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3 – Sitael (cap 6) - Il blog di Alessia Fiorentino

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Capitolo 6
Nel covo dei Burattinai
Ma non era stato l’Hamen a sparare: il colpo era partito dagli
alberi, insieme a molti altri. Allora un centauro emerse dal
folto con un balzo, la parte inferiore del corpo era quella di
un cavallo pezzato molto più grande del normale, il torace era
coperto da una giubba violetta, la chioma rossa e villosa gli
ricadeva sulla schiena e anche le basette erano
estremamente folte. Imbracciava un fucile e continuava a
fare fuoco contro gli Hamen. Contemporaneamente altre
figure fecero il loro ingresso nella radura. Ad Etenn bastò
un’occhiata per capire che nessuno di loro era umano e tutti
indossavano delle giubbe viola con alamari grigi sul davanti.
“Burattinai!” gridò l’Hamen che teneva Etenn dal colletto,
ma il suo urlo fu smorzato dalla lama che gli trafisse la gola,
recidendogli la testa. Il corpo si accasciò con un tonfo appena
udibile in quel caos. Etenn finì per terra e sollevò lo sguardo
sul suo salvatore, ma dovette alzarlo molto più di quanto
pensava: l’uomo che gli stava davanti era sottile e alto quasi
come un albero. Una persona normale gli sarebbe arrivata al
gomito. Era molto pallido, quasi bianco, con un naso
aquilino e i capelli castano chiaro raccolti in una lunga
treccia. Anche lui indossava quella divisa viola, una benda gli
copriva l’occhio destro e impugnava una daga che aveva
l’aria di essere stata rubata a un Hamen.
L’uomo gigantesco guardò Etenn e lui ricambiò lo sguardo, a
carponi nel fango. Dopo un lungo momento l’uomo sorrise.
Intanto gli Hamen si erano avventati contro i Burattinai. Uno
si scagliò verso di loro, ma l’uomo gigante mulinò la spada,
eseguendo un altro taglio di testa.
Devo aiutarli, pensò Etenn. Strinse i denti e cercò di rialzarsi,
ma il ginocchio a cui gli avevano sparato gli doleva da
impazzire e non riuscì a reggere il suo corpo. Poi si accorse
che i Burattinai non avevano affatto bisogno d’aiuto: tutti e
cinque gli Hamen erano riversi al suolo, decapitati. I
Burattinai controllarono i corpi, poi si riunirono intorno al
gigante con la treccia. Quest’ultimo si chinò per bisbigliare
qualcosa a un paio di loro, facendo cenno verso Etenn e
Qennell.
L’Hayel sentì qualcosa che gli solleticava la gamba: un
topolino nero con gli occhi da phooka zampettò sul suo
stivale e si infilò sotto il corpetto. Intanto, una ragazza
graziosa dalle zampe caprine aiutò Qennell ad alzarsi e lo
portò vicino ad Etenn: lo sharepho sembrava ancora un po’
stordito, ma stava bene.
“Fadggia, questo qui è un elfo” annunciò la satira.
“Ehi, chi hai chiamato elfo?” ribattè Qennell, d’un tratto
sveglissimo. “Sono uno sharepho, è chiaro? E se ti azzardi a
ripeterlo un’altra volta, biondina…”
Furono interrotti da un rombo che si rivelò essere la risata
dell’uomo gigantesco.
“Ti prego di scusarci: la mia compagna non voleva insultarti”
disse con voce calda e tonante. Fadggia si inginocchiò di
fronte ad Etenn e Qennell con un’espressione che aveva
qualcosa di divertito. “Dunque…uno sharepho e un ragazzo
che sembra tanto un Hamen. Insieme, per di più.”
“Non sono un Hamen” rispose subito Etenn.
“E allora chi sei? E’ chiaro che non andate d’accordo con gli
Hamen, ma tu somigli proprio a uno di loro. Anche se hai gli
occhi di questo strano colore… Ma non è il caso di parlarne
qui. Adesso ci seguirete: purtroppo dovremo bendarvi, ma
non vi legheremo” aggiunse Fadggia, come se stesse cercando
un compromesso.
Si alzò e la sua testa sfiorò quasi il baldacchino degli alberi.
Etenn si chiese che razza di creatura fosse: non poteva
essere un gigante, perché quelli erano molto più grossi e poi
era così sottile… L’attimo dopo qualcuno mise una benda
sugli occhi del ragazzo e da quel momento il suo mondo
diventò nero. Una mano lo issò in piedi e lo costrinse a
camminare nonostante il dolore. Etenn non potè fare a meno
di pensare che sembravano due prigionieri.
Non seppe per quanto andarono avanti, ma aveva la
sensazione che fosse passata qualche ora quando sentì il
suono di un oggetto di ferro che veniva spostato ai suoi piedi.
Il topo nero si affacciò dal suo colletto per guardare.
“Cosa sta succedendo?” gli bisbigliò Etenn.
“Non mi piace: hanno sollevato un coperchio nascosto dalle
foglie e si stanno calando dentro…” squittì il phooka. “Io me
la squaglio!”
“Ehi!” protestò Etenn, ma ormai il topo era sgattaiolato giù
dai suoi vestiti.
“Adesso dobbiamo fare un salto” disse Fadggia prendendo
Etenn per le spalle senza fatica e gettandosi nel vuoto.
Quando lo rimise a terra il ragazzo si ritrovò i piedi immersi
nell’acqua. “Potete togliervi le bende, se volete.”
Etenn si sfilò la sua, ma comunque non riuscì a vedere quasi
niente. Si trovavano in un lungo tunnel di ferro. Macchie di
ruggine stavano aggrappate alle pareti ricurve, mentre
dell’acqua putrida scorreva intorno alle loro caviglie. Sul loro
percorso si affacciavano le soglie circolari di altri tunnel,
altrettanto bui e umidi.
Anche stavolta camminarono un bel po’, prima di vedere lo
sbocco circolare che segnava la fine del tunnel. Lì l’acqua ai
loro piedi sgorgava di sotto in una cascata scura, mentre
davanti ad Etenn si spalancava la caverna più grande che
avesse mai visto. Enormi stalattiti di metallo pendevano dal
soffitto di pietra, come giganteschi termitai rovesciati che
sembravano formare un’autentica città. Lungo le pareti delle
stalattiti si aprivano centinaia di ingressi da cui partivano
ponti traballanti che conducevano alle altre stalattiti o al
perimetro della caverna, dove sfociavano altri tunnel di ferro
come il loro.
“Missione conclusa, ragazzi” annunciò Fadggia, rivolto agli
altri Burattinai del gruppo. “Ci penso io a fare rapporto al
capo.”
Mentre i ribelli si disperdevano nella ragnatela di ponti,
Fadggia imboccò quello davanti a loro e fece cenno a Qennell
ed Etenn di continuare a seguirlo. C’erano anche delle
terrazze di legno che giravano intorno alle stalattiti, e scale di
corda che collegavano i vari piani. Sotto di loro, sul fondo
della caverna, c’era solo acqua. Più di una volta sopra le loro
teste sfrecciò uno strano oggetto: sembrava un mezzo di
trasporto capace di fluttuare nell’aria. Era fatto di metallo
nero e sul davanti aveva una forma arcuata, come il becco di
un uccello; in mezzo c’era una sella su cui montava il
cavaliere, mentre il retro somigliava alla pinna caudale di un
pesce.
“Che cosa sono quelli!” esclamò Qennell, affascinato almeno
quanto Etenn.
“Xerferom. Perché, non ne avevate mai visto uno?” rispose
Fadggia vagamente stupito.
“Come fanno a volare?” chiese Etenn, che teneva il collo
reclinato indietro nella speranza di avvistare un altro
xerferom.
“Beh, credo che abbiano un motore che funziona grazie alla
magia…ma non me ne intendo, non saprei come spiegarlo.”
Il lungo ponte li aveva condotti fino a una stalattite
mastodontica. Fadggia, Etenn e Qennell attraversarono un
foro circolare che fungeva da porta e si ritrovarono in uno
spazio ristretto dove Fadggia dovette piegare la schiena.
“Merito dei nostri architetti nanici” disse girando una
manopola di ferro. Etenn capì cosa intendeva quando si
accorse che si trattava di un organo a contrappeso. La
scatola di legno in cui si trovavano cominciò a scendere verso
il basso, sibilando e stridendo. L’ascensore si fermò e loro tre
avanzarono in una stanza circolare e d’acciaio, con un
soffitto a volta. C’era molto buio e l’unico mobile che Etenn
riuscì a scorgere fu il tavolo circolare al centro: l’intero
ripiano era occupato da una mappa di Alana scolpita nella
superficie, con monti e colline in rilievo. Disposte sulla
piantina c’erano delle piccole statuette di legno, simili ai
pezzi degli scacchi, solo che ognuna rappresentava un
animale: uno scoiattolo, una lepre, un cervo, un gufo e
moltissimi altri che l’Hayel non riuscì a vedere bene. Si
chiese a cosa servissero e se le loro posizioni fossero casuali
oppure no. Poi la sua attenzione fu attratta da un filo di
fumo verde che si dimenava nell’oscurità e notò l’uomo
seduto dietro a quel tavolo, intento a fumare una lunga pipa.
Indossava un cappotto nero, piccoli occhiali dai vetri scuri
che gli nascondevano gli occhi e un cappello nero sulla testa
completamente rasata.
“Ti ho portato una cosa, Nessler. Anzi…due” disse
allegramente Fadggia, spingendo Etenn e Qennell verso il
tavolo. “Erano nella foresta. Gli Hamen li stavano
attaccando.”
Nessler si tolse la pipa dai denti ed esalò con uno sbuffo
verde:
“Non mi interessa sapere chi siete, né da dove venite. Ho
un’unica domanda da farvi: state dalla nostra parte o da
quella degli Hamen? Pensateci bene prima di rispondere: se
siete dei nostri vi arruoleremo subito. Altrimenti vi
uccideremo.”
In pratica non abbiamo altra scelta che stare dalla vostra
parte?, capì Etenn.
“Io non ho bisogno di essere minacciato” affermò Qennell
allegramente. “Mi arruolo!” Sembrava entusiasta all’idea.
Il volto nel buio li osservò. Nessler non era affatto vecchio,
eppure ad Etenn ricordò una cosa avvizzita, un frutto
marcio.
“Non sopporto quelli che vengono qui e credono che
giocheremo alla guerra. Quest’organizzazione è nata per
difendere la libertà degli abitanti di Alana. Se diventerete dei
Burattinai, quella libertà diventerà il vostro sogno, e per i
propri sogni bisogna essere disposti a perdere la vita, la
famiglia, le gambe, la vista, gli amici, la reputazione, la
dignità, la ragione, tutto. Altrimenti quei sogni non valgono
niente. Perché questa guerra è vera, non è un gioco.”
Ad Etenn quell’uomo piaceva sempre di meno.
“E se noi ci rifiutassimo?” chiese in tono serio.
“Perché dovremmo?” fece Qennell.
Nessler trascicò le parole con la sua voce molle.
“Mi mettereste di fronte a una scelta difficile: risparmiare le
vostre vite e lasciarvi andare, in modo che possiate spargere
le notizie sulla nostra posizione, oppure togliervi di mezzo per
preservare la sicurezza della mia organizzazione? Mhm…”
Finse di pensarci su.
Li stava minacciando, non avrebbe potuto essere più chiaro.
“Non faremmo mai qualcosa per aiutare Erill e gli Hamen”
ribattè Etenn.
“Davvero? Perché non ti togli la camicia, ragazzino?” rispose
Nessler. Fece un cenno a Fadggia ed Etenn non ebbe il tempo
di reagire: l’uomo gigantesco gli bloccò le braccia, aprì il
corpetto e sollevò la camicia.
Il Sitael fu perfettamente visibile e la sua luce bianca riempì
la stanza. Nessler rimase immobile, fissandolo attraverso gli
occhialetti neri.
“Sei un Hamen” disse lentamente. “E nemmeno uno
qualunque. A giudicare dal colore dei tuoi occhi devi essere
Eiedaril, il principe perduto, il figlio di Qurasch e di Erill.
Quale onore: un nobile è sceso nel mio umile buco sotto
terra.”
“Il mio nome è Etenn, non Eiedaril!” ringhiò il ragazzo. Si
liberò dalla presa di Fadggia con uno strattone, barcollando
in avanti. “E non ho mai voluto essere un Hamen. E’ stata
Erill a mettere il Sitael dentro di me, ma non è riuscita a
spegnere il mio vero cuore. Quindi io non sono come lei.”
“Interessante” commentò Nessler. “Potrei anche decidere di
usarvi a mio favore. Ma dato che siete lyceniani, prima è
meglio che vi spieghi come funzionano le cose qui. Sedetevi.”
Indicò le numerose sedie dalle alte spalliere che
circondavano il tavolo. Lo sharepho e l’Hayel ubbidirono,
mentre il capo dei ribelli metteva da parte la pipa e diceva:
“E’ stata la prima sovrana di Alana, Galatea Dae, la madre
di Erill Dae, a mettere in atto la pratica di sostituire il cuore
con un Frutto dell’Eternità allo scopo di diventare immortali.
Da allora, quelli che prima erano semplici esseri umani
cominciarono a chiamare se stessi l’Unica Razza. Erill salì al
potere all’età di diciotto anni circa e sotto il suo regime gli
Hamen cominciarono lo sterminio delle altre razze, ritenute
inferiori. Da molto tempo…”
“Avrei una domanda: cosa significa Dae?” lo interruppe
Qennell, dondolandosi sulle gambe della sedia.
“E’ un appellativo che usano gli Hamen per distinguersi in
base all’età” rispose Fadggia. “Un Dae è un Hamen nato nella
Prima Era, che quindi ha più di seicento anni. Lo stesso vale
per i Kim, nati nella Seconda Era, e in fine i Mir, che sono i
più giovani in quanto hanno meno di trecento anni.”
“Come dicevo” riprese Nessler, un po’ infastidito per
l’interruzione “da molto tempo gli unici veri abitanti di Alana
sono gli Hamen e i draghi. La nostra organizzazione è
formata da quei pochi inumani che sono sopravvissuti allo
sterminio e che, per colpa degli Hamen, adesso sono costretti
a nascondersi sotto terra.”
“Ho un’altra domanda: perché vi fate chiamare Burattinai?”
intervenne Qennell.
“Perché sono i burattinai a tirare i fili, al contrario dei
burattini che si lasciano manovrare” rispose Fadggia,
diligente. “E’ solo una metafora.”
“Purtroppo” riprese Nessler “questa situazione va avanti da
molto tempo. Gli Hamen sono più forti di noi da qualunque
punto di vista, merito dei loro cuori artificiali e del legame coi
draghi.”
“Già, quei bastardi sono maledettamente difficili da
uccidere” aggiunse Fadggia, le braccia incrociate. “Hanno
una forza disumana, sono veloci, molti di loro sanno usare la
magia in modo innato e, come se non bastasse, le loro ferite
si rimarginano con una rapidità spaventosa. L’unico modo
per toglierli di mezzo è strappargli il cuore artificiale o
tagliargli la testa: quella non possono farla ricrescere.”
“Fortunatamente per noi, anche tu potresti avere tutte
queste capacità.” Per la prima volta Nessler sorrise
osservando Etenn, ma fu un’espressione tutt’altro che
rassicurante. Giunse le dita delle mani davanti al viso. “In
pratica in questo momento sei conteso tra due fazioni,
appartieni a due razze, hai due nomi e due cuori. Erill ti
vorrebbe dalla sua parte, e anche noi. E’ come se tu fossi due
persone, Eiedaril. O Etenn, fa lo stesso.”
Etenn strinse i pugni, mentre sentiva montare la rabbia
dentro al petto.
“Tu non sai niente di me” replicò in un soffio.
“Scommetto che neanche tu ti conosci poi così bene” rispose
l’uomo, piuttosto divertito dalla sua reazione. “Se accetterai
di essere dei nostri sarai il primo Hamen a diventare un
Burattinaio. E in cambio noi possiamo aiutarti a non
trasformarti nel giocattolo di Erill.”
“Cosa intendi dire?” chiese Etenn.
“Immagino che vorresti liberarti di quel cuore, vero? Te lo
leggo negli occhi: nutri un profondo rancore per tua madre e
per quello che ti ha fatto.”
“Quindi esiste un modo per farmi tornare come prima?”
“Può darsi. Ma te ne parlerò solo se accetterai di essere dei
nostri.”
Non aveva scelta. Quello degli Hamen era un popolo fondato
su idee perverse e crudeli. Erano uomini artificiali, nient’altro
che macchine fatte per distruggere gli altri e lui non voleva
essere uno di loro.
“D’accordo” scandì Etenn, ma quella risposta arrivò come se
l’avesse pronunciata qualcun altro.
“Evvai, siamo dei ribelli!” esultò Qennell, scagliando i pugni
in aria. L’attimo dopo cercò di ridarsi un contegno.
“Cioè…sono contento che abbiate trovato un accordo…per la
guerra, eccetera.”
“Molto bene. Fadggia, voi due aspettate qui fuori: io devo
parlare in privato con Eiedaril…volevo dire Etenn” disse
Nessler, che aveva tutta l’aria di aver sbagliato di proposito.
“Come vuoi, capo” rispose Fadggia e stava per allontanarsi
insieme a Qennell quando Nessler aggiunse:
“Cosa è successo al tuo occhio?”
Etenn capì che si riferiva alla benda nera che gli copriva
l’occhio destro.
“Ecco…sono rimasto ferito nello scontro di due settimane fa.
Non fa più male, comunque” disse Fadggia.
Il capo dei ribelli non rispose. Dopo un po’ un cigolio
annunciò che l’ascensore era risalito. Etenn era rimasto da
solo con quell’uomo dall’aspetto inquietante.
“E così hai due cuori” cominciò Nessler, quasi
distrattamente. “Come dire…sono contento che la sovrana
non ti abbia trasformato in un mostro come lei, ma sappi che
in questa situazione non durerai a lungo. Scommetto che
quel cuore artificiale ti fa molto male, a volte. Beh,
continuerà a farlo, almeno finchè il tuo vero cuore non si
spegnerà definitivamente.”
“Quindi…” disse il ragazzo, con lo sguardo piantato verso il
basso “…se non riesco a liberarmi di questo cuore artificiale,
alla fine diventerò come Erill?”
“Forse. O magari morirai, chi lo sa.”
Etenn si portò una mano al petto, involontariamente. Non
riusciva a credere che stavolta rischiasse di essere ucciso
proprio dal Sitael.
“Allora dimmi come fare.”
“Una volta ho sentito parlare di un Hamen che voleva
liberarsi del suo cuore artificiale. Non si dava pace, finchè un
giorno non scoprì un modo: mangiare il proprio Frutto
dell’Eternità. Però funziona solo se il Frutto dell’Eternità
proviene dal corpo della persona in questione.”
“Ma io non ho un Frutto dell’Eternità. Ho solo il Sitael…”
“Tuttavia hai un parente che possiede un Frutto
dell’Eternità. Nel suo corpo scorre il tuo stesso sangue,
quindi in un certo senso è come se si trattasse del tuo
Frutto.”
Nessler poteva riferirsi solo a una persona.
“Erill” mormorò Etenn.
“Non sono del tutto sicuro che funzionerà, ma forse, se
mangerai il cuore artificiale di Erill, sarai libero dal tuo” disse
Nessler, molto lentamente. “In altre parole…uccidere tua
madre è l’unica speranza di salvezza che hai al momento.”
“Adesso dove andiamo?” chiese Qennell, praticamente
euforico, mentre con Fadggia ed Etenn attraversava il
groviglio di ponti che collegava le varie stalattiti.
Fadggia ridacchiò.
“Dal marchiatore.”
Quella risposta non piacque affatto ad Etenn, che preferì non
chiedere altre spiegazioni. Teneva il passo in maniera
distratta, fissando per lo più le assi del ponte e continuando
a pensare a quello che gli aveva detto Nessler.
“Avete bisogno di essere medicati, prima?” chiese Fadggia,
dato che Etenn aveva parte dei pantaloni inzuppati di
sangue.
“Sto bene” rispose lui ed era vero. Perché mai il dolore al
ginocchio sembrava del tutto passato?
Proprio allora raggiunsero una stalattite, superarono il foro
circolare dell’entrata e si ritrovarono in una stanza di ferro
piena di vapore. C’era un caldo infernale e l’unica fonte di
luce era un letto di carboni rosseggianti. Il fracasso era
generato dal respiro di un mantice e da un clangore
metallico.
“E’ permesso?” chiese Fadggia. “Wendy, ci sei?”
Gli schiocchi di ferro si interruppero e una figura avanzò
verso le braci. Era la satira che Etenn aveva già visto nella
radura con i Burattinai: aveva i capelli biondi corti e un paio
di piccole corna sulla fronte. Invece della giubba adesso
indossava un grembiule da fabbro e impugnava un martello.
“Nuove reclute?” sorrise Wendy, andando a prendere un
attrezzo che somigliava a quello con cui si marchia il
bestiame. “Allora ragazzini, dove lo volete questo decoro?”
disse, mettendo il ferro sul fuoco perché si arroventasse.
Etenn e Qennell lanciarono un’occhiata preoccupata a
Fadggia.
“Dovete mettervi a torso nudo e sdraiarvi su quei tavoli”
disse quest’ultimo.
“Si, ma…non potresti spiegarci perché?” trascinò Qennell,
con le orecchie rivolte in basso per la tensione.
“Il marchio è necessario per farvi diventare membri effettivi
dell’organizzazione. Inoltre così saremo sicuri che non ci
volterete le spalle.”
Etenn non capì cosa intendesse, ma si sfilò la spada che
teneva a tracolla, il corpetto e la camicia, sentendosi
nervosissimo. Lui e Qennell si sdraiarono a pancia sotto su
alcuni tavoli di ferro che stavano in un angolo. Ovviamente
avevano capito cosa stava per succedere, ma non potevano
tirarsi indietro: erano stati loro a decidere di essere dei
ribelli, con tutto ciò che questo comportava.
“Vi tratterremo per non farvi agitare” spiegò Fadggia, mentre
le sue lunghissime dita afferravano le spalle di Etenn e lo
bloccavano contro il ripiano del tavolo.
“Tranquilli, dura solo un momento” disse la voce di Wendy.
Etenn non poteva vederla e si chiese se il ferro rovente fosse
già sospeso sopra di lui.
Qennell, lì accanto, strizzò gli occhi mentre Etenn li tenne
ben aperti e fissò il tavolo di ferro sotto di se, così simile a
quello su cui Erill lo aveva torturato.
Poi arrivò il colpo, bruciante, proprio alla base del collo. Fece
così male da dargli la nausea. Aveva l’inferno sulla pelle.
“Un capolavoro” disse Wendy, ma Etenn non riuscì quasi a
sentirla. Non capì nemmeno se il ferro avesse già lasciato la
sua schiena, perché il dolore non si fermò e…
E si svegliò su un letto, in una piccola stanza circolare. Lì
vicino c’era un altro letto indentico, mentre sulla parete di
ferro si trovava una finestra da cui era possibile vedere la
caverna con le stalattiti. Etenn si chiese dove fosse e per
prima cosa si tastò il retro del collo.
“Tranquillo, anch’io sono svenuto mentre ci marchiavano”
disse Qennell. Stava a torso nudo davanti a uno specchio
sulla parete. Etenn notò il marchio sul collo dell’amico: il
simbolo di una chiave scavata sulla pelle, che in quella zona
era diventata rossa.
Anche il mio è così?
Poi si accorse che Qennell si stava facendo scorrere il coltello
sulle guance, con attenzione, mentre fissava il proprio
riflesso.
“Che c’è?” chiese lo sharepho, accorgendosi del suo sguardo
confuso. “A voi mezzi-demoni non cresce mai la barba?”
“Credo di no” ammise Etenn. In fondo aveva già sedici anni,
eppure il suo viso era ancora liscio come quello di una
ragazza.
“Certo che sei strano” commentò Qennell.
“Pensavo che neanche voi elfi aveste bisogno di radervi”
aggiunse Etenn, di proposito.
“Ehi, attento a come parli!” rispose lo sharepho, anche se
stava sorridendo.
Etenn rise e si alzò dal letto, ma una fitta lo interruppe.
Gemette e barcollò in avanti, mentre una scarica di dolore gli
percorreva il corpo.
“Etenn?” Qennell lasciò cadere il coltello e si precipitò verso
di lui.
Etenn si afferrò la carne con le dita e per alcuni secondi si
sentì lontano miglia e miglia dalla stanza. Poi tutto finì,
rapido com’era cominciato.
“Stai bene? E’ stato il cuore, vero?” chiese Qennell.
“E’ tutto ok” rispose Etenn, anche se non suonava
convincente nemmeno a se stesso. Si lasciò cadere sul bordo
del letto, respirando affannosamente. Qennell si sedette sulla
propria branda, lì di fronte, senza smettere di fissarlo
preoccupato. Parve decidere che era meglio cambiare
argomento.
“Fadggia è passato mentre dormivi. Quando siamo pronti
dobbiamo raggiungerlo: ha detto che il capo vuole vederci.”
“Pensi che unirci ai Burattinai sia stata la cosa migliore?”
rispose Etenn dopo un po’. “Forse dovremmo tornare là fuori
e cercare i nostri compagni…”
“Ma che stai dicendo? Loro se la caveranno benissimo:
scommetto che si stanno divertendo un mondo a sentire i
borbottii di Ranten…”
Etenn si lasciò sfuggire un sorriso, ma l’attimo dopo guardò
fuori dalla finestra circolare.
Chissà dove sei, Cheyun.
Ci mise un bel po’ per trovare la sorgente. Qennell c’era stato
mentre lui dormiva, perciò Etenn pensò che sarebbe stato
facile arrivarci e invece si ritrovò a vagare alla cieca lungo i
corridoi della stalattite, finchè non chiese indicazioni a un
Burattinaio di passaggio.
Si trattava di una stanza di ferro in cui dall’alto sgorgava un
getto d’acqua bollente con cui era possibile lavarsi. Etenn
socchiuse gli occhi e chinò il capo, lasciando che l’acqua gli
scorresse sul collo dove c’era il marchio, che adesso non
faceva più male. Aveva lasciato i vestiti e le armi in un angolo
in modo che non si bagnassero. Si sedette sul fondo di
metallo mentre il getto fumante gli scivolava piacevolmente
dalla testa alle caviglie, scomparendo in una grata sul
pavimento. Al momento c’era solo lui, lì dentro. Il buio
regnava in tutte le direzioni, interrotto solo intorno a lui, per
via del Sitael che gli brillava sul petto.
Etenn si sfregò il ginocchio per ripulirlo dal sangue
incrostato e rimase stupito: il foro di proiettile non c’era più,
la ferita si era trasformata in una macchiolina rosa, col bordo
incorniciato da una strana linea bianca, quasi luminosa.
Fadggia aveva detto che le ferite degli Hamen si
rimarginavano in fretta.
Etenn si guardò le dita di una mano: prima erano rotte,
mentre adesso riusciva a muoverle perfettamente.
Poco dopo lui e Qennell, pronti di tutto punto, stavano
percorrendo i ponti oscillanti della città sotterranea. Etenn
osservò i collegamenti che si intrecciavano sopra e sotto di
loro mentre lo sciabordio dell’acqua faceva da sottofondo,
grazie a quelle cascate che grondavano dai tunnel e si
riversavano nella caverna. Per la prima volta gli sembrò di
sentire una traccia di quell’entusiasmo che provava Qennell:
adesso era ufficialmente un ribelle. Era un nemico di Erill.
Ma soprattutto era il Portatore di Luce. Ricordava ancora
come si era sentito nella radura con gli Hamen: ormai aveva
pienamente accettato il fatto che lui e il Sitael fossero una
cosa sola.
Erill non può distruggere quello che sono, non importa quanto
ci proverà.
Si chiese perché il capo dei ribelli volesse vederli di nuovo.
“Secondo il nostro amico alto, il posto dovrebbe essere
questo” disse Qennell, eppure lo aveva guidato verso una
stalattite diversa da quella in cui avevano incontrato Nessler
il giorno prima. Il luogo in cui entrarono era ombroso, col
soffitto attraversato da diverse tubature. L’interno era pieno
di tavoli circolari e affollati, quindi probabilmente si trattava
di una mensa.
“Da questa parte!” li chiamò Fadggia, sventolando un
braccio lunghissimo. Sia il tavolo che lo sgabello erano
troppo piccoli per lui, perciò doveva stare curvato.
Lì accanto c’era Nessler, che sembrava quasi fuori posto
lontano dal suo cupo rifugio. Ora che lo vedeva bene, Etenn
si accorse di quanto era magro, come se fosse malato.
Etenn e Qennell si sedettero di fronte a loro, un po’ a disagio.
I ribelli che stavano agli altri tavoli guardavano
continuamente verso Nessler, ed Etenn aveva l’impressione
che fissassero anche lui. Si chiese quanti di loro sapessero
che era un Hamen. Di sicuro non dovevano essere contenti
della notizia.
“Vi abbiamo preso qualcosa da mangiare” disse Fadggia,
spingendo verso di loro un piatto carico di pane grigliato e
qualche pesca dorata. “Volevo portarvi qui ieri sera, ma siete
crollati durante la marchiatura” ridacchiò.
Sia lo sharepho che l’Hayel erano affamati, perciò divorarono
subito le fette di pane.
“Sarò breve” disse allora il capo dei ribelli. “Ho un incarico
da affidarvi: si tratta del ritrovamento di un demone. E’ una
missione di considerevole importanza per l’organizzazione,
perciò…”
“Un demone?” lo interruppe Qennell, con la bocca piena di
pane e gli occhi sgranati.
“In realtà crediamo che sia l’ultimo demone rimasto” spiegò
Fadggia. “Il resto della sua razza è stato sterminato da Erill,
quattrocento anni fa.”
“Perché lo state cercando?” proruppe Etenn.
Nessler lo fissò attraverso gli occhialetti.
“Questo non vi riguarda. Pensate a portare a termine la
vostra missione e trovate quel demone: quando lo avrete fatto
noi lo sapremo, e forse allora vi sarà data qualche
spiegazione. Ci sono altre domande?” chiese, con quello che
era decisamente un tono di sfida.
Ad Etenn era passata del tutto la fame.
“Si” rispose, anche se sapeva che stava mancando di
rispetto. “Ci siamo arruolati soltanto da un giorno: perchè ci
date subito una missione così importante?”
“E me lo chiedi?” trascinò Nessler. “Credi che normalmente
manderei un paio di ragazzini a stabilire le sorti
dell’organizzazione? Io sto mandando lì l’Hamen che è
diventato il mio fedele cagnolino.”
Io non sono il cane di nessuno!, ruggì una voce dentro Etenn.
“Fadggia, spiegagli il resto” ordinò il capo.
Fadggia distese sul tavolo una cartina di Alana.
“Anche gli Hamen stanno cercando quel demone: siamo
riusciti a ottenere l’informazione proprio da loro, grazie alle
nostre spie. Pensiamo che si trovi all’incirca in questa zona
della foresta, vicino alle rovine della città demone” disse
indicando un punto sulla cartina. “Quindi quando vi scorterò
fuori dovrete procedere verso est. Lascerete il covo oggi
stesso.” Mise sul tavolo anche due bisacce identiche e un po’
logore. “Questi sono i vostri bagagli: non è molto, ma il loro
contenuto vi sarà utile durante il viaggio.”
“Va bene, ma…che aspetto ha un demone?” fece Qennell,
ancora incerto.
“Si dice che abbiano i capelli rossi e un viso privo di
emozioni, che contemporaneamente riflette tutte le emozioni che
si possano trovare su un volto. O almeno questo è quello che
c’è scritto sui libri: pare che siano dotati di una bellezza
orribile” spiegò Fadggia.
Qennell sembrò perfino meno convinto di prima.
“D’accordo, ma ho un’altra domanda: quando potremo avere
delle divise come le vostre?”
“Non dire sciocchezze! Se vi mandassimo in giro con le
nostre divise vi riconoscerebbero subito: noi le usiamo solo
per scendere in battaglia.”
“E non potrebbero riconoscerci anche vedendo i nostri
marchi?” chiese lo sharepho.
“Guarda dietro al collo del tuo compagno” fu la risposta di
Fadggia.
Qennell afferrò Etenn e lo voltò di spalle, ignorando le sue
proteste.
“E’ sparito! Non hai nessun marchio!”
Etenn se lo aspettava e si raddrizzò con un gesto brusco.
“Lo sapevo: dev’essere successa la stessa cosa di quella
ferita al ginocchio. Il mio corpo lo ha rimarginato.”
“Errato” intervenne Fadggia. “Diciamo che quei marchi sono
un po’ particolari: ricompariranno al momento giusto. In ogni
caso, anche se sei un Hamen, quella è una ferita che non
puoi perdere.”
Nessler afferrò la sommità del cappello e se lo sfilò per
massaggiarsi le meningi. Etenn si accorse che c’era una
chiave marchiata a fuoco sulla sua fronte.
“Comunque” disse il capo dei ribelli “non dimenticate che
siete nemici del regno. Stando a quello che mi hai detto,
penso che la sovrana non si darà pace finchè non ti avrà
catturato e non avrà terminato l’operazione sul tuo cuore
artificiale, il che significa che probabilmente sarete braccati
non appena metterete piede fuori da qui.”
Allora era loro che gli Hamen stavano cercando nella radura?
O stavano semplicemente dando la caccia ai ribelli?
Scommetto che è stato quel Virgil a dirgli dov’ero. Non dovevo
fidarmi di lui.
“Adesso sparite dalla mia vista” concluse Nessler, agitando
una mano stancamente.
“Agli ordini, capo!” rispose Qennell, con un tono deciso da
guardia di Golantica.
Nessler fissò Etenn, attendendo che anche lui rispondesse.
“Agli ordini, capo” disse il ragazzo, in modo molto diverso.
Fadggia li scortò attraverso i tunnel metallici e bui da cui
erano venuti.
“Siete stati voi a costruire questi passaggi?” chiese Etenn,
mentre camminavano.
“No, facevano parte di un vecchio sistema idrico. I popoli che
li hanno costruiti si sono estinti a causa degli Hamen.”
Continuarono a procedere con l’acqua alle caviglie. Sia lui
che Qennell avevano allacciato le bisacce alla cintura ed
erano equipaggiati di tutte le loro armi. Etenn non sapeva
ancora come si sentiva per via della partenza e per quello che
gli aveva detto Nessler su Erill e il cuore artificiale. Quella
donna era sua madre ed era terribile pensare di doverla
uccidere…però era colpa sua se quel cuore lo faceva soffrire
di continuo.
“Eccoci, siete fuori” disse Fadggia quando davanti a loro si
aprì un foro circolare da cui entrava una luce accecante ed
era possibile vedere le cime verdi.
“Dovremmo essere ancora nella foresta Miar, giusto?” chiese
Qennell.
“Guardate coi vostri occhi.”
Lo sharepho si avvicinò all’imboccatura. Etenn si gettò
un’ultima occhiata alle spalle, verso Fadggia e il tunnel buio,
prima di seguire l’amico.
Il condotto metallico si affacciava direttamente sopra la
foresta, sbucando dal fianco di un’altura. L’acqua sgorgava
fuori dal tunnel e finiva di sotto in un piccolo rivolo. Tutto
quello che si stendeva intorno era verde, completamente
diverso dal mondo sotterraneo dei ribelli. Le chiome degli
alberi si agitavano come onde cariche di schiuma sotto un
sole particolarmente acceso. Etenn guardò il cielo e il vento
gli soffiò indietro i capelli.
Che cosa succederà adesso? Quel mondo era diverso dal
loro…però era anche affascinante.
“Beh, grazie di tutto Fadggia e…” stava dicendo Qennell, ma
si fermò. “Fadggia?”
Il canale alle loro spalle era completamente deserto.
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