Premio HOMBRES

HOMBRES
LA RIVISTA DI CHI AMA RACCONTARE
W R I T E R S
2014
-
ANNO DUE
-
Speciale
NUMERO DUE
Premio Hombres itinerante
Poesia - Narrativa - Giornalismo - Immagine
X edizione 2014
Lettopalena (CH) 4/10/2914
Benvenuti in Abruzzo
nel Borgo Autentico
di Lettopalena,
impegnato in un percorso di qualità
per una Comunità Ospitale
Associazione HOMBRES
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Hombres
emozione autentica
a Lettopalena
di Carolina De Vitis
Sono trascorsi 10 anni dalla prima edizione
del premio Hombres, tenutasi nel 2004 nel
borgo autentico di Pereto (Aq), e dopo aver
trovato spazio ed affermatosi tra le iniziative
culturali dei nostri piccoli borghi, divenendo
nel 2011 un evento letterario itinerante,
quest’anno sará ospitato dal comune di Lettopalena, una piccola comunità di circa 400
persone immersa nello splendido scenario
della Maiella.
Il premio vuole promuovere i borghi e
creare una forte relazione tra i territori e la
cultura, attraverso i canali della letteratura,
dell’immagine, del giornalismo professionale e non.
Il borgo diventa così un contenitore in grado di promuovere la propria comunità
attraverso l’arte e la cultura.
Le edizioni precedenti
hanno contato sulla presenza di numerosi autori,
provenienti da moltissime regioni italiane e dall’estero, di
personaggi come il regista
Sergio Castellitto, l’astronauta Umberto Guidoni, l’ex
vice presidente del Senato
Gavino Angius, il regista FerzanOzpetek, (ricordiamo che il Comitato d’Onore, negli
anni, è stato formato, tra l’altro, dalla scrittrice Margaret Mazzantini, dall’ex sindaco di
Firenze Leonardo Domenici, dall’ex sindaco
di Roma Walter Veltroni, dai presidenti della
regione Abruzzo e della provincia dell’Aquila, dal magnifico rettore dell’Università
dell’Aquila prof. Ferdinando Di Iorio, dal presidente dell’associazione BAI, dai sindaci dei
comuni BAI).
Quest'anno proseguendo sulla scia dei precedenti illustri padrini il premio é dedicato
all’attore e regista Massimo Troisi, a ricordo
dei vent’anni dalla sua scomparsa, e sarà
presente per l’occasione la sorella Rosaria.
Con un numero di adesioni raddoppiato rispetto al gran successo dell’anno scorso, il
Premio Hombres conferma la sua crescita e
la sua importanza nell’ aprire un fronte solido per la difesa e la divulgazione della cultura nei territori autentici di una Italia che
vuole e deve reagire.
Portare questo format, ormai ben strutturato e dai contenuti culturali rilevanti, in una
piccola comunità di Lettopalena, entrata a
far parte dei Borghi Autentici solo nel 2013,
è un’importante occasione di promozione
del territorio attraverso l’arte e la cultura
oltre che un momento di aggregazione, di
confronto e di crescita senza pari; una splendida iniziativa locale, in linea con l’impegno
dell’amministrazione nel cercare di migliorare il contesto sociale, ambientale e culturale.
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Il Premio Hombres Itinerante
Da Scurcola Marsicana
a Lettopalena
di Enzo D’Urbano
La carovana del Premio Hombres Itinerante,
dopo Pereto e Scurcola Marsicana, si trasferisce a Lettopalena in Provincia di Chieti , alle
pendici della Mejella, sotot la grotta del Cavallone, tra i comuni di Palena, Taranta Peligna,
Lama dei Peligni, Colledimacine, Montenerodomo e la città romanica di Jovanum e al monumento ai caduti della Brigata Majella. Un
luogo autentico di rara bellezza ambientale,
ma anche di storia antica e contemporanea.
Lettopalena un borgo di 378 abitanti a 680
mt s.l.m., di origine medioevale , nel novembre 1943 fu raso al suolo e nulla rimane dell’antico borgo.
Il Sindaco, la dott.ssa carolina De Vitis, ha voluto ospitare il premio perchè è convinta ,
come noi e tanti sindaci della rete Borghi Autentici d’Italia, che uno dei percorsi per la riqualificazione e rilancio del borgo sia proprio
la cultura vissuta, organizzata e percepita.
La Direzione del Premio el’associazione Hombres ringraziano il sindaco per questa sensibilità e con lei il Sindaco di Scurcola Marsicana
che ha ospitato la VIII e la IX edizione dle concorso. Si ringraziano, altresì le comunità dei
due borghi che hanno dimostrato interesse e
forte senso della ospitalità. Un ringraziamento
ed un saluto va alal Comunità di Pereto e al
suo ex Sindaco Giovanni Meuti Per aver creduto prima di tutti alla bontà della manifestazione.
Quest’anno vi è stata una incredibile partecipazione di autori, quasi il doppio delle precedenti edizioni, a conferma che Hombres
cresce e raccoglie ocnsensi tra la vasta rete di
autori che cercano spazi utili e seri per potersi
esprimere. Il nostro ringraziamento di cuore
va proprio agli autori che ci regalano ogni
anno preziosi opere di vera cultura e d
elementi di grande emozione. Fosse
per me li premierei tutti, ma essendo
un concorso bisogna stilare una classifica e su questo la giuria, presieduta
dall’ottimo Prof. Ilio Leonio, è spietat e
molto severa. Direi giusta. Un ringraziamento speciale va proprio ai componenti la giuria per l’enorme mole di
lavoro a cui si è sottoposta anche quest’anno .
HOMBRES Writers
La rivista a-periodica online
di chi ama scrivere
Direttore Editoriale: Enzo D’Urbano
[email protected]
www.premiohombres.com
Associazione Culturale Hombres
Via di Villa romana 78
67061 Carsoli Aq
Testi e illustrazioni, anche quando
richiesti, non vengono restituiti.
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Premio Hombres itinerante
X edizione
La classifica
Sezione Poesia
Primo. Dove volano gli aquiloni di Rita Muscardin
Secondo. A mio figlio di Dario Marelli
Secondo. Another day di Luca Capannolo
Terzo. Noi L'Aurora di Angela Caccia
Terzo. Amal di Floredana De Felicibus
Segnalati dalla giuria
Di là dalla finestra il mare di Maria Pia De Martino
In ricordo di te di Angelo Cocozza
Vecchie pietre di Elena Malta
Canto nel vento della ginestra di Caterina Franchetti
Di gigli e di bianco di Paolo Lorussi
Sedici ottobre di Pietro Catalano
Pongo uno sguardo di Daniela Basti
Perchè... (le stragi del sabato sera) di Aurora Cantini
Fiume d'amore di Silvana Zuccarini
Il meccanico clochard di Antonio Cirillo
Sezione racconti
Primo. Il crudo destino d'una giovane matematica di
Giovannino Giosuè
Secondo. Il ponte di ferro di Paolo Menon
Terzo. La strega di Giovanna Rotondo
Segnalati dalla giuria
Quello che conta di Cinzia Anedda
30 maggio 2014 (dal cielo) di Rita Muscardin
Le incredibili storie di Pojana di Daniele Coccia
I manichini di Simone Morini
H come Hemingway di Santo Minonne
Sarà estate di Antonio Magrì
Il lustrascarpe della cattedrale di Martina Dei Cas
Sezione Silloge di poesia
Primo. Oltre le latomie di Pietro Catalano
Sezione Per Troisi
Primo. Il segreto di Pulcinella e il postino dei sogni di
Rita Muscardin
Sezione Libri di poesia
Primo. Un abito qualunque di Elena Malta
Sezione Giornalismo
Primo. Luciano Vanni editore per la rivista “Il turismo
culturale
Primo. Rosaria Villa per l'articolo “Viaggiando lungo
le rotaie” pubblicato sul blog “unmarzianoaroma.net
Sezione Fotografia
Primo. Diana di Berardino per la foto: “Titanismo”
Secondo. Marco Cavaliere per la foto: “Silhouette”
Menzione Speciale. Danilo Recchia per la foto: “Il
bacio a Sant'Antonio”
Sezione Premi speciali della Direzione e della Giuria
Rosaria Troisi per il libro “Oltre il respiro”.
Carlo Felice Casula per il libro “Insegnare il Novecento – Chiavi di lettura e casi di studio con percorsi
di storia e cinema”, Edizioni Anicia
Mauro Francesco Minervino per il libro: “Statale
18”,Edizioni Fandango
Edoardo Micati per la ricerca “I pastori della Majella”
pubblicata sul blog “Pietre d'Abruzzo”
Roberta De Santis per il libro “Volevo dirle tante
cose”, Edizioni Minerva
Matteo Cosenza per il libro: “Lettopalena. Un paese,
una storia. Dalle origini alla distruzione bellica del novembre 1943”
Fabrizio Di Stazio per il libro “Vita nuova”, Edizioni
Nuova Phromos
Maria Angela Ferrara e Gabriele Ronchetti per il libro:
“La linea Gustav. I luoghi della battaglia da Ortona a
Cassino” Edizioni Mattioli
I Briganti di Cartore per la poesia: “I sogni di Chiara”
Associazione La Fonte a monte per il libro “Voci di
Rocca. Parole e sguardi di un borgo d'Abruzzo”
Nando Napoleone per aver custodito, con le immagini, la identità di Lettopalena
Agostino Terenzini, memoria storica di Lettopalena
Giannina Di Martino per il libro:” Pietro Di Donato: attività culturale ed impegno civile”.
Linda Bolognesi
Paolo Turchi, momoria storica di Lettopalena
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SEZIONE POESIA
DOVE VOLANO GLI AQUILONI
Narra il vento con gelida voce di tempesta
segreti rubati ai sospiri della notte.
Un sorriso disegnato dietro a una lacrima
per fermare il passo del tempo
e nascondere l’inganno dei giorni.
Nate all’ombra di un sogno, laggiù ad oriente
dove il mare è dolce nenia di conchiglia
e infinite lune brillanosulle dune profumate di sabbia.
Donne invisibili nascoste dietro a veli,
prigioniere di un’ideanel crepuscolo di un tramonto
mentre lenta si consuma,fra muri di silenzi,
l’agonia di stagioni mai sbocciate.
Ignoti i loro passi al cuore della terra,
sul viso un’innocente euforia
e sulle labbra strette memorie di sorrisi.
Forse sognano di fuggire
e pensano ad un mare lontano
dove le onde sussurrano un canto di stelle
e gli aquiloni volano nell’azzurro
fino a svanire nel grembo dell’infinito.
Ma Sharazad non ha più fiabe da narrare
per sconfiggere la notte.
Mani di falce hanno fatto scempio di quei sorrisi
e solo una sottile traccia di dolore
resta nel ventre della sera.
Adesso le puoi scorgere nell’arco del cielo
dove si perde l’ultimo raggio del tramonto,
indossano vestiti di fiori e sandali di sabbia
e con le dita sottili accarezzano capelli di vento.
Una barca le conduce oltre le nuvole,
la rotta è già tracciata e l’onda è quieta.
Dolce è l’approdo sulle rive del cuore
per ascoltare l’eco del mare
e svanire nel candido splendore dell’aurora.
Rita Muscardin
Ha vinto il primo premio
sezione poesia
Premio Hombres itinerante X edizione 2o14
Rita Muscardin
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SEZIONE POESIA
A mio figlio
Amo la solitudine nei giorni
in cui la pioggia sferza le persiane
si sfocano i contorni ed i profumi
e i tuoni rimbalzano tra i muri.
Non cerco la folla nelle piazze
la polvere e il rumore tra le case
bensì l’incanto di parlare adagio,
di una piuma che danza nel silenzio.
Ditemi del candore e l’innocenza
del bimbo che reclama la sua mamma
del crepitio di legna intorno al fuoco
della nenia a blandire la sua nanna.
Ditemi della nostalgia di nonno
fra una pipa e una nuvola di fumo
dello sguardo proteso a una carezza
sul dondolo che insegue il suo ritorno.
Sulla mensola foto color seppia
e una tivù in formato digitale
a raccontare il vento della vita
che riporta la sabbia in fondo al mare.
E dentro alla cornice in mezzo al cielo
il ricordo di un grande arcobaleno,
l’inizio, il senso, il fine della storia,
la mia mano che passa il testimone.
Cammineremo insieme il primo tratto
fino a superare il muro e la paura
di volare, poi te ne andrai da solo,
con passo lieve, appena più sicuro.
Amo la solitudine nei giorni
uggiosi di malinconia e rimpianto
e ancor di più quel figlio tanto caro
che tu volevi ed io non ti ho mai dato.
Dario Marelli
Dario Marelli
Ha vinto il secondo premio (ex aequo)
sezione poesia
Premio Hombres itinerante X edizione 2o14
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Another day
Siamo stanchi di stringere breccia
e graffiarci i palmi con schegge di maioliche,
tingendoci le dita di vecchia ruggine .
Non una goccia da pupille opache, nè una parola da denti serrati.
E’ duro accettare un solo freddo
e ballare la danza stonata di una terra inquieta.
Non si può chiedere ai figli di Adamo
di idmenticare il dolce rosseggiare delle ciliegie
e di inaridire nelel strade dove sono cresciuti.
Non si può chiedere di camminare in vie sorde
e mandare baci ai timidi fantasmi affacciati alle finestre,
di palazzi consumati dalla carie.
Pure i santi vagano piangendo ed annnusano l’aria vecchia,
anelando il grasso incenso che lento brucia altrove.
Piange il giovane massimo, si indigna il vecchio Bernardino,
tace ad occhi bassi Equizio, trema il buon Celestino
mentre incredulo rimane il padre Vittorino.
Le loro preghiere dove sono finite,
svanite davanti ad un trono vuoto.
Fa male portare una croce, che graffia la schiena,
ed è impossibile togliersi i chiodi.
La tentazione di scendere alletta la coscienze.
L’Amore però conforta, sostiene,
mentre il dolce Soffio sussurra ed incoraggia
la speranza di una futura Resurrezione.
Another day
Luca Capannolo
Luca Capannolo
Ha vinto il secondo premio (ex aequo)
sezione poesia
Premio Hombres itinerante X edizione 2o14
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SEZIONE POESIA
E' fisiologico: il figlio dovrà "uccidere" il padre perché la sua personalità trovi spazio, cresca e
si consolidi.
Dall'angolo, il genitore seguirà il suo percorso di crescita.
A volte il cammino si ferma: troppi i cocci da riassemblare, la notte è più buia -omologa
ogni strada- e si fa basso il rumore del sangue nelle arterie... Spetterà al genitore spezzare i
denti di silenzi che attaccano e lo mordono, soffiare vita in parole senza più senso, puntare
un dito ad est: ritto e fermo, finché negli occhi di entrambi non brillerà all'unisono il giorno.
NOI L’AURORA
E chiedi a me
il senso della vita …
a me
che ho mille risposte
e nessuna
- forse una certezza:
di lui, mio padre,
mi resta un’orma fonda
e la sua morte.
Un rubino il sole stamattina
il cielo lo reggevano gli alberi
un abbraccio questa notte d’estate
ci raccoglie nella stessa nota
dolcissima e muta
raccorda cuori
sfuma parole …
Restiamo insieme
ti prego
in quei pensieri informi
ciottoli che si staccano
da un monte, rumori sordi,
alcuni senza tonfo
rapiti da una pietosa luna
e insieme
nell’ultimo spicciolo di notte
saremo noi l’aurora
gli occhi puntati ad est
e il fiato corto.
Angela Caccia
Angela Caccia
Ha vinto il terzo premio (ex aequo)
sezione poesia
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
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AMAL
SEZIONE POESIA
Mai più tornerai nel Daraa a schiudere il varco acerbo
della tua giovinezza, hanno tolto le radici, fragili,
dal tuo germoglio di vita,
non esploderanno dai tuoi rami i frutti del domani.
E non basterà il silenzio delle bombe, oggi,
a lenire le lacrime di un defraudato grembo,
né il silenzio che attende una ciotola di grano caldo
a gettare fango sulla tua memoria.
Mortificate le tue membra
dalla crudeltà dei tuoi stessi padri
e dall’indifferenza di questo mondo
che troppo spesso, osserva e tace, distrattamente
mentre esseri umani ridotti a brandelli
sprofondano nel torpore delle loro menti.
No, tu non tornerai a dare voce
alle tue albe, né ai tuoi tramonti,
né a sperare e a lottare per un ideale.
Aleggerai impalpabile in altre dimensioni,
il tuo urlo di dolore rimarrà sopito
come il tormento per il domani.
Tu non ci sarai e già sale in cielo
un altro bagliore, non della tua innocenza
fattasi ormai raggio d’alba,
ma di barbagli di venti perversi tornati
a spegnere per sempre l’arsura del tempo.
Tu hai conosciuto, Amal, una terra
dove l’uomo gioca enigmi crudeli di vita,
non ti hanno raccontato di fiabe
dove passi di spighe germogliano al sole
e bimbi come te giocano in un mondo inventato di fiaba.
Sappi che come soffio trascendente anche tu vi resti dentro
coi pensieri anelanti a barbagli di luna,
coi tuoi respiri liberi e puri.
La terra, Amal, è la nostra anima
e noi per sempre vi rimarremo dentro.
Siamo custodi perenni della nostra Terra!
Floredana De Felicibus
Floredana De Felicibus
Ha vinto il terzo premio (ex aequo)
sezione poesia
Premio Hombres itinerante X edizione 2o14
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SEZIONE POESIA
Segnalati Premio Hombres X edizione 2014
ETERNITA’
Non volare via
capinera che posi
nell’arsa siepe.
Tutto si compie
tra le bacche rosse
di quest’anima
che batte, pura,
il tempo dell’universo.
E’ questa
l’ora di agosto
che incanta l’eternità.
VECCHIE PIETRE
Maria Pia De Martino
IN RICORDO DI TE
( A mio padre )
Alla fine del cielo
mi par di scoprire
i nudi istanti
della tua semplice vita
sciogliere i nodi
di antiche illusioni.
Ti rivedo
nel tempo più florido
accettare in silenzio
la barriera dei dubbi
avvolgerti il cuore.
Non ci sono follie
ma solo battaglie e sconfitte
nella tua saggia esistenza
trasformata in cristallo.
Hai frantumato i calici
del tuo dispiegato amore
sull’impenetrabile scogliera
dei sentimenti umani.
Mi hai lasciato
in un pomeriggio assolato
limpidi sorrisi
e questo grande buco nero.
Vecchie pietre di questo antico borgo
cotte di sole, raffreddate al gelo,
sfinate ai venti urlanti tra le rue,
impressi vi portate tutti i passi
feriali e silenziosi dei miei avi
e ancora sostenete le mie orme
come un sicuro, morbido sentiero,
tappeto levigato di memorie.
Antiche e vecchie pietre
spianate al calpestio
nel selciato dei gradoni,
ve ne scendete strette tra le case;
salite le scalee dei portali
delle svettanti chiese e dei palazzi;
vi siete fatte duttili
al tempo logorante
e intatte mi narrate
le vite dei passanti,
il caldo dei tramonti,
le promesse di ogni alba.
Vi siete fatte strade
e piazze ed archi e salda muratura
e ferme, assottigliate, un po’ sconnesse
per me voi qui restate
in geometrie splendide e squadrate,
insieme intersecate intimamente.
Ed io, che oggi passo tra di voi,
mi inchinerei fino a toccare intatta
quell’anima sacrale e senza tempo
infissa ed ancorata nella roccia.
Elena Malta
Angelo Cocozza
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SEZIONE POESIA
Segnalati Premio Hombres X edizione 2014
PERCHE’…(LE STRAGI DEL SABATO SERA)
Perché è sempre così febbrile
la voglia
di afferrare l’orizzonte,
perché ogni strada, ogni curva
sono come fili di lana
attorcigliati sulle dita,
perché non lasciano mai che il respiro
si posi sull’ombra di una foglia,
perché…
Io, come un pallido graffio sull’orizzonte,
osservo le notti inchinarsi
all’oro e al vento di queste meteore inquiete.
Posso solo chiedermi perché,
perché quando l’alba piange
l’agonia di tanti sogni infranti,
non sappiamo tergere con quest’ acqua benedetta
la vergogna e il dolore che bagnano il
cuore.
Perché li lasciamo andare così,
senza una parola,
senza il senso del ritorno,
perché noi nell’attenderli
li crediamo vincitori
e immortali noi stessi,
perché…
Il muto orizzonte osserva
e tace il suo segreto
lasciando che il miraggio dell’infinito fondo
avvinca ancora e sempre
fino all’ultima alba.
Aurora Cantini
Canto nel vento e della ginestra
Scivola tra levigate pietre del ricordo
il canto nel vento sul Morrone.
In terra aspra di mezza montagna
tra bianchi sassi mia nonna raccoglie
rosse cerase e piccole patate.
La cupola del sole affonda nella piana
avvolge distese di grano ancora verde.
Appena scorgevo segni di figure
indaffarate in non so qual mietitura
ma percepivo le voci spiegate,
d’antico canto, affidate al vento,
e delle parole, chiaro era a me l’eco
d’un rassegnato suono.
E se la ginestra canta
ha il suono degli Appennini,
di sentieri scoscesi, d’assolate chine,
d’irte brusche discese, cespugli sparsi
l’un l’altro alla rincorsa di colline,
corde di mandolini, di marine lontane;
di balzi sui sassi nel rumorio d’Arolle
a cogliere dai grappoli dischiusi becchi gialli,
infiorescenze d’arbusti dalle fibre forti;
e alla festa dell’Ascesa
dall’odoroso cesto pieno di corolle
stendere sulla via ali giallodorate
mischiate a petali di rose.
In quelle ali gialle tutta la forza della vita,
nel vento il tempo che cangia i colori.
Caterina Franchetta
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Di gigli e di bianco
Sapore di cioccolato tra le labbra si spande
baci ad occhi socchiusi si aprono al cielo.
Sussulta la voce, canta l'amore
parentesi muta con voce tremula
radiata di stelle.
In simbiosi a due voci è il canto
ti amo, ti amo.
Un'eco in valli pure, verdi
amor che mai avrei meritato
il ventre accarezzo, scivola piano
la mano sulla pelle.
Solo specchi, freddi spettatori
dell'amor che non ha più pace
solo tormento per l'età che avanza
pensare al tempo che verrà
agli ostacoli del cammino al pianto
che scorrerà dentro e la voglia di correre
senza chiedere un passaggio al destino.
Muterò il tempo, chiederò un dono fanciullo
che svanisca il riverbero per il tempo che fu
che tutto rinasca ed io sia il tuo sì
in quel dì di gigli e di bianco.
Paolo Lorussi
IL MECCANICO CLOCHARD
Alla serena sta sulla panchina
contando le stelle una per una
pregando Dio d’avere la fortuna
di vedere il sole domattina.
Il miagolio acuto di gattina
diretto verso la nascente luna
frange la quiete ed importuna,
simile a sirena d’officina.
Rotto l’incantesimo del sogno
l’idea del tornio lo attanaglia
ricorda trascorsi della schiavitù:
l’uomo ch’è oggi, non quello che fu
dà l’ ultimo sorso alla bottiglia
per darsi pace d’ogni suo bisogno.
Antonio Cirillo
SEZIONE POESIA
Segnalati Premio Hombres X edizione 2014
FIUME D’AMORE
Non so che accade al cuore
spesso impazza,
come fiume
che dal letto esonda
e intorno tutto abbraccia.
Per breve tempo poi si acquieta
il tempo di un respiro
ed ecco che riesplode
al tocco di un’unica goccia
caduta giù dal niente.
E allora ancora
con soffice impeto fluente
s’ingrossa
e sommerge d’amore
il mondo intero.
Silvana Zuccarini
Ho tempo per te
E’ difficile
questo amore,
fughe, ricatti, aperture improvvise
e poi messaggi d’ira, delusione,
tu hai detto, tu hai fatto.
Fermati, ascolta, ho tempo per te,
condividiamo una focaccia calda
tra le dita corrose dalle assenze del cuore.
Abbandoniamo la notte,
andiamo verso acque di stupore.
Ogni bufera si placa
quando le mani stringono altre mani
e dicono: condividiamo il vento
che porta libere le spore
a impollinare un nuovo senso.
Daniela Basti
13
IL CRUDELE DESTINO D’UNA
GIOVANE MATEMATICA
di Giovannino Giosuè
Sedici ottobre millenovecentododici, ore sei
e trenta pomeridiane.
Un treno con il suo carico di persone e di
cose corre lungo la tratta Roma Pescara avvolto in una sorta di nebbia a tinte scure, accompagnato dal tipico rumore assordante
prodotto dal suo sferragliare.
Alcuni viaggiatori scambiano quattro chiacchiere, altri leggono un giornale o un libro,
altri ancora rimangono silenziosi, compostamente seduti al proprio posto, lo sguardo
quasi assente ma la mente rivolta a quel che
la buona sorte vorrà riservare alle proprie
aspirazioni o ai propri progetti di vita.
Diverse persone sono dirette ad Avezzano,
la cittadina capoluogo della Marsica situata
proprio a metà della tratta. Se un visitatore ha
scelto il treno come mezzo di trasporto, non
riesce a sottrarsi alle bellezze del paesaggio
naturale già dal momento in cui, lasciandosi
Tagliacozzo alle spalle e procedendo verso
Scùrcola e quindi verso il capoluogo marsicano, si ritrova immerso in una vasta distesa
pianeggiante con la bella riserva naturale del
Monte Salviano alla sua destra e, più in lontananza, sulla sinistra, il maestoso gruppo del
Monte Velino.
«Avezzano! Stazione di Avezzano!».
La comunicazione più volte ripetuta a squarciagola da un inserviente della stazione, sovrapponendosi allo stridio dei freni arrivò ai
passeggeri interessati. I ferrovieri addetti aprirono le porte del treno e alcuni passeggeri ne
discesero. Fra questi, la signorina Maria Gramegna. Anzi, per meglio dire, la professoressa
Maria Paola Gramegna, una giovanissima e
molto promettente matematica di origine piemontese, con in tasca la nomina ministeriale
per l'insegnamento presso la locale Regia
Scuola Normale Femminile “Maria Clotilde di
Savoia”.
Ma come mai una ventitreenne con spiccate
capacità riconosciute già in ambito accade
SEZIONE RACCONTI
Giovannino Giosuè
Ha vinto il primo premio
sezione racconti
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
Lettopalena (CH)
mico, e dunque con più ghiotte e interessanti
prospettive, decide di accettare un incarico di
insegnamento, seppur con nomina ministeriale, in un posto così distante da quello d'origine? Probabilmente la necessità di avere una
remunerazione da un lavoro immediato e sicuro influì sulla decisione presa.
Maria Gramegna era arrivata ad Avezzano
dalla natia Tortona con in tasca una laurea
conseguita con pieni voti assoluti. Con l'approvazione del suo relatore, il grande matematico Giuseppe Peano, venne pubblicata
l'interessantissima tesi riguardante i sistemi di
infinite equazioni integro-differenziali, un
tema non certo facile da indagare. Con la
stima e l'appoggio del Maestro, si prospettava
per la giovane un avvenire molto gratificante.
Pur provenendo da una regione che in
quanto a bellezze naturali non è da considerarsi seconda ad altre, la giovane Gramegna
non dovette rimanere indifferente di fronte
alle notevoli bellezze del paesaggio abruzzese, all'affabilità e al senso di ospitalità della
gente. Tutto questo, con ogni probabilità, le
fece balenare l’idea di fissare definitivamente
la dimora ad Avezzano. E questa idea cominciò a prendere una certa consistenza subito
dopo aver conosciuto un giovane del posto
un po' più grande di lei.
Attilio Mastri era studente presso la facoltà
di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, piuttosto in ritardo con gli
studi a causa del suo interesse - ma sarebbe
più giusto dire una vera e propria passione nei confronti della campagna e di tutto ciò
che questa avrebbe potuto elargire a chi
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l'avesse amorevolmente coltivata.
Era conosciuto in città come un tipo piuttosto eccentrico. Di bell'aspetto, alto, moro,
occhi luminosi e sguardo intenso. Un tratto
distintivo come la folta capigliatura apparentemente non curata gli dava l'aspetto di un
bohémien o di un filosofo.
Aveva conosciuto Maria nell'aprile del millenovecentotredici in modo del tutto casuale
davanti a una di quelle bancarelle che nei
giorni di festa riempivano la piazza prospiciente la chiesa di San Bartolomeo, proprio
durante i festeggiamenti in onore del santo
patrono. Aveva acquistato un po' di dolci alla
mandorla e caramelle al miele. Dopo aver pagato, girandosi su se stesso, fece per andar
via. Maldestramente, senza guardare. Lo
scontro, inevitabile, rischiò di mandare Maria
per le terre.
«Oh! Mi scusi … sono desolato … signorina,
la prego di perdonarmi, sono stato uno
sciocco … mi creda, non l'ho fatto apposta ...».
«Va bene, accetto le sue scuse, ma non esageri; in fin dei conti non è successo nulla» fece
di rimando la giovane con voce ferma e un
chiaro accento settentrionale.
«La ringrazio per la sua indulgenza, signorina … posso offrirle un dolcetto?».
«Oh, grazie, ma non posso ...».
«La prego, accetti almeno una caramella al
miele».
«Va bene, grazie, accetto» fece lei arrendevole, vista l'insistenza.
«Signorina, lei è stata davvero gentile e comprensiva – fece lui porgendole le caramelle –
e io me ne ricorderò. Permetta che mi presenti, mi chiamo Attilio. E lei? Posso?».
«Il mio nome è Maria» acconsentì con garbo
la giovane.
«Grazie, signorina Maria … la saluto e le auguro una buona giornata».
«Buongiorno a lei signor Attilio, grazie».
Il casuale incontro provocò nei due giovani
un certo turbamento. Attilio, che si era ripromesso di rivederla al più presto, dopo aver
esperito approfondite indagini si recò presso
la sede della Scuola Normale femminile chiedendo di lei.
Maria Gramegna, che proprio in quei giorni
era stata messa al corrente di certe meschine
macchinazioni che parte del mondo accade-
mico torinese stava tramando nei confronti
del suo illustre mentore Giuseppe Peano, era
di pessimo umore. Quando ricevette Attilio si
trovava in uno stato di totale sfiducia. L'inevitabile delusione le aveva procurato un tale
stato d'animo che, di fronte ad Attilio, la portò
ad assumere un atteggiamento piuttosto distaccato. Ma Attilio non era tipo da scoraggiarsi per così poco, il cuore gli suggeriva
comprensione e tolleranza.
«Non sono qui per importunarla, mi creda.
Mi sento in debito con lei, e per questo ho
fatto di tutto per ritrovarla. E poi, avendo saputo delle sue competenze, le vorrei chiedere
qualcosa che ha a che fare col mio status di
studente di Filosofia ...».
«Ah, dunque lei è uno studente lavoratore
...» lo interruppe lei, con un tono più accomodante.
«Beh, considerando l'età e le priorità manifestate, direi più un lavoratore … studente!» le
confessò lui con un tono tra il serio e il faceto.
A questo punto, guardandosi negli occhi,
scoppiarono in una fragorosa risata, che in un
certo qual modo segnò l'inizio della loro storia.
Cominciarono a frequentarsi come due vecchi amici, e nello stesso tempo Attilio sentiva
crescere dentro di sé un sentimento più profondo, ma non riusciva a trovare il coraggio
di esternarlo.
Chiuso l'anno scolastico, Maria risalì a Tortona, dove dimorava la sua famiglia d'origine.
L'estate di Attilio si rivelò densa di impegni.
Si buttò a capofitto sia nei lavori di campagna
che nello studio della Filosofia della Scienza,
l'esame che gli rimaneva da sostenere, dedicandosi anche alla preparazione della tesi di
laurea, riguardante alcuni particolari aspetti
della filosofia medioevale.
Le sue giornate erano piene, senza un attimo di respiro. E mai avvertiva stanchezza, le
energie gli venivano fornite dal solo pensiero
rivolto a Maria. Per lei, ne era ormai sicuro,
provava un amore vero e profondo. La giovane matematica con la sua forte personalità
lo aveva colpito nel cuore e nella mente a tal
punto da riuscire a limitarne il pensiero e
l'azione. E ben sapendo che di fronte a lei non
sarebbe mai riuscito a trovare né le parole
giuste né soprattutto il coraggio di dichiararsi,
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si decise a scriverle una lettera.
Gentilissima signorina Maria,
per prima cosa le chiedo scusa per l'ardire di
questo mio scritto, ma la prego fin da adesso,
qualunque sia la sua reazione e il suo pensiero in merito, di mantenermi la sua stima e
la sua amicizia così come con tanta disponibilità me le ha mostrate in passato. È troppo importante per me poter ancora contare su di
lei.
Il mio ardire si riferisce ai sentimenti che
nutro per lei fin dal primo momento che l'ho
vista, e che ho sentito gradualmente crescere
in me man mano che venivo a conoscenza
delle sue molteplici e nobili qualità. Dal profondo del mio cuore, ormai conquistato dalla
sua grazia e dalla sua leggiadria, non mi è
stato difficile tradurre questi sentimenti in una
parola che tutti li racchiude: amore!
Sì, signorina Maria, io l'amo, con tutto me
stesso. E se questo mio sentimento non dovesse trovare riscontro, o peggio ancora la
dovesse ferire, la prego fin d'ora, in ginocchio,
faccia conto di non aver mai ricevuto questa
missiva, e mi tenga ancora e per sempre tra i
suoi amici più devoti.
Aspetto con trepidazione il suo ritorno,
sempre suo affezionatissimo Attilio
Scrisse con attenzione l'indirizzo sulla busta,
con molta cura vi applicò il francobollo e
spedì. Maria rispose quasi subito, dichiarandosi lusingata per le belle parole e i buoni sentimenti espressi.
“Li ho sentiti veri e profondi, sicuramente
sinceri - gli confessò nella sua missiva – e
degni di una persona brava e ben educata,
come lei ha sempre mostrato di essere. E non
posso né voglio nasconderle che anche il mio
cuore m’aveva dato segni in tal senso fin dal
nostro primo incontro”.
Attilio rischiò di non reggere alla forte emozione che la risposta di Maria gli aveva procurato.
L'anno scolastico successivo segnò un periodo idilliaco per loro. A riconoscimento delle
sue notevoli qualità, Maria ebbe dall’amministrazione comunale anche la nomina a direttrice del convitto annesso alla Scuola Normale
con sede all’interno del Castello Orsini.
I due giovani innamorati, accomunati dalla
stessa passione per l’arte e l’archeologia, spesero molto del tempo libero visitando i tanti
siti del territorio marsicano. In queste occasioni Attilio si rivelò un perfetto cicerone, e
Maria pendeva letteralmente dalle sue labbra,
affascinata dal suo sobrio e dotto eloquio.
Purtroppo però, non solo luci. Proprio quell'anno segnò l’inizio di quell’evento scellerato
che verrà ricordato come la grande guerra. A
un mese esatto dall'attentato mortale di Sarajevo, il ventotto luglio l'Austria dichiarò
guerra alla Serbia e ben presto si ritrovarono
coinvolte nel conflitto molte potenze.
Inizialmente l'Italia riuscì a starne fuori ben
interpretando gli accordi stipulati nella Triplice Alleanza, ma il clima nel paese risentiva
ormai dei venti di guerra che già soffiavano
in ogni direzione. Il solo pensiero di un disgraziato coinvolgimento nell'evento bellico produsse nel paese un'aspettativa di paura e di
angoscia.
E come la storia dell'uomo ha insegnato, le
disgrazie non vengono mai da sole.
La Marsica, che poteva vantare tanti tesori
come la bellezza dei suoi paesaggi, lo splendore dei siti archeologici, il senso dell'ospitalità e l'affabilità della sua popolazione, la
cultura delle sue millenarie tradizioni, dovette
soccombere di fronte a un evento imprevedibile e tragico come quello rappresentato da
un rovinoso sisma. Nulla lasciava presagire
che il destino di Avezzano e degli altri paesi
della Marsica potesse subire un colpo così
drammatico e subdolo come quello inferto da
un terremoto di intensità inaudita, che nei
suoi rovinosi effetti coinvolse la quasi totalità
delle abitazioni e degli abitanti, impreparati,
indifesi, impotenti di fronte alla rovinosa
azione distruttiva.
Nel giro di poche decine di secondi tutto finisce, tra i pianti e le urla di dolore dei pochi
sopravvissuti. Nemmeno il tempo di rendersi
conto dell'immane tragedia, ed ecco che in
un attimo viene spazzato via e azzerato tutto
il processo di rinnovamento che con tanta fatica e abnegazione era stato portato avanti
dal popolo marsicano fin dal prosciugamento
del lago del Fucino.
Due boati intorno alle otto del mattino di
quel disgraziato tredici gennaio del milleno-
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vecentoquindici annunciano l'arrivo di un
grave sconvolgimento che nel giro di poche
decine di secondi trasforma in maniera radicale il territorio, l'urbanistica e l'assetto demografico.
Avezzano, come quasi tutti i paesi della
Marsica, viene raso al suolo. Abitazioni,
stalle, uffici, chiese, scuole, vecchi monumenti e lo stesso castello Orsini diventano un
unico ammasso di ruderi senza tetto, e tutt'intorno solo macerie in mezzo a nugoli di polvere e qualche principio d'incendio.
La valutazione più drammatica verrà realizzata soltanto il giorno dopo, quando le stime
cominciano a delineare l'incredibile gravità
della tragedia: ad Avezzano erano sopravvissute poco più di un migliaio di persone - solo
un decimo della popolazione! - riportando ferite più o meno gravi. Il particolare periodo
dell'anno, il freddo gelido, la neve e le scarse
comunicazioni ritardarono notevolmente gli
aiuti e ogni possibile intervento.
I pochi sopravvissuti vagavano come fantasmi per le strade, alla ricerca di aiuto o di
un parente o di un amico. Tra loro anche Attilio Mastri, risparmiato dalla belva malvagia,
che invece s'era portata via mamma Amelia.
Col cuore a pezzi e ancora sotto shock, come
un automa si diresse verso il Castello Orsini,
la sede del convitto annesso alla Scuola Normale femminile.
I suoi sensi percepivano solo macerie, desolazione e lamenti d'oltretomba, e un brutto
presentimento lo stava già divorando. Alla
vista delle condizioni del vecchio castello non
riuscì a frenare le lacrime, e quando un inserviente miracolosamente scampato al crollo lo
informò che le giovani allieve e la direttrice
erano state sorprese nel refettorio al momento della colazione e senza possibilità di
scampo erano rimaste sepolte sotto le macerie, si lasciò cadere per terra e, noncurante
del freddo gelido che gli penetrava dentro fin
nelle ossa, pianse amaramente e senza
alcun ritegno come solo un bambino privo di
ogni forma di difesa può fare.
La sua Maria non c’era più. Un crudele destino se l’era portata via insieme ai suoi
sogni.
Era rimasto solo Attilio. Solo, in preda a una
sofferenza indicibile che forse neanche il
tempo, in questi casi unica medicina, sarebbe
riuscito a lenire.
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IL PONTE DI FERRO
di Paolo Menon
(Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale).
«La signora Torregiani… non c’è più: ci ha lasciato da qualche mese, povera donna, non
lo sapeva? E comunque il vedovo non è in
casa, signora, è uscito da un paio d’ore… in
confidenza, ho l’impressione – ma è solo
un’impressione, per carità! – che l’architetto
sia sempre più in crisi, pover’uomo… e comunque, dopo la morte della moglie –
quant’era bella la signora Lara, aah com’era
elegante, che vera signora! – dopo la sua
morte, le dicevo, l’architetto non sembra più
lo stesso, pover’uomo!», sermoneggia la portinaia, dispensando i suoi «comunque» seguiti da generose indiscrezioni in dialetto
meneghino.
Nel contempo, l’anziana inquilina del piano
rialzato che vive ormai in semisordità con
una badante polacca, attende la visita dell’amica coetanea che da circa una decina di
minuti si sta intrattenendo, ammutolita, con
la portinaia. Quest’ultima, abbassando la
voce e avvicinandosi sempre di più all’orecchio dell’ignara visitatrice, chiosa confidandole che «il vedovo non ha più voluto
recarsi al cimitero dal giorno del funerale» e
che lo sa per certo «dai titolari del bar di
fronte che conoscono bene le abitudini
dell’architetto».
L’amica brianzola della vecchia donna è visibilmente turbata per la ferale notizia – «aah,
mio Dio, che dispiacere, ma che tragedia!
questa proprio non ci voleva!» – che la priverà d’ora in poi delle stuzzicanti ricette di
cucina etnica che l’adorabile signora Lara le
proponeva e spiegava così bene… e del piacere di contraccambiare, di quando in
quando, con prodotti tipici delle colline
brianzole, come i furmagitt (1) o la robiola di
Montevecchia di cui la signora Lara era
ghiotta…
---------------------------------------------------------------------(1) Il «Furmagitt di Montevecchia» è un formaggio di
latte vaccino. In passato era prodotto anche con latte
di «pecora brianzola», ovino autoctono della regione
Lombardia.
SEZIONE RACCONTI
Paolo Menon
Ha vinto il secondo premio
sezione Racconti
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
Poi sale i pochi gradini di pietra grigia con il
pacchetto dei furmagitt sul palmo della
mano, come se fosse appena uscita dalla latteria, e con aria preoccupata sparisce dietro
la porta socchiusa dell’amica che la attendeva, lamentando subito con la badante di
avere appreso soltanto ora – «… aah, davvero imperdonabile!» – della tragica morte
della signora Lara.
Giulio Anfossi Torregiani è un famoso designer della Milano che conta: due Compassi
d’Oro, quarantaquattro anni portati da dio,
carattere solare ed estroverso, collezionista
d’arte del Novecento italiano, oggi maledettamente in crisi per la perdita di Lara. Di lui
non si parla d’altro che del suo stato di salute e, soprattutto, che si stia ammalando di
solitudine o «molto probabilmente di depressione», come gli abituali clienti ben informati del bar di fronte vogliono far sapere.
E non a torto, dopotutto, perché i contorni
del disagio ormai quotidiano appaiono sempre più chiari anche allo stesso Giulio, come
se fossero disegni progettuali che di ora in
ora mutano, evolvono, si ridefiniscono. E
come una metamorfosi di silenzi assordanti,
la malinconia pervade la sua mente, si ramifica ovunque nutrendosi di ricordi che non
intendono sbiadire, che anzi si moltiplicano
come mondi inesplorati e surreali in cui le
disavventure più impensabili prendono
corpo invadendo ogni spazio riservato allo
spirito, sino a convivere forzatamente ogni
giorno sempre di più con l’ossessione dei
sogni che tornano inquietanti a visitare ininterrottamente le sue notti. E a trasformarsi in
incubi, come quello ricorrente di Daila, la
stupenda cavalla araba di Lara, dalle cui
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gengive la saliva si riversa fluida sulle labbra
arse dal sole impietoso mentre il sudore si
cristallizza sul muso, disegnando sottili ricami sui muscoli lignei, sino a che la giumenta si accascia esausta sugli arti esilissimi
tirando un sospiro affannoso; poi morde la
terra e nitrisce senza voglia, lasciando che il
ventre si tragga e si ritragga in spasmi sempre più continui e più forti. Quindi Daila
chiude gli occhi, inspira profondamente,
leva il muso al sole e con uno sforzo deciso
reggendosi sulle ginocchia, contrae gli addominali con violenza. E quando sente il
ventre liberarsi del feto si spaventa! Sorpresa, scalpita con gli occhi nell’infinito, cadendo a ritroso sulla terra secca senza un
gemito, mentre la polvere si solleva da sotto
il corpo raggiungendo il respiro di Giulio
che nel frattempo si sveglia uscendo traumaticamente dall’incubo, come pure dalle
apnee notturne di cui soffre.
Giusto sei mesi sono trascorsi dal quel tragico incidente d’auto, ma «Lara si è soltanto
allontanata a cavallo, col nostro bambino in
grembo, in sella alla sua Daila per qualche
giorno», continua a sperare Giulio, anzi, ne è
sempre più convinto, chiedendosi cosa
succederebbe se contrariamente Lara non
tornasse mai più a casa. Di quella duplice
perdita dovuta all’ineluttabilità del destino
non riesce a farsene una ragione, tormentandosi e riconducendo i progetti in sospeso
nella progettualità più ampia di un disegno
catartico su cui da tempo nutre un crescente, morboso interesse.
Del resto, trova davvero lacunosa la scienza
psichiatrica che non potrà mai soddisfare o,
meglio, riempiere la sua vita della felicità pienamente vissuta con Lara, nonostante le pesanti misure terapeutiche adottate per
migliorare il tono dell’umore e alleggerire la
sofferenza.
L’architetto abita nei dintorni dell’Alzaia Naviglio Grande al terzo e ultimo piano annesso alle ex mansarde di una vecchia casa
di ringhiera senza ascensore. L’appartamento completamente ristrutturato è arredato con gusto minimalista, raffinato, colto e
governato con ossessivo senso dell’ordine e
dell’igiene. Sul tavolo l’agenda dello scorso
anno, intonsa.
E’ giorno, si alza, si lava, si veste, dispone
meticolosamente le pillole sul vassoietto di
porcellana bianca, come ogni giorno prima
di deglutirle, iniziando dall’Alprazolam (2) ,
proseguendo con il Flurazepam (3), quindi il
Risperidone (4), per finire con l’Escitalopram
(5): quanto basta per curare la sua depressione classificata ormai maggiore. Poi esce.
La giornata è ventosa, mista a pioggia leggera, ma fastidiosa come sa essere l'autunno
milanese privo di sole. Vaga per la Milano
dei Navigli con in tasca i suoi tanti, tantissimi
foglietti di carta per appunti e schizzi. Le tasche della giacca sono gonfie di carta, ormai
sventrate e dal taschino fanno capolino
mezza dozzina di matite gialle, di varie lunghezze e perfettamente temperate.
Acquista il giornale per abitudine. Starnutisce e, riparato dal maxiombrello di Lara,
s’incammina verso Porta Genova. Starnutisce di nuovo maledicendo l’inverno incipiente e pure il giornale che titola sempre
sulla crisi economica, quella governativa e
sui gossip di merda! Indispettito, lo butta.
Poi, mentre estrae distrattamente dalla tasca
della giacca il nuovo pacchetto di fazzoletti,
dalla tasca fuoriescono decine e decine di
fogli che svolazzano ovunque mentre sta
passando davanti alla stazione ferroviaria.
Centinaia di foglietti finiscono sotto le suole
della gente ignara e frettolosa. Quando si
china per raccoglierne qualcuno sotto il
grande ombrello, c’è chi si scusa per averli
inconsapevolmente imbrattati, ma è troppo
tardi perché i foglietti si sono ormai imbevuti
di scura fanghiglia urbana, marchiati da impronte di scarpe, pneumatici di taxi e di
quant’altro.
Dapprima turbato e meditabondo raccoglie
pazientemente ogni foglietto, entra nella
hall della stazione e con cura sistema le piccole carte tra le pagine dei giornali gratuiti
abbandonati sulle panchine delle sale d’attesa. Ne imbottisce una risma, poi sorride.
Sorride perché alcuni foglietti, mentre si
asciugano, sembrano raccontare ciascuno
---------------------------------------------------------------------(2) Medicina per combattere gli attacchi di panico.
(3) Farmaco che riduce lo stato di ansia.
(4) Principio attivo utilizzato nel trattamento delle psicosi schizofreniche.
(5) Farmaco antidepressivo
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l’incedere, la fretta, il peso, la postura delle
persone… E si diverte come un bambino a
osservare incuriosito le suole stampigliate
dai loghi dei calzaturifici impressi sui fogli
per indovinare la tipologia della scarpa indossata.
Esce dalla stazione con la risma dei giornali
sotto braccio. Non piove finalmente e sorride con malcelata malinconia incamminandosi verso il bar della piazza dove bere
l’acqua con cui mandar giù una manciata di
pillole che sfila dalla tasca dei pantaloni, portandole alla bocca con aria indifferente.
Quindi, conversando piacevolmente con se
stesso, raggiunge il Pont de ferr. Sale i gradini del vecchio ponte di ferro con insolita
lentezza appoggiandosi all’ombrello
come a un bastone e seminando ovunque
con plateale gratificazione ogni foglietto in
suo possesso che ovviamente viene calpestato ancora una volta dalla gente.
Sciorina pensieri al vento su ogni traccia lasciata dal passaggio umano sul ponte che
attraversa i binari per accedere in via Savona
e di lì alla Mecca del design e della moda.
Scruta le reazioni di ogni singola persona
per poi chiedersi se un ponte sia davvero
una realtà fisica o un gesto inafferrabile e
percorribile al tempo stesso come la poesia
visiva di un arcobaleno… se davvero un
ponte possa unire culturalmente popoli, religioni, etnie, medicina, economia, arte, letteratura, architettura, ingegneria, design,
grafica, musica, pittura, gestualità, segni,
scultura, conoscenza, scienza… e bellezza.
«Sì, bellezza… la bellezza salverà il mondo!»,
grida inaspettatamente a squarciagola e
«Dostoevskij aveva ragione! Anzi, ne aveva
da vendere!». E gridando alla gente, incalza:
«Il ponte è una biblioteca dei saperi… che
unisce la vecchia carta con le future tecnologie visuali! Ma non vi accorgete che questo
è un ponte tra passato e futuro, tra generazioni diverse che si raccontano?», prosegue
eccitato puntando l’ombrello verso la gente
che lo evita come un appestato. «Ma cosa
blateri?» gli chiede un passante. E lui: «Questo è un ponte tra etnie, le più disparate, che
si confrontano per conoscersi, per convivere, per condividere. Sì, condividere! Questo è un ponte tra laboratori di dialogo… tra
culture e religioni…». «Ma checcazzo stai dicendo!», urla un altro. E lui di rimando,
come se sillabasse: «Da qualunque parte lo
si attraversi, mio caro, un ponte è e sarà
sem-pre si-no-ni-mo di spe-ran-za!». «Sei proprio messo male, figliolo: avresti proprio bisogno di cure…» gli risponde un’anziana
passante con l’aria di chi ha trascorso la vita
a soccorrere il prossimo.
«Perché non passate sopra ai miei fogli? Perché? Vi prego… è un esperimento, sì, un
esperimento artistico!», insiste l’architetto, invitando la gente a passarci sopra senza timori.
Infatti qualcuno sta al gioco e si diverte, ma
altri imprecano, c'è chi sorpreso scuote la
testa compatendolo e altri ancora che biascicano volgari commenti….
Poi, improvvisamente, Giulio è sopraffatto
dal silenzio… Il Pont de ferr, da verde sporco
qual é si sta tingendo di rosso… Anche i volti
delle persone, tante – mai viste prima d’ora
così tante intorno a sé – assumono colori
piatti e solarizzati come quelli delle serigrafie
di Andy Warhol, per poi attenuarsi sfumando ogni cromia e diventare grigi e… si
accascia a terra tra i passanti.
La sirena di un’ambulanza si fa meno assordante, forse. Le palpebre pesano più del solito, anzi si stanno chiudendo rabbuiando
ogni cosa, mentre sente una mano calda
che gli sfiora la fronte… gli tasta il polso... gli
solleva l’altro. Socchiude gli occhi per un
istante e intravvede tra la gente sfocata, proprio Lara… ma nitida e bellissima nel suo
trench nero e gli stivali da equitazione che
gli si avvicina allungando le braccia con apprensione, inginocchiandosi e ricoprendolo
di baci, di carezze, tante, più di quante ne
avesse mai ricevute in tutta la sua
vita… Quindi Giulio accenna a un sorriso
compiaciuto, tanto agognato quanto
estremo.
A casa, sopra il tavolo della cucina dell’architetto, i blister vuoti dei farmaci sono
perfettamente allineati sul vassoietto di porcellana bianca, come sul set di uno still-life
fotografico per riviste di arredamento di
classe.
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La strega
di Giovanna Rotondo
La donna era in piedi su un carro. Le mani
legate, l’aspetto dimesso, malandato. Un
uomo, il boia, accanto a lei, la torturava con
tenaglie infuocate, piagandole la carne. Lei
pareva non avvertire il dolore, l’espressione
del viso assorta… lontana.
“Presto sarà finita”, pensava. “Sono contenta,
non potrà essere peggio di così, quando
sarò morta”.
Gli occhi non vedevano la folla urlante, ma i
campi fioriti nelle estati della sua breve infanzia, quando, piccola fanciulla, raccoglieva
fiori e ne faceva ghirlande o, insieme alle
contadine del suo villaggio, nella pianura
padana, cercava erbe per tisane e decotti.
Il padre, di professione maestro, le aveva insegnato a leggere e scrivere e a far di conto.
A lei, ragazzina svelta e intelligente, lo studio
piaceva molto e imparava in fretta.
In seguito, la lettura era diventata la sua passione, il suo faro: leggeva quando poteva.
Non c’erano tanti libri intorno, ma, nelle
case benestanti in cui andava a servizio, trovava sempre qualcosa. Lei, di nascosto, leggeva tutte le parole scritte che trovava.
Le grida della gente le giungevano distanti,
remote.
Al rogo, al rogo la strega…
Brucerai all’inferno!
Suo padre aveva deciso di darla in sposa,
non ancora quattordicenne, a uno che non
conosceva, che non era dei luoghi in cui viveva. Sapeva solo che era un mercante e
abitava a più di una giornata di cammino
dalla loro casa. L’aveva implorato di non
farlo, di tenerla lì ancora qualche tempo. Ricordava di essersi inginocchiata davanti a
lui.
“Ti prego, padre, non farmi andare via. Tienimi qui con te. Lavorerò giorno e notte.
Qualsiasi cosa. Ti prego!”
L’aveva supplicato, ma lui non aveva voluto
sentire ragioni, né aveva dato giustificazioni
alla sua decisione.
Il matrimonio era stato un’esperienza terribile, il marito aveva un carattere violento, la
picchiava spesso e la obbligava a prosti-
SEZIONE RACCONTI
Giovanna Rotondo
Ha vinto il terzo premio
sezione Racconti
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
tuirsi, lei era lontana dalla sua casa con nessun a cui chiedere aiuto… aveva pregato in
cuor suo di morire, ma era morto lui, accoltellato in una rissa.
Aveva trovato lavoro come domestica e, per
qualche anno, era andata a servizio nella
casa di una famiglia benestante che l’aveva
portata a Milano. Il lavoro era duro, ma almeno nessuno la picchiava, né la costringeva a prostituirsi. Lei riusciva anche a
leggere e a dedicarsi alla sua altra passione:
la ricerca di erbe e fiori.
Siamo qui per giudicare questa donna, colpevole di preparare e somministrare intrugli
malefici e di avere rapporti con Satana!
L’aveva accusata perentorio l’Inquisitore, alcuni mesi prima.
“Il processo è stato una farsa inquietante.
Tutte quelle persone potenti contro una poveretta come me. Anche se fossi stata una
strega, come dicono, e forse lo sono, non
vuol dire che io abbia commesso dei crimini”.
La folla gridava sempre:
Strega, strega… devi morire!
Qualcuno le lanciava degli oggetti, la copriva d' insulti e sputi.
“Poveri creduloni” rifletteva lei, “non esistono le streghe, né il diavolo, né l’inferno. Li
inventano loro per controllarci meglio. Esiste
solo tanto dolore”.
“I medici sono delle botti tronfie, piene di
vino cattivo… non sanno come lenire le sofferenze della gente”.
Gli avvenimenti degli ultimi mesi, in quelle
aule di tribunale, mentre la processavano
con prove inesistenti e false, o nella pri-
21
gione, sotto tortura, per farle confessare
colpe mai commesse, erano stati per lei una
rivelazione.
L’accusata pratica la magia nera. Si è macchiata di gravi peccati: atti di stregoneria,
rapporti promiscui con il Demonio. Omicidio.
Continuò l’Inquisitore rivolgendosi ai membri della Corte: tutti maschi, vestiti di nero,
seri, severi.
Che cos’ha da dire a sua discolpa?
Le chiese, guardandola.
Nulla.
Rispose, scuotendo la testa.
Prepara pozioni e filtri magici?
Sì…
Per quale ragione?
Per alleviare il dolore di chi soffre…
Sacrilegio! Questo è compito di Dio, non
delle donne, né tantomeno delle streghe.
Solo Dio può alleviare il dolore. Ha mai
avuto rapporti carnali con il Diavolo?
Sì.
Assentiva lei, annuendo.
“Sì, ho avuto rapporti con il diavolo ogni
qualvolta sono stata stuprata, violentata o
picchiata da qualcuno di voi”. Ma non lo
disse.
Quante volte?
Non lo so!
Molte?
Forse.
Sussurrava, tenendo gli occhi bassi.
Ha tentato volontariamente di avvelenare le
persone presso le quali era a servizio?
“Ho preparato solo delle bevande calmanti,
con fiori di camomilla o foglie di malva”. Ma
taceva e piegava la testa:
Sì.
Bisbigliava.
Si chiedeva se tutti quegli uomini di scienza,
di cultura, di chiesa, si rendessero conto
dell’assurdità di ciò che facevano o dicevano.
“Lo faranno per paura, perché ci credono o
gli va bene così?”
Rispondeva “sì” a qualsiasi folle domanda le
venisse posta, qualsiasi cosa, purché non la
torturassero.
Non c’era scampo, come nel supplizio dell’acqua che veniva inflitto a una presunta
strega: se questa fosse andata a fondo, con
una pietra legata al collo, sarebbe stata innocente, ma sarebbe morta annegata, se
fosse rimasta a galla, sarebbe stata colpevole e giustiziata. Un meccanismo perverso!
Ed erano tutti uomini…
“Come mai non c’è mai una donna in queste
strane assemblee?”
Aveva scoperto il potere degli uomini: ti violentavano e poi ti accusavano di aver peccato, ti chiedevano delle erbe per i loro mali
e poi ti accusavano di essere una strega.
T’ imprigionavano, ti torturavano finché non
confessavi ciò che volevano… ti bruciavano
sul rogo per peccati che non avevi commesso, né pensato si potessero commettere.
−
E’ vero che l’accusata ha abbandonato le sue figlie avute fuori dal matrimonio,
frutto della sua fornicazione?
“No, non è vero, non è assolutamente vero”.
L’impulso di urlare con tutta la forza di cui
era ancora capace, l’aveva scossa con violenza. Ma sapeva che poi l’avrebbero torturata per farle dire che era vero! Non
intendeva stare al gioco, avrebbe detto loro
tutto ciò che volevano dicesse. Glielo
avrebbe detto da subito.
Un giorno aveva incontrato un uomo
d’arme, un capitano, viveva solo e le aveva
chiesto di tenere casa per lui. Lei aveva accettato. Nel giro di pochi anni erano nate
due figlie. Lei ascoltava il loro respiro, ne vegliava il sonno e, mentre dormivano, sfiorava i contorni dei loro visini con la punta
delle dita
_ Risponda!
_ Sì, è vero.
Mormorò in un sospiro di dolore!
Sentiva nel cuore il grido delle figlie che
piangevano: “mamma, mamma dove sei?”
Lo sentiva ogni momento, da allora.
Chiuse gli occhi e sorrise tra sé rivedendo i
loro volti di neonate e di più grandicelle, poi.
Le aveva amate più di ogni ragione! Le accarezzò teneramente:
“Addio bambine mie!”
L’avevano costretta a lasciarle in tenera età.
Il vescovo aveva ingiunto a lei e al loro
padre di dividersi. Erano insieme da molti
anni, senza essere sposati e vivevano nel
22
peccato: dovevano essere separati! Il padre
delle sue figlie non aveva potuto o voluto
sposarla.
“Speravo di accudirvi per tutta la vita, di insegnarvi a leggere e scrivere!”
La obbligarono a prendere servizio in casa
di una nobildonna.
Confessa di essere una strega e di aver
compiuto riti di magia nera, con l’aiuto di Satana?
Sì!
Rispose, lei decisa.
Dopo aver esaminato i gravi crimini di stregoneria, i rapporti perversi con il Demonio, i
comportamenti sacrileghi attribuiti a questa
donna e liberamente confessati dall’accusata, questo Tribunale la condanna al rogo!
A lei non interessava ascoltare la sentenza,
sapeva che l’avrebbero condannata a bruciare, viva o morta, non cambiava molto.
Non aveva più nulla, neanche il suo nome.
Si concentrò sulla visione delle sue creature.
“Vi cantavo una ninna nanna per farvi addormentare, cambiavo sempre le parole:
dormi, dormi mia piccina, dormi, dormi bel
visino, ninna nanna piccoline!”
Erano quasi giunti a destinazione, si vedeva, sul fondo, la catasta con il palo su cui
sarebbe stata issata e giustiziata. Intonò una
dolce nenia, il suo viso si distese in un attimo
di amore.
Il boia scambiò per lamenti la cantilena sommessa e le inflisse altre torture, altro dolore,
ma nulla poteva turbare la strega in quel
momento.
“Vi auguro ogni bene, figlie mie. Addio!”
Il carro si fermò, erano arrivati al punto in
cui lei doveva essere impiccata e poi arsa,
non molto distante era stato allestito il
fuoco. Lanciò un’occhiata distratta alla folla,
che si era zittita:
“Senza dubbio, altre sciagurate si sono rese
conto degli orrendi misfatti perpetrati nel
nome di Dio. In nome di Dio e mostrando il
crocifisso, si commettono crimini terribili”.
Pensò per un momento, guardando i monaci che pregavano con il crocefisso alto, visibile a tutti.
La chiesa perseguiva una violenta caccia alle
streghe. Una caccia fiorente e proficua: confiscava i beni delle presunte streghe e di tutti
coloro che avevano, si credeva, rapporti con
il diavolo, o erano denunciati perché praticavano riti magici, o ritenuti colpevoli di eresia.
Il boia la fece scendere dal carro e la spinse
verso l’impalcatura, c’erano dei gradini di
legno, li salì.
“Chissà se mi bruciano da subito o mi strangolano prima come atto di clemenza, per
aver confessato, concedendomi di soffrire
meno…”
Non capitava spesso che una donna arrivasse a delle conclusioni, era accaduto a
una come lei: povera e sola, a cui era stata
inflitta una condanna assurda. E forse era
proprio questa la ragione!
Aveva compreso che chi fosse capitato nell’ingranaggio veniva stritolato. La giustizia
non esisteva, non c’era e non c’entrava. Non
poteva esserci giustizia là dove era ammessa
la tortura. La tortura era strumentale alla
confessione, se non confessi, ti faremo confessare con insopportabile dolore. Solo la
mente umana poteva escogitare mezzi talmente perversi a cui non si poteva resistere.
La tortura era un’arma immonda: si confessava qualsiasi cosa! Le tenaglie infuocate, le
forche, i roghi e quant’altro, erano nulla in
confronto.
Si mise a cantare piano, con voce dolce, intanto che saliva i gradini:
−
Ninna nanna, dormi dormi, mia piccina che la mamma ti è vicina
=================================
Premio Hombres
Itinerante
www.premiohombres.com
[email protected]
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da Oltre le latomie
di Pietro Catalano
L’albero
Sono un albero vecchio,
profonde radici che succhiano
memorie in umide zolle,
fusto freddo, sordo rumore secco,
m’angoscia non sapere
il destino del nido fra i rami,
coppia di passeri che cinguettano
fino a sera, incurante del freddo
nella prossima notte. E’ tardi,
non sento più la linfa scorrere
nel tronco muto e le foglie
cadono senza rumore,
secco l’eco dello schianto.
M’hanno tagliato le braccia
perché scoppiassero gemme
fra nodi aggrovigliati, incavo
di cicale di giorno assopite,
non sento più il calore verde
sotto la corteccia ma colpi sordi
d’una scure, lama aguzza
lacerare le mie carni.
SEZIONE SILOGE DI POESIA
Pietro Catalano
Ha vinto il primo premio
sezione Silloge di Poesia
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
Il mondo sconosciuto
Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere:
la solitudine dell'uomo – di noi e degli altri.
Cesare Pavese, Saggi letterari.
Quale giorno mi viene incontro
quando ritrovo suonatori di flauto
fra strade affollate e nomadi
che chiedono qualcosa
a passanti frettolosi che guardano
l’orologio della vita
correre più veloce dei loro piedi?
Dove vanno la sera questi uomini,
quale casa l’inghiottirà nella notte
e chi li aspetterà ansioso
di ritrovarli ancora vivi, nell’anima?
Ciascuno consuma il giorno
sollecitando quello successivo,
ma il tempo presente
rintocca lo scorrere della vita.
Chi sono gli uomini che incontro
la mattina nei tram affollati,
quali speranze abitano nei loro cuori?
Ognuno è solo dentro abiti
fabbricati da altri sconosciuti,
eppure siamo tutti così vicini,
stretti negli aliti
dei vetri appannati la mattina,
ma così lontani
come mondi sconosciuti.
24
SEZIONE GIORNALISMO
Luciano Vanni editore e
il Turismo Culturale
Il Turismo Culturale
nasce nel novembre del 2006 in seno alla
Vanni Editore srl e raccoglie attorno a sé alcune delle firme più prestigiose del giornalismo enogastronomico e del reportage di
viaggio nonché esperti nella editoria di carattere archeologico, letterario, scientifico e
storico-artistico. Nel corso degli anni Il Turismo Culturale è diventata una piattaforma
editoriale così vasta da farsi leader in ambito
nazionale per quanto concerne il viaggio, la
comunicazione di eventi culturali, la promozione di eccellenze enogastronomiche-artigianali e la valorizzazione dei siti italiani di
alto interesse artistico e naturalistico.
Dal 2013 l’asset edititoriale è così composto:
Il Turismo Culturale
Un mensile formato tabloid, stampato su
carta giornale, dedicato all’informazione
sugli eventi culturali più rilevanti organizzati
in tutta Italia, al reportage di viaggio e alle
eccellenze culturali, paesaggistiche, turistiche ed enogastronomiche del nostro Paese.
Avrà una distribuzione massiva nel circuito
delle edicole con una tiratura di 25.000 –
30.000 copie.
Le Guide de Il Turismo Culturale
Collana di guide turistiche di alta qualità dedicate all’Italia dei piccoli centri e delle piccole municipalità.
www.ilturismoculturale.it
Webzine dedicata agli eventi culturali organizzati in Italia e database “Di Sosta in Sosta”,
ovvero luoghi del ristoro, del benessere e
Ha vinto il primo premio
sezione Giornalismo
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
dell’accoglienza, ma anche botteghe artigianali, produttori agroalimentari e aziende vitivinicole: gli indirizzi dell’eccellenza del
territorio. Il web ospita uno shop e una tv.
Il Turismo Culturale Card
Tessera attraverso la quale si può accedere a
convenzioni con l’Italia dell’eccellenza dei ristoranti, b&b, agriturismi, musei, trattorie, artigiani, etc.
Il Turismo Culturale Tv
Canale multimediale con servizi video, reportage, servizi e interviste con i protagonisti del mondo della cultura,
dell’enogastronomia e dell’artigianato.
Il Turismo Culturale Shop
Shop on-line dove fare abbonamenti e acquistare guide; a partire dalla primavera del
2013 ospiterà il catalogo di prodotti di editori che operano in ambito turistico, culturale ed enogastronomico.
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SEZIONE GIORNALISMO
Rosaria Villa
Ha vinto il primo premio
sezione Giornalismo
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
Viaggiando lungo le Rotaie
La vertenza per la storica linea ferroviaria
Avezzano-Roccasecca, da subito ha assunto
un’importanza strategica fondamentale. E il
merito va ascritto interamente al Comitato
interrregionale sorto per la sua riapertura lo
scorso anno, che si è caratterizzato per la
duplice capacità di coinvolgimento delle popolazioni locali e la proiezione oltre i propri
confini territoriali: raccordando questa battaglia ad una dimensione di respiro nazionale.
di Rosaria Villa
La Ferrovia Avezzano Roccasecca, rappresenta la storia travagliata non solo di una
linea ferroviaria, ma di un conflitto sempre
aperto in Italia, tra slanci sognatori di progresso e legacci atavici che ne impediscono
sempre un decollo sicuro e definitivo. Una
Ferrovia che, raccordando trasversalmente
l’Italia centrale oltre che longitudinalmente il
centro ed il sud, tutto poteva essere tranne
quello che spesso è stato, ‘un ramo secco’. A
leggere la storia di questa ferrovia ci si rende
conto facilmente che di crisi ne ha attraversate tante, è rimasta sempre aperta come ‘se
si dovesse chiudere da un momento all’altro’. Eppure oggi, anno 2014, sono in corso
imponenti lavori di ristrutturazione, seguiti
naturalmente ad una delle tante crisi, forse
la peggiore degli ultimi dieci anni. E’ nella
estate del 2013 che iniziano a circolare sempre più pesanti i rumors di una possibile
‘chiusura della linea’. Ed è sulla spinta di
questi rumors che nasce il Comitato Salviamo la Ferrovia Avezzano Roccasecca,
‘frutto del lato buono dei social network’. Infatti, mentre cercavo dati sulla linea e l’idea
di una battaglia a difesa già si faceva strada
nell’anima, mi sono imbattuta in una pagina
Facebook, Salviamo la Ferrovia Avezzano
Roccasecca.
Convinta sostenitrice della collaborazione di
associazioni, e che bisogna contrastare la
strategia del ‘dividi et impera’ con cui negli
ultimi anni tante energie civili sono state annientate dai cosiddetti poteri forti, tendo la
mano al gestore della pagina e gli mando
un messaggio privato. Mi presento e lascio i
miei recapiti offrendo una collaborazione.
Dall’altra parte trovo altrettanta disponibilità. Era Emilio Cancelli. Una settimana dopo
promuoviamo il nostro primo incontro
presso la Stazione Ferroviaria di Sora ed aderiscono già alcuni simpatizzanti.
Continua a leggere sul blog:
http://unmarzianoaroma.net/archives/182
26
Elena Malta,
Un abito qualunque,
ed. Tracce
Dalla premessa di Vito Moretti
Questi testi di Elena Malta, che finalmente si
fanno libro, recano il respiro e le parole
56rf44sentimenti a lungo carezzati nel silenzio della riflessione, le profondità che inducono a scrutare i tempi della natura, gli
aneliti intorno ai quali ciascuno organizza e
giustifica la propria vita e i tratti che sorreggono le cose stesse dell’esistenza o l’anima
che, a suo modo, vi discende e vi libera le
voci.
È una raccolta che dice e che chiama all’ascolto, che costruisce nel presente e che
ha memoria dei suoi territori più lontani, che
rinchiude e serra fra le mura ben salde delle
sue proiezioni e delle sue giaciture e che,
per effetto del mistero dell’essere che ci fa
grandi e piccoli nella medesima circostanza,
lascia evadere e scorrere brezze e rumori,
mormorii e suoni, passioni e ozii che permettono alla poesia, specie quando essa è autentica, di simboleggiare la condizione
dell’uomo, il suo guadagno di verità e di certezze.
[...] Elena Malta giunge al traguardo di questo libro dopo una lunga frequentazione
della poesia, soprattutto novecentesca, e
dopo un esercizio riservato e pudico della
versificazione, che le hanno permesso via
via di dare sostanza e forma ad una lirica
tutta sua nei timbri, negli argomenti, nelle
ragioni e nei linguaggi: una poesia che indossa, appunto,
un abito qualunque e che veste le
parole di tutti i
giorni, com’è
nell’esistenza concreta e reale degli
individui, ma che
si concede alla pagina con versi di
saggezza, con
tensioni perfettamente scrutinate
e con la sorpren-
SEZIONE LIBRI DI POESIA
Elena Malta
Ha vinto il primo premio
sezione Libri di poesia
Premio Hombres itinerante
X edizione 2o14
dente capacità di far coincidere [...] gli oggetti del cielo e della terra, degli ampi spazi
(anche metafisici) e della tenera ordinarietà
dei nostri quotidiani. [...]
Elena Malta è originaria di Pianella, in provincia di Pescara, dove risiede; ha maturato
la sua preparazione professionale presso la
Facoltà di lingue e letterature straniere
dell’Università “G. d’Annunzio”, laureandosi
con una tesi in Letteratura anglo-americana.
Dal 1973 al 1979 è stata in Canada, dove ha
svolto l’attività di Professore Associato di Lingua Italiana presso la “University of Toronto”, Department of Italian Studies.
Durante questo periodo è stata membro di
un gruppo di ricerca specializzato nello studio delle interferenze linguistiche e multiculturali italo-canadesi; ha contribuito alla
realizzazione di un Vocabolario linguistico di
nuovi termini ed espressioni delle varie parlate regionali italiane che si sono innestate
nella lingua anglo-canadese. Rientrata in Italia, ha proseguito la carriera di insegnante
nelle scuole pubbliche ed è tuttora Professore di lingua e letteratura inglese-americana nella Scuola secondaria superiore:
Liceo Scientifico ”L. Da Vinci” Pescara.
È attiva da vari anni anche come poeta, con
lavori in lingua italiana, in inglese e nel proprio dialetto pianellese.
È vincitrice di primi premi in concorsi di poesia sia in competizioni nazionali che regionali ed ha conseguito numerosi
riconoscimenti di merito.
Questa è la sua prima raccolta a stampa di
versi trascelti dalle sue ultime scritture.
27
SEZIONE PER MASSIMO TROISI
IL SEGRETO DI PULCINELLA E IL POSTINO DEI SOGNI
(in memoria di Massimo Troisi)
I
All’ombra della luna seduto sta Pulcinella
ad ascoltare il respiro del vento,
riposa su un cuscino di stelle
e il suo letto è il grembo del mare.
Non sorride più né disegna piroette,
stanco e a passo lento s’attarda
lungo strade lastricate di silenzi.
Qualche nota pizzicata sulle corde
di un vecchio mandolino fra una lacrima e un sorriso.
Pulcinella dei nostri giorni
non indossa più la maschera e stringe le spalle
in un riverbero di sogni.
Riposti gli abiti di scena,
è tanto tempo ormai che è calato il sipario
sull’ultimo spettacolo.
Ma ancora lo puoi sentire, in un bisbiglio di vento,
cantare una serenata sull’altra riva
dovesi posa l’ala del tramonto.
Fermati un poco e ascolta
ignaro lettore dei miei poveri versi,
il cuore di Napoli ti parla e la sua voce
accarezza l’anima:
è magia, è incanto, è il segreto di Pulcinella!
II
Adesso corri libero nel vento con la tua bicicletta di stelle
per consegnare lettere ai poeti dell’altrove
e non trema più la sera nel tuo fragile respiro.
Sul cavo delle mani ancora qualche lacrima
per quella vita che sfiorì
prima che il cielo disegnasse il tuo profilo
fra le pagine bianche dell’eterno.
Nell’isola il mormorio del mare è l’eco di una voce che ritorna
a cercare parole nel vento adesso che il tuo cuore
ha ricamato ali per volare oltre ogni orizzonte.
Dolce è l’approdo, ma ignoto a noi il viaggio
e abbiamo solo mani di pioggia e un grembo di neve
per accogliere l’assoluto.
Ma se breve come un sussurro è stata l’ora,
sospesa nell’azzurro di una triste felicità,
largo è il passo che conduce all’anima del cielo
ora che nel cuore ti risplende l’infinito.
Rita Muscardin
Ha vinto il primo premio sezione Per Massimo Troisi
Premio Hombres itinerante - X edizione 2o14
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Rosaria Troisi
per il libro “Oltre il respiro”
A diciassette anni dalla scomparsa di Massimo Troisi, sua sorella Rosaria riapre lo scrigno dei ricordi. Attraverso i racconti
sull'infanzia e sulla famiglia, emergono le figure che hanno plasmato la sensibilità dell'attore napoletano, insieme ai personaggi e
ai contesti che hanno ispirato la sua arte. Ma
emerge anche il ritratto di un uomo che ha
affrontato gli ostacoli della vita con determinazione, sfidando con coraggio la sua ma-
SEZIONE SPECIALE
lattia e il suo destino. Dai primi passi in palcoscenico alla Smorfia, fino alla fine della
sua carriera cinematografica, l'arte di Troisi è
stata sorretta da una profonda sensibilità sociale che, abbattendo gli stereotipi sulla meridionalità, lo ha reso beniamino di tutto il
Paese. Il racconto omaggio di Lilly Ippoliti testimonia il legame viscerale che l'artista
seppe instaurare col suo pubblico. Il volume
è corredato da molte fotografie inedite provenienti dall'archivio di Rosaria Troisi e da
estratti di interviste e dichiarazioni dell'attore, oltre a una cartella contenente 10 incisioni tratte da foto di scena, appositamente
realizzate da Rancho.
............................................................
In esclusiva, una lettera che Rosaria
Troisi, sorella di Massimo, indirizza all’attore scomparso il 4 giugno 1994, ……
“Dove sei? Ti sei allontanato che indossavi ancora una divisa grigia di tela
grezza e una logora tracolla di cuoio che
ti pendeva dalle spalle visibilmente stanche. Fino a poche ore prima eri stato il
postino di Neruda, e con occhi incantati
e mani tremanti avevi recapitato posta
profumata di mare al maestro cileno, in
quell’isola che odorava di malvasia in
ogni casa e in ogni contrada.
Poi, all’improvviso, come in un gioco di
prestigio, da portalettere ti sei ritrovato
destinatario, sommerso da cartoline, biglietti di fortuna, pupazzi e fiori, rosari,
santini. E noi qui, testimoni attoniti del
tuo lascito, circondati da quella strana
bellezza che fioriva da tanto dolore........
Continua a legegre su:
http://www.corriere.it/cultura/14_luglio_25
/caro-massimo-io-so-che-ci-sei-troisi-letterasorella-378f1bec-13d3-11e4-9950e546b7448c47.shtml
29
Carlo Felice Casula
Per il libro “Insegnare il Novecento.
Chiavi di lettura e casi di studio con
percorsi di storia e cinema”
SEZIONE SPECIALE
rivisitazione-bilancio dei 150 anni dello Stato
unitario. Del Novecento sono discusse criticamente anche le interpretazioni più ricorrenti: secolo-mondo, secolo degli estremi e
delle ideologie, secolo americano, secolo del
comunismo, secolo delle organizzazioni internazionali, secolo del lavoro, secolo delle
donne, secolo dei giovani. Particolare attenzione è rivolta alle fonti letterarie e ai rapporti tra storia e cinema, con indicazione di
specifici percorsi di studio e di ricerca, come
quello sui genocidi e sulle violenze di Stato.
.......................................................................................
Gli studi di Casula vertono sull'epoca contemporanea, sulla storia delle idee, sui movimenti politici e sindacali, sulla storia delle istituzioni e della Chiesa, sui
mutamenti sociali e dei processi formativi, sulla Sardegna, nonché su Roma e il Lazio.
Casula si è laureato in Scienze Politiche (1971) presso
l'Università La Sapienza di Roma, con una tesi di storia contemporanea (relatore prof. Pietro Scoppola)
poi pubblicata dalla casa editrice Il Mulino. D'estate,
per mantenersi agli studi, ha lavorato in Svezia come
operaio metalmeccanico.
Ha compiuto gli studi di perfezionamento postuniversitario, presso l'Istituto Luigi Sturzo di Roma e L'École
pratique des hautes études en sciences sociales di Parigi.
Insegnare il Novecento, nelle sue dinamiche
di secolo breve, già trascorso da 25 anni, è
possibile e doveroso. Se ne propongono in
questo libro stimolanti chiavi di lettura, a
partire dalla sua natura antinomica di secolo
nel quale si sono create le condizioni materiali e ideali per inedite potenzialità di benessere e libertà, ma anche di distruzione e
oppressione. Antinomie semplici, a partire
da quella tra guerra e pace e tra democrazie
e totalitarismi. Del Novecento sono ricostruiti, dal punto di vista storico e storiografico, con un approccio multidisciplinare,
alcuni grandi eventi periodizzanti, come le
due guerre mondiali e decisivi processi di
mutamento, come lo Stato sociale, le migrazioni, la grande trasformazione dell’Italia repubblicana. Si propone anche una
Dal 1989 è professore ordinario. Dal 2001 insegna
storia contemporanea, storia sociale e storia e cinema
alla Facoltà di Scienze della formazione dell'Università degli Studi di Roma Tre. È coordinatore del Master internazionale di secondo livello in Scienze della
cultura e della religione presso L'Università degli
Studi di Roma Tre.
Ha collaborato con vari periodici e alcuni quotidiani
(Paese Sera, Il Secolo XIX, L'Osservatore Romano). Sul
quotidiano L'Unione Sarda scrive spesso nelle pagine
culturali. È stato autore e conduttore di vari programmi RAI, su temi legati alla storia contemporanea
e all'attualità politica e sociale. Inoltre è stato coautore di film di montaggio (Roma occupata, Le passioni dell'accademia, Il 1948 in Italia).
È direttore scientifico di Rerum Novarum. Quaderni
di studi sociali dell'Istituto culturale Leone XIII e dirige
l'Archivio storico dell'Ufficio studi delle ACLI. È inoltre
responsabile culturale, a titolo di volontariato, della
Fondazione Comunità intitolata a Domenico Tardini.
30
Mauro Francesco Minervino
per il libro “Statale 18”
La statale 18 è una delle tante arterie stradali del sud. Strada mortale, disseminata di
curve, gallerie, incantevoli scorci, ma anche
brutture vergognose. Il dissennato abusivismo, la gestione sconsiderata delle coste cementificate, ma anche le contraddizioni di
località sul mare che uniscono ai loro panorami mozzafiato, un’inquietudine nascosta.
A pochi chilometri dalla più famosa e famigerata Salerno-Reggio Calabria questo
lembo di asfalto, che unisce le località tirreniche della Calabria, è lo specchio più fedele
di una regione e di un paese. Mauro Francesco Minervino, antropologo e scrittore tra invettiva e poesia racconta ed emoziona come
SEZIONE SPECIALE
affronta la Statale 18 come se fosse il percorso di un intellettuale in mezzo alle macerie in cui si gioca una partita tra
conservazione e ricostruzione, paese legale
e paese nascosto, cosche e istituzioni, la continua dialettica di un sud che va narrato
Da Statale 1“Con le formazioni sociali spesso
in “liquefazione” l'unico argine sarebbe la
presenza di regole legate ai valori intrinseci
dei luoghi: una nuova soggettività sociale in
cui riemergono “dalla società fluida” nuove,
seppur modeste intese di tipo comunitario.
Riaggregare la gente ai paesi, attorno ai valori ecologici e culturali di una misura sostenibile. Più in generale basterebbe favorire le
opzioni di ri-territorializzazione e di difesa
del patrimonio ambientale. Basterebbe in
fondo amare i luoghi, voler bene davvero
alla terra, la propria”.
i narratori ottocenteschi del gran tour. La
Statale è un pretesto per descrivere un’Italia
ancora pasolinianamente impossibilitata alla
modernizzazione, tra degrado ambientale e
la natura che resiste. Con la stessa efficacia e
la malinconia di George Gissing, Minervino
Mauro Francesco Minervino è professore di
Antropologia Culturale ed Etnologia. Scrittore e notista, collabora alle pagine culturali
de Il Riformista, L’Unità, Il Manifesto, Il Mattino, International Herald Tribune. È autore
di programmi Rai e collaboratore di «Nuovi
Argomenti» e «Diario». Un suo racconto
compare nell’antologia «Italville. Nuovi narratori sul paese che cambia», pubblicata da
Mondadori nel 2004. Il suo libro In fondo a
Sud (Philobiblon, 2006) è uscito con prefazione di Marc Augé, Calabria Brucia
(Ediesse) è uscito nel 2008.
31
"Roberta
De Santis
Per il libro “Volevo dirle tante cose”
Volevo dirle tante cose" racconta la storia di
Sara, donna bambina nella sua speciale ingenuità, responsabile di una libreria che è il
centro della sua esistenza. La sua vita scandita da ritmi precisi, sembra apparentemente serena: ha una sorella che adora e
che la sostiene, un'amica preziosa ed i clienti
della libreria che in lei trovano un punto
fermo e affidabile. Sara in realtà nasconde
SEZIONE SPECIALE
nel cuore un difficile rapporto con la madre,
un dialogo assente da sempre, parole giuste
che cerca in continuazione e regolarmente
vane. L'importanza delle parole raggiunge il
suo apogeo quando Sara incontra l'amore. Il
romanzo diventa così uno scrigno di riflessioni luminose ed accorate, un contenitore
prezioso di emozioni e confidenze struggenti, a tratti commoventi, utili a chi forse
sta sprecando parole e tempo, sicuro di
avere ancora mille opportunità per risistemare rapporti dolorosi, che zoppicano.
.....................................................................
Roberta De Santis, di Avezzano in provincia
de L’Aquila, è stata responsabile per quindici anni di una libreria nel centro della sua
città. Ora si dedica a tempo pieno alla sua
più antica passione, la narrativa. Con il racconto Fiore di Iris ha vinto il Primo Premio
del concorso letterario edito da “Pagine
Aperte” I Rassegna letteraria 2012 “Omaggio a Vittoriano Esposito”, con il racconto
Punto perso ha vinto il Primo Premio del
concorso indetto dall’agenzia letteraria
Ponte di Carta di Avezzano e con il racconto
Capelli biondo pane ha vinto il Primo Premio per la sezione racconti del Premio
Hombres itinerante IX edizione 2013.
32
Edoardo Micati
I pastori della Majella
Io pascevo la mandra alla montagna,alla
montagna debbo ritornare.(G. d'Annunzio,
"La figlia di Iorio" Atto I, Scena II)
Se immaginiamo un pastore non lo vediamo
mentre bada al proprio gregge sui pascoli
del Tavoliere. Non pensiamo alle sue interminabili giornate passate sulle aride distese
invernali, o nel casone della posta pugliese.
Nella stessa transumanza risalta prevalentemente il fatto che il pastore lascia la montagna e il pastore torna alla montagna. Il
pastore appartiene alla montagna, è una
presenza che non può essere scissa da essa,
anche se la sua esistenza si divide equamente fra il monte ed il piano. Per la maggior parte di loro la montagna
SEZIONE SPECIALE
rappresentava il ritorno a casa, anche se
poche erano le notti che i pastori passavano
nel loro letto; ma era comunque il ritorno,
durante il quale essi curavano le angosce e i
dubbi che nascevano nella lontananza.
Micati Edoardo- Nato a Pescara il 25-5-1943- Socio
della Deputazione Abruzzese di Storia Patria dal
1986- Collaboratore del "Museo delle Genti
d'Abruzzo" di Pescara- Collaboratore dell'École Française in un progetto di 4 anni sulla transumanza- Referente Nazionale Comitato Scientifico Centrale
"Gruppo Terre Alte" del C. A. I.- Docente in Corsi per
Operatori turistici organizzati dalla Regione AbruzzoDocente in Corsi per il restauro di capanne e muri a
secco- Docente Master "Il restauro del paesaggio",
San Salvo (Ch) 2005- Docente Corso Nazionale Operatori Naturalistici del C.A.I., Pescara 2005, Caramanico 2006, Fano 2008- Docente Corso di
aggiornamento nazionale per insegnanti, Caramanico 2007- Docente Corso Nazionale Operatori Naturalistici e Operatori Tutela Ambiente Montano,
Ceraso (Salerno) 2012- 1° Premio Europeo del
C.E.R.A.V. (Centre d'études et de recherches sur l'architecture vernaculaire) di Parigi per il contributo alla
conoscenza dell'architettura in pietra a secco dell'area mediterranea- Incaricato dalla Giunta Regionale d'Abruzzo per il censimento delle capanne in
pietra a secco- Direttore scientifico del Progetto P.I.M.
"Interventi per la conservazione degli eremi e delle testimonianze storico-archeologiche diffuse" redatto
nell'ambito del progetto strategico regionale Parchi
Naturali-L.R. 10/93- Consulente scientifico per i restauri dei muri a secco e del sagrato di S. Maria in
Valle Porclaneta di Rosciolo (Monumento Nazionale)Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica ìParco
Majellaî, Abbateggio 2013- Maestro Nazionale di Sci
Alpino dal 1973 (Specializzazione in organizzazione
gare e tracciatura percorsi)- Istruttore di Sci Alpinismo
dal 1979- Collaudatore piste di sci per la Regione
Abruzzo
Moltissime le
opere e le ricerche
pubblicate da
Edoardo Micati su
vari argomenti riguardanti
l’Abruzzo
33
Gabriele Ronchetti e
M. Angela Ferrara,
La linea Gustav
Mattioli editore
SEZIONE SPECIALE
Una guida per andare alla scoperta dei luoghi e della storia della "Linea Gustav", il sistema di fortificazioni che i tedeschi
approntarono su disposizioni di Hitler nell'autunno 1943 dalla foce del Sangro a
quella del Garigliano, un taglio trasversale
dell'Italia dall'Adriatico al Tirreno per bloccare l'avanzata anglo-americana.
Il volume apre con un'introduzione storica
dove sono narrate con taglio divulgativo le
vicende accadute su questo fronte di
guerra: la battaglia di Ortona, i sanguinosi
combattimenti e gli eccidi, la nascita della
Resistenza con gli eroi della Brigata Majella e
le battaglie di Montecassino culminate con
la distruzione e la presa dell'Abbazia.
Nella seconda parte una ricca rassegna di itinerari di visita sui luoghi degli avvenimenti
della Linea Gustav da Ortona fino a Cassino,
ove ancora rimangono tracce e testimonianze della lunga stagione di guerra che si
concluse nel maggio 1944.
Una guida storico-turistica rivolta non solo ai
lettori appassionati di storia, ma anche ai
semplici viaggiatori o ai turisti occasionali.
34
Fabrizio Di Stazio
VITA NUOVA,
Nuova Phromos
Afferma Fabrizio in una intervista
Per Carlo, uno dei protagonisti del
mio romanzo, la scrittura è una valvola di sfogo, una finestrella da aprire
appena sente la necessità di rifugiarsi
altrove, ed io utilizzo questo meraviglioso mezzo esattamente come lui.
Grazie alla scrittura riesco a comunicare ciò che sento, cosa che forse non
riuscirei a fare in altri modi, mi permette di esprimere le mie emozioni e
le mie sensazioni in modo libero. Osservo la realtà e attraverso la scrittura
ho la possibilità di manipolarla e
creare il mio mondo.
SEZIONE SPECIALE
Dalla Prefazione di Beatrice Minati
Nel libro troviamo sicuramente uno
dei modi possibili che Fabrizio si è
creato. La scrittura è così immediata
che sembra di guardare un film, le descrizioni così figurative che sembra di
essere in un quadro, i dialoghi sono
così brillanti, teatrali, assolutamente
convincenti. I personaggi sono così
veri che ognuno può trovare un po'
di sé. Dalle pagine di Vita Nuova traspaiono una sensibilità fuori dall'ordinario, vivacità e brillantezza, grande
ironia. La trama è coinvolgente, nulla
è lasciato al caso tutto si incastra
come un puzzle perfetto che parla di
vita vera, di sentimenti reali, straordinari nella loro semplicità.
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Giannina Di Martino
Pietro Di Donato: attività culturale e impegno civile,
Giulio Perrone editore
SEZIONE SPECIALE
è laureata in Editoria e Scrittura alla
Sapienza. Il libro è il risultato delle sue
ricerche per la tesi di laurea. Attualmente vive a Taranta Peligna dove
gestisce un piccola locanda. Si occupa
di comunicazione e di marketing territoriale.
Pietro Di Donato Nacque il 3
aprile1911 nel New Jersey, da genitori italiani originari di Vasto, la nonna
era di Taranta Peligna. Ha avuto poca
formazione scolastica ma ha raggiunto una grande popolarità con il
suo primo romanzo "Cristo tra i muratori" del 1939. Il romanzo fu ispirato
L’intento del libro è di ridonare luce a dalla tragica morte del padre dello
scrittore, un operaio edile, morto sul
una figura che, attraverso la sua tticantiere di lavoro il Venerdì Santo del
vitò culturale e il suo impegno civile,
continua a parlare nel nostro tempo e 1923. Di Donato aveva all'epoca soli
del nostro tempo. Espressione di una dodici anni ed era il primo di otto figli:
quel tragico giorno ha cambiato per
tensione mai sopita e di tematiche
sempre la sua vita. Fu egli stesso un
che tornano a galla continuamente.
La tensione di sottofondo del lavoro si operaio edile e mantenne l'iscrizione
nutre dell’idea che la cultura, e la sua al sindacato degli edili per tutta la
diffusione, possano essere il ponte tra vita. "Cristo tra i muratori" è un romanzo proletario scritto da un proleil passato e il presente. La via preferenziale per arrivare alla coscienza in- tario. Fu immediatamente un grande
successo e se ne trasse anche un film.
dividuale, l’antido al circolo vizioso
Di Donato è stato un obiettore di codella Storia che si ripete.
scienza durante la seconda guerra
Giannina Di Martino è nata a Roma, si mondiale. Si è spento a New York nel
1992.
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I Briganti di Cartore,
I sogni di Chiara
Tu hai un’anima
innocente
che nei cuori
si fa strada,
pura come
una sorgente
o una goccia
di rugiada.
Quell’aria serena, amabile e buona,
rende adorabile la tua persona.
Esprimi la grazia di splendidi fiori
dai petali bianchi o di mille colori.
Quando dal cielo ti guarda una stella
si accorge presto che sei la più bella
e se ti bacia un raggio di sole,
risplende il viso di tutto il tuo amore.
Talvolta nei sogni insegui un delfino,
che va veloce sulle onde del mare,
anche i gabbiani ti stanno vicinoe fanno
festa col loro vociare.
Il vento ti riempie di magica ebbrezza,
mentre, invadente, il tuo viso accarezza.
Appena i tuoi sogni ti portano altrove,
suona la sveglia,... son quasi le nove,
Alzati, svelta, devi andare a scuola,
lo sai, l’insegnante proprio ci tiene,
con i ocmpagni non ti senti sola
e come è bello apprendere insieme.
Agli altri chiedi un sorriso e il rispetto,
in cambio offri tutto il tuo affetto
e con quegli occhi chiari e profondi
un senso di bene in ognuno tu infondi.
La composizione in versi rappresenta un
chiaro invito ad aprirsi alla diversità ed a valorizzarla.
La diversità viene presentata come fonte di
arricchimento, in una società più umana,
SEZIONE SPECIALE
più evoluta, in cui ci sia davvero spazio e attenzione per tutti.
Lo stile è musicale e armonioso e dalle parole traspare un grande senso di amore e di
rispetto per i ragazzi diversamente abili.
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Associazione La Fonte a Monte,
Voci di Rocca.
Parole e sguardi di un borgo
d’Abruzzo
E’un piccolo libro che ha la prerogativa, attraverso le storie di vita, di censire un luogo,
un borgo. Una ricerca della propria identità
attraverso il racconto delle persone che
hanno vissuto o ritornato o che hanno
scelto un borgo. Racconto, interviste, biografia ed immagine percorrono una esaltante “Narrazione popolare” e che fa si che
certe memorie non si perdano nel tempo. E,
come scrive Lucilla Pietroletti, presidente dlel'Associazione “La Fonte a Monte”, che la
storia, intesa come identità soggettiva, interpersonale e collettiva di chi vive e ama questo paese non si perda, ma si rinnovi nel
tempo. Ecco uno dei tanti pensieri; Alfredo
Tarquini: “Ho più di 90 anni e non mi sono
mai mosso da Rocca, songo come la lepre,
addò nasco a ecco moro. Sono un grande
lettore, vedi quanti libri ho? Mi piace anche
camminare! Ed ogni giorno cammino proprio molto. A Rocca spesso nevica e dopo
aver spalato la neve bisogna usare la scopa
di zeppi che è la migliore per pulire”.
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la rivista sarà implementata
nei prossimi giorni
ci scusiamo per il disagio
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