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Ermes Maria Ronchi
Euro 15,00 (i.i.)
Ermes Maria Ronchi Prima delle sorgenti
Le omelie qui proposte nascono con la nostalgia di una “sorgente” che colmi ancora le profondità dell’esistenza.
Esse derivano dalla trascrizione delle omelie tenute in San
Carlo al Corso, a Milano, nelle liturgie festive comunitarie,
ne ripropongono il tono discorsivo e piano, il contesto liturgico e celebrativo. Loro scopo non è altro che quello di ridestare un’attenzione gioiosa per la Parola, affinché ciascuno
possa sentire nascere dentro di sé, qualche volta, la gioia di
un canto: il canto di una sorgente.
Prima
delle sorgenti
Omelie dell’anno A
Ermes M. Ronchi, nato nel 1947 in Friuli,
è frate dell’Ordine dei Servi di Maria. Ha
compiuto gli studi a Roma e a Parigi all’Institut Catholique e alla Sorbonne.
Attualmente vive nel convento di San
Carlo al Corso a Milano e vi dirige in
particolare l’attività del centro culturale
Corsia dei Servi, fondato nell’immediato
dopoguerra da David Maria Turoldo e
Camillo de Piaz.
È autore di varie opere spirituali fra cui
Il canto del pane. Meditazioni sul Padre
nostro (riedito nel 2002); Dieci cammelli inginocchiati. Variazioni sulla preghiera; Dietro i mormorii dell’arpa; Bibbia e
pietà mariana; Ha fatto risplendere la
vita; Le case di Maria; La bellezza tua
voglio cantare.
Ermes Maria Ronchi
Prima delle sorgenti
Omelie dell’anno A
Servitium
© copyright 2007 - 2010 1 rist.
Servitium editrice
www.servitium.it
Gruppo Editoriale Viator srl
c.so Indipendenza, 14 - 20129 Milano
tel. 02.89695983 - fax 02.75281743
e-mail: [email protected]
In copertina: Paul Klee, Paesaggio oceanico (part.), 1929
PRESENTAZIONE
L’immagine che dà il titolo a questa raccolta di omelie per l’anno A è mutuata dal libro biblico dei Proverbi (8, 24-25):
quando non esistevano gli abissi,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua,
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata.
La metafora della sorgente contiene il fiorire dell’origine, racconta vita che sgorga, porta in sé come una
allegria dell’essere. Sullo sfondo, il Signore del tempo
e delle cose è immaginato come sorgente delle sorgenti, in un tempo che è prima del tempo, vita della vita,
colui che presiede a ogni nascita.
Le omelie che qui sono proposte nascono con
questa nostalgia di una sorgente che colmi ancora le
profondità dell’esistenza. Forse in qualche passaggio
sarà possibile percepire l’eco di un Salmo del pellegrinaggio:
5
E guidando le danze canteranno: «In te sono tutte le mie
sorgenti» (Sal 87, 7).
Credere, dice il Salmo, è partire in pellegrinaggio
verso il luogo delle sorgenti, fino a poter affermare:
«Le mie fonti sono in te».
Questo luogo sorgivo di vita è, per il credente, la
sacra Scrittura, quando la contemplazione della Parola dona accesso al volto di Dio, anzi al cuore di Dio,
secondo la bella espressione di Gregorio Magno: Disce cor Dei a verbis Dei. Impara il cuore di Dio dalle
parole di Dio. Oltre il cuore di Dio è inutile andare,
oltre non ci sono né strade, né orizzonti, né stelle.
Queste meditazioni evangeliche sono sostenute da
un convincimento e una speranza: io vivo delle mie
sorgenti. Come un albero che vive delle sue radici, come la luce che vive del sole, così io vivo se ritorno
umilmente e tenacemente alla parola di Dio, fonte
amorosa di gioia e di canto (D.M. Turoldo).
In essa è la sapienza del vivere, sapienza sulla vita e
sulla morte, sull’amore e sul dolore, sul cuore dell’uomo e sul viaggio della storia.
Prima delle sorgenti, delle mie sorgenti. Prima che
la mia esistenza prenda corso, direzione, decisioni,
qualcuno veglia sugli inizi, sui germogli, sui primi passi, qualcuno mi fa nascere. Di lui io vivo. Più Dio equivale a più io.
Mio compito è prendermi cura, custodire le mie
sorgenti, dedicare tempo e passione alla parola di Dio,
non lasciare appassire la tensione e la ricerca. Infatti,
quando ascolto senza attenzione, in breve sento che
mi sono tolti non solo la capacità di capire, ma anche
il desiderio stesso di ascoltare.
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I testi qui raccolti sono la trascrizione delle omelie
tenute in San Carlo al Corso, a Milano, nelle liturgie
festive comunitarie, ne ripropongono il tono discorsivo e piano, il contesto liturgico e celebrativo. Loro
scopo non è altro che quello di ridestare un’attenzione
gioiosa per la Parola, affinché ciascuno possa sentire
nascere dentro di sé, qualche volta, la gioia di un canto: il canto di una sorgente.
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Avvento e Natale
I DOMENICA D’AVVENTO
Vegliate e state pronti.
(Mt 24, 37-44)
Un Vangelo, oggi, in questo inizio del tempo di Avvento, senza alcun segno di gioia. Eppure queste immagini mi parlano di una forza segreta e profonda, di
una energia che non è violenza, ma esito sicuro della
storia, estuario ineluttabile, futuro che non tradisce.
È la certezza che l’esistenza non va verso un caos,
un oceano di buio, ma verso un incontro, che l’esistenza ha un significato che è di liberazione; ha un
progetto, condotto da colui che è chiamato “il forte”,
“il potente”, che ha l’imperium sulle sue spalle, come
dicono le antifone di Avvento.
Allora queste immagini non parlano di violenza,
bensì di passione. La passione di Dio per noi, sue
creature, genera il futuro. Molti hanno fatto l’esperienza di Dio quasi fosse un’esperienza di violazione.
Lo ricorda Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, mi hai
fatto forza e hai prevalso, e io sentivo come un fuoco
ardente chiuso dentro le mie ossa» (Ger 20, 7-9).
La fortuna, il dono, l’emozione di sentire qualche
volta la presa di Dio sulla nostra vita! Ma come una
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presa forte, che mette a soqquadro la vita, invece di
questo nostro cristianesimo debole, crepuscolare,
opaco, che ha separato fede e vita, che non sa testimoniare, dove la gioia di credere sembra risiedere nella
qualità dei dubbi, anziché nella forza di Dio.
La fortuna e la gioia di sperimentare «un Dio sensibile al cuore», come dice Pascal. Quella forza, «l’unica che fa partire», come dicevano gli anacoreti del
deserto, addirittura quella forza che ti fa «benedire le
belve nell’arena del martirio», come scrive Ignazio di
Antiochia in quelle sue lettere piene di divina follia.
Di questa forza parla oggi Gesù, forza non di violenza ma di passione, che viene e apre una falla di luce
nel nostro cielo chiuso. Invece i nostri sono ancora i
giorni di Noè, quando gli uomini «mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito» (Mt 24, 38).
Ma che facevano di male? Erano impegnati a vivere. Infatti Gesù non elenca peccati o ingiustizie, parla
di troppo quotidiano, di solo quotidiano. Non di eccessi o dissolutezze, solo di una vita indifferente all’essenziale. Una vita senza profezia, senza mistero.
L’Avvento è tempo di profeti, di quel loro vedere
non ciò che accadrà domani o dopodomani o in un altro tempo, ma ciò che già accade in un’altra dimensione, in un’altra profondità del vivere.
I giorni di Noè sono i giorni dell’assenza di Dio, sono i miei giorni, quando mi aggrappo solo all’elenco
elementare dei bisogni e non so più sognare; quando
mi accontento della superficie delle cose e non so più
mostrare che il segreto della mia vita è oltre me.
I giorni di Noè sono i nostri giorni, quando plachiamo la nostra fame di cielo con piccoli o grandi
bocconi di terra. Allora il Figlio dell’uomo verrà co-
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me un ladro, verrà come sorpresa, e ti metterà a soqquadro la vita.
Queste non sono immagini di morte o di vita diminuita. Dobbiamo capirle bene. Il Signore verrà a rubarti tutto ciò che non è essenziale, lasciandoti povero, perché tu metta il cuore e il futuro non nelle cose,
non nel denaro.
Ladro di cose è Dio per restituirti all’essenziale, per
lasciarti povero e nudo, nel riconoscimento della tua
umanità spoglia e pura, quella che viene prima di
qualsiasi distinzione di cultura, di razza, di etnia, di religione, per restituirti alla verità e alla semplicità delle
relazioni, per restituirti al primato creativo che è dell’amore, non delle cose. Per dirti che lui è nulla fra le
cose – Dio è nulla fra le cose –, che tu di niente hai bisogno se non di essere te stesso, non di due tuniche,
non di borsa o di denari (cf. Mt 10, 10), proprio come
i discepoli.
Per dirti che hai bisogno solo di una vocazione, di
uno scopo grande, di domani ricchi di pace e di parola, e di un amico su cui appoggiare il cuore.
Per dirti che tanto più sarai vicino a Dio, quanto
più scenderai nel tuo essere uomo, quanto più ti calerai nella tua umanità originaria, perfetta; perché perfezione dell’uomo non è l’accumulo di cose, ma la sottrazione di tutto ciò che non è immagine di Dio.
L’aveva già detto con altre parole un profeta dimenticato, Simeone, quando gli fu presentato il bambino
Gesù nel tempio: «Egli è qui come rovina, contraddizione, risurrezione» (Lc 2, 34). Allora vorrei pregare:
Sii per me rovina e risurrezione, Signore;
non lasciarmi mai nell’indifferenza, nella falsa pace.
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Cristo, mia dolce rovina,
che rovini la vita insufficiente, la mia vita morente,
il mio mondo di maschere e bugie,
che rovini questa vita illusa.
Contraddicimi, Signore,
contraddici i miei pensieri con i tuoi pensieri,
contraddici le scelte di comodo,
le sicurezze del Narciso che è in me.
Contraddici l’immagine falsa che ho di te
e i miei piccoli amori.
Vieni come una breccia,
un varco verso orizzonti più grandi,
come falla di luce che si insinua
dentro le mie ombre.
E sii la mia risurrezione, Signore.
Quando credo che per me sia finita,
quando ho il vuoto dentro
e il buio davanti agli occhi,
sii risurrezione dopo il fallimento facile,
dopo la fedeltà mancata,
dopo un’umiliazione bruciante,
e risorgi con le cose che amavo e credevo finite.
Rovina, contraddizione, risurrezione. Sono tre parole che danno respiro alla vita. Tutto intorno a me dice: Accontentati; prendi ciò che ti serve; sii più forte,
più furbo degli altri; fa’ come ai tempi di Noè. E invece Gesù dice: Non accontentarti, non vivere senza mistero; la gioia è nel dare; sii perfetto come il Padre.
Un’ultima riflessione sulla frase di Paolo: «indossiamo le armi della luce» (Rm 13, 12).
Paolo non dice quali armi possiede la luce, ma ci
consegna l’immagine simbolica, poetica, di una luce
“armata”: armata di orizzonti, di mete, di sicurezza, di
strade che non vanno verso il nulla; la notte è armata
di luce, di stelle; la luce è armata di incontri, perché
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permette l’incontro senza paure, trasparente, solare,
fiducioso. La fede è un’offerta di solarità.
Armiamoci di questa luce, che ci rende persone di
incontri, persone semplici e luminose, con i nostri occhi come lampade, che non solo vedono la luce là dov’è, ma la proiettano là dove essi si posano.
Uomini armati di luce, che ascoltano il profeta:
Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore (Is 2, 5).
Uomini che ripetono: Camminerò seguendo te, Signore, luce della vita.
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II DOMENICA D’AVVENTO
Giovanni il Battista predicava: Convertitevi!
(Mt 3, 1-12)
La prima parola, che apre oggi la profezia di Giovanni il Battista, è: «Convertitevi!». La prima parola,
quella che aprirà la lieta novella di Gesù Cristo, è:
«Convertitevi!». E continuano tutti e due: «perché il
regno dei cieli è vicino».
Allora, la parola sorgiva, la parola generante tutto il
messaggio di Gesù è: «Convertitevi!». E non è rivolta
ai lontani, ai pagani, agli empi, ma ai buoni, a coloro
che hanno fame della Parola e vanno nel deserto da
Giovanni, a coloro che riempiono le sinagoghe e vanno ad ascoltare il Signore Gesù.
Parola che è per me, oggi: «Convertiti!». Letteralmente mi dice: Cambia mente, cambia modo di pensare, cambia il cuore, cambia il modo di sentire la vita,
le persone, i valori, Dio stesso.
Se io non penso, non mi convertirò mai. Se non mi
accorgo di come agisco, o reagisco, chi applaudo,
che cosa adoro..., non mi convertirò mai. Una vita
superficiale, distratta, che non si guarda dentro, non
si convertirà.
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E devo cominciare la mia conversione a partire dall’idea di Dio che mi sono fatto, perché in nome di Dio
si può diventare fanatici, intolleranti, profeti di sventure; in nome di Dio si è arrivati a seminare morte, a
fare guerre, a stuprare. Dobbiamo convertirci dal Dio
della legge al Dio della grazia, al Dio di Gesù Cristo.
Questo è il nostro imperativo: cambiare mentalità.
Per me che penso che questo mondo avanzi solo per
calcoli e furbizie e rapporti di forza, dove è più importante apparire che essere, per me che ho annullato
il senso di colpa e l’ho sostituito col senso di vergogna,
dove non conta più ciò che ho fatto ma se gli altri lo
vengono a sapere...
Per questa mentalità viene il fuoco, e l’acqua e il deserto, e tutti i simboli di purificazione, con la forza che
brucia la pula, ma per far apparire il grano buono.
«Convertitevi!», continua l’annuncio, «perché il
regno di Dio è vicino». E la seconda parte dell’annuncio è ancora più consolante: «Dio è vicino». La sua ira,
evocata da Giovanni, l’ira di Dio non è mai contro di
noi, ma contro il nostro male; non contro di noi, ma
contro le nostre ombre. È lotta contro il nostro male
perché ci fa male.
Quando Dio si adira, l’uomo è salvo, perché viene
il suo difensore. Muore il peccato, e il peccatore vive.
«Dio è vicino»: questa è la lieta notizia. Vicinissimo a
te come pensiero nuovo che germoglia, come sentimento nuovo, come speranza. E la speranza è questa
sproporzione tra ciò che ci è promesso – «il lupo e l’agnello dimoreranno insieme» (cf. Is 11, 6) – e ciò che
teniamo tra le mani.
Ma Gesù è vicino come lotta contro il male, vicino
come deserto, cioè come riduzione di tutto ciò che nel-
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la nostra vita è effimero, superfluo, inessenziale; perché troppe cose ingombrano la mente, appesantiscono il cuore, profanano il silenzio interiore dove può risuonare la speranza.
Vicino è il regno di Dio come fuoco. E di alimento
ha bisogno il fuoco: la pula, i fuscelli, i rami secchi,
quest’albero senza frutto che è la mia vita.
Vicino è il regno di Dio come acqua che fa ripartire
la vita e i germogli e le primavere.
Ma poi, soprattutto, Dio è vicino come Gesù Cristo. Paolo ha scritto qualcosa di sconvolgente, oggi,
nella Lettera ai Romani: ogni volta che la riascolto, mi
sento bene e mi sento male al tempo stesso. Dice così:
«Cristo si è fatto nostro servitore».
Che cosa potevamo sperare di più? Cosa potevamo
volere di più di un Dio che si fa servitore? Cosa c’è di
più vicino, di più impastato con noi, del Lógos dentro
la nostra carne? La vera distanza dell’uno dall’altro,
dell’uomo dall’uomo, non è la lontananza, ma l’essere
sopra gli altri.
E Gesù si è fatto servitore, si è messo ai piedi degli
uomini: questa è la massima vicinanza di Dio. Questo
è il commovente Signore, e anche il preoccupante Signore. Allora comincio a capire cosa significhi “conversione”. Allora ritorna la prima parola del profeta e
del vangelo: «Convertitevi!».
Ora capisco qualcosa di più, ed è sempre Paolo che
mi spiega cos’è la conversione: avere verso gli altri i
sentimenti di Gesù Cristo. Egli scrive: «Dio vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad
esempio di Cristo Gesù» (Rm 15, 5). Allora evangelizzare i sentimenti si può, evangelizzare la nostra zona
interiore di durezza, di caos, di ombre si può, dando
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respiro ai sentimenti di Cristo, non approvando gli altri sentimenti, fino ad accogliere la divina follia di un
Dio servitore, la divina follia del servizio.
Continua Paolo: «Accoglietevi gli uni gli altri», non
lasciate sola nessuna creatura, inquieta, fragile, bisognosa d’essere salvata dalla solitudine e dalla disperazione. Accoglietevi, compatitevi, cercate non quello
che vi divide, ma quello che vi unisce e vi fa essere più
solidali e quindi più umani. Quello che ci fa essere un
po’ più custodi di ogni speranza, servitori di ogni vita.
Conversione, allora, è qualcosa di Cristo in me, qualcosa di Cristo servitore in me. Il peccato, lo sappiamo,
non è trasgredire le regole, ma trasgredire un sogno
grande come quello di Gesù, bello come quello di Isaia.
La grandezza del Battista è tragica: attende un
Messia che non verrà! Attende un Dio armato di scure e di fuoco, una tempesta di vento che spazzi via come fuscelli i peccatori. Invece Gesù viene come un re
mite, commensale di peccatori, agnello esperto di
perdono, servitore.
Ma le immagini forti che Giovanni usa non sono
semplicemente una minaccia, sono molto di più. Egli
afferma che Dio viene al centro della vita, non ai margini, che tocca la radice del vivere, che sostiene l’albero forte che è l’uomo. Dio ha a che fare con la mia vita, con il centro della mia vita.
Là dove sono le mie radici, là dove nascono violenza e pace, là dov’è la forza e la decisione, dov’è il mio
fuoco e l’alta temperatura del vivere, là viene il Signore, non solo come risorsa quando non ho più risorse,
non solo quando non ce la faccio più.
Viene come “forza della mia forza” nelle cose belle,
viene nella passione d’amore, nella fedeltà al dovere,
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nel mio progettare i giorni e il mondo; viene come perseveranza, come energia e costanza nella sproporzione
tra ciò che ho promesso e ciò che ho fra le mani.
Dio non è una dimensione marginale, ma centrale
del vivere. E allora è acqua, fuoco e radice. Questo significa: «vi battezzerà in Spirito santo e fuoco» (Mt 3,
11); significa: è vicino alla tua radice. Fino a che sarà
tutto in tutti, tutto in me.
Allora, in questo tempo d’Avvento, io affido il mio
futuro a chi sa darmi speranza. Speranza me la dà un
Dio mio servitore. Allora affido di nuovo il mio futuro
a Isaia, seminatore di sogni; lo affido a Giovanni, radice e fuoco; lo affido a Dio servitore della vita: lui ha già
varcato la soglia, lui è vicino. Talmente vicino che per
vederlo devo chinarmi ai piedi di ogni mio fratello.
E quando proveremo di nuovo la gioia di qualcuno
che varca ancora la nostra soglia, allora vedremo fiorire, almeno un po’, tutti i nostri deserti.
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III DOMENICA D’AVVENTO
Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?
(Mt 11, 2-11)
Giovanni è il profeta che si fa domanda, che attende
risposta. Profeta imprigionato, che fa tacere le proprie
parole e si fa ascolto: «Sei tu?».
Perché l’atteso, Gesù, non corrisponde alla sua attesa; non è quel turbine di vento e di fuoco che lui aveva annunciato. Allora il profeta non riduce il Messia a
ciò che egli sa del Messia. Non dà risposte, ma si fa domanda che apre il presente alla novità di Dio.
Per me che riduco Gesù Cristo a ciò che io penso di
lui, per me che riduco Dio alle mie idee su di lui, per
me il più grande tra i nati di donna si fa profeta dell’esistenza, maestro di ogni uomo che si apre.
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere
un altro?» Gesù dà una risposta, ma delicata, che crea
gioia e al tempo stesso lascia liberi. Risponde non con affermazioni ma con gesti, non con dichiarazioni ma con
segni, gli stessi preannunciati da Isaia, gli stessi cantati
dal Salmo 146, segni belli e poveri, luminosi e deboli.
Perché, se è vero che attorno a Gesù qualche cieco
ha riacquistato la vista, milioni sono quelli che non ve-
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dono; per qualcuno che è ritornato in vita, la storia
non risponde: continua a moltiplicare i cimiteri. E se è
vero che Dio ha scelto i poveri, la turba dei poveri
Lazzari si è fatta infinita.
«Sei tu, allora, o dobbiamo aspettare ancora?» Eppure un inizio basta a Gesù. Un seme d’umanità nuova
basta a Giovanni. La speranza basta alla fede: perché
noi tutti avanziamo nella vita per la forza prodigiosa
della speranza, non per la forza di qualche miracolo.
I segni che vengono riferiti a Giovanni sono il seme
di un futuro appena seminato. La realtà di oggi, seria
e grave, è però trascinata in avanti dalla speranza per
domani, quando, come dice Isaia, «fuggiranno tristezza e pianto» (35, 10).
Allora il miracolo più grande è quello del seme, il
miracolo paziente del contadino, come dice la Lettera
di san Giacomo (5, 7-10). Non pensiamo di ottenere
da Gesù risposte che cancellino ogni dubbio. Nella fede ci sarà sempre tanta chiarezza quanta serve a camminare, e tanta oscurità quanta basta per dubitare.
Ma il Signore non vuole offrirci l’evidenza, quella
che abbaglia e si impone. Si preoccupa, invece, di offrire i segni della sua presenza, che ciascuno, in piena
libertà, in piena responsabilità, è chiamato a interpretare e a vivere.
«Sei tu colui che deve venire?» E Gesù risponde:
Guardate i prodigi che avvengono sotto i vostri occhi.
Ma quali miracoli? Noi non li vediamo. Non ci pare
che i ciechi vedano, che gli zoppi camminino, eppure... Ci sono talmente tanti miracoli, che la vita è seminata di speranza. Sempre.
Lo vedo, il miracolo, nella madre che torna a vivere
dopo che la morte le ha rubato un figlio; lo vedo quan-
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do una famiglia riesce a perdonare e il perdono disarma la vendetta; vedo il miracolo quando qualcuno, ferito dalla vita, con il cuore lacerato, riesce ad amare di
nuovo. Sono miracoli velati da una specie di pudore,
non si impongono sui palcoscenici della cronaca.
E poi ci sono quelli di un numero sterminato di
persone convinte di non fare nulla di straordinario,
ma che compiono semplicemente quello che è giusto,
secondo la legge interiore della pietà e della fraternità.
Sono persone che, come Gesù, passano nel mondo facendo del bene a tutti quelli che in qualche modo sono ciechi o sordi o lebbrosi, o addirittura come spenti, senza più fiducia nella vita.
Se solo avessimo occhi sufficienti a vedere ciò che
la presenza di Gesù continua a compiere!
«I ciechi vedono.» Cristo è il custode della mia luce, con lui vengo alla luce. È lui la luce della vita: mi fa
vedere in profondità, in lontananza, in trasparenza; mi
apre gli occhi del cuore.
«Gli zoppi camminano.» Io sono caduto sette volte, ma mi sono rialzato otto volte, e non è stato per la
mia forza. Con lui so di star camminando verso casa.
Lui è il vento, io la vela. E la mia vita non è arrivare,
ma ripartire ogni giorno; non è raccogliere, ma seminare a ogni stagione.
«I lebbrosi sono mondati.» E la lebbra è la malattia
che mi ha separato dagli altri, che ha deformato le mie
relazioni, e ora ritrovo con Gesù Cristo la verità dei
miei rapporti, ritrovo la semplicità degli sguardi.
«I sordi odono.» Mi ha parlato al cuore, quante
volte! Mi ha sedotto ancora, e io mi sono rimesso in
ascolto della sua parola, delle sue promesse, non delle
mie attese.
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«I morti risuscitano.» Mi pareva che per me non ci
fosse più niente da fare, niente da sperare, niente da
attendere, che a nessuno importasse niente di me; e invece un fascio di luce è entrato nella mia tomba,
un’oasi è apparsa nel mio deserto, una mano ha afferrato la mia.
«I poveri sono evangelizzati.» Dio non fa leva sui
potenti della terra, ma sui suoi amici che fanno spazio
a lui, i pacificati dentro, che diventano a loro volta pacificatori.
Con questi occhi guardava Maria di Nazaret quando cantava:
ha compiuto meraviglie la sua destra:
ha fatto dei miei giorni un tempo di prodigi,
ha fatto della mia vita un luogo di stupore.
Allora ripetiamo con Isaia: «Dite agli smarriti di
cuore: “Coraggio!”» (35, 4). Con Giacomo ripetiamo:
«Rinfrancate i vostri cuori!» (5, 8). Cuore smarrito,
cuore indebolito, profeta imprigionato. Ma se mi faccio ascolto dell’altro, il cuore si rinfranca: «Sei tu?».
Giovanni è il maestro che mi apre il cuore; è il più
grande, non una canna sbattuta dal vento delle proprie suggestioni, ma una canna che nulla smuove se
non il grande vento di Dio.
Per tre volte Gesù domanda: «Che cosa siete andati
a vedere nel deserto?». E usa ancora questo verbo “vedere”, e non “imparare” o “ascoltare” o “meditare”.
“Vedere”, perché Giovanni è segno, è gesto, è opera, è
un corpo segnato, inciso, marchiato dalla passione per
Dio. Giovanni è una fede diventata carne. Vedono un
maestro di vita, il cui palazzo è il deserto, vedono un
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forte che nessun vento muove se non il respiro di Dio,
uno cui per vivere bastano Dio e il quasi nulla.
Forse noi cristiani non siamo più credibili perché
non siamo così, perché siamo una fede senza corpo, che
non dà concretezza alla parola di Dio, siamo una canna
che si piega a tutto, ci accalchiamo davanti ai palazzi dei
potenti per cogliere qualche briciola di potere.
Eppure anche per noi c’è una beatitudine: «Beato
chi non si scandalizza di me» (Mt 11, 6). Beato chi accetta la gioia e la fatica del credere. Beato chi non
aspetta l’evidenza ma la speranza. Beato chi accetta la
fede come luce e come strada mai conclusa.
Beato chi è capace, anche dalla prigione del dolore,
come Giovanni, di occuparsi non di sé ma di Dio e dei
poveri – ed è il miracolo più grande –, capace di ripartire dietro a Cristo, piccolo e fortissimo seme, nostra
speranza che torna, ritorna e vive nel cuore di ogni uomo che si apre.
25
IV DOMENICA D’AVVENTO
Giuseppe, figlio di Davide,
non temere di prendere con te Maria.
(Mt 1, 18-24)
Il Vangelo di oggi ci propone un racconto di annunciazione diverso da quello che siamo abituati ad ascoltare. Il destinatario dell’annuncio non è Maria, come
leggiamo nel Vangelo di Luca, ma Giuseppe, suo sposo. Utilizzando una frase di Simone Weil, potremmo
quasi dare questo titolo al brano evangelico di Matteo:
«Giuseppe, ovvero come capire che “la vita del credente è comprensibile solo se in lui c’è qualcosa di incomprensibile”», un di più, un sogno, un angelo, un
amore immeritato, vita da altrove, Dio. È quanto è capitato anche a Maria che, dice Matteo, «si trovò incinta»: sorpresa assoluta della creatura che arriva a concepire l’inconcepibile, il proprio Creatore.
Giuseppe è l’uomo innamorato: decide di lasciare
la fidanzata, per rispetto non per sospetto, e non vuole denunciarla pubblicamente; continua a pensare a
lei, insoddisfatto della decisione, a lei presente perfino
nei suoi sogni; la prende infine con sé, preferendo Maria alla propria discendenza, scegliendo l’amore invece della generazione. Grandezza umana di Giuseppe,
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radice segreta della verginità della coppia di Nazaret:
è possibile amare senza possedere.
Giuseppe è l’uomo dei sogni: il carpentiere è anche
il sognatore, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito dall’amore e dai sogni. Ognuno agisce in base a ciò
che ha dentro, e che nel sonno emerge in libertà: l’uomo giusto ha i sogni stessi di Dio; dal sogno trae radici ogni vita; nel sonno della parola umana si risveglia la
parola di Dio; nel silenzio nascono angeli.
Giuseppe è l’uomo di fede, che vorrebbe sottrarsi
al mistero, ma che poi ascolta e mette in pratica; uomo
concreto, dà il nome a colui che è il Nome; fa sua la
prima parola con cui da sempre Dio si rivolge all’uomo: «Non temere», risposta alla prima parola con cui
Adamo si rivolge a Dio: «Ho avuto paura» (Gen 3,
10). «Non temere»: la paura, principio di ogni fuga, è
il contrario della fede, del matrimonio, della paternità.
Giuseppe non ascolta la paura, diventa vero padre di
Gesù, anche se non ne è il genitore. Generare un figlio
è facile, ma essergli padre e madre, amarlo, farlo crescere, farlo felice, insegnargli il mestiere di uomo, questa è tutta un’altra avventura. Bastano pochi istanti
per diventare genitore, ma padri e madri lo si diventa
nel corso di tutta la vita.
Giuseppe è la figura di ogni uomo «troppo grande
per bastare a se stesso» (B. Pascal); si tiene aperto al
mistero, ma mostra anche tutte le nostre resistenze ad
aprirci a ciò che è più grande di noi. Per lui vale davvero il primato dell’amore: accogliere Maria e il dono
che lei porta; lasciare che la Parola risvegli nel profondo quel sogno segreto che è lo stesso di Dio; non temere le cose grandi; accogliere non le parole delle nostre paure ma quelle che vengono da Dio.
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Dopo i dubbi e i sogni, dopo angeli e trepidazioni,
dopo una dura prova, Giuseppe «la prese con sé». Come Maria, anch’egli scava spazio nel suo cuore per accogliere il bambino estraneo, così insolito. E Maria entra nella casa del sognatore, lascia la casa di suo padre
per affidarsi a un altro, in un cammino di comunione
che la porterà a costruire una nuova casa, un comune
destino.
Amare, voce del verbo morire, voce del verbo vivere, che significa dare e mai prendere, che significa
amare per primo, amare in perdita, amare senza contare. Che significa, come voleva il giusto Giuseppe, togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la
pace di una casa, di non rispettare il destino dell’altro.
Scomparire quando ci si accorge di poter rovinare la
missione o la vocazione dell’altro, o di destabilizzarlo
emotivamente. Ma che significa anche scegliere l’amore che dona e che non prende. Forse nella certezza
non detta che ogni evento d’amore è sempre decretato dal cielo. Che Dio provvede al cuore dell’uomo perché non sia solo.
Maria lascia la casa del sì detto a Dio e va nella casa del sì detto a un uomo, ci va da donna innamorata,
ama il suo uomo con cuore di carne, in tenerezza e castità. Maria è la donna del sì, ma il suo primo sì l’ha
detto a Giuseppe, l’angelo la trova già promessa, già
legata, già innamorata.
Nel Vangelo di Luca, come abbiamo ricordato, l’annunciazione è fatta a Maria; secondo il Vangelo di Matteo l’annunciazione è invece fatta a Giuseppe. Se sovrapponiamo i due Vangeli, scopriamo che in realtà
l’annuncio è fatto alla coppia, la vocazione è rivolta allo sposo e alla sposa insieme, dentro il matrimonio.
28
Dio parla a tutti e due, al giusto e alla vergine innamorati. Opera i suoi fatti più straordinari, lavora per
un mondo nuovo dentro la coppia, protagonista della
vita nuova e protagonista dell’amore. Lavora dentro le
famiglie, dentro le nostre case, nel dialogo, nel dramma, nella crisi, nei dubbi, negli slanci di una coppia già
formata, laddove si creano quelle oasi di verità e di
amore che sono come il collaudo del Regno, piccole
oasi per contendere il cuore al deserto.
Dio non ruba spazio alla famiglia, non rompe la
coppia, chiede e cerca questo doppio sì, un sì che diventa creativo proprio perché è condiviso, in cui si
sommano due cuori, molti sogni e moltissimo lavoro.
La comunione è una forza creativa, perché la coppia è molto più che la somma di due solitudini, è l’immagine di Dio. Non è l’uomo, non è la donna l’immagine di Dio. Immagine e somiglianza, riflesso del volto
del Creatore, è la coppia: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27-28).
La coppia, custode dell’immagine, la coppia con il
suo amore e la sua capacità di dono, la coppia cui è affidata la vita, la coppia senza il cui coraggio neanche
Dio avrebbe dei figli, la coppia maschio e femmina è la
destinataria della prima benedizione biblica. La coppia è benedizione per il mondo. Non solo immagine
del Creatore, ma di più, è immagine della Trinità, di
un Dio il cui mistero vibra di un infinito movimento
d’amore, che è in se stesso scambio, reciprocità, dono,
comunione, vita che dà vita.
E la casa è il luogo della buona battaglia dell’amore. La mia casa è il luogo dove Dio si fa prossimo, si fa
vicino, perché Dio parla prima di tutto attraverso i
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volti delle persone che ci ha messo accanto, ci guarda
prima di tutto con lo sguardo delle persone che vivono accanto a noi.
Dio ci benedice ponendoci accanto persone di luce, persone buone, e talvolta – per i più forti tra noi –
ci benedice ponendoci accanto persone che hanno bisogno, un enorme bisogno di noi.
In ognuna delle nostre case egli invia angeli, come
in quella di Maria; invia sogni e progetti, come in quella di Giuseppe. I nostri primi annunciatori sono coloro che vivono con noi, messaggeri dell’invisibile, annunciatori dell’infinito.
Dio manda angeli in ogni casa, affidati al nostro
amore.
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NATALE DEL SIGNORE
In principio era il Verbo.
E il Verbo si fece carne.
(Gv 1, 1-18)
È un Vangelo immenso, quello che abbiamo appena
ascoltato, che ci vieta pensieri piccoli.
In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. E il Verbo si
fece carne. E ha dato a ciascuno il potere di diventare figli
di Dio.
Colui che ha riempito il cielo con miliardi di galassie, l’inventore dell’universo, si fa piccolo e ricomincia
da Betlemme.
Ci deve essere qualcosa di vero in tutto ciò. Colui
che ha separato la luce dalle tenebre, il firmamento
dalla terra, si fa inchiodare su di una croce. Ci deve essere qualcosa di vero. Se della storia di Dio i vertici sono una mangiatoia e una croce, questa nostra fede non
ha altra spiegazione che Dio e le sue vie impossibili all’uomo.
Nessuna invenzione da parte dell’uomo avrebbe
osato. A Betlemme non c’è nessuna illusione, nessun
raggiro, nessuna menzogna. Lo garantiscono una man-
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giatoia e una croce. E Dio è là dove la ragione si scandalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai
essere. Con Simone Weil, mistica del secolo scorso,
amo ripetere che «la vita del cristiano è comprensibile
solo se in essa c’è qualcosa di incomprensibile», una
vertigine, un sogno, una vergine incinta di Dio, un presepio, una croce, voli di angeli.
Ma il miracolo grande è che Dio non plasma più
l’uomo nuovo con polvere del suolo, come in principio, nell’Eden, per Adamo, ma che si fa lui stesso polvere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio,
bambino di Betlemme. E se io dovrò piangere, anche
lui imparerà a piangere. E se io devo morire, anche lui
ha gustato l’orrore della morte.
Solo un Dio poteva imboccare queste strade. E solo gli umili gli credono, lieti che Dio sia così libero e
così stupefacente, da preferire ciò che l’uomo emargina. Il prodigio più grande è che Dio ama ciò che è
umile. Dio nell’umiltà: ecco la parola rivoluzionaria,
l’appassionata parola del Natale.
La grande ruota della storia aveva sempre girato
nella stessa direzione: dal piccolo verso il grande, il
meno a servizio del più, che non è altro che la legge
del più forte. Quando Gesù è nato, la grande ruota
della storia per un attimo si è fermata. Poi qualcosa ha
cominciato a girare al contrario; o meglio, nel senso
vero della storia.
«Viene nel mondo la luce vera» (Gv 1, 9): da Dio
verso l’uomo, dal grande verso il piccolo, da una città
verso la stalla, i re Magi verso il Bambino, il forte a servizio del debole.
Natale è l’inizio del capovolgimento totale, di un
nuovo ordinamento di tutte le cose. Natale è il giudizio
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del mondo. E la sua redenzione. Dice che la storia non
appartiene a chi fa sfoggio di forza o di denaro. Quella
è solo una storia perdente. La storia vera è l’opera di chi
si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà
del servizio, nell’insignificanza solo apparente della
bontà, nel silenzio degli uomini di buona volontà.
Maria, incinta di Gesù, l’aveva anticipato nel suo
canto: «Ha rovesciato i violenti, ha innalzato i deboli.
Chi si fida della ricchezza sarà a mani vuote e a cuore
vuoto. Chi si fida della bontà possederà la terra». È il
bambino Gesù dentro la mangiatoia a compiere il giudizio e la redenzione del mondo. A chi accetta di avvicinarsi a lui, accade qualcosa. Recarci davanti a quella
che non è neppure una culla, ci trasforma.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi depone davanti a quel bambino ogni arroganza, ogni distanza, e
riscopre la volontà d’amore.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi non esporta morte ma comunione, chi accoglie Dio nella sua
carne. Perché Dio viene nella vita, accade nella concretezza dei miei gesti, deve abitare i miei occhi. E lo
sguardo allora si fa tenero, attento. Deve abitare il mio
udito, perché io ascolti con il cuore. Deve abitare la
mia bocca, perché io dica parole di bene e sappia benedire la vita e le creature. Deve abitare le mie mani,
perché si aprano, si stendano a donare pace, ad asciugare lacrime, a vestire ignudi, a spezzare ingiustizie.
La grandezza d’ognuno di noi dipende da chi l’abita. Vera grandezza è essere abitati da Dio. E se ha
voluto nascere in una stalla, non si scandalizzerà di
me, dello sporco che è in me, abiterà le mie miserie, il
nodo di povertà e di sole che so di essere, e che egli
trasformerà.
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Perché ora è il tempo del mio natale. Capisco che
Cristo nasce perché io nasca. La nascita di Gesù vuole, domanda la mia nascita, che io nasca diverso e nuovo, che nasca dallo Spirito di Dio, che nasca così piccolo e libero da essere incapace di aggredire, di odiare, di minacciare. Che io nasca così umile e ingenuo da
pensare con il cuore.
Certo, non è facile il Natale. È il giudizio del mondo. E tutti conosciamo un popolo o una famiglia o almeno una persona che piangerà perché è tradita, perché è sola, perché è stata sfiorata dall’angelo della
morte. Non è facile il Natale. Tutta la violenza del
mon-do contraddice gli angeli di Betlemme, contraddice il loro canto: «Pace in terra». La mia fede talvolta
domanda: E se fosse tutto un’illusione creata dal bambino che è in noi? Se fossimo rimandati a Dio solo dalla paura e dal disastro della storia? Ma è Dio che è
rimbalzato fino a noi. È un altro il movimento del
mondo.
C’è in me l’uomo disincantato che ritiene il Natale
una festa ormai pagana, che ha visto le stelle cadere e
svuotarsi il cielo. E tuttavia c’è un bambino in me, e gli
parli di Dio e lui lo sente respirare. Gli dici che è Natale, e lui vede un volo di angeli che aprono il cielo. Ma
soprattutto c’è ancora in me un uomo di buona volontà, che ha volontà di cose buone, che ha volontà di perseverare nell’amore e nella giustizia e che prega così:
Mio Dio, mio Dio bambino, povero come l’amore,
piccolo come un piccolo d’uomo,
mio Dio bambino umile come la paglia dove sei nato,
mio piccolo Dio che impari a vivere da uomo,
ad aver fame e freddo,
ma che ci mostri gli occhi di Dio, e l’umiltà di Dio.
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Mio Dio incapace di difenderti e di aggredire,
mio Dio che come un bambino
altro non sai fare che chiedere e donare amore,
insegnaci che non c’è altro senso,
che non c’è destino, non c’è futuro
se non diventare come te.
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I DOMENICA DOPO NATALE
LA SANTA FAMIGLIA
Prendi con te il bambino
e sua madre e fuggi in Egitto.
(Mt 2, 13-15.19-23)
È nato un bambino: vuole respirare la vita e invece intorno a lui i re emanano morte.
Il racconto di Matteo mostra che il Verbo non solo
si è fatto fragile carne di bambino, ma carne minacciata, accerchiata, aggredita, esposta a tutte le forze cieche che rendono angosciosa la vita degli uomini. È il
Natale che continua: Dio che si incarna ancora di più,
ancora più a fondo, nella carne dell’insicurezza, dell’angoscia, dell’affanno.
Perché Dio comanda di fuggire senza garantire un
futuro, senza segnare la strada e la data del ritorno?
Perché permette che suo Figlio sia perseguitato e fuggiasco? L’amore non protegge ma espone.
«Fuggi in Egitto!» Ma l’Egitto non è salvezza, è
schiavitù per Israele. Ed ecco Gesù rifare il viaggio
del suo popolo, scendere e risalire dalla morte che è
l’Egitto.
Dio interviene, ma non come ci saremmo aspettati.
Interviene, come dice Isaia, diventando «mia forza e
mio canto» (12, 2). Ecco: i re ordiscono stragi, Giu-
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seppe sogna. Un granello di sogno caduto dentro gli
ingranaggi della storia, eppure capace di modificarne
il corso. Erode invia soldati e uccide, ma qualcosa
sventa i suoi piani. Dio non manda soldati né giustizieri, ma un angelo dentro l’umile via del sogno. L’angelo ha un compito, e non è quello di evitare l’esilio,
ma di dare forza a Giuseppe perché non si arrenda al
deserto, non si arrenda alla paura, non si rassegni all’esilio e germogli speranza.
«Mia forza e mio canto è il Signore.» Ma che forza
ha un sogno? È molto particolare il modo di sognare
di Giuseppe: egli non vede, ma sente. Non vede immagini o figure, solamente sente una parola. Un sogno
di parole. È quello che è concesso anche a noi: il Signore viene con la sua parola dentro questa nostra storia di violenze, viene come forza per camminare, come
forza per stringere a sé la madre e il bambino, come
forza per ricominciare a sperare.
Dio cammina per queste strade con i suoi angeli,
Dio cammina accanto alle mie paure con la sua parola, Dio cammina con quell’uomo buono, con quella
donna e con quel bambino, con i milioni di rifugiati e
insieme con chi dà loro soccorso, con un sogno di parole, un sogno di vangelo.
Non so quanta fatica, non so quale avvenire è riservato: so solamente che il Signore è con me quando dono fiducia e speranza a chi è minacciato dai faraoni e
dagli Erodi di questo mondo.
«Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua
madre nella notte e fuggì in Egitto.» Un Dio che fugge
nella notte! Giuseppe si affida, a lui basta sapere che
anche dentro la fuga e l’esilio e la notte c’è un filo rosso
che ci riannoda a Dio. Perché Dio non salva dalla soffe-
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renza ma nella sofferenza, Dio non salva dalla morte ma
nella morte, non salva dalla persecuzione ma nella persecuzione. E la fede è la certezza che anche dentro la
cronaca più nera è custodita una profezia che un giorno
si compirà. E «ciò che tarda avverrà» (Ab 2, 3).
Un giorno Erode muore, muore il re sanguinario e
pauroso, muore il re che aveva paura di un bambino.
E l’angelo ritorna, ritorna la parola. Oggi nel racconto
di Matteo l’angelo parla per tre volte e una quarta volta aveva detto in sogno a Giuseppe: «Non temere di
prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1, 20).
A noi, che vorremmo sapere tutto e subito, e vedere molto lontano anche l’ultimo orizzonte, queste piccole rivelazioni, queste profezie di corto futuro, questi
angeli, che diremmo figli di un cielo minore, vengono
a dire che la parola di Dio ha tanta luce quanta serve
al primo passo, tanta forza quanta basta a metterci in
cammino, quanta serve alla prima notte, quanta basta
alla partenza. Come Abramo, che si mette in cammino
al lume delle stelle e non sa il punto di arrivo; come i
Magi che si mettono in viaggio con gli occhi fissi nel
cielo e sbaglieranno strade e perderanno la stella. Mi
sento come san Giovanni della Croce, quando scrive:
«Io sono un pellegrino senza strada ma tenacemente
in cammino». E Dio è luce.
I quattro sogni di Giuseppe sono sogni brevi, piccole rivelazioni, e attorno è sempre notte. Tutto un avvenire rimane nascosto, ma «mia forza e mio canto è il
Signore» e so che a ogni tappa, a ogni passo l’angelo e
la voce e il sogno e il vangelo si rinnoveranno a indicarmi che esiste un progetto.
Nel Vangelo di oggi è rappresentato il dramma di
tutti: il re contro il bambino, il buono colpito dal mal-
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vagio, il bene è perdente. Ebbene, io so che nel mondo comandano i più forti e i più violenti, so che Erode
siede sempre sul suo trono di morte e di paure, so che
la vita sarà sempre un’avventura di pericoli, di strade,
di rifugi e di sogni, ma so che dietro a tutto questo c’è
un filo rosso il cui capo è saldo nella mano di Dio. Vedo che il denaro comanda il mondo, ma so che non è
il denaro il senso del mondo, che non è il denaro la via
della vita.
So che tutto tende a separare gli uomini, a sciogliere anche quel nodo germinale della vita che è la famiglia, ma so che Dio viene come forza perché Giuseppe
possa stringere forte a sé il bambino e sua madre. So
che Dio viene come canto che nasce proprio in quell’abbraccio forte. Dio viene come gioia e canto che
sgorga dentro lo stringersi amoroso delle vite, nei nostri affetti, nelle nostre famiglie.
Giuseppe il giusto rappresenta tutti i giusti della
terra, tutti quelli che, prendendo su di sé delle vite, vivono l’amore familiare senza enumerare le fatiche,
senza contare le paure; tutti quelli che in silenzio capiscono dove si cela l’istinto di morte e si allontanano da
quel luogo e da quelle persone, tutti quelli che senza
proclami e senza ricompense, in silenzio, fanno ciò
che devono fare, tutti coloro che sanno che la loro
missione nel mondo è custodire delle vite con la loro
vita. E così fanno: concreti e insieme sognatori, inermi
eppure più forti di ogni faraone; perché con loro cammina il Signore, «mia forza e mio canto» anche dentro
la nostra storia lacerata che partorisce morte.
Ma se guardiamo bene, non c’è solo la storia di
Erode. C’è un’altra storia nascosta, la storia di Giuseppe, la storia di uomini buoni, sconosciuti, che dan-
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no spazio ai sogni che salvano, che mettono mani e
cuore a difesa di chi è minacciato dagli Erodi del nostro tempo, che pensano amore e bellezza, che stringono il nodo degli affetti.
Come credenti, forse noi non siamo ottimisti, ma
abbiamo speranza. Ottimista è chi sorride a vuoto e
dice che tutto va bene. E sbaglia, perché non è così.
Pieno di speranza è invece chi sa che il capo del filo
della storia è saldo nelle mani di Dio, e che il viaggio
va verso casa anche se passa per l’Egitto.
Io ho speranza perché credo nella parola di Dio più
ancora che nella sua realizzazione, come facevano i
profeti; io ho speranza perché amo la parola di Dio
più ancora della risposta degli uomini. Ho speranza
perché credo in una nuova legge scritta nella carne di
un bambino inerme, perseguitato, e scritta in tutti coloro che vogliono diventare tanto sognatori da preferire l’amore al potere, da preferire la pace alla vittoria.
È questa la forza dei deboli, la sola forza invincibile. «Mia forza e mio canto è il Signore»: una profezia è
custodita anche dentro la cronaca più nera.
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OTTAVO GIORNO DEL NATALE
SANTA MARIA MADRE DI DIO
Dio ci benedica con la luce del suo volto.
(Nm 6, 22-27; Lc 2, 16-21)
Le prime parole della sacra Scrittura, in questo inizio
d’anno, sono un piccolo tesoro di consolazione e di
forza. Dio comanda ad Aronne, ai suoi figli e ai sacerdoti di sempre, a ogni credente: «Voi benedirete gli
Israeliti!».
Voglio tenere per me questo comando come un
piccolo lume sempre acceso: tu benedirai. Se ho un
compito da svolgere, una missione da realizzare, è
quella di benedire, cioè di trovare e dire parole buone,
scoprire e dire il bene della vita, il bene dell’uomo, il
bene dei giorni. Io cercherò di benedire, anche se altre
parole urgono dentro. E potessimo benedirci in ogni
famiglia, per quanto sia difficile, in ogni comunità, benedirci con le parole, con i pensieri, dire all’altro che
mi è vicino: «Io ti benedico, tu sei benedizione di Dio
per me».
Dio stesso ordina le parole, quelle e non altre. E sono parole bellissime: «Ti benedica il Signore e ti protegga, faccia brillare il suo volto su di te. Il Signore illumini per te il suo volto». Immaginare, ed è solo un
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aiuto per la nostra povera mente, immaginare che Dio
abbia un volto luminoso, significa affermare che Dio
ha un cuore di luce, che in lui non c’è ombra, che per
nessuno ci sarà la notte per sempre.
Auguro a tutti voi, sorelle e fratelli, di scoprire in
quest’anno che viene un Dio luminoso, un Dio solare,
ricco non di troni e di poteri, ma il cui più vero tabernacolo è la luminosità di un volto; un Dio che fa festa
per il figlio pentito (Lc 15, 6.9.23-24), il Dio dalle
grandi braccia e dal volto di luce.
Nel salmo responsoriale abbiamo cantato: «Il Signore ci benedica con la luce del suo volto». La benedizione di Dio non è né ricchezza, né salute, né successo, né fortuna, ma molto semplicemente, molto
profondamente, è la luce, quella luce interiore, spirituale, la luce per scegliere, la luce da gustare.
La preghiera sui doni, durante l’offertorio, lo dirà
in altri termini: «Ogni bontà e ogni bellezza, o Dio, da
te cominciano e sono da te portate a compimento».
Bontà e bellezza servono per conquistare la luce. Infatti un volto luminoso, quando lo incontriamo, ci
parla subito di una vita buona e bella.
L’augurio che Dio rivolge a ciascuno, oggi – parola
intima, delicata –, è di scoprire il suo volto luminoso.
E poi a nostra volta di diventare persone luminose, seguendo bontà e bellezza, e di vivere accanto – ecco
l’augurio grande che mi permetto di rivolgere a voi – a
persone luminose, nella nostra famiglia, nelle comunità, nei luoghi di lavoro. Vi auguro la fortuna di vivere
accanto a persone luminose, che sono la benedizione
di un Dio a sua volta luminoso. Dio ti benedice ponendoti accanto persone dal volto e dal cuore pieni di
luce, che sanno vivere bontà e bellezza.
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Continua ancora la benedizione così: «Il Signore ti
sia propizio». Dicono gli esegeti che questa espressione indica il chinarsi di Dio, l’avvicinarsi del Signore, il
suo curvarsi amoroso su di te. «Rivolga a te il suo volto.» Che cosa ci riserverà l’anno che viene? Non lo so.
Non conosco le sorprese, belle o tristi, che incontreremo, non so il lamento, il dubbio, il perché. Di una
cosa sono certo: il Signore si chinerà su di me. Potrò
andare lontano, prevedere fatiche nuove, ma potrò
affrontare tutto ciò che verrà perché Dio si curverà su
di me, sarà il mio arco di cielo, sarà il mio confine, sarà la mia luce.
Non so che cosa sarà di me; so solamente che Dio
si chinerà su di me. Curvo su di me perché non gli
sfugga un solo sospiro, perché non vada perduto alcun tremore. E io gli dirò: «Non ti lascerò se non mi
avrai benedetto» (Gen 32, 27). Siamo qui a ripetere le
parole di Giacobbe che lotta con l’angelo: «Non ti lascerò se non mi avrai benedetto». Siamo qui a ripetere l’insistenza della vedova del Vangelo (Lc 18, 1-6), ci
teniamo stretti a Dio finché non ci benedica, non per
strappare qualcosa che gli costa concederci, ma perché Dio ha desiderio del nostro desiderio, Dio desidera che abbiamo desiderio di lui.
Non conosciamo più la lotta con l’angelo (cf. Gen
32, 25ss) e ci pare di avere solo diritti. Anche della misericordia di Dio abbiamo diritto. Ma il dramma è che
non ne abbiamo più desiderio e non ci fermiamo ad
accoglierla.
«Io non ti lascerò andare», non uscirò da questo
luogo, Signore, «se non mi avrai benedetto», perché
ho bisogno della tua benedizione, un bisogno che mi
fa soffrire. «Non ti lascerò in pace, non ti lascerò an-
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dare, non ti lascerò tranquillo finché non mi avrai benedetto.» Sapessimo riscoprire l’insistenza, la perseveranza, la lotta con l’angelo nell’orazione. Solo dopo
questa lotta staremo bene, noi e Dio. Solo lottando
staremo in pace, noi e Dio.
Così termina la benedizione di Aronne: «Il Signore
ti conceda pace». Pace è innanzitutto il contrario della paura. Pace è il bambino in braccio a sua madre. La
parola che gli Ebrei usano è shalom, ricchissima di
senso, che non indica solo la fine delle guerre, ma indica gioia, armonia, giustizia, qualcosa che si diffonde
nell’intera vita della società a partire da Dio e da me.
Qualcosa che ti fa responsabile d’altri.
Il modo per avere pace, per abitare il mondo con
pace, ci è indicato dal Vangelo, nella via di santa Maria
e nella via dei pastori. «Maria conservava e meditava
nel cuore» (Lc 2, 19) tutto ciò che era accaduto. La
storia di un figlio è scritta prima di tutto nel cuore di
sua madre.
Conservare è qualcosa che tutti possiamo fare. Conservare è il verbo che salva il passato, che salva la gratitudine e il gesto e la parola buona che ieri abbiamo
ricevuto. Meditare salva il presente e dà profondità al
domani.
Prepariamoci anche noi ad accogliere l’anno nuovo, il futuro di Dio, e a conservare ciò che abbiamo
vissuto. Oggi, giorno aperto sul futuro, conserviamo e
meditiamo le nostre annunciazioni, le nostre fecondità,
le nostre verginità riconquistate. Conserviamo e meditiamo tutte le ragioni della speranza in un Dio che si
chinerà su di noi giorno dopo giorno, dicendo per il
passato: “Grazie” e per il futuro: “Sì, Signore!”. E poi
benedicendoci l’un l’altro e insieme benedicendo Dio.
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La seconda via è quella dei pastori, che «tornano
lodando e glorificando e testimoniando». Di fronte all’annuncio del Natale, allora, dimentichiamo tutta la
liturgia laica che presiede a questi giorni: alberi e regali, luminarie e auguri. Dimentichiamo per conservare ciò che vale, per meditare su ciò che conta, con la
capacità degli abitanti di Betlemme e dei pastori di
stupirci della fede, e con il dono di riuscire a stupire
qualcuno raccontando del cielo che si è fatto vicino,
raccontando il volto di Dio imparando a benedire.
E come oggi ricomincia il grande ciclo dell’anno,
così noi ricominciamo da capo la nostra avventura,
con fiducia verso figli più felici, verso meno buio, meno fango, meno sangue.
Buon anno, allora, a ciascuno, ma buono della bontà di Dio, bello della sua luce. «Dio ti benedica con la
sua luce, faccia risplendere su di te il suo volto, si curvi su di te e ti dia vita.» Amen.
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II DOMENICA DOPO NATALE
E il Verbo si fece carne.
(Gv 1, 1-18)
È questa una delle pagine in cui immergerci quando
cerchiamo il senso del tutto. Immergerci, ascoltare,
abbandonarci. Qui non c’è la spiegazione, ma la Verità. Noi che cerchiamo l’evidenza delle cose, troviamo
qui un Dio che non offre l’evidenza, ma offre se stesso. Non è teoria, non è riflessione, non è teologia.
Questa è la pagina più alta della mistica cristiana. E
ogni volta che l’ascolto, trovo un passaggio che fa nascere un’emozione particolare. Una parola si fa strada
e risuona più in profondità.
Nel preparare questa nostra liturgia, oggi, sono stato colpito da questa frase: «In lui era la vita e la vita era
la luce degli uomini». Se Dio non è, io non sono. «In
lui era la vita.» Se io vivo, se io sono uomo, lo sono
perché in lui era la vita e la vita è scesa fino a me, è entrata in me. Anch’io piccola incarnazione di Dio. Anch’io tempo aperto sull’eternità.
Il mistero dell’incarnazione ha il suo culmine in Gesù Cristo, ma è mistero di sempre, di tutti, di me e di te
che ascolti. Tu sei incarnazione della vita di Dio, di Dio
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stesso. È il senso del cosmo, il senso del tempo, il senso dell’uomo, il senso di Dio. Cristo non è venuto a
portare un elenco di verità, ma è venuto a portare se
stesso, a portare vita, vita da vivere, vita che sia luce.
Che cos’è la vita? Ognuno può dare una risposta
diversa, una definizione personale: lo scienziato, il medico, la madre incinta, il poeta... Ciascuno dirà la sua
parte di verità. Gesù dice: «Io sono la vita» (Gv 14, 6).
«In lui era la vita.» La vita che è l’abbreviarsi dell’infinito in un perimetro di carne, che è l’abbreviarsi
dell’eterno nell’istante, del fiume di fuoco nella scintilla. L’umanità dell’uomo, la diversità radicale
dell’uomo rispetto alle altre creature, ciò che fa che
non siamo più il primate evoluto che eravamo, non si
spiega a partire dalla nostra appartenenza al mondo
animale, ma a partire dal mondo divino.
Ciò che fa l’uomo “umano” è il respiro di Dio e
l’immagine di Dio in lui. «Facciamo l’uomo a nostra
immagine, a nostra somiglianza» (Gen 1, 26). L’uomo
è immagine di Dio. Non affinamento dell’animale, ma
diversità che viene dalla divinità. Essere umani e avere
la vita di Dio è la stessa cosa. La vita di Dio è l’umanità dell’uomo. L’uomo è uomo per quella luce: «In lui
era la vita e la vita era la luce degli uomini». Di tutti gli
uomini. Fraternità radicale.
Un monaco cristiano in India diceva: «Alla domanda “Dov’è il tuo Dio?” il bambino cristiano risponde
indicando la chiesa, o indicando il Crocifisso. Il bambino indù abbassa gli occhi e congiunge le mani». Certo,
è molto parziale la risposta, non è quella del catechismo; ma anche quella del bambino indù è molto parziale. Dio abita in me, ma anche intorno a me, in ogni
creatura umana, in ogni carne, nella vittima e perfino
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nel carnefice. Splende in un piccolo giorno, splende in
mezzo a grandi tenebre. A cominciare dalle mie, dal
cuore d’ombra che cerco di capire e di trasformare.
«Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio.» Il senso ultimo della storia è diventare figli di Dio. E Giovanni, subito dopo, aggiunge:
«i quali non da sangue... ma da Dio stesso sono stati generati». Allora, non solo siamo fatti da Dio, non solo
creati da Dio, ma generati da lui. Questo io sono: non
solo creato, ma generato. Ogni seme genera secondo la
sua specie (cf. Gen 1, 11), e noi siamo seme di Dio, generati secondo la specie di Dio. Portiamo in noi la divinità, lo specifico di Dio. E sono le stesse parole che ripetiamo nel Credo a proposito di Gesù Cristo: «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre».
È il mistero dell’incarnazione che si dilata, che si
espande, che coinvolge ciascuno, che porta me dentro
la Trinità. «A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di
diventare figli di Dio.» Il potere di diventare figli. Io
posso accettare o no questa strada, posso dire sì o dire
no a questo percorso: è una potenzialità che dipende
da me, se accolgo o no quella vita. L’uomo diventa ciò
che accoglie in sé. Se accogli vanità, diventerai vuoto;
se accogli tutto, diventerai confuso e disarmonico. Se
accogli disordine, creerai disordine attorno a te.
Se invece accogli la Parola, tu diventi la Parola che
ascolti; se accogli pace, trasmetterai pace. Perché l’uomo diventa ciò che lo abita. E vera grandezza è essere
abitati da Cristo; e poi: seguire la sua vita, quella che
lui ha vissuto, i suoi gesti, i suoi sentimenti. Preferire
quelli che lui preferiva, rifiutare le cose che lui rifiutava. E non è mai stata la debolezza ciò che ha rifiutato,
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non si è mai scagliato contro la fragilità, perché non
sono queste le tenebre dell’uomo. Ciò che condannava, che rifiutava, sono sempre stati l’ipocrisia e la falsità dei pii e dei potenti, l’inganno e la violenza possibili a ciascuno.
Le sue parole sono il racconto di Dio. E se io vivo
qualcosa della vita di Gesù, anch’io divento una sillaba del racconto di Dio. Perché lui è qui e non cessa di
lavorare dentro di me e dentro ogni persona: lui è qui
e genera ancora vita.
Per questo rimane in noi il gusto dell’impossibile,
riacceso da un Dio cui diciamo talvolta: «Ma non è
possibile che tu ci sia in mezzo a tutto questo male, in
mezzo a tutta questa distruzione, in mezzo a tutta questa morte...». Il dolore innocente è da sempre la più
grande contestazione a Dio. E lui risponde a me e a
chiunque crede in lui: «Sei tu il figlio mio cui affido la
luce nei giorni della tenebra». Nelle circostanze tragiche in cui viviamo è a noi che il Signore dice: «A te io
affido l’amore che dona, l’amore che soccorre. L’amore che fa ripartire la vita è affidato a te, figlio, anche
quando sembra impossibile».
La pace impossibile, eppur possibile, è compito
tuo. Gli angeli nella Bibbia vengono solo per indicare
questo: che l’impossibile è diventato ora possibile. E
Maria chiede con la sua prima parola nel Vangelo:
«Come è possibile?» (Lc 1, 34). E l’ultima parola dell’angelo, quando se ne parte da lei, è: «Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 37). E la vergine sarà madre. Dio
sarà uomo. Quell’uomo sarà crocifisso. Quel crocifisso risorgerà. Io posso essere figlio di Dio.
Tutto ci conferma, è vero, nel nostro vivere quotidiano, che siamo creature fragili come l’erba (cf. Sal
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90, 5-6). Ma dentro di noi c’è una luce custodita in un
guscio d’argilla. L’impensabile avviene con la sua parola che genera vita, amore, solidarietà, speranza, che
genera la vita stessa di Dio in noi.
Uno solo è il Padre e noi siamo tutti fratelli. Abbiamo la vita stessa di Dio in noi. Questa è la profondità
del Natale. Oltre, c’è solo il roveto dalla fiamma inestinguibile di Dio (cf. Es 3, 2) che è dal principio, che
è per sempre.
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EPIFANIA DEL SIGNORE
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.
(Mt 2, 1-12)
Natale è tutto un germinare di segni: come segno Maria
ha un angelo, Giuseppe un sogno, i pastori un bambino
avvolto in fasce, ai Magi basta una stella. Perfino Erode
ha un segno: sono tre viaggiatori dall’oriente, culla della vita. C’è un segno per tutti, tutti sono chiamati. C’è
una stella per tutti, ogni giorno. Spesso si tratta di piccoli segni, più spesso ancora si tratta di persone. Vivono accanto a noi come epifanie di bontà, sono incarnazioni viventi del vangelo! E non sappiamo leggerle, come accadeva in Giudea duemila anni fa.
Il Vangelo racconta come sia possibile anche per
noi compiere il viaggio della luce e della gioia: «Al vedere di nuovo la stella i Magi furono presi da grandissima gioia».
Quella stella brillava per tutti, ma non tutti sapevano leggerla. Loro, i Magi, sapevano che bisogna innanzitutto alzare lo sguardo, bisogna cioè credere che
la realtà non è solo ciò che si vede, che il mondo è più
grande di quello che io tocco, che la terra è fatta anche
di cielo. Questa è la prima tappa: per camminare bene
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dentro questo mondo che pulsa e vibra e palpita di segni, dobbiamo alzare lo sguardo, non avere gli occhi a
terra, seguire la voce dei profeti che sempre ci dicono:
Alza il capo e guarda!
Seconda tappa: mettersi in cammino dietro a una luce che cammina. Mettersi in strada, cercare sempre, sapendo che cercare è già trovare: «Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato» (sant’Agostino). I Magi vedono molte cose in quella stella. È una stella con
molte stelle dentro: un bambino, un re, un Dio. «Siamo venuti per adorarlo.» Ecco il desiderio di Dio: Dio
ha desiderio che noi abbiamo desiderio di lui. Dio non
è un dovere, è un desiderio. Per questo i Magi viaggiano per anni, «fissando gli abissi del cielo fino a bruciarsi gli occhi del cuore» (D.M. Turoldo).
Terza tappa: interrogare la Parola. Ci sono i professionisti a Gerusalemme, ma non colgono la luce. Leggono la Parola, ma non si mettono in strada, non ci
credono davvero. Possiedono i libri, si sentono padroni del libro. Invece, nessuno è padrone delle stelle. La
stella è simbolo alto di Dio, dello Spirito, del fuoco,
del vento che soffia dove vuole, sugli abissi del cielo e
del cuore. Nessuno è padrone delle stelle, dei segni di
Dio. Per questo gli scribi leggono la Bibbia ma non la
Parola: perché la Bibbia non è la Parola, è la scrittura
della Parola. Il Vangelo non è il Verbo, è la scrittura
del Verbo. E può succedere anche a noi, che frequentiamo il Vangelo, ciò che accadeva agli scribi di Gerusalemme: di non essere colmati di luce e di gioia.
Il Vangelo contrappone il libero viaggio e la cerchia
murata di Gerusalemme, i cercatori di stelle e i cercatori di parole, gli scribi che sanno tutto ma che si muovono solo per andare a corte a far sfoggio di cultura.
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Per loro Dio non è una passione in grado di farli partire. I Magi invece hanno poche conoscenze, ma potenti desideri. E mentre gli scribi offrono citazioni, essi portano doni. Ma il dono più bello, il più grande, è
il loro stesso viaggio lungo due anni, è il loro lungo desiderio. Questo è il grande dono che anche noi possiamo offrire a Dio: la fame e la sete di lui. Della nostra
sete Dio ha sete.
Quarta tappa: bisogna prostrarsi e adorare e donare, seguire un cuore bambino che scambia doni con
un ridente cuore di bimbo. I doni non li hanno dati a
Erode per ingraziarselo, li hanno conservati per il
bambino. Vero dono è il lungo cercare e la sequela
della luce.
E poi i Magi ritornano al loro paese. «Per un’altra
strada»: infatti ormai la via della vita cambierà, passano nel mondo come per una strada più sicura, non più
facile. Ora sono quelli che sanno la via. Perché hanno
visto l’infinito in un bambino.
Allora anche noi, cercatori – come i Magi – della
carne di Cristo, potremo capovolgere la ricerca di
Erode e ridare bellezza e verginità alle sue parole:
«Andate e informatevi accuratamente del bambino e,
quando l’avrete trovato, fatemelo sapere». Parole che
vorrei ripetere all’amico, al teologo, alla monaca di
clausura, al poeta, allo scienziato, al prete, al bambino
abbandonato, al volontario, al mendicante: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora accuratamente
nei libri, nell’arte, nella storia, nel cuore delle cose,
cerca in fondo alla speranza. Cerca ancora con cura,
fissando gli abissi del cielo e poi gli abissi del cuore. E
tu, amico che sai, dimmi come l’hai trovato, dov’è la
sua casa, quale stella hai seguito, fammelo sentire vivo
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e vero, fammelo sentire vicino, perché anch’io venga
ad adorarlo, con i miei piccoli doni, con la grande fierezza dell’amore.
È una gioia pensare oggi che Dio è di tutti. Che
nessuno è padrone delle stelle! I Magi erano pagani,
venivano da un oriente misterioso, patria delle religioni più diverse, culla della vita. Vengono a dire che Dio
appartiene a tutta l’umanità e che lo cercano l’intelligenza e il cuore di ogni uomo, la sapienza e la cultura
di ogni popolo. È il Dio di chi crede e di chi non ce la
fa a credere, dei cristiani e degli islamici, di chi è regolarmente sposato e di chi ha subìto la lacerazione dell’amore, di chi è solo e di chi vive insieme a un amato,
di me e di chi non è della mia idea politica. È il Dio di
tutti e per tutti fa sorgere una stella, per chiunque lo
cerchi con cuore sincero.
«Abbiamo visto la sua stella e siamo venuti...» Ma
per noi, oggi, quella stella dov’è? Giovanni, nel prologo del suo Vangelo, afferma: «In lui era la vita e la vita
era la luce degli uomini». Cristo è il luogo della vita, e
la vita è la stella degli uomini, indica la rotta. Allora seguirò le lacrime e le domande d’aiuto di ogni vivente;
seguirò gli abissi di dolore e i miracoli della carità di
oggi; e poi seguirò le ricerche spirituali, culturali, artistiche dell’uomo contemporaneo, le sue conquiste
scientifiche e sociali; seguirò, mi appassionerò alla storia dell’uomo, tutta. Poi valuterò e manterrò ciò che è
buono, vedendovi la vera stella cometa che accende
ancora i nostri cieli e indica la via.
L’uomo è la stella. Se non ti apri all’uomo, non vedrai nessuna stella. Dio non è il Dio degli scribi, ma
della carne che spera, ama, soffre. C’è più verità in un
solo grido di dolore che in interi trattati di filosofia.
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Perché Dio è la fiamma delle cose, l’anima della storia,
stella in fondo al cuore. Di tutti. Dio parla nella vita.
I Magi sono i santi più nostri, gente dal cuore inquieto e incamminato. Senza strada, eppure tenacemente in cammino. Inquieta sembra perfino la stella
finché non raggiunge la casa dov’è il Signore.
I Magi sono i santi più nostri perché sono i lontani,
i confusi, perché il loro cammino è pieno di errori, come il nostro: giungono nella città sbagliata, smarriscono la stella, cercano il Bambino presso l’uccisore di
bambini, cercano un re e trovano un Dio. Ma il loro
cammino è pieno anche dell’infinita pazienza di ricominciare, e così consolano me e il mio cammino spirituale accidentato, assicurandomi che il dramma non
sono gli errori, ma arrendersi agli errori.
I Magi sono i santi più nostri perché camminano
con i piedi per terra ma con gli occhi fissi nel cielo, legano il loro andare e venire sulla terra e fra le persone
a una stella, a un ideale alto e puro, a un senso che è
oltre, a quel frammento di cielo che compone, come
parte essenziale, la terra e la storia.
I Magi sono i santi più nostri perché ci ripetono che
l’esistenza non è statica ma estatica: è uscire da sé, dai
piccoli perimetri del sangue, verso il grande giro delle
stelle, dal cortile di casa verso la patria grande che è il
mondo intero.
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BATTESIMO DEL SIGNORE
Gesù uscì dall’acqua:
ed ecco, si aprirono i cieli.
(Mt 3, 13-17)
Finito il tempo del Natale, già ci avviamo verso la Pasqua. E il battesimo di Gesù contiene il destino di Gesù,
la sua vocazione. Fino a ieri abbiamo sentito il racconto
di come è nato, da chi è nato, dove. Oggi il Vangelo ci
racconta per che cosa Gesù è nato.
Il battesimo è il suo mandato, l’investitura: «Questi
è il figlio mio prediletto». Questo sarà: il somigliantissimo al Padre. Il suo volto è rivelazione del volto d’amore di Dio. E sarà anche il volto ultimo dell’uomo,
così come Dio l’ha pensato e desiderato.
Le altre due letture di oggi completano l’identità di
Cristo: «Ecco il mio servo» dice Isaia. Servitore di Dio,
e della vita: «Ecco uno che passa nel mondo facendo
solo del bene» dice Pietro «e guarendo ogni vita».
La missione di Cristo è delineata con tre tocchi: figlio di Dio, fratello di ogni uomo, servitore della vita.
È la vocazione di ogni credente, assunta con il battesimo. Questo è l’uomo che Dio vuole, che plasma e
riplasma come il vasaio fa con la creta, con infinita pazienza e speranza, che è descritto nella prima lettura
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con una delle pagine più consolanti e impegnative della Bibbia.
Mi colpiscono tre serie di “non” di Isaia. La prima
dice: «Non griderà, non alzerà il tono, non farà udire
in piazza la sua voce». Dio non vuole sopraffare nessuno. Non vuol far tacere nessuno, né coprire il rumore o il brusio della piazza e tanto meno il dolce rumore della vita. Non seguirà strategie di potenza: non lo
farà Cristo, non lo farò io cristiano.
E poi la seconda serie di “non” di Isaia: «Non spezzerà il bastone incrinato, non spegnerà la lanterna morente». Dio non castiga se la nostra fiamma è debole (e
lo è sempre), ma la fa diventare luminosa. Se la tua vita si sta spezzando, se sei a pezzi, Dio non finisce di
rompere, lui si fa medico e guaritore. Per lui un uomo
non è mai perduto, non è mai finito; un peccatore non
è mai condannato per sempre.
La dolce mania di Dio è sperare nell’uomo. La sua
passione è guarire la vita. Perché l’uomo non coincide
con la sua malattia, l’uomo non si identifica con il suo
peccato. Dice Gesù all’adultera: «Non ti condanno;
d’ora in avanti non peccare più». Non incrinare la tua
vita, non scegliere le cose che danno la morte, non
spegnere la tua luce interna.
L’uomo non coincide con la sua debolezza, ma con
le sue potenzialità, con il seme di luce che il battesimo
ha posto in lui. Il peccato, il mio e quello di chi mi è
accanto, non rivela la verità dell’uomo. Il male non è
rivelatore, mai. Perché noi siamo più grandi del nostro
peccato.
Infine la terza serie di “non”: «Proclamerà il diritto
con fermezza; non si abbatterà, non verrà meno». Ecco l’uomo secondo Dio, ecco il Cristo mai arreso pro-
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clamatore del diritto, soprattutto di quello degli umili, degli oppressi, delle vite incrinate, delle fiamme deboli. Non spezzerà il debole, certo, ma nemmeno lui si
spezzerà; non verrà meno fino a che non avrà stabilito
il diritto sulla terra.
Eccolo, l’uomo forte non nel gridare condanne, ma
forte nel difendere giustizia e diritto, come Cristo che
«indurì il suo volto» mettendosi in marcia verso Gerusalemme (cf. Lc 9, 51). È il volto duro che significa
il volto forte nella misericordia, inflessibile nella bontà, inscalfibile nel perdono, implacabile nell’amore.
Se così cercheremo di essere, mai arresi cercatori di
Dio e servitori dell’uomo, allora anche su di noi verrà
una voce a ripetere le parole risuonate al Giordano:
«Tu sei il mio figlio; di più: sei il mio preferito; di più:
tu sai darmi gioia, in te mi compiaccio».
Ma quale gioia gli può venire da questo tizzone fumoso, quale emozione gli può regalare questa canna
sempre sul punto di rompersi? Questo bastone inutile
cosa può dare a Dio? È solo l’amore immotivato che
spiega queste parole: «Tu sei il mio prediletto». E ognuno è il figlio preferito, perché l’amore preferisce ciascuno. Gesù lo dice nel discorso d’addio (Gv 13): «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me».
Dio ama me come ha amato Gesù, con quella stessa intensità, con la medesima emozione, con l’identica
speranza. «Sappiano che li hai amati come hai amato
me.» E con in più tutte le delusioni di cui io sono causa, con la gioia con cui amava Gesù, con un dolore che
non conosceva, perché io sono amore e dolore di Dio,
dolore prediletto, amato quanto Gesù.
Lo so: fiamma smorta, canna spezzata, ma prediletta. Unica come Gesù, insostituibile come Gesù, prefe-
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rita quanto Gesù. E allora si apre il cielo su Cristo, ma
si è aperto su ciascuno di noi, si apre come si aprono
le braccia all’amico, all’amato, al povero. E la canna
che io sono non viene spezzata, ma è il cielo che viene
squarciato sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto
l’impazienza di Adamo, sotto l’assedio dei poveri, e
nessuno lo richiuderà più.
Questo è Gesù: figlio di un cielo lacerato e d’una
Vergine intatta; albero con le radici piantate nel profondo del cielo e della terra. E questo è l’uomo, con
doppie radici. Così come nasce dalle acque materne e
dall’acqua dello Spirito. Questo indica il quadro posto
a fianco dell’altare: Gesù ha i piedi nell’acqua del Giordano, acqua della vita, dell’umano, di questo fiume che
ci porta tutti. Sopra di lui l’acqua che sta per essere versata sul suo capo, è acqua striata di luce, covata dalla
colomba dello Spirito di Dio. A dire che non è diminuendo l’umano che facciamo spazio a Dio, ma accogliendolo come seme di luce ulteriore, di vita più alta.
«Tu sei il mio figlio»: ti affido al rischio di essere te
stesso, ma con dentro il soffio di Dio, con il respiro
che viene dal cielo come colomba e si posa su di te e ti
avvolge e a poco a poco ti modella, ti trasforma pensieri, affetti, progetti, speranze. Secondo la legge dolce, esigente, rasserenante e robusta del vero amore.
Allora il nostro agire nel mondo può cambiare: diventa prolungamento dell’agire di Dio. Io faccio ciò
che Dio fa, perché figlio è solo colui che assomiglia al
padre, che agisce come il padre, che prolunga la presenza del padre. Allora ti prende una nostalgia, un desiderio di fare qualcosa che assomigli a ciò che è detto
di Gesù: «passò nel mondo facendo del bene»; passò
nel mondo guarendo la vita da ogni suo male.
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È la sintesi ultima, essenziale, struggente, bellissima
della vicenda di Cristo, ma anche della vicenda di ciascuno di noi, di chiunque voglia, come lui, passare nel
mondo facendo del bene, passare nel mondo guarendo attorno il male di vivere, guarendo la solitudine e la
tristezza e l’abbandono, guarendo l’ingiustizia e prendendosi cura di qualche vita debole.
Forse di guarire non siamo capaci, ma di prenderci
cura sì, donando, amando, perdonando, toccando la
ricchezza delle persone con gratitudine, toccando la
loro povertà con compassione.
Allora saremo anche noi figli di Dio, figli della terra e figli di un cielo lacerato. Lacerato per amore.
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Quaresima e Pasqua
I DOMENICA DI QUARESIMA
Non di solo pane vivrà l’uomo.
(Mt 4, 1-11)
Ogni anno il tempo di Quaresima inizia con le tre tentazioni. Esse sono la massima espressione dell’intelligenza umana più sottile: non propongono delitti, sangue, violenza, guerra, orrore. Queste cose sappiamo
riconoscerle, tentiamo perfino di sfuggirle. Ma con il
Vangelo delle tentazioni andiamo là dove esse nascono, dov’è la loro radice, dove sono allevate e nutrite
dal nostro cuore d’ombra, il nostro cuore sbagliato.
Le tentazioni più pericolose sono quelle che propongono, come a Gesù, di accontentarci di questa nostra storia, di non sognare qualcosa d’altro, di non cercare dalle parti dell’assoluto.
Pietre o pane? Tutta la vita è qui: è la tentazione ad
essere soltanto uomo. Il diavolo, il più intelligente tra
gli spiriti, dice a Gesù: «Non sognare! Vedi queste pietre? Cambiale in pane. Gli uomini hanno bisogno di
pane e di miracoli, hanno bisogno di capi. Assicuragli
questo e saranno tutti dalla tua parte. Non vedi il piacere che hanno di ricevere il pane e, ancor più, di riceverlo dalle mani di qualcuno invece di guadagnarlo?».
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Ma Gesù, anziché impossessarsi della libertà degli
uomini con il pane e il miracolo – come tanti, troppi,
hanno fatto lungo tutta la storia –, ha moltiplicato la libertà. Alla nostra tentazione di ridurre tutto a denaro,
a quantità, a beni materiali e a cose, egli oppone la fame di più vita. Esce dall’alternativa “pietre o pane?”,
e rilancia il senso vero della vita.
«Non di solo pane vive l’uomo.» Anzi, di solo pane
l’uomo muore. L’uomo vive «di ciò che viene dalla
bocca di Dio». Bellissima questa parola! L’uomo vive
di Dio: dalla bocca di Dio son venuti la luce, il cosmo,
le creature, Cristo, il vangelo. L’uomo vive di Dio e di
creature, vive della contemplazione delle pietre del
mondo, vive di quella Parola che affascina e che consola, che sola colma le profondità della vita. Tu, io,
ogni creatura siamo venuti dalla bocca di Dio. Il respiro di ogni Adamo è il respiro stesso di Dio. Di Dio
e di te io vivo.
Tuttavia – come dicono quei versi di padre Turoldo –
«che sono inganni io lo so / eppure so che non potrò
non ingannarmi ancora», inseguendo il solo pane.
E il diavolo continua: «Vuoi cambiare il corso della
storia facendoti servo, cioè con niente, senza mezzi, senza il potere? Non funzionerà, il mondo ha dei problemi,
tu devi risolverli. A cosa serve la croce? Quali problemi
del mondo ha risolto la croce? Cosa se ne fa il mondo di
una croce? Non sarà salvo per una croce in più. Prenditi il potere, con quello risolverai i problemi».
Ma Gesù sa che il potere è un sole ingannatore. Il faraone non libererà mai i suoi schiavi. L’uomo deve essere come Cristo, servo di tutti ma senza alcun padrone.
Il male del mondo non sarà tolto a forza di miracoli, né
a colpi di leggi, ma cambiando il cuore, mettendolo da-
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vanti a Dio, esponendolo alla sua luce perché sia contagiato dalla sublime follia della croce.
Continua il diavolo: «Buttati! Facci vedere un volo
di angeli. Adopera i miracoli. Lo sai, gli uomini non
cercano Dio, ma i suoi miracoli; non cercano la grazia,
ma le grazie. Gli uomini non cercano nient’altro che
doni, e non l’Unico che per loro si doni».
E Gesù risponde: «Non tentare Dio. Io so che il Signore sarà presente; quando starò per cadere sarà là,
ma lo sarà a modo suo, come lui vorrà, non come io
vorrei. E non per evitarmi la caduta ma per aiutarmi a
ripartire». «E voi, piccolo gregge» dice a noi «camminerete nella vita non per la forza di miracoli improvvisi, ma per il prodigio di un Dio che è forza dentro la
vostra forza, speranza dentro la vostra speranza.»
Gesù mostra a ciascuno come si attraversino le tentazioni. Queste sono necessarie, non si evitano, non si
eludono: si attraversano. «Togliete la tentazione e nessuno si salverà» diceva l’abate Antonio, il padre dei
monaci. Perché, se togli la tentazione, finisce la libertà, finisce la possibilità di scegliere: è l’uomo stesso
che finisce. La tentazione è sempre una scelta tra due
amori, una scelta tra due seduzioni. Vivere è scegliere.
Quella che leggiamo nel Vangelo di oggi è la tentazione di essere solo ciò che sei, di non trascenderti, di
non sforzarti, di non sognare. Per questo Gesù, alla
proposta del diavolo, risponde sempre con una controproposta, con il rilancio di una frase presa dalla
Bibbia, riscoprendo un valore, un ideale, un amore da
ridire a se stessi, a cui darsi.
Gesù si oppone alla tentazione proprio sfidandola.
«Di’ che queste pietre diventino pane.» E il pane è un
bene, il pane è un valore inequivocabile. Gesù rispon-
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de opponendo fame dell’anima a fame del corpo:
«Non sono mendicante di pane, ma di cielo». Gesù risponde offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà
l’uomo». Il pane è buono, ma più buona è la parola. Il
pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio.
Anche per noi vale lo stesso metodo. Non tanto il
tener duro, l’arroccarsi, la forza di volontà che – lo
sappiamo – non resiste a lungo; più di tutto conta
evangelizzare di nuovo noi stessi, ridirci gli ideali, sentire ancora il fascino di Cristo, ancora capace, come
per i discepoli di Emmaus, di rubarci il cuore: «Non ci
bruciava forse il cuore per strada, mentre ci spiegava
la vita e la Parola e le Scritture?» (Lc 24, 32). Allora io
so che di fronte alla tentazione la forza non è in me,
ma in Dio. Mi appello alla forza che ha il vangelo, alla
presa che ha il vangelo su di me. Non conta la mia forza, ma la forza con cui la parola di Dio mi ha preso.
Uso la forza di Dio per attraversare le tentazioni, uso
la sua capacità di sedurmi ancora.
Gesù, per tre volte tentato, risponde tre volte convocando Dio accanto a sé: la bocca di Dio, l’adorazione di Dio, il non tentare Dio. Perché Dio è la roccia,
l’àncora, la radice, il sole su cui far conto, su cui far
forza, su cui poggiare, in cui fiorire. Un Dio da adorare, da ascoltare, un Dio che riempie le anfore vuote
del cuore.
Per questo siamo qui, per avere tanto pane quanto
basta a un intero deserto. E poi faremo ciò che dice il
profeta Isaia: «Dividi il tuo pane, introduci in casa il
povero, vesti il fratello che vedi nudo; allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà
subito» (Is 58, 7-8). E vedendo te – dice ancora il profeta – vedranno la gloria del Signore. Togli di mezzo a
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te l’oppressione, il puntare il dito; offri il pane e brillerà fra le tenebre la tua luce e le tue ombre diventeranno un sole. Illumina altri e ti illuminerai.
Ecco il nostro programma di Quaresima: guarisci
altri e guarirà la tua piaga, offri il tuo pane e la tua fame sarà saziata, affaticati per altri e troverai riposo,
dona ai poveri e sarai ricco. E vedere uno che agisce
così, vedere te quando fai così, sarà vedere la gloria di
Dio camminare nel mondo:
Davanti a te camminerà la giustizia,
dietro di te danzerà la gloria del Signore.
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II DOMENICA DI QUARESIMA
Il suo volto brillò come il sole
e le sue vesti divennero candide come la luce.
(Mt 17, 1-9)
Gesù si trasfigura «su un alto monte» forse perché sul
monte si posa il primo raggio di sole e vi indugia l’ultimo, perché il giorno vi è più lungo e la notte più corta: il monte è il luogo della luce.
Anche Mosè ed Elia sono uomini del monte, hanno
scalato l’Oreb per vedere il Signore. Compaiono ora
sul Tabor e conversano con Gesù: perché ascoltare
Gesù equivale a vedere Dio. Mosè ed Elia, la legge e i
profeti, l’intera sacra Scrittura, hanno così raggiunto
la loro meta.
Anche la mia meta è la trasfigurazione, con il punto di partenza e quello di arrivo indicati da due parole
pronunciate lassù. La prima è rivolta ai discepoli, cioè
a tutti noi: «È il mio Figlio. Ascoltate lui!». Così inizia
la trasfigurazione: chi lo ascolta diventa come lui.
Ascoltarlo significa essere trasformati; la Parola chiama, fa esistere, guarisce, cambia il cuore, rafforza, fa
fiorire la vita, la rende bella. La seconda parola viene
dall’esperienza di Pietro e di tutti i discepoli: «È bello
per noi stare qui»: qui sul Tabor, nella luce, e anche
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qui ai piedi del monte, dove la Parola ha posto la sua
tenda.
«È bello stare qui»: su questa terra che è gravida di
luce, dentro questa umanità che si va trasfigurando. È
bello essere uomini: non è la tristezza la mia verità immediata. È bello essere di Cristo, che è luce da luce,
come dice il Credo. E se Cristo è in me, anch’io sono
in qualche misura luce da luce. L’intera esistenza altro
non è che la gioia e la fatica di liberare tutta la luce sepolta in noi.
Paolo oggi scrive al suo amico Timoteo una frase di
emozionante bellezza: «Cristo Gesù ha fatto risplendere la vita». Gesù ha fatto splendida l’esistenza, non solo
il suo volto e le sue vesti, non solo il futuro o i desideri,
ma la vita qui e adesso, la vita di tutti, la vita segreta di
ogni creatura. Ha riacceso la fiamma delle cose, ha fatto risplendere l’amore, ha dato splendore agli incontri e
bellezza alle vite, sogni nuovi e bellissime canzoni al nostro sangue. «E i sensi sono divine tastiere» (D.M. Turoldo) che provano gli accordi di una sinfonia che parla di alleanza gioiosa con tutto ciò che vive.
Se di questa domenica potessimo portare con noi
una parola, sia questa: «Il Signore ha fatto risplendere
la vita». Ripeterla come un’eco di speranza e di bontà:
la trasfigurazione è già iniziata; nelle vene del mondo
già corrono frantumi di stelle. E seminare i segni della
bontà e della luce, seminare occhi nuovi che sappiano
vedere e ringraziare e imitare le creature che sono
buone e luminose, che hanno passione di giustizia e
che danno la vita. E beati coloro che hanno il coraggio
di essere ingenuamente luminosi nello sguardo, nel
giudizio, nel sorriso. Davvero allora «è bello per noi
stare qui», accanto a loro.
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È bello essere uomini, e non solo sul Tabor, ma su
questa terra, che è bella, in questa umanità dove germina luce, in questa creazione che è gravida di luce.
«È bello!»: prima parola di Dio quando guarda le sue
creature, prima parola dell’uomo nel giorno della
nuova creazione, sul monte della luce: è bello vivere
qui. La terra è tutta una tenda di luce!
C’è nella storia una corrente segreta, un filo d’oro
che lega insieme tutti gli eventi in un senso positivo.
Infatti tutta la creazione geme nelle doglie del parto,
geme e attende: tutta la creazione è gravida di luce. E
l’uomo è come un’icona dipinta, ma su di un fondo
d’oro, luminoso e prezioso e positivo, che è la nostra
somiglianza con Dio.
Allora la nostra vocazione è la gioia e la fatica di liberare tutta la bellezza che Dio ha posto in noi, di liberare tutta la luce che, come figli di Dio, è sepolta in
noi. Cammino ascendente e liberante!
Le prime due domeniche di Quaresima, la domenica delle tentazioni e quella della luce, ci dicono che
noi siamo questa alternanza di tenebra e luce, di ombra e di sole. Ma anche che la storia del male dentro di
noi non è mai separata dalla storia del bene, così come
la storia della passione è la stessa della risurrezione, e
la morte non è mai separata dalla vita, o il tempo dall’eterno: tutto è una sola cosa. In cammino, però, come una linea ascendente, che avanza, senza ritorno.
In principio c’è la tentazione, alla fine un volto di
sole e di luce. Il grande cammino va dall’ombra alla
trasfigurazione, dal deserto al monte.
Il Padre parla solo due volte, al Giordano e al Tabor, e ha una sola parola: «Questi è mio Figlio. Ascoltatelo!». Il Padre è voce, Gesù è parola e volto del Pa-
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dre rivolto ai fratelli. Chi lo ascolta diventa come lui,
figlio e volto di Dio, volto e occhi di luce. La trasfigurazione inizia così.
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III DOMENICA DI QUARESIMA
L’acqua che io darò diventerà sorgente
che zampilla per la vita eterna.
(Gv 4, 5-42)
Al pozzo di Sicar Gesù si prende cura del destino di
una donna, della sua carne e della sua eternità. Vorrei
meditare e gustare con voi ciò che Cristo fa nascere,
germinare e lievitare attorno alla sua persona, ai suoi
gesti e alle sue parole, come una continua natività.
«Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me,
che sono una donna samaritana?» Gesù fa nascere per
prima cosa la fine delle barriere, la libertà. C’è una
barriera tra Giudei e Samaritani, e disprezzo reciproco. E Gesù la apre e libera il dialogo. C’è una barriera
tra i rabbi di Israele e le donne: la donna non poteva
essere discepola. E Gesù apre, crea libertà: quella
donna diventa più che discepola, diventa una profetessa, un apostolo. C’è una barriera tra uomo e donna,
un sospetto, una paura: i discepoli, ritornati, «si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna». E
Gesù apre le chiusure, fa respirare, mette aria nuova,
fa nascere relazioni libere e leggere.
Ma la cosa più bella è che Gesù fa nascere il mistero di Dio dentro la samaritana passando per il suo mi-
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stero di donna. Non c’è via di accesso migliore allo
spazio di Dio che lo spazio del cuore. Il Signore delle
nascite presiede alla nascita di una donna nuova e rivela quella donna a se stessa, passando per il suo cuore, perché nulla rivela il mistero dell’uomo quanto il
mistero dell’amore.
Ed è per una storia di amore che Gesù arriva alla
dimensione nuova di quella donna: «Va’ a chiamare
colui che ami, la persona del tuo cuore». È così che
nasce una nuova donna: «Mi ha detto tutto ciò che ho
fatto, mi ha detto tutto di me, mi ha letto nel cuore, mi
ha detto ciò che sono davvero». Gesù è colui che dice
tutto di te, che fa nascere la totalità prima disgregata
in frammenti, quel tutto che non sai vedere. E mi rivela a me stesso, ma non come condanna, bensì come
scoperta; non come giudizio, ma come verità della mia
vita: è la sua parola che spiega il tutto di me.
Gesù non giudica la donna, non la condanna, non
la umilia. La fa nascere, e lei abbandona la brocca come fosse un vecchio vestito, una vecchia storia, una
vecchia vita lasciata sull’orlo del pozzo; corre in città e
ferma tutti per strada: «C’è uno che fa nascere e rinascere, c’è uno che dice tutto ciò che è il tuo cuore».
Ma prima ancora le aveva detto: «L’acqua che io
darò diventerà sorgente che zampilla per la vita eterna». E la donna aveva risposto: «Signore, dammi di
quest’acqua». Gesù ha fatto nascere sete di cielo, fame
di eternità. «Donna di Samaria», le dice, «non vivere
solo per i tuoi bisogni, che sono molti, è vero: fame,
sete, amori, un po’ di religiosità; perché quando avrai
soddisfatto questi tuoi bisogni fondamentali, non hai
che un po’ d’acqua in una brocca, presto finita, sempre insufficiente.»
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Tuttavia Gesù non dice, come certi predicatori che
hanno fretta di disamorarci del mondo, di spoetizzare
la vita: «Fame, sete, bisogni, queste cose materiali, queste gioie fanno male, non giovano a niente, sono cattive,
rovinano la vita». No, Gesù non nega le brevi gioie della strada. Dice solo che non bastano, che non sono il
tutto di te, che c’è un verdetto di insufficienza su tutti i
pozzi umani, perché è stato lui a darci un cuore più
grande e più largo di tutte le creature messe insieme.
Gesù va verso quel pozzo segreto che è il cuore della persona, perché al segreto di una persona si accede
solo attraverso il mistero dell’amore. L’uomo è un
enigma in cui entra solo chi ha trovato la rivelazione
dell’amore. E Gesù va verso il pozzo segreto che è il
cuore di quella donna e lì attinge vita. Apre il pozzo e
fa nascere una sorgente che sgorga, che zampilla vita:
nasce dentro la donna il canto di una sorgente.
È un’immagine bellissima: la sorgente è acqua che
esce, che zampilla, che va, che è più di ciò che basta alla mia sete: è acqua per gli altri. La donna, che prendeva quanto serviva alla sua sete e alla sua fame, diventa ora tutt’altra creatura, diventa colei che dona,
colei che placa la sua sete placando la sete d’altri, colei che si illumina quando illumina altri, colei che riceve gioia donando gioia. Infatti lascia la brocca, corre,
chiama, annuncia, testimonia, profetizza. E attorno a
lei nasce la prima comunità di discepoli samaritani.
Gesù, creatore di nascite perenni, sorgente di natività
continue. Gesù che fa nascere una comunità, fa nascere discepoli, adoratori nuovi in spirito e verità. Il proliferare di nascite, il moltiplicarsi di natività!
E ancora continua: «Levate i vostri occhi e guardate.
Mancano quattro mesi alla mietitura e le messi già bion-
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deggiano. Nasce l’estate. Guardate bene, guardate in
alto». Il futuro è già qui, intravisto almeno con gli occhi
del cuore. Alzate gli occhi: la messe sta maturando. Perché non sapete vedere tutto ciò che di bello accade, tutta la comunione che inizia, tutti i cuori che diventano
nuovi, tutte le sorgenti che si dischiudono? Perché non
sapete vedere tutto l’amore che accade e che fa maturare le messi del mondo? Non vivete a occhi bassi!
Davvero Gesù è il creatore di un mondo nuovo. Anche dentro i discepoli, che tornano e gli dicono: «Rabbì, mangia», egli fa nascere qualcosa di nuovo: «Ho un
altro cibo». Gesù spalanca il desiderio e la fame, li spalanca su Dio: fare la sua volontà è ciò che nutre la vita,
è ciò che fa maturare il mondo e apre le barriere.
Gesù ha un’opera da compiere, ed è la sua passione, la sua morte. La croce, però, è il luogo dell’amore totale: e questo amore alimenta la vita. Se non abbiamo amore, passione, donazione, la vita si stanca
subito, si disidrata, appassisce dentro. Solo l’amore
alimenta le profondità del nostro essere: «Mio cibo è
l’amore. Mio pane è fare la volontà di colui che mi ha
mandato».
Va al pozzo la donna di Samaria come mendicante
d’acqua e ne ritorna come mendicante di cielo. Va con
una brocca e ne ritorna con una sorgente. Come la samaritana, possiamo anche noi dimenticare la brocca,
questa vita angusta che contiene così poco, questa vita piccola e opaca, e correre a raccontare di un Signore che fa nascere, capace di dirmi tutto quello che ho
nel cuore, capace di farmi alzare gli occhi, capace di
far nascere in me un mendicante di cielo, e poi un’estate colma di frutti. Capace di far nascere tra le mie
mani il canto di una sorgente.
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IV DOMENICA DI QUARESIMA
Va’ a lavarti nella piscina di Siloe.
Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
(Gv 9, 1-41)
Il Vangelo racconta la conquista di uno sguardo nuovo
da parte di un cieco. Nella seconda lettura Paolo ci assicura che ora siamo «luce nel Signore».
La parte centrale del racconto di Giovanni è tutto
un turbinio di risposte, un agitarsi traboccante di parole, mentre Gesù, dopo un gesto iniziale carico di
simboli e di tenerezza, scompare, lasciando la scena alla dialettica degli altri, tutti a difendersi, ad attaccare,
a parlare senza sosta e senza gioia.
No, Gesù non ha nulla da spartire con un mondo
fatto di parole e di teorie. Egli è la “compassione”,
non la spiegazione. Luce della vita è la compassione,
non la dialettica più acuta. Il cieco dalla nascita, infatti, non cerca la spiegazione della sua disgrazia; cerca
compassione e mani che lo tocchino e qualcuno che
sugli occhi spenti metta qualcosa di proprio, con quella minima liturgia di mani, di fango, di saliva, di cura.
Cerca condivisione, non dimostrazione.
Alla fine del racconto Gesù ritorna dal cieco, che di
lui sapeva solo il suono delle prime parole e il tocco
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delle mani. «Tu credi?» «È colui che parla con te.» «Io
credo, Signore!» In queste semplici parole passa il segreto della vita.
Anche il nostro è un mondo di parole e di sofismi:
chi ha ragione, chi ha torto, la mia tesi contro la tua;
e come i farisei, nessuno prova pena per gli occhi
vuoti del cieco; nessuno si entusiasma per i nuovi occhi illuminati.
Siamo burocrati delle idee, analfabeti del cuore.
Vediamo in televisione, in questi giorni, sangue e morte e forse, invece di compassione, cerchiamo subito
accuse o contraccuse, non muoviamo un dito: solo si
muovono parole di accusa e di giustificazione. Per
teorizzare il mondo dimentichiamo la vita. È un mondo cieco. Gesù esce, non ci sta.
Il Vangelo oggi ci chiede di guarire, di conquistare
una vista nuova, di conquistare un volto raggiante, di
diventare luce nel Signore. Com’è possibile? Pensiamo al racconto del libro dell’Esodo in cui si dice che il
viso di Mosè era raggiante perché «aveva conversato
con il Signore» (cf. Es 34, 28-35). Parlare con Dio rende luminosi, la preghiera apre le porte della luce che
viene e si condensa e si rapprende, rimane impigliata
nel volto e nel cuore dell’orante. Anche le parole di
colui che prega sono come bagnate di luce.
Nella Seconda lettera ai Corinzi Paolo dice che contemplando il Signore, riflettendo la sua gloria, veniamo trasformati in quella stessa immagine (2Cor 3, 1718). Contemplare il Signore trasforma; pregare ci trasfigura in immagine del Signore. Il dialogo con Dio
porta luce. L’uomo diventa ciò che contempla; l’uomo
diventa ciò che ama, ciò cui guarda con gli occhi del
cuore, l’uomo diventa ciò che prega. Ecco che allora
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possiamo davvero dire, come ci suggerisce la seconda
lettura di oggi, che siamo «luce nel Signore».
Contemplando Dio veniamo trasformati in Dio. La
strada della luce passa per due verbi: “conversare”
con Dio, come ha fatto Mosè; “contemplare” il volto
di Dio, come ci dice Paolo. Come eco, le parole del
Salmo 34: «Guardate a lui e sarete raggianti e non
avrete più volti oscuri».
Il segreto di un volto raggiante, luminoso, risiede
nella conversazione con Dio, nella contemplazione di
Cristo, nel guardare a lui con occhi vivi, come quelli
donati al cieco del Vangelo. E forse, in questo tempo
di Quaresima, dovremmo tutti, io per primo, “perdere” un po’ di più del nostro tempo per guardare a lui,
per lasciarci guardare da lui, per ascoltare lui, per contemplare lui. Di modo che traspaia un po’ di cielo dal
fondo del nostro essere.
Ma io sarò raggiante per una terza strada. Non
quando avrò trovato risposte chiare agli enigmi del vivere, ma quando compirò le opere della luce. Dice
Gesù: «Compite le opere della luce finché dura il giorno» (Gv 9, 4). Che significa: il giorno durerà, la luce
brillerà se noi compiremo le opere di Dio. La luce durerà fino a che i figli dell’uomo saranno costruttori
delle opere di Cristo, costruttori di ciò che più manca:
una luce amante, gesti amanti.
La Quaresima è un tempo particolarmente dedicato alla carità. Perché non basta lo sguardo di Cristo pieno di stupore e di pietà; ci vogliono le mani di
Cristo, piene di attenzione e di tenerezza. E se non
incontriamo dei ciechi, almeno i poveri li incontriamo. Almeno ricordarci il colore degli occhi, almeno
guardarli.
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E poi fare che le mani possano fiorire in gesti di partecipazione. Quante volte ho visto spegnersi occhi intelligenti e acutissimi, che dicevano di vedere e prevedere perfino la storia del futuro. Erano acuti, erano
pensosi; erano acuti, ma non raggianti di luce interiore
e amante. Perché si vede bene solo con il cuore; e quando le mani si posano sui poveri, come ha fatto Gesù.
Lo sappiamo tutti: basta una lacrima e diventiamo
come ciechi, un grumo di dolore nella nostra giornata
e non capiamo più niente. Basta una lacrima, e i contorni delle cose si spengono; basta un evento doloroso
in famiglia, e la strada, che ci sembrava facile e diritta,
diventa un labirinto senza uscita. Basta un dolore, e il
cielo diventa nero e la fede si svuota e dolgono di desolazione le fibre più intime del cuore.
La vista va conquistata, gli occhi che portano lontano
sono “dono” e “conquista”. Sono dono quando accetto
che sia Dio a rivelarmi le ragioni e la bellezza segreta di
ogni cosa; e accetto la sua voce di abisso e di vertice. Sono conquista quando converso con Dio e contemplo il
volto del Crocifisso e faccio le opere di Cristo. Allora saremo raggianti e non avremo più volti oscuri.
Così si conquista la vista e si diventa luce: frequentando la luce del vangelo, frequentando il cielo di Dio
che sono i poveri. Lì vedremo anche noi fiorire il miracolo della luce, vedremo Cristo, fiore di luce nel nostro deserto.
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V DOMENICA DI QUARESIMA
Signore, se tu fossi stato qui,
mio fratello non sarebbe morto!
(Gv 11, 1-45)
Dolcemente, come si fa con gli amici, le sorelle rimproverano Gesù: «Se tu fossi stato qui, nostro fratello
non sarebbe morto». Le loro parole introducono un
primo, grande tema: quello del ritardo di Dio. Che è la
regola dell’amicizia di Dio per me, non la regola della
sua indifferenza.
Con il suo ritardo Gesù vuole spiegare qualcosa di
nuovo. Egli non è venuto a modificare i ritmi della vita e della morte del corpo, non è venuto a modificare
il decorso delle malattie, a ritardare indefinitamente il
momento del morire, ma a dare un senso nuovo sia alla morte sia alla vita. E il senso nuovo è questo: non
morirai per sempre, non morirai in eterno. La morte è
una parentesi d’ombra per poi venir fuori di nuovo
nel sole: «Lazzaro, vieni fuori!». È uscire alla presenza di Dio, alla folla degli amici.
Resta, tuttavia, il Dio “in ritardo” davanti alle tragedie, davanti alla guerra, davanti a ogni morte. Come i
Giudei, anche noi diciamo: Non potevi far sì che non
morisse il mio familiare, il mio amico, quel bambino in-
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nocente? Ebbene, il ritardo di Gesù ci dice che egli
non è venuto perché l’uomo non muoia, non è venuto
per togliere la morte, il cui mistero inquietante rimane;
non per l’esenzione dalla morte è venuto, ma per la risurrezione. E per riempire la vita di ciò che dura oltre
la morte, di cose che resistano oltre l’ultima frontiera.
Ed ecco un secondo atteggiamento del Signore Gesù, oggi: il suo piangere, il suo turbarsi. Quel commuoversi profondamente che è come una ribellione, la
stessa che anche noi proviamo di fronte a certe morti,
a tutte, forse, le morti. Non è giusto! È uno dei gridi
che più spesso si alzano a contestare Dio: non è giusto! La rabbia dell’uomo di fronte alla morte, l’ultimo
nemico, è grido, è preghiera, è ribellione: tutto nello
stesso tempo.
Anche Gesù si ribella alla morte. È la stupenda arroganza dell’amore che non accetta la morte dell’amico. Amore fino alle lacrime. Pagina piena di lacrime,
quella di Lazzaro: piangono Marta e Maria, piangono
i Giudei, piange anche Gesù.
Quello che mi interessa oggi sono proprio le lacrime di Gesù, perché è questa la salvezza: il pianto di
Dio. Dio piange per me; io non morirò per sempre, e
questo per il suo amore che non accetta di finire. Le
sue lacrime sono la sua dichiarazione di amore.
Ognuno di noi è Lazzaro: malato e amato. Sono io
l’amico che egli non accetta di veder finire nel nulla
della morte, perché la morte mette in gioco la credibilità di Dio: la morte spoglia Dio dei suoi tesori, dei suoi
gioielli, lo deruba dei suoi figli, ma non per sempre.
Quante volte io sono morto, quante volte mi sono
addormentato! Era finito l’olio della lampada e la luce
si era spenta, finita la voglia di amare, forse finita per-
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fino la voglia di vivere, finito l’interesse per Dio e per
le cose grandi. E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perché, una pietra si è
mossa, è entrato un raggio di sole, un grido di amico
ha percosso il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le
bende e ho cominciato a rivivere.
E ciò accade! E accadrà ancora per palesi, pubbliche, sconvolgenti ragioni di amore. Dio piange per il
suo amico: io sono quell’amico. E la risurrezione è
possibile per le lacrime di Dio. Abitato dall’amore di
Dio, io sono già abitato dalla risurrezione.
Il terzo atteggiamento di Gesù che mi emoziona è il
suo unire coraggio e paura: un nodo di sentimenti così umano, così vero! Ha paura come ogni coraggioso.
Da pochi giorni ha lasciato Gerusalemme perché i
Giudei volevano catturarlo e ucciderlo; ha seguito il
suo cuore d’uomo, è riparato al sicuro al di là del
Giordano.
Ma ora è convocato dall’amicizia. Ora trova il coraggio dell’amicizia, un coraggio che contagia, per una
volta almeno, pure Tommaso e gli altri: «Andiamo anche noi a morire con lui!». E Gesù mostra cosa significa vivere una vita dedicata, che qualcosa conta più di
me, e che non vale la pena vivere se qualcosa non vale
più della mia vita. Mostra cosa significhi una vita dedicata: a una persona, a una causa, e dimenticarsi per essa, e mettere in gioco la vita, e dare tutto per un tesoro
nascosto. Io sono quel tesoro nascosto, io sono Lazzaro, è per me che Gesù mette a repentaglio la sua vita.
Ecco, allora, l’ultimo grande messaggio del Vangelo
di Lazzaro: «Se credi, vedrai la gloria di Dio». Gloria
di Dio non è il miracolo, è l’uomo vivente; gloria di
Dio è la vita che riprende a scorrere, gloria e legge di
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Dio è che l’uomo viva; la vita dell’uomo è così importante da spingerlo a rischiare la sua stessa vita. Per me
Gesù perde la sua vita!
Allora il nostro compito, di noi discepoli di Gesù, è
ripetere la sua vita perché in noi si ripeta la sua risurrezione: la sua vita piena di coraggio, di dedizione, di
amicizia, di lacrime. «Io sono la risurrezione e la vita.»
Noi sappiamo cos’è la vita, ne facciamo esperienza:
vita fatta di pane e di miracolo, fatta di argilla e di
amore. Vita è respirare, ridere, amare, gioire, lottare,
vincere, perdere ma ricominciare, cadere sette volte
ma rialzarsi otto volte. E questo è opera sua. La vita è
emozione, poesia, dramma, stanchezza, sogno, croce.
Noi sappiamo che cos’è la vita, ma sappiamo chi è Gesù che dice: «Io sono la vita»?
Lui è tutte queste cose, tutto ciò che conosciamo
della vita; ma poi è anche altro: «Io sono risurrezione». Ed è questo che ci spinge all’ascesa, che smuove
la pietra, che ci spinge come Lazzaro fuori dalle nostre
grotte murate, che scioglie, che manda avanti, che
mette in ciascuno di noi ciò che ha messo in Lazzaro:
la capacità di uscire, di andare.
«Vieni fuori! Scioglietelo e lasciatelo andare.» Ed
ecco tre verbi bellissimi: esci, sciogliti e va’. Verbi di
vita e di futuro: va’ verso più libertà, verso più coscienza, più amicizia, verso una vita dedicata. E questo
perché lui è in me: via vivente e nuova.
Certo, il ritardo di Dio pesa, pesa fino allo scandalo; eppure credo nel sole anche quando non splende,
credo nell’amore anche quando non mi è dato, credo
in Dio anche quando tace. Perché, se il volto di Dio è
quello di Gesù, se il nome di Dio è “amico”, il mio nome è “amato per sempre”.
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DOMENICA DELLE PALME
Se sei figlio di Dio, scendi dalla croce!
(Mt 26, 14-27, 66)
Abbiamo ascoltato il lungo racconto della passione
del Signore Gesù trasmessoci dal Vangelo di Matteo.
Occhi e cuore sono con lui sulla via dolorosa, ai piedi
della croce; le sue parole risuonano nel nostro intimo,
il suo alto grido lacera il silenzio. Vi propongo solo
qualche parola, per aiutarci a riascoltare quel grido, a
non perderne l’eco profonda: a quel grido è legata la
nostra vita.
È la terra intera che risuona in quel grido: ed è un
grido di nostalgia, la profonda malinconia del paradiso perduto, del Dio perduto, dell’amore e della pace
perduti. La terra, con i suoi cardi e le sue spine, con le
sue primule e i sempreverdi e le sue stelle e, ogni tanto, la sua tenerezza, ma solo ogni tanto e furtivamente.
E la sua crudeltà spesso, troppo spesso, e le sue lacrime e i suoi singhiozzi.
Un giorno Dio non lo ha più sopportato. Dio non
ha più potuto trattenersi. E allora ha impugnato il seme di Adamo e si è messo a gridare insieme ai suoi figli lo stesso grido di nostalgia, radicato nell’angoscia,
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radicato nel sangue e nell’amore, e si è incarnato. Ed è
salito sulla croce. Solo per essere con me e come me.
Solo perché io possa essere con lui e come lui.
Essere in croce è ciò che Dio deve nel suo amore all’uomo che è in croce. L’amore conosce molti doveri,
ma il primo di questi doveri è di essere con l’amato.
Solo un Dio sale sulla croce, ed entra nella morte perché nella morte entra ogni suo amato. Qualsiasi altro
gesto ci avrebbe confermati in una falsa idea di Dio.
Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualunque uomo,
qualunque re, se potesse, scenderebbe dalla croce. Solo un Dio non scende dal legno.
La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante, genesi perfetta di Dio fra gli uomini. Questo dicono le
prime parole pronunciate sul mondo dopo la morte di
Gesù: «Davvero costui era Figlio di Dio!». L’atto di
fede nasce dalla croce:
No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al venerdì santo
quando Tu non c’eri
Lassù!
Quando non un’eco
risponde
al tuo alto grido (D.M. Turoldo).
Essenza del cristianesimo è la contemplazione del
volto del Dio crocifisso (C.M. Martini).
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Entriamo, con questa settimana, nei giorni del nostro destino, i giorni della “vendetta di Dio”: quando
Dio si vendica di tutta la lontananza, di tutta l’indifferenza, di tutta la separazione, inventando la croce che
solleva la terra, cha abbassa il cielo, che raccoglie i
quattro orizzonti, crocevia di tutte le nostre strade disperse. Le braccia di Gesù, inchiodate e distese in un
abbraccio che non può più rinnegarsi, sono le porte
dell’Eden spalancate per sempre, sono cuore dilatato
fino a lacerarsi molto prima del colpo di lancia, sono
accoglienza di ogni creatura, alleanza con tutto ciò che
vive: genesi dell’uomo in Dio.
Perché l’amato nasce dalle ferite del cuore di chi lo
ama. L’uomo nasce dal cuore trafitto del suo Creatore.
E capisce che la vita non è possesso o rapina, ma dono
di sé; che Dio e la vita sono dono reciproco di sé.
Allora la croce è davvero la gloria di Dio, l’ora gloriosa della vita.
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DOMENICA DI PASQUA
Entrò anche l’altro discepolo,
e vide e credette.
(Gv 20, 1-9)
Quel sabato che precedette la Pasqua fu diverso da
tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio. È il sabato del silenzio di Dio.
Così per me, seduto in faccia al sepolcro. Ma viene
il terzo giorno, e una mattina o una sera, o forse meglio ancora una notte, a una svolta della strada, o in un
giardino, o nel silenzio della mia stanza, l’incontro avverrà, sarà come e quando lui vorrà. A me basta desiderare, e fare memoria, e aspettare.
E lo riconoscerò, come le donne, grazie a due segni
che non ingannano: un timore sacro, una trepidazione
da croce e da amante, ma che non è paura, e poi una
gioia che dilaga dentro, umile e forte. Lo riconoscerò
come l’apostolo Giovanni, che «vide e credette». E
correrò come Maria di Magdala, come le altre donne,
ad annunciarlo, «con timore e gioia grande». A dirlo
con la vita: Cristo è vivo.
A me non basta sapere che Cristo è morto, una croce in più tra i tanti patiboli della terra; io devo sapere se
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Cristo è risorto. «Ciò che fa credere è la croce, ma ciò in
cui crediamo è la vittoria della croce» (B. Pascal).
Questa la scommessa della mia fede: Gesù è vivo,
oggi. Mentre chi non crede dirà: No, per me Gesù non
è più vivo. La differenza è tutta qui. Perché, come scrive il filosofo Max Horkheimer, «dobbiamo rifiutarci
di accettare una realtà in cui il carnefice abbia in eterno ragione sulla sua vittima». Il futuro non appartiene
alla violenza. Questo è il senso profondo della Pasqua
per la nostra storia, dove la risurrezione di Cristo non
è mai separata dalla nostra risurrezione.
Prima di risorgere egli «è disceso agli inferi», nel
fondo oscuro della storia e della materia, per darle
energia e direzione verso la luce, l’amore, la libertà. Se
io comincio a pensare che nelle profondità della materia e della mia carne, nelle parti più oscure del mio essere, egli è disceso per illuminare e trasfigurare, per risuscitare amore e bellezza, allora anch’io partecipo
della risurrezione di Cristo che risorge per l’eternità
dal fondo del mio essere, energia che ascende, germe
di vita, vita germinante.
Pasqua è la festa dei macigni rotolati via dall’imboccatura del cuore e dell’anima. E ne usciamo pronti alla primavera di rapporti nuovi, trascinati in alto
dal Cristo risorgente.
«Non mi toccare» dice però Gesù a Maria di Magdala. Si tocca per possedere, per stringere, come non ci
fosse altro. «Non mi toccare», perché non è finito qui
il duello: questo mattino, questo giardino è solo l’avvio. La festa del raccolto sarà solo per dopo, per molto
dopo, quando Dio asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più né morte, né lutto, né lamento, perché le cose di
prima sono passate, e Cristo sarà tutto in tutti.
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Nel racconto della risurrezione del Vangelo di Matteo Gesù ordina alle donne: «Andate ad annunziare ai
miei fratelli...». Chi incontra Cristo corre a comunicare la fine delle lacrime: bisogna andare, troppi attendono; non restare nel tuo giardino privato, tra angeli
lucenti e parole consolatrici. Ma annuncia: Gesù è vivo. E allora nel cuore del dolore, in prossimità della
morte, dentro il sole nero dell’abbandono, questo è
l’annuncio di Pasqua: rimane, continua, è più forte la
potenza dell’amore. Anche se non ho niente, svuotato
dalla tristezza, mani inchiodate, rimane la potenza dell’amore. In un luogo che non conosco, sorgente delle
mie sorgenti, cielo del mio cielo, terra profonda delle
mie radici, luce oltre l’orizzonte, rimane la potenza
dell’amore. Cristo è vivo.
Noi, testimoni del Vivente e non impauriti custodi
di un sepolcro, noi uomini tesi alla vita, diciamo:
«Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 118,
24). Chi è triste in questo giorno commette peccato.
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II DOMENICA DI PASQUA
Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani.
(Gv 20, 19-31)
Otto giorni dopo le porte erano ancora chiuse. Eppure i discepoli avevano visto il Signore, avevano ricevuto lo Spirito; ma le porte erano ancora chiuse! Lento è
il cuore degli apostoli. Come il mio. E non riescono
neppure a convincere uno di loro, Tommaso, che il Signore era tornato dai morti. La povertà delle nostre
parole, che non riescono a testimoniare, a dire, a convincere nessuno; la nostra incapacità di trasmettere la
fede! Eppure avevano visto; avevano sentito: «Pace a
voi!»; avevano gioito.
E Gesù entra a porte chiuse. Nonostante le mie durezze e il mio cuore lento, Gesù viene. Nonostante le
mie resistenze e gli ostacoli, Gesù viene. E mi conforta il pensare che non si ferma davanti alle nostre porte
chiuse. Viene portando una parola di pace.
I discepoli erano chiusi in casa per paura dei Giudei, ma forse anche, o soprattutto, per paura di se stessi, della loro viltà, di come si erano comportati nella
notte del tradimento e della cattura di Gesù. Bloccati
dalla delusione verso se stessi: Non siamo in grado,
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non siamo degni, non ce la facciamo... A queste paure
profonde Gesù dice la parola di pace: Non aver paura
delle tue ferite!
Nelle mani di Tommaso, avide di toccare, ci sono
tutte le nostre mani. L’apostolo traccia un percorso di
fede in cui possiamo tutti riconoscerci, percorso segnato da oscurità, da dubbi, dal bisogno di qualche
prova, di un segno, almeno.
Ed ecco il segno: «Venne Gesù a porte chiuse, stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. E rivolgendosi a Tommaso disse...». Mi emoziona Gesù attento
ai dubbi dei suoi amici, come è stato attento alle lacrime di Maria nel giardino della risurrezione: «Donna,
perché piangi?».
Egli viene non per essere adorato e servito dai suoi,
ma, prima ancora, per andare in cerca di una pecorella smarrita nel piccolo gregge degli Undici. E lascia gli
altri dieci al sicuro, si fa avanti, si propone, si avvicina,
tende le mani: «Tommaso, guarda, metti qua il tuo dito, tendi la mano, mettila dentro questo squarcio». È
da questo che Tommaso riconosce che il Risorto è
proprio quel Gesù che lui conosceva bene. Lo riconosce da come si propone. E io so che così farà anche
con me, nei giorni del dubbio, nei giorni in cui credere è solamente desiderio di credere.
Gesù capisce la fatica di Tommaso e la sua voglia di
credere, ed è lui che si fa vicino, che viene. Solo la mano del Risorto, con quel foro dei chiodi, segno di una
fedeltà senza pentimento, può gettare un ponte tra il
desiderio dell’uomo e la visione di Dio.
Alla fine Tommaso si arrende, ma non al toccare. Il
Vangelo non dice che abbia toccato il corpo del Risorto. Si arrende a quella voce, a quella parola, a quel Ge-
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sù che ha riconosciuto da come parla, da come agisce.
Si arrende alla pace, primo dono che da otto giorni accompagna il Risorto. La pace, primo dono cantato dagli angeli alla nascita del Verbo a Betlemme, primo dono che i discepoli, inviati due a due, porteranno in
ogni casa.
La pace sta all’inizio del vangelo, all’inizio della risurrezione, all’inizio della missione della Chiesa. «Pace a voi!»: non è un augurio, non è una promessa, ma
un’affermazione: la pace è qui, è dentro di voi, è iniziata. E viene da Dio. Perché «se in noi non è pace,
non daremo pace, se in noi non è ordine, non creeremo ordine» (G. Vannucci). La pace è una voce silenziosa, non grida, non si impone; si propone, come il
Risorto: con piccoli segni umili, un brivido nell’anima,
una gioia che cresce, sogni senza più lacrime.
L’amore ha scritto il suo racconto sul corpo di Gesù
con l’alfabeto delle ferite, indelebili ormai, come l’amore. C’è un foro nelle mani del Risorto, dove il dito di
Tommaso può entrare; un colpo di lancia nel fianco,
dove tutta la mano può entrare. Pensavamo che la risurrezione avrebbe rimarginato le piaghe; e invece sono
qui, aperte fino all’ultimo giorno dell’ultimo uomo.
Perché Gesù sa, con gli occhi semplici del figlio
piccolo, di un bambino, che il male dell’uomo può essere guarito solo portandolo, può essere cambiato solo subendolo, può essere trasfigurato solo lasciandosene sfigurare. Il corpo glorioso del Signore Gesù può
essere tale solo se non si rimarginano le piaghe del
Crocifisso. È il giudice giudicato, il buon samaritano
assalito e sanguinante, il pastore che è anche l’agnello
immolato. Questa è la prima e l’ultima parola del cristianesimo: l’amore disarmato e disarmante il nemico.
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Tommaso non crede al Risorto, eppure rimane con
gli altri, li ascolta, li contesta, interagisce con loro. Anche noi possiamo stare, nella comunità cristiana, con
tutti i nostri dubbi, con la nostra fatica a credere: dobbiamo starci. È nella comunità, non altrove, il luogo
della fede. Chi è debole non si senta escluso: venga, resti, altri lo porteranno, altri saranno testimoni, interpreti, saranno memoria viva, paziente di segni e di pace.
Così farà anche per me: verrà, se insisto a sperare,
verrà; già viene la sua pace. La lentezza a credere di
tutti i testimoni della Pasqua, delle donne che, addirittura, per paura non dissero nulla a nessuno (cf. Mc 16,
8); la fatica di Maria di Magdala, di Pietro, degli Undici, di Tommaso, dei due di Emmaus, il loro lungo
dubitare e cercare mi confortano, perché mi salvano
dai due estremi di quella tenaglia che sembra stritolare l’uomo d’oggi: da un lato l’indifferenza religiosa
senza páthos e senza ricerca; dall’altro il tremendo
fondamentalismo, senza il dubbio benefico della domanda, del fanatismo che è solo páthos senza ricerca e
senza domande.
La resa di Tommaso si esprime con una professione
di fede bellissima: «Mio Signore e mio Dio!». In essa è
riassunta tutta l’esperienza pasquale.
Mio Signore! Questo titolo dice che il Gesù dalla
morte fallimentare è ora il vincitore. È innalzato, ma
porta le ferite del giustiziato. Il Crocifisso è risorto, ma
il Risorto è il crocifisso, colui che ha finito i suoi giorni sulla croce. La Pasqua ci rimanda alla croce: la croce è la sostanza vivente della vita del Risorto. La donazione di sé è la sostanza del Risorto, per sempre.
La Pasqua senza la croce è vuota: senza quel Gesù,
sarebbe un mito di rinascita come ce ne sono infiniti
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nella storia. E la croce senza la Pasqua è cieca, senza
direzione e sbocco: sarebbe uno dei milioni di patiboli che gli uomini hanno inventato per colpire gli oppositori, per sacrificare uno o un popolo intero come fosse incarnazione del male, il capro espiatorio, del cui
sangue è imbevuta tutta la terra, sotto ogni cielo.
La Pasqua senza la croce è vuota, la croce senza la
Pasqua è cieca. Croce e risurrezione sono inestricabilmente unite; e lo mostrano le piaghe del Risorto. A me
che ancora voglio vedere il Signore, che ancora voglio
toccarlo, è data una sola risposta: Gesù. La nostra visione è l’ascolto, come è stato per i profeti; la nostra visione è la lettura, come è stato per tutti i discepoli.
La lettura e l’ascolto del Vangelo, della vicenda di
Gesù! Quella vicenda accaduta sotto Ponzio Pilato,
nell’oscura provincia di Palestina, lascia quella terra e
naufraga nel cielo, naufraga nel cuore, raggiunge l’eterno di Dio, l’“in principio” delle cose. E così come
Tommaso anch’io dirò: Mio Signore e mio Dio! Io so
di Dio solo ciò che so di te, Signore crocifisso e risorto. Io so di Dio solo ciò che so di te, Signore dalle mani inchiodate, che torni a tendere verso di me, verso i
miei dubbi.
Per due volte Tommaso ripete quel piccolo aggettivo “mio” – “mio” Signore e “mio” Dio –, piccola parola che cambia tutto, che non dice il possesso avido
di qualcuno, ma l’esperienza che quella vita fa parte
della tua vita. Non è un teologo che parla: egli direbbe
“Dio”, non “mio Dio”. Solo il credente dice “mio
Dio”. E qui parla l’amata del Cantico dei cantici: «Il
mio amato è per me e io sono per lui» (6, 3), parla uno
che vede in quella figura, piagata e risorta, ciò che lo fa
vivere, che gli ha di nuovo rubato il cuore; vede la par-
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te migliore della vita, vede le sue cose più care, la sua
sete e la sua pace.
Mio Signore e mio Dio: “mio”, come lo è il cuore –
e, senza, non sarei; “mio”, come lo è il respiro – e, senza, non vivrei.
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III DOMENICA DI PASQUA
Non ci ardeva forse il cuore nel petto
mentre conversava con noi?
(Lc 24, 13-35)
Dalla vita vuota all’accensione del cuore. Ecco il percorso tracciato oggi da due parole: quella di Pietro che
ci esorta ad essere liberi dalla vita vuota di prima (cf.
1Pt 1, 18) e ci indica che cosa attendere da Dio: una vita in pienezza; e quella di Cleopa e del suo compagno:
«Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le
Scritture?» (Lc 24, 32).
Dalla vita vuota all’accensione del cuore. Il Vangelo
di Emmaus racconta il nostro pellegrinaggio, il nostro
oscillare tra questi due poli.
C’è un discepolo senza nome, che cammina con
Cleopa. Gli voglio dare il mio nome. Sono io quando
deluso, ferito, tentato di tirare i remi in barca, mi sento spento.
Oggi vediamo svolgersi il nostro percorso come
una grande liturgia in tre tappe.
Il primo momento di questa liturgia è quello della
strada. Due camminatori sconsolati, tristemente incamminati oltre la città, oltre quel sogno finito nel san-
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gue: sono espressione di tutte le crisi di fede, di tutte
le delusioni, di quando sentiamo che i dubbi sono
maggioranza e Dio ci sembra il grande assente. Ma la
loro fortuna è comunque di essere in due, di fare strada insieme, di guardare nella stessa direzione, di avere
lo stesso dolore: così sono già oltre la solitudine. Sono
due, già capaci di accogliersi l’un l’altro, già disposti
ad accogliere altri.
Ed ecco che uno sconosciuto si accosta a loro, sono
una piccola comunità che si allarga, che crea comunità più grande. Quante volte noi pensiamo che il Signore l’abbiamo lasciato nelle nostre chiese, che sulle
strade del mondo siamo soli. Invece Gesù cammina
con noi, nel nostro pellegrinaggio, spesso sconosciuto.
Chiede di fare un pezzo di strada, un pezzo di vita con
te, forse sta già facendo vita e strada con te, forse con
il volto di un familiare, di un amico, di un collega.
Il Signore cammina sulle strade del mondo perché
il suo cielo sono gli uomini. Egli abita i passi dei cercatori, cammina al fianco di ciascuno di noi. Ad essere precisi, non dobbiamo attenderlo: egli ci ha già preceduti; non dobbiamo raggiungerlo: si è già unito a
noi; non dobbiamo cercarlo: è lui in cerca di noi.
E i due «si fermarono, col volto triste». Fermati anche tu, anche e soprattutto quando sei triste, non restare chiuso nel tuo dolore; fermati accanto a qualcuno. Accompagnati ad altri, interessati ad altri, illumina
altri e ti illuminerai. Fermati accanto: la tristezza cederà al dialogo. Lascia che altri si appoggino alla tua vita. Ed ecco come ci si appoggia alla vita dell’altro: comunicando la propria speranza. «Noi speravamo...»
La liturgia della strada è la liturgia della speranza. I
due discepoli raccontano di Gesù, ne parlano con no-
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stalgia, dicono amore e delusione: «Noi speravamo
tanto!». Dicono una storia capita male, un amore sfociato nel fallimento, nell’illusione, perché hanno visto
solo la superficie dei fatti, hanno visto solo la corteccia
degli eventi.
Ecco, allora, il secondo momento del pellegrinaggio, la seconda liturgia, quella della parola. Gesù comincia a leggere il dolore di Dio e la vita degli uomini,
e spezza la corteccia dei fatti, penetra dentro lo scandalo. Senza la parola di Dio si fa solo della cronaca, la
si enfatizza senza cogliere il senso profondo delle cose.
Da qualche parte c’è un senso, e Gesù lo rivela. L’anima dei due camminatori comincia a rasserenarsi ed
essi scoprono una verità immensa: c’è la mano di Dio,
posata proprio là dove sembra impossibile; c’è la mano di Dio, posata proprio là dove sembra assurdo; c’è
la mano di Dio, così nascosta da sembrare assente, ma
che tesse il filo d’oro dentro la tela del mondo.
Noi dimentichiamo qualcosa: più la mano di Dio è
nascosta, più è potente; più la mano di Dio è silenziosa e non appariscente, più è efficace. Perché l’assenza
di Dio è una più ardente presenza. Semplicemente
Dio è oltre: oltre il freddo della tomba, oltre il freddo
della storia, oltre il dolore e le illusioni.
La svolta del racconto di Emmaus, la svolta del
cuore avviene qui, attorno alla croce, come ogni svolta decisiva della nostra esistenza. Sono le croci che segnano i tornanti della nostra vita, le croci che recano,
però, il senso proveniente dall’unica croce e dall’unica
risurrezione. La croce è l’unica parola da ascoltare.
Per questo Gesù spiega sostanzialmente solo questo ai
discepoli. È la parola definitiva che devo custodire,
consegnare, scrutare, capire, pregare.
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Allora il cuore comincia ad ardere. Dove tutto si
ferma, lì Dio riparte. Questo ardore del cuore, questo
calore dell’anima, quella sua voce o la voce di un suo
figlio o il gemito del creato o un amico o un profeta o
un amore riaccendono la vita dentro di noi. La cosa di
cui più sono grato al Signore è il dono intermittente e
favoloso di un cuore acceso.
E viene poi il terzo momento, la liturgia della casa o
il canto del pane: «lo riconobbero allo spezzare del
pane». Da questo gesto, che indica donazione, si riconosce il Cristo, dalla croce e dal pane, da una vita che
si occupa di altre vite, dal gesto che indica soccorso alla fame, come prima sulla strada era soccorso alla solitudine e alla tristezza.
«Lo riconobbero allo spezzare del pane», allo spezzare qualcosa di proprio per gli altri, perché questo è
il cuore del vangelo. Spezzare il pane o il tempo o un
vaso di profumo, come a Betania, e condividere poi
cammino e speranza e solitudine.
Emmaus è il racconto di una liturgia, delle nostre
liturgie, di quelle che celebriamo in chiesa e nel mondo, con la vita e la sua grandezza, e la sua potenza di
rivelazione.
Questi i tre momenti: camminare con amici e sconosciuti, fermarsi a condividere speranza e tristezza:
questa è la liturgia della strada. E poi la liturgia della
Parola, la scoperta, la lettura più profonda del senso
delle cose, l’amore per il Vangelo. Infine il pane spezzato come soccorso ai fratelli, come simbolo minimo
di vita donata.
In questo pellegrinaggio della fede di cosa abbiamo
bisogno? Di tre cose: una strada, qualche compagno
di viaggio e la parola di Dio. Eppure queste tre cose
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non bastano. Non basta conoscere il Vangelo per riconoscere Gesù. Non basta dedicarsi corpo e anima all’altro, né ripetere meccanicamente alla domenica il
gesto dell’ultima cena, se manca il calore dell’amore.
Senza amare, anche solo un po’, Gesù Cristo, è impossibile vederlo.
Tutto il brano del Vangelo oggi è percorso da questo amore in tutte le sue sfaccettature. È di lui che i
due discepoli parlano nelle due ore di cammino da
Gerusalemme a Emmaus; è per lui che sono tristi; per
cose dette su di lui sono sconvolti. E quando lui parla,
arde loro il cuore nel petto. Lui vogliono trattenere
quando scende la sera, perché solo l’amore conosce,
solo l’amore vede.
Questo è il dono di Emmaus. E l’augurio che rivolgo a ciascuno è quello di avere il dono favoloso del
cuore acceso, anche se di tanto in tanto, anche se raramente. E il dono di trovare nel Vangelo ancora una parola capace di rubarci il cuore. E poi il dono di trovare qualcuno lungo la strada, qualcuno che ci parli di
Dio e della vita in modo che ascoltarlo sia rimanere accesi. E sarà sufficiente a ripartire, anche se attorno è
notte, a ripartire con il sole dentro, verso un annuncio
di gioia: «Il Signore è veramente risorto, è qui, è la mia
strada, cammina al ritmo del mio cuore».
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IV DOMENICA DI PASQUA
Sono venuto perché abbiano la vita
e l’abbiano in abbondanza.
(Gv 10, 1-10)
In una piccola parola è sintetizzato ciò che oppone
Gesù, il pastore vero, a tutti gli altri, ciò che rende incompatibili il pastore e il ladro. La parola immensa e
breve è “vita”. «Sono venuto perché abbiano la vita e
l’abbiano in abbondanza.» Cuore del vangelo. Parola
indimenticabile. Vocazione di Dio e vocazione dell’uomo.
All’esatto opposto, il ladro viene per rubare, uccidere, umiliare la vita, distruggerla. Ecco la grande alternativa di tutta la storia umana: le cose che fanno vivere, le cose che fanno morire; da un lato i servitori
della vita, dall’altro i servitori della morte.
Oggi il vangelo della vita assicura che unica è la vocazione di tutte le creature: avere la vita in pienezza.
Se c’è un filo rosso che lega insieme tutta la Bibbia, è
la parola “vita”. Conquista mai sufficiente, dono sempre minacciato.
Già dal primo uomo, dalla prima donna, cui il serpente promette: «No! Non morirete; anzi, avrete vita
come Dio»; ad Abramo, che chiede un figlio in cui la
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sua vita continui; ai Salmi, che ripetono un’unica supplica: «Fa’ che io viva! Salva la mia vita! Fammi camminare sui campi della vita! Non farmi scendere nella
tomba!».
Il fondamento di tutti i comandamenti è questo:
«Hai davanti a te la vita e la morte. Scegli!». Così inizia la legge di Mosè. Ma capiamo che questo non è un
ordine. Sentiamo Dio che supplica e implora e prega:
«Scegli la vita!».
Di questa parola sono ricolmi i canti, i lamenti, le
cetre dei salmisti, le città assediate, le donne sterili,
Giobbe e il piccolo profeta Giona, che si adira con
Dio perché non distrugge Ninive, perché non è anche
lui come tutti, ladro che ruba, distrugge, uccide, ma è
invece il pastore buono per i centoventimila della città che ancora non sanno distinguere la destra dalla sinistra, e ha pietà perfino dei tanti animali di Ninive
(cf. Gn 4, 11). Giona si adira con Dio perché è pastore di vita!
Cosa contiene la parola “vita”? È tutto ciò che possiamo pensare per riempire questo suono, tutto ciò
che possiamo desiderare come meta. Vita è respiro,
forza, salute, bellezza, amore, relazioni, gioia, libertà,
pace. Vita è una parola che deborda, che tracima continuamente.
Non ci interessa un divino che non faccia anche fiorire l’umano. Che cosa significa acquisire fede? È acquisire bellezza della vita, comprendere che è bello vivere, è bello sposarsi, è bello avere figli, è bello essere
frate, suora, è bello prendersi cura di qualcuno, e avere amici, e progettare, e partire ogni giorno, e seminare a ogni stagione, e gustare lo stupore di essere vivi.
Perché? Perché la vita va verso un esito positivo, ver-
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so una liberazione, verso uno sbocco luminoso, nel
tempo e nell’eterno.
«Io sono la porta», dice Gesù, per entrare nei campi della vita. Cosa significa passare quella porta? Attraversare la porta che è Cristo significa guardare attraverso i suoi occhi, conquistare il suo modo di pensare, così diverso dal nostro, per cui è beato il povero,
non il ricco, chi dona e non chi accumula, è beato il
perseguitato e non il persecutore, chi piange e non chi
ride, il non violento e non il più forte.
Passare attraverso Cristo è come cambiare rotta, è
indirizzare la prua del cuore verso le cose che lui amava: amore, libertà, coraggio, dimenticarsi, perdonare,
dare tutto fino alla fine, con tutto il cuore.
La seconda parola che mi interroga nel Vangelo di
oggi è quella con cui si chiude il brano: «abbiano la vita in abbondanza». Non solo la vita necessaria, non
solo l’indispensabile, non solo quel respiro, quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva, vita che rompe gli argini e
sconfina, uno scialo di vita.
Così è nella Bibbia: manna non per un giorno ma
per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila
persone, carezza per i bambini, pelle di primavera per
dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento
fratelli, vaso di nardo prezioso in casa di Simone. Dio
non intende rispondere ai tuoi bisogni essenziali: questo lo farà la politica, l’intelligenza, la tecnica. Egli è il
Dio dei talenti da moltiplicare, il Dio del seme generoso, il Dio del centuplo.
Dio sa di avere immesso nei solchi della storia un
seme che tenacemente, implacabilmente, salirà a spezzare la crosta arida della nostra e di tutte le epoche,
103
per riportarvi profezia di pace e di primavera, estati di
moltiplicazioni, autunni di frutti saporosi.
E in più l’eternità per tutto ciò che di più bello e di
più forte hai nel cuore. Non solo: ultima vocazione degli uomini è diventare figli di Dio. E non c’è parola che
abbia più vita dentro: diventare figli, i quali non da sangue, non da carne, ma da Dio sono nati (cf. Gv 1, 13).
Diventare ciò che già siamo: figli; cioè nascere ancora con la vita di Dio dentro. E quando sento vuote
le anfore della mia esistenza – e so quanto rapidamente si svuotano –, le porterò ai piedi della sorgente che
è Dio, le metterò ai piedi della Parola, ai piedi del pane, ai piedi della preghiera, e chiederò a lui di riempire le anfore vuote. E lui verrà portando la sua stessa vita, lui verrà portando la sua luce, la sua forza, la pace,
la gioia, la sicurezza, donando se stesso. Dio non può
dare nulla di meno di se stesso, ma dandoci se stesso ci
dà tutto: vita in abbondanza.
L’ha detto un giorno Gesù: «Io sono la vita» (Gv
14, 6). Oltre questo non si può andare, oltre è inutile
andare. Il cristianesimo è esperienza di vita, di comunione, di scambio, viaggio da vita a vita, migrazione di
vita; calice che trabocca, che discende da Dio verso
noi e, qualche volta almeno, sale da noi verso Dio. Trabocca da noi verso gli altri.
Vorrei concludere con una preghiera: Tu sei la mia
vita. Tu sei quelle mani dalle quali nulla mi potrà separare, nemmeno la morte, tanto meno la morte, piccola soglia di tenebra da attraversare per passare all’altro sole.
E ripeto a me stesso: aggrappati forte al cuore che
non ti lascerà cadere. Mai.
104
V DOMENICA DI PASQUA
Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14, 1-12)
«Vi porterò con me, perché siate anche voi dove sono
io.» La prima immagine che il Vangelo disegna oggi è
quella di una casa. C’è un luogo in principio a tutto,
un luogo caldo, familiare, che mi appartiene, una casa
il cui segreto basta a confortare il cuore.
«Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14, 1): lì abita qualcuno che ha desiderio di noi, nostalgia di noi,
che non sa immaginarsi senza di noi e ci vuole con sé.
Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di
essere insieme con l’amato. Il primo dovere è di non
restare separati: «Perché siate anche voi dove sono io»
(v. 3). E nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio»
(Rm 8, 39).
Tommaso dice a Gesù: «Signore, non sappiamo dov’è questa casa: come ci si arriva?». Gesù risponde: «Io
sono la via, la verità e la vita». Tre parole in crescendo.
«Io sono la via» di accesso a Dio, la via di casa.
Non c’è allora una strada da percorrere, ma una
persona, se così si può dire, da percorrere. Percorrere
Cristo vuol dire ripercorrere la sua vita con la mia vi-
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ta: compiere i suoi gesti, preferire le persone che lui
preferiva, opporsi a ciò cui lui si opponeva, rinnovare
le sue scelte, muoversi soltanto in quella direzione,
perché altrimenti non arrivi là dov’è la tua casa.
Anche Mosè chiese a Dio un giorno: «Fammi vedere il tuo volto». E Dio acconsentì. Lo prese e lo pose
in una cavità della roccia. E mentre passava davanti a
Mosè, gli coprì gli occhi con la sua mano. Mosè poté
vedere Dio solo dopo che era passato; poté vedere Dio
solo di spalle, quando era già andato oltre (Es 33, 2023). Ciò significa che l’unico modo per vedere Dio è
seguirlo, andare dietro a lui, percorrere le sue strade.
«Io sono la verità.» Svelamento del volto di Dio e
del volto dell’uomo. La verità, allora, non è mai una
nozione o un’idea o un sistema di pensiero, ma una
persona, e il suo muoversi libero e regale fra le cose.
La verità che Gesù ha portato è che Dio è amore e che
la sua tenerezza passa per le nostre mani. Se la verità è
una parola, le sillabe di questa parola sono i gesti e i
detti di Gesù, energia che sa scheggiare le corazze più
dure, che fa fiorire la corteccia triste dei nostri giorni.
«Il cristianesimo» scrive François Mauriac «non è un
sistema di pensiero o un rituale. Non è altro che una
storia e una vita, un’esperienza.»
«Io sono la vita.» Nel crescendo delle sue affermazioni Gesù dichiara: «La vita sono io, io che muoio per
amore, che muoio e che risorgo. Io sono la vita!». Parole enormi, che nessuna spiegazione può esaurire,
che potremmo sintetizzare così: Cristo non toglie nulla e dà tutto. Parole davanti alle quali provo paura. Parole che indicano che il mistero dell’uomo si spiega solo con il mistero di Dio. Dicono che la mia vita si capisce solo con la vita di Dio. Significano che nella mia
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esistenza c’è una proporzione: più Dio equivale a più
io. Più vangelo entra nella mia vita, più io vivo. Fino a
dire, ed è l’estremo: Se Dio non è, io non sono. Il mistero dell’uomo si capisce solo con il mistero di Dio,
perché ciò che fa di me un uomo è l’immagine di Dio
in me. La mia umanità è la divinità di Dio in me.
«Io sono la vita.» E ci aiutano le parole della mistica
Caterina da Siena, che dice: «Tu ci dai te stesso, e dandoci te stesso ci dai tutto». Noi cerchiamo, è vero, i doni della vita, cerchiamo salute, longevità, benessere, cerchiamo i doni, non il donatore. E invece Dio non può
dare nulla di meno di se stesso. E dandoci se stesso ci dà
tutto. Il Dio che non toglie nulla e che dà tutto.
La cosa più grande e più seria che il cristianesimo
propone è la vita stessa di Dio in noi. È lo Spirito che
si fa creta perché la creta di Adamo si faccia spirito. È
il Verbo che si fa carne perché ogni carne si faccia verbo di Dio.
Di fronte a parole così grandi interviene Filippo. È
bello che gli apostoli chiedano, vogliano capire. Egli
dice: «Mostraci il Padre e ci basta». Parole grandi e al
tempo stesso parole sbagliate. Grande è la seconda
parte, che anche santa Teresa d’Avila ripeteva: «Solo
Dio basta». A noi, invece, mai nulla che basti tra le cose create. E neppure Dio ci basta. Neppure Dio ci interessa a tal punto da riempire la vita. Perché non conosciamo più quella tangibile fame, quella nostalgia
che fa dire a Filippo: Mi basta vederti! Eppure la storia è piena di uomini e donne che hanno mostrato come Dio basti. Oh, se ci bastasse davvero! Se avessimo
questa fame di cielo!
Ed ecco la parte che Gesù contesta: «Mostraci il
Padre». Eppure i Salmi sono pieni della stessa invoca-
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zione: «Mostraci il tuo volto. Fammi vedere il tuo volto. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il
tuo volto» (Sal 27, 8; 31, 17; 69, 18). Il Cantico dei cantici è tutto percorso da questi occhi insaziati.
Ma io non voglio vederlo. Io ringrazio il Padre perché è un Dio nascosto, un Dio velato. Questa è la garanzia della mia libertà. Se Dio fosse visibile, qui e ora,
al nostro fianco, chi si muoverebbe più? Quale possibilità di scelta, quale libertà avremmo? Nessuna. E la
storia si esaurirebbe.
Un Dio visibile e inevitabile che si impone, non lo
si ama; lo si può solo ubbidire e temere, certo. Ma uno
che si impossessa delle nostre vite non suscita stupore
e canto, forse ubbidienza. Dio invece preferisce essere
amato e cantato piuttosto che temuto da questi piccoli, meschini, paurosi e coraggiosi figli che noi siamo.
Per questo è un Dio nascosto.
Eppure, quando vedremo il suo volto, ci sembrerà
– e sarà motivo di stupore grande – di averlo già incontrato, già conosciuto. Ma quando mai l’abbiamo
visto? La risposta è nelle parole di Gesù: «Filippo, da
tanto tempo sono con voi... Ricordati: chi ha visto me
ha visto il Padre». È Gesù lo svelamento di Dio. E io
so di Dio Padre quanto so di Gesù.
Qui, come ha detto il cardinal Martini, c’è l’essenza del cristianesimo: la contemplazione del volto del
Dio crocifisso. Il vertice della storia di Gesù è la sua
croce; nostro compito è contemplare il volto del Crocifisso.
Come vedere Gesù? Come i grandi veggenti, come
i profeti, che hanno la visione della parola di Dio, non
del suo volto. Per noi il vedere si cambia in ascoltare.
Per noi la visione diventa ascolto.
108
E allora, come vedere Gesù? Aggrappandoci a ogni
parola del Vangelo, a ogni gesto, a ogni parabola gustata granello per granello. E poi vederlo aggrappandoci ai poveri, come i sette diaconi di Gerusalemme,
aggrappandoci alla Parola, come gli apostoli, senza
trascurare né la preghiera né il servizio, senza mai banalizzare la fame degli uomini, senza mai tacere l’annuncio di Dio. E mai opponendo un amore a un altro,
mai trascurando un amore in nome di un altro amore.
E anche noi, come Filippo, anche noi cercatori del
volto di Cristo, sentiamo la sua risposta: «Non cercatemi in un qualche luogo, ma là dove amo e sono amato» (J. Maritain). Ecco la mia casa: là dove amo e dove
sono amato.
Non c’è per noi altra visione che l’amore e l’ascolto. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»; beati coloro che hanno il cuore tanto limpido da vedere
tracce di Dio dovunque, nelle costellazioni e nell’occhio di un bambino, nel gemito e nel giubilo di ogni
creatura sotto il sole, nella fame e nell’amore e nel
punto più misterioso e più alto del cosmo, la croce.
Contemplazione del Dio crocifisso, e poi del Crocifisso risorto, nella luce del mattino di Pasqua, dove la
vita diventa eterna.
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VI DOMENICA DI PASQUA
Se mi amate,
osserverete i miei comandamenti.
(Gv 14, 15-21)
«Se mi amate...» Con questo verbo, il più importante
del nostro vocabolario, che circondiamo di tanto pudore e delle attese più alte, Gesù entra nei nostri sentimenti più intimi, e vuole abitare in essi.
Per la prima volta chiede ai discepoli di essere amato. Finora aveva detto: «Amerai Dio, amerai il prossimo tuo»; ora aggiunge se stesso come destinatario d’amore. Ed è la pretesa più alta.
Ciò che domanda non è un gesto o delle parole, ma
essere in quel luogo da cui tutto ha origine, da cui tutto parte, in cui tutto si decide e che tutte le religioni
chiamano “il cuore”. La fede non è semplicemente un
fatto razionale. Gesù chiede spazi, spazi anche di cuore, gli spazi della relazione.
«Se mi amate.» Entra nel nostro luogo più importante e più intimo, e lo fa con estrema delicatezza, perché tutto si tiene alla prima parola: “se”.
«Se mi amate.» Un punto di partenza così umile,
così fragile, così libero, così fiducioso, così paziente:
«Se mi ami, allora osserverai i miei comandamenti».
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Ecco l’umiltà di Dio, eterna attesa che il figlio ritorni verso casa. E, notiamo, Gesù non dice: «devi osservare». Non si tratta di un ordine, di un comandamento
in più, ma di una constatazione: «allora osserverai»,
come se fosse naturale, quasi un automatismo del cuore, come un frutto maturo e semplice. «Osserverai i comandamenti», quelli che cambiano la storia, perché
l’amore cambia la storia. L’amore per i nemici capovolge la storia. L’amore per i poveri contesta la storia.
Gesù rivendica amore, ma non per sé soltanto.
Amore e comandamenti, amore per sé e per la storia.
E non dice quale sia il contenuto dei comandamenti.
Certo non parla del Decalogo, non parla delle “dieci
parole”, delle “tavole della legge”. Parla di «comandamenti miei», con l’accento posto su quel “miei”, in alternativa a tutte le altre parole. Il comandamento di
Gesù è lui stesso. La sua vita rivela il senso delle sue
parole: la vita di Gesù è il racconto di Dio e dell’uomo. La vita di Gesù è rivelazione di verità.
Allora dice: Se mi ami, tu vivrai come me. L’amore
cambia la vita. Non è un vago sentimento, misto di fascino e di intimismo, quello che Gesù propone, ma un
fare: Se ami, non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, restare indifferente.
Forse sant’Agostino ha trovato in questo l’ispirazione per dire: «Ama e poi fa’ quello che vuoi». Se
ami, non potrai che soccorrere, accogliere, benedire.
E questo per una legge interiore ben più esigente di
qualsiasi legge esterna. Solo la mistica infatti può rendere l’etica feconda, anzi possibile, per il cristiano.
Altri avranno princìpi diversi: i laici partiranno da
altri presupposti, ma io riparto da Cristo e dal suo modo di liberare, dal suo modo di aiutare a nascere, di
111
porre l’enfasi sulle cose che nascono e mai su quelle
che muoiono. E lo ripete anche oggi: «Perché io vivo
e voi vivrete». Piccola frase che rende conto della mia
speranza.
Nella seconda lettura Pietro esorta i cristiani ad
adorare nel cuore e poi a rendere ragione a chiunque
della speranza che è in loro. Ecco l’appello: rendi conto non di leggi o di divieti, ma di ciò che speri per questo mondo, per questo uomo, di ciò cui collabori, del
fatto che metti mani e cuore alla costruzione di un
mondo altro, di un uomo altro. La speranza non è
qualcosa legato all’incerto esito delle cose; non è
un’incerta letizia che dice: speriamo che mi vada bene.
La carne della speranza è la fede.
Nei quattro Vangeli non ricorre mai il termine
“speranza”. Perché gli apostoli non sperano: vivono
della presenza ardente di Cristo; la speranza inizia con
la sua ascensione, con il suo corpo assente. Speranza è
l’attesa che l’assenza divenga presenza. Rendere conto
della speranza per me significa, allora, rendere conto
di Cristo, della sua carne e dei suoi sogni, del fatto che
non siamo orfani, e che anzi noi lo vediamo. «Voi mi
vedrete, perché io vivo e voi vivrete.» Cristo non si dimostra, si mostra con la vita: una vita che sia come la
sua, una vita buona, bella e felice.
Ma questo, continua Pietro, «sia fatto con dolcezza e
rispetto». Dolcezza e rispetto: due atteggiamenti che dovrebbero dar forma a tutte le nostre relazioni, a tutte,
sempre. Racchiudono la novità dello stare insieme nuovo, cui non interessa sopraffare ma testimoniare, nell’interesse attento per la persona, per ogni persona. «Con
dolcezza e rispetto»: sono le parole dell’amore che inizia, dell’amore puro, vorrei dire, dell’amore bambino.
112
E, infine, l’ultima parola del Vangelo di oggi: «Non
vi lascerò orfani». “Orfano” è parola legata all’esperienza della morte, ma Gesù è enfasi della vita e della
nascita. La sua passione è di unirsi all’uomo, e per sette volte nei sette versetti del brano ha ripetuto il suo
bisogno di unirsi a me, a ognuno. Ed è ripetuto oggi il
verbo più importante della mistica cristiana: “essere
in”. Tutta la fatica dell’anima è quella di passare dall’essere accanto, presso, vicino, insieme, all’“essere in”
Dio, dentro, immersi, uniti, intimi.
Per sette volte Gesù ripete la sua passione di unirsi
all’uomo, la sua passione di comunione. Che è passione di far vivere: «e voi vivrete». Perché chi ama prova
il bisogno gioioso di dare vita, di far vivere: «Io vivo e
voi vivrete».
Questa è la ragione della nostra speranza; questa
passione di far vivere muove e spiega tutta l’avventura
di Cristo: «Io sono venuto perché abbiano la vita e
l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). Parole enormi,
che nessuna spiegazione può esaurire o recintare.
«Io vivo e voi vivrete.» Una vita buona, bella, felice. Non siete orfani, perché la mia vita ormai è in voi.
Non è da conquistare, né da raggiungere. È già data, è
dentro, è forte.
«Io vivo e voi vivrete.» Il mondo va verso un esito
positivo e non verso il vuoto del nulla.
Io so che appartengo a un Dio vivo, e queste parole mi fanno dolce e fortissima compagnia. Io appartengo a un Dio vivo e non a un gregge il cui pastore è
la morte. «Io vivo e voi vivrete.» Per sempre.
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ASCENSIONE DEL SIGNORE
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.
(Mt 28, 16-20)
Fidarci di un corpo assente, fidarci di ciò che gli occhi
non vedono, fidarci di una voce. Io sto con la voce. Continuo a starci. Queste parole di dentro, che senti cantare, riaccendere, farti cuore. E sei capace ancora di scommettere sull’invisibile: «Io sono con voi tutti i giorni».
Con l’ascensione inizia la nostalgia del cielo. E lo
mostrano gli apostoli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1, 11). Dice il profeta, facendosi voce di noi cercatori: «Piango con occhi stanchi di guardare in alto» (Is 38, 14).
È inutile inseguire quel volto. È impossibile ormai
toccare quel corpo. È finito il tempo degli incontri e
dei nomi, quando egli diceva: «Pietro!», «Maria!»,
«Tommaso!», nomi pronunciati con desiderio e trepidazione; finito il tempo del pane e del pesce condivisi
attorno allo stesso fuoco.
Gli apostoli sono rimasti soli. La Chiesa nasce da
un corpo assente. È la nostra esperienza. Ma l’invisibilità non significa assenza: il Signore non è andato più
lontano, ma, paradossalmente, più vicino di prima. Se
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prima era “insieme” con i discepoli, ora sarà “dentro”
di loro. Il corpo di Gesù era anche un limite, un ostacolo: solo pochi poterono vederlo e toccarlo, pochi
udirono la sua voce e furono chiamati da lui per nome.
Ora, con l’ascensione, con il corpo assente, avviene
il grande passaggio: dal vangelo di Palestina alla storia
universale; dal corpo di Gesù di Nazaret alla sua presenza in tutte le cose, in tutti gli uomini, in tutti i giorni. Come intuire il mistero dello Sconosciuto accanto
e dentro di noi? Tenta di dirlo san Paolo con una frase della Lettera agli Efesini: «Cristo è colui che si realizza interamente in tutte le cose» (1, 23).
Cristo è la pienezza di ogni cosa che esiste. Cristo è
il nostro futuro. Ma ancor di più: Cristo è il futuro di
ogni cosa. Diceva Teilhard de Chardin:
Egli è il punto omega dell’evoluzione del cosmo, è la pienezza della materia, e il divino traspare dal fondo di ogni essere.
Il mio cristianesimo è la certezza forte e inebriante
che in tutti i giorni, in tutte le cose Cristo è presente,
forza di ascensione del cosmo. La forza, come ha detto Gesù agli apostoli: «Riceverete la forza dallo Spirito santo» (At 1, 8).
Non solo in me o in te, non solo in ogni uomo, non
solo in ogni creatura, ma Cristo è presente in tutte le
cose: nel rigore della pietra, nel canto segreto delle costellazioni, per un nuovo cielo, per una nuova terra.
Tutti i giorni e tutte le cose sono ora messaggeri di
Dio; tutti i giorni e tutte le cose sono angeli di storia
sacra, vangeli di rivelazione.
Allora Gesù non è andato lontano, non è oltre i cieli: è andato avanti e nel profondo. E chiama a pienez-
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za il tempo e le cose. Come pregava padre Vannucci:
«Donaci la certezza forte e inebriante che nel cuore di
ogni essere tu sei Amore e Luce crescenti».
C’è un aggettivo oggi che prorompe e dal Vangelo e
da Paolo, ed è “tutto”: Andate in tutto il mondo, a tutte le genti, annunciate tutto ciò che vi ho detto. Ecco,
tutto il potere è mio. Io sarò con voi tutti i giorni. Cristo è colui che si realizza pienamente in tutte le cose.
C’è un sapore di totalità, un sapore di infinito, una
pretesa di assoluto. È finalmente il superamento dei limiti di luogo, di materia, di tempo. Si apre la dimensione del Cristo cosmico, sparpagliato per tutta l’umanità, seminato in tutte le cose, presente dovunque.
Questa è l’ascensione: Cristo è andato nel profondo,
fino a che sarà «tutto in tutti» (Col 3, 11).
Se tu hai imparato a vedere, l’ascensione ti propone il secondo compito: «Voi sarete miei testimoni» (At
1, 8). Il testimone è colui che diventa trasparenza limpida, fedele, serena, dell’amore di Cristo. Siamo noi la
visibilità di Cristo. Lo siamo non moltiplicando azioni, ma diventando trasparenza, «illimpidendo il cuore» (D.M. Montagna). È questo l’altro nome della santità: Non guardate me, guardate attraverso me. Quando, per esempio, uno si sentirà, si accorgerà di essere
da noi accolto, compreso, perdonato, incoraggiato;
quando si sentirà toccato da uno sguardo di dolce e
limpida pietà, in quel momento potrà intravedere, attraverso noi, qualcosa di assoluto e di divino.
Le ultime parole di Gesù, oggi, sono la sintesi della
nostra missione: «Battezzate le nazioni, insegnate a vivere ciò che ho comandato». E “battezzare” significa
ben più del rito di versare un po’ d’acqua sul capo delle persone; significa: Immergete ogni uomo in Dio, fa-
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telo entrare, che si lasci sommergere dentro la vita di
Dio, in quella linfa vitale, in comunione con il Padre,
il Figlio, lo Spirito. Entrare in Dio, ed è l’essenza della
mistica, l’essenza della fede.
E poi: Insegnate a osservare. Ma che cosa ha comandato Cristo, se non proprio ciò che non si può comandare: l’amore? Il suo comando è: Immergete ogni
uomo in Dio; insegnategli l’amore. Qui è tutto il vangelo, tutto l’uomo, tutta la storia.
Grandi parole ci affida oggi la liturgia: «Sarò con
voi tutti i giorni; sarò la pienezza di tutte le cose».
«Tutti i giorni» è nel cuore di me che parlo, nel cuore
di te che ascolti, nel cuore del credente, ma anche nel
cuore distratto, anche nel cuore che si sente spento.
Vicinissimo a te è Dio, più intimo a te di te stesso.
E poi è dentro tutte le cose. La terra è, allora, un immenso santuario, un immenso cielo. E la parola di Dio
è seminata come lievito dentro ogni cosa. Il Signore, io
non devo raggiungerlo: è già qui; è lui che è venuto. Il
Signore, non devo conquistarlo: è già dentro; è lui che
si è dato e che rimane. Mentre tutto passa, lui rimane:
«Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo».
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DOMENICA DI PENTECOSTE
Ricevete lo Spirito santo.
(Gv 20, 19-23)
La Pentecoste non appartiene a ieri. Non è un ricordo
di cui facciamo memoria, la cui eco sfuma col passare
degli anni. Al contrario, è sempre attuale, si rinnova a
ogni istante. L’azione dello Spirito, invece di intiepidirsi, si fa sempre più insistente, più pressante, più
personale.
La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E
così sono anche i racconti della Pentecoste, pieni di
strade che convergono a Gerusalemme e che poi ripartono. Pieni di un vento impetuoso e di un respiro
leggero.
E la mia vita, la mia vita di cristiano, è piena di strade e di vento come la Bibbia, come la Pentecoste? Che
cosa porta nella mia vita lo Spirito santo? Rileggiamo
un brano antico di millenni. Quando il profeta Samuele va a ungere e consacrare Saul, il primo re di
Israele, pronuncia queste parole: «Lo spirito del Signore ti investirà e tu farai il profeta. Sarai trasformato in un altro uomo. Allora fa’ pure quello che vorrai,
perché Dio sarà con te» (1Sam 10, 6-7).
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Ecco l’azione dello Spirito santo: «ti investirà», verbo che esprime energia, un prevalere di un’altra vita
nella tua vita. Non viene come bianca colomba in volo mite e delicato. È quasi un’aquila che rapisce e porta con sé sulle cime.
È l’esperienza di Geremia: «Mi hai sedotto, Signore; mi hai fatto forza e hai prevalso... Nel mio cuore
c’era come un fuoco ardente; io cercavo di contenerlo ma non potevo» (Ger 20, 7.9). Da qui nasce il secondo momento dell’azione dello Spirito: «Tu farai il
profeta». E lo dice a ciascuno. Amos, il povero pecoraio di Tekoa, che non pensava minimamente a fare il
profeta, ammette: «Il leone ruggisce: chi non avrà
paura? Il Signore ha parlato: chi può non profetare?»
(Am 3, 8). Perché nessuno che abbia ascoltato anche
una sola parola di Dio, in pienezza di cuore, può esimersi dall’essere profeta.
Il che significa diventare custode di quella parola,
seminatore di quella parola, anche minima, anche solo
una sillaba, fosse pure solo un semplice grido. Il profeta è bocca di Dio e bocca dei poveri. Perché ricorda
Dio agli uomini e poi fa memoria degli uomini presso
Dio. È colui che dice: Il segreto della mia vita è oltre
me. Profeta è chi racconta nella nostra lingua le grandi
opere di Dio (cf. At 2, 11).
Racconta Dio, ma nella lingua dell’uomo. Lo Spirito instancabilmente fa diventare tua lingua la parola di
Dio, tua passione, tuo cuore, tuo respiro. Racconta la
parola di Dio con le parole più belle e più care a ciascuno. E quale uomo non sente come suo il Discorso
della montagna, che parla di lealtà, di misericordia, di
lacrime, di onestà, di pace, della forza dei poveri, di fine delle violenze?
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Lo Spirito parla la lingua di ciascuno, fa rinascere
nel cuore le parole che a tutti sono più care. E cara a
ognuno diventa la stessa parola di Dio.
E Samuele aggiunge il terzo gradino: «Sarai trasformato in un altro uomo». Grande verbo: tu puoi diventare altra creatura. E la vita si apre, traccia strade,
scioglie legami. Un altro uomo, un’altra donna: questo
crea lo Spirito, dando nuovi orizzonti, nuovi punti di
riferimento, nuovi amori, un’altra comprensione del
mondo, un nuovo stile di vita.
Ad esempio, vivere noi più semplicemente perché
altri, più poveri, possano semplicemente vivere. Allora sarai “altro”. Dentro questo sistema di valori, sarai
spina nel fianco di chi si adegua, di chi è omologato.
Sarai un altro uomo: «Non sono più io che vivo, ma è
Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).
Allora senti la grande rivelazione: tu uomo, tu donna, sei altro da ciò che credi di essere; tu non sei i tuoi
difetti, non sei la tua stanchezza, non la tua fatica. Lui
ci abita. Allora le nostre debolezze non diventano subito fatali. Le nostre piaghe interiori non sono senza
guarigione. Questo perché Dio sarà con te.
Ecco la quarta azione dello Spirito santo. «Ma il Signore è con noi, sì o no?» (Es 17, 7): è l’angosciata domanda che attraversa l’esodo e il cammino di Israele
nel deserto. Sì, Dio è con te. È il primo annuncio dell’angelo a Maria, è l’ultima parola di Gesù quando se
ne va: «Io sono con voi tutti i giorni fino al consumarsi del tempo» (Mt 28, 20). Quando se ne va non più
lontano ma solo più in profondità. “Solitudine impossibile” è la quarta azione dello Spirito santo.
Nella profezia di Samuele abbiamo infine una parola che ci è molto cara: «Farai come vorrai»; perché
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intrecciate alle tue forze ci sono sempre quelle di Dio,
innestata nelle tue ombre c’è sempre la luce di Dio.
«Farai come vorrai», tu, uomo adulto, autonomo,
profumato di nuova dignità; e Dio sarà con te, non per
impartire ordini che tu devi eseguire, ma per inventare con te la lingua dell’uomo, quella che ognuno sente
vera, sente sua, “la mia lingua” di festa e di dolore, di
stanchezza e di forza, con cui poter annunciare le
grandi cose di Dio.
Ognuno è chiamato a saper raccontare le opere
grandi del Signore: è il nostro compito di profeti. Raccontare Dio agli uomini, come fanno gli apostoli, è, ci
ricorda Paolo, più grande dello stesso parlare a Dio attraverso parole arcane (cf. 1Cor 14, 1-3).
Questo accadeva nella Chiesa primitiva. Ebbene,
dice Paolo, chi parla in lingue non parla agli uomini,
ma a Dio. Chi invece profetizza parla agli uomini e li
edifica, li conforta, li rafforza. Noi siamo qui per imparare a parlare agli uomini e a raccontare le cose di
Dio, per aprirci ancora allo Spirito, che conosce gli
ostacoli che continuamente inventiamo contro di lui.
Ma Dio si ripropone con umile risolutezza, come
dice Samuele, per fare di te un altro uomo, per fare di
te un libero profeta.
E noi siamo qui per riconoscerlo presente non solo
in ogni fratello, ma – di più – in ogni creatura, nel cuore di tutti gli esseri, nel profondo di ogni vita. Lo Spirito è qui, effusione ardente della vita di Dio. Lo Spirito è qui, mite e possente energia, perché ogni uomo
sia più che un uomo, perché ogni uomo assomigli al
suo Creatore e sia profeta. E insieme con il suo Signore inventi strade nuove nel sole, che ci portino gli uni
verso gli altri e insieme verso Dio.
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DOMENICA DELLA TRINITÀ
Dio ha tanto amato il mondo
da dare il suo Figlio.
(Gv 3, 16-18)
Nella Trinità è la sapienza del vivere, perché il dogma
della Trinità non è un elaborato mentale, difficile al
punto da far scomunicare i cristiani tra loro, com’è
successo in passato. Non è un distillato freddo di pensiero, dove si cerca di far coincidere il tre e l’uno, ma è
sorgente di sapienza del vivere. «Ho capito» dice san
Gregorio di Nissa «che i concetti creano idoli, solo lo
stupore coglie qualcosa.» Stupore davanti al mistero.
«Cosa è mai questo figlio dell’uomo / che tu abbia di
lui tale cura?» (Sal 8, 5), che coglie qualcosa della bellezza di Dio e dell’uomo?
La Trinità è rivelazione del segreto del vivere: quella sapienza custodita nel cuore di Dio e nella vicenda
terrena di Gesù, sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla
morte, sull’amore. Il dogma della Trinità mi dice che
Dio non è in se stesso solitudine ma comunione, che
l’oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento di comunione.
Allora «un solo Dio in tre Persone» rimane una formula difficile, ma diventa liberante perché mi assicura
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che in Dio esiste comunione, reciprocità, scambio, incontro. Se il nostro Dio non fosse in se stesso questo
bisogno di relazione, di dono reciproco, di incontro,
vale a dire di Trinità, sarebbe il Dio distratto, che basta a se stesso.
Invece Dio è estasi, cioè un uscire da sé in cerca di
oggetti d’amore. Dio è esodo in cerca di un popolo,
anche se si tratta di un popolo dalla testa dura (cf. Es
34, 9), del quale farsi compagno di viaggio, farsi ristoro dentro l’arsura estrema del deserto.
Le tre letture di oggi non parlano esplicitamente
della Trinità, non danno di essa una definizione ma
un’esperienza. La Trinità non è un concetto da capire,
ma una manifestazione da accogliere come il segreto
del vivere.
Quando nell’“in principio” Dio dice: «Facciamo
l’uomo a nostra immagine e somiglianza», l’immagine
di cui parla non è quella del Creatore, non è neppure
quella dello Spirito che aleggia sulle acque, non è
neppure quella del Verbo eterno di Dio, per mezzo
del quale tutto fu fatto, ma è tutte queste cose insieme. È la Trinità. È la relazione come cuore dell’essenza di Dio. Allora l’uomo non è creato a immagine di
Dio, ma – cosa più stupefacente – è creato a immagine della Trinità.
Come Dio è unico nelle tre Persone, così l’uomo è
unico in tutte le persone del mondo (Gregorio di Nissa). Questo è il fondamento della dignità e dell’uguaglianza di tutte le creature umane. La Trinità, allora,
non è un concetto da capire, ma una manifestazione
da accogliere, una rivelazione dell’uomo.
Dio scende verso gli uomini; e tutta la Bibbia è memoria dell’esodo di Dio alla ricerca dell’uomo, fino a
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mettersi a camminare con lui, sullo stesso cammino,
lungo la stessa strada, a guidarlo verso un esito buono.
Ecco allora la manifestazione di Dio sul Sinai, nella
prima lettura: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34, 46). Eppure non basta. Mosè, il grande amico di Dio,
prega così: «Che il Signore cammini in mezzo a noi,
venga in mezzo alla sua gente. Non resti sul monte,
guida alta e lontana, ma scenda e si perda in mezzo al
calpestio del popolo. Che il Signore rallenti il suo passo per farsi anima e coraggio di ogni passo lento. Tu,
Signore, sei misericordioso e pietoso, lento all’ira,
pronto alla grazia. Lo sappiamo, ma devi esserlo qui,
in mezzo a noi, a fianco di ciascuno, qui vicino, qui
perduto, qui rallentato come è lento il nostro cuore».
Allora succederà che il mondo e l’uomo racconteranno la storia di Dio, le opere di Dio.
Tutta la Scrittura ci assicura che nel calpestio del
popolo, nella polvere dei sentieri, lo Spirito continua
ad accendere profeti e orizzonti; il Padre accorda il
suo passo al ritmo del nostro, il Figlio è salvezza che ci
cammina a fianco.
«Vieni fra noi» prega Mosè. Non chiede Dio per sé.
Cosa se ne farebbe Mosè di un Dio solo per lui? Lo
chiede per il popolo, questo corpo che cresce e poi si
spezza e poi ricomincia il sogno della comunione. Difficile sogno, ma inevitabile, se vogliamo essere l’immagine della Trinità. La fede ci assicura che è Dio che discende. Sta a noi accoglierlo. Egli discende e rallenta e
si impolvera della polvere delle strade di Palestina, di
tutte le nostre strade.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio.» Questi è disceso, ancora discende, «perché
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chiunque crede abbia la vita». Sono queste le parole
sorgive, iniziali: «Dio ha tanto amato il mondo». Da lì
viene l’incarnazione, e la croce, e il Cristo seminato in
tutte le creature come lievito, come gemma, come sale, come luce, come energia, come legame.
Da lì viene che il mondo diventa racconto di Dio.
Da lì viene il fatto che il mio nome è amato per sempre.
Ognuno di noi porta questo nome: “amato per sempre”. E il mondo è amato, la terra è amata. E se egli ha
amato il mondo, anch’io devo amare questa terra, i
suoi spazi, i suoi figli, i suoi giorni. Terra amata.
Se non c’è amore, nessuna cattedra può dire Dio,
nessun pulpito. È lo stesso amore interno alla Trinità
che si espande, ci raggiunge, ci abbraccia e poi dilaga.
Legame delle vite.
Tra poco, nel momento più santo della messa, è
proprio questo che il sacerdote invocherà: «Fa’ che diventiamo sulla terra un solo corpo, un solo spirito, un
solo cuore, che diventiamo immagine della Trinità».
Tutto si tiene dentro questa energia di comunione,
dentro questa passione di unità. L’uomo esiste in una
corrente di vita. Esiste attraverso gli altri, insieme con
gli altri, incamminati insieme verso un Padre che è
fonte della vita, verso un Figlio che ci innamora ancora, verso uno Spirito che accende di comunione tutte
le nostre solitudini.
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DOMENICA DEL CORPO
E SANGUE DEL SIGNORE
Chi mangia di questo pane
vivrà in eterno.
(Gv 6, 51-58)
Tutto il Vangelo di oggi va e viene tra due sole parole:
il “pane” e la “vita”, mangiare e vivere; e sullo sfondo
il deserto della prima lettura, il luogo della fame, della
sete, degli scorpioni, dei serpenti, della paura di non
farcela (Dt 8, 2-3.14-16).
Mangiare e vivere. Vita, canto supremo dell’essere;
vivere, grido ultimo di ogni preghiera, di ogni Salmo.
Vivere per sempre, vertigine della nostra speranza.
Ma oggi ci domandiamo: vivere? Le risposte sono
molte. Io vivo di persone; mi fanno vivere le persone,
dall’amore che mi ha concepito, agli incontri di ogni
giorno, a sguardi che aprono oceani, o semplicemente
quando mi accorgo che a qualcuno importa qualcosa
di me e della mia vita.
Che cosa mi fa vivere ancora? Le doti, i desideri e
le passioni, la vocazione, tutti quei germi di vita che la
mano viva del Creatore ha messo dentro di me e che
devono fiorire in pienezza. Io vivo soprattutto delle
mie sorgenti, come un fiume che vive se vivono perenni le sue fonti; come un albero stretto alle sue radici.
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Nella prima lettura Mosè dice: «L’uomo non vive di
solo pane». Anzi, di solo pane l’uomo muore. «Ma vive
di quanto esce dalla bocca di Dio» (Dt 8, 3). Questa è la
sorgente! Dalla bocca di Dio vengono parole, ma, molto di più, vengono parole che creano luce, acqua, terra,
vento. «Dio disse: Sia la luce. E la luce fu» (Gen 1, 3).
Viene il cosmo dalla bocca di Dio, viene l’alito di vita
che fa di un grumo di terra una persona vivente.
Dalla bocca di Dio vengono i miei fratelli, che sono
parola di Dio, annuncio di Dio, respiro di Dio. Dalla
bocca di Dio viene il bacio d’amore con cui inizia e finisce ogni vita. Secondo la tradizione ebraica, l’ultimo
respiro dell’uomo è un bacio con cui Dio riprende il
suo soffio. È quanto cantava anche David M. Turoldo
in Mie notti con Qohelet:
[...] Ma è con il bacio
che Egli il suo respiro di nuovo si prende:
il respiro che alitando bocca a bocca
ti rese «persona vivens», lassù...
Da quella vetta dunque inizia
la grande Contesa
e Morte con Amore convive.
E tu hai solo una scelta:
aspirare il suo alito
con la stessa passione...
E allora, che fare? Ci viene in aiuto la prima lettura:
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto
percorrere». Ricordati, cioè, delle tue sorgenti, da dove
sei partito, perché tu vivi di Dio. Ricordati! Perché dimenticare è la radice di tutti i mali, di tutti i peccati.
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Ricordati del cammino, del viaggio, del continuo
salire, del crescere, del fiorire della tua vita. Ricordati
di quando nel deserto pensavi di non farcela da solo, e
non incontravi che sabbia e pietre, senza prodigi. Ricordati che essere uomo con Dio è il contrario del
naufragio e dello smarrimento fra le dune. Ricordati
del vento della strada, di quanto era bello aver l’anima
affaticata dal richiamo di cose lontane; della manna,
scesa all’improvviso, quando non l’aspettavi più.
Credo che, se ricordiamo, tutti potremo raccontare
il nostro viaggio nella vita, non soltanto gli scorpioni o
i serpenti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando credevamo di non farcela. Quand’eravamo
tristi o disperati, ecco che dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Improvvisi squarci si sono aperti a ricordarci che non viviamo
da soli, chiusi nel cerchio spesso tragico di noi stessi e
dei nostri problemi, ma che c’è un amore che assedia i
confini della storia e crea sorprese.
Tutta la liturgia è fare memoria di eventi che da passati diventano presenti: non vuote commemorazioni, ma
dialogo con le mie sorgenti, con la mia vita profonda.
Ricordati dell’amore: questa è garanzia di futuro.
Nella tenda della vita che ogni giorno è smontata e riparte, come nell’esodo, io ricordo le sorgenti.
Ricordati dell’amore. E l’eucaristia è fare memoria
della sorgente, dell’amore di Cristo che nemmeno il
suo corpo ha tenuto per sé: «Prendete e mangiate».
Neanche il suo sangue ha tenuto per sé: «Prendete e
bevete». Neppure la sua vita: «Io sarò con te tutti i
giorni, fino al consumarsi del tempo».
Allora io ricordo che se sono sopravvissuto, se non
sono diventato io stesso un deserto arido e inospitale,
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se non sono diventato terra spenta, lo devo a un Altro:
io vivo di Dio.
Ricordare è allora dialogare con la mia storia, rimanere in contatto con la mia sorgente. A ogni messa,
con in mano quel piccolo pane, con nel cuore un episodio santo di cui è piena la mia vita, dialogare senza
fine, come Israele di fronte alla manna sconosciuta,
domandare: «Man hu: che cos’è?» (Es 16, 15). È Dio
che percorre i miei deserti, in cerca della mia fame e
della mia sete. È la mia sorgente: qui sono le mie fonti. Con quel piccolo pane in mano mi domando ancora: «Man hu: che cos’è?». È Gesù Cristo, colui che accende fame d’altro per chi è sazio di solo pane.
«Che cos’è?» È lui che vive donandosi, a me che vivo di pane e di miracolo, che vivo di doni. E andiamo
alla comunione, a ogni messa, camminiamo distratti
verso l’altare, distratti nella vita, eppure Cristo non si
nega. Io sono inaffidabile, eppure Dio non si nega. Io
tendo la mano nel segno del mendicante, nel segno
dell’affamato. Tende la mano chi non ce la fa da solo,
chi ha bisogno della medicina e del sole, chi non ce la
fa a vivere senza le sue sorgenti, senza ciò che viene da
fuori e dall’alto. E Cristo non si nega.
L’ostia non sa di niente, eppure, per un istante almeno, mi affaccio sull’enormità di ciò che mi sta accadendo: sono colmo di Dio e non riesco a dire parole e
credo di non dover neppure dirle, e poi «gli sono note prima ancora che mi salgano alle labbra» (Sal 139,
4). Quando ho fatto la comunione, mi accorgo che
non ho doni, né primizie, né progetti nuovi, né cose
grandi da offrire: sono solo un uomo con la sua storia
accidentata, ma dentro qualcosa si apre perché si depositi l’orma lieve di Dio, lieve come l’ostia.
129
E Dio mi abita. Quel che appare incredibile, è che
Dio si accontenta del groviglio di paure, del nodo di
desideri che io sono. Gli vado bene anche solo per
questo abbozzo di comunione. Perciò cerco di spremere pensieri, preghiere e sentimenti da dedicargli.
Ma quanto poco esce dalle pieghe dure dell’anima!
Finisco per dedicargli il silenzio. Come se dicessi:
«Eccomi, non ho nulla degno di un Dio. E tu dovresti
lasciarmi, se sei così grande. Tu dovresti andartene, Signore». Ma lui non mi ha mai lasciato. Non siamo mai
stati lasciati. E quando usciremo di chiesa e ritroveremo il sole e la città, quel sole si poserà sul viso come
una carezza, come il ricordo delle nostre sorgenti e la
certezza che mai più saremo lasciati. Perché Dio vuole divenire corpo per l’uomo, fino a che l’umanità diventi il corpo di Dio, fino a che Cristo sia tutto in tutti (cf. Col 3, 11). E questo, solo questo è il Regno.
130
Tempo ordinario
II DOMENICA
Ecco colui che toglie il peccato del mondo!
(Gv 1, 29-34)
«Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato
del mondo!» Sulle rive del Giordano Giovanni ha lanciato queste parole folgoranti, e a ogni eucaristia noi le
rilanciamo verso i cieli e verso il fuoco: «Ecco l’agnello di Dio». Cioè, ecco l’animale dei sacrifici, ecco il
piccolo animale, il sangue sparso, il fuoco e la carne, il
grido innocente che riempie ogni sera il tempio di Gerusalemme, ecco la vittima che si sacrifica, colui che
toglie il peccato.
Ma di che cosa è vittima Gesù? È la vittima dell’ira di Dio? È vittima della sete di giustizia di Dio, che
si placa solo vedendo il sangue dei sacrificati? Isaia
già aveva detto a nome di Dio: «Io non bevo il sangue
dei sacrifici, io non mangio la carne dei tuoi agnelli»
(cf. Is 1, 11), per dire che Dio non vuole vittime, che
Dio non chiede sacrifici. È invece lui che si sacrifica
per noi. Per dire che Dio non chiede che il fuoco sacro distrugga qualcosa per lui nel tempio, ma è lui
stesso che si getta nel fuoco del dolore, nel fuoco che
arde per noi.
133
Di che cosa è allora vittima l’agnello di Dio, che cosa provoca l’olocausto di Dio? È il peccato. Una parola enorme, una realtà enorme. Il peccato è ciò che ha
dato morte al Figlio di Dio; peccato è ciò che continua
a dare morte, ancora oggi, ai figli di Dio.
Peccato è ciò che dà morte. La morte è entrata nel
mondo con il primo peccato di Adamo, e il primo uomo nato sulla terra, il primo nato da donna, ha nome
Caino, cioè colui che ha dato morte a suo fratello, e da
allora la violenza possiede la terra.
Gesù, che ha parlato d’amore come nessuno e ha
osato dire parole folli, aggiunge: «Ama i tuoi nemici,
porgi l’altra guancia, beati gli inermi, non c’è amore più
grande che dare la vita». Ha sfidato la violenza, signora
della terra, con l’amore. E la violenza non l’ha potuto
sopportare: l’unico uomo che era libero, l’unico uomo
che non le doveva niente. E ha convocato i suoi figli e
ha ucciso l’agnello, il mite, l’uomo della tenerezza. Gesù è l’ultima vittima della violenza, perché non ci siano
più vittime. Doveva essere l’ultimo ucciso, perché nessuno sia più ucciso. Gesù smaschera la violenza che dà
la morte, e nel nome dell’amore attraversa l’olocausto e
risorge, per dire che l’amore è vincente.
Questa è la certezza, questa è la fede pura di ogni
discepolo di Gesù. Giovanni diceva parole folgoranti
sul Giordano. Diceva: «Ecco la morte di Dio perché
non ci sia più morte», e noi possiamo solo affacciarci
ai bordi di questo abisso.
Giovanni usa il verbo al presente. Dice: «Colui che
toglie il peccato»; non un verbo al futuro, nella speranza, non al passato come un fatto concluso, ma al
presente: ecco colui che continua, colui che instancabilmente continua a togliere, a portare via, a raschiare
134
via, adesso ancora, il peccato. Contemporaneo è Cristo a me, contemporaneo al mio peccato. E questo
verbo al presente significa che Dio non è stanco: il
presente è la non stanchezza di Dio.
Tu sapessi, o Dio, cosa mi costi in rimorsi e quanto
io a te costi per grazia! Che la gara non si interrompa:
io a pentirmi, tu a usarmi pietà. Tu sai che nulla di
questi inganni mi soddisfa; che sono inganni lo so, e
tutti e due sappiamo che non posso non ingannarmi
(D.M. Turoldo).
E cosa fare, allora, dentro questi inganni? Perché,
come è possibile che tutti sappiamo quali sono i comandamenti, che tutti li accettiamo, che nessuno li contesta, eppure continuiamo a infrangerli tutti i giorni?
Per capire cos’è il peccato devo capire che cos’è la
fede: perché il peccato è l’esatto contrario della fede.
Quando Dio viene a “contestare”, a “litigare” con il
suo popolo, per usare una parola magnifica dei profeti, la sua accusa è sempre questa: Tu non credi, tu non
hai fede, hai abbandonato me, sorgente di acqua viva,
e ti sei fatto cisterne screpolate, che non trattengono
l’acqua, che non trattengono vita.
Peccare significa allora non accettare la tenerezza
di Dio. Questo Dio che in Gesù si mostra l’amico del
nostro pellegrinaggio, un Dio interessato alla gioia degli uomini, un Dio capace di dimenticarsi dietro una
pecora smarrita, dietro un bambino, dietro a un’adultera, capace di perdersi dietro a un mendicante, capace d’amare fino a morire, fino a risorgere.
Peccare significa non accettare la tenerezza di Dio;
volere un altro Dio: il Dio della forza, della paura, dei
castighi, un Dio che dona infelicità all’uomo. Ecco invece l’agnello di Dio, colui che si sacrifica per te, che
135
toglie via la paura di Dio, che toglie il peccato di una
fede sbagliata, in un Dio sbagliato.
Peccare significa non accettare la tenerezza di Dio
che avvolge me, che avvolge mio fratello e ogni creatura. La tenerezza di Dio vuole che ogni uomo fiorisca, e solo chi è amato fiorisce, e il comandamento dirà: Ama, perché tutto intorno a te fiorisca. La tenerezza di Dio vuole che l’uomo cresca, e le sue leggi sono
leggi per la crescita dell’uomo. Allora credere nella tenerezza di Dio significa non peccare contro la crescita
della vita e accogliere le sue leggi di crescita.
Nel Vangelo il peccato è presente, e tuttavia è assente. Gesù ci parla di peccato solo per dirci: È perdonato, è tolto via, o almeno è perdonabile, sempre.
Allora il cristiano non deve annunciare il peccato, annunciare condanne, levare alto il vessillo della condanna, ma deve proporre la fede. Non piangerà sul
fatto che oggi sembra perso il senso del peccato: tutto
questo è sterile.
Noi abbiamo una sola cosa da fare: testimoniare il
positivo della fede, una misericordia che non si arrende, un Dio amante della vita. Diventare testimoni della luce, liberi da ciò che uccide, liberi per Dio e per
guarire la vita attorno a noi.
136
III DOMENICA
Vi farò pescatori di uomini.
(Mt 4, 12-23)
È la nostra storia, questa, che inizia fra terra e acqua,
fra reti e spiagge, e mi ricorda una celebre definizione
dell’uomo: «Un essere nato dal mare, che cammina
sulla terra e che vorrebbe volare». L’uomo, perenne
disertore dai limiti, dalle frontiere fissate. E Gesù è
l’uomo di frontiera.
Tutto inizia in riva a un lago, in quella frontiera
fra terra e acqua, dove acqua e terra si confondono
l’una nell’altra, come all’origine della vita, come nella Genesi: tutto inizia in quella frontiera che sa di
vento, di vele spiegate, di viaggi, di partenze al soffio del vento che non ha dimora, su di un’acqua che
non è dimora.
È qui che Gesù inizia il suo ministero. E viene a
cancellare le frontiere, viene a mettere moto dentro
l’immobile. Gesù Cristo, l’uomo di frontiera, nel Vangelo non farà altro che misurarsi con le situazioni limite, con i casi estremi, i casi di amore e morte, di violenza e di tenerezza, i casi di sterilità e di fecondità, di
festa e di dolore.
137
Non è un uomo tranquillo, Gesù, come la frontiera
non è luogo di tranquillità. Egli è un inquietatore che
vuole liberarci da questa stregoneria della quiete, della falsa pace, dell’accontentarci del minimo, di quei
due o tre comandamenti più eclatanti; dal vivere senza mistero.
Noi siamo questo strano uomo che è a proprio agio
solo nelle terre di frontiera, cioè là dove si progettano
le nuove architetture del futuro, là dove ci sono improvvisi problemi, là dove c’è bisogno di drizzare i segni della liberazione concreta degli uomini. La Chiesa
nasce là, sulle rive di un lago, da Simone e da Andrea,
in un luogo dove tutto sa di partenze e di incontri, di
navigazione, dove il porto è l’alfa e l’omega di un viaggio, dove si può incontrare il futuro; e questo per dirci che il senso della nostra vita è di essere uomini di
frontiera, attraversati dagli altri, abitati dagli altri, terra di approdo, molo di partenza per tanti altri fratelli.
C’è una legge in psicologia che dice così: «La persona inizia a esistere come persona quando inizia a
guardarsi con gli occhi di qualcun altro, quando scopre che le sue azioni hanno effetti sugli altri e sul futuro, quando legge negli occhi degli altri se stessa». Veniamo alla luce sconosciuti a noi stessi e ci conosciamo
nel gioco degli altri.
Sentirsi guardati... E nel Vangelo di oggi Gesù passa
e guarda, e quattro uomini si sentono guardati, anzi,
iniziano a guardare se stessi con lo sguardo, con l’intuizione di Gesù, e si scoprono diversi. Allora c’è una
rivelazione delle proprie capacità, cioè dell’esistenza e
del futuro propri. Lo sguardo di Gesù dice: «Tu puoi
avere una vita moltiplicata». Come ha detto Isaia: «Hai
moltiplicato la vita, hai moltiplicato la gioia» (9, 2).
138
Ecco l’alternativa: o guardarsi con gli occhi degli
altri o guardarsi con gli occhi di Dio. L’alternativa è tra
la moda e il vangelo. Perché lo sguardo degli altri, della massa, crea la moda: si fa ciò che fanno tutti, si dicono le parole che dicono tutti. Lo sguardo di Dio ti fa
esistere: ti fa persona. La gente dice: tu devi; Dio dice:
tu puoi. Guardiamoci allora con gli occhi di Dio e ci
scopriremo diversi.
Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Di uomini: quello strano animale che è nato dal
mare, che cammina sulla terra e che vorrebbe volare.
Cioè li tirerete fuori dall’invisibile, dal fondo del mare, da sotto le acque, per farli camminare, per aiutarli
a volare. Sarete per gli uomini dei rivelatori di un nuovo modo di vivere, avranno una vita moltiplicata. Fatevi cercatori di uomini, come se cercaste tesori: il vostro tesoro è l’uomo.
«E Gesù predicava il regno di Dio», cioè che Dio è
il significato ultimo di questo mondo, che Dio interverrà presto e risanerà dalle fondamenta la creazione.
Pregare: «Venga il tuo regno» vuol dire attivare negli
uomini le speranze più radicali e credere che il fine
della storia sarà felice e affermare che il peso dell’utopia è più grande della pesantezza del presente. È affermare che nell’uomo c’è un eccesso di desiderio, che
nulla di queste situazioni concrete potrà accontentare;
è invocare un cuore di creatori, capaci di porre mano
e anima alla costruzione dell’uomo nuovo, quell’uomo
che cammina, ma che sta per incominciare a volare.
I pescatori di Galilea ci hanno tirati fuori dal fondo
del mare; ora non basta, ora noi abbiamo bisogno, lo
dico con le parole di Turoldo, abbiamo bisogno di Gesù, «il solo pastore che nei cieli ci fa camminare».
139
Gesù annunciava la buona novella, cioè annunciava l’amore. L’amore non dà una spiegazione dell’universo, non dà una giustificazione dell’operato umano,
non fa sorgere scienziati, né giudici, né guaritori: l’amore non spiega niente, l’amore non giustifica niente,
ma rilancia il movimento della vita: «I ciechi ritrovano
la vista, i sordi l’udito, i morti la vita».
L’amore rilancia il movimento della vita. L’amore è
un abisso, non una spiegazione; è profondità che rivela attorno a noi altre profondità e ci dona capacità di
volare. L’amore prende tutto ciò che è stato per impastarlo di nuovo, per togliergli quei germi che sono vecchiaia e morte. L’amore suscita l’improbabile, l’impossibile, il prodigio per il quale l’uomo scopre di essere
prigioniero dell’implacabile amore di Dio, dolcemente implacabile: fortunato prigioniero.
Gesù andava per città e villaggi, predicando e curando ogni dolore: Gesù, l’uomo che non si appartiene, che vuole guarire la vita; e con lui ognuno di noi è
Andrea e Simone, ognuno è chiamato ad essere generatore e rivelatore di uomini che vogliono volare, curando ogni dolore, perché nella vita ci sono forse mali
inguaribili, ma nessuno è incurabile. Forse nessun dolore guarisce per opera nostra, ma ogni dolore può essere curato e alleggerito dalle mani delicate del cuore.
Quanta sofferenza dell’anima c’è nelle strade della
nostra città! La sofferenza dell’anima viene dal “malamore”, dal non sapere più amare bene. Quanta sofferenza dell’anima nelle strade della città! Ma ogni strada del mondo è Galilea, e allora oggi, con Cristo,
ognuno di noi – uomo di frontiera, crocevia del bene
– è uomo che sa prendersi cura della vita degli uomini
e prendersi cura anche dei sogni di Dio.
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IV DOMENICA
Beati i poveri, i miti, i puri, i misericordiosi.
(Mt 5, 1-12)
È un Vangelo che ogni volta ci fa pensosi. Perché ci coinvolgono emotivamente queste parole, anche se non
riusciamo a capirle fino in fondo, anche se ci lasciano
disarmati, anche se talvolta di fronte ad esse ci sentiamo perduti?
Il primo motivo è questa litania che scandisce per nove volte la parola “beati”. È il tema della felicità che ci
affascina. Questo è un Vangelo che ci assicura che il senso della vita è davvero ricerca di felicità. E lo vuole Dio.
Un secondo motivo è che le nove strade proposte da
Gesù hanno, in qualche modo, conquistato la nostra fiducia: le sentiamo vere e affidabili. Diamo loro il nostro consenso, per quanto difficili ci risultino. Non un
consenso di tipo razionale, ma che viene da un sentire
profondo, radicato nella radice più pura del cuore.
Queste parole, poi, non sono legate ai precetti fondamentali; non sono riferite ai comandamenti «non
uccidere, non rubare, onora tuo padre e tua madre...».
Non sono un’ingiunzione o un dovere, ma sono la lieta notizia, l’annuncio gioioso che Dio regala vita a chi
141
produce amore. E se uno si fa carico della felicità di
qualcuno, il Padre si fa carico della sua felicità.
Gesù lancia una proposta e una sfida capaci di
cambiare radicalmente la vita intera. Il Signore ha un
debole per i poveri, per gli ‘anawîm, gli umili, i miti, i
piccoli. Il Signore non è imparziale, ha un debole per
i deboli, ha scelto ciò che nel mondo è stolto, debole,
disprezzato, non nobile, e lo ha scelto per ridurre a
nulla le cose che sono, cioè per cambiare la logica di
questo mondo (cf. 1Cor 1, 26-31).
Le beatitudini suggeriscono allora, per prima cosa,
un atteggiamento contemplativo. E se le accogli, la loro logica ti cambia il cuore. Sono esse il cuore nuovo
dell’uomo nuovo sognato da sempre, da tutti i profeti.
Sono rivelazione della bellezza del cuore di Dio.
Se Dio è anche lui povero, cioè mendicante d’amore, se è il ricco che si fa povero per fare noi ricchi, allora è bello entrare in questa povertà che arricchisce.
Se Dio è mite, è bello essere dolci e teneri come lui. Se
Dio ha un cuore grande e la sua misura è perdonare
senza misura, allora è bello seguirlo, per inventare con
lui il miracolo della pace. E si riaccende in noi la nostalgia prepotente di un mondo fatto di bontà, di non
violenza, di giustizia, di pace; la nostalgia di un altro
modo di essere uomini.
Ascolto le nove beatitudini e mi guardo dentro. Io sono così, diviso in nove parti. Ognuno di noi è diviso in
queste nove parti, che fanno la sua storia, che insieme
formano l’ultimo volto. Se voglio essere uomo completo, uomo vero, se voglio felicità da condividere, devo
comporre insieme, a uno a uno, tutti questi frammenti.
Le nove beatitudini sono anche una serie di segni,
quasi di sintomi, che Gesù mette a disposizione dei
142
suoi discepoli; sono i sintomi grazie ai quali ciascuno
di noi può riconoscere che la buona notizia del vangelo lo ha veramente raggiunto.
Le beatitudini che ci colpiscono di più sono quelle
che si esprimono con un bruciante contrasto: «Beati i
poveri, beati gli afflitti, beati i perseguitati...». E il fascino delle beatitudini viene dalla tensione tra presente e futuro, dalla riserva di speranza che le abita, dall’escatologia che già appare in loro.
Esse introducono un misterioso capovolgimento
per l’uomo, un capovolgimento che consiste nel passare dall’avere all’essere, e poi ancora dall’essere al dare, dall’avere per sé all’essere per gli altri. E se afferro
la dinamica di questo guado, che è importantissima
per l’uomo, allora posso raggiungere il segreto di Dio
e, insieme, il vero segreto dell’uomo: donare.
«Gesù, da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8, 9). Gesù invita i suoi discepoli a farsi
come lui, a fare di ciò che hanno un sacramento di comunione.
Allora saranno beati due gruppi di poveri: quelli
che lo sono per cause storiche e sociali sono beati perché qualcuno si prenderà cura di loro, facendosi prolungamento della mano di Dio; e coloro che per scelta
si faranno poveri donando saranno beati perché «vi è
più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20, 35).
Sono detti beati i poveri, non la povertà. Sono beati gli uomini, non le situazioni. Dio è con i poveri contro la povertà; Dio è dalla parte di chi piange, ma non
dalla parte del dolore. «Beati gli afflitti» dice la seconda beatitudine, la più paradossale; felice chi è triste,
felice chi non è felice. Ma non perché la felicità consi-
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sta nel pianto, ma perché c’è un cambiamento: «In
piedi, voi che piangete, avanti: Dio cammina con voi,
asciuga lacrime, apre futuro, conforta». E un angelo
misterioso dice a chiunque piange: «Il Signore è con
te», come ha detto a Maria nell’annunciazione.
Dio è con te, nel riflesso più profondo delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio. Nella tempesta è al
tuo fianco, forza della tua forza. Come per i discepoli,
colti di notte dalla burrasca sul lago: lui è lì, nella forza dei rematori che non abbandonano i remi, nelle
braccia del timoniere perché sia saldo il timone, negli
occhi della vedetta che scruta la riva, che cerca l’aurora. È al tuo fianco come conforto, colui che dà forza
alla tua forza.
Gli uomini delle beatitudini sono i veri amici del
genere umano: essi tracciano le nove strade su cui deve avanzare il mondo, le sole strade che assicurano il
futuro a questa nostra terra. Perché se c’è un’amicizia
per chi è costretto alla guerra, è il costruttore di pace
che la offre, gratuitamente. Se c’è amicizia possibile
per i calpestati della terra, è negli affamati di giustizia
che risiede. Se c’è amicizia vera perfino per il ricco, è
nel povero che non vuole competere, che non vuole
avere ma solo donare. Se c’è un’amicizia per me, cercatore di Dio e cercatore d’amore, io la posso trovare
presso i puri di cuore, coloro che hanno un cuore fanciullo, non infido, non pronto a vendersi; presso i misericordiosi che troveranno misericordia.
Bellissima quest’ultima parola: i misericordiosi sono gli unici che nel futuro troveranno ciò che hanno
già, la misericordia, qualcosa che si porta con sé per
sempre; bagaglio per il viaggio eterno, equipaggiamento per tutta la lunghezza del tempo e per l’eterni-
144
tà è la misericordia, che unisce questo e l’altro mondo,
questa terra e la nuova terra.
Gli uomini delle beatitudini sono la benedizione di
Dio per la terra. Il profeta Isaia direbbe di loro: «La
gloria del Signore li segue». Se sei povero, mite, perseguitato, misericordioso, puro, i passi di Dio sono sui
tuoi passi. La gloria del Signore cammina dietro a te,
sulla tua strada tu porti il Signore: è questa la benedizione. Il Signore viene dietro a te, viene come pane,
come luce, come libertà e felicità; dietro a te, quasi
prigioniero delle tue mani buone, quasi prigioniero
del tuo cuore buono. Cammina il Signore.
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V DOMENICA
Voi siete il sale della terra...
Voi siete la luce del mondo.
(Mt 5, 13-16)
Dio è luce. Ma oggi il Vangelo dice: Anche l’uomo è luce, luce custodita in un guscio d’argilla. Per questo d’istinto cerca la luce e, trovatala, se ne inebria. Il sale è ciò
che ascende dalla massa del mare rispondendo al luminoso appello del sole. Così anche il discepolo ascende,
rispondendo all’attrazione dell’infinita luce divina.
Ma se mi guardo bene dentro, io non sono luce,
non sono sale. So di non esserlo. Eppure la parola di
Gesù me lo assicura. Egli si aspetta da noi una presa di
coscienza di quello che siamo in profondità, per grazia, nel mistero dell’immagine che portiamo dentro.
Come se volesse dirci: Non fermarti alla superficie
di te stesso, cerca in profondità, sotto gli strati delle parole banali, delle occupazioni distratte, dei gesti ripetitivi; rimuovi tutto ciò che ostruisce il cammino verso la
cella segreta del cuore: là troverai una lucerna accesa,
una manciata di sale. Perché tu sei, nonostante tutto,
sale della terra; nonostante tutto, luce del mondo. Per
pura grazia. E questa consapevolezza è una conquista
grande; non un vanto, ma una responsabilità.
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Dalla parola di Dio oggi mi pare di poter estrarre
tre vie verso la luce.
La prima via è la profezia di Isaia: «Spezza il tuo pane», parola così asciutta, concreta, semplicissima.
«Spezza il tuo pane.» Ed è tutto un incalzare di verbi:
«Introduci in casa... vesti chi è nudo, non distogliere
gli occhi dalla tua gente. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta».
E senti l’impazienza di Dio, l’impazienza di Adamo, l’impazienza dell’aurora e del corpo che ha fame
e ferite e fretta di pane e di salute. La luce attraverso il
pane. Guarisci altri e guarirà la tua ferita, illumina altri e ti illuminerai. Perché chi guarda solo a se stesso
non s’illumina mai. E chi distoglie gli occhi dalla gente che è sua, sempre, perché tutti sono dei nostri, non
diventerà mai un uomo radioso.
Ma c’è una tentazione: quella di credere di avere
troppe ombre in me per dedicarmi agli altri, di essere
insipido e povero, di avere troppi peccati che gemono
come ferite aperte. I profeti però ripetono: Non preoccuparti delle tue ombre o delle tue malattie, ma della
città, della tua gente, dove c’è fame e sofferenza; allora
guarirai, allora ti illuminerai. Perché siamo tutti dei
malati, però capaci di dare salute. Siamo tutti feriti, però capaci di essere guaritori.
Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e
guarirà presto la tua vita. Nessuno ha troppi difetti o è
troppo debole o troppo piccolo per potersi esentare
dall’impegno gioioso di dare luce e sapore alla vita
d’altri. E questo inizia «spezzando il tuo pane».
Nessuno è troppo piccolo per potersi esimere dall’impegno di trasmettere il sapore e lo splendore di
147
Dio. E il più delle volte lo facciamo senza saperlo. È
possibile non gustare nulla di Dio eppure diffonderlo
tra gli altri, senza accorgercene. Dio agisce così: quante volte l’ho visto! Può succedere che si brancoli nel
dubbio e nella notte e di essere luce per qualcuno, con
una parola o un gesto che non so da dove vengano.
Dio agisce così.
Qui inizia la seconda via della luce, quella indicata
da san Paolo: «Io non ho voluto sapere nient’altro che
Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2, 1-5). Nucleo incandescente della nostra fede. Questo è il sale della
storia, cioè il sapore e il senso, ciò che impedisce alla
terra di corrompersi, ciò che preserva e conserva la
storia. Perché salvare vuol dire conservare: oltre l’istante, oltre il tempo, oltre la disgregazione, oltre la
decomposizione. Come fa il sale, che è come una piccola salvezza quotidiana sulle cose, una piccola eternità che fa durare le cose e le conserva buone.
«Io nulla voglio sapere se non Cristo crocifisso»: la
luce attraverso la croce. Sapere Cristo. “Sapere” è
molto più che “conoscere”: è avere il sapore di Cristo.
E accade quando Cristo, come sale, è disciolto dentro
di me; quando, come pane, mi penetra in tutte le fibre
della vita e diventa mia parola, mio gesto, mio cuore.
Cristo dentro, croce dentro: la sua parola come spada
di luce, dove si consuma la notte, come sale sul pane.
Un uomo non può guardare il sole senza che il suo
volto ne sia illuminato. I custodi della luce hanno certamente un segreto, ma esso non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà. Sono
gli amici di Dio. A loro interessa non ciò che pensano
gli uomini, ma ciò che pensa Dio. Si possono riconoscere, se si è appena un poco attenti.
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Sì, ci sono volti abitati da Dio, perché non ci si espone giorno dopo giorno allo sguardo dell’infinita tenerezza senza riceverne una qualche insolita bellezza.
Sono volti che irradiano la luce senza saperlo: ci basta
vederli. È l’eloquenza dei gesti, dell’accoglienza, dei
sorrisi e delle lacrime, e capisco che Dio c’è, Dio è luce, e il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.
E poi la terza via della luce. Dice Gesù: «Voi siete la
luce», non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s’incontrano generando un noi, allora diventiamo luce.
Una parabola ebraica dice che ogni uomo viene al
mondo con una piccola fiammella sulla fronte, che non
si vede se non con il cuore, e che è come una stella che
gli cammina davanti. Quando due uomini si incontrano, le loro due stelle si fondono e si ravvivano – ognuna dà e prende energia dall’altra – come due ceppi di
legno posti insieme sulla brace. L’incontro genera luce.
Quando, invece, un uomo per molto tempo resta privo
di incontri, solo, la stella che gli splendeva in fronte
piano piano si affievolisce, fino a che si spegne. E l’uomo va, senza più stella che gli cammini davanti.
La nostra luce vive di comunione, di incontri, di
condivisione. Ma in ogni essere vivente c’è al tempo
stesso un cuore di tenebra e un cuore di luce. Io riassumo in me il cuore di luce del mondo quando divento, come in questo momento nella liturgia, voce della
terra, quando sono «la creazione che ama e adora»
(D.M. Turoldo), perché c’è anche una terra che odia e
bestemmia. Nella liturgia, nell’eucaristia, nella preghiera, io divento maturazione del seme di luce deposto in tutte le cose.
In realtà, noi non siamo luce ma lucerna, piccolo
recipiente di terra; lampada che deve essere accesa
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spezzando il pane, diventando alleanza con tutto ciò
che vive.
Io che sono una piccola lucerna, non mi devo
preoccupare di illuminare. Alla lucerna basta bruciare: bruciando illumina. A noi basti avere un cuore ardente. Non preoccupiamoci di quanti riusciamo a illuminare. Non conta essere visibili o rilevanti, essere
guardati o ignorati, ma essere luce, custodita in questa
conchiglia di fango; a noi basti spezzare il pane ed
esporci alla luce di Cristo; a noi basti fare alleanza con
ogni creatura.
E saremo semplicemente noi stessi, un cuore di luce, e riusciremo semplicemente a vivere accesi.
150
VI DOMENICA
Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo,
cavalo, e gettalo via da te.
(Mt 5, 17-37)
Un altro dei Vangeli impossibili. Vangelo da Dio e non
da uomini. Vangelo che noi mai avremmo osato scrivere. E di fronte a queste parole esigenti e forti, sento
l’autore del libro del Siracide dire: «Essere fedele dipende dal tuo buon volere». Ma sento anche che da
solo non ce la farò mai.
Eppure una parte di me continua irriducibile a ripetere: il Vangelo è facile; so che essere cristiano è facile. So che Gesù non convoca degli eroi nel suo regno,
che non solo uomini di fuoco e sangue, non solo asceti
inflessibili potranno varcare la soglia della sua casa e
del suo cuore.
«Se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo, e gettalo
via da te; se la tua mano ti è di scandalo, tagliala e gettala via da te.» Ed è lo stesso Gesù che altrove dirà: «Il
mio giogo è soave, il mio carico è leggero» (Mt 11, 30).
Un altro dei Vangeli impossibili, e osservarlo ed essere fedele non dipende solo dal mio buon volere. Chi
potrà osservare queste parole, se è vero che anche solo uno sguardo è già adulterio, che la rabbia è già omi-
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cidio? Quando forse qui e ora la chiesa dovrebbe
svuotarsi perché tutti ci siamo ricordati che qualcuno
ha qualcosa contro di noi, e prima dell’altare della
chiesa viene l’altare del fratello, e là devo recarmi prima, per riconciliarmi.
Eppure essere cristiano è facile. Perché non si tratta di sostituire una legge antica con una nuova legge
più esigente; perché il Vangelo non è una super-morale, non è neanche la migliore morale possibile, non è
moltiplicare esigenze, impegni e paure, moltiplicare
occhi che dall’alto ci scrutano. Altrimenti Gesù avrebbe solo moltiplicato le occasioni di peccato e i sensi di
colpa e il dilagare delle infelicità, avrebbe disseminato
di trappole più astute i nostri sentieri già difficili.
Il Vangelo è un’altra cosa: è dilatazione di vita, è la
rivelazione che Dio è amore; come lui, io vivo perché
amo. «Stendi la tua mano verso la vita» dice il libro del
Siracide (15, 16). «Io sono la vita» dice Gesù. E poi:
«Stendi la mano verso il foro dei chiodi, verso lo
squarcio del costato» (Gv 20, 27). Stendi la mano verso il luogo dell’amore ferito, verso il luogo del cuore.
«Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a
ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Sir 15, 17).
Ciò che amerai ti sarà dato! E noi spesso abbiamo
dentro questo istinto di morte. Amiamo ciò che ci fa
male. «Insegnaci ad amare la vita»: questa dovrebbe
essere la nostra preghiera. Ed è solo nel Vangelo che
impariamo ad amare ciò che ci fa bene; nel Vangelo,
che è il luogo della vita.
Quando incontrerò il Signore, vorrei solo che mi
dicesse, prendendomi per mano: «Vieni, figlio, ora
non ti farai più male!». Finalmente, non ci faremo più
male. Perché la legge è sempre questo, è solo questo:
152
rivelazione di ciò che costituisce l’uomo, oppure di ciò
che lo distrugge in umanità.
Se hai steso la tua mano e hai toccato la vita, quella
vita che dentro di noi ci assedia, dolcemente implacabile, si dilata. Il Vangelo è il luogo della vita. «Ciò che
le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita,
questo trasmettiamo» dirà Giovanni (1Gv 1, 1-3).
Non illudiamoci, non c’è morale possibile senza
una qualche mistica. Non c’è etica possibile senza mistica autentica, perché è solo il fare di Dio che genera
il fare dell’uomo. Il nome nuovo dell’obbedienza, allora, è “sintonia”. Riempirsi di Dio, riempirsi di vita e
poi lasciarla defluire verso l’esterno, verso gli altri.
I cinque comandi di oggi, i cinque esempi del Vangelo, non sono una nuova definizione dei limiti o dei
divieti. Queste, che sono le pagine più inquietanti del
Vangelo, sono anche quelle più umane, perché qui ritroviamo la radice della vita buona. Qui impariamo a
“respirare” con Cristo. La vita buona la troviamo seguendo le due direzioni che Gesù propone oggi: la linea del cuore e la linea della persona.
Agli antichi fu detto: «Tu non ucciderai»; ma Gesù dice: «Chiunque si adira», cioè chiunque lascia
bruciare intelligenza e pietà dentro il rancore, «è già
omicida. Chi guarda per possedere è già adultero nel
cuore». Ecco la linea del cuore, così umana. San Giovanni, proseguendo su questo principio, farà un’affermazione colossale: «Chi non ama suo fratello è
omicida» (1Gv 3, 15). Cioè: chi non ama uccide. E,
dentro di te, non amare è già un lento morire. Gesù
parla di “compimento della legge” in questo senso: risale dal non uccidere alla radice prima, a ciò che genera la morte o la vita.
153
«Ma io vi dico: Non giurate affatto; il vostro dire sia
sì, sì; no, no.» Per rinforzare ciò che dici puoi solo aggiungere la stessa parola, non altre parole. Altrimenti
la tua parola non basta, e non basterà mai. Dal divieto
del giuramento Gesù arriva al divieto della menzogna.
Porta a compimento, sulla linea del cuore, tutte le
conseguenze già implicite nella legge antica.
E poi la linea della persona. «Se tu guardi una donna per desiderarla...» Non dice semplicemente: Se tu
desideri una donna; se tu, donna, desideri un uomo. Il
desiderio è un servitore indocile, è un sentimento selvatico. Dice: «Chi guarda per desiderare» e vuol dire:
Se tu guardi solo il suo corpo desiderabile, allora tu
pecchi contro la sua persona. Allora il tuo sguardo è
opaco, vede solo l’immagine, la forma, il corpo; e tu allora sei un adultero, nel senso esatto di questa parola:
tu falsifichi, tu inquini, tu impoverisci la persona. Sprechi il tuo occhio e sprechi il suo corpo. Perché riduci a
cosa (oggetto di cupidigia) la persona, che invece è
abisso, oceano, cielo, profondità irripetibile. Pecchi
non contro la legge, ma contro la profondità e la completezza della persona. E ci succede come al cieco di
Betsaida, che Gesù guarisce e poi verifica la guarigione
domandandogli: Che cosa vedi? E il cieco risponde:
Vedo uomini come alberi che camminano. Cioè, vedo
uomini come cose, vedo uomini come corpi, come
tronchi: vedo solo delle apparenze. Allora Gesù interviene di nuovo e guarisce quello sguardo senza profondità, perché possa dire: Ora sì, non vedo più corpi che
camminano, ora vedo persone che camminano, anzi, di
più, vedo icone che camminano (cf. Mc 8, 22ss). Icone
di Dio. Perché questo è mio fratello, questo è mia sorella: un’icona che cammina. Se tu guardi per possede-
154
re, se vedi solo un corpo da desiderare, tu stai adulterando l’assoluto della persona, che è icona di Dio.
Cinque casi presenta Gesù oggi: l’omicidio, l’adulterio, il ripudio, il giuramento e il rito liturgico. Ma è
un unico salto di qualità quello che propone: passare
dalla legge alla persona, mettere la persona prima della liturgia, prima del sabato, prima della legge, come
ha fatto per l’adultera che doveva morire secondo la
legge (cf. Gv 8, 3-11).
Un unico salto di qualità propone Gesù: il ritorno
al cuore, là dove nascono i grandi “perché” delle azioni, là dove le azioni trovano senso e orientamento.
Allora potremo ripetere la parola di Gesù: Mia legge è che l’uomo viva, che viva una vita piena, libera da
inganno e da violenza. E questa legge è tutta la mia vita, questa legge è tutta la mia gioia.
Ma chi ci darà il coraggio di osare? Siamo qui,
crocifissi ai nostri desideri, lacerati tra desiderio di
cielo e desiderio di terra. Una mano si stende verso la
vita, una mano va dove si trova la morte. Allora cos’è
che mi frena, cos’è che mi impedisce di buttarmi, con
tutto me stesso, sulle regole del cielo? Perché questo
desiderio di terra, perché il nostro passaggio quaggiù
fra gli alberi e le stelle diventa patimento e non mi
consente il volo verso la pienezza di me stesso? Come
fare? Io non so la risposta, ma so che da solo non ce
la faccio.
Io cerco solo di non sminuire Dio, di non rimpicciolirlo sulla misura delle mie paure, delle mie ritrosie.
Ritorni a parlare alto e solenne, ritorni a parlare umile
e delicato, e tu sperimenterai il rischio vasto di prenderlo in parola. Lo dico con le parole di Tagore, una
poesia-preghiera adatta proprio ai Vangeli impossibili:
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Non andare via, Signore,
quando trovi chiusa la porta del mio cuore,
abbattila ed entra, non andare via, Signore.
Quando le corde della mia chitarra
dimenticano il tuo nome,
ti prego, aspetta, non andare via, Signore.
Quando il tuo richiamo non rompe il mio sonno,
folgorami con il tuo dolore, non andare via, Signore.
Quando faccio sedere altri sul tuo trono,
o re della mia vita, non andare via, Signore.
156
VII DOMENICA
Amate i vostri nemici.
(Mt 5, 38-48)
In queste domeniche il Vangelo ci propone la lettura
del Discorso della montagna. Gesù si ritirava spesso sul
monte: lo annotano tutti gli evangelisti, era una caratteristica del Maestro che si era impressa nella memoria
dei suoi. Con questa scelta Gesù segna uno stacco dall’orizzonte quotidiano, e lo fa talvolta per l’intimità
orante con il Padre («congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare»: Mt 14, 23), talvolta per chiamare
alla sequela («salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che
egli volle ed essi andarono da lui»: Mc 3, 13).
La montagna è anche la cornice, il fondale del discorso più celebre di Gesù, il primo dei cinque discorsi in cui Matteo ordina l’architettura del suo Vangelo
(capp. 5-7). Mauriac diceva: «Chi non ha mai letto il
discorso della montagna non è in grado di sapere cosa
sia il cristianesimo».
Al Sinai di Mosè l’evangelista Matteo sostituisce il
monte della Galilea. Gesù è il nuovo Mosè, e la legge
nuova è connessa all’antica, ma la porta oltre, la porta
a pienezza: «Avete inteso che fu detto agli antichi:
157
“Non uccidere”. Ma io vi dico: chiunque si adira con
il proprio fratello...». Il grande principio di Gesù è il
ritorno al cuore, là dove nascono i perché e il senso
delle nostre azioni. Il cuore, secondo la Bibbia, è la
porta della vita. Gesù propone la linea del cuore, così radicale e così umana: custodisci con ogni cura il
tuo cuore, perché esso è la porta della vita, la porta
della luce. Il cardinal Martini amava ripetere che
quello della montagna è il discorso proponibile a tutti, accessibile a ogni uomo, credente o non credente,
a chiunque si sente toccato dalla legge del cuore. Legge che è la misura alta della vita. Il corpo – diceva sant’Agostino – sale mutando di luogo; il cuore sale mutando di desiderio.
«Amerai i tuoi nemici.» Amerai, tu per primo, non
per rispondere a un amore, ma per anticiparlo. Amerai senza aspettarti null’altro che l’amore stesso.
Amerai perfino l’inamabile. Come fa Dio. In maniera
unilaterale.
Nell’equilibrio del dare e dell’avere, nell’illusorio
pareggio contabile dell’amore, Gesù introduce il disequilibrio: Date! Magnificamente, dissennatamente
date; pregate, porgete, benedite, prestate, fate: per
primi, in perdita, ad amici e nemici. Se tutti amassero
i loro nemici, non ci sarebbero più nemici. Se tutti
porgessero l’altra guancia, non ci sarebbero più guance da colpire. La logica della rappresaglia invece non
fa che raddoppiare la violenza.
«Porgi l’altra guancia»: abbassa le difese, sii disarmato, non incutere paura, mostra che non hai nulla da
difendere, neppure te stesso, e l’altro capirà l’assurdo
di esserti nemico. «Porgi l’altra guancia» non indica la
passività morbosa di chi non sa reagire, ma una preci-
158
sa iniziativa: non chiudere, riallaccia tu la relazione, fa’
tu per primo un primo passo, perdonando, ricominciando, amando senza aspettare d’essere riamato.
Amore fattivo, quello di Gesù, amore di mani, di
tuniche, di prestiti, di verbi concreti. Amore non c’è
senza un “fare”. Amare i nemici non è moltiplicazione
di emozioni e di sensazioni, ma di gesti operativi. Certo, è molto bello amare quelli che ci amano: riempie la
vita. Ma c’è più della vita presente, c’è un mondo nuovo da creare, un sogno di Dio da realizzare, oltre l’eterna illusione del “dare” e dell’“avere”.
All’inizio Dio disse a Caino: «Cosa hai fatto di tuo
fratello Abele?». Nell’ultimo giorno dirà ad Abele:
«Cosa hai fatto di tuo fratello Caino?» (N.A. Berdjaev). Abele risorgerà non per la vendetta, ma per custodire Caino. La terra sarà nuova quando le vittime si
prenderanno cura dei carnefici. Fino a cambiarne il
cuore: perché l’amore è “ricreatore”. Quando Abele si
farà prossimo al suo uccisore, allora il regno di Dio sarà davvero prossimo a ogni cuore d’uomo.
Tutto, attorno e dentro di noi, dice: «Fuggi da Caino! Allontanalo!». Poi viene Gesù e dice: «Amate i
vostri nemici. Avvicinatevi!». E capovolge la paura in
custodia amorosa. Perché la paura non libera dal male. Quando Abele oserà farsi prossimo al suo uccisore,
allora non ci saranno più nemici.
Vangelo da Dio, e non da uomo, Vangelo “impossibile”. Eppure Gesù non convoca eroi nel suo regno, o
uomini di fuoco e roccia, o asceti implacabili: convoca
ogni uomo vero. Infatti: «Ciò che volete per voi, fatelo voi agli altri». Prodigiosa contrazione della legge:
ultima istanza del comandamento è il tuo desiderio.
Scopri ciò che più desideri per te e fallo per gli altri.
159
Tutta la legge di Dio la imparerò, la saprò attraverso
ciò che amo: ama il prossimo come ami te stesso. Se non
ti ami, non saprai amare nessuno, saprai solo prendere
e possedere e difenderti. Prodigiosa semplificazione:
dal tuo desiderio imparerai cosa fare.
Ciò che desidero per me è proprio questo: voglio
essere amato, e che qualcuno mi benedica perché esisto, e che si preghi per me; voglio essere disarmato dal
perdono di chi mi porge l’altra guancia, e che mi sia
reso bene per male, e poter contare sul mantello o sul
prestito di un amico; voglio che si abbia fiducia in me
e mi si perdoni in anticipo; che mi si diano i mezzi per
dare il meglio di me; che mi si incoraggi e si abbia in
stima ciò che ho di buono e come cosa di poco conto
ciò che ho di cattivo; che si rispettino i miei segreti e
non mi si tratti mai da inferiore.
Questo voglio per me, questo cercherò di dare agli
altri. Sarà il cammino della mia perfezione. Legge che
allarga il cuore, verità dell’uomo e verità di Dio.
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VIII DOMENICA
Nessuno può servire a due padroni.
(Mt 6, 24-34)
Nelle letture di oggi risuonano espressioni che ci consolano: «Anche se vi fosse una donna che si dimentica
di suo figlio, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,
15). Mai. Parola di Dio. E poi: «Non affannatevi di
quello che mangerete o berrete... La vita forse non vale più del cibo? Il Padre vostro celeste sa che ne avete
bisogno» (Mt 6, 25.32). Il Padre lo sa, e si prende cura dei suoi figli, come e più di quanto non si curi degli
uccelli del cielo, dell’erba e dei gigli del campo.
Da dove vengono, allora, le preoccupazioni che attanagliano la nostra vita, le preoccupazioni che ci agitano nella veglia e nel sonno, che tengono come sotto
una cappa di nebbia l’orizzonte del cielo, che ci impediscono addirittura di sollevare lo sguardo, presi come
siamo dagli affanni insensati del piccolo cerchio quotidiano? Non sarà che siamo davvero, come dice il
Vangelo di oggi, «gente di poca fede»? Ma cosa vuol
dire “avere fede”?
Oggi siamo invitati a guardarci nello specchio profondo dell’anima. Dove pongo la mia consistenza?
161
Dove poggio il piede? Su quali coordinate ho organizzato la vita? O, per usare il termine del Vangelo, a chi
“servo”?
Perché nel Vangelo di oggi troviamo anche parole
che ci inquietano: «Non potete servire a Dio e a mammona». Non possiamo servire a Dio e al denaro. Non
possiamo pensare di “aggiustare” in qualche modo
questi due elementi contrapposti e assoluti, come se
fosse possibile trovare una via di mezzo in cui possono
coesistere. Dio e il denaro si presentano come due vie,
una alternativa all’altra, come due padroni che nessuno può servire nello stesso tempo: «o odierà l’uno e
amerà l’altro; o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro».
Non c’è via di mezzo. Servi Dio o il denaro? L’anelito
che anima la tua vita è l’essere o l’avere? Cerchi il regno di Dio e la sua giustizia o il tuo orizzonte è determinato dalle “cose”?
La fede, quella di cui ci parla Gesù, quella vera che
dà verità al nostro esistere, ci libera dalla schiavitù delle cose, dalla febbre delle cose, dall’idolatria delle cose. Allora ci appoggiamo al Padre celeste, sapendo che
per lui contiamo molto di più degli uccelli del cielo e
dell’erba dei campi, anzi, contiamo di più di quanto
un figlio conti per sua madre. Infinito amore. Tu non
sarai mai dimenticato.
Non siamo invitati al disprezzo delle cose, ma a liberarci dall’affanno delle cose. Le cose non sono l’obiettivo della nostra vita, non sono la molla che ci
spinge a operare: non sono le cose, non è il denaro che
dà consistenza al nostro essere. In fondo, è ciò che ci
dice la prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito»
(Mt 5, 3), beati coloro che pongono il cuore al di là
delle cose. Perché ci possono essere poveri che hanno
162
il cuore dentro le cose: non possiedono denaro, ma il
denaro resta il loro padrone; servono al denaro, a
mammona: sul denaro fondano la vita, le cose sono lo
scopo della loro esistenza.
Non siamo invitati al disprezzo delle cose. Anzi, come conclude il Vangelo di oggi, «tutte queste cose vi
saranno date in aggiunta». Cioè riavremo le cose, ma
in tutt’altra luce; i beni della terra riacquisteranno la
libera e gioiosa ebbrezza di doni di Dio per l’uomo, riacquisteranno una nuova verginità e una nuova innocenza; non saranno più barriere di divisione tra uomo
e uomo, non saranno più oggetto di contesa e di contrasto, non allontaneranno fratello da fratello, ma saranno il libero diffondersi dell’amore del Padre, dati
in aggiunta a chi cercherà “prima” il regno di Dio e la
sua giustizia, a chi porrà in Dio il proprio cuore, a chi
servirà Dio come suo unico padrone.
Allora potremo diventare anche noi, come dice
Paolo, «amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4, 1),
amministratori fedeli dei doni ricevuti, dispensatori di
luce e di gioia, ministri della vita abbondante, rigogliosa, gratuita, libera come gli uccelli del cielo, profumata e festosa come i gigli del campo.
Dio o mammona, Dio o il denaro. Nelle parole di
Gesù si tratta di due assoluti: e non si possono avere
due assoluti, due ragioni ultime della vita. E uno è in
opposizione all’altro. Dobbiamo scegliere il “padrone” a cui vogliamo servire: il Padre rivelatoci da Gesù,
il Padre che ci ama più di quanto una madre ami il figlio, o la “disonesta ricchezza”, che inaridisce il cuore,
che ci imprigiona in un orizzonte di morte, di sterilità,
di non senso: perdendo anche il senso gioioso e gratuito delle cose. Al regno di Dio e alla sua giustizia le
163
cose sono date in aggiunta, in una visione trasfigurata,
liberata, verso dimensioni che sono più grandi dei sogni più grandi che l’uomo può sognare.
Ecco lo specchio profondo dentro il quale siamo invitati a guardarci. Per non correre invano e non smarrire il traguardo a cui aneliamo. Liberi e fiduciosi, come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi, ancora più
amati come un tesoro prezioso. Perché del nostro tesoro si compiace il cuore del Padre. Anche per lui – come per noi – dov’è il tesoro, lì è il cuore (cf. Mt 6, 21).
164
IX DOMENICA
Non chiunque mi dice: «Signore, Signore»,
entrerà nel regno dei cieli.
(Mt 7, 21-27)
«Aprici, Signore, siamo i tuoi!» E quella voce che risponde: «Non vi conosco». Una sottile angoscia coglie
tutti noi, i praticanti, i fedeli di ieri e di oggi, che parliamo tanto di Dio, celebriamo belle liturgie, studiamo
il Vangelo. «È tutta la vita che cerco di conoscerti e sei
tu che ora non mi riconosci?»
“Conoscere” è un termine esplosivo della Bibbia,
indica non un fatto teorico o mentale, ma l’incontro
totale, evoca la liturgia dei corpi dell’uomo e della
donna che si amano, e dice condivisione, comunione,
generazione.
Conosce solo chi ha innestato la propria esistenza
nell’esistenza d’altri. Conosce la fede non chi impara
una dottrina alternativa alle altre dottrine, ma chi impara e ripete una relazione radicalmente diversa con la
vita, con il mondo, con Dio, con il corpo, con i poveri, perfino con i fiori del campo.
Che cos’è “conoscere” Cristo? È un’attenta comunione di comportamenti, secondo il grande principio
biblico della imitatio Dei, l’imitazione di Dio. La sua
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voce mi dirà: «Ti conosco», solo se le mie parole sono
l’eco delle sue, se prolungo i suoi gesti, se faccio le sue
scelte. Il Dio dell’accoglienza cercherà in me tracce di
accoglienza; il Dio della comunione cercherà in me semi di comunione, e pane condiviso, e trovandoli spalancherà la porta. Allora sarò riconosciuto come figlio
della luce, se molto sole è entrato dentro di me.
Sulla soglia dell’eterno, l’amore cerca in te qualcosa
in cui specchiarsi. E se Dio riconosce in noi, almeno germinante, un riflesso del suo amore, dirà: «Vi conosco».
Anzi diremo, noi e lui, dalle due parti della soglia: «Sì, ci
conosciamo, come Padre e come figlio, come sorgente e
goccia che sgorga, come sole e come raggio».
Quanta gente straordinaria è lasciata fuori! Sono
profeti con parole di fuoco, liberatori da demoni, facitori di miracoli! Ma sono queste le cose chieste da Gesù, le cose che contano, quelle da cui ci conoscono come suoi discepoli? No. Il Padre ama invece la normalità di un’esistenza che cerca di credere nell’amore. E di
metterlo in pratica.
Nella parabola delle due case, la differenza tra
quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo: mettere in pratica o non mettere in
pratica le parole ascoltate. Non nella fede o nell’ortodossia, non nella liturgia; la differenza non è nell’ascoltare o nel celebrare, ma nel “fare” la Parola. Solo
così Gesù può essere chiamato, con verità, “Signore”;
non di una costruzione mentale, ma Signore della vita
quotidiana.
Costruisce sulla roccia chi pone a fondamento del
proprio agire la regola dell’amore, nelle piccole cose
di ogni giorno, a coesione del vivere. Costruisce un futuro inaffidabile chi invece edifica sulla sabbia del
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proprio io, e verrà sepolto proprio da ciò che ha costruito per vivere.
Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un
dito, è lontano dalla roccia. Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente, lavora sulla sabbia.
Chi chiude il regno dei cieli in faccia agli uomini
per mancanza di misericordia, non sente la roccia. Chi
giura per l’oro del tempio e non per il tempio, non ha
ancora buttato via le trenta monete d’argento del tradimento, affonda nella sabbia.
Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la
misericordia e la fedeltà, ha abbandonato la roccia.
Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno
di rapina e di menzogna, fa posto solo alla sabbia.
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X DOMENICA
Sono venuto a chiamare i peccatori.
(Mt 9, 9-13)
«Seguimi!» Parola assoluta, sciolta da tutto, senza un
perché. In realtà due parole: «Segui me». Due sole parole sospese come in un vuoto di vertigine. Nessuna
spiegazione prima, nessuna dopo, se non uno sguardo
del Signore: «Gesù, passando, vide...». Ma l’occhio va
dove il cuore l’ha preceduto.
Tutti nella città erano sfilati davanti a quell’uomo;
tutti l’avevano visto esattore delle tasse, doppiamente
detestato perché riscuote le tasse (nessuno le paga volentieri) e perché le riscuote per gli occupanti romani
(ed è ancora peggio).
Ma lo sguardo di Gesù ha qualcosa di diverso. Il suo
sguardo è l’organo del cuore, la manifestazione di un
cuore di luce. Tutti ricordiamo il bellissimo quadro del
Caravaggio, La vocazione di Matteo, in San Luigi dei
Francesi a Roma, in cui lo sguardo di Gesù è come un
fascio di luce che solleva Matteo dall’ombra.
«Ed egli si alzò.» Tutti lasciavano qualcosa a quel
banco. Ora è Matteo che lascia il banco e tutto ciò che
gli altri vi avevano lasciato. E mentre prima la gente
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veniva da lui, ora è lui che si alza e va; risale come controcorrente il fiume delle cose umane, che da sempre
va nella direzione del denaro, da sempre va secondo le
leggi del denaro.
La strada di Cristo porta altrove: «Seguimi!». Matteo
entra in un altro sistema, in un’altra logica, e va, come se
andasse contromano. E mentre prima altri andavano da
lui, ora è lui che va dietro un Altro. Davvero la sua vita è
cambiata da queste due parole: Segui me.
Seguire significa camminare dietro qualcuno, fare
strada insieme, stare vicino, molto vicino; è il coraggio
di andare senza neppure chiedere dove ci porterà,
senza sapere qual è la meta. Io non conosco la strada,
ma conosco colui che ha detto: «Io sono la strada»
(Gv 14, 6) e tutto ciò che fa è strada; e tutto ciò che dice è sentiero, sentiero assoluto: «Tu mi insegnerai il
sentiero della vita» (Sal 16, 11).
La seconda parola è: Segui me. Lui è l’orizzonte ultimo. Oltre lui è inutile andare. Oltre il Cristo c’è il
nulla per noi. L’essenza del cristianesimo non è una
dottrina o una rivelazione, ma la persona di Gesù.
E Matteo si converte per un incontro, non per un
ragionamento. Un incontro con la persona di Gesù e
poi con la sua vita buona, bella e felice, che può fare
buona, bella e felice la mia vita.
Mi piace il giovane rabbi di Galilea, perché nessuno
ha detto «Io» come l’ha detto lui, con questa forza,
con questa pretesa. È la coscienza del suo essere unico
che mi apre, perché l’uomo non può seguire un altro
uomo, non deve, ma solo Dio e la sua vita: Segui me.
Non ci sono promesse, non ci sono ragionamenti: solo
queste parole senza perché. Eppure proprio questa
mancanza di ragioni indica la vera ragione del disce-
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polo. La vera ragione è racchiusa in un pronome personale. È questo Gesù che dice: «Io».
Seguire lui, però, non è imitarlo; seguire Cristo non
è prenderlo ad esempio. È molto di più. Lo vediamo
dal seguito del racconto di oggi.
Gesù siede a mensa e sopraggiungono e siedono
con lui molti pubblicani e peccatori. E tutto ciò che
accade è comunione. L’offerta del Signore è comunione di vita, non è domanda di imitazione. Per prima cosa è offerta di comunione. L’errore occulto, il
veleno occulto della fede è far coincidere la grazia di
Cristo con il suo esempio e non col dono della sua
persona. La grazia di Cristo è nel dono della sua persona (sant’Agostino).
Se la grazia è nell’esempio, ciò che io ricevo – alla
fine dei miei sforzi di imitazione di Gesù – è solo il salario della mia bravura, non il suo dono. Gesù ha offerto il boccone a Giuda che lo tradisce, ha dato il pane a Pietro che lo rinnega, agli altri che lo abbandonano; lo dà a noi anche oggi.
Per partecipare degnamente alla comunione, non ci
è chiesto di essere giusti ma di riconoscere i nostri peccati. E ci accostiamo alla comunione dicendo: «Signore, io non sono degno». Se fossi degno, non andrei a ricevere il suo dono, ma solo il salario della mia fatica.
La casa di Matteo va riempiendosi di festa, di volti,
di amici. Dimenticato il banco triste delle tasse, ora è
il tempo delle tavole imbandite. Ma non è tanto la casa, quanto la vita di Matteo (e di ogni discepolo che va
riempiendosi di volti, di amici, di festa) che diventa vita buona, bella e felice.
E mi viene da pregare così: «Signore, donaci una
fede che non perda mai il senso della festa».
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Gesù mangia con i peccatori. Forse qualcuno si
convertirà, forse nessuno, forse molti: ma chi lo farà, si
convertirà perché chiamato. E chiamato quando era
ancora peccatore. Gesù mangia con me e mi assicura
che la mia guarigione non è nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare con me. Lui mi guarisce fermandosi a casa mia.
La sua vicinanza è medicina; il condividere vita, pane, festa, strada, amici, comunione è un contagio di luce. «Sono venuto a chiamare i peccatori», dice, i piccoli, i poveri, i prigionieri, coloro che da soli non ce la
fanno, che non sono all’altezza, ma che scoprono un
Dio più grande del loro cuore.
Dio non si merita, si accoglie. Se pensi di meritare
la comunione, sei ancora seduto al banco delle imposte, ancora a ragionare in termini di dare e avere, e riduci l’amore di Dio a un mercimonio, a un amore
mercenario.
Gesù non cerca in me il giusto, l’uomo giusto che
non so se riuscirò mai ad essere. Cerca quella debolezza che è in me radicale, originaria, fontale, fatale. Vuole impadronirsi della mia debolezza profonda, quella
che è a monte di tutti i miei peccati. E lì vuole incarnarsi come lievito, come sole, come fuoco, come spirito dentro la creta, come pace nella tempesta.
Allora scopro la mia beatitudine: «Beati i deboli».
Ad essi Gesù ripete come a Paolo: «Ti basta la mia
grazia». A lui dico: «Quando sono debole, è allora
che sono forte» (2Cor 12, 9-10), perché m’appoggio
alla tua forza. Certo, questo non basta, perché potrebbe dare spazio a un lasciarsi andare, all’ignavia.
Dobbiamo ricordare Matteo che si alza, lascia, segue
e si converte.
171
Se Matteo avesse guardato solo a se stesso, non si
sarebbe mosso. Avrebbe detto: Non sono degno, non
sono capace. Ma chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Matteo guarda a quel gorgo di sole che è
lo sguardo di Gesù, che lo solleva dal vortice d’ombra
in cui è, e si alza e segue quella luce. Il peccatore è
chiamato a conversione. Scrive Paolo: «Dove abbondò il peccato, lì sovrabbondò la grazia» (Rm 5, 20).
Ebbene, il peccato è un’opportunità per incontrare il
Signore. Beata debolezza che meritò un così grande
redentore! Ma: «Vuoi restare nel peccato perché abbondi la grazia? Assurdo!» (Rm 6, 1).
Se Matteo potesse rispondere alle nostre domande,
forse direbbe che si è girato verso Gesù perché ha veduto Gesù fermarsi e girarsi dalla sua parte. Direbbe
che si è convertito perché ha visto Dio convertirsi all’uomo, anzi convertirsi a lui peccatore.
Allora oggi mi godo anch’io la festa dei molti peccatori in casa di Matteo, quella casa riempita di volti e
di amici; godo la festa di chi ha scoperto un Dio più
grande del proprio cuore. Un Dio che in tutti i profeti e in tutti i silenzi dell’anima ripete: «Io voglio l’amore e non il sacrificio» (Os 6, 6). Voglio l’amore.
172
XI DOMENICA
Il regno dei cieli è vicino.
(Mt 9, 36-10, 8)
«Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione.» È un
termine di una carica bellissima: Gesù, intenerito al
cuore, prova dolore per il dolore del mondo.
E che cosa offre immediatamente a queste folle?
Non rivelazioni divine, non direttive morali, non affermazioni: offre la sua pietà. Inaugura il ministero della
compassione. Ed è a quel ministero che convoca i Dodici: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate che il padrone mandi operai per la sua messe».
La molta messe di cui parla Gesù, cos’è? Forse lo
sterminato accampamento degli uomini? No. Gesù ha
visto una folla di persone che lo incalza, una folla stanca, sfinita, senza pastore. La molta messe di cui parla
Gesù è allora una messe di stanchezza, un raccolto di lacrime, una vendemmia di dolore. A questa messe Gesù
invia i Dodici e affida loro una missione straordinaria:
non quella di interpretare in modo nuovo la legge antica, neppure quella di essere maestri o sacerdoti.
Egli affida loro il ministero della compassione, li fa
operai di un lavoro che descrive con sei verbi: predi-
173
cate, guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C’è
il ministero della predicazione e c’è il ministero della
pietà, ma nel rapporto di 1 a 5.
L’opera di coloro che sono chiamati alla messe è per
prima cosa la pietà, da esercitare in gesti concreti; non
una sensazione, ma una serie di gesti: cinque opere che
mostrano il Dio vicino, il Regno vicino. Perché Dio non
si dimostra, si mostra: non a parole, ma con la vita.
Quando sentiamo le parole di Gesù: «Pregate il
padrone della messe perché mandi operai nella sua
messe», noi le interpretiamo come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali o religiose; ma questo
è riduttivo. È invece molto di più: è chiedere a Dio
che mandi me come operaio della compassione, che
mandi me come lavoratore della pietà, che mandi me
con un cuore di carne a mangiare pane di pianto con
chi piange (cf. Sal 80, 6), a bere il calice di sofferenza
con chi soffre, a lottare contro il male con chi lotta
perché il male non vinca. Mandi me, con mani che
sanno sorreggere e accarezzare, asciugare lacrime e
trasmettere forza.
Il ministero della compassione non è insegnato in
nessuna scuola teologica. Quando vengono ordinati i
sacerdoti novelli, ricevono ruoli importanti, compiti e
poteri bellissimi; ma non ricevono il dono della compassione. Questo “si impara” solo stando accanto al
Signore, solo guardando la folla che preme, solo sapendo vedere questa messe di dolore, queste spighe di
stanchezza, che maturano continuamente. E lasciandosi chiamare.
Secondo un detto ebraico, il più grande predicatore è il cuore: il cuore della compassione per l’uomo e
per Dio. Perché tu puoi parlare di vangelo in modo
174
convincente solo se esso ti ha preso il cuore, solo se ti
ha vinto e convinto, se ne sei stato sedotto, conquistato: se ti sei arreso.
Credo che molti, troppi, me compreso, siamo stanchi di dire Dio: voglio sentirlo, voglio farne esperienza
vitale. Cerco il Dio sensibile al cuore; altrimenti saremo sempre fra stanchezze e smarrimenti, saremo sempre “gente senza”, come dice Gesù: «erano come pecore senza pastore».
I Dodici scelti da Gesù diventano, invece, “i chiamati a sé”, “i chiamati vicino”, gente con un centro,
con un gruppo, con un calore e una missione: i campi
del mondo dove smarrirsi, ma smarrirsi in altro modo:
dietro la bussola del cuore. Loro pastore è un cuore di
compassione.
Un cuore di compassione e una parola, l’annuncio bello da portare: «Il regno di Dio è vicino». Che
vuol dire: Dio è vicino, Dio è con te con amore. O,
come ha detto con altre parole la prima lettura, parole che Mosè deve dire a ciascuno (e tutti abbiamo
il medesimo incarico): «Io vi ho sollevati su ali di
aquila e vi ho fatti venire a me» (Es 19, 2-6). È Dio
stesso che ti porta fino a sé e guida i tuoi passi anche
quando vai nella valle oscura (cf. Sal 23, 4), pastore
buono che porta le tue insicurezze: Dio come un dono di ali.
Povero di tutto, Gesù non ha voluto essere povero
di compagni: settantadue discepoli, dodici apostoli, un
gruppo fedele di donne, infiniti altri disposti a condividere la polvere della strada e la compassione del cuore.
E dà loro il potere di guarire, camminando verso un tesoro terribile di lacrime, che il mondo contiene, di cui
trabocca. Dà a noi il potere di farci prossimo a ogni uo-
175
mo, ed è questo che dà inizio alla guarigione: se ti fai
prossimo. Gesù mette un potere in mani fragili come le
nostre, che intrecciano insieme storie luminose e storie
penose, esempi di speranza e gesti di viltà.
E ora si rivolge a me, alla mia fragilità: sono io il
chiamato. Il Signore attende la mia risposta, se accetto
anch’io, per me, il ministero della compassione. Qualche volta forse ho saputo rispondere, almeno un po’,
ed è stato quando ho sentito Qualcuno che mi portava in alto e lontano, che mi sollevava su ali di aquila.
Bellissima immagine.
L’inviato è povero: un bastone per appoggiarvi la
stanchezza, i sandali per andare e ancora andare. Non
ha borsa né denaro, ma ha un cuore di compassione e
ali d’aquila. Io non ho niente, ma ho un supplemento
d’ali, una strada che porta verso il cielo, e una strada
verso le croci della terra.
Gesù andava predicando la vicinanza di Dio e curando ogni malattia, ogni povertà, ogni dolore. Questa è anche la missione che affida a noi: annunciare
che Dio è vicino a chiunque ha il cuore ferito; esistere per Dio, e guarire la vita. Non attraverso i miracoli, ma col prenderci cura di essa: perché ci sono mali
inguaribili, ci sono ferite insanabili, ma nessuna, nessuna che non possa essere lenita, curata, alleviata,
condivisa, alleggerita.
Come Cristo, ogni suo discepolo diventa crocevia
di finito e d’infinito, di piedi impolverati e di ali d’aquila. Uomo di compassione e di ali, che si lascia sollevare verso Dio, portare verso gli altri, che sa prendersi cura di greggi e di messi, di dolori e di ali, che sa
prendersi cura anche della compassione di Dio verso
ogni suo figlio stanco e perduto.
176
Riascoltando, allora, i nomi dei dodici apostoli, oggi dirò: «Eccomi, Signore, manda me». Come il profeta che prova dolore per il dolore di Dio, come Isaia
che si prende cura del patire di Dio, oggi anch’io dirò:
«Eccomi, Signore, manda me».
177
XII DOMENICA
Non abbiate timore:
voi valete più di molti passeri!
(Mt 10, 26-33)
«Voi valete più di molti passeri!» Voi avete il nido nelle mani di Dio! Ogni volta, di fronte a queste parole,
provo paura e dolcezza insieme: la paura di non capire un Dio che si prende cura dei passeri, che osserva il
loro volo, e poi si perde nella conta amorosa dei capelli in capo. Immagini della Provvidenza, immagini
dolci. Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti a morire e i bambini ad essere venduti e abbattuti appena spiccato il volo.
«Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore.» Per tre volte Gesù rassicura i suoi. E la Bibbia
trabocca di quest’annuncio, per bocca di angeli, di
profeti, di re. Per 365 volte è ripetuta questa parola,
quasi una a ogni risveglio, quasi fosse il pane del coraggio quotidiano, per ogni giorno dell’anno.
Dio rassicura i suoi. Ma sullo sfondo si staglia un
quadro di persecuzioni, di corpi uccisi, di trame nell’ombra, di voli spezzati. Il Signore sa bene che abbiamo paura e ne abbiamo motivo. Sa che anche la paura
fa parte della fede: è inestricabile da essa.
178
Abbiamo paura e fede così come le ha avute Gesù,
annodate, nell’orto degli ulivi. E io ho fede in un Gesù che ha avuto paura. La sua fede che suda sangue è
la mia. Quella sera, le vene riempite d’angoscia nel
suo corpo, paura nel sangue, sangue nel sudore: ma
non si è lasciato guidare dalla paura. Alla fine si è abbandonato nelle mani del Padre: «Sia fatto come tu
vuoi» (Lc 22, 42).
«Non abbiate timore» significa allora: Non decidete delle vostre vite in nome della paura, perché Dio fa
per te ciò che nessuno mai ha fatto, ciò che nessuno farà mai: ti conta tutti i capelli in capo. Per dire che tu vali per lui, che ogni più piccola parte di te è preziosa per
lui, che ogni fibra del tuo corpo conta per lui. E dirlo
sui tetti, dirlo nella luce: Tu vali per Dio, tu vali più di
molti passeri, tu vali più di quanto pensi, più di quanto speri; tu vali di più.
«Non temete, dunque: neppure un passero cadrà a
terra senza che il Padre vostro lo voglia.» Ma allora è
Dio che fa cadere? È Dio che abbatte? È lui che spezza le ali, che vuole la morte? No. Noi abbiamo tradotto questo passo affrettatamente, forse sull’eco di certi
facili proverbi che dicono, ad esempio: «Non si muove foglia che Dio non voglia».
Ma il Vangelo non dice questo. Anzi, letteralmente,
assicura che neppure un passero cadrà a terra senza
Dio. Non è evocato il volere di Dio, ma il fatto che Dio
è lì, che il passero caduto non sarà solo, non cadrà fuori dalle mani di Dio. Dio sarà coinvolto nel suo dolore, sarà lì con lui.
Nulla accade nell’assenza di Dio, all’insaputa di
Dio. Nulla accade “fuori dalle mani di Dio”, e non
“senza che Dio lo voglia”. Molte, troppe cose accado-
179
no nel mondo contro il volere di Dio. Ogni odio accade senza che il Padre lo voglia. Ogni guerra.
Nulla accade “senza Dio”. Egli partecipa, si china
su di me. Intreccia la sua speranza con la mia, il suo respiro con il mio respiro. Ma noi vorremmo chiedergli
di più, affidare di più a lui l’esito di questi brevi voli
che sono le nostre vite.
Dio non è la discriminante tra la salute e la malattia. Egli si colloca tra disperazione e fiducia. Il suo
paese, il luogo in cui egli agisce, non sono le cellule
dell’organismo, ma le fibre della paura, dove si annida quella che Giobbe chiama «la bestia del canneto»
(cf. Gb 40, 21).
Dio sta nel riflesso più profondo delle nostre lacrime, per moltiplicare il coraggio. Non uccide gli uccisori dei corpi; dice che qualcosa vale più del corpo. Ripete a me e a te: Il corpo non è la vita. Tu non sei il tuo
corpo. Eppure di questo corpo, che vale così poco,
neanche un capello andrà perduto.
Sì, è vero: i passeri e i capelli contati da Dio hanno
da attraversare la morte. Ma nulla andrà perduto: Dio
salva. E “salvare” vuol dire “conservare”. Tutto sarà
conservato: ogni fibra, ogni capello, ogni filo d’erba,
ogni passero, ogni bicchiere d’acqua fresca (cf. Mt 10,
42). Tutto ritroveremo in Dio. Nulla andrà perduto.
Gesù mi insegna a proclamare la speranza; non solo: a gridare il diritto a che mi sia restituito fino all’ultimo capello di quel corpo che ha sofferto e testimoniato che la vita appartiene solo a Dio. Perché io credo nella risurrezione della carne.
Gesù mi insegna a rivendicare il diritto a che mi sia
restituita fino all’ultima persona che ha costruito il
mio mondo di affetti e di valori, di calore e di forza.
180
Gesù mi insegna a gridare nella luce che per lui
nulla è troppo piccolo e insignificante di ciò che è nell’uomo, a gridare nella luce che nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.
Ma l’immagine dei passeri e dei capelli contati, di
queste creature effimere e fragili, eppure enumerate a
una a una da Dio, mi riporta alla mente e al cuore
un’altra serie di riflessioni. Penso ai più fragili tra i fratelli, agli anziani, agli ammalati, agli handicappati, che
non possono più lavorare, che non possono più produrre, che si sentono inutili e deboli. E proprio a loro
Gesù dice: «Non temere: tu vali di più. Anche se la tua
vita fosse solo come quella di un passero o fragile come un capello, tu vali di più, perché esisti, vivi, sei
amato e Dio si intreccia con la tua vita».
Signore, ho combinato poco nella mia esistenza e
adesso non riesco più a combinare niente. E lui risponde: Tu vali di più, non perché produci, non perché lavori, ti affermi o hai successo o realizzi, ma perché sei, esisti gratuitamente come i passeri, debolmente come i capelli, e in te c’è il respiro di Dio. Dove tu
finisci, comincia Dio.
Noi siamo come un’isola. Quando la percorri e ti
pare di aver finito il cammino, ti accorgi che quella
spiaggia, che ti pareva la fine dell’isola, è invece l’inizio dell’oceano. Ti accorgi che la fine della terra coincide con l’inizio del mare; che la conclusione della vita è il principio dell’eternità; che là dove l’uomo finisce comincia l’Altro. La fine dell’uomo coincide con
l’inizio di Dio. Comunione di lacrime e di luce: nulla
accadrà senza Dio.
«Temete piuttosto chi ha il potere di far perire l’anima.» L’anima è vulnerabile; l’anima è una fiamma
181
che devo ravvivare. L’anima muore di superficialità, di
indifferenza, di culto dell’immagine; l’anima muore
quando sei ipocrita, quando ti metti a disanimare gli
altri intorno a te, a togliere anima e coraggio, quando
ti metti a demolire, a diffondere calunnie, a deridere
gli ideali.
È il disamore che fa morire. «Noi sappiamo d’essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» dice san Giovanni (1Gv 3, 14). Ma quanti compiono il cammino inverso, quanti passano dalla vita alla
morte perché vivono nel disamore!
A noi, condizionati da tanti falsi miti, dai potenti di
turno, dalle paure interiori, giunge oggi quest’appello
di libertà: «Non temete! Siate come passeri che hanno
il nido nelle mani di Dio». Dalle sue mani spicchiamo
il volo. In esse comunque cadremo, perché niente accade al di fuori di Dio. Dalle mani di Dio, il porto più
bello e forte da cui salpare, riprenderà il nostro ultimo
volo verso l’eternità.
Esso è già iniziato, perché là dove l’uomo finisce,
inizia il Signore.
182
XIII DOMENICA
Chi ama il padre più di me
non è degno di me.
(Mt 10, 37-42)
Un ritornello pensoso oggi nel Vangelo, che suona così: «Non è degno di me», ripetuto per tre volte. E io,
allora, come posso dire di essere degno?
Se guardo a ciò che sono riuscito a fare, alla realtà quotidiana, pesante e stanca, al cuore che davanti
a Dio spesso non decolla, allora io non sono degno,
Signore.
Se guardo a ciò che vorrei essere e fare e trasmettere, allora sento di avere una speranza ancora; allora,
come Paolo, dico: «Amo Cristo, mia vita: per me infatti il vivere è Cristo» (cf. Fil 1, 21); «Amo Cristo, mia
vita, perché lui per primo mi ha amato e ha dato se
stesso per me» (cf. Gal 2, 20). Alla sua passione per
me rispondo con la mia passione per lui, perché sono
stato conquistato e anch’io corro per conquistarlo. E
niente, lo sappiamo bene, fa amare qualcuno come il
sapersi amato da lui.
Certo, se guardo la mia vita, per i risultati raggiunti davanti a Dio dico: «Signore, non sono degno». Se
leggo la mia vita come un desiderio, un progetto, una
183
meta, allora voglio, un giorno, riuscire ad amare il mio
Signore più di tutto, con tutto il cuore.
Ad essere degno non aspiro: è cosa troppo grande.
Ripeterò sempre le parole che diciamo prima della comunione: «Signore, non sono degno, ma una tua parola basterà per salvarmi. Di’ soltanto una parola». E
la parola che egli dice è questa: «Ti do la mia vita: ecco qui il mio corpo, il mio sangue, la croce, l’amore.
Sono qui, mi faccio cireneo della tua vita, cireneo della tua croce, lievito del tuo pane». Allora diventa davvero possibile ripetere le parole di Paolo: «Ti amo,
Cristo, mia vita».
Amare, secondo il Vangelo, non è una sensazione in
gara con altre sensazioni, non è un affetto fra gli altri.
Gesù non instaura una competizione nel cuore, perché sa che da questa non uscirebbe vincitore se non
presso pochi eroi o santi, gente dal cuore in fiamme.
Noi tutti sappiamo bene che il mondo non coincide con il cerchio della famiglia. Inserendo la croce,
Gesù mi dice: «Prendi su di te una seconda vita, prendi su di te un destino come il mio». Ecco, allora, il
conflitto: da un lato l’umano e le sue cose, dall’altro
un Nazareno e la sua croce.
C’è un destino ordinario nella famiglia, e questo ti
fa figlio degno della vita; ma c’è un destino ulteriore,
che ti fa degno di Cristo. Incontrare un amore sulla
terra è destino ordinario, ma destino straordinario
dell’essere umano è incontrare seduttori non umani, è
incontrare la seduzione di Dio. Da un lato la mia vita,
la mia gente, le mie cose e il desiderio di ricondurre
tutto al frammento, all’attimo, alla dignità di esseri
umani, soltanto umani e basta, con tutta la bellezza e
la caducità che questo comporta. Dall’altro lato le co-
184
se che non si vedono, l’eternità, Dio, la casa grande
che è il mondo.
È un bellissimo conflitto, eterno, tra il canto del
sangue che già basta a illuminare la vita e la voce della
trascendenza che abita il nostro cuore, inquieto finché
non riposa in Dio. Il segreto della mia vita è oltre me.
Ed è quello che Gesù dodicenne dice ai suoi: «Non sapevate che io devo interessarmi delle cose del Padre
mio?» (Lc 2, 49).
Il verbo più usato oggi da Gesù è “accogliere”.
L’accoglienza fa fiorire la vita. Anche accogliere la
causa di Cristo moltiplica la vita: «Chi avrà perduto la
propria vita per causa mia, la troverà». Perdere la vita
non significa qui il martirio del sangue: una vita si perde come si perde un tesoro, donandola. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri.
Come la donna di Sunem di cui parla la prima lettura
(2Re 4, 8-11.14-16), che dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo,
una sedia, una lampada, e riceverà in cambio una vita
intera, un figlio.
«Chi avrà dato la propria vita per causa mia, la troverà.» Gesù parla di una causa per cui vivere e per cui
morire, qualcosa che valga più della mia stessa vita.
Chi ama davvero sperimenta che l’amato vale di più
della sua stessa vita. Lo può dire ogni madre, lo dice
Dio stesso, che ha amato il mondo fino a dare suo Figlio (Gv 3, 16). Dio ci ama più della sua stessa vita.
Eternamente altro non fa che considerare l’uomo più
importante di se stesso. Signore, io sono quell’uomo e
sono un uomo grato!
E imparo che anche per l’uomo il vero dramma
non è la croce o il martirio. Il vero dramma è non ave-
185
re niente, non avere nessuno per cui valga la pena abbracciare la croce e dare la vita.
Infine, a noi, forse spaventati dalle esigenze di Cristo, spaventati dall’impegno di dare la vita, di avere
una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge
una frase dolcissima: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio». La croce
e un bicchiere d’acqua, il dare tutta la vita e il dare quasi niente. Sono i due estremi di uno stesso movimento:
dare qualcosa, un po’, tutto. Dare, perché nel vangelo
il verbo “amare” si traduce con il verbo “dare”.
«Un bicchiere d’acqua» dice Gesù. Un gesto così
piccolo che anche l’ultimo degli uomini, anche il più
povero può compiere. E tuttavia un gesto non banale,
un gesto vivo, significato da quell’aggettivo che Gesù
aggiunge, così evangelico: «fresca». Acqua fresca deve
essere, vale a dire l’acqua buona per la grande calura,
cercata con attenzione alla sete dell’altro, procurata
con cura, l’acqua migliore che hai, quasi un’acqua affettuosa, con dentro l’eco del cuore.
Dare la vita, dare un bicchiere d’acqua fresca: ecco
la stupenda pedagogia di Cristo. Nulla è troppo piccolo per il vangelo, nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cielo. Perché l’uomo guarda
le apparenze, Dio guarda il cuore (1Sam 16, 7). E se
c’è cuore, tutto il vangelo può davvero essere racchiuso in un bicchiere d’acqua fresca. Perché l’uomo vale
quanto vale il suo cuore. La mia vita vale quanto vale
il mio amore.
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XIV DOMENICA
Imparate da me,
che sono mite e umile di cuore.
(Mt 11, 25-30)
«Ti benedico, o Padre.» Un verbo bellissimo e raro, oggi. Il Battista è stato incarcerato, in Galilea crescono intorno a Gesù rifiuto e ostilità, i tanti miracoli che ha
compiuto a Cafarnao e a Betsaida non smuovono i cuori, non servono a niente. Nel pieno della crisi, in Galilea,
Gesù passa improvvisamente dai rimproveri – «Guai a
te, Corazin! Guai a te, Betsaida!» (Mt 11, 21) – a una
sorta di incanto davanti ai piccoli, ai suoi.
«Ti benedico, Padre, perché queste cose le hai rivelate ai piccoli.» I piccoli: di essi è pieno il regno
dei cieli, di essi è pieno il vangelo. Dio ha delle preferenze, non è neutrale. Ce lo assicura anche santa
Maria nel Magnificat: «Ha guardato alla povertà della sua serva... solleva i miseri, colma di pane gli affamati» (Lc 1, 48ss).
È la logica delle beatitudini: beati i poveri, i piangenti, i perseguitati, gli inermi. Dio sceglie coloro che
nessuno sceglie, scommette su coloro sui quali la storia non scommette, sceglie ciò che nel mondo è debole, per confondere ciò che è forte (1Cor 1, 27).
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«Quando gli uomini dicono: “perduto”, Dio dice:
“trovato”; quando dicono: “condannato”, egli dice:
“salvato”; quando dicono: “abbietto”, Dio esclama:
“beato!”» (D. Bonhoeffer). In questa direzione deve
andare la nostra attenzione, la cura, la preoccupazione.
Dobbiamo agire come agisce Dio nella storia, mettendo
cuore e mani a servizio dei piccoli.
E chissà che, per imparare anche noi di nuovo a benedire il mondo e il Padre, non dobbiamo rivolgerci
alla cattedra dei piccoli. Dobbiamo distogliere gli occhi da grandi e potenti e imparare a guardare i bambini e la gente da poco e il loro cuore vero. E lì potremo
ancora trovare motivi per benedire, ragioni ancora
perché il lamento non prevalga mai sullo stupore.
La cattedra dei piccoli. E per entrare nel mistero di
Dio vale di più un’ora passata ad addossarsi il mondo
e la sofferenza di uno di questi piccoli che da soli non
ce la fanno, che non anni di studi di teologia. Per conoscere l’anima profonda che fa respirare anche la
pietra, per conoscere il mistero delle persone e la
fiamma delle cose, bisogna accostarle come i piccoli,
con stupore, con mani che non vogliono prendere, ma
solo accarezzare.
Nel brano di oggi Gesù parla di cose rivelate, di
conoscenza, di fatti che riguardano pensiero e mente; ma poi, ciò che è offerto alla fine del brano è tutt’altro rispetto alla conoscenza e alla rivelazione delle cose su Dio: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Imparate da me e
troverete ristoro».
Ci è offerta l’unica cosa che conta davvero, che
manca, e non è intelligenza o sapienza, né virtù; l’unica cosa che il cuore cerca, l’unica che Gesù non inse-
188
gna, ma trasmette e riversa su chi gli è vicino: il ristoro, il riposo dell’anima, il conforto per un cuore ferito.
Gesù non viene, allora, con obblighi e divieti; viene
recando una coppa colma di pace. Gesù non porta
precetti nuovi, ma una promessa: il regno di Dio è iniziato, è pace e gioia nello Spirito. «Attraverso il riposo
e la pace del vostro cuore, migliaia attorno a voi saranno salvati, troveranno ristoro» (A. Louf).
«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.»
Ristoro dell’esistenza è un amore umile, un cuore mite, una creatura in pace, senza violenza e senza presunzione, che diffonde un senso di ristoro nell’arsura
del vivere. E la nostra vita si rinfranca accanto ad essa.
«Imparate dal mio cuore...» Cristo si impara imparandone il cuore, cioè il modo di amare. A vivere s’impara. La pace si impara. La pienezza della vita si può
imparare.
E il vangelo è la pienezza dell’umano: per questo
mi interessa. E la scuola è la vita di Gesù, e nella sua
vita, in particolare, il suo modo di amare, il cuore. L’amore infatti non è un maestro fra gli altri maestri, è
“il” maestro della vita. Inizia, allora, il discepolato del
cuore, per noi, discepoli sapienti e intelligenti, ma che
corriamo il rischio di restare degli analfabeti del cuore. Perché Dio non è un concetto, non è il vertice della sapienza: Dio è il cuore dolce e forte della vita.
Dice Gesù: «Prendete su di voi il mio giogo. Il mio
giogo è dolce e il mio carico leggero». Giogo è parola
non moderna, stridente per la nostra sensibilità. Come
può il giogo essere un ideale per l’uomo moderno, geloso di ogni più piccola porzione di libertà, l’uomo
che nell’ultimo secolo ha lottato proprio per scrollarsi
di dosso tutti i gioghi?
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Nel linguaggio della Bibbia “giogo” indica la legge
di Mosè (cf. Ne 9, 29). «Prendete su di voi la mia legge» dice Gesù. È una legge dolce, leggera. Aggettivi
inusuali nel Vangelo, oggi.
Gesù ha riassunto la legge nel comandamento nuovo dell’amore: amore forte, amore-giogo. Ma, attenzione: amare Dio con tutto il cuore non è cristiano; anche ebrei e musulmani hanno da amare Dio con tutto
il cuore (Dt 6, 5). Tu amerai il Dio di Gesù Cristo, il
Padre che lui solo conosce e che ci ha rivelato. «Prendete il mio giogo.»
Amare il prossimo come se stessi non è ancora cristiano: è ancora Antico Testamento, è cosa da scribi.
Tu amerai il prossimo tuo non come te stesso, ma come Gesù Cristo lo ama, fino a dare la tua vita. Perché
non c’è amore più grande e l’altro vale più di te. Non
sono io la misura dell’amore al prossimo: imparerò,
invece, dal cuore di Cristo. Io non so neppure quale
Dio amare o adorare: imparerò dalla vita di Cristo.
«Prendete su di voi il mio giogo», perché nessuno conosce il Padre se non il Figlio. E io vicino al Figlio.
Allora non amerò un Dio: amerò il Padre di Gesù
Cristo, lo amerò come figlio. Non amerò il prossimo
come me stesso: lo amerò col cuore mite e umile dell’unico che è Figlio e fratello. Anch’io figlio nel Figlio,
fratello nel fratello.
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XV DOMENICA
Il seminatore uscì a seminare.
(Mt 13, 1-23)
«Il seminatore uscì a seminare.» Già solo questa frase
vibra di gioia e di profezia, è colma di promesse e di
mietiture, presagio di pane e di fame saziata.
Ancora adesso Dio esce a seminare, e diffonde le
sue parabole, i suoi germi di vita a piene mani, e le
strade del mondo e dell’anima esultano. Perché Dio
appare ancora come il fecondatore infaticabile delle
nostre vite. Dio non è il mietitore che valuta e pesa il
raccolto, ma è il seminatore: mano che dona, forza che
sostiene, giorno che inizia, voce che risveglia.
Questa parabola contiene la certezza forte che domani io sarò più vivo di oggi, per merito della seminagione di Dio, dei suoi semi di vita, della vita di Dio che
abita la più piccola delle sue parole, e che non mi lascerà, che «non tornerà indietro senza aver portato
frutto», come assicura la profezia di Isaia (55, 11).
La parabola che Gesù racconta ha altri due attori
oltre al seminatore: il seme e il terreno. E io so che per
tre volte, come dice il racconto, il terreno è sterile, sassoso, non accogliente. Per infinite volte, come dice la
191
mia esperienza, non rispondo al Signore. Poi accade
che una volta rispondo, con il trenta, il sessanta, forse
il cento per uno.
Ecco la grande proposta di fiducia: verrà il frutto,
il piccolo seme avrà il sopravvento. Contro tutti i rovi
e tutte le spine, contro tutti i sassi, c’è sempre una terra che accoglie e che fiorisce. E anche se la risposta
per tre volte, per tante volte, è negativa, alla fine
spunterà il germoglio. È un atto di fede: anche quando vediamo il mondo scosso da atti di violenza incomprensibili e assurdi.
Ma il punto centrale della parabola di oggi sta nel
fatto che la vita, così vigorosa, di Dio può essere bloccata da me, dal mio terreno. E quante volte ho fermato il corso del miracolo! Io che sono strada, io che sono campo di pietre e sassi, io che sono groviglio di spine, io che sono cuore calpestato, superficie di pietra,
io che coltivo spine nel cuore e radici di veleno...
Spiegando la parabola, Gesù indica tre modi di
sbagliare tutto il rapporto con la vita, o con la vita di
Dio, che poi è la stessa cosa: perché il sacro e il reale
coincidono. Gesù riflette su tre immagini, propone tre
simboli per indicare tre errori da evitare.
Il primo errore lo compie chi è strada, e non “comprende” la parola; chi è strada aperta a tutte le avventure, chi non si ferma mai: chi non sosta in silenzio e
ascolto non può capire. Chi corre sempre è derubato
del senso profondo del mistero, derubato della fame
di infinito che costituisce la nostra dignità. Chi corre
sempre è derubato: vengono gli uccelli, viene il maligno, e derubano, perché egli non si ferma per capire;
perché la parola di Dio non è ovvia, perché il vangelo
non è scontato: chiede tempo e cuore.
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La parola di Dio chiede un minuto di passione, lavoro, attenzione, intelligenza, una sosta per dare del
tempo a Dio, lungo quella strada sulla quale ci pare di
essere sempre in ritardo. E forse acceleriamo il nostro
andare dietro a voci di illusione. Dice il Signore:
Guarda che ti sarà tolto anche quello che credi di avere. A chi non si ferma per capire il vangelo sarà tolta la
comprensione del vangelo e perfino il desiderio stesso
di capire.
Il secondo motivo di fallimento che Gesù propone
oggi è il cuore poco profondo, un terreno di sassi, dove non c’è molta terra, dove – dice ancora – c’è una
gioia immediata ma che non regge alla prima difficoltà. Appena giunge un dolore, la parola resta bruciata.
Gioia e dolore sono quegli eterni sentimenti che si
disputano il cuore dell’uomo. Accoglie con gioia e abbandona al primo dolore: così fa il cristiano adolescente che è in me, il cristiano infantile che vive di gratificazioni e rifugge da ciò che costa. Il secondo errore
è quello del cuore che vive in questo pendolo superficiale di sensazioni immediate.
Il terzo motivo di fallimento è l’inganno di una vita
sbagliata, la spina – dice Gesù – degli affari, degli interessi, delle preoccupazioni, della carriera, che soffoca le altre presenze, soffoca gli altri attorno a noi: non
li vediamo più. Soffoca Dio dentro di noi.
La ricchezza è una spina nella carne del mondo,
una spina perenne nella storia dell’uomo, ed è anche
una spina nella tua vita. E non dà nessun frutto reale,
solo inganno, e produce guerra e sangue, produce aridità e non nutre nessuno.
Il nostro compito è diventare terreno profondo,
che si apre alla potenza di Dio. E forse la domenica è
193
quel momento in cui la mia strada si arresta, in cui
sgomberiamo il cuore dalla superficialità dei sentimenti immediati e facili, in cui troviamo, almeno per
un po’, un cuore senza spine, un cuore non più derubato, dove non è più calpestato quel bisogno di infinito che costituisce la nostra dignità.
Mi piace questo Gesù che racconta in parabole.
«Il seminatore uscì a seminare» e il mondo è gravido
di vita. La parabola fa parlare la vita. La vita non è
vuota, non è assenza: c’è qualcosa di Dio nella vita.
Se avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo
la profondità degli occhi di Gesù, anche noi in questa
vita comporremmo parabole, racconteremmo di Dio
con parabole e poesia, come faceva Gesù.
«Il seminatore uscì a seminare»: oggi, questa mattina, adesso esce ancora a seminare; ed è grande questo
Dio seminatore: è grande perché crede nella bontà e
nella forza della Parola più ancora che nei frutti. Crede nella Parola più ancora che nei risultati della Parola: è la Parola che è vera, non gli esiti.
Egli mi chiama a un atto di fede purissima, a credere nel vangelo più ancora che nei risultati visibili del
vangelo, a credere che la parola di Dio trasforma la
terra anche quando non ne vedo i frutti. Mi chiama a
credere nella sua promessa più ancora che nella realizzazione della promessa.
Questo atto di fede gioiosa e forte, oggi, il Vangelo
propone. Io non ho bisogno di verifiche, ho solo bisogno di grandi campi da seminare e di un cuore non derubato; ho bisogno di un Dio seminatore. E ancora le
strade del mondo potranno esultare di vita.
194
XVI DOMENICA
Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?
(Mt 13, 24-30)
Grandi domande percorrono la parabola del buon
grano e della zizzania: Da dove viene il male? Chi è il
nemico che nella notte semina la zizzania? Come dobbiamo opporci al male?
Dice il Signore: C’è un campo che è la terra, che è
l’uomo (“Adamo” infatti ha una radice che significa
“terra”); siamo invitati, allora, a entrare in noi stessi,
nel nostro santuario fatto di ombra e di luce, nel nostro cuore, dove intrecciano le loro radici, talvolta in
modo inestricabile, il bene e il male.
Il campo è anche la famiglia: tu credi di aver educato cristianamente i tuoi figli, ma poi arriva il giorno
in cui qualcuno di essi non mette più piede in chiesa e
si dichiara ateo. Fortuna se qualcuno è capace di dirti
una parola di conforto: tu non sei responsabile, tu hai
seminato bene, ma poi è passato il nemico...
«Vuoi che andiamo a strappare la zizzania?» chiedono gli operai al padrone. La risposta è perentoria:
«No! Rischiate di strappare via anche il buon grano».
L’uomo violento che è in noi dice: Strappa subito da
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te, intorno a te, ciò che è cattivo, immaturo, puerile. Il
Signore risponde: No! Abbi pazienza, non agire con
violenza.
Il nostro spirito è capace di grandi cose solo se ha
grandi passioni positive, non se ha grandi reazioni; solo se ha grandi desideri, non grandi paure; se ha grande virtù, non se è senza difetti. Io non posso strappare
da me le passioni per diventare un santo: diventerei un
eunuco. La santità non è assenza di passioni, ma è una
passione convertita.
La parabola racconta due sguardi: quello dei servi,
che vede soprattutto le erbacce, e quello del Signore,
che si fissa sul buon grano. Noi non ci vediamo bene
quando si tratta del cuore dell’uomo, e più particolarmente del nostro. Siamo chiamati tutti a conquistare
lo sguardo positivo del Creatore: uno sguardo giusto
“si conquista”. Dice oggi il Signore: La tua preoccupazione deve essere il buon grano; la zizzania viene
dopo. In te il male non è originario: è un parassita, è
secondario. Tu pensa innanzitutto al buon grano.
La nostra coscienza chiara e sincera deve saper vedere ciò che di vitale, di bello, di promettente Dio ha
seminato in noi, e far sì che porti frutto, e contare e ricontare i nostri talenti d’oro. Questo è il vero esame di
coscienza: guardarci con gli occhi di Dio, e poi agire
con il suo stile, quando per vincere le tenebre della
notte egli accende il suo giorno; quando per far fiorire
la steppa, anche solo per una breve stagione, egli sparge infiniti semi di vita; quando per far lievitare la massa inerte e immobile egli immette un pizzico di lievito.
Ciascuno di noi deve adottare verso se stesso questa medesima attività germinale, positiva, solare, gloriosa, vitale. Preoccupiamoci prima di tutto non dei
196
difetti, delle debolezze che mordono la nostra vita, ma
di nutrire un amore grande, di avere ideali forti, di coltivare venerazione profonda per le forze di bontà, di
attenzione, di misericordia, di accoglienza, di libertà,
di giustizia, di pace che Dio ha seminato dentro di noi.
Facciamo che esse erompano in tutta la loro forza, in
tutta la loro bellezza, in tutta la loro carica vitale, e vedremo le tenebre diradarsi e la zizzania senza più terreno. E tutto il nostro essere fiorirà nella luce, come
dice l’ultima, bellissima frase del Vangelo di oggi: «allora i giusti splenderanno come il sole» (v. 43).
Dobbiamo conquistare lo sguardo di Dio. Gli occhi
dei suoi figli, Dio li vuole pieni di dolce speranza. Allora guardo gli altri come li guarda Dio. Guardo mio marito, mio figlio, mia moglie, mio fratello, il mio collaboratore, e cerco spighe di buon grano, certo che ci sono,
in qualsiasi creatura. Cerco il positivo in ognuno, positivo che viene da Dio. E capisco che solo il positivo di
una persona mi dice la verità di lei: solo il bene rivela
l’uomo. Il peccato, la zizzania non è verità, è parassita, è
nemica, non è rivelatrice della verità dell’uomo.
Eppure si tratta di una situazione scomoda, perché
c’è una competizione nel cuore tra grano e zizzania, e
la spiga rischia di essere soffocata. Non è confortevole
sentirsi soffocare. Intervengono, allora, la parabola del
piccolo seme e quella del lievito, e dicono che – anche
se invisibile, anche se nascosto – il seme del Regno è
più forte e farà lievitare il mondo intero; e lo farà per
l’onnipotenza della Parola: sia che tu dorma, sia che tu
vegli, di giorno e di notte, germoglia e porta frutto.
Questa è la dolce speranza. Possiamo quindi amare noi
stessi, ma solo con lo sguardo di Dio, cioè venerare la
parte luminosa del cuore, perché viene da Dio. Allora
197
possiamo, come dice la prima lettura, imparare che «il
giusto deve amare gli uomini» (Sap 12, 19).
Ma io amo gli uomini? Sono “amico del genere umano”? O sento gli altri ostili, nemici, concorrenti, pericolosi? Mi domando: Come faccio ad amare una
creatura piena di difetti, che è come un campo di erbacce? Eppure lo posso fare, se conquisto lo sguardo
di Dio. «Il giusto deve amare gli uomini»: amare è venerare l’orma viva di Dio, il positivo, la spiga immancabile, la spiga certa, il granellino implacabile, il lievito
inflessibile, il granello di senapa irresistibile e tenace.
Il nostro lavoro religioso è solo questo: portare a
maturazione il buon grano che Dio ha seminato in noi.
La nostra missione religiosa è far sì che maturi negli altri, in coloro che mi sono affidati, ogni germe buono
che Dio ha seminato con ostinazione e speranza. Ecco
il centro delle nostre preoccupazioni religiose. Il centro sia non il peccato, non il difetto, non l’oscurità,
non la zizzania, ma il positivo, il luminoso, il buon grano, il giardino. Perché Dio creò l’uomo e lo pose in un
giardino (cf. Gen 2, 15), non in una steppa, non in un
campo di erbacce. Il giardino indica la migliore delle
possibilità, e nessuno di noi è privo di un giardino,
perché la mano di Dio è la mano del Vivente. Ciò che
è stato vero per il primo Adamo, è vero ancora per
ogni Adamo.
Allora, cosa cerca il vangelo in me? Qual è il suo sapore di fondo? Forse l’attenzione al peccato, alla colpa, un orizzonte di zizzania, di ombre? O non piuttosto moltiplicazione di spighe e di pane, acqua viva, vino di Cana, mietiture fiduciose, un regno di pace, amore crescente? Il vangelo cerca in me, per prima cosa, non l’assenza di difetti, che mai ci sarà, ma la fe-
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condità del frutto buono. La morale del vangelo è la
morale del frutto buono.
Allora non sono chiamato a sradicare, ma a piantare; non a giudicare la notte, ma ad accendere il mattino. E anche l’ultimo giudizio, il giudizio finale di Dio
su ciascuno di noi, avrà come argomento non la zizzania, non il lato oscuro della mia esistenza, non le erbacce; Dio non guarderà al peccato commesso, ma al
bene fatto, al buon grano giunto a maturazione, alla
pasta lievitata.
Quel giorno il Signore dirà: Ho avuto fame, freddo,
paura; avevo deserti dentro di me, e tu mi hai dato pane e amicizia, tu hai risvegliato la vita, tu hai asciugato
una lacrima (cf. Mt 25, 31ss). Hai messo vento nelle
mie vele.
Perché, agli occhi di Dio, il bene pesa più del male,
e una spiga di buon grano conta più di tutta la zizzania
della terra.
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XVII DOMENICA
Il regno dei cieli è simile a un tesoro.
(Mt 13, 44-52)
Il Vangelo oggi è chiuso tra due parentesi formate dalla stessa parola “tesoro”. Nel primo versetto: «Il regno
dei cieli è simile a un tesoro», e poi nell’ultimo: «Il padrone di casa estrae dal suo tesoro cose nuove e cose
antiche». Un contadino e un discepolo trovano tesori.
E questo Vangelo si rivolge a me, che ancora non ho
dato tutto, la totalità di me stesso, per rapire la perla
unica al mondo; a me che, però, posso e voglio ancora
farlo, questo Vangelo grida: «Un tesoro ti attende».
Gesù afferma, anche in giorni duri e crudeli come i
nostri, che l’esito della storia sarà felice, comunque felice, nonostante tutto felice. Afferma che nell’uomo è
posto un eccesso di desiderio, che nessuna cosa creata
o quotidiana potrà esaurire, ma solo qualcosa o qualcuno che viene da altrove.
Il regno dei cieli è come un tesoro. Il regno dei cieli è il mondo come Dio lo vuole, l’uomo come Dio lo
sogna. Allora seguire Cristo e i suoi sogni non è un discorso di mortificazione, ma di moltiplicazione: lasciare tutto, ma per trovare tutto moltiplicato.
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“Tesoro”: parola così rara per dire Dio. Parola delle favole, degli innamorati, dei romanzi; parola di vangelo, parola che è oltre il quotidiano perché fa nuova
la vita, contiene tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Questo fa il vangelo, questo fa il Signore con noi.
La religione come tesoro significa che la fede è il
contrario dell’abitudine e della paura. Il cristianesimo
come tesoro significa che prima di tutto la fede non è
rinuncia, non è diminuzione, non è mortificazione.
Nulla di tutto questo per Gesù. Il cristianesimo è trovare un tesoro, trovare la pienezza di vita. Allora vivere vuol dire diventare mai arresi cercatori di tesori. E lo
Spirito santo è questo soffio divino che fa nascere i cercatori d’oro.
Vorrei dirti grazie, Signore Gesù, maestro del cuore, per aver parlato così, per averci detto che tu, Signore, sei come un tesoro: sei, cioè, il contrario delle
cose banali, delle cose superflue, il contrario di una vita qualunque. Tesoro è moltiplicazione di vita, di progetti, di possibilità.
Allora ti ringrazio, Signore, perché con te la vita
non è mai quotidiana, mai banale. Con te la vita è sorpresa, incanto, orizzonte, caduta e risurrezione; è altre
vite dentro la mia vita; è ricevere un supplemento d’ali per camminare, per correre, per volare, e mai da solo, verso più libertà, più amore, verso più coscienza.
Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma
solo per scoperta di tesori, perché là dov’è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore; noi avanziamo nella vita
per passione di cose belle e forti, come mercanti che
cercano le perle più belle, mercanti che mai s’accontentano. Noi avanziamo nella vita per riserve di gioia,
che si esauriscono, certo, ma che qualcuno, uomo o
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Dio, amore o tesoro, seme o spiga, si incarica di colmare sempre di nuovo, ogni giorno.
Il regno dei cieli è come un tesoro che fa lieta la vita: Dio in me, pienezza d’umano, vita bella, estasi della storia, pace e forza. Non ci interessa un divino che
non faccia fiorire l’umano, perché Cristo è venuto a
portare la vita in pienezza (cf. Gv 10, 10). Allora lascio
tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto.
Nella prima lettura, Salomone, nella sua preghiera
così bella, così intensa, domanda in dono «un cuore
docile», letteralmente, in ebraico, «un cuore che
ascolta». Salomone domanda qualcosa così importante da sorprendere e incantare il Signore. Il tesoro, la
perla preziosa per Salomone e per il Signore è un cuore che ascolta.
Nel Vangelo di Matteo è riportata un’altra parola di
Gesù che ci aiuta a capire meglio la qualità di questo
“tesoro”: «L’uomo buono trae fuori il bene dal buon
tesoro del suo cuore» (12, 35). Questa è la ricchezza
vera dell’uomo: un cuore buono.
L’uomo non vale per la sua intelligenza, non per la
sua forza: vale quanto vale il suo cuore. Il tesoro nascosto, il tesoro possibile e vicino è il cuore. Con queste due caratteristiche: un cuore che ascolta e un cuore
buono. Tutto posso vendere per acquistare un cuore
così. Allora il campo da dissodare sono io stesso; in me
è nascosto il mio tesoro. «Il regno di Dio è dentro di
voi»: nel cuore, che è la porta del divino.
“Tesoro” è qualcosa che ti cambia la vita, ma non
c’è nulla di esterno all’uomo che entrando in lui possa
cambiargli la vita; solo ciò che esce dal cuore dell’uomo è in grado di far risplendere la vita, di incantare
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l’esistenza. E incantare di nuovo la vita significa acquisire la certezza che è bello vivere, che quella di Gesù è la vita buona, bella e felice che anche noi vogliamo vivere; significa ritrovare la certezza che vivere ha
un senso e che tutto va verso un esito buono, positivo,
luminoso, che Dio darà eternità a tutto ciò che di più
bello portiamo nel cuore.
“Cuore” – per novecento volte ritorna questo termine nella sacra Scrittura – è la parte dell’uomo più
evocata. Non è solo la sede dei sentimenti, ma il luogo
in cui si decide per la vita o per la morte, dove si sceglie il bene o il male: è l’uomo intero nella sua essenza
più intima.
L’ultimo versetto del brano di oggi afferma: «Ogni
discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di
casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Il tesoro del discepolo è dentro di lui; il suo intimo, il suo cuore si illumina di altre due caratteristiche:
è antico e nuovo.
Estrarre cose antiche indica un cuore che non dimentica, un cuore memore di cose belle vissute, di doni e di angeli, di oasi e di deserti. Come santa Maria,
che conservava e custodiva tutto ciò che le era accaduto (cf. Lc 2, 19.51) e lo meditava in un cuore ricco
di storia e di grazia. La mia storia è un tesoro.
Estrarre cose nuove indica un cuore creativo e cercatore, che non ripete ma inventa, che traccia strade
nuove, che canta un canto nuovo. Se tu raggiungi un
cuore che ascolta, un cuore buono, forte della sua storia e creativo, allora hai trovato davvero il tesoro segreto del vivere.
Donami, Signore, «un cuore che ascolta». Dono
immenso, da chiedere sempre: per ascoltare Dio e il
203
grido di Abele, il grido di tutti gli innocenti uccisi, il
grido del sangue che riempie la terra, per ascoltare cielo e terra, angeli e parabole, per ascoltare la bellezza e
la cattedra dei piccoli, i miei familiari e lo sconosciuto.
Donami, Signore, «un cuore buono», che sappia capire e curare gli orrori che genera chi non ha più bontà.
Il Signore dice a Salomone: la vita vera inizia quando smetti di inseguire longevità, ricchezza, la morte
dei nemici e incominci a cercare un cuore antico e
nuovo, un cuore che ascolta.
Chiedilo per te, per le persone che ti sono più care,
per ascoltare Dio e la terra, per ascoltare l’altro e il cielo. Allora matureranno tesori attorno a te.
204
XVIII DOMENICA
Date loro voi stessi da mangiare.
(Mt 14, 13-21)
Una sera, al tramonto, sulla riva del lago, donne e
bambini e cinquemila uomini. Che cosa li ha fatti uscire a piedi dalla città e camminare fino a quel luogo deserto? Che cosa li ha poi trattenuti lì, lontano da casa,
fino a sera, incuranti del deserto e della notte?
Sono le mani di Gesù che risanano i malati, sono le
sue parole che guariscono il cuore, perché solo lui sa
dire le parole proprie della vita. È la profezia di Isaia
che si compie: «Venite a me, ascoltate e vivrete» (55,
3). Ascoltarlo è riscoprire la vita. Questa è l’esperienza dei cinquemila, delle donne e dei bambini, dei malati: sono andati da lui, ascoltano e vivono, ascoltano e
brucia il cuore, ascoltano e risplende la vita.
Ai cinquemila Gesù non offre idee, insegnamenti;
per prima cosa offre la comunione con lui, lo stare con
lui, offre se stesso. La grazia vera è la persona di Cristo, più ancora delle sue parole: lui è il pane, corpo
spezzato per noi.
Vorrei tanto essere anch’io uno dei cinquemila cui
è concessa questa esperienza eccezionale: seguire Cri-
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sto senza calcolare nulla, seguirlo senza impaurirmi di
nulla. Stare in comunione: e la notte del deserto profumerà di pane. E sentire che più vivo di così non sarò mai, che più vivo di così, lontano da Dio, non potrò
mai essere. Li invidio, i cinquemila, non per il miracolo dei pani e dei pesci, ma per la seduzione che hanno
provato, più forte di ogni paura. Questo è l’inizio dei
miracoli.
I discepoli, uomini pratici, preoccupati per quella
gente, dicono a Gesù: «Congeda la folla perché vada a
comprarsi da mangiare nei paesi vicini». Se non la
congeda lui, non se ne andrà spontaneamente.
Ma Gesù non manda via, non ha mai mandato via
nessuno. «Mandali via. Se aspetti ancora, non troveranno più niente da comprare»: è bello questo preoccuparsi dei discepoli, ma più bello ancora è Gesù che
«prova compassione». Anzi, letteralmente, Matteo dice che «fu preso alle viscere per loro». Preso alle viscere, dice: «Date loro voi stessi da mangiare».
“Comprare” dicono gli apostoli; “dare” dice Gesù.
Se vuoi qualcosa, devi pagarlo, devi comprarlo. È la
logica del mondo, logica comune e corretta. Non c’è
nulla di scandaloso, ma nemmeno nulla di grande in
questa logica, dove trionfa l’eterna illusione dell’equilibrio: devi pagare per avere.
Gesù introduce il suo disequilibrio, introduce il
suo verbo: «Date voi stessi da mangiare». Non: «vendete, barattate o prestate», ma semplicemente, regalmente, radicalmente, dissennatamente: «date». E sul
principio dell’economia comincia a sovrapporsi un altro principio: dare senza aspettarsi il contraccambio,
dare per primi, dare in perdita, dare gratuitamente.
Ed è ciò che Cristo ha fatto dando la sua vita.
206
Che diritto hanno i cinquemila? L’unico loro diritto è la fame. L’unico titolo per ricevere è la loro povertà. Davanti a Dio io non ho alcun merito se non il
mio bisogno. «Di nulla mi vanterò se non della mia
debolezza» (2Cor 12, 5). Beata debolezza! Orgoglioso
sono solamente della mia fame di vita. Il mio nome è
“creatura che ha bisogno”. Ed è sufficiente.
Torna il profeta Isaia a dire: «Chi non ha denaro venga ugualmente. Mangiate senza denaro vino e latte». Mi
bastano la tua sete e la tua fame, dice il Signore.
E mi chiedo: Io, di che cosa ho fame? Cosa desidero veramente per me? Ho fame di amore per me e per
gli altri? Fame di Dio per me e per gli altri? Fame di
giustizia, fame di felicità per me e per gli altri? O, al
contrario, ho fame solo di prendere e comperare? Oppure ho anche fame di dare? Allora il vangelo diventa
non semplicemente ciò che sazia la fame, ma diventa il
nostro affamatore; ci insegna la vera fame, fame di cielo, fame di cose grandi.
Ci sono molti miracoli in questo racconto: il primo
è quello della folla che, scesa la notte nel deserto, non
se ne va. C’è poi il secondo miracolo, dei cinque pani
e due pesci che qualcuno mette nelle mani di Gesù, fidandosi, senza calcolare, senza trattenere qualcosa per
sé. È poco, ma è tutta la sua cena.
È poco, eppure quello che sono, quel poco che ho
va bene al Signore. È pure sovrabbondante se ricevuto e dato con mano di figlio. È poco: cinque pani, due
pesci, eppure bastano, secondo una misteriosa regola
divina. Quando il “mio” pane diventa il “nostro” pane, allora comincia a scaturire il miracolo.
La fame, invece, comincia quando io tengo stretto
il mio pane, quando lo tengo solo per me, quando
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l’Occidente sazio tiene il suo pane e i suoi beni solo
per sé. Solo il pane condiviso è pane di Dio. Perché
contiene la fede, la compassione per l’altro, contiene
amore e coraggio e il fidarsi di quella parola: Date voi
per primi, date in perdita, gratuitamente.
A noi, che quotidianamente preghiamo: «Dacci oggi il nostro pane», il Signore risponde: «Date il vostro
pane». «Dacci», noi invochiamo. «Date», invoca lui.
«Date» e accadrà il miracolo della moltiplicazione.
Uno slogan in voga nel mondo anglosassone suona
così: «Vivere io più semplicemente perché altri possano semplicemente vivere». Vivere io più semplicemente, con meno esigenze, con meno spese, perché altri possano semplicemente sopravvivere. Unica strada
è limitare il pullulare impudico del superfluo, di patrimoni spesi per ciò che non sazia.
Poi il Signore Gesù prende il pane, lo dà ai discepoli, e i discepoli alla folla. I discepoli offrono quanto
hanno ricevuto. Quel pane è Cristo. Essi hanno ricevuto Cristo e lo trasmettono a tutti i fratelli: donne,
bambini, uomini, a quelli che contano e a quelli che
non contano. «Lo diede ai discepoli ed essi lo diedero
alla folla.» In queste poche parole è riassunta la missione intera della Chiesa: dare Cristo alla folla, cioè a
tutti. È la mia, la vostra missione, senza badare a titoli
di merito che non sia “il bisogno di Dio”.
Infine il quarto miracolo, l’abbondanza tipica di
Dio, quasi l’eccesso: «raccolsero gli avanzi in dodici
ceste». Una per ogni tribù, una per ogni mese; tutti
mangiano e ne rimane per tutti e per sempre. “Raccogliere”, perché nulla dev’essere sprecato, nulla del dono che noi rappresentiamo gli uni per gli altri: i figli,
dono per i genitori; il fratello, dono per il fratello; lo
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sposo, dono per la sposa; l’amico, pane per l’amico.
Nulla deve andare perduto del dono che tu sei, del pane che tu sei per la vita d’altri.
E l’ultima riflessione, oggi, è per il passo sublime di
Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». Nulla,
«né angeli né demoni, né vita né morte, né presente né
futuro, nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio».
Sono inseparabile dall’amore. “Nulla”, “mai”: due parole assolute, totali, perfette.
E c’è la totalità della creazione convocata; ci sono
lo spazio e il tempo convocati come testimoni: “nulla”, “mai”. Se c’è qualcosa di eterno in noi, è l’essere
amati da Dio. “Inseparabili dall’amore”: questo è il
nostro nome. Senza mio o nostro merito. È lui, non
sono io. Nulla potrà mai spezzare o lacerare il suo legame d’amore con noi. Solo la mia libertà. Indivisibile
da me è l’amore.
È una delle parole bibliche che amo di più, che confortano la vita, che danno forza, una forza esultante, libera e gioiosa: nulla mai mi separerà dall’amore di Dio.
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XIX DOMENICA
Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
(Mt 14, 22-33)
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma sul mare, poi come voce che incoraggia, infine mano salda
che ti afferra. C’è nel Vangelo di oggi un crescendo di
esperienza di Dio dentro una liturgia cosmica di onde,
di vento, di notte e di abissi spalancati, simbolo della
nostra esistenza, storia delle nostre paure, dei miracoli invocati e apparentemente senza risposta.
Gesù dapprima è assente. È salito sul monte, solo, a
pregare, mentre i discepoli sono sul lago in burrasca a remare. Solamente verso la fine della notte, solo alla quarta veglia – quella che va dalle tre alle sei del mattino –,
solo allora venne verso i suoi camminando sul mare.
E noi vorremmo, noi invochiamo: «Vieni subito,
Signore! Vieni ai primi accenni di paura, vieni al primo annuncio di sofferenza». Ma Gesù non ha fretta.
Non l’ha avuta neppure per soccorrere il suo amico
Lazzaro che stava morendo: ha aspettato tre giorni.
Ora aspetta tre turni di guardia nella notte. Aspetterà
tre giorni perfino per risorgere. Divina pedagogia
della fede!
210
E ci pare di essere abbandonati, soli con le nostre
sole forze, ad affrontare le burrasche della vita. Quante volte abbiamo sentito che nessuna preghiera, volata
via verso il cielo, era tornata indietro a portarci una risposta, un accenno, almeno, di miracolo!
Eppure un cristiano non può mai dire: «Io da solo
con le mie sole forze», perché intrecciata alla mia forza c’è sempre la forza di Dio, radice delle mie radici.
Infatti Gesù è già con i discepoli, da subito. Egli è la
sorgente della forza dei rematori, che non si arrendono al vento contrario; è nella tenacia del timoniere,
che regge il timone nonostante le onde furiose; è nel
coraggio di tutti, è negli occhi di tutti fissi a oriente:
«Sentinella, quanto manca della notte?» (Is 21, 11).
E la barca, simbolo di me, del mio mondo e della
vita, di me e della mia fede, intanto avanza, non per il
morire del vento, non perché finiscono i problemi, ma
per il miracolo umile dei rematori che non si arrendono e sostengono ciascuno la speranza dell’altro. E vanno con il vento contrario. Primo prodigio: Dio non
agisce al posto nostro, non ci toglie dalle tempeste, ma
ci sostiene dentro le burrasche della vita.
«Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque» dice Pietro. E alla parola del Signore: «Vieni!» Pietro scende nelle onde, senza più riparo, forte
solo dell’eco di quella parola: «Coraggio, vieni!».
Pietro domanda due cose: una giusta e una sbagliata. Chiede di andare verso il Signore. Domanda assoluta, domanda perfetta: «che io venga da te»; domanda da ripetere quotidianamente. Poi chiede di andarci
camminando sulle acque, e questa è la parte sbagliata.
Tu, Pietro, andrai verso il Signore, ma in tutt’altro modo. Tu lo seguirai, ma non sedotto dal suo camminare
211
sulle acque, bensì dal suo camminare verso il Calvario.
Andrai dietro a colui che sa far tacere non solo il vento e il mare, ma dietro a colui che sa far tacere tutto ciò
che non è amore. Andrai verso colui che si fa prossimo, che si fa samaritano nella polvere di tutti i nostri
sentieri, e non sul luccichio di acque miracolose.
«E venne da Gesù» dice il Vangelo. Pietro cammina sulle acque perché guarda a lui, non ha occhi che
per quel volto, visibile anche nella notte. Poi però inizia ad affondare perché guarda il vento: «vedendo il
grande vento ebbe paura». Pietro guarda al Signore e
alla sua parola: «Coraggio, vieni!», e cammina sul mare, attraversa i problemi. Poi guarda al mare, alle onde, alle difficoltà, e inizia la discesa nella paura.
È il racconto della nostra fede messa alla prova. È il
racconto dei tre momenti che si intrecciano nel cuore:
fede, guardo al Signore e mi pare di poter affrontare
qualsiasi cosa; dubbio, guardo ai miei problemi e dico:
«Non ce la farò mai! La mano di Dio è troppo lontana»; poi la salvezza, quando Pietro grida: «Signore salvami!». Grido di fede, di paura, grido di morente, di
ladro sulla croce (Lc 23, 43): «Signore salvami!».
Io ringrazio Pietro per questo suo umanissimo
oscillare tra fede e paura, per questo suo andare tra
miracoli e abissi, per questo suo grido: «Signore salvami!». Ora so che qualsiasi mio dubbio può essere redento, anche da una sola invocazione, gridata nella
notte, gridata nella tempesta o nella paura, gridata nel
vento, come Pietro, gridata sulla croce, come il ladro
pentito.
Io non cerco miracoli, ma la tentazione è sempre
questa. Certo, il Signore compie prodigi, ma – come
dice san Giovanni della Croce – li fa malvolentieri.
212
Non cerco miracoli, ma il calore semplice della sua
mano che non mi lascerà cadere. Non cerco l’onnipotenza di Dio, ma il soccorso della sua parola, che è sorgente misteriosa di cammino, quella parola che dice:
«Coraggio, vieni!».
«Signore, affondo!»: Pietro sta dubitando e affonda. Ma Pietro sta affondando e crede: «Signore salvami!». Dubbio e paura, fede e invocazione.
Mi piace tanto questo apostolo, questo pescatore
che ringrazio, uomo d’acqua e di roccia, come dice
Gesù. Mi piace per questo suo umanissimo oscillare
tra fede grande e insensata, che lo spinge fuori della
barca, nell’acqua, e la sua fede piccola. È proprio là
che il Signore Gesù ci raggiunge, al centro della nostra
debole fede. Ci raggiunge e non punta il dito per accusarci, ma stende la mano per afferrarci.
Forse abbiamo tutti provato un principio di affondamento, abbiamo tutti vissuto una discesa nelle acque della disperazione. E forse lì, proprio lì, abbiamo
trovato il coraggio di gridare a lui, senza nessun merito, senza se e senza ma, il coraggio di affidarci completamente.
E quante volte siamo stati tirati fuori! Gesù viene
ancora in aiuto a chiunque è sorpreso al largo, a
chiunque è catturato dalla tempesta, a chiunque stia
affondando. Lo invochiamo, e lui verrà. Ma verso la fine della notte. E sembra non avere fretta.
Lui verrà, ma dopo la lunga lotta con le onde, lui sì
camminando sul mare, camminando sulla morte.
Verrà, dentro la nostra poca fede, a salvarci da tutti i naufragi. E la piccola barca di canne, che è il nostro
cuore, avanzerà verso la fine della notte, dove il grido
diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.
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XX DOMENICA
Donna, davvero grande è la tua fede!
(Mt 15, 21-28)
Pochi personaggi del Vangelo sono simpatici come
questa donna, pochi così invidiabili: perché è madre,
perché non prega per se stessa, perché ha immaginazione e parole sorprendenti, perché non si arrende ai
silenzi o al rifiuto di Gesù, ma intuisce sotto il suo no
l’impazienza di dire sì.
Una donna pagana, che non conosce Jahvé, che
serve Baal e Astarte, è dichiarata «donna di grande fede». In che cosa consiste la grandezza di questa fede?
Non tanto nella sua perseveranza, nell’andar dietro a
Gesù e al suo gruppo gridando, ma nel credere che
Dio è più attento alla felicità dei suoi figli che non ai
loro atti di fede. Crede che Dio considera la salute di
una ragazza cananea più importante che non l’essere
rettamente adorato o glorificato. Crede che la gloria di
Dio è l’uomo vivente, l’uomo guarito, una ragazza felice, una madre abbracciata alla carne della sua carne
finalmente risanata.
Questa donna non ha la fede dei teologi, ma quella
delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro e
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capisce che per lui conta sì che l’uomo creda, ma più
ancora che l’uomo viva. Crede che il diritto supremo
davanti a Dio ci è dato dalla sofferenza, non dalla fedeltà. Crede che in ogni uomo Dio dimentica se stesso
e i suoi diritti, che eternamente altro non fa che considerare ogni uomo più importante di se stesso.
Grande è la fede di questa donna! E ora capisco
che grande è ancora la fede in questo mondo, dentro e
fuori la Chiesa, perché grande è sulla terra il numero
delle madri di Tiro e Sidone, che non sanno il Credo
ma sanno il cuore di Dio. E lo sanno dal di dentro.
Non conoscono il nome di Jahvé, ma ne conoscono il
cuore. Grande è, allora, la fede sulla terra. Le madri
sanno che se un figlio soffre, per questa semplice, nuda ragione Dio si fa vicino. Lui è il “Dio per te”: appartiene al dolore, appartiene ai dolenti del mondo.
Davanti a Dio possiamo vantare un diritto, uno solo: quello che viene dal patire e dal bisogno. La sofferenza viene prima di ogni religione, di ogni intelligenza, di ogni appartenenza. Non ci sono più ebrei o palestinesi, non ci sono russi o ceceni, gente del nord o
gente del sud, non ci sono figli e cagnolini.
Dove c’è dolore, lì c’è tutta la pietà di Dio. Può
sembrare una briciola, può sembrare poca cosa la
compassione di Dio, ma le briciole di Dio sono grandi
come Dio stesso. Perché Dio non può dare nulla di
meno di se stesso. E, dandoci se stesso, ci dà tutto.
Questo Dio ora si rivolge a noi, al nostro modo di
stare nel mondo. E ci dice che non ci sono figli di Dio
e cagnolini: tutti sono dei nostri, sia gli stranieri che
quelli di casa; tutti fratelli, in una sola casa comune.
Tutto questo diventa consolazione per noi, per me:
perché nel giorno in cui avremo poca fede, nel giorno
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in cui saremo sopraffatti dal dolore, quando la sofferenza sarà così forte da impedirci perfino di pregare,
quando verrà, dal fondo dell’essere, solo una parola:
«Ho paura, aiutami, sto affondando», se neppure
quello potrò dire e parlerà solo il muto grido del dolore, la muta paura della carne, in quel momento Dio si
fa vicino come pane per i figli, come pane per i cagnolini, come briciole per ogni cucciolo d’uomo.
E sono contento, perché so che allora non importerà più merito o demerito; Dio non conterà i miei peccati, conterà solo a una a una tutte le mie lacrime, e
queste riporrà nei suoi otri misteriosi. Immenso archivio di lacrime e non di peccati è il cuore di Dio! E il
giudizio ultimo sarà l’apertura di questi immensi forzieri di fede e di dolore.
Perché Dio non conta i peccati: conta le lacrime. E
l’avrò vicino, il Dio che pena nel cuore di ogni figlio,
che in ognuno porta speranza per domani, inizio di risurrezione, che porta se stesso e la dolcezza dell’abbraccio di quella madre cananea e di quella sua figlia
guarita. Il venire di Dio è pieno di abbracci. Anche
per Pietro, nel Vangelo della scorsa domenica: il grido
di aiuto è diventato abbraccio sulle acque del lago.
La svolta nel racconto evangelico di oggi è segnata
da una frase: «anche i cuccioli sotto la tavola mangiano le briciole cadute ai loro padroni». La donna cananea sembra dire: Non puoi fare delle briciole di miracolo, delle briciole di prodigio, per questi cani di pagani? Proprio la coscienza della donna straniera e pagana, di essere là a cercare solo delle briciole, a cercare pane perduto, è ciò che commuove Gesù.
Se noi riuscissimo ad applicare questa frase al nostro mondo, al nostro presente di fame e di festa, di
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vacanze e di miseria che morde sul ferragosto, alla fiumana di madri cananee che implorano briciole per i
loro cuccioli, stritolati dal demone della fame e della
malattia, allora capiremmo che cos’è il Regno, cos’è la
nuova terra: dono, ma anche nostra conquista.
Il mondo domanda a noi, discepoli di Gesù di Nazaret: Fate anche voi dei segni, fate dei piccolissimi segni, delle briciole di miracolo per noi, i cagnolini della terra. Una briciola di comunione, di condivisione,
di carità. Allora la terra sarà la patria grande, la casa
comune, tante volte sognata e descritta dai migliori
uomini del nostro tempo, immagine che ci offre oggi il
Vangelo: una casa, una tavola ricca di pane, gente seduta a mensa, una corona di figli, briciole, e cuccioli
non più affamati.
Quest’immagine, nata dall’amore di una madre, si è
fatta strada verso il cuore di Cristo. Lasciamo che
cammini anche verso il nostro intimo. E mettiamo in
cima a tutto non i nostri diritti, ma il diritto del dolore, il diritto della fame, diritti che pesano più di tutte
le identità religiose o le appartenenze. Mettiamo in cima a tutto il dovere della pietà e della giustizia.
E ricordiamo che la pietà di Dio viene sempre a
smuovere la nostra giustizia. Forse viene a guarire, forse a sfamare, ma certamente a versare le sue lacrime
nelle nostre lacrime, a versare la sua speranza dentro i
giorni della nostra sconfitta, a trasformare tutti quelli
che consideriamo cagnolini in figli.
Allora lui, da sotto la tavola, li solleverà, li metterà
sopra il candeliere, perché anch’essi siano come occhi
di luce attorno alla mensa del pane e della fraternità.
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XXI DOMENICA
La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?
(Mt 16, 13-20)
«La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» E la risposta della gente è bella e, al tempo stesso, sbagliata:
Dicono che sei un profeta, voce di Dio e suo respiro,
con parole di fuoco e di luce, come Elia, oppure una
creatura che nessun vento smuove, come il Battista.
E Gesù pone la seconda domanda, diretta: «Voi chi
dite che io sia?». Anzi, la domanda è preceduta da un
“ma” – un dé avversativo nel testo greco: «Ma voi» –,
come se i Dodici fossero di un altro mondo, come se le
loro parole dovessero essere controcorrente.
Cristina Campo scrive: «Ci sono due mondi: io sono dell’altro». Come lei il cristiano, il discepolo dovrebbe ripetere le stesse parole: Ci sono due sistemi: io
sono dell’altro. «Ma voi chi dite che io sia?»: come se
i discepoli non dovessero mai omologarsi al pensiero
dominante, mai parlare per sentito dire.
E mi pare di sentire una terza domanda, che so, che
sento diretta a me: «Ma tu chi dici che io sia?». È una
di quelle pagine dalle quali vorrei fuggire, perché mi
addossa al muro, mi preme: Tu chi dici che io sia?
218
La vera domanda è sempre “chi?”, mai “che cosa?”. Riguarda sempre l’uomo, mai le cose. Gesù non
chiede: Cosa avete imparato da me? Qual è la parola
che più vi ha colpito? Non dice: Fatemi un riassunto
del mio insegnamento, ma: «Io chi sono per te?».
Il cristianesimo è un rapporto personale con Cristo, e le parole più vere sono sempre al singolare, mai
parole d’altri. E se il cristianesimo è un rapporto personale con Cristo, il mio rapporto con lui com’è? Do
tempo e cuore al rapporto con il Signore? Perché sappiamo che perfino le strade che conducono alle case
dei nostri amici, se non sono battute, se non le frequentiamo, dopo un po’ di tempo diventano piene di
rovi, di spine, di nebbie.
Secondo la mistica dell’islam ci sono nel Corano
novantanove nomi di Dio, ma egli ha cento nomi e il
centesimo, il nome segreto, quello che solo tu puoi
pronunciare, è il “tuo” nome di Dio, il nome che gli dà
il tuo amore, il tuo segreto tra te e l’Amato; porta il tuo
sapore di Dio.
È quello che oggi ci è chiesto. Lasciamo da parte le risposte imparate, lasciamo da parte le formule, per quanto siano sicure. La risposta vera è solo tua, al singolare.
Tu con il tuo cuore, con la tua fatica, con la tua gioia e il
tuo peccato, tu cosa dici di Gesù Cristo? Qui non servono libri o catechismi, non servono studi o letture, ma
ciascuno, che sia uscito dalle mani di Dio, ciascuno dissetato alle fonti di Dio, ciascuno inciso un giorno dalla
spada a due tagli della sua parola (cf. Eb 4, 12), ciascuno, caduto e risorto, deve dare la sua risposta.
E anch’io ci provo e riprovo. E oggi voglio dire: Tu
sei per me un “crocifisso amore”. L’amore ha scritto il
suo racconto sul corpo di Cristo, e l’ha scritto con il
219
linguaggio delle ferite, incancellabili come l’amore. La
lieta notizia è il volto del Dio crocifisso per me. Crocifisso amore. E allora so che l’unico luogo dove non c’è
inganno è la croce. Cristo non inganna: che inganno
può nascondere uno che morirà d’amore e di dolore
per te? Uno che non ruba niente e ti dona tutto?
Un altro nome voglio darti: “disarmato amore”,
che mai sei entrato nei palazzi dei re, che mai hai convocato attorno a te eserciti, e in questo mondo di forti, dove la ragione è della forza, hai detto: «Beati i miti, gli inermi, i pacificatori: voi siete la sola forza invincibile» (Mt 5, 1-12).
E un altro ancora: “inseparato amore”, perché nulla mai ci separerà dall’amore di Cristo, né angeli né
demoni, né il cielo né l’abisso, nulla mai ci separerà
dall’amore (cf. Rm 8, 39). “Nulla”, “mai”. Due parole
assolute, perfette, totali: inseparabile sono dal tuo
amore. Ed è la grande pace: è la mia forza.
Crocifisso amore. Disarmato amore. Inseparato
amore. E un quarto nome vorrei darti, per dire cosa tu
sia per me, cosa ho sentito o solo sfiorato di te. Per me
tu sei “vita”. «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1, 21). E
non è per la sua dottrina, per il suo insegnamento, perché Gesù non è il Vangelo, non è solo la Parola: «In lui
era la vita» (Gv 1, 4). «In lui siamo, viviamo e respiriamo» (At 17, 28). Non mi basta l’ascolto, non mi basta
dire parole sulla Parola: voglio essere in Cristo, innestato, connesso a lui come tralcio nella vite, respirarlo. E
tutti noi possiamo cercare di dare un nome a ciò che desideriamo che Cristo sia per noi.
I due simboli del Vangelo di oggi sono la chiave e la
roccia. I successori di Pietro sono roccia nella misura
in cui ancora riescono a trasmettere Cristo, a dire chi
220
sia questo tesoro, questo bene per l’intera umanità,
che porta il futuro del mondo e la radice del mondo.
Essi sono roccia per la storia nella misura in cui mostrano che Dio è vivo fra noi, crocifisso amore, disarmato amore, inseparato amore.
Ma ogni discepolo è roccia e chiave, che apre agli
altri le porte belle di Dio, che apre la casa grande del
Padre. Scrive in una poesia Alda Merini:
Mi guardano negli occhi
e rimangono estatici
perché capiscono che io ti ho visto
ti ho sentito
e che qualche volta almeno
ti ho anche tradito.
Vorrei che si potesse vedere negli occhi dei discepoli che qualcosa di Cristo è stato visto, toccato, sentito, almeno sfiorato. E allora anche noi potremo essere
roccia e chiave: roccia, non perché non abbiamo mai
ceduto, non abbiamo mai tradito, ma perché ancora
ritorniamo ad essere chiave che apre alla presenza di
Dio, che apre le porte belle di Dio.
Allora, tu chi dici che io sia? Ma dire non basta,
perché la vita non è ciò che si dice della vita, ma ciò
che si vive della vita. E Cristo non è ciò che dico di lui,
ma ciò che vivo di lui. Non una dottrina, non una morale. Il cristianesimo è un rapporto unico, personale
con il mio Signore, con lui disarmato amore, crocifisso amore, inseparato amore. Il cristianesimo è una
persona.
Cercherò di amarlo come lui mi ama. Ma so già che
non ci riuscirò mai; eppure tutta la mia vita sarà provarci, e poi riprovarci ancora. Per sua grazia.
221
XXII DOMENICA
Pietro, tu mi sei di scandalo.
(Mt 16, 21-27)
Nel Vangelo di domenica scorsa Pietro confessava Gesù come Figlio di Dio; oggi Gesù sconfessa Pietro. E
Pietro, da bocca di Dio, diventa quasi bocca di satana:
«Via da me, satana! Tu non pensi come Dio, ma come
gli uomini».
Con questo brano Matteo ci conduce allo spartiacque di tutto il suo Vangelo: terminano i giorni dell’insegnamento, dell’itineranza libera e felice sulle strade di
Palestina, e inizia il grande racconto della passione,
morte e risurrezione. «Gesù cominciò a dire apertamente che doveva molto soffrire e venire ucciso.» Cominciò a dire... Questo nuovo inizio dice che il centro
della storia umana ora sarà il volto di un Dio crocifisso.
Questo è lo scandalo del cristianesimo, la follia (cf.
1Cor 1, 23); a questo si oppone Pietro. Accettare Gesù come messia e come salvatore è ancora ammissibile, ma che il messia debba terminare la sua vita con
una morte orrenda, ecco, questo è davvero inammissibile! Non solo. Ma anche i suoi dovranno prendere la
propria croce. Allora satana e Pietro e noi ripetiamo a
222
Gesù: Ma tu vuoi mettere a posto le cose facendoti
servo, vuoi salvare questa storia che sta naufragando
lasciandoti uccidere? Non servirà. Il mondo ha dei
problemi: bisogna risolverli! Hanno lacrime: bisogna
asciugarle! E tu pensi di risolvere i problemi finendo
in croce? Sei un illuso. La storia non sa che farsene di
un crocifisso in più fra i milioni di crocifissi della storia. Non capiranno mai. Se invece, per farti capire, per
mettere a posto le cose, usi il potere, il denaro, il miracolo, la sacralità, allora risolverai i problemi.
È proprio questo che Gesù rifiuta. In fondo è la
stessa tentazione che ha rifiutato all’inizio, nel deserto,
e che ora di nuovo rifiuta scegliendo il servizio, la misericordia, la povertà di spirito, la fame di giustizia, il
cuore limpido, il costruire pace, la mitezza, la croce.
Gesù sa che non sarà mai il potere a risolvere le lacrime del mondo o il peccato di ciascuno. Sarà invece la
divina follia dell’amore. Perché l’amore – questo è il
punto di partenza – è sempre un crocifisso amore. L’amore rende dipendenti, deboli, ti espropria della tua
vita, ti fa dire: Sei tu il centro della mia vita. Io vivo per
te. La tua vita prima della mia.
Che cos’è la croce di Cristo, se non l’affermazione
alta che Dio ama altri più della propria vita? Che Dio
altro non fa che eternamente considerare ogni uomo,
considerare me, più importante di se stesso?
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio»
(Gv 3, 16), da darlo alla croce. La croce è il segnale
massimo lanciato da Dio alla storia, all’uomo; è il punto ultimo in cui tutto si incrocia: le vie del cielo, le vie
del cuore, le vie della terra, vertice dell’umanità. Altrove dirà: «Non c’è amore più grande che dare la vita
per coloro che si amano» (Gv 15, 13).
223
E per noi, per i discepoli, che cos’è la croce? Per
capire bene che cos’è la mia croce, forse basta sostituire la parola “croce” con la parola “amore”: Se qualcuno vuol venire con me, prenda su di sé tutto l’amore di cui è capace e insieme camminiamo. La croce del
discepolo, la nostra, non sono i disappunti quotidiani,
le fatiche, le contrarietà o le malattie; queste sono cose solo da sopportare. La croce vera, dice Gesù, è da
prendere, è da scegliere, non da sopportare; da scegliere come riassunto di un destino e di un amore.
Gesù vuol dirci: Prendi su di te il giogo dell’amore.
Ricordati che chi vive solo per sé, muore; ricordati che
il vero dramma dell’uomo non è morire, ma non avere
nulla per cui morire, non avere una causa per cui valga la pena dare la vita. Ricordati che anche tu devi
guarire la vita attorno a te, guarire il male di vivere; ricordati che tu sei responsabile di una porzione di
mondo, che hai l’obbligo di cimentarti per farlo lievitare, per plasmarlo; ricordati che non si vive di solo
pane, anzi, di solo pane si muore. Ricordati che hai
un’anima e che essa è in te il respiro di Dio; che il respiro di Dio vale più di tutto il mondo. Ricordati che
nel tuo cuore c’è un fuoco acceso e non puoi contenerlo (cf. Ger 20, 9): è il respiro stesso di Dio.
Tutti, io per primo, abbiamo paura del dolore, della sofferenza; però almeno vorrei non aver paura di
amare. Quanti oggi hanno paura di amare! Quanti temono i rapporti seri, coinvolgenti, impegnativi, e questo perché temono l’amore crocifisso! Meglio allora
tessere rapporti leggeri, provvisori, occasionali, e
mantenere l’illusione della libertà. E poi, quando appare la croce – ma l’amore è sempre crocifisso –,
ognuno riprende la sua strada. È la paura di amare!
224
La mentalità di questo mondo sembra suggerirci:
Per non dover soffrire, cancella l’amore serio dalla tua
vita. Gesù invece dice: Per la bellezza dell’amore, non
aver paura di soffrire. Ecco l’alternativa: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo», dice Paolo, ma adeguatevi a Cristo (cf. Rm 12, 2), che ripete:
Per avere l’amore, vinci la paura della sofferenza.
Non conformatevi al mondo così com’è, ripete
Paolo, ai suoi valori, miti, piccolezze. E forse noi cerchiamo di non adeguarci, perché il mondo così com’è
non ci piace; ma che cosa facciamo per sollevarlo?
Vorrei lasciare alla vostra riflessione una frase incisiva di Albert Einstein:
Il dramma del mondo non è che alcuni fanno il male, ma
che la grande maggioranza non si oppone al male, e fa finta di non vedere.
Siamo di questa maggioranza: il mondo non ci piace, eppure ci adeguiamo.
Ma non c’è pace se dimentico che ho un’anima e
che essa è in me il respiro di Dio. Non c’è pace perché
questo respiro vale più di tutto il mondo, e senza di esso sarei niente: guadagnerei il mondo, ma perderei me
stesso. Non c’è pace se ci conformiamo, non c’è pace
se il nostro destino non supera noi stessi.
L’ha detto Gesù: «Siate perfetti come il Padre, siate misericordiosi come il Padre, amatevi come io vi ho
amato, così in terra come in cielo». Allora si apre il più
grande orizzonte; per noi vale: come il cielo, come il
Cristo, come il Padre.
Questo è prendere la croce, croce di luce, spina di
luce che fa rifiorire la rosa del mondo.
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XXIII DOMENICA
Se ti ascolterà,
avrai guadagnato il tuo fratello.
(Mt 18, 15-20)
Dice il profeta Ezechiele: Ti ho fatto sentinella, custode, voce per i tuoi fratelli. Dice Paolo: Avete un solo
debito da versare ognuno nelle mani e nel cuore dell’altro, quello di un amore reciproco. Mai senza l’altro. L’uomo non può essere uomo senza l’altro, tanto
meno il cristiano può essere tale senza l’altro.
Ma c’è di più. In una società di competizione, il cristiano è diverso: è custode, debitore, intercessore degli altri. Non un pretendente, ma un debitore grato,
che restituisce amore: verso i genitori, verso gli amici,
verso coloro che ti fanno vivere solo, o soprattutto,
perché ti vogliono bene. In una società dove è acquisito ormai che l’uomo è un essere sociale, il credente dice che questo non basta, che dove due o tre sono riuniti nel nome di Cristo, lì c’è Cristo stesso, Dio seminato nei solchi dell’umanità.
Quando due o tre pregano; certamente, ma non solo: quando vivono secondo Dio, allora Dio è lì. Perché
la vita non è vuota, perché c’è una presenza. Quando
due o tre si guardano con pietà e verità, lì c’è Dio.
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Quando un uomo dice alla sua donna: Tu sei carne
della mia carne, vita della mia vita (cf. Gen 2, 23), lì c’è
Dio, cuore del loro cuore, nodo degli amori, legame
delle vite. Quando un genitore e un figlio si guardano
e si ascoltano con amore, lì c’è Dio. Quando l’amico
paga all’amico il debito del reciproco affetto, lì c’è
Cristo, l’uomo perfetto, il fine della storia umana,
punto focale dei desideri, gioia di ogni cuore, pienezza delle aspirazioni, forza che ti fa partire, energia che
ti mette in cammino verso tuo fratello.
Ed ecco il tema del Vangelo: «Se tuo fratello commette una colpa, tu va’ e ammoniscilo»: “tu” esci,
prendi il sentiero, bussa alla sua porta. Dio è una strada che ci porta, che ci spinge gli uni verso gli altri. Se
tuo fratello sbaglia, “tu” va’, che significa “tu” avvicinati, “tu” cammina verso di lui.
Ma che cosa mi autorizza a intervenire nella vita
dell’altro? Non la verità, non il fatto che io credo di essere nel vero, non la certezza di avere cose importanti
o buone da dare. Ciò che mi autorizza a intervenire
nella vita dell’altro è solo questa parola: “fratello”. Solo se porti il peso e la gioia dell’altro, se ne conosci le
lacrime, le speranze, solo se ne sei fratello, sei autorizzato a intervenire. Ciò che ci autorizza non è la verità
che crediamo di possedere, ma la fraternità che tentiamo di vivere.
Dice Paolo: I cristiani sono coloro che «fanno la verità nell’amore» (Ef 4, 15). E questo è importantissimo: sono coloro che fanno la verità nell’amore, cioè
coloro che non separano mai verità e amore. Per non
farli morire entrambi. Perché la verità e l’amore non
possono esistere separati. La verità senza amore porta
a tutti i conflitti, alle guerre di religione, ai “sacri ma-
227
celli”, ai roghi. «Mettere la verità prima della persona
è l’essenza della bestemmia» dice Simone Weil. D’altro canto, l’amore senza verità è sterile, perché è amore per caso, amore occasionale, fortuito, senza progetto né futuro.
«Se il fratello ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.» Questo verbo è stupendo: “guadagnare” un fratello. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per
il mondo, un talento, una ricchezza per Dio e per la
terra. Per questo un celebre detto ebraico assicura:
«Chi salva un solo uomo, salva il mondo intero».
Una parola luminosa dice Paolo ai cristiani di Roma: il debito della vita, il debito di esistere si paga con
l’amore: «Non abbiate altro debito con nessuno, se
non il debito di un amore reciproco» (Rm 13, 8). Questa parola luminosa dice che io devo restituire amore
al mondo, che io devo pagare un debito agli uomini.
Tutto sulla terra si paga col denaro; solo il senso della
vita si paga con l’amore.
Allora sentiamoci debitori, oggi, nei confronti
dei genitori, nei confronti degli amici, di quanti ci
vogliono bene e per questo ci fanno vivere, debitori
verso coloro che ci hanno insegnato la vita, forse addirittura salvato la vita, come, ad esempio, dei medici, o dei semplici operai. E poi debitori verso Dio.
È dalla coscienza del debito che nasce il canto, la lode, il Magnificat.
Noi non siamo dei pretendenti, non siamo coloro
cui tutto è dovuto e che ripetono che gli altri devono
dar loro stima, rispetto, servizio, amore. E questo in
famiglia, nel campo del lavoro... Noi spesso gridiamo:
Ho il diritto di essere amato. E invece no: tu hai il dovere di essere amabile e di restituire amore.
228
Noi non siamo dei pretendenti, ma dei debitori
grati. E questo è il primo atteggiamento della comunione dentro la mia casa, dentro la mia famiglia, dentro la mia comunità, persino nel rapporto con Dio. La
comunione cresce per la coscienza di essere debitori e
non pretendenti. L’elenco dei debiti che ho verso molti è l’elenco di motivi di gioia. E cresce la comunione
anche a partire da ciò che ha detto il profeta Ezechiele: noi tutti siamo responsabili della vita e della morte
di nostro fratello.
A Dio che gli chiede dov’è Abele, Caino risponde:
«Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9).
Ebbene, la risposta è chiara: «Sì, tu sei il custode».
Tutta la Bibbia risponde: «Sì, tu sei il custode di tuo
fratello». Ezechiele dice: «Tu sei sentinella di tuo fratello». Marguerite Yourcenar, una scrittrice moderna,
dice: «Ogni essere che ha vissuto l’avventura umana,
sono io». E Terenzio, scrittore romano del ii secolo
a.C., afferma: «Io sono uomo e nulla di quanto è umano mi è estraneo». Ci aiutino anche queste grandi persone a camminare sulle strade della comunione.
Un ultimo pensiero. Dice Gesù: «Ciò che legherete
sulla terra... ciò che scioglierete sulla terra, sarà legato
o sciolto anche nei cieli» (Mt 18, 18). Questo potere,
che non è conferito alla gerarchia o ai preti, ma è di
tutti i credenti, è il potere di creare comunione o separazione. E significa: ciò che avrete riunito attorno a
voi, le persone, gli affetti, le speranze, lo ritroverete
unito nel cielo; e ciò che avrete liberato attorno a voi,
energie, vita, audacia, sorrisi, non sarà più dimenticato, lo ritroverete liberato per sempre nel cielo.
«Ciò che scioglierete», allora: come lui che ha sciolto Lazzaro dalle bende della morte; «ciò che leghere-
229
te»: come lui che ha legato a sé uomini e donne capaci di scommettere sull’invisibile; ciò che scioglierete
avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre. Perché Dio dona eternità a tutto ciò
che di più bello hai seminato nel mondo.
230
XXIV DOMENICA
Quante volte dovrò perdonare al mio fratello?
(Mt 18, 21-35)
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. L’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché vivere il vangelo di Gesù
non è spostare un po’ più in alto gli obiettivi delle nostre azioni, spostare un po’ più avanti i paletti della
morale, del bene e del male..., ma è la lieta notizia che
l’amore di Dio non ha misura.
Perché devo perdonare? Perché devo rimettere il
debito? Perché cancellare l’offesa di mio fratello? La
risposta è molto semplice: perché così fa Dio; perché
il Regno è acquisire per me il cuore di Dio e poi immetterlo nelle mie relazioni.
Gesù lo dice con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di una città: un debito insolvibile.
«Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava...» e il re
provò compassione.
Il re non è il modello di chi fa rispettare la legge o
la giustizia. Non è il campione del diritto. È invece un
modello di compassione, del “patire insieme”. Sente
231
come suo il dolore del servo, l’angoscia della schiavitù.
Il dolore del servo viene a contare più del suo diritto.
Il dolore pesa più dell’oro.
Qui ci è mostrato il modo regale, il modo divino di
esistere. E per noi subito s’apre l’alternativa: o acquisire un cuore regale o mantenere un cuore servile come quello del grande debitore perdonato che, «appena uscito», trovò un servo come lui.
«Appena uscito»: non una settimana dopo, non il
giorno dopo, non un’ora dopo. «Appena uscito», ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato,
appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l’esperienza di come sia un cuore di re,
«presolo per il collo, lo strangolava gridando: “Dammi i miei centesimi”», lui perdonato di miliardi!
Quale forza di male c’è in noi! È incredibile: per fare il bene noi riusciamo ad esprimere una forza equivalente a dieci; per fare il male, quando gridano dentro cattiveria e odio, riusciamo ad esprimere una forza
equivalente a mille! Questo è il modo servile di esistere, di noi servi di mammona, servi di poco o molto denaro, anziché servitori dei fratelli.
Eppure, questo servo che strangola l’altro servo
non fa nulla che non sia suo diritto fare: giustizia voleva che fosse pagato. I debiti vanno onorati. È giusto e
spietato, al tempo stesso onesto e cattivo. Com’è facile essere onesti e cattivi! Così noi, giusti e cattivi, esigiamo spesso ciò che ci spetta, spietatamente, bravissimi a far scendere in campo tutti i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri.
L’uomo moderno passa nel mondo come un grande
narciso che dice o pensa: “Tutti mi devono qualcosa:
mio marito, mia moglie, i miei genitori, i miei figli mi de-
232
vono dare... La scuola, la società, il padrone, il dipendente, lo Stato, tutti mi devono dare...”. E invece no. Io
non sono nel mondo un creditore, ma un debitore. La
famiglia, gli amici, la società mi hanno dato quanto io
non potrò mai restituire in tutta la vita. Io non sono un
esattore, ma uno che restituisce: ho ricevuto amore e restituisco amore; ho ricevuto pietà e restituisco pietà.
Non passo nel mondo come un predatore della vita, ma come un servitore della vita. E imparo dal cuore compassionato del re a passare dall’amore che
prende all’amore che dona, ad amare in perdita, a passare dal cuore servile a un cuore regale. Perché il dolore di un compagno di umanità conta più di cento denari, più di diecimila talenti; più del mio diritto conta
il suo dolore o la sua paura. Ci insegni il Signore a passare dal narcisismo al servizio!
Grande è l’insegnamento della parabola: il diritto
non basta per essere uomini. La giustizia non basta
per fare l’uomo nuovo. Anzi, il diritto e la giustizia da
soli possono diventare il massimo dell’ingiustizia.
L’estrema giustizia (ridammi i miei centesimi) può
contenere la massima offesa all’uomo. «Occhio per
occhio, dente per dente», debito per debito: è la linea
della giustizia.
Sulla linea dell’equivalenza Gesù propone quella
della non equivalenza tra bene e male, del disequilibrio che nasce dalla pietà. «Il re fu preso alle viscere»
scrive Matteo (18, 27), che riporta alla fine le sue parole: «Non dovevi forse anche tu aver pietà di lui, così come io ho avuto pietà di te?» (v. 33).
Perché perdonare? Perché così fa Dio. Per acquisire il cuore di Dio, per acquisire questo divino disordine dentro i rapporti ordinati del dare e dell’avere.
233
Ma come faccio a provare pietà per chi mi ha offeso?
Il peccato contro di me – lo sento – mi crea dentro un
legame doloroso, continua a girarmi nella testa, mi imprigiona insieme con l’altro, mi lega a lui in un desiderio di vendetta e di male. E se a un’offesa io rispondo
con una controffesa, se riscuoto il mio debito, raddoppio il legame doloroso tra me e l’altro. Anziché annullare il debito, aggiungo un nuovo sentiero di male, stringo un nuovo laccio, fino a creare una rete, un labirinto
impraticabile, fino all’immagine violenta della parabola
(le mani di un uomo sul collo di un altro uomo), fino al
carcere, evocato ben tre volte in pochi versetti. La nostra logica, le nostre misure di offesa e controffesa creano solo reciproche prigioni, un universo di concentrazione di legami maligni, un mondo imprigionato.
Perdonare, invece, significa sciogliere questo nodo,
significa – come dice il verbo greco aphíemi – lasciare
andare, lasciare libero, troncare i tentacoli e le corde
che ci annodano malignamente in una reciprocità di
debiti. Assolvere significa sciogliere e dare libertà. La
nostra logica ci imprigiona in un labirinto di legami.
Occorre qualcosa di illogico: il perdono, fino a settanta volte sette, fino a una misura che si prende gioco dei
nostri numeri e della nostra logica.
Infine, e così si chiude la parabola: «Così il Padre
mio celeste farà a ciascuno di voi se non perdonerete
di cuore al vostro fratello». Cos’è “perdonare di cuore”? Noi perdoniamo, certo, ma in un angolo della
memoria conserviamo un po’ di rancore; noi perdoniamo, ma in un angolo dell’anima conserviamo ostilità per quella persona, non ci fidiamo più.
È difficilissimo perdonare di cuore. Perché significa scommettere ancora sull’uomo, ma per atto di fede,
234
non per atto d’istinto. Bisogna dare credito all’altro:
non in base al suo passato, ma puntando sul suo futuro; non per un atto di intelligenza, ma per un atto di
speranza; non perché sia vicino o probabile il suo ravvedimento, ma perché Dio fa così.
Per Cristo, il bene possibile che io posso compiere
da qui in avanti conta di più del peccato presente,
conta molto di più di tutto il male passato. Per questo
Dio perdona, perché il tuo futuro conta di più. “Perdono” – áphesis – non indica una sensazione, ma un
movimento; evoca il salpare della nave, lo scoccare
della freccia, il partire della carovana, il varcare le soglie della prigione, le porte della città.
Il perdono libera il mondo. Il perdono libera me.
Così il sacramento della confessione non è qualcosa
che riguarda il passato, ma qualcosa che riguarda il futuro. Dio perdona come chi ti sospinge nel futuro.
Dio perdona come un liberatore. Dio ti fa salpare verso albe intatte, come il vento dello Spirito che gonfia
le vele: un supplemento di energia che rilancia la vita.
235
XXV DOMENICA
Amico, sei invidioso perché io sono buono?
(Mt 20, 1-16)
Finalmente un Dio che non è “padrone”, nemmeno il
migliore dei padroni. È un’altra cosa.
Oggi il Vangelo ci parla ancora di un Dio che compie cose folli, gratuite, insensate, utopiche, che crea
una vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce le
leggi dello scambio normale tra uomini. Il gruppo dei
lavoratori contesta e si trova lanciato in un’avventura
sconosciuta: «Io sono buono». Questo è il di più della
storia, l’estasi della storia.
E contestano; e sono tristi gli operai che hanno lavorato fin dal mattino, perché pensano che tutto sia
dovuto ai meriti. Ebbene, Dio non si merita, Dio si accoglie. Dio non è un contabile. Non ha un cuore di
mercante, né un cuore di padrone. Dio è ricchezza in
cerca della nostra povertà: egli ama in perdita, dona
senza esigere il contraccambio, ama per creare felicità.
Anche l’amore non si merita: si accoglie, con stupore e gratitudine. Dio dice nella prima lettura: «I miei
pensieri non sono i vostri pensieri» (Is 55, 8), il mio stile non è il vostro stile.
236
Il nostro Dio è diverso: chiama al suo banchetto gli
ultimi, i barboni, gli zingari; ti dice di dare a chi sai che
non potrà restituire (cf. Lc 14, 12ss); preferisce gli
spiccioli della vedova ai milioni dei ricchi (cf. Mc 12,
41ss). È un trasgressore delle leggi del buon senso,
perfino delle leggi della giustizia.
La bontà di Dio va oltre la giustizia. L’amore non
è giusto, è un’altra cosa. La giustizia non basta per
essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Ecco come i piani di Dio sorpassano i piani degli uomini, anche i piani puliti, accettabili, giusti, come è
giusto pagare ciascuno secondo il proprio lavoro.
Dio è diverso, ma è diversa pienezza. Mai un Dio
che calcola o sottrae, ma un Dio che aggiunge continuamente un di più.
Dice Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Desidero salpare dal mio corpo per essere con Cristo; però è più
necessario per voi ch’io rimanga» (1, 23). C’è qualcosa che spinge Paolo a rinunciare alla sua pienezza, alla
sua realizzazione personale, qualcosa di più importante ancora: trasmettere il vangelo, e con esso le vie per
la felice convivenza degli uomini. Qualcosa che lo fa
uscire dagli interessi personali, dai circuiti individuali;
perché, quando Dio seduce l’uomo, lo conduce fuori,
crea per lui grandi oggetti d’amore, lo fa uscire da sé.
Dio ti vieta di far ruotare tutto attorno a te stesso, per
far entrare te nella sua orbita.
«Per me vivere è Cristo» (Fil 1, 21). Frase stupenda. Quanto me ne sento lontano! Perché per me vivere è godere, viaggiare, amare, essere sano.
«Per me vivere è Cristo.» Per me vivere è realizzare
me stesso, tutti i miei talenti, e aiutare qualcuno attorno a me, i miei figli, a fare lo stesso. Non basta.
237
«Per me vivere è Cristo.» Per me vivere è realizzare qualcosa di importante, che rimanga, con le mie
forze; lavorare bene e vedermelo riconosciuto e ricompensato.
«Per me vivere è Cristo»: cioè conquistare la statura
e lo stile di Cristo, essere uomo nuovo per una nuova
terra, trasparenza della luce sepolta in me, trasparenza
dei pensieri di Dio, delle vie di Dio, il Dio sovrastante
quanto il cielo sovrasta la terra, quanto la croce, quanto il dono sovrasta la corta logica dell’equilibrio. Dell’equilibrato amore.
Il Vangelo di oggi ci sovrasta. Istintivamente mi
sento solidale con gli operai della prima ora, che contestano: non è giusto dare la medesima paga a chi lavora molto e a chi lavora soltanto un’ora. Non è giusto. Non è giusto, se al centro di tutto metto il denaro
e le leggi dell’economia. È vero: non è giusto.
Ma se mi lascio provocare da questa parabola, se,
come Dio, al centro metto non il denaro, ma l’uomo;
non la produttività, ma la persona; se metto al centro
quell’uomo concreto, quello delle cinque del pomeriggio, un bracciante senza terra, disoccupato, con i figli che hanno fame, che aspettano la sua paga per far
tacere il gemito del ventre affamato, allora non posso
mormorare contro chi intende assicurare la vita d’altri
oltre alla mia.
Ma c’è una seconda via per uscire dall’istintiva solidarietà con gli operai della prima ora. La parabola ci
invita a conquistare lo sguardo di Dio. Se l’operaio
dell’ultima ora io lo guardo con bontà, se lo vedo cioè
come un amico e non come un rivale, se lo guardo come mio fratello e non come un avversario, allora gioisco con lui della paga insperata, non mi sento defrau-
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dato, mi rallegro con il mio amico, faccio festa con
mio fratello e ci sentiamo entrambi più ricchi.
Questione di bontà. Che, impietosamente, mette a
nudo la grettezza del nostro cuore. Io mi sento impoverito se un altro riceve quanto me, mi sento umiliato
e defraudato se qualcuno è reso uguale a me; io che
voglio essere sempre “uno della prima ora”, superiore
agli altri, io che non godo del bene che si diffonde, che
non so gioire della fortuna toccata ad altri. Lo sappiamo bene: è più facile partecipare alla sofferenza o al
dolore di una persona che non alla sua gioia. Ci vuole
un cuore più puro.
E c’è una terza via per uscire dall’istintiva solidarietà con quelli della prima ora: lo sconcerto verso l’agire
di Dio dipende dal posto che io mi attribuisco in questa parabola. Se io ritengo di essere lavoratore instancabile della prima ora, cristiano esemplare, uno che dà
a Dio impegno e fatica, che pretende perché – penso –
Dio e la sua benevolenza si devono meritare, allora
posso essere urtato dalla larghezza di Dio. Così facevano i farisei. Se invece con umiltà, con verità, mi metto tra gli operai dell’ultima ora, tra i «servi inutili e
senza pretese» (Lc 17, 10), accanto ai peccatori, con
Maddalena e il buon ladrone, se conto non sui miei
meriti ma sulla bontà di Dio, allora la parabola mi rivela il segreto della speranza: Dio è buono.
Il segreto della speranza: «Ti dispiace che io sia
buono?» chiede il padrone a quelli che più hanno faticato. «Ti dispiace?» No, Signore, non mi dispiace,
perché quell’operaio dell’ultima ora sono io, un po’
ozioso, un po’ bisognoso. Non mi dispiace, perché
spesso, troppo spesso, non ho la forza di portare il peso della giornata e del caldo e dei miei problemi. Vie-
239
ni a cercarmi, anche se si è fatto tardi, anche se è l’ultima ora.
No, non mi dispiace che tu sia buono, anzi! Sono
felice di avere un Dio così, un Dio che urge contro le
meschine pareti del mio cuore fariseo, che urge contro
il balbettio amaro della mia anima, perché diventi finalmente la lingua luminosa di Dio.
240
XXVI DOMENICA
Va’ oggi a lavorare nella vigna.
(Mt 21, 28-32)
«Un uomo aveva due figli», e si potrebbe tradurre così: un uomo aveva due cuori.
Ognuno di noi ha in sé un cuore diviso, un cuore che
dice “sì” e uno che dice “no”, un cuore che dice e poi si
contraddice. Anche Paolo sapeva di avere un cuore così, quando afferma: «Io faccio quello che non vorrei,
mentre quello che vorrei fare non riesco a farlo» (cf. Rm
7, 15). Anche il salmista ha un cuore così, quando prega – ed è per me una delle preghiere più commoventi –
nel Salmo 51: «Signore, unifica il mio cuore», fallo uno,
che io non abbia un cuore diviso, che io non abbia due
cuori in lotta tra loro: donami un cuore integro. Il cuore, che è la porta degli dèi, diceva Aristotele.
Abbiamo tutti queste due anime rappresentate dai
due fratelli: quella delle parole e quella dei fatti. L’anima dell’apparire, del sembrare, e quella dell’essere.
L’anima del fingere per gli altri e quella del fare anche
se nessuno vede.
Il primo figlio, quello che dice “sì” e poi non fa, sono io quando gioco a fare il personaggio, quando agi-
241
sco per accattivarmi stima o simpatia, e tutto è una
piccola o grande commedia. “Personaggio” sono io
quando mi lascio manovrare come un burattino dai fili della vanità, dell’aver successo, del sembrare. “Persona” è invece colui che è sempre se stesso in pubblico e in privato, da solo e con gli altri, nel dire e nel fare. Il grande lavoro che tutti dobbiamo compiere, il
grande lavoro sui nostri due cuori è unificarli passando da “personaggio” a “persona”.
In realtà i due fratelli della parabola sono uguali,
hanno la stessa immagine del padre: il padre è uno che
impartisce ordini, un padre-padrone cui o sottomettersi o ribellarsi. Questa è l’immagine, che oltretutto
allontana tra loro i due fratelli: non si troveranno mai
insieme. Questo padre separa. Allora devo cambiare
la mia idea su di lui; ma come fare?
È questa la prima conversione. Io non voglio essere
né ribelle né servile; oltre la ribellione e oltre la sottomissione io voglio scoprire, posso scoprire con Gesù
che il Padre è amore e libertà.
Che sia libertà lo scopre il secondo figlio, quello
che dice: «No, non ci vado». È migliore dell’altro,
pensa almeno che Dio rispetterà la libertà, che può
non andare senza essere per questo rifiutato o punito.
L’altro che dice “sì” e non va è messo peggio, considera il padre come un padrone e lo inganna perché ha
paura di lui. Neppure intuisce che ci possa essere libertà. La menzogna è così, è sempre omicida, toglie
all’uomo la libertà, toglie all’uomo ciò che lo fa uomo,
toglie il cuore. La menzogna è omicida!
Che il Padre sia amore lo fa poi capire Gesù, proseguendo con una delle parole più dure e più consolanti che egli abbia mai detto ai suoi interlocutori. La pa-
242
rola dura e consolante è questa: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Perché essi sono come il secondo figlio, hanno detto “no”, la loro vita era sciupata, ma poi hanno creduto a Giovanni. Dura la frase! Perché a noi, quelli del “sì”, quelli
che ci sentiamo vicini, che diciamo «Signore, Signore», noi dalle parole belle, noi dalle molte preghiere,
siamo detti “i senza conversione”.
Ma è consolante questa parola, perché in Dio non
c’è ombra di condanna: solo la promessa di una vita
totalmente rinnovata per tutti. Dio ha fiducia sempre
in ogni uomo, Dio crede anche nelle prostitute e crede in noi, sempre, nonostante tutti i nostri errori, nonostante i nostri ritardi nel dire quel “sì” che lui attende. Nessuno è perduto per sempre!
Io credo in Dio perché Dio crede in me, do fiducia a
colui che mi dà fiducia, mi inginocchio davanti a lui
perché lui per primo si è inginocchiato, in Gesù, ai nostri piedi: nel primo giorno con la carne bambina e indifesa di Gesù, nell’ultima sera con la lavanda dei piedi.
Dio crede in noi, sempre! Allora posso cominciare
la mia conversione. Dio non è un dovere: è amore e libertà. Per dovere nessuno potrà mai amare. Io sono
qui con i miei due cuori a cercare di convertirmi da
Dio come dovere a Dio come desiderio, perché la vita
non si muove per imposizioni, per coercizioni, per ordini da eseguire, ma si muove per una passione; e la
passione nasce da una bellezza: la bellezza di Dio così
come lo mostra Gesù.
Non si illude Gesù. Conosce bene come siamo fatti; non esiste un terzo figlio illusorio, un terzo figlio
utopico, quello che dice “sì” come il primo e poi fa come il secondo. Io non sono il figlio che Dio ha sogna-
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to, io non sono il figlio che lui avrebbe voluto; ma Gesù mi dice: Non temere. La tua vita è fatta di svolte, di
passaggi, non è un sentiero dritto e lineare; la tua vita
non è una lunga strada nel sole.
Io lo so bene. I miei sentieri si aggrovigliano, si
spezzano e poi riprendono, ritornano su se stessi e poi
vengono rilanciati ancora in avanti; allora capisco
quello che Gesù vuole dire. La storia di ciascuno di
noi è fatta di conversioni, di cambiamenti di direzione, e io lo posso ancora fare, posso ancora ogni giorno
cambiare direzione alla mia vita e approfondirla; e lo
posso fare perché Dio ha fiducia anche nelle prostitute, ha fiducia in me. La mia conversione, allora, è un
cammino laborioso e mai concluso, un lungo cammino per diventare da servo figlio, da ribelle figlio: convertirsi è, nel Vangelo di Matteo, riconoscersi figlio e
vivere da fratello.
Un ultimo messaggio in questa piccola parabola.
Il valore grande, il valore ultimo è la vigna, il giardino, il
frutto possibile, il grappolo maturo. Ciò che Dio domanda non è semplicemente l’obbedienza o la fatica, ma
di lavorare per una fecondità della terra. La morale
evangelica è la morale del frutto, non quella dello sforzo
fine a se stesso. «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,
16). Vite fruttuose o vite sterili: ecco l’alternativa!
Queste sono le due scelte opposte fatte dai due figli. C’è qualcosa che conta più dell’obbedienza: hai
davanti a te la vita o la morte, scegli! Il problema non
è obbedire o disobbedire, ma, come dice il profeta
Ezechiele nella prima lettura, «far vivere se stessi o far
morire se stessi». La differenza è tra chi vive una vita
inutile, sterile, che non serve a nessuno se non alle
proprie voglie, e chi trasforma una porzione di deser-
244
to in vigna e la polvere in vendemmia e la propria famiglia in un frammento del sogno di Dio. Anche se
nessuno se ne accorge, anche lavando in segreto i piedi di coloro che ci sono affidati, anche lavorando nella propria casa. Quanti lavoratori segreti ci sono nella
vigna di Dio! Perfino quelli che apparivano perduti,
come le prostitute.
Il problema non è semplicemente dire “sì” o dire
“no” a un Dio padrone, ma il fatto che le parole di Dio
sono rivelazione della strada che costruisce l’uomo in
umanità. Operare secondo Dio è costruire l’uomo in
umanità, non operare secondo Dio è distruggere l’uomo in umanità.
Siamo figli che si stanno convertendo al volto del
Dio bello, che conquistano – come dice oggi Paolo –
«gli stessi sentimenti di Cristo», che imparano dal
Crocifisso cosa sia il patire per me di un Dio appassionato di me. Questa intuizione di Paolo è il programma
di tutta la mia vita: avere gli stessi sentimenti di Cristo.
Allora l’amore e il vino nuovo nasceranno da tante, da
tutte le nostre piccole vigne segrete, là dove tu e io ci
impegniamo a rendere meno arida la terra, a rendere
meno soli gli uomini, a rendere meno contraddittorio
il nostro cuore.
245
XXVII DOMENICA
Darà la vigna ad altri vignaioli.
(Mt 21, 33-43)
Isaia intona oggi il canto dell’amore deluso: «Canterò
per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna». Vigna d’uva selvatica in Isaia, vendemmia di
sangue nel Vangelo di Matteo: è la domenica delle delusioni di Dio.
La parabola racconta l’amore deluso di chi ha piantato la vigna, l’ha cinta come un abbraccio, vi ha scavato un tino, alzato una torre per difenderla, e poi se n’è
addirittura andato. Emigra altrove, il signore della vigna, per dare a noi tutti la piena libertà di essere noi
stessi. È l’assenza di Dio che garantisce la nostra libertà.
La parabola racconta un amore deluso, ma racconta soprattutto una passione che nessuna delusione può
spegnere, che non si arrende, che prende sempre nuovi sviluppi, che non è mai a corto di meraviglie.
E ricomincia, dopo ogni rifiuto, ad assediare il mio
cuore con nuovi profeti, con nuovi servitori, con il figlio, e poi ancora con le pietre scartate, i più poveri, fino alla fine, quando il Regno sarà tolto e dato a un popolo che lo farà fruttificare. Poi, forse, inizierà di nuo-
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vo la conta della speranza e della delusione! Così è il
nostro Dio: in lui il lamento non prevale mai sulla speranza. La parabola non è solo amara: alla fine Dio vince, l’amore vince.
Per ogni contadino la vigna è il campo preferito. Se
vado nei miei ricordi, tra tutti i campi della mia famiglia davvero la vigna era la più amata. Di essa si parla
in casa, si devia sulla strada del ritorno per poterla solo attraversare, e la vendemmia è il lavoro più gioioso
dell’anno.
Vigna e passione di Dio è la mia vita. E il mio scopo
è portare frutto, il mio rischio è la sterilità. Il senso della mia vita e la mia felicità si giocano fra sterilità e fecondità. Non è il lavoro, il sacrificio, l’osservanza delle
regole che fanno grande e utile una vita, ma il frutto
buono, concreto, reale, succoso, il bicchiere d’acqua
fresca, la lacrima asciugata, la parola che consola davvero, lo sguardo che scende nel profondo, un po’ di
strada fatta con chi te lo ha chiesto perché ha paura.
La morale evangelica è la morale del frutto, non
semplicemente del peccato evitato. Infatti, chi non dà
frutto sarà tagliato e gettato via, come un tralcio inutile, come una vita inutile.
Il grande rischio è vivere una vita sterile. Perché il
vendemmiatore viene; viene non solo nell’ultimo giorno, ma viene ogni giorno, viene nelle persone che cercano pane, vangelo, giustizia, che cercano un po’ di
coraggio per andare avanti. Cosa trovano in noi? Vino
buono o aceto aspro? Vigna e delusione di Dio è la
mia vita.
Alla fine della parabola c’è un monito grave: il Regno ci sarà tolto. Parole da ascoltare, ciascuno e tutti
insieme e questa società intera. Sono le parole che
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Giovanni nell’Apocalisse rivolge alla Chiesa di Efeso:
«Se non porterai frutto, il candelabro ti sarà tolto!»
(cf. 2, 5). Noi rischiamo di perdere la luce, rischiamo
che si spenga la nostra lucerna. Rischio della Chiesa,
di me, del nostro mondo è una vita spenta.
Ma c’è di più. La parabola dell’amore deluso non
si conclude con un fallimento. Tra Dio e l’uomo le
sconfitte servono soltanto a far meglio risaltare l’amore di Dio. Lo vediamo in Gesù, che alla fine del
brano pone una domanda: «Cosa farà il padrone della vigna?». La soluzione proposta dai Giudei è logica: ancora sangue, nuovi vignaioli, nuovi tributi. Come se non fosse successo nulla! Riprende il ciclo immutabile del dare e dell’avere. E tutto torna come
prima. La loro idea di giustizia è solo riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del male,
mantenendo però intatto il “sistema vigna”, dove c’è
un padrone, ci sono dei lavoratori, c’è un reddito da
dividere, un contratto da onorare.
Ma Gesù non è d’accordo. Egli fa appello alla
Scrittura e dice: «Non avete mai letto...?». Fa appello
alla Scrittura per uscire proprio da questa logica, perché con questo sistema ci sarà sempre violenza nella
vigna e figli uccisi e lavoratori condannati. E il Figlio e
la croce sarebbero venuti invano.
Gesù introduce a questo punto la novità propria
del vangelo: Dio non spreca la storia in vendette, non
sprecherà l’eternità in vendette. Il suo regno è una casa nuova la cui pietra angolare è Cristo, una vigna
nuova dove la vite vera è Cristo.
Con un’immagine molto bella Lanza del Vasto ha
scritto: «L’arca aveva una vigna per vela». L’arca, che è
l’umanità, questa nostra storia che naviga sulle acque
248
di ininterrotti diluvi, avanza sospinta da una vela nuova in cui soffia il vento di Dio, una vela che è una vigna, che è Cristo, la vite vera su cui tutti siamo innestati. E cresce la vela con il crescere di Cristo in tutti
gli uomini. E avanza la storia. In me deve fruttificare il
seme di Cristo e crescerà la vela dell’arca.
«Il regno di Dio sarà dato a un popolo che lo farà
fruttificare.» Gesù ci accompagna, allora, fuori dall’idea di avere sempre un debito da pagare a Dio, il grande esattore delle tasse dell’anima, il padrone esigente!
Parla di frutto e non più di raccolti da restituire.
Il Regno «sarà dato», ed è un verbo nuovo, diverso.
La vigna non è più affidata, è donata. E il frutto che la
vigna matura non è un debito da restituire, ma dono,
maturità, bellezza, crescita del mondo, è uomo nuovo,
pienezza della creazione, gioia della vigna.
Il problema ultimo non è pagare o no il tributo al
padrone, ma portare frutto. La vigna sarà data a chi
saprà riempire di frutti il mondo. Il mondo appartiene
a chi lo rende migliore, la terra appartiene a chi la fa
fiorire, la vigna è di colui che fa maturare grappoli pieni di sole e di miele.
Da padrone, Dio diventa donatore. Il Regno è per
voi. Lo annuncia Gesù nella sinagoga di Nazaret: il
Regno è per voi prigionieri, ciechi, oppressi. Lo annuncia sul monte delle beatitudini: il Regno è per voi
poveri; voi miti erediterete la terra. Dio dimentica se
stesso, e il suo obiettivo è una terra di figli e non più di
servi. Il suo obiettivo è una terra di figli che vivono da
fratelli, una terra che produca i frutti che Isaia ha enumerato: «Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine,
non più grida di oppressi, non più sangue». Il frutto
che il padrone attende non è rivolto al suo interesse,
249
ma riguarda il volto dei suoi figli: un volto non più
umiliato, non più schiacciato.
Il frutto che il padrone attende è che la vite vera,
che è Cristo, cresca fino a diventare la vigna del mondo. Il Regno nuovo è Cristo roccia, vite, vino di festa.
Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto.
Cresco di lui. «Per me vivere è Cristo!» (Fil 1, 21).
Perché il mondo non è mio, ma a me è dato perché
io lo renda migliore e faccia crescere vigne come vele
per l’arca della storia, e vi faccia crescere Cristo, frutto saporoso, che conforta la vita, che ci fa navigare
verso la terra sognata da Isaia, dove i figli vivono da
fratelli.
250
XXVIII DOMENICA
Tutti quelli che troverete,
chiamateli alle nozze.
(Mt 22, 1-14)
Tutto comincia con un dono, ed è la regola suprema
della creazione. In principio non c’è quello che io devo fare per Dio, ma ciò che Dio fa per me: ha preparato il banchetto. Immeritato dono.
Tutto è pronto, venite! In principio è il dono. E poi
l’invito: che non è un obbligo, non un comando o un
dovere, e che ti dichiara libero, di una libertà totale e
drammatica. Drammatica per te, perché puoi scegliere la morte, ma drammatica anche per Dio. Noi uomini siamo il rischio di Dio.
Il dramma di Dio è la sala vuota, la reggia senza
canti, il rischio di chiese vuote e senza canto: il Dio del
pane e del vino che nessuno vuole e nessuno gusta, il
Dio della parola che nessuno ascolta, questo Dio a rischio di fronte alla libertà e al cuore dell’uomo. Ma in
questa parabola ci sono molte sorprese. Voglio elencarne alcune che mi danno commozione.
Per due domeniche Gesù ha parlato con l’immagine della vigna, oggi invece parla di un banchetto. Il regno di Dio non è solo vigna, cioè lavoro e fatica e im-
251
pegno, ma è anche il banchetto, cioè un’offerta di
gioia, di solarità, un progetto di vita buona, bella e felice. Il regno di Dio porta con sé la gioia di vivere, il
godimento di esistere. E questo piacere di vivere, provato con gratitudine e senza narcisismo, è ciò che Dio
ha in mente per me.
Allora l’immagine del banchetto ci insegna che
dobbiamo gustare la vita. Come Gesù: un rabbi che
amava i banchetti. Nell’ultimo giorno – dice una tradizione ebraica – la seconda delle due domande che
Dio porrà a ciascuno è questa: «Perché hai permesso
che andassero sprecate le cose buone che ho messo
davanti a te? Perché non hai goduto di tutta la bontà e
bellezza che io ho posto sul tuo cammino?».
Un’altra sorpresa gioiosa viene dalla tenacia del re,
dalla sua insistenza: egli manda i servi una prima volta,
poi manda altri servi, e una terza volta ancora, e li manda per strade e crocicchi a raccogliere tutti, buoni e cattivi. Ha un sogno questo re: la sala colma! Ed è un Dio
che non si scoraggia, che non si perde d’animo. E se io
oppongo un ostacolo al suo sogno, se gli invitati rifiutano, egli allarga l’invito, dilata il sogno, apre nuove vie.
Noi, di fronte a un ostacolo, ci arrendiamo, cambiamo
progetto. Dio no, egli non disarma, ma apre, allarga, inventa nuove comunioni. E se le case si chiudono, egli
apre strade lungo le siepi. Dio non fallisce.
Perché Dio non ha bisogno di gente che lo serva,
ma ha bisogno lui di servire. Dio non è in cerca di chi
faccia qualcosa per lui, ma di chi gli lasci fare qualcosa, di chi lo lasci essere servitore della vita, di chi lo lasci essere Dio: di gente che si lasci amare da lui, che si
lasci fare lieta. E se c’è qualcosa che autorizza Dio a
proporsi, e poi a riproporsi, e poi a farlo ancora un’al-
252
tra volta, è il fatto che Dio conforta la vita e la fa lieta
e forte.
Se io vado alla comunione e mi metto in fila con
tanti, buoni e cattivi, io buono e cattivo al tempo stesso, perché lo faccio? Solo perché lui mi ha chiamato!
È Dio che vuole fare comunione con me, non sono io
che voglio e non voglio. Non vado a “prendere” la comunione per me, vado ad “accogliere”. Alla comunione io vado per fare la sua volontà, non la mia. E allora
so bene che non sarò mai degno, sono soltanto un uomo dei crocicchi, uno delle strade, uno di quei tanti
buoni e cattivi scovati alla fine dai servi (chi di loro è
degno?), ma accolgo l’invito e lascio che Dio sia Dio,
gli consento di essere il Dio della comunione, il Dio
del dono, gli permetto di essere Padre, accolgo questo
Dio che è Dio soltanto quando dona, quando si dona.
Dopo la parte di Dio viene però la nostra parte. La
parabola inizia con la reggia senza festa, con la sala
vuota, e termina con un dramma: «Gettatelo fuori!».
La parabola mi dice, con le sue parole dure, che è possibile fallire la vita, è possibile fare scelte di morte,
sbagliare l’esistenza. A ognuno è posta una condizione: il vestito di nozze. L’uomo che non l’ha indossato
non è peggiore degli altri; in quella sala buoni e cattivi
si confondono, ma lui, appunto, non si confonde con
gli altri, non ha fatto in modo di essere in comunione
con gli altri. È solo, isolato, non porta il suo contributo di bellezza alla liturgia gioiosa delle nozze. Ha la
stessa mentalità di quelli che hanno rifiutato l’invito: è
lì come se fosse altrove.
Forse quell’uomo non ha creduto alla festa, non
crede possibile che un re inviti davvero a palazzo
straccioni e poveracci, giusti e peccatori. Un re non fa
253
così, pensa: chiama i suoi pari, chiama i potenti. Un re
esige e pretende, il re prende e non dona.
È il dramma dell’uomo che si è sbagliato su Dio.
Perché sbagliarci su Dio è una tragedia, è il peggio che
ci possa capitare. Diceva padre Turoldo:
Perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sugli altri,
su noi stessi. Se ti sbagli su Dio, ti sbagli poi anche sull’uomo, perché l’uomo altro non è che immagine e somiglianza di Dio.
Qual è, allora, l’abito da indossare per non fallire la
vita? Quando siamo stati battezzati, ci è stato fatto dono di una veste bianca e il sacerdote ha detto così:
«Caro bambino, ti sei rivestito di Cristo!». E tutto il
resto della vita sarà indossare Cristo, indossare la sua
vita. Il mio compito di cristiano è passare la vita a rivestirmi di Cristo, ad avere i suoi sentimenti, a nutrirmi delle sue parole, a pensare i suoi pensieri, a seminare sulla terra i suoi gesti. A respirare Cristo.
Allora farò l’esperienza bellissima di Paolo, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «Tutto posso in
colui che mi dà la forza». Dio non dà la soluzione dei
problemi, ma dà la forza per affrontarli. Dio non garantisce la salute o la ricchezza, ma assicura la forza
nella malattia. Dio non dona l’abbondanza, ma fa nascere la forza della condivisione. Come lui, il cristiano
è chiamato non a fornire pane, ma lievito, vale a dire
non il prodotto finale, ma forza: forza di ispirazione,
di dilatazione, di ascensione.
Con un Dio così, che mi dà la forza, io sento germogliare speranza. «Tutto posso in colui che mi dà la
forza»: non mi toglie la notte, ma mi dà occhi che bu-
254
cano le tenebre; non cancella le tempeste dalla mia vita, ma mi fornisce forza perché io continui a remare, a
reggere forte il timone.
C’è un banchetto per alcuni sulla terra, ma è anche
vero che per troppi c’è una mensa di lacrime, un pane
di pianto, calici solo di dolore. Cosa fare? Paolo indica
una via: «Avete fatto bene a prendere parte alla mia tribolazione». Il banchetto sognato da Isaia suppone che
noi tutti prendiamo parte alla tribolazione di molti.
Ci doni il Signore il coraggio tenace del re della
parabola, la sua ostinazione nel sogno, accenda la sorpresa di avere un Dio così: che ha a cuore la gioia dei
suoi figli, che ama la gioia, che dà la forza.
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XXIX DOMENICA
Date a Cesare quello che è di Cesare
e a Dio quello che è di Dio.
(Mt 22, 15-21)
In questa domenica il Signore Gesù con una frase lapidaria dice: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a
Dio quello che è di Dio». E come Cesare cerca la propria immagine su una moneta, così Dio cerca la propria immagine nella nostra anima. Domandiamoci se
abbiamo disprezzato l’immagine di Dio in noi, se la
nostra vita è sempre secondo il vangelo del Signore,
contro la superficialità, contro il disimpegno.
Cesare e Dio. Gesù si confronta con le due più
grandi passioni pubbliche: la religione e la politica.
Cesare e Dio, materia e spirito, terra e cielo, il tempio
e la città: sono i due poli, infinite volte ripetuti, di ogni
vita alta, che non voglia essere banale; l’eterno incrociarsi di tutti i bisogni e di tutti i desideri.
Nel punto di intersezione c’è il cristiano, che cerca
la sintesi di queste due passioni, quasi una croce composta dall’esistere orizzontale, che è l’abbraccio verso
il prossimo, e dall’esistere verticale, che è il cammino
verso Dio e verso il profondo. Ancora adesso, per ciascuno, materia e spirito compongono i due bracci del-
256
la croce su cui esistiamo, noi sintesi di due alleanze
crocifisse, di due amori.
Vengono da Gesù farisei ed erodiani, coloro che
sono abili dialettici e cercano di porre domande senza
uscita, domande le cui risposte scatenino passioni e
odi, e creino nemici: «È lecito o no pagare le tasse a
Roma?». Gesù aveva fra i suoi discepoli guerriglieri
anti-romani, come Simone Zelota, e insieme aveva
chiamato dei collaborazionisti dei Romani, come Matteo, che riscuoteva le tasse per Cesare. Ecco la grande
scommessa di Gesù: lo scandalo della comunione.
Com’era sua abitudine, Gesù non risponde alla domanda, ma allarga il problema. Se anche noi potessimo avere fra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di più. Sulla moneta era scritto “al divino
Cesare” o “al Dio Cesare”. Proprio questa sintesi pericolosa Gesù vuol fare esplodere: Cesare non è Dio.
Dice Gesù: Restituite a Cesare, alla politica, il valore, la dignità, i mezzi della politica, e lasciate a Dio il
valore di Dio. A Cesare vadano le cose, a Dio vadano
le persone. Forse intende dire: date alla materia ciò
che è della materia, ma soprattutto allo spirito quello
che è dello spirito.
La persona non appartiene al potere, l’uomo è di
Dio. L’uomo è quasi come una moneta su cui è riprodotta l’immagine di Dio. E Gesù usa una parola che
non vuol dire solo “date”, ma più precisamente “restituite”. Perché nulla di ciò che hai è tuo. Perché di nulla sei padrone, se non di un dono che viene da prima
di te e va oltre te: ciò che sei viene da Dio e viene da
Cesare, nel senso grande della società, della storia.
Esistere non è un diritto, prima ancora è un debito.
Sei in debito verso Dio e verso gli altri, sei in debito
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verso i tuoi genitori, verso la scuola, verso gli amici,
verso chi ti ama, sei in debito verso il lavoro e la fatica
di innumerevoli uomini che ora lavorano perché tu
possa essere qui, nutrito, vestito, al coperto, udendo e
vedendo.
Un tessuto di debiti è la nostra vita. Restituisci ciò
che hai avuto: in cultura, in istruzione, in salute, in
protezione. L’avere e il dare delle eterne alleanze, l’avere e il dare delle eterne comunioni, perché senza
avere e dare non esiste alleanza possibile, non esiste
Stato possibile, non esiste religione possibile. E come
restituire? Pagando il tuo tributo, certo, ma facendo
qualcosa che serva a qualcuno: paga il tuo tributo alla
fame spezzando il pane.
Dare a Cesare, alla società, al mondo ciò che è suo:
tu non puoi essere sazio, se tutti gli uomini non sono
un po’ sazi; tu non puoi essere felice, se tutti gli uomini non sono, un po’ almeno, felici; nessuno può essere
perfettamente libero, finché non sono liberi tutti.
Dare a Dio i talenti, ma moltiplicati; dare la gratitudine, restituire a Dio la sua immagine velata e lucente
in noi, e poi dare la gioia di vivere, l’umile piacere di
esistere della creatura che dice: Ho amato il tuo mondo; hai fatto bene tutte le cose; è bello vivere questa vita: la mia vita e poi la grande, innumerevole vita della
creazione.
«Restituite a Dio ciò che è di Dio» significa: riscopri l’impronta di Dio in tutte le cose, ricordati che sei
immagine di Dio. Non vivere senza mistero, rendi grazie per il miracolo dell’esistere. Ricordati che sei mistero, crocevia di finito e di infinito, crocifisso alla croce di due amori, Dio e il prossimo. Ricordati che sei
polvere, ricordati che sei immagine di Dio.
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«Restituite a Dio ciò che è di Dio.» Parola che dice
a Cesare: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa
di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentazione di possesso, ripeti a Cesare: Io
non ti appartengo. Io, come talento che porta coniata
l’effigie di Dio, devo restituire niente di meno di me
stesso, ma soltanto a lui.
Cesare e Dio. Diaconia e profezia. Servizio alla città degli uomini, incontro con il cielo. Questo è oggi e
sempre il vangelo dei cristiani.
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XXX DOMENICA
Amerai con tutto il cuore.
(Mt 22, 34-40)
«Qual è il più grande comandamento?» «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima,
con tutta la mente.» Per tre volte Gesù ripete l’appello alla totalità. Perché amore mediocre è negazione
dell’amore.
Appello all’impossibile. Perché l’uomo ama di tanto in tanto: solo Dio ama con tutto il cuore. Ripete parole antiche e note, ma aggiunge: «Il secondo comandamento è simile al primo». “Amerai il prossimo” è simile ad “amerai Dio”. Il prossimo è simile a Dio.
Questo è lo scandalo, la grande rivoluzione portata
dal vangelo e sottolineata da Gesù: «Ogni volta che
avete fatto qualcosa a uno dei miei fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me» (Mt 25, 40).
«Ama Dio con tutto il cuore.» Eppure, resta ancora del cuore per amare il marito, la moglie, il figlio,
l’amico, il prossimo e, per i discepoli veri, perfino il
nemico. Dio non ruba il cuore, anzi lo moltiplica.
Perché lo ha fatto lui più grande di tutte le cose create messe insieme.
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Il dottore della legge domanda un comandamento,
Gesù risponde con due inviti. Perché l’amore non si
comanda, non si impone; è impossibile obbligare ad
amare. Impossibile è l’amore obbligato. Forse il dottore chiedeva qualcosa da fare, qualcosa da non fare:
una legge chiara e rassicurante, e Gesù risponde con
una proposta molto più esigente, profonda, totale, che
parte in tutte le direzioni e che non si concluderà mai.
Di fronte ad essa nessuno potrà mai dire: Io sono a posto. Nessuno potrà mai dire: La mia coscienza di cristiano non mi rimprovera nulla.
Gesù sconvolge la morale facile, anche se apparentemente rigorosa, ma in fondo superficiale, del fariseo,
di me fariseo, e mi introduce in un altro ordine di cose, con un comando nuovo, possibile solo se il cuore è
fatto radicalmente nuovo, solo se lui vorrà allargarci il
cuore, cambiare il cuore di pietra in cuore di carne (cf.
Ez 11, 19-20), come cantiamo nel Salmo: «Osserverò
la tua parola, Signore, purché tu voglia allargarmi il
cuore» (Sal 119, 32).
Il cuore largo viene subito evocato da Gesù, che offre tre direzioni, tre oggetti d’amore: ama il tuo Signore, ama il tuo prossimo, come ami te stesso. È un terzo comandamento sempre dimenticato: perché se non
ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine.
Ama te stesso come intessuto di doni, come orma
di Dio, frammento del suo sogno; ama te stesso con
l’umiltà di santa Maria, che canta: «Il Signore ha fatto in me cose meravigliose» (Lc 1, 49); guàrdati in
trasparenza come un piccolo miracolo, come un unico prodigio.
261
Nostro orizzonte è questo cuore plurale, a più voci,
in cui «l’amore di Dio è come la melodia principale, il
canto fermo, attorno al quale può dispiegarsi il contrappunto degli altri amori. E nasce così la polifonia
della vita» (D. Bonhoeffer).
«Ama Dio con tutto il cuore» non significa «ama
lui solamente», ma «amalo senza mezze misure, senza
mediocrità». Allo stesso modo «amerai con tutto il
cuore» il tuo amico, il tuo familiare, lo amerai senza
calcolo e senza inganno. Il rischio di un vangelo mal
compreso è di farci smarrire la polifonia dell’esistenza,
di farci trascurare la vita in pienezza, di impoverirci.
Invece «abbiamo bisogno, tutti, di molto amore per
vivere bene» (J. Maritain).
Ma si può comandare un sentimento? Rispondiamo subito “no”: l’amore o è spontaneo o non è autentico. Eppure una forte parola di Paolo ci ricorda: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo
Gesù» (Fil 2, 5). Questa parola mi dice che io posso
evangelizzare il mio intimo, che posso approvare o
disapprovare ciò che nasce in me; che in me c’è tutto:
orma di Dio e traccia del male, che io posso accogliere o rifiutare; che io posso lavorare il mio cuore e dargli forma. Ad amare si impara imparando i sentimenti
di Cristo. Egli, pur essendo Dio, si fece simile agli uomini, si fece piccolo, si fece prossimo.
Impariamo, allora, per prima cosa a farci piccoli, a
diventare prossimo. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’odio spesso non è che una variante impazzita dell’amore. L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro: non lo vedi neppure, non esiste
più, non t’accorgi di lui. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla un uomo. L’indifferenza avvelena la terra,
262
ruba vita agli altri, uccide e lascia morire; è la linfa segreta del male: segreta, non eclatante come certi eventi clamorosi di odio, ma molto più subdola e sottile;
permea la nostra vita e la gela progressivamente.
«Amerai» significa non sarai mai indifferente! L’altro ti deve importare: l’uomo importa. Non separiamo
i due comandamenti.
Non credere che basti amare Dio: lo facevano anche i farisei nel tempio di Gerusalemme. Non puoi
amare Dio e disprezzare l’uomo: lo fanno i fondamentalisti... Il prossimo ha corpo, voce, cuore “simili” a
Dio. L’ha detto Gesù.
Ma non credere che basti amare il prossimo dicendo: «Io mi impegno per i poveri, per la pace, la giustizia: questo è il mio modo di pregare. Dio è solo qui».
Certo, Dio è lì, nei piccoli, ma è anche l’alfa e l’omega
del mondo, è l’eternità della vita, è l’unico che cambia
il cuore, l’unico che salva dal male me e mio fratello, è
l’Altro che viene perché il mondo sia altro da quello
che è, sia totalmente diverso.
Io mi fondo solo su un assoluto, mi affido solo a un
assoluto. Non separiamo i due comandamenti. Dice
sant’Agostino: «Nessuno si sottragga a un amore in
nome di un altro amore». Ad essi noi siamo crocifissi,
come ai due bracci della nostra croce, come alla nostra
risurrezione.
Così avremo in noi gli stessi sentimenti, la stessa
passione che era in Cristo Gesù. E saremo amici di
tutto ciò che vive sotto il sole, di tutto ciò che vive oltre il tempo, amici del genere umano e amici di un Dio
che dona eternità all’amore e a tutto ciò che di più bello portiamo nel cuore.
263
XXXI DOMENICA
Non fate secondo le loro opere,
perché dicono e non fanno.
(Mt 23, 1-12)
Sono io di quelli che «dicono e non fanno»? Ad esser
sincero, sì: dico e non faccio. Infinita è la distanza tra
la parola che proclamo e la mia vita. Dice Gesù: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei»
ed io, un po’ scriba e un po’ fariseo, da questa cattedra
dico e non faccio.
Il Vangelo di oggi brucia. La parola di Dio oggi è
durissima verso noi sacerdoti, noi preti; brucia le labbra di noi che diciamo e non facciamo.
Il profeta Malachia ha proclamato: «Guai a voi, sacerdoti, verrà una maledizione su di voi». Durissimo
esame di coscienza: «Se non mi ascoltate, cambierò in
maledizione le vostre benedizioni». È un esame di coscienza per tutti noi, popolo cristiano. E una soluzione Gesù la propone in questi termini: «Fate quello che
dicono, perché viene da Dio; non fate quello che fanno, perché viene solo da loro».
Ci soccorre Paolo con la bellissima espressione di
chiusura del brano di oggi: «La parola di Dio opera in
voi che credete» (1Ts 2, 13): agisce, lavora dentro, se-
264
mina, sradica, illumina già solo per il fatto di averle
dato ascolto. La parola opera in te, edifica, accende
fuochi, traccia strade, salva. Lo dice Gesù: «Voi siete
salvi per la parola che avete ascoltato». Sulla parola di
Dio non mi posso sbagliare, perché – dice il profeta –
in questo caso «tu, sacerdote, profani l’alleanza, profani Dio stesso».
È un esame durissimo quello della parola di Dio,
oggi, perché nessuno è esente dall’incoerenza tra il dire e il fare. E ciò è conseguenza di un progetto troppo
alto. Gesù ha detto: «Siate perfetti come il Padre» (Mt
5, 48). L’incoerenza è effetto di una debolezza che egli
conosce bene, e che Paolo sintetizzava così: «Faccio
quello che non vorrei e quello che vorrei fare non riesco a farlo» (Rm 7, 15).
Eppure, verso la debolezza Gesù si è sempre mostrato premuroso, come il vasaio che, se il vaso non è
riuscito, non lo butta via, ma riplasma l’argilla, la lavora di nuovo; come il pastore che si carica sulle spalle la
pecora che si era perduta; come al pozzo di Samaria,
quando offre acqua viva alla donna dai molti amori e
dalla grande sete.
La severità di Gesù non è rivolta alla nostra debolezza, non è rivolta alla distanza tra il dire e il fare. Noi
non saremo giudicati sull’aver raggiunto o no l’ideale
– perché nessuno sarà perfetto come Dio –, ma se verso l’ideale avremo camminato con lealtà, con l’infinita
pazienza di ricominciare, con la fatica di ripartire dopo ogni caduta.
La severità di Gesù colpisce l’ipocrisia, non la debolezza. Gli ipocriti dicono: «Io dico cose giuste,
quindi sono nel giusto. Io dico, quindi sono. Io faccio
il prete, quindi sono uomo di Dio».
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Ipocrita è il moralista che indurisce la legge per gli
altri; e più è severo con gli altri, più si sente vicino a
Dio. Lega pesi enormi sulle spalle degli altri, e si scandalizza se sotto quel peso gli altri si perdono, ma si
guarda bene dal caricarsi il peso, ad esempio, della
donna che è stata tradita e derisa e abbandonata, o il
peso dell’uomo solo che non ce la fa a vivere senza una
qualche forma di amore e che dice: C’è così poco amore per me, che io lo prendo là dove lo trovo.
Paolo oggi dice: «Avrei voluto darvi la mia vita».
L’ipocrita dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto». Io
non temo l’incoerenza di chi non ce la fa, di chi è ancora lontano dalla statura di Cristo. Temo invece l’ipocrisia di chi non cammina più, di chi non ha un progetto e giustifica tutto questo.
Nell’esame di coscienza che oggi propone, Gesù
elenca tre errori che svuotano la vita e ti allontanano da
te stesso. Il primo, l’abbiamo visto, è l’ipocrisia; il secondo è la vanità. Dice Gesù: «Tutto fanno per essere
ammirati», per essere applauditi. Conta ciò che gli altri
vedono di me. Io sono solo l’immagine di me, sempre
più estraneo a me stesso. Mi angoscia o mi esalta ciò
che gli altri dicono di me. E vivo una vita indiretta, di
riflesso e di echi, vanità che rende vuoto l’intimo.
Il terzo errore che Gesù denuncia è il gusto del potere, di farsi chiamare maestro. Ho forse bisogno anch’io
di abbassare qualcuno per sentirmi superiore? Ho bisogno di far chinare delle teste per sentirmi grande? Ho
bisogno di essere severo per illudermi giusto?
Il Vangelo ci offre altre tre regole per la pienezza di
vita: l’agire nascosto invece dell’apparire: «Chiuditi
nella tua camera e il Padre tuo che vede nel segreto ti
ascolterà» (Mt 6, 6). Chiede la semplicità invece della
266
doppiezza, e soprattutto il servizio invece del potere:
«Il più grande comandamento» abbiamo ascoltato nel
Vangelo domenica scorsa «è: “tu amerai”».
«Il più grande tra voi» ci dice Gesù oggi «è colui
che serve», colui che traduce l’amore nella divina follia del servizio. Il folle in Cristo è ormai il più intelligente. Follia e stoltezza della croce, del servizio, paradosso del vangelo, ma di cui c’è immenso bisogno. Diceva uno scrittore non credente, Leonardo Sciascia:
«Io ho bisogno che i cristiani ogni tanto accarezzino il
mondo contropelo, se non possono rovesciare i potenti dai troni». Almeno questo.
Ed è la strada contromano scelta da Gesù. Dio non
tiene il mondo ai suoi piedi: è lui ai piedi di tutti. Dio
non è il padrone dei padroni, ma il servitore che in
Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Dio non è il signore della vita: è di più e meglio, il servo di ogni vita. I
grandi del mondo si costruiscono troni di morte. Dio
non ha troni, si cinge di un asciugamano e vorrebbe
fasciare tutte le ferite della terra.
Dio come un servitore, che non esige ma sostiene,
che non pretende per sé ma si prende cura, che non rivendica diritti ma risponde ai bisogni. Servitore ineguagliabile. E se una gerarchia nella Chiesa deve sussistere, sarà rovesciata rispetto alle norme della società
terrena: «Voi siete tutti fratelli».
Ma non basta: sarà di nuovo rovesciata da Cristo,
che si è fatto da nostro fratello servitore di tutti. Gesù
cambia la radice del potere, la capovolge al sole, all’aria, e rivela che ogni uomo è capace di potere solo se è
capace di servizio.
Sia questa parola – “servizio” – il nome nuovo della storia, il nome segreto della civiltà.
267
XXXII DOMENICA
Ecco lo sposo, andategli incontro!
(Mt 25, 1-13)
Una parola lega oggi insieme, come un filo d’oro, le
tre letture. Questa parola è: “andare incontro”. La sapienza va incontro a chi la cerca (prima lettura); noi
andremo incontro al Signore quando verrà la morte
(seconda lettura); e poi, nel Vangelo, le dieci ragazze
escono nella notte per andare incontro allo sposo.
Il regno dei cieli, il mondo come Dio lo vuole, la
terra di Dio è simile a della gente che esce per andare
incontro. Il regno dei cieli è simile a un incontro.
Tutti noi conosciamo lo splendore dell’incontro di
due persone che si amano. Questa nostra vita, appassionata e amara, è uscire per andare incontro, perché
qualcuno manca. A noi pare che ci manchino delle cose; in realtà, se ascoltiamo profondamente la nostra vita, ci accorgiamo che sempre ci manca qualcuno, non
qualcosa.
Andare incontro a questo Dio che viene come uno
sposo, che viene nella notte, che viene come saggezza
del vivere; uscire, perché la vita non è restare nel proprio spazio chiuso: la vita è affrontare spazi aperti.
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La vita del cristiano non è arredare con eleganza,
con raffinatezza e con gusto, il proprio piccolo angolo, il proprio nido, il mio privato. È invece andare
incontro, è “fare dei passi verso”, è abbattere distanze e solitudini. I cristiani sono inventori di strade che conducono gli uni verso gli altri e insieme ci
conducono verso Dio; i cristiani sono gente di incontri, che sanno vivere gli incontri con gli occhi e il
cuore aperti.
Il regno dei cieli è come della gente che va incontro
e che prende con sé la sua lampada. Come queste donne nella notte, queste dieci piccole luci nella notte,
questo bucare la tenebra, almeno per un breve spazio.
Il regno dei cieli è così: è simile a dieci piccole luci
nella notte. È simile, il regno dei cieli, a una notte che
sta per essere trafitta da tante piccole luci. Sono piccole, e fanno luce sufficiente solo per un primo passo,
e tutt’intorno è notte, ma a ogni passo la luce ti accompagna e si rinnova, anche se l’orizzonte è un orizzonte di tenebra.
Noi cristiani dobbiamo essere così, dentro la notte
del mondo: essere presenze luminose; non esperti di
notte, ma esperti di luce; non scrutatori di tenebra, ma
scrutatori d’aurora. Nel pessimismo, nella delusione,
nella stanchezza, in quell’aria di scoraggiamento e di
sfascio che ha preso tutta questa nostra stagione civile,
noi dovremmo essere gente che sa e che osa parlare
del giorno che viene, del sole. Non esperti d’ombra,
non gente che misura la tenebra, il negativo, il marcio,
lo scandalo, ma soprattutto gente che si impegna a
portare una piccola luce: perché il mondo cambia se
noi cambiamo. Testimoni della luce, come è detto di
Giovanni Battista (cf. Gv 1, 7-8).
269
A noi, custodi della speranza, a noi è rivolta la domanda che leggiamo nel libro del profeta Isaia: «Sentinella, quanto manca della notte?» (21, 11). A noi è
chiesto dal mondo di annunciare il giorno.
Cinque di quelle dieci ragazze non presero con sé
olio sufficiente; la loro luce si è spenta. La loro presenza si dissolve nella notte. Perché la tua vita o è presenza luminosa o non è nulla; o noi siamo presenze luminose o non siamo. Il nostro rischio è di dissolverci
nella notte, perché o porti luce o muori.
Siamo anche noi vergini stolte, amanti delle sciocchezze, quando ci diamo gli obiettivi e poi non adoperiamo i mezzi concreti per realizzarli; siamo stolti
quando restiamo naufraghi in quel mare di parole che
separa il dire dal fare; siamo stolti quando ci interessiamo a ciò che è di fuori, a ciò che va dalla pelle in
fuori, anziché a ciò che va dalla pelle verso dentro,
quando siamo gente dell’apparire e non dell’essere.
Stolti sono quelli che vivono di solo pane, che si
credono solo corpo, che monetizzano la vita, che trasformano i loro sogni in denaro; stolti sono quelli dell’immediato, del tutto e subito, dell’attimo fuggente.
Non hanno la pazienza della vita, non hanno il gusto
della conquista e non avranno mai il gusto della vita.
Vergini stolte sono quelli che confidano in ciò che
possiedono o credono di possedere, e che per amare
aspettano di essere amati, e non hanno il coraggio di
lanciarsi. Questi non sanno vivere accesi!
Perché due sono gli inviti della parabola di oggi:
l’invito all’incontro e poi l’invito a vivere accesi, come
lampade. Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa: una vita spenta, una vita accesa. Le cinque vergini sagge si identificano con le loro lampade: ciascu-
270
na è una persona-lampada, luminosa e illuminante. E
come si fa per vivere accesi? Io conosco tre risposte.
La prima risposta viene dalla parabola di oggi. Per
vivere accesi è necessario essere uomini e donne dell’incontro, che sanno andare incontro, coprire distanze, lacerare solitudini.
La seconda risposta viene da Isaia quando dice: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci la ferita d’altri e la
tua piaga guarirà presto» (Is 58).
La terza risposta è offerta da un bellissimo Salmo:
«Guardate a Dio e sarete raggianti, guardate a lui e
non avrete più volti oscuri» (34, 6), perché chi guarda
solo a se stesso non si illumina mai; chi guarda a Dio
diventa raggiante.
Uno che sa inventare incontri diventa persona-lampada, luminosa e illuminante. E che cos’è l’olio della
lampada? Secondo i rabbini, è il simbolo delle opere
buone, che accendono la notte, che permettono di vivere accesi. È vano rivolgersi ad altri – «dateci del vostro olio» –, perché ognuno di noi risponde in proprio, per la propria saggezza e per la propria follia, per
il bene e per il male.
E poi: «Tutte si addormentarono», stolte e sapienti, prudenti e superficiali. Perché la fatica del vivere, la
fatica del credere, di attraversare la notte, ha portato
tutti noi a momenti di abbandono, a sonnolenza, a
peccati. Il problema non è tanto resistere al sonno;
forse per un po’, solamente per un po’, ce la facciamo.
Il vero problema è risvegliarci alla voce di mezzanotte,
risvegliarci al grido che indica lo sposo, ravvivare il
cuore e andare ancora.
Questa parabola è consolante. È vero, ci sono le
vergini stolte, ma è vero, soprattutto, che c’è sempre
271
una voce che ci risveglia. Non importa se ti addormenti, se sei stanco, se l’attesa è lunga, se il tuo cristianesimo sembra appassire; c’è sempre una voce che ti
risveglia; allora ravvivi il cuore e vai; perché Dio non
sta lì pronto a coglierci in fallo, Dio non è lì per sorprenderci in flagrante, in peccato: Dio è una voce che
ti risveglia.
E il nostro mondo, la nostra vita, i nostri incontri
sono ricchi di possibilità, di possibili venute, di possibili incontri, di possibili voci. Il tempo è ricco. Basta
avere occhi e orecchi sufficienti. Basta avere un cuore
sufficiente. Questo è il regalo di Gesù: un cuore davvero, finalmente, sufficiente a far sbocciare incontri e
fiori di luce dentro qualsiasi notte.
272
XXXIII DOMENICA
Bene, servo buono e fedele...
prendi parte alla gioia del tuo padrone.
(Mt 25, 14-30)
Questa parabola è la sintesi delle due forze opposte di
cui si nutre ogni vita: l’emozione e la disciplina. L’emozione è quel capitale di partenza, quel paradiso terrestre in cui ogni Adamo è collocato. È il talento donato, le capacità, l’intuizione, è l’amore come fioritura
spontanea, fiore selvaggio delle nostre strade. Poi interviene la disciplina, il lavoro paziente e intelligente
di Adamo, che il Signore ha posto in un giardino perché lo custodisse e lo coltivasse.
Di emozione e disciplina, di queste due forze opposte, si nutre la vita. Di queste due forze si nutre
ogni arte, ogni esistenza, ogni unione che voglia ribellarsi alla banalità e all’invasione del vuoto. Oggi,
in una civiltà dell’emozione senza disciplina, dove
l’imperativo è provare emozioni, dove è vero e importante ciò che regala emozioni sempre più intense,
oggi il Vangelo dei talenti dice che questo splendido
capitale va lavorato e regolato, perché non rimanga
un assoluto cieco e sterile, ma si ponga a servizio di
valori e di obiettivi.
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In quale servo mi riconosco? Nei primi due, quelli
che lavorano il loro capitale, il loro splendido dono: e
vedono il mondo, gli uomini, il tutto come un dono
iniziale che progredisce, un giardino incompiuto che
deve crescere e fiorire? Oppure mi riconosco nel terzo servo, quello che non fa progredire niente, un Adamo che non coltiva più il suo giardino, l’uomo sedotto
dal minimo, uomo inutile al futuro?
Il cuore segreto delle cose è un appello a crescere;
una spirale d’amore crescente è l’energia cercata. Come per il campo arato che non può restituire in estate
solo il seme che ha ricevuto, come fa il servo della paura, così per noi, tra semina e mietitura, il nostro ruolo
è la moltiplicazione. Pena il non senso della vita.
Il terzo servo ha un cuore malato, assente, senza desiderio. È un esule della creazione, esiliato e inutile.
Perché noi siamo a immagine del Dio creatore, che
sparge a piene mani i suoi germi di luce e di vita, con
magnifica esuberanza. Il terzo servo non crea più: solo conserva. Ed è troppo poco. Perché il mondo e il
cuore non ci sono dati come cose da conservare, come
fragili miracoli che possono rompersi fra le mani, ma il
mondo e il cuore devono ascendere gloriosamente
verso il loro punto “omega”, verso la fioritura.
Non siamo dei conservatori di cose preziose e minacciate, ma siamo dei creatori di opere nuove, servitori della forza lievitante nascosta dentro tutto ciò che
vive. Solo così la nostra vita non sarà inutile al divenire comune.
Così è per i primi due servi, perché nella loro mente non c’è un rendiconto che incombe e turba i sonni,
ma c’è una vita che urge e chiede di essere aiutata a
crescere. Vocazione nostra è di essere emozionati e di-
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sciplinati artefici di creazione; il nostro incarico, che è
poi il nostro vanto, è di lasciare il mondo un po’ più
bello di come l’abbiamo trovato.
C’è nel Vangelo tutta una teologia del seme, del lievito, del germoglio, della gemma, di inizi come doni
pieni di grazia. A noi tocca il cammino, gli itinerari fatti con emozione e disciplina, a noi tocca l’estate odorosa di frutti. Dio è la primavera del cosmo: a noi il
compito di creare l’estate, l’estate dei frutti. Il mondo
è un giardino incompiuto ma incamminato.
In quest’ottica positiva, luminosa, noi e il mondo
siamo un fascio di possibilità, di gemme che stanno
per fiorire. Ciò che io posso fare è solo una goccia nell’oceano, ma è questa goccia che dà senso alla mia vita
(madre Teresa di Calcutta).
La parabola dei talenti è il poema della creatività,
senza voli retorici, perché nessuno di questi tre servi
crede di poter salvare il mondo. Tutto invece odora di
casa, di viti e di olivi o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro e di attesa.
La parabola dei talenti è una lieta notizia contro la
paura, perché la paura non è creativa, rende conservatori ed è sterile. Quante volte abbiamo rinunciato a
vincere solo per la paura di finire sconfitti! Così il modo più semplice, il modo più sicuro per non arrivare
da nessuna parte è quello di rinunciare a partire.
Paura. Ma Dio non è un padrone che rivuole indietro i suoi talenti. Il terzo servo non ha capito che il capitale guadagnato sarebbe stato per lui, non per il padrone, che quel talento era una forma di comunione,
di adozione.
Il padrone non vuole per sé i dieci talenti: essi restano ai servi fedeli. A sua volta anche lui agisce come
275
i servi, anche lui li moltiplica, dicendo: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Non è una
restituzione, è un rilancio: e questa spirale d’amore
crescente è il nome segreto di tutto ciò che vive.
Noi non viviamo per restituire a Dio i suoi doni.
Questi invece diventano fermento, seme di altri doni,
lievito che solleva, orizzonte che si dilata. Gioiosa pedagogia di vita!
E poi io non sarò giudicato sulla quantità di frutto
portato, ma sulla verità di questo frutto, sulla sua aderenza e coerenza alla mia verità, ai miei cinque o due o
uno o mezzo talento. La felicità non è figlia della
quantità di talenti, e colui che consegna dieci non è
più bravo di quello che ne consegna quattro. Non c’è
tirannia della quantità, non c’è capitalismo, non c’è
concorrenza. Qualsiasi sia il lavoro che fai, se sei professore universitario o pensionato o casalinga, non
conta ciò che fai, conta come lo fai, aderendo alla verità del tuo talento. Non c’è un dieci ideale da raggiungere: c’è da camminare con fedeltà a te stesso,
emozionato e disciplinato servo della vita, vero della
verità tracciata in te da Dio.
Infine i talenti che abbiamo ricevuto non sono solo
dentro di noi. Ogni creatura che incontro è un dono
inviatomi dalla provvidenza. Ognuno è talento di Dio
per gli altri. Come talento io ho ricevuto te! Lo può dire lo sposo alla sposa, lo può dire l’amico all’amico:
Sei tu il mio talento!
Poterlo dire a qualcuno, poterlo dire a molti: Sei tu
il mio talento! Per passare dalla liturgia della chiesa,
finalmente, alla liturgia della vita.
276
XXXIV DOMENICA
CRISTO RE
Ogni volta che avete fatto queste cose...
l’avete fatto a me.
(Mt 25, 31-46)
Termina oggi l’anno liturgico e le finestre si aprono sulle cose ultime: «Ogni volta che avete fatto queste cose a
uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
Il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, ma è già
venuto nelle lacrime, nella fame, nella sete. Verrà nella sua gloria, ma già è qui nella fraternità con i più piccoli. Dio è nei cieli, diciamo, ma i cieli di Dio sono nel
povero. Anzi, il povero è il cielo di Dio, e in quel cielo
inatteso avviene ora l’incontro con lui, avverrà un
giorno il giudizio.
Quando la tua mano tocca un povero, quando tocca un sofferente, le tue dita stanno sfiorando il cielo di
Dio. Perché Gesù è là, nel posto dove noi non vorremmo mai essere. È là, nelle persone che incarnano
non i tuoi sogni o la tua invidia, ma che incarnano le
tue paure e la tua fragilità. È in quelli che non incarnano la felicità raggiunta, ma il dolore di vivere e tutta
la speranza.
Il Vangelo di Matteo ci assicura che entreremo nel
cielo solo se saremo entrati nella vita e nella casa di chi
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soffre. Il giudizio di Dio, atto ultimo e supremo, non
sarà rivolto alla nostra persona, ma ai nostri poveri,
cioè alla porzione di lacrime, di piccoli, di stranieri, di
sofferenti che è stata affidata a ciascuno. Il giudizio di
Dio non riguarderà la nostra persona, ma le nostre relazioni. Dio giudicherà non guardando me, ma guardando attorno a me, guardando se qualcuno è stato da
me consolato, se qualcuno ha ricevuto da me speranza
e forza per continuare il cammino, e pane e acqua e
coraggio per oggi e per domani.
È vero, a nessuno di noi è chiesto di compiere miracoli, ma di prenderci cura; non di guarire i sofferenti, ma di visitarli. E penso a tante case dove si ha cura
di un anziano, dove un malato è accudito con tenerezza e senza clamori, dove si dà speranza a una persona
tradita, abbandonata, separata, a un figlio handicappato. A volte a prezzo di umile e silenzioso eroismo. Lì
il giudizio è già scritto: «Venite, benedetti!».
La cosa per me affascinante, quando penso alle cose ultime, è che Dio non ci giudicherà in base alle nostre debolezze, ma in base al bene che avremo fatto o
non fatto. Giudicherà non la nostra debolezza, ma soltanto la nostra forza. Io non temo la mia debolezza davanti a Dio, temo la mia indifferenza in questa vita.
È la grandezza della nostra fede; l’argomento del
contendere storico con Dio in realtà non è il peccato:
è il bene. Perché misura dell’uomo, misura di Dio, misura della storia è il bene. Il nostro futuro, il nostro
cielo, il nostro paradiso, il nostro avvenire è generato
dal bene che io, tu, noi abbiamo donato al Lazzaro infinito, al Lazzaro innumerevole della terra.
Allora Dio non sarà mai colui che ti coglie in fallo in
un momento di debolezza, non è colui che ti condanna
278
se non ce la fai a vivere in un modo più alto, ma è colui
che ti giudica in base alle cose migliori della tua vita.
Non misura le tue debolezze, ma la tua bontà. È divinamente, stupendamente truccato il giudizio di Dio,
perché argomento del giudizio non sarà la tua vita, ma
le cose buone della tua vita.
Per questo dobbiamo temere soprattutto le mani
vuote! Per le mani sporche ci sarà il perdono: basta inginocchiarsi; ma per le mani vuote unica risposta è il
nulla di una vita spenta. Un peccato si redime, ma chi
redime una vita di rifiuti, chi redime una vita di indifferenza? Gli archivi di Dio non sono pieni di peccati
custoditi per essere tirati fuori nell’ultimo giorno: sono perdonati, annullati, non esistono più, sono niente.
Gli archivi di Dio sono invece pieni di gesti di bontà,
di lacrime raccolte e asciugate.
Il povero di cui parla oggi il Vangelo è colui che
viaggia ai limiti dell’esistenza. E se lo guardi, ti senti
naufragare. Il povero, per la sua fragilità, ti obbliga a
confrontarti con le cose estreme, con la morte. Quella
foresta di poveri che ci avvolge ci ricorda l’estrema
vulnerabilità di tutta la vita. E ci fanno più umili, ci
fanno affidare alla fede-fiducia. Maestri di fede sono i
poveri, c’è una cattedra dei poveri; e se li guardo e li
ascolto, mi dicono, esattamente come il Vangelo di oggi, questo: che la vera differenza non è fra l’essere e
l’avere, ma tra il viversi nell’abbandono, come gettati
via, consegnati soltanto alle cure del proprio io, oppure il sapersi accolti e ospitati, vestiti e nutriti, affidati
alle cure e alle sollecitudini di un altro.
Io non sono un essere gettato nell’esistenza come
una pietra che qualcuno si è buttato dietro le spalle. Io
esisto invece perché sono raccolto, c’è un venire verso
279
di me, sono accolto in una casa ospitale, in una terra
promessa da qualcuno, che è attesa, attesa amorosa,
attenta, ospitale. Nient’altro che attesa eternamente
aperta!
Festa del Signore Gesù re dell’universo; ma un re
strano, un re pastore, un re che va in cerca e che vuole insegnarci a essere, anche noi, pastori di qualche solitudine, tutti pastori di un nostro minimo gregge. Un
re tenero, perché, se leggendo il profeta Ezechiele,
nella prima lettura, al posto di quella parola generica
“pecore” io metto il mio nome, quei verbi così commoventi diventano: «Egli va in cerca di me, riconduce
me all’ovile, fascerà me, si prenderà cura di me, pascerà con giustizia proprio me». Un re pastore, un re dei
fratelli più piccoli, un re che dimentica se stesso, un re
crocifisso che muore ostinatamente amando.
Ezechiele ci parla di Dio con il nome di “pastore”:
nella Bibbia sempre i nomi di Dio sono degli imperativi per l’uomo. Quando sento, nel capitolo 34 dell’Esodo, che Dio è «misericordioso e pietoso, lento all’ira e
grande nell’amore», questo significa che io devo essere misericordioso e pietoso come lui, che ogni uomo
sarà lento all’ira e grande nell’amore come lui. I nomi
di Dio nella Bibbia sono sempre degli imperativi per
noi. Così il nome di “pastore”, così il nome di “padre”: e tu sarai padre per l’affamato, l’assetato, il nudo, il prigioniero; sarai pastore per l’ultimo agnello del
gregge.
Nella Bibbia non è Dio che è descritto in termini
umani, ma l’uomo è detto in termini divini; non è Dio
che è antropomorfo, ma è l’uomo che è teomorfo, che
ha la forma di Dio, che cresce e si misura con la statura di Cristo, con i nomi di Dio. E si fa somigliante a co-
280
lui che è il somigliantissimo al Padre. La rivelazione di
Dio è diventata norma di vita.
E tuttavia il cristianesimo non si riduce a fare del
bene. Non occorreva Gesù per questo, non occorreva
la croce: bastava un cuore buono, il cuore buono di
tanti uomini.
La fede deve restare scandalosa: Dio si trova sempre di nuovo in mezzo alla sofferenza su questa terra.
Ma io sono al lavoro perché diminuiscano sempre più
i volti dei crocifissi. La fede deve restare scandalosa
anche per l’intelligenza e sfidarci. Io credo nella risurrezione della carne, in una tunica di bellezza e di luce
che è sotto la tunica di pelle di Adamo. Credo nella vita eterna, nell’istante che brilla nell’eterno e nell’eterno che si insinua nell’istante.
Credo che questo ci possa aiutare ad essere seriamente cristiani, per avere ancora la forza di annunciare e credere, di credere e invocare: «La morte sarà vinta e Dio sarà tutto in tutti». Crederlo e invocarlo, crederlo e goderne, gioire per questa fede scandalosa:
«Dio sarà tutto in tutti, sarà tutto in me, senza più la
morte, per sempre». Amen.
281
Solennità e feste
IMMACOLATA CONCEZIONE
DELLA BEATA VERGINE MARIA
(8 dicembre)
Ti saluto, o piena di grazia,
il Signore è con te.
(Lc 1, 26-38)
Secondo un’antica tradizione rabbinica, l’Adamo delle origini era in principio rivestito di luce, e fu solo con
il peccato che la luce venne ricoperta dalla pelle dell’uomo; ma è ancora dentro, nascosta. Fu così che la
tunica di bellezza che ricopriva Adamo divenne la tunica di pelle. Quando verrà il Messia, la pelle cederà
nuovamente il posto alla luce dell’inizio e il nuovo
Adamo sarà l’Adamo di luce.
A questa tradizione rabbinica si riferisce forse Paolo
quando esorta i cristiani con quella immagine così bella:
«Indossate le armi della luce» (Rm 13, 12). Forse conosce il racconto anche Giovanni, che nell’Apocalisse parla di «una donna vestita di sole», vestita di luce (12, 1).
Ebbene, l’Immacolata, la donna senza peccato, è
proprio questo: la breccia della luce, la porta della bellezza sepolta dentro ogni uomo. La nostra missione, la
nostra vocazione è, allora, liberare la luce che Dio ha
posto in ciascuno e che il nostro vivere superficiale o
sbagliato continua a nascondere. Ogni uomo è un custode della luce, luce custodita in un guscio d’argilla.
285
La festa dell’Immacolata, che significa letteralmente
“preservata immune da ogni macchia di peccato originale”, è la festa di una donna, ma in lei anche di ogni
donna e di ogni uomo. È la festa del sogno di Dio per
ogni suo figlio; festa delle radici sante dell’umanità, che
nella loro origine sono pure, scintille luminose del grande braciere della vita, che nella sua origine è puro.
Le letture di oggi ci aiutano a fare questo collegamento. La prima ci mostra il primo uomo: è la storia
di un tesoro perduto, di una luce smarrita. Nel Vangelo appare una donna nuova, la ragazza di Nazaret,
in cui inizia il progetto nuovo di Dio. Nella lettera di
Paolo entrano in scena tutti gli uomini, chiamati ad
essere santi e immacolati, a entrare tutti nel progetto
nuovo di Dio. Memoria, storia e profezia. E noi siamo
qui a nutrirci di questi tre elementi e della luce sepolta in Adamo.
Ma con Maria, breccia della luce, comincia a trasparire quello che deve essere il nuovo Adamo. Con
lei appare nel mondo una creatura che è solo bontà,
una mano incapace di colpire, una parola incapace di
ferire, una innocenza minacciata eppure vittoriosa, un
gesto che non racchiude alcuna ambiguità, uno sguardo che non perde mai l’innocenza del suo brillare, un
cuore senza divisioni, una verginità senza rimpianti,
una maternità non possessiva, una sposa che ama in
castità e tenerezza totali. La creazione, allora, può ripartire, perché vergine di nuovo.
La festa della donna senza peccato ci richiama anche a un altro ordine di riflessioni: ci ricorda la forza
distruttiva e misteriosa del male in ogni vita. Maria però è il segnale che il male non è vincente, che la sua
forza devastante si arresta. Il racconto della Genesi lo
286
dice con parole che ogni volta riescono a confortare la
speranza: «Porrò inimicizia tra te, serpente, e la donna. Tu le insidierai il calcagno». Il male può minacciare, può ferire l’umanità, ma solamente ferirla. Solo
dietro di te è il male: ti colpirà alle spalle, ti insegue,
ma è solo un passato che ritorna; non è davanti a te,
non ingombra la strada, non occupa l’orizzonte. Non
è il tuo futuro.
Il male è come in ritardo su di te: per questo «ti insidierà il calcagno». Ma la stirpe della donna gli
schiaccerà la testa. L’umanità riuscirà un giorno a
schiacciare quello che sembrava invincibile. La vittoria è dell’uomo. Il bene è più forte, nonostante tutto il
male che vediamo occupare il nostro sguardo e parte
del nostro cuore.
La vittoria è dell’uomo. Il bene è più forte del male. Allora l’uomo, proteso in avanti, ha un anticipo, ha
un vantaggio sul male, perché ha dentro di sé una tunica di luce e non di tenebra; ha dentro di sé l’immagine di Dio e non quella del serpente. Ha davanti a sé
un mondo che merita amore e non un baratro avvelenato. Certo, la sproporzione tra la vittoria promessa e
ciò che abbiamo oggi fra le mani è il nome della speranza. È il tempo della speranza. Ricorda: solo dietro
di te è il male e insidia il tuo calcagno. E questo ritardo del male, per grazia di Dio, sarà un ritardo eterno.
Oggi, allora, è la festa delle nostre radici e del nostro futuro, perché ciò che è accaduto in Maria accade
in ciascuno; perché ogni dogma suo è lezione per la
nostra fede. Le radici dell’umanità sono sante; il nostro futuro è una terra senza veleno di morte. Noi siamo tra questi due estremi, impauriti dalla santità, attratti dal peccato e dalla mediocrità.
287
In questo tempo d’Avvento l’Immacolata è come
l’aurora del Natale. Entrambe le feste ci parlano di un
Dio che si rivela spogliandosi di potenza e rivestendosi di umanità, che si rivela negli inizi della vita, nella
generazione. Dio è generazione: egli è là dove la vita
celebra la sua festa. Ed è Natale. Ed è l’Immacolata.
I primi capitoli dei Vangeli di Matteo, di Luca e di
Giovanni sono intessuti di nascite. La storia è scandita dal ritmo del generare. Ed è storia sacra, per dirci
che Dio crea ancora, ma crea generando; che entra
nella storia e la cambia generando vite, non con i miracoli, ma con i suoi figli. Cambia la storia non con
prodigi, ma con i suoi amici. Viene non sulle ali dei
cherubini, ma nel grido vittorioso del bambino che
nasce. E poi Dio fa spazio all’uomo. Il Verbo fa spazio
alla carne. Ed è l’uomo che assume col suo passo, col
suo ritmo, la fragile luce che gli è affidata, e la porta a
maturità.
L’angelo dice a Maria: «Chaîre. Sii lieta! Sii felice!».
Il tuo nome è: “Amata per sempre”. Un angelo viene
ancora a ripetere per ciascuno: Tu sei amato. Dio ti ha
scelto prima della creazione del mondo. Dio ti ha scelto quando non eri che una perla di sangue e di luce.
Allora vorrei pregare così:
Io sono come un bambino, Signore:
da solo non saprei vivere.
Sei tu che mi fai esistere.
Ma sapermi amato da te: questo è il senso.
Sono come un bambino appena nato:
che cosa posso fare per meritarmi l’amore?
Cosa posso offrire di mio?
Eppure sono amato, immeritatamente.
Cosa posso fare, allora?
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A mia volta ripetere a chi incontro,
con la semplicità di chi vuol confidare un incanto:
«Ascolta, Dio riempie la tua vita;
rallegrati, anche tu sei amato per sempre.
Abbi fiducia: sei un mistero di peccato e di bellezza,
ma sei un amato mistero,
dove ancora accade il miracolo della salvezza».
289
SANTO STEFANO
(26 dicembre)
Chi persevererà sino alla fine
sarà salvato.
(Mt 10, 17-22)
Ieri un angelo diceva: «Vi annuncio una grande gioia:
è nato un uomo». E oggi, il primo giorno dopo Natale, la voce di quell’uomo dice: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno a morte: fratello contro fratello, padre contro
figlio e figlio contro padre».
È saggia la liturgia, di una saggezza incredibile. Ti toglie le illusioni. Puoi commuoverti davanti al bambino
Gesù, ma ricorda, non illuderti, c’è subito il dolore. Anche le ss si commuovevano la notte di Natale, cantando
Stille Nacht, ma il giorno di santo Stefano riaccendevano i forni. Vuole dirti la liturgia: non disperare nel
dolore, c’è anche la gioia, come la notte e il giorno intrecciati insieme a scandire il tempo della vita. Però
non illuderti nella gioia: c’è subito il dolore.
Ecco, il cielo risuona ancora di canti, ma già la
Chiesa si veste di sangue. Eppure non è l’uccisione di
Stefano che noi oggi celebriamo, non l’ultimo atto di
una vita, ma una vita intera; perché io non sono un
eroe, non mi sento così coraggioso e volitivo, così ca-
290
pace di dominare la paura, di scommettere sui cieli
aperti. Se noi celebrassimo solo queste cose di Stefano, potremmo anche provare ammirazione per lui e
per tutte le altre grandi figure della storia. Ma la forza
di seduzione che io cerco, la capacità di conquistarmi
risiede altrove, nei toni più sommessi della sua vita. Lì
anch’io posso seguirlo.
Da dove nasce il fascino della sua santità? Stefano
amava i piccoli della comunità. È il primo dei sette
diaconi scelti dagli apostoli per servire alle mense, per
soccorrere le vedove con i loro bambini, per toccare il
pane con amore e moltiplicarlo per chiunque avesse
fame. Si è messo dalla parte dei poveri, si è fatto debole con i deboli, è stato ferito dalle loro ferite (cf. At
6, 1-8). Stefano amava servire. Qualcuno gli deve aver
parlato della bellezza dell’amore, e lui si è abbandonato a questa forza, senza calcolare più nulla, con quella
stupenda e grande irrazionalità che è propria dei bambini e degli innamorati.
C’è un eroismo quotidiano, se lo sappiamo vedere,
nascosto in una costellazione di piccoli fatti di cronaca.
È l’eroismo della tenerezza, per esempio. E noi, che
sappiamo vedere la violenza, che è la forza del male,
non sappiamo vedere la pietà e il servizio, che sono la
forza del bene, la forza più vicina al cuore dell’essere.
Stefano amava la parola di Dio. Perché non fosse
trascurata, offre le sue mani. E davanti al sommo sacerdote fa una lettura bellissima e limpida di tutta la
storia sacra. Aveva dentro di sé questi libri di luce.
Santità è questo: non trascurare la parola di Dio. Il nostro peccato è l’indifferenza, la noncuranza della sacra
Scrittura. Se avremo a cuore la Scrittura, allora sarà
vera la parola di Gesù: «Non preoccupatevi di cosa
291
dovrete dire per testimoniare di me, perché vi sarà
suggerito in quel momento» (Mt 10, 19). È lo Spirito
che parlerà in voi, lo Spirito che vi ha occupato l’anima e illuminato il cuore quando avete aperto con perseveranza quei testi.
Stefano si lascia portare dallo Spirito: allora può dire parole che non sono degli uomini, ma che appartengono al vocabolario di Dio: «Signore, non imputare loro questo peccato». E poi vorrei avere gli occhi di Stefano, quando dice: «Ecco, io contemplo i cieli aperti».
Vedere l’invisibile, e vedendo sognare, andare oltre la
realtà, intuire ciò che ancora rimane nascosto. Noi entreremo nel Regno se prima saremo capaci di vederlo,
se prima l’avremo desiderato, con gli occhi incantati di
un bambino, con la freschezza di uno sguardo che non
si arresta al mondo degli adulti, che non crede che la
realtà sia solo quella che si vede, ma si apre verso le cose ultime, verso il cielo. È il cielo che mantiene aperto
il futuro, il cammino, la storia della terra.
La liturgia di ieri era celebrata attorno a una grotta.
Quella di oggi ci porta da tutt’altra parte, ci porta alla
liturgia celebrata in tante grotte del mondo: chiese
senza immagini e senza vetrate, cattedrali senza cupole, ma con muri di dolore, con liturgie di pianti.
È un mondo, questo, che uccide i suoi figli. Ma non
è possibile che esista un altro modo per vivere insieme, un modo che non sia quello di uccidersi, di fuggirsi, di odiare ed essere odiati? Sì, un altro modo c’è:
è quello di Gesù, quello di Stefano, che non ha fatto
altro che riprodurre, nella sua vita e nella sua morte, la
vita e la morte del Maestro.
Come Stefano ha avuto l’audacia della morte per
Cristo perché prima viveva di lui, così noi siamo chia-
292
mati a morire per Cristo nell’audacia della vita, a percorrere la stessa via, non tanto facendo appello agli
sforzi di volontà, ma a quella pace interiore che viene
in chi ha scoperto la vera luce della vita. È la pace di
cui godono i bambini e i santi, che obbediscono a un
progetto di vita che ha il volto del Padre, il volto della tenerezza e della bontà e della luce e del servizio
coraggioso.
Gli occhi di Stefano: «Ho visto i cieli aperti»! Non
siamo più abituati a scrutare il cielo, tanto meno in città. Vediamo le nostre luminarie e ci bastano, le nostre
stelle artificiali, contempliamo ciò che brilla di fragile
luce. Se fossimo capaci di guardare in alto, di entrare
in un ordine di pensieri più vasto e interrogare il mistero e il domani e il profondo, vedremmo ancora una
volta che il Signore non abita in cielo: il Signore ha posto la sua tenda in mezzo a noi, nello sterminato accampamento degli uomini e nel piccolo accampamento della mia casa.
La buona novella del Natale non può essere separata dalla buona novella della Pasqua. La mangiatoia e
la croce: questo ci ricorda la liturgia, oggi. Noi siamo
portatori di vita, ma portatori di vita e portatori di
morte si affrontano ancora sulla terra. Da che parte ci
poniamo? Da quella dei portatori di vita, di coloro che
vogliono servire e non comandare, condividere il pane
e non accumulare, prendersi cura di qualche piccolo,
prendersi cura della parola di Dio e delle vittime di un
mondo che vogliono diverso.
Io amo questo mondo, ma lo voglio diverso, un
mondo dove non ci sia più bisogno di martiri, dove
non ci sia più la gloria del martirio ma quella del servizio, dove non è più versato il sangue, dove si spegne
293
il grido di Abele. Perché, se alcune cause valgono il
mio sangue, nessuna causa mai vale il sangue di mio
fratello.
Alla fine ci sarà la corona di giustizia «per coloro
che attendono con amore» (2Tm 4, 8). Non si tratta di
amore emotivo e sentimentale, ma di amore fatto di
pane, di mani, di una attesa operosa. Attendiamo, allora, con amore. Questo sia l’impegno del Natale. Cristo è venuto, ma ci chiede di essere coloro che attendono con amore.
294
ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE
(25 marzo)
Ti saluto, o piena di grazia,
il Signore è con te.
(Lc 1, 26-38)
È, questo, un Vangelo pieno di parole che non riusciamo a recintare, che dicono più di tutto quello che possiamo dire. Eppure, riascoltandolo ancora una volta,
mi sembra che tutto avvenga nel silenzio, senza testimoni. Le voci degli angeli non fanno rumore: una
donna, una giovane donna, e l’incredibile annuncio.
Non ci sono altre voci, se non questo parlare stupefatto dell’angelo e della donna, senza testimoni, in questa
intimità che vorrei tanto recuperare per me: io e il Signore, in questo parlarsi; tu e Dio, in questa intimità.
L’annuncio a Maria non avviene nel tempio, ma nella casa, e indica l’eterna preferenza di Dio. A Davide,
che vuole dargli lo spazio di un tempio, Dio risponde
che preferisce lo spazio dei pascoli, dei greggi in cammino, delle generazioni, della storia degli uomini, delle
mille storie degli uomini. Lo spazio delle strade: «Sono
stato con te dovunque sei andato» (2Sam 7, 9) dice a
Davide, a ciascuno. Su tutte le mie strade lo posso incontrare; per quante strade io percorra, per quanto lontano io vada, dovunque io vada, sempre è con me.
295
Nella carne di Maria, nel suo grembo, Dio accade.
Ed è così che vuole accadere, nella storia di ciascuno,
nella nostra carne, cioè nella nostra vita, nella nostra
casa, sulle strade che noi percorriamo. Il tempio amato da Dio è la carne della vita. «Un corpo mi hai preparato» abbiamo ascoltato nella Lettera agli Ebrei.
Ora sta a noi offrire a Dio la carne della nostra storia.
L’angelo dice innanzitutto a Maria: «Chaîre, sii lieta, gioisci, rallegrati!». L’angelo che viene da Dio non
dice: Fa’ questo, inginocchiati, ascolta, prega... Semplicemente: «Gioisci!». Il primo annuncio, il primo
vangelo è lieta notizia e precede qualunque tua risposta. Il primo vangelo è: «Tu sei piena di grazia, Maria!». È per noi questa parola: Tu sei amato teneramente, gratuitamente, per sempre. Il nome di Maria,
allora, è “amata per sempre”. E la sua funzione nella
Chiesa è ricordare, nel suo stesso nome, quest’amore
che dà gioia.
«Il Signore è con te»: questo il nome di Dio! Io sono colui che è con te, che è qui. E quando il Signore
Gesù lascerà la terra, ripeterà con la sua ultima parola
la prima parola dell’angelo: «Io sarò con voi sempre,
fino al consumarsi del tempo» (cf. Mt 28, 20). Il nome
di Dio è: Io sono con te. Il nome dell’uomo è: Eccomi.
E aggiunge l’angelo: «Non temere, Maria», non temere se Dio non prende le strade dell’evidenza, della
potenza, del clamore, della grandezza apparente; non
temere, se Dio l’Altissimo si nasconderà in un piccolo
essere umano, in una perla di luce e di sangue, nascosta dentro di te. Non temere le nuove strade di Dio,
così lontane dalla scena, dalle luci, dalle emozioni solenni del tempio; non temere questo Dio bambino che
verrà solo se tu lo vuoi, che vivrà solo se tu lo ami.
296
Maria, Dio vivrà per il tuo amore. Ed è ciò che dice
a ogni madre. Tutti noi viviamo per l’amore di una madre. Ma l’angelo ripete a ciascuno: Dio vivrà oggi nel
mondo per il tuo amore. Tocca a noi, oggi, aiutare Dio
ad essere vivo nel nostro mondo, nella nostra storia,
ad essere presente e significativo, ad essere forte e incisiva presenza. Dio vivrà per il nostro amore.
«Non temere, Maria.» Per 365 volte ritornano nella Bibbia queste parole: «Non temere!». Quasi un invito per ogni giorno dell’anno, per ogni anno della vita, quasi pane quotidiano per il cammino del cuore.
Infine l’angelo dice: «La potenza dell’Altissimo
scenderà su di te». Si distende e riempie di vita la vita.
E a ciascuno ripete: La casa di Dio è la vita. Dio abita
la tua vita e la trasforma. Lascia che la Parola diventi
carne, cioè diventi corpo, muova le tue mani, muova i
tuoi gesti, muova i tuoi piedi e i tuoi occhi in modo
nuovo, in un modo legato alla pace, alla giustizia, alla
mitezza, alla misericordia. Dio è nella nostra vita come
capacità di credere, di sperare, di amare, di servire.
Lascia che Dio trasformi i tuoi gesti e tu possa dire le
parole più vere, e inventare i gesti più buoni.
Con Simone Weil credo che «la vita del credente è
comprensibile solo se in lui c’è qualcosa di incomprensibile», solo se in noi c’è un di più di ciò che è l’uomo:
un sogno, un angelo, Dio, un amore e una gioia immotivati, una vita da altrove, come nel grembo di Maria;
solo se in noi c’è qualcosa di cui dichiararci “servi”.
«Sono la serva del Signore» significa che c’è un progetto più grande di me, c’è qualcosa che vale più della
mia vita; il mio amore vale più della mia vita, di esso sono servo. Non appartengo solo al mio sogno, ai miei
progetti: appartengo al sogno e al progetto di Dio.
297
E vorrei pregare così, con la devozione di chi vede
in lei l’immagine luminosa che conduce i nostri passi:
Santa Maria, donna dell’annunciazione,
noi ti riconosciamo come specchio lucente
della nostra comune vocazione.
La tua chiamata è la nostra: una proposta nuziale,
una proposta feconda
dentro il grembo sterile della storia:
far nascere di nuovo la vita.
O sposa, sedotta per prima dal bacio dello Spirito,
o sposa che lo hai riamato per prima,
ottieni ogni giorno al nostro cuore
la verginità necessaria
per risvegliarci alla meraviglia della divina seduzione.
L’angelo ancora è mandato a ogni vergine, a ogni
cuore puro, a ogni cuore libero, per annunciare che
solo questo genera vita per il mondo: un amore puro e
libero. L’angelo ancora attraversa favolose distanze
per ripetere a ciascuno le parole più belle: Sii felice; il
tuo nome è “amato per sempre”; tu sei casa di Dio.
Dio riempie, da ora e per sempre, la tua vita.
298
SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI
(29 giugno)
Voi chi dite che io sia?
(Mt 16, 13-19)
La regione di Cesarea di Filippo, là dove sono le sorgenti del Giordano, è forse la più bella di tutta la Palestina. Ho avuto la fortuna di recarmi in quel luogo
qualche anno fa e per me è stata davvero una delle
esperienze emotivamente più forti. Si tratta di una regione dove la gente ha sentito parlare del Signore, conosce i profeti, ma è anche un po’ ai margini.
«La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» Ed
ecco la risposta, bella ma al tempo stesso sbagliata: dicono che sei un profeta, una creatura di fuoco e di luce, come Elia, una creatura di forza e di vento, come il
Battista; dicono che sei un profeta, cioè voce di Dio e
suo respiro.
Gesù va oltre, fa una seconda domanda. Sa bene che
la verità non risiede in ciò che pensa la gente, nei sondaggi d’opinione. Dice: «Voi chi dite che io sia?». Anzi,
la domanda è preceduta da un “ma”, da una contrapposizione: Ma voi cosa dite? Voi che mi seguite da anni,
che ascoltate tutte le mie parole, che mi avete visto sorridere, piangere, respirare, moltiplicare il pane...
299
«Voi.» Come se i Dodici fossero di un altro mondo,
e le loro parole controcorrente; come se i discepoli
non dovessero mai omologarsi al sistema, mai parlare
per sentito dire. Dice la poetessa Cristina Campo: «Ci
sono due mondi: io sono dell’altro». Il cristiano, il discepolo, dovrebbe dire così: Ci sono due mondi, due
sistemi: io sono dell’altro.
Ma tu, tu invece, chi dici che io sia? Perché le parole più vere sono sempre al singolare. Tu, con la tua
mente, con la tua forza, con il tuo cuore; tu con il tuo
peccato, cosa dici di Dio? E ci aiuta padre Turoldo in
una sua mirabile poesia:
Come dire chi tu sia, Signore?
Sei il fuoco che mi divora.
Sei il mio ininterrotto rimorso.
Sei la gioia mattinale del mondo.
Ma sei anche la follia
che mi guarda con occhi muti
per tutta questa notte che perdura sul mondo,
per il Regno che ancora non viene
tu, venuto come se non fossi venuto.
Tu chi dici che io sia? Per rispondere non serve ricorrere a libri o a catechismi. Ognuno che abbia inseguito Dio, che abbia contestato, litigato con Dio, ognuno che abbia una volta sola assaporato l’amore, o sia
stato sfiorato dall’ala severa della morte, deve dare la
sua risposta, costruita solo con la vita, non con le parole, con formule: Tu sei il Figlio di Dio, che mostra chi è
Dio. E continuerà il Vangelo, dicendo anche a me, come a Pietro: Beato te, felice te: la tua vita ha trovato!
«E su questa pietra edificherò la mia chiesa.» Pietro è la roccia nella misura in cui riesce a dire chi è Cri-
300
sto, tesoro, bene per tutta l’umanità. Pietro è roccia
per la Chiesa e per tutta la storia nella misura in cui ripete che Dio si è donato in Cristo, che Dio è amore,
che la sua casa è ogni uomo; che Cristo, crocifisso, è
ora vivo, primo del grande pellegrinaggio verso la vita
che è la vicenda umana.
Questa è la fede-roccia, il primato di Pietro che
edifica la Chiesa, che edifica la nostra storia e la mia
casa. Come Pietro, anch’io posso diventare roccia e
chiave. Posso essere roccia che dà sicurezza, stabilità,
senso anche ad altri; chiave che apre le porte belle di
Dio, che apre le porte belle della vita in pienezza, che
è pace, gioia, luce, energia, per sempre.
«Tu chi dici che io sia?» Ma dire non basta: siamo
specialisti di facili parole. La vita non è ciò che si dice
della vita, ma ciò che si vive della vita. E Gesù Cristo
per me non è ciò che io dico di lui, in una formula
esatta, ma ciò che vivo di lui, in una vita esatta; ciò che
vivo del suo crocifisso amore, di quella croce dove tutto è scritto in lettere di sangue e di fuoco, in lettere di
amore e di dolore, le uniche che non ingannano.
Riascoltiamo allora la domanda: «Ma tu», dimenticando gli altri, «tu chi dici che io sia?». La mia vita cosa dice di Cristo? La mia esistenza di oggi cosa ha realizzato di Cristo?
Custodiamo con cura la forza di questa domanda.
Più che offrire risposte, Dio fornisce domande che incalzano la vita e la risvegliano. Non le nostre risposte
ma le sue domande fanno crescere la fede.
301
ASSUNZIONE DELLA VERGINE MARIA
(15 agosto)
Il mio spirito esulta in Dio,
mio salvatore.
(Lc 1, 39-56)
La festa di santa Maria assunta in cielo non ci parla
semplicemente di una donna, per quanto grande, ma
parla di tutta la Chiesa. Perché le verità che riguardano Maria sono l’alfabeto della nostra vita.
La festa di oggi afferma che la Chiesa porta in sé il
futuro del mondo, anticipato dalla Vergine Maria. E
perciò mostra a ciascuno di noi la via verso il futuro.
Ed è un futuro buono. Lo dice con un’immagine solare il libro dell’Apocalisse, la prima lettura: «Nel cielo
apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, coronata di stelle». È l’immagine del nostro futuro,
umanità di luce pur attraverso la lotta, umanità che
dischiude frutti buoni. Lo dice il cantico del Magnificat, con un Dio che innalza, solleva, riempie, abbatte e
crea una terra nuova, un’architettura del mondo fatta
di giustizia e di bontà. Anche Paolo parla di un futuro
buono, nella seconda lettura, dove Cristo è il primo risorto di una immensa carovana che ci comprende tutti (cf. 1Cor 15, 20) e tutti riceveremo vita e l’ultimo nemico sarà annientato.
302
Come credenti, portiamo in noi la forza di questo futuro, come un seme di fuoco, come un seme di luce.
Ognuno, come credente, porta in sé il futuro del mondo. E se molte cose nella nostra storia attuale sembrano
contraddire la speranza, per noi, come per i profeti, la
parola di Dio è più vera della sua realizzazione.
Noi amiamo le promesse di Dio più della loro attuazione, come faceva Abramo. Egli crede nella terra
promessa anche se, quando muore, ha solamente acquistato tanta terra quanta basta a scavarvi una tomba;
anche se, quando muore, della innumerevole discendenza promessa – «Avrai più figli che stelle in cielo»
(cf. Gen 15, 5) – ha accanto a sé soltanto Isacco, il piccolo seme. Abramo crede alle promesse di Dio più che
alla loro realizzazione.
La festa dell’Assunta ci aiuta ad acquisire fede, acquisire la bellezza del vivere, credere che è bello vivere, è bello amare, è bello sposarsi e avere figli, è bello
essere frate o suora. È bello perché il mondo va verso
uno sbocco positivo e luminoso, verso un esito forte e
grande, qui nel tempo e poi in una vita che non avrà
più fine.
Santa Maria, la donna umile che veniva dalla periferia del mondo di allora, ha attraversato per prima il
mondo di sempre, le frontiere del cielo. Come dice padre Turoldo:
Vieni e vai per gli spazi
a noi invalicabili,
anello d’oro del tempo e dell’eterno,
anello che rilega, collega, unisce il tempo e l’eterno,
l’uno nell’altro, senza soluzione di continuità.
303
Lei ci insegna a vivere sulla terra con quella parte di
cielo che la compone. La fede di Maria è la nostra, è
ciò che tiene insieme il lavoro quotidiano e le cose
eterne, le realtà penultime di una vita semplice e le
realtà ultime, il non vedere e il non capire, e poi la luce improvvisa che rivela il senso: la morte come esperienza devastante e poi la speranza della risurrezione.
Dobbiamo anche noi intrecciare queste due dimensioni: la semplicità fedele alla propria vocazione durante l’esistenza terrena e l’attesa di approdare a quel mare immenso di luce, dove saremo sempre con il Signore e con quanti abbiamo amato. Mantenere uniti in noi
i due capi dell’esistenza: la perseveranza fedele giorno
per giorno e la speranza tenace di un incontro che, come diceva il poeta francese Mallarmé, «non sarà inginocchiarsi al trono di un imperatore immortale, ma sarà baciare tremando la sorgente vergine dell’universo».
Maria è colei che ha dato carne a Dio sulla terra,
colei che è carne di donna in paradiso. Con il suo corpo è in cielo. E questo significa che ogni giornata di
Maria, vissuta nel silenzio e nel lavoro, ogni ora trascorsa tra le attività della casa, nella pazienza fedele,
tutte le gioie e le sofferenze, tutte le notti oscure della
sua vita e la speranza indomita, tutto è entrato nell’eternità. Gesù l’ha detto con un’immagine fortissima:
«Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (Mt 10, 30).
E così sarà anche per noi. «Io credo nella risurrezione della carne» diremo tra qualche istante. E se
questo sembra così difficile, oggi, se per molti la vita
eterna sembra essere per nulla attraente, sappiamo
che nel destino di questo corpo è iscritto lo stesso destino dell’anima. Perché l’uomo è uno. E oggi è la fe-
304
sta dell’unità dell’uomo, del destino glorioso del corpo uguale al destino glorioso dell’anima. Oggi ogni
uomo, obbediente e fedele, canta all’intera salvezza in
anima e corpo.
Questo corpo, questa realtà così fragile e sublime,
così cara, così sofferente, sacramento d’amore, strumento talvolta di violenza, questo corpo in cui sentiamo la densità della gioia, in cui soffriamo la profondità del dolore, diventerà, dopo l’ultimo viaggio, porta
aperta alla comunione, divina tastiera per una melodia
che nessuno ha ancora saputo trarre, diventerà trasparenza di cristallo, sacramento dell’incontro perfetto.
Oggi la Chiesa intona il canto del valore del corpo. E
se una vita vale poco, niente vale quanto una vita.
Un antico testo cristiano, la Lettera a Diogneto,
consiglia al credente: «Ogni giorno fermati a contemplare il volto dei santi». Santi che ci incontrano, che
incrociamo nella vita, santi che vivono forse nella nostra casa. Contempliamo oggi, però, il volto di santa
Maria, certi che l’uomo diventa ciò che contempla,
che ciascuno di noi diventa ciò che guarda con amore,
ciascuno diventa ciò che ama.
Santa Maria, la donna vestita di sole, la donna generante vita, la donna mai arresa in lotta con il drago, la
donna del più grande viaggio, fa scendere fino a noi, fino alle nostre case, una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro “male di
vivere”; una benedizione sugli anni che passano, sulle
tenerezze negate, sulle solitudini patite, sui figli che
sbagliano, sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte, sulla lotta contro il nostro
piccolo o grande drago rosso, che ci insidia ma che non
vincerà, perché la bellezza è più forte della violenza.
305
L’Assunta è allora la festa della nostra comune migrazione verso la vita. Come abbiamo cantato nel salmo responsoriale, nella versione di padre Turoldo:
«Ora lei viene dal re e la seguono / amiche vergini in
danze di gioia». Siamo noi, l’umanità intera, che avanza verso la reggia. Siamo umanità ferita, dolente, eppure incamminata; siamo umanità caduta, eppure incamminata, umanità che ben conosce il tradimento e
la crisi della fede, ma che non si arrende, perché ama
con la stessa intensità il cielo e la terra, perché sa che è
deposto dentro ciascuno l’anello d’oro che lega insieme il tempo e l’eterno.
306
TUTTI I SANTI
(1 novembre)
Beati i poveri in spirito...
beati gli afflitti...
beati i miti...
(Mt 5, 1-12)
Non ci stanchiamo mai di ascoltare queste parole, il
manifesto più stravolgente e contromano che si possa
immaginare.
Oggi è la festa della comunione, dei santi e dei peccatori che si tengono per mano, nell’immenso pellegrinare verso la vita. È la fede in cui siamo stati battezzati: «Credo nella comunione dei santi». Credo, cioè, nel
Vangelo che abbiamo appena udito, credo nella comunione dei poveri, dei costruttori di pace, dei misericordiosi, dei perseguitati, nella forza dei puri; nella comunione dei miti, i soli che trasformeranno la terra.
Nella carovana comune della storia, i buoni, i giusti, i limpidi, coloro che più hanno sofferto conducono gli altri, li trascinano in avanti e in alto. Lo vediamo
nelle nostre famiglie, nella comunità religiosa, nella
storia profonda del mondo: chi ha il cuore più limpido indica la strada, chi ha molto pianto vede più lontano, chi è più misericordioso aiuta a ripartire.
È la festa, oggi, non dei singoli santi, ma della loro
comunione, di questo fiume che è l’umanità e che por-
307
ta fango e perle, detriti e pagliuzze d’oro. La comunione mi dice che in ognuno c’è l’orma di ognuno, che
le scelte di ogni uomo influiscono su tutti gli altri uomini. In me c’è qualcosa – e non è orgoglio, perché
ciascuno lo può dire –, in me c’è qualcosa di san Francesco, di Gandhi, qualcosa di Teresa e di Edith Stein,
in ognuno c’è l’orma di ognuno. E la mia forza è nella
comunione con chi è più forte di me, la mia purezza è
nella comunione con chi ha avuto occhi più limpidi
dei miei, come Maria di Nazaret.
Oggi, dentro il nome della festa, ci sono tutti i nomi, dentro la cornice ci sono tutti i volti. E io e voi possiamo dare il nome di santo a persone che abbiamo
conosciuto, a chi ci ha insegnato ad amare. Ognuno ha
i suoi santi come ognuno ha i suoi defunti, “suoi” perché parte della sua vita, delle sue scoperte, delle crocifissioni, delle risurrezioni.
Festa della santità corale, dove i singoli volti si fondono a creare un’unica forza come unica è stata la loro ragione di esistere. La ragione era questa: non hanno vissuto per se stessi. A partire da sé ma non per sé,
non hanno vissuto senza mistero.
I santi, allora, sono i veri amici del genere umano:
perché, se c’è amicizia per chi è precipitato nella
guerra, è il costruttore di pace che la offre gratuitamente; se c’è un’amicizia e una forza per gli umiliati e
i bastonati dalla vita, è in coloro che hanno fame e sete di giustizia che la possono trovare; se c’è amicizia
vera perfino per l’avido e per il ricco, è nel povero che
non vuole competere con lui in nessun campo; se
l’uomo dal cuore contorto trova un’amicizia, non sarà mai in coloro che gli sono simili, bensì in coloro
che gli sono diversi e che hanno occhi tanto limpidi
308
da vedere tracce di bontà e di amore, da vedere le
tracce di Dio dovunque.
Gli uomini delle beatitudini sono gli amici della
terra. Beati i miti perché erediteranno la terra, perché
soltanto ai miti, ai non violenti, è affidato il futuro della terra; perfino la possibilità stessa che ci sia un futuro è solo nella fine della violenza. E la storia si aggrappa ai santi per non ritornare indietro, si aggrappa alle
beatitudini per non cadere in basso.
Ebbene, il Vangelo di oggi, regola della santità,
sembra evocare cose di tutti i giorni, una trama di situazioni comuni, fatiche, speranze, lacrime: nostro pane quotidiano. A significare che fra le nove c’è la tua
beatitudine, quella scritta e pensata per te, quella che
è la tua missione, che tu devi identificare e vivere.
In quell’elenco ci siamo tutti: i poveri, i miti, i misericordiosi, i piangenti, gli incompresi, quelli dagli
occhi puri, che non contano niente agli occhi impuri e
avidi del mondo, ma che sono capaci di posare una carezza sul fondo dell’anima, sono capaci di regalarti
un’emozione profonda e vera.
E c’è la santità delle lacrime, di coloro che molto
hanno pianto, che sono il tesoro di Dio, che riempiono gli archivi immensi di Dio.
E c’è un’ultima ragione per amare questa festa: è
un’occasione per guardare al futuro senza paure e senza sconforto, perché «un giorno noi saremo simili a
lui» (1Gv 3, 2). I santi sono i somiglianti a Dio.
Domani ci raccoglieremo a meditare sulla morte di
tanti amici e familiari, anche sulla nostra morte, e a
cercare una comunione più forte della morte, a cercare la comunione dei santi. Ma il motivo di speranza è
questo: non è la santità degli eroi che ci è chiesta, non
309
è la santità degli uomini duri e puri. Gesù non convoca eroi nel suo regno, ma uomini veri e donne vere.
Non si rivolge ai più forti o ai migliori tra noi, ma a
peccatori e pubblicani, a rocce che poi si sono sbriciolate, a gente dalla spada facile e dalla bugia pronta, a
una donna che aveva sette demoni, a cuori non ancora puri, a pescatori che non sanno leggere: si rivolge a
gente come me. Il paradiso non è pieno di santi, ma è
pieno di peccatori perdonati, di gente come me.
Il grande filosofo Paul Ricoeur scrive: «La speranza viene a noi vestita di stracci perché noi le confezioniamo un abito nuovo!»; e mi conforta questa parola:
la santità viene a noi in piccole briciole.
Mi conforta come quel racconto dei chassidim che
dice così:
Erano partiti nell’inverno i veri credenti, in lunga carovana,
per cercare le porte del cielo, perché era giunta la lieta notizia che il Messia era arrivato e aveva costruito la nuova Gerusalemme. Una lunga carovana nera nella neve. E quando
dopo giorni e giorni arrivarono alle porte della nuova Sion,
uomini pii e donne miti, rabbini dai volti dolci e severi,
Dio vide che tutti avevano una strana cosa appesa alla cintura. E chiese ai suoi angeli: «Cosa portano alla cintura tutti
questi camminatori?». Gli angeli andarono, videro e riferirono: «Signore, quelle cose alla cintura sono piccole fiasche di
acquavite, perché ha fatto troppo freddo quest’inverno». E il
Signore, all’udire questo, sorrise e disse: «Fateli entrare e non
togliete loro le fiasche di acquavite!».
Perché Dio non disprezza la nostra fatica, non deride le brevi gioie della strada, e quando lo incontreremo anche a noi dirà: «Venite, benedetti, con tutto ciò
che vi ha aiutato a vivere, entrate con tutto ciò che vi
ha sostenuti nell’inverno dei vostri sconforti».
310
E se non avremo niente da offrire quel giorno, porteremo almeno con noi la nostalgia della santità, l’averla cercata con cadute e ripartenze in tanti freddi inverni, innamorati di una bellezza spirituale mai raggiunta e già perduta. Porteremo una speranza vestita
forse ancora di stracci.
Se non avremo altro da portare, offriremo quel giorno il desiderio che ci ha fatto soffrire e gioire. E sentiremo le parole più belle, quelle che sogno di udire:
«Vieni, figlio benedetto: hai tentato di amare, perciò
sei mio figlio. Vieni: il tuo desiderio di santità era già
santità, il tuo desiderio di amore era già amore!».
311
INDICE
presentazione
5
Avvento e Natale
I domenica d’Avvento
II domenica d’Avvento
III domenica d’Avvento
IV domenica d’Avvento
Natale del Signore
domenica dopo Natale: la santa famiglia
Ottavo giorno del Natale: santa Maria madre di Dio
II domenica dopo Natale
Epifania del Signore
Battesimo del Signore
I
11
16
21
26
31
36
41
46
51
56
Quaresima e Pasqua
I domenica di Quaresima
II domenica di Quaresima
III domenica di Quaresima
IV domenica di Quaresima
V domenica di Quaresima
Domenica delle palme
Domenica di Pasqua
63
68
72
76
80
84
87
II domenica di Pasqua
III domenica di Pasqua
IV domenica di Pasqua
V domenica di Pasqua
VI domenica di Pasqua
Ascensione del Signore
Domenica di Pentecoste
Domenica della Trinità
Domenica del corpo e sangue del Signore
90
96
101
105
110
114
118
122
126
Tempo ordinario
II domenica
III domenica
IV domenica
V domenica
VI domenica
VII domenica
VIII domenica
IX domenica
X domenica
XI domenica
XII domenica
XIII domenica
XIV domenica
XV domenica
XVI domenica
XVII domenica
XVIII domenica
XIX domenica
XX domenica
XXI domenica
XXII domenica
XXIII domenica
XXIV domenica
XXV domenica
XXVI domenica
XXVII domenica
XXVIII domenica
XXIX domenica
133
137
141
146
151
157
161
165
168
173
178
183
187
191
195
200
205
210
214
218
222
226
231
236
241
246
251
256
XXX domenica
XXXI domenica
XXXII domenica
XXXIII domenica
XXXIV domenica:
Cristo re
260
264
268
273
277
Solennità e feste
Immacolata concezione della beata vergine Maria
Santo Stefano
Annunciazione del Signore
Santi Pietro e Paolo apostoli
Assunzione della vergine Maria
Tutti i santi
285
290
295
299
302
307
Ermes Maria Ronchi
Ermes Maria Ronchi Prima delle sorgenti
Le omelie qui proposte nascono con la nostalgia di una “sorgente” che colmi ancora le profondità dell’esistenza.
Esse derivano dalla trascrizione delle omelie tenute in San
Carlo al Corso, a Milano, nelle liturgie festive comunitarie,
ne ripropongono il tono discorsivo e piano, il contesto liturgico e celebrativo. Loro scopo non è altro che quello di ridestare un’attenzione gioiosa per la Parola, affinché ciascuno
possa sentire nascere dentro di sé, qualche volta, la gioia di
un canto: il canto di una sorgente.
Prima
delle sorgenti
Omelie dell’anno A
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