Nasce DO UT DO Le eCCeLLeNze DeL DeSigN aiUTaNO HOSpiCe

Anno XI - n° 4
Aprile 2014
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA)
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
Nasce DO UT DO
Le eccellenze del design
aiutano Hospice
5
Bologna
scoperte
Un brevetto
mette ko
l’amianto
Successo
agli Ufficiali
3
Se il Tango
conquista
la platea
Corso base
Counseling
12
Così agevoliamo
lo sviluppo
dell’individuo
3
Quando parliamo di valori cerchiamo di dargli nome e cognome
Molto spesso diciamo
‘questa è una società
senza più valori’. Lo ripetiamo a destra e a manca.
Nei salotti, in televisione,
alla radio.
A volte per farci belli,
quasi a suggerire ‘io non
c’entro, sono gli altri che
non hanno saputo...’. E
lì aggiungete un verbo a
scelta. La colpa è sempre
degli altri, del prossimo.
Mai nostra, ci mancherebbe. Parlo da sessantenne.
Per gli altri non posso dire, ma noi sì che di valori
abbiamo sentito parlare.
Dai nonni che avevano
vissuto e sofferto in un’Italia dilaniata dalla guerra (guerre), che avevano
saputo ricostruire e dare
speranza. Nel testamento mio nonno parlò, con
parole vibranti e sentite,
di questi valori. Chiamandoli per nome e cognome, come forse oggi non
sappiamo più fare. Invitava figli e nipoti a stare
lontani dalla prigione, ribadendo che l’onestà era
un’esigenza primaria, ci
chiedeva di rispettare e
far rispettare un cognome
che da secoli tramandava
il ‘fare’ e il ‘pensare’, puntava il dito sulla necessità
di tenere in debita considerazione la famiglia,
come cellula vitale della
nostra società.
Eccoli, con poche parole,
quelli che riteneva i capisaldi per un uomo e una
donna che volessero real-
mente contare. Non l’arricchimento a tutti i costi,
la corruzione come prassi,
l’atteggiarsi a donna fatale (?) per poi andare a
svernare a Dubai con due
milioni di euro piovuti dal
cielo (e quanti di noi si affannano ancora a spiegare
a ragazzi e ragazze che
quel che conta, nella vita, è comportarsi bene...).
Mia figlia lavora in un
grattacielo che si affaccia
sulle spiagge dove Ruby
sorseggia aperitivi e rilascia interviste. Deve pedalare dodici ore al giorno
per uno stipendio minimo
(ma fortunatamente, come diciamo quasi tutti noi
genitori, almeno lavora).
Sono felice, in cuor mio,
che abbia scelto la via più
lunga e faticosa per tentare di affermarsi: anni
di levatacce per andare
a Forlì e guadagnarsi una
laurea, la gavetta in giro
per il mondo, oggi un lavoro pagato il giusto ma
gratificante. E soprattutto
sono orgoglioso che abbia
mantenuto uno sguardo
sincero, che sappia cosa
significano valori come
fedeltà e sacrificio.
Buona lettura
dal vostro direttore
Fabio Raffaelli
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Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit,
editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato:
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data
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2
Firma
...............................................................................................................
I nostri ‘cervelli’ hanno messo ko l’amianto
S
maltire l‘amianto immergendolo nel siero
di latte acido. Apparentemente semplice la
soluzione trovata e brevettata a Bologna, con la quale
si è certi di aver individuato
lo strumento definitivo per
eliminare le tonnellate di
amianto ancora presenti
nelle nostre città.
è l’importante risultato
(con relativo brevetto) della Chemical Center, società
creata nel 2009 dal laboratorio di strutturistica chimica, ambientale e biologica
(Lebsc) del Dipartimento
di Chimica dell’Alma Mater
ed un’azienda privata, la
Coswell, operante nel settore della cosmesi.
Il principio della scoperta
consiste nell’aver osservato
come il siero di latte, ad
una temperatura tra i 35 ed
i 37 gradi centigradi, grazie
alla sua acidità, riesce a
dissolvere il cemento, che
costituisce almeno l’85 per
cento dell’eternit. Con tale
procedimento fuoriescono
le fibre di amianto, che
vengono poi ulteriormente
scomposte in un reattore
a 150°. Inoltre, dall’intero
processo (non inquinante),
si ricava il magnesio, metallo che sul mercato ha
un costo di circa € 6,00 al
chilogrammo, il carbonato
di calcio che è la base dell’idropittura, ed un silicato
ottimo per concimare.
L’utilizzo del minerale
amianto risale agli inizi
delle nostra civiltà. Fu molto usato dai Persiani, ma
anche dai Romani per usi
“magici e rituali”.
Il medico naturalista Boezio
lo introdusse, nel 1600,
in campo farmacologico,
impiego che mantenne
sino agli anni 60 del secolo
scorso, anno in cui erano
ancora presenti sul mercato una polvere contro la
sudorazione dei piedi ed
una pasta dentaria per le
otturazioni.
L’utilizzo industriale si re-
alizzò, invece, negli ultimi
decenni del ‘800 e nei primi
decenni del ‘900, periodo
in cui l’Italia detenne la
leadership nel mercato
mondiale. Sempre italiano
fu, a Casale Monferrato,
il più grande stabilimento
di manufatti in cementoamianto d’Europa (chiuso
nel 1986), che arrivò ad
occupare, nel 1965, più di
2000 operai. Ad oggi, non
esistono dati certi sulla presenza residua di amianto in
Italia: secondo il Consiglio
Nazionale delle Ricerche
(CNR), le tonnellate ancora
da smaltire sarebbero 32
milioni (dato riferito alle
sole coperture). Legambiente calcola in 50 mila
gli edifici, pubblici e privati,
ancora da bonificare.
Antonio Vecchio
‘Tango de mi vida’ conquista la platea
A
ncora una volta la
piéce di Giorgio Albéri
ha fatto centro. La
platea era gremita e tante
le Autorità civili e militari
per lo spettacolo “Tango
de mi vida” da lui ideato
e diretto, rappresentato al
Teatro “Antoniano” la sera
del 20 marzo. Il successo è
ni del soprano Tiziana Scaciga Della Silva e del mezzosoprano Benedetta Orsi,
che con la loro eleganza e
bravura, hanno cantato le
canzoni immortali di tango. “Tango delle capinere”,
“Violino tzigano”, “Jalousie”: quante coppie nel
mondo si sono conosciute,
Da sinistra le cantanti Benedetta Orsi
e Tiziana Scaciga Della Silva
stato tale da ‘obbligare’ gli
artisti a ‘regalare’ agli spettatori che continuavano ad
applaudire calorosamente,
tre bis dopo due ore di
spettacolo. L’attrice Gaia
Ferrara, ha raccontato la
storia del tango argentino
intervallata dalle esecuzio-
al violinista Mario Donnoli
ed al fisarmonicista Davide
Salvi, ha catturato l’attenzione del pubblico con la
perfezione ed il ritmo di
coinvolgenti esecuzioni.
Ma a rendere ancora più
apprezzabile la rappresentazione è stato il ballo
eseguito dalla coppia Chia-
I ballerini Chiara Benati e Andrea Vighi
ballato follemente, amate,
sentendo la musica e le
parole di queste immortali
melodie rese famose dai
più grandi cantanti!
Al pianoforte Lamberto
Lipparini che, unitamente
al basso Felice Del Gaudio,
al batterista Lele Barbieri,
L’autore e regista Giorgio Albéri con tutta la compagnia
ra Benati e Andrea Vighi,
vice campioni del mondo di
tango argentino, che hanno
offerto al pubblico superbe
interpretazioni di figure del
ballo sudamericano.
Il difficile compito di trovare un filone logico, che
partisse dalla fine dell’800
per arrivare fino ai nostri
giorni è stato mirabilmente
raggiunto dall’autore, che
ha proposto una piacevole
ed importante carrellata
di compositori famosi per
brani indimenticabili.
è stato un vero trionfo!
Non è vero che il piacere di
ascoltare canzoni romantiche si stia affievolendo;
questo spettacolo musicale
lo ha dimostrato.
3
Basta esitazioni, arriva l’Informagiovani
è
con piacere che
presentiamo ai
nostri Lettori
una realtà che opera
nel nostro territorio,
rivolta ai giovani:
l’Informagiovani. Si
tratta di centri gestiti
di solito dai Comuni
che offrono informazioni e servizi mirati
ai giovani, dai 14 ai
35 anni, riguardanti
le opportunità di formazione professionale, lavoro e volontariato nel territorio di
riferimento, studio
e lavoro all’estero,
vacanze e turismo
e cultura e tempo
libero, proponendo
punti d’ascolto e di
consulenza per i giovani della città e per
i giovani turisti,
L’Informagiovani permette pertanto di
conoscere le opportunità del mondo del
lavoro e della scuola,
gli eventi e le manifestazioni culturali
della città e le più
diverse iniziative rivolte ai ragazzi.
Gli utenti possono
consultare una raccolta di notizie suddivise per argomenti
e le Banche Dati per
conoscere aziende,
associazioni ed enti
presenti sul territorio. Il sito del servizio offre un ampio
ventaglio di risorse
informative ed è un
canale molto efficace
per un target come
quello giovanile che
si serve della rete
come strumento quotidiano per organizzare la vita, il lavoro,
lo studio ed il tempo
libero.
Presso il centro è
possibile utilizzare
gratuitamente alcune
postazioni di navigazione per lo svolgimento di alcune
specifiche operazioni
tra cui la spedizione
4
del curriculum vitae.
Viene inoltre offerto gratuitamente un
servizio di informazione e consulenza.
Agli sportelli già attivi di ascolto psicologico, di mobilità internazionale e campi di volontariato,
di video maker, dal
marzo 2014 si è affiancato lo Sportello
del Commercialista,
nato dalla collaborazione tra l’Ordine
dei Dottori Commercialisti e degli Esperti
Contabili della Provincia di Bologna ed
il Comune di Bologna, Informagiovani
Multitasking. Infatti,
negli incontri formativi di orientamento
sui temi legati al lavoro, all’impresa ed
all’associazionismo,
era emersa l’esigenza di molte piccole
realtà di tipo associativo, di un servizio informativo e di
consulenza orientativa nello svolgimento
della loro ordinaria
attività.
è importante per i
giovani avere un luogo dove condividere
problemi, opportunità e speranze per un
futuro più roseo.
Eleonora Dimichino
Il Dalai Lama premia Morselli, il dottore che regala sorrisi
Q
uando si parla di chirurgia
plastica spe
so si pensa
alle donne dello spettacolo e ai ‘ritocchini’
puntualmente smascherati da ‘Striscia
la notizia’.
Ma tra i fatti e i rifatti
delle riviste patinate ogni tanto arriva qualche notizia
che ci ricorda come
la chirurgia plastica
sia importante e non
abbia finalità esclusivamente estetiche,
o, per meglio dire,
come sia riduttivo
considerarla semplicemente uno strumento abusato da
uomini e donne per
far pace con il proprio
naso. Infatti, la chirurgia plastica aiuta
migliaia di persone
affette da malformazioni del corpo, del
volto e delle mani,
da gravi esiti di ustioni, traumi severi o
con tumori cutanei
di grosse dimensioni.
Situazioni molto gravi
che diventano drammatiche se si verificano nelle aree più
povere del mondo.
Proprio quei Paesi
dove il bolognese Paolo Morselli (nella
foto) opera da ben
26 anni.
Docente di Chirurgia
plastica all’Università
di Bologna, Morselli è
presidente e fondatore di ‘Interethnos
Interplast Italy Onlus’, l’associazione
di volontariato composta da specialisti
in chirurgia plastica ricostruttiva che
dal 1988 a oggi ha
compiuto 62 missioni
umanitarie in 19 Paesi tra i più bisognosi
al mondo.
Un impegno umanitario riconosciuto
a livello mondiale e
sottolineato dal titolo
di ‘Unsung Hero of
Compassion’ recentemente assegnato
al professor Morselli
direttamente dal Dalai Lama.
Andrea Barrica
Viva Facebook e i ‘mi piace’ per le Buone Notizie
I
l nostro giornale è
sbarcato su Facebook, agli inizi di
gennaio, sottovoce,
come è nel nostro
stile, ed in circa 40
giorni più di 160
persone, una volta
visitato il profilo,
hanno espresso il
loro “mi piace”, con
un trend di crescita
che, francamente, ha
sorpreso tutti.
Si, certo, eravamo
da tempo già presenti su Iperbole, la rete
internet cittadina. Ma
FB è un’altra cosa.
Esserne parte significa collocare il giornale in un luogo visitato
da oltre un
miliardo di
utenti, 22
milioni dei
quali solo
in Italia
(11° posto
al mondo),
con una
prevalenza di età tra i 35 ed i
45 anni.
Che sia un luogo dove
occorre esserci, lo ha
capito anche il premier britannico Da-
vid Cameron, che ha
speso 7.000 sterline
per incrementare (di
20.000)
il numero
dei suoi
contatti e raggiungere,
in questa
particolarissima
graduatoria, il suo vice Nick
Clegg.
Altrettanto fanno importanti marchi internazionali, forti anche
del fatto che è stato
stimato in 174 dollari
il valore commerciale
di ogni singolo contatto.
Godiamoci allora
questo momento, anche perché, se è vero
come è vero, che
non tutto il miliardo
di utenti leggerà gli
articoli del nostro
mensile, tuttavia il
nome della testata
continuerà a girare
nel web, fornendo
ampia prova che le
buone notizie , prima
o poi, si avverano.
Antonio Vecchio
DO UT DO, le eccellenze del design per Hospice
D
O UT DO: dietro
la brillante formula
coniata da Alessandro Bergonzoni, c’è un
originale progetto culturale
internazionale, inaugurato
nel 2012, con svolgimento
biennale e finalità di beneficenza, promosso dall’Associazione “Amici della Fondazione Hospice Seràgnoli”
e ideato a sostegno della
Fondazione Hospice Seràgnoli, organizzazione
non-profit che dal 2002
opera nel campo dell’assistenza, formazione, ricerca
e divulgazione della cultura
delle Cure Palliative.
Dopo il grande successo
della prima edizione del
2012, dedicata all’arte contemporanea, con Yoko Ono
come madrina (che donò il
suo Wish Tree), importanti
artisti internazionali (tra
cui Michelangelo Pistoletto,
Pirro Cuniberti, Vanessa
Beecroft, Mimmo Paladino) e una raccolta fondi
di 240.000 euro, è stato
presentato a Bologna il DO
UT DO 2014 Design per
Hospice, dedicato alle eccellenze del design internazionale. Padrini d’eccezione
i MASBEDO, duo di video
artisti che ha contribuito
con la realizzazione di un
video inedito dal titolo Look
Beyond, esplorazione del
rapporto tra essere umano
e fine della vita. 50 le opere, provenienti dalle donazioni tra gli altri di architetti
come Richard Meier, Daniel
Libeskind, Jean Nouvel,
Doriana e Massimiliano
Fuksas, il bolognese Iosa
Ghini, designers come Philippe Starck, artisti come
Luigi Ontani e Sandro Chia,
mente gratuita, di équipe
multidisciplinari di Medicina
Palliativa.
“Il foundraising è infatti
molto importante per l’attività degli Hospice, perché
- sottolinea Maurizio Marinelli - la sanità pubblica
permette di coprire circa il
60 per cento delle spese,
ma il 40 per cento è sostenuto dai contributi privati”.
Il catalogo di DO UT DO
2014
Design per
Hospice
diventerà
un libro
“Il dono
aziende come Alessi, Artemide, Memphis. Con un
obiettivo sociale d’avanguardia: la realizzazione
di un nuovo Hospice (il
quarto) della Fondazione
Seràgnoli dedicato a piccoli
degenti.
Nel
corso
dell’anno diversi appuntamenti
proporranno al
grande pubblico
un’esposizione
che , per ampiezza e contenuti, ha pochi
precedenti nella
storia del design. Dopo la
presentazione ai collezionisti alla Peggy Guggenheim
di Venezia nell’ottobre
scorso, le opere saranno
esposte dal 16 al 18 maggio 2014 al MAXXI di Roma
e a settembre saranno al
MAMbo di Bologna, prima
dell’assegnazione finale
delle opere, in una serata
di gala nella sede del MAST,
con una iniziativa unica nel
suo genere che si chiuderà
con un’estrazione finale a
sorte tra quanti avranno
partecipato a questa asta
benefica con un versamento minimo di 5.000 euro. Al
termine sono ammessi gli
scambi. “Stiamo ragionando – dice Maurizio Marinelli,
Art Director della Fondazione – sulla possibilità di
creare un meccanismo di
futures, come succede in
borsa” .
I fondi
raccolti
verranno
interamente devoluti a
sostegno della Fondazione Hospice Seràgnoli,
che attraverso gli Hospice
(strutture dedicate alla
cura dei pazienti affetti da
malattie inguaribili e ai loro
familiari), offre accoglienza altamente qualificata,
con l’obiettivo di alleviare
la sofferenza e migliorare
dignità e qualità di vita
in momenti e situazioni
particolarmente delicate,
con l’assistenza, rigorosa-
dell’oggetto”, curato dal
designer Stefano Casciani, per sottolineare
l’atto di donazione che sta
dietro a questa mostra, il
suo valore sociale.
E proprio il valore sociale
dell’attività della Fondazione Seràgnoli sarà nei prossimi mesi anche al centro
di una riflessione articolata
sulle nuove forme del welfare, di cui Bologna è un
esempio, che la fondazione
sta portando avanti con le
Università Luiss e Bocconi.
Roberta Bolelli
Dopo la ‘fuga’ i cervelli ritornano
D
opo un 2013 da ricordare, il Premio
‘Capitani dell’Anno’
riparte da Napoli, il prossimo 17 maggio. Napoli e la
Campania sono e rimangono
un terreno fertile, dove il talento ha sempre attecchito.
Molti i ragazzi e le ragazze
con grandi capacità partiti
da questa terra, eccellenze
italiane nate e cresciute
in Campania che troppo
spesso, purtroppo, danno i
loro frutti all’estero. Come
riportali a casa? Cosa bisogna fare affinché queste
preziosissime risorse possano esprimere tutto il loro
potenziale e, soprattutto, diventare un asset strategico
per il nostro Paese? A queste
domande risponderanno
Claudio Quintano, Magnifico Rettore dell’Università
Parthenope di Napoli, e Salvatore Capasso, docente di
Politiche economiche dello
stesso Ateneo, nel corso del
seminario-incontro ‘Il Ritorno dei Cervelli’. L’iniziativa,
organizzata da Editutto e
Università degli Studi di Napoli Parthenope, parte integrante della tappa campana
del Premio Capitani, vedrà
la partecipazione di oltre
100 ragazzi delle università
e delle scuole superiori del
territorio, che avranno modo
di confrontarsi sul tema
dell’incontro tra il mondo
della scuola e quello del
lavoro, con la guida di importanti docenti universitari,
ospiti provenienti da centri di
ricerca esteri, imprenditori,
giornalisti ed esperti di vari
ambiti professionali e disciplinari.
5
Che bello vivere con l’Acchiappasogni
U
na frase divenuta poi famosa qualche
tempo fa, recitava
così: “La vita è un
sogno o i sogni aiutano a vivere?”.
Marzullo la sapeva lunga su quanto
questa parola, “sogno”, entrasse negli
animi più intimi delle
persone, parola che
si nasconde, che si
mette da parte spesso, che però vive oltre la realtà e la quotidianità. La vita è sì
un sogno, il nostro
personale e grande
sogno da realizzare
in ogni sua emozione, in ogni piccola
meravigliosa e semplice cosa che conterrà dentro di sé,
Il sogno ci rende cosi
“sognatori”, ci rende
idealisti e fa un dono
prezioso: ci aiuta a
vivere e andare oltre ogni limite, crea
la vitalità ed energia
che ci spinge ad alzarci da ogni fondo,
produce quella lealtà che nascondiamo
dietro gli occhi tristi
di una delusione o di
un fallimento, ci fa
impegnare in quella
creazione e costruzione delle nostre
strade. Tutto ciò, la
nostra vita, nasce e
cresce grazie ai nostri sogni che la riempiono.
Questa premessa mi
è utile per spiegare
come nasce questa
piccola grande follia
che si chiama “L‘Acchiappasogni”, provare ad essere qualcosa di “diverso” e
anche un po‘ controcorrente in un complesso come quello
sociale, culturale e
sportivo.
L’Aps-Asd Acchiappasogni promuoverà
la riabilitazione sociale, mentale, fisica
6
ed emotiva dell’individuo
attraverso
lo sviluppo della capacità
espressiva,
la
consapevolezza
corporea per mezzo di attività
tera-
peutiche
integrate
e attività sportive,
ponendo particolare attenzione alle
categorie sociali dei
bambini, dei disabili e degli anziani.
Potrebbe sembrare
“una fra le tante”, in
cosa allora è diversa? Per spiegare, utilizzo un altra frase
a me cara di Robert
Frost: “Due strade
divergevano in un
bosco, ed io presi
quella meno battuta,
e questo ha fatto
tutta la differenza”. Ecco,
L’acchiappasogni
sarà
una strada
meno battuta. Siamo in un
periodo
sociale, culturale ed economico
di profonda trasformazione, dove rimanere fermi su idee,
metodi e teorie può
essere molto pericoloso e impedire l’offrire alla società che
cambia una reale risposta alle sue esigenze, ai bisogni che
in ambito sociale,
psichico e sportivo,
stanno emergendo
in maniera significa-
tiva. Come l’ambito
sociale anche quello
della disabilità si è
trasformato, le stesse patologie hanno
modificato i loro sintomi e le loro evoluzioni. La visione olistica del concetto di
cura e riabilitazione
deve ampliare i nostri orizzonti e permetterci di guardare
ogni essere vivente
come entità nella
sua integrità, unicità
e peculiarità. Anche
per questo l’Aps-Asd
L’acchiappasogni è iscritta al registro del
Coni, e affiliata nel
Settore Sport Disabili ASI, con il quale
vuole costruire progetti sportivi in ambito non solo Paralimpico e quindi agonistico di alto livello,
ma anche a scopo di
riabilitazione e in-
tegrazione dove lo
Sport diventa strumento utilissimo per
percorrere la strada
dell’autonomia, della
socialità,
dell’integrazione e dello sviluppo psicomotorio.
Lo scopo non ultimo
dell’Acchiappasogni
sarà proprio quello
di ridare allo sport
il suo ruolo peculiare di “fabbricante di
sogni” e non “cantera’” di illusioni, frustrazione e nei casi
estremi di violenza e
razzismo come spesso la cronaca porta alla ribalta. Ecco,
questo è, sarà e vorrà essere l’Aps-Asd
Acchiappasogni, una
fabbrica di sogni per
chi vorrà condividere i propri e per chi
vorrà sperimentare i
nostri.
Sabrina Molino
Mastronardi agli Ufficiali con ‘Il mistero di Viteliù’
“U
na storia mai raccontata in un romanzo; un viaggio
avvincente ed emozionante
alle radici stesse della nostra identità nazionale”. Si è
parlato di questo e di molto
altro, sabato 22 marzo, al
Circolo Ufficiali dell’Esercito,
in Bologna, con Nicola Mastronardi, autore di “Viteliù’.
Il nome della libertà”, ro-
manzo storico pubblicato da
Itaca edizioni.
Organizzato dal Gen. Gioacchino Di Nucci, Presidente
dell’Unione Nazionale Ufficiali
in congedo, con la collaborazione dell’Associazione Profutura, l’incontro ha permesso
all’autore, pungolato dal nostro direttore, Giorgio Albéri,
di illustrare il suo romanzo
d’esordio ripercorrendo, da
storico e da narratore, uno
dei periodi meno conosciuti
dell’Italia pre-romana.
Un età, però, di straordinaria
importanza per la nascita
stessa di un’ identità peninsulare, che influenzò le fasi
storiche successive.
“Viteliú” è il termine osco
da cui derivò la parola latina
Italia, e Vitelios fu la denominazione sotto cui si unirono
alcuni popoli italici dell’Appennino centrale e meridionale - (Sanniti, Marsi, Peligni,
Piceni e Lucani) - i quali, accomunati da lingua, religione
e tradizioni sociali, misero in
campo più di 100.000 uomini
per combattere, dal 91 all’82
a.C., contro il disegno egemonico di Roma e costruire
il loro sogno di libertà.
Un grande affresco, piacevolmente narrato con l’ambizione di far riemergere
l’identità storica della prima
Italia politica, e renderla nota
ben oltre i confini abruzzesi
e molisani.
Un interessante incontro
umano con un uomo attaccato alla propria terra.
Antonio Vecchio
Mercato di Mezzo? è il Mercato coperto
P
remetto che “Mercato
di Mezzo” era il nome
della via che poi è stata ribattezzata col nome di
Francesco Rizzoli, ed ebbe
questa denominazione in
quanto si trovava in mezzo a
due mercati: quello di piazza
Ravegnana e quello di piazza
Maggiore.
L’edificio adibito a mercato
che si inaugurerà il 3 aprile
si chiama, invece, “Mercato coperto”. Il distretto
commerciale nel quale è
inserito il “Mercato coperto”,
da tempo, è chiamato “il
Quadrilatero”. Ora, con una
forzatura inspiegabile si vorrebbe denominare “Mercato
di Mezzo” l’edificio da inaugurare. E’ un errore storico!
Ora vediamo la storia del
Mercato coperto. Nel 1877
il Consiglio Comunale decise
il “trasloco” delle bancarelle
che affollavano da secoli la
piazza Maggiore in vista del
prossimo “esercizio di una
tramvia urbana a cavalli”
con capolinea davanti al palazzo del Podestà e di una
riqualificazione urbana che
prevedeva anche il restauro
degli edifici a contorno della
piazza.
Il sindaco di Bologna, Gaetano Tacconi, dispose lo
sgombero per il giorno 8
maggio: il Consiglio Comunale approvò unanime la
decisione per porre fine alla
“sconcia e deturpante” presenza delle bancarelle nella
piazza Maggiore e anche la
stampa locale approvò con
entusiasmo. Il quotidiano
“La Patria” dell’11 maggio
scrisse: “Finalmente il mercato delle erbe si è traslo-
cato e la nostra bella piazza
Vittorio Emanuele è libera
da quello sconcio: stamani era quasi deserta. Là in
fondo sorgevano solitarie le
baracche degli acquaiuoli,
ma anche queste si disponevano a levar le tende”. E un
altro quotidiano bolognese
scrisse: “Finalmente Piazza
Maggiore è sgombra da baracche, cumuli di insalate e
di cipolle, dai ciarlatani che
vendevano il cerotto per
guarire ogni male e cavavano i denti senza dolore. Ora
la Piazza è vuota ed ha un
aspetto maestoso”.
Le proteste dei 450 ambulanti furono limitate in
quanto il Comune aveva
promesso loro varie alter-
Il Mercato in un’immagine
dei primi anni del ‘900
native: il nuovo “mercato di
San Francesco”, uno spazio
coperto da una tettoia ubicato nell’attuale via De Marchi
che poteva accogliere 250
ambulanti; un’altra tettoia
per i venditori di ortaggi era
stata predisposta lungo la
fiancata della chiesa del SS.
Salvatore in via IV Novembre, un’altra nella piazzetta
Caprara (davanti all’omonimo palazzo, oggi sede della
Prefettura) ed infine era
stato concesso il lato porticato della “seliciata di Strada
Maggiore”, oggi piazza Aldrovandi. Ma la sistemazione più prestigiosa fu quella
del nuovo edificio realizzato
dall’Amministrazione degli
Ospedali, quasi a somiglianza di una chiesa, fra via Clavature e via Pescherie con
ingresso da entrambe le vie.
L’immobile, scrisse “La Patria” del 20 maggio 1877, “è
riuscito benissimo: nel mezzo c’è una corsia di scaffali,
ove i posteggianti possono
esporre la loro merce, ai lati
ci sono altri posteggi e parecchie botteghe. E’ perfettamente arieggiato, selciato
a pietrini… Insomma, torna
a comodo e decoro della città, ad
utile dell’amministrazione che l’ha
eseguito, ad onore del consigliere
avv. Vicini che ha
ideato e presieduto i lavori”. Un
complimento fu
rivolto anche “al
capo mastro signor Bedosti cui
era stata affidata l’esecuzione dei lavori”.
Nel nuovo Mercato Coperto
trovarono posto circa 150
“sfrattati” da piazza Maggiore. Alle ore 15 del 20
maggio “i proprietari delle
case e botteghe dei dintorni”
offrirono una “refezione rallegrata da un po’ di musica”
(oggi diremmo una bandiga)
ai 30 operai che per completare velocemente i lavori
avevano lavorato anche di
Il Mercato coperto
all’inizio del 2000
notte: suonò la Banda di
Borgo Panigale e al termine
della manifestazione “dall’alto del Mercato coperto piovvero una quantità di foglietti
di carta a diversi colori su
cui leggevasi un “evviva” in
versi”. Erano stati gli “erbivendoli” che in tal modo
intendevano ringraziare gli
operai e l’Amministrazione
degli ospedali.
La mattina si era svolta l’inaugurazione ufficiale con
le autorità che visitarono il
nuovo mercato coperto già
occupato dai nuovi inquilini:
c’era un grande affollamento
di curiosi dentro e fuori la
nuova costruzione. Tantissimi applausi e allegria. Alla
fine della manifestazione fu
lamentata la scomparsa di
quattro portafogli.
Ultimo ad abbandonare Piazza Maggiore fu il teatrino dei
burattini di Cuccoli.
Marco Poli
7
Ricordi e rabbie all’insegna di una ‘coda’
C
osa pensereste
se una mattina
vi svegliaste
nel letto sbagliato,
nella famiglia sbagliata, nella città sbagliata e … nell’epoca
sbagliata? Questo è
ciò che accade a Ludovica protagonista
di una insolita avventura. Figlia del Ventunesimo secolo
si trova
i m provvisamente
alle prese con
le scomodità di
una epoca
lontana: il
1890 e un
mistero che
si risolverà
con l’aiuto di
un’amica preziosa al di là del tempo e dell’immaginazione.
Il libro d’esordio di
Anna Valeria Cipolla d’Abruzzo (nella
foto), “Nate con la
coda” (Armando Siciliano Editore, 2013),
prende spunto dalle
storie che la nonna
materna le raccontava da ragazzina. Un
racconto insolito ma
vero sulla vita della
bisnonna bellissima,
solare, innamorata,
costretta ad un matrimonio non voluto, imposto, arido di
sentimenti.
Ci sono fili capaci di
unire i mondi interiori
delle donne legandoli anche attraverso
epoche diverse: la
forza dell’amicizia,
dell’amore, della libertà o del ricordo
e della ricerca di se
stessi; talora anche
la storia di paure e di
solitudine. Ma questi
8
mondi possono unirsi
anche con
le radici della
propr ia
famiglia,
poiché
n e l
DNA di
ciascuno ci sono i
fili che tessono la
nostra pelle, che in
nessun modo possiamo strappare e
che possono indurci
a capire chi siamo e
perché siamo così.
A n n a Va l e r i a h a
origini abruzzesi e
in questo romanzo
ha voluto rendere
omaggio alla terra
da cui proviene. Nate
con la coda infatti,
è prevalentemente
ambientato in un piccolo paese di montagna, in provincia di
Chieti, Pàlmoli (nella
foto il castello), e il
racconto si sviluppa
su linee parallele tra
la fine dell’Ottocento
e la contemporaneità. Un intreccio di
passato e presente
in paradossale coesistenza. Descrizioni
dettagliate dànno al
lettore la possibilità
di immergersi in luoghi sconosciuti, ma
di particolare suggestione. L’attenzione
è puntata sulle protagoniste femminili,
tutte diverse tra loro,
ma accomunate dal
talento dell’autrice
nel penetrare anima
e psicologia con un
racconto abitato da
donne fragili, forti,
avventurose o timorose, le cui voci e storie si imprimono nella
memoria del lettore.
Un bel romanzo sulla
condizione della donna e sul rapporto con
la solitudine, in un
tempo in cui si stenta
a ritrovare le proprie radici, attraverso parole, emozioni,
ricordi e rabbia, per
fare un bilancio che
non vuole essere solo
privato, ma anche
sociale.
Il libro è dedicato a
quelli che nella vita
hanno perso qual-
cosa, un amore, un
lavoro, un affetto. E
rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se
stessi. Immergendosi
nella sofferenza e,
superandola, questa
storia ci ricorda come
sia sempre possibile
buttarsi alle spalle la
sfiducia per andare al
di là dei nostri limiti.
Anna Valeria Cipolla
d’Abruzzo ha raccolto
gli slanci di una lotta
contro la solitudine,
l’inadeguatezza e il
senso di abbandono,
raccontando la sto-
ria in un intreccio di
passione e delicata
ironia. Il traguardo
sarà la conquista di
un’esistenza piena ed
autentica, che consentirà finalmente
un riscatto anche familiare.
Roberta Bolelli
Una speciale imbragatura aiuta il piccolo Rotem a camminare
A
r r i va n o s e m pre le mamme
a cambiare la
vita. E se ci sono dolori in ballo sono loro
ad alleviarli.
Questa volta parliamo
dell’ingegno
di una mamma contro
una diagnosi
che non lasciava speranze. Secondo i medici e i
fisioterapisti,
Rotem, 2 anni, affetto
da paralisi cerebrale,
non sarebbe mai stato
in grado di camminare. I medici avevano
ragione. Rotem, che
oggi ha 19 anni e vive
a Gerusalemme, non
può fare a meno della
sedia a rotelle. Ma per
cinque anni,
finché peso e
altezza glielo
consentivano, ha potuto camminare usando le
gambe di sua
madre, grazie
a una speciale imbragatura, inventata
proprio da lei. Oggi
quell’imbragatura rudimentale, costruita
dalla madre di Rotem, Debby Elnatan,
è diventata un vero
e proprio ausilio per
bambini disabili, che
sarà in vendita a partire da lunedì prossimo.
L’azienda nordirlandese Firefly ha infatti trasformato l’invenzione di Debby
nell’imbragatura chiamata “Upsee”.
L’universo femminile si fa più grande
O
ggi il 17,1% degli incarichi nelle aziende
quotate è affidato
a donne (dati Consob), il
doppio dell’anno precedente. Nel settore pubblico va
ancora meglio: nelle 69 Società che hanno rinnovato
i propri Consigli d’Amministrazione il 29,4% degli
incarichi è ricoperto da
donne. Lo conferma anche
il “Global Gender Gap Report 2013” del World Economic Forum che, su 136
paesi presi in esame, vede
l’Italia passare dall’80.mo
al 71.mo per la parità di genere ma ancora al 124.mo
nella parità di retribuzione
tra i sessi.
Sono i dati di un significativo cambiamento in atto
del CIRSFID dell’Università di Bologna, dal
titolo “L’Universo femminile: Donne al vertice
delle Fondazioni pubbliche e private”.
Due relatrici d’eccezione:
Caterina Seia, Direttore
Editoriale de Il Giornale
delle Fondazioni/Il Giornale
dell’Arte - Coordinatrice del
Rapporto sulle Fondazioni
2013-14 - e Silvia Evangelisti, storica dell’arte,
docente dell’Accademia
Belle Arti e dell’Università
di Bologna, già Direttore
Artistico di Arte Fiera.
Partendo dal Focus contenuto nel Rapporto sulle
Donne che sono alla guida
delle Fondazioni private
e pubbliche (tra cui quelle bancarie), sono stati analizzati i processi di
cambiamento in atto nella condizione femminile,
soprattutto nei versanti
più significativi delle arti
delle professioni e delle
imprese, che hanno visto
Caterina Sala e Silvia Evangelisti
significativamente crescere le posizioni manageriali
coperte da figure femminili
con vaste e diversificate
esperienze.
Come ha sottolineato Caterina Seia “il tema femminile non è solo questione di genere, ma è un
modo diverso di guardare
le situazioni con grande
coraggio, con capacità di
mescolare ingredienti, con
sano pragmatismo, con
una forte volontà di arrivare al risultato”. Perché,
come recita il titolo del
Focus “Abituate nella vita
a gestire la molteplicità e
la complessità dei ruoli,
davanti alla crisi inventano
nuovi percorsi con uno stile
tutto femminile che cambia
le organizzazioni e la loro
relazione con il contesto”.
(r.bol)
Libri digitali ed app per avvicinare
i piccoli
L
nella società italiana, cui
ha sicuramente contribuito una più forte e diffusa
consapevolezza delle donne, da cui ha tratto origine
anche la importante legge
sulla parità di genere che
dal 2012 obbliga le società
pubbliche o quotate ad aumentare al primo rinnovo la
presenza di donne nei Consigli d’Amministrazione.
Sono anche i dati discussi in un recente incontro,
organizzato dalla sezione
bolognese di FIDAPA (Federazione Italiana Donne
Arti Professioni Affari) a
Palazzo Gaudenzi, sede
ibri digitali ed app per
avvicinare i più piccoli
alla lettura. Questa la
nuova tendenza registrata
dall’indagine #NatiDigitali,
presentata a Bologna in
chiusura della Fiera del Libro per ragazzi.
Lo studio dimostra come le
nuove tecnologie possano
essere lo strumento giusto
per restituire a bambini e
ragazzi il gusto di leggere.
Infatti, se per la favola
della buonanotte (letta dai
genitori, naturalmente) il
libro cartaceo continua ad
essere il ‘supporto’ che va
per la maggiore, il digitale,
invece, si dimostra estremamente più adatto per
intrattenere i bambini.
Un trend in crescita, che
dimostra la sempre maggiore propensione da parte
dei genitori a far leggere i
propri figli in digitale (so-
prattutto
app ed
ebook).
Nell’ultimo anno
si è passati dal
30,3% di
mamme e
papà che
nel 2013
hanno affermato
di aver
utilizzato
libri digitali al 34,6%.
Il dato più importante,
però, è quel 16,1% di
bambini tra 1 e 14 anni che
legge in digitale almeno
una volta a settimana.
Un segnale di come l’atteggiamento dei genitori
rispetto al digitale stia
poco a poco cambiando e
di come, in questo modo,
simile ad un gioco, i più
piccoli si possano avvici
nare alla lettura. Un segno di cambiamento che
restituisce (qualora ce ne
fosse ancora bisogno) una
maggiore dignità ad una
tecnologia che fino a poco
tempo fa, non dimentichiamocelo, era considerata
poco più che una perdita
di tempo.
Andrea Barrica
9
Il coraggio di un giovane industriale
I
n un momento in cui
la disoccupazione
giovanile è tra le
più alte e le difficoltà
che i nostri figli incontrano nella ricerca di
un qualsiasi posto di
lavoro sono veramente
enormi, è con gioia che
riportiamo ai Lettori l’esperienza di un giovane
che è riuscito ad affermarsi grazie al coraggio,
all’intraprendenza uniti
forse a un po’ di “sana
incoscienza”. Abbiamo
incontrato Massimiliano Collina, fondatore di
Cardnology, e gli abbiamo chiesto come è arrivato a costruire questa
realtà che stampa tessere card personalizzate e
di alta tecnologia.
A 24 anni lavoravo come
docente informatico, ma
pensavo che nella vita
bisogna osare per creare
qualcosa. Ho così deciso
di intraprendere un nuovo
cammino che mi desse
promozionali e prepagate,
tutte ovviamente realizzate
con i massimi standard di
qualità e sicurezza dei dati.
Oltre al servizio completo
di stampa delle tessere,
con personalizzazione e
codifica puntuale ed af-
soddisfazione e potesse
rendere orgogliosi i miei
genitori, che avevo in parte
deluso abbandonando gli
studi universitari.
Cardnology è nata oltre
10 anni fa ed è un’azienda altamente specializzata nella produzione
e nella stampa di carte
plastiche neutre, con banda magnetica, con chip,
carte contactless, carte
fidabile, procediamo poi
al confezionamento finale
secondo le aspettative dei
nostri clienti.
Che target ha la vostra
clientela?
E’ molto varia; infatti,
va dai grandi centri commerciali ai singoli negozi,
dalle ditte individuali, alle
squadre di calcio o pallacanestro. Il nostro obiettivo
è cercare di capire quali
10
sono le esigenze dei singoli
e di realizzarle. Se infatti
è semplice distribuire, ad
esempio, una carta fedeltà per una raccolta punti,
occorre sottolineare anche
quanto sia necessario che
la carta fedeltà diventi uno
strumento per aumentare
il fatturato sia nel breve
che nel medio-lungo periodo, attraendo nuova clientela ed aumentando quindi
la spesa pro-capite. Abbiamo inoltre clienti che, per
esigenze personali , preferiscono stampare in proprio
ed a questi forniamo le
tessere neutre e le relative
stampanti (dimensionate
a seconda del lavoro che
deve essere prodotto) per
metterli in condizione di
essere autonomi, fornendo sempre un servizio di
consulenza e di supporto
tecnologico.
Ci può spiegare quali
sono ora le principali
tessere in uso?
Tra le principali tessere
individuiamo 4 grandi aree:
- Tessere neutre: senza
alcun tipo di tecnologia;
sono adatte per tesserini
di riconoscimento e tessere associative;
- Tessere a banda magnetica: più comunemente utilizzate per veicolare piccole quantità di
dati;
- Tessere a chip (chip
card o smart card): con
il chip esterno a vista,
utilizzate nei più svariati
campi di applicazione;
- Tessere contactless
RFID: a tecnologia più
avanzata, utili per immagazzinare ingenti
mole di dati con la massima sicurezza, dal momento che il chip non è
esterno ed è accessibile
solo a radiofrequenza.
Quali sono i materiali
usati?
Le tessere plastiche possono essere di diversi materiali: dal PVC che può
essere lucido o mattato
(opaco), al PET laminate
che verniciate; dal PET-G a
basso impatto ambientale,
tipicamente utilizzato in
maggior parte nelle produzioni destinate ai Paesi
Scandinavi (molto sensibili
già per legge all’ambiente),
al polistirolo che permette la realizzazione di card
verniciate monostrato in
diversi spessori per quantità enormi e a costi ridotti.
Le tessere, ormai fanno
parte del nostro quotidiano. Complimenti per
questa dimostrazione
di coraggio e di volontà
per aver creato questa
azienda leader nel settore.
Donatella Bruni
La guarigione? Osserviamola allo specchio
I
n questi giorni, i
quotidiani riportano una notizia
che – davvero – è una
buona notizia.
In alcuni reparti oncologici, sono stati organizzati degli incontri
“di bellezza”, per signore che si stanno
sottoponendo a cure
chemio e radioterapiche.
Estetiste, visagisti
ed altri operatori del
settore, insegnano
alle donne tutte le
strategie che servono
a contrastare e ridimensionare gli effetti
che la malattia e le
stesse cure lasciano
sul corpo.
Penso sia davvero una
iniziativa molto importante. L’impatto che
l’esperienza di una
malattia oncologica
produce nella vita di
una persona, coinvolge tutti gli aspetti e
le dimensioni dell’esistenza. Non ultimo, il
possibile cambiamento corporeo.
Gonfiori, perdita dei
capelli, della barba,
delle sopracciglia,
sono tutti possibili effetti collaterali, anche
se mai come oggi,
vengono studiate strategie per ridurli il più
possibile.
Molte persone, di fronte ad una modifica
importante del proprio
aspetto corporeo, possono andare profondamente in crisi. Con
il nostro corpo, con
il nostro viso, noi ci
presentiamo al mondo
e ci rappresentiamo a
noi stessi.
“ Quando mi
guardo allo
specchio, faccio fatica a riconoscermi…”
racconta Anna,
una signora in
cura per una
neoplasia.
Il viso in particolare è la parte
di noi che per prima …
attraverso le espressioni e i tratti somatici
entra in contatto con
la realtà esterna, con
i nostri interlocutori. E
narra loro di noi.
Quasi sempre il paziente tenta di portare nella relazione di
cura con il medico e
l’infermiere la paura,
l’agitazione, il disagio
per un possibile cambiamento corporeo.
Quando si partecipa a
convegni sulla relazione con la persona sofferente, spesso si sente sottolineare quanto
sia importante che
questi vissuti vengano
accolti e compresi.
La realtà però è molto diversa. Spesso le
visite mediche sono
scandite da tempi
estremamente ridotti
e da ritmi veloci; paziente e medico sono
costretti ad una comunicazione essenziale e
quasi sempre unidirezionale.
Senza contare poi che
molto raramente medici ed infermieri hanno avuto la possibilità di una formazione
personale e professionale per la gestione
del contagio emotivo
della sofferenza.
Il rischio è quindi quello che il paziente rimanga solo nell’angoscia di vedere sotto gli
occhi il proprio corpo
cambiare; di sentire
sottovalutati i propri
sentimenti e le proprie
paure. Qualche volta,
addirittura, perfino il
sarcasmo non viene
risparmiato, anche se
come inopportuno risultato di un tentativo
di aiuto.
“… pensa, con i soldi
che risparmierai dalla
parrucchiera, potrai
fare un sacco di altre
cose…”, sempre Anna
si sente dire durante
un ricovero in day
hospital da una operatrice, che - in perfetta
buona fede - cercava
di …tirarla su di morale. Se per una donna,
è difficile far comprendere l’angoscia per le
Come sostenere
le Buone Notizie?
Vedi a pagina 2
modifiche che le cure
infliggono al proprio
corpo, per un uomo
spesso lo è molto molto di più.
Ad un uomo si chiede… di essere forte.
Come se un pianto, un
silenzio, uno sguardo
smarrito, fossero segni di una imperdonabile debolezza.
Tanti anni fa, all’interno di un reparto
oncologico, condussi
un gruppo di aiuto
per signori che avevano subito interventi
urologici importanti.
Allora non si parlava
ancora di chirurgia
endoscopica, le operazioni erano molto
estese e spesso lasciavano esiti importanti.
Ricordo bene i loro
racconti. Il bisogno disperato di dare parole
ad un dolore troppo a
lungo reso indicibile
da assurde convenzioni. Nicola, un signore
di circa sessant’anni,
per la prima volta riuscì a raccontare della
sua grande dispera-
zione per la perdita
completa della barba.
La sua barba.
A lui piaceva, la mattina, farsi la barba
all’antica, con il sapone ed il rasoio a mano.
Gli ricordava di quando suo padre un giorno, quando lui era un
ragazzino, lo prese
accanto a sé e gli insegnò come si faceva:
“… mi sentii un uomo…
quanto vorrei qui mio
padre. Ora, accanto a
me…”
Ognuno di noi ha la
sua vita e con essa la
sua storia.
Il proprio viso ne è il
testimone attento e
contemporaneamente
depositario di ricordi
antichi e cari.
Ecco, perché è così
importante e preziosa
l’iniziativa all’interno
di quei reparti.
Anche ora, nonostante
la fatica ed il dolore della malattia, io
posso guardarmi allo
specchio.
E ritrovarmi.
Paola Miccoli
30
Bastano
Euro
11
Così agevoliamo lo sviluppo dell’individuo
è
di imminente attivazione il Corso base in abilità di Counseling, presso
la Scuola Superiore Europea
di counseling professionale
del Centro Regionale ASPIC
Emilia-Romagna di Bologna.
Chiediamo alla dottoressa
Giuliana Crisman, Anatomopatologo e Psicoterapeuta (i.f. ASPIC) che
cos’è il Counseling?
Il termine Counseling (o
counselling secondo l’inglese
britannico) deriva dal verbo to counsel, a sua volta
derivante dal verbo latino
consulo-ĕre, traducibile in
“consolare”, “venire in aiuto”.
La figura professionale del
counselor nasce in America
negli anni quaranta per venire incontro alla necessità
di tutti coloro che “non desiderando diventare psicologi
o psicoterapeuti svolgono
un lavoro che richiede una
buona conoscenza della personalità umana”.
La professione del counselor
approda poi in Europa attraverso la Gran Bretagna dove,
in breve tempo, si afferma
con ruoli e funzioni specifiche raggiungendo altri paesi
europei, tra cui l’Italia. La
prima scuola di counseling
in Italia fu proprio l’ASPIC,
fondata nel 1988. Da allora
ficacia e dell’autodeterminazione, attraverso un orientamento alla consapevolezza ed
alla valorizzazione delle risorse personali dell’individuo in
un’ottica di integrazione, di
responsabilità, di crescita e
di sviluppo.
In che cosa differisce,
dunque, dalla psicoterapia?
L’ambito circoscritto e specifico ove opera il counseling è
stato già sottolineato,
pertanto le due principali differenze tra il
counseling e la psicoterapia sono:
* la definizione dell’obiettivo concreto e del
contesto spazio-temporale della relazione
counselor-cliente;
* l’esclusione della
psicopatologia come
settore di intervento.
A differenza del paziente nella psicoterapia, il
cliente nel counseling non
ha bisogno di essere curato
né aiutato a superare una
sofferenza psicologica, ma
si avvale delle competenze
del counselor come sussidio
delle capacità che già possiede in modo da conseguire
gli obiettivi che desidera, nei
modi e nei tempi che gli sono
consoni.
sono nate molteplici scuole,
istituti, centri di formazione
volti alla preparazione di
validi professionisti con competenze di counselor.
Inizia così a svilupparsi un’attività professionale che si
focalizza sul concetto di salute, inteso come sviluppo e
promozione del benessere,
dell’autonomia, dell’autoef-
I campi di intervento del
counselor sono perciò definibili con estrema facilità determinando dei semplici punti
di riferimento che si evidenziano in base alle specifiche
formazioni professionali.
In quali contesti è possibile operare il counseling?
In teoria non esiste un campo di attività specifico per
12
il counseling. Se
pensiamo al suo
ruolo come la persona che favorisce lo sviluppo e
l’utilizzazione delle potenzialità già
insite nel cliente,
aiutandolo a superare quei problemi
di personalità che
gli impediscono di
esprimersi piena-
mente e liberamente nel
mondo, ci rendiamo immediatamente conto che tutto
questo può avvenire in ogni
tipo di contesto.
Chiediamo alla dottoressa
Niamh Warde, Psicologa
e Psicoterapeuta (i.f. APSIC) come si può accedere
ad un corso di formazione
al counseling a Bologna?
Presso la Scuola Superiore
Europea di Counseling professionale del Centro Regionale ASPIC Emilia-Romagna
di Bologna in via De Giovanni
18/2 è in attivazione il “Corso
Base in abilità di counseling”.
Il corso base è articolato in
quattro weekend intensivi
(sabato: 15-19, domenica:
9-13 e 14-18) nell’ambito
dei quali verranno affrontati
i seguenti argomenti:
- I principi della comunicazione efficace;
- Empatia e ascolto attivo
nella relazione;
- Empowerment (processo
di crescita, sia dell’individuo sia del gruppo, basato
sull’incremento della stima
di sé, dell’autoefficacia e
dell’autodeterminazione
per far emergere risorse
latenti e portare l’individuo
ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale) di sé e dell’altro;
- Assertività nelle relazioni
professionali e personali;
- Gli ostacoli alla “buona”
comunicazione.
A fine corso viene rilasciato
un attestato di partecipazione
ed è accreditato per gli ECM
per le professioni sanitarie.
è possibile avvalersi
dell’aiuto dei counselors
presenti al Centro Aspic
Bologna come clienti?
I Counselors della sede ASPIC
di Bologna, sul territorio da
molto tempo, hanno inoltre
promosso l’apertura di un
Centro di Ascolto rivolto a
tutti coloro i quali avvertano
la necessità di un sostegno in
un momento particolare della
propria vita. Non vi sono limiti di età o di professionalità:
le difficoltà nell’affrontare un
anno scolastico impegnativo,
un blocco che impedisce il
superamento di esami universitari o di portare a compimento il percorso di studi,
una crisi di coppia, la nascita
di un bambino che ridefinisce
gli equilibri all’interno di una
famiglia, una separazione,
un lutto, la perdita del posto
di lavoro, la diagnosi di una
malattia rappresentano tutti
momenti di forte stress, di
cambiamento, di disorientamento.
Ecco che il Centro di Ascolto,
aperto dal Lunedì al Venerdì offre la possibilità di una
consulenza professionale su
queste tematiche, oltre ad
uno spazio di condivisione e
sostegno. Per informazioni è
possibile visitare il sito www.
aspic.bologna.it, la pagina
Facebook digitando nel motore di ricerca “ASPIC Bologna”, via email scrivendo a
[email protected], oppure telefonando ai numeri 0518495763 e 339-2494997.
Donatella Bruni
Artemisia, un toccasana che viene dalla natura
U
n’antica erba della
medicina cinese potrebbe rivoluzionare le
cure per i tumori. Si chiama
Artemisia Annua o “erba
magica” proprio per questo
suo presunto potere.
A sostenere l’efficacia delle
cure a base di questa erba
di origine cinese sono stati
alcuni medici dell’Università
della California che hanno
condotto studi finalizzati a
dimostrare che questa cura
è efficace anche nella lotta
contro il cancro.
Questo perché l’artemisia
interviene nella distruzione
delle cellule tumorali del
polmone, il che significa
che controlla la crescita e la
riproduzione delle cellule del
cancro infatti, quando entra
in contatto con il ferro, ne
deriva una reazione chimica
che produce i radicali liberi,
che attaccano le membrane
cellulari, smembrandole e
ammazzando il parassita:
attacca le cellule “cattive” e
lascia quelle “buone” intatte.
Questa erba venne dimenticata per un lungo periodo.
Venne riportata alla luce
negli anni settanta, ricercando antiche ricette contro
la malaria, e attualmente
il suo uso è diffuso in Asia
e in Africa per combattere
le malattie trasmesse dalle
zanzare. Era il 1994, quando
si iniziò ad ipotizzare che il
processo potesse funzionare
anche con il cancro infatti le
cellule cancerogene necessitano di tanto ferro per la
riproduzione del DNA nella
divisione cellulare e per
questo motivo, la concentrazione di ferro è più elevata
nelle cellule tumorali che in quelle normali.
L’idea fondamentale era di
“gonfiare” le cellule cancerogene con il massimo
di concentrazione di ferro,
quindi introdurre artemisinina per uccidere, in modo
selezionato, il cancro. Dopo
otto ore erano rimaste solo
il 25% di cellule cancerogene ma dopo 16 ore quasi
tutte le cellule erano morte.
Nel caso della leucemia le
cellule cancerogene furono
eliminate in otto ore. Una
spiegazione potrebbe essere
quella del livello di ferro nel-
le cellule della leucemia, che
hanno la concentrazione più
alta di ferro di tutte le cellule
cancerogene.
Ovviamente studi più pro-
fondi andrebbero eseguiti.
Se questo procedimento
adempirà le aspettative, rivoluzionerà il trattamento di
alcuni tipi di cancro. Un altro
vantaggio sarebbero i costi
ed inoltre si può affermare
, grazie alle migliaia di persone che hanno già provato
l’Artemisinin per il trattamento contro la malaria, che
è senza effetti collaterali.
Non resta che aspettare,
perché la cura con l’erba
Artemisia non è al momento
una cura disponibile: può
essere considerato come un
farmaco in via di sviluppo,
una goccia di speranza, dal
momento che ogni giorno in
Italia si diagnosticano mille
casi di cancro.
E allora non ci resta altro che
“sperare”.
Donatella Bruni
Un complimento? Fa sempre piacere
T
utti lamentiamo,
nel lavoro come
nel tempo libero,
la monotonia della routine, tutti ammiriamo
chi, nell’arte come nella scienza e anche nel
lavoro e nel gioco, si
esprime creativamente; ma quando essere
creativi tocca a noi,
assumiamo spesso un
atteggiamento di autocensura. Certo, la creatività
non si impara e non è insegnabile, se non in piccola
parte, ma è anche vero che
non è prerogativa dei geni,
ma è una risorsa di cui tutti
disponiamo e che tutti dovremmo saper attivare.
Per cominciare può essere
sufficiente allargare la stima di noi stessi: controllare
emotivamente il sospetto di
essere capaci e stimabili. Poi
dovremmo e soprattutto nel
lavoro di gruppo, accettare
di giocare con nuove regole e
di non avere pregiudizi. Non
solo nelle relazioni sociali,
ma anche nel lavoro, sono
sempre più frequentemente
adottate le occasioni e le
tecniche di sollecitazione del
pensiero che si differenzia
dalle procedure per risolvere
dei problemi. Se i problemi
sono nuovi, insomma, non
basteranno per risolverli i
metodi vecchi. Una volta su
mille succede che quelle che
sembravano sciocchezze o
parole in libertà, erano inve-
ce l’embrione di una novità
preziosa.
Diciamo che non possiamo
sopportare l’adulazione, ma
ci fa piacere una lode sincera. In realtà, però, una lode
sincera, il più delle volte ci
mette a disagio. Nonostante
ciò anche se desideriamo e
abbiamo bisogno dei complimenti, quando ce li fanno
di solito non sappiamo come
reagire. Probabilmente ciò si
verifica, perché la gente accetta una lode con la stessa
cautela con cui riceverebbe
una bomba ben incartata.
Molti sono convinti di dover
ricambiare il complimento
così come si sentono in obbligo di ricambiare un invito
a cena. Alcuni, anzi, si agitano in maniera esagerata,
pensando che i rapporti con
la persona che ha fatto il
complimento siano condizionati da fattori esterni e
cercano di ricambiarlo al più
presto. Una parte della società, fin da bambini, è stata
abituata a non vantarsi e
non gradisce sentirsi lodare
per paura di sembrare
presuntuosi.
Chi fa un complimento assume, temporaneamente, la veste di
giudice, pertanto chi lo
riceve può aspettarsi di
essere criticato la volta
successiva.
Poiché i complimenti,
come ho sottolineato,
possono suscitare delle
ansie, è bene imparare
anche a farli oltre che riceverli. Ma ci sono persone
così abituate ai complimenti
che, di fatto, sono incapaci
di farne a meno. Credo che
tutti noi dobbiamo imparare
ad avere coscienza dei nostri
pregi e difetti, per dare a noi
stessi una valutazione abbastanza esatta della nostra
capacità. Sì, è un fatto che
abbiamo bisogno di un po’ di
approvazione da parte degli
altri. Non conosco nessuno
che soffra per i troppi elogi.
E’ che la maggior parte di
noi è stata tanto rimproverata o criticata nella vita
che, quando riceviamo un
complimento, non crediamo
che sia vero.
Forse il segreto più importante per apprezzare un
complimento sta nel sapere
come rispondere. Un semplice “grazie” è di solito la risposta migliore con l’intento,
comunque, di fare sempre
meglio per ottenere sempre
più complimenti.
Giorgio Albéri
13
Se a 85 anni il lavoro è ancora fondamentale
“I
l lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a
guardarlo!”scriveva Jerome
k. Jerome, l’autore del libro: “Tre uomini in barca”.
Eppure dopo più di 85 anni
che lo fa, Irving Kahn non
è stanco del suo lavoro e,
per lui, esso è un’autentica
droga che non lo stancherà
mai. Ha iniziato nel 1928,
prima della “grande depressione” del 1929, che
mise sul lastrico stuoli di
milionari e creò una povertà diffusa. E, ancora oggi,
a 108 anni, Irving Kahn si
reca in ufficio a Maddison Avenue, nel cuore di
New York, dove compera
e vende azioni per la sua
azienda: la Kahn Brothers
e per i clienti cha a loro affidano i risparmi. è longevo
di una famiglia di longevi:
il fratello più giovane ha
103 anni e due sorelle sono
morte ultracentenarie.
Irving Kahn, ha consegui-
to il master alla Columbia
Business School ed è stato
un assistente di Benjamin
Graham e tuttora continua ad ispirarsi agli insegnamenti del suo maestro.
Ammonta a più di 700milioni di dollari il portafoglio
che Irving Kahn gestisce,
assieme ai figli, per i clienti
della Kahn Brothers.
La filosofia di Benjamin
Graham era basata sulla
prudenza: lui era l’inventore del “value investing” che
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si basa su alcune considerazioni sul come valutare
il valore di un titolo. Come
il suo maestro, il discepolo Irving Kahn guarda,
infatti, alla dimensione
dell’azienda: per Benjamin Graham, le industrie
dovevano avere un fatturato di almeno 100 milioni
di dollari; il totale degli
“assets” - il patrimonio in
senso lato - doveva avere
un valore pari almeno al
doppio dell’indebitamento;
vi deve essere stato costantemente “un qualche
guadagno” negli ultimi 10
anni; vi deve essere stato il
pagamento continuo di dividendi negli ultimi 20 anni
ed altri concetti ancora.
Si tratta di fare investimenti molto prudenti e la
prudenza non va certo di
moda ai giorni nostri. Non
va di moda nel mondo degli
affari e neanche nella vita
in generale. Eppure la prudenza può essere un modo
per mantenere il benessere
in una famiglia, od in
un’azienda:
la sua finalità è la preservazione
dell’individuo e della
specie.
C’è chi adora i soldi, non so
se sia il caso
di Irving
Kahn, c’è
chi odia i soldi: “lo sterco
del diavolo!” e c’è chi rispetta il denaro e ne è consapevole della necessità di
queste monete, banconote
e carte di credito, ma di
esse non n’è schiavo. Vi
deve essere, infatti, il rispetto per i denaro ma,
anche, la consapevolezza
che un uomo rimane tale,
solo se si considera il denaro uno strumento e non
un fine; se, insomma, egli
si rende conto che un gior-
no lascerà i beni di questo
mondo ed essi, come il suo
corpo, marciranno. Il modo con il quale un
uomo si rapporta al denaro
può, indubbiamente, fare
la differenza tra una brava
persona ed una da cui gli
altri esseri umani preferiscono stare volentieri alla
larga. Il rapporto con il
denaro può rendere una
persona avara o altruista,
un tiranno o un filantropo.
E la mente si può ammalare
tra deliri di ricchezza e di
conseguente onnipotenza
e deliri di rovina. Il delirio è, per definizione, una interpretazione
alterata della realtà quindi
riguarda la psicopatologia.
La “grandiosità” per la
mancata consapevolezza
dei propri limiti e la “parsimonia” si ritrovano con una
certa frequenza in campo
geriatrico. L’anziano torna
un po’ il bambino che era
con l’aggiunta del suo vissuto. Chissà che bambino era
Irving Kahn? E chissà quale
è il suo rapporto personale
con il denaro? Proverà piacere a maneggiarlo o la sua
soddisfazione è nel sentirsi
incaricato di una responsabilità: quella di investire
i risparmi di una famiglia?
Si sa, che il decano di tutti
gli agenti di borsa, legge
due quotidiani al giorno,
nonché numerose riviste
ed un libro di scienza tutte
le settimane. Egli mantiene
una sana curiosità per tutto
ciò che lo circonda: il cervello ha bisogno di stimoli.
L’uomo ha bisogno di progetti e suo figlio, Thomas,
dice che: “invecchiando si
diventa più saggi”. Forse il mondo ideale dovrebbe essere un mondo
senza denaro il quale denaro, oltre ad essere fonte
di invidia - la madre dell’odio - può, effettivamente,
creare ingiustizie ed essere
responsabile di tumulti e
guerre. Per quanto tempo
ancora un quarto del mondo potrà continuare a detenere le ricchezze, incurante
della povertà di miliardi di
persone? Dicono che: “il
denaro fa girare il mondo”,
non so se sia così ma, per
esso, un uomo di 108 anni
si reca tutti i giorni in ufficio
ed è l’agente di borsa più
vecchio del mondo, sempre
alla ricerca di un buon affare. A pensarci bene, Irving
Kahn potrebbe diventare
l’eroe dei vari ministri del
welfare in tutto il mondo:
la dimostrazione vivente
che si potrebbe spostare
l’età pensionabile, magari,
a 110 anni e...riuscire a
risparmiare tanti soldi!
Stefano Crooke
Inseguo la Pop Art ma sogno sempre Bologna
D
i origini tedesche, la giova n e S a r a h
Corona si è trasferita a Bologna per
intraprendere studi
d’arte. Per quanto
poi, una volta trovata
la chiave, non si è di
certo fermata davanti agli ostacoli, ma,
anzi, si è rimboccata
le maniche e ha proseguito verso il suo
innamorata di quella
che oramai era diventata la ‘sua’ città,
ovvero Bologna, a
un certo punto ha
avvertito l’esigenza
di evadere da una
realtà divenuta forse
un po’ troppo stantia.
E così ha deciso di
spiccare il volo verso
lidi lontani, trovando
nella Grande Mela il
punto di partenza di
un cammino professionale nuovo. Sono
bastati pochi mesi a
Sarah per capire quali fossero le tendenze
dell’arte contemporanea in America,
obiettivo: fare. Da
qui la nascita di ben
tre gallerie pop-art, a
proposito delle quali
sarà la stessa curatrice a parlarcene….
Sarah, come mai
ha deciso di lasciare Bologna? Forse
offriva poche opportunità lavorative?
A Bologna ho lavorato parecchi anni
come assistente di
galleria, poi ho sentito la necessità di
respirare aria nuova
e di cambiare vita.
Così ho pensato di
trasferirmi oltreocea-
no e di intraprendere
l’attività di curatrice
indipendente di mostre e consulente.
Al momento lavoro prevalentemente
con artisti giovanissimi. Inoltre, ritengo
che un’esperienza
all’estero sia sempre
molto formativa e
utile a livello professionale. Tuttavia,
rimango molto legata
a Bologna e credo
abbia tantissimo da
offrire, perciò prima
o poi vorrei tornare.
Forse per seguire
più da vicino il portale da lei ideato….
’www.b-a-g.net’ è
un portale gratuito
per la comunicazione delle attività delle
gallerie giovani a Bologna. Lavorando in
una galleria mi sono
accorta che in città
mancava un servizio
di questo tipo e quindi l’ho creato io.
E invece in America
di cosa si occupa?
Tr a i l r e p o r t a g e
sull’arte e il coordinamento di un corso
per giovani curatori,
è nato Il progetto ‘sarahcrown’ con l’obiet-
tivo di ‘svecchiare’ il
concetto tradizionale
di galleria. Iniziato
come gioco l’anno
scorso, ho aperto delle ‘pop-art gallery’,
ovvero delle gallerie
temporanee ricavate
dal recupero di spazi
abbandonati. Finora ne ho aperte tre,
una nel Lower East
Side, una a SoHo e
l’altra nell’East Village. Più una mostra
collettiva a TriBeCa,
realizzata insieme ad
altre due curatrici. In
questo modo tutte
le persone coinvolte nel progetto ne
traggono vantaggio:
il proprietario del locale (che si ritrova
il proprio immobile,
messo a nuovo gratuitamente), i giovani
artisti (che hanno
una vetrina per farsi
conoscere) ed io che
posso usufruire di
uno spazio espositivo
slegato dalle regole
del mercato.
Con che fondi ristruttura i locali?
In parte grazie ad un
team-working ed in
parte grazie a degli
sponsor. Spesso anche le persone del
quartiere aiutano a
sostenere il progetto,
anche senza richiedere in cambio niente, poiché mossi dalla
volontà di socializzare e vivacizzare la
zona.
Insomma, un po’
come a Bologna….
Sarebbe bellissimo se
fosse così! Diciamo
che oggi in America
il mercato dell’arte,
soprattutto giovane,
funziona meglio. Le
piccole gallerie riescono a vivere e
a portare avanti la
loro attività, ci sono
format diversi, più
sostengo da parte
della città, mentre
in Italia, oggi come
oggi, mi sembra ci
sia una situazione un
po’ meno favorevole.
Sono però convinta
che con determinazione e spirito d’impresa si possano raggiungere (quasi) tutti
gli obiettivi anche nel
Bel Paese.
Manuela Valentini
15
La fattoria di Federico
Fiabe per bambini, genitori e nonni
E dopo l’amore, parliamo di cinismo e cattiveria.
I FURBI E I FESSI
M
olto tempo fa, quando Pietro, la carpa, era ancora
giovane, un drammatico
evento aveva messo sottosopra
lo stagno e i suoi abitanti.
Una sera di fine estate, alla tana
di Ugo, il ranocchio, si era presentata una biscia d’acqua, di
quelle che abitano i fossi e gli
stagni.
Lidia, si chiamava ed era giovane, flessuosa e di modi garbati.
Chiese ad Ugo se poteva, per
quella notte, pernottare nello
stagno e domandava, cortesemente, se aveva qualcosa da
darle da mangiare, giusto qualche larva, un pizzico di mosche,
un po’ di zanzare; stava facendo
un lungo viaggio ed era stanca
ed affamata.
Ugo, favorevolmente colpito dalle
maniere gentili e dal piacevole
aspetto di Lidia, la invitò ad entrare e divise con lei, visto che
avevano gli stessi gusti, il pasto
serale.
La biscia, per sdebitarsi, volle
raccontare ad Ugo e alla sua
famiglia, che le si era stretta intorno, qualcosa del paese da cui
veniva, proposta che fu accolta
con piacere: il racconto avrebbe
attenuato la monotonia della
serata, non passava di lì mai nessuno e da tempo non vi accadeva
nulla d’interessante.
“È un posto molto bello, quello
da cui provengo – cominciò a
raccontare Lidia – gli inverni
sono miti, le tane sono luminose
e confortevoli, il cibo abbondante
per tutti e non occorre lavorare
per procacciarselo”.
“Dov’è questo paese?” chiese
16
Ugo.
“A un giorno da qui, verso est” fu
la sua evasiva risposta.
Poi, narrò loro una fiaba: di un
drago tutto d’oro che piacque
molto ad Ugo e alla sua famiglia.
Il mattino seguente, al momento
del congedo, il ranocchio chiese
a Lidia quando sarebbe tornata
a trovarlo.
“Fra due giorni - gli disse – rientrando, passerò di qui con alcuni
amici e vi racconterò un’altra
fantastica storia”.
“Bene, inviterò vicini e parenti
che saranno felici di conoscerti e
di ascoltarti” propose Ugo,
“Ben volentieri, fa che siano
numerosi!” gli rispose la biscia.
Puntuale, due giorni dopo, Lidia
si ripresentò accompagnata da
due giovani amici, Piero e Daniela.
Nella tana di Ugo c’erano molte
rane, tutte desiderose di ascoltare le storie della simpatica serpe.
Parlò ancora del fantastico paese
in cui abitava e narrò loro un’altra
bellissima fiaba: di una fontana le
cui acque facevano ringiovanire
chi le beveva.
Alcuni dei presenti chiesero a
Lidia se potevano andare con
lei, erano curiosi di visitare quel
meraviglioso paese; il rettile si
disse felice di poterli ospitare.
Quindi si misero in cammino, rifiutando il rinfresco a base di mosche e larve che i ranocchi avevano preparato per loro: “Grazie,
ma non disturbatevi, mangeremo
qualcosa strada facendo– disse
Lidia – abbiamo portato con noi
una gustosa merenda; tornerò
a trovarvi la prossima settimana
Testo di Federico Nenzioni
Disegni di Rosa Pesci
carpa a trarla, in versi, naturalmente:
Gira il mondo, gira in tondo
c’è chi sale e chi va a fondo
c’è chi è abile e c’è chi è gonzo
c’è chi mangia e chi è mangiato
qual è il senso del creato?
Qual è il nesso?
C’è chi è furbo e c’è chi è fesso
Appendice
e mi auguro che siate ancor più
numerosi di oggi”.
Pietro, la carpa, venuto a sapere
quanto stava accadendo in superficie, chiamo a sé Ugo e gli
ordinò di tenere lontano le bisce
dal loro mondo, perché crudeli e
bugiarde.
Il ranocchio, punto sul vivo, gli
rispose, anche a nome della sua
comunità, che lui, Pietro, costretto dalla natura a vivere sul fondo
fangoso dello stagno, non era in
grado di giudicare le scelte di
vita degli animaletti di superficie.
Che il paese delle bisce esiste
veramente ed è così meraviglioso
che chi c’era stato non l’aveva poi
più lasciato.
Pietro, impermalito, come faceva
di solito quando era arrabbiato,
si nascose sotto il fango del fondo a meditare, dimenticandosi
completamene di quanto stava
accadendo a pelo d’acqua.
Trascorsa una settimana, Lidia
tornò potando con sé, oltre a
Piero e Daniela, anche Mariangela e Laura.
Ad accoglierle era lì convenuto
un gran numero di rane che si
accalcavano davanti alla tana di
Ugo, ormai strapiena.
Lidia, soddisfatta, cominciò a raccontare la storia di alcune rane
che si erano lasciate abbindolare
da delle astute bisce che avevano
fatto loro credere che venivano
da un paese meraviglioso. Quando, poi, alcune di esse erano
andate con loro per visitarlo, se
le erano pappate tutte strada
facendo.
A questo punto, a quelle povere
meschine si aprirono gli occhi,
ma ormai la trappola era scattata
e molte di esse finirono nei famelici ventri di quegli ingordi rettili.
La morale fu Pietro, la saggia
Non attribuire a consapevole
malvagità ciò che può essere
adeguatamente spiegato come
stupidità. Non sottovalutare mai
il potere della stupidità umana.
Robert Anson Heinle
Il tema di questa fiaba è la cattiveria.
Diverse possono essere le cause
di un’azione riprovevole: ignoranza, superficialità, egoismo,
stupidità.
Ma nel nostro caso ci troviamo
di fronte ad una cattiveria che
possiamo definire istintiva, cinica
e crudele.
Quelle bisce sono cattive per il
piacere di esserlo e praticano la
loro perfidia in modo sistematico,
traendone un perverso piacere.
Prima di far scattare la loro trappola, preparata con cura, si divertono a rivelare a quegli sciocchi
ranocchi i particolari della loro
trama criminosa con perfido cinismo, godendo della loro paura.
Il cinismo è un atteggiamento di
disprezzo nei confronti di qualsiasi ideale e sentimento.
Un’azione riprovevole può essere dovuta alla scarsa o nulla
conoscenza di una circostanza;
in questo caso è involontaria.
Prima d’intraprendere un’azione
è bene prevedere le conseguenze
che potrebbe causare.
Più gravi e riprovevoli sono le
azioni generate dall’egoismo.
Gli egoisti vivono rinserrati in loro
stessi, dediti esclusivamente al
loro tornaconto personale, sordi
ai bisogni e alle aspettative degli
altri.
Queste persone finiscono per
essere emarginate e, dato che
ciascuno di noi per realizzarsi ha
bisogno del prossimo, ne trarranno un grave danno.