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Cari lettori - figliedisangiuseppedigenoni.it

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SOMMARIO
Paolo Veronese.
Resurrezione di
Cristo
(olio su tela
del 1570)
Gemäldegalerie,
Dresda
3
4
Marco Cardinali
Il MOndO dI SAn GIuSeppe
Il mondo di chi
“parla il nome”
don Antonio pinna
6
SpIRItuAlItà del FOndAtORe
Il tabernacolo
don Antonio donghi
10
pAROlA e CelebRAzIOne
l’eucaristia come memoriale
don Carlo Cani
12
RIFlettIAMO Su...
della gioia del Vangelo
al Vangelo della gioia
Mons. Ignazio Sanna
14
Le Figlie di San Giuseppe
BOLLETTINO BIMESTRALE
¨ la spiritualità di San Giuseppe e del Ven. Padre Felice Prinetti;
¨ espressa nella vita dell’Istituto;
¨ operante nella Chiesa.
16
DIRETTORE RESpONSABILE: Dr. Marco Cardinali
Madre Maria daniela
40
pReGhIAMO peR...
42
RIFletteRe e... SORRIdeRe
Il barilotto
bruno Ferrero
HANNO COLLABORATO
Mons. Ignazio Sanna, Madre Maria Daniela Cubadda,
Don Antonio pinna, Don Antonio Donghi,
Don Antonello Mura, Don Carlo Cani,Don Giuseppe Spiga,
Marco Cardinali, Myriam Deidda.
le comunità raccontano
Cronaca di un viaggio
previsto e imprevedibile
REDAzIONE: Le Figlie di San Giuseppe
Via Carmine, 34 - Tel. 0783 78357 - 09170 ORISTANO
e-mail: [email protected] - C.C.p. n.14305098
ABBONAMENTI 2014
Italia: Annuale ordinario € 15,00 - Sostenitore € 30,00
Una copia € 2,00 – Estero: annuale ordinario € 25,00
VItA dell’IStItutO
AFRICA
UFFICIO ABBONAMENTI: Suor Maria Lucis Scema
Autorizazzione del Tribunale di Oristano n.15 del 16/12/1960
barumini: la parrocchia
dell’Immacolata Concezione
ItAlIA
RESpONSABILI DI REDAzIONE:
Suor paoletta Meloni - Suor Antonia Deidda
pROGETTO GRAFICO, STAMpA, CONFEzIONE, SpEDIzIONE:
Grafiche Sant’Ignazio srl - 09025 SANLURI (VS)
Via Carlo Felice, 116 - Tel.-Fax 070 8002907
e-mail: [email protected]
ARte e Fede
Myriam deidda
Una voce libera che propone:
43
Cari lettori
CARI lettORI
SCeltI peR VOI...
libri
a nostra rivista dallo scorso numero
ha una piccola novità che forse qualcuno più attento avrà già
avuto modo di vedere. Dallo
scorso numero, infatti, l’Istituto delle Figlie di San Giuseppe, ha affidato al sottoscritto la direzione del loro
bimestrale. In un certo senso mi sento già in famiglia!
Posso dire, infatti, che con
molti di voi ci conosciamo
già da tempo, poiché da vari
anni ho il piacere di scrivere
per la rivista. Sono grato all’Istituto di tanta fiducia e sono certo che la collaborazione che mi ha richiesto mi coinvolgerà ora più da vicino,
non solo nel lavoro editoriale, ma anche nel servizio e nella missione stessa dell’Istituto.
Sono sicuro di interpretare il pensiero di ciascuno di voi nel ringraziare con profonda stima e gratitudine il direttore responsabile uscente, il Mons. Giovanni Maria Cossu, che con amore e competenza
ha seguito per oltre cinquant’anni, fin dal primo numero, questa rivista, ben conoscendo il valore di questo tipo di impegno. La rivista, infatti, è un modo privilegiato per rimanere uniti tra noi e con le Figlie
di San Giuseppe e le loro opere.
Con ciascun numero della rivista, tutti noi entriamo delicatamente nelle vostre case, nelle vostre famiglie e nelle vite di ciascuno di voi per confrontarci su temi importanti per la nostra vita di fede, ben
sapendo che come compagni di viaggio possiamo esserci di aiuto l’un l’altro, sostenerci a vicenda nel
sentiero che ci porta verso Dio. Sembrerebbe un compito troppo grande, ma lo compiamo nella semplicità, mettendo a disposizione degli altri, i nostri talenti, ben sapendo di essere servi inutili, poiché chi
realmente opera è Colui che durante il tempo pasquale contempliamo come vincitore del peccato e della morte: Gesù Cristo.
In questo tempo di Pasqua 2014, poi, stiamo assistendo ad eventi importanti di fede tra i quali spicca la canonizzazione dei Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II che dal 27 aprile scorso possiamo
chiamare con gioia: santi. Che esempio grande di fede, fatta di profonda semplicità e di attaccamento a
Cristo e al suo Vangelo!
Papa Francesco ha detto chiaramente nella sua omelia che Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto.
Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non
hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù.
“Le piaghe di Gesù - afferma Papa Francesco - sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica
della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle
piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio.
Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà”.
Care amiche e amici proprio in quest’ottica, iniziamo, questo nuovo percorso nel solco della gioia
pasquale e della speranza di cui abbiamo tutti grande bisogno, sicuri che nel lavoro di ciascuno, ognuno nel proprio stato di vita, c’è la via della santità che saprà farci riconoscere nel fratello e nella sorella
che soffre il volto stesso di Cristo.
Marco Cardinali
Direttore responsabile
L
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
3
Il MOndO dI GIuSeppe
Il mondo di chi
“parla il nome”
don Antonio pinna
1. Il “mondo di San Giuseppe” è ora, anzitutto,
il Vangelo di Matteo. Tutto il vangelo, e non solo le
pagine conosciute come “vangelo dell’infanzia”,
scritte dal punto di vista del “padre” (Luca le scriverà dal punto di vista della “madre”).
2. Strano, direte. Il mondo di Giuseppe non è
forse Betlemme di Giudea e Nazaret di Galilea?
Certo, ricostruire i paesaggi della “terra santa”, informare sui modi di vivere di allora, spiegare i costumi matrimoniali che fanno da sfondo ai rapporti fra i due “promessi sposi” Maria e Giuseppe,
è cosa che non solo soddisfa tante curiosità provocate dalla lettura, ma anche ci fa sentire più vicini ai due protagonisti. Tuttavia, queste informazioni storiche, che in gran parte si riducono a ipo-
tesi, hanno sovente l’effetto finale di distrarre dalla “buona notizia” del “vangelo”. Proprio mentre
sembrano trasportarvi dentro il “paese” di Nazaret, queste mille informazioni si riducono a un
paradossale “spaesamento” dal testo evangelico.
3. Controprova. Ogni tanto capita di vedere
pubblicizzate le “visioni mistiche” in cui alcune
persone dicono di raccontare “per rivelazione” ciò
che si è svolto veramente nella vita di Gesù. Le
“descrizioni” oggi più conosciute sono, ad esempio, quelle contenute nei dieci (!) volumi di Maria
Valtorta (1897-1961), dai quali è stato pubblicato
un estratto dedicato proprio a San Giuseppe.
Ugualmente, si parla di nuovo anche delle “visioni” della beata Anna Katharina Emmerick (17741824), talvolta evidenziandone le
convergenze con quelle della Valtorta, come se tale rassomiglianza
potesse rappresentare una prova
della loro veridicità storica.
Ebbene, i mille e mille dettagli
di queste visioni, mentre vi danno
l’illusione di assistere finalmente al
“filmato” dei fatti, non vi dicono
niente di ciò che rappresentava il
centro del messaggio del vangelo di
Matteo. Talvolta, si ha più che l’impressione che queste visioni mistiche siano debitrici alle idee diffuse
del loro tempo o a quelle radicate
nella psicologia dei “visionari”, più
che a una lettura attenta dei testi
stessi. Solo un esempio: la Emmerick nelle sue visioni identifica Maria la Maddalena con la sorella di
Lazzaro, che lei immagina “traviata” poiché anche la identifica con la
donna prostituta che in casa del fariseo profuma i piedi di Gesù,
quando invece nei testi evangelici
niente permette una simile identificazione. Così, tutti gli espedienti
San Giuseppe con il bambino Gesù
in braccio. Guido Reni (1575-1642)
escogitati dal fratello Lazzaro e dalla sorella brava
per fare incontrare la sorella traviata con Gesù e
così convertirla, sono soltanto una riproduzione
romanzesca e edificante delle convinzioni e convenzioni sociali e religiose del tempo, anche se
presentate sotto il “genere letterario della visione”.
4. Sovente, poi, il “mondo di Giuseppe” è costruito più sulla “sovrabbondanza” lussureggiante
dei vangeli apocrifi che sulla “scarsità” di notizie
dei vangeli canonici. Nell’ultima sua pubblicazione su San Giuseppe, ad esempio, G. Ravasi ha ritenuto opportuno inserire la “Storia di Giuseppe il
Falegname”, anche per mostrare come il santo è
arrivato a essere invocato come patrono di una
“buona morte”. Le mille e mille informazioni dei
vangeli apocrifi, tuttavia, vanno considerate, pur
con le dovute differenze, più o meno allo stesso
modo delle mille e mille informazioni delle “visioni”, cioè come riproduzione delle idee religiose
di gruppi e di persone che “inventano” (nel senso
filologico di “fare inventario”), più che memoria
di fatti accaduti da parte di persone che “ricordano” o “vedono”.
5. In conclusione, tra i tanti “mondi possibili”
di san Giuseppe, l’unico che conta, poiché anche
l’unico a nostra “totale disposizione”, nel senso almeno di diretta e reale, ispirata e canonica disposizione, è quello del testo evangelico. E questo soprattutto nella forma del vangelo di Matteo, dove
egli è presentato come protagonista dei primi due
capitoli (niente di lui si dice in Marco, mentre
quattro volte è nominato in Luca, e due volte in
Giovanni).
6. Ora, se il testo di Mt presenta gli avvenimenti dell’infanzia di Gesù dal punto di vista di
Giuseppe, lo fa però sullo sfondo dell’intero vangelo, volendo presentarlo come figura rappresentativa e esemplare di ogni credente che si senta parte della “discendenza di Abramo”.
Vangelo scritto da ebrei per ebrei, dal “popolo
eletto” per il “popolo eletto”, Mt vuole rappresentare in Giuseppe non solo l’accettazione di Gesù come “Messia, Figlio di Davide” (1,1-17: la genealogia), ma anche l’accettazione del “nuovo” che porta a compimento l’ “antico”, senza rotture e senza
rifiuti (1,18-25: l’annunciazione di Giuseppe).
Vangelo scritto da ebrei, ma aperto ad altre genti, dal “popolo eletto “ai “popoli eletti”, Mt vuole
rappresentare in Giuseppe non solo il “figlio” di
una matura “genealogia” di patriarchi, uomini e
donne, senza confini (1,1-17), ma anche il “padrepatriarca” di una antica e nuova generazione nello
Spirito (1,18-25), “nuova creazione” perché ogni
volta “concepita” nella disponibilità sofferta e generosa ad attraversare nuovi confini, in una fedeltà capace di vivere eterno ogni gioioso o doloroso
imprevisto (2,1-23: I Magi ed Erode, la fuga in
Egitto e il rifugio a Nazaret).
7. Dire che fra i tanti “mondi possibili” di Giuseppe l’unico che conta è quello testualmente
evangelico, significa capire la figura dell’uomo
giusto Giuseppe, nei primi due capitoli di Mt, non
tanto frugando nella Legge e nei costumi dei fidanzamenti del tempo, quanto alla luce di ciò che
Gesù dirà e farà nei ventisei capitoli seguenti, magari a partire proprio dalle parole sulla giustizia
sovrabbondante-superflua (5,20) nel discorso della montagna. Così in modo simmetrico: quello
che Gesù dirà e farà nella cosiddetta “vita pubblica”, sarà meglio capito alla luce di quello che Giuseppe ha già fatto e detto nei cosiddetti “vangeli
dell’infanzia”, quando cioè Gesù veniva “concepito” e “nutrito” e “salvato”, in una “passività-passione” iniziale che anticipa e rende quotidiana l’altra
“passività-passione” finale, quando quel figlio
porta a compimento la sua “vocazione” di “salvatore e salvato”, secondo il nome Gesù previsto e dato attraverso la parola di Giuseppe: (Maria) darà
alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù (1,21);
(Maria) diede alla luce un figlio ed egli (Giuseppe)
lo chiamò Gesù (1,25).
8. Davvero risulta testualmente incomprensibile parlare del “mondo di Giuseppe” come “mondo
del silenzio”, se davvero come lettori credenti
ascoltiamo questa unica ma totale parola presentata dal vangelo come “sognata e detta” da Giuseppe, padre e patriarca di nuove generazioni di
“parlanti il nome” di Gesù, i quali, come Giuseppe, “dubitatori e credenti” nel medesimo tempo (cf
1,20 e 28,17), danno origine a nuove generazioni
capaci di riconoscere con il nome “materno” di
Emmanuele (cf 1,23 e Is 7,14) un Dio con noi
(28,20), presente fino alla fine perché ogni volta
presente in ogni atto di concepimento che genera
fratelli e sorelle (cf 12,46-50; 19,27-29; 23,8;
25,40; 28,10) in una genealogia rinnovata e di
nuovo senza confini.
Al modo di Dio, per il quale “dire il nome” è
creare. Al modo di Giuseppe e Maria, per i quali
“ascoltare e dire”, nell’ascoltare Dio e nell’ascoltarsi e ri-parlarsi l’uno con l’altra, è generare. Per
giungere infine, nell’ora del nostro ascoltare e dire,
a generare a nostra volta creature nuove che sanno di sogno, con parole-nomi infine, letteralmente e in tutti i sensi, condivisi: Andando dunque fra
tutte le genti, fate discepoli battezzandoli nel nome
del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare-custodire tutto ciò che vi ho
comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo (28,19-20: conclusione del
vangelo e presenza dell’Emmanuele-Dio con noi).
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
5
SpIRItuAlItà del FOndAtORe
Il tabernacolo
elargendo all‘anima quel riposo che la pone nella
nube della consolazione divina.
don Antonio donghi
opo il Concilio tridentino, la centralità
del tabernacolo nella costruzione delle
chiese e degli altari ha rappresentato, nella chiesa latina, un’esperienza fondamentale nella vita spirituale, in vista dello sviluppo
della creatività interiore dei fedeli, specialmente attraverso la pratica dell’adorazione eucaristica.
Anche se la riforma conciliare del Vaticano II°
ha decentrato, in certo qual modo, questo interesse immediato, portando l’attenzione dei fedeli alla
partecipazione attiva mediante il coinvolgimento
rituale, la presenza del Cristo nel tabernacolo rappresenta un valore di estremo coinvolgimento per
chiunque si lasci innamorare dal divino Redentore per poter, di conseguenza, maturare nella quotidiana vocazione ed esserne discepoli e testimoni.
La conservazione dei doni eucaristici vive della
celebrazione della messa, sia come punto di arrivo, sia come punto di partenza.
È interessante come nel rituale della dedicazione di una chiesa l’ultimo gesto rituale è quello di
porre le sacre specie nel tabernacolo, per sottolineare che in quel luogo si conserva tutto quel mistero pasquale, che è stato celebrato nella divina liturgia, e che, di riflesso, quel Signore nel quale vale la pena di perdere la vita, è lì per relazionarsi in
modo sempre nuovo con tutti. Una simile convinzione credente ci porta a vedere il mistero della
presenza eucaristica, come la conclusione della
celebrazione eucaristica e come la sorgente spirituale per rendere sempre più fecondo l’incontro
eucaristico con il Maestro.
Questa verità viene ulteriormente compresa
quando si mettono in luce le tre finalità fondamentali della conservazione dei doni eucaristici.
• La celebrazione del viatico ai moribondi. In
questo intuiamo come tutto il cammino dell’iniziazione cristiana abbia nel viatico quella
conclusione eucaristica che apre al discepolo
l’orizzonte di quella gloria eterna nella quale sta
per entrare. In tal modo egli può godere di
quella visione che nel sacramento aveva sempre
vissuto.
D
• La comunione agli infermi. Infatti nella celebrazione eucaristica sono presenti anche coloro
che, a causa delle condizioni critiche di salute,
non possono materialmente parteciparvi. Si
crea in tal modo un mirabile mistero di comunione fraterna in Cristo morto e risorto.
• L’adorazione eucaristica. Qui si rivive nella prostrazione esistenziale la gioia di stare davanti al
Signore per maturare nella immedesimazione
con lui, per assumere i suoi sentimenti, per condividere le sue idealità, per costruire con lui la
storia quotidiana, nella forza che proviene dalla
convivialità credente.
Su questo sfondo che la spiritualità eucaristica
oggi ci offre, ci accostiamo a p. Prinetti per accogliere alcune sue suggestioni in modo da coniugare il dato teologico-liturgico con le riflessioni spirituali, in vista di uno sviluppo di un’autentica intimità con il Maestro divino, nella prospettiva di
edificare un uomo nuovo.
Il gusto del silenzio
Un primo aspetto che vale la pena sottolineare
è quello del silenzio, luogo nel quale la persona si
pone nel clima stesso della vita di Dio, che per eccellenza abita il silenzio, come ci dice S. Ignazio di
Antiochia.
Questa suggestione nasce soprattutto nel momento storico di quell’epoca, che sollecita p. Prinetti a stimolare la baronessa a ritrovare e a coltivare l’atteggiamento di silenzio di fronte al tabernacolo. Lì si celebra la signoria di Dio nel cuore
dell’uomo. Infatti nel silenzio dell’adorazione il
cuore si lascia profondamente attirare da quella
presenza e ritrova speranza.
“Beato chi soffre nella fede e nell’amore! Non
occorrono parole in quel santo abbandono nel
S. Cuore anche Gesù nel Tabernacolo tace; e
quanto il suo silenzio è potentemente eloquente!” (1 aprile 1908)
Il silenzio, che vive della verginità del cuore,
stimola la creatura ad abbandonarsi alla creatività
divina, alla meravigliosa immaginazione divina
sull’esempio del Maestro In questo l’anima rivive il
silenzio di Gesù che nell’itinerario della sua storia
si è pienamente affidato alla creatività del Padre. Il
silenzio infatti nasce dal fascino del Mistero nel
quale l’anima si inabissa, e da questo silenzio scaturisce quella ricchezza interiore che diventa quotidiano coraggio per affrontare le problematiche
sempre più complesse della storia quotidiana. Il
silenzio dell’adorazione semplifica sempre più il
credente e lo conduce a costruire quella essenzialità di vita che è benedizione, solidità, certezza di
costante novità di vita.
la sorgente della pace
Chi nella oscurità della storia desidera ritrovare la speranza nella vita quotidiana è chiamato ad
entrare nella comunicazione con il Cristo che il
tabernacolo offre, per rivivere la stessa esperienza
del Maestro. Così si esprimeva p. Prinetti alla baronessa.
“O figlia mia sia nostro rifugio il silenzio del tabernacolo! Come Maria SS.ma contemplava il Bam-
bino addormentato e la visione degli splendori del
Corteo degli Angeli non cancellava quella delle lontane tenebre del Calvario, e a tutto rispondeva un
perenne fiat! - così il meditare la vita di Gesù in Sacramento ci farà trovare la vera pace, ci farà vivere
abbandonati e confidenti in Lui”( 21 agosto 1914)
Il silenzio rappresenta il terreno abituale per
vivere la comunione intensa con il Cristo. L’esemplarità di Maria, che nel silenzio medita gli
avvenimenti del Figlio, rappresenta la condizione abituale di chi avverte in se stesso l’esigenza di
vivere in modo continuo l’interiorità del Maestro. Anzi questo itinerario spirituale fa sì che la
storia di Gesù lentamente qualifichi il cuore del
credente che si lascia progressivamente trasfigurare dal Maestro divino.
In tale situazione spirituale l’anima in adorazione diventa quel sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, quel culto spirituale che appassiona
chiunque si accosti alla rivelazione biblica (cfr
Rm 12,1-2), poiché in lei il silenzio continua
quell’atteggiamento oblativo presente nei doni
eucaristici. Qui il Glorioso vive con noi la sua
passione redentrice e ci attira in modo creativo
nella sua sensibilità spirituale.
“Sì, mente e cuore al Tabernacolo, ecco il segreto
della pace e della confidenza nelle prove quotidiane” (23 febbraio 1911)
La pace che il Risorto dona all’anima nasce dal
fatto che tutta la persona del credente si lascia immergere nella luce della pasqua di Gesù. Il cuore
dell’uomo, che si pone in stato di adorazione,
esprime il coinvolgimento dell’intera persona come intelligenza, volontà, cuore, sensibilità, affettività, sensorialità.
“Non vi è silenzio e pace che davanti al Tabernacolo ove è Colui che può e ama. Santa
ispirazione fu quella di attirarsi tutto codesto
popolo, ed Egli vi benedirà e proteggerà fra
tanti errori, per così bell’esercizio di fede pratica. Riposiamo in Lui figlia mia” (15 agosto
1914).
L’aspetto che si coglie è sicuramente l’importanza del silenzio. Qui l’anima passa dal caos della storia alla riscoperta della propria identità, dalla distrazione alla verità della propria esistenza.
Infatti il silenzio davanti al tabernacolo non è
semplicemente un fatto fisico, ma assume una forte valenza interiore che permette di riscoprire
quella reciprocità che genera la capacità di non lasciarsi schiacciare dagli avvenimenti. Il silenzio
offre la capacità di dare vitalità a una presenza
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
7
SpIRItuAlItà del FOndAtORe
Nell’adorazione, la pace del Signore si diffonde nelle persone credenti e dona loro la convinzione teologale che si sta vivendo dello Spirito
Santo, dono pasquale che inebria con i suoi doni
e i suoi frutti l’anima che, nella purezza del cuore è totalmente aperta sul Mistero. Nell’adorazione il Cristo si dona tutto nella relazione d’amore,
l’anima si affida a lui pienamente per essere in
sintonia con il cuore del Maestro, in una progressiva oblazione nelle mani del Padre. Si realizza un dinamismo orizzontale tra il Cristo presente e l’anima credente, che si dilata necessariamente nella componente verticale come gaudioso ritorno nella comunione eterna con il Padre
nello Spirito Santo.
“È al Tabernacolo che Gesù attende il tuo cuorevicina o lontana. Egli ti aspetta a soffrire con lui
della ingratitudine degli uomini e specialmente dei
Sacerdoti” (26 febbraio 1911)
Qui p. Prinetti ci richiama al senso della riparazione, in forza del grande mistero della comunione dei santi. Il tema della riparazione gli è molto caro e possiede un profondo significato scritturistico. In Gesù, presente in ogni uomo di qualunque tempo e spazio, riviviamo l’interiorità del
Maestro che per tutti offre la sua vita perché ogni
uomo possa veramente ritrovare se stesso. Non
esiste creatura umana che non sia in Cristo morto
e risorto. In lui riviviamo tutti i drammi della sto-
ria, e con lui offriamo la nostra esistenza, perché
ogni fratello sparso sulla terra possa veramente
acquisire quella pace e quella comunione per la
quale una volta per sempre ha donato la sua esistenza.
“Eppure la sorgente della pace è vicina: Gesù nel
Sacramento. Il pensiero che Egli è là, mi vede, mi
ama, acqueta ogni tempesta, fortifica contro ogni
minaccia, ravviva la speranza, dà amore al sacrificio” (28 agosto 1914).
“Non vi è silenzio e pace che davanti al Tabernacolo ove è Colui che può e ama” (15 agosto 1914).
Allora scopriamo che non è possibile stare davanti al Cristo presente nel tabernacolo e non vivere la sua esperienza spirituale. L’anima si sente
talmente amata da vivere lo stesso amore del Maestro in un silenzio che è il terreno ideale di quella
pace che rende nuove tutte le cose e tutta la persona umana: il cuore, le relazioni, il dialogo con
qualunque avvenimento della storia, la certezza
interiore della fedeltà inesauribile del Padre. In
questa pace anche le ombre si illuminano e il battezzato cammina nella luce, anche nelle condizioni di oscurità storica.
Vivere i sentimenti di Gesù
Il risultato di un simile itinerario interiore e sacramentale porta la persona ad assumere gli stessi
sentimenti di Gesù Tutto ciò che vive il Cristo, lo
vive anche l’anima, che nell’adorazione diventa
talmente l’Altro da imparare a vivere come lui. L’adorazione ha il grande vantaggio di non conoscere lo scorrere rituale proprio della celebrazione
eucaristica, ma permette di vivere quel momento
senza contare il tempo e lo spazio. Si è in un dialogo di amore così intenso che le coordinate storiche in certo qual modo vengono sospese. È la caratteristica creatrice dell’azione dello Spirito Santo. Avviene una tale immedesimazione da creare
progressivamente una meravigliosa fusione spirituale.
“Io chiedo a Gesù che venendo a te nell’Eucaristia ti faccia penetrare il Suo S. Cuore e riposare nel
pensiero di essere con Lui vittima di riparazione”
(10 gennaio 1911).
L’esemplarità di Maria alla croce diviene lo stimolo a non temere nel vivere la stessa esperienza
interiore di Gesù. Ella è diventata in pienezza la
madre di tutti i viventi dalla croce poiché in quella situazione ha ricevuto la vocazione ad insegnare a tutti quel culto in spirito e verità che purifica
progressivamente il cuore dell’uomo e lo conduce
ad orientare verso l’alto i propri più profondi sentimenti.
“Mi pare che meditando sulla elezione della Santa Vergine e sui Suoi dolori, troveresti modello e
conforto: e ti guiderebbe a stringerti viepiù a Gesù
umiliato per amore nel Tabernacolo” (23 aprile
1909).
Intuiamo allora che non c’è verità eucaristica
senza un’intensa comunione con Maria, con la
quale viviamo i sentimenti di Gesù e diventiamo
intercessori per tutti i fratelli, per formare quella
meravigliosa famiglia dei redenti, per la quale l’Agnello ha redento l’umanità facendola passare dalla schiavitù del peccato alla bellezza della libertà
dei figli di Dio.
“Spero che al Pessione potrai essere più tranquilla, potendo trattenerti più facilmente davanti al Tabernacolo: Gesù prigioniero d’amore ti farà sentire
con più tenerezza la grazia di soffrire per la Chiesa
e per la santificazione del Clero” (3 settembre
1909).
Gerusalemme particolare
della sala
del Cenacolo.
Queste esortazioni ritraducono il grande risultato che l’anima rivive, quando nell’adorazione si lascia invadere attraverso gli occhi della fede nel mirabile mistero dell’amore divino umano
di Gesù.
“Che sorte invidiabile consolare Gesù solitario e
dimenticato! Come la lampada che brilla davanti al
Tabernacolo nelle tenebre e nella solitudine della
notte” (15 luglio 1906).
Il richiamo alla lampada è molto interessante.
Il segno della lampada che arde, diventa il linguaggio che incarna l’esperienza interiore dell’anima in adorazione. Essa non indica semplicemente
che in quel luogo è realmente presente il Maestro,
ma ritraduce nella dinamica della cera che si consuma e della luce che arde l’atteggiamento continuo di consumazione nel calore dell’amore nelle
mani del Padre per la redenzione del mondo. Le
persone nel cammino della loro esistenza sono
chiamate a camminare nella storia e a costruire l’evento del regno nel quotidiano attraverso l’insieme delle dinamiche che caratterizzano la vita feriale.
Esiste una forte reciprocità tra l’ardere della
lampada e la costruzione del feriale. In certo qual
modo la lampada non è altro che l’espressione di
una vita interiore che si dilata nel tempo nello
spazio. Qui riscopriamo ogni giorno la fonte dinamica di quello che ogni discepolo vuol vivere
nella sua esistenza. La lampada rende sempre più
attuale quel culto in spirito e verità che il credente continua nella storia. In tal modo percepiamo
come il cristiano in tutto quello che fa è come una
lampada vivente che non smette mai di ardere d’amore nella consumazione nelle mani del Padre
per gioia e la pace dei fratelli.
Conclusione
P. Prinetti nel dialogo spirituale con la baronessa ci aiuta a personalizzare la bellezza e la profondità del dono di poter godere la presenza eucaristica del Cristo nelle nostre chiese. Lì avvertiamo
una meravigliosa presenza che in modo costante
ci educa a costruire in lui, con lui e come lui la
grandezza della nostra vocazione ad essere suoi
discepoli. Tutto ciò che avviene nella nostra esperienza personale, familiare ed ecclesiale è già stato
vissuto da lui. Impariamo a vivere il suo mistero
pasquale di amore inesauribile. Davanti al Cristo
poniamoci in atteggiamento di silenzio adorante e
amoroso per maturare nella gioia di imparare
giorno per giorno quello stile di vita, che ci dovrebbe qualificare fino al momento nel quale con
i centoquarantaquattromila dell‘Apocalisse seguiremo ovunque l’Agnello vada, cantando quel canto dei redenti che qualificherà il canto del ringraziamento eterno per l’ineffabile dono dell’amore
che fa nuovo il cuore di chiunque si lasci da lui
profondamente amare.
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
9
pAROlA e CelebRAzIOne
CelebRAndO Il MeMORIAle
l’eucaristia come memoriale
don Carlo Cani
ra i molteplici aspetti dell’Eucaristia spicca quello di “memoriale”. “Il nostro Salvatore nell’ultima cena istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue,
al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il
Sacrificio della Croce, e di affidare così alla sua diletta
sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione” (SC 47) “L’unico sacrifico della croce, «posto una volta per sempre» (Ebr.10,10) al vertice della storia umana, si fa presente negli umili segni del
pane e del vino. Il «memoriale» è dunque legato alla
storia di ieri, ma con la sua efficacia ne fa l’oggi della nostra salvezza, mentre ci protende verso il domani
che speriamo e attendiamo” (Eucarestia, Comunione e Comunità, n.11)
Dopo il racconto dell’Ultima Cena, il sacerdote
prega dicendo:“Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il
pane della vita e il calice della salvezza” (Preghiera
eucaristica II); o: “Celebrando il memoriale del tuo
Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente
risorto e asceso al cielo, ti offriamo Padre, in rendimento di grazie, questo sacrificio vivo e santo”
(Preghiera eucaristica III). Mentre i fedeli poco prima hanno acclamato ad alta voce: «Annunziamo la
tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione,
nell’attesa della tua venuta»
T
Celebrando il memoriale
Il concetto di “memoriale”, richiama il mondo
biblico-giudaico dell’A.T. Nel linguaggio biblico
“memoriale” (azkarah e zikkaron) non è il sempliOristano,
Casa Generalizia Adorazione eucaristica.
ce ricordo di fatti o persone del passato, il richiamare cioè alla mente eventi successi o persone vissute lontano nel tempo. Fare memoria in linguaggio biblico significa che l’evento che la comunità
cristiana ricorda ridiventa attuale per essa, che ha
così la possibilità di comunicare a tutta la potenza
di salvezza legata ad esso; il fatto storico è irrimediabilmente chiuso nel passato, dunque non può
più ripetersi; è piuttosto la comunità stessa che,
per l’azione dello Spirito Santo, può essere “messa
a contatto” con tutta la carica di salvezza che esso
ha portato al mondo.
Fare memoria – celebrare il memoriale – di
Cristo non significa quindi richiamare, tener vivo
nella nostra mente il ricordo di un passato più o
meno recente, ma la cui vicenda non ha più effetti sul presente. “Il memoriale è un movimento di
ripresentazione per cui ciò che è avvenuto una
volta per sempre si rende presente nell’oggi della
comunità celebrante per raggiungerla e contagiarla della sua efficacia” (Bruno Forte, L’eternità nel
tempo. Saggio di antropologia ed etica sacramentale, Paoline, Cinisello Balsamo, 1993, p.202).
Nell’Antico Testamento il “memoriale” per eccellenza delle opere di Dio nella storia era la liturgia pasquale dell’Esodo: ogni volta che il popolo
di Israele celebrava la Pasqua, Dio gli offriva in
modo efficace il dono della libertà e della salvezza. Nel rito pasquale, si incrociavano pertanto i
due ricordi, quello divino e quello umano, cioè la
grazia salvifica e la fede riconoscente: «Questo
giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete
come festa del Signore (…). Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la
legge del Signore sia sulla tua bocca. Con mano
potente infatti il Signore ti ha fatto uscire dall’Egitto» (Es 12,14; 13,9). In forza di questo evento,
come affermava un filosofo ebreo, Israele sarà
sempre «una comunità basata sul ricordo» (M.
Buber).
L’intreccio tra il ricordo di Dio e quello dell’uomo è al centro anche dell’Eucaristia che è il “memoriale” per eccellenza della Pasqua cristiana
Riportiamo l’attenzione sul Cenacolo nel quale
Gesù ha consumato l’Ultima Cena con i suoi discepoli: egli prese un pane, lo benedisse, lo spezzò
e lo distribuì tra i suoi discepoli, dicendo: “Prendete, mangiate (Mt.26,26) Questo è il mio corpo
che è dato per voi. Fate questo in memoria di me
(Lc. 22,19)”. Poi prese il calice, lo benedisse, e lo
distribuì tra i Dodici, dicendo: “Bevetene tutti (Mt
26,27) Questo calice è la nuova alleanza nel mio
sangue, che viene versato per voi (Lc.22,20)”. Nel
Cenacolo, nel segno del pane spezzato e offerto,
del vino distribuito ai Dodici, egli già offre realmente la sua vita (il suo Corpo e Sangue) per la
salvezza degli uomini. Questa offerta si compirà
sul patibolo della croce.
L’Ultima Cena è inseparabile dagli eventi della
passione-morte-risurrezione di Gesù: si tratta dello stesso mistero, che nell’Ultima Cena viene
espresso attraverso la mediazione dei simboli del
pane e del vino, identificati dalle parole di Gesù
con il suo Corpo e Sangue.
Ogniqualvolta la Chiesa ha celebrato, celebra e
celebrerà l’Eucaristia, ripetendo gesti e parole di
Gesù nell’Ultima Cena, è tornata, torna e tornerà
vera, attuale per essa tutta la potenza di salvezza
legata alla passione-morte-risurrezione di Gesù.
Nella celebrazione eucaristica sono dunque
presenti tre dimensioni: rievocativa, indicativa,
profetica. È il memoriale del mistero pasquale.
L’Eucaristia ricorda e riattualizza un mistero passato…lo rende presente e attuale: “Per l’azione potente dello Spirito, in esso il dono della salvezza si
fa evento” (ECC 11). Quell’evento che è accaduto
allora, si rende presente oggi a noi. Non siamo noi
ad essere trasferiti in quel tempo, ma è Lui che viene. Il banchetto eucaristico inoltre “anticipa quello del regno” (ECC 20), il banchetto eterno dove
tutti ci siederemo a mensa, un giorno, dove celebreremo le nozze dell’Agnello!
Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia ci ricorda che «quando la Chiesa celebra
l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione
del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è
reso realmente presente e “si effettua l’opera della
nostra redenzione”. Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù
Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto
dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come
se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così
prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente”(11).
L’Eucaristia è, dunque, memoriale della morte
di Cristo, ma è anche presenza del suo sacrificio e
anticipazione della sua venuta gloriosa. È il sacramento della continua vicinanza salvatrice del Signore risorto nella storia.
“Ricordare” è pertanto “riportare al cuore” nella memoria e nell’affetto, ma è anche celebrare una
presenza. “L’Eucaristia, vero memoriale del mistero pasquale di Cristo, è capace di tenere desta in
noi la memoria del suo amore. Essa è, perciò, il se-
greto della vigilanza della Chiesa: le sarebbe troppo facile, altrimenti, senza la divina efficacia di
questo richiamo continuo e dolcissimo, senza la
forza penetrante di questo sguardo del suo Sposo
fissato su di lei, cadere nell’oblio, nell’insensibilità,
nell’infedeltà” (Lettera Apostolica Patres Ecclesiae,
III). Questo richiamo alla vigilanza rende le nostre liturgie eucaristiche aperte alla venuta piena
del Signore, all’apparire della Gerusalemme celeste. Nell’Eucaristia il cristiano alimenta la speranza dell’incontro definitivo con il suo Signore.
(Giovanni Paolo II, Udienza Generale - Mercoledì, 4 ottobre 2000)
Il clima del ringraziamento, della lode, dell’esultanza è un dato imprescindibile del memoriale:
è come l’aria che esso respira.
“Dio nostro e Dio dei nostri Padri, che il memoriale (zikkaron) di noi stessi, e dei nostri padri,
e il memoriale di Gerusalemme, la tua città, il memoriale del Messia, il Figlio di Davide tuo servo, e
il memoriale del tuo popolo, di tutta la casa d’Israele, si innalzi e giunga, che arrivi, sia visto, accettato, ascoltato, ricordato e menzionato davanti
a Te, per la liberazione, il bene, la grazia, la compassione e la misericordia in questo giorno (qui si
precisa la festa). Per riguardo ad esso ricordati di
noi Signore, Dio nostro, per beneficarci, visitarci a
causa sua e salvarci per lui, vivificandoci con una
parola di salvezza e di misericordia: risparmiaci,
facci grazia e mostraci la tua misericordia, perché
Tu sei un Dio e un Re benigno e misericordioso”
(testo di una variante festiva della terza berakah
della liturgia ebraica dei pasti. Cfr. L. BOUYER,
Eucaristia, Torino 1969, p. 90). Questa preghiera,
infatti, è una benedizione, perché non si può far
memoria delle gesta salvifiche di Dio senza ringraziarlo con tutto il cuore.
In questa bellissima preghiera, degna antenata
delle nostre anafore, ciò che più meraviglia è l’uso
così abbondante (4 volte) del termine zikkaron. È
chiarissimo il senso ultimo del memoriale che,
mentre evoca le “mirabilia Dei”, garantisce la permanenza misteriosa delle grandi azioni divine e il
loro effettivo compimento in coloro che oggi le ricordano benedicendo Dio.
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
11
ARIFlettIAMO Su...
dalla gioia del Vangelo
al Vangelo della gioia
Mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo
esortazione apostolica di Paolo VI del 1974
porta il titolo Evangelii Nuntiandi e mette l’accento sul dovere dell’annuncio del Vangelo
da parte della Chiesa e di ogni cristiano. L’esortazione apostolica di Papa Francesco porta il titolo di Evangelii Gaudium, e intende sottolineare che la
missione della Chiesa, nel cosiddetto tempo delle “passioni tristi” è quella di portare la gioia del Vangelo. Il
Vangelo, infatti, è vita, dinamismo, futuro. Tra i due documenti pontifici non c’è naturalmente opposizione,
perché uno richiama l’altro. Non per nulla, l’esortazione
di Paolo VI è continuamente citata da Papa Francesco.
Inoltre, ricordo che, quando a un colloquio a tavola,
nel Seminario di Cagliari, in occasione della sua visita al Santuario di Bonaria, Papa Francesco mi disse che
stava preparando un documento sull’evangelizzazione, aggiunse che riteneva l’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI il più bel documento sulla missione evangelizzatrice della Chiesa.
Papa Francesco inizia la sua esortazione mettendo in guardia dal grande rischio del mondo attuale,
ossia da “una tristezza individualista che scaturisce
dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di
piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando
la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è
più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non
si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della
dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo
di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, sicuro e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita.
Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la
vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto”.
A partire da questa situazione, il papa “invita
ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare il suo incontro personale con Gesù
L’
Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi
incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare
che questo invito non è per lui, perché «nessuno è
escluso dalla gioia portata dal Signore». Chi rischia,
il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un
piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato
ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo
amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la
mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di
nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue
braccia redentrici».
“Ci sono cristiani, continua il Papa, che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua”. Però
riconosce “che la gioia non si vive allo stesso modo
in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là
di tutto. Capisce le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie: «Le
Quando la vita interiore si
chiude nei propri interessi non vi
è più spazio per gli altri, non
entrano più i poveri, non si
ascolta più la voce di Dio, non si
gode più della dolce gioia del suo
amore, non palpita l’entusiasmo
di fare il bene.
grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie. Si rinnovano ogni mattina,
grande è la sua fedeltà … È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (Lam 3,17.21-23.26).
Francesco osserva che “la tentazione appare frequentemente sotto forma di scuse e recriminazioni,
come se dovessero esserci innumerevoli condizioni
perché sia possibile la gioia. Questo accade perché
«la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia». Rifacendosi alla sua esperienza, il
papa scrive “che le gioie più belle e spontanee che ho
visto nel corso della mia vita sono quelle di persone
molto povere che hanno poco a cui aggrapparsi. Ricordo anche la gioia genuina di coloro che, anche in
mezzo a grandi impegni professionali, hanno saputo
conservare un cuore credente, generoso e semplice.
In varie maniere, queste gioie attingono alla fonte
dell’amore sempre più grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo. Non mi stancherò di ripetere
quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al
centro del Vangelo: «All’inizio dell’essere cristiano
non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì
l’incontro con un avvenimento, con una Persona,
che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva».
Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con
l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, precisa il Papa, siamo riscattati dalla nostra coscienza
isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere
pienamente umani quando siamo più che umani,
quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi
stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero.
Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché,
se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona
il senso della vita, come può contenere il desiderio di
comunicarlo agli altri? A questo proposito, il papa ricorda che un bene tanto più è prezioso tanto più deve essere comunicato e condiviso. Una bella notizia,
un successo nella professione, un regalo, sono tutti
doni che si comunicano agli altri, che non possono
rimanere nel chiuso del godimento egoistico della
persona. La gioia è contagiosa per natura. Deve essere comunicata, condivisa, partecipata.
«La vita si rafforza donandola, scrive il papa, e
s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono
quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri». Quando
la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa
altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale: «Qui scopriamo un’altra
legge profonda della realtà: la vita cresce e matura
nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri.
La missione, alla fin fine, è questo». Di conseguenza,
un evangelizzatore non dovrebbe avere costante-
mente una faccia da funerale. Recuperiamo e accresciamo il fervore, «la dolce e confortante gioia di
evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle
lacrime […] Possa il mondo del nostro tempo –che
cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere
la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del
Vangelo la cui vita irradi fervore, che abbiano per
primi ricevuto in loro la gioia del Cristo».
“Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche
ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice. In realtà, il suo
centro e la sua essenza è sempre lo stesso: il Dio che
ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto. Egli rende i suoi fedeli sempre nuovi,
quantunque siano anziani, riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31). Cristo è il «Vangelo eterno» (Ap 14,6), ed è «lo stesso ieri e oggi e per
sempre» (Eb 13,8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili”. “Egli è sempre giovane e fonte costante di novità. La Chiesa non cessa di stupirsi
per «la profondità della ricchezza, della sapienza e
della conoscenza di Dio» (Rm 11,33). Egli sempre
può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la
nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai. Gesù Cristo può anche rompere gli
schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e
recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di
espressione, segni più eloquenti, parole cariche di
rinnovato significato per il mondo attuale. In realtà,
ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre
“nuova”.
“Sebbene questa missione ci richieda un impegno
generoso, sarebbe un errore intenderla come un
eroico compito personale, giacché l’opera è prima di
tutto sua, al di là di quanto possiamo scoprire e intendere. Gesù è «il primo e il più grande evangelizzatore». In qualunque forma di evangelizzazione il
primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a
collaborare con Lui e stimolarci con la forza del suo
Spirito. La vera novità è quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che Egli ispira,
quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi. In tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di
Dio, che «è lui che ha amato noi» per primo (1 Gv
4,10) e che «è Dio solo che fa crescere» (1 Cor 3,7).
Questa convinzione ci permette di conservare la
gioia in mezzo a un compito tanto esigente e sfidante che prende la nostra vita per intero. Ci chiede tutto, ma nello stesso tempo ci offre tutto”.
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
13
ARte e Fede
I luOGhI dellA Fede
barumini: la parrocchia
dell’Immacolata Concezione
Myriam deidda
2
a Chiesa Parrocchiale dell’Immacolata
Concezione (fig.1), situata nel centro
storico dell’abitato, fu edificata nel XVI
secolo in stile gotico-catalano, probabilmente per commissione della famiglia Zapata,
feudatari di Barumini. La facciata ha copertura a
capanna ed è realizzata in blocchi squadrati di
pietra calcarea. Il prospetto liscio è animato dal
portale principale, modanato e decorato da capitelli scolpiti, che sorreggono l’arco a tutto sesto;
nella parte superiore si apre una finestra con cornice aggettante e arco ribassato.
Esteriormente predomina la cupola, coronamento del Coro, che presenta copertura in ceramiche smaltate policrome ed è sormontata da una
falsa lanterna. Accanto alla cupola si ergono il
campanile a base quadrata, con coronamento
merlato, e la torre detta dell’orologio, che presenta
due quadranti rivolti al centro abitato ed è sormontata da un campanile a vela la cui campana
scandiva il tempo ogni mezz’ora.
La chiesa ha pianta longitudinale a tre navate,
con copertura lignea a spioventi (fig.2). La navata
centrale, più alta delle laterali e raccordata a que-
L
ste da quattro pilastri in trachite rossa e grigia per
parte, conduce al fulcro della chiesa, il presbiterio
(fig.3). Quest’ultimo ha base quadrangolare con
volta a crociera costolonata e accoglie il monumentale altare maggiore, notevole opera realizzata nel 1738 dal marmoraro Pietro Pozzo, di scuola genovese. Al centro dell’altare è collocata, all’interno di una nicchia, la statua in marmo bianco
dell’Immacolata Concezione, rappresentata secondo la tradizionale iconografia con le mani sul
petto e ai piedi la falce di luna e il serpente: la luce riflessa della luna che cresce e decresce simboleggia la natura umana soggetta al peccato che, in
Maria per prima, viene rivestita dal sole divino; il
serpente richiama l’immagine di Maria come la
nuova Eva, colei del quale Dio intimò al serpente
“Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le
insidierai il calcagno” (Gen 3,15). La nicchia è incorniciata da quattro colonne con capitello composito, che sorreggono una trabeazione aggettante sormontata da una coppia di angeli che sostengono la croce.
Ai lati della Vergine vi sono due statue raffiguranti San Sebastiano e Santa Teresa di
Gesù. Nella parte inferiore padroneggia
la decorazione policroma a motivi fitomorfi del paliotto della mensa d’altare,
con al centro uno scudo, nel quale, tra
rami di gigli, campeggiano le iniziali A
M (Ave Maria).
La navata centrale ospita sulla sinistra
il bel pulpito marmoreo del 1782, e nella
controfacciata una bussola lignea, intagliata, dipinta e dorata, realizzata anch’essa nel XVIII secolo.
Sulle pareti delle navate laterali si
aprono quattro cappelle: la Cappella della Beata Vergine del Rosario e la Cappella del Santo Crocifisso, ospitanti pregiati
1 altari lignei, si trovano nella navata de-
4
3
stra, nella quale è collocato anche il Fonte Battesimale (fig.4), realizzato da Pietro Pozzo in marmi
policromi e contemporaneo all’altare maggiore.
Sulla navata sinistra si aprono la Cappella di San
Giovanni Battista e la Cappella detta delle Anime
del Purgatorio, che è dedicata a Sant’Anna, la quale è raffigurata, insieme alla Vergine bambina, in
una statua lignea del XVIII secolo. Affiancate al
presbiterio sono altre due cappelle, di San Pietro e
di Sant’Antonio da Padova, alle quali si accede dalle navate laterali, mentre sul retro dell’altare, il Coro ospita il Retablo della Vergine Assunta (fig.5),
pregevole opera lignea della fine del XVI secolo,
significante testimonianza del linguaggio artistico
allora diffuso nella nostra Isola.
Nonostante le modifiche che l’hanno interessata nel corso dei secoli, la chiesa dell’Immacolata
presenta ancora le strutture originarie nella zona
presbiteriale, nelle volte a crociera gemmata, negli
archi a sesto acuto e nei pilastri cruciformi; elementi che insieme con quelli realizzati nel corso
degli anni, raccontano gli avvenimenti storici, artistici e religiosi che hanno interessato di riflesso
la comunità stessa cui essa appartiene e della quale costituisce testimonianza.
Si rimanda alla pubblicazione “Parrocchia Immacolata Concezione. Barumini”, a cura di Liliana
Fadda. Barumini, aprile 2010.
5
Glossario
Capitello: è l’elemento superiore della colonna e ha una funzione decorativa.
Decorazione fitomorfa: è una decorazione
con elementi floreali o vegetali.
Modanato, da modanatura: in architettura
elemento ornamentale costituito da una fascia sporgente variamente sagomata.
retablo: il termine, spagnolo, indica una grande pala d’altare, composta di più scomparti lignei, dipinti o scolpiti.
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
15
VItA dell’IStItutO
le comunità raccontano
Etsy Arte Pittura Croazia
I TA L I A
(La foto è tratta dal sito
dell'Ufficio Nazionale
per la pastorale
delle vocazioni).
La croce gloriosa del Signore risorto è l’albero
della mia salvezza eterna.
Quest’albero di dimensioni cosmiche
si è elevato dalla terra al cielo,
fondamento di ogni cosa,
è il pilastro dell’universo,
ossatura del mondo intero,
vincolo universale
che tiene unita la instabile natura umana,
rendendola stabile
con i chiodi invisibili dello Spirito,
affinché unita a Dio
non possa mai più separarsene.
Albero, la cui cima tocca il cielo,
che con i suoi piedi conferma la terra,
nelle cui braccia aperte brilla l’amore infinito.
Albero che era e che sarà tutto
in tutte le cose e che è dappertutto.
Da un’antica omelia pasquale
l percorso della quaresima che la grazia del
Signore ci ha concesso di vivere col dono
della Parola, della Liturgia e dei Sacramenti, se, con docilità interiore, abbiamo accolto l’azione purificatrice del Signore, lasciandoci riconciliare nel suo amore con lui, con i fratelli e
con noi stessi, ci conduce a celebrare in pienezza
la Pasqua del Signore e in lui la nostra pasqua di
salvezza e di santità.
La celebrazione del mistero pasquale ha un suo
itinerario con tappe obbligate che, reali e fisiche
per Gesù, a noi sono riproposte misticamente vere che rendono possibile il nostro divenire persone morte al peccato e risorte a vita nuova. Tutte
queste tappe segnano anche l’esperienza quotidiana della nostra esistenza e, penetrando nel nostro
cuore, rendono possibile la conformazione a Cristo nel compimento amoroso della volontà del Padre.
Esse vanno dall’ingresso trionfale nella città
santa, Gerusalemme, al giardino della risurrezione passando dal cenacolo al Golgota, quando Gesù ha dato tutto se stesso, facendosi servo per
amore e offrendo il suo estremo sacrificio, dopo
aver patito il giudizio iniquo, l’oltraggio, la calunnia, la totale spogliazione della sua dignità umana.
Gesù ci attende per rivivere nei giorni santi che la
Liturgia ci propone il suo cammino per entrare
nella splendida luce della Risurrezione.
I
La Liturgia della domenica delle palme dà
inizio alla Grande Settimana e nell’ingresso glorioso di Gesù, in mezzo alla folla degli ebrei che lo
acclamano re e figlio di David, anche noi siamo
invitati a percorrere un itinerario di fede per accompagnarlo nel dramma della passione, coinvolti personalmente a livello esistenziale, non da
spettatori, perché la nostra stessa vita possa esserne trasformata nell’adesione al mistero pasquale.
In primo luogo Gesù entra come Re di pace e noi,
portando in mano il ramoscello d’ulivo, vogliamo
impegnarci a farci operatori di pace e di fraternità, strumenti di dialogo, di giustizia e servi, come
il servo di Jahvè che ci descrive Isaia, semplici e
generosi, capaci di pagare personalmente il prezzo
di una comunione più autentica in un cammino di
sincera riconciliazione.
Gli avvenimenti della passione di Gesù, ci permettono di entrare nella dimensione della sua autentica umanità e a tutto il peso del dramma del
tradimento, dell’essere abbandonato, giudicato,
condannato, crocifisso. Egli nella sua perfetta e
autentica umanità tutto affronta nello spirito di
chi sapendo della sua ora, ripone la sua incrollabile fiducia nel Padre e nell’amore verso tutti gli uomini. Preghiera dunque e offerta di ogni fatica, di
ogni dolore, di ogni pena, capaci di portare nel silenzio dell’adorazione la nostra partecipazione
concreta al mistero pasquale.
La Quaresima se vissuta pienamente deve portarci ad un’autentica conversione che tutto trasfigura, come d’incanto, non appena ci lasciamo afferrare dalla mèta di questo tempo e dal fine di
questo itinerario: la Pasqua di Cristo, il suo passaggio dalla morte alla vita, il suo passare dalle tenebre del sepolcro alla splendida luce di Dio.
Viviamo l’amore che si fa servizio: “Gesù
avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. L’introduzione di questo passo di
Giovanni è di grande solennità per prepararci al
profondo significato del gesto di Gesù. Il suo gesto
non è un semplice segno di ospitalità ma è un gesto profetico simbolo di un amore che si dona totalmente e condizione essenziale per entrare a far
parte del regno, in quanto siamo invitate a lavarci
i piedi gli uni gli altri, cioè a prendere come misura del nostro amore per i fratelli quello senza misura che ha avuto Cristo. Gesù in ginocchio davanti ai discepoli e davanti a noi, proclama la dignità dell’uomo, di ogni uomo, e con la sua umiltà riscatta ogni umiliazione che l’uomo subisce ingiustamente, abolendo ogni sorta di privilegio e
ogni sentire arrogante che può albergare nel nostro cuore. Il gesto di Gesù, il suo esempio di umile servizio è la via della fraternità.
È un invito a farci carico della debolezza dell’altro, farci carico della miseria dell’altro nell’esercizio della misericordia, del perdono e della compassione. Siamo invitate a vivere nella reciprocità
il gesto che compie Gesù, nel dono costante della
misericordia in cui la miseria di ognuno viene fatta propria dagli altri, in cui ognuno che si china a
lavare i piedi dell’altro è anche disposto a lasciarsi
lavare i piedi dagli altri. Per vivere in maniera autentica la fraternità mentre siamo generosamente
disponibili nel chinarci verso i fratelli e le sorelle,
abbiamo bisogno che gli altri si facciano carico
della nostra miseria e povertà.
È l’esperienza dell’amore di Cristo vissuto nella
fraternità che ci farà celebrare autenticamente la
Pasqua e nell’Eucaristia tutto questo è e sarà mentalmente e realmente realizzato nella comunione
con Cristo che muore e risorge e rinnova anche la
nostra fraterna comunione. La sera del Giovedì
santo, quando la Chiesa silenziosamente si prepara con la preghiera e la liturgia a celebrare la passione del suo Signore e sposo, preghiamo per questa unità comunionale nella Chiesa e in ogni comunità perché si realizzi il desiderio del Signore:
“Che tutti siano una cosa sola come tu o Padre sei
in me ed io in te”.
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
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VItA dell’IStItutO
I TA L I A
Jacopo Tintoretto, Lavanda dei piedi - 1547 circa.
Accogliamo l’amore che dà la vita. Il silenzio della Chiesa ci fa entrare nel mistero della
Passione e morte del Signore. Silenzio necessario per comprendere la solitudine del Signore
nel momento del suo supremo dolore. Anche
quelli con cui egli aveva condiviso tutto, quanti
aveva scelto, quelli che erano diventati “i suoi”,
che egli aveva teneramente amato e stava amando, “fino alla fine”, vengono meno lungo il cammino del Golgota. Là vi giungerà solamente la
presenza di Maria, sua Madre, di Giovanni e di
poche donne presenti accanto a Lui ai piedi della croce. Gesù patisce ed è letteralmente sopraffatto dal male, dalla violenza e dall’odio, dall’abbandono e dall’indifferenza degli amici. Ma tutto ciò è trasformato nel dolore di Cristo in forza
di salvezza.
Egli infatti subisce il male, ma con la sua volontà lo trasfigura dall’interno, facendone l’atto
della consegna fiduciosa, piena e definitiva nelle
mani del Padre, nella fiduciosa certezza che Egli,
proprio perché Padre, non potrà lasciare che la
morte abbia l’ultima parola. Già sul Golgota si
intravedono gli albori della vita nuova. Risuscitando Gesù dai morti, è come se il Padre celeste
affermasse che l’offerta totale della vita di Cristo
merita il dono di una vita ugualmente totale e
senza riserve, una vita eterna, una vita che non
potrà più essere corrotta dal tarlo della morte.
Ma nello stesso tempo è come se dicesse anche a
noi che la vita è autentica e realmente degna dell’uomo quando è offerta e donata fino all’estremo, così come ha fatto Gesù. Per questo la contemplazione e il mistero del venerdì santo diventa il nostro modo di ricordare, di riportare
alla memoria del cuore, che la risurrezione costituisce un invito a ritornare sempre e di nuovo
alla croce di Cristo, per vedere in essa il luogo in
cui si manifesta l’amore di Dio che ridà la vita in
pienezza a chi rimane fedele alla sua chiamata
all’amore.
attanaglia e che, all’apparenza, sembra piegarci e
sottometterci. Ma nella comunione con Cristo
risorto, saremo capaci di offrirci a Dio Padre
avendo nel cuore sempre la speranza e la gioia
della risurrezione in cui ogni dolore avrà il suo
vero significato redentivo e salvifico. Vivendo la
Pasqua da credenti nel Risorto ed abitati intimamente da Lui, diveniamo anche capaci di accorgerci dei tanti germi di risurrezione che, già in
questa vita terrena, possiamo incontrare. “Guardate a Lui e sarete illuminati”. Abituati a guardare Cristo, assumeremo “occhi di risurrezione” per
vedere quel che già profuma di vita eterna: la
nostra vita in Cristo, la comunione nella Chiesa,
la fraternità costruita intorno alla Parola e all’Eucaristia, la grazia e la forza di vivere la sofferenza nell’amore, la gioia del servizio di carità,
gli esempi di solidarietà cristiana, l’impegno per
la giustizia, per la libertà e per i diritti dell’uomo. Segni di vita in cui già irradia la luce del Risorto. È vero il bene non fa rumore e in genere
non fa neppure notizia. La risurrezione di Cristo
ci rende capaci di vederlo e di lasciarci coinvolgere perché tutto sia illuminato dalla luce della
risurrezione.
Infine Gesù Risorto da morte, ci offre la forza per spandere vita e offrire occasioni di risurrezione attorno a noi. La vita di Cristo, la vita
che è Cristo, nella nostra realtà quotidiana, scopriremo che non è un programma da eseguire
ma è una persona da guardare.
Nell’amore risorgiamo alla pienezza della
vita. Celebrando la grande veglia pasquale siamo condotti attraverso i gesti, i riti, i simboli e la
Parola ad entrare nella luce della Pasqua che dissipa le tenebre della morte e del sepolcro per invadere tutta la terra. E questa luce è Cristo, è
Cristo risorto. Dobbiamo lasciarci invadere da
questa luce come le donne e con gioia portare
l’annuncio agli uomini.
La luce per sua natura si irradia. Abbracciati
a Lui, il Vivente, ci è offerta così nella fede la
possibilità di attraversare la notte della sofferenza e della passione, facendo della nostra stessa
vita un’offerta gradita a Dio, perché vissuta nella
fiducia che Egli è e continua ad essere Padre
buono, più forte, nella sua bontà, del male che ci
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
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VItA dell’IStItutO
SAnnICAndRO dI bARI
31 ottobre 1963 - 31 ottobre 2013
50 anni in compagnia di San Giuseppe
l 31 ottobre 1963 a Sannicandro di Bari veniva inaugurato l’Asilo Parrocchiale del Carmine, edificato grazie alla ferrea volontà manifestata da Don Ciccio Clarizio, già fondatore e
primo Parroco della Chiesa del Carmine, che curò con passione ed amore durante tutto il suo Ministero pastorale.
Don Nicola Rotundo, attuale Parroco della
Chiesa Matrice di Sannicandro, nel suo libro “Sacerdoti e religiosi di Sannicandro di Bari”, Edizioni Solazzo, a pag. 178 ha evidenziato come
don Ciccio vide in quest’opera “parte integrante
della più ampia azione pastorale perché consentì
di coinvolgere maggiormente le famiglie nell’educazione umana e cristiana dei ragazzi della Parrocchia e del Paese“.
Un obiettivo molto ambizioso che, nel corso
degli anni, è stato ampiamente raggiunto, soprattutto grazie allo straordinario impegno profuso
dalle “Figlie di San Giuseppe”, l’ordine religioso
cui fu affidata la cura educativa e spirituale dei
bambini che hanno frequentato quello che continuiamo a chiamare “l’Asilo di Don Ciccio”.
Un’identificazione tra la struttura ed il suo
fondatore che testimonia il fortissimo legame
tuttora esistente,
nonostante siano
trascorsi molti anni
dalla morte di Don
Ciccio.
Cinquant’anni
dopo, in questo
“piccolo angolo di
paradiso”, i nostri
figli muovono ancora i loro primi
piccoli passi nella
società, in un ambiente molto accogliente dove trascorrono delle ore
divertenti e spensierate, ben sapendo che su di loro vigila San Giuseppe,
il Santo cui fu affidata la preziosissima vita di Gesù
I TA L I A
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Bambino, ed al quale anche noi affidiamo umilmente la crescita umana e spirituale dei nostri
inestimabili tesori.
Nell’ambito degli avvenimenti programmati
per celebrare degnamente questo importantissimo traguardo, il Parroco e Dirigente della Scuola
Don Francesco, Suor Cicily, Suor Angela, i genitori e le maestre Annetta, Concetta ed Enza hanno organizzato il “Calderone di San Giuseppe”,
realizzato sabato 15 Marzo nel cortile esterno
dell’Asilo.
Alla serata, caratterizzata da una temperatura
mite e piacevole, hanno partecipato i bimbi, le loro famiglie, coloro che hanno frequentato la
Scuola nel passato, quanti la amano e la sostengono ancora oggi.
Dopo l’iniziale benedizione impartita da Don
Francesco, tutti i presenti hanno potuto degustare i legumi tipici della nostra tradizione contadina, le fave e i ceci, cotti nei classici pentoloni da
Roberto, il nostro “cuoco ufficiale” e dagli amici
dell’Arci-Uisp, che ringraziamo per la loro disponibilità.
Protagonista eccezionale e indiscusso è stato
senz’altro il falò, alimentato da piccoli rami di le-
gna che i nostri agricoltori hanno voluto donare,
a simboleggiare le fatiche del duro lavoro quotidiano, in un’ideale unione con San Giuseppe, che
quel legno lavorava.
La magia di quelle ore trascorse in spensieratezza e fraternità è stata indimenticabile per i nostri bimbi, anch’essi piccoli interpreti di questo
pezzo di storia.
Su di loro non c’è molto da aggiungere...scatenati come sempre, correvano da una parte all’altra, tra le giostrine all’interno della Scuola e il
cortile esterno, impegnandosi a più non posso
nei balli e nei giochi organizzati appositamente
per loro.
Noi mamme e papà eravamo gioiosi perché
leggevamo la felicità negli occhietti vispi dei nostri bambini, e soprattutto ci siamo goduti quei
momenti di relax e di condivisione con gli altri
genitori, visto che di mattina ci si incontra sempre di fretta.
Un ringraziamento doveroso va fatto a chi ha
avuto l’idea meravigliosa di organizzare un evento simile e a tutti coloro che hanno partecipato
alla riuscita della manifestazione; il nostro “grazie” è rivolto anche alle mamme dei nostri piccoli che, oltre a preparare focacce e delizie varie,
hanno collaborato con le suore e con le maestre
alla bellissima scenografia allestita nei locali dell’Asilo, arricchita da una assortita mostra fotografica che, attraverso i volti dei piccoli alunni e delle loro maestre, racconta i primi cinquant’anni di
questa straordinaria esperienza umana e spirituale.
A tal proposito desideriamo concludere citando una dedica che una mamma ha voluto affiggere accanto ad alcune foto già esposte dieci anni
fa, in occasione del quarantesimo anniversario:
“Quanti piccoli piedi hanno varcato questa soglia e
questo cancello. Risatine nell’aria, minuscole chiacchiere, qualche lacrima. E’ questa la casa della mia
fanciullezza. Oggi è la casa della fanciullezza dei
miei figli. Grazie nostre piccole suore”.
I festeggiamenti legati al 50° Anniversario dell’Asilo non finiscono con il falò di San Giuseppe.
Il prossimo 23 Aprile, infatti, il nostro Arcivescovo Mons. Cacucci sarà nostro gradito ospite
per un incontro su un tema di grande importanza ed attualità: “L’educazione”.
Vito e Rosanna Iacobazzi
...e la festa continua...
Dopo la prima e bellissima esperienza del Calderone per celebrare il 50° anniversario della
scuola, una gioia ancor più grande la si è vissuta
durante la Celebrazione Eucaristica in onore di
San Giuseppe, il 19 marzo.
È con tanto entusiasmo che scrivo, a nome dei
genitori dei bambini della sezione Prematerna,
queste poche righe per ringraziare affettuosamente voi carissime suore e maestre per l’emozione che ogni anno ci regalate in questo giorno.
Il gioioso canto dei nostri bambini durante la celebrazione è diventato un tutt’uno con l’amore di
Dio e del nostro Santo Patrono avvolgendo le nostre famiglie in un
caloroso abbraccio.
La gioia, poi, ha raggiunto il culmine
nel vedere tanti piccoli ometti (i bambini della sezione
prematerna) offrire
i loro doni al momento dell’Eucarestia.
Cinquant’anni di
grandi emozioni e
di storie da raccontare che ci porteremo sempre nel cuore!!!
Grazie e ancora...
Grazie!!
Con affetto,
Marilisa
(Rappr. Sezione
Prematerna)
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VItA dell’IStItutO
ORIStAnO - CASA dI ACCOGlIenzA “CASA lIttARRu”
un pomeriggio come tanti
n opportunità di lavoro sopraggiunta in un
periodo in cui non
avevo ancora ben definito quello che sarebbe stato il mio cammino professionale. Ricordo ancora con emozione quell’ incontro che da li a poco avrebbe
cambiato positivamente la mia
vita. Dietro quel portone un immagine dolcissima. Una presenza confortevole, un corpo esile ,
un sorriso. Piacere: il mio nome
è Carla.
Da subito ho respirato un‘
aria positiva. Ho sempre sognato di adottare un bambino ancor prima che il Signore mi ponesse di fronte ad un destino
che sta contribuendo ad arricchire sensibilmente il mio presente. A volte le sensazioni che
si provano sin dalla primissima
infanzia si rivelano come degli
annunci, come un miraggio verso un orizzonte già ben delineato dal destino .e forse era arrivato il momento proprio in quell’occasione, grazie a quella opportunità , di dare un corpo e
un immagine concreta di quello
che da sempre era il mio sogno.
I TA L I A
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Un unico obiettivo: l’Africa.
Si, perché i bimbi che sognavo erano proprio quelli lontano
dal nostro mondo e, assolutamente, di colore. Ho sempre
avuto le idee molto chiare da
questo punto di vista e ogni volta che mi capitava di incontrare
una persona di colore il mio
cuore batteva così forte come
una conferma delle mie più segrete sensazioni. Sicuramente
mai avrei pensato di poter entrare a far parte di un mondo
che mi ha permesso di accudire
tanti bambini insieme e di seguirli anche se temporaneamente come una vera mamma.
Bimbi dolcissimi uniti da un
forte senso della famiglia guidata da due comandanti impeccabili Suor Bruna e Suor Paola,
donne meravigliose, ineccepibili nelle loro funzioni . umanamente inserite in un contesto a
volte troppo difficile. Ho avuto
modo di conoscere anche adolescenti che per gravi e personali problemi familiari sono stati
accolti da questa grande famiglia. Una casa a tutti gli effetti,
dove soggiorna amore, ritmi del
quotidiano, e tutte quelle regole
che una buona famiglia deve seguire per favorire una buona
educazione.
Una famiglia composta da
persone meravigliose che non
smetterò mai di ringraziare per
la grande opportunità che mi
hanno donato. Ho capito che
l’unione non solo fa la forza ma
ti permette di arricchirti, di provare emozioni che da sola non
avresti mai scoperto. Collaborare, con il solo unico obiettivo di
rendere piacevole un soggiorno
temporaneo, una fermata tra le
tante di un treno, quello della
vita, sul quale speri fortemente
di far soggiornare amore e buoni ricordi per tutti coloro che
anche se per una sola tappa vi
sono saliti. Storie difficili che si
celano dietro a quei dolci teneri
occhi di un bambino spesso
ignaro della realtà che lo ha
condotto a noi. Storie di bambini e giovani che hanno sofferto
troppo e troppo presto. Storie
conosciute per sentito dire. Sto-
“Casa Littarru” - Alcuni scorci
della casa di accoglienza.
rie vissute da spettatori passivi
che, inevitabilmente suscitano
compassione, tristezza, ma che
se vissute da attori regalano delle gioie immense seppur nella
loro drammaticità. Io, attrice e
protagonista, mi sono ritrovata
ad affrontare per certi versi
qualcosa di più grande di me,
ma che sin dal primissimo
istante sono riuscita a portare
avanti con assoluta naturalezza
e spontaneità.
Oggi, a distanza, ho ben
chiara la consapevolezza di
quello che sta diventando il mio
mondo, fatto di gioie ma anche
di sacrifici premiati poi dal resoconto affettivo che ognuno
con la sua storia è stato capace
di offrirmi. Forse è sempre stato
quello il mio mondo e solo grazie a questa esperienza ho finalmente capito.
Esperienze fantastiche grazie
anche allo straordinario e amorevole lavoro svolto da tutti i
componenti di questa struttura.
Persone pronte alla collaborazione, al confronto.
Gioie legate al grande insegnamento di vita. Gioie legate a
quei sorrisi di un bambino che
sin dal primissimo istante conquista il tuo cuore e dal quale
improvvisamente ti devi separare perché i cosiddetti genitori
“di cuore” lo portano con loro
per amarlo, per regalargli una
casa, una famiglia vera.
E si ricomincia. Resta comunque nel tuo cuore. Un nuovo tassello che uno dopo l’altro
partecipa alla costruzione della
tua nuova vita. Amori a prima
vista, alcuni più forti di altri ma,
spesso con finali dolorosi soprattutto per me, che troppe
volte ho desiderato e anche sperato di non separarmi mai da
nessuno di loro. Un passaggio
delicato a volte troppo doloroso,
per ogni singolo bambino, agevolato da un ponte costruito per
appianare il transito tra la parte
sfortunata della sua vita e la spe-
“Casa Littarru” Scene di vita quotidiana
ranza di ciò che di stupendo
spera di incontrare. Un ponte
che però lascia transitare delle
esperienze sublimi, fantastiche,
straordinariamente indelebili.
Sarò sempre grata alla Superiora e alla sua Formidabile
Spalla e a tutta la comunità della casa di accoglienza, per un
opportunità che nel vero senso
della parola ha cambiato la mia
vita e che per certi aspetti ha
compensato sino a questo momento armoniosamente la mancanza di un bambino tutto mio.
Ho capito che forse l’amore,
quello vero, non deve necessariamente avere lo stesso sangue
per essere condiviso ma può essere vissuto e scambiato tra molecole il cui centro è fatto di solo amore incondizionatamente
riconoscibile con un unico codice. Mettersi a disposizione di
coloro che hanno bisogno di te e
non solo per il fatto che il tuo
ruolo lo richiede, ma perché il
tuo cuore non può fare a meno
di viverlo. Grazie!
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
Carla Casula
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VItA dell’IStItutO
April Fool
partenza 1° aprile 2014. Volo di sola andata per londra
no scherzo? No, niente
di più vero e di più agognato. Un sogno che
diventa realtà.
Aprile è proprio il suo mese
(nasce il giorno 13 aprile di ventuno anni fa). Dormigliona...
ma c’è il risveglio di primavera,
la sua. Vuole rinascere e ricominciare, costruirsi un avvenire
diverso, più sicuro.
E noi? Noi tutti da “casa Littarru“ le auguriamo ogni bene,
che i sogni si avverino!
Dal sogno al risveglio ci vuole del tempo, ci si deve adeguare, guardarsi intorno, respirare
profondamente e…partire verso
il domani, il futuro, il suo destino.
Auguri, Roberta, ci manca la
tua vivacità, le tue contestazioni, la tua allegria.
I TA L I A
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Vivi la tua vita con correttezza e onestà, porta la tua specificità e sardità oltre la Manica e
rimboccati le tue!
Tutte le Littarrine, suore,
ospiti e personale al completo
Il primo invito che voglio rivolgervi giovani, è questo:
Non abbiate paura!
Non abbiate paura della vostra giovinezza
e di quei profondi desideri che provate di felicità,
di verità, di bellezza e di durevole amore!
Il futuro di pace sta nei vostri cuori.
Giovanni Paolo II
Anche quest’anno in estate si ripete l’appuntamento con i campi, pensati e programmati per vivere insieme ai ragazzi un momento formativo e impegnativo al
tempo stesso.
L’obbiettivo è quello di vivere un‘esperienza intensa di amicizia, di gioia, di confronto con se stessi, con la Parola di Dio e con gli altri. Sono giorni di amicizia, di
divertimento ma anche di impegno per fare in modo che l’esperienza aiuti a crescere come persone e come cristiani. Per questo è necessario desiderare, sognare, volere e impegnarsi perché ciò sia possibile per se stessi e per gli altri che condivideranno la stessa esperienza con te.
ProGraMMa EsTaTE 2014
1° campo-scuola: 3 - 7 luglio
Età: 2ª -3ª media - 1ª Superiore (frequentata)
2° campo-scuola: 10 - 14 luglio
Età: 5ª Elementare - 1ª media (frequentata)
3° campo-scuola: 16 luglio - 20 luglio
Età: dalla 2ª alla 5 ª Superiore (frequentata)
* * *
dopo il 23 luglio in data da definire:
Dai 20 anni in su
Per coloro che hanno già partecipato a numerosi campi.
Per i giovani che desiderano condividere momenti di preghiera
e di gioia all’insegna dell’amicizia e della condivisione.
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VItA dell’IStItutO
Il papa alla Veglia pasquale:
testimoniare Cristo con gioia umile e mite
l Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo incomincia con il cammino delle donne verso il
sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato. Esse vanno alla tomba, per onorare il corpo del Signore, ma la trovano aperta e vuota. Un angelo potente dice loro: «Voi non abbiate paura!» (Mt 28,5),
e ordina di andare a portare la notizia ai discepoli:
«È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea»
(v. 7). Le donne corrono via subito, e lungo la strada Gesù stesso si fa loro incontro e dice: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10). “Non abbiate paura”, “non temete”: è una voce che incoraggia ad aprire il cuore per ricevere questo annuncio.
Dopo la morte del Maestro, i discepoli si erano
dispersi; la loro fede si era infranta, tutto sembrava
finito, crollate le certezze, spente le speranze. Ma
ora, quell’annuncio delle donne, benché incredibile, giungeva come un raggio di luce nel buio. La
notizia si sparge: Gesù è risorto, come aveva predetto… E anche quel comando di andare in Galilea; per due volte le donne l’avevano sentito, prima
dall’angelo, poi da Gesù stesso: «Che vadano in
Galilea, là mi vedranno». “Non temete” e “andate
in Galilea”.
La Galilea è il luogo della prima chiamata, dove
tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti.
Li aveva chiamati, e loro avevano lasciato tutto e lo
avevano seguito (cfr Mt4,18-22).
Ritornare in Galilea vuol dire rileggere tutto a
partire dalla croce e dalla vittoria; senza paura,
“non temete”. Rileggere tutto – la predicazione, i
miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le de-
I TA L I A
I
Domenica di Pasqua.
La folla di Piazza S. Pietro accoglie papa Francesco.
bracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in Galilea!
Il Vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua
risurrezione. Non è un ritorno indietro, non è una
nostalgia. E’ ritornare al primo amore, perricevere
il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo
a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in Galilea senza paura.
«Galilea delle genti» ( Mt 4,15; Is 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio
intenso di incontro… Mettiamoci in cammino!
La piazza vista dall’alto.
* * * * *
La Basilica di San Pietro
preparata per la Celebrazione Eucaristica.
fezioni, fino al tradimento – rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto d’amore.
Anche per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino con Gesù. “Andare in Galilea”
significa qualcosa di bello, significa per noi riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova alla radice della nostra fede e
della nostra esperienza cristiana. Tornare in Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato
all’inizio del cammino. E’ da quella scintilla che
posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie
sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia
umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite.
Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è
anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù
Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione. In questo senso, tornare in
Galilea significa custodire nel cuore la memoria
viva di questa chiamata, quando Gesù è passato
sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia,
mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui
i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava.
Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Si tratta di fare
memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia
Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la
troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per
strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare.
Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai,
io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi ab-
Messaggio urbi et orbi
della domenica di Pasqua
«Christus surrexit, venite et videte!». Cari fratelli e
sorelle, buona Pasqua! Risuona nella Chiesa sparsa in
tutto il mondo l’annuncio dell’angelo alle donne: «Voi
non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso.
Non è qui. E’ risorto … venite, guardate il luogo dove
era stato deposto» (Mt 28,5-6). Questo è il culmine del
Vangelo, è la Buona Notizia per eccellenza: Gesù, il crocifisso, è risorto! Questo avvenimento è alla base della
nostra fede e della nostra speranza: se Cristo non fosse
risorto, il Cristianesimo perderebbe il suo valore; tutta
la missione della Chiesa esaurirebbe la sua spinta, perché è da lì che è partita e che sempre riparte. Il messaggio che i cristiani portano al mondo è questo: Gesù, l’Amore incarnato, è morto sulla croce per i nostri peccati, ma Dio Padre lo ha risuscitato e lo ha fatto Signore
della vita e della morte. In Gesù, l’Amore ha vinto sull’odio, la misericordia sul peccato, il bene sul male, la
verità sulla menzogna, la vita sulla morte.
Per questo noi diciamo a tutti: «Venite e vedete!». In
ogni situazione umana, segnata dalla fragilità, dal peccato e dalla morte, la Buona Notizia non è soltanto una
parola, ma è una testimonianza di amore gratuito e fedele: è uscire da sé per andare incontro all’altro, è stare
vicino a chi è ferito dalla vita, è condividere con chi
manca del necessario, è rimanere accanto a chi è malato o vecchio o escluso… “Venite e vedete!”: l’Amore è
più forte, l’Amore dona vita, l’Amore fa fiorire la speranza nel deserto. Con questa gioiosa certezza nel cuore, noi oggi ci rivolgiamo a te, Signore Risorto! Aiutaci
a cercarti affinché tutti possiamo incontrarti, sapere
che abbiamo un Padre e non ci sentiamo orfani; che
possiamo amarti e adorarti. Aiutaci a sconfiggere la
piaga della fame, aggravata dai conflitti e dagli immensi sprechi di cui spesso siamo complici. Rendici capaci
di proteggere gli indifesi, soprattutto i bambini, le donne e gli anziani, a volte fatti oggetto di sfruttamento e di
abbandono. Fa’ che possiamo curare i fratelli colpiti
dall’epidemia di ebola in Guinea Conakry, Sierra Leone
La Benedizione “Urbi et Orbi” dalla loggia.
e Liberia, e quelli affetti da tante altre malattie, che si
diffondono anche per l’incuria e la povertà estrema.
Consola quanti oggi non possono celebrare la Pasqua
con i propri cari perché strappati ingiustamente ai loro
affetti, come le numerose persone, sacerdoti e laici, che
in diverse parti del mondo sono state sequestrate.
Conforta coloro che hanno lasciato le proprie terre
per migrare in luoghi dove poter sperare in un futuro
migliore, vivere la propria vita con dignità e, non di rado, professare liberamente la propria fede. Ti preghiamo, Gesù glorioso, fa’ cessare ogni guerra, ogni ostilità
grande o piccola, antica o recente! Ti supplichiamo, in
particolare, per la Siria, perché quanti soffrono le conseguenze del conflitto possano ricevere i necessari aiuti umanitari e le parti in causa non usino più la forza
per seminare morte, soprattutto contro la popolazione
inerme, ma abbiano l’audacia di negoziare la pace, ormai da troppo tempo attesa!
Ti domandiamo di confortare le vittime delle violenze fratricide in Iraq e di sostenere le speranze suscitate dalla ripresa dei negoziati tra Israeliani e Palestinesi. Ti imploriamo che venga posta fine agli scontri nella Repubblica Centroafricana e che si fermino gli efferati attentati terroristici in alcune zone della Nigeria e le
violenze in Sud Sudan.
Ti chiediamo che gli animi si volgano alla riconciliazione e alla concordia fraterna in Venezuela. La tua
Risurrezione, che quest’anno celebriamo insieme con le
Chiese che seguono il calendario giuliano, illumini gli
sforzi in Ucraina per sciogliere le tensioni degli ultimi
tempi e ritrovare uno spirito di unità e di dialogo, volto
all’edificazione del bene comune. Per tutti i popoli della Terra ti preghiamo, Signore: tu che hai vinto la morte, donaci la tua vita, donaci la tua pace!
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
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VItA dell’IStItutO
ORIStAnO - Ministranti: Amici speciali di Gesù
Incontro con i ministranti delle parrocchie
della Cattedrale, San Sebastiano e San paolo
“Gesù, che ha chiamati i suoi apostoli
con l’appellativo di amici e che per loro ha donato tutto,
è pronto a stringere un rapporto specialissimo
anche con i giovani ministranti di oggi.”
Dossier catechista
l 30 marzo, a Putzu Idu, presso la struttura delle suore Evarestiane, i ministranti della parrocchia della Cattedrale, San Sebastiano e San Paolo si sono radunati per vivere insieme una bella
giornata vissuta all’insegna della gioia, della condivisione, dell’ascolto e della preghiera. Erano presenti circa 30 ragazzi che durante tutto l’anno liturgico
prestano il loro servizio nelle rispettive parrocchie;
alcuni genitori che hanno scelto anche loro di vivere questa esperienza; don Maurizio e don Diego; e le
suore responsabili dei gruppi dei ministranti: sr.
Adelia (San Sebastiano), sr. Sonyia (Cattedrale) e sr.
Maria Loredana (San Paolo). Alle 9:30 erano previsti gli arrivi e, per rompere il ghiaccio, abbiamo iniziato la giornata con un gioco divertente che ha permesso ai ragazzi di conoscersi a vicenda. Dopo la
preghiera iniziale don Maurizio con grande capacità e semplicità ha spiegato ai ministranti la bellezza
della Veglia Pasquale con le sue diverse liturgie. Dopodichè i ragazzi sono stati divisi in 4 gruppi ognuno dei quali ha sviluppato la conoscenza di una delle liturgie in particolare presentandola il pomeriggio agli altri gruppi. A mezzogiorno abbiamo partecipato alla Santa Messa animata e servita dai ministranti. Dopo il pranzo al sacco, ancora in gruppi, i
ragazzi hanno partecipato ad un quiz riguardante il
loro servizio e il cammino di fede di ogni cristiano.
La giornata si è conclusa con giochi, balli e la preghiera. Ringraziamo il Signore per questa bella giornata e tutti coloro che nel loro piccolo hanno collaborato per la realizzazione di questa esperienza, viviamo nella speranza di ripeterla l’anno prossimo.
Un particolare ringraziamento va al nostro parroco
don Giuseppe Sanna che ha accolto, incoraggiato e
approvato questa iniziativa.
“Padre ti ringraziamo per tutti i tuoi doni e per
questa giornata che ci hai fatto vivere nella gioia insieme a te. Tu ci hai scelti per essere portatori di speranza e di vita per tutti. Vogliamo metterci a servizio tuo e del tuo Regno come ha fatto Gesù e tutti i
testimoni della vita cristiana che ci hanno preceduto.
Grazie Signore”.
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Alcuni parrocchiani
VItA dell’IStItutO
“la gioia del Vangelo è per tutti i popoli”
(evangelii gaudium 23)
Cronaca di un viaggio
previsto e imprevedibile
Madre Maria daniela
ondividiamo con i lettori parte della vita dell’Istituto e in particolare la
realtà delle Missioni, dove più si sperimenta il bisogno di portare la gioia del vangelo come ci richiama Papa Francesco. La
Missione infatti è: “la Chiesa in uscita, dove
la comunità evangelizzatrice sperimenta che
il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore, e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli
esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire
misericordia, frutto dell’aver sperimentato
l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (EG. 24).
Questo è lo spirito missionario che deve riempire il nostro cuore, ovunque siamo, lavoriamo, preghiamo, offriamo, serviamo e soffriamo. È lo spirito evangelico che dà la forza di affrontare ogni disagio, malattia e fatica con dedizione ed amore perché si diffonda il regno di Cristo e, come leggiamo nel profeta Isaia: siamo consacrate e inviate ad annunziare ai poveri un lieto
messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, dare libertà agli oppressi e
annunciare la misericordia del Signore. In comunione con tutto l’Istituto e ogni sorella che ci seguiva con l’affetto e la preghiera, abbiamo voluto
portare sostegno e conforto a ciascuna missionaria e comunità con la comprensione, l’ascolto dei
problemi, la condivisione fraterna e il reciproco
affetto, facendoci sentire davvero sorelle perché
unite nel vincolo della carità che anima la nostra
Famiglia religiosa.
Il 3 gennaio a Roma alle 5 del mattino, con suor
Paoletta, siamo uscite da casa per l’aeroporto. Il
volo puntualissimo ci ha portato a Parigi e da Parigi alle 10:45 ci siamo imbarcate per Brazzaville
dove siamo arrivate dopo 7 ore di volo verso le ore
18. L’accoglienza delle sorelle delle comunità di
Brazzaville: Nunziatura, Noviziato e Mbuonò è
stata gioiosa e affettuosa e questo ripaga sempre
della stanchezza accumulata col conforto del sen-
A F R I C A
C
Brazzaville - Nunziatura Apostolica,
S. Ecc.za Mons. Jan Romeo Pawlowski celebra l’Eucarestia.
Brazzaville L’ingresso della
Nunziatura
Apostolica.
naio, domenica, festa del Battesimo del Signore,
nella parrocchia di Notre Dame dell’Assomption,
alle 9:30 ha avuto inizio la solenne celebrazione
presieduta da S. Ecc.za Mons. Jan Romeo Pawlowski, Nunzio Apostolico per il Congo e il Gabon,
con numerosi concelebranti sacerdoti e religiosi,
presente una folla numerosa di religiose, parenti
delle consorelle, autorità civili, amici e conoscenti
della realtà dell’Istituto e del nostro servizio nelle
comunità dell’Africa. La celebrazione è stata solenne, ben curata in tutti gli aspetti liturgici e anche nei canti eseguiti da diverse corali delle parrocchie, allietata dalle danze delle bambine che
accompagnano con passi armoniosi e gesti di
omaggi floreali e di adorazione al Signore i canti,
le preghiere e i momenti celebrativi d’ingresso, di
offertorio e di acclamazione. L’omelia del Presidente della celebrazione è stata toccante e profon-
da, fondata sul richiamo a vivere gli impegni del proprio battesimo in ogni stato
di vita, secondo la nostra personale vocazione e in particolare quanto esige la risposta alla vocazione religiosa con la professione dei consigli evangelici di castità,
povertà ed obbedienza, nel proprio carisma, abbracciato attraverso la scelta di
uno specifico istituto, in questo caso la
nostra famiglia religiosa, che ha come
modello di vita San Giuseppe che nel silenzio, nel lavoro e nell’obbedienza cooperò al disegno della salvezza, custodendo Gesù e Maria. Il richiamo alla essenzialità e alla totale dedizione nella Chiesa
per servirla nei fratelli più bisognosi si è
fatto anche augurio e preghiera per ottenere dal
Signore la fedeltà al per sempre come ciascuna
professa ha detto con voto solenne e firmando la
propria promessa sull’altare del divino sacrificio.
Bellezza, solennità ma anche sobrietà hanno
caratterizzato la celebrazione, seguita da una fraterna condivisione con un aperitivo con tutti e poi
il pranzo con le autorità e i parenti. Siamo grate a
tutte le sorelle che hanno contribuito a rendere
bella nella sua semplicità la celebrazione.
Brazzaville - Parrocchia di
Notre Dame dell’Assomption.
Alcuni momenti della Celebrazione Eucaristica
per la professione perpetua.
tirci subito a casa. La nostra prima sosta è stata in
Nunziatura dove ci siamo fermate per organizzare
i tempi di permanenza nelle diverse comunità e le
problematiche da affrontare. La prima settimana
dopo una sosta di due giorni tra le consorelle del
Noviziato e di Mbuonò, al rientro delle consorelle
che facevano gli Esercizi spirituali per prepararsi
per alla professione perpetua, ci siamo dedicate a
loro con incontri personali e comunitari e insieme
organizzare la celebrazione liturgica. Il 12 genLe Figlie di San Giuseppe 2/2014
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A F R I C A
VItA dell’IStItutO
re al sostentamento dei bambini denutriti. Ho
ammirato le consorelle perché danno una testimonianza di laboriosità e anche di fattiva
competenza nel seguire la coltivazione del
mais, dell’olio di palma e degli ortaggi vari insieme a loro guidandole e sostenendole nella
fatica e nell’accudimento della famiglia.
Davvero il bene passa prima di tutto con la
testimonianza. Non si educa al lavoro e alla
fatica se non ci si rimbocca le maniche per
condividere e lavoro e fatica, sapendo che
questo per primo lo ha fatto il Signore Gesù a
Nazareth con Maria e Giuseppe. Questo ha
portato ammirazione e rispetto da parte della
gente e soprattutto diventa messaggio esplicito per dire che il lavoro delle proprie mani è
anche per noi il vero modo per crearsi una viBrazzaville - Foto di gruppo delle professe.
Da sinistra verso destra: suor Adolphine, suor Catherine, Madre
ta dignitosa, vivendo sì della provvidenza ma
M. Daniela, suor Marthine, suor Genevieve
in modo operoso ed attivo. L’impegno della
comunità, è riconosciuto da tutti e ce lo hanNel programma orientativo della nostra per- no confermato anche i responsabili soprattutto i
manenza c’era l’incognita sulla possibilità o meno religiosi incaricati delle scuole della Diocesi. Per
di raggiungere Bangui, capitale del Centrafrica tutto ringraziamo il Signore e anche la comunità.
A Libenge, dopo tante difficoltà, siamo potute
dove dal mese di marzo si combatte una guerra
fratricida che non vede, ad oggi, ancora
soluzioni. Qui vi sono le nostre consorelle in due comunità: quella di formazione
e quella del dispensario. Il desiderio e il
dovere di incontrarle ci portava a cercare
ogni possibile soluzione. La scelta migliore ci è sembrata quella di raggiungere le
missioni della Repubblica Democratica
del Congo e cioè: Gemena, Libenge e
Zongo passando da Kinshasa dove per
giungervi da Brazzaville basta attraversare il fiume Congo. Così abbiamo fatto
martedì mattina, 14 gennaio, e dopo aver
pernottato presso la comunità dei Cappuccini di Kinshasa, la mattina del 15 in
aereo abbiamo raggiunto Gemena. Al
momento la comunità era composta da
due consorelle Suor Maria Constantine e
Suor Angelique che seguono i bambini
della casa famiglia, l’internato nella scuola diocesana, l’attività parrocchiale e l’assistenza ai poveri, soprattutto coinvolgendo nel lavoro materiale dei campi le
mamme che hanno bisogno di provvede-
BrAzzAville La casa di formazione.
arrivare il sabato 18 gennaio. Abbiamo constatato
come la zona equatoriale del paese sia peggiorata
in tutti i sensi. La situazione delle strade è disastrosa, meglio dire che non esistono strade. Gli
abituali percorsi tra foreste e savana sono un continuo pericolo per l’ingolfarsi della macchina nei
pantani di fango, cadere in fiumi dove i ponti sono distrutti e ogni sorta di sballottamento che ci
faceva implorare l’aiuto del Signore con la preghiera continua, perché lungo tutto il percorso c’erano ostacoli e pericoli da superare. Fino alla sera
del giorno precedente alla partenza per Libenge si
era nell’incertezza di poter partire e quindi di dover tornare indietro senza visitare le comunità. La
notizia del crollo di un ponte importante ci ha imposto di far venire una macchina fino al ponte
crollato, che abbiamo potuto attraversare camminando su fragili aste di legno e canne e dopo aver
scaricato e caricato il bagaglio. Giunte dall’altra
parte, abbiamo proseguito il viaggio, grazie ad una
seconda macchina provveduta dalla polizia congolese di Libenge.
Le sorelle della comunità, Suor Margherita,
Suor Marianna, Suor Aurora e Suor Jeanne ci hanno accolto con gioia. Con la visita canonica anche
Brazzaville - Il gruppo delle novizie
con le loro formatrici e alcune consorelle.
qui abbiamo preso atto del prezioso servizio delle
consorelle nei diversi ambiti: scuola materna ed
elementare, attività parrocchiali, un piccolo foyer,
collaborazione in ospedale e impegno di seguire
una emittente radio locale, in lingua Lingala, di
proprietà della missione, coordinata da Suor Jeanne con i collaboratori sacerdoti e laici. È uno strumento per trasmettere la parola di Dio e il magi-
MBuOnO - La scuola di Mbuonò con i suoi alunni.
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VItA dell’IStItutO
relle e Suor Marie Thérèse dopo
aver preparato tutti i documenti richiesti, affidando il progetto alla
protezione di Padre Prinetti, è partita a Kinshasa per presentare la richiesta. Quando meno si pensava,
ma si sperava e pregava, è giunta la
risposta positiva all’apertura della
scuola che ora, al terzo anno di funzionamento, a conclusione dell’anno darà i primi diplomi universitari per il servizio infermieristico. È
avviata anche la nuova costruzione
del così chiamato ISTM (Istituto
Superiore Tecnico Medicale) in un
ampio spazio di terreno utile agli studenti quando
si vorrà aprire anche ad altri campi di studio come
quello agrario. È urgente però concludere la costruzione degli ambienti con spazi per l’informatica e la biblioteca, cose che ora non si hanno ma
A F R I C A
Gemena - Scorcio della casa (sopra)
e della cappella (a destra).
1
Gemena Il gruppo di bambini
di cui si occupa la comunità,
resi orfani dalla guerra.
stero della Chiesa, che può illuminare e aiutare a
leggere anche le problematiche sociali alla luce
della fede cristiana. È un mezzo anche per difendere il popolo e arginare l’abbandono dei cristiani.
Conclusa la visita in questa comunità, sempre
con lo stesso mezzo provveduto dalla polizia congolese, siamo partite per Zongo. Anche il percorso da Libenge a Zongo che gli anni scorsi si faceva in tre ore attualmente, per i motivi che dicevo
prima, ha richiesto circa sei ore.
Accolte festosamente dalla gioia di oltre 700
alunni della nostra scuola primaria e materna
“Padre Felice Prinetti”, con le suore, i maestri e le
maestre, i medici e gli infermieri dell’ospedale,
tutti venuti per darci il benvenuto e augurare un
buono e proficuo soggiorno. Sono scene bellissime che in Africa si ripetono, con la musica e le
danze, per esprimere il desiderio di rendere visibile e concreto il sentimento della festa, della gioia
per la presenza degli ospiti, dell’accoglienza per
chi viene da lontano, offrendo ciò che possiedono:
il sorriso e la gioia di vivere anche nel poco o
niente che hanno, ma consapevoli del bene che ricevono dalla presenza e dal servizio delle conso-
2
relle missionarie. Suor Marie Thérèse, Suor Maria
Concetta, Suor Martine animano in collaborazione l’attività della scuola e dell’ospedale. Le giovani
Suor Marie Louise e Suor Bibiane studiano per
concludere quest’anno il corso di infermiere professionali e insieme sono attive collaboratrici all’ospedale. La novità della realtà di Zongo sa di miracolo. Nel senso che quanto si sta realizzando attraverso i disegni della Provvidenza solo qualche
anno fa non l’avremmo neanche potuto immaginare, e oggi lo vediamo in atto come realtà di crescita della presenza e delle opere dell’Istituto. Infatti all’apertura della scuola primaria con le sue 6
classi con anche doppi turni, si è aggiunta l’opera
del centro ospedaliero attivato dall’organismo
umanitario Sole e Terra di cui altre volte vi ho parlato, e a ciò ha fatto seguito la richiesta da parte
delle autorità e dell’intero paese di Zongo di prendere l’iniziativa per richiedere l’apertura di un Istituto superiore medicale, che si appoggiasse all’ospedale come una possibile scuola universitaria
infermieristica.
La proposta quantunque poteva apparire difficile da realizzarsi è stata fatta propria dalle conso-
3
libenge
1-2: Un momento di gioia e accoglienza
da parte dei bambini
della scuola elementare e materna.
3-4: Gli spazi della casa
5: Ingresso per la radio.
4
5
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VItA dell’IStItutO
to per essere presenti nel lavoro dell’ospedale dove
i feriti e gli ammalati, in particolare i bambini sono ogni giorno più numerosi proprio a motivo
della guerra. La stessa Cattedrale e i locali della
diocesi sono occupati dai profughi che le suore
quando possono visitano ed aiutano. È una situazione di grande sofferenza quella che stanno vivendo le nostre consorelle. Ammiriamo in loro la
serenità e la tranquilla confidenza con cui affrontano le difficoltà e le incertezze quotidiane sicure
sempre di essere protette dalla paterna intercessione di San Giuseppe. Anche noi dopo infinite
A F R I C A
zongo - L’accoglienza è espressa
dalla gioia degli alunni.
trattative con le autorità e attraverso le conoscenze delle suore, la vigilia della partenza dell’aereo,
dopo giorni di ansia e di preoccupazione, siamo
riuscite a passare a Bangui e da qui siamo rientrate a Brazzaville.
Concludo questa lunga cronaca e con Suor
Paoletta rinnovo il ringraziamento e il saluto affettuoso a tutte in particolare alla comunità della
Nunziatura dove abbiamo sostato più a lungo e
anche per l’accompagnamento in tutte le tappe del
viaggio da parte di Suor Maria Feliciana che ha
condiviso con noi fatiche, gioie e preoccupazioni.
Auguriamo a tutte le sorelle missionarie dell’Africa e di ogni continente di vivere il vero senso della missione in mezzo ai poveri come Papa Francesco ci ha invitato nella sua prima esortazione.
L’ospedale da campo.
Particolare della sala operatoria
che condizionano la possibilità di
continuità della scuola. Per questo confidiamo ancora nella
Provvidenza perché ci possa aiutare a trovare le vie per avere i
fondi economici necessari.
In tutto ciò si è avuta la possibilità di constatare la crescita della qualità del bene che si può fare. Infatti se è grande cosa aiutare i bambini nei primi anni della
loro esistenza per il nutrimento e
la formazione scolare, non è da
meno impegnarsi per offrire ai
giovani la possibilità di proseguire la formazione culturale, umana e professionale perché imparino a lavorare e a far crescere il li- Foto di gruppo con Madre M. Daniela,
la comunità di Zongo e le comunità di Bangui insieme alle aspiranti.
vello di vita del proprio paese.
A Zongo quando si programmava la partenza per Bangui, via fiume come che alla pace, sta mettendo gli uni contro gli altri,
sempre, abbiamo sentito già dalla mattina riac- facendola apparire una guerra di religione.
Le consorelle delle due comunità di Bangui socendersi i rumori delle armi da fuoco e i colpi di
cannone e purtroppo ancora oggi le notizie ripor- no venute a Zongo vista l’impossibilità di spostartate anche nei nostri giornali non sono buone. ci per prudenza e con noi sono rimaste due giorContinuano le violenze, gli omicidi e le aggressio- ni: Suor Marie Michèle, Suor Editte, Suor Maurini tra fazioni opposte dei cosidetti Seleka e anti- cette e Suor Ortense, alcune postulanti e aspiranBalaka, volendo far apparire musulmani e cristia- ti. Trattenendoci con loro abbiamo saputo dei
ni in opposizione tra loro ma in effetti, come ha giorni di ansia e di tribolazione che dal mese di
denunciato l’Arcivescovo di Bangui, sono terrori- marzo scorso stanno patendo. Impossibilitate
sti, perché il cristiano non uccide chi uccide, ma quasi ad uscire di casa, sono impegnate nel lavoro
perdona, e con i fratelli musulmani c’è sempre sta- formativo delle postulanti ed aspiranti all’interno
ta una convivenza pacifica. Oggi invece la regia della comunità essendo stati sospesi tutti i corsi e
del male guidata da chi ha interesse alla guerra più i convegni formativi. Nel dispensario fanno di tut-
Bangui 1-2-3: La casa della comunità di formazione
1
4-5: Alcune persone
in attesa di essere curate
nel dispensario
2
4
3
5
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pReGhIAMO peR...
Assunta Mereu
sorella di
suor Maria Grazia
Fabien Bagaza Yale
padre di
suor Brigitte
† 19 febbraio 2014
Salvatore
Tendas Mele
fratello di
suor Maria Rosa
† 23 marzo 2014
O Gesù che sei Risurrezione e vita,
affido a te l’anima di mio fratello
perché, accolto nella dimensione eterna,
glorifichi sempre la tua bontà
ed esalti la tua infinita misericordia.
suor Maria Rosa
i NosTri DEFUNTi
ANNA GHIANI
sorella di suor Maria Albina
CLEMENTINA DADOKOLO
sorella di suor Anny
GIOVANNI ARZU
fratello di suor Maria Giuliana
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SCeltI peR VOI
RIFletteRe e SORRIdeRe
Il barilotto
bruno Ferrero
empo fa, in una terra lontana, viveva un signore potente e famoso in ogni angolo del regno. Sull’orlo di
una nera scogliera aveva fatto costruire una roccaforte
così solida e ben armata, da non temere né re, né conti, né
duchi, né principi, né visconti. E questo possente signore aveva un bell’aspetto, nobile e imponente. Ma nel suo cuore era
sleale, astuto e ipocrita, superbo e crudele. Non aveva paura né di Dio né degli uomini. Sorvegliava come un falco i sentieri e le strade che passavano nella regione e piombava sui
pellegrini e mercanti per rapinarli. Aveva da tempo calpestato
tutte le promesse e le regole della cavalleria.
La sua crudeltà era divenuta proverbiale. Disprezzava
apertamente la gente e le leggi della Chiesa.
Ogni Venerdì santo invece di digiunare e rinunciare a
mangiare carne organizzava grandi festini e lauti banchetti
per i suoi cavalieri. Si divertiva a tiranneggiare vassalli e
servitù. Ma un giorno, durante un combattimento, un colpo di balestra lo ferì gravemente ad un fianco. Per la prima
volta, il crudele signore provò la sofferenza e la paura.
Mentre giaceva ferito, i suoi cavalieri gli fecero balenare
davanti agli occhi la gola spalancata e infuocata dell’inferno a cui era sicuramente destinato se non si fosse pentito
dei suoi peccati e confessato in chiesa. “Pentirmi io? Mai!
Non confesserò neppure un peccato!”. Tuttavia il pensiero
dell’inferno gli provocò un po’ di spavento salutare. A malincuore gettò elmo, spada e armatura e si diresse a piedi
verso la caverna di un santo eremita. Con tono sprezzante,
senza neppure inginocchiarsi, raccontò al santo frate tutti i
suoi peccati: uno dietro l’altro, senza dimenticarne neppure uno. Il povero eremita si mostrò ancora più afflitto: “Sire, certamente hai detto tutto, ma non sei pentito. Dovresti
almeno fare un po’ di penitenza, per dimostrare che vuoi
davvero cambiare vita”. “Farò qualunque penitenza. Non
ho paura di niente, io! Purché sia finita questa storia”. “Digiunerai ogni Venerdì per sette anni!”. “Ah, no! Questo
T
puoi scordartelo!”.
“Vai in pellegrinaggio fino a Roma”.
“Neanche per sogno!”. “Vestiti di sacco per un mese…”.
“Mai!”. Il superbo
cavaliere respinse
tutte le proposte del
buon frate, che alla fine propose: “Bene, figliolo. Fa’ soltanto una cosa: vammi a riempire d’acqua questo barilotto e
poi riportamelo”. “Scherzi? È una penitenza da bambini o
da donnette!”. Sbraitò il cavaliere agitando il pugno minaccioso. Ma la visione del diavolo sghignazzante lo ammorbidì subito. Prese il barilotto sotto braccio e brontolando si
diresse al fiume. Immerse il barilotto nell’acqua, ma quello
rifiutò di riempirsi. “È un sortilegio magico”, ruggì il penitente, “ma ora vedremo“. Si diresse verso una sorgente: il
barilotto rimase ostinatamente vuoto. Furibondo, si precipitò al pozzo del villaggio. Fatica sprecata! Provò ad esplorare l’interno del barilotto con un bastone: era assolutamente vuoto. “Cercherò tutte le acque del mondo”, sbraitò
il cavaliere. “Ma riporterò questo barilotto pieno!”. Si mise
in viaggio, così com’era, pieno di rabbia e di rancore. Prese
ad errare sotto la pioggia e in mezzo alle bufere. Ad ogni
sorgente, pozza d’acqua, lago o fiume immergeva il suo barilotto e provava e riprovava, ma non riusciva a fare entrare una sola goccia d’acqua. Anni dopo, il vecchio eremita
vide arrivare un povero straccione dai piedi sanguinanti e
con un barilotto vuoto sotto il braccio. Le lacrime scorrevano sul suo volto scavato. Una lacrima piccola piccola scivolando sulla folta barba finì nel barilotto. Di colpo il barilotto si riempì fino all’orlo dell’acqua più pura, più fresca e
buona che mai si fosse vista.
Una sola piccola lacrima di pentimento...
DUE RISATE
Anniversario
Due anziani contadini sposati
da quarant’anni, litigano tutti i
giorni.
Un giorno però, stranamente
tranquilla, la donna dice:
– Domani è il nostro anniversario di matrimonio. Ho pensato
di ammazzare il tacchino…
– perché? Non è mica colpa sua
se ci siamo sposati!!!
Voli low cost
– All’aeroporto:
– Voi siete il signore che ha insistito per avere un volo supereconomico?
– Esatto! Quando parto?
– Oh, giusto il tempo di incollarvi le ali sulla giacca.
A caccia
Due amici vanno a caccia, si allontanano per cercare prede,
quando all’improvviso uno dei
due esplode dei colpi di fucile.
– Giuseppe cosa hai preso?
– Mah… dai documenti sembrerebbe un ragioniere.
GiUsEPPE. il PaDrE Di GEsÙ
Gianfranco Ravasi
San Paolo Edizioni
Prezzo 18,00 euro
Pagine: 128
n piccolo ma prezioso volumetto
per riflettere sulla figura evangelica di Giuseppe. Il volume propone un’analisi essenziale della figura evangelica, discreta e silenziosa, del padre legale
di Gesù. Gli episodi che lo vedono protagonista, dall’annunciazione alla fuga in
Egitto, il suo ruolo, lo sguardo che hanno
gettato su di lui le tradizioni bibliche, la sua
riproposizione nell’arte e nella tradizione
della fede.
In Appendice, uno sguardo più diretto
gettato proprio sul mondo degli apocrifi ci
permetterà di toccare con mano l’intricata problematica delle “fonti” delle nostre tradizioni religiose. La riproposizione integrale
di un antico apocrifo, la Storia di Giuseppe il falegname, ce ne offrirà più di un indizio, di certo non privo di fascino.
U
soNo GraDiTi Visi sorriDENTi
Franco e Andrea Antonello
Ed. Feltrinelli Fuochi
Prezzo 18,00 euro
Pagine 240
ranco e Andrea Antonello sono stati i protagonisti di
una storia che sembra una favola: il romanzo che raccontava il loro viaggio on the road, “Se ti abbraccio non
aver paura”, ha avuto un enorme successo. In questo nuovo
libro, Franco e Andrea raccontano la vera storia della loro
vita, iniziando dalla vita di Franco prima di Andrea: dove nasce, com’è la sua famiglia, quali strade ha percorso e quali scelte ha compiuto prima di diventare un felicissimo papà di un
bambino bellissimo. E continuando con quello che è successo
dopo che Andrea, quel bellissimo bambino, ha iniziato a sfuggirgli di mano, sempre più intrappolato in un misterioso vortice che solo dopo anni si capirà essere l’autismo.
E se nella vita professionale Franco miete successi uno
dopo l’altro, nella lotta contro quel terribile nemico non
pare esserci speranza: medici e ciarlatani, guaritori africani e maghi brasiliani, nessuno sembra poter fare niente.
Ma quella non è la fine per Franco e Andrea: è solo l’inizio. Insieme scopriranno che non si deve rinunciare ai sogni e alla vita, e che le difficoltà, anche quelle più tremende, possono essere affrontate, cercando di rispondere alla
richiesta di Andrea di avere intorno persone allegre, che
guardano al lato positivo della vita: “Sono graditi visi sorridenti”. Oggi Franco ha creato una fondazione, I Bambini
delle Fate, che lavora per promuovere progetti di assistenza ai bambini autistici e alle loro famiglie. E Andrea ha appena dato l’esame di maturità.
F
Le Figlie di San Giuseppe 2/2014
43
Il presente numero dI “ FIglIe dI san gIuseppe” è stato chIuso In redazIone Il gIorno 24 aprIle 2014.
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