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04 - Vademecum Muray

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Fortunatamente,
per me la fotografia
non è stata soltanto
una professione ma
anche un contatto
tra le persone – uno
strumento per capire
la natura umana
e fissare, se possibile,
il meglio di ciascun
individuo.
1
N
ickolas Muray (18921965) era “un uomo
per tutte le stagioni”.
Ungherese di nascita,
a ventuno anni emigrò negli Stati
Uniti portando con sé la ferma
convinzione che avrebbe fatto
qualcosa di memorabile.
Al momento della sua morte,
sembrava avesse fotografato
tutto e tutti – dai presidenti alla
zuppa di piselli. La maggior parte
degli americani conosceva le sue
fotografie, se non il loro creatore.
Muray aveva una fama
internazionale come campione
olimpico di scherma; era un pilota
e un amante delle donne. Dotato
di grande talento, grande fascino
personale, bell’aspetto e sconfinate
doti creative, riuscì comunque
a vivere seguendo la sua natura
di uomo riservato.
Nell’agosto
del 1913, con venticinque dollari
in tasca, un vocabolario inglese
di una cinquantina di parole e una
determinazione implacabile, Miklós
Murai arrivò a Ellis Island, dove
divenne Nickolas Muray.
Nel 1920, Nick si era già trasferito
al 129 di MacDougall Street, nel
Greenwich Village, dove viveva e
lavorava. La mostra allestita in una
piccola galleria d’arte a due passi
da casa richiamò l’attenzione sui
suoi ritratti. Ben presto le fotografie
di Muray furono pubblicate sul
“New York Tribune”, e lui venne
ingaggiato dalla rivista “Harper
Bazaar” per fotografare la star di
Broadway Florence Reed.
Lo stile evocativo dei suoi ritratti
dall’effetto flou fece immediatamente
scalpore, tanto che Nick si ritrovò
ben presto a fotografare tutti quelli
che contavano: attori, ballerini,
star del cinema, politici e scrittori.
Muray era molto richiesto anche
come fotografo commerciale per
la pubblicità, la moda, il design
di interni. Molti dei suoi clienti,
inizialmente attratti dall’eccellente
qualità delle fotografie di Nick, lo
raccomandavano ad altri o tornavano
da lui sedotti dalla sua personalità
vincente.
Nickolas Muray era un uomo pieno
di charme, che faceva innamorare
le donne e suscitava negli uomini il
desiderio di essere suoi amici. Così
divenne il più acclamato fotografo
di moda e di celebrities degli anni
Venti.
2
CRONOLOGIA
1920-1929
Ritorna a New York, cerca un lavoro come
fotografo in uno studio della Fifth Avenue.
Pirie MacDonald, “fotografo di uomini”,
lo incoraggia ad aprire uno studio in proprio.
1892
15 febbraio, nasce come Miklós Mandl, quarto
di cinque figli: Artur, Vilmos, Margit, Miklós
e Stefan. Il padre, Samu Mandl, è impiegato
delle poste. La madre, Klára Lo˝vit, è casalinga.
Stringe amicizia con Eugene O’Neill. Affitta
uno spazio da adibire a studio da Gertrude
Paine Whitney e inizia a realizzare fotoritratti.
Condivide uno studio in Washington Square
e si dedica alla fotografia per proprio conto.
Apre il Muray Studio nel Greenwich Village,
al numero 129 di MacDougall Street.
Sebbene la data di nascita sia registrata
nell’anagrafe della comunità ebraica
di Seghedino, Ungheria, non gli viene dato
un nome ebraico.
Attraverso il Ministero degli Interni,
la famiglia cambia il proprio cognome in Murai,
nome non ebraico.
Prima mostra personale
New York, Gertrude Paine Whitney Studio.
Mostre collettive
Londra, British Westminster Photographic
Exhibition, vincitore del primo premio;
Torino, Primo Salon Italiano d’Arte Fotografica
Internazionale.
Trasferisce i Muray Studios dal Greenwich
Village al n.38 di East 50th Street.
1925
Mostre collettive
Londra, Galleries of the Royal Watercolor
Society e London Salon of Photography.
Fotografa Eugene O’Neill.
Carl Van Vechten gli presenta Miguel
Covarrubias, grazie al quale stringerà un legame
con il Messico che durerà per tutta la vita.
Diventa amico di Edward Steichen.
Sei delle sue stampe vengono acquisite dalla
Smithsonian Institution di Washington, D.C.
Vince il primo premio al “London Royal
Photographic Society Show”.
Ricercato per le sue doti di fotografo della danza
ritrae, fra gli altri, Fred e Adele Astaire, Leon
Barte, Agnes de Mille, Anna Duncan, Martha
Graham, Doris Humphrey, Ruth St. Denis, Ted
Shawn e Hubert Stowitts.
1921-1924
Si iscrive al New York Athletic Club, prende
lezioni di scherma da Julio Castello e Giorgio
Santelli, presso il Washington Square Fencing
Club, il Fencers Club e, infine, alla Salle Santelli.
In svariate occasioni rappresenta tali club
in competizioni di sciabola, spada e fioretto.
Diventa amico degli schermidori D. Ervin Acel,
Tibor Nyilas, László Pongo e George V. Worth.
Firma un contratto con Condé Nast e ritrae
celebrità del mondo artistico, letterario,
musicale, teatrale e politico. Nel corso
di un decennio realizza oltre diecimila ritratti
e il suo lavoro contribuisce all’evoluzione
dello stile del ritratto di celebrità. Le serate
che si tengono ogni mercoledì nel suo studio
sono frequentate da molte delle personalità
che ritrae. Come fotografo si occupa inoltre
di pubblicità, moda, arredamento, illustrazione
e fotografie commerciali.
In seguito alla pubblicazione, nel 1920,
di una sua fotografia di Florence Reed su
“Harper’s Bazaar”, i lavori su commissione
si susseguono a ritmo costante.
1894
La famiglia si trasferisce a Budapest
allo scopo di migliorare la propria situazione
economica e per poter disporre di maggiori
opportunità d’istruzione.
1904-1908
All’età di dodici anni, entra come apprendista
nello studio di un artista, dove impara
l’incisione su legno e la scultura. Entra alla
Scuola di Arti Grafiche di Budapest dove studia
i fondamentali della fotografia, della fotoincisione
e della litografia. Dopo il diploma viene assunto come
incisore dallo studio di fotoincisione
Weinwurm & Co. dove lavora per un anno
occupandosi di riproduzione litografica.
1909-1913
Studia separazione del colore a Monaco
di Baviera per un anno. Si trasferisce a Berlino
dove studia fotochimica, fotoincisione a colori
e preparazione di filtri a colori presso
il Berufsverband Bildender Künstler Berlin.
Consegue il certificato internazionale
di fotoincisore e viene assunto dalla Ullstein
Verlag per occuparsi di fotoincisione. Viaggia
in Francia e in Inghilterra e inizia a fotografare,
influenzato dalla pittura olandese del Seicento.
1913
Agosto, arriva a New York. Viene registrato
con il nome di Nickolas Muray.
1913-1920
Attraverso la International Photo-Engravers
Union, trova immediatamente un impiego
occupandosi di incisione e separazione
dei colori per la Stockinger Photo-Engraving
and Printing Co. a Greenpoint, Brooklyn.
Diventa membro della Photo-Engravers’ Union
di New York. Nel 1920 gli viene assegnata
una “tessera onoraria che attesta un curriculum
irreprensibile ed eccellente” per la sua attività
nell’ambito della fotografia.
1918-1920
Il 13 agosto 1918 acquisisce la cittadinanza
statunitense; si trasferisce a Chicago, dove
lavora dapprima in uno studio fotografico
in State Street e successivamente come affiliato
della Union occupandosi di stampa a mezzatinta
e fotoincisione a colori. Inizia a praticare
la scherma presso il German Turnverein e dopo
un anno vince la sua prima gara.
1926
Diventa membro onorario della London’s Royal
Photographic Society.
“Vanity Fair” gli commissiona i ritratti
del presidente Calvin Coolidge e del ministro
del commercio Herbert Hoover, inoltre lo invia
in Europa per ritrarre Sir Hall Caine, Jean
Cocteau, John Galsworthy, Ferenc Molnár,
Claude Monet, Miklós Pogany, G.B. Shaw,
Frank Swinnerton, H. G. Wells. Fotografa
Helen Keller. “Vanity Fair” propone il suo nome
alla Hall of Fame.
1926-1927
Diventa fotografo ufficiale del Theater Guild.
Attraverso Covarrubias entra in amicizia
con Rufino Tamayo.
1937
Monica O’Shea divorzia per “crudeltà”; lui indica
come motivo del divorzio l’“incompatibilità.”
1938-1939
Mostre collettive
New York, International Building at Rockefeller
Center, “Color Photography Supply Company,
American Leading Color Photographers”;
Washington, D.C., National Gallery, Arts
and Industrial Building of the United States.
Mostra personale
Londra, Royal Photographic Society, Colour
Prints by Nickolas Muray.
La rivista “Time” lo chiama per realizzare
copertine a colori.
1940-1943
Si arruola nella U.S. Civil Air Patrol con il grado
di sottotenente; si congeda con il grado di tenente.
1927-1928
Diventa critico di “Dance Magazine”.
1943
1944
Il 9 febbraio, durante un allenamento di scherma
al New York’s Athletic Club, è colpito da arresto
cardiaco. L’avversario con il quale si sta
allenando, il medico Barry Pariser, gli pratica
un massaggio cardiaco, salvandogli la vita.
1961
Realizza fotografie per la Robert Woods Bliss
Collection, Pre-Columbian Art, con testo
e analisi critica di S.K.Lothrop, W.F. Foshag,
e Joy Mahler.
Giudice-direttore di gara per la scherma
ai Giochi Olimpici di Melbourne.
Fotografo ufficiale per la Wenner-Gren
Foundation for Anthropological Research
in occasione della spedizione intorno al mondo
(Africa, Birmania, Ceylon, Hong Kong, Giappone,
India, Pakistan, Thailandia) della durata di otto
mesi sotto la direzione di Paul Fejos.
Diventa membro a vita dell’Art Directors Club.
1956
È giudice-direttore di gara per la scherma
nei Giochi Panamericani di Città del Messico,
ai Giochi Olimpici di Roma e Tokyo.
1955, 1960, 1964
Fotografa le stelle di Hollywood della MGM
e della Paramount; realizza fotografie per
le copertine della Dell Publications, fra le quali
quelle di Ingrid Bergman, Humphrey Bogart,
Joan Crawford, Clark Gable, Ava Gardner, Judy
Garland, Angela Lansbury, Carole Lombard,
Tyrone Power, Jean Simmons, Frank Sinatra,
Elizabeth Taylor, Loretta Young, Anna May
Wong e altri ancora.
1945-1946
Viene nominato fotografo ufficiale del
Knickerbocker Squadron of the Civil Air Patrol.
Mostra collettiva
Londra, The Color Group of the Royal
Photographic Society.
Vince per due anni consecutivi il Campionato
nazionale di sciabola a squadre.
1928 e 1932
Rappresenta gli Stati Uniti nella squadra
olimpica di scherma in entrambe le edizioni
dei Giochi Olimpici; nel 1932 si aggiudica
il quarto posto.
1929
Con i colori del New York Athletic Club
si aggiudica il primo posto in tutte e tre
le specialità al Three Weapon Contest National
Saber Championship che si tiene a Los Angeles.
Per conto di “Vanity Fair” va a Hollywood
per fotografare Douglas Fairbanks e Mary
Pickford, Douglas Fairbanks Jr. e Joan
Crawford, Greta Garbo, Jean Harlow.
1930-1931
La famiglia di Muray lascia l’Ungheria
per trasferirsi negli Stati Uniti.
In seguito al crollo della borsa, decide di mettere
la propria creatività prevalentemente al servizio
della pubblicità. Firma un contratto con la Curtis
Publications, editrice del “Ladies’ Home Journal”;
crea la prima riproduzione pubblicitaria
a colori naturali per la copertina del numero
di maggio 1931 del “Ladies’ Home Journal”:
Anticipazioni della moda per l’estate da Parigi.
1931
Insieme a Miguel Covarrubias compie il primo
dei suoi numerosi viaggi in Messico; stringe
amicizia con Frida Kahlo.
1935-1945
“McCalls” lo assume per realizzare le copertine
a colori di “Homemaking” e le pagine dedicate
alla cucina.
1935 e 1936
“Vanity Fair” si fonde con “Vogue”, rivista
per la quale realizzerà fotografie di moda
e ritratti di celebrità.
1965
Nell’arco della sua vita di schermidore ha vinto
oltre sessanta medaglie ed è stato acclamato
come “uno dei venti migliori schermidori
della storia americana”.
1966
L’Harry Ransom Humanities Research Center
della University of Texas, Austin, acquisisce
dalla famiglia Muray la sua collezione d’arte
moderna messicana, con oltre cento opere
di Miguel Covarrubias, Frida Kahlo, Juan
Soriano, Rufino Tamayo e molti altri artsti.
1967
Esce The Revealing Eye Personalities
of the 1920’s in Photographs by Nickolas Muray
and Words by Paul Gallico, Atheneum, New York.
1974
Retrospettiva
Rochester, New York, International Museum
of Photography, George Eastman House,
Nickolas Muray: Renaissance Eye, from Peas
to Pickford.
1978
È accolto nella Hall of Fame della scherma.
1979
Retrospettiva
Genova, Palazzo Ducale, Nickolas Muray.
Celebrity Portraits.
2014
Retrospettiva
Istanbul, Pera Müzesi, Nickolas Muray: Bir
Fotog˘rafçının Portresi (Ritratto di un fotografo).
2013
Esce I Will Never Forget You Frida Kahlo
and Nickolas Muray Unpublished Photographs
and Letters by Salomon Grimberg, Verlag
Schirmer/Mosel, München. Pubblicato
in inglese, tedesco e spagnolo.
2004
Mostra collettiva
Rochester, George Eastman House,
Eventful Cameras and the Many Historical
Images They Captured.
2000
Mostra personale
Boston, The Boston Athenaeum, Nickolas
Muray: Photographs From The Negative
Archives of The George Eastman House,
26 febbraio – 5 aprile 1985.
1985
Mostre collettive
New York, International Center for Photography,
Fleeting Gestures: Dance Photographs,
successivamente esposta a Londra,
The Photographers’ Gallery; “Venezia 79”;
Zurigo, Kunsthaus, Amerika Fotografi 1920-1940.
3
L
o studio nel sottotetto di Nickolas
Muray avrebbe potuto essere
quello di ogni altro artista,
in qualsiasi altra parte del mondo:
muri intonacati di bianco, una tenda
di velluto nero, una sedia da cucina dipinta
di verde. Sull’alto soffitto a spiovente
si apriva un lucernario a scomparti munito
di tende che potevano essere tirate
per modulare la luce e ottenere l’effetto
desiderato. Dietro la scrivania ingombra
di pile di carte e di un insieme disordinato
di oggetti disposti a caso, c’era un camino
su cui erano appesi alcuni dei ritratti
preferiti di Nick. Un angolo della stanza
era occupato dalla camera oscura, adiacente
alla stanza da letto, usata come spogliatoio.
In questo studio, Nick Muray escogitò
un metodo che avrebbe usato durante tutta
la sua carriera: quello di intrattenere
i modelli in modo da non permettere loro
di capire quando avrebbe scattato la
fotografia.
Edouard Steichen, Vanity Fair, Dicembre 1926
Motivazione della candidatura di Nickolas Muray alla Hall of Fame:
“Perché ha iniziato la carriera in una soffitta del Greenwich Village;
perché sta esponendo a New York fotografie di celebrità internazionali;
perché è un abile schermidore e Junior Three Weapon Champion of America
e infine perché questo ritratto è opera del suo amico Edward Steichen.”
FOTOGRAFIE
IN BIANCO
E NERO
Conversando con fare amichevole e in tono
amabile, portava abilmente il discorso
sui loro interessi, aspettando il momento
giusto per scattare la foto e utilizzando
un otturatore silenzioso per non creare
distrazioni. Quando aveva ottenuto
l’immagine che voleva, diceva: “touché”.
Nick descrive così il suo modo di creare
il ritratto a partire da un’intuizione:
“Un fotografo deve vedere la sua immagine
prima di riprenderla. Deve sapere che cosa
la macchina registrerà sia prima
di schiacciare la pompetta, sia quando
la lastra è sviluppata. Non ogni espressione,
non ogni posa è un’immagine, bisogna
aspettare quella giusta e riconoscerla
quando arriva [...]”.
Il 1921 fu un anno fondamentale per Nick.
Frank Crowninshield di “Vanity Fair”
lo incaricò di fotografare personaggi famosi
del mondo dell’arte. Nick immortalò oltre
350 soggetti per la sola rivista. Alla fine
degli anni Venti, aveva realizzato oltre
10.000 ritratti.
4
FOTOGRAFIE
A COLORI
N
el 1931, sul numero di maggio
del “Ladies’ Home Journal”,
Nickolas Muray passò alla
storia, pubblicando per la prima
volta una fotografia a colori naturali in una
rivista americana. Il reportage si intitolava
Moda parigina per l’estate. La scelta del
colore naturale era stata involontariamente
dettata dal Crollo della Borsa del 1929,
che costrinse Nick a rivalutare la sua
professione per poter sopravvivere a
quei tempi duri. Fino a quel momento, le
pubblicità a colori sulle pagine delle riviste
erano dipinte a mano dagli illustratori,
e l’uso della fotografia a colori naturali
sembrava al di là da venire. I quattro anni di
formazione e di lavoro in Germania prima di
arrivare in America avrebbero ripagato Nick
in modi inaspettati.
Nickolas Muray, Autoritratto alla scrivania con la proiezione
di una modella nuda seduta dietro di lui nello studio, 1952 circa
Stampa a colori, montaggio, procedimento carbro
Collezione George Eastman House
Con l’ausilio di una Jos-pe Tri-Color oneshot dotata di tre lastre di vetro, filtri per
l’esposizione da montare su una lente, e il
procedimento di stampa carbro, in grado di
rendere oggetti e incarnati con una fedeltà
cromatica mai vista prima, Nick divenne
il fotografo pubblicitario per eccellenza.
A posteriori, un giornalista ha osservato:
“Per gli standard dell’epoca, le donne delle
sue foto erano più belle di quelle reali,
le sue tavole imbandite più scintillanti,
le sue pietanze più prelibate, i suoi atleti
americani più solidi e scolpiti di quanto
qualsiasi essere umano potrebbe sperare di
essere”. Un giorno, al culmine del successo,
Nickolas Muray esclamò: “Quello che voi
sognate, noi lo fotografiamo – fa parte del
nostro lavoro!”.
5
N
ickolas Muray amò tante donne
nella sua vita, ma non riuscì
mai a dimenticarne una – come
si scoprì solo molti anni dopo la
sua morte. Questa donna, che amò in modo
più profondo, appassionato e riservato di
tutte le altre, era Frida Kahlo.
Nick aveva conosciuto Frida nel maggio
del 1931 durante un viaggio a Città del
Messico, dove si era recato per incontrare
l’amico Miguel Covarrubias e Rosa Rolando,
che di recente era diventata sua moglie. La
passione di Miguel per quello straordinario
paese aveva affascinato Nick, il quale
probabilmente aveva atteso con ansia il
momento in cui avrebbe visitato il Messico
insieme all’amico, guardando quella terra
attraverso i suoi occhi. Tra tutte le sorprese
che il Messico – ne era certo – aveva in serbo
per lui, non avrebbe mai immaginato di
trovare Frida Kahlo. Quando s’incontrarono,
Frida non aveva ancora maturato la
personalità, né creato l’iconografia per cui
sarebbe divenuta celebre, anche se era sulla
buona strada. Il suo Autoritratto con collana
di spine divenne la presenza dominante nel
salotto della casa di Nick. Era una presenza
inquietante, che non si poteva evitare,
eppure lui teneva molto a quel quadro e
non si sognava neppure di disfarsene. Nick
lo aveva acquistato – fresco di cavalletto –
da Frida stessa nel 1940, l’anno in cui la
pittrice divorziò dal marito, il muralista
messicano Diego Rivera, dopo dieci anni di
matrimonio.
Disegno
Miguel Covarrubias, Nickolas Muray come rubacuori, 1927 circa
Stampa giclée a colori
Nickolas Muray Photo Archives
Foto
Nickolas Muray, Nick Muray e Frida Kahlo, 1939
Stampa giclée in bianco e nero
Nickolas Muray Photo Archives
Frida si era comportata in modo tale da
indurre Nick a credere che lo avrebbe
sposato non appena risolta la faccenda del
divorzio, ma questo non avvenne.
Il primo incontro tra Nick e Frida fu un
caso fortunato: anziché rimanere con Diego
a San Francisco, com’era previsto, Frida era
partita per il Messico alcuni giorni prima di
lui. Quando Diego ritornò a casa, Nick era
già ripartito per New York con una lettera
in cui Frida gli scriveva: “Nick, ti amo
come amerei un angelo. Sei un fiore della
valle, amore mio. Non ti dimenticherò mai,
mai, mai. Sei tutta la mia vita. Spero non lo
dimenticherai, Frida”.
È l’inizio di una storia d’amore che durerà
dieci anni.
Nell’estate del 1941, Nick chiuse il cerchio
immortalando il loro ultimo momento
di intimità in uno splendido autoritratto
a due nello studio di Frida, circondati
dall’universo di lei. In questa immagine
Nick raffigura tutta la loro storia come una
contrapposizione di oggetti – e di sguardi.
Frida è seduta accanto al cavalletto con
l’autoritratto Io e i miei pappagalli; i suoi
occhi dall’espressione triste non guardano il
compagno, ma sono rivolti verso l’obiettivo.
Invece Nick, in piedi dall’altra parte del
cavalletto, fissa su di lei uno sguardo
innamorato.
NICKOLAS
MURAY
E FRIDA
KAHLO
6
N
on sappiamo con certezza
quando Nickolas Muray iniziò
la sua relazione con Marilyn
Monroe, ma dai documenti
in nostro possesso si capisce che ebbero
un rapporto di natura personale, oltre che
professionale.
Nick fotografa Marilyn più volte,
presentandola ora come una ragazza di
campagna, con una camicetta scollata e un
cesto di mele rosse, ora come un’odalisca in
abito di pizzo nero, su una chaise longue di
fronte a una composizione di frutta. Quando
la ritrae seduta su una poltrona di satin
grigio, in costume da bagno blu e scarpe
con la zeppa di lucite trasparente, sistema
un libro sotto il cuscino della seduta in
modo che la testa della diva si trovi più in
alto rispetto allo schienale – più semplice
che andare a cercare una poltrona con lo
schienale più basso. In un’altra sessione,
la riprende in pose che suggeriscono una
complicità erotica tra il fotografo e la
modella: con la punta di un dito infilata
nel cerchio dell’orecchino; con le spalle
nude e una mantilla spagnola, il dito indice
appoggiato tra i seni; seduta con le gambe
aperte e le pieghe della sottile gonna di seta
che vi ricadono in mezzo. In una seconda
versione di quest’ultima fotografia, Marilyn
ha davanti una composizione di frutta e
tiene le mani unite sul petto, formando una
V con l’indice di una mano tra il pollice e
l’indice dell’altra.
Tom Kelly, Marilyn Monroe, 1949
Stampa a colori (pellicola Kodak)
Collezione George Eastman House
Dedica a Nickolas Muray:
“A Nick, è stato un vero piacere ‘lavorare’ con te. Spero di rifarlo
presto.”
L’amicizia particolare tra Nick e Marilyn fu
scoperta solo dopo la morte del fotografo,
quando la moglie Peggy trovò nel suo
portafogli una fotografia dell’attrice nuda,
con la dedica: “A Nick, è stato un vero
piacere (lavorare) con te. Spero di rifarlo
presto. Marilyn”. Se Peggy ebbe qualche
dubbio sul rapporto che suo marito aveva
avuto con Miss Monroe, era troppo tardi per
fare domande. La fotografia che trovò era
una copia del famoso scatto di Tom Kelley
del 1949: il nudo a figura intera di Marilyn
Monroe sdraiata su un drappo di velluto
rosso. Era la fotografia di un calendario
che l’autore intitolò A New Wrinkle, uno
dei due scatti più celebri della storia di
Hollywood; alla metà degli anni Cinquanta,
il calendario aveva venduto oltre otto milioni
di copie. L’altro scatto, Golden Dreams, è
quello in cui Marilyn è seduta, con la testa
rovesciata all’indietro e le gambe piegate.
La scoperta della fotografia e della dedica
scatenò una ridda di interrogativi senza
risposta: in quale anno Muray la ricevette?
In quali circostanze? Fu lui a chiederla o si
trattò di un dono spontaneo? Perché proprio
quell’immagine e perché Muray la teneva
discretamente nel portafogli, lontana da
sguardi altrui? Marilyn Monroe era già
morta da tre anni.
NICKOLAS
MURAY
E MARILYN
MONROE
7
I
l grande impressionista era l’unico
dei miei futuri modelli che non aveva
risposto alle lettere e ai telegrammi
in cui gli chiedevo un appuntamento.
All’epoca aveva ottantasei anni e – come
avremmo scoperto in seguito – non avrebbe
visto la primavera successiva (era il 1926).
Ma i fotografi sono ostinati per definizione,
e io non facevo certo eccezione. Cenando
con un amico a Parigi, gli parlai della
cosa. Venne fuori che l’amico possedeva
un’automobile. Protestando che “non era una
cosa da fare”, mi accompagnò comunque a
casa di Monet a Giverny.
Suonammo il campanello. Un’infermiera
uscì dicendo che Monet era malato e non
poteva ricevere visite, figuriamoci posare per
me. Il mio francese era meno che scarso, così
intervenne il mio amico, in un perfetto stile
gallico. Chiese all’infermiera di dire a Monet
che ero venuto dopo essermi annunciato
con lettere e telegrammi, che lui doveva
per forza aver ricevuto. Lei tornò e disse
che Monet era troppo malato per essere
disturbato. Questa volta il mio amico parlò
molto più a lungo, spiegandole che avevo
fatto un viaggio di cinquemila chilometri
apposta per fotografare il maestro; la seduta
avrebbe preso solo pochi minuti del suo
tempo; le generazioni future avrebbero
apprezzato una simile immagine del grande
pittore, ecc. La povera donna, sopraffatta
dal tono e dalla lunghezza dell’arringa, si
allontanò di nuovo e questa volta tornò con
Monet in persona.
Per me era come incontrare un dio
dell’Olimpo. Sono sempre stato un adoratore
dell’arte, e quel magnifico vecchio così
fotogenico era il più grande pittore vivente.
Anche se non sembrava malato, aveva l’aria
stanca. Dopo averci salutato si sedette su
una panchina e io mi misi al lavoro senza
indugio. Dopo un po’ mi chiese quando avrei
iniziato a fare le fotografie. Gli spiegai che
ne avevo già fatte più o meno una mezza
dozzina. Monet disse che non era possibile:
non gli avevo detto dove guardare e non
aveva sentito nessun click. Gli spiegai che
avevo un “otturatore silenzioso” e gli mostrai
la pompetta che avevo tenuto dietro la
schiena – quando la schiacciavo, l’otturatore
si apriva e chiudeva, con un’esposizione di
un quinto di secondo. Aveva notato i miei
traffici con i portapellicola, ma non si era
accorto che avevo scattato le fotografie.
Rise per quello che chiamò “un bel trucco”
e si rilassò assumendo un atteggiamento di
assoluta cordialità. Ci condusse al famoso
stagno delle ninfee, che aveva raffigurato
spesso nei suoi quadri, e io feci altre
fotografie, di lui e dello stagno. La seduta
era finita da un pezzo quando finalmente
l’infermiera uscì con gli occhi fiammeggianti
chiedendo che lasciassimo riposare Monet. E
lui mi ringraziò addirittura per quella che,
disse, era stata una parentesi piacevolissima.
UNA
MATTINATA
CON
MONET
Nickolas Muray
8
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