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2014 | scarpdetenis - Social Street Italia

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Vicini di casa,
vicini di vita
di Alberto Rizzardi e Generoso Simeone
Il buon vicinato ai tempi dei social network. Può sembrare un’eresia,
visto tutto quel che è stato detto in questi anni sulla contraddizione, più che sulla
cooperazione, tra questi due aspetti della vita moderna e sulla capacità delle nuove
tecnologie di distrarre e astrarre dalla realtà, con milioni di utenti che sono in contatto ogni giorno con decine di amici in giro per il mondo, salvo poi non rivolgere
la parola e magari non sapere neanche il nome del dirimpettaio. Tutte cose vere.
Ma c’è anche l’opposto. Ovvero la tecnologia che si mette a disposizione della
realtà. Un social network, il più popolare, che diventa la chiave virtuale per aprire
le porte reali del vicinato 2.0. Social street è un’idea nata a Bologna un anno fa, nel
settembre 2013, quando il giornalista Federico Bastiani, toscano di nascita ma felsineo d’adozione, cercava bambini con cui fare giocare il figlio, dopo essersi trasferitosi in quella via Fondazza in cui visse anche il pittore Giorgio Morandi.
12. scarp de’ tenis settembre 2014
l’inchiesta
Una volta si chiamava buon vicinato
quella cortesia, tipica dei piccoli centri,
che garantiva una sorta
di “protezione sociale” non solo
da parte di amici e famigliari
ma anche di vicini di casa.
Oggi, ai tempi di internet, in pochi
avrebbero scommesso sulla voglia delle
persone che vivono nella stessa zona
di conoscersi e stare insieme.
Il successo delle social street,
nato grazie soprattutto all’uso di internet
e dei social network la dice lunga
sulla voglia delle persone di socializzare.
Nella grandi città ma non solo.
Nata a Bologna, in via Fondazza
il concetto di social street si è presto
espanso in tutta Italia e all’estero
settembre 2014 scarp de’ tenis
.13
Vicini di casa, vicini di vita
Come fare
Aprire una social street è facile,
basta la voglia di mettersi in gioco
Sono tanti i motivi per cui si dovrebbe aprire una social street.
Fare amicizia con i vicini, trovare persone con cui condividere passioni ed
hobby. A volte basta davvero poco per creare una comunità viva e
accogliente. Ecco i suggerimenti messi on line da www.socialstreet.it, sito che
raccoglie tutte le social street nate in italia.
Perché aprire una social street?
Vi siete appena trasferiti in una città e non conoscete nessuno? Camminate
per la strada dove vivete da tanto tempo, vedete sempre le stesse facce ma
non sapete esattamente chi sono i vostri vicini? Vi piacerebbe prendere un
caffè con loro? Allora dovreste proprio aprire una social street.
Quali problemi concreti possono essere risolti?
Potenzialmente tutti, ma l’obiettivo del social street, oltre alla socialità, è
risolvere piccole problematiche. Dovete cambiare il frigorifero? Perché
metterlo su ebay, creare un annuncio, pagare una commissione, pagare un
trasporto quando magari il vostro vicino di casa ne sta cercando proprio uno
come il vostro? Avete un bambino piccolo che gioca sempre da solo e volete
invece che interagisca con gli altri bambini della strada ma non sapete se ci
sono famigliole nei pressi o non sapete come approcciarli? Dovreste aprire una
social street. Vi siete appena trasferiti e non sapete chi è il medico di famiglia
più bravo vicino a voi? Le pagine gialle non te lo possono dire ma il tuo vicino
di casa forse può dirtelo.
Oltre alla condivisione cosa si può fare?
Una volta stabilito un legame con i vicini si possono organizzare eventi di
strada, pranzi dei residenti, concerti, organizzare la pulizia della strada in modo
autonomo dove il Comune non provvede. Questi tipi di iniziative richiedono
ovviamente più impegno ma quando il gruppo è creato e funziona, si possono
realizzare anche progetti più complessi.
Un’iniziativa partita da un bisogno privato e rivelatasi ben presto una felice
intuizione: è bastato qualche volantino
affisso nella via per dare il via a un rapido e positivo contagio, che ha dapprima interessato le poche centinaia di
metri di via Fondazza (più di 900 oggi
gli iscritti al gruppo su un totale di circa
duemila residenti) per poi estendersi al
resto d’Italia e, addirittura, al mondo,
con esempi in Portogallo, Brasile e Nuova Zelanda.
Ben 300 social street in Italia
Sono 300 oggi le social street mappate
sul portale nazionale di riferimento
www.socialstreet.it. Con un motto che
ben sintetizza lo spirito che anima l’iniziativa: dal virtuale, al reale, al virtuoso.
14. scarp de’ tenis settembre 2014
E un obiettivo ben chiaro: partire da
un’interazione in rete per arrivare a socializzare nella vita reale con i vicini della propria strada o quartiere di residenza, instaurando un legame, condividendo necessità, scambiandosi professionalità e conoscenze, portando avanti
progetti collettivi d’interesse comune.
Qualche numero (in costante aggiornamento): sono 58 le social street
attive a Bologna e in provincia; 45 a Milano (da Lambrate a piazzale Gambara,
da via Sarpi al quartiere Isola), con i primi esempi anche nell’hinterland; 26 a
Roma e dintorni. Ma non ci sono solo le
grandi città: il fenomeno social street è
arrivato anche nei centri più piccoli, da
nord a sud. La Lombardia è la regione
che, dopo la natia Emilia, sembra aver
meglio risposto alla sollecitazione con
una settantina di gruppi di quartiere
creati in pochi mesi. In ognuna di queste realtà il meccanismo è il medesimo.
E piuttosto semplice: si apre un
gruppo chiuso su Facebook, si sparge la
voce e si distribuisce qualche volantino
in zona. In breve tempo la bacheca diventa una piccola, grande piazza virtuale dove poter chiedere consigli, offrire servizi, dare indicazioni, ma anche
organizzare incontri, eventi e attività
comuni. Sì, perché le social street non
servono solo per chiedere una mano
per un trasloco e per dipingere casa o
per scovare il parrucchiere e il ristorante migliori della zona. Sono anche un
vivace incubatore di idee e proposte per
migliorare gli spazi e la vita della zona
in cui si vive.
Appuntamenti per tutti i gusti
Sono decine, in questo senso, le iniziative organizzate in tutta la penisola:dai
concerti di via Fondazza alla piccola biblioteca gratuita creata in un’altra social
street bolognese, quella di via del
Triumvirato; dalla riqualificazione delle
aree verdi del gruppo lodigiano Campo
di Marte e Oltre Adda alle decorazioni
urban x stich (i graffiti a punto e croce)
realizzate dai residenti nelle vie del centro di Marina-Finale Ligure sull’impalcatura che ricopre la facciata della Basilica barocca di San Giovanni Battista
in attesa dell’inizio dei restauri; passando per pranzi collettivi, flash mob, aste
benefiche, biciclettate e partite di calcetto.
In poche parole, ci si dà una mano
e si sta insieme per vivere meglio, ricreando quell’atmosfera “di paese” nel
senso migliore del termine: «Ci si ferma
per strada, ci si saluta, si dà un volto alle
persone che si sono conosciute su Facebook, – spiega il fondatore, Federico
Bastiani – creando quel clima generale
di positività che rende poi facile portare
avanti i vari progetti. All’inizio non pensavo che il mio messaggio venisse preso
in considerazione. Mi aspettavo aderissero una ventina di persona all’iniziativa di via Fondazza, e sarebbe già stato
un buon risultato. Non mi aspettavo un
tale successo, ma a distanza di un anno,
pensandoci bene, la cosa non è così
sorprendente: social street non fa altro
che ravvivare una socialità perduta.
L’uomo è un animale sociale da sem-
Social street in Oceania
Un momento di festa per i
bambini delle famiglie che
hanno dato via alla social
street di Glenduan, piccola e
incantevole località di mare,
affacciata sullo stretto di
Cook, a un quarto d’ora
d’auto dalla città
di Nelson in Nuova Zelanda
pre. Negli ultimi decenni la società è talmente cambiata che, forse, ce ne siamo
dimenticati. Oggi con un computer e
una connessione internet si pensa di
essere padroni del mondo e di poter far
tutto, dagli acquisti online alle amicizie
virtuali, nella convinzione che si risparmi tempo e fatica. In realtà magari un
risparmio c’è ma ci siamo disabituati a
stare insieme agli altri e a confrontarci.
l’inchiesta
Social street non fa niente di eclatante,
vuole solo riattivare questo circuito.
Qualcuno ci ha chiamati “acceleratori
di fiducia”, una definizione che mi piace
molto perché credo riassuma alla perfezione lo spirito che sta dietro questa
iniziativa: la fiducia è la chiave di volta
su cui si può costruire tutto il resto».
In quella che il sociologo polacco
Zygmunt Bauman ha definito “moder-
nità liquida”, in cui tutti noi viviamo in
due mondi paralleli e differenti (online
e offline), la diffusione delle social street
può essere analizzata come una delle
varie componenti dell’esplosione della
cosiddetta sharing economy, ovvero la
condivisione di beni e servizi a tutto
tondo, dalla casa agli spazi di lavoro, dal
noleggio di auto e biciclette allo scambio di oggetti.
settembre 2014 scarp de’ tenis
..15
Vicini di casa, vicini di vita
Tutto ciò, che, fino a poco tempo fa,
rappresentava in Italia una nicchia, pur
di eccellenza, sta diventando una realtà
assai diffusa, soprattutto al nord. Secondo un’indagine Doxa, gli utenti che
nel nostro Paese hanno già utilizzato almeno una volta un servizio di sharing
sono il 13%, prevalentemente uomini,
di età compresa tra i 18 e i 34 anni, laureati e residenti nei grandi centri. Ma le
social street hanno qualcosa in più: «Siamo stati inquadrati spesso come fenomeno della sharing economy o come
banche del tempo – spiega Bastiani –.
Questi aspetti si manifestano senza
dubbio nei vari gruppi, ma perché c’è
stato un passo precedente, cioè un lavoro affinché tutto ciò non rimanga solo a livello virtuale ma diventi un’interazione reale. Senza nulla togliere alla
tecnologia, che, anzi, ha avuto un ruolo
decisivo nella diffusione delle social
street”.
Anche perché ci sono vari livelli di
socialità: se qualcuno, per esempio,
vuole contribuire dando solo indicazioni e suggerimenti, senza scendere in
strada, è comunque libero di farlo. Il
passaggio successivo, quello cioè di
portare la gente per strada e farla incontrare, è l’azione che richiede più tempo
e fatica. Un acceleratore di fiducia e so-
cialità, dunque, che opera con una filosofia antieconomica, anche se si crea,
in modo quasi naturale, un’ “economia
di ritorno” che consente di star bene e
ridurre gli sprechi.
Nessun tornaconto economico
Il che, in un periodo di crisi, non fa mai
male: «Non credo, tuttavia, che le social
street si siano diffuse per la crisi economica – precisa Bastiani –. La maggior
parte delle interazioni e degli scambi
dei vari gruppi non sono su base economica, ma gratuiti, e nascono dalla
voglia di aiutare gli altri. Questo genera
un’economia di ritorno che è ben maggiore di una mera quantificazione in
denaro».
Il vero tornaconto, semmai, avviene
in termini relazionali. Gli esempi sono
tanti: da chi è in partenza per le vacanze
e regala il cibo rimasto nel frigorifero ai
vicini; al nuovo arrivato che, necessitando di una connessione internet per
lavoro, chiede se si possono dividere le
spese per una delle tante adsl criptate
già presenti in zona; dal giovane in cerca di lavoro che fa circolare la voce tra
persone conosciute all’anziano costretto a letto con una gamba rotta che chiede un aiuto per fare la spesa. Le social
street sono soprattutto questo.
.
Festa in strada
Grande cena per strada per i
residenti in Campo di Marte
e Oltreadda di Lodi
Lucia e via Maiocchi: «Bello sta
La social street milanese è nata dalla volontà di conoscere i propri vicini di casa: inaug
Stasera si mangiano le prime zucchine spuntate
dalla terra. Zucchine coltivate qui, in piazza 8 novembre, alla
fine di via Maiocchi. Siamo a Milano, zona borghese,
semi-centrale e ben
abitata, a due passi
da Porta Venezia, in
mezzo ai palazzi e
alle strade, al cemento e all’asfalto.
In un fazzoletto di
verde anonimo, recintato, insignificante, che serve a
fare da spartitraffico all’incrocio tra le
vie e la piazza. Qui,
stasera, con una
16. scarp de’ tenis settembre 2014
pentola di pasta fredda alle verdure e
un paio di bottiglie di vino bianco, si sono ritrovati i ragazzi (nella foto a sinistra) della social street di via Maiocchi,
una delle prime nate a Milano, forse la
più attiva in città nell’organizzare eventi e iniziative.
Un anno ricco di successi
Lucia è la fondatrice: «Stasera ci ritroviamo per festeggiare con un aperitivo
molto semplice la nascita delle prime
zucchine di questo piccolo orto urbano. Ci stiamo occupando dell’aiuola in
modo spontaneo. Così come spontaneamente è nata la nostra social street».
Novembre 2013, Lucia sente parlare di
via Fondazza a Bologna e pensa che
potrebbe replicare il modello. E così
l’inchiesta
All’estero
Portogallo, Brasile e Nuova Zelanda
le social street conquistano il mondo
are insieme»
gurato anche un orto urbano
tappezza di volantini la strada in cui
abita. “Vuoi conoscere i tuoi vicini di
casa? Iscriviti al gruppo Facebook della
social street di via Maiocchi».
«Dopo due settimane – ricorda Lucia – entrano nel gruppo 20 persone. Ci
incontriamo e decidiamo di organizzare una festa di quartiere entro la fine
dell’anno. Una signora mette a disposizione uno spazio. Ci diamo da fare
per pubblicizzare l’evento riempiendo
il quartiere di cartelli. È un successo.
Quella domenica pomeriggio partecipano oltre 200 persone di tutte le età,
bambini e anziani compresi. Ognuno
porta qualcosa da mangiare. Facciamo
una lotteria con i biglietti gratis e con i
premi regalati da ognuno di noi. C’è la
musica, parliamo, ci conosciamo, stia-
Dall’Europa al Sudamerica fino all’Oceania. Le social street
hanno presto varcato i confini nazionali, esportando nel mondo un’idea tutta
italiana che ha incontrato una voglia di socialità evidentemente globale.
Sono 19 le social street mappate oggi a livello internazionale. La maggior
parte di queste (16) si trova in Europa: 1a testa per Croaza, a Rijeka
(Fiume) e Spagna, a Barcellona; le altre 14 in Portogallo, distribuite da nord
a sud sia nei grandi centri come Lisbona, Estoril e Porto, sia nelle realtà più
piccole come Agualva-Cacém, Carcavelos, Maia e la sua freguesia Águas
Santas, Pinhal Novo e Vila Nova de Gaia. Le social street portoghesi sono
ancora in fase embrionale: «Tutto è partito lo scorso febbraio – racconta
Carla Isidoro, che gestisce social street Portugal –. Nelle prime settimane ci
siamo dedicati all’apertura della pagina Facebook di riferimento nazionale,
informando media e cittadini. Quando abbiamo ricevuto le prime richieste da
varie zone del Paese, abbiamo dato una mano ai singoli gruppi a compiere i
primi passi, spiegando la logica che vi sta dietro. Abbiamo, poi, iniziato a
organizzare i primi eventi come escursioni a piedi o partite di calcio. In una
social street alla periferia di Lisbona i residenti sono riusciti a risolvere un
annoso problema legato a un parcheggio della zona, dopo averne discusso
all’interno del gruppo». Delle 4 social street presenti nella capitale lusitana
una delle più attive è quella che riunisce, dal marzo scorso, i residenti di
Avenida Almirante Reis, lunghissimo viale che attraversa in verticale il
centro della città, collegando Praça Francisco Sá Carneiro a Rua da Palma.
Quì, in una delle zone più multiculturali di Lisbona, il gruppo ha organizzato
una serie di eventi, tra cui un torneo di calcio, passeggiate e visite guidate,
persino una mostra-concorso fotografica, in cui ai residenti è stato chiesto di
portare un’istantanea della strada per ricostruirne la storia e i mutamenti
negli anni. In Brasile le social street attive (da poco) sono due: quella di Solar
dos Evangelistas a Fortaleza e quella del Bairro Santa Teresa a Belo
Horizonte, uno dei quartieri più tradizionali della metropoli, caratterizzato da
palazzi bassi, bar e ristoranti di un tempo, negozi di abbigliamento di piccole
firme. «L’aspetto del quartiere agevola molto la socializzazione e la fiducia
tra i residenti – spiega la referente del gruppo Claudia Bortune, salentina di
nascita e brasiliana d’adozione –. Mi sono chiesta a lungo se fosse il caso di
creare una social street in un luogo che, forse, ne aveva già di implicite, ma
poi mi son detta che avrebbe potuto aiutare i nuovi arrivati a stabilire buone
relazioni. Ho saputo del progetto grazie una mia amica che vive a Livorno e
che ha partecipato ad alcuni incontri nella sua città. È stata una grande
scoperta sapere che questo progetto è nato proprio a Bologna, dove ho
vissuto sei anni». E così, a fine maggio, ha preso il via il gruppo (27 gli iscritti
attuali), il cui cammino è stato, però, rallentato dai Mondiali di calcio: «Il
Brasile ha ricominciato a funzionare ad agosto – continua Claudia –, quindi
ho iniziato a organizzare i primi eventi da questa data. La risposta dei
residenti finora è stata molto positiva, anche se poco propositiva. Come in
tutti i gruppi che nascono tra sconosciuti, chi aderisce si aspetta di ricevere.
Per questo il mio ruolo sarà quello di alimentare il gruppo il più possibile nei
prossimi mesi».
In Nuova Zelanda, infine, sulle coste al nord dell’isola meridionale del
Paese, è attiva la social street che riunisce i residenti di Glenduan, piccola e
incantevole località di mare, affacciata sullo stretto di Cook, a un quarto
d’ora d’auto dalla città di Nelson. Una ventina (sulle 120 famiglie totali
residenti) le persone che fanno parte del gruppo, creato nel febbraio scorso
dall’insegnante Tonnie Uiterwijk. Tra le iniziative organizzate: grigliate, giochi
pomeridiani per genitori e figli e attività informative sulla riserva marina di
Glenduan.
settembre 2014 scarp de’ tenis
.17
Vicini di casa, vicini di vita
di conoscersi ti fa cambiare la percezione del
posto in cui vivi, si crea
uno spirito di gruppo.
Forse sono piccole cose,
ma ora a me dispiacerebbe lasciare questa zona». Rachele offre lo spumante e racconta: «Ho
conosciuto la social street
perché avevano organizzato una iniziativa ed ero
curiosa. In un’enoteca
avevano messo una specie di palco dove chiunque poteva salire ed
esporre per cinque minuti la propria idea. Tante le proposte, ricordo ad
esempio chi voleva
riempire il quartiere di
bat-box, rifugi per pipistrelli mangia-zanzare.
Io non ho proposto nulla, però mi sono molto
divertita e ho conosciuto
un po’ di gente».
Riccardo è di Napoli,
lavora a Milano da un
paio d’anni. «Mi piacerebbe che l’esperienza
della social street raggiungesse anche altri
quartieri, specie quelli di
periferia, dove pur ci sono problematiche diverse. Secondo me
può funzionare anche altrove, perché
le condizioni ci sono. È un problema di
tutta la città quello di non conoscersi
tra vicini di casa».
Verdura a Km zero
Aperitivo in strada per
assaggiare le prime
zucchine dell’orto
urbano di via Maiocchi
mo bene». Da allora funziona così: si
lancia un’idea sul gruppo Facebook e
chi vuole aderisce. Lo stesso orto urbano dove si coltivano le zucchine è nato
così. Oggi fanno parte del gruppo 880
persone. Dal web si moltiplicano le occasioni di incontro. Si organizzano colazioni e aperitivi. Ci si ritrova per cucinare assieme, fare gare di play station,
allestire set fotografici, giocare con i
bambini. L’età media va dai 35 ai 45 anni. La maggior parte delle persone non
è di Milano. Per chi ha poca dimestichezza con il computer c’è la bacheca
del bar di quartiere dove si appendono
volantini e cartelli.
Chiedo a Lucia perché l’ha fatto.
«Sono di Varese, abito a Milano da più
di due anni, non sapevo chi fossero i
miei vicini e volevo conoscerli. Ho scoperto che anche altri avevano questo
desiderio. Il nostro obiettivo è mettere
in relazione le persone, aprire le porte
di casa, condividere esperienze. Però
18. scarp de’ tenis settembre 2014
funziona solo se si conserva la spontaneità».
Bello conoscere i vicini
Conferma tutto Veronica. «La mia famiglia è di Pantelleria – dice –, vivo a Milano dall’età di dieci anni, ma nella mia
via non ho mai conosciuto nessuno.
Adesso è diverso. Mi capita di salutare
chi incontro per strada. Mi piace». Veronica fa parte del gruppo dall’inizio,
l’ha visto crescere. «Hai il lavoro – aggiunge – i tuoi amici, la famiglia, ma
non sai chi ti abita accanto. Non è vero
che non c’è tempo per questo tipo di
rapporti. C’è solo molta diffidenza. Soffrono soprattutto quelli che non sono
di Milano perché non hanno una rete
di relazioni. Nella social street non è che
devi trovare nuovi amici. Magari ti capita di avere a che fare con persone che
non ti piacciono e che non credevi di
poter frequentare, magari per opinioni
politiche diverse dalle tue. Però il fatto
Un aiuto ai più sfortunati
In via Maiocchi si pensa anche a chi è
meno fortunato e le occasioni per stare
assieme non sono solo di svago o divertimento, ma anche per iniziative di solidarietà. «In questi mesi – conclude
Lucia – abbiamo organizzato un aperitivo per trovare fondi da destinare a
un’associazione di volontariato e abbiamo promosso una raccolta di indumenti per i profughi siriani che transitano nella nostra città. Abbiamo anche
voluto conoscere ed entrare in relazione con il senzatetto che vive nella nostra strada per capire se potevamo aiutarlo». Perché in via Maiocchi, come altrove, le social street sono strade che
guardano anche al sociale.
.
l’inchiesta
Il progetto
Legami e socialità,
la scommessa di Niguarda
Via Demonte e via Ciriè sono due strade del
quartiere Niguarda di Milano. Se le percorri
scopri che, parcheggiate ai lati, non ci sono
automobili nuove. Le vetture che stazionano
accanto ai marciapiedi sono di dieci-quindici
anni fa. Lo capisci dalla tipologia dei modelli e te
ne accorgi anche dalle lettere delle targhe. Da
queste parti non si cambia l'auto di frequente.
Oppure si acquistano veicoli usati. Da queste
parti la gente abita nelle case popolari. Con
giardino e balconi, ma pur sempre case popolari.
È qui che Roberto sta cercando di mettere in
piedi una social street. Lui non vive qui, è un
operatore sociale del Consorzio SIS che, insieme
ad altre cooperative e associazioni, sta attuando
Niguarda Noi, un progetto finanziato dal Comune per la
promozione della coesione sociale.
«Questa – spiega Roberto – è una zona di Milano con tanti
problemi, legati principalmente al tasso di disoccupazione che
negli ultimi due anni è diventato impressionante. Poi c'è la
difficile convivenza con gli immigrati, che ancora non si sono
ben inseriti nel contesto sociale e cittadino. Nelle strutture
dell'Aler ci sono persone che vivono lì da 50 anni. Noi stiamo
già lavorando con il nostro progetto, ma abbiamo pensato che
inventare una social street potesse essere un'opportunità in più.
Ne avevo sentito parlare e ho pensato che avrebbe potuto
funzionare anche da noi. Anzi, qui ce n'è ancora più bisogno».
Al gruppo creato su Facebook, in una settimana, si sono iscritte
70 persone. La prima iniziativa, a fine maggio, è stata
un'aperitivo organizzato in un locale del quartiere e pubblicizzato
anche con dei volantini distribuiti per strada.
È andato bene, i partecipanti si sono uniti
agli altri clienti del bar e si è creata una
bella atmosfera. A luglio è stata
programmata una caccia al tesoro.
«Stiamo puntando – racconta Roberto – su
una partecipazione che parta dal basso e
coinvolga sempre più persone. Non ci
aspettavamo un riscontro già così positivo.
Per settembre ci piacerebbe organizzare un
grande evento nei cortili dei palazzi, dove le
persone si portano la sedia da casa e
possono così assistere a spettacoli e
concerti. Noi al Consorzio abbiamo diverse
idee, ma vorremmo che le proposte venissero anche dai
residenti. Ci piacerebbe che accadesse quello che avviene già
nelle altre social street, come ad esempio la condivisione degli
alimenti. Se ho del cibo in frigo e sto per andare in vacanza, lo
scrivo su Facebook e qualcuno si fa avanti per ritirarlo e
consumarlo. Al di là delle iniziative che potremmo organizzare,
infatti, il nostro obiettivo è combattere l'individualismo ed evitare
che le persone si chiudano nelle proprie case e vivano isolate dal
resto della comunità».
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