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29 gennaio 2014. Appunti SdC con Carrón

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Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón
Milano, 29 gennaio 2014
Testo di riferimento: L. Giussani, «La concezione che Gesù ha della vita», in All’origine della
pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, pp. 103-116.
• Noi non sappiamo chi era
• Give Me Jesus
Gloria
Ci eravamo dati come ordine del giorno dal punto 2 – dopo la premessa – in avanti. Ci sono arrivate
tante domande, soprattutto richiedenti un chiarimento sul punto decisivo della premessa: che cosa è
questa genialità umana su cui Giussani insiste come condizione per poter cogliere chi è Gesù (cioè
tutto quel che va a dire lungo il capitolo). Allora: è chiaro per tutti che questa genialità umana non è
una spontaneità, dice don Giussani, non è un livello di santità o di irreprensibilità etica. Per questo
dicevo che questo capitolo non riguarda sostanzialmente questa irreprensibilità, ciò che di solito
concepiamo come morale o come moralismo. I Vangeli saranno sempre lì a testimoniare che ci può
essere più apertura nei pubblicani (che proprio irreprensibili non erano, in quanto ladri) che nei
farisei (che sembravano più irreprensibili). La genialità umana di cui parla Giussani è una apertura.
In questo senso si può chiamare morale, ma morale nel senso che dice nel terzo capitolo de Il senso
religioso: la moralità nella conoscenza, cioè l’apertura che rende possibile la conoscenza. Quindi
questo capitolo non riguarda le istruzioni per l’uso, ma quell’atteggiamento che consente poi di
intercettare Gesù. Siccome don Giussani dice che occorre che questa genialità, non spontanea, sia
costantemente educata e sollecitata, la domanda che emerge è questa: in che modo si può educare
tale genialità in noi? Da che cosa è sollecitata? Qual è il lavoro da fare?
Mi hai spiazzato all’ultima Scuola di comunità dicendo che bisogna impegnarsi a tenere spalancata
la nostra apertura originale, altrimenti non cogliamo quel che succede.
«Non cogliamo quel che succede».
La domanda è: come si fa? Perché questo per me è sempre stato il punto cruciale.
Non «per te»: per tutti è «il» punto cruciale! Perché altrimenti le cose succedono davanti a noi e noi
non le cogliamo.
A me sembra che, nelle varie modalità con cui il Mistero mi ha sempre afferrato, quella
disponibilità sia ultimamente una grazia, qualcosa che mi è dato, cioè mi sembra di non essere in
grado di commuovermi, di lasciarmi ferire dalle cose, ma che è solo quando ho la grazia di essere
colpito così tanto, di avere una ferita così spalancata che, aderendo con tutta la mia libertà (e
questo per me è sempre stato il passaggio più difficile e non scontato), posso iniziare a vivere
davvero. Questa capacità di arrivare così al fondo di me, di arrivare a chiedermi veramente cosa
mi basta, di andare fino in fondo alle cose, mi sembra di non averla da me in quanto è totalmente
un dono. Cioè, se il Mistero può veramente arrivare a usare dell’aridità che mi sta caratterizzando
ultimamente per farmi più Suo, allora ben venga, veramente accetto anche questo. Solo che non
capisco perché. Quel che ho sperimentato io è che dicendo di sì, soprattutto in tante circostanze
umanamente molto difficili, la mia vita è fiorita. Non ho capito perché il Mistero sia passato
attraverso queste circostanze difficili, però neanche capisco l’aridità che vivo adesso. C’è solo una
differenza: che prima, nelle circostanze difficili che mi erano date da vivere, il centuplo era
nell’istante, mentre a me sembra che adesso questo venga meno. La radicalità della proposta a cui
ci stai richiamando tu è oggettivamente di più, ed è per questo che ho bisogno di essere corretto.
A te che cosa aiuta?
Ora a me quello che sta aiutando di più è il rapporto con i miei amici.
Cioè?
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Perché mi sembra che…
Il rapporto con quali amici? Che caratteristica hanno gli amici?
Che hanno incontrato quel che ho incontrato io.
E allora in che senso tu sei educato? Come questa tua dote naturale è costantemente educata?
Attraverso chi? Basta guardare l’esperienza – ma spesso non ce ne rendiamo conto –: è perché tu sei
costantemente riaperto e rispalancato, che ti è consentito di sorprendere in atto qualcosa di
assolutamente unico, di vivere le circostanze in un modo diverso. Vero?
Sì.
Punto. Allora tu dici: questo è un dono. Giusto; ma è anche un’apertura tua, della tua libertà. Vero?
Sì.
Per questo il Mistero ci educa attraverso questo dono che costantemente ci sollecita, ma che deve
essere accolto con questa apertura totale. Mi spiego? E questo accogliere è tuo, tuo, tuo e tuo! Il
Mistero ti può spalancare tutto, come tante volte accade, ma dire di sì – come tu dici –, questo è tuo.
E solo dicendo: «Sì» siamo educati.
Però il problema è quando non sei spalancato, quando le cose ti sembrano distanti.
No, non puoi ritornare indietro! Se sei spalancato, sei spalancato. Se tu sei colpito da qualcosa, tu
sei stato colpito, non puoi dire adesso che non sei stato colpito: sei stato colpito, quindi spalancato,
incuriosito, aperto. Un istante dopo questa apertura tu puoi dire: «No», o puoi dire: «Sì». Ma tu non
puoi evitare che qualcosa ti colpisca. Per questo, da che cosa siamo sollecitati? Siamo sollecitati –
ce lo dice sempre don Giussani, e per questo ripeto sempre il valore metodologico del decimo
capitolo de Il senso religioso –, siamo costantemente sollecitati dalla realtà: è la realtà che ridesta
costantemente lo stupore davanti al reale – primo –. E – secondo – nella realtà la presenza più reale
di tutto si chiama «Cristo». Mi spiego? Siamo sollecitati costantemente, ma dobbiamo
costantemente accogliere. E questo dipende da te e dipende da me, capisci?
Sì.
Per questo ciascuno deve identificare dove la sua vita è rispalancata, qualsiasi cosa sia successa ieri;
posso trovarmi davanti a una bellissima giornata che riapre la partita, posso trovarmi davanti a una
presenza che riapre la partita perché mi colpisce il suo modo di stare nel reale, può succedere
attraverso qualsiasi cosa. Uno di voi mi scrive: «Grazie della Scuola di comunità ultima, perché è
sbocciato questo capitolo come una sorpresa di novità che mi ha colmato di stupore e di gratitudine
[ecco: può succedere che uno venga qui e gli accada questo]. Riconosciuto questo, ho esultato
perché ho potuto rintracciare il segno inconfondibile dell’esperienza: l’accadere della Sua presenza
che esalta l’io genera un desiderio di approfondimento, di consapevolezza, di riabbracciare la vita
con una semplicità più limpida e una operosità più lieta [cioè, succede un fatto dove io posso fare
esperienza di quel che dice il testo, e non semplicemente assumere come vere le cose che leggo nel
testo senza che diventino incidenti sulla vita; no, qui no, qui incominciamo a toccare con mano – in
tanti di voi succede così – che, proprio perché accade come esperienza, incide sulla vita]. E come è
desiderabile rendere stabile, cioè viva e consapevole, questa apertura originale a cui Giussani ci
richiama! Quanto c’è di desiderio in questa apertura! Per me nei momenti più dolorosi e cupi è
colma di domanda [perfino nei momenti più cupi può essere piena di domanda, di supplica]:
“Dammi la vita perché senza di Te non posso far nulla”. E più spesso è dominata dall’attesa,
un’attesa che, nella misura in cui è consapevole, è scevra da ogni pretesa. Quando cedo alla
distrazione [invece che alla domanda], all’abitudine, alla scontatezza, tutto inaridisce, l’attesa
diventa pretesa e spunta la lamentazione, anche sorda, nascosta [tutto inaridisce!]. Così l’inevitabile
inaridimento dell’io permette di capire che quell’apertura non è spontaneismo automatico [è così:
può inaridire perché c’è sempre di mezzo la libertà, non è spontaneità pura, può inaridire]. Anche
questa è esperienza necessaria. Allora come tenere desta e spalancata questa apertura originale
sollecitata e ordinata? Per me l’aiuto più grande è la lettura dei testi del don Gius. Ora leggere la sua
biografia mi fa riaccadere l’esperienza dei discepoli di Emmaus: “Non ci ardeva forse il cuore nel
petto mentre conversava con noi?”, è un impeto di bellezza che esalta la vita [perché è la
comunicazione di un’esperienza che mi trascina e mi spalanca]. E tutto questo mi accorgo che trova
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nella Scuola di comunità un aiuto potente a non restare un avvenimento sentimentale senza
conseguenze stabili. È un lavoro critico che inevitabilmente implica fatica, che mi aiuta a rendere
consapevoli, e quindi miei, i passi da compiere. Non era del resto quel che faceva Gesù quando
domandava a tutti coloro che andavano a trovare Giovanni Battista: “Ma cosa siete andati a vedere
nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora che cosa siete andati a vedere? Un profeta?”
[Gesù sollecita i discepoli aiutandoli ad andare fino in fondo a ciò che li ha mossi ad andare a
trovare Giovanni Battista: “Ma che cosa siete andati a vedere?”. “Un profeta”. “Vi dico: più che un
profeta!”]? O quando dice loro: “Volete andarvene anche voi?”». Gesù sollecita ad andare fino in
fondo. E quando uno vede in atto questo, vive uno spalancamento, come racconta una ragazza che,
dopo aver visto la puntata di Vite straordinarie dedicata a don Giussani (del 2007 e caricata ora sul
sito di CL), scrive questa mail: «Io non sono del movimento, non ancora per lo meno. Ma ciò che
ho visto e vedo in tutti voi è qualcosa di grandioso che mai avevo visto in vita mia [questa ragazza
non sta facendo riflessioni sul testo, non sta ripetendo delle cose pur vere sentite dire; no, sta
guardando un’esperienza, qualcosa che sta succedendo ora]. Io facevo parte di un altro movimento
quando ero nella mia città, quindi già conoscevo la realtà dei movimenti religiosi; ma qualcosa di
così reale e concreto non l’avevo trovato. È impossibile non riconoscere che ciò che vi muove, che
muove tutto il mondo è un desiderio fortissimo di essere felici, e inevitabilmente questo si traduce
nel seguire Cristo. Proprio grazie a questa puntata appena vista ho capito tantissime cose che prima
conoscevo, ma non capivo fino in fondo: non capivo che cosa significa Cristo, che Cristo non è
venuto a portare pace ma guerra, non capivo cosa vuol dire che il primo amore in noi è Lui, non
coglievo il senso dell’espressione “essere coerente fino in fondo con te stesso”, non capivo tante
cose. Da quando ho incontrato il CLU sono cresciuta tantissimo e ho scoperto questa nuova
bellissima realtà che cattura e trascina in alto, più in alto di ogni possibile desiderio umano
[guardate, questo è quel che spalanca: una realtà presente che cattura e trascina in alto, più in alto di
ogni possibile desiderio umano!], questa realtà che ci chiede di essere fedeli a noi stessi in tutto il
nostro desiderio. È per questo che quando alla fine ho sentito la giornalista chiederti se i giovani di
oggi sono sensibili al carisma di CL come quelli che conobbero don Giussani, non ho potuto fare a
meno di esclamare: “Ma è impossibile non esserlo!”. Mi è parso evidente, come alla luce del sole,
che questa verità che portiamo avanti attira chiunque abbia un cuore aperto e desideroso, anche se
magari ancora non se ne è accorto. Non nascondo che, pensando al periodo in cui viviamo, mi sento
terribilmente demotivata e avvilita perché tutto ruota intorno a una superficialità che cerca di ridurre
il desiderio, perché ogni giorno veniamo attaccati senza ritegno da ogni lato, per ogni minima cosa
che possa servire a batterci, e mi sento persa. Io non ho ancora letto la parte de All’origine della
pretesa cristiana da portare per la prossima Scuola di comunità, ma da parecchio ho una domanda
che mi preme: come faccio a essere fedele a me stessa in un periodo così? Mi sento impotente e ho
paura di finire con il rassegnarmi a questo mondo che vuole strapparci via il nostro desiderio più
grande. Ho paura di abituarmi al fatto che forse non posso farci nulla». Rispondo: fai come sei stata
in grado di fare fino adesso, cioè attraverso il riconoscimento di una esperienza presente che
nemmeno gli attacchi ricevuti possono azzerare. È un’esperienza tale che è più potente che qualsiasi
attacco. Questa amica vede il rischio, che tutti corriamo, della riduzione del desiderio, perché nella
situazione culturale in cui viviamo – come ha identificato sempre don Giussani – il potere che cosa
cerca di fare? Di ridurre il desiderio, di trasformarci in rassegnati. Per questo non sbaglia questa
ragazza quando vede adesso, nel presente (non nel passato!), persone che hanno questo desiderio, e
per questo è catturata, è trascinata in alto, più in alto di ogni possibile desiderio umano. Questo è ciò
a cui cerca di rispondere questo capitolo ottavo, che si fa ancora fatica a capire.
Per questo leggo questa mail per passare al punto che dovremo affrontare oggi: «Volevo dirti che,
nonostante tutto ciò che è stato detto alla scorsa Scuola di comunità, io continuo a far fatica sul
capitolo ottavo. Scorgo solo degli sprazzi che si collegano a quel che vivo [ciascuno può prendere
del capitolo un pezzo o un altro, è pieno di spunti, è una ricchezza così sconfinata che sempre si può
cogliere qualche sprazzo], ma alla fine non riesco a dire qualcosa che illumini la mia esperienza; è
come se io non Lo conoscessi di più [se questo capitolo è posto alla fine del percorso della fede,
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cioè alla fine del percorso per conoscerLo di più e aiutarci a decidere se credere o no, se io non Lo
conosco di più, a che cosa serve questo capitolo?]. Questo è grave, innanzitutto perché, come
dicevi, “non si cementifica il rapporto con Lui”, che è la cosa che mi preme di più. Allora mi sono
chiesta: ma perché il don Gius ha scritto questo libro e questo capitolo? E ho riletto la prefazione
del libro, e lì, nella prefazione, dice questo: “Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che
allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta” [come l’ha
incontrato la ragazza della mail precedente: ciò che allarga e spalanca la ragione è trovare
nell’umanità, cioè nel presente, in qualcuno, nell’umanità di qualcuno, un momento di verità
raggiunta e detta; proprio perché è raggiunta la può dire in un certo modo, altrimenti nemmeno
sarebbe possibile dirla in un certo modo!]. E continua don Giussani: “È la grande inversione di
metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di
incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini”. Questa cosa ultima è ciò
che mi preme di più nella vita, in assoluto, cioè che quel che mi ha fatto cominciare diventi
familiare [chi non desidera questo?] come mia madre e mio padre; e mi sono accorta che ho bisogno
di recuperare le ragioni di una fede consapevole e matura che non ho. Perciò pensavo di rifare il
percorso del libro dall’inizio». Sulla strada indicata da don Giussani, Cristo diventa familiare, così
come il rapporto con la propria madre o con il proprio padre: nel tempo diventa più costitutivo di sé.
La vera questione, dunque, è: Cristo è diventato più familiare? Il problema è che non basta soltanto
rileggere il libro dall’inizio – contraddicendo quel che lei stessa cita nella frase precedente –, ma
occorre incontrare nel presente un momento di verità raggiunta e detta; altrimenti potremo
continuare ad affermare delle cose come vere, ma che non sono esperienza, perché non è quello che
ci spalanca il cuore. Infatti il punto 2 dopo la premessa (capite perché don Giussani tiene tanto alla
premessa?) incomincia così – per questo è un problema di conoscenza! –: «Chi è Gesù?». La
domanda alla quale intende rispondere questo capitolo è: chi è Gesù? La questione è come io,
leggendo il capitolo, riconosco di più chi è Gesù. Non c’entrano tutti i nostri commenti, se facciamo
bene questo o facciamo bene altro; no, ma: chi è Gesù? «La domanda fu posta. Ed Egli rispose».
Come io rispondo oggi a questa domanda? Leggendo il capitolo e facendone esperienza, non
assumendo come vere le cose in quanto affermate dal capitolo, ma come qualcosa di esperito nel
presente. E ciascuno deve domandarsi, dopo questo mese, come risponderebbe a chiunque gli
domandasse: tu in che cosa hai capito di più chi è Gesù? Con che fatti puoi rispondere alla
domanda? Che cosa hai visto durante questo mese per poter dire che hai conosciuto di più Gesù in
questo o in quest’altro o in quest’altro ancora? In che cosa si vede? Altrimenti possiamo prescindere
dal libro della Scuola di comunità e fare i nostri commenti, o trasformare il libro nello spunto per
fare i nostri commenti. No, no, no, la domanda è: chi è Gesù? Ed Egli risponde «svelandosi
attraverso tutti i gesti della Sua personalità» (All’origine della pretesa cristiana, p. 103). Come si è
rivelato Gesù nel presente? Attraverso dei gesti dove noi l’abbiamo potuto cogliere.
Io l’ho sorpreso in particolar modo andando a trovare un amico perché, mosso anche dagli avvisi
dell’ultima Scuola di comunità dove tu ci dicevi del video per i sessant’anni del movimento…
Meno male che qualcuno lo prende sul serio, il video.
Ho iniziato a chiamare gli amici: «Guarda che è un’occasione che ci riguarda tutti». Tra questi
amici ne ho chiamato anche uno che fa il capostalla in campagna. E lui mi ha risposto: «Vieni
domenica mattina alle sei da me in stalla». Sono andato con un po’ di amici: appuntamento alle
cinque di mattina e arrivo alle sei nella sua stalla. Abbiamo visto tutta la sua giornata lavorativa,
cosa fa, tutta l’attività.
Impegnativa.
Impegnativa.
A dir poco.
E in più è uno che lavora i giorni feriali dalle sei di mattina alle sette di sera, il sabato dalle sei di
mattina alle quattro, la domenica dalle sei di mattina a mezzogiorno. E la cosa spettacolare è la
faccia che ha facendo quel lavoro. Infatti alla fine di tutta la mattinata passata con lui gli ho
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chiesto: «Ma non ti pesa venire la domenica a lavorare? Perché non ti pesa?». E lui: «A me ha
colpito tantissimo a pagina 39 di Vita di don Giussani questa sua affermazione: “Ciò di cui tutto è
fatto è diventato uno di noi. Allora uno che Lo incontra dovrebbe girare il mondo e gridarlo a tutti.
Ma uno può girare il mondo gridandolo a tutti stando nel luogo in cui Cristo lo ha collocato”.
Capisci? Quindi questo vuol dire fare bene il mio lavoro, far star meglio le mucche, far
guadagnare di più il mio capo. E allora per uno che ha incontrato Cristo tutti i giorni sono
domenica. Infatti a me non pesa venire a lavorare la domenica». Ecco, io il segno l’ho incontrato
lì, l’ho visto accadere lì, davanti ai miei occhi in carne e ossa.
Perché?
Perché è proprio vero che solo il divino salva l’umano. Una cosa così non è normale.
Solo il divino salva l’umano. Non come citazione che possiamo fare tutti, per poi soffocare con le
mucche – ciascuno ha le proprie! –, ma respirando nella stalla. Altro che affermare semplicemente
le cose come vere e non fare esperienza! È soltanto chi fa questa esperienza che capisce chi è Gesù,
che può rispondere alla domanda: chi è Gesù? Non con una frase teologica, ma perché Lui si svela
nelle sue viscere, in quel che vive ogni giorno. E noi sappiamo chi è Gesù se questo oggi è
un’esperienza per noi, perché solo il divino può salvare l’umano, le dimensioni della figura umana,
per non diventare mucca tra le mucche riducendo i propri desideri e vivendo nel lamento e nella
rassegnazione. E allora «il cuore “morale” [non moralista, non irreprensibile eticamente] coglie il
segno della Presenza del suo Signore» (ibidem, p. 104). Lo coglie adesso, nel presente, tra le
mucche, non aspettando che finisca il lavoro con le mucche per incominciare a vivere; tra le
mucche! Questo è lo sguardo che Gesù ha portato nella storia. Per questo, incontrare questo sguardo
è ciò che ci fa conoscere Gesù. Perché? Perché Gesù, dice la Scuola di comunità, ha identificato
quel fattore fondamentale per cui «tutto il mondo non vale la più piccola persona umana» (ivi),
nulla è paragonabile ad essa nell’universo. Uno può fare il mestiere che vuole (o quello che la realtà
gli consente di fare), ma lì, nel piccolo particolare, Gesù identifica un fattore fondamentale affinché
questa persona possa vivere le dimensioni del mondo, e nessun potere di questo mondo potrà mai
cancellare questo da quella persona, perché nessuno può cancellare la potenza che questo sguardo
ha introdotto nella vita. In questo si dimostra: che uno possa fare un’esperienza così dice fino a che
punto è vero che «Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Perché senza la presenza
di Gesù ora, noi non possiamo fare questa esperienza. Per questo ci viene la paura di rassegnarci, ci
viene la paura di decadere; ma Gesù guarda sempre a quel punto fondamentale, il punto infiammato
cui nulla è paragonabile nell’universo. Perché? Perché «ogni uomo possiede un principio originale e
irriducibile» (ivi). Questo è ciò che gli dà valore. E cosa è che possiede? Che – contraddicendo la
mentalità dominante – il valore della persona non sono le reazioni che uno può avere, ma qualcosa
che nessuno può attribuirle e nessuno può toglierle. E io, in mezzo alla stalla o nel carcere o nella
malattia o nella difficoltà dello studio o nel lavoro pesante, non perdo – mai! – quel fattore che
rende la mia persona unica. E dove si vede che Gesù concede questo valore alla persona? Nella
passione per il singolo, nell’impeto per la felicità di ciascuno di noi, quando vediamo che uno ci
guarda così, quando ci troviamo con qualcuno che ci parla della vita così, che ridesta in noi tutto il
desiderio della nostra felicità che potrebbe essere già sotto il livello minimo. Allora noi cominciamo
di nuovo a fare esperienza di Cristo nel presente. Perché? Perché per Lui il problema dell’esistenza
del mondo è la felicità del singolo uomo, perché tutto il resto… Avrebbe potuto creare una infinità
di altre specie, ma Lui ha creato l’uomo, e tutto dipende da questa felicità dell’uomo singolo. Per
questo emerge la domanda che tanto colpisce nel Vangelo (e che don Giussani ci ha riposto in modo
così spettacolare): «Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà
la propria anima?» (ibidem, p. 105). In questa domanda si verifica chi è Gesù. Che sguardo ha don
Giussani davanti a questa domanda che tante volte noi leggiamo soltanto in chiave moralistica!
Invece Giussani la coglie nel senso più travolgente: «Nessuna […] tenerezza […] [ha] mai investito
il cuore dell’uomo più di questa parola di Cristo appassionato della vita dell’uomo» (ivi). Ma noi,
quando leggiamo questa frase, tante volte questa tenerezza non è quel che sentiamo verso di noi. È
quando qualcuno ce la ridice, che allora forse riusciamo a cogliere la tenerezza che è dentro questa
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frase, perché è come dire: «Ma non ti rendi conto per che cosa sei fatto, qual è la grandezza per cui
sei fatto?». Guardate che Giussani dice che «l’ascolto di [questi] […] interrogativi posti da Gesù
rappresenta la prima obbedienza alla nostra natura» (ivi). Cioè: l’interrogativo di Gesù («Qual
vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?»)
coincide con la nostra natura, con il nostro cuore che è esigenza di felicità. Gesù guarda tutta la
nostra natura e la vede molto di più, la stima molto di più di quel che noi riusciamo a fare. Per
questo dice Giussani: «Se si è sordi [a questi interrogativi, a questa natura dell’io] […] ci si
precludono le esperienze umane più significative» (ivi), la vita si riduce, è l’aridità. Quando noi
rinunciamo a vivere all’altezza di questi desideri tutto diventa piatto. Invece il segno più palese
della presenza di Gesù, della stima, della passione di Gesù, è trovare nel presente qualcuno che,
ridestato da Lui, vive non perché non sbaglia più, ma perché non si rassegna mai a vivere non
all’altezza di questi desideri. E questo perché? Perché «Il motivo ultimo, infatti, che spinge a voler
bene a sé e all’altro è il mistero dell’io» (ivi). Giussani ritorna sempre su questo: l’unica cosa che ci
può convincere a prendere sul serio perfino gli interrogativi di Gesù, a prendere sul serio questa
modalità, questa passione di Cristo per la felicità di ciascuno, è l’amore a noi come destino, cioè il
voler bene a noi stessi. Senza questo è impossibile che noi possiamo conoscere Lui. E questo può
succedere attraverso l’ultimo che arriva, come mi scrive una di voi: «Sono rimasta a disagio dopo
l’ultima Scuola di comunità, come mi accade quando quel che dici non riecheggia un’esperienza.
Poi mi è capitata questa cosa. Ho una nipote che frequenta GS, ma in modo superficiale e a mio
giudizio con poca convinzione. Il 28 dicembre torna da una vacanzina, appunto con GS, e ci
racconta che, dopo aver ascoltato una testimonianza, si è sentita così interpellata, così “guardata”
che anche se le tremavano le gambe ha “dovuto” intervenire all’assemblea conclusiva per dire che,
sì, nonostante i suoi problemi, non poteva non desiderare di essere felice. Che il divino per
mostrarsi a me abbia scelto questa bambina mi ha riempito di stupore e di gratitudine». L’ultimo
che arriva può essere colui che ci testimonia meglio di tutti gli altri la presenza di Cristo. Che cosa
ha colpito questa amica? Vedere un momento di verità raggiunta e detta in questa bambina, cioè un
fatto presente che, inevitabilmente, desta in chi lo vede tutto quanto desidera. Questo mostra fino a
che punto noi, dice Giussani, dipendiamo. Perché, in che cosa consiste questo rapporto che Gesù
vede? Il valore della persona dove si fonda? Si fonda sull’evidenza che dipendiamo. Ma questo non
ci lascia tranquilli. Si domandano in diversi: «Ma questa dipendenza è una convenienza o un
peso?». Ciascuno deve fare i conti con tutte le sfide e con tutte le domande. Leggo una mail: «Mi
dispiace proprio, io sulla questione della dipendenza non sono d’accordo [giudizio chiaro]! Non
riesco a dire che la dipendenza è ciò che di più conviene alla mia vita, è ciò che di più è conveniente
nella vita. A me infatti succede sempre, ogni momento, di percepire questa dipendenza, cioè la mia
impossibilità di dipendere solo da me, vedo ogni momento la mia fragilità e incapacità. Dire che
questo mi libera è falso. Per piacere, puoi spiegare cosa intendi quando parli di dipendenza? Perché
per me non è una convenienza, ma un peso. La desidererei un po’ di autoreferenzialità, perché ora
da ogni parte verso cui mi giro il mio bisogno di dipendenza mi appare e mi fa penare. Se riuscissi a
mettere in luce questo fattore ti sarei grata». Lo stesso dice un’altra: «Ma quanto è difficile lasciarsi
fare da un Altro, cioè dipendere». Per questo vorrei leggere una lettera dove uno di voi racconta la
sua esperienza in ospedale: «Dopo aver preso il primo cocktail di medicine della giornata, con
l’intenzione dichiarata di non voler parlare con nessuno, né al telefono né in altro modo, ho preso in
mano il libro della Scuola di comunità e ho letto i paragrafi su cui ci avevi chiesto di lavorare, e
arrivato al paragrafo “L’originale dipendenza” non riuscivo più ad andare avanti. Leggere che
l’uomo è rapporto diretto esclusivo con Dio mi ha fatto sobbalzare. Chissà quante volte ho sentito
questa frase. Ma rileggerla nella condizione in cui mi trovavo, arrabbiato, ma anche
inconsapevolmente senza difese [arrabbiato, ma senza difese: vedete la crepa per cui entra il
Mistero?], era quel che volevo sentirmi dire [noi tante volte diciamo che non siamo d’accordo, che
la dipendenza è un peso, fino a quando arriva un momento in cui ci rendiamo conto che il fatto che
ci sia Qualcuno più grande di noi, da cui dipendiamo, è ciò che veramente vogliamo sentirci dire]. E
ho iniziato a rialzare la testa e a guardare tutto con questa frase davanti agli occhi. Che io sono
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rapporto esclusivo e diretto con Dio vuol dire che c’è un Tu reale a cui posso rivolgermi, posso
domandare di capire, posso chiedere, posso arrabbiarmi perché non capisco; ma c’è e mi vuole lì
dove sono e come sono, e mi parla attraverso ciò che mi succede. E ho iniziato a vivere questi
giorni così, costretto a stare monitorato in ospedale per un piccolo problema, obbedendo a quel che
Lui in quel momento mi chiedeva e guardando anche il mio compagno di camera di settantacinque
anni così, che ha pianto perché me ne andavo quando ci siamo salutati (io non ho fatto nulla per
rendermi più simpatico). Tornato a casa avevo il timore che quel che avevo vissuto fosse un
autoconvincimento, ma paradossalmente mi sono accorto dopo, riprendendo la vita normale, che in
un letto di ospedale con il cuore gonfio di domande, ma con la certezza di questo rapporto, ero tutto
teso a non perdere un solo secondo di tempo di quella giornata noiosa, mentre abitualmente quasi
neanche mi accorgo del tempo che spreco; e incredibilmente – con tremore lo dico – ho provato
nostalgia di quei giorni e di quella tensione che mi faceva domandare, che mi faceva essere lieto.
Vivere la dipendenza con questa coscienza di rapporto, e non perché devo semplicemente prendere
delle medicine, è un’altra cosa». Vivere la dipendenza ci conviene o è un peso? Le persone che mi
hanno scritto almeno sappiano che c’è un’altra possibilità di viverla: non come un peso, ma come
una convenienza. E quando succederà loro di trovarsi in una circostanza che faciliti questa
possibilità di apertura, lo vedranno anche loro nella propria vita. Ma è così. Per questo capite perché
avere questa apertura è cruciale per conoscere Gesù, perché noi possiamo dire chi è Gesù se
vediamo accadere in noi questo. Come dice il punto 3, all’inizio: «L’insistenza sulla religiosità è il
primo assoluto dovere dell’educatore, cioè dell’amico, di colui che ama e vuole aiutare l’umano nel
cammino al suo destino. […] Non si può pensare di cominciare a capire il cristianesimo se non
partendo dalla […] passione [per la] singola persona» (ibidem, p. 109). Ciascuno può vedere gli
amici che ha proprio su questo, nella misura in cui lo aiutano a che questa religiosità riaccada
costantemente in lui. Così, uno può andare a trovare un amico nella stalla e vedere riaccadere in sé
questo, non perché gli faccia il discorso sulla religiosità, ma perché la religiosità succede quando
uno trova un’umanità raggiunta e detta, quando si trova davanti a un fatto presente che, non sa
come, lo riapre. E allora uno comincia a vedere chi è Gesù proprio per quella novità che si riapre
nella vita. Continuiamo a lavorare su questo capitolo perché, come vedete, potremmo stare tutto
l’anno su di esso. È inesauribile. Per questo non diamolo già per scontato, perché è tutto da scoprire,
è una novità in ogni riga.
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 26 febbraio alle ore 21.30 e continueremo il
lavoro sul capitolo ottavo, la parte che resta del capitolo (pp. 117-125).
Vi rilancio la proposta della presentazione pubblica nelle vostre città, università e vari ambiti, del
libro Vita di don Giussani, perché è una grande occasione per conoscere e far conoscere a tutti il
carisma che ci ha affascinati. Come avete sentito, quando qualcuno lo legge, è come toccare il
“lembo del mantello” oggi. Stiamo facendo pubblicità a un fatto presente.
Per un aiuto a organizzare gli incontri potete anche contattare l’Associazione dei Centri Culturali
(sito internet www.centriculturali.org).
Vi ricordo che questo testo lo abbiamo proposto come «libro dell’anno» per dare un tempo
adeguato a tutti per leggerlo, per assaporare che cosa vuol dire avere davanti una persona che vive
quello che ci siamo detti, una testimonianza vissuta di questo capitolo. Non occorre avere fretta,
semplicemente averlo come compagno di cammino, non è un libro che uno deve finire, perché a
volte uno non può andare avanti perché è così sconvolgente quello che legge che dice: «Devo
fermarmi qui». Per questo se riusciamo a finire in un anno... Chi ha già iniziato a leggerlo potrà
confermarvi quanto è prezioso per sé e per gli altri, come è risultato anche dalle presentazioni
pubbliche in alcune città, di cui potete trovare documentazione sul sito di CL, su Twitter e
Facebook.
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Gli Esercizi della Fraternità si terranno a Rimini dal 4-6 aprile 2014. La segreteria della
Fraternità invierà il 18 febbraio una mail agli iscritti per comunicare l’apertura del sito per le
iscrizioni agli Esercizi da effettuarsi, come lo scorso anno, solo tramite Internet.
Gli Esercizi degli adulti e giovani lavoratori si terranno a Rimini la settimana successiva a quelli
della Fraternità, cioè dall’11 al 13 aprile 2014. Questi Esercizi sono pensati anzitutto per le persone
non iscritte alla Fraternità e per le persone nuove; hanno perciò una valenza missionaria di invito e
di proposta a tutti.
Video per il 60° della nascita di Comunione e Liberazione. Dopo quello che abbiamo ascoltato,
mi sembra che tutti possono sentirsi già invitati a fare un video. Per dare più tempo per la
realizzazione dei filmati, la data entro cui caricarli sul sito è stata prorogata a fine febbraio.
Vi ricordo che non occorre essere dei professionisti per realizzarli; ci vuole solo lo slancio di una
passione a documentare quello che siamo; non occorre raccontare altro, basta che ciascuno possa
raccontare delle testimonianze affinché possano essere veramente utili a tante persone che le
possono vedere. La proposta quindi riguarda tutti, proprio per questa passione missionaria. Perché
facciamo questo video? Non per un’esibizione nostra, ma per poter condividere – come diceva il
nostro amico citando Giussani – con gli altri quello che noi abbiamo conosciuto. Per questo
riguarda tutti, non riguarda solo gli “esperti” di video.
27 Aprile: canonizzazione Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. La celebrazione della S. Messa
con papa Francesco avrà luogo in piazza San Pietro a Roma con probabile inizio alle ore 10.00
(seguirà la recita del Regina Coeli).
Per la partecipazione il Vaticano non ha predisposto alcun biglietto per l’entrata in piazza San
Pietro (ricordiamo che, in occasione della beatificazione di Giovanni Paolo II, via della
Conciliazione era piena di pellegrini già dalla notte). Quando avremo altre indicazioni, ve le
comunicheremo.
10 Maggio: Incontro con papa Francesco per il mondo della scuola. L’incontro con il Papa,
organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana per tutto il mondo della scuola (insegnanti,
genitori, studenti), si terrà in piazza San Pietro a Roma dalle ore 15.00 alle 18.30.
Il tema dell’educazione – così importante per la nostra storia – sta particolarmente a cuore a papa
Francesco, come ha già fatto presente in numerosi interventi. Quando avremo altre informazioni ve
le daremo.
Sabato 8 febbraio si terrà la XIV Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco organizzata dalla
Fondazione Banco Farmaceutico. Si tratta di un importante gesto di gratuità e di aiuto – soprattutto
in questo periodo di crisi economica – ai più poveri. Servono volontari per coprire i turni di raccolta
nelle farmacie. Per informazioni e contatti: www.bancofarmaceutico.org
Veni Sancte Spiritus
Buona serata a tutti.
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