili. Il confine tra colui
che assiste e colui che è assistito è sottile,
se visto sotto quest’ottica. Tutto ciò per
dire che l’assistenza… “il prendersi cura”
è sempre un rapporto biunivoco. Ogni
persona della quale ci prendiamo cura
nella nostra vita, che sia un bambino, un
anziano o un coetaneo, indiscutibilmente
si prende cura di noi, in maniere e livelli
estremamente differenti tra loro”.
…. E, al contrario di quanto scritto in
autorevoli articoli pseudo scientifici
riguardo la “distanza professionale”
da tenere, non vi è assistenza senza
coinvolgimento emotivo, fosse anche il
puro piacere per aver svolto con coscienza
il nostro lavoro.
La professionalità non viene preclusa
dall’affetto né, tanto meno, dalla
confidenza o da un sorriso.
E per gli anziani che noi assistiamo ogni
giorno, rendersi conto che anche loro
possono prendersi cura di noi, può essere
una nuova e stupefacente scoperta.
Allora non si sentono più inutili.
Diego Colombo
Opera Don Guanella, Castano Primo (Mi)
129
Michela Radi
Istituto Falusi Marina di Levante, Follonica (Gr)
…. Se riesci a entrare nell’ordine di idee
che coloro che ti girano attorno non sono
persone in parcheggio e che anche quella
che dimostra più apatia nei tuoi confronti in
realtà ha bisogno di te, vedrai che con un
semplice gesto riesci a fare grandi cose, con
l’esperienza ho imparato che tutto ciò che
noi diamo per scontato, come un sorriso un
gesto affettuoso, per gli anziani è fonte di
gioia e di gratificazione.
…. Istintivamente, forse spinta anche dalla
consapevolezza che avevamo la stessa età,
le feci una carezza e le diedi un bacio. Mi
guardò con sorpresa e ritrosia, dicendomi
che per lei nessuno aveva mai avuto un gesto
buono. Pur consapevole che noi operatori
abbiamo l’obbligo di trattare tutti gli ospiti
in modo uguale e senza preferenze, da quel
giorno ogni volta che vedo la signora cerco
di trovare il modo di avvicinarmi e di darle un
po’ di attenzione e di affetto.
…. Sono queste le gratificazioni più grandi
che ricevi se lo fai con passione e non lo
ritieni “solo” un lavoro; un termine che
proprio non si addice all’operato che svolgi,
apparentemente ripetitivo, ma in realtà ogni
giorno diverso, e ogni giorno, ogni singola
persona ci insegna qualcosa: sta a noi
fermarci, riflettere e osservare.
Con il cuore
…. feci per guardare L. D. (un ospite
autosufficiente, divertente e sempre
pronto al sorriso) e notai che non
dormiva… lui di solito dorme con gli
occhi socchiusi, tuttavia questa volta
aveva lo sguardo molto triste e gli occhi
così lucidi e malinconici che non ho
potuto fare a meno di chiedergli: “Come
va? Cosa succede?”. L. D annuì con la
testa, facendomi capire che qualcosa in
realtà non andava. Gli presi la mano con
ancora i guanti e, non feci nemmeno
in tempo a riporgli la domanda, che
gli scesero delle lacrime dal viso. In
quel momento mi sentii di abbassare la
sponda, togliere i guanti e mi sedetti
accanto a lui.
…. Lui rispose: “Non del tutto, perché
non capisco come sia possibile che una
donna che conosco a mala pena abbia
avuto il pensiero di venirmi a trovare…
mentre c’è gente della mia famiglia che
pensa solo al mio conto in banca”.
…. Quando tornai nella stanza di L.D,
un sorriso mi giunse sul viso, misto a
un senso di tenerezza, perché notai
che adesso dormiva sereno. Se non
fossi entrata in quella stanza proprio a
quell’ora, non mi sarei accorta della sua
tristezza e lui sarebbe rimasto solo con le
sue lacrime, fino a quando la malinconia
non lo avrebbe (forse) condotto tra le
braccia del sonno.
…. Essere operatori socio sanitarie
significa soprattutto questo. Essere vicini
a chi ne ha bisogno, prima con il cuore
e poi con le mani. Gli ospiti questo lo
percepiscono.
…. Ci vorrebbe un amico a tempo pieno
anche per loro.
Mariagrazia Porto
Istituto Assistenza Anziani, Verona
Beatrice Sartori
Casa di riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
130
131
…. Sin dal giorno dell’ingresso in
struttura, il suo comportamento è stato
molto corretto. Alternava momenti di
partecipazione attiva alla vita della Casa
a momenti di tristezza e “isolamento”
mentale.
domanda interlocutoria, mi risponde
sorridendo e dice: “Mi hanno detto che
ho la bronchite, ma il dottore non ha
mai tempo per ascoltarmi, penso che fra
breve vi saluterò per sempre, non son
insemenì…”.
…. Aiutava gli altri ospiti facendo piccole
mansioni che lo gratificavano e lo
occupavano durante la giornata.
Inoltre, ricercava volentieri la compagnia
degli operatori, la cercava con molta
discrezione, soprattutto cercava di capire
quando noi operatori eravamo disponibili
ad ascoltarlo.
F.F. amava farsi ascoltare dagli operatori, a
loro narrava la sua storia, le sue esperienze
di una vita vissuta in onestà, che lentamente
proseguiva, ogni giorno regolare, stessi
orari, stesse abitudini, stesse persone…
…. imparo a non avere fretta con lui,
quando possibile mi prendo una sedia e mi
siedo vicino al suo capezzale. Non occorre
per forza parlare, so che lui sente la mia
vicinanza, non si sente solo…
…. Il medico della struttura decide di
ricoverarlo per una diagnosi…
F.F. viene catapultato, suo malgrado,
fuori dal suo quotidiano, non vede più
i suoi amici, non può chiacchierare con
noi, è triste, ma accetta di buon grado la
decisione “del dottor”, “ciò, al dotor l’à
studià, l’à rason”.
…. F.F., felice, rientra in struttura, con
dovizia di particolari ci racconta i 10 giorni
trascorsi in ospedale. Quando, per capire
le sue aspettative di vita, gli faccio qualche
132
…. È importante dedicargli tutto il tempo
necessario, perché il contatto fisico e
il massaggio del corpo, nella fase di
terminalità, rappresentano un veicolo di
“buone cure”.
…. Ricordo, inoltre, un quadretto molto
banale, ma efficace, che mi hanno fatto
vedere gli operatori delle cure palliative.
Nella foto c’è un medico e uno strumento
di lavoro… la sedia. La didascalia recita: “La
miglior terapia del palliativista è la sedia”.
…. Noi operatori abbiamo imparato che un
malato terminale è gestibile e arricchisce
spiritualmente tutti quelli che gli stanno
intorno.
Katia Forner
Casa di riposo S. Antonio Abate, Alano di Piave (Bl)
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Pensieri intimi
di un operatore
La vecchietta mi scrutò severa,
indicandomi con un dito. Esprimendosi in
un italiano privo di inflessioni dialettali, mi
chiese: “Ma lei… mi dica la verità... è un
dottore o un nettaculi?”.
Sorrisi amaro, pensando che la donna
che avevo di fronte aveva già superato i
novanta...
“Cosa potevo risponderle?”.
…. Non ho timore di confessare che il
mio impatto con il mondo degli anziani
all’interno di una casa di riposo fu
sconvolgente!
…. Studiai il mio approccio personale
con ciascuno di loro. Questo metodo
rappresentò la strategia per accettare il
più serenamente possibile il mio nuovo
incarico. Una volta appresi i nomi e i
cognomi degli oltre trenta ospiti del
reparto, con l’andar del tempo, costruii
un rapporto specifico con ciascuno,
stupendomi positivamente ogni qual
volta entravo in possesso di nuovi tasselli
della loro vita. Compresi come i ricordi ricordi lontani di decenni - sono in grado
di curare ferite e delusioni, di ricucire
rapporti, persino di dare un senso al
futuro quanto mai precario di persone
che contavano, ormai, ogni giorno di
vita come uno strappato alla morte. Era
durante la vestizione mattutina che si
instaurava quel particolare contatto: molti
di loro (quelli in grado di comprendere e
di volere, ovviamente...) si fidavano di me,
comprendevano il mio tatto, percepivano
il mio interessamento. Di alcune donne
divenni addirittura il beniamino.
…. Se la malattia e l’invalidità
rappresentano una specie di freno a
mano tirato, ecco che l’operatore, nelle
giuste condizioni, può sostituirsi a quelle
mancanze e alimentare una speranza,
quella di essere comunque capiti,
accettati, di sentirsi insostituibili anche se
non si è come le persone anziane della
pubblicità, dai lineamenti perfetti, mentre
accolgono a braccia aperte i loro nipotini.
Stefano Fagioli
Istituto Assistenza Anziani, Verona
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133
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Raccontare e sapere
ascoltare
Mi chiamo Annalisa e ho cominciato
a fare questa professione circa sette
anni fa. Ricordo, al test d’ingresso per
il corso ADeST (Assistente Domiciliare
e Servizi Tutelari), che mi chiesero
cosa mi aspettassi da questo lavoro: la
mia risposta fu tutt’altro che aiutare il
prossimo… Ora, a distanza di anni, mi
rendo conto che mi sbagliavo di molto.
…. Ora lavoro in una residenza per
anziani autosufficienti e parzialmente
autosufficienti, le storie sono davvero
tante, c’è davvero di tutto un po’. Vorrei
raccontare una di queste storie, la storia
di Galletto:
ha 83 anni, gli occhi marroni e, appena
lo si vede, appare come un uomo
taciturno, schivo e con l’aria di uno che
non ha niente da dire; al contrario sa
essere di ottima compagnia.
…. Nel gennaio del ’94, mentre tagliava
la legna per potersi riscaldare l’inverno
successivo, ebbe un incidente con la
motosega: il piede destro subì un taglio
profondo.
134
Rsa Smeralda Padru, Padru (Ot)
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…. Ho provato a chiedergli se si trova
bene qui da noi. Lui, senza guardarmi,
mi dice: “Sì, sto bene, ma è difficile
dividere qualsiasi cosa quando hai
vissuto da solo per una vita”. Chiedo
come va il piede e mi risponde: “Forse
mi serve una sedia a rotelle, ma costa”.
…. “Galletto grazie!” gli dico. “Ora
ti saluto, mi sembri un po’ stanco e –
aggiungo - non ti preoccupare: con le
pratiche giuste la carrozzina non costa
nulla”. Così l’ho salutato, gli ho detto
“ci vediamo domani” e, allontanandomi,
ho pensato che, forse, ascoltare i nostri
ospiti è uno dei gesti migliori che
possiamo fare.
In conclusione, penso che noi operatori
dovremmo ricordarci che ogni persona
all’interno della struttura ha voglia di
raccontarsi e, soprattutto, dovremmo
ricordarci il perché facciamo questa
professione. Questo racconto mi ha
dato la possibilità di fare un gesto che
oggi forse è un po’ trascurato: ascoltare
e raccontare la memoria dei nostri
ospiti.
Annalisa Marenco
Casa di Riposo Cervasca, Cervasca (Cn)
135
Una notte
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…. Mi accorgo di muovermi con gesti
meccanici, dettati dalla routine del lavoro,
e il corpo immobile e rigido di fronte
non dà alcun segno di avvertire la mia
presenza.
…. E ripenso al colloquio che ho avuto
qualche giorno fa con la figlia della
signora.
Mi raccontava che la madre, quando
era giovane, insegnava ai bambini
delle elementari e lo faceva con grande
passione, tanto da essere estremamente
amata dai suoi alunni, che per anni sono
tornati a trovarla, alcuni anche da adulti.
Nei momenti di maggiore intimità e di
dialogo con se stesso, l’operatore si concentra su
pensieri personali, legati al proprio modo di essere e
alla propria vita.
Il mulino delle farfalle
E amava lo sci: fin da ragazzina affrontava
levatacce e freddo pur di passare qualche
ora sulla neve.
…. Che donna deve essere stata!
Le sistemo il cuscino e le sposto un ciuffo
di capelli che le copre parte del viso.
Mi accorgo di essere davvero stanca,
accosto una sedia al letto della signora
Giulia e mi siedo, stendendo le gambe
affaticate.
…. Penso alla vecchiaia, alla mia vecchiaia
… i miei figli si occuperanno di me?
Anch’io verrò ricoverata in casa di riposo?
E il mio corpo… Avrò dolori? Sarò
costretta in sedia a rotelle?
…. Istintivamente prendo con delicatezza
la sua mano tra le mie, la osservo e ascolto
il suo flebile e cadenzato respiro, gli occhi
chiusi, il viso rilassato di chi sta sognando.
Rimango così per un po’, poi mi alzo
e controllo che le spondine siano ben
fissate, mi chino e bacio la fronte della
signora, “buona notte signora Giulia”
sussurro, ed esco dalla stanza.
Filomena Grifa
Casa di riposo Gallazzi Vismara, Arese (Mi)
136
Ho partecipato a questa iniziativa,
scrivendo questo racconto, per cercare
di esprimere ciò che, spesso, ho provato
durante il mio lavoro di assistenza alle
persone anziane: avvicinando le loro
vite e sostenendole nelle loro disabilità,
paradossalmente, mi sono trovata io a
essere sostenuta, curata, accompagnata
in un percorso di conoscenza del mio
sentire più profondo.
Sergio, come ogni martedì, è seduto su
quella che al Centro è la “sua” poltrona,
da lì osserva tutto scorrergli accanto,
con quell’espressione un po’ così, da
giocatore in “panchina”.
…. Mi avvicino a lui e, in modo
scherzoso, gli dico: “Signor Z.!! Mi
concederebbe l’onore di farmi da
cavaliere? Oggi ho proprio voglia di
ballare!”.
…. Mi fermo.
Rimaniamo vicini in silenzio ed io gli
accarezzo la mano, grande e nodosa,
con la quale si appoggia al mio braccio.
Sul suo viso osservo i segni lasciati
dal tempo, le rughe profonde e gli
occhi piccoli, asciutti, di un celeste
disarmante.
…. Siamo ancora fermi, a metà
corridoio: il suo braccio si stringe
a me, la sua mano si allarga e si
appoggia alla mia.
Socchiudo gli occhi e respiro
lentamente, lascio che quest’attimo si
dilati e la vita ci scorra dentro.
Arriva un dolore che sa di polvere, di
legno, di sudore.
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quelle mie farfalle, si solleva, Sergio
sente che si può fidare. Sa che sono lì e
non forzerò i suoi passi. Sa che sento tutta
la sua fatica: sento la rabbia di vedere che
le sue gambe, con il tempo, non vanno
più così in fretta e così lontano e anche
i pensieri diventano lenti e tristi e altre
persone decidono sempre cosa deve fare
e dire e dove può andare.
…. O forse no.
Mi sento stanca come se avessi percorso
una lunga strada.
E mi metterei anch’io seduta, vicino a te.
Noi due, con le nostre gambe all’insù, un
po’ stralunati, tra mille farfalle di Neruda
che volano tra i nostri pensieri e li invitano
alla danza…
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Casa Protetta S. Antonio Abate, Fontanelice (Bo)
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A.S.C. Cremona Solidale, Cremona. Primo classificato categoria “Miglior Immagine”
…. Non sono solo gli operatori a prendersi
cura delle persone bisognose e le persone
bisognose non sono solo anziani. Anche i
luoghi di intervento possono essere diversi: strutture
riabilitative, centri diurni per anziani e case. Queste
testimonianze lo dimostrano.
Nella mia carriera di assistenza domiciliare
durata 7 anni, l’esperienza più lunga e
impegnativa, non solo dal punto di vista
pratico ma anche umano, l’ho avuta con
A., una donna con Sindrome di Down di
47 anni: l’ho seguita per sei anni, sei giorni
su sette!
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…. aveva un carattere imprevedibile, con
momenti di tenerezza, in cui era tutta da
mangiare, ma anche con tanti momenti in
cui era invece violenta, cocciuta, volubile,
autolesionista.
mancare niente. Questa iperprotezione
abbassava il livello di prestazione di
A., rendendola meno autonoma e
indipendente di quanto avrebbe potuto
essere in realtà.
…. Ma le difficoltà maggiori per me non
erano le sue urla, bensì la testardaggine
della madre, che continuava a ripetermi:
“Vedi, vuole stare a letto! Andiamo a casa
!”, e lo diceva magari proprio quando A. si
era calmata…
…. L’intervento più importante di
riabilitazione, visto che A. viveva in
famiglia, avrebbe dovuto essere fatto
prima alla madre, “educandola” a
stare con la figlia, insegnandole come
comportarsi con A. e come gestire
il rapporto con lei dal punto di vista
umano...
Vanna Bonini
Casa di riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
…. Praticamente A. è sempre stata vista e
trattata come una bambina che, visto che
non era come gli altri bambini, andava
accontentata sempre in tutto. “Guarda la
mamma cosa ti ha portato a casa… cara la
mia bimba”. Piuttosto di vederla piangere,
i suoi genitori non le hanno mai fatto
138
139
“Mi chiamo
Innocente”
…. Ed è appunto solo quando riesci a
far breccia in questo invisibile e naturale
muro che puoi veramente sapere, oltre
a quello che è il danno o il dolore fisico,
ciò che più sta preoccupando o facendo
soffrire colui, o colei, verso il quale operi
e a favore del quale hai l’opportunità di
proporti quale strumento di vero ascolto
o sfogo.
…. quello di cui sembra sentano più il
bisogno è qualcuno che sia disposto ad
ascoltarli, anche in silenzio, rassicurati
dalla sola presenza di chi, fino a pochi
giorni prima, non era altro che un
perfetto estraneo, ma che ora, in quel
suggestivo e complice momento,
rappresenta, con la sua fidata, silenziosa
ma attenta presenza, tutto il conforto di
cui loro hanno bisogno.
…. Ed è stata questa anche la mia
esperienza, quando un giorno di quasi
fine 2004 presso la struttura dove
operavo, fu ricoverata una signora di
poco più di 50 anni, con gravi traumi
conseguenti a un grave incidente
automobilistico a fronte del quale, fra le
sue braccia, purtroppo, trovò la morte il
suo amato coniuge.
140
…. Così nel giorno forse più particolare,
quando, per il naturale trascorrere del
tempo, si abbandona l’anno appena
trascorso, con tutte le sue gioie
ma anche dolori, per iniziarne uno
nuovo e carico di nuove speranze, sì
durante la notte dell’ultimo dell’anno,
mentre prestavo servizio, lei suonò il
campanello.
Io risposi prontamente e, dopo i soliti
convenevoli, cominciò a parlarmi di lei e
del suo amato marito…
…. Nei giorni a venire si percepì
chiaramente una svolta nell’umore e
nello stato d’animo della paziente,
cambiamento che fu subito notato e
sottolineato anche dalle figlie e dai
vari conoscenti che regolarmente le
facevano visita.
Anche le sue condizioni fisiche, grazie
al suo rimotivato impegno nelle attività
riabilitative, migliorarono notevolmente
e in fretta.
Gianfranco Mombelli
Fondazione Don Gnocchi, Rovato (Bs)
…. Sono fisioterapista in una residenza
assistenziale per anziani. Innocente è uno dei
miei tanti “nonni”. È una di quelle persone
simpatiche a pelle: i suoi occhi vispi, il sorriso
sdentato, l’accento veneto stretto…
…. Innocente non ha più bisogno di una
fisioterapista: si è ripreso completamente
dopo un ricovero in ospedale e, nel giro di
poco tempo, si è liberato della carrozzina ed
è tornato al bastone.
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…. La mia formazione mi porta a un
approccio di “sfida” con il paziente. Non
si tratta di “prendersi cura”... io non mi
sostituisco mai a lui, ma lo metto alla prova,
sempre, per far sì che le sue capacità residue
stiano a galla. Credo che il poter fare dia
dignità alle persone. Anche se una persona
non è più in grado di essere autonoma, il
fatto di potersi rendere ancora utile per sé
o per gli altri la fa sentire viva. Per questo,
trascorro con Innocente un po’ del mio
tempo, perché credo di potergli dare
comunque qualcosa: me lo porto con me, gli
chiedo aiuto per preparare la palestra per la
fisioterapia di gruppo, a volte semplicemente
mi segue, gli parlo…
…. Lavorare con le persone anziane è tutto
questo: non è sufficiente la tecnica, che
spesso passa in seconda linea, contano
il cuore, la capacità di ascoltare, intuire e
soddisfare i bisogni. Lavorare con loro ti
spinge a pensare e a porti delle domande.
Devi saper dare e darti. In cambio avrai
sempre qualcosa, anche da chi non può più
sorriderti o ringraziarti e, nel mentre, stai
crescendo, perché anche Innocente oggi mi
ha regalato un pezzo di vita.
Qui Villa
Maddalena
Cantando e
ballando
…. ci siamo riuniti al Centro Diurno
di Villa Maddalena per salutare l’anno
che va e l’anno che viene...
…. saranno importanti le cure che
prestiamo durante la giornata, sarà
indispensabile la nostra assistenza,
ma mai, mettendo una flebo, mi sono
sentita così vicina al cuore dei nostri
“nonni” come quando abbiamo cantato
insieme le canzoni della loro gioventù,
canzoni che li accompagnavano alla
vendemmia...
…. Perché non godere la salute che
abbiamo, il lavoro e le persone care?
Dobbiamo tornare a imparare ad
AMARE e ad amare la vita. Abbiamo
sotto gli occhi i nostri “nonni” che ci
danno un bell’esempio.
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143
riflessioni sui
concetti di passione
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il mio lavoro
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Gli operatori parlano in modo diretto della
passione di assistere: senza alcun mezzo
o intermediario, senza riferimento a un
episodio o a una persona in particolare,
spiegano che cosa significa per loro
lavorare “con il cuore”. Semplicemente
descrivono gli stimoli, le motivazioni, i
sentimenti che li animano e che cercano di
mettere nel loro lavoro. Raccontano anche
il bagaglio di soddisfazione, calore, idee
che ricevono in cambio.
145
…. Perché hanno scelto questa professione?
Come fanno a superare le mille difficoltà
quotidiane? Che differenza c’è fra il lavorare “con
il cuore” e il compiere gesti meccanici e abitudinari?
Sono solo alcune delle domande implicite alle quali
gli operatori cercano di rispondere.
…. Ho notato subito la differenza fra
loro. Chi opera nell’indifferenza assoluta,
chi opera con “sentimento”. E, in quel
momento, ho compreso che quella era
la strada che volevo percorrere con
PASSIONE: aiutare e alleviare un disagio.
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146
.... Che sofferenza, che umiliazione per
una persona, che fino a poco tempo
prima badava a se stessa, alla sua casa e
anche agli altri, vedersi improvvisamente
bisognosa di ogni cura. La frase più
ricorrente è: “Ma cosa mi è successo così
all’improvviso!? Ho sempre fatto tutto
da solo/a e ora mi sporco anche! Che
vergogna!!”. La migliore risposta (ma
non è detto che lo sia in assoluto) che ho
saputo dare finora è: “Quando succederà
anche a me, spero solo di trovare una
brava persona che mi aiuti”.
Ma per assistere una persona non è
sufficiente aver imparato come si pulisce
un corpo, serve anche la capacità di
comprendere ciò che l’assistito prova:
vergogna, umiliazione, disagio, imbarazzo,
sconforto, incredulità.
Molto spesso basta veramente poco per
“far sentire meglio le persone di cui ci si
prende cura”.
Il saluto cordiale, il tono pacato, chiedere
all’anziano come sta, come si sente, far
capire che siamo interessati a lui, fare
una carezza, togliere con garbo qualche
briciola, sistemare l’abito, stendere un
velo di crema sul viso, dare una stretta di
mano, parlare di quello che succede fuori,
ascoltare pazientemente quello che ci
viene raccontato più volte, abbandonarsi a
fantasie…
Matteo Brumana
Opera Don Guanella, Como
.… E alla fine del nostro turno di lavoro,
stanche, pensando a quanto successo,
possiamo provare l’EMOZIONE
per una confidenza raccolta, per un
ringraziamento, per un sorriso o un bacio
inaspettatamente ricevuto, che riaccende
la PASSIONE per il compito che ci aspetta
domani.
Rosa Maria Colombo
R.S.A. Fondazione Ferrario, Vanzago (Mi)
147
Un giorno, d’inverno
.... Perché ho scelto di fare questo lavoro?
Perché vorrei che le persone alle quali
sono accanto stiano meglio grazie ai miei
gesti, alle mie parole, ai miei sguardi, ai
miei abbracci… per prendermi cura di
una persona, come prima cosa, cerco di
comunicare con lei, cerco di capire in che
modo lei comunica.
La ascolto in rispettoso silenzio, la osservo
nei suoi piccoli gesti quotidiani e, una
volta interpretato ciò, adotto la sua stessa
via di comunicazione. Dedico molto
tempo all’ascolto dell’Ospite, cerco di
capire i suoi bisogni, le sue necessità, le
sue priorità. Cerco di mettermi nei “suoi
panni” per potergli dare un’assistenza
adeguata, senza fargli perdere le sue
capacità residue.
.... C’è un tempo per tutto… saper
rispettare i loro tempi in modo calmo
e paziente è un grande gesto, che li fa
sentire meglio… così come ascoltarli
guardandoli negli occhi. Anche i loro
sguardi ci parlano, ma noi sappiamo
ascoltare?
Sabrina Giovannini
Fondazione Casa di Riposo Talamona Onlus, Talamona (So)
148
.... Conoscersi diventa intimità profonda
e reciproca. Sentono le mie mani, il loro
peso, distinguono la mia voce, anche se
lontana, avvertono il mio odore, come io il
loro, tanto che potrei riconoscere ciascuno
di loro a occhi chiusi. Ho imparato ad
anticipare i gesti, le domande. Alcuni
percepiscono un senso di invisibilità per
una vecchia canzone, per una filastrocca:
può essere un momento per ritrovare la
loro identità.
.... Molta gente si chiede – e mi chiede
– come riesca a svolgere un lavoro così
duro. Io racconto loro dell’arricchimento
continuo tra me e gli ospiti, come se
esistesse un canale invisibile attraverso
cui far scorrere emozioni e sentimenti.
Questo quotidiano contatto, fisico e
morale, dà origine a solidarietà umana,
a una profonda pietà. Nell’intimo, tante
volte, mi chiedo come ho potuto svolgere
così a lungo un altro tipo di lavoro. Non
mi perdono di aver fatto questa scelta solo
pochi anni fa. Ho la sensazione di aver
perso tempo.
.... nei piccoli spazi a me concessi cerco
di far capire loro che io ci sono, anche
solo per un’igiene, per un ascolto, per una
parola.
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.... Loro, come bambini nel tempo, si
affidano a noi, e noi dobbiamo prenderli
per mano. Noi, per loro, siamo l’immagine
riflessa nello specchio della vita, l’unica
fonte in un tempo senza più tempo, in
un tempo in cui non c’è più niente da
chiedere.
Nora Ferrari
Casa Protetta Villa Richeldi, Concordia sul Secchia (Mo)
.… hanno tanto bisogno di quel contatto
umano che è fondamentale e che serve a
far sì che non si sentano lasciati soli, bensì
componenti di una famiglia, più grande e
colorata di quella dove hanno vissuto fino a
poco tempo prima e che ora hanno lasciato,
assieme ai loro ricordi di vita vissuta.
.... E nasce spontanea una carezza sulla
testa bianca, quando leggi nei loro occhi
quella confusione e quello smarrimento che
li spaventano come fossero dei bambini
indifesi. Allora ti rendi conto dell’importanza
di quella carezza, di quel semplice gesto,
perché, al posto di quella smorfia cupa nasce
un timido sorriso che fa tanta tenerezza.
Così pure, nello svolgimento delle cure
igieniche, cerco sempre di parlare con
l’ospite di qualsiasi cosa, anche la più frivola
e banale, per mascherare quell’imbarazzo
tipico di chi sa di avere bisogno, ma fa fatica
ad accettarlo, per quel normale senso di
pudore che ci appartiene e che, a fatica,
dobbiamo soffocare.
Credo che assistere voglia dire cercare di
capire le persone che non parlano, perché
chiuse in se stesse o, magari, scontrose e
altezzose.
Se ti fermi un istante e le guardi negli occhi,
conoscendo le loro storie di vita, capisci che
il loro silenzio è una richiesta di aiuto: te la
rivolgono indirettamente, facendoti trovare
“casualmente”, sopra il letto,
un foglio di carta strappata
da un’agenda, con scritta tutta
la sofferenza portata dentro,
perché magari si sentono private
e abbandonate dalla famiglia.
Allora capisci che ti devi fermare
e trovare il tempo per fare quattro
chiacchiere, che per loro diventano
uno sfogo liberatorio: io, operatrice,
in quel momento divento l’amica e
confidente, con cui può piangere e
tirare fuori tutta la frustrazione.
Alla fine di questo sfogo l’ospite mi
chiede: “Non hai una caramella?”.
Gli offro la caramella, gli do una piccola
pacca sulla spalla e un “Dai, lo sai che ti
vogliamo tutti bene sciocchino/a”; allora si
rasserena, fa un sorrisetto...
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.… È gratificante quando manchi per un
periodo e gli ospiti se ne accorgono e,
quando riprendi il lavoro, ti chiamano per
nome per salutarti…
Patrizia Zaglia
Casa di riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
149
…. Che cos’è un gesto d’amore? Un gesto
d’amore è qualcosa di speciale che ti
sgorga dal profondo del cuore, che esce
spontaneamente, così come un sorriso che
illumina un viso, che fa trasparire l’affetto
che nutri per le persone.
È come un fiore che annusi: ti riempi del
suo profumo e lo dividi con le persone con
cui condividi dei valori, in modo che tutti ne
abbiano ad avere in parti uguali, per potersi
sentire vive.
Un gesto d’amore non implica vincoli,
è libero, perché ognuno di noi dà
gratuitamente qualcosa all’altro, anche
senza accorgersene e non resta nulla in
cambio.
Un gesto d’amore è un sorriso, una carezza,
una mano che sfiora leggermente un’altra
mano, è un occhio vigile che sa riconoscere
quando una persona sta male fisicamente o
sta male nel cuore.
È una voce flebile, accorta, serena
che ti culla anche nel trambusto più
assoluto. È uno sguardo che penetra in
profondità dentro gli occhi, sa leggerne la
malinconia, la tristezza, la solitudine, vede
il deterioramento del corpo, della mente,
i pensieri che vagano chissà dove, ma sa
coglierne anche i lati positivi per continuare
a dare il meglio di se stessi.
Non avete letto una favola, avete letto
quello che, molte volte, inconsapevolmente,
fa chi assiste una persona in un Centro di
150
Servizi.
Quando il corpo, la mente, lo sguardo
iniziano a camminare nel nulla e a ricordare
il passato, quando la famiglia è lasciata sola
ad accudire notte e giorno una persona
con queste difficoltà, è là che inizia il lavoro
dell’operatore: il prendersi carico del
paziente.
Accompagnarlo, assisterlo, provvedere ai
suoi bisogni principali. È come se la persona
fosse ritornata bambina, avesse bisogno del
suo punto di riferimento primordiale.
In una sala di nucleo vedi mille occhi, tutti
allineati, ti guardano, ti chiamano in silenzio,
ti chiedono mille cose ma puoi farne solo
una. Maledizione al tempo, passa troppo
velocemente!
.… Cosa ci insegna tutto ciò secondo voi?
Il rispetto della vita e la simbiosi gratuita tra
un operatore e un anziano.
Anna Bruna Ragazzon
Centro Servizi per Anziani A. M. Bonora,
Camposampiero (Pd)
.... cosa significa assistere? Cosa significa
questa grande e dibattuta parola? Vuol
dire fare in modo che le giornate siano le
più normali possibili; vuol dire aiutare la
persona che ti sta di fronte a capire che
l’unico tuo obiettivo è AIUTARE; vuol dire
sperare che i problemi, piccoli o grandi che
siano, di quei “vecchietti” che incontri ogni
mattina e lasci ogni sera, si risolvano; vuol
dire invogliare l’anziano a mangiare un pasto
corretto o imboccarlo pazientemente se ne
ha bisogno; vuol dire aiutarlo a idratarsi il
più possibile anche quando non lo chiede o
quando addirittura si rifiuta; vuol dire dargli
una mano per muoversi per fargli capire
che compiere anche solo “due passi” è
riabilitazione; vuol dire sostenerlo a capire
cosa vorrebbe, condurlo alla Santa Messa,
a teatro, al mercato cittadino qualora loro
lo desiderino. E tutto questo sempre con il
sorriso, anche nei momenti più faticosi.
…. Ed è proprio nella disuguaglianza degli
individui che vanno ricercate la necessità,
che non sono solo bisogni fisici, ma anche
mentali. Per esempio, aver voglia o meno di
raccontare, di stare a sentire o non ascoltarti
minimamente, di partecipare alla festa o di
stare solo. Ognuno ha voglia di fare quello
che ha sempre fatto!
…. Dobbiamo comportarci come se fossimo
noi a dover superare una tale sofferenza;
sapendo che sul comodino non deve mai
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…. È un lavoro che faccio con passione
e che mi soddisfa...
Comunque, poi, chiamarlo lavoro non
mi sembra proprio adeguato: accudisci
come accudisci i tuoi bambini, pulisci
come rassetti la tua casa, ti arrabbi o
scherzi come fai con il marito o i figli
e magari sopporti un po’ per il quieto
vivere. Insomma, esci dalla tua casa per
entrare in un’altra.
.… La mia esperienza lavorativa mi ha
insegnato che è questo il compito più
difficile: imparare a conoscerli fino in
fondo per poterli aiutare meglio.
mancare la garza imbevuta d’acqua, che
l’assistenza più diretta deve cercare di
alleviare la sofferenza là dov’è possibile…
… Sarà retorica, ma assistenza vuol dire
cuore, passione, condivisione. L’assistenza
è fatta di piccoli gesti e piccoli attimi, è un
mondo piccolo nel quale possono nascere
grandi emozioni e infinite ricompense. In
tanti anni di assistenza questo è stato il
mondo che ho cercato di creare attorno
a me. Ho sempre creduto che non esiste
un’assistenza nuova o vecchia, ma che ce
ne sia una sola: quella che ha l’obiettivo di
soddisfare l’ospite.
Rosa Donalisio
Associazione Chianoc, Savigliano (Cn)
…. Ho conosciuto un’ospite alla quale
avevo fatto delle piccole confidenze
personali. Lei, di questo, andava
molto orgogliosa. Si sentiva presa in
considerazione e partecipe delle mie
vicissitudini, mi chiedeva spesso di
come andava o se c’erano cambiamenti.
Credo che per lei parlare delle mie cose
fosse come uscire dalla casa di riposo e
rivivere la vita di fuori, attraverso me.
.… Anche il ballo per loro è un
momento di benessere. Alle feste che
facciamo in casa di riposo il liscio è
d’obbligo e, anche in questo caso,
alcuni dei nostri ospiti si dilettano
in passi ormai dimenticati e quasi
impossibili da fare per via dei problemi
fisici.
.... Tante, tante cose si possono fare, ma
secondo me tutto questo è vanificato
se non viene fatto, prima di tutto, con
il sorriso sulle labbra, con la maniera
giusta e, soprattutto, con il tono della
voce adatta.
.... Basterebbe pensare a quello che
vorremmo facessero a noi e saremmo
a posto; quello che non vorremmo, lo
eviteremmo con cura.
Franca Zamboni
Fondazione Baldo Ippolita, Ronco Adige (Vr)
.… Un’altra cosa che piace tantissimo
agli ospiti è il canto. Se in una qualsiasi
occasione, mentre stai con loro, intoni
una canzone che magari loro possono
conoscere, vedi che ti seguono o
almeno provano a ricordare qualche
parola e a cantarla con te.
151
Donatella, Giovanna e Samantha
Rsd La Parolina, Cernusco S/N (Mi)
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…. Fin dalle prime ore del turno ci
impegniamo ad avere una buona
predisposizione nei confronti degli ospiti:
pazienza, cortesia e gentilezza sono
caratteristiche fondamentali per entrare in
sintonia con loro.
…. A volte capita di avere a che fare con
persone che non accettano di vivere
all’interno di queste strutture o, ancor
peggio, che non sopportano le proprie
condizioni fisiche, ritenendosi inutili.
In questi casi il nostro impegno diventa
importante, al fine di alleviare il loro
disagio e rendere positivo il soggiorno.
Questo obiettivo richiede metodologie
d’approccio sempre diverse, che si basano
…. Lavorare con passione, offrire all’ospite molto
di più dell’assistenza di base, attivarsi per capire
i suoi bisogni e le sue emozioni non è sempre
facile. Le testimonianze raccontano dell’impegno e
dello sforzo che l’operatore deve compiere ogni giorno
per superare le barriere erette dall’anziano, ma anche
della soddisfazione e dell’emozione che prova nel
farlo. Lavorare e dare con amore può essere difficile,
però, la ricompensa che si riceve in cambio ripaga di
tutto.
152
su conoscenze tecniche ma, soprattutto,
sulla nostra creatività e sulla conoscenza dei
singoli.
Secondo noi, bisogna riuscire a far sentire
ogni persona importante e speciale per
quello che è, con le proprie qualità, ma
anche i propri limiti: occorre fare in modo
che ognuno provi la sensazione di essere
singolare, non una parte indefinita di un
tutto, non un “numero” tra tanti.
…. Con parole di conforto, e talvolta con
un pizzico di confidenza, bisogna dare
loro imput di sollecitazione e inserirli nel
contesto, agevolarli nelle relazioni con gli
altri ospiti e far sì che si facciano compagnia
a vicenda, raccontandosi esperienze di vita.
…. Ogni piccola attenzione nei loro confronti
è importantissima: riuscire a ritagliare nel
corso della giornata anche solo pochi attimi
per un gesto gentile, una parola di intesa,
che li fa sentire ascoltati, o anche una battuta
per farli ridere fa sentire meglio loro e ripaga
a livello umano noi assistenti.
.… A fine turno siamo stanche, sì… ma
anche soddisfatte e gratificate, perché nel
nostro piccolo abbiamo contribuito a far star
bene, o almeno sentir meglio, persone che
necessitano delle nostre attenzioni.
Katia Donatella Gandini e Antonella Lancerotto
Fondazione Nuvolari, Roncoferraro (Mn)
153
Maura Parolin
Centro Anziani Villa
Aldina, Rossano
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.… Per assistere si deve avere una
professionalità adeguata, criterio
nell’usare i mezzi più adeguati alle
differenti esigenze, serietà nell’affrontare
ostacoli e bisogni primari, visto che ad
aver bisogno di assistenza sono persone
come noi, ma diversamente abili.
…. La passione è fatta di umanità, rispetto,
amore per il proprio lavoro e amore per
il prossimo. Chi è il nostro prossimo se
non l’Ospite di cui ci prendiamo cura
tutti i giorni? Quindi, spetta a noi singoli
Operatori Socio Sanitari coniugare passione
e assistenza in qualcosa di inscindibile.
.… Assistere persone anziane non è
facile come sembra, l’assistenza è rivolta
a persone bisognose, a loro si deve
trasmettere sicurezza, gioia e rispetto in
ogni momento.
Uno sguardo rivolto sempre con gioia e
amore fa sentire importanti persone che
non hanno più stimoli, che si lasciano
avvincere da vecchiaia, malattia e
dispiaceri.
…. Nello svolgere il mio lavoro ho sempre
cercato di considerare l’ospite nella sua
individualità, non solo come portatore
di bisogni ed esigenze, ma anche come
patrimonio di vita, ricordi, esperienze,
abitudini e paure. Ho scoperto l’importanza
del dialogo e soprattutto dell’ascolto.
È incredibile quanto un anziano abbia
da dire, da raccontare, da dare… Loro
parlano volentieri e sono sempre pronti a
dare consigli utili e disinteressati in ogni
circostanza, sta a noi saperli ascoltare e
apprezzare.
…. Passione per assistere porta a volere
bene, ad amare persone che si stanno
preparando a finire la vita.
…. L’affetto e una carezza dati ora
mi fanno capire quanto importante è
una persona bisognosa di sorrisi e, di
rimando, mi arricchiscono l’animo.
Silvana Gallo Perazzoli
Istituto per Anziani De Battisti, Cerea (Vr)
…. Altrettanto importante è la
comunicazione non verbale, il
linguaggio del corpo, fatto di
sorrisi, gesti e carezze, che ci aiuta
a soddisfare un altro loro grande
bisogno, il bisogno di sicurezza,
che permette loro di affrontare
con maggiore serenità la paura del
domani.
…. Non sempre in cambio del
nostro operato riceviamo un grazie
o un sorriso, qualche volta veniamo
apostrofati con epiteti o graffi che, al
di fuori del nostro ambito lavorativo, ci
farebbero andare su tutte le furie ma che,
in questo nostro piccolo mondo, ci fanno
persino sorridere…
.… Nello svolgere il mio lavoro ho cercato
e cerco tutti i giorni di dare il più possibile,
ma ho ricevuto e ricevo tutti i giorni più di
quanto io riesca a dare.
Tutto quello che loro mi hanno dato e
continuano a darmi farà sempre parte del
mio patrimonio di vita, ricordi, esperienze
e abitudini che, un giorno, spero di poter
condividere con chi si prenderà cura di me.
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Ospedale Civile, Carrù (Cn)
154
155
…. Chi ha scelto la strada dell’assistenza non può
fare distinzioni: non esistono malati da curare e
malati da “abbandonare”. Tutti hanno diritto a
essere aiutati, anche le persone con Alzheimer e quelle
in stato vegetativo. Questi racconti insegnano che non
bisogna mai arrendersi, che compito di chi sceglie di
dedicarsi agli altri è trovare il modo di prendersi cura e
di stare accanto a tutti gli ospiti.
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menti e comportamenti complessi.
Dire “Alzheimer” è aprire una porta e
trovarci dentro l’infinito.
Ogni ospite è un componimento originale
e, per ognuno di essi, occorre usare una
chiave d’accesso diversa.
Essi non filtrano i gesti altrui con la
ragione; a mio parere si affidano
all’istinto di sopravvivenza in un pianeta
incomprensibile a loro stessi.
Milena Luisa Ruzzemente
Casa di Riposo Gallazzi Vismara, Arese (Mi
…. Io, animatrice, tento di raggiungere
principalmente questo obiettivo: dare
valore a una dignità spesso calpestata
da una condizione di sofferenza che li ha
travolti.
.… E alla domanda “i miei gesti fanno
…. Quale sentimento muove
sentire meglio i miei ospiti?”, trovo la
quotidianamente i miei passi all’interno del risposta in me stessa.
nucleo?
Quando sento di occupare anch’io un
La risposta è PASSIONE.
posto nella corrente del FIUME in cui
Ma per “Passione” non intendo
fluttuano, allora anch’essi devono sentirsi
principalmente Amore per ciò che svolgo. parte di un tutto e non più GOCCE
Mi riferisco a “Passione” con il significato
isolate…
di “Patire”.
Percepire il “Patire” di questi ospiti per
“entrarci dentro”; avvertirlo per conviverci
Grazia Cavazzoli
e interpretare i loro bisogni.
Villa Carpaneda, Rodigo (Mn)
“Patire” io stessa per calarmi nella
dimensione Alzheimer; in questo
mondo che non mi appartiene, ma che
necessariamente devo fare mio per riuscire
a sintonizzarmi con le note stonate di
157
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158
.… È un continuo allenare i sensi per
captare ogni segnale, ogni espressione,
ogni sguardo, impari a comprendere
il suo vissuto, il suo essere: questo è
affascinante! Il primo giorno avevo degli
ospiti sconosciuti, tanti corpi diversi l’uno
dall’altro. I giorni successivi, affiancata da
personale diverso, ho potuto costruire
con pochi elementi alla volta la vita degli
ospiti, aggiungere un pezzettino alla volta,
con nuove sfumature. Questo ti fa entrare
dentro quella persona e dare una risposta
ai tanti perché. Inizi a collegare tutti i
pezzetti, consapevole che il risultato finale
non sarà un lavoro incompleto…
…. Cercare di conoscere le persone che
trovi davanti a te ha qualcosa di estasiante,
è bello dare un altro volto allo stato
vegetativo: attraverso i miei ospiti ho
scoperto e amato un’altra faccia della vita,
ma soprattutto ho scoperto e amato loro.
…. Non possiamo mai dire che non c’è più
niente da fare oppure “adesso dobbiamo
fermarci”, dobbiamo solo trovare cose
giuste da fare, non possiamo salvare tutte
le persone, ma possiamo prenderci cura di
loro, dando dignità alla vita, “non siamo
noi a decidere la durata, ma la qualità sì”.
Maria Grazia Mainas
Centro Don Orione, Bergamo
…. Assistere con passione significa inventarsi
sempre nuovi modi per coinvolgere e
stimolare l’ospite. A volte, bastano piccoli
sforzi per rendere le giornate di chi vive in
una casa di riposo più allegre, interessanti,
appassionate.
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missionarie, solo persone che cercano
di svolgere al meglio il proprio lavoro
che, a volte, può essere appassionante,
ma più spesso duro e, a momenti,
anche frustrante, sia per chi opera sia
per chi è assistito.
Allora come si realizza la nostra
passione?
Noi pensiamo che si concretizzi nelle
idee sempre nuove che abbiamo per
rendere la vita dei nostri ospiti e, quindi,
di conseguenza anche la nostra, più
allegra e interessante.
molto apprezzati da tutti. Quest’anno
ci siamo spinti oltre, con l’aiuto
della direttrice e delle maestre del
vicino Asilo nido comunale, abbiamo
organizzato tre incontri per realizzare
lavoretti di Natale con i bimbi più grandi
(dai 2 ai 3 anni) e i nostri ospiti.
…. La nostra passione si realizza così,
con la nostra professionalità nel lavoro
di tutti i giorni, ma ci gratifica molto
pensare di essere ancora capaci, dopo
tanti anni, di idee nuove e creative,
di poter offrire ai nostri ospiti, che
concluderanno con noi la loro vita,
ancora qualche progetto cui pensare e
da realizzare per sentirsi vivi.
Anna Baracco
Istituto Sacra Famiglia, Mondovì (Cn)
…. Già da anni abbiamo messo in piedi,
con l’aiuto della nostra coordinatrice,
alcuni progetti di terapia occupazionale
per la realizzazione di lavoretti in
occasione delle festività, questi
momenti di svago e di ritrovo sono
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chi sono,
da dove
vengo,
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Il cerchio si chiude. Se all’inizio sono
stati gli ospiti a raccontarsi in prima
persona, alla fine sono gli operatori a
parlare della loro vita e del loro lavoro.
Solo dopo aver dato spazio e voce
alle storie degli altri, scrivono la loro.
Prendono la parola per spiegare chi
sono, quale percorso hanno compiuto
per arrivare fino al momento presente,
che cosa fanno ogni giorno e come sono
le loro giornate in struttura.
In questo modo, il lettore può guardare
le cose anche da un altro punto di vista:
quello di chi ogni giorno si dedica alla
cura degli altri, alla loro assistenza e al
loro sostegno. A questo punto, ha tutti
gli elementi e le informazioni necessarie
per capire fino in fondo quanto speciale
e unico può essere il rapporto fra
operatore e assistito.
Ora che anche colui che sta
dall’altra parte si è messo a
nudo, il quadro può considerarsi
completo e ultimato.
163
…. Qual è il suo passato? Per quali ragioni
ha scelto questa professione? Queste
testimonianze spiegano chi era l’operatore prima di
intraprendere questa strada e quali sono gli elementi
che l’hanno motivato durante il suo percorso. Brevi
autobiografie, che ricostruiscono il cammino della
persona, ispirando anche la riflessione.
Cominciò nel 1998 a Lourdes davanti alla
grotta delle apparizioni.
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…. Non ci crederete… ma non successe
nulla.
Anzi, le mie condizioni fisiche ebbero
perfino un lieve peggioramento. Capii che
non sarei mai guarito. Altre prove, inoltre,
si stavano affacciando nella mia vita e in
quella della mia famiglia.
Un cammino, però, era iniziato e mi
accorsi che qualcosa nel mio animo stava
cambiando.
Di lì a poco, mi trovai a cambiare lavoro e
iniziai a fare assistenza domiciliare. Ma non
fu facile.
…. Decisi che era arrivato per me il
momento di provare a lavorare in una casa
di riposo.
164
…. Ora mi sembrava troppo tardi e
mi vergognavo all’idea di tornare a
scuola. Eppure, iniziai il corso serale per
recuperare gli anni di studio necessari
a iscrivermi prima al corso ASA e,
successivamente, al corso OSS.
…. Arrivò finalmente il momento del
tirocinio…
…. Dal balcone del reparto si intravedeva
la grotta di Lourdes nel giardino del
Molina e, così, ripensai a quel viaggio
lontano nella terra di Francia e considerai
coma la mia vita era cambiata da allora. Il
miracolo c’è stato.
Certo, è difficile alzarsi al mattino, ma poi,
indossata la divisa, ecco che una nuova
energia mi accompagna durante tutto il
turno e mi dà la carica, aiutandomi anche
a superare la perdita dei miei cari che,
in parte, vedo riflessi nei volti dei miei
pazienti.
Pietro De Marco
Fondazione Molina, Varese
Avevo 13 anni quando fui colpita da un male
inguaribile: allora con la T.B.L si moriva.
Mia madre mi faceva curare privatamente…
…. Dopo un anno di ricovero…
all’improvviso, mentre mi alzavo dal letto,
non vidi più, fui colpita da una febbre
altissima, ma questa febbre durò un mese,
alla fine di maggio fui miracolata…
…. un bel giorno mia madre e mio padre
decisero di andare a Lourdes…
…. mio marito rispose di sì, io non
vedevo l’ora che arrivasse quel giorno.
Finalmente arrivò. Una volta salita su quel
treno, incominciai a vedere quanta gente
aveva bisogno di aiuto, andai nel vagone
ospedaliero e diedi assistenza agli ammalati
di tante patologie diverse, io cominciai
a essere felice, mi sentivo trasformata,
mi piaceva, finalmente davo aiuto, senza
chiedere aiuto a nessuno…
…. Da quel giorno, per puro caso, presi
subito servizio alla struttura Francesco e
Chiara a Pavullo, ero la donna più felice
del mondo, non mi stancavo mai, ero
disponibile sempre, facevo 14-15 ore al
giorno senza mai stancarmi. Finalmente
avevo potuto avere quello che cercavo…
Sin da piccola aspiravo a far
parte di questo mondo. Forse
perché già da allora assistevo mio
fratello cerebroleso, a volte con
gioia, altre con fatica, ma stando
sempre attenta ai suoi bisogni.
Ricordo anche di aver provato
rabbia nei suoi confronti perché
ogni giorno mi toglieva la libertà di
giocare, richiamandomi a quei doveri
di sorella maggiore nei suoi confronti.
Da adulta mi sono resa conto che la
malattia di mio fratello è stata la mia
palestra di vita.
Arrivai nella prima casa di riposo
con tanta volontà ed entusiasmo e la
formazione ricevuta mi aiutò a trovare il
giusto equilibrio fra me e le persone che
assistivo.
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165
Nonni e... nuovi nipoti
Quando ero piccola, dicevo che da grande
avrei voluto fare la maestra. I miei avrebbero
voluto che diventassi infermiera. Non sono
diventata né l’una né l’altra ma, in fondo,
credo che quello che è successo fosse già
stato scritto.
Dopo 19 anni di vita in Casa Protetta i ricordi
sono tanti. Dico “vita” perché per me non si
tratta di lavoro, passo gran parte della mia
esistenza a contatto con gli anziani e con
le colleghe. Si diventa come una grande
famiglia, perché il contatto è intenso,
profondo e ci si vuole bene.
.… Cambia il modo di comunicare: in
quanto operatori che sanno leggere i
bisogni, dobbiamo adattarci al linguaggio
delle persone che necessitano delle nostre
cure, che la maggior parte delle volte non
sono solo fisiche.
Subentra un linguaggio fatto di sguardi,
di carezze, di un contatto fisico delicato e
sicuro.
Pierfranca Deriu
Azienda Sociale Sud Est, Langhirano (Pr)
Da più di vent’anni lavoro in casa di riposo,
questo mestiere non mi è mai pesato finché
non sono giunti i figli...
…. Sono ausiliario socio assistenziale dal
1996 e, dal 2006, sono operatore socio
sanitario riqualificata.
.… Finalmente le mie figlie sono diventate
grandicelle... Fin da quando erano piccole,
le ho rese partecipi del mio lavoro: ho
raccontato loro le storie degli anziani
di cui mi occupo e le ho sensibilizzate
sull’importanza del mio lavoro di cura. Loro,
curiose, mi chiedevano sempre: “Come
mai i nonni vanno in casa di riposo?”. Così,
giorno dopo giorno, sono cresciute sensibili
e disponibili verso chi ha bisogno. Si è quasi
avverato un piccolo miracolo: quando le
scuole sono chiuse, le ragazze vengono
con me e, in modo ormai molto autonomo,
fanno compagnia agli ospiti, creando con
loro una relazione simile al rapporto che
esiste tra nonni e nipoti.
…. Era il 1985 quando un mio pro zio fu
portato in Casa di Riposo perché, non
essendo sposato e avendo problemi di
salute gravi, non poteva più vivere da solo.
Io avevo 11 anni. Spesso andavo a trovarlo e
quel luogo mi affascinava già.
.… Anche se non c’è un vincolo parentale,
quando un bambino prende per mano e
fa sorridere un anziano, crea un legame
naturale che lascia un segno indelebile nella
vita di entrambi. La presenza dei figli dei
dipendenti in struttura porta una novità e un
senso di “casa”, che umanizza la struttura
stessa e la vita che in essa scorre.
Laura Munari
Casa di Riposo Gallazzi Vismara, Arese (Mi)
166
.… Nell’autunno del 1996 fu indetto il
concorso ed entrai come ASA a tempo
indeterminato. Sono passati ormai 14 anni e,
da allora, ho assistito tante persone fino alla
fine della loro vita. Sono convinta tutt’oggi
che, indipendentemente dalla situazione
in cui ci si trova e dal tipo di ospite con cui
ci si relaziona (che sia demente, malato di
Alzheimer o compromesso da patologie
invalidanti), il miglior gesto che si possa
compiere è una carezza. Un gesto difficile,
ma che non costa e che non si deve negare
a nessuno, quotidianamente.
.… Tutto può essere fatto con cura,
precisione, professionalità… ma se mancano
passione e umanità tutto è così… inumano!
Angela Molinari
Casa di Riposo Città di Sondrio, Sondrio
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…. attualmente sono vice responsabile
della residenza Casa Ferrari a San
Giovanni Lupatoto (Verona), mi occupo
del piano assistenziale, che comprende
la cura della persona e dei suoi bisogni
globali, gli ordini mensili dei generi di
consumo (come il monouso igienico
personale e le derrate alimentari), il
controllo e la sicurezza antincendio della
residenza, l’inserimento a domicilio del
sistema telesoccorso.
Il mio lavoro si basa sull’unità dell’equipe
della residenza: insieme discutiamo le
problematiche e definiamo un programma
strategico educativo assistenziale, con
degli obiettivi mirati a ogni singolo ospite
della residenza.
Gli operatori, più che parlare di sé e della
propria vita, riflettono su quanto siano maturati
e su quanto abbiano potuto imparare negli anni passati
in struttura. I cenni autobiografici passano in secondo
piano, mentre acquistano grande spazio e importanza
le riflessioni più generali.
168
Sono passati 13 anni da quando, titubante,
sono entrata per la prima volta in questa
R.S.A.
…. Nel mio lavoro il dialogo con gli
ospiti è importante per costruire un
rapporto di fiducia, che permette anche
di conquistare un sorriso o un grazie dalle
persone che hanno bisogno del tuo aiuto.
A fine giornata lavorativa ti poni sempre
delle domande, il tempo non basta
mai, forse vorresti avere fatto qualcosa
in più, perché esistono certe malattie
che aggrediscono il corpo e la mente,
mettendo la persona in uno stato
depressivo e vegetativo.
Ecco che allora il mio lavoro diventa
come una missione: dopo trent’anni di
servizio, la passione entra a far parte
del tuo bagaglio professionale, dandoti
tante soddisfazioni, mettendoti sempre
in gioco, perché non si è mai finito di
apprendere, trasmettendo un po’ di gioia
e serenità.
Il Fondatore della Pia Opera Ciccarelli
Mons. G. Ciccarelli diceva: “Vogliate bene
ai vecchi”.
Questo pensiero è la base migliore per
poter prendersi cura degli altri.
Roberto Bacci
Fondazione Pia Opera Ciccarelli, S. Giovanni Lupatoto (Vr)
…. questo lavoro, mano a mano, è diventata
una passione, sono un OSS (dopo vari
corsi di preparazione) e non credo che farò
concorsi ospedalieri…
.… adesso che ho imparato a vivere
all’interno di una R.S.A. non potrei farne
a meno, è un lavoro che ho imparato nel
tempo, non tanto la parte pratica, quella è
veloce da apprendere, ma la passione di
stare con gli altri, ascoltarli nei loro bisogni.
…. Credo sia uno dei lavori più difficili, la
parola chiave è la passione di assistere, sì,
perché deve esserci passione per fare la
differenza…
…. Ogni ospite ha la sua storia di vita ed
è un pozzo di cultura, è bello ascoltarli e
perdersi nei loro ricordi… Persone che hanno
vissuto la guerra, che hanno sofferto la fame,
che hanno avuto una vita impegnativa come
mezzadri… a quei tempi la vita era dura e
faticosa, ma c’erano tanti grandi valori di vita
che, a mio parere, si sono persi negli anni.
…. In estate è bellissimo, scendiamo in
un chiostro che, ai lati, ha tante piante
colorate (gerani, margherite eccetera)
che adornano il giardino di pietra, al
centro c’è un pozzo di quelli antichi, il
sole lascia delle parti ombreggiate e
giochiamo a pallone (passaggi). Un giorno
abbiamo cantato “la vecchia fattoria”: ho
assegnato a ogni “nonno” un animale da
interpretare e, quando veniva il loro turno,
tutti si impegnavano molto nel somigliare
all’animale scelto…
.… Il buonumore aiuta a stare bene e sento
che io ho da dargliene a sufficienza; ho
imparato negli anni che una parola gentile
può avere un effetto benefico per lo spirito
di ognuno di loro… E quando li vedo ridere
di cuore, so di essere nel posto giusto e di
desiderare di essere solo lì… Per loro e con
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loro… Non avrei mai pensato di svolgere
questo lavoro, io che sono sempre stata una
persona timida e poco comunicativa; adesso
invece non saprei vedermi in un altro luogo
diverso da questo…
Sono passati tanti anni e sei qui…
a fare questo ultimo cammino insieme a me.
Io ascolterò le tue parole affinché possa
trarne insegnamento e tu giovamento.
Sarò lì accanto a te se avrai bisogno.
Ti guardo e vedo la vita che è trascorsa.
Immagino il giovane che eri
e provo a carpire il tuo vissuto…
Ogni ruga dipinta sul tuo volto la sa lunga.
Capelli candidi come un manto di neve
appena caduta.
Ti guardo e vedo un giorno me e
mi fa paura…
La vita scorre come un torrente, talvolta lento
o veloce come il vento.
Adesso tu sei lì ed io qui per te…
Ma un giorno sarò io ad aver bisogno di altri
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Immagino… Chi sarà per me?
Vorrei qualcuno che sappia farmi ridere e
dimenticare
il mio ultimo cammino.
Sabrina Giorgi
Rsa G. Capitani, Montalcino (Si)
169
Le particelle invisibili
…. Che dire ora del mio lavoro? Lo amo
moltissimo, anche se di mattina mi devo
alzare che è ancora notte, se capita
di saltare i pasti, di passare le feste
principali in struttura, se arriva il mal di
schiena o un improvviso scoramento o
se si hanno delle divergenze di idee con
i colleghi. Tutto si supera, perché l’unico
obiettivo è il bene dell’anziano, che è,
e che deve sempre essere, al centro del
nostro lavoro. Durante il tirocinio in varie
strutture, ho vissuto alcune esperienze
negative che voglio raccontare
brevemente.
…. Signora X, 72 anni, affetta dal morbo
di Alzheimer, arrabbiata con i genitori,
secondo lei ancora viventi, perché
l’hanno messa in casa di riposo.
…. È oggetto di scherno da parte di un
operatore e di continui rimproveri per
il suo comportamento. Quando parla
dei suoi genitori, per zittirla, le si dice,
canzonandola, che verranno presto a
prenderla, non si ha pazienza quando
sbaglia, aumentando così in lei il senso
di frustrazione, di tristezza, d’incapacità,
di insicurezza e di confusione. Ricordo
ancora il senso di ingiustizia provato al
posto suo.
170
…. Ogni persona ha diritto a quel
rispetto che nessuna fragilità fisica o
mentale può far venire meno.
.… la gentilezza è d’obbligo con
tutti, anche con chi non ci piace. C’è
differenza fra lavare una persona con
umanità, con un tocco d’amore, e lavarla
in fretta, male, facendola sentire un
peso.
…. A volte bastano 5 minuti, ma servono
moltissimo per farli sentire meno soli e
per restituire loro un’identità vera. E a
noi per capire che trattiamo con persone
che hanno dentro un patrimonio di
esperienza e di emozioni e non solo
un nome, un cognome e un numero di
stanza.
…. Per certi anziani che non hanno più
parenti, noi diventiamo i loro unici punti
di riferimento, diventiamo la famiglia che
non hanno più o che li ha dimenticati.
Hanno un desiderio fortissimo di essere
ascoltati e noi operatori dobbiamo
assumerci anche questo compito, quello
dell’ascolto.
… Quando la comunicazione si avvale
solamente del contatto delle mani, del
tono della voce o dell’espressione del
viso, bisogna fare in modo che questi
siano i nostri strumenti per arrivare a
loro. Un tono di voce dolce e calmo
trasmette serenità e sicurezza. Un tocco
delle mani non brusco e non frettoloso
fa sì che il corpo della persona non si
irrigidisca. Un viso sereno trasmette
protezione e, a volte, riesce a calmare
uno stato di agitazione, che è molto
frequente in chi non ha altro modo di
esprimersi e di manifestare una propria
necessità o un proprio disagio. Ogni
persona è un caso a sé, per questo
per ognuno va studiato un modo di
comportamento diverso.
Sandra Bellino
Casa di Riposo Sacra Famiglia,
Mondovì (Cn)
All’età di 29 anni, dopo dieci anni di
esperienza lavorativa in qualità di operaia
presso un’azienda metal meccanica, in un
momento particolarmente difficile della mia
vita, mi sono rimessa completamente in
gioco come persona, iniziando a svolgere il
ruolo di operatrice di assistenza domiciliare
senza alcuna esperienza in questo settore.
.… Sono trascorsi dieci anni da allora; ho
seguito corsi e ho acquisito le competenze
di operatore socio – sanitario. Da quasi sei
anni lavoro presso una struttura residenziale
a utenza diversificata.
.… Questa professione è prima di tutto una
missione che, giorno per giorno, ci mette
davanti anche a delle difficoltà, a momenti
di stanchezza e qualche volta anche di
frustrazione, ma che nutre l’animo della
persona che la svolge con un certo tipo di
motivazioni e obiettivi.
…. Per quanto mi riguarda, mi auguro di
poter svolgere questo ruolo sempre con lo
stesso entusiasmo e le stesse motivazioni,
com’è stato fino a ora, perché penso che
solo così si riesca a donare tanto di noi a chi
ne ha bisogno.
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Casa di Riposo E. De Gressi, Fogliano Redipuglia (Go)
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Gruppo di operatrici
Residenza Serena, Sanfrè (Cn)
.… Ero appena uscita dalla Scuola per
Infermieri Professionali e, al mio primo
incarico, mi sembrava di toccare il cielo con
un dito, di poter cambiare il mondo anche
solo con un sorriso.
…. Ho dedicato tanta energia e passione a
questa “missione”, a volte a discapito della
mia famiglia.
…. Gli ospiti hanno bisogno di affetto, di
comprensione, di un sorriso, di una carezza,
di un momento di tenerezza, quale un bacio
o un abbraccio, di una parola in più e, a
volte, anche solo di uno sguardo dolce.
Mi è capitato più di una volta di salutare
gli ospiti in soggiorno e di doverli baciare
tutti, perché gelosi se manifestavo un gesto
affettuoso a uno piuttosto che all’altro. Per
loro è importante ciò che fai e come lo fai,
ma soprattutto ciò che sei. Ogni persona ha
un proprio vissuto, una propria dignità,
e nell’anziano la strada dell’esperienza è
lunga e a volte tortuosa, quindi, bisogna
essere in grado di ascoltare senza esprimere
un giudizio, se non chiesto.
…. Basta poco… riuscire a rapportarsi a loro,
dire una parola in più, un gesto in più …per
loro vuol dire essere ancora considerati ed
essere coinvolti nella realtà. È anche vero
che il tempo a disposizione di noi operatori
non è mai abbastanza, ma a volte basta
poco…
172
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Bisogna essere capaci di cogliere l’attimo
fuggente per far felice una persona
e migliorarne la qualità della vita. Mi
commuove, soprattutto, il primo momento
della giornata, quando entro in una stanza
per l’assistenza, accendo la luce, dico
buongiorno con un sorriso e vedo due
belle testoline argentate che mi guardano e
sorridono incuriosite.
…. È vero, il mondo non l’ho cambiato
con un sorriso, ma ho contribuito a far
vivere meglio i miei ospiti e li ho aiutati ad
affrontare la realtà della RSA.
Verena Angelini
Fondazione Talamona Onlus, Talamona (So)
.… Sono quasi 20 anni che presto servizio
come operatore nel sociale e, ancora, mi
chiedo in quale modo entro negli stati
d’animo del mio prossimo e, soprattutto,
degli anziani con i quali condivido 6 ore
della mia giornata...
…. io, 20 anni fa, non volevo proprio questo
lavoro ed ero sicura che nemmeno questo
lavoro volesse me! “Oh ma va là” mi dicevo.
“Ancora qualche mese e troverò un impiego
più dignitoso”.
.… Dopo un lungo cammino percorso con,
finalmente, un po’ di sale in zucca (anzi,
spesso ho dovuto constatare di avere molta
zucca e poco sale) e quintalate di impegno,
condite da delusioni, cadute, amarezza e
contentezza che, a volte, si trasformava
in fugace felicità, la vita mi ha sganciato
finalmente il suo premio: un lavoro che amo!
…. Anni fa ero in vacanza in Egitto e
conobbi un ragazzo che allevava cani da
tartufo in provincia di Asti, era alto all’incirca
un metro e sessanta, una sera mi disse: “Sai,
ci metto così tanta passione nel mio lavoro
che quando sono con i miei cani mi sento
alto un metro e ottanta”. Ecco, la passione
sono quei centimetri che ci mancano e che
tutti possono regalarci, basta volerlo...
Iris Angelini
Cooperativa Il Cigno, Cesena
173
Per caso, come per caso accadono tante
delle migliori occasioni della vita, in un caldo
pomeriggio di settembre del 1983 accettai
la proposta di lavorare per alcuni mesi nella
Casa di Riposo locale.
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…. La prima settimana fu durissima. Allora
i corridoi erano infiniti, angusti e stretti. Le
stanze a più letti amplificavano i lamenti
degli anziani più gravi e la rassegnazione
che traspariva dagli occhi di quelli
più autosufficienti creava un clima di
ineluttabile attesa.
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…. dopo aver lavato, accudito, sistemato
quattro ospiti che dormivano assieme in
una stanza, socchiuse le porte, l’ultimo
sguardo gettato su quello che per me, in
quel momento, era un capolavoro mi fece
innamorare.
La soddisfazione di aver trasformato una
camera in un ambiente accogliente, di aver
preparato un letto confortevole, la pulizia,
l’odore di talco, la calma, una carezza, un
sorriso: tutto questo mi diede la carica. La
fatica non era più così intensa, gli umori, le
sofferenze e anche le lamentele dei colleghi
non erano più così pesanti. Era fatta, la molla
era scattata; mi sentivo importante perché
utile…
…. Assistere non è facile, è fisicità, emozione
psicologica, il coinvolgimento può essere
pericoloso e bruciarti la resistenza…
…. Caratteristica dell’assistenza è la
disponibilità, totale. Perché si realizzi, serve
un gruppo di lavoro dove ognuno possa
esprimere la propria personalità. Un coro
dove tutti cantino la stessa canzone, ma con
voce diversa.
Susanna Lo Giudice
Centro Servizi per Anziani, Monselice (Pd)
174
.… Nel 1983 iniziai il lavoro in questa
casa di riposo come ASA: non per
scelta, non per passione, ma solo per
caso. L’impatto iniziale fu, a dir poco,
sconvolgente!
…. L’inizio fu difficile: non avevo tempo
di chiedermi dove fosse l’anima! Però,
con il trascorrere dei giorni, gli stanzoni
da venti letti stavano diventando
persone: grasse, magre, simpatiche e
anche un po’… “fuori di testa”.
…. Sono passati 27 anni, non ho
risposte per tutto. Mi sono rassegnata
al non capire le dinamiche che
uniscono noi colleghe, ma penso di
aver capito dov’è l’anima di questo
lavoro: IO SONO L’ANIMA!
Quando Paola, la mia paziente, si tocca
la pancia e non è in grado di dirmi che
vuole andare in bagno, io leggo il suo
bisogno e lo soddisfo.
Ogni volta che succede questo, mi
sento gratificata e penso che le scelte
dei dirigenti possono sicuramente
aumentare la qualità del servizio,
ma il benessere quotidiano solo noi,
operatori assistenziali, lo possiamo
dare, con il nostro tono di voce e con
piccoli gesti quotidiani.
… Non dico che lavoro bene perché
sarebbe presuntuoso, continuo il mio
percorso, tenendo ben presente che il
benessere di queste persone dipende
da me. Allora mi accorgo che l’anima di
questo lavoro è tutta qui!
Vorrei concludere questo breve racconto
con una testimonianza, lasciataci dal
parente di un ospite deceduto presso
la nostra struttura, che riflette la
percezione che qualcuno ha avuto della
“passione di assistere”.
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“Oggi ho accompagnato mio padre
al cimitero. Dal 2007 era ospite
dell’Ospizio Soldi…
In questi anni siete stati i suoi angeli
custodi. Quando mio padre entrò in
ospizio, ero diffidente, avevo paura che
lo avreste trattato male. Mi sono dovuta
subito ricredere. Ho scoperto un mondo
che da fuori nessuno può immaginare.
Attenzione, pazienza, dedizione sono
ovunque, fra il personale sanitario e
quello amministrativo.
Ma la scoperta più bella è stata che mio
padre aveva dei nuovi amici, persone
ricoverate come lui o che venivano a
trovare altri ricoverati e che si fermavano
a salutare il Professore.
Stamattina, lasciando per l’ultima volta
i Soldi, mi sono voltata a guardare
l’edificio vecchio e l’ho salutato come
si saluta una casa. Una casa abitata da
tanti, dolci angeli custodi”.
Maria Raso
Cremona Solidale, Cremona
175
…. Una professione, la mia, che
paragono a un bel vestito, scelto con
cura e cucito apposta per me.
Mi considero un “artista”… sì… “l’artista
della mutanda”!!! In questo modo ci
definì molto simpaticamente un anziano
ospite di una casa di riposo, dove allora
lavoravo, era l’anno 2001.
Ma lasciate che vi parli degli esordi della
mia “carriera” di Oss.
Nel settembre del 1999 cominciai il
corso, durante il quale acquisii nozioni
basilari e un’infarinatura di quella che,
poi, sarebbe divenuta la mia professione
di “artista della mutanda”. Un’esperienza
faticosa sotto tutti i punti di vista ma
indimenticabile.
Fu un anno pieno di riflessioni.
…. Al termine del corso, nell’ottobre del
2000, ricevetti una proposta di lavoro
in una casa di riposo e accettai. Come
immaginavo, non fu facile. Era tutto
nuovo per me, ebbi alcune difficoltà, sia
a integrarmi col gruppo di lavoro sia a
interagire con l’anziano.
176
…. Curare l’anziano significa
principalmente prendersene cura e
migliorare la qualità della sua vita.
Secondo il dizionario, “lo zingarelli”, la
definizione di empatia è: “Un fenomeno
per cui si crea con un altro individuo una
sorta di comunione affettiva in seguito a
un processo di identificazione”. Per così
dire: mettersi nei panni dell’altra persona
e, di conseguenza, identificarsi in lei…
Spesso mi domando: “Se fossi io al
suo posto? In che modo vorrei essere
trattata?”. Questo mi aiuta a mettere
continuamente in discussione il mio
agire.
Maria Giustina Marsotto
Casa di riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
.… Il bilancio di questi dieci anni? Posso
dire con certezza che la mia professione
è più completa e soddisfacente.
…. Nel corso degli anni ho avuto la
possibilità di lavorare con persone che
mi hanno dato tanto dal punto di vista
professionale e umano.
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…. La qualità dei servizi resi all’anziano è
il risultato di un’organizzazione che non
lascia niente al caso, certo, disposta al
cambiamento se ciò si rende necessario,
ma pianificata a tavolino.
Miriam Piga
Istituto Assistenza Anziani, Verona
177
La mia giornata:
cosa significa lavorare
come operatore
…. Parlare di sé non significa solo raccontare il
proprio passato e le proprie scelte di vita. Implica
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narrare anche del presente, di cosa voglia dire, di fatto,
lavorare in una casa di riposo. Gli operatori descrivono
la loro giornata: leggendo questi brani, il lettore è
catapultato all’interno della struttura, riesce a seguire
l’operatore e a rendersi conto di quante innumerevoli
attività si debba occupare durante il suo turno.
…. Un buongiorno sorridente e brioso è
quello che ci vuole per far iniziare bene una
giornata ai nostri ospiti. Al mattino, i primi
gesti dell’operatore sono: entrare nella
stanza, aprire la finestra e dare il buongiorno,
generalmente accompagnato da rinforzi
meteo. “Buongiorno, oggi è una bellissima
giornata di sole”: da questa semplice
informazione inizia una breve chiacchierata,
il tutto mentre si praticano le cure igieniche
mattutine, soddisfando il più possibile le loro
esigenze personali…
…. Il momento dei pasti è uno dei più
importanti della giornata, durante il
quale gli ospiti si ritrovano tutti assieme.
Diventa quindi fondamentale la presenza
dell’operatore, che stimola, coinvolge,
media, “spegne” le varie discussioni che
sorgono tra gli ospiti, che purtroppo sono
obbligati a convivere tra loro…
nell’immediato, ma si sa che
ognuno mette al primo posto le
proprie esigenze e non sempre
accetta un “tra cinque minuti”…
.… Il bagno assistito è uno dei
momenti più difficili per noi, perché
molti ospiti tendono a rifiutarlo con le
motivazioni più disparate…
…. La giornata si chiude con la messa a
letto. Questa operazione, per la maggior
parte degli ospiti, soprattutto per chi è in
sedia a rotelle, è a carico dell’operatore…
si sistema bene la camicia da notte, si
tolgono e si lavano i denti o la dentiera, si
ripongono le loro cose nel modo giusto…
.… Nell’arco della mattinata e del
pomeriggio gli ospiti partecipano alle varie
attività proposte da animatori, educatori e
fisioterapisti. Queste attività sono spezzate
dal coffe/break e/o dalla merenda, anche
questi momenti sono motivo di relazione e
cura…
…. La notte è fatta per lo più di
sorveglianza… ma, a volte, succede che
chi non riesce a dormire chiami, chiedendo
l’intervento dell’infermiere. La terapia al
bisogno non è sempre possibile, allora
passiamo qualche minuto insieme all’ospite,
dandogli qualcosa di caldo da bere e
facendo una piccola chiacchierata che
lo tranquillizza e concilia il sonno, fino al
mattino, quando inizia una nuova giornata,
con il nostro sorridente e brioso Buongiorno.
…. Durante la giornata, mentre noi
svolgiamo le nostre attività, succede che
qualcuno ci chieda qualcosa di extra,
che non sempre si riesce a soddisfare
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piano, per stimolarli a parlare un po’ (perché
purtroppo molti di loro non hanno più
tanta voglia di farlo), chiedo loro se hanno
sognato qualcosa, se hanno ancora sonno,
quasi sempre dico che giorno è…
Mi chiamo Simona. Sono un Operatore
Socio Sanitario da otto mesi.
Lavoro in una struttura per anziani: la Casa di
Riposo “Don Bartolomeo Rossi” di
Villanova Mondovì, in provincia di Cuneo.
E questa sono io agli occhi del mondo.
Ma ai miei occhi sono semplicemente
Simona, una O.S.S. che, quando si sveglia
per andare al lavoro è contenta perché sa
che, per poco che farà, sarà qualcosa fatto
per aiutare qualcuno.
.… Ma che cosa mi sono trovata davanti?
Una realtà completamente diversa da
quella prospettata durante il corso e che non
riuscivo a percepire concretamente; cioè,
l’utente, il bisogno dell’utente.
ln pratica, il pannolone lo metti alla persona,
però tu non hai a che fare con il pannolone,
ma con la “persona” alla quale lo devi
mettere! Non so se riesco a spiegare bene
quello che voglio dire.
…. Nell’alzata, per esempio, gli anziani
sono ancora tanto assonnati, perciò, piano
180
…. L’igiene devo farla al meglio e questo
perché se fossi io anziana e dipendessi
da qualcuno nel farmi lavare CHE COSA
PENSEREI o CHE COSA POTREI FARE se
non mi lavano bene?
…. Anche il pasto può essere qualcosa
di più che mangiare semplicemente una
pietanza.
La prima cosa che chiedo loro, se possibile,
è quello che preferiscono. Mentre servo,
cerco di tenere tutti sotto controllo, guardare
se ci sono problemi, chiedere se va tutto
bene.
…. Alla fine del pasto, una cosa che non
tralascio di fare è quella di pulire i tavolini
delle carrozzine e le mani di chi magari ha
più difficoltà a mangiare e noto che è un
gesto che fa piacere.
proprio davanti alla sua intimità e, diciamo
che se “se la gioca bene”, riesce a ottenere
la sua fiducia.
…. La messa a letto è un’altra occasione in
cui si può parlare un po’, ma è un momento
complicato per noi operatori in quanto gli
ospiti sono stanchi ed è come se avessero
fretta di dormire e, quindi, sono più nervosi
ed esigenti. Con alcuni di loro, a volte, non è
per niente facile relazionarsi.
Mentre li svesto chiedo loro come hanno
trascorso la giornata...
…. dopo averli coricati e sistemati bene,
anche se so che non è molto professionale,
mi avvicino ad alcuni di loro e mando un
bacio o, a volte, do una carezza. È un piccolo
gesto d’affetto che non possono ricevere più
…. Trovo che il bagno sia un’ottima
da nessuno, perché i loro parenti non ci sono
occasione di socializzazione, di conoscenza
tra l’ospite e I’operatore. ln questa situazione alla corica. Alcuni, poi, non hanno più nessun
familiare. E, oltre a far piacere a loro, fa tanto
I’ospite si trova “a nudo” e l’operatore è
tanto piacere anche a me!
…. Molte persone mi dicono che questa mia
visione del lavoro con il tempo cambierà,
che la routine giocherà un ruolo importante,
in quanto andrà a minare le mie motivazioni,
che verrà il giorno in cui la mia pazienza
partirà per luoghi lontani... che all’inizio si
parte con I’idea di cambiare la casa di riposo
e il mondo intero, però poi...
In un’epoca di tasse colossali, una di quelle
che paghiamo di più è I’ IVA, imposta valore
aggiunto. Ebbene, io mi sono autotassata
per la vita, perché l’impegno che ho preso
con me stessa è quello di “pagare” questo
valore aggiunto alle persone con le quali
lavoro e questo valore aggiunto è fatto
per me di tutte quelle piccole cose che ho
descritto e faccio nei loro confronti.
IL MIO SCOPO NON È QUELLO DI
CAMBIARE IL MONDO FUORI, MA È
QUELLO DI NON CAMBIARE MAI DENTRO
DI ME, I MIEI PRINCIPI, I MIEI OBIETTIVI,
IL MIO MODO DI FARE.
…. All’inizio di ogni giornata che vado
ad affrontare, infatti, mi ripeto sempre
questo aforisma: mi sveglio sempre in
forma e mi informo attraverso gli altri. La
giornata in Casa Protetta inizia sempre
molto presto, in modo particolare per gli
anziani che, poco dopo l’alba, iniziano a
sentire i nostri spostamenti con carrelli vari,
il nostro vociferare nei corridoi e l’entrata
nella stanza per effettuare la loro igiene e
l’alzata. Ogni ospite è a sé, in quanto ha
le proprie abitudini, i propri rituali, i propri
tempi da rispettare.
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…. Inizia così la triste toilette del mattino…
Durante questo intervento, avviene uno
scambio di parole, un dialogo, per cercare
di coinvolgere la persona.
Si prosegue con la vestizione…
…. Un altro momento significativo è quello
del pranzo o cena che sia: distribuisci
i pasti a ognuno di loro, rispettando i
loro gusti personali, aiuti la persona che
necessita di tale intervento. Il momento è
un po’ caotico, tutti vogliono tutto subito.
Alla fine del pasto, si accompagnano tutti
gli ospiti fuori dalla sala da pranzo, le
persone autonome fanno da sole. Dopo
di che, li accompagniamo tutti a letto
per il riposino quotidiano. Il pomeriggio
si ripetono più o meno le stesse fasi
dell’assistenza del mattino. Si arriva così
al dopo cena, quando inizia il rito della
messa a letto, della buonanotte, per una
giornata che, di solito, inizia molto presto.
…. I gesti verso le persone alle quali noi
diamo una mano quotidianamente le
fanno certamente stare meglio, ma una
parola a ognuno di loro, per noi è nulla,
per loro tantissimo.
Nara Marchetti
Casa Protetta Villa Richeldi, Concordia sul Secchia (Mo)
Simona Mineo
Casa di riposo “Don Bartolomeo Rossi”, Villanova Mondovì (Cn)
181
Andrea Corradini
10 anni, nipote di un ospite
…. La mia suona esattamente alle 4:30
(ma devo precisare che il mio caso non fa
testo), ormai da ventitre anni!…
…. Raggiunto il piano con l’ascensore,
spalanchi la porta di entrata al reparto e
vieni puntualmente raggiunto dagli aromi
tipici del mattino (il fornaio è lontano!),
combinati con i lamenti di chi, alle cinque
e trenta, era nella lista dei clisma!
Questo è sempre il nostro buongiorno e
loro sono pronti per essere aiutati a vivere
una nuova giornata insieme con noi.
…. Certo, non è una professione semplice
e loro, ogni giorno, mettono alla prova la
nostra integrità psicologica e fisica!
.… Devi imparare presto a essere un sacco
di persone: dall’assistente al consolatore,
dal diplomatico allo psicologo, ogni volta
una personalità diversa!
un personaggio, direbbe qualcuno.
…. fino a un momento prima che qualche
operatore le si avvicina, braccia e gambe
si muovono, compiendo azioni degne di
una vera ginnasta…
…. Riesce persino a spogliarsi, dopo
che l’hanno vestita, pronta per essere
mobilizzata col sollevatore e calata in
carrozzina.
Ma il bello di tutta questa storia arriva
sempre quando entriamo in scena noi:
come d’incanto, lei smette di avere
qualunque reazione e inizia a recitare
la parte che l’ha resa famosa ai quattro
angoli del reparto: la finta morta!
…. Secondo voi, quale sentimento ci
assale, ogni giorno, con la signora Alice?
Due, per la precisione: sconsolatezza e
rassegnazione! Ma questa è lei, questi
sono i tratti caratteriali che la distinguono
.… ti mette molte volte nella condizione in dalla signora Caterina!
cui diventi il coniuge, il fratello, il vicino di
casa, ma anche una cugina o una nipote
.… Potrei dire che, in una normale
che si è appena messa il fondotinta,
settimana di lavoro, è diplomatica per
ricevendo anche dei complimenti!
almeno 120 minuti… E pensare che
quando ti alzi al mattino è proprio,
…. Alcuni di quelli che c’erano quando ho diciamo così, leggera!
iniziato qui ci sono ancora, per esempio la La sua compagna di stanza è la signora
signora Alice.
Elsa e non potrei proprio non menzionarla.
Donna di carattere, inutile dire che l’ultima
…. è ancora una persona piena di risorse, parola è sempre la sua, magari potrei
182
aggiungere che di solito gliela lasciamo,
ma mentirei spudoratamente…
…. Poi c’è Lui, sì, proprio scritto così, con
la elle maiuscola, e non c’è assolutamente
bisogno che ne scriva il nome, in quanto
tutti sanno di chi si tratta, visto che la sua
fama e le sue azioni lo precedono!
…. Ogni mattina entriamo nella loro
stanza dando loro il buongiorno,
pronunciandolo con tono, come dire,
positivo, chiedendo loro come hanno
passato la notte, notizie sul tempo che
fa dietro la tapparella appena alzata, per
iniziare con la loro igiene, la vestizione e
quanto serve alla loro persona, alla loro
dignità.
.… Noi diventiamo il diario vivente di vite
difficili, povere, di tante confidenze…
…. No, non è un lavoro semplice il nostro,
ma tutto quello che facciamo ha sempre
un primo e solo obiettivo: farli sentire
delle persone che hanno ancora un posto
nel mondo, anche se quel mondo diventa
la loro stanza e il resto della struttura.
.… Poi arriva la sera, dopo cena inizia la
migrazione, ognuno va e viene portato
verso la sua camera, è il momento
dell’allettamento e se qualcuno pensa
“sarà il momento più tranquillo, ormai loro
183
sono stanchi e spossati da una giornata
sempre molto iperattiva..” vi rispondo
così: “Secondo me sono caduti in una
pentola di red bull!”.
Il momento dell’allettamento serale,
al contrario, li ricarica! Il reparto viene
percorso e scosso dalle urla di una, alle
quali rispondono gli insulti dell’altra,
che vengono coperti dalla televisione
col volume modello cinema dalla stanza
di un’altra ancora, provocando così l’ira
funesta dell’ospite accanto, il quale non
può dormire, e vorrebbe poter camminare
perché così farebbe fuori tutti!
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Incontro Pasquale, ci salutiamo.
“Vedi se mi sono fatto bene la barba,
che non ci vedo”. Lo rassicuro: “Sei
sempre un bell’uomo”. Gli sistemo il
colletto della giacca. “Guarda, allora
sì che ero un bell’uomo!”. Estrae dalla
tasca un portafoglio logoro, ma che
racchiude quello che lui ha di più
prezioso, una foto di sessanta anni fa,
ci sono lui e la sua morosa. “È vero,
eri bello e ti sei preso la più bella del
paese”. Sorride e ripone il suo tesoro.
E domani sarà lo stesso, perché
mentre se ne va col passo incerto
e un po’ curvo, ha già dimenticato
quello che è appena successo.
Continuo il mio lavoro: il solito
gesto da mesi, da settimane,
giorni, ieri, oggi…
… Sono le 20.30. Chiudi gli ultimi
sacchi, sistemi i carrelli, raccogli le ultime
cose, rimetti tutto secondo un ordine
prestabilito.
Da sessanta secondi, improvvisamente,
magicamente, miracolosamente tutto
tace, sembra proprio che ci sarà un po’
di tregua, ma proprio in quel preciso
momento, nel silenzio più totale, un
campanello suona. Alzi lo sguardo per
vedere chi è, ma lo sai già: è Lui (e sono le
20:35)! Buonanotte…
Gianluigi Rossetti
Istituto Emilio Biazzi, Castelvetro (Pc)
Maurizio Cairoli
RSA Villa S. Fermo, Como
184
La mia giornata inizia presto, mi alzo
prima delle sei, faccio colazione e parto
per la mia seconda vita.
Già, io dico che vivo due vite, la prima
dove sono moglie e madre, la seconda
quando arrivo al lavoro; sono addetta
alle pulizie in una casa di riposo.
Infilo la divisa, timbro, comincia il turno.
Prendo il carrello e inizio il mio solito
giro.
I gesti del mio lavoro da anni, da mesi,
settimane, giorni, ieri, oggi…
Arrivo da Rita e. mentre spolvero.
trovo un bicchiere di plastica con un
fondo di caffè. “Rita, da quanto tieni
questo bicchiere? Lo butto, sai che non
devi tenere avanzi che poi ti dimentichi
che li hai”. “Butta, butta, lo so che lo
fai perché mi vuoi bene”. “Dai, esci,
che devo lavare, altrimenti rischi di
scivolare”.
Mentre esce, comincio a lavare per
terra: il solito gesto da settimana, da
giorni, ieri, oggi…
Passo per la saletta visite, c’è Italo,
100 anni l’anno scorso, che canta a
squarciagola la canzone della Cinquetti
“Non ho l’Età”. “Italo, vuoi far
nevicare?”.
Salgo al primo piano, entro in un bagno,
apro la finestra, fuori comincia a cadere
qualche fiocco di neve.
Sorrido, mentre pulisco lo specchio: il
solito gesto sempre, ieri, oggi…
arrivata qui.
97 anni, ci vuole pazienza a cambiare le
regole di una vita.
Spazzo e lavo il pavimento: il solito
gesto, ieri, oggi…
Il mio turno sta per finire, riordino e
ripongo il carrello.
Timbro, mi cambio. saluto.
Il solito gesto da anni, da mesi,
settimane, giorni, ieri, oggi… domani…
Esco: ecco da questo momento
riprendo la mia prima vita con altri gesti,
emozioni, parole.
Ma domani sarò di nuovo qui, con
queste persone che per caso sono
entrate nella mia vita, ma non per caso
resteranno nel mio cuore per sempre.
Maria Francesca Rizzato
Casa di Riposo S. Giorgio, Casale Scodosia (Pd)
Irva è arrivata da poco, abbiamo un
occhio di riguardo per i nuovi arrivati,
devono imparare le regole della casa.
Mentre spolvero il comodino, le chiedo
se la foto è di suo marito. No, lei non
si è mai sposata, l’uomo è il suo papà,
lei ha 97 anni – caspita li porta proprio
bene - abitava ancora da sola, ma è
caduta e, anche se non è successo
niente di grave, i suoi familiari hanno
paura che accada di nuovo e così è
185
Gocce di sogni
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…. con passo spedito mi avvicino alla casa
di riposo dove lavoro. È ancora buio, le
strade sono deserte, è mattino presto.
…. Tutto tace, tutto dorme. È una vecchia
casa, osservo, e anche un po’ scomoda,
disposta com’è su piccoli piani. Ma da
quando faccio questo lavoro, in nessun
posto sono stata bene come qui.
.… L’infermiera usa le ultime energie
rimaste per leggerci quel che è
successo durante la notte e ci
aggiorna sulle ultime decisioni
dell’equipe.
…. Come al solito, mi segno i bagni
programmati sul piccolo notes che
ho nel taschino della divisa… Ho
potuto verificare spesso come
faccia comodo averli scritti e
sottomano. Il referente di oggi,
uno dei pochi colleghi maschi, ci
ha già diviso in coppie.
.… Siamo arrivate, cominciamo
nella stessa stanza, Vittoria
si avvicina a Giovanna ed
io a Laura. Sono entrambe
sveglie. Due parole, è vero
che son sempre le solite,
186
“Buongiorno Giovanna, o Laura, o Bice…
Hai dormito bene?”. E poi: “Ti aiuto ad
alzarti, così poi scendi per colazione. Hai
fame?”. Ma le risposte cambiano.
Mentre le nostre mani si muovono veloci
nel fare l’igiene (abbiamo dei tempi
di lavoro da rispettare), i nostri occhi
osservano, cercando di cogliere qualsiasi
anomalia nella respirazione, nella postura,
qualsiasi variazione dello stato cognitivo
ed emotivo, possibili arrossamenti o
lesioni della pelle, e la nostra voce dà brevi
informazioni per facilitare la collaborazione
reciproca.
…. La prendo per mano, accarezzandola
con dolcezza e la guardo, abbozzando un
sorriso. “L’amore è la cosa più bella del
mondo” le dico con semplicità, “e il suono
di quella campanella è amore! È un ricordo
bellissimo e speciale e nessuno potrà mai
portartelo via. Ma l’amore è anche ora, qui
con me, con noi, Laura fammi un sorriso”.
…. Poi le asciugo una lacrima, Laura mi
sorride a sua volta e mi abbraccia.
.… È pomeriggio, abbiamo già alzato chi
è andato a riposare, e ora, con Roberta,
stiamo distribuendo le merende. Roberta
mi ha appena detto che, secondo lei, non
è professionale dare troppa confidenza a
chi assistiamo… Mi ha visto mentre ridevo
con Lucia, mentre l’abbracciavo e le davo
un bacio.
GRR! Questa parola “professionale” è così
inflazionata, penso tra me. Non so se la
sua è paura, gelosia, invidia, o se è solo un
modo per mettere in mostra il suo sapere.
Tra le tante cose che poteva dirmi, ha
scelto la peggiore. Roberta è una collega
molto menefreghista, io non voglio fare
polemiche inutili così non le rispondo.
.… Quando lo accompagno a letto,
il pomeriggio, e mi chino su di lui,
per aiutarlo a spostarsi verso l’alto e
appoggiare la testa sul cuscino, mi
abbraccia forte, mi dà un bacio e poi
diventa tutto rosso…
…. Ho da poco iniziato il turno di notte.
Sto preparando il materiale per i bidet del
mattino: in fondo a ogni letto lascerò un
telino, una salvietta, il giusto pannolone e
un asciugamano piccolo.
.… Entro in ogni stanza, portando con
me il materiale che ho preparato, e trovo
ordine e pace. Ringrazio mentalmente
le colleghe del pomeriggio: i vestiti
sono ripiegati sulle sedie, le coperte ben
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rimboccate, i corpi distesi nei letti sono
rilassati e ben posizionati.
…. Le rimbocco le coperte: “Grazie
Valeria”. È così dolce, questa fragile
nonnina. “Grazie a me?”. “Ma perché mi
dici grazie?” Mi guarda attentamente,
vuole capire… “Grazie della fiducia che
mi dai. È splendida, proprio come te, ed
io cercherò di continuare a meritarmela.
GRAZIE. E adesso cerca di dormire, è
tardi… Buonanotte principessa”. Lei
annuisce, so che ha capito, spengo la Tv
ed esco, lasciando la porta socchiusa.
…. Laura, Antonio, Valeria e tanti altri…
Ognuno di loro è unico, con ognuno ho
costruito nel tempo un rapporto semplice,
minimo, ma che si arricchisce e si sviluppa
a ogni incontro.
…. Un sorriso, una parola, un abbraccio
e, qualche volta, anche solo uno sguardo
aprono la strada alla comunicazione,
sollevano la solitudine. Essere capito
nel proprio dolore rende ognuno più
coraggioso nel sopportarlo e più capace
di guardare al di là di sé.
…. Ognuno di loro ha bisogno di dare, di
comunicare per sentirsi ancora vivo. Che
cosa non importa. Quel che importa è il
rapporto.
…. Ognuno di noi ha o può trovare i suoi
canali per costruire relazioni positive, con
fantasia, con gioia, esprimendo se stesso.
…. Le mie gocce di sogni mi fanno
sorridere con loro, vincendo la paura, il
dolore, la solitudine.
Le mie gocce di sogni sono fatte
dell’amore che loro mi hanno insegnato.
Manuela Turchetti
Rsa Casa Famiglia Gruppo Spes, Trento
187
….
C’è chi racconta una settimana tipo. Che cosa
succede giorno dopo giorno nella casa di riposo?
Come si articola la vita in struttura? Ecco alcune
possibili risposte a queste domande.
La vita nella Casa
di Riposo
…. Si vive bene. Il clima è vivace e familiare.
Quando parto da Lecco, ogni giorno, ho
sempre voglia di venire qui. Quando varco il
cancello, ho voglia di entrare.
E questo, per il clima. C’è un movimento
continuo di cose e di persone, che si
incrociano, che entrano in relazione e che si
conoscono e si parlano.
Molti sono affezionati a questo posto.
E questo clima è facilitato certamente dalle
ATTIVITA’ che vengono scelte insieme alle
persone e a misura delle persone.
…. Io ho ben presente in me l’orario, il
giorno e il luogo relativi a questo preciso
momento, ma so che dove sto andando
questi dati così concreti e inopinabili sono,
188
invece, qualcosa di extra e di aggiuntivo,
sono qualcosa di relativo.
Qualcuno li conosce (pochi) e qualcuno no
(tanti) e, per questo motivo, varcando quella
soglia, tali dati diventano automaticamente
non rilevanti, forse addirittura non veri.
…. La condizione spazio temporale e
cognitiva nella quale vivono gli anziani
che curiamo, assistiamo, seguiamo
e accompagniamo in questa Casa è
una condizione diversa da quella che
conosciamo noi soggetti ordinari.
…. In questo senso, se uno ci pensa bene,
entrare in questa Casa può significare,
generalmente, entrare in un altro mondo.
Stare con loro significa stare con qualcuno
che è sicuramente in un’altra dimensione.
…. Per ciascuno di noi, in effetti, il luogo e il
tempo di vita in cui siamo sono comunque
relativi: a volte, mentre siamo al lavoro, la
nostra mente è collocata in un altro posto.
Altre volte, mentre è lunedì, il nostro
animo va al giorno prima o si proietta nel
futuro. Altre ancora, siamo con qualcuno e
contemporaneamente siamo con qualcun
altro che non è li.
.… Allora, cosa ci distingue dagli anziani
di questa Casa che vengono diagnosticati
come dementi e che abitano “fuori dal
tempo e dallo spazio”, senza apparenti
connessioni regolari con il resto del mondo?
…. Il lunedì
Il lunedì, l’attività che proponiamo è il QUIZ.
volta, di lavorare insieme.
…. Il mercoledì
Il mercoledì, l’attività è quella del CANTO.
…. Il venerdì
Il venerdì mattina, in Casa, leggiamo ad alta
voce per tutti. Leggiamo il giornale, libri di
vario genere, riviste, articoli specifici.
…. Le feste
Una volta al mese, di sabato o di domenica,
in Casa organizziamo una festa.
È festa ogni festa, perché arrivano parenti
che durante la settimana lavorano, perché
a pranzo ci sono cose speciali, perché
generalmente arrivano anche i bambini.
.… Io sono il medium della gratificazione:
a ogni nome che mi viene rimandato
corrisponde sempre un “BRAVA”, “BRAVO”,
“BENE”, “OK!”.
…. Il giornalino quadrimestrale
Una volta ogni quattro mesi esce il nostro
giornalino. Questo giornalino si intitola
“Mi conosci me?” perché anni fa, in Casa,
abitava un signore che a tutte le persone
che gli si avvicinavano chiedeva: “Mi conosci
me?”, così che gli si poteva rispondere
sì o no e lui interagiva ma, soprattutto, si
ricordava di esserci, veniva visto. Così, il
nostro giornalino ricorda al mondo che ci
siamo e porta un po’ di mondo in Casa.
…. Il martedì
Il martedì, in Casa, proponiamo il
Laboratorio Artistico Espressivo. Si tratta di
mettersi tutti in cerchio e, come si faceva una
…. Un sabato al mese
Un sabato al mese, un gruppo prezioso di
volontari propone e gestisce la visione di
un film. Questa attività si intitola “Cinema in
Qualcuno suggerisce un proverbio, una frase
famosa oppure un modo di dire, a volte
persino un salmo, ed io riempio un grande
foglio con caselle che corrispondono alle
parole.
Casa” ed è amata da una ventina
di persone.
.… Una nuova animazione
Animazione, quindi, significa oggi
anche stare, oltre a fare.
Al centro può non avere più le
attività, ma la relazione e le relazioni.
…. Allora, oggi, più di prima,
l’animazione può essere il punto di
riferimento del progetto di vita di una
casa e non un progetto all’interno della
Casa.
…. Il compito diviene, allora, quello di
diventare punto di riferimento per tutti i
soggetti coinvolti, di regia delle azioni, di
garanzia del progetto stesso, nonché di
facilitatore dei processi di collegamento e di
coinvolgimento.
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189
….
Gli operatori entrano nel dettaglio e descrivono
nei particolari la vita in casa di riposo. Più che di
una giornata tipo, parlano di un’assistenza tipo: come
affrontano un determinato caso e quali sono le ragioni
che motivano le loro decisioni.
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…. Il signor Angelo (nome di fantasia)
ospite del nostro C.D.I. manifesta,
soprattutto nelle prime ore pomeridiane,
marcato wondering. A nulla valgono le
varie proposte del personale finalizzate a
tranquillizzarlo e farlo rilassare in poltrona.
Angelo si veste di tutto punto e vuole
andarsene a casa. Quando gli viene
fatto presente che il pulmino non partirà
prima delle 16:30 inizia a manifestare
atteggiamenti di aggressività sia verso gli
altri sia verso se stesso.
…. L’osservazione ci ha portato a
evidenziare che, costantemente, quasi
subito dopo il pranzo, Angelo, che durante
la mattinata è sempre tranquillo e accetta
di partecipare alle varie attività, vuole
tornare a casa, insistentemente vuole
tornare a casa.
Perché vuole tornare a casa in modo così
insistente proprio in quell’orario specifico?
Di che cosa ha bisogno? Cosa non riesce
a trasmetterci? Queste sono le domande
che l’equipe assistenziale si pone.
Maura Rinau
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Anna ed Emili
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Piasco (Cn)
…. Scopriamo che il contatto fisico e
l’accarezzamento lo tranquillizzano: “cerca
affetto, cerca contatto umano, cerca
calore”.
Dopo un colloquio con i familiari,
scopriamo che Angelo amava gli animali
e che, spesso, passava del tempo in
poltrona accarezzando il gatto di casa.
…. Angelo riposa per una buona mezz’ora.
Quando si sveglia, il suo umore è
nettamente migliorato, è sereno, sorride e
accetta di rimanere in struttura senza più
manifestare aggressività.
È bastato davvero poco per rendere la
permanenza di Angelo in struttura più
serena e a misura d’uomo. È bastato
guardare al di là del sintomo, per cercare
l’origine del disagio. Non sempre questo
sforzo di guardare oltre è patrimonio delle
equipe di cura. Nel caso di Angelo ciò è
stato fatto ed io sono fiera di appartenere
a questa equipe.
Adriana Belotti
Casa di riposo Caprotti Zavaritt, Gorle (Bg)
191
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193
Ringraziamenti
libro non avrebbe mai potuto essere realizzato se gli operatori non
…. Questo
avessero partecipato con entusiasmo al concorso: per questo, uno speciale
ringraziamento va a loro, agli operatori- autori, che ci hanno fatto capire che
cosa significa prendersi cura e assistere con passione.
Un grazie anche a SCA Hygiene Products, per aver riconosciuto il ruolo
sociale degli operatori e l’importanza del loro lavoro con un concorso
dedicato e con questo libro.
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Grutti!
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Se l’intero progetto ha avuto un così grande successo, è stato merito anche
del sostegno e dell’impegno della forza vendite institution di SCA, che l’ha
condiviso e l’ha promosso nelle case di riposo, e del team del Sales Support
di SCA, che l’ha seguito con grande passione e professionalità in ogni sua
fase: per questa ragione, a loro va un ringraziamento particolare.
Grazie anche a Ermellina Zanetti, Antonio Sebastiano e Silvia Finazzi: i giurati
che hanno letto, esaminato e valutato tutte le testimonianze.
Con attenzione, emozione e partecipazione hanno selezionato il materiale,
eleggendo i vincitori.
Infine, un ringraziamento a Cristiano Guenzi per il progetto grafico
e l’impaginazione e ad Arti Grafiche Fiorin per la stampa del volume.
195
SCA HYGIENE PRODUCTS S.p.A.
Via S. Quasimodo, 12
20025 Legnano (MI)
Telefono: 0331 443811
e-mail: [email protected]
www.TENA.it
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