Dispense di Filologia medievale e umanistica a.a. 2014-2015

MICHELE BARBI, La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori, da Dante a
Manzoni, Firenze 1938
GIORGIO PASQUALI, Cattedre di Filologia Italiana, Romanza, Medievale, in «Lo
Spettatore Italiano» (settembre 1949)
p. VIII
Anche allora grande incertezza d’idee e non felice applicazione di quelle
che s’avevano per migliori: c’era sì fra i giovani un grande interesse e
diciamo pure un grande entusiasmo, per questi studi [di filologia], e
maestri quali il Carducci, il Bartoli, il Monaci, il Rajna, incoraggiavano il
movimento con l’esempio e con buone iniziative; era un correre di città in
città e da biblioteca a biblioteca, per dare alla luce scritti antichi con quello
stesso ardore con cui gli umanisti correvano a liberare i classici dagli
ergastoli dei barbari, e non mancò chi si spingesse fino in Inghilterra per
togliere dalla clausura degli ultimi Britanni il fiorentissimo Sacchetti. Un
Molteni e un Mazzatinti non erano di meno dei più fervidi scopritori del
Quattrocento.
p. X
Noi uscivamo [dalla scuola del Rajna] con la giusta idea che ogni testo ha il
suo problema critico, ogni problema la sua soluzione e che quindi le
edizioni non si fanno su modello.
All’uscita dall’Università uno scolaro sufficiente di latino e greco, purché
abbia avuto maestri non dico eminenti ma a modo, sa, anzi per
assuefazione sente che ha il dovere di interpretare ogni testo antico parola
per parola, studiandosi di rivivere il valore stilistico di ogni locuzione,
riesce anche di regola a leggere un apparato critico e a rendersi conto,
informandosi, qualora sia necessario, nella prefazione critica, se la
coincidenza di determinati manoscritti in una determinata lezione
garantisca la scrittura dell’archetipo, sicchè ogni altra lezione non possa
essere se non o errore o congettura (recensio chiusa) o se e in che limiti
l’editore e il lettore abbiano diritto a scegliere tra le varianti, regolandosi
con i criteri del significato, dell’usus scribendi, della lectio difficilior e pesando
ciascuno di questi contro tutti gli altri (recensio aperta); sa anche giudicare
quanto in un certo scritto valga una tradizione, se cioè e in che limiti vi sia
il diritto, cioè il dovere di congetturare.
Diversamente un laureato in lettere moderne non sa quasi mai rendersi
ragione dei particolari, non sa interpretare… L’italianista non si degna
nemmeno di chiedersi cosa sia un testo e come si costituisca…
L’insegnamento della filologia italiana nelle Università perlomeno
insegnerebbe agli scolari a non credere ai maestri ciecamente, ma invece a
discutere con loro liberamente, perché i filologi, sia classici sia romanzi,
non sono dogmatici e sono tolleranti: filologo in Platone, quando la
filologia non esisteva, significa amator della discussione…
FRANCESCO PASTONCHI, Il manoscritto originale della Divina Commedia, in
«Corriere della sera» del 27 novembre 1949 (terza pagina)
Chi avesse potuto, quel mattino, da una fessura, vedere nel suo studio il
professor Eusebio Calanzi, il più insigne studioso di Dante e il più citato,
le cui affermazioni facevano legge, l’uomo che fin dalla giovinezza – se
giovinezza fu la sua, trascorsa nel chiuso della biblioteca – non si era
concesso altri svaghi, altri viaggi, altri entusiasmi, infine altro amore che
non toccasse il Divino poema, ricercandone e compulsandone le centinaia
di codici sparsi nel mondo per riuscire a darne una precisa classifica e
rintracciarne le ascendenze e le varie famiglie, e, pubblicato il colossale
volume di tutte le varianti comparate e discusse, risalire così al più
probabile testo originale, chi avesse potuto osservarlo, presso un enorme
cassone, donde traboccavano confusamente antiche ingiallite carte,
davanti alla tavola su cui stava aperto un infolio, agitarsi, gesticolare,
convulso e ora chinarsi a voltare una pagina e un poco leggervi e quindi
rilevatosi alzar le braccia gettando sospiri e mettersi a saltabeccare in giro
allo studio con rotte esclamazioni, per tornare all’infolio e di nuovo
piegato su di esso sfogliarlo affannosamente e mormorare: “non è
possibile, non è possibile, eppure sì, è certo…” e allora correre all’uscio e
tentarlo ad assicurarsi che fosse ben chiuso e ancora accostarsi alla tavola,
premersi tra le mani la testa canuta quasi in atto disperato e a un tratto
ergersi nella piccola persona e quasi ingrandire in aspetto raggiante, ma
subito poi ricadere prostrato: quegli non avrebbe certo riconosciuto in lui
così trasfigurato, l’ometto che s’era soliti incontrare rasente muro, con
sempre un libro sotto braccio, la persona incurvata, la testa bassa, il passo
schivante, come a dissimularsi, estraneo a tutti, temente di venir trattenuto
e interrotto nelle sue elucubrazioni
[…]
Insomma col procedere nella consultazione Eusebio Calanzi vedeva
profondarsi tutti i testi architettati dagli studiosi e soprattutto il suo. La
testa gli ronzava, dovette smettere la lettura, confuso, annichilito. Stava lì
sospeso del come fare. Divulgare la scoperta distruggendo il suo onore di
studioso? Il sogghigno dei colleghi strisciò lungo gli scaffali della
biblioteca, danzò grottescamente sull’infolio della Commedia e sulle sue
povere sudate carte. Egli pensò, e con insolita tenerezza, alla moglie e
soprattutto a quelle terribili figlie che questa volta non si sarebbero
divertite e non avrebbero riso. Rinascondere il manoscitto lasciando che
altri, lui morto, lo scoprissero? Ma dove nasconderlo? E in qual modo
sopportare un tanto seguito? E se avesse dato la notizia della scoperta,
accompagnandovi la confessione del proprio fallimento, comune infine a
quello di tanti altri interpreti? Muoia Calanzi e tutti i filistei! Ritirarsi,
sparire dal mondo? Follia! Deliberò infine di soprassedere differendo ogni
decisione, e riprendere l’esame, esaurirlo, preparare un’edizione definitiva.
Gli parve di potersi acquietare in questa promessa d’attesa fatta a se stesso.
Illusione. Col passare dei giorni crebbe l’angoscia e, tenendola in sé chiusa
tanto più lo rodeva. Dalle pareti dello studio i suoi libri lo irridevano
ironici. Le mura della casa lo opprimevano. Prese ad errare per le strade
senza meta, sempre più curvo, parlottando a gran gesti. In famiglia si
sforzava di parer calmo, ma, se non la moglie, astratta, lo atterrivano le
figliole nella loro sfidante bellezza. Le notti insonni gli si riempivano
d’incubi. Un mattino tuttavia lo invase una strana allegrezza: balzò dal
letto con passo di danza. […] Lo costrinsero al letto, prima si ribellò, poi
vi si assopì vaneggiante.
Si avvicinava l’inverno e già nelle alte stanze di quel vecchio palazzo
stagnava il freddo. Un giorno Eusebio Calanzi levatosi d’impeto corse
nell’attiguo studio e si mise a vuotare gli scaffali e a scaraventare con
rabbia i suoi cari libri qua e là sul pavimento: vi finì anche il fatale
manoscritto scioltosi dalla custodia e sfasciato: un misero scartafaccio. La
moglie accorse a tanta rovina, invocò le figliole che l’aiutarono a riportarlo
in camera e metterlo a letto. Subitamente ammansito egli vi si lasciò
ricondurre piagnucolando come un bambino. Poi le ragazze tornarono
nello studio per riordinarlo alla meglio.
“Qui si gela. Se facessimo una fiammata…”, propose Lia. Ma la legna, già
preparata nel camino era umida e il fuoco stentava ad appigliarvisi. “Ci
vorrebbe un po’ di carta…”. “Prendiamo queste”, disse Matelda,
accennando allo scartafaccio. “Che cos’è?” – “Aspetta che guardo…: un
Dante! Uno dei tanti…” – “Maledetti! Sono i maggiori colpevoli dello
stato di papà” – “Allora dammi” – “È vecchio e sdrucito, ma ha una carta
spessa… brucierà bene”.
Cominciarono a strapparne i fogli e a gettarli via via nel camino, alla
fiamma
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TEOCRITO, Idilli, trad. a cura di M. Cavalli, Milano 1991.
I. Tirsi o la canzone
spettacolo - per noi pastori - questo prodigio che ti tocca il cuore. Me l’ha venduta
un barcaiolo di Calidne, al prezzo di una capra e di un formaggio bianco. Le
labbra ancora non mi ha mai sfiorato: la serbo intatta. Con tutto il cuore te la
donerò, se vuoi intonare la canzone che io amo. Non ti prendo in giro. Avanti,
amico! Il tuo canto non tenerlo per l’Ade che tutto fa scordare.
TIRSI Dolce, capraio, il mormorio del pino che canta alla sorgente; è dolce il
suono della tua zampogna. Avrai il secondo premio, dopo Pan. Se a lui spetta il
caprone, a te la capra; e se la capra sarà premio a lui, a te poi la capretta. È buona
la sua carne, se ancora non è munta.
TIRSI Intona, amata Musa, intona il canto del pastore. Sono Tirsi dell’Etna, e dolce è
la mia voce. Dove eravate, Ninfe, dove, mentre Dafni moriva? Forse nella bella
valle del Penèo o sul Pindo? Qui no, non eravate qui, né all’ampia corrente
dell’Anàpo, né in cima all’Etna, né all’onda sacra dell’Acis.
CAPRAIO Ma più dolce è il tuo canto, pastore, che non l’acqua risonante che
stilla dalla roccia. E se alle Muse spetterà la pecora, tu avrai l’agnello cresciuto nel
recinto; e se poi loro vorranno l’agnellino, tu avrai la pecora.
Intona, amata Musa, intona il canto del pastore. Lo piangeva il lupo e lo sciacallo lo
piangeva; Dafni moriva, e pianse nelle selve anche il leone.
TIRSI Vuoi, per le Ninfe, vuoi, capraio, sederti qui sul pendìo fiorito di mirice e
suonare la zampogna? Guarderò io le capre.
CAPRAIO Non si può, pastore, non si può suonare a mezzogiorno. Io temo
Pan: perché questa è l’ora in cui stanco della caccia si riposa. È collerico, e l’aspra
bile è sempre pronta per montargli al naso. Ma tu, Tirsi, i dolori di Dafni sai
cantare e nella musa bucolica sei grande. Dunque sediamo sotto quest’olmo,
davanti a Prìapo e alle Ninfe delle fonti: ci son le querce e la panca dei pastori. E
se tu canti come quel giorno che hai fatto a gara con il libico Cromi, io ti darò, da
mungere tre volte, una capra, madre di due capretti, che pure avendo i piccoli
riempie di latte ben due secchi. E una coppa di legno ti darò, odorosa di cera,
nuova nuova e profumata del cesello. Intorno al bordo l’edera si avvinghia,
screziata di elicriso; e a lei s’intreccia l’elice, superba del suo frutto color di croco.
Dentro, un’immagine di donna - forma divina - ornata di peplo e di diadema;
accanto a lei due uomini dai bei riccioli fanno a gara per convincerla: ma i loro
sforzi non toccano il suo cuore. Lei li guarda - ora l’uno, ora l’altro - e ride: loro
hanno gli occhi gonfi di passione, ma è affanno inutile. C’è poi un vecchio
pescatore e una scabra roccia, sulla quale a fatica tira la sua rete il vecchio, con
enorme sforzo; pesca - lo vedi - con tutto il suo vigore, e gli si gonfiano i muscoli
del collo: bianchi i suoi capelli, ma la sua forza è giovane. Più in là, accanto al
vecchio che il mare ha logorato, una vigna dai bei grappoli bruni: la guarda un
ragazzino, seduto sul muretto. Ma ecco due volpi; una si aggira tra i filari e ruba i
grappoli maturi; l’altra ha di mira la sacca del ragazzo: «Io sono furba» dice, «gli
faccio fuori il pranzo, e me ne vado». Lui intreccia giunchi e gambi d’asfodelo, e
fa una rete per le cavallette: poco gli importa del pranzo e delle viti, tanta è la gioia
di quel che sta facendo. Tutto intorno alla coppa si snoda il molle acanto. È uno
Intona, amata Musa, intona il canto del pastore. E le mucche ai suoi piedi, e i tori, e
giovenche e vitelli lo piangevano.
Intona, amata Musa, intona il canto del pastore. Venne Ermes dai monti e disse:
«Dafni, chi ti consuma? Chi è che ami tanto?»
Intona, amata Musa, intona il canto del pastore. E vennero i mandriani e i pastori, e i
caprai vennero. Tutti gli chiedono: «Qual è il tuo dolore?» E venne Prìapo e disse:
«Dafni infelice, non tormentarti. Di fonte in fonte, di bosco in bosco corre la
fanciulla,
- intona, amata Musa, intona il canto del pastore – cercando te. Ma tu sei timido e
non sai proprio amare. Eri mandriano, e adesso sembri semmai un capraio: che
quando vede montare le sue capre, ha le lacrime agli occhi per l’invidia di non
essere caprone.
Intona, amata Musa, intona il canto del pastore. Così tu, quando vedi giocare le
fanciulle, hai gli occhi umidi, perché non danzi insieme a loro». Ma Dafni non
rispose, e il suo crudele amore, si compì, si compì sino al termine fatale.
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. E venne Cipride; rideva, ma in
segreto rideva, e in viso era molto adirata. Disse: «Tu ti vantavi, Dafni, di piegare
Eros: e non sei tu, ora, dal terribile Eros piegato?»
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Rispose Dafni: «Cipride dura,
Cipride odiosa, Cipride, nostra nemica! Credi che il sole ormai per me sia
tramontato? Anche nell’Ade, Dafni darà tormento ad Eros!
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Non dicono forse che il mandriano
ti ha... Vattene via, vai sull’Ida, da Anchise; là ci sono le querce e il cìpero, e le api
ronzano intorno all’alveare:
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Anche Adone è bello, eppure
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guarda il gregge, cattura lepri e va a caccia di animali.
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Vai da Diomede, affrontalo, digli:
"Ho vinto Dafni, il bifolco; forza, combatti!".
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Addio lupi, sciacalli, e tu, orso, che
vivi nelle grotte là sui monti, addio! Il vostro Dafni mai più vedrà foreste né
boscaglie, ormai - non più. Addio, Aretùsa, addio bei fiumi che scorrete al Tibri.
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Io sono Dafni, quello che
pascolava qui; Dafni, quello che abbeverava qui i suoi tori.
Di nuovo, amata Musa, intona il canto del pastore. Pan, dovunque tu sia - sugli alti
monti del Liceo, oppure sul gran Menalo - vieni in Sicilia, lascia la rocca d’Elice e
la scoscesa tomba dei Licaònidi, che gli dei stessi ammirano.
Basta, Musa, interrompi il canto del pastore. Vieni, signore, prendi la mia zampogna
legata con la cera, odorosa di miele, facile al labbro: ormai, l’amore mi trascina
all’Ade.
Basta, Musa, interrompi il canto del pastore. Rovi, spineti, fiorite di violette, e tu,
narciso, risplendi sui ginepri; che tutto sia al contrario: produca pere il pino - poi
che Dafni muore - e il cervo insegua il cane, e voi, gufi dei monti, sfidate
l’usignolo!»
Basta, Musa, interrompi il canto del pastore. Dafni ha finito, tace. Tenta Afrodite di
sollevarlo: ma il filo delle Moire si è spezzato e Dafni è già nel gorgo di
Acheronte, lui che le Muse, lui che le Ninfe amarono.
Basta, Musa, interrompi il canto del pastore.
E ora dammi la coppa, dammi la capra: col latte munto liberò alle Muse. Salve,
mie Muse, salve mille volte: un canto ancor più dolce vi canterò domani.
CAPRAIO Miele per la tua bocca, Tirsi, e i dolci fichi di Égilo: tu canti meglio
delle cicale! Prendi la coppa, amico; senti come profuma: sembra lavata alla fonte
delle Ore. Vieni, Cissèta, qui; mungila pure, Tirsi. E voi caprette, basta con quei
saltelli, che non vi monti il capro.
ECLOGHE DI VIRGILIO
SCHEMA
N.
I
Cfr.
II
III
Th. IV
IV
V
Th. I
Personaggi
Melibeo, Titiro
Coridone
Contenuto
Autobiografico
Encomiastico
Erotico
Menalca, Dameta,
Palemone
Poeta
Gara di canto
con giudice
Encomiastico
Dialogo
Menalca, Mopso
Gara di canto
Encomiastico (?)
Didascalico
Dialogo
Dialogo
Monologo
Monologo
VI
Sileno
VII
Gara di canto
Diegetica
Erotico
Dialogo
IX
Melibeo (Tirsi e
Coridone)
Damone,
Alfesibeo
Licida, Meri
Autobiografico
Dialogo
X
Poeta (Gallo)
Erotico
Diegetica
VIII
Th. II
Diegetica
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VIRGILIO, Bucoliche, a cura di A. La Penna, trad. di L. Canali, Milano 1978, Buc. I
MELIBOEUS
Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena;
nos patriae finis et dulcia linquimus arva.
nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas.
TITYRUS
O Meliboee, deus nobis haec otia fecit.
namque erit ille mihi semper deus, illius aram
saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus.
ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum
ludere quae vellem calamo permisit agresti.
MELIBOEUS
Non equidem invideo, miror magis; undique totis
usque adeo turbatur agris. en ipse capellas
protenus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco.
hic inter densas corylos modo namque gemellos,
spem gregis, ah, silice in nuda conixa reliquit.
saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset,
de caelo tactas memini praedicere quercus.
sed tamen iste deus qui sit da, Tityre, nobis.
TITYRUS
Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi
stultus ego huic nostrae similem, cui saepe solemus
pastores ovium teneros depellere fetus.
sic canibus catulos similes, sic matribus haedos
noram, sic parvis componere magna solebam.
verum haec tantum alias inter caput extulit urbes
quantum lenta solent inter viburna cupressi.
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MELIBEO
Titiro, riposando all’ombra d’un ampio faggio,
studi su un esile flauto una canzone silvestre;
noi lasciamo le terre della patria e i dolci campi,
fuggiamo la patria: tu, o Titiro, placido nell’ombra,
fai risuonare le selve del nome della bella Amarilli.
TITIRO
O Melibeo, un dio mi ha donato questa pace.
Infatti lo considererò sempre un dio, e spesso
un tenero agnello dei nostri ovili tingerà il suo altare.
Egli, vedi, ha permesso alle mie giovenche di errare,
e a me di suonare sul flauto campestre le predilette canzoni.
MELIBEO
Non t’invidio, certo, piuttosto mi stupisco: dovunque nei campi
è scompiglio. Ecco, io stesso affranto mi spingo innanzi
le capre; questa, o Titiro, la trascino a stento.
Lì tra i folti noccioli, poc’anzi, sgravata di una coppia
di capretti, speranza del gregge, li ha lasciati sulla nuda pietra.
Ma spesso questa sventura, se non fossimo stati stolti,
ricordo ce la predissero le querce colpite dal fulmine celeste.
Tuttavia, o Titiro, dimmi qual sia questo dio.
TITIRO
V’è una città che chiamano Roma. Io stolto, o Melibeo,
la credetti simile alla nostra, dove noi pastori
spesso usiamo avviare la tenera prole del gregge:
così conoscevo i cuccioli simili ai cani, i capretti
alle madri: così solevo paragonare il piccolo al grande.
Ma questa città sollevò tanto il capo tra le altre,
quanto sogliono i cipressi tra i molli viburni
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MELIBOEUS
Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi?
TITYRUS
Libertas, quae sera tamen respexit inertem,
candidior postquam tondenti barba cadebat,
respexit tamen et longo post tempore venit,
postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit.
namque - fatebor enim - dum me Galatea tenebat,
nec spes libertatis erat nec cura peculi.
quamvis multa meis exiret victima saeptis
pinguis et ingratae premeretur caseus urbi,
non umquam gravis aere domum mihi dextra redibat
MELIBOEUS
Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares,
cui pendere sua patereris in arbore poma.
Tityrus hinc aberat. ipsae te, Tityre, pinus,
ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.
TITYRUS
Quid facerem? neque servitio me exire licebat
nec tam praesentis alibi cognoscere divos.
hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quot annis
bis senos cui nostra dies altaria fumant,
hic mihi responsum primus dedit ille petenti:
“pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros”.
MELIBOEUS
Fortunate senex, ergo tua rura manebunt
et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus
limosoque palus obducat pascua iunco.
non insueta gravis temptabunt pabula fetas
nec mala vicini pecoris contagia laedent.
fortunate senex, hic inter flumina nota
et fontis sacros frigus captabis opacum;
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MELIBEO
E quale grande ragione ti spinse a vedere Roma?
TITIRO
La libertà, che benché tardi mi degnò d’uno sguardo,
dopo che a me inerte, nel radermi, la barba cadeva imbianchita:
mi guardò tuttavia e venne dopo lungo tempo,
da quando mi tiene Amarilli, e mi lasciò Galatea.
Infatti, lo confesso, finché mi tenne Galatea,
non avevo speranza di libertà né cura del guadagno:
sebbene dai miei recinti uscissero molte vittime
e premessi grasso formaggio per l’avara città,
non tornavo mai a casa con danaro che mi gravasse la mano.
MELIBEO
E io mi stupivo, o Amarilli, perché invocavi mesta
Gli Dei e per chi lasciavi pendere all’albero i frutti.
Titiro era lontano da qui! Persino i pini,
o Titiro, persino le fonti e gli arbusti invocavano te.
TITIRO
Che fare? No potevo uscire di servitù né trovare
con la mente altrove Dei abbastanza propizi.
Là, o Melibeo, ho visto quel giovane per il quale
Annualmente fumano dodici volte i nostri altari.
Là egli prevenendomi mi diede il responso alla mia domanda:
“Pascete come prima i buoi; allevate i torelli”.
MELIBEO
Fortunato vecchio! Dunque i campi resteranno tuoi,
e grandi abbastanza per te, sebbene nude pietre
e palude invadano tutti i pascoli con fangosi giunchi.
Ma pascoli inconsueti non nuoceranno alle pecore gravide,
non ti arrecherà danno il contagio d’un armento vicino.
Fortunato vecchio, qui tra noti fiumi
e sacre fonti godrai una frescura ombrosa;
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hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes
Hyblaeis apibus florem depasta salicti
saepe levi somnum suadebit inire susurro
hinc alta sub rupe canet frondator ad auras,
nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.
TITYRUS
Ante leves ergo pascentur in aethere cervi
et freta destituent nudos in litore pisces,
ante pererratis amborum finibus exsul
aut Ararim Parthus bibet aut Germania Tigrim,
quam nostro illius labatur pectore vultus.
MELIBOEUS
At nos hinc alii sitientis ibimus Afros,
pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen
et penitus toto divisos orbe Britannos.
en umquam patrios longo post tempore finis
pauperis et tuguri congestum caespite culmen,
post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?
impius haec tam culta novalia miles habebit,
barbarus has segetes. en quo discordia civis
produxit miseros; his nos consevimus agros!
insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites.
ite meae, felix quondam pecus, ite capellae.
non ego vos posthac viridi proiectus in antro
dumosa pendere procul de rupe videbo;
carmina nulla canam; non me pascente, capellae,
florentem cytisum et salices carpetis amaras.
TITYRUS
Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem
fronde super viridi. sunt nobis mitia poma,
castaneae molles et pressi copia lactis,
et iam summa procul villarum culmina fumant
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.
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da un lato la siepe sul vicino confine di sempre,
delibata dalle api iblee nel fiore del salice,
spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno;
dall’altro ai piedi di un’alta rupe canterà all’aria
il potatore; ma frattanto le roche colombe, tua cura,
e la tortora non cesseranno di gemere dall’alto dell’olmo.
TITIRO
Dunque pascoleranno in cielo leggeri i cervi
e le acque lasceranno in secco sulla riva i pesci,
e avendo errato a lungo l’uno nei territori dell’altro,
l’esule Parto berrà nell’Arari, il Germano nel Tigri,
prima che l’immagine di lui svanisca dal mio cuore.
MELIBEO
Noi invece di qui andremo tra gli Africani assetati,
parte verremo alla Scizia e parte all’Oassi turbinoso
d’argilla, e agli estremi Britanni esclusi da tutto il mondo.
Giammai fra lungo tempo rivedendo la terra dei padri,
e il tetto del povero tugurio elevato con zolle d’erba
– era il mio regno – potrò ammirare le spighe?
Un empio soldato possiederà maggesi così coltivati?
Un barbaro queste messi? Ecco dove la discordia
ha trascinato gli sventurati cittadini; per costoro seminavamo i campi.
Innesta i peri, o Melibeo, disponi in filari le viti.
Andate, o mie capre, gregge un tempo beato:
d’ora in avanti non vi vedrò più, sdraiato
in una verde grotta, pendere su un’erta spinosa:
non canterò più canzoni; non sarò il pastore, o capre,
quando brucherete il citiso in fiore e gli amari salici.
TITIRO
Tuttavia stanotte potevi riposare qui con me
su un giaciglio di verdi frasche; abbiamo frutti maturi,
tenere castagne e latte rappreso in abbondanza.
E già lontano fumano i tetti dei casolari
E più lunghe dall’alto dei monti discendono le ombre.
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SERVII GRAMMATICI Qui feruntur in Vergilii Bucolica et Georgica commentarii, recensuit
G. Thilo, Hildesheim 1961
Bucolica, ut ferunt, dicta sunt a custodibus boum, id est ajpo; tw``n boukovlwn:
praecipua enim sunt animalia apud rusticos boves, huius autem carminis origo
varia est. Nam alii dicunt eo tempore, quo Xerses, Persarum rex, invasit
Graeciam, cum omnes intra muros laterent nec possent more solito Dianae sacra
persolvi, pervenisse ad montes Laconas rusticos et in eius honorem hymnos
dixisse: unde natum carmen bucolicum aetas posterior elimavit. Alii dicunt
Orestem, cum Dianae Facelitidis simulacrum raptus ex Scythia adveheret et ad
Siciliam esset tempestate delatus, completo anno Dianae festum celebrasse
hymnis, collectis nautis suis et aliquibus pastoribus convocatis, et exinde
permansisse apud rusticos consuetudinem. Alii non Dianae, sed Apollini Nomio
consecratum carmen hoc volunt, quo tempore Admeti regis pavit armenta. Alii
rusticis numinibus a pastoribus dicatum hoc asserunt carmen, ut Pani, faunis,
nymphis ac satyris. Et hic est huius carminis titulus.
Qualitas autem haec est, scilicet humilis character. Tres enim sunt characteres,
humilis, medius, grandiloquus: quos omnes in hoc invenimus poeta. Nam in
Aeneide grandiloquum habet, et in georgicis medium, in bucolicis umile pro
qualitate negotiorum et personarum: nam personae hic rusticae sunt, simplicitate
gaudentes, a quibus nihil altum debet requiri. […]
Intentio poetae haec est, ut imitetur Theocritum Syracusanum, meliorem Moscho
et ceteris qui bucolica scripserunt, - unde est “prima Syracosio dignata est ludere
versu nostra” – et aliquibus locis per allegoriam agat gratias Augusto vel aliis
nobilibus, quorum favore amissum agrum recepit. In qua re tantum dissentit a
Theocrito: ille enim ubique simplex est, hic necessitate complusus aliquibus locis
miscet figuras, quas perite plerumque etiam ex Theocriti versibus facit, quos ab
illo dictos constat esse simpliciter. Hoc autem fit poetica urbanitate: sic Iuvenalis
“Actoris Aurunci spolium”; nam Vergilii versum de hasta dictum figurate ad
speculum transtulit.
[Trad. Corfiati]
“Bucolica” – si dice – deriva dai guardiani dei buoi, ossia dai boukovloi. Presso i
contadini infatti i buoi sono animali di particolare importanza, ma l’origine di
questa poesia è incerta. Alcuni infatti dicono che in quel tempo in cui Serse, re dei
Persiani, invase la Grecia, dal momento che tutti si nascondevano all’interno delle
mura delle città né potevano secondo il costume usuale officiare i sacrifici alle dea
Diana, i contadini Spartani si recarono sui monti e recitarono inni in suo onore, e
l’età successeiva non fece che rifinire ad arte questa poesia nata in questo modo.
Altri dicono che Oreste, mentre stava trasportando, dopo averlo sottratto dalla
Scizia, il simulacro di Diana Facelitide, fu sbattuto da una tempesta sulle coste
delle Sicilia, e alla fine dell’anno celebrò una festa per Diana con canti, dopo aver
riunito insieme i suoi marinai e alcuni pastori, e da allora è rimasta presso i
contadini questa consuetudine. Altri ancora non a Diana, ma ad Apollo Nomio
vogliono sia consacrato questo carme, nel tempo in cui pascolò le greggi di re
Ameto. Altri ritengono che questa poesia fu dedicata dai pastori ai numi delle
campagne, come Pan, i fauni, le ninfe e i satiri. E questa è la denominazione di
questa poesia.
La caratteristica poi è questa, ovvero uno stile umile. Tre infatti sono gli stili:
umile, medio e alto, e tutti questi li troviamo in questo poeta. Infatti nell’Eneide fu
alto, e nelle Georgiche medio, nelle Bucoliche umile in base alla qualità delle funzioni
e dei protagonisti: infatti i protagonisti sono qui contadini, che godono delle cose
semplici, e dai quali non bisogna aspettarsi niente di alto.
Scopo del poeta è questo: di imitare Teocrito Siracusano, meglio di Mosco e degli
altri che scrissero bucoliche, e perciò “prima Syracosio dignata est ludere versu
nostra” (Buc. VI 1) – e in alcuni luoghi servendosi di allegoria ringraziare Augusto
e altri nobili uomini, grazie al cui favore recuperò i campi perduti. E in questo si
discosta molto da Teocrito: quello infatti è sempre semplice, schietto, lui spinto
da necessità inserisce in alcuni luoghi immagini, che con maestria per lo più anche
dai versi di Teocrito recupera, che è chiaro che da quello sono detti in maniera
schietta. Ma questo è fatto per una forma di eleganza poetica: come in Giovenale
III 100 “Actoris Aurunci spolium”, dove utilizza il verso di Virgilio sull’asta
riferendolo in maniera figurata ad uno specchio.
9
Et causa scribendorum bucolicorum haec est: cum post occisum III. Iduum
Maiarum die in senatum Caesarem Augustus eius filius contra percussores patris
et Antonium civilia bella movisset, victoria potitus Cremonensium agros, qui
contra eum senserant, militibus suis dedit. Qui cum non sufficerent, etiam
Mantuanorum iussit distribui, non propter culpam, sed propter vicinitatem, unde
est “Mantua vae miserae nimium vicina Cremonae”. Perdito ergo agro Vergilius
Romam venit et potentium favore meruit, ut agrum suum solus reciperet. Ad
quem accipiendum profectus, ab Arrio centurione, qui eum tenebat, paene est
interemptus, nisi se praecipitasset in Mincium: unde est allegoricos “ipse aries
etiam nunc vellera siccat”. Postea ab Augusto missis tribus viris et ipsi integer ager
est redditus et Mantuanis pro parte. Hinc est, quod in prima ecloga legimus eum
recepisse agrum, postea eum querelantem invenimus, ut “audieras, et fama fuit;
sed carmina tantum nostra valent Lycida, tela inter Martia, quantum Chaonias
dicunt aquila veniente columbas”.
Nec numerus hic dubius est nec ordo librorum, quippe cum incertum tamen est,
quo ordine scriptae sint. Plerique duas certas volunt ipsius testimonio, ultimam, ut
“extremum hunc” et primam ut in georgicis “Tityre, te patulae cecini sub tegmine
fagi”; alii primam illam volunt “prima Syracosio dignata est ludere versu”. Sane
sciendum, VII eclogas esse meras rusticas, quas Theocritus X habet. Hic in tribus
a bucolico carmine, sed cum excusatione discessit, ut in genetliaco Salonini et in
Sileni theologia, vel ut ex insertis altioribus rebus posset placere, vel quia tot
varietates implere non poterat. […]
ECLOGA PRIMA
1. Tityre tu patulae r. sub t. fagi inducitur pastor quidam iacens sub arbore securus et
otiosus dare operam cantilenae, alter vero quomodo cum gregibus ex suis pellitur
finibus: qui cum Tityrum respexisse iacentem, ita locutus est. Et hoc loco Tityri
sub persona Vergilium debemus accipere; non tamen ubique, sed tantum ubi
exigit ratio. Quod autem eum sub fago dicit iacere, allegoria est onestissima, quasi
sub arbore glandifera, quae fuit victus causa: antea enim homines glandibus
vescebantur, unde etiam fagus dicta est ajpo; tou`` fagei``n. […]
E il motivo per cui scrisse bucolica è questo: quando dopo la morte in senato di
Cesare il 13 Maggio Augusto suo figlio contro gli uccisori del padre e contro
Antonio ebbe condotto la guerra civile, guadagnata la vittoria diede ai suoi soldati
i campi dei Cremonesi, che avevano parteggiato contro di lui. Ma poiché questi
non erano sufficienti, ordinò che fossero distribuiti anche quelli dei Mantovani,
non perché responsabili di qualcosa, ma a causa della vicinanza, e perciò “Mantua
vae miserae nimium vicina Cremonae” (Buc. IX 28). Virgilio dunque dopo aver
perduto la campagna se ne venne a Roma e si ingraziò il favore dei potenti, in
modo da recuperare da solo il suo campo. Partito per prenderne possesso, da un
centurione Arrio, che lo teneva, fu quasi ucciso, se non si fosse buttato nel
Mincio; e perciò “ipse aries etiam nunc vellera siccat” (Buc. III 95). In seguito
dopo che Augusto ebbe mandato tre uomini e a lui fu restituito per intero il
campo e ai Mantovani una parte. Da ciò deriva ciò che leggiamo nella prima
ecloga, che lui recuperò il campo, e in seguito lo troviamo che si lamenta, quando
dice “audieras, et fama fuit; sed carmina tantum nostra valent Lycida, tela inter
Martia, quantum Chaonias dicunt aquila veniente columbas” (Buc. IX 11).
E non ci sono dubbi né sul numero né sull’ordine dei carmi, benché tuttavia sia
incerto in che ordine siano state scritte. I più vogliono che due sono certe per la
testimonianza dell’autore, l’ultima, che fa “extremum hunc” (Buc. X 1) e la prima,
perché nelle Georgiche (IV 566) dice “Tityre, te patulae cecini sub tegmine fagi”;
alcuni vogliono che la prima sia quella che comincia “prima Syracosio dignata est
ludere versu” (VI). Certo bisogna sapere che sette ecloghe sono propriamente
rurali, mentre Teocrito ne ha dieci. Questo in tre si discosta dal carme bucolico,
ma con una ragione, come nel genetliaco di Salonino e nella teologia di Sileno, sia
perché potesse creare diletto inserendo argomenti più alti, sia perché non poteva
altrimenti soddisfare la varietas.
ECLOGA PRIMA
v. 1. Tityre tu patulae… introduce un pastore che sta seduto al riparo sotto un
albero e in ozio è impegnato in un canto, un altro poi che in qualche modo con il
suo gregge viene cacciato dalle sue terre, il quale dopo aver visto Titiro che se ne
sta seduto, gli parla in questo modo. E in questo luogo sotto le vesti di Titiro
dobbiamo vedere Virgilio, non tuttavia sempre, ma soltanto lì dove ve ne è
ragione. Il fatto poi che dice di stare seduto sotto un faggio, è una bellissima
allegoria, perché vuol quasi dire che si trova sotto un albero che produce ghiande,
e questo in ragione degli alimenti; in passato infatti gli uomini si nutrivano di
ghiande, e perciò anche il faggio è detto da fagei``n.
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5. Resonare doces Amaryllida s. id est carmen tuum de amica Amaryllide compositum
doces silvas sonare. Et melius est, ut simpliciter intellegamus: male enim quidam
allegoriam volunt, tu carmen de urbe Roma componis celebrandum omnibus
gentibus. Plus enim stupet Meliboeus, si ille ita securus est, ut tantum de suis
amoribus cantet.
5. Resonare doces Amaryllida s. cioè “insegni alle selve a risuonare il tuo carme
composto sull’amante Amarillide”. E sarebbe meglio, per interpretare in maniera
semplice: infatti alcuni fanno male a volere l’allegoria. “Tu componi un carme sulla
città di Roma da far recitare a tutti i popoli”. Più si sarebbe stupito Melibeo infatti,
se quello fosse stato così tranquillo, da cantare soltanto dei suoi amori.
11
VIRGILIO, Bucoliche, a cura di A. La Penna, trad. di Luca Canali, Rizzoli, Milano
1978, Buc. X
Extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem:
pauca meo Gallo, sed quae legat ipsa Lycoris,
carmina sunt dicenda: neget quis carmina Gallo?
Sic tibi, cum fluctus subterlabere Sicanos,
Doris amara suam non intermisceat undam;
incipe; sollicitos Galli dicamus amores,
dum tenera attondent simae uirgulta capellae.
Non canimus surdis: respondent omnia siluae.
Quae nemora aut qui uos saltus habuere, puellae
Naides, indigno cum Gallus amore peribat?
Nam neque Parnasi uobis iuga, nam neque Pindi
ulla moram fecere, neque Aonie Aganippe.
Illum etiam lauri, etiam fleuere myricae;
pinifer illum etiam sola sub rupe iacentem
Maenalus et gelidi fleuerunt saxa Lycaei.
Stant et oues circum (nostri nec paenitet illas,
nec te paeniteat pecoris, diuine poeta:
et formosus ouis ad flumina pauit Adonis);
uenit et upilio; tardi uenere subulci;
uuidus hiberna uenit de glande Menalcas.
Omnes "Vnde amor iste" rogant "tibi?" Venit Apollo:
"Galle, quid insanis?" inquit; "tua cura Lycoris
perque niues alium perque horrida castra secuta est."
Venit et agresti capitis Siluanus honore,
florentis ferulas et grandia lilia quassans.
Pan deus Arcadiae uenit, quem uidimus ipsi
sanguineis ebuli bacis minioque rubentem:
"Ecquis erit modus?" inquit "Amor non talia curat,
nec lacrimis crudelis Amor nec gramina riuis
nec cytiso saturantur apes nec fronde capellae."
Tristis at ille: "Tamen cantabitis, Arcades, inquit,
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Permettimi, Aretusa, quest’ultima fatica; m’urge
di dire pochi versi per il mio Gallo, ma li legga
Licori stessa; chi negherebbe versi a Gallo?
Così quando scorrerai sotto i flutti di Sicilia,
possa la salmastra Dori non mischiare le tue acque alle sue.
Incomincia: canteremo gli ansiosi amori di Gallo
mentre le capre camuse brucano i teneri virgulti.
Non cantiamo per sordi: le selve riecheggiano tutto.
Quali boschi o balze vi tenevano fanciulle Naiadi,
mentre Gallo moriva per eccesso d’amore?
Infatti non vi fecero indugio i gioghi del Parnaso
e neanche quelli del Pindo, né l’aonia Aganippe.
Lo piansero perfino gli allori, perfino le tamerici,
lo piansero il Menalo folto di pini e le rupi del gelido Liceo,
mentre giaceva ai piedi d’una roccia solitaria.
Gli erano intorno le pecore (esse non sdegnano noi,
e tu non sdegnare il gregge, o divino poeta:
anche il bellissimo Adone pasce le pecore al fiume);
e venne il pecoraio, vennero i lenti porcai,
venne Menalca bagnato dal cogliere ghiande d’inverno;
e tutti: «Di dove un simile amore ti venne?», chiedono.
E venne Apollo: «O Gallo, perché ti stravolgi? Licori,
il tuo amore, ha seguito un altro fra le navi e gli orridi accampamenti».
E venne Silvano ornato il capo di fiori campestri,
scuotendo canne fiorite e grandi gigli.
Venne anche Pan, dio dell’Arcadia, che vedemmo
rosseggiante di sanguigne bacche di sambuco e di minio.
«Quale sarà la misura?» disse «Amore non cura
simili cose. Amore crudele non si sazia di lagrime,
né l’erba di rivi, le api del citiso, le capre di fronde».
Ma egli angosciato diceva: «Almeno voi, o Arcadi,
canterete il mio dolore alle vostre montagne,
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montibus haec uestris, soli cantare periti
Arcades. O mihi tum quam molliter ossa quiescant,
uestra meos olim si fistula dicat amores!
Atque utinam ex uobis unus uestrisque fuissem
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aut custos gregis aut maturae uinitor uuae!
Certe siue mihi Phyllis siue esset Amyntas,
seu quicumque furor (quid tum, si fuscus Amyntas?
et nigrae uiolae sunt et uaccinia nigra),
mecum inter salices lenta sub uite iaceret:
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serta mihi Phyllis legeret, cantaret Amyntas.
"Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycori;
hic nemus; hic ipso tecum consumerer aeuo.
Nunc insanus amor duri me Martis in armis
tela inter media atque aduersos detinet hostis.
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Tu procul a patria (nec sit mihi credere tantum)
Alpinas, a, dura, niues et frigora Rheni
me sine sola uides. A, te ne frigora laedant!
a, tibi ne teneras glacies secet aspera plantas!
Ibo et Chalcidico quae sunt mihi condita uersu
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carmina pastoris Siculi modulabor auena.
Certum est in siluis inter spelaea ferarum
malle pati tenerisque meos incidere Amores
arboribus: crescent illae, crescetis, Amores.
Interea mixtis lustrabo Maenala Nymphis,
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aut acris uenabor apros; non me ulla uetabunt
frigora Parthenios canibus circumdare saltus.
Iam mihi per rupes uideor lucosque sonantis
ire; libet Partho torquere Cydonia cornu
spicula; tamquam haec sit nostri medicina furoris,
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aut deus ille malis hominum mitescere discat!
Iam neque Hamadryades rursus nec carmina nobis
ipsa placent; ipsae rursus concedite, siluae.
Non illum nostri possunt mutare labores,
nec si frigoribus mediis Hebrumque bibamus,
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Sithoniasque niues hiemis subeamus aquosae,
nec si, cum moriens alta liber aret in ulmo,
Aethiopum uersemus ouis sub sidere Cancri.
voi soli esperti nel canto. Con quanta dolcezza mi riposerebbero le ossa
se le vostre siringhe un giorno canteranno i miei amori.
Oh fossi stato uno di voi, un guardiano
del vostro gregge, un vendemmiatore d’uva matura!
Certo se avessi una passione per Filli o per Aminta,
o per chiunque altro (che importa se Aminta è bruno?
Anche le viole sono scure e foschi i giacinti)
giacerebbero con me tra i salici all’ombra d’una vite flessuosa,
Filli coglierebbe serti per me, Aminta canterebbe.
Qui fresche sorgenti e molli prati, o Licori,
e il bosco; qui mi consumerei con te nel trascorrere del tempo.
Ora un amore dissennato ti trattiene fra le armi
del duro Marte, fra i dardi, di fronte al nemico:
tu lontana dalla patria (ah potessi non crederlo!),
sola, senza di me, vedi le nevi delle Alpi
e i ghiacci del Reno. Ah che il gelo non ti offenda,
e tagliente qual è non ferisca le tue tenere piante!
Andrò, e quei canti che ho composto in verso calcidico
li voglio modulare sul flauto del siciliano pastore.
E’ certo: meglio soffrire nelle selve, fra le spelonche delle fiere,
e incidere i miei amori nella tenera corteccia degli alberi.
Questi cresceranno, e anche voi amori crescerete.
Frattanto misto alle Ninfe errerò per il Menalo,
e caccerò i feroci cinghiali; i freddi non mi impediranno
di circondare di cani le erte balze del Partenio.
Già mi sembra di andare fra le rupi e i boschi sonanti,
e godo nello scagliare frecce cidonie con l’arco di Partia.
Come se questo medicasse la nostra follia,
o quel Dio si lasciasse addolcire dalle sventure degli uomini!
Già non mi allietano più le Amadriadi, e neanche le stesse
canzoni; del resto allontanatevi anche voi, o boschi.
I nostri affanni non potranno mutare il Dio,
neanche se nel colmo del freddo bevessi le acque dell’Ebro
o affrontassi le nevi e le piogge dell’inverno sitonio,
o quando morendo si secca la corteccia sugli alti olmi
pascolassi le pecore degli Etiopi sotto la costellazione del Cancro.
13
Omnia uincit Amor: et nos cedamus Amori."
Haec sat erit, diuae, uestrum cecinisse poetam,
dum sedet et gracili fiscellam texit hibisco,
Pierides: uos haec facietis maxima Gallo,
Gallo, cuius amor tantum mihi crescit in horas,
quantum uere nouo uiridis se subicit alnus.
Surgamus: solet esse grauis cantantibus umbra,
iuniperi grauis umbra; nocent et frugibus umbrae.
Ite domum saturae, uenit Hesperus, ite, capellae.
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Tutto vince l’Amore, e noi cediamo all’Amore».
O Dee Pieridi vi basti che il vostro poeta
mentre siede e intreccia un cestello di gracile ibisco
abbia cantato questo, che voi renderete bellissimo per Gallo,
l’amore del quale tanto mi cresce nel tempo,
quanto al rinnovarsi della primavera s’innalza il verde ontano.
Alziamoci. L’ombra di solito nuoce a coloro che cantano,
nociva è l’ombra del ginepro. L’ombra nuoce alle messi.
Tornate sazie alle stalle, capre, Espero sorge.
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CALPURNIO SICULO, Ecloga III (da Ecloghe, a cura di M. A. Vinchesi, Milano 2002)
IOLLAS
Numquid in hac, Lycida, vidisti forte iuvencam
valle meam? solet ista tuis occurrere tauris,
et iam paene duas, dum quaeritur, eximit horas;
nec tamen apparet, duris ego perdita ruscis
iam dudum nullis dubitavi crura rubetis
scindere, nec quicquam post tantum sanguinis egi.
LYCIDAS
Non satis attendi: nec enim vacat. uror, Iolla,
uror, et inmodice: Lycidan ingrata reliquit
Phyllis amatque novum post tot mea munera Mopsum.
IOLLAS
Mobilior ventis o femina! sic tua Phyllis:
quae sibi, nam memini, si quando solus abesses,
mella etiam sine te iurabat amara videri.
LYCIDAS
Altius ista querar, si forte vacabis, Iolla.
has pete nunc salices et laevas flecte sub ulmos.
nam cum prata calent, illic requiescere noster
taurus amat gelidaque iacet spatiosus in umbra
et matutinas revocat palearibus herbas.
IOLLAS
Non equidem, Lycida, quamvis contemptus abibo.
Tityre, quas dixit, salices pete solus et illinc,
si tamen invenies, deprensam verbere multo
huc age; sed fractum referas hastile memento.
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IOLLA
Non hai per caso visto in questa vallata la mia giovenca, o Licida? Ha l’abitudine
costei di farsi incontro ai tuoi tori, e già mi ha fatto perdere quasi due ore a
cercarla, ma di lei non si scorge traccia. Quanto a me, già da un pezzo mi sono
rovinato le gambe fra i duri pungitopo lacerandomele, senza alcun riguardo, ad
ogni rovo; ma dopo tanto sangue versato non sono venuto a capo di niente.
LICIDA
Non vi ho affatto badato, non ho tempo per questo. Un fuoco, un fuoco
smisurato mi divora, Iolla! Fillide, l’ingrata, ha lasciato Licida ed ama, dopo tanti
doni che le ho fatto, un nuovo innamorato, Mopso.
IOLLA
O donna, più mutevole del vento! Così dunque la tua Fillide, lei che, lo ricordo
bene, ogni volta che tu partivi da solo giurava che senza di te anche il miele le
pareva amaro.
LICIDA
Mi sfogherò più a fondo, Iolla, se un giorno avrai tempo di ascoltarmi. Ora
piuttosto va’ verso questi salici e piega a sinistra, sotto gli olmi. Quando i prati
sono caldi è là che il mio toro preferisce riposare; se ne sta disteso, vasto com’è,
sotto l’ombra fresca e rumina nella giogaia l’erba del mattino.
IOLLA
No certo, non me ne andrò, Licida, anche se tu non mi tieni in alcun conto. Va’
tu, Titiro, da solo, verso i salici che lui ha detto e, se la troverai, portala via di là a
suon di nerbate e conducila qui; e ricordati, voglio che mi riporti il bastone rotto.
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nunc age dic, Lycida, quae vos tam magna tulere
iurgia? quis vestro deus intervenit amori?
LYCIDAS
Phyllide contentus sola (tu testis, Iolla)
Callirhoen sprevi, quamvis cum dote rogaret:
en sibi cum Mopso calamos intexere cera
incipit et puero comitata sub ilice cantat.
haec ego cum vidi, fateor, sic intimus arsi,
ut nihil ulterius tulerim. nam protinus ambas
diduxi tunicas et pectora nuda cecidi.
Alcippen irata petit dixitque: ‘relicto,
improbe, te, Lycida, Mopsum tua Phyllis amabit’.
nunc penes Alcippen manet ac ne forte negetur,
a! vereor; nec tam nobis ego Phyllida reddi
exopto quam cum Mopso iurgetur anhelo.
IOLLAS
A te coeperunt tua iurgia; tu prior illi
victas tende manus; decet indulgere puellae,
vel cum prima nocet. si quid mandare iuvabit,
sedulus iratae contingam nuntius aures.
LYCIDAS
Iam dudum meditor, quo Phyllida carmine placem.
forsitan audito poterit mitescere cantu;
et solet illa meas ad sidera ferre Camenas.
IOLLAS
Dic age; nam cerasi tua cortice verba notabo
et decisa feram rutilanti carmina libro.
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Ed ora su, Licida, dimmi, che litigio cosi grave vi ha travolto? Quale dio si è
interposto nel vostro amore?
LICIDA
Pago della sola Fillide - tu ne sei testimone, Iolla -, respinsi Calliroe, benché mi
richiedesse con una dote. Ed ecco che assieme a Mopso quella si mette a unire le
canne con la cera e in compagnia del ragazzo canta sotto il leccio. Quando io vidi
ciò, tanto profondamente ne bruciai, lo confesso, da non tollerare più oltre.
Immediatamente, feci a pezzi le sue due tuniche e le percossi il petto nudo. In
preda all’ira lei se ne è andata da Alcippe, dicendo: «Malvagio Licida, la tua Fillide
ti lascia e amerà Mopso». Ed ora se ne sta da Alcippe e temo, ahimè, che forse
otterrò un rifiuto. Ma non tanto desidero che mi sia resa Fillide, quanto che lei
venga a litigio con quel Mopso tutto ansante d’ amore.
IOLLA
Da te è partito il litigio, sii tu il primo a protenderle le mani vinte. E’ bello
mostrare indulgenza nei confronti di una ragazza, anche quando è lei la prima a
fare un torto. Se ti farà piacere affidarmi qualche incarico, raggiungerò, zelante
messaggero, le orecchie della fanciulla adirata.
LICIDA
E’ da un pezzo che vado provando una canzone con cui rabbonire Fillide. Forse
sentendo la musica potrà raddolcirsi: è solita portare alle stelle la mia Musa.
IOLLA
Suvvia, canta; annoterò le tue parole sulla scorza del ciliegio e dopo averla
ritagliata porterò a lei la tua canzone su quel libro rosseggiante.
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LYCIDAS
‘Has tibi, Phylli, preces iam pallidus, hos tibi cantus
dat Lycidas, quos nocte miser modulatur acerba,
dum flet et excluso disperdit lumina somno.
non sic destricta macrescit turdus oliva,
non lepus, extremas legulus cum sustulit uvas,
ut Lycidas domina sine Phyllide tabidus erro.
te sine, vae misero, mihi lilia nigra videntur
nec sapiunt fontes et acescunt vina bibenti.
at si tu venias, et candida lilia fient
et sapient fontes et dulcia vina bibentur.
ille ego sum Lycidas, quo te cantante solebas
dicere felicem, cui dulcia saepe dedisti
oscula nec medios dubitasti rumpere cantus
atque inter calamos errantia labra petisti.
a dolor! et post haec placuit tibi torrida Mopsi
vox et carmen iners et acerbae stridor avenae?
quem sequeris? quem, Phylli, fugis? formosior illo
dicor, et hoc ipsum mihi tu iurare solebas.
sum quoque divitior: certaverit ille tot haedos
pascere quot nostri numerantur vespere tauri.
quid tibi, quae nosti, referam? scis, optima Phylli,
quam numerosa meis siccetur bucula mulctris
et quam multa suos suspendat ad ubera natos.
sed mihi nec gracili sine te fiscella salicto
texitur et nullo tremuere coagula lacte.
qui sibi tunc felix, tunc fortunatus habetur,
vilia cum subigit manualibus hordea saxis.
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LICIDA
«Questa preghiera, o Fillide, questa canzone a te la offre, ormai pallido, Licida; la
suona, infelice, nel corso aspro della notte, mentre piange e rovina, insonne, i suoi
occhi. Non così si strugge il tordo quando l’oliva viene spiccata dal ramo, non la
lepre dopo che il raccoglitore ha portato via le ultime uve, come consunto vado
errando, io, Licida, senza Fillide, signora del mio cuore. Senza di te, ohimè misero,
i gigli mi paiono neri, le sorgenti non hanno più sapore, e il vino, quando lo bevo,
si fa aceto. Ma se tu ritorni, candidi diverranno i gigli, e le sorgenti ritroveranno il
sapore e il vino sarà dolce a bersi. Io sono quel Licida, le cui canzoni, eri solita
dirlo, ti rendevano felice, quel Licida a cui spesso hai dato dolci baci e che non
esitavi a interrompere nel mezzo del canto e a cercarne le labbra, erranti di canna
in canna. Oh dolore! E dopo ciò ti è potuta piacere la voce secca di Mopso, il suo
canto senza nerbo e gli stridii di un flauto acerbo? Che uomo vai seguendo? Che
uomo fuggi, Fillide? Si dice che io sono più bello di lui e questo tu stessa me lo
hai giurato molte volte. Sono anche più ricco: scenda a gara con me, provi a
pascolare tanti capretti quanti sono i tori che conto la sera. Che dirti che già non
conosci? Tu sai, adorabile Fillide, quante sono le vacche che vengono munte per i
miei secchi e quante quelle che tengono i loro piccoli appesi alle poppe. Ma senza
di te non intreccio più cesti con il salice sottile e non più tremola il latte cagliato.
Ché se tu temi ancora, Fillide, le mie brutali percosse, ecco ti porgo le mie mani: ti
consento, sì ti consento di legarle dietro la schiena con ritorto vimine o con la
flessuosa vitalba, così come Titiro legò una notte le mani malfattrici di Mopso e
appese il ladro in mezzo all’ovile. Eccole, non esitare: l’una e l’altra mano hanno
meritato la punizione. Eppure con queste mani, con queste medesime mani più
volte nel tuo grembo ho deposto colombe, più volte anche un leprotto spaurito,
sottratto con l’inganno alla madre; da me tu hai avuto, all’inizio della stagione,
gigli e rose, e non appena l’ape cominciava a suggere i fiori; tu eri cinta di
ghirlande. Ma forse con te vanta regali d’oro quel bugiardo, che dicono raccolga,
sul finir della notte, i lupini amari come la morte e sostituisca il pane con legumi
cotti: lui che si ritiene felice, che si ritiene fortunato quando mette sotto la mola a
mano del vile orzo.
17
quod si turpis amor precibus, quod abominor, istis
obstiterit, laqueum miseri nectemus ab illa
ilice, quae nostros primum violavit amores.
hi tamen ante mala figentur in arbore versus:
"credere, pastores, levibus nolite puellis;
Phyllida Mopsus habet, Lycidan habet ultima rerum"‘.Nunc age, si quicquam miseris succurris, Iolla,
perfer et exora modulato Phyllida cantu.
ipse procul stabo vel acuta carice tectus
vel propius latitans vicina saepe sub horti.
IOLLAS
Ibimus: et veniet, nisi me praesagia fallunt.
nam bonus a dextro fecit mihi Tityrus omen,
qui venit inventa non irritus ecce iuvenca.
90
95
Ma se un amore indegno si opporrà - dio non voglia - a queste mie preghiere,
legherò, sventurato, la corda a quel leccio che per primo ha violato il nostro
amore. E tuttavia prima sulla pianta maledetta saranno incisi questi versi: "Non
fidatevi, pastori, delle fanciulle incostanti. Mopso possiede Fillide, Licida lo
possiede la fine di tutto"».
Orsù dunque, Iolla, se vuoi procurare un qualche soccorso agli sventurati, porta
questa canzone a Fillide e supplicala con melodioso canto. Io me ne starò
discosto al riparo del carice tagliente o, nascosto da presso, sotto la siepe del
giardino vicino.
IOLLA
Andrò, e verrà, se non mi ingannano i presagi: ché Titiro, venendo da destra mi
fornisce un auspicio favorevole; eccolo che torna, compiuta la missione, con la
giovenca ritrovata.
18
DANTE ALIGHIERI, Le egloghe, testo, traduzione e note a cura di Giorgio Brugnoli
e Riccardo Scarcia, Ricciardi, Milano-Napoli 1980
DANTES ALAGHERII JOHANNI DE VIRGILIO
Vidimus in nigris albo patiente lituris
Pyerio demulsa sinu modulamina nobis.
Forte recensentes pastas de more capellas
tunc ego sub quercu meus et Melibeus eramus.
Ille quidem, cupiebat enim consciscere cantum,
«Tityre, quid Mopsus? quid vult? edissere» dixit.
Ridebam, Mopse; magis et magis ille premebat.
Victus amore sui, posito vix denique risu,
«Stulte, quid insanis?» inquam: «tua cura capelle
te potius poscunt, quanquam mala cenula turbet.
Pascua sunt ignota tibi que Menalus alto
vertice declivi celator solis inumbrat,
herbarum vario florumque inpicta colore.
Circuit hec humilis et tectus fronde saligna
perpetuis undis a summo margine ripas
rorans alveolus, qui, quas mons desuper edit,
sponte viam, qua mitis eat, se fecit aquarum.
Mopsus in his, dum lenta boves per gramina ludunt,
contemplatur ovans hominum superumque labores:
inde per inflatos calamos interna recludit
gaudia sic ut dulce melos armenta sequantur,
placatique ruant campis de monte leones,
et refluant unde, frondes et Menala nutent».
«Tityre, » tunc «si Mopsus» ait « decantat in herbis
ignotis, ignota tamen sua carmina possum,
te monstrante, meis vagulis prodiscere capris».
Hic ego quid poteram, cum sic instaret anhelus?
«Montibus Aoniis Mopsus, Melibee, quot annis,
dum satagunt alii causarum iura doceri,
se dedit at sacri nemoris perpalluit umbra.
Vatificis prolutus aquis, et lacte canoro
viscera plena ferens et plenus ad usque palatum,
DANTE ALIGHIERI A GIOVANNI DEL VIRGILIO
Vedemmo nei neri solchi che il candido campo sopporta musica soave stillata per
noi dal seno delle Pieridi. Chiamando le capre pasciute pur come d’uso alla conta,
io e il mio Melibeo ci accoglievamo allora sotto una quercia. Ed egli, che ardeva
meco conoscere questo canto «Titiro,» disse «che vuole Mopso? Che dunque?
Racconta». Io ne ridevo, o Mopso; ma quello più e più incalzava. Mi vinse l’affetto
di lui e cessato alfine il sorriso, «Sciocco, che t’arrovelli?» gli dissi «le capre a te
affidate pretendon la tua cura, benché il magro pasto or ne turbi. I pascoli ti sono
ignoti che il Menalo con l’alta sua cima copre d’ombre allor che li cela al sole
cadente, trapunti del vario colore dell’erbe e dei fiori. Ad essi scorre d’attorno,
cupo e coperto di fronde di salcio, con onde perpetue facendo dall’orlo ricolmo
molli le rive, un picciol canale, che alveo si rese da sé di quante acque il monte
sgorga di sopra, così che tranquillo ne scenda. Ivi, Mopso, nel mentre posano i
buoi ruminando nel prato, lieto contempla gli affanni degli uomini e dei sovrani:
quindi soffiando sulla siringa schiude l’interna esultanza, sì che all’armonico
umore tengano dietro gli armenti e mansueti irrompano pei campi dal monte i
leoni, e rifluiscano addietro le onde e crollino la cima le fronde del Menalo».
«Titiro», allora ei mi disse «se Mopso riecheggia il suo canto tra ignote verzure,
pur ignoti potrei tali versi, se me ne additi i sensi, far udire alle erranti mie capre».
Che far potevo, quando sì ansioso mi domandava ? «Mopso ai monti Aonii, o
Melibeo, tanti anni, quanti altri assai si consumano per la dottrina del foro e del
giure, tutto si diè e pallido si fece all’ombra del sacro bosco.
Intinto dell’acque onde soli si fanno i poeti e recando le viscere piene del latte
dolcissimo e pieno finanche la gola,
19
me vocat ad frondes versa Peneyde cretas».
«Quid facies?» Melibeus ait: «tu tempora lauro
semper inornata per pascua pastor habebis ? »
«O Melibee, decus vatum, quoque nomen in auras
fluxit, et insomnem vix Mopsum Musa peregit»,
retuleram, cum sic dedit indignatio vocem:
«Quantos balatus colles et prata sonabunt,
si viridante coma fidibus peana ciebo!
Sed timeam saltus et rura ignara deorum.
Nonne triumphales melius pexare capillos
et patrio, redeam si quando, abscondere canos
fronde sub inserta solitum flavescere Sarno?»
Ille: «Quis hoc dubitet? propter quod respice tempus
Tityre, quam velox; nam iam senuere capelle
quas concepturis dedimus nos matribus hircos».
Tunc ego: «Cum mundi circumflua corpora cantu
astricoleque meo, velut infera regna, patebunt,
devincire caput hedera lauroque iuvabit:
concedat Mopsus». «Mopsus» tunc ille «quid?» inquit.
«Comica nonne vides ipsum reprehendere verba,
tum quia femineo resonant ut trita labello,
tum quia Castalias pudet acceptare sorores?»
ipse ego respondi, versus iterumque relegi,
Mopse, tuos. Tunc ille humeros contraxit et «Ergo
quid faciemus» ait «Mopsum revocare volentes?»
«Est mecum quam noscis ovis gratissima» dixi
«ubera vix que ferre potest, tam lactis abundans;
rupe sub ingenti carptas modo ruminat herbas;
nulli iuncta gregi nullis assuetaque caulis,
sponte venire solet, nunquam vi, poscere mulctram.
Hanc ego prestolor manibus mulgere paratis,
hac inplebo decem missurus vascula Mopso.
Tu tamen interdum capros meditere petelcos
et duris crustis discas infigere dentes».
Talia sub quercu Melibeus et ipse canebam,
parva tabernacla nobis dum farra coquebant.
m’invita alle fronde che nacquero dalla conversa Peneide». «E che farai?» Melibeo
mi disse: «tu sempre pastore trarrai tra i paschi le tempie non orne di lauro?». «O
Melibeo, l’onor dei poeti, e il nome pur anche nell’aura svanì e a stento si volse la
Musa alle veglie di Mopso», già avevo risposto, quando sì mi si fece sul labbro lo
sdegno: «Quanti belati replicheranno i colli ed i prati, se con verde chioma
susciterò sulle corde un peana! Ma ch’io tema le balze e le campagne che non
conoscon gli dei. Non sarà meglio acconciare i capelli al trionfo e, se mai io
ritorni, nasconderli bianchi sotto un serto di fronde allor che soleano farmisi
biondi in su le sponde del Sarno paterno?». Ed egli: «Chi mai ne potrà dubitare?
Però guarda, Titiro, il tempo come sen fugge; che già le capre invecchiarono, alle
cui madri i becchi offerimmo che ne ingravidassero! ». Ed io: «Quando i corpi che
al mondo ruotano attorno e chi nelle stelle ha dimora si sveleranno al mio canto,
come i regni d’inferno, grata cosa sarà di ricingermi il capo di edera e lauro:
Mopso vi assenta». «Mopso», mi disse «perché?». « Non vedi com’ei ne rimproveri
le parole volgari, e perché le ripetono logore labbri di femminette e perché le
sorelle Castalie d’averne offerta han vergogna?». Così gli risposi e i versi tuoi,
Mopso, di nuovo rilessi. Ma quegli restrinse le spalle e «Dunque che cosa faremo»
disse «se a Mopso vogliamo dar voce?». Risposi: «Tu sai quella pecora, che ho
prediletta, che reca le mamme a fatica, cotanto abbonda di latte; al pie’ d’una rupe
grande l’erbe or ora brucate si rumina, né a gregge alcuno congiunta né a recinto
alcuno assuefatta, da sé, giammai con la forza, suole venire a richiedere la sua
mungitura. E a mungerla adesso mi accingo, con pronte mani, con essa dieci
cupelle empirò per farne viatico a Mopso. Tu bada frattanto a distogliere i capri
dal dare di cozzo e sulle dure croste apprendi a infiggere i denti».
Così sotto una quercia io e Melibeo parlavamo, mentre cuoceva per noi la
capanna un pugno di farro.
20
Da Jean-Louis Charlet, L’Architecture du Bucolicum carmen de Pétrarque, in «Res
Publica Litterarum», XXVII, 2004, pp. 30-41
21
PETRARCA Fam. X 3 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
Io voglio, o fratello a me più caro della luce, por fine al mio lungo silenzio, che a
torto tu crederesti indizio di un animo oblioso; più difficilmente io dimenticherei
me stesso che te. Finora, ho avuto scrupolo di turbare la quiete del tuo noviziato;
sapevo che tu rifuggivi dallo strepito e amavi il silenzio, e che invece io, una volta
incominciato a parlarti, non facilmente avrei cessato; tanto ti voglio bene, tanto
ammiro la tua vita. Perciò, tra due estremi sceglievo non quello che a me era più
gradito, ma quello che a tè era più caro; ma ora, per dire il vero, mi induco a
scriverti non per far piacere a te, ma a me. Che bisogno hai tu delle mie
chiacchiere, che entrato nella via che mena al cielo, di continuo ti ricrei degli
angelici colloqui? veramente felice e fortunato nella tua scelta, tu che nel fior
dell’età potesti abbandonare il mondo proprio quanto più ti lusingava e passare
sicuro con le orecchie chiuse attraverso il canto delle Sirene. Scrivendoti, io
procuro dunque il mio vantaggio, sperando che alla fiamma tua sacra il mio
misero cuore reso torpido e gelido da lunga inerzia si riscaldi; e perciò le mie
parole, se non utili, non ti saranno almeno importune. Poiché tu non sei più un
coscritto, come un tempo, ma ormai un soldato di Cristo agguerrito da lunga
milizia; e grazie ne siano rese a Colui che ti degnò di tanto onore e, come è solito,
accolse sotto le sue bandiere un nobile disertore togliendolo dalle schiere dei
nemici. Dapprima, mi peritavo a rivolgerti inopportuni consigli; ora sicuro io ti
parlo. A chi comincia tutto fa paura, molte cose che da fanciulli tememmo ora ci
fanno ridere; ogni rumore spaventa il soldato novellino, chi è abituato alla guerra
a nessuno strepito si commuove; il navigante novello si spaventa al primo
sussurro di vento, il vecchio nocchiero, che tante volte ricondusse in porto la
nave sconquassata e disarmata, dall’alto della poppa guarda tranquillo il mare
irato. Io spero dunque in Colui che dal seno della madre ti incamminò per questo
sentiero faticoso, sì, ma glorioso, perché attraverso a varie difficoltà tu giungessi
in patria; nessuna cosa ormai ti svierà, non le disgrazie, né i dolori, né le malattie,
né la vecchiezza, né la paura, né la fame, né la povertà, «né la morte o gli affanni,
ombre terribili» e neppure «il guardiano dell’Orco, che nell’antro sanguinoso sulle
ossa rose giace», né tutto quello che a spaventare il cuore degli uomini inventò
l’ingegno dei poeti. Né di maggior coraggio contro ogni cosa paurosa può aver
fatto dono al suo Ercole quel Giove che lo generò per adulterio, che non a te il
Figlio della Vergine, eterno padre di tutti, che vede e conforta i giusti voleri di
quelli che sperano in lui. Così stando le cose, tu puoi ormai senza timore ascoltare
le parole dei tuoi e, se un po’ di tempo libero ti apparirà tra le tue sante
occupazioni, potrai anche brevemente rispondere. E lascia che io mi valga teco
dell’autorità di scrittori profani, citati da Ambrogio e dal nostro Agostino e da
Girolamo, e che anche l’apostolo Paolo non disdegnò di nominare; e non voler
chiuder la porta della tua cella a ciò che è degno che io dica e non indegno che tu
ascolti»
[…]
Ma io debbo ora, o mio Dio, entrare in controversia con te, se tu me lo permetti.
Perché mai, dimmi, mentre io e mio fratello eravamo presi nel medesimo laccio su
tutti e due si abbatte la tua mano, ma non ambedue fummo insieme liberati? egli
se ne volò via, e io non più tenuto ad alcun laccio ma ancora ricoperto dal vischio
delle male abitudini, non riesco a spiegare le ali, e dove ero legato, ivi sebbene
sciolto rimango. Qual è la cagione per la quale, ugualmente rotti i nostri lacci, non
ci toccò insieme «l’aiuto nel nome del Signore?». Perché questa davidica cantilena
così armoniosamente cominciata terminò con voci così discordi? La volontà di
Dio non è mai senza causa, poiché tutti dipendono da lei, che è fonte di tutte le
cause. Mio fratello cantò in tono con l’animo rivolto al ciclo, io invece pensando a
cose terrene e curvo verso terra; e forse non vidi la destra liberatrice, forse sperai
nelle mie proprie forze; questa o altra è la cagione perché, rotto il laccio, io non
sono libero. Abbi compassione di me, o Signore, perché sia degno di una maggior
compassione; che senza la grazia della tua misericordia in nessun modo l’umana
miseria può ottenere misericordia.
PETRARCA Fam. X 4 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
Al medesimo, sullo stile dei Padri della Chiesa e sulle relazioni tra la teologia e la poesia, con
una breve esposizione della prima egloga del suo Carme Bucolico, a lui inviata.
Se ben conosco la pietà dell’animo tuo, tu avrai provato orrore nel ricevere il
carme unito a questa lettera, così discordante con la tua professione e contrario i
tuoi propositi. Ma non far giudizi temerari; che v’è infatti di più stolto che
giudicare di ciò che non si conosce? […]
Or sono tre estati, mentre ero in Francia, il caldo mi indusse a recarmi alle
sorgenti della Sorga, che un tempo, tu lo sai, noi scegliemmo come nostra dimora;
ma a te per dono divino si preparava una sede più sicura e più tranquilla, a me
neppur di quello fu dato di godere, trascinandomi la fortuna tant’alto che è
troppo. Là dunque io mi trovavo, in questa disposizione d’animo: che frastornato
da tante brighe, non osavo intraprendere nulla di grande, e tuttavia non sapevo
stare in ozio, abituato come sono fin dall’infanzia a fare qualche cosa, se non
sempre buona. Scelsi allora una via di mezzo: di rimandare ad altro tempo le cose
più gravi, e comporre qualcosa che mi distraesse in quel soggiorno. L’aspetto
stesso del luogo e i boschi solitari, dove spesso pieno di gravi pensieri io
penetravo all’alba e donde soltanto l’avvicinarsi della notte mi richiamava, mi
spinsero a cantare qualcosa di silvestre. Cominciato dunque a scrivere un carme
bucolico diviso in dodici egloghe, che da un pezzo avevo in mente, è incredibile a
dire in quanto pochi giorni lo terminai; tanto quel luogo eccitava l’animo mio. E
poiché nessun soggetto avevo in mente che più mi stesse a cuore, scrissi la prima
egloga su noi due, la quale facilmente m’indussi a mandarti, non so se per tuo
diletto o per impedimento del tuo diletto. Ma poiché è questo un componimento,
che se non è spiegato da chi lo scrisse, non si può capire, perché tu non ti stanchi
inutilmente, ti spiegherò brevemente, prima che cosa io dico, poi quel che intendo
dire.
Sono introdotti due pastori; poiché pastorale è lo stile, e perciò messo in bocca a
pastori. I nomi dei pastori sono Silvio e Monico. Silvio, vedendo Monico solo e
felice, in una quiete degna di invidia sedere sotto un antro, gli parla quasi
ammirando la sua fortuna e deplorando la propria, perché egli, lasciati il gregge e i
campi, abbia trovato il riposo, lui stesso invece vada ancora aggirandosi con gran
disagio tra aspri colli; e tanto più si duole che così grande sia la differenza della
loro fortuna, in quanto, come dice, una sola fu la madre di ambedue, perché si
capisca che i due pastori son fratelli. Monico in risposta ritorce tutta la colpa della
fraterna disdetta su lui stesso, dicendogli che da nessuna forza costretto, egli erra
di sua volontà per monti e per selve; e Silvio gli risponde che cagione del suo
errare è l’amore, ma soltanto l’amor delle Muse e non d’altro. E perché questo sia
chiaro, comincia a narrare una favola piuttosto lunga, di due pastori, che
dolcemente cantavano, l’uno dei quali egli si ricorda di aver udito nella sua
puerizia, l’altro più tardi, e che preso dal loro diletto ogni altra cosa ha trascurato;
e mentre per i monti anelando li segue, ha ormai imparato a cantare, sì da esser
lodato dagli altri, anche se non ancora è soddisfatto di sé. Perciò si è proposto di
aspirare alla perfezione e di raggiungerla o morire. Monico cerca di persuadere
Silvio a entrare nel suo antro, per udirvi un canto più soave, ma subito lascia a
mezzo il suo discorso, come se veda sul viso di Silvio segni di turbamento. Quello
a sua volta si scusa, e Monico termina il suo discorso, alla fine del quale Silvio
meravigliato domanda chi sia quel pastore dal canto così dolce, del quale ora per
la prima volta ode far menzione. Monico con rozzezza veramente pastorale non
ne fa il nome, ma ne descrive la patria e, come soglion fare i villani, che spesso
errano ne’ nomi, parla di due fiumi che nascono da una stessa sorgente, e subito
dopo, quasi accorgendosi del suo errore, cambia le parole, e non più di due, ma di
un sol fiume seguita a parlare, che nasce da due sorgenti; l’una e l’altra in Asia.
Silvio dice di conoscer questo fiume, e ne dà prova ricordando che in esso un
irsuto giovane lavò Apollo. Di là soggiunge Monico essere oriundo quel cantore; e
ciò udendo, Silvio subito lo riconosce e ne critica la voce e il canto, esaltando due
suoi pastori, mentre Monico ricopre di lodi il suo. Alla fine, Silvio, come se si
rassegnasse, dice che a suo tempo tornerà e dimostrerà quanto dolcemente canti
quello che è con lui, ma che ora ha fretta. Meravigliato, Monico domanda la
ragione di quella fretta, e si sente rispondere che, tutto preso da un canto che ha
preso a comporre intorno a un giovane egregio, di cui brevemente narra le gesta,
Silvio non può ora occuparsi d’altro; sicché Monico termina il colloquio dicendo
addio a Silvio e in ultimo esortandolo a considerare il rischio e il danno
dell’indugio.
Questo è il sunto del componimento; quanto al suo significato, eccolo. I pastori
che parlano siamo noi due, io Silvio, tu Monico. Quanto alla ragione dei nomi, del
primo, poiché l’azione si svolge nelle selve, e perché in me è insito fin dall’infanzia
l’odio delle città e l’amore delle selve, per il quale molti nostri amici nei loro scritti
mi chiamano più spesso Silvano che Francesco; del secondo, perché, chiamandosi
uno dei Ciclopi Monico quasi monocolo, un tal nome mi parve in certo modo
convenirti, come a colui che dei due occhi di cui ci serviamo noi mortali per
guardare con l’uno le cose celesti con l’altro le terrene, tu ti sei privato di quello
che guarda le cose terrene contentandoti di quello migliore. L’antro dove Monico
vive solitario è Montreux, dove tu ora conduci vita monastica tra spelonche e
boschi, o anche in quello in cui Maria Maddalena fece penitenza, vicino al tuo
monastero; poiché in esso tu ti confermasti, con l’aiuto di Dio che rinsaldò il tuo
cuore vacillante, nel santo proposito, di cui lungamente avevi meco ragionato. La
campagna e il gregge, di cui è detto che abbandonasti ogni cura, intendili come la
città e gli uomini, che lasciasti fuggendo in solitudine. Che una sola fu la madre di
ambedue, anzi ambedue i genitori, non è allegoria ma pura verità. Il sepolcro è
l’ultima dimora; che te aspetta il cielo, me, se Dio non m’aiuta, l’inferno; ma si
può anche più semplicemente intendere come suonano le parole; che tu hai ormai
una sede stabile e perciò una più sicura speranza di sepolcro, io sto ancora
vagando e tutto è per me incerto. La vetta inaccessibile, alla quale Monico
rimprovera Silvio di tendere con grande sforzo, è l’altezza della fama, che è rara e
cui pochi conseguono. I deserti, nei quali Silvio si aggira, sono gli studi, oggi
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davvero deserti, perché abbandonati o per cupidigia di lucro o per pigrizia
d’ingegno. Gli scogli muscosi sono i potenti e i ricchi, coperti dalle ricchezze
come dal musco; fonti sonanti possono essere chiamati i letterati e gli oratori, dal
cui ingegno, come da sorgenti, scaturiscono i fiumi delle scienze con piacevole
mormorio. Quello che Silvio fa in nome di Pale, è un giuramento da pastori,
poiché Pale è la dea dei pastori; da noi può significare Maria, non dea, ma madre
di Dio. Partenia è Virgilio, ed è nome non da me ora inventato, poiché nella vita
di lui si legge che meritò di esser chiamato Partenia, come dire integro per il suo
modo di vivere; e perché questo da sé il lettore intendesse, è ivi aggiunto un passo
nel quale è detto che il Benaco, lago della Gallia Cisalpina, genera un figlio a sé
somigliante, ed è questo il Mincio, fiume di Mantova, che è la patria di Virgilio. Il
nobile pastore venuto di fuori è Omero, nella descrizione del quale quasi tutte le
parole hanno un particolare significato. Infatti quel poi, cioè dopo, non è detto
senza occulta cagione, poiché a Virgilio ancor fanciullo io mi accostai, e poi,
cresciuto in età, ad Omero; poiché devi sapere che quella che porta volgarmente il
nome di Omero è un’operetta di non so quale scolastico, sebbene contenga un
riassunto dell’lliade d’Omero. Dissi poi che veniva da paesi stranieri, perché non è
italiano né si serve della lingua latina; perciò dissi che non cantava nella nostra
favella, essendo egli greco. E giustamente gli compete l’epiteto di generoso
pastore, poiché chi mai più generoso della lingua e dell’ingegno d’Omero? Fu
aggiunto non so qual valle perché del luogo dov’egli nacque varie sono le opinioni
che qui non è il caso di enumerare; infine che Virgilio bevesse al fonte omerico è
cosa nota a tutti quelli che si dedicano alla poesia. L’amica, della quale ambedue
son degni, è la fama, per la quale cantino i poeti, come per l’amica gli amanti.
L’orrida selva e gli aerei monti che Silvio si meraviglia che non seguano il dolce
canto dei pastori sono il volgo ignorante e i principi potenti. La discesa dalla cima
del monte al fondo delle valli e la salita dal fondo delle valli ai monti di cui parla
Silvio a proposito di se stesso, sono l’alterno passaggio dall’altezza della teorica
all’esercizio della pratica secondo il variare dei nostri affetti. La fonte che
applaude colui che canta è il coro degli studiosi; le aride rocce sono gli idioti, sui
quali, come l’eco sulle rocce, batte la nuda voce e si riflette indietro senza esser da
essi compresa; le ninfe dee delle fonti sono i divini ingegni degli studiosi. La casa,
dentro la quale Monico invita Silvio, è l’ordine dei Certosini, nel quale nessuno
entra ingannato, come avviene per altri ordini, nessuno malvolentieri. Il pastore, il
cui canto Monico preferisce a quello di Omero e Virgilio, è David stesso, a cui
propriamente conviene il verbo salmeggiare a cagione dei suoi Salmi; e la
mezzanotte è ricordata per la mattutina salmodia, che soprattutto in quell’ora si
ode nelle nostre chiese. I due fiumi con una sola sorgente, intorno ai quali Monico
dapprima prende errore, sono il Tigri e l’Eufrate, noti fiumi dell’Armenia; il fiume
dalle due sorgenti è il Giordano della Giudea, e di ciò fanno fede molti autori, tra i
quali Girolamo, che spesso e a lungo abitò in quel paese. I nomi delle sorgenti
sono: Ior e Dan, dalle quali deriva il fiume stesso e il suo nome; e si narra che
sfoci nel mare di Sodoma, dove si dice esistano ancora i campi di cenere a cagione
dell’incendio di quella città, in questo fiume si ricorda che Cristo fu lavato col
battesimo da Giovanni. Poiché quel giovane irsuto è Giovanni Battista: giovine
vergine, puro, innocente, irsuto, incolto, coperto di folte pelli, coi capelli arruffati,
con la faccia bruciata dal sole. Quanto ad Apollo, esso è detto figlio di Giove e
dio dell’ingegno; e per esso io intendo Gesù Cristo, vero Dio e vero figlio di Dio,
signore di ingegno e di sapienza, poiché, secondo i teologi, ha gli attributi della
somma e indivisibile Trinità, al figlio è attribuita la sapienza ed egli stesso è detto
la sapienza del Padre. Quanto alla voce rauca di David e alle frequenti lacrime e al
nome di Gerusalemme spesso ripetuto, essi vogliono indicare lo stile di lui, a
prima vista aspro e flebile, e il fatto che nei Salmi ricorre, storicamente e
allegoricamente, menzione di quella città. A questo punto si accenna
sommariamente a quel che cantano i poeti che Silvio preferisce; fare una vera e
propria trattazione sarebbe stato troppo lungo, ma a chi è provetto negli studi
tutto è chiaro e manifesto. Monico gli contraddice giustificando la davidica
raucedine e con uguale brevità esponendo il suo tema. Il giovane, del quale Silvio
cominciò a riferire un canto, è Scipione Affricano, che sul lido d’Affrica abbattè
Polifemo, cioè Annibale duce dei Cartaginesi; poiché come Polifemo anche
Annibale fu monocolo, dopo aver perduto un occhio in Italia. I leoni libici, di cui
come si sa abbonda l’Africa, sono gli altri capitani dei Cartaginesi, che Annibale
vincitore sbalzò dal potere. Le tane incendiate sono le navi bruciate, nelle quali era
riposta ogni speranza, dei Cartaginesi; narra la storia romana che ben cinquecento
Scipione ne bruciò sotto i loro occhi. Questi è anche chiamato giovane celeste sia
per l’eroico valore onde rifulse, che da Virgilio è chiamato ardente e da Lucano
igneo, sia per l’opinione della sua origine celeste, che per l’ammirazione di tanto
uomo avevano allora i Romani. Lui lodano gl’Italici dall’opposto lido, poiché il
lido italico è di contro al lido africano, non soltanto per la reciproca inimicizia, ma
anche per la posizione geografica; Roma è infatti di fronte a Cartagine. Ma di
questo così lodato giovane nessuno canta; così io dissi perché, sebbene ogni storia
sia piena delle lodi e delle gesta di lui, e non vi sia dubbio che Ennio a lungo
scrisse di lui «in uno stile rozzo e trascurato» come dice Valerio Massimo, non
esiste su tal personaggio un componimento poetico veramente degno. Di esso
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dunque io mi proposi di scrivere come potevo, perché proprio di lui tratta l’opera
mia che s’intitola Africa, che Dio voglia io possa felicemente terminare da vecchio
come animosamente incominciai da giovane. Quanto poi al grave pericolo di
differire un saggio divisamento e ai gravi e inattesi casi della vita presente, da cui
le ultime parole di Monico consigliano di guardarsi, non c’è bisogno neppur di
parlarne. Il resto capirai bene meditandolo. Addio.
Padova, il 2 di dicembre, di sera [1349].
PETRARCA, Epistola a Barbato da Sulmona (Var. 49, da Epistuale de rebus familiaribus et
variae, ed. G. Fracassetti, III, Firenze 1863)
Ti recherà questa lettera il mio carissimo ed intrinseco amico Lelio, che
volgarmente chiamano Lelio di Pietro Stefano, uomo di recente ma nobilissima
romana origine, e d’indole e di natura veramente romano all’antica. E a te, fratello
mio, con tutto il cuore, con tutta l’anima lo raccomando, e per la santa amicizia
nostra ti prego che in quelle bisogne sue, delle quali ti parlerà Messer
l’Arcivescovo di Trani, piacciati di fare in suo pro né più né meno di quanto
faresti se si trattasse delle mie cose o dell’onor mio. E quello che a te scrivo fa che
come a sé scritto abbialo il nostro Giove, cui raccomanda tu il suo Mercurio il
quale è pronto sempre e parato ad eseguire ogni paterno di lui comando. Addio
fratello. - Quantunque la nausea delle faccende che m’ho in questa Curia mi
abbiano messo addosso una tal quale pigrizia, e la gravissima soma delle mie
occupazioni fatto m’abbia restio ad ogni fatica, non son potuto star saldo contro il
volere di questo Lelio, che mi costrinse a copiare colle stanche mie dita una
almeno delle diverse Egloghe or ora da me composte nel solitario ritiro della mia
Valchiusa: quella cioè con cui intesi d’onorare la eterna memoria del nostro
santissimo Re. Egli dice che quantunque piccolo, deve questo dono tornare
accettissimo a voi due, ed a Maestro Niccolò d’Alife, ai quali vuol che io lo mandi
per avervi ben disposti a secondare del consiglio e dell’opera i suoi desiderii. Fate
dunque che non cadano a vuoto le sue speranze: io ve ne prego e riprego quanto
so e quanto posso. Or perché aperto a te si paia il senso di questa Egloga,
rammentane l’argomento che dianzi io ti esposi. Nell’occhiuto pastore ravvisa
l’avvedutissimo Re che a guidare i suoi popoli era tutt’occhi: sotto il nome d’Ideo
intendi il nostro Giove nutrito a Creta sull’Ida: in Pitia conosci il mio Barbato, che
così chiamai per dar gloria alla sua amicizia, della quale non volendo pur io
arrogarmi il vanto, anzi che dirmi Damone, scelsi chiamarmi Silvio, e perché
innato è in me l’amore per le selve, e perché quel poetico mio lavoro, siccome
dissi, fu da me composto nel silenzio de’ boschi. Il resto è chiaro. Addio di
nuovo.
Dall’inferno de’ vivi. Ai 18 di gennaio 1347
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PETRARCA, Epistola a Cola di Rienzo (Var. 42, da Epistuale de rebus familiaribus et
variae, ed. G. Fracassetti, III, Firenze 1863)
Dal procelloso mare di questa Curia che chiaman Romana, in mezzo al quale
navigando invecchiai, e pur mi sento rozzo ancora e inesperto del navigare, al
porto della consueta mia solitudine, che è quanto dire, dalle mura di Avignone al
luogo che secondo sua natura detto è Valchiusa, mi riparai. E sebbene di quindici
sole miglia da quella città quanto altra mai turbolenta, e dalla sinistra sponda del
Rodano sia questo luogo lontano, tanta in così piccola distanza corre fra loro la
differenza, che quante volte dall’una partendo mi reco all’altro, dall’ultimo
occidente al punto estremo d’onde nasce il sole parmi d’aver fatto viaggio. Tutto è
diverso dal cielo in fuori: uomini, acque, terre diverse. Limpida e fresca per
cristalline onde meravigliose scorre per letto come puro smeraldo trasparente e tra
tutti i fiumi bellissima la Sorga, or tumida e gonfia come torrente, or come fonte
cheta e tranquilla, che veggo con meraviglia da Plinio fra le cose piu memorabili
della Narbona annoverata, perocché veramente è sul territorio di Arles. Ho qui
una villetta in cui fuori d’ltalia, per legge d’inesorabile necessità, io mi trattengo, luogo a
miei studi del mattino e della sera acconcissimo più ch’altro mai per colli ombrosi,
per valli apriche, per nascosti ricetti, e per la solitudine che tutta intorno vi regna
grata e tranquilla: nel quale d’altri animali meglio che d’uomini l’orme si stampano,
né per altro mai che per lo mormorare delle acque correnti, pel muggito de’ buoi
che pascolano lungo le rive, o pel cantar degli augelli il grave e lungo silenzio
avvien che si rompa. In questo luogo pertanto, del quale altro non dico perché
dalle naturali sue qualitadi e da miei versi venuto in fama già fu per ogni dove
celebrato e notissimo, non appena avidamente io mi ridussi, sia perché le orecchie
e la mente stanche del cittadino tumulto qui potessero trovare alcun conforto, sia
per dar l’ultima mano ad alcuni lavori che mi tengono in faccende ed in pensiero,
all’aspetto di queste selve mi venne in fantasia di cantare alcun che d’incolto e di
pastorale. Ed a quel carme bucolico che nella scorsa estate aveva composto, un
capitolo, o per parlare come di poetiche cose conviensi poeticamente, un’egloga
aggiunsi, e seguendo la legge che in quella specie di componimenti vieta d’uscir
dalle selve, indussi a colloquio fra loro due pastori germani fratelli, e a te degli
studi amantissimo in sollievo delle gravi e molteplici tue cure questo mio
componimento volli inviato. Ma perché di cosiffatto genere di poesia proprio è
che ove l’autore stesso non ne mostri la chiave, altri possa per avventura
congetturando indovinare, ma tutto per intero il riposto significato a
comprenderne non riesca, io che te intento a pubblici e gravissimi negozi della
Repubblica non voglio costringere a meditar le parole di un rozzo pastore, né che
tu spenda in cosiffatte bazzecole pur una briciola di cotesto ingegno divino,
brevemente ti farò manifesto il mio pensiero. I due pastori pertanto sono due
specie di cittadini nella medesima patria loro abitanti, ma nel sentire della
Repubblica fra loro a gran pezza discordi. Marzio è uno che è quanto dire
bellicoso ed inquieto, il quale preso il nome da Marte cui fecer gli antichi padre di
Romolo, tutto pietoso e compassionevole si dimostra alla sua genitrice. E questa è
Roma. L’altro fratello è Apicio, che tu ben sai essere stato maestro della cucina:
nel quale sono da ravvisarsi i voluttuosi e gli inerti. Gran contesa è fra loro
intorno agli uffici di pietà che all’annosa madre sono dovuti, e spezialmente si
tratta di ristorarle la casa antica, cioè a dire il Campidoglio, ed il ponte per lo quale
alle campagne sue solea tragittarsi, che è il ponte Milvio, sotto cui scorre il rivo,
ossia il Tevere, che giù discende dai gioghi dell’Appennino. In quella strada che
porta agli orti antichi e alle case di Saturno intendi quella che guida ad Orta antica ed
a Sutri: e nell’ombrosa Tempe ravvisa l’Umbria ove sono Narni, Todi, ed altre molte
città: siccome più innanzi è la Toscana, il cui popolo discendere dalle genti dei
Lidi è a te ben noto. E in quel pastore, del quale ivi si narra che sorpresi i ladri li
uccidesse sul ponte, ravviserai di leggieri M. Tullio Cicerone, che tu sai bene aver
sul ponte Milvio scoperta la congiura di Catilina. Perché console, lo dissi pastore:
lo dissi arguto, perche fu principe nella eloquenza. La selva cui la rovina del ponte
minaccia ruina e la scarsa greggia, sono figure del popolo di Roma: le mogli e i
figli, de’ quali, senza curar della madre, tanto pensiero si dà Apicio, sono le terre
ed i vassalli e le spelonche delle quali ivi è parola, sono le rocche dei baroni, entro
le quali riparandosi insultano alla pubblica miseria. E vuole Apicio che il
Campidoglio non si restauri perché Roma si sbrani e partasi in due, ed a vicenda
or dall’una ed or dall’altra parte si prenda il comando. L’altro, ch’è vago dell’ unità
dell’impero, rammenta per lo restauro del Campidoglio le materne dovizie, e
tuttora potente nella concordia de’ figli vuol che sia Roma nutrice del gregge e dei
giovenchi, che è quanto dire dell’umile volgo e del popolo più robusto. E fra gli
altri avanzi dell’ antiche ricchezze gli vien pur fatto di rammentare il sale nascosto:
il che, quantunque della gabella del sale, che a quel che dicono rende assaissimo,
possa intendersi detto, meglio però sarà da te interpretato per la Romana sapienza
lungamente soffocata dalla tirannide. E mentre que’ due così garriscon fra loro,
ecco venir un Veloce, che è la Fama, di cui, secondo Virgilio:
Altro male non avvi al par veloce.
E questi delle vane cure e del piatire inopportuno fatta prima rampogna, annunzia
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loro che la madre li sconosce, e che per volere di lei un minor germano gli
imprese a fabbricare la casa; il quale e delle selve tiene il governo, e a dolce canto
sciogliendo la voce, alle greggie degli animali impone silenzio, che è quanto dire:
leggi promulga, e quel che nuoce allontana. Delle quali cose parlando o i nomi, o
l’indole, o gli stemmi di alcuni infra i tiranni nel nome delle fiere accortamente
nascosi. Quel germano minore infino ad ora sei tu. Il resto è chiaro di per se
stesso. - Addio , grand’ uomo, e ti sovvenga di me.
PETRARCA Fam. XXII 2 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
A Giovanni da Certaldo, che spesso scrivendo gli accade di errare in quel che meglio sa; e sulla
legge dell’imitazione.
Appena tu fosti partito, sebbene addolorato, tuttavia, poiché non so stare senza
far nulla - sebbene, a dire il vero, tutto quello che fo sia nulla o al nulla molto
simile - trattenni presso di me il nostro amico per compiere insieme con lui il
lavoro cominciato insieme con te: rivedere le copie del Carme bucolico, che avevi
portato teco. E mentre ne discorrevo con quel brav’uomo tagliato all’antica,
amico veramente caro, tardo nel leggere, mi accorsi di alcune parolette ripetute
più spesso che non avrei voluto e di altre cosette ancor bisognose di lima. Perciò
ti avvisai di non affrettarti a trascriverlo e a darne copia al nostro Francesco, non
ignaro dell’interesse che voi dimostrate a ogni cosa mia e soprattutto ai miei
scritti, che, se l’amore non vi facesse travedere, non sarebbero degni né delle
vostre dita né dei vostri occhi; pensavo di poter far comodamente le correzioni in
poche ore, appena tornato in campagna, come mi proponevo di fare il primo di
luglio; ma m’ingannai. Poiché i frequenti e quasi annuali moti della Liguria mi
trattennero in città, sebbene tanto ami la campagna e odi la città; ultimamente
però, poiché il timore era più grande del pericolo, ai primi di ottobre, tardi ma in
tempo, vinta dal desiderio la trepidazione dell’attesa, venni alle rive dell’Adda,
dove da qualche tempo ho il mio solitario rifugio. Qui mi trovo ormai da otto
giorni, e la pioggia continua e un pessimo autunno, o piuttosto un precoce
inverno, mi fanno sperare un breve riposo. Tuttavia di questa dimora, che breve
mi promettono le condizioni del tempo e l’aspetto del cielo, io ho approfittato per
rivedere quel carme, e mi sono accorto che all’ingegno di chi corregge giova la
lentezza di chi legge. È un fatto che come a render piacevole ciò che si legge
conferisce un lettore elegante, spedito, intelligente, così a scoprire e mettere in
vista gli errori più si confà un lettore lento, esitante, ottuso. Così del resto accade
in questa come in ogni altra cosa. Consegna un cavallo a un cavaliere agile e
pratico: non ti avvedrai dei suoi vizi; consegnalo a un inesperto: subito ti saranno
palesi. Affida una causa ingiusta a un bravo avvocato: ne nasconderà con arte
l’ingiustizia; fa’ salire in tribuna un avvocato dappoco: con l’imbecillità del
difensore si paleserà l’iniquità della causa. Dimentichi forse che Catone il Censore
stimò doversi al più presto licenziare l’accademico Carneade, capo di
un’ambasceria filosofica mandata a Roma dagli Ateniesi, addicendo come ragione
che, quando costui parlava, non era facile comprendere in un affare che cosa ci
fosse di vero o di falso? Così è: l’abilità degli artefici cela gli errori, l’ignoranza li
svela. Mentre il nostro amico leggeva, vidi quel che, leggendo te, non avevo
veduto; e ora ho imparato che quando in un libro si ricerca il diletto, occorre un
lettore pronto e piacevole, quando la correzione, tardo e sgradito. Quali
mutamenti intenda fare in quel carme ho segnato a parte, per non empire questa
lettera di segni e richiami.
Ma una cosa voglio dirti, che a me fin a oggi era ignota e ora mi meraviglia e
stupisce. Quando tutti noi scriviamo qualcosa di nuovo, spesso erriamo in ciò che
più ci è familiare e che proprio mentre scriviamo c’inganna; mentre siamo più
sicuri in ciò che più lentamente imparammo. ‘Che dici mai? ‘ tu mi domandi; ‘non
è questa una contraddizione? Non è possibile che due cose tra loro contrarie sian
vere: che ciò che meglio sappiamo si sappia meno e ciò che più negligentemente
imparammo più saldamente riteniamo. Che sfinge, che enigma è questo?’ Ecco.
Questo avviene anche in altre cose, per esempio, che un padre di famiglia abbia
meno a mano quel che più diligentemente nascose e che ciò che più
profondamente seppellisce più difficilmente si tragga alla luce; ma questi sono
esempi di cose materiali, e ad esse non mi riferisco. Per non tenerti sospeso con
chiacchiere, eccoti un esempio adeguato. Io ho letto una volta sola Ennio, Plauto,
Felice Capella, Apuleio, e li ho letti in fretta, in essi soffermandomi come in
territorio altrui. Così scorrendo, molte cose vidi, poche notai, pochissime ritenni,
e come roba comune le riposi in luogo aperto, come a dire nell’atrio della
memoria; sicché, ogni volta che mi capitò di udirle o riferirle, subito mi accorsi
che non erano mie e ricordai di chi erano; appartengono ad altri, e io come d’altri
le possiedo. Ho letto Virgilio, Orazio, Boezio, Cicerone, non una volta ma mille,
né li ho scorsi ma meditati e studiati con gran cura; li divorai la mattina per
digerirli la sera, li inghiottii da giovane per ruminarli da vecchio. Ed essi entrarono
in me con tanta familiarità, e non solo nella memoria ma nel sangue siffattamente
mi penetrarono e s’immedesimarono col mio ingegno, che se anche in avvenire
più non li leggessi, resterebbero in me, avendo gettato le radici nella parte più
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intima dell’anima mia, ma talvolta io dimentico l’autore, poiché per il lungo uso e
per il continuo possesso quasi per prescrizione essi son divenuti come miei, e da
così gran turba circondato io non ricordo più di chi sono e se sono miei o d’altri.
Questo volevo intendere quando ti dicevo che le cose più note c’ingannano; che
quando talvolta ci tornano alla mente, accade che all’animo fortemente
preoccupato e intento in altro pensiero esse si presentano non solo come tue, ma,
ciò che ti farà meraviglia, come nuove. Ma perché dico che ti meraviglierai? Son
certo che anche tu hai notato in te qualche cosa di simile. A scoprir tali plagi io
duro non poca fatica; poiché chiamo a testimone il nostro Apollo, unico figlio del
sommo Giove, e Cristo, vero Dio di sapienza, che io non sono avido di preda e
mi astengo dal ricercare le spoglie così dei patrimoni come degl’ingegni altrui. Se
si troverà nei miei scritti qualcosa di contrario a quel ch’io dico, ciò deriverà, per
gli autori che non ho letti, da quella somiglianza d’ingegno di cui ti parlai nella mia
lettera precedente, per gli altri, da errore o dimenticanza, come or ora ti ho detto.
È mia intenzione, lo dichiaro, ornar degli altrui pensieri e consigli la mia anima,
non il mio stile; se pur non lo faccia citando l’autore o modificando
profondamente il concetto, per ricavare un unico concetto da molti, a mo’ delle
api. Altrimenti, preferisco avere un mio stile, che sia pur rozzo e incolto, ma mi si
adatti come una tunica, fatto a misura del mio ingegno, e non uno stile altrui, più
elegante e più adorno, ma derivato da altri, che da ogni parte mi scivoli, non
essendo adatto alla umile statura del mio ingegno. Ogni veste si adatta all’istrione,
ma non ogni stile a chi scrive; ognuno deve formarsene uno proprio e
conservarlo, perché non accada che ridicolmente vestito dell’altrui e spogliato da
quelli che rivogliono le loro penne, rimanga come la cornacchia scornato. Tutti
abbiamo una propria personalità, come nel volto e nel gesto così anche nella voce
e nella parola, che è più facile, più utile e più bello coltivare e migliorare, che
mutare. ‘E di te che pensi?’ dirà qualcuno; non tu, amico mio, che mi conosci a
fondo, ma uno di quelli che taciti e chiusi nel loro silenzio e sicuri dei critici
osservano gli altri e sanno da ogni nostra parola cavare un dardo. Mi ascoltino,
giacché si fanno arme soltanto di quel che ascoltano.
Io non mi giudico come quello che Giovenale descrive:
Di vena non volgare egregio vate,
Che non ripeta mai quel che altri disse
Né di bassa moneta impronti i carmi;
e che lo scrittore stesso intendeva non di mostrare ad altri, ma solo immaginare
col pensiero; non, come Orazio,
Di libere orme io primo impressi il suolo,
e neppure:
I parii giambi io primo al Lazio diedi;
né come Lucrezio:
Ignoti campi delle Muse io calco,
Da nessuno calcati;
o con Virgilio:
A me piace salir per dolce piaggia
E per sentier non mai prima calcato
Alla fonte Castalia.
Dunque? Io intendo seguire la via dei nostri padri, ma non ricalcare le orme altrui;
intendo servirmi dei loro scritti non di nascosto ma pregandoneli, e, quando
posso, preferisco i miei; mi piace l’imitazione, non la copia, e un’imitazione non
servile, nella quale splenda l’ingegno dell’imitatore, non la sua cecità o
dappocaggine; e preferisco non avere una guida, piuttosto che esser costretto a
seguirla in tutto. Voglio una guida che mi preceda, non che mi tenga legato a sé, e
che mi lasci libero l’uso degli occhi e dell’ingegno, non m’impedisca di porre il
piede dove mi piaccia e ad alcune cose passar oltre, altre inaccessibili tentare, e mi
permetta di seguire una via più piana, e d’affrettarmi, e di fermarmi e di
dilungarmi, e di tornare indietro.
Ma io meno il can per l’aia e ti fo perder tempo. Quel che oggi ti voglio dire è che
in un certo luogo della mia decima egloga avevo scritto: «solio sublimis acerno»,
poi, quando lo rileggevo, mi accorsi che eran parole molto simili a quelle di
Virgilio, che nel libro VIII del suo divino poema dice: «Solioque invitat acerno».
Farai dunque una correzione e scriverai: «e sede verendus acerna». Poiché io son
convinto che il trono degl’imperatori romani fosse d’acero, perché d’acero era
secondo Virgilio il cavallo di Troia; e così come in teologia il legno fu cagione
prima dell’umana miseria e poi della redenzione, così anche in poesia il legno in
genere e quell’albero in particolare fu cagione della rovina dell’impero e della sua
risurrezione. T’ho accennato il mio pensiero, e non mi dilungo di più.
In quella medesima egloga si leggeva un altro passo che – vedi cosa strana –
essendomi molto noto m’era sfuggito, e in esso errai, mentre, se meno l’avessi
conosciuto, non sarei incorso in errore; e non era un passo ad altro simile, ma
identico; avevo fatto come chi ha davanti agli occhi un amico, e non lo vede. Il
passo diceva: «Quid enim non carmina possunt?». Rientrato in me, mi accorsi che
quella finale di verso non era mia; di chi fosse non seppi a lungo riconoscere,
perché, come ho già detto, l’avevo nella memoria come cosa mia; ma in fine
ricordai che era nel VII libro delle Metamorfosi d’Ovidio. Anche questo tu
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cambierai, e vi sostituirai: «quid enim vim carminis equet?», verso non inferiore
all’altro né per le parole né per il concetto. E questo sia mio, se pure anche così
corretto è mio; l’altro sia restituito al suo padrone, e appartenga a Ovidio; ch’io
neppur se volessi glielo potrei rubare, né se potessi lo vorrei. Poiché, sebbene io
sappia che alcuni antichi e sopra gli altri Virgilio (come quando si vanta di aver
tolto la clava a Ercole) non solo tradussero molti versi dal greco al latino ma li
trasportarono tali e quali dalle opere altrui nelle loro, non per ignoranza – che in
tanti e chiari esempi tolti di qua e di là non si può ammettere – né, come si
comprende, per volontà di rubare, ma solamente per emulazione, tuttavia diremo
che essi avevano o meno scrupoli o mente ben diversa; io per me, se la necessità
mi costringe, potrò anche volontariamente valermi della roba altrui, ma non
farmene bello; e se a questo proposito senza volerlo venissi meno, fa’ ch’io lo
sappia: riconosco la tua buona fede, e restituisco quel che ho rubato. Cosi è dei
due versi di cui or ora parlavo; se altri ne troverai, correggili da te o avvertimi
amichevolmente. Poiché nulla di più gradito tu o i miei amici potete farmi, che
dimostrare col correggermi un animo a me veramente amico e libero e intrepido.
Nessuna riprensione mi è di questa più cara, salvo quella che riguardi i miei
costumi; e son pronto a conformare di buona voglia il mio stile e la mia vita non
solo ai consigli degli amici, ma anche ai latrati degli emuli, purché tra le tenebre
dell’invidia risplenda una scintilla di verità. Vivi felice e ricordati di me.
PETRARCA Fam. XXIII 6 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
A Giovanni vescovo di Olmütz, cancelliere dell’Impero, che quanto più uno ci ama, tanto meno
si deve prestar fede alle sue lodi
Onde avviene che il mio maestro e signore mi chiami suo signore e maestro? non
da altro che dal suo grande amore, il quale dimentico di sé, non pensa che a colui
che ama, e se lo immagina quale vorrebbe che fosse, e cerca di inalzarlo; e se
questo non gli è dato, egli stesso si abbassa, in modo da mettersi alla pari con lui.
Se tu non riesci a sollevare dalla polvere i tuoi amici e collocarli sopra il tuo capo,
non ti pare di aver fatto nulla per loro; ma io, quanto più alto mi porrai, tanto più
mi farò umile; né mai il favore di un tant’uomo mi renderà dimentico della mia
condizione. Un tempo io ti elessi mio signore; maestro ti rese a me non la mia
volontà, ma la tua intelligenza e il tuo valore. Fa’ ora di me quel che ti piace; son
cose tue, e tu puoi collocarmi in alto o in basso; a me rimane conoscere me stesso
e le cose mie, e sul fatto mio non credere ad altri più che a me stesso; e
soprattutto tanto meno fidarmi delle lodi quanto più chi mi loda mi ama. Ti
ringrazio a ogni modo di così benigno affetto e di sì cortese degnazione, e
considero te felice per tanta bontà d’animo, me per così benevolo giudizio. Molte
cose mi vengono in mente, ma grandi sono le mie occupazioni, breve il tempo, e
poi credo che dovrò spesso e con lunghe lettere a Cesare occupare i tuoi occhi e
la tua lingua; la quale, come credo, insinuandola in quelle sacre orecchie, vorrei
che si mostrasse binigna a questa mia penna ardente e importuna, se troppo
liberamente morde il freno. Ti mando anche il mio Bucolicum carmen, che a nessuno
finora ho donato, ma che molti videro; al quale vorrei unire la chiosa, anzi il
chiosatore; ma questo io non spero che avvenga prima che il nostro Cesare alle
mie grida e di tutto il mondo non riscuota. Il resto saprai da colui che ti
consegnerà questa letterina, il quale conosce tutte le cose e specialmente le mie.
Non ti dico altro di lui, ché tutto tu sai; salvo forse questa, che tra i banditori della
tua fama, che son molti, nessuno ha una tromba più sonora della sua. Addio e sii
felice, o gloria nostra.
Milano, 21 marzo 1361
PETRARCA Sen. II 1 (da Le Senili, a cura di Ugo Dotti, Torino 2004)
Ad Iohannem de Certaldo, obiectorum stilo criminum purgatio
[1] Bisognava, per scampare ai latrati di Scilla, o tacere o nascondersi; meglio anzi
non essere nati. Non è uno scherzo uscire in pubblico: ecco subito i cani assalirti,
i grossi col morso, i piccoli con l’abbaio: di lì il pericolo, di qui il fastidio. Mi ero si
proposto di evitare entrambe le cose con il silenzio e lo starmene appartato, ma
l’urgere degli eventi mi ha spinto dove non avrei voluto. Fattomi ormai spettacolo
al mondo, ecco che sono mostrato a dito proprio da coloro ai quali, il non essere
conosciuto, è la cosa migliore. [2] Non sono Scipione contro il quale, quando
saliva di notte sul Campidoglio, i cani non osarono abbaiar mai: proprio come
ricordo d’aver letto di lui, anche se non manca chi ritiene che ciò si può ottenere
in grazia di farmaci o incantesimi. Dovunque invece mi diriga, e in pieno giomo,
sono circondato da una turba di cagnacci ululanti; dovunque mi volga spuntano
fuori da ogni quartiere. Se fossero almeno di razza poco m’importerebbe, sia
perché sono pochi sia perché non assalgono se non aizzati. Ma questi sono senza
numero, fremebondi, striduli, tipici cani che non riuscendo ad aggredire le
persone col morso, le assordano con un latrato immortale. Seneca, che dovette
anch’egli sopportare qualcosa di simile, si espresse con finezza quando disse:
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«Abbaiate come botoli che incontrino uno sconosciuto»; e questi sono davvero
dei botoli che mi hanno sicuramente gia visto ma mai conosciuto. [3] I cani, di
solito, latrano o mordono per paura, ma qui la paura non c’entra dato che io non
ho i denti di Teone e loro, per non essere morsi, si sono mirabilmente ingegnati a
rimanere sempre muti e nascosti. E non considerano l’arroganza e la sfrontatezza
di chi pretende di giudicare gli altri senza essere a sua volta giudicato, anche se è
difficile far giudizio di chi si avvolge in un ostinato silenzio. [4] Nuova genia!
Antica anzi, e infesta non soltanto a me che sono l’ultimo degli uomini, ma ai
primi e ai maggiori e soprattutto a Gerolamo il quale, parlandone agli amici, disse:
«Guardatevi dal mettere in pubblico un libro o dall’approntare cibo agli schifiltosi;
cercate di evitare il cipiglio di coloro che senza far nulla sanno soltanto sputare
sentenze sul lavoro altrui». Io però credo che sia proprio questo loro
comportamento a farne giustizia; e cioè che la prova della loro ignoranza sia
proprio ciò che escogitano per coprirla, e che insomma quanto più cercano di
coprirsi tanto più si scoprono dal momento che, mentre col silenzio credono di
sviare il giudizio degli uomini, vengono in realtà bollati dal silenzioso giudizio dei
dotti. Se dunque un Gerolamo ne ebbe timore e ci consigliò di starne lontani, cosa
dovremo fare io o gli altri? [5] A dir vero non è stato tanto per paura quanto per
loro disprezzo e ripugnanza (oltre che per non offrire materia e ragione di
esercitare le loro lingue pruriginose), se ho spesso ammonito me stesso e gli amici:
me stesso di non scriver più niente di nuovo, gli amici di non divulgare ciò che
avessi eventualmente già scritto. Né è poi degli altri che in realtà debbo
lamentarmi; sono io che non mi sono ubbidito. Che se tanto m’ero acceso del
fuoco dello scrivere, dovevo scrivere e distruggere di modo che, giacché questa è
la mia indole, pur godendo del piacere delle lettere avrei evitato i morsi e i latrati
dell’invidia. Cosa che probabilmente sarebbe avvenuta se alla gioia che mi
spingeva con solerzia al comporre non avesse corrisposto la pena che mi rendeva
tardo al distruggere: io infatti compativo quelle innocenti mie pagine e - ben duro
è uccidere chi si ama! - mi sembrava d’essere sul punto di infierire con le stesse
mie mani proprio sulla mia prole, vale a dire sul frutto del mio ingegno. [6] Pure
vi infierii, e come Abramo ritenne che il sacrificio del figlio fosse gradito al Dio
del cielo, cosi io, per usare non un linguaggio cattolico ma uno poetico, ritenni
che il sacrificio dei miei scritti potesse essere caro a Febo e a Pallade, certo al
contempo che alla rabbia dei miei detrattori poteva venire sottratta molta
libidinosa protervia. Se poi avessi saputo o non scrivere più nulla o bruciare ciò
che avevo scritto, a loro avrei procurato un’etema raucedine, a me un etemo
riposo. Ma non seppi. E se infine avessi potuto nascondere quegli scritti che,
frutto di una lima piu severa, ancora mi rimanevano, sin quando almeno rimanevo
in vita sarei rimasto in pace; ma neppur questo ho potuto, spinto da questa mia
indole che nulla sa negare agli amici o tenere loro nascosto. Di qui la radice prima
di quanto di sgradevole devo sopportare.
[…]
[80] Se dovessi commuovermi alla quarta e non so se ultima accusa, dovrei
commuovermi al riso. Dicono che nelle mie Bucoliche il mio stile si leva piu alto di
quanto convenga allo stile pastorale. Magari mancasse d’ogni altra menda tutto ciò
che ho scritto o potrei scrivere: ne sarei ben lieto, pur sapendo che tre sono gli
stili dei poeti e degli oratori e che non è senza colpa chi adopera l’uno al posto
dell’altro. [81] Del resto il valore dell’alto, del medio e del basso non vale tanto in
senso assoluto quanto in relazione a un confronto, onde in una pianura svettano
colli anche piccoli, mentre monti pur alti vengono nascosti da monti ancora più
alti. Lo stesso Olimpo, vincitore delle nubi, è vinto dal cielo e la luna, altissima
rispetto a noi, è inferiore rispetto alle altre stelle. [82] Quel libro lo scrissi da
giovane, «reso audace dalla giovinezza» come delle sue Bucoliche scrive Virgilio, e
credetti poi di poter scrivere qualcosa (e gia vi diedi mano) con cui sperare - né
oggi dispero - di giungere tanto in alto da far apparire quel mio primo lavoro, nel
confronto, notevolmente umile e basso. [83] C’è poi da dire, per fare a meno di
qualsiasi paragone, che c’è un valore assoluto e uno relativo, onde molte cose
appaiono alte o basse a seconda di chi le giudica; tant’è vero che nel salmo è
scritto:
«Per i cervi sono gli altissimi monti» e, subito dopo: «La pietra è il rifugio dei
conigli».
Così la talpa, quando sia salita in superficie, non va più su, mentre tra gli uccelli,
per volare in alto, l’aquila sale sulle nubi, il pavone sui tetti, il gallo su di un
mucchio di concime. [84] A che farla lunga? Assolvo volentieri quello stile il cui
unico vizio sia quello di innalzarsi e, se necessario, mi sottoporrò con piacere a
questo biasimo. Ma a mio giudizio non è necessario. Coloro cui è parso
muovermi tale censura sono forse di troppo bassa levatura e, per ciò che ne penso
io, in quella mia opera non c’è nulla di piu alto di quanto convenga o abbia
voluto. [85] E venisse finalmente il momento in cui questi nostri detrattori si
decidessero a parlare o a scrivere in latino, sì da non doverli ascoltar sempre
eruttare in volgare, negli angoli tra donnicciuole e lavapanni, le loro sofisticherie.
E in queste scuole che filosofeggiano, in questi tribunali che sentenziano senza
giustizia o discernimento: l’assente è subito colpevole; non c’è scampo per
nessuno; si condanna senza difesa; si fa strazio d’ogni buon nome antico e nuovo;
30
si falsifica ogni buona fama conquistata a prezzo di lunghe vigilie. [86] Poni di
fronte a questi grassatori un uomo colto: li vedrai ammutolire e diventare di sasso
quasi si fosse loro accostata la palladia Gorgone. Scrivano un solo rigo, li prego, e
si accorgeranno, se così deve essere, che anche noi abbiamo i denti. Ma che
chiedo? La loro ignoranza e la loro invidia non sono da meno della loro furbizia.
A porsi al sicuro hanno provveduto una volta per sempre e di lì, sempre
acquattati e sibilanti - per concludere con le parole di quel Gerolamo che dovette
sopportare molte offese di tal fatta -, «si credono colti solo in questo: nel mordere
il prossimo». Addio.
Venezia, 13 marzo 1363
PETRARCA, Lettera a Benintendi Ravagnani, cancelliere della Repubblica di Venezia (da N.
Manni, «O deus, qualis epistola!» A New Petrarch Letter, «Italia Medioevale e
Umanistica», XVII, 1974, pp. 242-243)
Copia cedule ad insignem virum cancellarium Venetiarum Benintendi, nostri amantem et
honestis actibus ac studiis bene intentum, ostendenda Venetiis Donato primum, Florentie
Iohanni, Mediolani Nerio, Petro et Modio meis, et per hos aliis opusculum illud habentibus, si
qui sunt.
Nudius tertius dum ad me venisses et ex more omnis ferme de literis sermo esset,
optasti ut Bucolici carminis mei, quod non legi tantum sed scribi etiam dignum
censuisti, decimam eglogam tibi percurrerem, et quid ibi sensissem brevi oratione
dissererem, eo presertim quod ceteris longior sit et in singulis obscurior videretur.
Parui; dumque inciperem supervenit ille vir nobilis et nostri literarum
amantissimus Zacharias Contarinus, qui sermonem ceptum non ut plerique
supervenientum interrupit sui presentia, sed adiuvit. Tandem cum verborum finis
esset, dixisti credere te ad unum omnes qui omnibus terris ac seculis fuissent
poetas ea narratione comprehensos. Negavi, dicens id quod erat: non me illud
dum scriberem cogitasse, tum quia longum et difficile, tum quia minime
necessarium. Tu tamen, urbanitate illa tua potius quam quod ita sentires, in
sententia perstitisti, nullum te unquam nomen audivisse quod ibi suo more non
esset. Ita inde discessum est. Ego vero cum domi solus remansissem, cogitare
institi an quod tu factum dixeras fieri posset. Quidvis? caput meum nosti: collegi
omnes pene qui deerant, illos dico quos noveram, ita ut pauci, nisi me frustretur
memoria, sint dimissi, qui scilicet inserti nitescere non poterant, quos Ars poetica
vult omitti. Has additiones tibi mitto: quas si supervacue videbuntur, abice, et sine
his quidem plena sententia est; si placebunt, suscipe hunc laborem «inque meis
culpis», ut ait Ausonius, «tu tibi da veniam» qui materiam prebuisti. Non potest
autem apte fieri, nisi quaternus ultimus operis mutetur, et ita sit ut iste, quem
exempli gratia ad te misi. Multa quidem addidi, nil mutavi nisi quod
convinctionem unam dempsi: ubi enim erat decorum et, abstuli illud et, ut vitem
concidentiam unius Horatiani versus. Preterea sic noster iste sonantior. Item in
fine ubi erat moderatius opta, deprehendi finem esse unius Ovidiani versiculi; ideo
dixi quod honestius opta. Non est autem grave peccatum si nil additum aut mutatum
sit. Misi tamen hec tibi, comunicanda cum amicis penes quos libellus is meus est:
legite omnes et eligite quicquid censueritis; ex nunc probo.
[1364]
PETRARCA Fam. XXIII 19 ((da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
A Giovanni da Certaldo, di un giovane che lo aiuta a trascrivere; e che nulla è corretto fino a tal
punto che non gli manchi qualcosa.
Un anno dopo la tua partenza, mi capitò un giovinetto d’egregia indole, che mi
dispiace tu non conosca, sebbene egli conosca benissimo te, che vide spesso a
Venezia nella mia casa che è come tua e presso il nostro Donato, e, come è
costume della sua età, osservò attentamente. Perché sia noto anche a te, per
quanto è possibile da lontano, e lo veda attraverso questa mia lettera, sappi ch’egli
nacque sul mare Adriatico, nel tempo in cui, se non erro, tu vivevi presso l’antico
signore di quel paese, avo di colui che ora lo governa. Umile è l’origine e la
condizione di questo giovane, ma grande la modestia e la gravità degna di un
vecchio, acuto e agile l’ingegno, rapida la memoria e pronta e, ciò che più importa,
tenace. In undici giorni l’uno dopo l’altro imparò a memoria e ritenne il mio
Bucolicum carmen, che è composto, come sai, di dodici egloghe, sicché ogni giorno,
a sera, mi recitò tutto d’un fiato e senza errori un’egloga, e l’ultimo due. Possiede
inoltre, cosa rara ai tempi nostri, gran vivacità d’invenzione e un nobile estro e un
cuore devoto alle Muse, e già, come dice Virgilio, compone versi, e se vivrà e,
come spero, crescerà col tempo, «diverrà qualcosa di grande», come d’Ambrogio
predisse il padre. Molte cose potrei dir di lui; mi contenterò di poche. Una l’hai
già udita; ascolta ora un ottimo fondamento di virtù e di scienza: il volgo non ama
tanto e desidera il denaro, quanto egli lo disprezza e rifiuta; è vana fatica fargli
accettar denaro; accetta soltanto il necessario per vivere; gareggia con me nel
desiderio di solitudine, nel digiuno e nelle veglie e spesso mi vince. Che più? Con
31
tali pregi così mi è divenuto caro, ch’io l’amo come un figliuolo, e forse anche più,
perché un figliuolo, com’è uso del nostro tempo, vuol comandare, questo invece
ama obbedire, né pensa al suo piacere ma al mio vantaggio, e ciò non per
cupidigia o speranza di guadagno, ma solo per affetto e forse con la speranza di
farsi migliore praticandomi. Son già due anni che è con me, e così fosse venuto
più presto! Ma non gli sarebbe stato possibile per l’età. Le mie lettere familiari in
prosa, delle quali vorrei che grande fosse il pregio come grande è il numero, che
per la confusione degli esemplari e le molte mie occupazioni avevo quasi
abbandonate e che quattro miei amici, dopo avermi promesso il loro aiuto,
avevano lasciato a mezzo, costui da solo riuscì a riordinare, non tutte, ma quante
possono esser contenute in un volume di non gran mole; e se vi aggiungerò
questa, saranno trecentoquarantacinque. Un giorno, se Dio ci aiuta, tu le vedrai
trascritte da lui, non con quella scrittura adorna e pomposa, quale è quella degli
scrittori o meglio pittori del nostro tempo, la quale da lontano piace all’occhio, ma
da vicino lo confonde e affatica, come se a tutt’altro fosse destinata che a leggerla
e come se ‘lettera’ non significasse ‘lettura’, come dice il principe de’ grammatici,
ma con altra ben diversa e corretta e chiara, che attrae l’occhio e cui non manca
né una virgola né altro segno ortografico. E basti di ciò.
Per dirti in ultimo quel che avevo intenzione di dirti per primo, sappi che costui è
soprattutto proclive alla poesia, nella quale se col tempo si affermerà, non potrà a
meno di suscitare in te meraviglia e contento. Data la sua giovane età, egli è
ancora incerto, né sa bene quel che voglia; ma tutto quel che vuole esprimere, lo
esprime con gravità ed eleganza. Spesso gli avviene di compor versi non solo
armoniosi, ma gravi, adorni e concettosi, che tu stimeresti d’un vecchio, se non ne
conoscessi l’autore. Si formerà io spero, l’animo e lo stile, e tra tanti ne troverà
uno suo proprio, riuscendo non dirò a evitare, ma a celare l’imitazione, così da
non apparire simile a nessuno, e dir si possa che tra tanti vecchiumi, egli «abbia
portato nel Lazio» qualcosa di nuovo. Ammira soprattutto Virgilio, e giustamente;
poiché, se molti dei nostri poeti sono degni di lode, quegli solo è degno
d’ammirazione. Innamorato della sua dolcezza, spesso egli inserisce nei suoi versi
passi dei versi di lui; e io, che lo vedo con gioia crescermi a fianco e vorrei che
divenisse tale quale io stesso vorrei essere, familiarmente e paternamente lo
ammonisco, che guardi a quel che fa: l’imitatore deve cercare di esser simile, non
uguale, e la somiglianza deve esser tale, non qual è quella tra l’originale e la copia,
che quanto più è simile tanto più è lodevole, ma quale è tra il padre e il figliuolo.
Questi infatti, sebbene spesso siano molto diversi d’aspetto, tuttavia un certo non
so che, che i pittori chiamano aria e che si rivela soprattutto nel viso e negli occhi,
produce quella somiglianzà, la quale fa sì che subito, vedendo il figliuolo, si ricordi
il padre, sebbene, se si scendesse a un esame particolare, tutto apparirebbe
diverso; ma v’è tra loro qualche cosa di misterioso, che produce quell’effetto. Così
anche noi imitando dobbiamo fare in modo che se qualcosa di simile c’è, molte
cose siano dissimili, e quel simile sia così nascosto che non si possa scoprire se
non con una tacita indagine del pensiero, e ci accada piuttosto intuirlo che
dimostrarlo. Si può valersi dell’ingegno e del colorito altrui, non delle sue parole;
poiché quell’imitazione rimane nascosta, questa apparisce, quella è propria de’
poeti, questa delle scimmie. Bisogna insomma seguire il consiglio di Seneca, che
fu prima dato da Orazio, che si scriva cosi come le api fanno il miele, non
raccogliendo fiori ma mutandoli in miele, in modo da fondere vari elementi in
uno solo, e questo diverso e migliore. Di ciò parlando io spesso con lui ed egli
ascoltandomi attento come un figliuolo ascolta il padre, accadde poco fa che,
mentre io secondo il solito lo ammonivo, egli così mi rispondesse: ‘comprendo
bene e ammetto che sia come dici; ma ad appropriarmi di espressioni altrui, poche
e rare, io sono stato indotto dall’esempio di molti, e soprattutto dal tuo’. E io
pieno di meraviglia: ‘Se trovi qualche cosa di simile nei miei carmi, sappi figliuol
mio, che proviene da errore, non da volontà. Poiché, sebbene mille volte si
riscontri ne’ poeti che l’uno abbia fatto uso di espressioni d’un altro, io tuttavia
nulla cerco con più cura quando scrivo e nulla mi riesce più difficile, quanto di
evitare le mie orme e soprattutto quelle di coloro che mi precedettero. Ma dov’è il
passo che ti ha indotto a quell’arbitrio? ‘ ‘Nella sesta egloga del tuo Bucolicum
carmen, dove, presso la fine, un verso termina così: atque intonat ore’. Rimasi male;
poiché capii, mentr’egli parlava, quel che non avevo capito quando scrivevo, che
quella era la fine d’un verso di Virgilio, nel sesto libro della sua opera divina; e ho
voluto scrivertelo, non perché sia più possibile correggere, essendo quel mio
carme ormai largamente noto e diffuso, ma per rimproverarti, se hai lasciato che
altri prima di te mi segnalasse un mio errore, o, se per caso fosse sfuggito anche a
te, per fartelo conoscere, ed anche per ricordati che non a me solo, uomo di
studio sebben povero d’ingegno e di dottrina, ma neppure a qualunque più dotto
è dato di esser così pari all’intento, che molto non manchi alla sua perfezione,
poiché questa è soltanto di Colui, al quale dobbiamo quel che sappiamo e
possiamo; e ancora per invitarti a pregar meco Virgilio, che mi perdoni e non si
sdegni se, com’egli molte cose rapì a Omero, Ennio, Lucrezio, e tanti altri, io gli
abbia non rapito, ma preso qualcosa senza volerlo. Addio.
Pavia, il 28 di ottobre.
32
PETRARCA, Lettera al Boccaccio (Var. 65, da Epistuale de rebus familiaribus et variae, ed.
G. Fracassetti, III, Firenze 1863)
Perché tu vegga come in mezzo alle gravi, incessanti, e forse al tutto vane ed
inutili cure di cose maggiori io non lascio di attendere anche alle più piccole delle
mie cose, sappi che or fa già un anno, mentre io era occupato nel fare quelle
grandi giunte che tu ben sai alla mia bucolica, passeggiando un giorno lungo il lido
dell’Adriatico, che coll’alternar dei suoi flutti or mi bagnava il piede destro ora il
sinistro, ed avendo a tutt’altra cosa intento il pensiero, mi venne in mente di
aggiungere agli altri un verso. E poco fidandomi alla memoria indebolita dagli
anni, perché non avessi a dimenticarlo lo scrissi sul margine dell’Africa mia, che
per caso aveva allora con me, facendo ragione che segnato in quel luogo avrei
potuto quando volessi sicuramente ritrovarlo. E’ m’avvenne però quel che suole
soventi volte accadere alle buone massaie, che per la smania di mettere in serbo
nascondon le cose, e poi cercandole non le ritrovano. Passato qualche giorno, mi
feci a ricercare quel verso, e cercandolo sempre dove non era, non mi fu mai
possibile raccapezzarlo, finché ieri alla fine mentre io badava a tutt’altro, né quello
più mi girava per capo, tra riso e rabbia me lo vidi capitar sotto gli occhi. Lo
mandai subito agli amici di Milano, che hanno quella mia operetta, come pure al
nostro Donato, ed ora a te lo mando con questa lettera, perché a tuo senno o lo
aggiunga agli altri, o se ti sembri opportuno, non ne faccia alcun conto. Gli altri
quantunque tardi arrivato, lo accolsero e gli fecero buon viso: intendo dire di que’
di Milano, poiché da Donato non ebbi risposta e non l’aspetto, essendo io già
sulle mosse per andare ov’egli si trova. Il verso dunque è se non errro, il 267
dell’Ecloga X; e dopo quello:
Ilion eversum Troiamque a stirpe revulsam,
deve seguire:
Quique nurum dotemque Iovi convexit opimam.
Linquo senem etc…
Dopo otto, anzi dopo nove mesi da che fu scritta, tornò questa lettera in mano
mia non senza molte mie minacce e querele. Non ti parrà dunque soperchia una
sola giunterella nel corso di due stagioni estive da me passate in questo luogo.
Ai 2 di settembre.
33
Francesco Petrarca, Le postille del Virgilio Ambrosiano, a cura di M. Baglio, A.
Nebuloni Testa e M. Petoletti, Padova 2006
Sul foglio di guardia:
Titire. Melibeus a finibus suis discedens ac Tytirum sub fago caloris estum
vitantem videns et admirans ait: «Titire tu» et cetera. Et pronomen hoc ‘tu’ hic
discretionem importat, quasi dicat ‘tu’, ita quod nullus alius, sive mantuanus ut
Servio, sive poeta ut Donato, sive ut nobis videtur et mantuanus sit qui loquitur et
poeta. «Nos patrie» mantuanus. ‘Tu’, Virgili, agros tuos in pace possides, ‘nos’ non
sic, sed «liquimus patrie fines» et cetera et intelliguntur singula ut sonant. Poeta.
Tibi permissum est romanam ystoriam et quicquid libet scribere, nobis non sic,
atque omnium comunis patria est, et «dulcia arva», idest studia et carmina nostra,
in quibus agricolarum more poete exercentur laborando, excolendo, inutilia
extirpando inserendoque utilia et dulces fructus colligendo iuxta laboris
quantitatem et ingenii ubertatem et sic id nobis quod agricolis sunt arva.
Mantuanus simul et poeta, utrunque mixtim, primum simpliciter, secundum
allegorice.
Per ‘fagum’ intelligi Cesarem Augustum non alienum est, propter fecunditatem
scilicet alimoniamque ac presertim propter renovationem aurei seculi. Et bene
additum est ‘patule’ seu tempus LVII annorum quibus imperavit seu magnitudo
consideretur imperii.
Amarillis et Galathea amice pastorum fuisse memorantur quod, sive verum sit et
translata sunt earum nomina ad condignam eis materiam pastoralem sive non, sed
conficta sunt noviter a poeta, utrunque tamen certa cum ratione factum est.
Amarillis enim interpretatur sine obstaculo, a ‘a’ quod est sine, et ‘marilloy’, vel
‘lon’ vel ‘los’, quod est obstaculum, pro qua Romam intelligimus, que ab ortu solis
usque ad occasum obstaculum non invenit. Galathea candida seu lactea dea
interpretatur: ‘gala’ enim lac, ‘thea’ dea est, per quam Mantuam intelligi voluit, sive
propter Manthus conditricis virginitatem ac divinationem, quod magis reor, sive
propter solam natalis soli dulcedinem decorum illi nomen imposuit.
habens: licteralem scilicet, et allegoricum
I 14: Corilus arbor est cuius fructus exterius durus, interius molis est: cuiusmodi
sunt versus, auditu duri primum, intellectu deinde suavissimi
I 17: Decreto Cesaris Augusti, qui, cum pro deo nobi sit, merito et aulam eius
‘celum’ et iram ‘tempestatem’ et decreta ‘fulmina’ vocamus
I 38-39: Secundum Socratis disciplinam in tres partes dividitur unaqueque res
publica: primates, scilicet militesque; sapientes studiososque et eos quos
cupidinarios vocat, sub quibus et mercatores et agricole et mechanici, omnes
victui querendo dediti; ceteri quoque, quicunque sint, preter superiora duo genera
hominum, continentur. Nunc ergo per pinus primos, per fontes secundos, per
arbusta tertios intelligo.
I 46: Senex non annis, quia ostare illud Georgicon IV Audaxque iuventa Tytire te
patule cecini sub tegmine fagi, sed scentia senex et morbus vel senex futurus eternitate
nominis et tunc presagum verbum est, ut in glosa
I 51 flumina: Discipulos tecum versatos
I 52 fontes sacros: Magistros ex quibus flumina sunt
I 57 palumbes: Mecenas et uxor propter castitatem
I 58 turtur: Pollio
I 74 capelle: libelli
I 80 fronde super viridi: Studio lauream promerituro
I 81 castanee: Satyrica yrsuta de se – lactis: vel moralis scientia vel ars aliqua ex
multorum preceptorum ad unum finem tendentium vel preter romana ystoria
aliqua ex multorum actuum quadam velut coagulatione composita
Postille al testo delle Bucoliche
I 9: Pro bobus carmen bucolicum accipimus, duo cornua, idest geminum sensum,
34
PETRARCA Fam. IV 7 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
A Roberto, re di Sicilia, intorno alla sua laura e contro i lodatori degli antichi che sempre
disprezzano le cose presenti
Era da un pezzo noto al mondo di quanto fossero a te debitori, o decoro dei re,
gli studi liberali e umani, dei quali tu ti facesti signore, se non mi inganno, assai
più famoso che non per la corona del regno terreno. E ora con un nuovo
beneficio hai gratificato le abbandonate Muse, alle quali hai solennemente
consacrato questo mio ingegno, per modesto che sia; e di più, hai rallegrato con
gioia insperata e con inusitate fronde la città di Roma e il deserto palazzo del
Campidoglio. Piccola cosa, dirà qualcuno; ma certo cospicua per la sua novità, e
celebrata dal plauso e dalla letizia del popolo romano; il costume della laurea, non
solo interrotto per tanti secoli, ma ormai quasi del tutto dimenticato, mentre altri
e ben diversi affetti e studi avevano il sopravvento, è stato in questa nostra età
rinnovato sotto la tua guida e per mio mezzo. Conosco alcuni ingegni nobilissimi,
in Italia e all’estero, che dall’aspirare a quest’onore erano soltanto impediti dalla
lunga disusanza e dal timore di una novità, che è sempre sospetta; io spero che da
ora in poi, fatta in me esperienza, tra breve gareggiando negli studi potranno
conseguire e cogliere il romano alloro. Chi, con l’auspicio di Roberto, esiterà a
indirizzare per quella via l’animo esitante? A me gioverà essere stato il primo di
questa schiera, della quale esser ultimo non stimo inglorioso. Senza dubbio, lo
confesso, sarei stato impari a tanto onore, se la tua benevolenza non mi avesse
aggiunto forza e coraggio. E così con la tua augusta presenza avessi tu potuto
adornare quel giorno di festa! Io so, come tu stesso dicevi, che se l’età te lo avesse
consentito, la regia maestà non avrebbe potuto trattenerti. Per molti indizi ho
capito che a te piacevano assai alcuni atteggiamenti di Cesare Augusto, quello
soprattutto d’essersi mostrato non solo placato, ma benevolo e amico con Orazio,
figlio di un liberto e prima suo avversario, e di non aver disprezzato l’origine
plebea di Virgilio, del cui ingegno si compiaceva. Ottima cosa; perché nulla c’è di
meno regale che cercare il suffragio d’una nobiltà avventizia in coloro che la virtù
o l’ingegno raccomandano, quando non manchi la vera nobiltà e il darla sia in tuo
potere. So bene quel che contro ciò dicono i letterati del tempo nostro, razza
superba e ignava: che Virgilio e Orazio son morti, e che è vano oggi farne le lodi;
gli uomini eccellenti da un pezzo non son più; i mediocri sono scomparsi poco fa;
e, come accade, la feccia è rimasta in fondo. Lo so quel che dicono e pensano; né
mi affatico a contraddirli perché mi sembra che un detto di Plauto possa adattarsi
non tanto alla sua età, che appena cominciava a gustare la poesia, quanto a questa
nostra:
Visse in quel tempo de’ poeti il fiore
che se n’andaron dove tutti vanno.
Molto più a ragione noi di questo ci lamentiamo, perché allora non erano ancora
venuti quelli di cui si pange la scomparsa. Ma veramente iniqua è l’intenzione di
costoro: essi non piangono la fine delle scienze, che in cuor loro desiderano morte
e sepolte, ma cercano di distogliere con la disperazione i loro coetanei, cui non
sanno imitare. Li distolga pure la loro disperazione, e a me sia di sprone; e donde
a loro vengono freni e impacci, venga a me impeto e stimolo a cercare di divenire
tale e quale essi stimano che nessuno sia mai esistito, se non chi fu celebrato dagli
antichi. Sono rari, lo confesso, e pochi, ma qualcheduno ce n’è; e chi vieta esser
tra quei pochi? Se tutti spaventasse la loro scarsezza, tra poco non ce ne sarebbero
più pochi, ma nessuno. Sforziamoci, speriamo, e ci sarà forse concesso giungere a
tanto. Virgilio stesso dice:
Possono, perché credono di potere.
Anche noi, credi a me, potremo, se crederemo di potere. Che pensi tu? Plauto
compassionava l’età sua, piangendo forse la morte di Ennio e di Nevio; e perfino
l’età di Virgilio e di Orazio non si mostrò equa verso così grandi ingegni, l’uno de’
quali, poeta di divina ispirazione finché visse fu continuamente tormentato dalle
critiche degli emuli e ripreso come plagiario delle opere altrui; all’altro si
rimproverò quel suo sembrar di nutrire scarsa ammirazione per gli antichi.
Accadde e accadrà sempre che la venerazione si volga all’antichità, e l’invidia al
tempo presente. Ma a te, o ottimo tra i re e primo tra i filosofi e i poeti, fisso è
nella mente, come da te medesimo ho udito, quel che Svetonio dice d’Augusto:
«Favorì in ogni nodo i grandi ingegni dell’età sua». Anche tu in ogni modo
favorisci quelli dell’età tua, e li proteggi con la tua umanità e benevolenza. Riporto
anche, dopo averne fatta esperienza le parole che seguono: «Tu li ascolti benigno
e paziente, mentre recitano non solo poesie o storie, ma anche orazioni e dialoghi;
ma ti offendi se si compone qualcosa su te, se non sia con seria intenzione e da’
più grandi». In tutto ciò tu imiti Augusto, e sei nemico soltanto di coloro che ogni
cosa disprezzano, salvo quelle che l’impossibilità rende preziose. Con queste
maniere, con questa cortesia, molti hai beneficato e me poco fa, per non so quale
singolare e immeritata fortuna; né a questo si sarebbe fermata la tua regale
degnazione, se come ho detto, la tua vecchiezza fosse stata meno grave o Roma
più vicina. Ma questo rappresentante della tua maestà, che in nome tuo intervenne
a tutte le cerimonie, ti dirà a viva voce tutte le gioie e i pericoli che mi
35
sopravvennero in Roma e quando di là fui partito. Quanto al resto io mi ricorderò
sempre della ultime tue parole con le quali m’invitavi a tornare da te; verrò, lo
giuro davanti a Dio, attirato non tanto dallo splendore della tua reggia quanto da
quello del tuo ingegno. Altre ricchezze io aspetto da te, che non quelle che si
sogliono sperare dai re. E prego che ti dia lunghi anni di vita e in fine ti accolga
dalla reggia mortale all’eterna Colui che è fonte di vita, re dei re, e Signore dei
dominatori.
Pisa, il 30 di Aprile
PETRARCA Fam. VI 5 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
A Barbato di Sulmona, della morte miserabile e indegna del re Andrea.
Ahimé! come violenti, come inevitabili appaiono i casi della fortuna, anche se
previsti! Spesso, come sai, mio diletto Barbato, della fortuna e di altre simili cose
io soglio parlare come ne parla il volgo, perché, parlando in pubblico, non voglio
sembrar singolare; ma se ne fossi richiesto a quattr'occhi, risponderei in modo
ben diverso. Ma lasciamo andare; che se mi trattenessi su quest'argomento mentre
sto per trattar di ben altro, m'impiglierei e distrarrei in questioncelle inopportune.
Per seguir dunque il mio proposito,
la sorte onnipotente e il fato immobile
potrebbero sembrare, non soltanto col volgo, ma con uomini grandi e dotti e
soprattutto con Virgilio, se Uno solo non fosse onnipotente e il nome del fato
non sonasse sospetto in bocca d'un cattolico. Ma qualunque sia quella forza, che
per giudizio o permissione di Dio governa le umane vicende, essa è senza dubbio
grande e ineluttabile, e contro di lei invano contrastano i nostri deboli sforzi;
poiché con facile assalto la grandezza del male sopraffà l'umano consiglio e
l'invitta necessità rende vano ogni mortale rimedio. Questo, se mai in altri tempi,
ora soprattutto è manifesto ed evidente. Che mai di nuovo, che d'improwiso ora
accade? chi non lo previde? e che giovò il prevederlo? Così profondamente in
tutti i recessi del regno s'era insinuato il terribile veleno della perfidia, che ormai
non poteva non essere mortale; tanto avevano preso il sopravvento l'audacia e la
licenza de' malvagi, tanta era la disperazione e il dolore del buoni. Numerosi
dappertutto erano gl'indizi dell'imminente tempesta, una nube oscura velava le
fronti pensose, e venti furiosi agitavano i petti inquieti; gli occhi ardenti
balenavano, le bocche minacciose parlavano tonando, e le empie mani quasi
scagliavano fulmini; il mare delle coste già si gonfiava, e già la sonante marea, e i
flutti incalzantisi, e uccelli di malaugurio e strani prodigi si riversavano sul nostro
lido. Sembrava che con la morte del re fosse mutata la faccia del regno e con
l'anima di un solo uomo fosse caduto ogni vigore, ogni prudenza. Tutto questo
noi vedevamo, e ci addoloravamo dei mali futuri come se fossero gia presenti; ma
chi avrebbe osato parlare, quando appena era libero il pensiero e pronta la morte
non solo alle parole, ma anche ai cenni? Sicché tutti eravamo muti in pubblico;
nelle case, solo qualche mormorio, mesti presagi, e - auguri silenziosi - la paura e il
dolore, messaggeri di mali iniminenti; insomma, tutti a occhi aperti stavano cosi
attoniti, come se li abbagliasse l'orrida luce d'un fulmine vicino. Nessuno più di
me, io credo, più palesemente temé e piu liberamente si dolse; nessuno più
acutamente conobbe le enormità di quella corte, più insistentemente la colpì con
la parola o con gli scritti. Come grande e manifesta è la verita de' proverbi! «Chi
vuole esser vero profeta, profetizzi disgrazie», e poi: «II male non viene mai solo».
Così è; così imparammo dagli antichi, così vediamo co' nostri occhi; grande è la
schiera delle disgrazie; le sventure sono sempre accompagnate; e chi in una
incolse, sappia d'essere caduto in molte. Così, come in tanta abbondanza di mali
molti sono necessariamente infelici, così in tanta scarsezza di beni pochi sono i
felici, e tutto è pieno d'infelici e dei loro gemiti e lamento. Per contrario, chi non
vede quanto sia rara negli uomini la felicità, quando, se tu ben consideri e spogli la
fortuna di tutti i suoi orpelli, in questo sentiero della vita non mai ci sia dato di
incontrare uno che si possa dire veramente felice e abbia raggiunto il suo voto, e
presso gli storici si legga che quel Metello, da tutti considerato felice, a mala pena
riuscì a trovare un suo simile laggiù nei piu nascosti recessi dell'Arcadia? Così
stando le cose, chi si meraviglierà, se le profezie fatte su tale massa di mali, come
una freccia scagliata contro una moltitudine, colgano nel segno, e che come quella
nel vivo, così quelli penetrino nel vero? Tu ben ricordi, o amico, come io una
volta a voce, quando era ancora vivo il re - quel re, dico, che solo veramente
meritò questo nome -, e poi, quando fu morto, per lettera, e poco dopo ancora
una volta a voce, ti dichiarai il mio pensiero e i miei presentimenti per l'avvenire,
come se già fossi certo del futuro; poiché io vedevo esser tolto al regno il suo
fondamento, e avevo sotto gli occhi la grave condizione di quella reggia cadente;
ma non credevo, lo confesso, che primo di ogni altro dovesse cadere sotto le
rovine questo innocuo giovinetto, qualche cosa m'impediva di far così funesta
profezia, nascondendomi quello che era il più grande de' mali; sebbene, come mi
par di ricordare, io dicessi - e così non fosse stato tanto certo l'augurio! - che
l'agnello era alla mercè del lupo. E veramente io pensavo allora ai morsi dei lupi,
alle loro rabbie e a tutte le malvagità degli uomini perduti; al disprezzo, all'odio,
all'invidia, all'inganno, al ratto, al carcere, all'esilio; una morte cosiffatta di un tale
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uomo io non sapevo né immaginare né temere, poiché in nessuna tragedia
ricordavo d'aver letto insidie così truci e nefande. Ed ecco che questa nostra età,
così fertile di delitti, uno ne commise, di cui potrebbe l'antichità gloriarsi, la
posterità consolarsi; e perché ogni età abbia la sua scusa, in questa nostra si
assommò tutta la crudeltà e la barbarie. O Napoli così presto cambiata, o infelice
Aversa! veramente Aversa, di nome e di fatto, aversa, dico, da ogni umanità e
fedeltà, ch'eran dovute, la prima all'uomo, la seconda al re legittimo suo signore;
in te fu sprezzata la reverenza verso l'uno e l’altro, e rotto il patto sacro innanzi al
mondo; poiché in te per empia frode perì il tuo re, che meglio sarebbe morto di
ferro o d'altra morte virile, sì che dalle mani degli uomini dovesse credersi ucciso,
e non lacerato dagli artigli e dai denti delle belve. O città fondata sotto cattiva
stella, tracciata da funesto aratro, costruita con cemento impastato di sangue, e
abitata da uomini con faccia di serpenti, maestra di crudeli esempi! sarebbe già
stato un empio delitto, straziante con atto così atroce e superbo il sacro viso del
primo degli esseri viventi, fatto a immagine di Dio; ma tu questo delitto non
osasti in un uomo qualunque, ma ferocemente dilaniasti il piu mite e innocente
degli uomini, il tuo signore, di te in così tenera età tanto sollecito e amante,
giovinetto di rara indole, re di grandi speranze. Ma non tu; furono quei feroci e
selvaggi - li chiamerò uomini, o belve, o mostri di nuovo genere? - che con
barbarica crudeltà macchiando la nostra Italia, uccisero il loro re, non con la
spada, non col veleno, che è pur dura ma consueta morte dei re, ma con un laccio
infame, come se fosse un incendiario e un ladrone, e una fune e nodi indegni
strinsero intorno al collo di colui, sul capo del quale così lungamente avevano
indugiato a porre il dovuto e sperato diadema; e non parlo del ludibrio indegno
fatto al suo corpo, che ben si meritava altro genere d'esequie e vita più lunga,
perché ho speranza che per il mio silenzio possa rimanere ignoto ai posteri. Tu,
infelice città, che tali atrocità sopportasti nel tuo seno, le quali col loro triste
ricordo contamineranno tutte le età e tutto il mondo, sei senza dubbio senza
colpa; se non che la pazienza d'un delitto è spesso vicina al consenso, e se non
potevi né impedirlo né vendicarlo, sei più degna di pietà che di odio.
Ma tu, o Cristo, sole di giustizia, che tutto vedi e coi tuoi eterni raggi tutto
illumini, perché hai permesso che questa nuvola d'infamia sulla nostra terra si
stendesse, mentre tanto facilmente avresti potuto - se i nostri delitti non te ne
avessero distolto - col vivace splendore dell'amor tuo disperdere i pestiferi vapori
dell'odio, formatisi nel freddo di una notte tenebrosa. E tu, o Roberto, primo dei
re del tempo nostro, che - così credo - da qualche parte del cielo vedi e compiangi
le nostte miserie, con che occhi guardasti questo nefando delitto? con che animo
sopportasti questa così grave ingiuria fatta al tuo sangue? E non potevi con le tue
preghiere allontanare una tanta sciagura? o forse potevi, ma non volevi? Grave
dubbio; che sebbene sia più che probabile che tu, pieno di gioia celeste, non ti
commuova ai terreni dolori, ma forse senti ancora in parte l’affetto dei tuoi e
l'innata pietà? Comunque sia, felice te che questo giorno non vedesti mentre eri in
vita ma, te vivo, un così triste giorno non sarebbe mai sorto, né mai l'odio
avrebbe osato tanto. Che veramente la tua regia fronte fu la salvatrice del regno, la
pacificatrice degli animi; essa richiamò la giustizia e cacciò la perfidia, e parve
come ombra salutare al tuo gregge, cara ai pastori e funesta ai serpenti. Che se
l'umana virtù non poteva contrastare ai divini decreti, ben desiderabile e
opportuna a te giunse morte, per liberare da così triste spettacolo i tuoi occhi,
quegli occhi, i quali per legge di natura erano ancora capaci di orrore e di lacrime.
Oh dolore! quel tuo bello e caro e pio e dolce pegno, da coloro ai quali tu l'avevi
affidato perché lo proteggessero e onorassero fu perduto, non perché fossero
vinti da sonno o pigrizia, ma sotto lo stimolo di odio violento e di livore. O
giustizia vendicatrice dei delitti! A lui non giovarono né l’innocenza, né la nobile
stirpe, né la maestà; non gli furono d'aiuto uomini o dei, e neppure la memoria
tua, che pur si poteva credere efficacissima. Quelle tue ultime parole e
ammonizioni di padre santo e di ottimo re, con le quali tu morendo avevi, per
quanto è dato a umano consiglio, provveduto ai futuri casi del tuo regno e della
tua famiglia, furono portate via da un vento di irrefrenabile e disperata malvagità e
sepolte nell'oblio di ogni diritto divino e umano. Ma basti ormai il pianto, se pure
dove immaginiamo che sia la fine non sorga il principio; poiché, se è vero, come
dicevo, che i mali giungono spesso e a schiera, e rari e a un per volta i beni, a
questo vedo tener dietro altri affanni, che voglio tacere, per non essere ancora
nunzio di sventura più veritiero di quel che vorrei. Possa tutto conchiudersi più
felicemente, di quel che io non speri, né rechi danno allo stato il furore di pochi,
che in quelli in cui divampa non resterà, io spero, impunito; ché se spesso la
divina giustizia cede alla misericordia, ciò avviene tuttavia in chi si vergogna e si
pente del suo peccato, non in chi si vanta del suo delitto. Questo io scrivo anche a
te il dì primo d'agosto, a notte fonda, dalla sorgente della Sorga, dove un'altra
volta io mi son rifugiato, come in un porto, da tanto naufragio della nostra Italia,
dolente del passato e trepido dell'avvenire.
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FRANCESCO PETRARCA, Il Bucolicum carmen e suoi commenti inediti, a cura di Antonio
Avena, Società Cooperativa Tipografica, Padova 1906
Francesco Piendibeni da Montepulciano (Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Pal.
1729)
Monice tranquillo Istius egloge, prime in ordine libri, titulus est «Parthenias», quod
nomen interpretatur omni vita probatus. Nam et Virgilius Parthenias vocatus est
qui in hac egloga principalis et primus pastor introducitur. Potest preterea dici,
quod egloga ista vocetur Parthenias, nam per totam ipsam infrascripti collocutores
disputant de ista theologia poesy, in qua precipuus David introducitur, et poesy
deorum gentilium. Vita vero humana ex activa et contemplativa vita constat.
Introducuntur autem duo pastores, Monicus et Silvius. Per Silvium ipse poeta
huius operis auctor intelligi debet, eo quod silvam et solitudinem diu pro suo
ocio incoluit; vel Silvius e Silva, idest civitate, nam silva pro civitate per totum
istud opus debet intelligi. Per Monicum frater Gherardus, cartusiensis monacus,
ipsius Silvij germanus intelligi debet, et dicitur Monicus a monos quod est unus,
quasi unam gerens curam seu contemplativam; nam activam liquerat vitam, et
contemplativam solummodo sequebatur. Tibi conditus ad utilitatem tuam, cella
orationis et monasterij. Gregis rerum temporalium, civitatis et hominum. curas
solicitudines. imo felix es, sed ego non. pererro lustro in valle clausa; ubi
morabatur. gemellis quia tu felix, ego infelix. sepulchri quia vaco temporalibus. Devia
seu scientiam poeticam; devia, quia pauci, vel nulli incedunt per viam poetarum. inaccessum quia nullus ad Parnasi cacumen ascendit. deserta studia, que hodie
derelicta sunt; quia in silvis poeta continue morabatur scopulos propter fontis
Helyconis undas. Fontes que Helyconis, qui in Parnaso monte Boetie est, ubi poete
morabantur. Vel intelligit de Sorgia, fonte apud Vallem Clausam, ubi poeta
morabatur.
Hic est secundus dialogus et Silvius excusat se, quod, amore ductus, hoc agit, seu
poetice artis. Pales Virgo Maria; Pales dea pastorum, sed per eam intelligit
Virginem Mariam. Parthenias Virgilius probatus. venerat ostendit quod alius pastor
sibi apparuit in fortiore etate, seu Homerus. per opacam obscura poemata. feris ab
hominibus malivolis et detractoribus et obloquentibus in poesim. novo homerico,
quia carmina heroica cepi agere ad instar Maronis et Homeri.
GUIDO CAVALCANTI, Rime, ed. R. De Robertis, Torino 1986
In un boschetto trova' pasturella
più che la stella - bella, al mi' parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien' d'amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav'agnelli;
discalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse 'namorata:
er'adornata - di tutto piacere.
D'amor la saluta' imantenente
e domandai s'avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l'augel pia,
allor disìa - 'l me' cor drudo avere».
Po' che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare
fra me stesso diss'i': «Or è stagione
di questa pasturella gio' pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, - se le fosse 'n volere.
Per man mi prese, d'amorosa voglia,
e disse che donato m'avea 'l core;
menòmmi sott'una freschetta foglia,
là dov'i' vidi fior' d'ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che 'l die d'amore - mi parea vedere.
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FRANCESCO PETRARCA, Il Bucolicum carmen e suoi commenti inediti, a cura di Antonio
Avena, Società Cooperativa Tipografica, Padova 1906
(Trad. C. Corfiati)
Dal ms. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, ms. 33 Plut. 52
Monice. Titulus huius Egloge prime est «Parthenias», quo nomine vocatus est
Virgilius. Nam «parthenias» grece vir bonus et probatissime vite. Et quia Virgilius
talis fuit, ideo dictus est Parthenias; et quia autor in principio huius egloge de
Virgilio loquitur, hoc nomine intitulavit. - Collocutores sunt Monicus et Silvius.
Monicus intelligitur frater Gherardus, monacus certose, vir sancte et religiose vite
et germanus ipsius auctoris.
Dicitur enim monicus quasi monoculus, idest habens solum unum oculum. propter
quod sci, quod mortales dicuntur habere duos oculos, unum cum quo terrena
inspiciunt, idest divitias, potentias, gloriam vanam, dominationes et inanes
circumvolutiones, alterum vero habent, cum quo solum inspiciunt celestia et
optima, et cum quo deum contemplantur. Alii in utranque partem se revolvunt;
sed, ad bene et optime peragendum, non est opus nisi unius oculi, cum quo deus
et optima conspiciuntur. Et, cum Gherardus talem possideat oculum solum, alio
derelicto seu terreno, dicitur monicus quasi monoculus; vel monicus potest etiam dici
quasi monacus. Silvius est ipse Franciscus Petrarca, et dicitur silvius, quia tunc
temporis silvas colebat et solitarius vivebat, abhorrens civitates et civitatum
impedimenta. ipse Silvius loquitur fratri, interrogans eum quomodo inducere
potuit ad se reducendum in dicto monasterio, et sic incipit: «Monice, solus
conditus tibi», quia cum deo contemplaris et solo contemplationis oculo deum
inspicis; quia aliarum cura rerum in te submersa est et alius oculus cecatus est, et
potuisti spernere gregis curam, hominum conversationem secularcm et ruris, idest
civitatis. Ast ego, seu franciscus, dumosos colles, idest potentes viros et principes et
dominos qui dumosi, spinosi et asperi sunt; quia ipse Franciscus semper cum
principibus, regibus et proceribus conversatus fuit. Quis fata neget diversa gemellis?
quasi dicat: quamvis simus fratres et germani, et ex uno et eodem utero editi
fuissemus, tamen magna inter nos diversitas est vivendi; ideo dicit: quis neget,
idest negare poterit fata, idest dispositiones, non tantum fratribus in diverso
tempore natis, sed gemellis uno tempore natis, quorum alter bonus, malus alter
erit?
Monice. Il titolo di questa prima ecloga è Parthenias, nome con il quale è chiamato
Virgilio. Infatti parthenias in greco significa uomo buono e di vita onestissima. E
poiché Virgilio fu tale, perciò è stato detto Parthenias; e poiché l’autore nella parte
iniziale di questa ecloga parla di Virgilio, la intitolò con questo nome. I personaggi
sono Monico e Silvio. Per Monico si intende frate Gherardo, monaco certosino,
uomo santo e di vita religiosa e fratello dello stesso autore.
È detto poi monico come monocolo, cioè che ha un solo occhio. E la ragione è questa
– impara: si dice che i mortali hanno due occhi, uno con il quale vedono le cose
terrene, ossia ricchezze, potere, gloria vana, regni e vuote sciocchezze, ma ne
hanno un secondo, con il quale vedono solamente le cose celesti e ottime, e con il
quale contemplano Dio. Alcuni si voltano da entrambe le parti; ma per
comportarsi bene e ottimamente, non vi è bisogno che di un solo occhio con il
quale guardano Dio e le cose ottime. E, dal momento che Gherardo possiede tale
occhio soltanto, avendo lasciato l’altro, ossia il terreno, è detto monicus o monocolo,
oppure monicus potrebbe anche essere detto come se fosse monaco. Silvio è lo
stesso Francesco Petrarca, ed è detto silvio, perché in quel tempo abitava i boschi e
viveva solitario, provando orrore per le città e i fastidi connessi. Lo stesso Silvio
parla al fratello, interrogandolo sul modo in cui potè decidersi a chiudersi in quel
monastero, e così inizia: «Monice, solus conditus tibi», per il fatto che contempli
dio e guardi dio con il solo occhio della contemplazione, la cura delle altre cose è
in te sparita e l’altro occhio è stato accecato, e hai potuto disprezzare la cura del
gregge e la frequentazione secolare degli uomini e della campagna, ossia della
città. Ast ego ovvero Francesco dumosos colles ossia uomini potenti e principi e
signori che sono dumosi, spinosi e aspri; per il fatto che Francesco stesso sempre
frequentò principi, re e nobili. Quis fata neget diversa gemellis? Come se dicesse:
benché siamo fratelli e nati da un medesimo utero, tuttavia vi è una grande
diversità nelle nostre vite; perciò dice: chi negherà, ovvero potrebbe negare che i
destini, cioè le inclinazioni, non soltanto per i fratelli nati in momenti diversi, ma
per i gemelli nati in un unico momento, di cui uno sarà buono e l’altro cattivo?
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Una fuit genitrix, seu nobis; sed non spes una sepulcri. Nam tu, o Monice, iam elegisti
sepulcrum tuum, ego vero ubi sepeliar ignoro. Silvi. nunc Monicus respondet: o
Silvi quid queris? (pro conqueris.) tu tibi causa es omnium malorum et laborum. quasi
dicat: si velles mecum morari, requiesceres. Ideo subiungit: quis te per devia cogit?
omne quod in hoc mundo agitur, preter deum diligere et venerari, devium est,
idest extra rectam viam et nichil boni agitur, deum colere preter. Quis vel inaccessum
tanto sudore cacumen montis adire iubet? quis te cogit ire ad inaccessum cacumen
montis, idest Parnasi, et poetarum et philosophorum altitudinem, que
inaccessibilis est, idest ad quam dificulter pervenitur et cum magno sudore et
labore, in tantum quod paucis contingit, quia via ardua et laboriosa est? - Vel per
deserta vagari? idest per inania et inutilia respectu divine contemplationis? Omnes
scientie, tota philosophia et poesis et cetera studia inania sunt preter deum colere.
– Muscosos scopulos: Muscus, sci, est herba saxis et scopulis adherens. Per hos
scopulos intelliguntur homines potentes et divites, qui rudes et intractabiles sunt;
muscosos, idest habentes aurum et divitias que de visceribus terre extrahuntur et,
sicut muscus adheret cautibus, ita divitie herent potentibus. Fontesque sonantes idest
poetas canentcs carminibus. quando dicit fontes, intelligit istos principales:
Virgilinm et Homerum, quos ipse autor sequebatur, qui aliorum autorum fontes
sunt.
Una fuit genitrix ossia a noi; ma non spes una sepulchri Infatti tu, Monico, già ha i
scelto il tuo sepolcro, io invece non so dove sarò seppellito. Silvi Monico
risponde: O Silvi quid queris (per conqueris). Tu sei la causa di tutti i tuoi mali e delle
fatiche. Come se dicesse: se volessi restare con me, troveresti riposo. E per ciò
aggiunge: quis te per devia cogit? Tutto quello che si fa in questo mondo, eccetto
amare dio e venerarlo, è strada fuori mano, cioè lontano dalla retta via e non si fa
niente di buono se non si ama Dio. Quis vel inaccessum tanto sudore cacumen? Chi ti
costringe ad andare fino alla vetta impervia del monte, ossia di Parnaso, e
all’altezza dei poeti e dei filosofi, che è inaccessibile, cioè alla quale con difficoltà
si arriva e con grande sudore e fatica, tanto che tocca a pochi, perché è una strada
difficile e faticosa? Vel per deserta vagari? Ossia per luoghi vuoti ed inutili rispetto
alla contemplazione di Dio? Tutte le scienze, tutta la filosofia e la poesia e gli altri
studi sono vuoti, eccetto la venerazione di Dio. Muscosos scopulos il muschio, sappi,
è un erba che si attacca ai sassi e agli scogli. Per questi scogli si intendono gli
uomini potenti e ricchi, che sono rozzi e intrattabili; pieni di muschio, ossia che
hanno oro e ricchezze, che si estraggono dalle viscere della terra, e come il
muschio è attaccato alle pietre, cosè le ricchezze ai potenti. Fontesque sonantes ossia
poeti che compongono canti. Quando dice fontes intende questi principali: Virgilio
e Omero, che lo stesso autore seguiva, e che sono le fonti degli altri autori.
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GIOVANNI BOCCACCIO, Epistole e lettere, a cura di Ginetta Auzzas, Mondadori,
Milano 1992 Epistola XXIII [1370-1372]
Al reverendo padre in Cristo fra Martino da Signa dell'ordine degli eremiti di s. Agostino,
lettore di sacra Scrittura.
Teocrito, poeta siracusano, come sappiamo dagli antichi, fu il primo ad inventare
nella poesia greca lo stile bucolico, non dando però significato diverso da quello
che mostra la corteccia delle parole. Dopo di lui in latino compose Virgilio, il
quale però nascose sotto la scorza qualche senso, benché non abbia sempre
voluto che si intenda alcunché sotto il nome degli interlocutori. Dopo di lui
scrissero altri, ma ignobili, del tutto trascurabili, eccettuato l'inclito mio maestro
Francesco Petrarca, il quale sollevò lo stile alquanto oltre l'usato e secondo la
materia delle sue egloghe continuamente pose dei significati sotto il nome degli
interlocutori. Fra tutti questi io fui seguace di Virgilio, e perciò non mi curai di
celare un senso sotto tutti i nomi dei personaggi; e poiché tu desideri il senso
tanto dei titoli come anche dei nomi degli interlocutori delle mie egloghe, non
voglio che tu ti meravigli, ottimo maestro, se qualcuno dei nomi troverai privo di
significato: non è così, invece, dei titoli, perché li posi tutti con accuratezza. E
venendo ora al tuo desiderio dico:
Delle prime due egloghe, dei loro titoli o degli interlocutori, non voglio ti
preoccupi: infatti sono di nessun momento, e quasi le mie giovanili lascivie
scoprono nella corteccia. Il titolo della terza egloga è Fauno, perché trattandovisi
di Francesco Ordelaffì già capitano di Forlì, che, amando sommamente le selve e i
boschi per congenito diletto della caccia, io ero molto spesso usato chiamare
«Fauno» in quanto i poeti chiamano fauni gli dei delle selve, decisi di intitolare
l'egloga Fauno. Ai nomi poi degli interlocutori non detti alcun significato, non mi
parendo per niente opportuno. Il titolo della quarta egloga è Doro per la ragione
che si tratta in essa della fuga di Lodovico re di Sicilia; e poiché è da credere che
l'aver abbandonato il proprio regno sia stato per questo re amarissimo, come
abbastanza si vede nel progresso dell'egloga, la denominai dall’amarezze, che in
greco si dice «doris» e in latino «amaritudo». Gli interlocutori sono Doro, cioè il re
venuto in amarezza, e Montano per cui può prendersi qualsiasi volterrano, perché
Volterra è posta in monte e il detto re, ad essa venendo, fu accolto dai Volterrani;
il terzo è Fizia, per cui intendo il Gran Siniscalco che mai lo abbandonò, e Fizia lo
chiamo in virtù della sua integerrima amicizia verso il medesimo re: e il significato
di questo nome lo tolgo da Fizia amico di Damone, del quale Valerio dove
dell'amicizia. Il titolo della quinta egloga è La selva cadente, trattandosi in essa della
decadenza e in qualche modo della caduta della città di Napoli dopo la fuga del
predetto re Lodovico; la qual città, in linguaggio bucolico, chiamo «selva», perché,
come nelle selve dimorano gli animali bruti, così nelle città abitano gli uomini, i
quali nello stile predetto talora si chiamano «pecore» «capretti» e «buoi». Gli
interlocutori sono due. Calliope e Panfilo. Per Calliope intendo uno che descrive
nel modo più efficace i danni della desolata città, dacché «caliopes» in greco vale
quanto «bona sonoritas» in latino, il quale buon suono non può trovarsi in alcuno
se le cose da dire non si espongono con il dovuto ordine. Per Panfìlo poi si può
prendere chi ci aggradi tra i Napoletani il quale sia completamente devoto alla sua
città, essendo che in greco si dice «pamphylus» e in latino «totus amor». La sesta
egloga è chiamata Alcesto, perché parla del ritorno del suddetto re nel suo regno, il
quale re io qui chiamo «Alcesto» affinchè per questo nome s'intenda che verso la
fine della sua vita aveva abbracciato costumi di ottimo e virtuoso principe: e vien
detto Alcesto da «alce», cioè «virtus», e «estus », cioè «fervor». Gli interlocutori
sono due, Aminta e Melibeo, ai quali non assegno significato riposto. La settima
egloga si intitola La contesa, perché tratta delle contese tra la nostra città e
l'imperatore. Due gli interlocutori, Dafni e Florida. Per Dafni intendo
l'imperatore, perché Dafni, come si legge nelle Metamorfosi di Ovidio, fu figlio di
Mercurio e primo pastore: allo stesso modo l'imperatore tra i pastori del mondo,
ossia i re, è solitamente primo. Florida è Firenze, etc. Il titolo dell'ottava egloga è
Mida: fu infatti Mida re di Frigia avarissimo, e poiché in quest'egloga si parla di un
certo avarissimo signore, mi piacque chiamare lui «Mida» e così anche intitolare
l’egloga. Due sono gli interlocutori, Damone e Fizia, cioè due grandissimi amici
come furono quelli, dei quali Valerio nel luogo di cui sopra. Il titolo della nona
egloga è Lipis, nella quale quasi per tutta la sua lunghezza è ricordata l'ansia della
nostra città per l'incoronazione dell'imperatore, e per ciò è chiamata Lipis, perché
«lipis» in greco vale «anxietas» in latino. Due sono gli interlocutori, Batracos e
Arcade. Per Batracos intendo il costume dei Fiorentini, i quali siamo oltremodo
loquaci, ma in guerra niente valiamo, e perciò dico Batracos perché il greco
«batracos» significa in latino «rana»; e sono in effetti le rane molto loquaci quanto
timidissime. Arcade, poi, si può prendere per qualsiasi straniero, donde che non
ho voluto dare al nome alcun speciale significato. La decima egloga s'intitola La
valle oscura, trattandosi in essa dei luoghi infernali, dove non brilla quasi mai
nessuna luce. Gli interlocutori sono due, Licida e Dorilo. Licida voglio sia uno già
tiranno, il qual Licida chiamo da «lyco», che in latino significa «lupus»: come il
lupo infatti è un rapacissimo animale, così anche i tiranni sono i più rapaci tra gli
uomini. Dorilo, poi, è un prigioniero sprofondato in un continuo dolore, così
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chiamato da «doris» che vale «amaritudo», e uso il diminutivo Dorilo perché non
voglio che un plebeo ed un re abbiano lo stesso nome. L'undicesima egloga
prende il nome Pantheon da «pan», che significa «totum», e «theos», che vuoi dire
«deus», perché vi si tratta soltanto di cose attinenti il divino. In essa parla
unicamente l'autore riferendo alcuni detti di certi interlocutori, che sono due,
Mirtile e Glauco. Per Mirtile intendo la Chiesa di Dio, che così chiamo dal
«mirto», per il fatto che il mirto ha le fronde di due colori, sanguigne di sotto,
verdi di sopra, cosicché per questi colori intendiamo le persecuzioni e le
tribolazioni già sopportate da santi uomini e la loro fermissima speranza in una
superiore mercede ad essi promessa da Cristo. Per Glauco, poi, io intendo
l'apostolo Pietro; Glauco, infatti, fu un pescatore che, dopo aver gustata una certa
erba, d'un tratto si gettò in mare, diventandone uno degli dei: così anche Pietro fu
pescatore, e assaporata la dottrina di Cristo spontaneamente si gettò tra le onde,
ossia le minacce e i terrori dei nemici del nome cristiano, predicando il nome di
Cristo, per la qual cosa divenne dio, cioè santo; tra gli amici di Dio in Cielo. La
dodicesima egloga s'intitola Saffo, in quanto su di Saffo verte interamente il
discorso; e Saffo io intendo per la poesia, perché Saffo, fanciulla di Lesbo,
moltissimo risplendette nella poesia all'età sua. Due sono gli interlocutori.
Calliope ed Aristeo. Con Calliope, come ho altrove avvertito, voglio significare il
«buon suono», perché nella corretta ed eloquente esposizione in veste poetica
sembra quasi tutta consistere la virtù della poesia. Aristeo pongo in luogo di me
avido di diventare poeta, e mi denomino in tal modo da Aristeo, che fino
all'adolescenza ebbe la lingua a tal punto impedita da porer appena alcunché
esprimere in maniera sufficientemente chiara; ma finalmente, sciolta la lingua,
diventò eloquente. La tredicesima egloga prende il nome Laurea dalla corona
d’alloro, che è il segno distintivo dei poeti, ed è così chiamata perché in essa si
parla soprattutto dell'onorificenza propria della poesia. Gli interlocutori sono tré,
Dafni, Stilbone e Criti. Per Dafni io prendo un qualche illustre poeta, per il fatto
che i poeti vengono onorati con la medesima corona, quella d'alloro, con la quale
fu consuetudine onorare i cesari vittoriosi e trionfatori, che sono anche i primi
pastori, come Dafni di cui sopra. Stilbone è un tal mercatante genovese, con cui
ebbi già in Genova una certa questione, della quale molto discorro nell'egloga; e lo
chiamo «Stilbone» da Mercurio dio dei mercanti, che è detto anche Stilbone.
«Critis» in greco vale «iudex» in latino, e si pone qui per colui che fu assunto come
giudice nella contesa. La quattordicesima egloga si chiama Olimpia da «olympos»,
parola greca che in latino si dice «splendidum» o «lucidum», donde il «cielo» è
chiamato «Olimpo»; e per questo all'egloga è stato dato il nome di Olimpia, perché
in essa si parla diffusamente della regione celeste. Gli interlocutori sono quattro,
Silvio, Camalo, Teraponte e Olimpia. Per Silvio intendo me stesso, e così mi
chiamo perché in una certa selva ho avuto la prima idea di quest'egloga. Il greco
«Camalos» in latino suona «hebes» o «torpens», per il fatto che in questo
personaggio sono mostrati i costumi di un servo ottuso. Non pongo il significato
di «Teraponte» perché non me lo ricordo, a meno che non riveda il libro da cui
l'ho ricavato, e perciò scusami: sai quanto la memoria degli uomini sia labile, e
specialmente dei vecchi. Per Olimpia intendo la mia fìglioletta da gran tempo
morta a quell'età in cui crediamo che quelli che muoiono diventino cittadini del
cielo: e per questo lei, che da viva si chiamava Violante, da morta chiamo «celeste»
ovvero «Olimpia». La quindicesima egloga s'intitola Filostropo, trattandovisi della
conversione all'amore delle cose celesti dall'amore allettante di quelle terrene;
infatti Filostropo deriva da «phylos», che significa «amor», e «tropos», che vuoi dire
«conversio». Due sono gli interlocutori, Filostropo e Tiflo. Per Filostropo io
intendo il mio glorioso maestro Francesco Petrarca, le cui esortazioni moltissime
volte mi persuasero a rinunciare al godimento delle cose temporali e a dirigere
invece la mente a quelle eterne, e in tal modo i miei amori, sebbene non
completamente, abbastanza, pur tuttavia, volse in meglio. Tiflo voglio sia preso
per me stesso e per qualsiasi altro annebbiato dalla caligine delle cose mortali,
perché il greco «typhius» vale «orbus» in latino. La sedicesima ed ultima egloga
s'intitola Aggelos, quasi sia l’araldo e la guida di quelle che la precedono e l'oblatrice
all'amico cui le invio: infatti «aggelos» del greco corrisponde a quello che noi in
latino chiamiamo «angelus», mentre «angelus» in latino significa anche «nuntius».
Due sono gli interlocutori, Appennino ed Angelo. Per Appennino intendo l'amico
mio al quale mando la mia opera, e lo chiamo «Appennino» perché è nato e
cresciuto alle radici dei monti Appennini. Per Angelo, come ho già avvertito,
intendo l'egloga stessa, che a mo' di nunzio conduce le altre e parla per esse. E
questo per ora basti, che brevissimamente scrissi confidando nella tua intelligenza.
Di grazia, padre mio, la lettera qui unita per qualcuno dei tuoi frati, prima che
puoi, cerca di mandare al nostro comune signore il nostro vescovo; e ricordati,
dacché avete il vicario provinciale, che non occupi il convento di San Geminiano,
il quale di diritto pertiene al tuo convento. Quel bugiardo di frate Giovanni molto
pane mandò ai suoi, nella scorsa quaresima, da questo paese! Mi auguro tu stia
lungamente bene, e ricordati di me.
Certaldo 10 ottobre.
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GIOVANNI BOCCACCIO, Egloga a Checcho di Meletto Rossi ((da Bucolicum Carmen, Tutte
le opere, V.1 a cura di G. Velli, Milano 1992)
Egloga Iohannis de Certaldo cui nomen Faunus incipit
Comincia l’ecloga di Giovanni Boccaccio che si intitola Fauno
Tempus erat placidum, zephyrus quoque missus ab antro
Eolio frondes flores et gramina glebis
mulcebat lenis. Tunc silvis omnia leta
pace quiescebant; pastores ludus habebat
vel sonnus facilis; paste sub quercubus altis
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ac patulis passim recubabant lacte petulcis
ubera prebendo natis distenta capelle.
Delphycus interea summum scandebat Olimpi
et minimas terris prestabat corporis umbras,
otia cum subito rupit vox improba meste
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Testilis, «O! — clamans — que te dementia cepit?
Quid sequeris diros montana per ardua, Faune,
ursos setigerosque sues fulvosque leones?
Non te cura tui retinet? non parva tuorum
edis mista cohors cornu ludentibus ultro
natorum? non matris amor? non coniugis? heu, heu!
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non te cura tenet pecudum quibus ipsa recenti
vigmine composui septam? Dic, obsecro, nescis
qualis in has rabies circumstrepat alta luporum,
insidie quorum nondum quater ubere lac tu
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ex his mulsisti postquam patuere? Quid ergo?
Me, dic, posse putas tantis obstare periclis?
Femina sum trepidans paucis sotiata molosis».
Ultima reddebat fundis ex vallibus echo.
Deditus ipse tamen ludis per pascua flores;
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grandia querebam, serto iam fronde parato
consertare volens. Animum sed clamor hanelum
traxit et e manibus flores cecidere reperti;
florilegum liqui studium, que Testilis alte
dixerat accipiens, mecum post dicta revolvens;
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Il tempo era piacevolmente calmo, e in più Zefiro, uscito dall'antro di Eolo, lieve
accarezzava le foglie, i fiori, l'erbetta sulla zolla. Allora ogni cosa lieta per le selve
riposava in pace. Dei pastori chi s'era dato al gioco, chi al facile sonno.
Tutt'intorno sotto le alte e ampie querce riposavano le pasciute caprette porgendo
ai loro piccoli irrequieti le mammelle gravide di latte. Frattanto il sole percorreva
la parte più alta del cielo e in terra faceva che ogni corpo proiettasse ombra
cortissima: quand'ecco d'un tratto la voce insistente di Testili addolorata rompe la
quiete: «Quale follia ti ha preso? Perché, o Fauno, per le cime del monti ti metti a
inseguire gli orsi crudeli, i cinghiali setolosi e i fulvi leoni? Non ti trattiene la
preoccupazione per la tua sicurezza? Non la piccola schiera dei tuoi figli, mista ai
capretti dal corno lascivo? Non l'amore di tua madre? Non della sposa? Ahimè,
non ti trattiene la cura delle pecorelle per le quali io stessa ho costruito un recinto
con fresco vimine? Ti prego, dimmi, ignori quanto feroce la rabbia dei lupi
tutt'intorno si scateni su di esse, dalle cui mammelle meno di quattro volte hai
munto latte dopo che di questi apparvero le insidie?
E allora? Dimmi, pensi che io sola possa far fronte a sì grandi pericoli? Sono una
donna paurosa, protetta da pochi molossi».
E l'eco dal fondo delle valli rimandava le ultime parole. Quanto a me, tutto dato
allo svago, ero alla ricerca di fiori: per gli ampi prati, volendoli intrecciare in una
ghirlanda già fatta di foglie. Ma il clamore attrasse a sé il mio spirito intento e i
fiori che avevo trovato mi caddero di mano; afferrando quanto detto da Testili ad
alta voce e poi ripensandoci attentamente tra me stesso, abbandonai la ricerca dei
fiori;
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hinc oculis silvam repeto totamque sonantem
audio, nil aliud cernens. Sed Meris, ut opto,
affuit et baculum forsan de stipite querno
gestabat leva caput intectumque galero,
nescio quid meditans secum. Sed tunc ego primus
inquio: «Mi nemorum fulgor, salveris, o Meri!
En optate venis. Si quis nunc nunctia nostris
rumor inest silvis. Nostin que Testilis ire?».
Risit tunc Meris; post hec sic ille: «Menalca,
salve! — inquit — Tu solus ades cui iurgia non sunt
Testilis et Fauni notissima. Pande sed, oro,
quid solus peragas tanto in discrimine silve».
«Serta michi lauri pulcro distincta iacinto
querebam, servanda tamen, dum fistula gratos
nostra ciet modulos Mopso, cui timpora lectis 45
nectere concessum pastoribus. Hec michi grata
munera carminibus servantur, dummodo fatis
hoc placeat. Sed si qua meis prestanda fides est
verbis, iuro tibi, nunc iurgia magna dolentis
Testilis ignoro. Sed tu modo pone galerum
et baculum mecumque sede lucemque severam
hanc fugias rogito. Sunt nobis dulcia poma,
lac pressum mellisque favus cererisque polenta;
hic nemus et gelidi fontes et mollia prata,
hic edere viridis tectum nigrisque corimbis
amtrum, quo magnus condam residebat Aminctas.
Et quamvis cantare vetes, nemus omne cicadis
dedecus in nostrum milvis corvisque relictum
affirmans gravitate tua (neque ipse negabo),
non tamen interea nos hic requiescere fas est
torpendo, tamquam virtus subfulta favore
fortune vigeat seu forsan blanda requirat
ora virûm: virtus per se valet ipsa vigetque.
Si nostros montes colles vallesque recusant
versus, quid? Nobis, Mopso Musisque canamus.
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quindi volgo lo sguardo alla selva e la sento tutta risonare, pur non vedendo altro.
Ma ecco, secondo il mio desiderio, apparve Meri la sinistra appoggiata a un
bastone apparentemente di querciolo e il capo ricoperto di un cappuccio, tutto
assorto. Gli parlo per primo: «Salute, mio Meri, luce dei boschi. Proprio te volevo.
Dimmi che voce s'è sparsa nelle nostre selve. Conosci il motivo dello sdegno di
Testili? ».
Allora Meri si mise a ridere: «Salve - rispose - Menalca. Tu solo ignori le ragioni,
note a tutti, del rancore tra Testili e Fauno. Ma dimmi che vai facendo da solo in
un momento così difficile per la nostra selva».
«Volevo intrecciare per me una corona di lauro con qualche bel giacinto qua e là:
da tener da parte, finche la mia zampogna non produrrà suoni che possan
risultare graditi a Mopso, le cui tempie a illustri pastori fu dato d'incoronare.
Questa grata ricompensa è in serbo per i miei canti, fintanto che piacerà ai fati.
Ma se le mie parole meritano fede alcuna, ti giuro, non conosco affatto i motivi
del gran risentimento di Testili affranta. Ma tu metti ora giù cappello e bastone,
siedi con me, fuggi questa luce accecante. Ho con me dolci pomi, formaggio
fresco, miele e polenta di grano; qui un boschetto, sorgenti fresche fra prati
lussureggianti, qui ricoperta dai grappoli neri dell'edera verde la grotta in cui
soleva trovar rifugio il grande Aminta. E benché tu ritenga non si debba cantare
(autorevolmente infatti asserisci - io su questo non posso contraddirti -che tutto il
bosco e stato abbandonato, per nostra vergogna, a cicale, sparvieri e corvi), non
par lecito intanto a noi pigramente tacere, come se la virtù avesse solo forza
quando è appoggiata dal favore di fortuna oppure richieda forse il plauso
carezzevole della gente. La virtù invero vale e ha forza per se stessa. Se i nostri
monti, colli e valli rifiutano i nostri versi, che vuol dire? Cantiamo per noi, per
Mopso e per le Muse.
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Hec etenim vive resident in culmine sacri
Parnasi sanctumque nemus fontemque sonorum
observant Cirramque colunt desertaque rura;
non, testor, victe, sed parvi temporis usum
Pyeridis prestant. Ideo, Meri, ha! nisi fallor,
tempus adhuc veniet, nobis cecinisse iuvabit.
Set quia propositum tibi forsan nolle Camenis
deservire, gregem spectans inmergere lymphys
dum calor arva tenet, sit; nullis denique cantes
hortabor precibus; saltem quesita recense».
Consedit Meris turbata fronte parumper.
«Ipsene — ait — Musis sistam servire, Menalca?
Absit. Nam longe primo de fluctibus orni
Neptunni surgent, venient ad pabula tigres.
innocue, fugiet pavidus lupus ipse capellas
quam michi non animo Musis servire moretur,
quamquam cura gregis parvi per plana vagantis
me teneat multum. Stipula sed promere versus
nunc tempus prohibet, dum talia, qualia nuper
ipse petis, maneant. Que si.vis, tolle, docebo».
«Dic, age, mi Meri: et nam, nunquid arundine versus
decantare decens vel non, servabimus». Ille:
«Ut tibi quam grandis fuerit, si nostra meretur
musa fidem, pateat silvis venerabilis Argus
pastorique decus, paucis presummere verbis,
dum stes, intendo, demum venturus ad omne
quesitum.» Tunc ipse: «Volo». Sic ille resumpsit;
«Nescio si montes umquam nemorasaque plana
nosti, que gemino resident contermina ponto
Auxonico, magno condam disiuncta Peloro
exiguoque freto, Sylle locus atque Caribdis.
His Argus pastor, merito cantandus ubique,
vivus erat silvis. Niveos hunc mille per arva,
per montes collesque leves camposque per omnes
audivi servare greges et pabula cunctis
et rivos umbrasque simul prestabat apricas.
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Ché queste sono ben vive sulla cima del Parnaso, custodi del sacro bosco e della
fonte sonora, di Cirra e delle sue deserte pendici. Ti assicuro, non sconfitte: solo
per poco esse cedono il campo alle Piche.
Verrà tempo, se non m'inganno, o Meri, che avremo caro di aver cantato. Pure,
se, come pare, hai deciso di rifiutare il tuo servizio alla Camene, badando
piuttosto a che il tuo gregge s'immerga nelle acque mentre la calura grava sui
campi, così sia. Non ti spingerò oltre a cantare: almeno rispondi alla mia
domanda».
Per un po’ Meri, turbato, tacque. Poi: «Cesserò di servire alle Muse? - disse - Mai.
I frassini nasceranno dai flutti del mare, le tigri verranno ai pascoli mansuete, il
lupo impaurito fuggirà dinanzi alle caprette prima che mi succeda di abbandonare
il servizio delle Muse: anche se mi assorbe molto la custodia di un piccolo gregge
che vaga per la pianura. E’ un fatto però che il tempo impedisce di produrre canti
con la zampogna almeno, finché permangono le condizioni di cui chiedi. Ecco,
allora, se vuoi, te le chiarisco».
«Dimmi dunque, Meri: convenga o meno produrre canti con la nostra zampogna,
faremo bene a serbarli». E lui: «Se insisti, in poche parole voglio ti sia chiaro, se il
canto mio è degno di fede, quanto grande fosse il venerando Argo, onore di selve
e pastori; potrò rispondere ad ogni interrogativo alla fine». Ed io: «Certo», e lui
ricominciò: «Non so se hai conosciuto i monti e le pianure selvose che si
stendono tra i due mari italici, un tempo separate dal grande Peloro per uno
stretto varco di mare, dimora di Scilla e Cariddi. In queste selve viveva il pastore
Argo, degno di esser celebrato dal canto per ogni dove. Custode di mille candidi
greggi, così udii, per campi, monti, altipiani, per ogni pianura. A tutti egli dava
pascoli, ruscelli, fresche ombre.
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Nec melius quisquam frondes novisse salubres
aut soles imbresque graves seu flumina dira
et pecori fetuque novo fertur (quia novi,
hoc ideo refero); nec rerum reddere causas
Silenus potuit melius, non maximus Athlas
cognovit celum potius, non poma dracone
pervigili servata magis. Que plura requires,
dic, bona pastori? Non Argum vivere talem
invenies, totas si lustres undique silvas.
O! tibi si quanto tangebat carmine colles
exprimerem, vix ipse feres. Nam iudice certent
Amthiopa satyroque satus, qui menia Thebis
inposuit plectro, vel magnus Tracibus olim
vates dulciloquus, silvas qui traxit et annes.
Ysmenus Dirceque ferent: si saxa revulsit
hic muris cythara, divos disvelleret Argus;
Ysmarus et Rodope dampnabunt vocibus Orphea.
Quid tibi nunc referam? Noster, cui tura paramus,
amfrisius pastor vix quiret tendere secum
vocibus aut calamo vel nervis. Aspice quantus
ergo fuit silvis Argus, cui nemo secundus.
Hunc igitur mors seva tulit, que singula vincit;
nec rediturus abit, silvas carosque relinquens
pastores gratosque greges se condit in astris.
Fleverunt montes Argum, flevere dolentes
silvarum colles cripte longique recessus
et satyri faunique leves nymphe driadesque
et tauri pecudesque breves grandesque molosi,
stagna lacus fontes rivique et flumina queque, 130
Cirrei latices flevere et flevit Apollo
et Mopsus Phytiasque suus vel magnus Ydeus,
cespite qui viridi tumulum struxere peremnem
per lacrimas Argo, foliis ac floribus omnem
complentes tumuloque super post addere carmen
intenti, ne nulla quidem deduceret etas.
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E’ fama che nessuno meglio di lui conoscesse le benefiche fronde o i soli o le
piogge dannose o le acque malefiche per le pecore e i loro piccoli (riporto quanto
mi fu detto). Sileno non fu in grado di spiegar meglio le ragioni ultime delle cose,
né con maggior profondità conobbe Atlante il cielo, né più custoditi furono i
pomi sotto lo sguardo insonne del drago. Dimmi, si possono pretendere, per un
pastore, meriti più numerosi? Se ricerchi per tutte le selve, non troverai un altro
Argo. Oh, se io fossi capace di esprimerti con che canti faceva echeggiare i colli: a
tanta bellezza non potresti resistere. Stiano a giudizio il figlio di Antiope e del
satiro, colui che costruì le mura di Tebe con l'armonia del suo plettro e il grande
soave vate dei Traci che si trascinò dietro selve e fiumi; dovranno sopportarlo
Ismeno e Dirce: se quegli richiamò con la sua cetra i sassi per le mura, quelle,
benché divine, Argo distruggerebbe; e l'Ismaro e il Rodope dovranno apertamente
condannare Orfeo. Cos'altro ho da aggiungere? Il nostro pastore Anfrisio, per cui
son sempre pronti gl'incensi, avrebbe difficoltà a sfidarlo al canto, alla zampogna,
alla cetra. Vedi dunque quanto grande fosse Argo nelle selve, quanto solo, senza
pari. Orbene, morte crudele, cui niente sfugge, se l’è portato via: Argo è partito né
tornerà e abbandonando le selve, i cari pastori, gli amati greggi, s'è trovato una
dimora celeste. Piansero Argo i monti, lo piansero affrante le selve montane, le
grotte, gli anfratti e i satiri e i fauni leggeri, le ninfe e le driadi e i tori e le minute
pecorelle e i grandi molossi, gli stagni i laghi le fonti e i rivi e i fiumi, piansero le
acque di Cirra e pianse Apollo e Mopso e Pizia suo e il grande Ideo, che di verde
cespite costruirono lagrimando un eterno tumulo per Argo colmandolo di foglie e
di fiori, con l’intento poi d'iscrivervi un epitaffio a sua eterna memoria.
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Sed tu quid defles? Oro, responde, Menalca,
ante magis tendam; dic, Meris si tibi cure est.»
«Quidne fleam queris? Que narras ipse ego novi,
confiteor, nec cuncta refers que noverat Argus.
Ex grege nempe fui pulcro, sed iunior olim;
hunc igitur demptum lacrimor. Sed tu modo perge
quo tendis, mi Meri, rogo.» Tunc ille secutus:
«Hic armenta boum pecudes parvasque bidentes
et montes silvasque et pascua ruraque cuncta, 145
heu! condam moriens iuveni commisit Alexi,
qui, male dum cautus armenta per arva trahebat,
in gravidam fortasse lupam rabieque tremendam
incidit; et Phebes radios tunc nube tegebat,
unde levis iuvenis nullo cum lumine lustrum
nescius intravit; cuius sevissima guctur
dentibus invasit, potuit neque ab inde revelli.
donec et occulto spiraret tramite vita.
Hoc fertur; multique ferunt quod silva leones
nutriat hec sevasque feras, quibus.ipse severus 155
occurrit venans mortemque recepit Adonis.
Si tibi cuncta velim que tunc gessere propinqui
pastores narrare, dies non, solis ab ortu
usque domi sature redeunt cum nocte capelle,
sufficeret spatio. Sed postquam Tityrus ista
cognovit de rupe cava, que terminat Hystrum,
flevit et innumeros secum de vallibus altis
Danubii vocitare canes durosque labore
pastores cepit; limquensque armenta suosque
saltus infandam tendit discerpere silvam
atque lupam captare petit flavosque leones
inmanesve feras, quarum iam mitis Alexis
egregius sanguis forsan per guctura fluxit,
ut penas tribuat meritis. Nam frater Alexis
Tytirus iste fuit. Nunquid vidisse furentem
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Ma tu perche piangi? Rispondi, ti prego, Menalca, prima che io continui.
Dimmelo, se ami Meri». «Mi chiedi perche piango? So bene quanto stai narrando,
lo confesso, né puoi dire appieno quanto Argo sapeva. Che feci parte, da giovane,
del suo bel gregge; e ora ne piango la perdita. Ma tu, continua, Meri mio». Allora
lui: «Questi morendo, ahimè, lasciò al giovane Alessi le mandrie del buoi, le
pecore e gli agnellini, i monti, le selve, i pascoli e i campi tutti: il quale Alessi,
mentre conduceva poco attento le mandrie al pascolo, scontrò una lupa forse
gravida e terribile nella sua rabbia; proprio allora la luna aveva i suoi raggi
ricoperti da una nube, per cui poco saggio e inconsapevole il giovane al buio
s'inoltrò nel bosco. La lupa ferocemente gli si lanciò alla gola né poté egli liberarsi
dal morso, finché la vita non lo abbandonò in un sentiero appartato. Questo è
quello che si dice. Dicono poi molti che quella selva ospiti leoni, fiere selvagge,
che egli volle intrepido cacciare ma ne ebbe la morte di Adone. Se ti volessi ora
narrare tutto quello che poi fecero i vicini pastori non basterebbe un'intera
giornata, dall'alba fino all'ora in cui a notte ritornano sazie all'ovile le caprette. Ma
dopo che laggiù nel fondo della sua grotta bagnata dall’Istro Titiro seppe tutto
ciò, ne pianse. Si diede poi a chiamare a gran voce dalle valli profonde del
Danubio cani in gran numero e fece raccolta di pastori induriti dalla fatica. E
lasciando gli armenti e i suoi boschi viene ora a distruggere l'iniqua selva e cerca di
catturare la lupa, i fulvi leoni e le bestie feroci, per la gola delle quali forse fluì il
nobile sangue di Alessi innocente, perché tutti paghino il fio. Questo Titiro è
infatti fratello di Alessi. Non rammenti di aver visto passare per questa via e
attraversare il bosco lui furioso
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mente tenes nuper lato venabula ferro
gestantem manibus, multos et retia post hunc
portantes humeris, iaculis multisque sagiptis
et canibus fultos, ira rabieque frementes,
hac olim transire via silvamque per omnem?». 175
Tunc ego: «Sic memini. Sed que nunc Testilis ire?».
«Ecce tene. Multi per devia Titiron istum
pastores nostri canibus sumptisque secuntur,
inter quos Faunus noster iam carpere colles
cernitur. Inde dolet tristem solamque relictam 180
Testilis in silvis cernens se; namque luporum
insidie plures estant, prout ipsa fatetur.»
His dictis, animus qui iam torpore rigebat
surexit floresque meos sertumque reliqui
aiens: «Meri decus; Faunum post ire paratus
sum; sed dum venio mulge tu, care, capellas».
con spiedi di larga lama, e dopo di lui molti con reti sulle spalle equipaggiati con
saette e cani, frementi d'ira e di rabbia?». Ed io: «Sì, ricordo. Perché però ora
Testili si adonta?». «Siamo al punto. Molti nostri pastori coi loro cani seguono
questo Titiro per strade fuori mano e con essi si può vedere il nostro Fauno che si
appresta a scalare le alture. Perciò Testili vedendosi triste, sola e abbandonata
nelle selve se ne duole; ché molte sono – come lei stessa dice – le insidie dei lupi».
Aveva concluso. Il mio animo che già torpido languiva si riscosse. Lasciai i miei
fiori e la corona e dissi: «Illustre Meri, sono pronto a seguire Fauno; fino al mio
ritorno, mungi tu, mio caro, le caprette».
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BOCCACCIO Buc. III (da Bucolicum Carmen, Tutte le opere, V.2 a cura di G. Velli,
Milano 1992)
Comincia la terza, intitolata Fauno; interlocutori Palemone, Panfilo e Meri.
PALEMONE
Tu, Panfilo, mollemente giaci qui nella grotta paterna mentre il bosco tutto freme,
percosso dalle urla della disperata Testili; e di nulla t'importa nella tua inerzia.
PANFILO
(Secondo me, questo qui s'è spaventato al tonfo del cantaro che aveva l'ansa
troppo logora). Va' a fermare i maiali, se no col grugno sradicano l'erba dai campi.
E lascia perdere le selve risonanti.
PAL
Ma cosa credi, che ti stia parlando ancora fradicio della sbornia di ieri? L'ho
smaltita nel sonno. Stammi a sentire piuttosto, ammesso che te lo consenta il
torpore, o la tua fida Licisca.
PANF.
Buono, per favore: sta' seduto e smettiamola di litigare. E di quello che hai saputo
ti prego, Palemone, metti al corrente anche me.
PAL.
Bene. Era l’ora del piacere: i pastori stavano a suonare o a gustarsi un dolce
sonno, le capre, dopo il pascolo sparpagliate a riposare sotto le querce alte e
larghe, offrendo ai vispi cuccioli le poppe gonfie di latte; io invece ero intento a
ornare con fiori di acanto un serto, da serbare però per quando la nostra
zampogna effonderà canzoni gradite a Mopso: quel Mopso a cui fu concesso col
lauro cingere le tempie e legare le chiome a chi ne sia degno. D'improvviso la
quiete fu rotta dalle escandescenze della povera Testili: «Ohi, ma che pazzia t'ha
preso? - gridava - che senso ha, Fauno, andar dietro agli orsi sui monti scoscesi?
non ti trattiene la cura di te stesso, non la schiera dei tuoi bimbi che si mischia ai
capretti ruzzanti nei campi, non l'amore della mamma? Pensa, ti scongiuro, alla
rabbia velenosa dei lupi allobrogi che ringhia contro di loro. O credi che io, una
donna, sia in grado di fronteggiare pericoli così gravi, con pochi molossi al mio
fianco? ».
PANF.
Per affrontare balze scoscese e botri dirupati e dare la caccia a mostri più
micidiali, Fauno ha sempre una passione. Ma infine, la predica è riuscita a
trattenerlo?
Psi. E quello che volevo sapere venendo qui. Ma ecco appunto che arriva Meri,
col suo passo lento, puntellandosi sul bastone ricurvo, tra sé meditando qualcosa.
Stammi bene, amico; arrivi in buon punto. Sai dirmi, per favore, che è questo
fracasso che dianzi rintronava le nostre selve? perche Testili era tanto arrabbiata?
MERI
Ma che domande fai: tutto il mondo conosce le frequenti baruffe di Testili e
Fauno. Le querce non ne possono più, le fronde marciscono rovinate dagli urli; e
tu vieni a chiedermi se l'usignolo canta e se il becco rumina.
PANF.
Una volta, mi ricordo, queste chiassate mi facevano ridere. Ma tu, Meri, che sei il
nostro vanto, adesso metti via berretto e bastone, siedi qui con me e deponi il tuo
severo cipiglio. Non scende ombra dai monti, le lucertole hanno cercato ricovero
nei pertugi del suolo; qui invece abbiamo il bosco e fresche sorgenti e morbidi
prati, e una tettoia di verde edera, una grotta adorna di corimbi: ci riposò un
giorno il grande Aminta, e noi tutti canteremo insieme al suono della zampogna.
M.
Io cantare in queste selve? Ma se tutto il bosco, a nostro disdoro, è in balia di
cicale e sparvieri e corvi!
PANF.
E allora? Ai corvi ci badino i porcari; noi cantiamo per noi e per Mopso e per le
Muse, e le stelle si terranno in grembo il nostro dolce canto.
PAL.
Ma lui si preoccupa del suo piccolo gregge, e forse gli preme rinfrescarlo
nell'acqua finché dura l'afa nella campagna: così non se la sente di compiacere col
canto le Muse e noi. Lascia pure che torni dalla sua Cidipe, il dissennato, e badi ai
suoi smunti capretti.
M.
La mia Cidipe, sì: è lei che raduna per l'abbeverata i candidi agnelli e prepara il
trifoglio, e le foglie di salice per le vacche. E prima su dalle onde del mare
svetteranno alti i pini, e mansuete verranno agli ovili le tigri, e il leone si asterrà
dalle cerve e il lupo dalle capre, prima che io mi scordi di servire le Muse. Ma
infine, se hai tanto desiderio di sapere che cosa abbia sconvolto le selve, te lo dirò
in breve, dopo esserci seduti nella grotta. Non so se avete mai conosciuto le
montagne e le boscose pianure abitate dagli Ausonii e confinanti con l'uno e
l'altro mare, e che furono un tempo disgiunte dal grande Peloro. Su questi campi
viveva il pastore Argo, giustamente famoso in ogni dove. Mille auree greggi, ho
saputo, egli pascolava; e mai nessuno al mondo meglio di lui conobbe le arsure e i
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temporali e il fogliame e i fiumi benefici alla mandria e alle tenere figliate; e così
grande fu a toccare del suo canto le valli che il nostro pastore d'Anfriso, a cui
dedichiamo il vertice di Nisa, stenterebbe a contendere con lui nella voce, nella
zampogna e nella lira. Ma l'orrida Parca infine l'ha rapito e, come meritava,
riposto tra gli astri. Argo piansero i monti, piansero dolendo i Satiri e i Fauni
leggeri, e pianse Apollo. Ma nel morire egli affidò le selve al giovane Alessi; e
questi, mentre con poca cautela guidava gli armenti nei campi, finì con l'imbattersi
in una lupa gravida, tremendamente rabbiosa: senza paura, nel buio piu completo,
era entrato nella tana. D'un balzo quella, piena di ferocia, gli azzannò la gola, né
egli riuscì a staccarsene prima di spirare nella cieca imboscata. Questo si racconta.
Ma molti vogliono che tale selva nutra leoni e belve crudeli, le quali egli affrontò
in implacabile caccia: e trovò la morte di Adone. Se ora io volessi narrare tutto ciò
che fecero i pastori vicini, non basterebbe lo spazio d'una giornata, dal sorgere
della luce fino a quando, con la sera, tomano a casa sazie le capre. Dirò solo che
Titiro, dopo che venne a sapere il fatto dall'alto della cava roccia che delimita
l'Istro: egli pianse, e dalle profonde valli del Danubio chiamò a raccolta torme
innumerevoli di cani e i duri bovari, e digrignava i denti; lasciò i suoi armenti e le
sue balze, e ora corre a sterminare la selva nefanda e a catturare la lupa e i fulvi
leoni per punire i colpevoli; perché questo Titiro era il fratello di Alessi. Non ti
ricordi d'averlo visto or non è molto, che brandiva furioso spiedi dal ferro
acuminato, e una folla al suo seguito che recava in spalla le reti schiumando di
rabbiosa collera? Passarono proprio di qua, traversando tutta la selva.
PAL.
Tu parli di calcidici e istri. Che guai possono procurare, scusa, a chi ha le sue terre
lungo l'Eridano?
M.
Te lo spiego subito: dietro a questo Titiro, con cani e armi, per vie traverse, ci
vanno molti dei nostri. E tra loro ci va Fauno; e invano lo richiama Testili, triste
angosciata piangente, percuotendo delle sue grida la selva intera: lui se ne va, e
non si cura di quel piangere né dei suoi cari. Si vede la polvere: guarda la collina.
PANF.
Chi ha poco senno va sempre in cerca di guai; e Fauno mal sopporta la quiete. Ma
tempo verrà, se ora non m'inganna le orecchie il sibilo di Austro, che Testili cadrà
tra le braccia di Espero: vorrà resistere, ma non ne troverà la forza. Ma che egli
possa tornare, e il mio augurio, con miglior sorte!
PAL.
Nessuno sa frenare gli ardori dei giovani. La quiete s'addice ai vecchi, a sedere
sulla soglia ci stiano le madri: ma il Narizio non seppe alteporre altra gloria a
quella che s’acquista fuori di casa. Io sono pronto a seguirlo; tu per favore, se hai
intenzione di restare qui, tra grotte e bosco, pascola le nostre greggi; e finché non
mi avvenga di tornare a queste selve, tienti da solo la mia Criside.
PANF.
Amico mio, parti pure tranquillo. Fa’ conto che tutto sarà a posto quando vorrai
ritornare.
50
BOCCACCIO Buc. XII (da Bucolicum Carmen, Tutte le opere, V.2 a cura di G. Velli,
Milano 1992)
Incipit egloga XII, cui titulus est Saphos, collocutores autem Caliopes et Aristeus.
Comincia la dodicesima, intitolata Saffo: interlocutori Calliope e Aristeo.
CALIOPES.
Quid, puer, has inter lauros, stultissime, queris,
nunc has nunc illas carpens? Temerarie, nescis
sacrilegum violare nemus nisi conscia Quiris
optatas frondes merito concesserit ante?
ARISTEUS.
O scelus! ex minimis tris forsan captus odore
excerpsi. Seu nympha loci seu sis dea, nostras
excute tu quercus ac omnes collige glandes.
CALIOPES.
Cogis ut in risum veniam. Sic, obsecro, quercus
equiparas lauris? Non illas Iuppiter olim
extulit in tantum, quanquam sibi prisca dicarit
illas religio. Nescis, stolidissime, porcis
serventur glandes et laurea serta poetis?
quos nemori fontique sacro pulchrisque Camenis
et cytharis plectrisque suis prefecit Apollo.
ARISTEUS.
Ergo sacrum Phebi nemus hoc, pulcherrima virgo?
Nescius optatum teneo. Quis denique prestet
quo visurus eam laudatam carmine Mopsi
egregiumque gregem vatum nymphasque canentes?
CALIOPES.
Quid queris, nemorisque mei quid conspicis umbras?
ARISTEUS.
Ut videam Saphon. Nostin? Da, nympha, recessus
quis nunc lenta diem vertat ludendo per herbas.
CALIOPES.
Quid tibi cum Saphu, cum sis puer atque subulcus?
Calliope.
Cos'è che cerchi, stoltissimo giovane, tra questi lauri, or questi ora quelli
cogliendo? Temerario! non sai che violare il bosco è sacrilegio se prima la Quirite,
consenziente, non abbia concesso per giusto merito le ambite fronde?
Aristeo.
Sai che delitto: tre ne avrò recisi, dei piu piccoli, attratto dal profumo. Tu in
compenso, ninfa del luogo o dea che tu sia, scrolla pure le mie querce e raccogli
tutte le ghiande.
C.
Mi fai davvero ridere. Non vorrai, dico, eguagliare le querce ai lauri? Neanche
Giove le esaltò a tal punto, benché la religione primitiva le avesse consacrate a lui.
Se non lo sai, povero sciocco, le ghiande vanno destinate ai porci, i serti di lauro
invece ai poeti, cui Apollo affidò il bosco, la sacra fonte, le belle Camene, le sue
cetre, i suoi plettri.
A.
Allora, o vergine bellissima, è questo il sacro bosco di Febo? Senza saperlo ho
realizzato il mio desiderio. Chi può infine indicarmi dove posso vedere colei che
fu lodata dal carme di Mopso, e il gregge egregio dei vati, le Ninfe canore?
C.
Cos'è che cerchi? perche scruti le ombre del mio bosco?
A.
Per vedere Saffo. La conosci? Mostrami, o ninfa, i recessi dove ella ora trascorre
mollemente la giomata giocando nell'erba.
C.
Sei un ragazzo e un porcaro: che c'entri tu con Saffo?
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ARISTEUS.
Heu, quid? Quid iuveni credis cum virgine pulchra?
Uror et amplexus cupio, turmasque reliqui
invisam ut videam, nec quorsum querere novi.
CALIOPES.
Tu cupis amplexus Saphu? Nunc sydera lambant
quos trahis ipse sues volitentque per ethera vulpes,
grux trahat ac anser pariter per rura quadrigas!
Si memini, tu nuper haras mundare solebas,
et scabiem morsusque canum seu vulnera veprum
nunc manibus purgare palam nunc gurgite turpi,
unguine nunc vario succisque potentibus atque
galbaneis fumis nigrique bituminis offa;
viribus ellebori stillaque dolentis amurce
vel potu tristes alvi depellere sordes,
ac herbis variis formare volutabra porcis:
et nunc Saphon amas? Expectet te quoque Pallas!
ARISTEUS.
Erras; Argus erat. Sed quid non Saphon amarem?
Me Galathea diu, me quondam Phyllis amavit,
et mollis lanugo genas nunc serpere cepit,
tradidit et calamos nobis Pan doctior olim
et cantus docuit. Nec plebis fece creatus:
Cyrenes genitrix est nobis, thessala nympha;
nomen Aristeus; glandes et mella vetusti
archados accipio nemoris. Te nosse putabam.
CALIOPES.
Nunc ego te teneo. Sic est, novisse decebat.
Ysmarius tu grandis eras, tu Critis es Yde!
Non ego te vidi pridem vulgare canentem
in triviis carmen, misero plaudente popello?
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A.
Che c'entro? Un giovane da una bella ragazza, cosa credi che voglia? Io brucio, io
sospiro i suoi amplessi. Per vedere lei che non ho mai visto ho lasciato i miei
branchi; e non so dove cercarla.
C.
Gli amplessi di Saffo, tu? Ma allora, che sfiorino pure le stelle i porci che tu meni,
che volino nel cielo le volpi, che la gru e l'oca in pariglia tirino le quadrighe
attraverso i campi! Se ben ricordo, tu un momento fa spazzavi i porcili; e curavi la
scabbia e i morsi dei cani e i graffi dei rovi ora con le mani, senza tante cerimonie,
ora con l'acqua sporca o con un grasso qualsiasi o con gagliardi succhi e suffumigi
di galbano e pillole di nero bitume; e con la virtù dell'elleboro, con una stilla di
disgustosa morchia o con l'orina espellevi le triste sozzure del ventre; e con un
misto d'erbe preparavi il brago ai porci. Adesso tu ami Saffo? Sta' a vedere che hai
pure appuntamento con Pallade!
A.
No, macché: quello era Argo. Ma perché io non dovrei amare Saffo? A lungo mi
ha amato Galatea, e una volta anche Filli; adesso poi la morbida lanugine
comincia a invadermi le guance, e il dotto Pan a me pure ha consegnato la
zampogna e insegnato il canto. E non nasco da feccia plebea: mia madre è Cirene,
ninfa di Tessaglia; mi chiamo Aristeo; ghiande e miele li colgo da un'antica foresta
d'Arcadia. Credevo lo sapessi.
C.
Oh già: ora so chi sei. E’ vero, come ho fatto a non riconoscerti? Il grande
d'Ismaro eri, tu! Criti dell'Ida, sei! Per l’addietro non ti ho visto cantare nei trivii
canzoni volgari, tra gli applausi del popolino miserabile?
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ARISTEUS.
Vidisti, fateor. Non omnibus omnia semper
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sunt animo, puero carmen vulgare placebat.
Illud Lemniadi claudo concessimus; ast nunc
altior est etas, alios que monstrat amores.
CALIOPES.
Ecastor! memini, nuper dissolvere linguam
vix poterat Bathos; subito nunc culmina poscit
Parnasi, stolide captus fervore dearum,
factus Aristeus. Sed quid non fecit Olympus?
ARISTEUS.
Quid loqueris nunc ipsa tibi? Da, nympha, precamur,
virginis antra mee; crucior, me fervor adurit.
CALIOPES.
Querere credo putes Phyllim seu forte Lupiscam,
quas nemorum pomis trahitis quandoque per umbras.
Hec dea, magna quidem, paucis et cognita dudum.
ARISTEUS.
Meonius pastor potuit vidisse Tonantis
consortem natasque duas sub quercubus altis,
exuviis nudas: quid non ego cernere Saphon?
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CALIOPES.
Sic illis visum. Dic, tu quo noveris illam?
ARISTEUS.
Minciadem Silvanus heri, qua Sorgia saxo
erumpit Vallis currens per devia Clause,
convenit, placidaque simul sedere sub umbra
ylicis antique. Quos postquam fronde virenti
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umbrasse esculea frontes et carmine vidi
certantes ambo ferrent super ethera cantu<m>,
accessi: et tacitus mediis vepretibus altis
delitui, porcis Gethe siliquisque relictis.
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A.
Hai visto bene, sì. Non tutti arrivano sempre a capire tutto; da ragazzo mi piaceva
la poesia volgare; e l'abbiamo sacrificata allo zoppo di Lemno. Ma adesso l’età è
cresciuta, e mi suggerisce altre passioni.
C.
Castore! Lo so, fino a poc'anzi Bato stentava a spiccicar parola; d'un tratto ora
pretende le cime di Parnaso, innamorato pazzo delle dee, diventato Aristeo.
Miracoli di Olimpo!
A.
Ti metti a parlare da sola? Per favore, ninfa, mostrami le grotte della mia vergine.
Io sono in croce, la febbre mi brucia.
C.
Ma tu, a quanto pare, credi di dar la caccia a una Filli o una Lupisca: di quelle che
ogni tanto, con due pomi, vi portate nell'ombra dei boschetti. E’ una dea questa, e
importante, e pochi fin qui l'hanno conosciuta.
A.
Se il pastore di Meonia è riuscito a vedere sotto le alte querce la sposa e due figlie
del Tonante, prive di vesti, perche non posso io vedere Saffo?
C.
A quelle piacque così. Ma tu, insomma, dove ne hai avuto notizia?
A.
Ieri Silvano s'incontrò col Mincìade là dove il Sorga erompe dalla roccia per
correre le solitudini di Valchiusa, e insieme sedettero nella dolce ombra d'una
vecchia elce. Li vidi ornarsi la fronte con verdi foglie d'ischio, li vidi ambedue in
poetica gara levare al cielo il loro canto. Allora mi avvicinai e mi nascosi in
silenzio in mezzo agli alti pruneti, lasciati a Geta i porci e il loro pasto.
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Laudibus hi Saphon, resonantibus undique saxis,
vocibus et calamis pariter super astra ferebant.
Miratus, fateor, confestim a Phyllide mentem
diverti, sensique novos ambire furores
intentum modulis pectus; captusque repente
exquiro Saphon, cupiens quibus ipsa moretur
antra videre oculis. Quid si tu forsitan esses?
Nam gestu facieque deam verbisque fateris.
CALIOPES.
Non ausim, iuvenis, Saphon me dicere, cum sim
obsequiis iniuncta suis. Si inspexeris illam,
longe aliud dices. Verum tibi maximus instat
ante labor. Nimium celsos intratis amores
precipites, cum turpe nimis sit vertere gressus.
ARISTEUS.
Quid Saphos, si tanta tibi reverentia vultus?
Non equidem silvis Phyllis, non Delia celo
pulchrior. Ast nobis nomen, pulcherrima virgo,
pande genusque tuum, si nostras venit ad aures.
CALIOPES.
Caliopes vocitor, magni Iovis inclita proles,
castalii nemoris custos fontisque sonori;
ut reor, omnino vestris incognita silvis.
ARISTEUS.
Imo equidem memini: grandis sic ante canea
Minciades grandisque simul Silvanus in antro.
Tu silvas resonare doces, tu maxima Saphu
voce refers concepta sacri tibi pectoris hausta.
Sed dic quas teneat sedes pulcherrima Saphos.
CALIOPES.
Panis nata dei celsum tenet optima Nyse
Saphos, gorgonei residens in margine fontis.
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Con versi e musica insieme essi esaltavano Saffo, la portavano alle stelle, mentre
per ogni dove facevano eco le rupi. Lo confesso: fui preso dall'entusiasmo e
subito Filli mi uscì dalla mente e sentii che una passione nuova m'invadeva il
cuore, catturato da quelle melodie. Subito innamorato vado in cerca di Saffo,
ansioso di vedere coi miei occhi le grotte in cui essa dimora. Ma... non sarai tu,
per caso? perché al gesto al sembiante alla voce, una dea ti riveli.
C.
Non oserei mai farmi passare per Saffo, ragazzo mio, dal momento che sono al
suo servizio. Se arriverai a vederla, parlerai in tutt'altro modo. Ma prima, assai ti
toccherà soffrire. Avete troppa fretta, voi uomini, d'imbarcarvi in amori sublimi; e
dopo è troppo cocente lo scorno della ritirata.
A.
Che mai sarà Saffo se tanto è venerabile il tuo volto! Giuro che non è piu bella
Filli nelle selve, o Diana nel cielo. Ma svelami, o vergine bellissima, il tuo nome e
la schiatta: puo darsi che ne abbia sentito parlare.
C.
Calliope mi chiamo, inclita figlia del grande Giove e custode del bosco castalio e
della fonte melodiosa; del tutto ignota, credo, alle vostre selve.
A.
No, anzi, e ora ricordo: così appunto cantava il grande Mincìade nella grotta, e il
grande Silvano con lui. Tu sei quella che fa risuonare le selve, tu rendi con la voce
di Saffo gli altissimi sensi del Sacro Petto da te attinti. Ma dimmi dove abita la
bellissima Saffo.
C.
La nobile Saffo, figlia del dio Pan, sta sulla cima del Nisa e siede sull'orlo della
fonte gorgonia.
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Huius sydereos oculos faciemque serenam
concessum paucis dudum vidisse bubulcis;
laurea serta tegunt et velum frontis honeste.
Cuius in obsequium circumsumus inde sorores
Pyerides omnes; sibi cantat pulcher Apollo.
ARISTEUS.
Quid montes habitat Saphos? quid respuit urbes?
quid faciem formosa tegit renuitque videri?
CALIOPES.
Hec sibi, dum vigilat, nemorum meditatur honores,
atque sedens fuscos Plutarci visitat ortos,
concipiens nigre fletus et dissona silve;
vel pelagi secreta notat lucosque sub undis,
Phorcinidumque choros trahit et persepe napeas;
vel petit elysios colles et gramina leta
conspicit et placidos flores frondesque virentes
ac avium cantus et pulchri sydera celi,
visaque sublimi complectitur omnia plectro
et viridis complexa libri sub tegmine ponit.
Anne putas vulgus stolidum seu garrula turba
auritos tondens asinos permitteret ista?
Non equidem: clamore gravi, dum stringeret hyrcos,
omnia turbaret. Montana ergo ocia dulci
pace sibi plena expetiit mea fulgida diva;
et quia quos querit frustra lasciva puella
Chyroni flores pedibus calcamus euntes
vere novo, Saphos celso se condidit antro
atque sacros lauro texit castissima vultus.
ARISTEUS.
Vidi ego conflantem carmen celeste Aracintho
pastorem celebrem primo, tandemque cicuta
sublatum; et latiis se pulsum vidit ab arvis
qui penos septis contriverat ante leones.
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I suoi occhi di stelle, il suo volto sereno, a pochi bovari fu dato finora vederli;
serti di lauro la coprono, e un velo sulla splendida fronte. Intorno a lei, pronte ai
suoi ordini, stiamo noi tutte, le sorelle Pieridi; per lei canta il glorioso Apollo.
A.
Perché Saffo abita le montagne e rifiuta le città? perché, così bella, si copre il volto
e non vuole esser vista?
C.
Lei, mentre veglia, pensa tra sé alla gloria dei boschi, e stando immobile visita i
foschi giardini di Plutarco, percepisce i pianti e le strida della selva oscura, oppure
osserva gli abissi del pelago e i boschi sommersi, guida i cori delle Forcinidi, e
delle Napee molto spesso; o sale sui colli elisii e guarda i prati in rigoglio i fiori
leggiadri le fronde verdeggianti gli uccelli canori le stelle del cielo sereno; e tutto
ciò che vede ella raccoglie nel suo plettro sublime, e raccolto lo fissa nella custodia
del verde libro. Tu credi che il volgo stolido, la folla ciarliera che tosa gli auriti
asini le consentirebbero questo? No davvero: col chiasso che fa quando raduna i
becchi, rovinerebbe tutto. Perciò la mia fulgida diva si è scelta la pace dei monti,
la sua calma soave; e poiché in primavera noi si va a camminare sui fiori che
invano chiede a Chirone la ragazza lasciva, la castissima Saffo si è rifugiata in alto,
nella sua grotta, e col lauro s'è coperta il santo volto.
A.
Ho visto, io, un famoso pastore che sull'Aracinto dapprima modulava un carme
divino, e alla fine fu estinto dalla cicuta; e si vide cacciato dai campi del Lazio
colui che in precedenza aveva catturato i leoni punici.
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Sat vidisse oculis semel est mirabile quodque.
CALIOPES.
Sic est, sic sanctum nimio contemnitur usu.
Preterea vultu quidam carpsere minaci
innocuam maculisque piam depingere frontem,
si possent, ausi; que postergasse necesse est.
ARISTEUS.
Imo age, nympha, precor; maculas ostende nefandas.
CALIOPES.
Mendacem et stupris fedam morumque ruinam
hanc plures dixere deam, scenasque colentem
dixerunt alii mimamque ambire theatra;
soccos nonnulli damnant veteresque coturnos;
hi, superum fidibus dicunt quia cantet amores
et facie ficta gestus designet avitos,
pellendam patria quasi regnans occupet urbes;
syrenam vocitant alii lucrique voracem,
cum nequeant renuantque suos cognoscere cantus.
His etiam commota, volens sua culmina servat.
ARISTEUS.
Dum porcam Cereri, Bacho dum cedimus hyrcum,
forte graves vino ludentes talia quidam
eructant curanda parum, pereuntque per auras.
CALIOPES.
Non sic; conati nemorum maculare priores.
ARISTEUS.
Qui, precor? An sano tanta est insania cuiquam?
CALIOPES.
«Ericolas» tales merito dixere veterni.
ARISTEUS.
Non satis accipio qui sint. Tu, credo, Platoni,
nympha, putes nunc verba loqui magnove Ligurgo:
rusticus et paucis assuetus, nympha, rudisque.
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I miracoli, vederli una volta è gia assai.
C.
Giusto: ciò che è santo col troppo uso si svilisce. E poi certa gente con truce
cipiglio ha diffamato l’innocente Saffo, ha osato provarsi a sporcare la sua fronte
immacolata. Meglio non parlarne.
A.
Anzi, ninfa, ti prego: parlami delle infami calunnie.
C.
Questa dea, piu d'uno l'ha chiamata falsa, libidinosa, corruttrice dei buoni
costumi; altri donna di palcoscenico, una mima che fa il giro dei teatri; altri ancora
ne biasima i sandali e i coturni antichi; c'è chi vorrebbe esiliaria, quasi dominasse
da tiranna le città, col pretesto che canta sulla cetra gli amori degli dei e imita,
travestita, i portamenti degli avi; e chi la chiama sirena, avida di lucro, pur non
essendo in grado, o rifiutandosi, di conoscere i suoi canti. Anche per questo ha
deciso di abitare sulla montagna.
A.
Ma forse succede che certe persone, quando noi sacrifichiamo la scrofa a Cerere e
il caprone a Bacco, si riempiono di vino e per scherzo ruttano fuori di queste
cose: non bisogna dargli importanza, svaniscono nell'aria.
C.
Oh no: quelli che hanno cercato d'infamarla erano i capi dei boschi.
A.
Ma scusa: delle persone ragionevoli possono sragionare a tal punto?
C.
Non per niente gli antichi hanno chiamato «ericoli» queste persone.
A.
Non afferro. Mi sa, cara ninfa, che tu credi di parlare a Platone o al grande
Licurgo. Ma io sono un campagnolo di poche pretese, uno zotico.
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CALIOPES.
Qui nuper raptas pecudes ex ore luporum
dentibus excerpunt, magnos audentque boatus
vendere simplicibus; qui sese noscere causas
infecti pecoris, fontes herbasque salubres,
et celi mutare vices nemorumque fatentur;
qui superum sedes describunt voce superbi
et sentire deum sensus causasque moventes
in silvas fulmen, sacra atque piacula dicunt.
ARISTEUS.
Quid, precor, agricolis est cum pastore? Per agros
ille boves terram cogit rescindere aratro,
hic cogit virga pecudes in pascua; cogit
vinitor ut certo consistant ordine vites,
lac premit iste manu quod sumpsit ab ubere pingui:
rancidulus nil ergo videt de iure bubulci
rusticus, et pastor nescit de more bufulci.
Nullum sorte sua contentum liquit Erinis;
hinc peragunt rixas tauri sevique leones.
Sed da, queso, viam qua possim lenius alta
scandere Parnasi Saphonque videre canentem.
CALIOPES.
Turbavere quidem vestigia longa viarum
et nemorum veteres rami cautesque revulsi,
implicite sentes pulvisque per ethera vectus;
velleris atque fames et grandis cura peculi
neglexit latos montis per secula calles.
Hinc actum ut, scrobibus visis, in terga redirent
iam plures peterentque suos per pascua fines.
ARISTEUS.
Non ego convertar facilis; nam sepe nivosi
conscendi rupes pedibus scopulosque Lycei.
Omnia continui superant, michi crede, labores.
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C.
Allora: sono quelli che prima strappano le pecore dalle zanne dei lupi e poi se le
sbranano, e hanno coraggio di spacciare grandi sproloqui ai semplicioni; che
affermano di conoscere le cause delle epidemie del bestiame e le fonti e le erbe
salutari, e di saper mutare le vicende del cielo e dei boschi; che con parole alate
descrivono le dimore dei celesti e proclamano di saper tutto sulla volontà degli
dei, sulle cause che fanno cadere i fulmini sopra le selve, sui sacri riti e le
cerimonie d'espiazione.
A.
Ma gli agricoli, che hanno da spartire col pastore? quello là, nella campagna, fa
solcare la terra ai bovi con l'aratro, questo con il vincastro fa pascolare le pecore;
quello per fare il vino governa le viti, che assumano un certo ordine, questo
rapprende il latte che ha spremuto di propria mano dalla poppa rigonfia: perciò lo
schizzinoso campagnolo nulla capisce delle regole del bovaro, e il pastore nulla
conosce delle usanze del bifolco. Per lascito di Erinni, nessuno è contento della
propria sorte, onde promuovono risse i tori e i leoni feroci. Ma, per favore,
mostrami la via che mi renda più agevole l'ascesa alle cime di Parnaso e la vista di
Saffo mentre canta.
C.
Le tracce dei lunghi sentieri, le hanno confuse i rami secchi dei boschi, i macigni
divelti, l'intrico dei pruneti, la polvere portata dal vento; e la fame di lana, la brama
di un grande peculio hanno via via nei secoli negletto gli ampi calli del monte.
Ond'è che già molti, alla vista dei dirupi, hanno dato di terga e riguadagnato le
loro terre tra i pascoli.
A.
Io non mi arrenderò facilmente: più volte ho salito a piedi le rocce e i picchi del
nevoso Liceo. La fatica diuturna, credimi, ha ragione di ogni ostacolo.
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CALIOPES.
Vicit et ingenium vires: non talia quivit
exuperare labor. Frustra sudavit in altum
ferreus Arpinas, calamis et voce sonorus.
ARISTEUS.
Mens illi non ista fuit nec carminis ardor.
Nascimur in varios actus, quos optima virtus
si sequitur, facili ducetur ad ultima cursu.
CALIOPES.
Si tibi tantus amor fontis Saphuque videndi,
accipe consilium: nam quenquam ducere nobis
ipsa quidem vetuit Saphos, et lege perenni.
Solus inaccessum potuit conscendere culmen
nuper Silvanus, nobis nec carior alter
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Minciadis post fata fuit; non pastor Opheltis,
aonii pecoris stragem qui carmine pinxit.
Hunc adeas; dabit ipse tibi quibus usus amicis
et quibus ipse viis conscendit culmen amatum.
ARISTEUS.
Ibo quidem et geminos mecum portabo suellos,
Silvanum si forte queam divertere donis.
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C.
Ma sullo sforzo la vince sempre l'indole; e a tanta impresa non c'è fatica che basti.
Inutilmente sudò aspirando al vertice il ferreo Arpinate, di zampogna e di voce
pur sonoro.
A.
Ma egli non aveva la mia mente, né il fuoco della poesia. Si nasce per imprese
diverse, e se ci accompagna un nobile talento, con agevole corsa questo sarà
condotto alla sua meta.
C.
Se hai tanta passione di vedere la fonte e Saffo, accetta un consiglio: perché Saffo
in persona ci ha proibito, e con legge immutabile, di condurre chicchessia. Solo è
riuscito per l'addietro a salire l'inaccostata cima Silvano, di cui nessun altro ci è più
caro dopo la dipartita del Mincìade: nemmeno il pastore di Ofelte, che nel suo
carme rappresentò la strage del gregge aonio. Va' dunque da lui; lui ti dirà per
quali amicizie e per quali strade poté scalare l'amata vetta.
A.
Ci andrò; e con me porterò due porcellini, sperando di commuovere Silvano con
questo dono.
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Coluccio Salutati, Epistolario, a cura di F. Novati, vol. I, Roma 1891
A Giovanni Boccaccio
Eliconio viro domino Iohanni Boccacio egregio cultori Pyeridum, amico karissimo
Postquam recepi litteras tuas multa michi, ut in huius vite salo degentibus, imo
laborantibus, assuevit, adversissima contigere. Et ut sileam cetera, conthoralis mea
cui, ex ingenii bonitate legitimus me amor ardentissime conciliarat, cum partu iam
ad quintum mensem concepto diem clausit extremum et repentino michi morbi
impetu abrepta est. Ex quo tanto merore confectus sum, ut memet oblitus et
tuarum litterarum memoriam perdiderim et honestorum studiorum lucubrationem
omnino dimiserim; adeo quod institutum opusculum De vita associabili et operativa
de medio michi currentis stili fervore subtraxerit. Nec mirum. Quod enim pene
inauditum est, michi cum illam omnium rerum summa concordia fuit; nec toto
coniugii tempore unum in quo vel solo verbo michi restiterit valeo recordari.
Quamobrem hoc tanto casu prostratus et in lacrimas versus adhuc vix ad me
redeo.
Ante autem cum hic cartulas meas Bucolici carminis non haberem, plusculum
temporis lapsum est, antequam prima eclogam, quam tibi nunc mitto, habere
potuerim. Et fateor me admodum rudem bucolica meditatum, et, deficiente ocio,
quamvis sex eclogas iam texuerim et processurus sim usque quo octavum
numerum impleam, primam tamen et sextam solummodo lima correctionis attigit.
Quarum unam tibi mitto, primam vide licet, in qua Pyrgis, qui terra ignita dici
potest, pecora linquens, inducitur amore Caristes mirabiliter estuare. Cariste
autem gratia Dei ex vocabuli iunctura non immerito dicitur importare; qua
preveniente, Pyrgis accensus ad Silvida pastorem qui Christus, quattuor virtutum
tramite, in montibus figuratarum, moliri demonstratur accessum. In qua, ut videre
poteris, quedam de gratia operante, cooperante, preveniente et concomitante
theologice exprimuntur. Te itaque huius mei operis iudicem facio, ut rescribas
quid de illo tibi videtur et an consilium sit ad cetera properare. Non tamen mea
optem inter aliorum dicta referri, quippe qui me tanti non faciam nec tali me
dignor honore, ut ille ait. Vale.
Claudianum meum tibi mitto; cum illo usus fueris ad votum, remitte et, si
commode tibi fieri potest, destinato Macrobium De saturnalibus, quia illum librum
nunquam completum habui. Vale. Luce, festine atque tediose, duodecimo
kalendas februarii.
Trad. C. Corfiati
Dopo aver ricevuto le tue lettere mi accaddero molte cose bruttissime, come di
solito succede a chi trascorre il tempo, anzi fatica, nel mare di questa vita. E per
tacere del resto, la mia compagna, alla quale mi univa un legittimo e molto intenso
amore per la sua bontà d’animo, giunta ormai al quinto mese di gravidanza non ce
l’ha fatta e mi è stata strappata con violenza da un improvvisa malattia. Questa
cosa mi ha messo addosso una tale tristezza, che dimentico di me stesso ho perso
la memoria delle tue lettere e ho trascurato del tutto gli impegni degli studi onesti;
a tal punto che mi sottrasse quell’operetta iniziata De vita associabili et operativa
proprio nel fervore della scrittura. E non mi meraviglio. Cosa infatti che è quasi
inaudita, tra me e lei vi era una grandissima concordia su tutte le cose, né per tutto
il tempo del matrimonio potrei ricordare un solo momento nel quale anche con
una sola parola mi fu contraria. Per questo motivo prostrato da tanto grave lutto e
immerso ancora nel pianto a stento ritorno in me. Ora poiché non avevo qui le
mie cartuccelle del Bucolicum carmen, passò un po’ di tempo, prima che potessi
avere la prima ecloga che ti mando. E confesso di avere lavorato in maniera
alquanto rozza sulla bucolica, e in mancanza di ozio, benché abbia messo insieme
già sei ecloghe e ho intenzione di andare avanti fino a che non arrivo ad un totale
di otto, tuttavia la prima e la sesta soltanto sono state rifinite e corrette. Di queste
due te ne mando una, cioè la prima, nella quale Pyrgis, che può essere inteso terra
ignita, lasciando il gregge, è spinto dall’amore per Caristes ad ardere in maniera
eccessiva. Cariste poi, ovvero gratia Dei per l’accostamento di due parole, a buon
diritto si dice che è importante; al suo arrivo, Pyrgis infiammato presso il pastore
Silvida, che è Cristo, per mezzo della quattro virtù, rappresentate dai monti, fa
vedere che si prepara all’incontro. E in questa, come puoi vedere, si parla di
teologia e si dice qualcosa della grazia operante, cooperante preveniente e concomitante.
Faccio te dunque giudice di questa mia opera, perché mi risponda su cosa ti
sembra di ciò e se mi consiglieresti di continuare con le altre. Non vorrei tuttavia
che le mie cose fossero riferite ad altri, poiché io non sono uno che si crede di
tanto valore o degno di tanto onore, come dice lui (Verg. Aen. I 335). Un saluto
Ti mando il mio Claudiano; quando ne avrai fatto l’uso che vuoi, rimandamelo e,
se non è cosa che ti dà disturbo, spediscimi il De saturnalibus di Macrobio, perché
non riuscii ad averne uno intero. Un saluto. Da Lucca, in fretta e con stanchezza,
21 gennaio 1372
59
Ad Pium Papam II Paraclyti Cornetani Ordinis Heremitarum S. Augustini Carmen
Bucolicum - Egloga I - Querulus Fletus
(Trad. C. Corfiati)
FUSCUS
Cur, Amarilli precor, tanto clamore laboras
moestaque cur lacrimis perfundis pectora tantis?
Pone modum, nec te frustra in lamenta fatiges.
Usque adeo turbare cupis nemus omne querelis?
Arescunt rivi miranturque undique nymphae
grataque pro tanto gemitu grex pascua linquit.
AMARILLIS
Fusce, quid ingeminas patior quos ipsa dolores
et curas renovare meas me, care, quid optas?
Si tibi rura placent - debent mea rura placere huc age, pascentes si sint tibi forte capellas.
Tityrus haec olim coluit. Tu, Tityre, nosti,
si qua fides veri tibi sit, quid rura valere
haec possint: nam laeta tuis deus ocia quondam
carminibus dedit hic. Nosti, Meliboee comesque
qui cantare lyra numerose Menalcha solebas.
FUSCUS
Me tantum pietas, amor, anxia cura fidesque
quae mulcere solent foelicis pectus amici
aedere iusserunt tibi talia verba, quod esses
sola sub arguta moerens hac ilice tantis
ut nemus omne tuis resonaret planctibus atque
ad gemitum cunctas Dryades Faunosque ferasque
vicinosque tibi laetos exciveris agros.
AMARILLIS
Saepe solent questus animi relevare labores
et miseris lacrimae crebro solamina praebent.
FUSCUS
Si tamen excedant, depascunt robora mentis
filaque precipiti fatalia tempore rumpunt.
Parcius ergo gemas, saltem miserere tuique,
o dea, ne forsan talis te cura resolvat
et spetiosa nimis cum sis decor omnis abiret.
FOSCO
Amarilli, ti prego, perché ti dai pena con tanto grande clamore
e perchè triste inondi il petto con tante lacrime?
Poni un freno, e non affaticarti inutilmente in lamenti.
Fino a tal punto desideri turbare con lamentele il bosco?
Si inaridiscono i ruscelli e dovunque si stupiscono le ninfe
e a causa di tanto pianto il gregge ha lasciato i cari pascoli.
AMARILLI
O Fosco, perché raddoppiare i dolori che io sto soffrendo
e rinnovare, caro, i miei pensieri?
se ti piacciono le campagne (ti devono piacere le mie campagne),
suvvia, se solo hai caprette al pascolo.
Titiro le coltivò un tempo. Tu, Titiro, lo sai,
se vi è una qualche fede nel vero, cosa possono valere queste campagne:
un dio infatti diede qui a te un tempo
lieti ozi per i tuoi carmi. Lo sai, Melibeo
e tu, Menalca, suo compagno, che solevi cantare con la lira armoniosamente.
FOSCO
Soltanto la pietà, l’amore e i pensieri premurosi e la fedeltà
che sogliono lenire il cuore di un amico felice,
mi spinsero a rivolgere a te tali parole, il fatto che fossi
sola sotto questa elice rumorosa triste,
sicché il bosco tutto risonava di tanti tuoi pianti e
richiamavi al tuo gemito tutte le Driadi
e i Fauni e le fiere e i campi vicini.
AMARILLI
Spesso sogliono i lamenti lenire le cure dell’animo
e le lacrime offrono spesso una consolazione agli afflitti.
FOSCO
Se tuttavia eccedono, avviliscono le forze della mente
e rompono gli stami del fato in un subitaneo momento.
Piangi dunque in maniera più moderata, e alla fine abbi pietà di te,
o Dea, perché questa preoccupazione non ti distrugga
e non vada via ogni bellezza, benché tu sia oltremodo graziosa.
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Sed, si scire licet, quae tanti causa doloris?
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Quis casus vel te tanta in lamenta coegit?
Anne aliquis forsan rapuit violenter ovile
aut fures etiam noctu rapuere capellas
sive lupus tenerum iugulavit ab ubere foetum?
AMARILLIS
Si tibi tantus amor sit cum pietate, fatebor:
nam poteris forsan nostrum lenire dolorem
et lacrimas siccare meas, quibus arva replebam.
Sed tamen ipse prius mecum requiescere noctu:
per nemus hoc sanctum iurabis, Fusce, Palemque.
En redit omne pecus nunc ad praesepia, vaccae
lacte tument saturae, fessi liquere coloni
semina, sulcatae ne tardent credere terrae.
Sunt mihi poma satis, quae nuper mitia legi,
fragraque vicini per amoena rubentia montis.
Fons est illimis, quem non tetigere capellae
nec pecus omne unquam latitans argenteus unda
et, tibi quod placeat super omnia, copia lactis.
Ac postquam fuerit tanti manifesta doloris
causa super molli nos gramine somnus habebit.
O qui non cuperet placidum captare soporem
colle sub hoc, viridi nam lento murmure Thybris
defluit, hinc mitis illinc persibilat aura
et cantus avium cogant dare membra quieti.
FUSCUS
Non ego discedam; numerari sidera posse
iam video. Sed perge, tuos reserare labores,
ante sed a tanto gemitu desiste parumper.
AMARILLIS
Pan deus atque gregis ductor mea rura relinquens
pinguia sollicitus Ligurum migravit ad agros;
hunc pecus omne fuit per devia quaeque secutum,
post hunc lanigerae, post hunc ivere bovesque
setosique hirci fulvo cum vertice barbas.
Nec glacialis hyems vetuit montesque nivosi
grandine permistus nec multa frigidus imber.
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Ma – se è permesso saperlo – qual è la causa di tanto grande dolore?
Quale accidente anzi ti ha costretto in tanti lamenti?
Forse qualcuno ha depredato con violenza l’ovile
o i ladri anche di notte portarono via le caprette,
o un lupo ha sgozzato un tenero cucciolo strappandolo alla madre?
AMARILLI
Se tu hai un tanto grande amore per me e insieme pietà, te lo dirò:
potrebbe infatti forse lenire il nostro dolore
e asciugare le mie lacrime, con le quali riempivo i campi.
Ma tuttavia per prima cosa riposa con me questa notte:
lo giurerai per questo santo bosco e per Pale, o Fosco.
Ecco tornano ora le pecore nelle stalle, le vacche
sazie sono rigonfie di latte; i contadini stanchi hanno lasciato
i semi, per non tardare ad affidarli alla terra arata.
Ho presso di me abbastanza frutti, che ho raccolto
poco fa maturi, e fragole rosseggianti per i campi del monte vicino.
Vi è un fonte puro, che non toccarono le caprette
e nemmeno le pecore mai, che rimane nascosto con l’acqua argentina
e, cosa che a te piacerà sopra tutto, abbondanza di latte.
E dopo che ti sarà manifesta la ragione di tanto grande dolore,
prenderemo sonno sopra la molle erba.
O chi non desidererebbe addormentarsi tranquillamente
sotto questo verde colle: il Tevere infatti con lento mormorio
scorre da questa parte e dall’altra una mite arietta soffia
e il canto degli uccelli induce a dare riposo al corpo.
FOSCO
Non me ne andrò da qui: già vedo che si possono
contare le stelle. Ma suvvia, raccontami i tuoi problemi,
ma prima interompi un po’ questo pianto.
AMARILLI
Il dio Pan e guida del gregge lasciando le mie campagne
ricche in fretta è partito per i campi dei Liguri:
tutte le pecore lo hanno seguito per ogni sentiero,
dietro di lui sono andate le pecore lanose,
dietro di lui i buoi e i capri ispidi con la testa bionda di barba.
Nemmeno l’inverno gelato glielo ha impedito e i monti ricoperti di neve
e il freddo temporale mischiato a molta grandine.
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FUSCUS
Dic, ubi pascantur vel quae tenet inclyta tellus
nobile tale pecus, risit cui Iupiter olim?
Foelices agri, foelicia litora, foelix
frondosumque nemus, magnus quae pastor adivit
pastorumque deus tanto sociatus ovili.
AMARILLIS
An tibi notus ager, quem Mincius irrigat amnis?
Hunc coluit quondam recubans sub tegmine fagi
Tityrus et toto pastor cantatus in orbe.
Haec modo rura tenet calamo limosa palustri,
illic, heu, pascit peregrinis montibus errans.
Fama viget pecori noceat quod turbidus ille
aer et passim algoris tabescere morbo
efficiat: nam magna palus perlabitur arva
et querulis ranis totus confunditur aether.
FUSCUS
Dii, pecori prohibete luem. prohibete necemque,
Ne mala temperies peregrinum laedat ovile!
Daque tuas, da, sancte, manus sibi pulcher Apollo,
incolumem serva niveum (nam sacra dicabo)
cum ductore gregem, quo pascua prima requirat.
AMARILLIS
Haec ego vota dedi, postquam his migravit ab agris,
haec eadem nymphae Tyberinaque litora mecum.
Sed vereor nostris ne hunc sors abducat ab arvis
notaque ab antiquo Rheni sibi pasqua quaerat.
Deserar et tandem nivei cum lactis abundans
a notis silvis iam (proh deus) ipsa vocarer:
‘O veteres soles, mihi qui fulsistis, ubi nunc
lumina vestra iacent, vel quo vos vertit Olympus?
O utinam primis frueret iuvenilibus annis
priscaque divorum sinerent modo fata redire
tempora, sive ferox huius sub vertice montis
quae puerum rapuit Phrygiae pars magna ruinae
nidificaret avis prorsus ne orbata manerem’.
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FOSCO
Di’, dove pascoleranno o quale famosa terra
accoglie un tale nobile gregge, cui un tempo Giove arrise?
Campi felici, spiagge felici, felice
il bosco frondoso, che raggiungerà il grande pastore
e il dio dei pastori accompagnato da tanto ovile.
AMARILLI
Non conosci il campo, che bagna il fiume Mincio?
Questo coltivò un tempo – riposando all’ombra di un faggio –
Titiro e il pastore cantato in tutto il mondo.
In queste campagne fangose con canne di palude ora si trova,
lì, ohimé, pascola. Errando tra i monti stranieri
ha preso forza un fama: che possa nuocere alle pecore
quell’aria tempestosa e qua e là faccia ammalare del morbo del freddo.
Infatti circonda i campi una grande palude
e tutta l’aria è turbata dalle lamentose rane.
FOSCO
O dei, tenete la malattia lontana dal bestiame e tenete lotana la strage,
affinché un cattivo tempo non nuoccia al gregge in viaggio!
E tu, santo bell’Apollo, offri le tue mani a lui,
proteggi incolume il candido gregge con la sua guida
(ti offrirò sacrifici infatti), affinché ritrovino i primi pascoli.
AMARILLI
Queste preghiere io stessa ho espresso, dopo che fu partito da queste campagne,
questa stessa le ninfe e le sponde del Tevere insieme a me.
Ma temo che la sorte lo porti lontano dai nostri campi
e si diriga presso i campi del Reno, a lui noti da tanto tempo.
E sarò abbandonata alla fine e benché abbondante di candido latte
io stessa ormai dalle note selve (oh dio!) griderò:
«O antichi giorni, che brillaste per me, dove sono ora
le vostre luci, o dove l’Olimpo vi ha spostato?
O magari potessi godere dei primi giovanili anni
e i fati permettessero che ritornino i tempi antichi degli dei,
ovvero che nidificasse sulla vetta di questo monte l’uccello feroce,
che rapì il fanciullo, grande parte della rovina di Troia,
sicché non rimanga da sola».
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FUSCUS
Sic furor insanus, sic te daementia coepit
ut sancti, vesana, gregis dominumque ducemque
divinum laceres? Nec te timor ullus acerbat?
Huic curvantur oves, huic flectunt colla iuvenci
cornupetae tauri, duri quoque velleris hirci,
huic aliud quodcunque genus curvatur ad ima.
Compescas igitur tantum, vesana, furorem!
Pastoralis apex nescis, temeraria, quid sit!
Ecce suum properabit iter tua rura videre
et secum grex omnis erit. Ne lacte nec haedis
tu careas tantum precibus pia numina posce,
quo redeat foelix pecus omne ad Thybridis arva .
De grege ne pereat quicquam, velut hircus in agro
florenti niveus macie confectus inani
occidit heu nuper medio praereptus ovili.
AMARILLIS
Dic age, quando Pius pastor mea rura reviset?
Si quid habes, germane, rogo, mihi pande roganti.
Me veteres vocitasse deos ac tempora prisca
poenituisse vides. Quem non furor improbus orbat?
FUSCUS
Est lupus heu getulo natis in rure leaenis
Saevior, et raptis irata immanior ursa
foetibus, aut lacero canibus truculentior apro,
sive venenifera fosso serpente sagicta
dirior et tandem feritate ferocior omni:
hunc genuisse ferunt de Gorgone matre Chimaeron
barbaricis antris, irato utroque parente.
Ubera Thessiphone flammati plena furoris
huic dedit et stabulo susceptum sanguine pavit
humano, quem fama trucem vocat hospes iniquus.
Hic omne infestare pecus rabieque cruenta
heu, rapere et totum disperdere quaerit ovile.
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FOSCO
Così furore insano, così follia ti ha preso,
che offendi, pazza, il signore e guida divina
del santo gregge? Non ti turba alcun timore?
A lui si piegano le pecore, a lui piegano i colli i giovenchi,
i tori dotati di corna, i capri anche dal duro vello,
a lui qualsiasi altra specie si piega fino a terra.
Pentiti dunque, pazza, di tanto furore!
Non sai, temeraria, cosa sia la tiara pastorale!
Ecco affretterà il suo passo per vedere le tue campagne
e con lui vi sarà tutto il gregge. Soltanto, perché non ti manchino né latte,
né capretti, domanda con preghiere alla Pia divinità,
che ritorni il bestiame felice tutto ai campi del Tevere,
che del gregge non si perda alcunché, come il capro bianco
in un campo fiorito afflitto da una peste
è morto ohimé poco fa strappato dall’ovile.
AMARILLI
Di’ suvvia, quando tornerà il Pio pastore nelle mie campagne?
Se sai qualcosa, fratello, ti prego, rivelalo a me che ti chiedo.
Vedi mi sono pentita di aver invocato gli antichi dei
e i tempi passati. Chi non rende cieco un furore ingiusto?
FOSCO
Vi è un lupo oihmé più crudele di leoni nati nelle campagne Getule,
e più immane di un’orsa infuriata a cui hanno sottratto i piccoli,
e più assetato di sangue dei cani con un cinghiale ferito,
e più crudele di un serpente colpito da una freccia avvelenata,
e insomma più feroce di ogni ferocia:
dicono che fu generato da Chimera e dalla madre Gorgone
negli antri barbari, e l’uno e l’altro parente erano in preda all’ira.
Tisifone piena di acceso furore gli fece da balia
e preso dalla tana lo nutrì di sangue umano,
che la fama chiama Truce, ospite ingiusto.
Questo cerca di danneggiare tutto il bestiame
e con rabbia sanguinosa, ohimé, assalire e disperdere tutto l’ovile.
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Iam multas iugulavit oves et dente momordit
insidias aliis iam construit acrius urgens
cum pastore gregem dirae substernere morti.
Hunc alii vario studuere necare paratu.
Ille quidem pastor residens in vertice montis
clamavit: «Sta, saeve, procul nec ovilia tentes
dilaniare, mihi iam credita». Cornibus alter
restitit indomiti magno conamine tauri.
Ast deus hic noster, si dulcia rura reliquit,
egit amor pecoris, cupiens mactare cruentum
utque Lycaonio miseras divellat ab ore
pastor oves, armenta parat iam mittere in illum
fortia: sic poterunt saecure errare per agros
sicque sub umbrifera captabunt ocia quercu,
sic placidam pastor captabit et ipse quietem,
sic, Amarilli, suum ditabit ovile tibique
copia maior erit lactis cum vellere multo.
Cum grege dehinc proprios laetus remeabit ad agros
et fortunatam circum nemus omne vocabit.
Deponas igitur gemitus et pace fruare.
Iam Phoebus radios vicini in culmine montis
sparsit et ad campos laeti rediere coloni,
ad virides ergo frondes en duco capellas.
AMARILLIS
I, mihi solamen, foelix quocunque libebit.
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Già ha sgozzato molte pecore e con i denti le ha dilaniate,
ad altre ha costruito trappole ormai affrettandosi
in maniera più spietata ad annientare con morte crudele il gregge con il pastore.
Altri si sono impegnati ad ucciderlo con varii mezzi,
ma lui il pastore, sedendo sulla cima del monte
ha esclamato: «Sta lontano, crudele, e non provare
ad attaccare gli ovili, a me ormai affidati».
L’altro ha fatto resistenza con grande sforzo
con le corna di un toro indomato.
Questo nostro dio insomma, se ha lasciato le dolci campagne,
lo ha costretto l’amore per il bestiame, e il desiderio di ammazzare
quel sanguinoso, e il pastore per riuscire a strappare dalla bocca
di Licaone le povere pecore, si sta preparando a mandare
ormai contro di lui forti mandrie: così potranno muoversi sicure
per le campagne e così coglieranno gli ozi sotto le quercie ombrose,
così il pastore coglierà anche lui un tranquillo riposo,
così, Amarilli, arricchirà il suo ovile e per te ci sarà
una maggiore quantità di latte insieme a molta lana.
Ritornerà dunque felice con il gregge ai campi
e ogni bosco intorno ti chiamerà fortunata.
Deponi quindi i lamenti e godi la pace.
Già Febo ha sparso i raggi sulla cima del monte vicino
e i contandini sono tornati lieti ai campi,
ecco quindi conduco le caprette ai verdi pascoli.
AMARILLI
Vai, consolazione mia, felice dovunque ti piaccia.
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Ad Pium Papam II Paraclyti Cornetani Ordinis Heremitarum S. Augustini Carmen
Bucolicum – Egloga V - Amor Pastoralis
(Trad. C. Corfiati)
PHILOTES
Quo fugis, o mea spes, meus ignis, cura dolorque?
Siste gradum, Galathaea, precor, formosa puella
nec me despicias, videar si corpore fuscus;
candidior sed tu gelido quae oriuntur ab euro
Riphaeis nivibus, puro quoque lacte capellae.
Candida nix parvo nam saepe resolvitur aestu
Et legitur foetus quem arbos Babilonica mittit
tincta cruore niger reddunt quoque fenore multo
iacta nigris segetum cultori saemina campis.
Quamvis ergo niger tibi sim tu candida nympha
non fugias, forsan poterit mea forma placere.
GALATHAEA
Desine, blanditiis tot me mulcere, Philotes!
Non ea sum velut ipse putas, mihi credito, pastor.
Ut video te torquet amor, sed opinio fallit.
Quaere aliam, ne me frustra tentare labores:
nam genitam me nosce deo, si scire parentem
espectes magnique viri cupiere novemque
cum Phoebo Aoniae pariter coluere sorores
utque deam semper magno venerantur honore.
PHILOTES
Non ego te blandis, nympha o pulcherrima, verbis
abducam, sed castus amor qui pectus anhelum
confodit (quid enim cupidos frenabit amantes?)
me iussit rogitare deam, si dignus amore
esse tuo possim, optavi quam tempore longo.
Pone metum, vis omnis abest dolus insidiaeque
tu modo siste gradum, cupio nam pauca referre.
GALATHEA
En fugio, spretura tuos audire labores.
Magnus enim condam me pastor amavit Hetruscus
et placuit mea forma sibi, cum vidit in agris
errantem et vario nectentem flore coronas.
FILOTE
Dove fuggi, mia speranza, mio fuoco, cura e dolore?
Ferma il passo, Galatea, ti prego, bella fanciulla
non mi disprezzare, se sembro fosco d’aspetto;
ma tu sei più bianca delle nevi rifee che genera il gelido Euro
e anche del puro latte della capretta.
La neve candida infatti spesso si scioglie per poco caldo
e si legge che il frutto che l’albero babilonese produce
è nero del colore del sangue: rendono anche con molto profitto
i semi gettati nei neri campi al coltivatore.
Benché dunque nero sia per te, tu candida ninfa
non dovresti fuggire, forse ti potrebbe piacere il mio aspetto.
GALATEA
Smetti Filote, di blandirmi con tanti complimenti!
Non sono quella che tu pensi, credimi, pastore.
Come vedo, ti tormenta amore, ma il tuo giudizio ti inganna.
Cercane un’altra, non sforzarti di insidiarmi invano:
infatti sappi che sono figlia di un dio, se vuoi sapere
di mio padre, e grandi uomini mi desiderarono e le nove
sorelle Aoie con Febo insieme mi adorarono
e come una dea mi rispettano sempre con grande onore.
FILOTE
Non proverò a convincerti con parole dolci, o ninfa
bellissima, ma il casto amore che trafigge il petto affannoso
(cosa infatti frenerà i cupidi amanti?)
mi costrinse a supplicarti, o dea, se potessi essere degno
del tuo amore, che per lungo tempo ho desiderato.
Deponi il timore, lungi da me la violenza, l’inganno o le trappole.
Tu ferma un po’ il passo, desidero infatti dirti poche cose.
GALATEA
Ecco fuggo, per evitare di ascoltare le tue fatiche.
Un grande pastore Etrusco un tempo infatti mi amò
e gli piacque la mia bellezza, quando mi vide che giravo
nei campi e mettevo insieme corone di vari fiori.
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Cum bene cantasset, cinxi sua tempora lauro
meque sibi demum immortali foedere iunxi.
Has igitur curas, insane, relinque, Philotes
nec precibus te posse puta me flectere vanis.
PHILOTES
Vidi ego laetiferum cum vellet mittere fulmen
Iupiter iratus solita pietate deorum
placari precibus laetosque ostendere vultus:
non decet ergo deo genitam tot vota precesque
spernere, sed misero facilem praebere roganti.
Sunt faciles nymphae, quarum decus una vocaris.
Non igitur fugias, animae pars altera nostrae
sed magis expecta, moesti miserere meique
ne lacrimas contemne meas suspiria neve
claudite, vos nymphae, cunctos per prata recessus
Ausoniae nymphae, mea ne galathea recedat
per nemus omne, vagis clamoribus arva lacusque
insequar aligero te si ipsa vehere caballo
Perseus aut etiam super alta cacumina tollat
insequar et leni si curras ocior aura
sive arabum penetrabis agros ubi cynnama spirant
Orphea per stigias seu tu comitere paludes.
Et dicam post terga vocans: «Sum captus amore.
Siste gradum, Galathea, tuo miserere precantis».
Fabula sic toto fies notissima mundo.
GALATHEA
Et quis erit finis tantis clamori bus? An vis
me verbis superare tuis, insane Philotes?
Importune, nimis cur me rumore procaci
persequeris? Desiste, rogo, nam semper honestus
si sapis optat amor secreto pectore condi.
PHILOTES
Finis erit tunc quando meas dignabere voces
atque sedens tanti causas audire laboris.
GALATHEA
En sedeo, iam perge tuas mihi pandere curas.
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Dal momento che ebbe cantato bene, cinsi le sue tempie di alloro
e lo unii a me infine con un patto immortale.
Pazzo, lascia perdere questi pensieri, Filote,
e non pensare che tu possa piegarmi con vane preghiere.
FILOTE
Ho visto di persona che Giove irato, benché volesse mandare un fulmine
mortale, fu placato per la consueta pietà degli dei
dalle preghiere e mostrò un volto lieto:
non è bello dunque che una figlia di dio disprezzi tante suppliche
e preghiere, ma si dovrebbe mostrare ben disposta ad un povero questuante.
Sono docili le ninfe, delle quali sei chiamata unico “ornamento”.
Non fuggire dunque, seconda parte dell’anima mia
ma aspetta ancora, e abbi pietà di me misero e non
disprezzare le mie lacrime e i miei sospiri.
Chiudete, voi ninfe, tutte le vie di fuga alla ninfa Ausonia
per i prati, perché la mia Galatea non si nasconda per il bosco
tutto, con grida leggere i campi e il lago
perlustrerò, se pure ti trasporterà il cavallo alato di Perseo
o anche se ti alzerai sulle alte vette ti inseguirò e se correrai più
veloce dell’aria leggera
o se penetrerai nei campi degli Arabi dove soffiano i cinnami
ovvero per le paludi stigie tu accompagnerai Orfeo.
E direi chiamandoti alle spalle: «Sono preso d’amore.
Ferma il passo, Galatea, abbi pietà per chi ti supplica».
E così diverresti favola notissima a tutto il mondo.
GALATEA
E quale fine ci sarà mai per tanto grandi grida? Forse vuoi
sopraffarmi con le tue parole, pazzo Filote?
Importuno, perché mi peseguiti con un eccessivo rumore?
Smettila, ti prego, infatti un amore onesto
se lo sai, sceglie sempre di nascondersi nel profondo del petto.
FILOTE
La fine sarà allora quando ti degnerai di ascoltare la mia voce
e seduta le ragioni di tanta fatica.
GALATEA
Ecco sto seduta, suvvia esponimi ormai i tuoi pensieri
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PHILOTES
Ardeo te nimium teneris, Galathea, medullis.
Affer opem misero si te praecordia tangant.
GALATHEA
Dic mihi, quando meus te exarserit ignis amantem?
Nec me decipias, tibi forte placere studebo.
PHILOTES
Te nuper vitreo spatiantem in litore vidi
cum vagus errarem pastorum more per agros
aurea purpureo cum murice texta tegebat
palla nitens, Galathea, tui tam candida membra.
Flamabant oculi radios uti clara cometes
oraque puniceo depicta colore micabant.
Sparserat arte comas humeros super aura coruscas
et mihi quod placuit dulces ante omnia versus
te canere audivi vario modulamine mistos.
Sistebat tum litus aquas armenta gregesque
ob tam dulce melos velut exanimata fuissent
pascua linquebant herbas oblita virentes.
Ut vidi stupui, rapuisti et carmine mentem
teque deam dixi confestim et captus amore
ipse fui sensique meo sub pectore flamas.
«O ego si possem tecum accubitare puella
divinum et carmen ludentes discere nervos»:
ipse volutabam secreto in pectore meque
hinc timor, inde furor nimium torquebat amoris.
Ast amor intrepidus tanto in certamine vicit
vicit amor duro qui nescit cedere marti.
GALATHEA
Nosti ego quid canerem quando me litus habebat
dumque meo nuper capereris amore, Philotes?
PHILOTES
«O decus aethereum, cunctorum maxime pastor
te fontes, te prata vocant pietate secundum
te nemus omne refert quod dulcia carmina cantes
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FILOTE
Brucio per te, Galatea, nel profondo dell’anima mia.
Offri a me misero un aiuto, se ti toccano i miei sentimenti.
GALATEA
Dimmi, quando fosti preso da questo fuoco per me?
Non mi ingannare, proverò a vedere se per caso mi piaci.
FILOTE
Ti vidi poco fa che passeggiavi sulla riva cristallina
mentre vagavo senza meta secondo il costume dei pastori
per i campi: un mantello intessuto d’oro e di porpora copriva
o Galatea, le tue membra tanto candide.
Gli occhi bruciavano raggi come una chiara cometa,
e il viso brillava ornato di color porpora.
L’aura aveva sparso con arte le chiome lucide sugli omeri
E cosa che a me piacque più di utto dolci versi
Ti sentii cantare misti a varie armonie.
La sponda del fiume fermava allora le acque, gli armenti e le greggi
a causa di tanta dolce melodia, come se fossero privi di volontà,
lasciavano i pascoli dimentiche delle verdi erbette.
Non appena ti vidi restai intontito, mi strappasti il cervello con il canto
e ti dissi una dea subito e fui preso da amore
io stesso e sentii le fiamme dentro il mio cuore.
«O se solo potessi sedere ad un tavolo con te fanciulla
e imparare le note che compongono il canto divino»:
nel profondo del petto rimuginavo e perciò da una parte il timore
dall’altra un’eccessiva furia d’amore mi tormentava.
Ma amore intrepido vinse in tanto grande gara
vinse amore che non sa cedere al duro Marte.
GALATEA
Non sai cosa io cantassi quando me ne stavo sulla sponda del fiume
e mentre venivi preso poco fa dal mio amore, Filote?
FILOTE
«O onore del cielo, pastore grandissimo di tutti,
te i fonti, te i prati chiamano secondo per pietà
te ogni bosco racconta che canti dolci carmi
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carmina quae rabidas possint mulcere leaenas
ut cunctae mirentur oves, nec pascua curent
oraque pascentes teneant suspensa iuvenci.
Non faunos silvae tardant nec flumina nymphas
ad tua sed veniunt dulcedine carmina tracti.
Noster amor fecit tibi quod divinus Apollo
imperii qui iura tenet patefecerit olim
sidereos vultus cui carmina plura canebas.
Noster amor fecit quod te pastoria sedes
summa habet et toto solus venereris in orbe.
Prospera succedant tantum tibi maxime pastor
quantum noster amor cupit et pia vota merentur».
Haec te si memini audivi, Galathea, canentem:
sic placuere mihi qui captus amore perirer.
GALATHEA
Tu modo si cupias nostros tibi nectere amores
Pande: quid arte scias vel qua probitate refulges?
Quale sit ingenium? Num sis inhonestus amator?
Noster amor quaerit tantum virtute coruscos
carmina quive sciant dulci deducere plectro.
PHILOTES
Carmina me latios memini cantasse per agros:
sunt testes coryli, testis quoque plurima pinus.
Tu tamen ante alias versus, cui nuper in orto
cantavi, tua palma virens, pia munera sperans
testis ades, si vera loquor, si te mihi servent
numina perpetuo gravidam cum fronde virenti.
GALATHEA
Carmina pauca refer et nostro es dignus amore.
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carmi che potrebbereo ammansire le rabbiose leonesse
sicché tutte le pecore rimangano ammirate, né curino dei pascoli
e i giovenchi tengano il muso sospeso mentre pascolano.
Non frenano i boschi i fauni né i fiumi le ninfe
ma vengono ai tuoi carmi trascinati dalla dolcezza.
Il nostro amore fece per te che il divino Apollo
che tiene le redini dell’impero un tempo abbia svelato
i volti celesti, per cui molti carmi cantavi.
Il nostro amore feche in modo che la sede pastorale più alta
ti tenga e sia venerato in tutto il mondo tu solo.
Grandissimo pastore che tu abbia successo tanto
quanto il nostro amore desidera e meritano i pii desideri».
Se ricordo bene sentii, Galatea, che tu cantavi così:
mi piacquero tanto che preso d’amore sarei morto.
GALATEA
Se solo tu desideri unirti al nostro amore
di’: quali discipine conosci o di quale onestà rifulgi?
Qual è la tua indole? Forse sei un amante disonesto?
Il nostro amore cerca soltanto coloro che risplendono di virtù
e che sappiano formare canti con il dolce plettro.
FILOTE
Ricordo di aver cantato per i campi canzoni:
sono testimoni i nocciòli, son testimoni anche tantissimi pini.
Tu però prima delle altre, a cui poco fa ho cantato versi
nel giardino, palma verdeggiante, sperando
in una tua pia ricompensa, sii testimone, se dico il vero, se per me
i numi ti conserveranno fertile con una fronde sempre verdeggiante.
GALATEA
Recitami pochi versi e sei degno del nostro amore.
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PHILOTES
Delitiae galatea meae, spes una dolorque
ferreus ille quidem qui te neu pastor amaret
Thessiphone trucior Lernaea et saevior Idra
non hunc humanos credam genuisse parentes
nec puerum lactasse putem sed lacte ferino
Gorgona vipereo gestantem pectore mammas:
nam tua labra favos stillant florentis Hymeti
et tua vox indum dum cantas flagrat odorem
pendet et in niveis carysia multa lacertis
forma decens habitusque deum natalibus ortam
ostendunt dubiam et faciunt cum sole coronam.
Carior es gemmis quas divies mittit Hydaspes
aut quas unda Tagi seu quas Pactolus arenis
educat et pretio tandem pretiosior omni.
GALATHEA
Dignus amore meo es, nam te tua carmina dignum
fecerunt igitur te iam complector amantem
atque tibi sociam stabili me foedere iungo.
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FILOTE
Galatea mia delizia, unica speranza e dolore
di ferro certo dire quel pastore che non ti abbia amato
più feroce di Tessifone e più crudele dell’Idra di Lerna.
Non crederei che fosse nato da genitori umani
né penso che lo abbia nutrito da piccolo se non latte di fiera
e la Gorgone gli ha offerto le mammelle del petto di vipera.
Infatti le tue labbra stillano miele del fiorito Imetto
e la tua voce mentre canti emana un profumo d’India
e pende sulle nivee braccia molta erba carisia.
Il bell’aspetto e il portamento ti mostrano figlia di divinità
e rendono incerta la corona con il sole.
Più preziosa sei delle gemme che il divino Idaspe porta
o che le onde del Tago o le sabbie del Pattolo
offrono e infine più presiosa di ogni cosa preziosa.
GALATEA
Sei degno del mio amore, perché i tuoi carmi ti fecero
Degno, quindi ti accolgo ormai come amante
e mi unisco a te come compagna in uno stabile vincolo.
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INDICE
2
MICHELE BARBI, La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori, da Dante a
Manzoni, Firenze 1938, pp. VIII, X
2
GIORGIO PASQUALI, Cattedre di Filologia Italiana, Romanza, Medievale, in «Lo
Spettatore Italiano» (settembre 1949)
3
FRANCESCO PASTONCHI, Il manoscritto originale della Divina Commedia, in
«Corriere della sera» del 27 novembre 1949 (terza pagina)
4
TEOCRITO, Idilli, trad. a cura di Marina Cavalli, A. Mondadori, Milano 1991
(Idillio I)
6
VIRGILIO, Bucoliche, a cura di A. La Penna, trad. di Luca Canali, Rizzoli,
Milano 1978, Buc. I
9
SERVII GRAMMATICI Qui feruntur in Vergilii Bucolica et Georgica commentarii,
recensuit Georgius Thilo, Gerog Olms Verlagsbuchhandlung, Hildesheim 1961
12 VIRGILIO, Bucoliche, a cura di A. La Penna, trad. di Luca Canali, Rizzoli,
Milano 1978, Buc. X
15 CALPURNIO SICULO, Ecloga III (da Ecloghe, a cura di M. A. Vinchesi, Milano
2002)
19 DANTE ALIGHIERI, Le egloghe, testo, traduzione e note a cura di Giorgio
Brugnoli e Riccardo Scarcia, Ricciardi, Milano-Napoli 1980
21 J.-L. CHARLET, L’Architecture du Bucolicum carmen de Pétrarque
22 PETRARCA Fam. X 3 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
22 PETRARCA Fam. X 4 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
25 PETRARCA, Epistola a Barbato da Sulmona (Var. 49, da Epistuale de rebus
familiaribus et variae, ed. G. Fracassetti, III, Firenze 1863)
26 PETRARCA, Epistola a Cola di Rienzo (Var. 42, da Epistuale de rebus familiaribus et
variae, ed. G. Fracassetti, III, Firenze 1863)
27 PETRARCA Fam. XXII 2 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
29 PETRARCA Fam. XXIII 6 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
29 PETRARCA Sen. II 1 (da Le Senili, a cura di Ugo Dotti, Torino 2004)
31 PETRARCA, Lettera a Benintendi Ravagnani, cancelliere della Repubblica di Venezia
(da N. Manni, «O deus, qualis epistola!» A New Petrarch Letter, «Italia Medioevale e
Umanistica», XVII, 1974, pp. 242-243)
31 PETRARCA Fam. XXIII 19 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
33 PETRARCA, Lettera al Boccaccio (Var. 65, da Epistuale de rebus familiaribus et
variae, ed. G. Fracassetti, III, Firenze 1863)
34 FRANCESCO PETRARCA, Le postille del Virgilio Ambrosiano, a cura di M. Baglio,
A. Nebuloni Testa e M. Petoletti, Padova 2006
35 PETRARCA Fam. IV 7 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
36 PETRARCA Fam. VI 5 (da Opere, Sansoni, Firenze 1975, trad. E. Bianchi)
38 FRANCESCO PETRARCA, Il Bucolicum carmen e suoi commenti inediti, a cura di
Antonio Avena, Società Cooperativa Tipografica, Padova 1906
38 GUIDO CAVALCANTI, Rime, ed. R. De Robertis, Torino 1986
39 FRANCESCO PETRARCA, Il Bucolicum carmen e suoi commenti inediti, a cura di
Antonio Avena, Società Cooperativa Tipografica, Padova 1906
41 GIOVANNI BOCCACCIO, Epistole e lettere, a cura di Ginetta Auzzas,
Mondadori, Milano 1992 Epistola XXIII [1370-1372]
43 GIOVANNI BOCCACCIO, Egloga a Checcho di Meletto Rossi ((da Bucolicum Carmen,
Tutte le opere, V.1 a cura di G. Velli, Milano 1992)
49 BOCCACCIO Buc. III (da Bucolicum Carmen, Tutte le opere, V.2 a cura di G.
Velli, Milano 1992)
51 BOCCACCIO Buc. XII (da Bucolicum Carmen, Tutte le opere, V.2 a cura di G.
Velli, Milano 1992)
59 COLUCCIO SALUTATI, Epistolario, a cura di F. Novati, vol. I, Roma 1891
60 Ad Pium Papam II Paraclyti Cornetani Ordinis Heremitarum S. Augustini Carmen
Bucolicum - Egloga I - Querulus Fletus
65 Ad Pium Papam II Paraclyti Cornetani Ordinis Heremitarum S. Augustini Carmen
Bucolicum – Egloga V - Amor Pastoralis
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