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Itinerari
L’Arco dir. resp. Ennio Junior Pedrini - Stampa Sarnub Cavaglià (BI) Dist. mezzi propri - Aut. del Trib. di Torino del 16/04/1958 - settembre 2014
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suo territorio, i suoi aspetti culturali
e poetici, la sua natura legata ad un
popolo forte, solido, ancorato alle
proprie tradizioni ed ai suoi principi.
Certo, sapere chi sono: Costantino Nigra, Guido Gozzano,
Giuseppe Giacosa, Camillo Olivetti, ecc. è importante, ma
non è tutto. La memoria storica che ha segnato la vita del Canavese si deve fondere necessariamente con il tempo in cui
si vive, ed è proprio questo l’obiettivo che Itinerari Piemonte si
pone con gli approfondimenti sul Canavese. Oggi, nella congiuntura che attraversa l’intera Europa anche il nostro Canavese risente di una crisi che attanaglia l’intera società e promuo-
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vere la nostra terra, i nostri Comuni,
le nostre bellezze artistiche e storiche, i nostri prodotti dell’agricoltura
ed in seno lato il nostro patrimonio,
diventa quindi un traino ed un veicolo dalle intenzioni chiare, quello di
interessare e rilanciare l’intera area
nella quale siamo noi i protagonisti
dell’oggi. Noi, inteso come popolazione nel suo complesso, dove
ognuno può e deve fare la propria
parte, sia esso operatore turistico,
sociale, imprenditore agricolo, o libero professionista. Lo sforzo è teso
ad allargare i confini, a stuzzicare i vicini liguri, lombardi e valdostani, per
fargli conoscere le nostre proposte
turistiche, culinarie, i nostri appuntamenti di grande richiamo tra cui non
possiamo esimerci dal ricordarne
alcuni: il carnevale di Ivrea, il torneo
di Maggio di Cuorgnè, il carnevale
di Chiavasso, le sagre dell’uva tra
le quale spicca Caluso, la mostra
della ceramica ci Castellamonte, la
Fiera del Canavese di Rivarolo, ed
una miriade di piccole manifestazioni popolari. In questi appuntamenti
sul territorio si riscopre il gusto dello
stare insieme, si riscopre la bontà
del genuino e degli antichi piatti che
ci collegano al nostro passato di ingredienti e prodotti semplici stupendamente mescolati ai colori ed alle
stagioni della nostra terra.
Ecco quindi che la Guida Itinerari,
senza aluna pretesa, diventa un utile
mezzo di informazione e proposta
con il quale ci auguriamo di cogliere
gli obiettivi sopra esposti traducendosi in un mezzo rapido di consultazione ed indirizzo con delle ricadute
positive sull’economia del nostro
Canavese.
Il direttore
Ennio Junior Pedrini
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Altitudine: 253 m.
Superficie: 30,19 Km²
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Bollengo; Burolo
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Chiaverano; Fiorano
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TERRITORIO Ivrea attraversata dal fiume Dora Baltea, un affluente del Po, è collocata in un’area formatasi da un grande ghiacciaio del Pleistocene, il quale
trasportò nel tempo numerosi detriti che andarono a
formare una serie di rilievi morenici, tra cui la cosiddetta Serra Morenica, considerata la collina più lunga,
massiccia e dritta d’Europa, circa 25 km, e che separa
il Canavese settentrionale dal Biellese. La particolare
disposizione delle strutture moreniche infatti, tende
a formare un vero e proprio anfiteatro geologico, nel
quale Ivrea è collocata al centro.
In seguito al ritiro dell’ultima glaciazione (9700 a.C.
circa), la zona si arricchì di numerosi laghi morenici,
che ancor oggi circondano la città. Essi sono principalmente cinque, il Lago Sirio, il Lago San Michele
(verso Chiaverano), il Lago Pistono di Montalto Dora,
il Lago Nero (tra Montalto Dora e Borgofranco) e il
Lago di Campagna di Cascinette; poco più lontano, si
trovano anche il Lago di Viverone (già sotto Provincia
di Biella) e il Lago di Candia (verso il basso Canavese),
oltre che altri vari piccoli specchi d’acqua sparsi.
Strategico crocevia viario già in tempi remoti, ad ovest
di Ivrea è possibile raggiungere la Valchiusella, mentre a nord la regione Val d’Aosta. A nord-est, nonostante la vicinanza con Biella (20 km in linea d’aria, 35
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km su strada), Ivrea fa ancora parte della provincia di
Torino, a circa 57 km dal capoluogo di regione.
Il centro storico di Ivrea si inerpica su una collina che
porta al Castello sabaudo ed al Duomo, mentre la parte moderna si estende in piano, occupando entrambe
le sponde della Dora Baltea ed i territori circostanti.
Verso sud, si accede invece al Canavese, verso Torino. Nel 1468, per volere di Jolanda di Francia, venne
costruito il cosiddetto Naviglio di Ivrea, un canale irriguo destinato a rifornire di acqua le risaie del vercellese e che, essendo in origine navigabile, permetteva il
collegamento tra Ivrea e Vercelli.
STORIA - Il nome antico è Eporedia, nome ancora
spesso utilizzato per chiamare la città. Fu fondata dai
Salassi, intorno al V secolo a.C., un popolo d’origine
celtica stabilitosi nel Canavese, dove ivi eressero un
villaggio fortificato. Il toponimo potrebbe quindi derivare dalla divinità celtica Epona, tuttavia l’ipotesi più
accreditata è quella della contrazione dei termini gallici epo, a sua volta derivante dal greco antico ippo,
(cavallo), e reda, cioè carro a quattro ruote, indicandola come già strategica stazione viaria di carri equestri
per gli accessi cisalpini.
I romani latinizzarono il nome, che subì delle varianti,
quali Iporeia, quindi Ivreia, Ivrea. A partire dal I secolo
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Ricordo di questo periodo è l’ancor esistente Torre di
Santo Stefano, alla fine di Corso Botta, fortemente voluta e sovvenzionata dal papa Niccolò II per riaffermare il potere sulla città, all’epoca utilizzata come campanile dell’adiacente convento di benedettini (oggi
inesistente), distaccamanto dell’abbazia di Fruttuaria
di San Benigno Canavese.
Nella seconda metà del secolo XII tentò di affermarsi
il potere politico dei marchesi del Monferrato, istituendo il territorio del “comune di Ivrea e Canavese”, ma
destinato comunque a soccombere nelle prime decadi del secolo successivo.
Nel 1238, l’imperatore Federico II pose la città sotto il
suo dominio; nel seguito, la signoria della città tornerà
ad essere disputata tra il vescovo di Ivrea, il marchese del Monferrato ed altri potentati, tra cui il conte di
Savoia. Nel 1356, Ivrea passò, dunque, sotto il dominio del Conte Verde di Savoia e, nella seconda metà
del secolo XIV, la città assistette alla rivolta contadina
contro i soprusi dei nobili canavesani che va sotto il
nome di “tuchinaggio”.
Fatta eccezione di brevi periodi di occupazione spagnola e poi francese nel secolo XVI, Ivrea rimase alle
dipendenze dei Savoia praticamente per tutto il periodo tra il XV e il XVIII secolo.
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Nome abitanti Eporediesi
Patrono San Savino
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a.C. fu infatti colonia romana, collocata a presidio della
via militare che dalla pianura piemontese si spingeva
nelle valli della Dora Baltea. Particolarmente rilevanti,
tra le testimonianze archeologiche di questo periodo,
sono i ruderi dell’anfiteatro, collocato a breve distanza
dall’attuale centro storico.
Nel periodo longobardo invece, Ivrea diventò sede
dell’omonimo ducato, tra il VI e il VII secolo. All’inizio
del secolo VIII, Ivrea diventò contea (o Marca), sotto il
regno franco, attraverso la nascente dinastia Anscarica. Qui, dopo un periodo di contrasti col vescovo Warmondo (potestà della città), nell’anno 1000 fu conquistata dal marchese Arduino da Pombia il quale, l’anno
dopo, a Pavia, verrà eletto Re da una dieta di principi
e signori contro il volere dell’imperatore Ottone III di
Sassonia. Ivrea diventò città capitale del cosiddetto
Regnum Italicum, un abbozzo del futuro Regno d’Italia, parzialmente unificato almeno a nord; Re Arduino,
in forte contrasto sia con la chiesa di Ivrea che con
quella di Vercelli, fu scomunicato dal papa Silvestro II,
e restò sul trono fino al 1014, anno in cui fu costretto
alla fuga dalla città e all’esilio nell’abbazia di Fruttuaria
dove morì nel 1018. Sul finire dell’XI secolo, dopo il
periodo degli Arduinidi, Ivrea tornò ad essere dominata dalla signoria vescovile.
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Municipio e Piazza Nazionale La piazza principale storica di Ivrea, sebbene sia una
delle più piccole, è situata nell’antico borgo storico e divide in due parti la via centrale,
cioè via Palestro-Via Arduino. Anticamente, veniva chiamata Piazza Palazzo di Città o,
più semplicemente Piazza di Città, un nome ancora rimasto nell’odierno linguaggio popolare. Essa ospitava alcuni edifici, tra cui un antico ospedale, il De Burgo, dismesso nel
1750 e sostituito dall’attuale Palazzo di Città, cioè il Palazzo Civico, sede del Municipio,
su disegni dell’architetto Giovanni Battista Borra, e dal quale spicca l’alto campanile con
orologio[10].
Con la nascita di Vittorio Emanuele I (1759), la piazza fu prima intitolata al
Re, ma, in seguito, fu rinominata Piazza Ferruccio Nazionale, in ricordo del partigiano qui
impiccato nel 1944.
Chiesa di San Gaudenzio
È una piccola chiesa di architettura tardo barocca edificata tra il 1716 ed il 1724, attribuita all’architetto sabaudo Luigi Andrea Guibert. L’edificio sorge su una piccola altura,
un tempo fuori dell’abitato di Ivrea, mentre oggi è completamente circondata (tranne la
facciata) dallo sviluppo urbano. All’interno è conservato un notevole ciclo di affreschi di
Luca Rossetti da Orta con scene dedicate alla vita di San Gaudenzio, santo del IV secolo
che si ritiene nativo di Ivrea.
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Chiesa di San Bernardino La Chiesa di San Bernardino è decentrata rispetto al centro
storico, nell’area industriale Olivetti di Via Jervis. È in stile gotico, di modeste proporzioni,
costruita insieme all’annesso convento nel 1455 dall’ordine francescano dai Frati Minori.
L’edificio venne quindi completato nel 1457, a pianta quadrangolare con volte a crociera.
Nel 1465 ebbero luogo dei lavori di ampliamento, con la costruzione di una navata per
l’accesso al pubblico e di due cappelle laterali. Il monastero iniziò il suo declino verso la
fine del XVI secolo e nel Settecento il complesso subì un ulteriore degrado a causa delle successive occupazioni militari, sino alla conquista napoleonica ed all’abolizione delle
proprietà ecclesiastiche.
La Sinagoga Venne edificata nel 1870 in seguito all’espansione della comunità ebraica.
L’edificio sorge in via Quattro Martiri nel centro storico della città. Dopo un periodo di abbandono, venne ristrutturato nel 1999 e usato anche per lo svolgimento di varie attività culturali.
Il Castello (secolo XIV) Celebrato anche da Carducci, nel verso citato in testa a questa pagina, il castello delle tre torri è un po’ l’emblema della città. Fatto edificare (1357) da Amedeo
VI di Savoia; realizzato interamente in mattoni, a pianta trapezoidale con quattro torri circolari
poste a suoi vertici, era stato pensato come fortificazione difensiva (funzione che poi non
svolse rivelandosi insufficiente, con l’introduzione della polvere da sparo, a sostenere i colpi
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(sotto al terzo ponte)
dell’artiglieria). Adibito a ricovero, un fulmine fece
esplodere, nel 1676, una delle quattro torri utilizzata
come deposito di munizioni: non venne più ricostruita.
Già utilizzato come carcere, oggi è saltuariamente
sede di mostre e manifestazioni.
Il Ponte Vecchio e il Borghetto La zona della città
caratterizzata dal Ponte Vecchio si riferisce al ponte
romano costruito intorno al III secolo che oltrepassava la Dora Baltea e portava fuori le mura difensive,
nel cosiddetto Borghetto, un arroccamento di antiche case e botteghe artigianali, successivamente
racchiuso da mura difensive a tre accessi, rispettivamente verso Banchette, Pavone e Torino.
Nei
secoli successivi, il ponte fu rifatto in legno, mentre
nel Medioevo fu rinforzato e provvisto di due torrette, di cui quella esterna aveva anche un ponte
levatoio. Intorno al XVII secolo il legno fu sostituito
da un ponte in muratura, quindi ancora rinforzato nel
secolo successivo, e successivamente allargato nel
1830.
Oggi il ponte è ancora pienamente funzionante,
costituendo l’odierna Via delle Rocchette, ma per la
viabilità principale viene utilizzato il ponte adiacente,
di costruzione più recente, Il Ponte Isabella, su Corso
Nigra. In fronte a esso si accede al romantico Lungo
Dora, con una grande ed artistica fontana dedicata
a Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima fabbrica,
opera dello scultore Emilio Greco nel 1957.
La Torre di Santo Stefano Come già detto, la torre
di Santo Stefano fu il campanile dell’omonima abbazia benedettina dell’XI secolo, costruita per volere
del vescovo Enrico. Poco si conosce riguardo alla
struttura originale del complesso, dato che al giorno
d’oggi sono rimaste poche testimonianze storiche.
La torre (e quindi l’abbazia) venne costruita con laterizio di probabile origina romana, mentre da un punto
di vista architettonico risulta essere un esempio di
architettura romanica canavesana. L’abbazia venne
distrutta parzialmente durante il dominio francese nel
1558, per ordine del maresciallo Charles Ier de Cossé
conte di Brissac, e successivamente nel 1757 per
mano del conte Perrone. Quest’ultimo volle ampliare
il giardino del suo palazzo (oggi sede del Tribunale),
che un tempo si affacciava sull’area. Il risultato fu la
distruzione completa del complesso, eccezion fatta
per la torre campanaria che ancora oggi si trova nei
giardini pubblici di Ivrea
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Il 26 maggio 1800, Napoleone venne accolto a
Ivrea insieme alle sue truppe vittoriose; tuttavia,
nel 1814 la città ritornò ai Savoia, con Vittorio
Emanuele I, re di Sardegna. Dal 1859 al 1927
Ivrea diventò il capoluogo dell’omonimo circondario, uno dei cinque in cui era suddivisa la provincia
di Torino del Regno di Savoia, fino all’Unità d’Italia.
Il XX secolo vide la città protagonista di un nuovo
polo industriale, con la fondazione della prestigiosa fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, a partire dal 1908.
Nel 1927 la città ,insieme a ben altri 112 comuni
dell’alto Canavese, viene annessa alla Val d’Aosta,
per costituire una nuova Provincia di Aosta. Tale
annessione verrà sciolta nel 1945, per ritornare
sotto la Provincia di Torino. Sul finire degli anni
ottanta, con la chiusura dell’Olivetti, l’economia
della città subirà un duro colpo; qualche anno più
tardi, la città diventerà sede della società di telecomunicazioni mobile Omnitel-Vodafone Italia.
MONUMENTI:
Duomo di Santa Maria Il reperimento di cospicui resti
di costruzioni romane visibili nelle parti più antiche della
chiesa o rinvenuti durante gli scavi ottocenteschi per
l’edificazione della nuova facciata, fanno ritenere che
sopra l’altura sulla quale oggi si erge il duomo, fosse
già presente, fin dal I secolo a.C., un tempio romano in
asse con il sottostante teatro (di cui sono ancora visibili
alcune tracce). Tale tempio fu poi trasformato in chiesa
cristiana tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, quando
venne istituita la diocesi di Ivrea. Espanso verso l’anno
1000 per iniziativa del vescovo Warmondo, si conservano oggi, dell’antica struttura romanica, i due campanili, le colonne visibili nel deambulatorio dietro l’abside
e la cripta affrescata (contenente un antico sarcofago
romano, che la tradizione vuole abbia poi conservato
le spoglie di San Besso, copatrono di Ivrea assieme a
San Savino). Nel corso della ricostruzione avvenuta nel
XII secolo, in seguito al terremoto del 1117, la cattedrale cambiò dunque profondamente la propria fisionomia
adottando una pianta assai più simile a quella odierna.
Nel 1516 il vescovo Bonifacio Ferrero fece edificare
una nuova facciata con un portico in stile bramantesco
che sostituì l’antica facciata romanica. Nel 1854 essa
venne a sua volta sostituita dall’attuale facciata neoclassica, ideata dall’architetto Gaetano Bertolotti.
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Altitudine: 270 m.
Superficie: 11 Km²
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Canton Moretti
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Comuni confinanti:
Ivrea
Mercenasco
Pavone C.se
Perosa C.se
Scarmagno
Strambino
del territorio di Romano fu motivo di contrasto tra
il vescovo di Ivrea e i Savoia. Alcune tra le famiglie
nobili più potenti erano gli Orengiano e i conti di San
Martino.
Nel XVI° secolo Romano e i suoi abitanti furono coinvolti negli scontri tra le armate spagnole e francesi; è
di questa epoca la descrizione del paese come una
fortezza imprendibile munita di torri e ponti levatoi e
difesa da mura e fossati.
Romano tornò ad avere un momento di gloria nel
1800 al tempo della Battaglia del Chiusella in cui
emerse la figura del romanese Giacomo Pavetti,
generale di Napoleone. Lo scontro tra l’esercito napoleonico e gli Austro Piemontesi presso il torrente
Chiusella fu immortalato in un interessante dipinto
conservato nel Museo di Versailles.
Di quest’epoca rimane nel territorio del Comune il
vecchio ponte posto lungo l’antica direttrice stradale
che univa Aosta con Torino.
Romano conserva ancora oggi preziose testimonianze della storia passata: l’imponente torre del castello,
il recetto, chiese e palazzotti nobiliari, il centro storico;
con i boschi e i vigneti della collina morenica esse
fanno del paese un angolo stupendo del Vecchio Canavese.
STORIA - Secondo storici locali, Romano canavese
è sorto come castra (accampamento militare romano) nel 143 a.C., durante la guerra combattuta dai
Romani contro la popolazione celto ligure dei Salassi. A ricordo di questa antica origine, vi sono ancora
tracce della centuriazione romana nella campagna
a sud del paese ed il tracciato del cardo e del decumano nell’intersezione delle vie che collegano il
centro abitato con i paesi limitrofi.
Durante l’Alto Medioevo Romano dovette avere
una certa importanza, se è vero che Carlo Magno
tenne sotto le mura del borgo uno dei suoi Campi
di Maggio. Testimonianze importanti della comunità romanese si hanno intorno al Mille, quando il
territorio era feudo del Vescovo di Ivrea; bisogna
ricordare che a quei tempi gran parte degli insediamenti dell’Anfiteatro morenico di Ivrea non esistevano ancora.
Nel XIV° secolo anche Romano fu coinvolto nella
Rivolta dei Tuchini, un moto di ribellione ad opera
dei contadini angariati dai nobili che viene ricordato
anche nello storico Carnevale di Ivrea. Durante queste drammatiche vicende il castello venne distrutto
e rimase intatta una sola torre, tuttora simbolo del
paese. Per tutto il basso Medioevo la giurisdizione
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MONUMENTI STORICI:
Parco della Torre: si
estende attorno alla Torre
comunale del XIV secolo (la cella campanaria è
stata aggiunta nell’Ottocento).
Ricetto: del ricetto medievale sono ancora visibili
la Porta Nord (con tracce
della presenza di un ponte
levatoio) e suggestiva la
Porta Meridionale che si
appoggia ad un’altra torre
in pietra.
Chiesa di Santa Marta:
posta nel ricetto, addossata alla Porta Meridionale,
risale all’inizio del XIII secolo; la facciata è di epoca
barocca.
Chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Solutore:
costruita a partire dal 1829 su progetto dell’architetto Maurizio Storero di Ivrea e terminata nel 1843
dall’arch. Giovanni Pessatti.
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Superficie: 22,75 Km²
Frazioni:
Carrone, Cerone
Crotte, Realizio
Comuni confinanti:
Candia Canavese
Caravino
Ivrea
Mercenasco
Romano Canavese
Vestignè
Vische
Strambino
TERRITORIO Il comune di Strambino sorge in un’area formata da un grande ghiacciaio del Pleistocene,
il quale trasportò nel tempo numerosi detriti che andarono a formare una serie di rilievi morenici. Si trova
a circa 12 km a sud-est dalla città di Ivrea. Il paese si
trova su un’area collinare ed è circondato da numerose aree adibite a coltivazione. Il centro storico è di tipo
medievale, con strade strette e presenza di edifici importanti come il Castello e le chiese storiche.
STORIA - In epoca wurmiana (ultima delle quattro
fasi glaciali dell’Era Quaternaria) nel luogo dove sorge l’abitato di Strambino vi era un’isoletta morenica
lambita dalle acque del grande lago eporediese. Nel
corso di millenni il paesaggio trasformò la propria fisionomia da lacustre a fluviale: il bacino balteo scavò
sulla destra la bella terrazza da Strambino verso Mercenasco mentre a sinistra, in modo analogo, il Chiusella erodeva il terreno dell’attuale località Quilico sino
alla frazione Cerone.
Nonostante l’area presenti tracce della centuriazione
romana, le prime fonti storiche risalgono alla fine del
X secolo; apprendiamo da un atto di donazione datato
4 settembre 996 l’esistenza del borgo, di cui probabilmente Giselfredus (della famiglia degli Avogadri) era
già un dominus loci. Vicinissimo al centro della marca
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MONUMENTI:
Il Castello Il Castello di Strambino si riferisce a più
castelli risalenti ad epoche diverse e situati su di una
collina, nel centro storico di Strambino. Uno di essi è
una dimora gentilizia un tempo appartenente ai conti
di San Martino. Risale al XVII secolo ed ha affreschi
che decorano il prospetto esterno affacciato su un
parco con alberi ad alto fusto. Passata in proprietà agli
eredi dei marchesi Scarampi di Villanova, la dimora è
adibita a servizio di bed & breakfast.
Il Palazzo del Comune, edificio di notevoli dimensioni, di stile neoclassico.Pregevole la volta del Salone
Consiliare, affrescata dal Cattaneo.
La Chiesa dei Santi Michele e Solutore, conosciuta anche come parrocchiale dei Santi Michele e
Solutore, è la chiesa parrocchiale di Strambino, consacrata a san Michele e a san Solutore. Venne costruita su progetto di Carlo Andrea Rana tra il 1764 e il
1786, e venne consacrata nel 1821 dall’allora vescovo
di Ivrea, Luigi Moreno. È stata dichiarata dal Fondo
per l’Ambiente Italiano Monumento di patrimonio Nazionale. L’organo che vi si trova fu costruito da Carlo
Serassi. La particolarità di questa Chiesa è il fatto che
la pianta rappresenta,vista dall’alto, la sagoma di una
rana.
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vestitura di alcuni possedimenti di Strambino. Furono
proprio queste due famiglie, nel 1438, a promulgare
di comune accordo una nuova legislazione. Gli statuti
erano divisi in capitoli che riguardavano i più disparati
argomenti: dall’elezione dei consoli, alle risse, alle bastonate, alle ferite, agli omicidi, ai violatori, fornicatori,
avvelenatori, bestemmiatori, ladri, incendiari, froditori, calunniatori, spergiuri, profanatori di feste...
Nel XVI° secolo nelle terre piemontesi si scontrarono
a più riprese le armate francesi e spagnole con gravi
danni per le popolazioni.
Il feudo di Strambino ed il relativo vassallaggio verso la corona Sabauda continuarono ad esistere fino
al 1797, anno a partire dal quale i Conti San Martino
divennero proprietari allodiali del castello e dei terreni
circostanti. Il periodo di stabilità creato dopo l’invasione francese durò fino all’inizio del XIX secolo. Infatti
nel 1800 Napoleone Bonaparte valicò il Gran S. Bernardo e, dopo aver preso Ivrea, affrontò la vittoriosa
battaglia sul ponte Chiusella, a nord-est di Strambino.
Nel 1867 il paese venne colpito da un’epidemia di colera durante la quale persero la vita più di 200 persone. Nel XIX secolo Strambino ha avuto un’importante
presenza industriale tessile, che ha dato impulso al
paese fino a metà del Novecento.
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eporediese, il borgo fece parte dei possessi sia di Arduino che dei vescovi di Ivrea.
L’inizio della dipendenza di Strambino dalla Chiesa
eporediese non è noto, ma la prima attestazione risale
all’anno 1161, quando Baiamondo, Alberto ed Enrico,
figlio di Leonis Gualie Avocati de Castro, alienarono i
loro beni alla Curia, nella persona del vescovo Guido.
Per oltre un secolo Strambino, confermato nel 1223
da papa Onorio III al vescovo eporediese, fu tra i possessi della Chiesa: ulteriormente ripartito in piccoli
feudi, fu poi assegnato ai nobili de Castro e de Villa.
Dopo la morte di Ottone de Villa nel 1244, l’influenza
di tali famiglie, sempre fedeli al vescovo, diminuì fino
all’esclusione con l’aumento del potere dei conti di
San Martino. Come tutto il Canavese, anche Strambino subì le conseguenze delle cruente guerre civili
fra fazioni guelfe e ghibelline: le discordie tra i nobili
locali favorirono l’inserimento della casata sabauda fin
dall’inizio del Trecento. Quel secolo fu caratterizzato
dalla ribellione dei tuchini, scoppiata nel 1391: tuic un
(tutti in uno) era il motto degli insorti che operavano
“come un uomo solo”. Intanto, al volgere del XIV
secolo, una nuova famiglia minacciava di affievolire i
diritti della signoria dei San Martino: i conti Valperga
Masino, che nel 1391 ottennero da Amedeo VIII l’in-
informale in apparenza,
estremamente curato, in sostanza.
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45°23’0’’N 7°52’0’’E
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Nome abitanti Strambinesi
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Comuni confinanti:
Barone Canavese
Caluso
Mazzè
Mercenasco
Strambino
Vische
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STORIA - Candia, con i suoi cento tetti di cotto si adagia
sulle pendici del Monte Santo Stefano, ultima propaggine collinare dell’anfiteatro morenico d’Ivrea, nel Basso
Canavese. Il monte, alto sopra tutti i rilievi intorno, offre
un panorama maestoso, da una parte aperto sulla pianura padana con le colline del Monferrato, i colli di Superga
e della Maddalena sopra Torino e in fondo il Monviso
nelle Alpi; verso nord, dall’altra parte, il paesaggio verde
del Canavese con la Serra dritta che somiglia al mare, in
fondo ancora la Alpi del Mombarone e del Gran Paradiso. Per il Canavese Candia è la porta di casa. Nella conca che apre alla pianura della Dora Baltea: il lago, residuo
di antichi ghiacciai; le acque rallegrano colline con alberi,
che numerosi si raggruppano in boschi e si snodano in
filari circondando teneri prati, frutteti fioriti e pergolate
vigne. Sulla fertile pianura, serpeggiata da strade bianche, il disegno geometrico delle pezzature dei campi.
Il paesaggio quieto e riposante cancella con piacevole
dolcezza ogni ricordo di bellicosi passati. Candia fin dalle origini fu teatro di aspre lotte: durante i secoli XIII e
XIV il vescovo Conte di Ivrea, il Marchese di Monferrato
ed il principe di Acaja si contesero il dominio su questa
terra. Con l’autunno del Medioevo i Marchesi del Monferrato consolidarono qui la loro Signoria durata poi fino
alla pace di Cherasco del 1631; dopo regnarono i Savoia
ormai sovrani di tutto il Piemonte. Le cronache dal ‘300
al ‘600 narrano i continui assedi, incendi e distruzioni del
territorio e del borgo di Candia. Patria di gente forte e
tenace, Candia nel Canavese, ha trovato nella terra e nel
lago le risorse della sua sopravvivenza. I suoi vini: l’Erbaluce e il Passito hanno una fama secolare; i pesci del suo
lago: tinche e lucci furono apprezzati sui mercati delle
vicine città fin dal ‘700. Un sistema di conservazione
del pesce in profondi pozzi, colmati di ghiaccio durante
l’inverno consentiva agli ingegnosi pescatori di Candia il
commercio del pesce due secoli prima dell’invenzione
dei surgelati. La gente di oggi continua gli antichi lavori
di sempre: qui la tradizione non muore. Il passato è presente nelle vecchie case semplici e severe dell’antico
borgo, nelle chiese umili e devote, nell’antica torre in
cui regna uno spirito fiero e cortese di tramontati tempi
feudali che, sentinella solitaria, saluta di lontano chi si
avvicina a Candia. (M.L. Pachiè)
MONUMENTI:
Torre di Castiglione (Sec. XI) E’ ciò che resta dell’omonimo castello che dominava il borgo di Castiglione.
Attualmente è di proprietà della famiglia Pachiè ed è
stata restaurata agli inizi degli anni Settanta. Si presenta
con la parte inferiore in pietra e quella superiore in mattoni. L’antica torre che domina Candia dalla collina e il
Minou
“
”
artoria artigianale
suo lago sono rappresentati nello stemma ufficiale del
Comune di Candia.
Castello (Sec. XIV) Le prime notizie della costruzione
del castrum di Candia si hanno in seguito agli eventi
della IV crociata e dell’investitura nel 1205, da parte del
Podestà d’Ivrea, a conti e feudatari del Roero dei fratelli Enrico, Guglielmo e Giacomo De Candia. Fiorente
centro di commerci, il castello divenne il principale possedimento dei De Candia nel Canavese. Nella seconda
metà del XIII secolo, dopo la scomunica di Guglielmo VII
del Monferrato da parte del Vescovo, si aprì un periodo
di libertà comunale e di contese del territorio da parte di
diversi nobili: i Raimondo di Candia, i De Candia, i Galvagno, i signori di Oria e i signori di Mazzè. Durante la
guerra del Canavese del XIV secolo i castelli di Candia
e Castiglione subirono molti danni da parte del Principe d’Acaia e vennero poi smantellati da Fabrotino da
Parma. Il feudo fu oggetto di alcune sanguinose rivolte
ferocemente represse (sia della locale popolazione, sia
dei nobili francesi, tedeschi, svevi e veneziani ivi residenti), fino a perdere i propri privilegi e passare sotto
l’amministrazione di governatori inviati dal Marchesato
del Monferrato. Alla fne del XVII secolo il castello passò
alla famiglia Birago di Vische, che fece abbattere le vecchie costruzioni. Resti di mura medievali sono ancora
osservabili nelle case di via Cesare Battisti e via Cavour.
Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo
(Sec. XI) Essa sorge, isolata, sulla cima di una collina che sovrasta l’abitato del paese, in una posizione
panoramica dalla quale si domina il bacino morenico
canavesano, con il lago di Candia e la sovrastante dalla
cerchia alpina. Di origine tardo-romana, fu edificata in
onore del Santo Patrono dei Longobardi, essa costituisce - dopo il duomo di Ivrea e l’abbazia di Fruttuaria - una delle principali testimonianze dell’architettura
romanica nel Canavese. Anche se la costruzione ha
vissuto diverse fasi, l’assetto estetico può dirsi romanico. Le stanze interne custodiscono un Altare barocco
e una statua settecentesca raffigurante San Michele
che trionfa sui demoni
A lato della navata centrale dell’attuale edificio si è ritrovato un manufatto circolare identificato con il fondo
del Fonte Battesimale del VI secolo che è attualmente visibile dopo i recenti lavori di restauro della chiesa
Il fonte battesimale è tagliato a livello del pavimento
delle costruzioni seguenti. Alcuni avanzi di mura coese
al Fonte Battesimale potrebbero essere un buon inizio
per ricostruire gli edifici del VI secolo. Come si vede
sono emersi reperti di tutto rispetto e di notevole interesse storico
Coordinate
45°20’00’’N 7°53’00’’E
ABITANTI 1.271
DENSITà 143,46 ab./ Km²
Nome abitanti candiesi
Patrono San Michele
Giorno festivo ultima domenica di settembre
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Caluso
Caluso
Altitudine: 303 m.
Superficie: 39,53 Km²
Frazioni:
Arè, Carolina, Molliette
Rodallo, Gallo
Comuni confinanti:
Barone Canavese
Candia
Chivasso
Foglizzo
Mazzè
Montanaro
San Griogio Canavese
STORIA - Caluso è una comunità molto antica, sorta
su un insediamento pre romano.
Il centro abitato, adagiato sulle falde di un sistema di
colline che lo riparano dai venti, è soleggiato ed arioso, sicché il clima è mite e la terra fertile tanto che
già nel XIV sec. Pietro Avario scriveva che a Caluso il
raccolto di un anno bastava per dieci a venire.
Proprio per questo, e per la sua posizione strategica
per il controllo del territorio il borgo fu molto conteso,
specie tra i Monferrato e i Savoia, e la sua storia è ricca e movimentata, come testimoniano le poche ma
significative costruzioni sopravvissute alle complesse
vicende storiche, come la Rocca, o Castellazzo, costruito nel XII secolo e ridotta a ruderi dagli Spagnoli
sin dalla metà del XVI secolo, i resti della Chiesa di
San Calocero, coeva della Rocca, la Porta Crealis, una
delle superstiti delle quattro che vigilavano gli accessi
del borgo medievale, anch’essa risalente al XII sec.
(anche se ristrutturata nei sec. XIII e XIV), nonché le
poderose mura di cinta.
Altre testimonianze importanti sono la Chiesa Parrocchiale, iniziata nell’aprile del 1522, con grandiosa
torre campanaria (XVIII sec.) con splendido chiostro.
Le chiese della Misericordia (o di San Giovanni Decollato) e di Santa Marta, costruite entrambe all’inizio
del XVIII secolo, il grandioso Palazzo Valperga di Masino (o Spurgazzi), attribuito all’arch. Filippo Castelli, e
annesso Parco. Caluso è anche terra ricca di acque.
Intorno al 1560 il maresciallo di Francia Charles Cossè
de Brissac vi fece costruire, derivandolo dall’Orco, un
provvidenziale canale che bonificò i terreni, promosse
lo sviluppo dell’artigianato e, più tardi, dell’industria,
e agevolò l’espansione edilizia del paese. La caratteristica più importante di Caluso è però la singolare
composizione del terreno, di origine morenica, che,
combinata con la felice posizione geografica e il clima favorevole, consente la coltivazione della vite, in
particolare del vitigno Erbaluce, da cui si ottengono
i preziosi vini D.O.C. ben noti sul mercato vitivinicolo
non solo italiano.
La coltivazione della vite si pratica in Caluso sin dai
tempi più antichi ed è sempre stata la risorsa più importante e prestigiosa dell’economia agricola locale.
LA BATTAGLIA DI CALUSO:
Il cronista trecentesco Pietro Azario, nel suo De Bello
Canepiciano, narra delle guerre che allora si combatterono per il dominio del Canavese, nelle quali Caluso
ebbe un’importanza determinante. Conteso fra guelfi
e ghibellini, i primi rappresentati dai Conti di San Martino ed i secondi da quelli di Biandrate, appoggiati dai
Marchesi del Monferrato, Caluso venne occupata dai
primi. Tuttavia i ghibellini non si rassegnarono e Giovanni II Paleologo, Marchese del Monferrato, riuscì
con un’astuzia a rioccupare la cittadina dopo un assedio che ebbe alterne vicende fra le due parti. Caluso passò quindi sotto il dominio dei Marchesi del
Monferrato che, d’accordo con i Savoia, riuscirono a
mantenere il controllo, per un certo periodo, anche
sulla città di Ivrea. Questa guerra, culminata con la
Battaglia di Caluso, venne anche menzionata da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia.
CONOSCIAMO L’ERBALUCE DI CALUSO DOCG
- Questo vino è ottenuto con le uve del vitigno Erbaluce coltivate in una ristretta zona viticola di cui il
comune di Caluso è l’epicentro e che si estende fino
alle province di Vercelli e di Biella. Il riconoscimento
della Denominazione di origine controllata e garantita
è avvenuto con Decreto dell’8 ottobre 2010, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 248 del 22.10.2010.
Vino fermo di colore giallo paglierino, presenta luminosi riflessi verdolini e una limpidezza brillante quando è in giovane età. Il suo profumo molto fine ricorda
quello dei fiori di campo, rimandando all’acacia e al
biancospino. Il sapore è fresco e secco. Le sensazioni che ritornano in bocca sono sostenute da un ner-
bo sapido, che sfuma nel finale su note lievemente
ammandorlate. La caratteristica nobile dell’Erbaluce
sta nella spiccata capacità di evoluzione nel tempo.
Dopo tre o quattro anni di invecchiamento questo
vino mostra tutta la sua complessità e struttura:
emergono note minerali e terziarie estremamente
interessanti.
I suoi profumi e la sua struttura delicata vengono
valorizzati se accompagnati con piatti dal gusto altrettanto delicato, come frittate a base di verdure,
risotto alle rane oppure la zuppa canavesana, a base
di cavolo cappuccio e brodo di carne. È un vino di
struttura che può reggere bene anche i fritti di carne
e pesce. È ottimo anche a fine pasto accompagnato
a tomini freschi.
Erbaluce di Caluso Spumante DOCG Può essere
prodotto esclusivamente con metodo classico. Le
caratteristiche del vitigno lo rendono perfetto per
la spumantizzazione. Acidità e struttura sono i due
elementi fondamentali in uno spumante di qualità e
l’Erbaluce li possiede entrambi. Il vino si presenta
con una spuma leggera ed persistente, un perlage
fine e un colore paglierino scarico. Il suo profumo è
delicato e caratteristico, così come il gusto asciutto
e con note fruttate e floreali.
Coordinate
45°18’0’’N 7°53’0’’E
ABITANTI 7.679
DENSITà 194,26 ab./ Km²
Nome abitanti Calusiesi
Patrono SS. Calocero e Andrea
Giorno festivo 7 luglio
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