2015_02_27-rassegna

Dipartimento Comunicazione & Immagine
Responsabile - Lodovico Antonini
RASSEGNA STAMPA
Anno XVI - 27/02/2015
A cura di Bruno Pastorelli
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Sommario
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IL SOLE 24 ORE venerdì 27 febbraio 2015
Sciopero delle Bcc dopo quindici anni di pace sociale
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CORRIERE DEL TRENTINO venerdì 27 febbraio 2015
Rurali in sciopero nazionale, Fabi non aderisce - Disdetta contrattuale, il sindacato va da solo. Riforma, si
rafforza l'ipotesi ipotesi di holding unica
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LA STAMPA (Cuneo) venerdì 27 febbraio 2015
Banche credito cooperativo - Oggi presidio, lunedì serrata - Mobilitazione dopo la rottura delle trattative sul
contratto nazionale
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IL RESTO DEL CARLINO (Ed. Pesaro) venerdì 27 febbraio 2015
VERTENZA - LA PROTESTA LUNEDI'. NELLE MARCHE L'INCONTRO INCONTRO E' A FANO - Banche di
credito, è sciopero - Contro la decisione di rescindere i contratti integrativi
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CORRIERE DEL VENETO (Ed. Vicenza, Treviso e Belluno, Venezia e Mestre, Padova e Rovigo,) CORRIERE
DI VERONA venerdì 27 febbraio 2015
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GIORNALE DI VICENZA venerdì 27 febbraio 2015
Veneto Banca appena sotto ai requisiti chiesti dalla Bce - «Già state autorizzate le due operazioni per tornare
sopra le soglie
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GIORNALE DI VICENZA venerdì 27 febbraio 2015
Bcc, sciopero lunedì Rottura su contratto e integrativo veneto
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IL GAZZETTINO (Nazionale) venerdì 27 febbraio 2015
Federazione Autonoma Bancari Italiani via Tevere, 46 00198 Roma - Dipartimento Comunicazione & Immagine
Riservato alle strutture
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Anno XVI - 27/02/2015
A cura di Bruno Pastorelli – [email protected]
La Bce dà il voto a Unicredit, Bper, Veneto e Sondrio
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Cdp investe 15 mld sulla sua banca - La spa potrà finanziare il 100% delle operazioni superiori a 25 mln se
non ci sarà l'adesione di altri istituti. Mentre per quelle più piccole continuerà a fornire mezzi finanziari.
Resta però il rebus della Sace
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Da Unicredit nuovo strumento di garanzia per l'export
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
L'Italia guida la crescita Allianz - II gruppo chiude il 2014 in utile per 6,22 miliardi. Il ceo Diekmann
annuncia una cedola più alta (6,85 euro) e rinnova a fiducia a Unicredit, di cui detiene il 2%. In pancia 31,4
miliardi di Btp
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Mediobanca, si ragiona sul patto - Ma Unicredit, che ha confermato il proprio impegno in Piazzetta Cuccia, e
Bolloré continuerebbero a stabilizzare gli assetti azionari. Intanto i consiglieri avviano la riflessione sulla
futura governance
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Bsi cresce in Italia con nuovi banker e sede a Milano
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Popolari, la riforma tenta lo sprint - L'esecutivo apre un tetto ai diritti di voto, non alla revisione delle soglie
Ieri ultimo giorno per gli emendamenti
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Intesa-Cei, 100 milioni per famiglie e imprese
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Cariverona pronta per il Banco - Biasi: l'ipotesi di crescere nel capitale della popolare ha un senso come
diversificazione e spirito di territorialità. Se ci chiameranno, esamineremo la proposta. Sulla sfondo resta
l'integrazione con Bpm
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
A fine maggio l'aumento di Mps
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Panetta: è interesse pubblico smobilizzare le sofferenze
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Unicredit piazza covered a 10 anni
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
La finanza fa rotta sull'Asia - Janssen (Unicredit): i fondi di private equity hanno reso più trasparente il
settore favorendo il ritorno delle banche. E quelle cinesi si mostrano le più aggressive
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pure certe prassi nei prestiti potrebbero indebolire il profilo di credito di Veneto Banca, in particolare
attraverso un rischio reputazionale». È l'annuncio annuncio di nuove scosse di terremoto nell'istituto istituto
di credito, che si somma alla richesta di Consob sui requisiti patrimoniali non più sopra la soglia al 31
dicembre. In pratica, ha chiesto alla banca di dichiarare i propri indici patrimoniali al livello consolidato
Eppure la giornata sembrava scorrere in armonia, con le organizzazioni sindacali esprimono totale fiducia al
presidente Francesco Favotto, impegnato in prima persona nel delicatissimo momento che Veneto Banca sta
attraversando dopo la clamorosa inchiesta per ostacolo alla vigilanza e per aggiottaggio che vede indagati il
dg Vincenzo Consoli e l'intero intero ex consiglio di amministrazione. Suona addirittura da luna di miele il
titolo della nota sindacale, vergata dalle sigle Dircredito, Fabi, Fiba Cisl, Fisac Cgil e Uilca, in rappresentanza
di quasi semila addetti: «Il presidente ha le idee chiare». Ma in serata è arrivata la doppia doccia fredda.
Sindacati. Un incontro cordiale, durato un'ora ora e mezza, all'ultimo ultimo piano del centro direzionale.
Con il presidente c'era era il capo del personale e nessun altro amministratore né dirigente. Durante
l'incontro incontro - «abbiamo apprezzato i toni pacati e la lucidità» con la quale Favotto ha ricostruito «le
azioni e gli eventi che hanno interessato Veneto Banca» negli ultimi mesi vi è stato anche lo spazio per una
parziale autocritica: un ulteriore rinnovo del contratto a Consoli sarebbe stato intempestivo e dunque è stato
revocato dopo il blitz della Guardia di Finanza (Consoli l'aveva aveva sottoscritto giusto la sera prima).
L'autonomia autonomia. L'occasione occasione è stata anche propizia per confermare l'assoluta assoluta
disponibilità al dialogo: le organizzazioni sindacali sono perfettamente consapevoli della situazione e
intendono agevolare la collaborazione. Il presidente Favotto ha anche parlato delle strategie industriali della
banca: il percorso di autonomia, ritenuto oggi assolutamente indispensabile, può essere perseguito anche nel
futuro. Senza tuttavia precludere altre strade. Sindacati e presidente si sono lasciati con l'impegno impegno a
rivedersi nell'arco arco di breve tempo per riprendere il filo dei raigonamenti generali, in una sorta di
«alleanza» per il futuro della Banca. Favotto ha annunciato per la fine di marzo la presentazione del nuovo
piano industriale, che avrà per cuore: «Far riprendere alla banca la voglia di fare banca». Alle organizzazioni
sindacali il presidente ha chiesto un supplemento di impegno al personale per realizzare «una gestione
coordinata volta a superare i danni reputazionali subiti» a seguito delle inchieste. Restiamo uniti. In una nota
Veneto Banca recita: «Il Presidente ha incontrato le rappresentanze sindacali aziendali di Dircredito, Fabi,
Fiba/ Cisl, Fisac/ Cgil e Uilca, che nei giorni scorsi avevano chiesto un incontro. Il Presidente ha ribadito la
solidità e la liquidità dell'Istituto Istituto. Il Presidente ha sottolineato che oggi Veneto Banca ha la corretta
dimensione per il mercato al quale si rivolge, composto prevalentemente da famiglie e piccole e medie
imprese, e ha affermato che per continuare a competere in Italia e in Europa è necessario essere un'azienda
azienda autorevole, solida, capace e unita, in grado di dare e ottenere fiducia. L'incontro incontro si è
concluso in un clima di positivo dialogo, con l'invito invito del Presidente affinché azienda e organizzazioni
sindacali lavorino insieme per assicurare serenità e normalità ai dipendenti». La Consob. Su richiesta
Consob, in serata Veneto Banca ha trasmesso alcuni dati relativi ai requisiti patrimoniali richiesti dalla Bce a
livello consolidato. Si tratta di requisiti inferiori agli attuali, che tuttavia la banca ritiene di poter raggiungere
al completamento delle operazioni in corso. «I requisiti sono: il 10% in termini di Common Equity Tier 1
ratio e l' 11% in termini di Total Capital ratio; i coefficienti patrimoniali del Gruppo Veneto Banca a livello
consolidato al 31 dicembre 2014, tenendo conto degli effetti del totale recepimento delle provisions richieste
dalla BCE in sede di AQR, risultano pari a: 9,7 7% in termini di Common Equity Tier 1 ratio e 10,4% in
termini di Total Capital ratio». Nella nota, «gli Amministratori della Banca sottolineano che: il Total Capital
ratio si è già elevato al 10,64 64% a seguito di un'emissione emissione di strumenti Tier II per Euro 50
milioni avvenuta il 4 febbraio 2015; tali indicatori sono destinati a migliorare di ulteriori 70 bps includendo
l'effetto effetto positivo previsto da: il perfezionamento della cessione della quota di maggioranza detenuta in
Banca IPIBI, la cui autorizzazione da parte della Banca d'Italia Italia è stata concessa in data 25 febbraio
2015; e il perfezionamento della cessione della quota di maggioranza detenuta in BIM, la cui autorizzazione è
in corso di esame da parte delle Autorità competenti così come comunicato in data 25 febbraio 2015».
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LA RASSEGNA PRESENTATA A ROMA Vinitaly a marzo vetrina per l'Expo Expo â---- ROMA Presentato a
Roma il 49esimo esimo Vinitaly, che quest'anno anno eccezionalmente si svolgerà tra il 22 e il 25 marzo, e
sarà una celebrazione delle produzioni internazionali, anche in chiave Expo. «Oggi possiamo presentare
insieme un appuntamento fondamentale per il sistema italiano - ha spiegato il ministro Maurizio Martina perché Vinitaly rappresenta nel mondo tutta l'esperienza esperienza vitivinicola nazionale. A Verona sarà
l'occasione occasione per fare insieme il punto delle cose fatte dal Governo per la semplificazione burocratica
e l'internazionalizzazione internazionalizzazione delle nostre aziende e per lanciare i nuovi obiettivi oltre
l'Expo Expo 2015, tra questi il Testo Unico sul vino, per la riorganizzazione e il riordino del comparto».
«Siamo consapevoli del ruolo che ci è stato riconosciuto dalle aziende e dalle istituzioni - ha affermato Ettore
Riello, Presidente di Veronafiere - di piattaforma di servizi per l'internazionalizzazione
internazionalizzazione delle imprese. Con questo impegno stiamo lavorando per raggiungere l'obiettivo
obiettivo lanciato lo scorso anno dal presidente del Consiglio Matteo Renzi in visita a Vinitaly, di
incrementare l'export export di vino del 50% entro il 2020». «Coerenti con l'identità identità b2b 2 b del
Salone - ha spiegato Giovanni Mantovani, Direttore Generale di Veronafiere - Vinitaly 2015 sarà punto di
arrivo di un'intensa intensa attività di incoming. L'unione unione delle forze ci ha permesso di coinvolgere
buyer e delegazioni di operatori selezionati da tutto il mondo, con un incremento dell'investimento
investimento finanziario del 34% rispetto allo scorso anno». Il «sentiment» delle aziende è positivo, come
risulta da un'indagine indagine di Vinitaly su 30 tra le realtà enologiche più im- portanti. Si tratta di un panel
«scientificamente non rappresentativo», ma certamente significativo per il volume d'affari affari espresso,
complessivamente circa 2 miliardi di fatturato, e per la dinamicità imprenditoriale. Ne è emerso che nel 2014
si è registrata una crescita del fatturato delle cantine italiane pari al 5% rispetto al 2013 e, dato importante, il
55% di queste esprime fiducia per il 2015; il 35% in questi primi due mesi ha già avuto riscontri positivi e il
5% prevede un anno molto positivo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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CORRIERE DEL TRENTINO venerdì 27 febbraio 2015
Rurali in sciopero nazionale, Fabi non aderisce - Disdetta contrattuale, il sindacato va da solo.
Riforma, si rafforza l'ipotesi ipotesi di holding unica
La disdetta dei contratti dei bancari Federcasse, sia a livello nazionale che territoriale, comporterà lo sciopero
in tutta Italia del personale Bcc previsto per lunedì 2 marzo. In Trentino però non vi aderirà il sindacato
maggioritario Fabi, convinto che le trattative intraprese con Federcoop siano più efficaci della protesta.
Intanto resta una grande confusione sul piano di
riorganizzazione del settore. Per protestare contro la
disdetta del contratto territoriale in gennaio Fabi -insieme a Fisac Cgil, Uilca e Fiba Cisl -- ha proclamato
8 giorni di sciopero. Poi la cosa è rientrata, arrivando
alla costituzione di un tavolo sindacale permanente di
lavoro che si incontra con un'alta alta frequenza. La
Fabi, che ha il 70% di iscritti fra i 2900 bancari
trentini, fa sapere in un comunicato che Via Segantini
«ha confermato la differenziazione di Trento rispetto
alle logiche attuali di Federcasse». In concreto «a
Trento si tratta mentre a Roma no; Trento blinda il
tavolo provinciale e Roma conferma la disdetta dei
contratti al prossimo 31 marzo». Un atteggiamento
locale che è utile e positivo, secondo il sindacato
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guidato da Domenico Mazzucchi, non solo per Trento ma anche per il sistema nazionale. «Pertanto in questo
momento ci pare onestamente e francamente doveroso affermare che le motivazioni dello sciopero nazionale
appaiono nel nostro caso contraddittorie e nei fatti sostanzialmente superate». Il dubbio che sorge è però
forte: come è possibile che la Fabi trentina non segua l'indicazione indicazione della Fabi nazionale, che ha
proclamato lo sciopero unitariamente con Dircredito, Cgil, Cisl, Uil e Ugl? Da Trento la risposta è che «non ci
sono problemi con il livello nazionale, anzi il nostro lavoro può servire anche per quel tavolo». Visioni
diverse, ma la Fabi trentina conferma che a prescindere dallo sciopero vuole mantenere l'unità unità. Sul
fronte datoriale continua la grande incertezza sul futuro del credito cooperativo. Una riforma nazionale
potrebbe di fatto superare il dimezzamento delle Rurali che si sta tentando in Trentino (tutte diventerebbero
poco più che filiali di uno o più soggetti centrali). Sul Corriere della sera di ieri l'ipotesi ipotesi cara a
Federcasse: una sola holding nazionale (e in quel caso che ne sarebbe di Cassa centrale?) con un terzo del
capitale riservato alle Bcc e Rurali aderenti; due terzi del capitale però potrebbero venire destinati a soci
esterni, con un tetto del 10%. La capogruppo avrebbe poteri «stringenti». E. Orf. © RIPRODUZIONE
RISERVATA
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LA STAMPA (Cuneo) venerdì 27 febbraio 2015
Banche credito cooperativo - Oggi presidio, lunedì serrata - Mobilitazione dopo la rottura
delle trattative sul contratto nazionale
LORENZO BORATTO
CUNEO - Saranno oltre un centinaio da tutto il Nord Italia a protestare oggi, dalle 10 alle 13, ad Alba, davanti
alla sede della Banca d'Alba Alba, in via Cavour. Con fischietti, slogan e striscioni. Lunedì invece sarà la volta
dello sciopero nazionale del credito cooperativo, con un altro presidio, probabilmente più numeroso, a
Cuneo: dalle 9 alle 11 in piazza Europa. E la probabile chiusura di tutti gli sportelli Bcc in Italia e nella
Granda. Perché a fine gennaio avevano protestato i bancari (oltre il 90 per cento delle filiali chiuse nel
Cuneese) e, per gli stessi motivi, ora è la volta delle banche di credito cooperativo. Tutti i sindacati La
protesta prevede presidi in tutta Italia: oggi ad Alba, ma anche Montichiari; lunedì, con la serrata degli
sportelli, manifestazioni non solo a Cuneo, ma anche a Padova, Faenza, Roma, Cosenza. Lo sciopero è stato
indetto da tutte le sigle dei bancari: Dircredito, Fabi, Fiba Csil, Cgil Fisac, Ugl Sincra, Uilca. I motivi sono
analoghi a quelli dei bancari: la rottura a fine dello scorso anno, da parte di Abi e Federcasse, sul rinnovo del
contratto nazionale. Nella Granda hanno sede otto banche di credito cooperativo (oltre a una società di
servizio) e ci lavorano 1300 dipendenti (in Italia sono 37 mila). Oltre la metà dei lavoratori cuneesi sono
iscritti al sindacato indipendente Fabi. Il segretario nazionale è il saviglianese Luca Bertinotti, che dice:
«Federcasse ha negato la contrattazione nazionale e di secondo livello. Vogliono ridurre il costo degli stipendi
ma le retribuzioni del credito cooperativo sono già inferiori a quelle del credito ordinario. Chiedono sacrifici
per salvare il sistema e la governance. Inaccettabile tentare di ridurre i buoni pasto se i dirigenti hanno
stipendi in media sopra i 100 mila euro l'anno anno». In Italia sono 300 «Federcasse - prosegue Bertinotti vuole cancellare con un colpo di mano i diritti dei lavoratori che rappresentano un tassello fondamentale
della storia del movimento cooperativo italiano. Lunedì la serrata serve a protestare contro la disdetta del
contratto nazionale di categoria che Federcasse potrà far scattare in qualsiasi momento, a partire dal primo
aprile. Proprio mentre Banca d'Italia Italia ha detto che la strada dell'integrazione integrazione per le oltre
trecento banche di credito cooperativo italiane non è più rinviabile».
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Anno XVI - 27/02/2015
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IL RESTO DEL CARLINO (Ed. Pesaro) venerdì 27 febbraio 2015
VERTENZA - LA PROTESTA LUNEDI'. NELLE MARCHE L'INCONTRO INCONTRO E' A FANO
- Banche di credito, è sciopero - Contro la decisione di rescindere i contratti integrativi
I DIPENDENTI delle Bcc marchigiane scioperano contro «l'inaccettabile inaccettabile decisione di recesso
unilaterale dal Contratto integrativo, operata dalla Federazione Marchigiana delle Banche di Credito
Cooperativo. Disapplicazione che sarà resa operativa dal prossimo 1° aprile». Lunedì prossimo i dipendenti
delle Banche di Credito Cooperativo marchigiane incroceranno le braccia e si ritroveranno tutti in presidio
davanti alla sede della BCC di Fano in piazza XX Settembre, per difendere il proprio ruolo e la propria dignità
di collaboratori, spesso Soci della propria Bcc, per riottenere i contratti di lavoro, per continuare ad essere
protagonisti attivi nel sostegno all'economia economia locale. «UNA DECISIONE Che vede contestualmente
coinvolte anche altre 13 Federazioni regionali delle Bcc presenti sul territorio nazionale - si legge in una nota
unitaria dei sindacati Cgil, Cils, Uil, Fabi e Dircredito -. Da qui la decisione di indire uno sciopero nazionale
con iniziative articolate sui vari territori. Oltre alla disdetta dei Contratti Integrativi regionali, Federcasse,
l'associazione associazione datoriale che rappresenta tutte le 380 Banche di Credito Cooperativo d'Italia
Italia, ha anche comunicato che, a suo insindacabile giudizio, provvederà a disdettare e disapplicare anche il
Contratto Nazionale». Decisioni gravissime, sostengono i sindacati di categoria che, oltre «a riportare
indietro le lancette dell'orologio orologio ad un epoca ormai tramontata», da un lato «of- fendono la dignità
dei lavoratori», mentre dall'altro altro «con il loro carattere dell'unilateralità unilateralità espongono le
singole Bcc al rischio di vedersi letteralmente sommergere da innumerevoli vertenze di lavoro». NELLA
REGIONE Marche il Credito Cooperativo si compone di 19 banche aderenti alla Federazione Marchigiana
con 207 filiali di cui 191 nelle Marche, 10 in Romagna e 6 in Abruzzo. Con oltre 52.000 000 soci e circa 1.500
500 dipendenti, il Credito Cooperativo marchigiano è presente in 229 comuni sui 239 esistenti, con una
presenza pari al 96%. Con lo sciopero il settore del Credito Cooperativo intende dare una risposta unitaria
(trentasettemila sono infatti i lavoratori che si prevede sciopereranno nelle varie località scelte per la
manifestazione) e di sistema all'amministrazione amministrazione in una fase di regressione delle relazioni
sindacali mai verificatasi prima. Lo sciopero è sentito come strumento di ritorno al dialogo necessario tra
lavoratori e amministrazione, anche per mantenere la propria specificità territoriale, in una realtà molto
diversa da quella francese o tedesca.
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CORRIERE DEL VENETO (Ed. Vicenza, Treviso e Belluno, Venezia e Mestre, Padova e
Rovigo,) CORRIERE DI VERONA venerdì 27 febbraio 2015
Veneto Banca sfiora i requisiti di capitale Bce - Ma l'obiettivo obiettivo del 10% è vicino. Favotto ai sindacati:
«Avanti autonomi»
VENEZIA Veneto Banca sotto gli indici di capitale chiesti dalla Bce, pur se il superamento è già a portata di
mano. È la novità per la popolare di Montebelluna, che ha comunicato ieri sera, su richiesta della Consob, la
decisione della Banca centrale europea sui requisiti minimi patrimoniali specifici da rispettare, giunta
sempre ieri. Francoforte ha chiesto a Montebelluna un ulteriore sforzo sul capitale, indicando coefficienti
patrimoniali del 10% per il Common Equity Tier 1 e dell' 11% come Total Capital Ratio. Per Veneto Banca gli
indici consolidati al 31 dicembre 2014, dice una nota della banca, sono al 9,7 7% e al 10,4 4%, dopo aver
recepito accantonamenti e svalutazioni chieste dalla Bce. Per altro gli obiettivi appaiono a portata di mano. Il
Total Capital Ratio, sostiene la banca «è già al 10,64 64%», dopo un'emissione emissione da 50 milioni di
euro a febbraio. E un altro 0,7 7% sul Cet 1, superando la fatidica soglia del 10%, si potrà guadagnare dopo la
vendita di Banca Ipibi, già avvenuta, e di Bim, in chiusura. E sempre ieri è durato due ore l'incontro incontro
tra il presidente della popolare di Montebelluna e i sindacati (Dircredito, Fabi, Cgil, Cisl e Uil), chiesto dopo il
clamoroso blitz della Finanza di 10 giorni fa, nell'ambito ambito dell'inchiesta inchiesta della Procura di
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RASSEGNA STAMPA
Anno XVI - 27/02/2015
A cura di Bruno Pastorelli – [email protected]
possibile un radicamento sul territorio, pur adeguandosi alle indicazioni Bce, con una trasformazione " da
banca commerciale a istituzione finanziaria ". Veneto Banca da parte sua con una nota ha evidenziato
«sintonia» tra Favotto (presente all'incontro incontro con il direttore del personale Antonio Bortolan), e
sindacati. E ha lanciato in buona sostanza la sfida per la salvaguardia della banca «per cui è necessario
lavorare tutti assieme». R.B
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GIORNALE DI VICENZA venerdì 27 febbraio 2015
Bcc, sciopero lunedì Rottura su contratto e integrativo veneto
Lunedì sportelli delle Bcc chiusi. Dopo i bancari dell'Abi Abi che hanno scioperato il 30 gennaio tocca ai
colleghi del credito cooperativo incrociare le braccia: sono 37 mila i dipendenti in Italia, 5mila mila in Veneto
che operano su 530 filiali, sono mille dipendenti nel Vicentino che fanno capo a 7 istituti. La vertenza
riguarda la disapplicazione del contratto nazionale, ma chiama in causa anche il tema dell'integrativo
integrativo regionale «che dovrebbe saltare» nonostante uno spiraglio si fosse aperto per la prosecuzione del
dialogo. Federcasse - ha fatto sapere il fronte sindacale - ha comunicato che ogni giorno è buono per dare la
disdetta e disapplicare entrambi i contratti. Così lunedì arriverà il segnale forte: la giornata di sciopero «a cui
potrebbero seguirne altre» è stata anticipata da as- semblee in tutte le Bcc del Veneto «con altissima
presenza di dipendenti». In concomitanza con lo sciopero è in programma dalle 10 alle 13 una
manifestazione davanti alla sede della federveneta a Padova con la presenza di tutte le sigle sindacali e dei
dipendenti che vi parteciperanno. «Il grave comportamento reiterato della stessa Federazione veneta delle
Bcc - fa sapere il sindacato - unitamente a federcasse è finalizzato alla cancellazione di tutti i diritti e le
provvidenze economiche dei lavoratori. Per Delfo Azzolin, coordinatore regionale Fabi Bcc, sindacato più
rappresentativo di settore «oggi in Italia ci sono tanti altri settori con contratti scaduti da anni, ma che
rimangono comunque in vigore. Non capiamo perché le nostre aziende vogliono invece lasciarci senza un
contratto, in un comparto delicato come quello bancario. Vogliamo affrontare i problemi partendo dalle vere
cause e non scaricando il problema solo sui lavoratori. Restare al servizio dei territori senza un contratto
diventerà molto difficile se non impossibile». R.B.
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IL GAZZETTINO (Nazionale) venerdì 27 febbraio 2015
Favotto: Veneto Banca è solida - Entro marzo il piano industriale, i coefficienti patrimoniali si
avvicinano a quelli chiesti dalla Bce
Mattia Zanardo
TREVISO - Un sistema per garantire il radicamento territoriale delle banche popolari, pur favorendo
l'apertura apertura ai capitali nazionali ed internazionali. Il meccanismo deve ancora essere messo a punto
nei dettagli, in vista dell'annunciata annunciata riforma del comparto, ma Francesco Favotto, presidente di
Veneto Banca, è fiducioso che si possa trovare la quadra. L'ha ha rimarcato nell'incontro incontro avuto ieri
con i rappresentanti sindacali dei dipendenti del gruppo. Un paio d'ore ore di colloquio, definito sereno e
proficuo da entrambe le parti. Favotto, secondo una nota della banca, ha ribadito la solidità e la liquidità
dell'istituto istituto. Tanto che gli esponenti di Dircredito, Fabi, Fiba Cisl, Fisac Cgil e Uilca Uil hanno titolato
la nota congiunta diffusa dopo la riunione: «Il presidente ha le idee chiare». Anche sul futuro: il professore di
Ca' Foscari ha confermato che Veneto Banca «ha le dimensioni giuste per i mercati ai quali si rivolge»,
composti da famiglie e piccole e medie imprese, e si è detto sicuro che il gruppo abbia le carte in regole per
rispondere appieno alle nuove regole della vigilanza europea. Senza dover per forza rinunciare all'autonomia
autonomia: al momento, non è intavolato alcun ragionamento su possibili accordi o aggregazioni. L'obiettivo
obiettivo è «far riprendere la voglia di fare banca», ha insistito il presidente- economista. Due i temi chiave
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ipotizzato finora alcuno scioglimento del patto e tanto meno ci sono state discussioni in tal senso». Perché
l’accordo venga accantonato le disdette dovrebbro portare il capitale vincolato, oggi al 31,44%, sotto il 25%.
Plausibile che alcuni piccoli soci, già oggi poco incisivi sulla governance, possano valutare di utilizzare la
finestra di settembre per dare l’addio all’intesa. L’uscita di questi azionisti, tuttavia, non basterebbe a far
saltare l’accordo poiché tutti assieme rappresentano un 3,77% di Mediobanca. Da capire le intenzioni dei soci
industriali che al momento però precisano che il tema «non è ancora stato affrontato».
Laura Galvagni pagina 33
«Il patto Mediobanca a fine anno potrebbe non esserci più». Lo ha riferito ieri un consigliere di Piazzetta
Cuccia, molto vicino ai soci, al termine di una riunione tra i vertici della banca e alcuni azionisti. La
dichiarazione ha imposto a uno dei soci forti la replica immediata: «Per quanto riguarda UniCredit non si è
mai ipotizzato finora alcuno scioglimento del patto e tanto meno ci sono state discussioni in tal senso». Dello
stesso tono l’intervento di Tarak Ben Ammar, consigliere Mediobanca ma assai vicino all’ex premier Silvio
Berlusconi, che tramite Fininvest detiene un 1%: «Non mi risulta». Altri azionisti, contattati, hanno
sottolineato che l’argomento non è «ancora stato affrontato». D’altra parte, la finestra per l’eventuale
disdetta del patto si apre il prossimo settembre. Resta dunque da capire le ragioni per cui il consigliere, come
detto particolarmente addentro le dinamiche tra soci, abbia ipotizzato il possibile scioglimento del patto.
Tanto più a margine di un summit che ha affrontato esclusivamente il delicato tema del futuro riassetto della
governance. Possibile, dunque, che il governo dell’istituto possa giocare un certo ruolo nella decisione di
alcuni soci di dare o meno disdetta dell’accordo? Le parole pronunciate in seguito dalla fonte sembrerebbero
confermare l’ipotesi: «In che misura può essere utile stare in un sindacato di blocco e non di voto?». La
questione potrebbe dunque essere legata alla rappresentanza che verrà accordata agli azionisti in consiglio.
Al momento i pilastri attorno ai quali ruota la riforma sono: un cda più snello destinato a passare da 18 a 15
membri, più posti nel baord ai soci di minoranza (due contro la figura singola attuale), e solo tre manager in
consiglio (oggi sono cinque). Tutti elementi che sarebbero stati definiti nel corso della riunione tenuta ieri,
presenti l’amministratore delegato, Alberto Nagel, il presidente, Renato Pagliaro, il direttore generale,
Francesco Saverio Vinci, l’amministratore delegato di Che Banca e Compass, Gian Luca Sichel e il direttore
delle risorse umane, Alexandra Young oltre ad alcuni rappresentanti dei soci (Maurizia Comneno, Mauro
Bini, Maurizio Carfagna, Angelo Casò, Alberto Pecci, Elisabetta Magistretti e Vanessa Labérenne). Va detto,
tuttavia, che il riassetto, sebbene da chiarire in tempi abbastanza brevi, in realtà sarà efficace solo nel 2017.
E, in aggiunta, numeri alla mano ipotizzando un board di 15 membri resterebbero comunque circa cinque
poltrone da destinare agli azionisti, considerato che tre sono già riservate ai manager (probabilmente Nagel,
Pagliaro e Vinci), due alle minoranze e altre cinque agli indipendenti. Inoltre, va segnalato che al momento è
rimasta in sospeso un’altra questione cruciale che disciplina gli equilibri tra soci e management, ossia il
mantenimento di un comitato esecutivo. Allo stato il regolatore non ha dato indicazioni precise in materia,
Nagel e Pagliaro, però, avrebbero espresso parere favorevole al mantenimento dell’organo, poiché
considerato indispensabile per preservare il giusto livello di dialettica con gli azionisti. Per i grandi soci,
dunque, sembrerebbe cambiare poco. Forse gli azionisti con quote frazionali, già oggi con un ruolo
decisamente limitato in seno al consiglio, potrebbero cogliere l’occasione di settembre per poter poi disporre
liberamente delle proprie quote.
Oggi il patto di Mediobanca vincola il 31,44% del capitale e perché il sindacato si sciolga automaticamente la
parte “bloccata” dovrebbe scendere al di sotto del 25%. Il che significa che oltre il 6% del capitale dovrebbe
abbandonare l’intesa. Attualmente gli azionisti con quote inferiori all’1% hanno complessivamente in mano il
3,77% dell’istituto. All’appello, dunque, mancherebbe un 2,67%. Potenzialmente anche qualcosa di più,
attorno a un 3,4%, considerato che tra i piccoli pattisti c’è chi risulta intenzionato a prolungare l’accordo.
Quel 3,4%, spiegavano ieri alcune fonti, potrebbe venir messo sul tavolo dalla galassia riconducibile al mondo
di Fininvest (Mediolanum compresa). Tuttavia, al momento non si hanno conferme in tal senso. Come
riportato prima, Tarak Ben Ammar è intervenuto in serata per dire che non si è mai discusso tra i soci dello
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RASSEGNA STAMPA
Anno XVI - 27/02/2015
A cura di Bruno Pastorelli – [email protected]
concluso - offrono una mediazione intelligente. Vedremo se la maggioranza vorrà farne tesoro». L’altro
elemento che potrebbe costituire un terreno di mediazione in sede di discussione parlamentare sta nella
proposta di modifica avanzata ieri da Scelta civica sulla soglia dell’attivo bancario oltre la quale scatta
l’obbligo di trasformazione in spa.
Continua pagina 39
Rossella Bocciarelli
ROMA
Continua da pagina 31
«Sulle banche popolari, la posizione che Scelta Civica sosterrà in sede di dibattito parlamentare, è che
l’obbligo di trasformazione scatti quando viene superata la soglia di 30 miliardi e, in ogni caso, per le quotate
in borsa». I trenta miliardi sono la soglia considerata dalla Bce per definire le banche cosiddette sistemiche
che ricadono sotto la vigilanza di Francoforte. In tal modo le banche oggetto dell’obbligo di trasformazione in
Spa non sarebbero più 10 ma solo 7. Per l’esattezza, Banco Popolare, Ubi, Bper, Banca Popolare di Milano,
Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Sondrio; dalla sfera dell’obbligo di trasformazione
uscirebbero invece il Credito Valtellinese, la Popolare di Bari, nonché la Banca popolare dell'Etruria e del
Lazio, attualmente commissariata. C’è poi chi, come il Movimento Cinque Stelle vorrebbe usare il criterio
della soglia dell’attivo come una sorta di grimaldello per scardinare l’impianto della riforma: «Non si tocca il
voto capitario, nessuna mediazione su questo punto. Sulla soglia degli attivi puntiamo ai 100 miliardi, in
subordine a 61,5 miliardi- ha dichiarato ieri una nota del gruppo. E ci attestiamo su un margine di raccolta
deleghe tra cinque e dieci». Invece da Boccia, Fassina, Cuperlo e Civati, vale a dire la minoranza Dem, arriva
la proposta di fissare a 2 miliardi e non a 8 miliardi di attivi la soglia per l’obbligo di trasformazione in Spa.
Da ricordare, in ogni caso, l'estrema importanza attribuita dalla Commissione Ue al varo della riforma delle
Popolari in Italia: «La riforma delle Banche popolari afferma il rapporto sugli squilibri macroeconomici
pubblicato ieri a Bruxelles- potrebbe far partire un processo di consolidamento che potrebbe rafforzare la
capacità del settore bancario di gestire i mutui non-performanti». © RIPRODUZIONE RISERVATA Rossella
Bocciarelli
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IL SOLE 24 ORE venerdì 27 febbraio 2015
Fondo interbancario all’assemblea della svolta
Il cambio della governance, con l'ingresso del nuovo presidente, Salvatore Maccarone, e del direttore
generale, Giuseppe Boccuzzi. L'erogazione di interventi complessi, come quello a favore di Banca Tercas, e la
costruzione di quello ancora in via di definizione su Banca Marche. Il 2014 è stato anno di svolta per il Fondo
interbancario di garanzia dei depositi: ma, come si dirà probabilmente all'assemblea convocata per oggi a
Roma alla sede dell'Abi, siamo solo a metà del guado. Avviato il sistema di vigilanza unica e approvate le
direttive relative ai sistemi di garanzia dei depositi e al risanamento e alla risoluzione delle banche, le norme
ancora attendono di essere recepite in Italia, e con esse la definizione esatta dei compiti cui sarà chiamato il
Fondo all'interno di un nuovo sistema di gestione delle crisi bancarie che prevede fondi di garanzia (che per il
momento restano) nazionali e un fondo unico di risoluzione accentrato. Questioni non da poco, e non solo
politiche: ne va del salvataggio non solo di Banca Marche (dove gli attivi “protetti” si aggirano sui 7 miliardi),
ma anche degli altri istituti in amministrazione straordinaria che avranno probabilmente bisogno del
sostegno del fondo, dalla Cassa di Risparmio di Ferrara, che si avvia ormai alla conclusione del secondo anno
di amministrazione controllata, fino a Banca Etruria. Se prevenire è meglio che curare, urgono dettagli.
(Ma.Fe.)
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IL SOLE 24 ORE venerdì 27 febbraio 2015
Carispa studia l’aumento a chilometri zero
Banche cooperative a sostegno di una banca spa. Potrebbe accadere (molto) presto in Alto Adige, dove la
Cassa di risparmio di Bolzano si prepara ad approvare un bilancio in profondo rosso e un aumento al
momento stimato intorno a 250 milioni. La Fondazione, che ne controlla oltre il 66%, ha già messo da parte
quanto occorre e - vigilanza permettendo - si prepara a sottoscrivere pro quota; e il resto? Al momento si
starebbero studiando soluzioni vicine, e la banca avrebbe bussato alle porte di Volksbank (reduce dalla
fusione con Popolare Marostica) e Federazione Raiffeisen (che raggruppa 47 casse rurali e relativa cassa
centrale); entrambe starebbero valutando seriamente l'operazione, magari in asse con altri attori locali come
Itas assicurazioni o gli austriaci di Erste Bank, già partner di Carispa. Potrebbero entrare nella cordata a
chilometri zero anche le diocesi di Trento e Bolzano, anche se l'investimento più cospicuo spetterebbe
senz'altro a Volksbank e Raiffeisen, ben disposte a dare una mano a una concorrente piuttosto che vedersi
entrare in regione un concorrente sgradito. (Ma.Fe.)
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IL SOLE 24 ORE venerdì 27 febbraio 2015
Tempi più lunghi per Piazza Cordusio
Si prolungano i tempi per la vendita dell’ex sede di UniCredit di piazza Cordusio a Milano. Nel cda che si è
tenuto ieri in IDea Fimit, secondo indiscrezioni, non è stata presa alcuna decisione - rimandata a data da
destinarsi - sulla cessione. La società non commenta eventuali sviluppi. Le due offerte pervenute da Hines
con il fondo sovrano di Abu Dhabi (Adia) e da Prelios, che funge da local partner per l'inglese London and
Regional, sarebbero abbastanza allineate intorno ai 300 milioni di euro perché il gruppo amministrato da
Manfredi Catella avrebbe messo qualche paletto (monetario) sulla ristrutturazione dello stabile. Ma non
sarebbero allineate con le attese di IDea Fimit, che si aspettava una valorizzazione dell'immobile tra 350 e
400 milioni di euro e propenderebbe ora per un rilancio. (P.De.)
IL SOLE 24 ORE venerdì 27 febbraio 2015
«I crediti deteriorati la sfida per l’Italia»
BRUXELLES - In un rapporto pubblicato ieri, all'indomani del giudizio positivo sulla Finanziaria per il 2015,
la Commissione europea ha messo l'accento sulle debolezze italiane, giustificando così la scelta di mantenere
il paese sotto osservazione a causa di squilibri macroeconomici eccessivi. Tra le altre cose, Bruxelles ha
sottolineato le gravi sofferenze bancarie, proprio mentre l'establishment italiano sta discutendo
dell'opportunità di creare una bad bank, in cui versare I crediti inesigibili.
«La perdurante crisi economica ha messo in luce i rischi inerenti alle vicine relazioni del settore bancario con
il settore imprenditoriale e lo stato», scrive la Commissione europea, ricordando che ormai i crediti
inesigibili rappresentano il 27% del totale dei prestiti (nel 2008 la quota era al 7%). Agli occhi dell'esecutivo
comunitario, il circolo vizioso è evidente: le banche, aggravate da sofferenze, sono restìe a prestare denaro,
frenando la ripresa economica.
«L'importante massa di prestiti inesigibili che si è venuta a creare durante la crisi rappresenta una sfida
cruciale per l'Italia nei prossimi anni – spiega quindi Bruxelles -. Nel terzo trimestre del 2014 sui bilanci delle
banche italiane pesavano sofferenze per circa 315 miliardi di euro, di cui 250 miliardi relative a imprese».
Questi crediti inesigibili non solo pesano sulla capacità degli istituti a prestare denaro all'economia, ma
mettono in pericolo la stessa solidità delle banche più piccole.
«Tenuto conto delle incerte prospettive di crescita e dei rischi di credito elevati, i volumi di prestiti non
dovrebbero riprendersi rapidamente», avvertono gli economisti della Commissione. In questo senso, lo
stesso esecutivo comunitario, fa notare nel suo rapporto di 90 pagine, che «la futura situazione finanziaria
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decisamente limitato in seno al consiglio, potrebbero cogliere l’occasione di settembre per poter poi disporre
liberamente delle proprie quote.
Oggi il patto di Mediobanca vincola il 31,44% del capitale e perché il sindacato si sciolga automaticamente la
parte “bloccata” dovrebbe scendere al di sotto del 25%. Il che significa che oltre il 6% del capitale dovrebbe
abbandonare l’intesa. Attualmente gli azionisti con quote inferiori all’1% hanno complessivamente in mano il
3,77% dell’istituto. All’appello, dunque, mancherebbe un 2,67%. Potenzialmente anche qualcosa di più,
attorno a un 3,4%, considerato che tra i piccoli pattisti c’è chi risulta intenzionato a prolungare l’accordo.
Quel 3,4%, spiegavano ieri alcune fonti, potrebbe venir messo sul tavolo dalla galassia riconducibile al mondo
di Fininvest (Mediolanum compresa). Tuttavia, al momento non si hanno conferme in tal senso. Come
riportato prima, Tarak Ben Ammar è intervenuto in serata per dire che non si è mai discusso tra i soci dello
scioglimento del patto Mediobanca. E fonti vicine al Biscione, hanno sottolineato che «il tema non è mai
stato affrontato».
Detto ciò, se davvero il patto il prossimo settembre dovesse sciogliersi, sullo sfondo resterebbe l’ipotesi di un
accordo di consultazione che vada a coinvolgere gli azionisti forti, di sicuro UniCredit e Vincent Bolloré che
assieme valgono il 16% del capitale, e quei soci industriali che vorranno mantenere inalterata la presenza in
Piazzetta Cuccia. © RIPRODUZIONE RISERVATA Laura Galvagni
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IL SOLE 24 ORE venerdì 27 febbraio 2015
Panetta: «Più credito con le aggregazioni e le misure sugli Npl»
VERONA - Ben vengano le fusioni tra le banche, e ben vengano le soluzioni di sistema che consentano di
alleggerire le banche dalla zavorra dei crediti inesigibili. Non ha parlato espressamente di popolari né di bad
bank, ma il vice direttore generale di Banca d’Italia e membro del Consiglio di Vigilanza della Bce, Fabio
Panetta, ieri ospite della Fondazione Cariverona, ha fatto chiaramente intendere che Via Nazionale guarda
con favore, e spinge, i due grandi cantieri che potrebbero cambiare la fisionomia del mondo bancario
italiano. Perché è solo con iniziative di questo tipo che «le banche potranno sostenere i primi segnali di
ripresa con nuovi impieghi e, nel medio periodo, rendersi più attraenti per il mercato quando ci saranno da
rimborsare i prestiti della Bce e tornare a finanziarsi sul mercato».
In sostanza, servono soluzioni strutturali per problemi che lo sono o rischiano di diventarlo. Nel caso
dell’m&a, il tema è quello dell’efficienza: alle banche si chiede sempre più capitale e per essere in grado di
remunerarlo la razionalizzazione dei costi e la revisione del business potrebbero non essere sufficienti, ha
ricordato Panetta. Di qui, appunto, l’ultima chance: il consolidamento. «Il sistema italiano ha dei margini di
miglioramento, c’è una componente importante che può realizzare delle sinergie e le spinte si
intensificheranno nei prossimi mesi», e il riferimento è alle popolari e al progetto di riforma. Che tocca da
vicino Verona, dove il Banco Popolare si prepara a diventare spa e – come ha ricordato il ceo Pierfrancesco
Saviotti, ieri in prima fila al teatro Ristori – ragiona di possibili alleanze dentro e fuori, cioè tra i soci e con
altre popolari; della partita potrebbe far parte anche Fondazione Cariverona: «Se il Banco chiama,
valuteremo con attenzione », ha detto ieri Paolo Biasi, presidente dell’ente, facendo intendere che la
Fondazione è pronta – legge permettendo – a salire nella (quasi ex) popolare.
Altro tema di ieri, i crediti deteriorati e la necessità di liberarne le banche. Da settimane il dossier è allo
studio del governo, della Vigilanza e delle banche, e le idee – ha confermato Panetta – si stanno chiarendo:
«Non si tratta di costruire una bad bank, ma c’è da individuare le modalità migliori, con la partecipazione
delle banche e di soggetti anche pubblici, che consentano a chi ha superato gli esami Bce non sempre in
condizioni agevoli di liberare capitale da destinare al credito». Al riguardo, il dg di UniCredit, Andrea
Nicastro, ha ricordato che accanto alle iniziative straordinarie ci sono anche «alcune riforme a costo zero che
possono riaccendere subito il mercato degli npl, a partire dalla revisione del diritto concorsuale e
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Lazio, attualmente commissariata. C’è poi chi, come il Movimento Cinque Stelle vorrebbe usare il criterio
della soglia dell’attivo come una sorta di grimaldello per scardinare l’impianto della riforma: «Non si tocca il
voto capitario, nessuna mediazione su questo punto. Sulla soglia degli attivi puntiamo ai 100 miliardi, in
subordine a 61,5 miliardi- ha dichiarato ieri una nota del gruppo. E ci attestiamo su un margine di raccolta
deleghe tra cinque e dieci». Invece da Boccia, Fassina, Cuperlo e Civati, vale a dire la minoranza Dem, arriva
la proposta di fissare a 2 miliardi e non a 8 miliardi di attivi la soglia per l’obbligo di trasformazione in Spa.
Da ricordare, in ogni caso, l'estrema importanza attribuita dalla Commissione Ue al varo della riforma delle
Popolari in Italia: «La riforma delle Banche popolari afferma il rapporto sugli squilibri macroeconomici
pubblicato ieri a Bruxelles- potrebbe far partire un processo di consolidamento che potrebbe rafforzare la
capacità del settore bancario di gestire i mutui non-performanti». © RIPRODUZIONE RISERVATA Rossella
Bocciarelli
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
La Bce dà il voto a Unicredit, Bper, Veneto e Sondrio
di Claudia Cervini
Molte certezze e poche sorprese. Ieri la Banca Centrale Europea ha messo nero su bianco i requisiti
patrimoniali specifici che Unicredit , Banca Popolare dell'Emilia Romagna , Banca Popolare di Sondrio , e
Veneto Banca, tutte uscite bene dagli stress test, sono tenute a rispettare. I target sono conseguenti all'entrata
in vigore della Vigilanza Unica e sono riferiti ai conti di gruppo a livello consolidato. La sola banca tra queste
ad avere, al 31 dicembre 2014, requisiti patrimoniali leggermente inferiori a quelli richiesti dalla Bce è Veneto
Banca che però, grazie alle misure già avviate, ha nel frattempo migliorato la solidità patrimoniale.
Unicredit . L'istituto guidato da Federico Ghizzoni è tenuto ad avere un Common Equity Tier 1 (Cet1) ratio
del 9,5% e un Total Capital ratio del 13%. Al 31 dicembre 2014, i coefficienti patrimoniali di Unicredit su
base consolidata erano pari a 10,41% per il Cet 1 ratio e al 13,63% per il Total Capital ratio. Unicredit è
quindi ben al di sopra dei requisiti patrimoniali specifici, e ha l'obiettivo «di rafforzare ulteriormente la
propria posizione patrimoniale», fa sapere l'istituto.
Banca Popolare dell'Emilia Romagna . I ratio patrimoniali della Bper sono «ampiamente superiori» ai
requisiti patrimoniali minimi richiesti dalla Bce, ovvero 9% di Common Equity Tier 1 ratio e 11% di Total
Capital Ratio. Al 31 dicembre 2014 la banca infatti presenta un Common Equity Tier 1 all'11,3% e un Total
Capital Ratio al 12,2%.
Veneto Banca. L'istituto presieduto da Francesco Favotto dovrà avere ratio più elevati di quelli registrati a
fine 2014. Le richieste Bce consistono in un coefficiente patrimoniale complessivo pari al 10% in termini di
Common Equity Tier 1 ratio e dell'11% se ci si riferisce al Total Capital ratio. Invece i coefficienti patrimoniali
del gruppo alla fine dello scorso anno erano pari a 9,7% per il Common Equity Tier 1 ratio e a 10,4% in
termini di Total Capital ratio. I conti risultavano gravati dal recepimento degli accantonamenti richiesti dalla
Bce in sede di asset quality review. Veneto Banca, tuttavia, ha già messo in campo misure per innalzare il
patrimonio. Il Total Capital ratio si è già elevato al 10,6% a seguito di un'emissione di strumenti Tier II per
50 milioni di euro (operazione datata 4 febbraio). La banca ha fatto anche sapere che tali indicatori sono
destinati a migliorare di ulteriori 70 punti base includendo l'effetto positivo previsto dal perfezionamento
della cessione della quota di maggioranza detenuta in Banca Ipibi, la cui autorizzazione da parte della Banca
d'Italia è stata concessa ieri. Anche la cessione della quota di maggioranza detenuta in Bim, la cui
autorizzazione è in corso di esame da parte delle Autorità competenti, contribuirà a migliorare i requisiti.
Popolare di Sondrio . Per la banca popolare presieduta da Francesco Venosta i requisiti minimi della Bce
sono leggermente al di sotto dei ratio patrimoniali di fine dicembre 2014. La Bce ha fissato infatti un livello
minimo al 9% per il Cet1 e all'11% per il Total capital ratio, mentre a fine dicembre il Cet1 si attestava al
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Anno XVI - 27/02/2015
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punto resta però da capire se la trasformazione di Sace in banca è destinata ad andare avanti oppure se Cdp
resterà l'unico finanziatore diretto. (riproduzione riservata)
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Da Unicredit nuovo strumento di garanzia per l'export
di Stefania Peveraro
Unicredit ha strutturato la prima operazione in Italia di «Bank Payment Obligation» (Bpo), che è anche una
delle prime di questo tipo in Europa. In sostanza, ha spiegato a MF-Milano Finanza Claudio Camozzo, coresponsabile del global transaction banking di Unicredit , «si tratta di un nuovo strumento di regolamento
del commercio internazionale, che si colloca fra l'open account (bonifico) e il credito documentario ed è nato
per mitigare il rischio di mancato pagamento e agevolare il finanziamento o lo smobilizzo del credito
commerciale. Rispetto al credito documentario è più agevole e meno costoso, tuttavia non ritengo che la Bpo
potrà sostituire il credito documentario in relazione a transazioni con controparti di Paesi emergenti con
complesse normative oppure con elevato rischio politico e di credito. Rispetto al bonifico, potrà piuttosto
offrire una maggiore sicurezza e flessibilità di cassa». A fare da test in Italia è stata Spig, società di Arona
(Novara) controllata dalla famiglia Mosiewicz e partecipata al 30% dal fondo di private equity di Ambienta
sgr. La società è specializzata nella produzione di sistemi industriali di raffreddamento e l'operazione ha
riguardato una transazione commerciale tra Spig e un suo fornitore tedesco, cliente di Unicredit Bank. Spig
ha chiuso il 2013 con un fatturato di circa 140 milioni di euro e a fine 2014 ha toccato il record storico di
ordini a quota 170 milioni. Circa un anno fa Ambienta aveva avviato un processo di vendita della quota
azionaria che poi non è andato a buon fine e ha deciso quindi di investire ulteriormente nella società,
nominando come nuovo amministratore delegato Franco Racheli. La Bpo è un impegno irrevocabile e
autonomo assunto da una banca, generalmente quella di riferimento di un importatore, a pagare un
determinato importo all'istituto di credito dell'esportatore in relazione a una transazione commerciale. La
Bpo, così come la lettera di credito, è poi scontabile dall'esportatore presso la sua banca. Così, se la Bpo
prevede un pagamento posticipato, l'esportatore può comunque incassare subito il credito, cedendo la Bpo
alla sua banca, che aspetterà il pagamento dall'istituto della controparte, che in ultima istanza garantisce il
credito. «Facilitati dalla nostra presenza internazionale in Europa, intendiamo proporre lo strumento a tutta
la nostra clientela che lavora con l'estero», ha concluso Camozzo. (riproduzione riservata)
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
L'Italia guida la crescita Allianz - II gruppo chiude il 2014 in utile per 6,22 miliardi. Il ceo
Diekmann annuncia una cedola più alta (6,85 euro) e rinnova a fiducia a Unicredit, di cui
detiene il 2%. In pancia 31,4 miliardi di Btp
di Anna Messia
L'uscita di gestori famosi da Pimco non frena la crescita del gruppo Allianz e il colosso tedesco è pronto anzi
ad aumentare la remunerazione per gli azionisti. Mentre ribadisce di voler essere partner di Unicredit ,
considerando l'Italia un Paese strategico, tanto da aver aumentato l'investimento in Btp, arrivando a 31,4
miliardi.
Del resto nel 2014 i premi dell'Italia, dove Allianz è cresciuta l'anno scorso rilevando anche 725 agenzie da
Unipol Sai, sono aumentati del 24,6%, raggiungendo i 15,5 miliardi, cifra seconda solo alla Germania.
Complessivamente, nel 2014, come comunicato ieri a Monaco dal ceo Michael Diekmann che a maggio
lascerà il testimone a Oliver Baete, l'utile operativo del gruppo Allianz è salito del 3,3%, a 10,4 miliardi, in
linea con la parte alta della forchetta attesa dal gruppo, ma poco sotto le previsioni degli analisti (10,6
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Anno XVI - 27/02/2015
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Tuttavia, considerato che tale disimpegno avrebbe provocato lo scioglimento automatico del patto, i Pesenti
decisero di rimanere ma con una quota dell'1,56%. Questo non significa ovviamente che a settembre, quando
scadrà il termine per presentare le disdette, succederà ancora così. Tra l'altro Carlo Pesenti, che fino allo
scorso anno sedeva nel consiglio di amministrazione della banca d'affari, ha rinunciato al posto in consiglio
di amministrazione. E non è escluso che anche altri soci con quote minori possano manifestare l'intenzione
di disimpegnarsi. Questo non significa a priori una trasformazione di Mediobanca in una public company. È
infatti possibile che attorno all'asse Unicredit -Bolloré, che assieme hanno circa il 16% del capitale, possa
costituirsi una coalizione di soci i cui rapporti potrebbero essere disciplinati in misura ancora più snella
rispetto ad oggi, magari attraverso la costituzione di un patto di consultazione.
Per quanto riguarda invece la nuova governance di Mediobanca ieri i consiglieri, riunitisi in via informale,
hanno iniziato a discutere della revisione dello statuto per adeguarlo alle indicazioni Bankitalia in tempo per
l'assemblea di ottobre. La riflessione che proseguirà nei prossimi mesi sarà allargata anche ad altri
stakeholder in modo da condividere il progetto anche con il mercato. Una certa convergenza sembrerebbe già
esserci sull'idea di ridurre il numero di consiglieri dai 18 attuali a 15, portando i manager in consiglio da
cinque a tre (resterebbero presidente, ad e direttore generale) e aumentando da uno a due i rappresentanti
delle minoranze. Sarà ancora oggetto di riflessioni, invece, se sia necessario o meno mantenere il comitato
esecutivo. Nel caso, ci sarebbero delle criticità, stando ai nuovi input di via Nazionale, sulla guida del
comitato da parte del presidente della banca Renato Pagliaro. «La riunione è andata bene», e si è svolta in un
«clima di collaborazione», ha detto la vicepresidente dell'istituto Maurizia Comneno. (riproduzione
riservata)
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Bsi cresce in Italia con nuovi banker e sede a Milano
di Andrea Di Biase
II gruppo Bsi prosegue il percorso di crescita in Italia con l'ingresso di quattro nuovi senior banker in Bsi
Europe succursale italiana. Si tratta di Fabio Asnaghi, Carlo Castelnuovo, Marco Meni e Danilo Mosca che da
febbraio 2015 rafforzano la struttura italiana della banca con l'obiettivo di incrementare ulteriormente le
attività sul mercato della gestione patrimoniale del nord Italia. «L'esperienza ultradecennale dei nostri
quattro nuovi colleghi permetterà a Bsi di aumentare ulteriormente il volume di business in Italia che già nel
2014 ha mostrato una crescita importante.
Siamo certi che la loro profonda conoscenza del mercato italiano del private banking ci aiuteranno a crescere
ulteriormente» ha dichiarato Gabriele Corte, responsabile del mercato italiano di Bsi Europe. Sempre nel
mese di febbraio, Bsi Europe succursale italiana ha inoltre ulteriormente ampliato la presenza in Italia con
l'apertura della filiale di Como creata per seguire più da vicino le province di Lecco, Como e Monza-Brianza,
che va ad aggiungersi a quella della sede principale di Milano. Infine, Bsi Europe ha trasferito il proprio
quartier generale italiano nei nuovi spazi di via Paleocapa 5 a Milano, dove sono state riunite anche le attività
di Eos Servizi Fiduciari, Bsi Merchant ed Aeon Trust, le altre società del gruppo Bsi operanti in Italia.
(riproduzione riservata)
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Popolari, la riforma tenta lo sprint - L'esecutivo apre un tetto ai diritti di voto, non alla
revisione delle soglie Ieri ultimo giorno per gli emendamenti
di Luca Gualtieri e Luisa Leone
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Panetta: è interesse pubblico smobilizzare le sofferenze
di Francesco Ninfole
«È interesse pubblico liberare risorse per consentire alle banche di fare più credito». Lo ha sottolineato ieri
Fabio Panetta, vice direttore generale di Banca d'Italia, in riferimento a un veicolo per lo smobilizzo delle
sofferenze, la cosiddetta bad bank anche se il termine non è usato né da Bankitalia né dal governo né dai
banchieri poiché evoca la differente esperienza spagnola. In un convegno della Fondazione Cariverona a cui
hanno partecipato anche Roberto Nicastro (dg Unicredit ) e Maurizio Faroni (dg Banco Popolare ), con Pier
Francesco Saviotti e Paolo Biasi seduti in prima fila, Panetta ha sottolineato che la priorità è gestire ora una
fase di transizione nella quale le banche sono sotto pressione sia per il contesto economico sia per l'aumento
dei requisiti di capitale. È questo un problema soprattutto per i Paesi come l'Italia, dove gli istituti incidono
per la quasi totalità dei prestiti soprattutto per le pmi, che non possono accedere ai mercati. Le conseguenze
per la crescita del Paese sono quindi rilevanti. «Non ho nulla in contrario a ridisegnare il sistema in modo da
attribuire un ruolo più contenuto per le banche. L'importante è non creare nel breve termine le condizioni
per una restrizione del credito». Nell'immediato gli istituti resteranno quindi fondamentali per il sostegno
agli investimenti, la componente del pil che soffre di più. Da qui la necessità di un intervento per attenuare la
loro principale debolezza, cioè l'elevato ammontare di sofferenze causato dalla recessione. Bankitalia è al
lavoro insieme al governo per creare un veicolo per smobilizzare i prestiti dubbi. In questo modo le banche
riuscirebbero anche a raccogliere più facilmente risorse sui mercati con le quali sostituire gradualmente la
liquidità ricevuta dalla Bce. Il vice dg di Bankitalia ha comunque invitato a concentrare l'attenzione non solo
sull'Unione bancaria ma anche sull'Unione dei mercati dei capitali, se davvero si vogliono diversificare le
fonti di finanziamento delle imprese. Nicastro e Faroni hanno segnalato entrambi un inizio 2015 nel quale il
livello dei prestiti è in crescita, anche se la cautela è d'obbligo dopo tre tentativi di ripresa già falliti. I
banchieri hanno sottolineato però l'effetto negativo sul credito della regolamentazione. «È come essere tra
Scilla e Cariddi. Da un lato le ingenti iniezioni di liquidità, dall'altro tensioni sui requisiti patrimoniali con
conseguenze procicliche», ha detto Nicastro, secondo cui «serve in Italia una riforma del diritto
fallimentare». Faroni, citando anche le proposte dell'Eba sui prestiti scaduti, ha chiesto che «le nuove norme
non colpiscano le banche che fanno credito». (riproduzione riservata)
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MF-MILANO FINANZA venerdì 27 febbraio 2015
Unicredit piazza covered a 10 anni
di Stefania Peveraro
Unicredit ha collocato ieri l'annunciato covered bond a 10 anni, che ha però riservato una novità importante
in quanto è stato costruito con una struttura nuova rispetto alle tradizionali obbligazioni bancarie garantite:
fornisce infatti un'ulteriore garanzia agli obbligazionisti in caso di default dell'emittente e quindi può godere
di un migliore rating (atteso AA+ di Fitch). E' la prima emissione del programma Conditional pass through
collocata sul mercato e ha riscontrato un buon successo con oltre 2 miliardi di euro di ordini per un'offerta di
un miliardo. Il collocamento è stato curato da Banca Imi, Credit Suisse, Natixis, Rbs, Socgen e Unicredit . Il
titolo, che paga una cedola dello 0,75%, è stato prezzato a un rendimento pari a 18 punti base sopra midswap, il che significa circa 53 punti base inferiore a quello del Btp di durata equivalente al momento del
lancio. I bond sono garantiti da un portafoglio composto per circa l'80% da mutui residenziali concessi a
privati e per il 20% da mutui commerciali destinati a piccole e medie imprese. (riproduzione riservata)
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