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L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLIV n. 50 (46.592)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
domenica 2 marzo 2014
.
Il discorso pronunciato dal Papa durante l’udienza alla plenaria della Pontificia Commissione per l’America latina
Infuriano i combattimenti tra l’esercito di Assad e i ribelli
Per trasmettere fede e speranza
Sangue
a Damasco
Stiamo “scartando” i nostri giovani
e loro stanno lentamente «scivolando nel disincanto». Ma non possiamo abbandonarli: hanno bisogno di
chi gli sappia dare «fede e speranza». È il senso del discorso che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti alla plenaria della Pontificia
Commissione per l’America latina
nell’incontro che ha avuto lu0go venerdì mattina, 28 febbraio, nella Sala Clementina. Esplicito il riferimento alla situazione dei giovani latinoamericani, oggetto della riflessione dei lavori dell’assemblea appena
conclusa: una realtà che il Pontefice
conosce bene e che gli sta particolarmente a cuore. Ma il suo pensiero
non poteva non abbracciare l’intero
mondo giovanile, che in ogni angolo del mondo è alla ricerca di
un’«utopia» destinata a infrangersi
quotidianamente contro una realtà
dura e difficile.
Come farvi fronte? Lasciato da
parte il testo del discorso già preparato — e da noi pubblicato integralmente nell’edizione di ieri — il Pontefice ha parlato a braccio, offrendo
alcune indicazioni racchiuse in un
trinomio: memoria, discernimento,
utopia. Su questo, ha poi suggerito,
si può innestare quel processo che
porta alla traditio fidei e dunque alla
traditio spei.
L’incontro per Papa Francesco è
stato anche occasione per richiamare
le sue esperienze con i giovani latinoamericani. Ha ricordato, per
esempio, come proprio a causa di
una «cattiva educazione all’utopia»,
alcuni giovani argentini appartenenti
all’Azione Cattolica, negli anni Settanta, sono finiti tra le fila dei guerriglieri. Poi, per rendere più immediata la percezione del valore del legame generazionale tra anziani e
giovani, ha citato Rapsodia in agosto,
un film opera del regista giapponese
Akira Kurosawa, nel quale viene
esaltato il ruolo dei nonni nella con-
servazione della cultura tradizionale,
anche quando i genitori ne hanno
assimilata una diversa. «L’incontro
dei ragazzi e dei giovani con i nonni
— ha affermato — è decisivo per ricevere la memoria di un popolo e il
discernimento sul presente».
PAGINA 7
DAMASCO, 1. Sangue in Siria: i
combattimenti tra ribelli ed esercito
non conoscono tregua a tre anni
dall’inizio delle ostilità. Almeno 17
persone, tra le quali donne e bambini, sono state gravemente ferite,
ieri, in seguito a colpi di mortaio
sulle zone orientali di Damasco. Lo
riferisce l’agenzia di stampa ufficiale Sana, che parla di una ragazza in
condizioni critiche dopo essere stata ferita. L’attacco — per il quale la
Sana accusa non meglio precisati
«gruppi di terroristi» — è avvenuto
mentre migliaia di manifestanti erano scesi in piazza nel distretto di
Mazzeh, a ovest di Damasco, in sostegno del regime del presidente
Bashar Al Assad.
La situazione è critica anche al
confine con il Libano. Due ragazzi
sono morti ieri in un raid effettuato dai caccia dell’esercito siriano sull’area di Arsal, località libanese al confine con la Siria. Fonti
di stampa precisano che nell’attacco cinque persone sono rimaste ferite. Altre fonti riferiscono di due
raid: il primo avrebbe colpito la
zona di Khirbit Youneen e Wadi
Hmayyed, senza provocare vittime,
mentre il secondo avrebbe causato
Secondo il Governo ucraino la Russia avrebbe inviato altri seimila soldati in Crimea
Alta tensione tra Mosca e Kiev
KIEV, 1. Cresce la tensione in Crimea,
malgrado i primi accenni di dialogo
diplomatico fra Russia e Occidente
sulla spinosa questione.
Il Governo di Kiev ha denunciato
oggi che Mosca ha inviato in territorio ucraino seimila militari. Lo ha
fatto sapere il ministro della Difesa,
Ihor Tenyukhè, avvertendo che le
forze armate nazionali sono state poste in stato di massima allerta nella
penisola della Crimea, dove ieri era
stata denunciata la presenza di duemila soldati.
Dal canto suo, il primo ministro,
Arseny Yatseniuk, aprendo stamane il
consiglio dei ministri, ha definito
inaccettabile la presenza di blindati
russi nel centro di città ucraine, sollecitando Mosca a cessare ogni operazione militare. «La presenza inade-
guata dei militari russi in Crimea è
una provocazione, ma i tentativi di
fare reagire l’Ucraina con la forza sono falliti» ha detto il capo del Governo. «Per questo — ha precisato —
chiediamo alla Federazione russa e
alle autorità che ritirino le proprie
forze armate nelle basi militari».
Lo stesso primo ministro ha poi
annunciato che il referendum sullo
status della Crimea all’interno
dell’Ucraina è stato anticipato dal 25
maggio al 30 marzo prossimo.
La Crimea è già una Repubblica
autonoma. La penisola, che si protende nel Mar Nero, già territorio
russo, venne donata nel 1954 da
Nikita Kruschev a Kiev, all’epoca
una delle Repubbliche sovietiche.
Quattro giorni fa, il Parlamento
locale aveva deciso di tenere un refe-
Udienza al primo ministro
di Romania
Nella mattinata di sabato 1° marzo,
il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza il primo ministro della
Romania, Victor-Viorel Ponta, che
successivamente ha incontrato il cardinale Pietro Parolin, segretario di
Stato, accompagnato dall’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario
per i Rapporti con gli Stati.
Il primo ministro ha portato i saluti del Patriarca ortodosso Daniele.
Al centro dei colloqui, svoltisi in un
clima di cordialità, sono stati i temi
della famiglia, dell’educazione, della libertà religiosa e della salvaguardia dei valori comuni, nel contesto
della proficua cooperazione tra la
Santa Sede e la Romania a livello
bilaterale e nell’ambito della comunità internazionale. Nel rilevare il
potenziale della Chiesa Cattolica
per contribuire al bene comune
dell’intera società, sono state toccate anche alcune questioni aperte
che interessano la comunità cattolica in Romania. Infine, c’è stato uno
scambio di opinioni sull’attuale situazione internazionale, in particolare ribadendo l’auspicio che si persegua la via del dialogo e del negoziato per porre fine ai vari conflitti
che affliggono il mondo.
rendum sull’ampliamento dell’autonomia di Simferopoli da Kiev il 25
maggio, che è anche la data delle
elezioni anticipate presidenziali in
Ucraina.
E mentre fonti dell’Amministrazione statunitense hanno segnalato movimenti militari russi in Crimea via
aria e via mare, sulla grave crisi è intervenuto anche il presidente, Barack
Obama, che ha lanciato un monito
alle autorità di Mosca. «La situazione è fluida, ma un intervento militare
— ha detto, senza specificare — sarebbe una grave violazione del diritto
internazionale e avrebbe un costo».
Obama ha assicurato che Washington sarà a fianco della comunità internazionale e si adopererà per l’integrità territoriale ucraina.
Convocato su richiesta di Kiev, si
è riunito ieri sera il Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’ambasciatore ucraino, Iuri Sergeyev, ha chiesto aiuto,
mentre la rappresentante statunitense, Samantha Power, ha auspicato
che si attivi subito una mediazione
internazionale.
Dopo una serie di telefonate con il
primo ministro britannico, David
Cameron, il cancelliere tedesco,
Angela Merkel, e il presidente
dell’Unione europea, Herman van
Rompuy, è stato il presidente russo,
Vladimir Putin, rompendo giorni di
silenzio, a invitare alla calma per evitare ogni escalation.
E in tutto questo — proprio mentre
l’Unione europea definisce legittimo
il nuovo Governo transitorio di Kiev,
dicendosi pronta a firmare un
accordo di associazione con l’Ucraina — il deposto presidente, Viktor
Ianukovich, è riapparso per la prima
volta in pubblico, in Russia.
Durante una conferenza stampa a
Rostov, sul Don, ha bollato il nuovo
Governo rivoluzionario come «neofascista», accusando la «politica irresponsabile dell’Occidente per la crisi
e i morti di una sceneggiatura non
scritta in Ucraina». Subito dopo, le
nuove autorità di Kiev hanno chiesto
ufficialmente alla Russia l’estradizione dell’ex capo dello Stato.
Oggi l’inserto mensile
Donne e arte
IN
ALLEGATO
— sempre nella stessa area — due
vittime.
«Per modalità e per tipologia
delle vittime, i crimini commessi in
Siria sono assai più gravi di quelli
perpetrati nella ex Jugoslavia» ha
dichiarato ieri Carla del Ponte, ex
procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia e ora membro della commissione di inchiesta sulla Siria. «Non
esistono buoni e cattivi, e tutte le
parti commettono crimini». Del
Ponte e gli altri membri della commissione d’inchiesta Onu sono in
questi giorni impegnati in incontri
a porte chiuse, nel sud della Turchia, con rifugiati siriani e dissidenti. Il mandato della commissione,
presieduta dal brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro, è già scaduto e il cinque di questo mese sarà presentato
a Ginevra il rapporto conclusivo
dell’inchiesta.
Ma a suscitare le preoccupazioni
della comunità internazionale è soprattutto l’emergenza dei profughi.
Quello siriano sta diventando il
più grande gruppo di profughi al
mondo, superato per il momento
solo dagli afghani. Secondo l’Alto
commissario per i rifugiati dell’Onu, António Guterres, le persone registrate come profughi causati
dalla guerra sono quasi due milioni
e mezzo. Se la tendenza attuale dovesse proseguire, ha aggiunto l’Alto
commissario delle Nazioni Unite
per i rifugiati, ci si attende che il
numero di profughi raggiunga i
quattro milioni entro la fine dell’anno. E pochi giorni fa le autorità di
Damasco hanno reso noto che intendono cooperare con le Nazioni
Unite nell’ambito del «rispetto della sovranità della Siria» per la fine
delle violenze e per l’apertura di
corridoi umanitari.
Nuovi disordini a Caracas
L’Onu condanna
le violenze
in Venezuela
PAGINA 2
Accanto
a Papa Giovanni
Uomini armati a Simferopoli dietro un cartello che rivendica l’appartenenza russa della Crimea
(LaPresse/Ap)
LORIS FRANCESCO CAPOVILLA
A PAGINA 6
NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza:
le Loro Eminenze Reverendissime i Signori Cardinali:
— Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi;
— José Manuel Estepa Llaurens, Arcivescovo Ordinario Militare emerito per la Spagna, in
visita «ad limina Apostolorum»;
le Loro Eccellenze Reverendissime i Monsignori:
— Santiago García Aracil, Arcivescovo di Mérida-Badajoz
(Spagna), in visita «ad limina
Apostolorum»;
— Braulio Rodríguez Plaza,
Arcivescovo di Toledo (Spagna), con l’Ausiliare, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Ángel Fernández Collado,
Vescovo titolare di Iliturgi, in
visita «ad limina Apostolorum»;
— Juan del Río Martín, Arcivescovo Ordinario Militare per
la Spagna, in visita «ad limina
Apostolorum»;
— Francisco Cerro Chaves,
Vescovo di Coria-Cáceres (Spagna), in visita «ad limina Apostolorum»;
— Amadeo Rodríguez Magro,
Vescovo di Plasencia (Spagna),
in visita «ad limina Apostolorum»;
— Ciriaco Benavente Mateos,
Vescovo di Albacete (Spagna),
in visita «ad limina Apostolorum»;
— Antonio Ángel Algora Hernando, Vescovo di Ciudad Real
(Spagna), in visita «ad limina
Apostolorum»;
— José María Yanguas Sanz,
Vescovo di Cuenca (Spagna), in
visita «ad limina Apostolorum»;
— Atilano Rodríguez Martínez, Vescovo di Sigüenza-Gua-
dalajara (Spagna), in visita «ad
limina Apostolorum».
Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza Sua
Eccellenza il Signor Victor-Viorel Ponta, Primo Ministro della
Romania, con la Consorte, e
Seguito.
Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza Sua
Eccellenza il Signor Fernando
Zegers Santa Cruz, Ambasciatore di Cile, in visita di congedo.
Il Santo Padre ha accettato la
rinuncia all’ufficio di Vescovo
della Diocesi di České Budějovice (Repubblica Ceca), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Jiři Paďour,
OFMCAP., in conformità al canone 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 2
domenica 2 marzo 2014
Nuovi disordini a Caracas
La decisione del supremo tribunale federale
L’Onu condanna
le violenze
in Venezuela
Nuova sentenza in Brasile
sul Mensalão
CARACAS, 1. Le Nazioni Unite condannano le violenze in Venezuela.
L’alto commissario per i Diritti
umani, Navi Pillay, ha espresso viva preoccupazione per gli scontri
che hanno causato morti e feriti e
per l’uso eccessivo della forza da
parte delle autorità.
In un comunicato diffuso a Ginevra, Pillay ha esortato il Governo
e l’opposizione al dialogo e ha
chiesto indagini imparziali su
«ogni caso di morte o ferimento».
Pillay si è detta preoccupata anche
per l’alto numero di persone arrestate e per le notizie di persone detenute in isolamento. «Le persone
detenute solo per aver esercitato i
propri diritti devono essere immediatamente rilasciate», ha affermato. Secondo l’esponente delle Nazioni Unite, «questa crisi sarà risolta solo se i diritti umani di tutti i
Venezuelani sono rispettati; la retorica incendiaria delle parti è assolutamente inutile e rischia di accentuare le tensioni». È giunto il tempo «di andare oltre l’aggressione
verbale e di approdare al dialogo»
ha sottolineato il commissario delle
Nazioni Unite.
Sulla crisi venezuelana è intervenuto, sempre ieri, il segretario di
Stato americano, John Kerry, che
in un incontro con i giornalisti ha
anch’egli auspicato il dialogo tra le
parti coinvolte. «Devono — ha detto Kerry — tendersi la mano e avere un dialogo, riunire la gente e risolvere i loro problemi: abbiamo
bisogno di dialogo, non di violenze
e di arresti».
Sul terreno, comunque, la situazione resta estremamente critica.
Tre settimane di scontri politici in
Venezuela sono costate la vita ad
almeno 17 persone: il bilancio è stato fornito dalla procuratrice generale, Luisa Ortega, secondo la quale durante le proteste ci sono stati
anche 261 feriti.
Le dimostrazioni organizzate a
Caracas e in altre città venezuelane
per protestare contro l’aumento
della criminalità e la crisi economica sono degenerate in violenti
scontri fra gruppi di giovani e la
polizia. A far salire ulteriormente la
tensione è stata poi la decisione del
Governo di arrestare alcuni esponenti di spicco dell’opposizione.
BRASILIA, 1. È stata respinta l’accusa
di associazione a delinquere a carico
di otto condannati nell’ambito del
processo sul Mensalão, lo scandalo
delle tangenti politiche in Brasile
scoppiato nel 2005. Oltre a vedersi
ridurre le pene, molti degli incriminati (tra i quali l’ex braccio destro di
Lula, José Dirceu) ora potranno lasciare il carcere prima del previsto.
La decisione — resasi necessaria dopo l’ammissione di nuovi ricorsi — è
stata annunciata ieri dal supremo tribunale federale brasiliano con una
maggioranza di sei voti a cinque.
Il risultato ha così capovolto una
precedente sentenza dello stesso tribunale, emessa nel 2012 e in cui il
capo di imputazione era invece stato
accolto. Determinanti per l’assoluzione dalla nuova condanna sono
stati i voti dei giudici Luís Roberto
Barroso e Teori Zavascki, nominati
dalla presidente Dilma Rousseff.
Critico nei confronti del verdetto è
stato invece il giudice Joaquim Barbosa, presidente del tribunale, secondo il quale quello del voto è stato «un giorno triste».
Lo scandalo del Mensalão causò
nel giugno del 2005 una grave crisi
nel Governo brasiliano guidato
dall’allora presidente Luiz Inácio
Lula da Silva, sempre dichiratosi
estraneo alla vicenda.
D all’inizio delle proteste, partite il
4 febbraio dalla città di San Cristóbal, capitale dello Stato di Táchira,
la polizia ha arrestato circa seicento
persone.
E anche ieri, nelle strade di Caracas, la tensione è stata altissima.
Sono infatti registrati nuovi scontri
tra qualche centinaio di manifestanti e le forze dell’ordine; segnalati lanci di pietre e di bombe molotov. I tafferugli hanno interessato
soprattutto il quartiere di Chacao,
nella parte est della capitale. Stando a quanto riferiscono le autorità
non ci sarebbero vittime né feriti.
Per cercare di riportare la calma,
il presidente Maduro ha aperto
due giorni fa una conferenza per il
dialogo nazionale, che tuttavia è
stata boicottata dall’opposizione.
Nelle intenzioni di Maduro, la
conferenza dovrebbe servire per
arginare i disordini attraverso «il
dialogo e l’azione per la difesa della Costituzione e della pace». Uno
dei partiti di opposizione Voluntad
Popular, il cui leader Leopoldo
López è già in carcere, ha visto
arrestare anche il proprio coordinatore politico, Carlos Vecchio,
provvedimento duramente contestato dalle formazioni contrarie a
Maduro.
L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
00120 Città del Vaticano
Salto nel buio
per migliaia di migranti
Si è dimesso
il Governo di Cipro
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Nominati da Renzi
9 viceministri
e 35 sottosegretari
ROMA, 1. Il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Matteo
Renzi, ha completato venerdì la
composizione della compagine
governativa con la nomina di 35
sottosegretari e 9 viceministri.
Fra le 43 nomine, figurano solo 9
donne. In totale, compresi i ministri già in carica, le esponenti
di sesso femminile rappresentano
il 27 per cento, quota analoga a
quella del precedente Governo
guidato da Enrico Letta.
LONDRA, 1. L’immigrazione è sempre
di più un tema cruciale nel dibattito
politico britannico. Il premier David
Cameron deve fare i conti con nuovi
arrivi, soprattutto dall’Unione europea. E aumenta il fronte politico di
coloro che chiedono maggiori
controlli alla frontiera. L’ufficio nazionale di statistiche ha reso noto ieri che nel Paese si registra un aumento di arrivi provenienti soprattutto dall’Ue.
In particolare da Polonia, Spagna,
Portogallo e anche Italia. I dati si riferiscono al periodo settembre 2012 settembre 2013. Nel dettaglio, si cal-
direttore responsabile
TIPO GRAFIA VATICANA
EDITRICE L’OSSERVATORE ROMANO
Carlo Di Cicco
don Sergio Pellini S.D.B.
vicedirettore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
MADRID, 1. Si fa ogni giorno più
critica la situazione a Melilla e a
Ceuta — le due enclaves spagnole in
Marocco — che per i migranti africani rappresentano una delle vie più
tentate per entrare in Europa. I centri di accoglienza temporanea hanno
un numero di persone tre volte superiore alle loro capacità e non c’è
giorno in cui non vi siano tentativi
di ingresso. Si stima che negli ultimi nove anni circa quarantamila
persone abbiano cercato di superare
la stretta sorveglianza e le reti di
protezione: diverse migliaia di migranti ci sono riusciti, molti altri sono stati respinti, e alcune decine vi
hanno trovato la morte cercando di
entrare via mare (come è accaduto a
quindici uomini annegati il 6 febbraio a largo di Ceuta). Uomini,
donne e ragazzi, stremati dalla fame
e dalla disperazione, si radunano vicino alle due cittadine in attesa del
momento migliore per tentare l’ingresso. Come è avvenuto ieri, quando in 350 hanno cercato di passare
per il varco di Beni Enzar: duecento
ci sono riusciti, e sono stati trasferiti
nei centri di accoglienza, o meglio
nelle tende supplementari allestite
dall’esercito e dalla Croce rossa.
Persiste dunque in quest’area una situazione di grave emergenza in cui
troppo spesso il viaggio della speranza si traduce in una realtà di ulteriore sofferenza, se non di morte.
NICOSIA, 1. I ministri ciprioti hanno rassegnato ieri le dimissioni per
facilitare i cambiamenti nel Governo dopo la decisione del Partito
democratico (Diko, di destra, guidato da Nicolas Papadopoulos) di
uscire dalla coalizione con Adunata
democratica (Disy, di centrodestra,
del presidente della Repubblica,
Nicos Anastasiades).
Diko ha lasciato l’Esecutivo per
disaccordi con il capo dello Stato
sulla gestione dei negoziati, di recente riavviati con la controparte
turco-cipriota, per la riunificazione
dell’isola. Lo riferiscono i media.
Anastasiades — parlando con i
giornalisti durante una conferenza
stampa a Nicosia — ha detto di
avere chiesto ai ministri di rimanere ai loro posti sino a quando non
verrà effettuato un rimpasto di Governo, che per gli analisti potrebbe
avvenire al massimo entro il prossimo 15 marzo.
La decisione dei ministri di rassegnare le dimissioni è arrivata anche a poche ore dal voto con cui il
Parlamento ha respinto un disegno
di legge per la privatizzazione delle
aziende a partecipazione statale,
previsto nel memorandum firmato
l’anno scorso da Nicosia con la
troika (Fondo monetario internazionale, Commissione europea e
Banca centrale europea) in cambio
di aiuti economici per uscire dalla
grave crisi finanziaria.
Ieri, avevano annunciato le dimissioni entro mercoledì prossimo i
quattro ministri del Diko (sugli 11
che formano il Governo): quello
dell’Energia, Commercio, Industria
e Turismo, Yiorgos Lakkotrypis;
dell’Istruzione e della Cultura,
Kyriakos Kenevezos; della Salute,
Costas Petrides; e della Difesa,
Photis Photiou.
Aumentano gli ingressi in Gran Bretagna
dai Paesi dell’Ue
GIOVANNI MARIA VIAN
caporedattore
L’ex presidente brasiliano Lula da Silva (Reuters)
Dopo le divisioni all’interno della coalizione di maggioranza
Migranti scavalcano la recinzione a Melilla (LaPresse/Ap)
Piero Di Domenicantonio
SANTIAGO DEL CILE, 1. «Per me è
un enorme onore e fonte di orgoglio». Ha commentato così Isabel
Allende la nomina a presidente
del Senato del Cile. Scrittrice di
fama mondiale e figlia del presidente socialista morto nel golpe
del 1973, Allende sarà la prima
donna a ricoprire questo incarico
nella storia del Paese. È stata
scelta e nominata da Nueva Mayoría, la coalizione di centro sinistra uscita vincitrice dalle elezioni
dello scorso dicembre, che si insedierà nel Parlamento cileno il
prossimo 11 marzo. Allende ha dichiarato di sperare che il suo
nuovo ruolo aiuti altre donne a
entrare nel mondo della politica,
esprimendo inoltre la propria
soddisfazione nel ricoprire lo stesso incarico che dal 1966 al 1969 fu
di suo padre.
Il primo compito di Allende
sarà quello di presiedere al giuramento di Michelle Bachelet, che
ritorna alla presidenza del Cile,
dopo un primo mandato tra il
2006 e il 2010. L’accordo di coalizione che ha portato Allende alla
presidenza del Senato prevede
che dopo un anno l’incarico sia
affidato a Patricio Walker, senatore della Democracia cristiana,
partito che negli anni Settanta si
oppose a Salvador Allende, ora
alleata dei socialisti nella maggioranza di Governo.
Sempre più critica la situazione a Ceuta e a Melilla
Promosso
dalla troika
il risanamento
di Lisbona
LISBONA, 1. I rappresentanti della
troika (Banca centrale europea,
Fondo monetario internazionale,
Unione europea) hanno promosso
ieri il programma di risanamento
del Portogallo. Al termine della
nuova missione a Lisbona, la troika
ha emesso un comunicato in cui si
afferma che la ripresa economica si
va rafforzando e si evidenzia che il
deficit del 2013 è al 4,5 per cento,
ovvero «ben al di sotto delle previsioni iniziali». Il verdetto sulla revisione del programma economico
portoghese, che sbloccherà 2,5 miliardi del prestito da 78 miliardi
concesso a Lisbona, è atteso ad
aprile. Sempre ieri il Governo di
Lisbona ha ribadito, dopo la
valutazione positiva espressa dai
rappresentanti della troika, che
l’obiettivo resta quello di uscire a
maggio dal programma di salvataggio.
Intanto nel Paese hanno avuto
luogo nuove proteste contro le misure di austerità approvate dal Parlamento. Nella giornata di ieri migliaia di persone hanno protestato
a Lisbona e in altre città nell’ambito di manifestazioni organizzate
dal maggiore sindacato portoghese,
il Cgtp. La protesta è diretta in
particolare contro il taglio degli stipendi pubblici e delle pensioni.
Isabel Allende
eletta presidente
del Senato
cileno
direttore generale
colano 212.000 nuovi arrivi rispetto
ai 154.000 dello stesso periodo per
l’anno precedente. Circa il settanta
per cento per lavoro, il trenta per
cento per studio. Il numero dei cittadini europei è aumentato a 209.000
da 149.000.
Per gli italiani si registra inoltre
un primato: sono oltre 44.000 quelli
ai quali lo scorso anno è stato attribuito nel Regno Unito il National
Insurance Number (equivalente al
codice fiscale), il 66 per cento in più
rispetto al 2012. Si tratta dell’aumento maggiore registrato tra i Paesi di
provenienza.
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Comunque, il dato generale diffuso dall’istituto di statistica britannico
— riferiscono gli analisti — è parziale
e limitato a chi appunto richiede il
National Insurance Number (che nel
Paese potrebbero essere giunti da
molto tempo) e andrebbe combinato
con il sommerso, ovvero il dato non
dichiarato.
Tuttavia, resta indicativo di una
tendenza che sembra andare nella
direzione opposta a quella auspicata
dal Governo, il cui obiettivo è di limitare gli arrivi a meno di 100.000
all’anno entro il 2015.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
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Proteste
ad Atene
contro
i licenziamenti
ATENE, 1. Centinaia di funzionari greci hanno manifestato ieri
per le strade di Atene per protestare contro i numerosi licenziamenti nell’ambito della ricostruzione del settore pubblico. Il
Governo greco aveva infatti promesso ai rappresentanti della
troika (Unione europa, Banca
centrale europea e Fondo monetario internazionale) di licenziare, nell’arco del 2014, 11.500 dipendenti per ridurre la spesa
pubblica e per poter continuare
a beneficiare dei prestiti internazionali.
I manifestanti si sono radunati di fronte al ministero delle Riforme amministrative per poi essere allontanati dalla polizia in
tenuta antisommossa. Successivamente i dimostranti si sono
diretti verso il ministero delle
Finanze, dove sono stati nuovamente respinti dalle forze
dell’ordine.
Tra i lavoratori scesi ieri in
piazza vi sono stati anche numerosi insegnanti. Riferiscono i
media locali che durante la manifestazioni
sono
divampati
scontri con gli agenti di polizia
che hanno fatto uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla.
Concessionaria di pubblicità
Il Sole 24 Ore S.p.A
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Alfonso Dell’Erario, direttore generale
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L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 2 marzo 2014
pagina 3
Criticato per l’incapacità di arginare le violenze il presidente nigeriano promette una rapida soluzione
I manifestanti tolgono gli accampamenti a Bangkok
In guerra
contro i miliziani di Boko Haram
La crisi thailandese
resta irrisolta
ABUJA, 1. Il presidente della Nigeria,
Jonathan Goodluck, ha dichiarato
ieri che il Paese è in guerra contro i
miliziani islamisti di Boko Haram,
in seguito ai numerosi, efferati attacchi che negli ultimi giorni hanno
provocato decine di vittime. L’amministrazione del presidente Goodluck,
ricordano le agenzie di stampa internazionali, è stata criticata per la sua
presunta incapacità di fermare gli attacchi contro i civili indifesi. Dal
canto suo il capo di Stato nigeriano
ha definito invece «un grande successo» l’offensiva militare contro Boko Haram nel nord del Paese, aggiungendo che presto «la situazione
tornerà alla normalità».
Al momento, tuttavia, sembra difficile che la situazione possa essere
normalizzata in tempi brevi. I miliziani infatti non danno tregua con i
loro attacchi indiscriminati contro
uomini, donne e bambini. Violenze
che hanno di conseguenza causato
distruzione e miseria in varie parti
del Paese. Nei giorni scorsi un responsabile dell’amministrazione del
distretto di Madagali, Mallam Maina Ularamu, ha lanciato un allarme
riguardo alla situazione nella zona a
confine tra gli Stati di Borno e Adamawa.
A causa delle violenze, sono giunte nelle ultime settimane migliaia di
persone sono giunte nella zona co-
Civili nigeriani costretti ad abbandonare le proprie abitazioni (Reuters)
strette ad abbandonare la località di
Izge dove i miliziani avevano ucciso
due donne e un uomo e poi dato alle fiamme alcune abitazioni. Si è
trattato di un episodio tra i tanti che
hanno indotto gran parte della po-
polazione a temere sempre più per
la propria incolumità.
Nel maggio scorso il presidente
aveva lanciato un’offensiva militare a
Borno, Adamawa e nello Stato di
Yobe per cercare di arginare le vio-
Coprifuoco
nella
città libica
di Sebha
Netanyahu atteso a Washington
S’infiamma il confine
tra Gaza e Israele
TEL AVIV, 1. Ancora tensione al confine tra la Striscia di Gaza e Israele.
Una donna palestinese è stata uccisa, oggi, nel sud del territorio controllato da Hamas da colpi sparati
dall’esercito israeliano al confine. Lo
riferiscono fonti palestinesi; nessuna
smentita da parte israeliana. L’episodio segue di poche ore un raid israeliano nel nord della Striscia: l’obiettivo, come riferiscono fonti militari,
era una postazione per il lancio di
razzi. Dopo circa un anno di calma
relativa — sottolinea la France-Presse
— nelle ultime settimane si è assistito
a un incremento degli incidenti , con
diversi lanci di razzi da parte di miliziani palestinesi e rappresaglie
israeliane.
Intanto, gli occhi della diplomazia
internazionale guardano a Washington, dove è atteso il premier israelia-
Ancora
violenze
in Egitto
IL CAIRO, 1. Un manifestante è
morto ieri durante gli scontri al
Cairo tra sostenitori e oppositori
dell’ex presidente Mohammed
Mursi, destituito dall’esercito. Lo
ha reso noto il ministero della Sanità, aggiungendo che altre sedici
persone sono state ferite, nove
delle quali in modo grave.
Oltre quattromila sostenitori di
Mursi hanno manifestato per ore
nel quartiere di Ain Shams della
capitale, paralizzando il traffico.
Manifestazioni simili si sono
svolte nelle città di Alessandria,
Suez e Ismailia, oltre che nelle
province di Ben Sueif e Minya.
Ad Alessandria incidenti sono
stati segnalati dopo che alcuni
cittadini hanno cercato di zittire i
manifestanti, in gran parte esponenti dei Fratelli musulmani, che
intonavano slogan contro l’esercito e il Governo. Dallo scorso dicembre, i Fratelli musulmani, cui
appartiene il deposto presidente,
sono stati dichiarati fuorilegge.
E in considerazione del progressivo deterioramento della situazione di sicurezza, Italia, Belgio, Olanda e Germania hanno
sconsigliato ai propri cittadini di
recarsi in Egitto, in particolare nel
Sinai e a Sharm el Sheikh, per il
timore di attentati.
no, Benjamin Netanyahu, che dovrebbe incontrare lunedì alla Casa
Bianca il presidente Barack Obama.
Pochi giorni fa, il segretario di Stato
americano, John Kerry, aveva annunciato che i colloqui di pace diretti
tra israeliani e palestinesi, che sulla
carta avrebbero dovuto durare nove
mesi, si estenderanno oltre la scadenza prefissata, ovvero fino alla fine di aprile. La visita del presidente
palestinese Abu Mazen a Washington è prevista per il 17 marzo.
I negoziati di pace tra israeliani e
palestinesi sostenuti dagli Stati Uniti, ripresi a luglio scorso dopo tre
anni di stallo, sono al momento
bloccati. Kerry, che nei mesi scorsi
ha effettuato undici viaggi in Israele
e in Cisgiordania, sta lavorando con
entrambe le parti per dirimere alcune questioni chiave, come quelle
degli insediamenti e dei profughi
palestinesi, in vista di un accordo
quadro.
Il principale obiettivo della Casa
Bianca è di arrivare a un’intesa generale, su tutti i punti, entro la fine
dell’anno. Nonostante le difficoltà,
Kerry ha sempre ribadito l’impegno
di Washington per una giusta soluzione del conflitto che guardi nella
direzione della formazione di due
Stati autonomi e sovrani, in pace tra
loro.
TRIPOLI, 1. Un coprifuoco in vigore dalle 22 alle 7 nella città libica di Sebha per «bloccare le minacce alla sicurezza» e per «arginare le violenze causate da quanti
intendono andare contro la pace»
è stato ieri annunciato dal portavoce dell’unità responsabile delle
operazioni militari nel sud, Ala Al
Huwaik. Dal mese scorso la località di Sebha è teatro di scontri
tra esponenti della tribù Awlad
Soliman, di origine araba, e quelli
di origine africana dei Tabu, che
hanno provocato finora un centinaio di vittime. Oltre ad aver decretato lo stato di emergenza, le
autorità libiche hanno dispiegato
rinforzi militari a Sebha, bastione
dell’ex colonnello Gheddafi. Le
violenze hanno finito per avere ripercussioni sul voto per l’Assemblea costituente. Il presidente
dell’Alta commissione elettorale
nazionale, Nuri Elabbar, ha dichiarato che a causa dell’insicurezza e dei sabotaggi da parte di
gruppi etnici, la seconda tornata
elettorale non si è potuta tenere
in numerosi seggi. Elabbar ha aggiunto che una terza tornata non
sarà organizzata e sarà il Parlamento a decidere che cosa fare
degli 11 seggi, su 60, vacanti. I
primi 49 seggi sono stati assegnati
dal 45 per cento degli aventi diritto andati alle urne il 20 febbraio.
lenze scatenate dai miliziani di Boko
Haram, che si battono per rovesciare
il Governo federale di Abuja e imporre la legge islamica nel Paese.
Ma finora la lotta non ha dato i risultati sperati.
E proprio nello Stato di Yobe, nei
giorni scorsi, i miliziani islamisti
hanno perpetrato una strage di studenti, nell’attacco contro il collegio
Buni Yadi. Nell’azione destabilizzante dei terroristi sono proprio le scuole a essere uno degli obiettivi più
colpiti: molte sono state date alle
fiamme, con un conseguente pesante
bilancio di vittime. Proprio nella città di Yobe, nel settembre scorso, erano stati uccisi quaranta studenti durante un attacco compiuto contro un
centro per la formazione agraria.
Dopo questa strage, il governatore
dello Stato, Ibrahim Gaida, ha rivolto critiche al Governo di Abuja perché le forze di sicurezza sarebbero
giunte troppo tardi sul luogo della
strage una volta interpellate d’urgenza. «Per ben cinque ore non c’erano
agenti in grado di impedire quello
che stava accadendo» ha affermato
in un comunicato il governatore.
E in questi giorni si è tenuta ad
Abuja una conferenza internazionale
sulla pace e la sicurezza in Africa alla quale ha preso parte anche il presidente francese, Fraçois Hollande.
Emergenza siccità in Malaysia
Razionata l’acqua
a Kuala Lumpur
re in un unico accampamento nel
parco Lumphini. Tuttavia, rimarranno operativi — e gestiti da gruppi affiliati — altri tre bivacchi attorno ad alcuni palazzi istituzionali,
tra cui la sede dell’Esecutivo.
Nelle ultime settimane, le difficoltà logistiche ed economiche di
una protesta che va avanti ormai
da fine ottobre sono state comunque evidenti, con presidi semivuoti
sorvegliati solo da un minaccioso
servizio di sicurezza reclutato dal
sud, feudo dell’opposizione.
Una serie di violenze — sparatorie, attacchi esplosivi e scontri con
le forze dell’ordine, che hanno provocato 21 morti e oltre settecento
feriti — ha progressivamente fatto
calare la partecipazione della borghesia di Bangkok, che continua
comunque a sostenere compatta la
lotta contro il Governo.
Ma anche se le strade di
Bangkok torneranno libere, la crisi
politica rimane al momento irrisolvibile. Suthep, che chiede l’istituzione di un Consiglio del popolo
nominato dagli ambienti monarchici, non ha mai accettato alcun
compromesso. La sua offerta di un
dibattito televisivo con Yingluck è
stata respinta ieri dal Governo, che
ribadisce la sua legittimità proveniente dal trionfo elettorale del
2011 e, probabilmente, anche del
voto anticipato del 2 febbraio.
Dato il boicottaggio dell’opposizione — sostenuta dall’élite tradizionale vicina alla monarchia — e
l’ostruzionismo della protesta, l’esito della consultazione elettorale del
mese scorso ancora non è stato ancora reso noto e Yingluck — appoggiata dalle classi medio-basse
rurali — rimane precaria nella posizione di primo ministro ad interim.
La crisi politico-istituzionale rischia, quindi, di trascinarsi ancora
a lungo.
Svolta in Cina
sulla sicurezza
informatica
mezzo di persone. Anche nella capitale, Kuala Lumpur — dopo due
mesi di siccità, accompagnata da
temperature sopra la media — è
previsto un razionamento del prezioso liquido. Si temono pesanti
conseguenze
sull’economia
di
quello che è il primo esportatore
al mondo di gomma e il secondo
produttore di olio di palma, oltre
che sul pregiato export di frutta
esotica e fiori.
PECHINO, 1. Il presidente cinese, Xi
Jinping, presiederà un gruppo di
lavoro del Partito Comunista Cinese sulla sicurezza cibernetica del
Paese. «Senza sicurezza su internet
non c’è sicurezza nazionale» ha dichiarato il presidente, secondo i
media cinesi. «Senza informatizzazione non c’è modernizzazione» ha
aggiunto Xi Jinping. Il presidente
ha quindi dichiarato che la Cina
«deve sforzarsi di diventare una
potenza cibernetica». Il gruppo di
lavoro avrà due vice presidenti, il
premier Li Keqiang e il membro
dell’ufficio politico comunista Liu
Yunshan. In Cina — come sottolineano numerose fonti di stampa —
la rete internet è strettamente controllata dal Governo, che impedisce
l’accesso del pubblico ai siti considerati pericolosi.
Uccisi
cinque talebani
in Afghanistan
Sangue
sulle vaccinazioni
in Pakistan
KABUL, 1. Non si fermano le violenze in Afghanistan, mentre si
acuiscono le divergenze tra l’Afghanistan da un lato e gli Stati
Uniti e la Nato dall’altro, in merito al mancato accordo sulla sicurezza. Ieri cinque talebani sono
morti in un raid di un drone statunitense (velivolo senza pilota)
nella provincia di Kunar. Come
accade anche in Pakistan, la strategia dei droni è un motivo di contenzioso anche fra Kabul e Washington, con le autorità afghane
che esprimono riserve sui droni
perché ritenuti una minaccia per
l’incolumità della popolazione. Il
Pentagono replica che, fatta salva
la volontà di non nuocere ai civili,
finora tale strategia ha permesso
di distruggere numerosi postazioni
talebane.
ISLAMABAD, 1. Nuovi attacchi dei
talebani in Pakistan contro la campagna antipolio. Oggi attentati dinamitardi nel distretto di Khyber
hanno provocato la morte di tredici
poliziotti, che stavano scortando
una squadra di medici impegnati
nelle vaccinazioni. Si è poi appresso che anche un bambino è rimasto
vittima degli attentati. Un commando di miliziani ha lanciato alcuni ordigni in un’area dove erano
radunati medici e i volontari, sopravvissuti all’attacco. Si stima che
nel 2013 in Pakistan più di trenta
medici, impegnati nella campagna
antipolio, siano rimasti uccisi negli
attacchi compiuti dai miliziani. Il
Pakistan è tra l’altro l’unico Paese
dove il numero di nuovi casi di polio è stato segnalato in aumento
nel 2013.
Un corso d’acqua quasi asciutto (Reuters)
KUALA LUMPUR, 1. Molte zone
della Malaysia sono state colpite
dalla siccità, insuale in un Paese
dove le piogge sono una costante
dovuta alla vicinanza all’Equatore
e alla posizione geografica.
Particolarmente colpiti gli Stati
di Selangor, Johor e Negeri
Sembilan, dove il livello dell’acqua
negli invasi per l’approvvigionamento è già sceso del 50 per cento. Emergenza per due milioni e
Tra il Governo di Manila e i guerriglieri musulmani del sud dell’arcipelago
Verso un accordo di pace nelle Filippine
Il presidente filippino (Afp)
BANGKOK, 1. Il leader della protesta monarchico-nazionalista contro
il Governo thailandese, l’ex vice
premier Suthep Thaugsuban, ha
annunciato che da domani, domenica, il suo movimento abbandonerà tutti gli accampamenti nel centro di Bangkok, a eccezione di
quello nel parco Lumphini. Ma
l’epilogo della crisi politica che lacera il Paese asiatico sembra ancora
molto lontano.
L’ex vice premier ha parlato durante uno degli abituali comizi alla
folla di manifestanti, specificando
di volere comunque continuare la
lotta per ottenere le dimissioni del
Governo di Yingluck Shinawatra.
La mossa di Suthep rappresenta
in sostanza la fine dell’operazione
Bangkok Shutdown (paralisi di
Bangkok) lanciata lo scorso 13 gennaio, una strategia che ha portato
immensi disagi ai residenti della
capitale, incidendo pesantemente
anche sugli arrivi turistici.
«Restituiremo ogni incrocio alla
popolazione di Bangkok e da lunedì non paralizzeremo più la capitale» ha annunciato Suthep. In pratica, il movimento antigovernativo
abbandonerà i centralissimi presidi
di Phatumwan, Ratchaprasong e
Asok, situati lungo l’arteria stradale
principale di Bangkok, per conflui-
MANILA, 1. Il Governo delle Filippine e i leader della ribellione musulmana nel sud dell’arcipelago asiatico
firmeranno entro la fine di marzo gli
attesi accordi di pace. Intese che
porranno fine a una delle guerriglie
più lunghe e sanguinose dell’Asia.
Lo ha reso noto ieri il primo ministro della Malaysia, Najib Razak,
precisando che il presidente delle Filippine, Benigno Aquino III, lo ha
invitato a Manila per la cerimonia
della firma, «prevista — ha detto —
entro la fine marzo». Un funzionario dell’ufficio presidenziale filippino
ha confermato che gli accordi saranno siglati in quel periodo, ma una
data precisa non è stata ancora fissata. Benigno Aquino III è attualmente
in visita ufficiale in Malaysia, Paese
che in diverse occasioni ha ospitato
round di negoziati tra il Governo di
Manila e i ribelli.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
Raccolti gli scritti di Mario Sensi su Loreto
Quando i vescovi si confrontarono sul Vaticano
Le scelte misteriose
della madre di Dio
quali riesce a scoprire l’irradiamento devozionale del santuario
e le modalità con le quali questo culto viene replicato prima
nella zona umbro-marchigiana,
poi sempre più lontano. E la
profonda conoscenza della storia devozionale della regione lo
porta a trovare le origini della
chiesa lauretana in un ex voto
contro la peste, che prevedeva
l’edificazione di un sacello sacro
in una sola giornata, e quindi
senza fondamenta: da qui l’attributo di miraculose fundata.
Il piccolo santuario mariano
sorto vicino a Recanati si trasforma però presto,
da santuario per
Sarebbe utile studiare
uno scopo specifico
a santuario sede di
la fase gesuitica del santuario
un culto polivalenQuella in cui esso divenne
te. Che, come per
altri casi vicini, nel
uno dei luoghi principali
periodo fra Trecena sperimentare la penitenza
to e Quattrocento,
in quanto santuario
attenzione per le fonti con una mariano, partecipa della sacralisincera disponibilità ad ascoltare tà della Santa Casa di Nazaret.
le ragioni e le pratiche della deIn questo stesso periodo,
vozione popolare. In questo, fe- l’occupazione musulmana avedele allievo di don Giuseppe De va reso impossibile il pellegriLuca e soprattutto della sua naggio in Terra santa, per cui
compagna di studi e di ricerca la traslazione di sacralità in terRomana Guarnieri, della quale è ritori più accessibili diventa nequi ristampato un saggio di bi- cessaria e l’idea che questa sia
lancio e di commento alla prima proprio la Santa Casa originaparte della ricerca.
ria si fa strada. Ma a ispirare la
Sensi è attento studioso dei leggenda di una vera e propria
documenti notarili, attraverso i traslazione miracolosa fu un
conflitto giurisdizionale fra Recanati e Macerata, risolto dal
rettore del santuario, Pietro Tolomei, con il ricorso alla leggenda: il volo magico da Nazaret a Loreto consente così alla
Sede romana di assumere diretStorica contemporaneista,
tamente la giurisdizione del
Lucetta Scaraffia ha
santuario.
ricostruito la storia del
Volo magico che sembrava
santuario mariano nel
trovare origine e al tempo stesvolume Loreto, uscito nel
so conferma in una delle più
1998 con la casa editrice il
antiche immagini della MadonMulino. Il libro ripercorre
na di Loreto, ritratta all’interno
le vicende e i significati
di un tabernacolo — simbolo
religiosi e sociali della
dell’anàstasis che sta per la Gestoria di quel lembo di
rusalemme celeste — con due
Terra santa giunto
angeli ai lati che sembrano somiracolosamente in volo
nel cuore dell’Italia.
stenere il tabernacolo ma che, a
domenica 2 marzo 2014
Lettura storica
e lettura teologica
di LUCETTA SCARAFFIA
di FRANCESCO SAVERIO VENUTO
ario Sensi, grande studioso della Chiesa in
epoca medievale e nella prima
età moderna, ha raccolto in Loreto, una chiesa “miraculose fundata” (Firenze, Edizioni del
Galluzzo, 2013, pagine 469, euro
65), i suoi numerosi scritti sulla
storia del santuario di Loreto. E
riesce anche in questi studi, come negli altri suoi lavori, nel difficile compito di far convivere
precisione filologica e rigorosa
Il sinodo straordinario dei vescovi del 1985
non poté e allo stesso tempo non volle fornire un’interpretazione “ufficiale” del Vaticano II e risolverne problematiche lasciate
aperte, ma cercò, lontano da steccati ideologici, di ribadire e indicare alcuni criteri
di ermeneutica e lettura dei documenti
conciliari. Il concilio — dichiararono i Padri sinodali — legittimamente convocato e
validamente celebrato, essendo espressione
autorevole del Magistero del Papa in comunione con i vescovi nell’interpretare il
deposito della fede, è da promuovere e applicare integralmente.
Senza dubbio — osservarono ancora i
vescovi — sono attive delle resistenze nel
processo recettivo come conseguenza di
M
In volo
Quarant’anni
di interpretazioni
Una riproduzione devozionale della Santa Casa
un osservatore meno attento,
possono anche suggerire un
trasporto angelico.
Con Sisto V il piccolo centro
raggiunge il suo apogeo: il Papa marchigiano, infatti, coronò
l’operazione di traslazione di
sacralità dalla Palestina all’occidente cristiano conferendo a
Loreto la dignità di città vescovile, e quindi vera e propria città-santuario.
La successione dei rettori, lo
sviluppo del pellegrinaggio votivo, i risvolti economici della
vita di questo santuario sempre
più importante nella geografia
dei pellegrinaggi, e divenuto
tappa quasi obbligatoria nel
percorso di discesa verso Roma, sono tutti aspetti approfonditi con rigore documentario e acuta analisi storica nei
vari saggi raccolti nel volume.
Il libro si conclude con la segnalazione di nuove piste di ricerca, necessarie per completare
la storia del santuario, alle quali vorrei aggiungerne una: la
necessità di studiare l’importante fase gesuitica, in cui il santuario divenne, grazie alla forte
presenza della Compagnia, uno
dei luoghi principali in cui si
sperimentava la pratica della
penitenza, e dove i religiosi elaborarono i punti essenziali della loro trattatistica sulla confessione.
Molti aspetti della storia di
questo santuario, quindi, sono
stati chiariti, e altri almeno segnalati ai futuri storici, ma rimane aperto quello che Romana Guarnieri chiama «il mistero dei santuari».
Che forse, in questo caso, è
— a dirlo sempre con le sue parole — il «mistero insondabile
di scelte misteriose da parte
della Madre di Dio, capace di
servirsi financo dei nostri poveri “falsi storici”, per confondere
i “superbi nei pensieri del loro
cuore”, effondendo invece grazie su grazie sui “poveri di spirito”».
Pubblichiamo uno stralcio
di un articolo uscito sul numero
di gennaio del mensile
«La rivista del clero italiano».
Nel testo l’autore sintetizza quanto
elaborato in maniera più diffusa
nel libro La recezione del Concilio
Vaticano II nel dibattito storiografico
dal 1965 al 1985. Riforma
o discontinuità? (Cantalupa, Effatà,
2011). Nel volume — introdotto
da una prefazione del gesuita
Norman Tanner e da una sezione
dedicata
alla premesse di metodo — l’autore
ricostruisce le tappe salienti
del periodo preso in esame
descrivendo alcune figure
come «agenti della recezione»
e ripercorrendo la documentazione
storiografica sul concilio alla luce
della dialettica interna fra diverse
posizioni. Il raggio di analisi
del dibattito è principalmente
limitato all’Europa occidentale e al
Nord America, limitazione
ragionevole
data la vastità del tema trattato;
corredano il testo una sezione
composta da tre appendici di testi
e un prezioso indice dei nomi.
Il cardinale Gianfranco Ravasi e il filosofo Luc Ferry a confronto su fede e ragione
Dal 4 marzo sarà in libreria Lo scandalo
dell’amore (Milano, Mondadori, 2014, pagine
200, euro 18) nel quale il cardinale Gianfranco
Ravasi e il filosofo Luc Ferry dialogano sulla
fede, la ragione, la vita, la morte, la verità e la
menzogna. Anticipiamo una parte del dibattito
finale.
Con gli occhi del poeta
ti, la coscienza primaria della persona è simbolica, è segnata da un moto di adesione affettiva a un universo che si spalanca davanti
allo sguardo. Il bambino, per esempio, ha
come prima conoscenza la visione d’insieme,
in seguito imparerà a distinguere secondo i
canoni dell’analisi. Allo stesso modo procede
il poeta, il quale non analizza i sentimenti, i
volti, gli sguardi, le passioni, le vicende, ma
li rappresenta in termini sintetici, a volte
fulminanti, con il bagliore accecante di un
lampo.
LUC FERRY: Credo ut intelligam dice
sant’Agostino. Vorrei ritornare con lei su
quest’idea volontariamente paradossale, secondo la quale si dovrebbe prima trovare e
poi cercare. Per dirla in termini più comuni,
bisognerebbe cominciare dapprima con la fede e solo in un secondo tempo mobilitare la
ragione. A più riprese lei dice che la vera
teologia cammina su uno spartiacque, fra due abissi, due vallate, in cui
È davvero possibile
non bisogna cadere: da un lato, l’approccio unicamente storico, fattuale,
prima credere e poi comprendere?
razionale, filosofico; dall’altro un miLa fede non è una raccolta di norme
sticismo irrazionalista, un «entusiasmo mistico», una Schwärmerei per
ma coinvolge mente e cuore
usare un termine del romanticismo
Come accade fra due innamorati
tedesco. Occorre dunque mantenersi
sul crinale, e questo implica insieme
sia la ragione e la storia fattuale, sia
un approccio trascendente.
L’itinerario di fede autentico è, per certi
Solo in questo modo si può essere in ar- aspetti, parallelo al percorso estetico; perciò
monia con l’oggetto principale della teologia, il punto di partenza è credere/amare, con un
Gesù, che è a un tempo un essere storico, esordio di tipo simbolico rappresentativo. In
ma anche qualcuno di cui non si può com- tale orizzonte, per usare il binomio a cui lei
prendere il messaggio se non si possiede già faceva cenno, possiamo affermare: credere, e
la fede. Unicamente a tale condizione ci sarà poi cominciare a comprendere.
A questo punto si passa al secondo moarmonia fra il metodo teologico e l’oggetto
mento, cioè all’analisi in senso stretto. Quedella teologia.
Perché ha scelto questo approccio, visto sta ricerca, però, non può essere condotta atche si tratta di indirizzarsi a dei non creden- traverso un unico canale, un’unica via di coti, nel quadro del Cortile dei gentili? Che co- noscenza. Infatti, lo statuto epistemologico
sa si aspetta che comprendano di preciso, da- proprio della teologia necessita di almeno
to che ci vuole in primo luogo la fede per due percorsi paralleli. Il primo comprende la
comprendere, e che, per definizione, noi non documentazione storica e l’analisi razionale.
credenti non l’abbiamo? Che cosa ha voluto La figura di Gesù, per esempio, deve essere
studiata prendendo in considerazione la verimostrare loro?
fica storico-critica ma anche la dimensione
GIANFRANCO RAVASI: L’amare precede il psicologica, con il contributo della psicoanacomprendere. Questo assunto può essere lisi, con i suoi criteri di indagine, oppure
l’avvio per esplicitare il mio pensiero sulla ri- dell’antropologia culturale, e non soltanto
flessione teologica, che si rifà a uno schema con la pur necessaria analisi razionale intesa
che parte da Pascal, il quale diceva che si secondo rigidi canoni filosofici o storici. Il
comprendono le cose che si amano. Tale secondo livello lo definirei, pur con qualche
concezione può essere ampliata fino a lambi- precisazione, mistico, teologico in senso
re i confini dell’antropologia, cioè dell’espe- stretto. Si tratta di un canone più specifico,
rienza comune a ogni persona umana. Infat- che tiene conto della dimensione metarazio-
II
nale, che non significa semplicemente affermare dei principi o delle idee vaghe, inconsistenti, ma riconoscere che esiste un altro ordine conoscitivo con un suo statuto metodologico e una sua coerenza intrinseca. Questo
modello di conoscenza, per esempio, considera la Bibbia anche come parola trascendente, che supera i rigorosi principi di un
linguaggio letterario, storico-critico.
Può aiutarci a entrare in questa seconda
dimensione il libro di Giobbe, che vede da
una parte i tre amici Zofar, Bildad ed Elifaz,
ai quali si aggiunge Elihu, che intessono i loro dialoghi su una trama di razionalità pura,
senza aprirsi alla trascendenza. In un primo
momento Giobbe polemizza con gli amici affrontandoli sullo stesso terreno del raziocinio, ma alla fine apre un altro orizzonte conoscitivo, che gli consente di affermare, riguardo a Dio: «Io ti conoscevo per sentito
dire [è la via razionale] ma ora i miei occhi ti
vedono» (Giobbe, 42, 5).
Con questa affermazione egli introduce il
parametro della visione, la conoscenza, appunto, di tipo teologico in senso stretto, che
non è vagamente sentimentale, ma possiede
un suo statuto e metodo.
In tale prospettiva possiamo ricordare
Tommaso d’Aquino, Anselmo, Pascal, Kierkegaard e altri autori ancora, che cercano di
individuare non solo la grammatica della ragione, ma pure quella della “metaragione”.
Su questa scia possiamo richiamare anche alcuni grandi mistici come Giovanni della Croce e Teresa d’Avila.
Per esempio, Giovanni della Croce descrive l’ascesa verso Dio per gradi, passando anche attraverso la notte dello spirito. Ora, tutto questo non è una pura emozione, ma manifesta un rigore espositivo articolato su una
sintassi teologica. In questo senso possiamo
dire che l’esperienza del credente e, in subordine, il lavoro del teologo nascono da un
percorso per certi aspetti paragonabile al
coinvolgimento totale richiesto nell’innamoramento. Infatti, l’esperienza d’amore ha certamente una dimensione razionale — i due si
conoscono, discutono, sognano, progettano
— ma la componente fondamentale è sintonizzata su una lunghezza d’onda diversa.
Tanto che il volto della donna che ami ti appare bellissimo, unico, mentre per gli altri
non è che uno dei tanti volti che scorrono
sul «video» della quotidianità.
Sarebbe errato pensare che l’innamoramento sia solo un’esperienza emotiva; esso,
infatti, contempla anche l’aspetto razionale
che, talvolta, può mettere in crisi il piano affettivo.
Marc Chagall, «Giobbe in preghiera» (1960)
L’innamorato fa un’“esperienza di fede”
che non ha come interlocutore Dio, ma la
bellezza, che è, comunque, una realtà trascendente. Questo ci dovrebbe offrire la possibilità di presentare la fede non come una
raccolta di norme, ma come un’esperienza
“oltre”, che coinvolge tutta la persona, mente
e cuore.
un’ermeneutica impostata su una lettura
parziale e riduttiva dei testi conciliari, dovuta anche a una mancata attenzione da
parte dell’episcopato nel vigilarne l’interpretazione e l’applicazione.
Nella relazione finale, oltre a incoraggiare una più ampia e profonda conoscenza
del concilio, attraverso la sua assimilazione
interiore, la sua riaffermazione e la sua attuazione, il sinodo promosse alcune indicazioni di natura ermeneutica, riproponendo quasi alla lettera i criteri di lettura
dell’avvenimento e dei documento conciliari, così come erano stati redatti dal teologo Walter Kasper in un suo contributo
inviato in fase preparatoria alla Segreteria
generale. Essi sono: lettura integrale di tutti i documenti nella loro specificità e nel
loro reciproco rapporto; attenzione particolare verso le quattro Costituzioni come
“chiavi interpretative” dei decreti e delle
dichiarazioni; unità tra spirito e lettera
conciliare; continuità del Vaticano II con la
grande tradizione della Chiesa.
Il documento conclusivo del sinodo rappresentò un caloroso invito a considerare il
concilio Vaticano II un momento significativo della storia della Chiesa e una ulteriore fondamentale occasione di approfondimento teologico per la fede cristiana. Una
lettura storica e allo stesso tempo teologica
del Vaticano II avrebbe potuto contribuire
a una sua più integrale comprensione, evitando così il rischio di letture aprioristiche,
a scapito di una corretta ricostruzione dei
fatti storici, e un’interpretazione “ateologica” e storicista, incapace di rendere ragione
a una continuità e sviluppo nella storia
della Chiesa.
Secondo Peter Hünermann
Il ponte
di Ratzinger
«Benedetto XVI ha gettato
un ponte sul quale ora cammina
Francesco»: così il teologo
tedesco Peter Hünermann
nel corso dell’intervista
pubblicata sul blog
dell’editrice Queriniana.
Ratzinger, afferma, ha svolto
«un ruolo molto importante
nei processi di riforma della
Chiesa cattolica del secolo XX
e nella comprensione del
Vaticano II. Nella serie dei Papi
egli è l’ultimo che ha
partecipato al concilio. È
significativo che l’ultimo atto
del suo ministero sia consistito
nel presentare ancora una volta
al clero romano il concilio dal
suo punto di vista di
testimone».
La singolarità, spiega
Hünermann, sta nella
«concezione additiva del
concilio, che potrebbe conciliare
due aspetti: il vecchio e il
nuovo, tradizione e riforma.
Come i suoi predecessori
nel ministero papale, Ratzinger
ha compreso il concilio come un
evento che ha segnato un
passaggio. Qui sono in
discussione questioni del tutto
essenziali, questioni di fede e di
comprensione della Chiesa.
Credo che Benedetto abbia visto
chiaramente questa
responsabilità» sottolinea il
teologo.
«La nuova formulazione
dell’autocomprensione
ecclesiale, che si esprime nel
concilio — prosegue il teologo —
non fu subito patrimonio dei
teologi e della prassi dei
vescovi. Una parte si poneva
con stupore di fronte a questo
“evento mondiale”, come lo ha
chiamato Karl Rahner, perché la
Chiesa integrava per la prima
volta il mondo nella riflessione
su se stessa. L’altra parte
continuava a viaggiare sui
vecchi binari. E in Ratzinger lei
trova entrambe le posizioni.
Le decisioni di Benedetto,
conclude Hünermann, sono
state «pietre miliari per la
Chiesa nel suo cammino in
questo tempo. Pensiamo a
quando ha detto “Non sono più
nelle condizioni di prestare il
servizio a me affidato”: è una
nuova definizione, pragmatica
nel senso migliore del termine,
del ministero di Papa, senza che
la teologia del ministero ne
fosse toccata».
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 2 marzo 2014
pagina 5
Intervista a don Francesco Cereda regolatore del capitolo generale salesiano
Monsignor Galantino presenta il sussidio della Cei per la quaresima e la Pasqua
Testimoni
della radicalità del Vangelo
In Cristo
la speranza
di CARLO DI CICCO
Mistico nello Spirito, profeta della
fraternità, servo dei giovani: è questo l’ideale identikit del salesiano
oggi. A tracciarne il profilo è don
Francesco Cereda, regolatore dell’imminente capitolo generale 27
della
congregazione
salesiana.
«L’Osservatore Romano» ha posto
a don Cereda alcune domande per
approfondire il senso di questo appuntamento che proietta la congregazione nell’anno del bicentenario
del nascita di don Bosco attraverso
le novità riformatrici del pontificato
di Papa Francesco.
«Testimoni della radicalità evangelica:
lavoro e temperanza». Perché i salesiani hanno scelto questo tema per il loro
capitolo generale 27?
La vita consacrata è chiamata a
dare testimonianza del Vangelo;
questa è la sua identità. La testimonianza è fondamentale per la vita
cristiana e ancor più per la vita consacrata. La testimonianza fa crescere
la Chiesa; Papa Benedetto XVI ci ricordava che «la Chiesa cresce per
testimonianza e non per proselitismo». La testimonianza che attrae è
quella della vita vissuta secondo il
vangelo. Il “lavoro” e la “temperanza” sono il distintivo del salesiano,
ossia il suo modo di testimoniare la
radicalità del Vangelo; con il lavoro
e la temperanza egli concretizza il
programma di vita di don Bosco:
«dammi le anime, toglimi pure tutto
il resto». Tale programma rappresenta infatti la mistica e l’ascetica
del salesiano, che si esprime in modo visibile proprio con la dedizione
nel lavoro apostolico e con la capacità di rinuncia.
In che modo il vostro capitolo generale
terrà presente il bicentenario della nascita di don Bosco e il valore simbolico
di rinnovamento e riforma del pontificato di Francesco?
c’è cambio culturale e sull’educazione si inserisce l’annuncio del Vangelo. Dobbiamo preparare i giovani a
essere capaci di trasformare la società secondo lo spirito del Vangelo
come agenti di giustizia e di pace e
a vivere come protagonisti nella
Chiesa. Il superamento delle situazioni di povertà richiede il cambiamento dei modelli culturali; ciò avviene con strategie di lungo termine,
quali sono quelle dell’educazione:
educazione ai diritti umani e alla
cittadinanza attiva, formazione alla
“leadership”, qualificazione professionale, proposta del Vangelo e crescita nella fede. Occorre per questo
formare educatori che siano all’altezza delle persone che educano e
che sappiano annunciare Cristo a
una generazione che cambia; in
questo campo la formazione dei laici e il loro coinvolgimento nell’educazione è una priorità carismatica
per noi.
Già dal documento di lavoro capitolare emergono linee operative di rinnovamento. Ci sono delle difficoltà da
superare per la fattibilità di nuovi propositi?
Lo “strumento di lavoro” preparato per questa assemblea capitolare è
il frutto e la sintesi dei capitoli
ispettoriali celebrati nelle novanta
ispettorie di tutto il mondo. Esso ci
invita a fare del discernimento il
metodo per interrogarci sulle domande dei giovani e sulle risposte
da dare loro. Tale metodo ci indica
tre tappe: l’ascolto dei bisogni, desideri, difficoltà e rischi; la lettura di
queste situazioni e delle loro cause;
il cammino da percorrere in risposta
all’ascolto e alla lettura. Il compito
più impegnativo che ci si prospetta
è la conversione, ossia il cambio di
mentalità, il rinnovamento del cuore, la riforma di noi stessi e delle comunità; si tratta di una triplice conversione: spirituale, fraterna e pastorale. In ogni caso occorre mettersi
in ascolto disponibile dello Spirito,
percepirne la voce, seguirlo dove ci
vuole condurre, come don Bosco
che alla fine della vita diceva: «Sono sempre andato avanti come Dio
mi ispirava e le circostanze mi suggerivano».
L’invecchiamento, specialmente in Occidente, è uno dei problemi maggiori anche dei religiosi e quindi dei salesiani.
Ma non sembra emergere negli istituti
l’urgenza di porre in modo nuovo il tema delle vocazioni. I salesiani hanno
maturato una strategia vocazionale?
La geografia vocazionale sta cambiando; oggi le vocazioni alla vita
consacrata crescono di numero in
Africa e in Asia; mentre diminuiscono nei Paesi occidentali. Dio continua a chiamare i giovani anche nei
contesti secolarizzati, ma in questi
casi occorre maggior cura nel riconoscere le vocazioni, incoraggiarle e
accompagnarle. I salesiani si impegnano a far sì che tutta la pastorale
giovanile sia orientata vocazionalmente, ossia che tutte le comunità
educative, i gruppi e le associazioni,
gli educatori e le famiglie aiutino
ogni giovane a scoprire il disegno di
Dio sulla propria vita. Inoltre sono
consapevoli che le vocazioni di speciale consacrazione si sviluppano a
partire dalla scoperta di una vocazione apostolica; per questo coinvolgono i giovani in esperienze di
servizio e gratuità nell’educazione,
nel volontariato, nella missionarietà,
nella catechesi e insieme in esperienze di preghiera e vita comunitaria. Infine, offrono ai giovani esperienze vocazionali specifiche, quali
la partecipazione alla vita della comunità salesiana, i cammini vocazionali per fasce di età, gli esercizi
spirituali, la “comunità proposta”
per giovani in ricerca vocazionale,
l’impegno apostolico, l’accompagnamento spirituale.
Dopo il pellegrinaggio dell’urna
di don Bosco e dopo il triennio di
preparazione, il capitolo generale è
come la “porta” che ci introduce al
bicentenario della sua nascita, che
sarà celebrato dal 16 agosto 2014 al
16 agosto 2015. Il capitolo intende
infatti aiutarci ad assumere con più
consapevolezza la nostra identità carismatica, a conoscere, comprendere,
imitare,
invocare
maggiormente
Don Bosco e quindi ad approfondire e comunicare la sua attualità spirituale ed educativa. Nello stesso
tempo questo capitolo avviene durante il primo anno del servizio petrino di Papa Francesco; esso non
potrà non tener conto della sua testimonianza di vita semplice e povera; del suo invito a superare la mondanità spirituale; del suo impegno
di essere vicini a tutti, specialmente
ai poveri e sofferenti, ai giovani e
agli anziani, alle famiglie; della sua
audacia ad uscire, ad andare nelle
periferie, a recarsi nelle frontiere. La
Evangelii gaudium diventerà certamente un riferimento imprescindibile per il nostro impegno di evangelizzazione dei giovani.
I lavori saranno orientati nel chiuso di
una riforma interna della congregazione o saranno spinti dall’attenzione ai
segni dei tempi emersi nella Chiesa e
nel mondo giovanile?
La testimonianza ci proietta al di
fuori; ci domanda di “uscire” e andare sulle strade, di farci ancor più
vicini ai giovani e camminare con
loro. Il capitolo ci chiede di far
emergere il nuovo profilo del salesiano di oggi: mistico nello Spirito,
profeta della fraternità e servo dei
giovani. La nostra testimonianza è
per gli altri, è per tutti, è specialmente per i giovani, perché il mondo creda. La testimonianza ci spinge a superare l’autoreferenzialità. Se
saremo credenti, diventeremo credibili; se saremo convinti, allora potremo essere convincenti; se saremo
persuasi, diventeremo persuasivi. La
testimonianza attraente farà risplendere il Vangelo e attrarre vocazioni.
Quale contributo pensate di dare alla
soluzione della questione giovanile nei
Paesi del benessere in crisi e nei Paesi
più poveri?
La questione del benessere e della
povertà ci interpella a dare risposte
soprattutto attraverso l’educazione.
Là dove i giovani sono più segnati
dall’esclusione, dall’emarginazione,
dal disagio, là siamo e dobbiamo
continuare a esserci e ad andare. Il
compito educativo oggi è una missione chiave; senza l’educazione non
In 220
da 58 Paesi
Sarà il rettor maggiore don Pascual
Chávez Villanueva, nono successore
di don Bosco, ad aprire i lavori del
capitolo generale 27 dei salesiani
dedicato al tema «Testimoni della
radicalità evangelica: lavoro e
temperanza». Nella mattina di
lunedì 3 marzo, presso il
Salesianum di Roma, don Chávez
Villanueva presiederà una messa, a
cui farà seguito il discorso
inaugurale. Nella mattinata, oltre ai
saluti dei rappresentanti della
famiglia salesiana, è previsto
l’intervento del cardinale prefetto
della Congregazione per gli Istituti
di Vita consacrata e le Società di
Vita apostolica, João Braz de Aviz.
Ai lavori del capitolo generale —
che si concluderà il 12 aprile e che
ha all’ordine del giorno anche
l’elezione del nuovo rettor
maggiore — partecipano 220
persone tra aventi diritto, delegati e
invitati. Saranno rappresentate
cinquantotto nazionalità a indicare
l’irradiamento mondiale del carisma
di don Bosco. Il gruppo più
consistente sarà quello degli
italiani, con 34 membri, seguiti da
indiani (31), spagnoli (20),
brasiliani (13) e polacchi (dieci).
I lavori veri e propri del capitolo
sono stati preceduti da cinque
giorni di esercizi spirituali, dalla
presentazione della relazione del
rettor maggiore e da un
pellegrinaggio ai luoghi salesiani.
A orientare la riflessione dei
padri capitolari sarà
lo “strumento di lavoro”, realizzato
da una commissione che ha
sintetizzato i contributi dei capitoli
ispettoriali.
ROMA, 1. «Nell’itinerario quaresimale e pasquale la liturgia ci mette a
contatto con la profondità del mistero della misericordia di Dio, sempre sorprendente. Quest’anno, accogliendo l’invito di Papa Francesco,
siamo chiamati a tornare al cuore
del Vangelo: la volontaria donazione del Figlio di Dio, che spogliando
se stesso ci arricchisce con l’amore
del Padre e ci ridona speranza»: lo
scrive il vescovo di Cassano all’Jonio, Nunzio Galantino, segretario
generale ad interim della Conferenza episcopale italiana (Cei), nella
presentazione del Sussidio per il
tempo di Quaresima e di Pasqua, da
ieri on line, frutto del lavoro sinergico di alcuni uffici della segreteria
generale della Cei. «Svuotò se stesso (…) per questo Dio lo esaltò»
(Filippesi, 2, 7-9) e «Da ricco che
era, si è fatto povero per voi» (2
Corinzi, 8, 9) i brani che fanno da
filo conduttore. Allo svuotamento
del Figlio di Dio corrisponde il
tempo di Quaresima, all’esaltazione
il tempo pasquale. E Gesù non salva gli uomini nonostante la croce
ma attraverso la croce, il suo farsi
povero.
«Una Chiesa chiamata ad annunciare l’Evangelii gaudium, una Chiesa che intende educare alla Vita
Caritas italiana
Il cibo
è un diritto
di tutti
ROMA, 1. «Una sola famiglia
umana, cibo per tutti: è compito
nostro»: è questo il titolo della
campagna nazionale di sensibilizzazione e formazione elaborata
dagli organismi, dalle associazioni e dai movimenti cattolici italiani per rispondere unitariamente all’appello del Papa «a dare
voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un
ruggito in grado di scuotere il
mondo». Un appello che Papa
Francesco aveva lanciato in un
videomessaggio lo scorso 9 dicembre per l’avvio della campagna mondiale sul diritto al cibo
promossa da Caritas Internationalis.
«L’importanza di un forte impegno di consapevolezza circa le
cause e le conseguenze degli
squilibri globali, nazionali e locali — si legge nel documento base
della campagna — è una tematica
ben presente nel magistero della
Chiesa, e nell’azione degli organismi di volontariato che sulla
dottrina sociale della Chiesa poggiano la propria ispirazione. Oltrepassare l’attuale crisi è possibile ricostruendo relazioni, strutture, comunità e comportamenti responsabili per il buon vivere a livello locale e globale, esplorando
quelle periferie geografiche ed
esistenziali di recente evocate da
Papa Francesco».
Aspetto centrale della campagna, nell’ambito della quale —
come riferisce un comunicato di
Caritas Italiana — saranno anche
elaborate precise richieste alla
politica a livello internazionale,
europeo e italiano, è l’elemento
educativo, mentre tre sono i filoni tematici in cui essa si articola:
cibo giusto per tutti; finanza al
servizio dell’uomo; relazioni di
pace. L’iniziativa — che intende
coinvolgere organismi, associazioni, gruppi e scuole nell’approfondire la conoscenza delle questioni
della fame e della crisi e nel tradurla in impegno sociale e politico nei singoli territori — rappresenta un’occasione di impegno
comune a livello nazionale e locale di numerosi enti e organismi
di origine ecclesiale. Insegnanti,
educatori e animatori sono le categorie interpellate innanzitutto
dalla campagna, ma anche giovani imprenditori presenti nei diversi settori produttivi, in particolare in ambito alimentare e in
grado di interpretare una dimensione economico-produttiva e finanziaria responsabile e sostenibile.
buona del Vangelo, non può — afferma monsignor Galantino — fare a
meno di entrare nello stesso dinamismo dell’azione di Cristo: affiancarsi
a chi è fragile, a chi ha bisogno di
tutela, come le giovani generazioni,
che si aprono alla vita e alla speranza del futuro, o anche a chi è smarrito, senza trascurare le persone che
invocano aiuto per ritrovare la pienezza della dignità umana. Chi segue fino in fondo i suoi passi si rende conto che viene infine il momento del dono totale, del “perdere la
vita per causa sua”; una prospettiva
che fa paura, anche se poi si sa che
è solo per ritrovarla. Questa è la
forma piena della vita del discepolo
e della Chiesa». Perciò, continua il
presule, «mentre siamo in cammino
verso il convegno ecclesiale di Firenze, mentre cerchiamo di ritrovare
le tracce di un autentico umanesimo, scopriamo che il contributo più
grande che possiamo dare al nostro
tempo è assumere pienamente in
noi l’impronta di Cristo, l’uomo
nuovo che emerge vittorioso dalle
tenebre dell’odio, dell’ingiustizia,
della morte: una vittoria non ottenuta con la violenza, ma con il dono totale di sé. In Cristo, povero
che arricchisce con la forza del suo
dono e del suo perdono, le famiglie
cristiane trovano la speranza per
continuare sulla via dell’amore reciproco; in Cristo, umiliato dagli uomini, ma esaltato da Dio, ogni fragilità e miseria trova motivi di speranza e risurrezione».
Il Sussidio per il tempo di Quaresima e Pasqua contiene linee celebrative, commenti biblici alle letture
domenicali, suggerimenti liturgicomusicali, schemi per Via Crucis e liturgia penitenziale, itinerari catechistici, video e testimonianze esperienziali. La via della celebrazione —
spiega un comunicato della Cei —
viene così a integrarsi con quella
della catechesi (con suggerimenti e
spunti di riflessione per vivere la
Quaresima in famiglia), dell’esperienza (con la presentazione video
di alcune iniziative concrete di impegno e la narrazione di testimonianze su come i giovani vivono la
ricchezza del tempo quaresimale e
pasquale), del futuro (dove si offrono spunti di riflessione che spaziano
dall’educazione e dal mondo della
scuola alle vocazioni e all’orizzonte
ecumenico) e della bellezza (con
una ricca sezione di immagini di
opere d’arte, provenienti dal patrimonio artistico italiano).
Il sussidio, scrive il segretario generale ad interim della Conferenza
episcopale italiana, «intende offrire
spunti a sostegno del cammino di
fede per i “tempi forti” della Quaresima e della Pasqua, nella consapevolezza che, come rimarcato da Papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii gaudium, “l’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella liturgia in mezzo all’esigenza
quotidiana di far progredire il bene.
La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della liturgia”
(n. 23). Come Maria, restiamo
nell’ascolto umile della Parola divina e nella semplice e silenziosa disponibilità a seguire ogni passo di
Cristo, anche quando porta verso la
croce: proprio dalla croce può ricostituirsi una comunità che testimoni
la forza della risurrezione. Con l’auspicio che questo umile strumento
torni utile all’azione pastorale delle
nostre comunità cristiane — conclude Galantino — lo affido ai sacerdoti, ai diaconi e agli operatori pastorali, perché possano trovarvi idee e
suggerimenti per un cammino fecondo e fedele alla sequela di Cristo
Crocifisso Risorto, sorgente della vita e della gioia».
Omelia catechetica del patriarca Bartolomeo
Pentimento
è cambiare sul serio
ISTANBUL, 1. «L’opportunità, nel bel
mezzo di una crisi finanziaria diffusa e globale, per dimostrare il nostro aiuto materiale e spirituale verso gli altri. Quando agiamo con carità e manifestiamo il nostro pentimento nella pratica, passando da un
modo individualistico e farisaico di
vivere a un altro comunitario e altruista, allora potremo trarre profitto dalla penitenza e dalla conversione, vivendo anche il pentimento come passaggio fondamentale dal peccato di egocentrismo e vanagloria
alla virtù dell’amore, aspirando
all’umiltà e all’atteggiamento del
pubblicano, che ha meritato la misericordia di Dio». È uno dei passaggi più significativi dell’omelia catechetica per la Quaresima scritta dal
patriarca ecumenico, Bartolomeo,
arcivescovo di Costantinopoli.
Con la Quaresima, «entriamo in
questo periodo salvifico di purificazione del cuore e dell’anima, al fine
di accogliere la Passione, la Croce,
la Sepoltura e la Risurrezione di nostro Signore non solo attraverso rituali e parole ma anche nella pratica
e l’esperienza. Pentitevi per diventare persone nuove — esorta Bartolomeo — rinunciando alla vecchia natura di peccatori e acquisendo novità di vita». Vigilanza, disciplina,
«cura per la nostra salvezza», sincero e tangibile pentimento «per tutti
i nostri peccati, misfatti e ingiustizie»: queste le richieste “quaresimali” del patriarca. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno
della salvezza!» (2 Corinzi, 6, 2). La
Chiesa ortodossa raccomanda che,
durante il periodo di Quaresima,
«concentriamo la nostra attenzione
sul pentimento sincero, il “crogiolo
del peccato”, secondo san Giovanni
Crisostomo». Il pentimento, infatti,
è «il primo tema della predicazione
di nostro Signore Gesù Cristo e la
vera essenza della dottrina cristiana.
È l’invito quotidiano della Chiesa a
tutti noi. Nonostante ciò, molti di
noi non hanno mai veramente vissuto il pentimento. A volte sentiamo
che non ci riguarda personalmente»,
perché non si ritiene possibile l’aver
commesso dei peccati. Invece — ricorda ancora l’arcivescovo ortodosso
— «come ci insegna il saggio maestro di vita spirituale Isacco il Siro,
e come la maggior parte dei Padri
della Chiesa proclamano attraverso
l’esperienza, “il pentimento è necessario anche al perfetto”. Questo perché il pentimento non è semplicemente provare rimorso per i nostri
peccati, con la conseguente decisione di non ripeterli, ma implica anche un cambiamento dei nostri atteggiamenti in direzione di ciò che è
meglio, così da acquisire un costante miglioramento davanti a Dio e al
mondo».
In tal senso, il pentimento è un
«viaggio senza fine verso la perfezione divina a cui dobbiamo sempre
mirare e muoverci. Infatti, dal momento che la perfezione di Dio è infinita, la nostra strada verso la sua
somiglianza deve essere illimitata e
infinita. C’è sempre un livello di
perfezione al di là di ciò che abbiamo realizzato — sottolinea nel discorso Bartolomeo — e quindi dobbiamo cercare costantemente il progresso spirituale e la trasformazione,
come sollecitato da san Paolo, che è
asceso al terzo cielo e ha visto i misteri ineffabili: “E noi tutti, a viso
scoperto, riflettendo come in uno
specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Corinzi, 3, 18). Quanto
più il nostro mondo interno è pulito, più il nostro occhio spirituale si
purifica e più chiaramente vediamo
noi stessi e tutto ciò che ci circonda».
Di conseguenza, conclude il patriarca ecumenico, il pentimento è il
presupposto fondamentale del progresso spirituale, per essere più somiglianti a Dio. Ma per essere autentico deve essere accompagnato
da «frutti adeguati», soprattutto dal
perdono e dalla carità: «Dopo tutto,
la via del pentimento è il riconoscimento e la confessione dei nostri
peccati, è non provare più rancore
verso gli altri, pregare con passione
e integrità». Una via lastricata di
misericordia, umiltà, amore: è la vittoria del bene sul male.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
domenica 2 marzo 2014
Il saluto del cardinale di Santa Maria in Trastevere durante la consegna della berretta e dell’anello
Accanto
a Papa Giovanni
torale. Per l’occasione, i segretari dei
partiti in lizza decisero unanimemente di eliminare manifesti e striscioni propagandistici e di sostituirli
con molti teli bianchi su cui spiccava
la dicitura: «Evviva il Papa buono».
L’episodio rende onore e giustizia a
tutti per l’esempio dato di sapersi
unire nel tributare onore e affetto al
padre comune. Quell’evviva non istituì paragoni e nemmeno costrinse il
Pontefice dentro la ristretta cornice
della bontà come che sia. Esso tradusse in qualche modo il complimento che, a nome dei colleghi del
corpo diplomatico, Georges Vanier,
ambasciatore del Canada a Parigi,
aveva rivolto dieci anni prima al neo
cardinale patriarca di Venezia
nell’incontro di congedo: «Ho letto
che una gran parte della rinomanza
di Bergamo era un tempo dovuta
principalmente a tre attività: la produzione dei vini, la lavorazione della
seta, l’estrazione del ferro. I vini di
Bergamo, eminenza, sono un po’ la
ricchezza del vostro cuore e la vivacità del vostro spirito. La seta richiama la finezza del vostro temperamento di diplomatico, l’iridescenza
del vostro senso delle sfumature. Essendo voi il prodotto
di un paese della seta,
non somiglierete certo
a uno di quei cardinali
severi alla Goya; no,
voi avete la forza temprata dalla dolcezza
Il cardinale decano Angelo Sodano
che si trova piuttosto
ha consegnato, a nome di Papa Francesco,
nei quadri di Raffaella berretta e l’anello a Loris Francesco
lo. Quanto al ferro di
Capovilla, creato cardinale nel concistoro del
Bergamo esso evoca la
22 febbraio scorso. Durante la cerimonia,
solidità dei princìpi
svoltasi nel pomeriggio di sabato 1° marzo,
che ispirano la vostra
a Sotto il Monte Giovanni XXIII, il nuovo
vita e la fermezza di
porporato ha rivolto il saluto che riportiamo
carattere che non tranintegralmente in questa pagina. Dell’omelia
sige con la verità. […]
del cardinale decano pubblicheremo il testo
Voi siete nel pieno vinella prossima edizione del giornale.
gore, eminenza, e avete sicuramente davanti
a voi numerosi anni,
durante i quali potrete
Sì, ad ecclesiastici e laici chiedo compiere felicemente le opere del
sommessamente di benedirmi. Lo buon Pastore» (A. G. Roncalli, Souchiedo in particolare ai miei congiun- venirs d’un Nonce, 1963).
Papa della bontà! Episodi diverti ed amici, lo chiedo a Venezia, Roma, Chieti-Vasto, Loreto e Bergamo, sissimi e sintomatici, dichiarazioni
che mi ospita da 25 anni, e mi sento stupefacenti di qualificati rappresena tutti associato nella venerazione di tanti della cultura e della religione
Giovani XXIII e dei Papi che l’hanno convincono che il passaggio di Giovanni XXIII sulla scena del mondo
preceduto e son venuti dopo.
Giovanni è entrato nella storia confermò il valore attraente della
con l’appellativo di “Papa della bon- bontà evangelica, che «conserva pur
sempre
un posto d’onore nel discortà”. Di lui Walter Lippmann, uno
dei più rinomati opinionisti statuni- so della montagna: beati i poveri, i
tensi del secolo XX, ha scritto: «Il re- miti, i pacifici, i misericordiosi, gli
gno di Papa Giovanni è stato una assetati di giustizia, i puri di cuore, i
meraviglia, tanto più stupefacente tribolati, i perseguitati» (Giornale
ove si pensi come egli sia riuscito ad dell’anima, § 841).
Il segreto del successo di Roncalli
essere così profondamente amato in
mezzo alle acri inimicizie del nostro sta nella matrice tradizionale, e, ciotempo. È un miracolo moderno che nonostante, dinamica, della sua foruna persona abbia potuto superare mazione e cultura ecneltutte le barriere di classe, di casta, di clesiastica,
colore, di razza per toccare i cuori di l’apparente paradosso
tutti i popoli. Nulla di simile si era tra severo conservatorismo
e
umana
ed
mai avverato, almeno nell’epoca moderna. Il fatto che gli uomini abbia- evangelica apertura.
Piccolo
alunno
del
no corrisposto al suo amore, dimostra che le inimicizie e i dissensi seminario bergomense
dell’umanità non costituiscono la innestò la sua sensibirealtà completa della condizione lità nel solido tronco
umana. Sappiamo che il miracolo dei severi orientamenti
compiuto da Papa Giovanni non tra- ecclesiastici di ispirasformerà il mondo; non diventeremo zione patristica; chieridi colpo uomini nuovi; ma l’eco uni- co appena quattordiversale suscitata da Papa Giovanni cenne iniziò a scrivere
dimostra che per quanto l’uomo il suo Giornale dell’anipossa essere incline al male, perma- ma e continuò sino a
ne in lui un’attitudine alla bontà. ottantuno anni, senza
Per questo non dobbiamo mai dispe- mai mutare temperae
costume.
rare che il mondo possa diventare mento
migliore. Papa Giovanni ha dichiara- Lungo tutto l’arco delto che il movimento per mettere in la sua esistenza egli rimase lo stesso prete
rapporto gli insegnamenti della
Chiesa con il “processo di radicale della giovinezza, con quella sua camutamento della situazione politica ratteristica e mai smentita coerenza
di pensiero e di azione, che trova
ed economica” si è iniziato con Leopreciso riscontro in ogni variazione
ne XIII e con la Rerum novarum. Padi ministero e di ufficio, pur nei lipa Giovanni lo ha proseguito, non
miti, coi difetti e le carenze di natusoltanto con le due grandi enciclira, di ambiente e di momento storiche, ma soprattutto con la proclama- co in cui dovette operare.
zione del Concilio. Che cosa avverrà
Egli è stato, pertanto, un prete
di tutto questo è di fondamentale all’antica, abbarbicato nel terreno soimportanza non soltanto per la lido della rivelazione cristiana, che
Chiesa cattolica ma per tutte le diede tono e slancio al suo servizio.
Chiese e per tutti i governi. In ogni Egli volle essere il prete segnato a
caso, il movimento di modernizza- fuoco dalla familiarità con Cristo, e
zione — Giovanni direbbe aggiorna- di null’altro preoccupato se non del
mento — potrà forse essere fermato nome, del regno e della volontà di
ma non respinto per molto tempo. D io.
Si diceva che egli non ce la facesse a
Lo lasciò intuire in un memorabistare chiuso. Quanto Papa Giovanni le discorso al clero romano: «La perha iniziato avrà grandissime conse- sona del sacerdote è sacra [...]. La
guenze e la storia del mondo sarà buona indole, gli studi severi, la prodiversa perché egli è vissuto» («New prietà della parola e del tratto sono
York Herald», 7 giugno 1963).
come il mantello che avvolge l’umaL’attribuzione di “Papa della bon- nità del sacerdote: ma la linfa divina
tà” esplose il 7 marzo 1963, domeni- della sua applicazione ai divini mica delle Palme, nella parrocchia ro- steri e alle opere dell’apostolato, egli
mana di San Tarcisio al Quarto Mi- continuerà ad attingerla dall’altare.
glio, allorché il Pontefice visitò quel- Quello è il posto suo che gli conviela comunità in piena campagna elet- ne innanzi tutto. Di là egli parla ai
di LORIS FRANCESCO CAPOVILLA
Signor cardinale Angelo Sodano, decano del Sacro Collegio, inviato a
Sotto il Monte Giovanni XXIII, latore
non di una promozione, né di una
onorificenza, bensì di una obbedienza, vi prego di farvi interprete presso
il Santo Padre Papa Francesco dei
miei sentimenti di gratitudine. Accettatene voi stesso la fioritura, che suscita consolazione ed esultanza.
A tutti coloro che all’annuncio papale del 12 gennaio, mi hanno fatto
oggetto di benevolenza, ho inviato
quattro righe, alla buona, si direbbe
al caminetto di casa, quale è la Chiesa e vuole mostrarsi al mondo.
Modesto contubernale di Giovanni
XXIII sto per essere aggregato al collegio cardinalizio per decisione di Papa Francesco. Conosco quanto basta
la mia piccolezza e mi sento intimidito. Le amabili ed evangeliche parole
dei servitori della Chiesa, dinanzi ai
quali mi sento come una locusta (cfr.
Numeri, 13, 33) mi incoraggiano e mi
confortano. Chiedo di pregare per
me. Io ricambio. Infine, flexis genuis,
chiedo a tutti di benedirmi.
A Sotto il Monte
fedeli e nel volgersi a essi con linguaggio elaborato nella meditazione
e fatto suo, egli ha da apparire come
di casa nel tempio del Signore e le
sacre parole del messale, del breviario, del rituale devono risuonare
nell’intimità misteriosa della sua anima prima che sotto le volte del santuario» (25 gennaio 1960).
Papa Giovanni, “il buono”, non
suscita nostalgie, il che equivarrebbe
a guardare indietro; piuttosto egli ci
stimola a tentare l’avventura della testimonianza e ci invita a riaprire il
Libro divino per scoprirvi l’ispirazione alla fedeltà e al rinnovamento, binomio da lui coniato come filo conduttore del concilio Vaticano II e
della sua fedele attuazione. Questo
Angelo Giuseppe, angelo del Signore, rinnova ora il monito del vigilare
mentre incombe la notte; di prestare
attenzione, di non arrendersi alle
mode ricorrenti e cangianti; e lo fa
con l’autorità dei carismi ricevuti,
l’eloquenza dell’esempio, la forza
della bontà e della santità.
Benedetto Papa Giovanni! Ci ha
dato l’esempio di saper toccare le
anime prima ancora di aprire le labbra. Come del resto egli parlava al
suo Signore con il testo mirabile
dell’Imitazione di Cristo: «O Gesù,
splendore di gloria eterna, conforto
dell’anima pellegrina. Presso di te la
mia bocca è senza voce, e ti parla il
mio silenzio» (Libro III, 21, 4).
Con accenti di ineffabile gratitudine saluto i Papi che più strettamente
sono legati a Giovanni XXIII:
San Pio X, che l’11 agosto 1904 ricevendo in Vaticano don Angelo
Roncalli, dopo la celebrazione della
prima messa nelle Grotte Vaticane,
auspicò che il suo ministero «fosse
motivo di consolazione per la Chiesa
universale».
Benedetto XV che nel 1920 lo volle
a Roma a Propaganda Fide.
Pio XI, conosciuto all’Ambrosiana
di Milano nel 1905, che lo inviò suo
rappresentante in Bulgaria, Turchia e
Grecia.
Pio XII che lo designò nunzio apostolico in Francia, lo creò cardinale,
lo promosse patriarca di Venezia.
Paolo VI che assunse su di sé e
coronò santamente il concilio Vaticano II.
Giovanni Paolo I che nel suo unico messaggio papale canonizzò il binomio fedeltà e rinnovamento.
Giovanni Paolo II che ne visitò il
villaggio natale e vi celebrò le virtù e
i meriti delle famiglie e della tradizione locale e nel centenario della nascita anticipò con stupenda omelia la
beatificazione del 3 settembre 2000.
Benedetto XVI che ne apprezzò e
cantò il vertice da lui raggiunto della perfezione evangelica: semplicità e
prudenza.
mati dalla stessa fede di Abramo, testimoni dei segni che accompagnavano le parole del Maestro. Pietro
ascoltò la domanda e rispose per
tutti: «Tu sei il Cristo, il figlio del
Dio vivente» (Matteo, 16, 16).
E lo stesso dice in un’altra occasione, nella sinagoga di Cafarnao,
dopo la moltiplicazione dei pani e
dei pesci: «Noi abbiamo creduto e
conosciuto che tu sei il Santo di
Dio» (Giovanni, 6, 69). Poco tempo
mi separa dal redde rationem e io
debbo ridurre tutto ai termini più
semplici, sbarazzarmi di residua zavorra, patetici diari e album illustrativi, romantiche fantasie e sterili rimpianti. Devo ricondurre tutto all’essenziale e puntare la prora verso il
porto. A ciò mi sollecita Giovanni
XXIII in una sua riflessione del 1945,
quando aveva sessantaquattro anni,
oltre trenta in meno dei miei attuali:
«Non debbo nascondere a me stesso
la verità: sono incamminato decisamente verso la vecchiaia. Lo spirito
reagisce e quasi protesta, sentendomi
ancora così giovane ed alacre, agile e
fresco. Ma basta un’occhiata allo
specchio per confondermi. Questa è
la stagione della maturità; debbo
dunque produrre il più ed il meglio,
riflettendo che forse il tempo concessomi a vivere è breve e che mi
trovo vicino alle porte dell’eternità».
Cos’è stata la mia parabola! Mi sono
sentito attratto al sacerdozio sin da
ragazzo, cresciuto nella provincia veneta in una famiglia priva di censo e
senza storia, fondata su principi indiscutibili, custode di valori originari, cristiana quanto bastava. Invitato
a lasciarmi plasmare da Cristo e a
immergermi nella tradizione millenaria della Chiesa, provai a rispondere
sin da principio all’interrogativo cui
nessuno può sfuggire: «Chi è Gesù
per me?». Dovetti dare una risposta
non elusiva e la diedi: «Gesù è il figlio di Maria Vergine, il salvatore, il
maestro, il fondatore della Chiesa, il
risorto, il vivente». Sono prete da oltre settant’anni, vescovo da quasi
cinquanta, eppure per me Gesù è lo
stesso che la mamma e i miei educatori mi insegnarono ad ascoltare e
ad amare; lo stesso che appresi al catechismo parrocchiale e all’Azione
cattolica. È il Gesù dei preti e dei
laici che mi edificarono, talora sino
all’esaltazione, nel corso dei decenni.
Chi è Gesù? È colui che mi ha reso
partecipe della natura divina e mi
aiuta a esserne consapevole e a comportarmi in modo coerente, come
ancora una volta mi suggerisce Giovanni XXIII, in una sua nota del
1948: «La via più sicura per la mia
santificazione personale resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto: principi, indirizzi, posizioni, affari, al mas-
Giacomo Manzù, «Maschera mortuaria di Giovanni
Papa Francesco che la vox populi
saluta successore del Papa della
bontà.
Signor cardinale decano, fratelli e
Sorelle, ho percorso un lungo e accidentato tragitto prima di giungere a
Camaitino, ultima casa della mia vita. Ho incontrato molte persone e
ho conversato a lungo con alcune.
Ho vissuto eventi più grandi di me.
Sono passato accanto a esperienze
che mi hanno segnato, anche ferito.
Non ho gustato il paradiso della
fanciullezza. Di conseguenza, una
punta di malinconia, pudicamente
nascosta, mi ha accompagnato giorno dopo giorno; talvolta ha turbato
i rapporti col mio prossimo, tarpato
le ali ai miei slanci. Adesso, nel vespro della mia giornata, come ultimo
tra i suoi, amo riascoltare l’interrogativo di Gesù agli apostoli che risuona nel profondo della mia coscienza:
«Voi chi dite che io sia?» (Matteo,
16, 11). Quei giovani avevano abbandonato tutto per seguirlo. Vivevano
con lui in ascolto, desiderosi di assistere, di apprendere. Percorrevano
con lui le strade della Palestina ani-
XXIII»
(1963, Sotto il Monte)
simo di semplicità e di calma, con
attenzione a potare sempre la mia
vigna di ciò che è solo fogliame e viluppo di viticci, ed andare diritto a
ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema
di fare non è che posa e ricerca di
affermazione personale che presto si
tradisce e diventa ingombrante e ridicolo». L’utopia, così la chiamano
gli increduli, consiste nell’arrendersi
a Gesù senza condizioni, nel leggere
il suo Vangelo senza glossa, nel mettere il proprio io sotto i piedi e vedere lui in ogni nostro simile, servirlo e amarlo. Era questo il sentire di
Papa Giovanni: un sentire che edifica e unisce. Non sono contento di
me e di sicuro non lo furono e non
lo sono molti di coloro che incrociarono i loro passi con i miei. Tendo
la mano e chiedo la carità come il
mendicante, e nell’attesa di ricevere
il pane del perdono recito il Padre
nostro sulla soglia delle case, come
facevano i poverelli nei tempi andati. A chi chiede dove si soffermano
più sereni i miei ricordi, rispondo: in
parrocchia, a Venezia, tra i ragazzi
dell’Azione cattolica, a Parma, tra gli
avieri, e dappertutto, nelle ore silenziose e solitarie. Del mio servizio decennale a Giovanni XXIII sono insoddisfatto, nonostante la mia dedizione e devozione. Mi punge il rimorso di non aver tratto tutto il beneficio di quella vicinanza, di non
essere penetrato addentro nel segreto
della sua povertà di spirito. Nell’ultimo e misterioso suo tratto di strada, egli meritava un collaboratore
più degno e dotto, più preparato ed
equilibrato, e anche più coraggioso.
Non mi riconosco infatti nell’esortazione di Paolo al suo Timoteo, invitato a rimanere saldo sulla roccia
delle Sacre Scritture, «perché l’uomo
di Dio sia completo e ben preparato
per ogni opera buona» (2 Timoteo, 3,
16). Accanto a Papa Giovanni, lo furono Alfredo Cavagna, suo confessore, e Angelo Dell’Acqua, sostituto
della Segreteria di Stato, ecclesiastici
superiori a ogni elogio. Adesso, in
piena lucidità, vorrei sentir maturare
in me la decisione espressa da Papa
Giovanni nel suo testamento: «Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso, a quanti non
avessi recato edificazione. Sento di
non aver nulla da perdonare a chicchessia, perché in quanti mi conobbero, ed ebbero rapporti con me, mi
avessero anche offeso o disprezzato
o tenuto, giustamente del resto, in
disistima, o mi fossero stati motivo
di afflizione, non riconosco che dei
fratelli e dei benefattori, a cui sono
grato e per cui prego e pregherò
sempre». Mi fa buona compagnia
un pensiero, non saprei dire se amaro o realistico, di Hermann Hesse:
«Quando uno è diventato vecchio e
ha adempiuto la sua
parte, il compito che
gli spetta è di fare, in
silenzio, amicizia con
la morte; non ha più
bisogno degli uomini,
ne ha incontrati abbastanza». Il gomitolo
della mia esistenza si è
dipanato tra due eventi funebri: la morte di
mio padre quando
avevo sei anni, di mia
madre quando ne avevo sessantanove. Dentro
questo
spazio
splende il transito
pentecostale di Papa
Giovanni.
Pertanto
l’angelo della morte
mi sta appresso da
sempre, e non è uno
scheletro con la falce
in mano; è un raggio di luce che
squarcia le tenebre. La mia ora non
può tardare. Ci penso ogni giorno,
talvolta con un pizzico di malinconia, e mi dispongo al giudizio senza
presunzione e senza timore. Non sono così stolto da ritenermi un giusto. Conosco quanto basta il consuntivo finale. Ripeto sovente: «Ho
terminato la corsa, ho combattuto la
buona battaglia, ho conservato la fede» (2 Timoteo, 4, 7). Nutro fiducia
sulle sorti del pianeta Terra. Continuo a proporre attenuanti alle colpe
dell’umanità, non per inclinazione al
vituperato buonismo, ma per dovere
di giustizia temperata dalla misericordia. Sul dipartirmi dal mio amato
romitorio e dalle persone care, mi
investe l’infiammato grido di san
Francesco per tutte le creature: «Vorrei condurvi tutti in paradiso»; e mi
conferma nella fede il credo di Papa
Giovanni: «La mia giornata terrena
finisce. Il Cristo vive e la sua Chiesa
ne continua l’opera nel tempo e nello spazio». Sono consapevole che
tutto è bello e nuovo nel fulgore del
Risorto: tutto è grazia. Quando nel-
la maschera mortuaria di Giovanni,
rilevata da Giacomo Manzù, contemplo quel volto maestoso e placido, scavato dalla sofferenza; oppure
quando prendo in mano uno dei
suoi libri, che erano sua delizia; o i
suoi epistolari o il Giornale dell’anima; meglio ancora, quando lo rivedo
e gli parlo nelle ore di preghiera e di
contemplazione, qualcosa si scioglie
dentro di me. La malinconia (se c’è)
se ne va. Le ansietà si placano. Torna il coraggio. Fiorisce la speranza.
Apro la Bibbia e leggo: «La sapienza dell’uomo rende sereno il suo volto» (Siracide, 8, 1). E nasce in me il
desiderio di divenire discepolo di
Cristo non incerto né dubbioso,
bensì deciso e costante; di imitare il
santo Papa e di obbedire al suo
quinto successore, in quel suo camminare a piedi nudi al seguito del
divino maestro; nel rassettare le reti
sulla riva del lago, nel remare
nell’ora della tempesta e nell’andare
«senza borsa, né pane né denaro»
(Luca, 9, 3) da un villaggio all’altro,
«integro e retto, timorato di Dio e
lontano dal male» (Giobbe, 1, 1).
Signor cardinale, fratelli e sorelle,
salutiamo insieme i due Papi associati nel servizio, nella sofferenza,
nella gloria.
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo
II, perché otteniamo la grazia di entrare nella costellazione dei giusti,
caricarci sulle spalle le nuove povertà, e tentare di convincere i detentori
del potere economico e i manovratori dei poteri mediatici, di non impedirci di essere onesti (al punto di restituire il mal tolto o il mal amministrato) e misericordiosi senza divenire deboli, ottenerci la grazia di arrenderci alla logica del vangelo, disponibili dunque a rinunciare noi
per primi alle cose, almeno a qualcosa, per far divampare nel mondo i
fuochi dell’amore.
Diamo infine la parola a Giovanni
Battista Montini, in uno squarcio
oratorio della notte di Pentecoste, 2
giugno 1963. Vale per Giovanni
XXIII, per Giovanni Paolo II ed anche per lui, Paolo VI: «Benedetto
questo Papa che ha dato a noi e al
mondo l’immagine della bontà pastorale e si è fatto a chi nella Chiesa
ha la responsabilità di governo
l’esempio evangelico del buon pastore. Benedetto questo Papa che ci ha
mostrato non essere la bontà debolezza e fiacchezza, non essere irenismo equivoco, non essere rinuncia ai
grandi diritti della verità e ai grandi
doveri dell’autorità, ma essere la virtù-principe di chi rappresenta Cristo
nel mondo. Benedetto questo Papa
che ci ha fatto vedere, ancora una
volta, che l’autorità nella Chiesa non
è ambizione di dominio, non è distanza dalla comunità dei fedeli, non
è paternalismo consuetudinario ed
esteriore, non è ciò che i nemici della Chiesa o i laici ad essa ostili ed
estranei vorrebbero qualificare: dogmatismo retrivo e inceppante il progresso del mondo; ma è sollecitudine provvida e sapiente, ma funzione
voluta da Cristo, insostituibile e degna d’ogni riverenza e fedeltà; ma
servizio umile, disinteressato, faticoso e cordiale, che nella sua più chiara ed autentica manifestazione tutti
possiamo grandiosamente chiamare
bontà. Benedetto questo Papa che ci
ha fatto godere un’ora di paternità e
familiarità spirituale e che ha insegnato a noi ed al mondo che l’umanità di nessuna altra cosa ha maggior bisogno quanto di amore. E benedetta questa Pentecoste triste e
soave, che nell’umana agonia di
Giovanni ancora ci mostra dove sia
la prima, la vera sorgente dell’amore
che salva: è nella Chiesa di Pietro».
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 2 marzo 2014
pagina 7
Il discorso pronunciato da Papa Francesco durante l’udienza di venerdì alla plenaria della Pontificia commissione per l’America latina
Per trasmettere fede e speranza
Pubblichiamo qui di seguito la
trascrizione del discorso rivolto a
braccio da Papa Francesco ai
partecipanti alla plenaria della
Pontificia Commissione per l’America
latina, durante l’udienza svoltasi ieri,
venerdì 28 febbraio, nella Sala
Clementina.
Buenos días. Agradezco al Cardenal
Ouellet sus palabras y a ustedes todos el trabajo que han hecho durante estos días.
Transmisión de la fe, emergencia educativa. Transmisión de la fe lo escuchamos varias veces, no nos hace tanto
ruido la palabra, sabemos que es
una obligación hoy día cómo se
transmite la fe, que ya fue tema propuesto para el anterior Sínodo que
terminó en la evangelización. Emergencia educativa es una expresión
recientemente adoptada por ustedes
con los que prepararon esto. Y me
gusta porque esto crea un espacio
antropológico, una visión antropológica de la evangelización, una base
antropológica. Si hay una emergencia educativa para la transmisión de
la fe, es como tratar el tema de la
catequesis a la juventud desde una
perspectiva diríamos de teología
fundamental. Es decir, cuáles son los
presupuestos antropológicos que hay
hoy día en la transmisión de la fe
que hacen que para la juventud de
América Latina esto sea emergencia
educativa. Y por eso creo que hay
que ser repetitivo y volver a las
grandes pautas de la educación.
Y la primera pauta de la educación es que educar — lo hemos dicho, en la misma Comisión, una vez
lo hemos dicho — no es solamente
transmitir conocimientos, contenidos, sino que implica otras dimensiones. Transmitir contenidos, hábitos
y valoraciones, los tres juntos.
Para poder transmitir la fe hay
que crear el hábito de una conducta,
hay que crear la recepción de valores
que la preparen y la hagan crecer, y
hay que dar contenidos básicos. Si
solamente queremos transmitir la fe
con contenidos, será una cosa superficial o ideológica que no va a tener
raíces. La transmisión tiene que ser
de contenidos con valores, valoraciones y hábitos, hábitos de conducta.
Los antiguos propósitos de nuestros
confesores cuando éramos chicos:
«bueno, en esta semana vos hacé esto, esto y esto...», y nos iban creando un hábito de conducta. Y no
sólo el contenido sino los valores, o
sea que en ese marco la transmisión
de la fe tiene que moverse. Tres
pilares.
Otra cosa que es importante para
la juventud, transmitir a la juventud,
a los chicos también, pero sobre todo a la juventud, es el buen manejo
de la utopía. Nosotros en América
Latina hemos tenido la experiencia
de un manejo no del todo equilibrado de la utopía y que en algún lugar, en algunos lugares, no en todos,
en algún momento nos desbordó. Al
menos en el caso de Argentina podemos decir cuántos muchachos de
la Acción Católica, por una mala
educación de la utopía, terminaron
en la guerrilla de los años ’70. Saber
manejar la utopía, saber conducir —
manejar es una mala palabra —, saber conducir y ayudar a crecer la
utopía de un joven es una riqueza.
Un joven sin utopías es un viejo
adelantado, envejeció antes de tiempo. ¿Cómo hago para que esta ilusión que tiene el chico, esta utopía,
lo lleve al encuentro con Jesucristo?
Es todo un paso que hay que ir haciendo.
Me atrevo a sugerir, lo siguiente:
una utopía en un joven crece bien si
está acompañada de memoria y de
discernimiento. La utopía mira al futuro, la memoria mira al pasado, y el
presente se discierne. El joven tiene
que recibir la memoria y plantar,
arraigar su utopía en esa memoria.
Discernir en el presente su utopía,
los signos de los tiempos, y ahí sí la
utopía va adelante pero muy arraigada en la memoria, en la historia que
ha recibido; discernían el presente
maestros del discernimiento — lo necesitaban para los jóvenes —, y ya
proyectada para el futuro. Entonces,
la emergencia educativa ya tiene un
cauce allí para moverse desde lo más
propio del joven que es la utopía.
De ahí la insistencia – que por ahí
me escuchan – del encuentro de los
viejos y los jóvenes. El icono de la
presentación de Jesús en el Templo.
El encuentro de los jóvenes con los
abuelos es clave. Me decían algunos
Obispos de algunos países en crisis,
donde hay una gran desocupación
de jóvenes, que parte de la solución
de los jóvenes está en que le dan de
comer los abuelos, o sea, se vuelven
a encontrar con los abuelos, los
abuelos tienen la pensión, entonces
salen de la casa de reposo, vuelven a
la familia, pero además le traen su
memoria, ese encuentro.
Yo recuerdo una película que vi
hace 25 años más o menos, de Kurosawa, de este japonés, este famoso
director japonés; muy sencilla: una
familia, dos chicos, papá, mamá. Y
papá, mamá se iban a hacer una gira
por los Estados Unidos, entonces le
dejaron los chicos a la abuela. Chicos japoneses de Coca-Cola, hot
dogs, o sea de una cultura de ese tipo. Y todo el film está en cómo esos
chicos empiezan a escuchar lo que
les cuenta la abuela de la memoria
de su pueblo. Cuando los padres
vuelven, los desubicados son los padres, fuera de la memoria, los chicos
la habían recibido de la abuela.
Este fenómeno del encuentro de
los chicos y los jóvenes con los
abuelos ha conservado la fe en los
países del Este, durante toda la época comunista, porque los padres no
podían ir a la iglesia. Y me decían...
— me estoy confundiendo pero, en
estos días no sé si estuvieron los
obispos búlgaros o de Albania —, me
decían que las iglesias de ellos están
llenas de viejos y de jóvenes, los papás no van porque nunca se encontraron con Jesús, esto entre paréntesis. Este encuentro de los chicos y
los jóvenes con los abuelos es clave
para recibir la memoria de un pueblo y el discernimiento en el presente. Ser maestros de discernimiento,
consejeros espirituales. Y aquí es importante para la transmisión de la fe
de los jóvenes el apostolado cuerpo
a cuerpo. El discernimiento en el
carte, pero eso se nos mete dentro y
acá caigo en lo de los jóvenes.
Hoy día, como molesta a este sistema económico mundial la cantidad
de jóvenes que hay que darles fuente
de trabajo, ... el porcentaje alto de
desocupación de los jóvenes. Estamos teniendo una generación de jóvenes que no tienen la experiencia
de la dignidad. No que no comen,
porque les dan de comer los abuelos, o la parroquia, o la sociedad de
fomento, o el ejército de salvación, o
el club del barrio. El pan lo comen,
pero no la dignidad de ganarse el
pan y llevarlo a casa. Hoy día los jóvenes entran en esta gama de material de descarte.
Entonces, dentro de la cultura del
descarte, miramos a los jóvenes que
nos necesitan más que nunca, no sólo por esa utopía que tienen — porque el joven que está sin trabajo tiene anestesiada la utopía o está a
punto de perderla —. No sólo por
eso, sino por la urgencia de transmitir la fe a una juventud que hoy día
es material de descarte también. Y
dentro de este item de material de
descarte, el avance de la droga sobre
la juventud. No es solamente un
problema de vicio. Las adicciones
son muchas. Como todo cambio de
época se dan fenómenos raros entre
los cuales está la proliferación de
adicciones, la ludopatía ha llegado a
niveles sumamente altos, pero la
droga es el instrumento de muerte
de los jóvenes. Hay todo un armamento mundial de droga que está
destruyendo esta generación de jóvenes que está destinada al descarte.
Esto es lo que se me ocurrió decir
y compartir. Primero, como estructura educativa transmitir contenidos,
hábitos y valoraciones. Segundo, la
utopía del joven relacionarla y armo-
presente no se puede hacer sin un
buen confesor o un buen director espiritual que se anime a aburrirse horas y horas escuchando a los jóvenes. Memoria del pasado, discernimiento del presente, utopía del futuro, en ese esquema va creciendo la fe
de un joven.
Tercero. Diría como emergencia
educativa, en esta transmisión de la
fe y también de la cultura, es el problema de la cultura del descarte. Hoy
día, por la economía que se ha implantado en el mundo, donde en el
centro está el dios dinero y no la
persona humana, todo lo demás se
ordena y lo que no cabe en ese orden se descarta. Se descartan los chicos que sobran, que molestan o que
no conviene que vengan. Los obispos españoles me decían recién la
cantidad de abortos, del número, yo
me quedé helado. Ellos tienen allí
los censos de eso. Se descartan los
viejos, tienden a descartarlos. En algunos países de América Latina hay
eutanasia encubierta, hay eutanasia
encubierta, porque las obras sociales
pagan hasta acá, nada más y los pobres viejitos... como puedan. Recuerdo haber visitado un hogar de ancianos en Buenos Aires, del Estado,
donde estaban las camas llenas; y,
como no había más camas, ponían
colchones en el suelo y estaban los
viejitos ahí. Un país ¿no puede comprar una cama? Eso indica otra cosa,
¿no? Pero son material de descarte.
Sábanas sucias, con todo tipo de suciedad, sin servilletas, y los viejitos
comían ahí, se limpiaban la boca
con la sábana. Eso lo vi yo, no me
lo contó nadie. Son material de des-
nizarla con la memoria y el discernimiento. Tercero, la cultura del descarte como uno de los fenómenos
más graves que está sufriendo nuestra juventud, sobre todo por el uso
que de esa juventud puede hacer, y
está haciendo la droga para destruir.
Estamos descartando nuestros jóvenes. El futuro, ¿cuál es? Una obligación. La traditio fidei es también, traditio spei y la tenemos que dar.
La pregunta final que quisiera dejarles es: cuando la utopía cae en el
desencanto, ¿cuál es nuestro aporte?
La utopía de un joven entusiasta,
hoy día está resbalando hacia el desencanto. Jóvenes desencantados a
los cuales hay que darles fe y esperanza.
Les agradezco de todo corazón el
trabajo de ustedes, de estos días, para salir al frente de esta emergencia
educativa y sigan adelante... Necesitamos ayudarnos en esto. Las conclusiones de ustedes y todo lo que
podamos hacer. Muchas gracias.
Di seguito una traduzione italiana
del discorso pronunciato dal Pontefice.
Buongiorno! Ringrazio il Cardinale
Ouellet per le sue parole e tutti voi
per il lavoro che avete fatto in questi
giorni.
Trasmissione della fede, emergenza
educativa. La trasmissione della fede
la sentiamo diverse volte, non ci sorprende tanto la parola. Sappiamo
che è un dovere al giorno d’oggi,
come si trasmette la fede, che è già
stato il tema proposto dal precedente Sinodo, che terminò nell’evangelizzazione. Emergenza educativa è
un’espressione adottata recentemente
da voi con coloro che hanno preparato questo lavoro. E mi piace, perché questo crea uno spazio antropologico, una visione antropologica
dell’evangelizzazione, una base antropologica. Se c’è un’emergenza
educativa per la trasmissione della
fede, è come trattare il tema della
catechesi alla gioventù da una prospettiva — diciamo — di teologia
fondamentale. Vale a dire, quali sono i presupposti antropologici che ci
sono oggi nella trasmissione della fede, che fanno sì che per la gioventù
dell’America Latina questo sia emergenza educativa. E per questo credo
che bisogna essere ripetitivi e tornare ai grandi criteri dell’educazione.
E il primo criterio dell’educazione
è che educare — lo abbiamo detto
nella stessa Commissione, una volta
lo abbiamo detto — non è soltanto
trasmettere conoscenze, trasmettere
contenuti, ma implica altre dimensioni: trasmettere contenuti, abitudini
e senso dei valori, le tre cose insieme.
Per trasmettere la fede bisogna
creare l’abitudine di una condotta;
bisogna creare la recezione dei valori, che la preparino e la facciano crescere; e bisogna dare anche dei contenuti di base. Se vogliamo trasmettere la fede soltanto con i contenuti,
allora sarà solo una cosa superficiale
o ideologica, che non avrà radici. La
trasmissione dev’essere di contenuti
con valori, senso dei valori e abitudini, abitudini di condotta. I vecchi
propositi dei nostri confessori quando eravamo ragazzi: “Allora, questa
settimana fate questo, questo e questo...”; e ci stavano creando un’abitudine di condotta; e non solo i contenuti, ma i valori. In questo quadro
deve muoversi la trasmissione della
fede. Tre pilastri.
Un’altra cosa che è importante
per la gioventù, da trasmettere alla
gioventù, anche ai bambini ma soprattutto ai giovani, è la buona gestione dell’utopia. Noi, in America
Latina, abbiamo avuto esperienza di
una gestione non del tutto equilibrata dell’utopia e che in qualche luogo, in alcuni luoghi, non in tutti, e
in qualche momento ci ha travolto.
Almeno nel caso dell’Argentina possiamo dire quanti ragazzi dell’Azione Cattolica, per una cattiva educazione dell’utopia, sono finiti nella
guerriglia degli anni Settanta... Saper gestire l’utopia, ossia saper guidare — “gestire” è una brutta parola
— saper guidare e aiutare a far crescere l’utopia di un giovane, è una
ricchezza. Un giovane senza utopia
è un vecchio precoce, che è invecchiato prima del tempo. Come posso far sì che questo desiderio che ha
il ragazzo, che questa utopia lo porti
all’incontro con Gesù Cristo? È tutto un percorso che bisogna fare.
Mi permetto di suggerire quanto
segue. Un’utopia, in un giovane, cresce bene se è accompagnata da memoria e discernimento. L’utopia guarda al futuro, la memoria guarda al
passato, e il presente si discerne. Il
giovane deve ricevere la memoria e
piantare, radicare la sua utopia in
quella memoria; discernere nel presente la sua utopia — i segni dei tempi — e allora sì l’utopia va avanti, ma
molto radicata nella memoria e nella
storia che ha ricevuto; discernevano il
presente maestri di discernimento —
ne avevano bisogno per i giovani —,
e già proiettata verso il futuro.
Allora l’emergenza educativa ha
già lì un alveo per muoversi a partire da ciò che è più proprio del giovane, che è l’utopia.
Da qui l’insistenza — che mi sentono dire qua e là — sull’incontro degli anziani e dei giovani. L’icona della
presentazione di Gesù al Tempio.
L’incontro dei giovani con i nonni è
decisivo. Mi dicevano alcuni Vescovi
di alcuni Paesi in crisi, dove c’è una
grande disoccupazione dei giovani,
mi dicevano che parte della soluzione per i giovani sta nel fatto che li
mantengono i nonni. Tornano ad incontrarsi con i nonni, i nonni hanno
la pensione, allora escono dalla casa
di riposo, tornano in famiglia e in
più portano la loro memoria,
quell’incontro.
Io ricordo un film che ho visto
circa 25 anni fa, di Kurosawa, quel
famoso regista giapponese; molto
semplice: una famiglia, due bambini,
papà e mamma. E il papà e la mamma vanno a fare un viaggio negli
Stati Uniti, lasciando i bambini alla
nonna. Bambini giapponesi, Coca
Cola, hot dog... una cultura di questo tipo. E tutto il film racconta come questi bambini cominciano, piano piano, ad ascoltare quanto racconta loro la nonna sulla memoria
del suo popolo. Quando i genitori
ritornano, i disorientati sono i genitori: fuori dalla memoria, che i bambini avevano ricevuto dalla nonna.
Questo fenomeno dell’incontro
dei ragazzi e dei giovani con i nonni
ha conservato la fede nei Paesi
dell’Est, durante tutta l’epoca comunista, perché i genitori non potevano
andare in chiesa. Mi dicevano... —
forse mi sto confondendo... in questi
giorni non so se erano stati i Vescovi
bulgari o quelli di Albania — mi dicevano che le Chiese da loro sono
piene di anziani e di giovani: i genitori non vanno, perché non si sono
mai incontrati con Gesù. Questo tra
parentesi... L’incontro dei ragazzi e
dei giovani con i nonni è decisivo
per ricevere la memoria di un popolo e il discernimento sul presente:
essere maestri del discernimento,
consiglieri spirituali. E qui è importante, riguardo alla trasmissione della fede dei giovani, l’apostolato “corpo a corpo”. Il discernimento sul
presente non si può fare se non con
un buon confessore, un buon direttore spirituale che abbia la pazienza
di stare ore e ore ad ascoltare i giovani. Memoria del passato, discernimento sul presente, utopia del futuro: in questo schema cresce la fede
di un giovane.
Terzo. Direi come emergenza educativa, in questa trasmissione della
fede e anche della cultura, è il problema della cultura dello scarto. Al
giorno d’oggi, per l’economia che si
è impiantata nel mondo, dove al
centro c’è il dio denaro e non la persona umana, tutto il resto si ordina,
e quello che non entra in questo ordine si scarta. Si scartano i bambini
che sono di troppo, che danno fastidio o che non conviene che vengano... I Vescovi spagnoli mi parlavano recentemente della quantità di
aborti, il numero, sono rimasto senza parole. Loro là tengono il conto
di questo... Si scartano gli anziani, si
tende a scartarli, e in alcuni Paesi
dell’America Latina c’è l’eutanasia
nascosta, c’è l’eutanasia nascosta!
Perché le opere sociali pagano fino a
un certo punto, non di più, e i poveri vecchietti, si arrangino. Ricordo
di aver visitato una casa di riposo di
anziani in Buenos Aires, dello Stato,
dove i letti erano tutti occupati, e
siccome non c’erano letti mettevano
dei materassi per terra, e lì stavano i
vecchietti. Un Paese non può comprare un letto? Questo indica un’altra cosa, no? Sono materiali di scarto. Lenzuola sporche, con ogni tipo
di sporcizia; senza tovagliolo e i poveretti mangiavano lì, si pulivano la
bocca con le lenzuola... Questo l’ho
visto io, non me lo ha raccontato
nessuno. Sono materiali di scarto;
però questo ci rimane dentro... e qui
ritorno al tema dei giovani.
Oggi, come dà fastidio a questo
sistema mondiale la quantità di giovani ai quali è necessario dare lavoro, la percentuale così alta di disoccupazione giovanile. Stiamo avendo
una generazione di giovani che non
hanno l’esperienza della dignità.
Non che non mangino, perché danno loro da mangiare i nonni, o la
parrocchia, o l’assistenza sociale dello Stato, o l’Esercito della Salvezza,
o il club del quartiere... Il pane lo
mangiano, ma senza la dignità di
guadagnarsi il pane e portarlo a casa! Oggi i giovani entrano in questa
gamma del materiale di scarto.
E allora, dentro la cultura dello
scarto, vediamo i giovani che più
che mai hanno bisogno di noi; non
solo per quella utopia che hanno —
perché il giovane che è senza lavoro
ha l’utopia anestetizzata, o è sul
punto di perderla —, non soltanto
per questo, ma anche per l’urgenza
di trasmettere la fede ad una gioventù che oggi è materiale di scarto anch’essa. E in questa voce del materiale di scarto, c’è l’avanzare della
droga su questi giovani. Non è solo
un problema di vizio, le dipendenze
sono molte. Come in tutti i cambiamenti epocali, ci sono fenomeni
strani tra cui la proliferazione delle
dipendenze: la ludopatia è arrivata a
livelli estremamente alti... ma la droga è lo strumento di morte dei giovani. C’è tutto un armamento mondiale di droga che sta distruggendo
questa generazione di giovani che è
destinata allo scarto!
Questo è ciò che volevo dire e
condividere. Primo, come struttura
educativa, trasmettere contenuti,
comportamenti e senso dei valori.
Secondo, l’utopia del giovane, relazionarla e armonizzarla con la memoria e il discernimento. Terzo, la
cultura dello scarto come uno dei fenomeni più gravi di cui sta soffrendo la nostra gioventù, soprattutto
per l’uso che di questa gioventù può
fare e sta facendo la droga per distruggere. Stiamo scartando i nostri
giovani! Il futuro qual è? Un compito: la traditio fidei è anche traditio
spei, e dobbiamo darla!
La domanda finale che vorrei lasciarvi è: quando l’utopia cade nel
disincanto, quale è il nostro apporto? L’utopia di un giovane entusiasta oggi sta scivolando fino al disincanto. Giovani disincantati, ai quali
bisogna dare fede e speranza.
Vi ringrazio con tutto il cuore per
il vostro lavoro di questi giorni, per
far fronte a questa emergenza educativa, e andate avanti! Dobbiamo aiutarci in questo. Le vostre conclusioni
e tutto quello che possiamo fare.
Molte grazie.
Per una lieve indisposizione
Il vescovo di Roma
rinuncia alla visita
al Seminario
maggiore
«Una lieve indisposizione» e
«qualche linea di febbre» hanno
costretto Papa Francesco a rinunciare alla visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore, dov’era
atteso venerdì sera, 28 febbraio. È
stato il direttore della Sala stampa
della Santa Sede, padre Federico
Lombardi, a spiegarne i motivi,
aggiungendo che il medico gli ha
consigliato di riposare.
donne chiesa mondo
Sua madre confrontava
tutte queste cose nel suo cuore
L’OSSERVATORE ROMANO marzo 2014 numero 21
Isabella Ducrot, «Bende sacre 5»
(2011, tecnica mista su tessili tibetani)
Donne e arte
Incontro con l’alterità
L’arte ha origine da un incontro con qualcosa di più grande e
forte di noi. Che lo si chiami destino, o ispirazione. Tutte le
protagoniste di questo numero dedicato a donne e arte si sono
incontrate con questa alterità, che ha determinato la loro vita.
Questo incontro ha suggerito loro come diventare agenti di
trasmissione della bellezza per gli esseri umani sfavoriti, con il
fine di alleviare la loro condizione di sofferenti, o ha ispirato la
creazione di opere che — quasi misteriosamente e loro malgrado —
rivelano poi la loro natura sacra. Oppure può nascere da questo
consapevole incontro una vera e propria creazione architettonica e
artistica finalizzata a costruire la casa di Dio, coscientemente
pensata in modo da rendere la sua presenza più percepibile agli
esseri umani che ne varcheranno la soglia. Anche il modo in cui
comprendiamo le opere d’arte ha una storia, che può venire
attraversata da improvvise rivelazioni: come quella che suggerisce
una rilettura della famosissima Pietà di Michelangelo, che si trova
a San Pietro, in senso simbolico-femminile. L’arte quindi è una
delle vie che le donne percorrono per parlare di Dio e con Dio,
una delle vie che sempre più le vede protagoniste, così importanti
che non si possono dimenticare o emarginare, come si è fatto per
troppo tempo. È una prova che le donne fanno parte — proprio
come gli uomini — della storia d’amore di Dio verso il suo creato.
Come ricorda Barbara Hallensleben nella bella riflessione
teologica che pubblichiamo questo mese, «la differenza tra uomo
e donna ha a che fare con l’immagine che Dio ci rivela di se
stesso», e quindi ogni approfondimento di questa differenza porta
sulle tracce del mistero di Dio. Proprio per questo una riflessione
sul ruolo della donna nell’arte — in particolare in un’arte che si
apre consapevolmente alla spiritualità — costituisce un nuovo
passo nella scoperta di come questa differenza diventi spirito di
creazione e di rappresentazione della realtà umana e del suo
rapporto con il divino. In questo caso — come in molti altri —
non si parla di aprire nuovi ruoli alle donne, ma solo di vedere e
riconoscere il lungo cammino che hanno percorso. (l.s.)
Beethoven chiamava il «mondo della musica».
Opta per uno spossessamento dell’artista?
Si tratta di dimenticare se stessi per servire la musica, piuttosto che utilizzare la
musica per servire se stessi: questa è la
condizione sine qua non affinché i suoni
che comunicano diventino suoni creatori
di comunione. La musica allora si esprime
da sola, sulla punta delle dita, in un presente dove tutte le paure segrete sono superate. Allora emoziona quanti la ascoltano, creando con loro un solo cuore. Le
mani dell’interprete fanno di lui un traghettatore di grazia. Egli raggiunge il tocco spirituale, in un gesto epifanico in cui
le sue mani offerte rivelano l’anima della
musica. La bellezza è ciò che appare
quando si perde di vista se stessi, quando
si va oltre se stessi.
Allora la musica è dono?
C’è una forma di gratuità nell’arte. La
musica non può che donarsi, il che presuppone che non sia sorretta da valori
commerciali. Ebbene, oggi la società consumistica tende sempre più ad associare la
musica a un commercio. Il musicista professionista viene pertanto messo a dura
prova: competizione, legge del mercato,
redditività dei concerti, incisioni e così via.
Al contrario penso che la musica debba
restare un’offerta, non un ingranaggio.
Nascosta sotto il pianoforte
Senza giocare con le parole, è questo il motivo
per cui la Pédagogie Résonnance non attribuisce premi?
A colloquio con Elisabeth Sombart
di SYLVIE BARNAY
«Lo stupore mi assaliva quando da piccola, nascosta sotto il pianoforte, ascoltavo
la musica. Avevo l’impressione di essere io
stessa la musica», afferma Elisabeth Sombart parlando di com’è nata la sua vocazione. «Non si diventa musicisti, si nasce
musicisti»: la pianista di fama internazionale ricorda così l’arte della musica con
termini simili a quelli dei grandi artisti per
i quali «l’emozione non dice “io”», come
sottolinea Gilles Deleuze. Tra gli incontri
determinanti della vita di Elisabeth Som-
donne chiesa mondo
«Sono evaso dall’alto, nel profondo
del mio cuore» mi ha detto in lacrime
un detenuto di Regina Coeli
al termine di un mio concerto
bart, quello con il direttore d’orchestra
Sergiù Celibidache: Elisabeth si forma per
circa dieci anni alla fenomenologia della
musica che quest’ultimo insegna all’università di Magonza. Quell’insegnamento
le apre la via di un’esplorazione nuova
della musica vissuta «come l’immagine
mobile dell’eternità immobile». Lo sviluppa e crea la Pédagogie Résonnance, costruita sul principio di base della riduzione della molteplicità dei fenomeni sonori
all’unità. La pianista prosegue parallelamente una carriera internazionale in prestigiose sale da concerto: Théatre des
Champs-Elysée a Parigi, Carnegie Hall a
New York, Wignore Hall a Londra, Concertgebouw ad Amsterdam, Suntory Hall
a Tokyo, Victoria Hall a Ginevra. Incide
inoltre un’importante discografia da Bach
a Bartok. Nel 1990 crea in Svizzera la
Fondazione Résonnance, diffusasi poi in
altri sei Paesi, al fine di portare la musica
nei luoghi di solidarietà. Per Elisabeth
Sombart, la musica è gioia, respiro, comunione, che trascende ogni sapere, ogni cultura e ogni appartenenza sociale e religiosa.
Lo scrittore Christian Bobin ha detto ascoltandola: «A illuminarmi è il suo modo di
pulire ogni nota con un piccolo pennello di silenzio». Qual è l’importanza del silenzio per
lei?
Solo la coincidenza dei suoni e del silenzio permette di essere al centro della
musica. Ogni nota che eseguiamo testimonia un silenzio primordiale. Per questo
ogni interprete, prima di tutto, deve aver
fatto voto di silenzio. Tra una nota e l’altra e in ogni nota c’è il silenzio. Tra una
di una forma di apostolato della consolazione
attraverso la musica. C’è un legame con il
Vangelo?
nota e l’altra c’è lo spazio per l’interiorità.
L’artista che procede con una simile consapevolezza arriva ad amare questo silenzio interiore. Va detto che tutte le opere
musicali cominciano con un’espirazione.
Nel corso dell’opera, la nostra respirazione si adatta di frase in frase per rivelarle e
collegarle tra loro. Ogni frase musicale
scaturisce allora dalla continuità interiore
dove l’anima dell’interprete respira. È nel
silenzio, dove nasce la respirazione, che
l’interprete trova il cammino del suo cuore, quello che conduce al mondo dell’anima della musica, là dove i suoni diventano musica.
Le azioni della fondazione si riallacciano al messaggio del Vangelo di san Matteo: «Perché io ho avuto
fame e mi avete dato da
«Perché ho avuto sete e mi avete dato da bere
mangiare, ho avuto sete
e mi avete dato da bere;
nudo e mi avete vestito» si legge nel Vangelo
ero forestiero e mi avete
Nutrire gli altri con la musica
ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi
è diventato per me un dovere
avete visitato, carcerato
e siete venuti a trovarmi» (Matteo, 25, 35-36). Nutrire gli altri in gnificherebbe eliminarne uno? Nelle scuoquesto modo è diventato un dovere per le Résonnance, come nelle nostre master
class, quando un allievo esegue con natume.
ralezza i suoi brani, lo portiamo a suonare
In fondo, lei è anche molto vicina alla visione in uno dei nostri luoghi di solidarietà. È
questa per lui la ricompensa più bella.
neoplatonica del pensiero medievale che concepiva l’infinitamente piccolo come il calco
Per concludere, cosa augura a quanti l’ascoldell’infinitamente grande?
tano?
La musica conduce dunque in un’altra dimensione spazio-tempo?
Al termine di un concerto, le persone lo
dicono magnificamente: «Ero in paradiso!». Questo trasporto è anche un’elevazione. San Girolamo spiega che i musicisti
sono sulla terra per colmare il vuoto che
gli angeli hanno lasciato in cielo partendo
con Lucifero. Quando suona, il musicista
in effetti entra in un’altra dimensione temporale, e con lui quanti lo ascoltano. Il
tempo musicale non è il tempo della cronologia o quello degli orologi. È il tempo
fuori dal tempo, un tempo che s’iscrive
negli intervalli tra i suoni, dove il passato
e il futuro si compenetrano nell’istante.
Il verbo greco «katechein» – alla lettera far
risuonare, da cui deriva la parola catechismo
(insegnare, trasmettere) — è all’origine della
fondazione che lei ha creato?
La Fondazione Résonnance ha una duplice vocazione. Ha come fine, da una
parte, di creare e di gestire le scuole di
pianoforte Résonnance, i cui principi fondatori sono: gratuità, assenza di esami e di
competizione, insegnamento della Pédagogie Résonnance, senza limiti di età.
D all’altra, di offrire concerti negli ospedali, nelle case di riposo, nelle strutture medico-sociali, negli istituti per disabili, nei
penitenziari e così via.
Come reagisce questo pubblico?
Un detenuto è venuto a trovarmi in lacrime al termine di un concerto che ho
dato nel carcere Regina Coeli di Roma.
Non aveva mai ascoltato la musica classica
e mi ha detto: «Sono evaso dall’alto, nel
profondo del mio cuore».
Nelle lettere scritte dal campo di Westerbork
nel 1942-1943, Etty Hillesum diceva della
scrittura che «vorrebbe essere un balsamo
versato su così tante piaghe». Anche lei parla
La musica ci insegna che l’unica ricompensa è quella interiore, che i suoni diventano musica qui e ora. Quindi come paragonare un giovane musicista a un altro?
Perché metterli in competizione? Non si-
Secondo questo principio, ogni forma
creata potrebbe essere ricondotta all’unità
perfetta poiché è un modello dell’originale. Tutta la pedagogia che cerco di mettere
in atto si fonda su questa relazione tra ciò
che costituisce il mondo visibile e un altro
che si può definire l’invisibile, e che
Nata a Strasburgo,
Elisabeth Sombart
inizia presto a
studiare pianoforte: a
dieci anni vince il
Premio di Pianoforte
nel concorso BachAlbert-Lévêque.
Lasciata la Francia,
si perfeziona con
Bruno Leonardo
Gelber (Buenos
Aires), Peter
Feuchtwanger
(Londra), Hilde
Langer-Rühl
(Vienna).
Determinante sarà
quindi l’incontro il
direttore d’orchestra
Sergiù Celibidache.
Nel 1990 crea in
Svizzera la
Fondazione
Résonnance,
diffusasi poi in
Italia, Spagna,
Romania, Francia,
Libano e Belgio, che
organizza circa 500
concerti all’anno.
Di trasfigurare insieme il nostro ascolto
affinché traspaia la luce che illumina la
vetrata della nostra anima, che non può
che rischiararsi da sola, perché la nostra
vita sia una creazione continua di grazia e
di bellezza nel cuore di ognuno. È questa
la sfida.
Madre e figlia a Mogadiscio (LaPresse/Ap)
donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo
A sinistra, la vetrata interna
della chiesa Maria Theotokos di Loppiano
Sotto: l’edificio visto dall’alto
Come una preghiera
Il romanzo
Artemisia
Isabella Ducrot racconta il tema della ripetizione nelle sue “bende sacre”
di CATHERINE AUBIN
Lei ha viaggiato molto, in Oriente e in Estremo
Oriente, e alcuni dicono che la sua arte è una
forma di religione: me lo può spiegare?
Lei è pittrice, con un nome francese, ma è italiana; quali sono le sue fonti d’ispirazione?
Per la mia nuova mostra ho utilizzato “tessuti buddisti”; sono stoffe che i pellegrini acquistano per metterli su statue sacre, sono
dunque oggetti religiosi, come una preghiera.
In Tibet ci sono meno fiori che in India, per
questo i tibetani offrono alle divinità una manifattura umana piuttosto che dei fiori. Questi
tessuti racchiudono in sé il pensiero religioso
delle persone che li offrono. Ho quindi utilizzato questa percezione delle cose collegandola
a una rappresentazione che considero una preghiera, ossia la ripetizione. In effetti penso
che in tutte le religioni del mondo ci sia la ripetizione: nelle litanie, nelle suppliche. Dunque, sul tessuto tibetano, che in un certo senso è sacro, ho cercato di tradurre in disegno
queste ripetizioni che sono parte integrante di
tutte le preghiere nel mondo.
Sono italiana, ma sono soprattutto napoletana, il che fa una bella differenza. Per me significa dare grande importanza al destino. Significa anche che le cose avvengono naturalmente e non dipendono dalle proprie forze
come in un programma preciso. Quindi, se
devo parlare d’ispirazione, non l’ho avuta. Per
me le cose sono accadute in modo naturale:
non ho seguito corsi di disegno e non ho stu-
In mostra a Roma
«Bende sacre»: questo il titolo della
mostra di Isabella Ducrot che si
inaugura il 3 marzo 2014 alla Galleria
nazionale d’arte moderna e
contemporanea (Gnam) a Roma. Curata
da Marcella Cossu e Silvana Freddo con
Nora Iosia, la mostra resterà aperta fino
al prossimo 18 maggio. Nel catalogo,
edito da Gangemi, sono presenti scritti
di Maria Vittoria Marini Clarelli, John
Eskenazi, Stefano Velotti, Massimiliano
Alessandro Polichetti, Luciano Trina e
Marcella Cossu.
diato belle arti. Non sapevo di saper disegnare. La cosa più straordinaria è che me ne sono
resa conto dopo i cinquant’anni. Prima, non
pensavo veramente di essere fatta per la pittura e ancor meno che qualcuno potesse apprezzare le mie opere. Era impensabile per me che
un giorno avrei potuto pubblicare dei libri e
soprattutto che avrei potuto esporre i miei
quadri in una galleria d’arte. Tutto ciò era
completamente inaudito, inatteso, incredibile!
È a partire dalla ripetizione che ha scoperto la
preghiera?
Sì, assolutamente sì, perché l’ho associata a
ciò che la preghiera è nel mondo. Di fatto
molte preghiere non sono dialettiche. Ho cer-
L’artista nella locandina della mostra
Mai stata una brava ragazza
In ascolto della compositrice russa ortodossa Sofia Gubaidulina
di MARCELLO FILOTEI
n Unione Sovietica, per fortuna, un compositore poteva essere minacciato di morte per
lo stile utilizzato nella scrittura
musicale. Nel 1936 ebbe luogo la
rappresentazione dell’opera Lady
Macbeth del distretto di Mtsensk di
I
Quali sono stati i temi dei suoi primi quadri?
Cosa vuol dire lo «spirito nascosto»?
sé lo spirito. Qui spirito significa qualcosa che
esiste grazie al tessuto, ed è questa la differenza rispetto alla carta. La carta accetta lo spirito quando una persona scrive su di essa una
poesia o qualcos’altro, mentre il tessuto trasforma la materia, la fibra, la consistenza: si
può dire che il tessuto ha una sorta di anima.
In Tibet ho trovato una vera preghiera: è una
preghiera di ringraziamento, che proviene da
una famiglia indubbiamente molto ricca perché è in seta, meravigliosa a vedersi. E lì c’era
una collaborazione, un intreccio, tra la realizzazione del tessuto che per così dire “saliva”
sul telaio e la preghiera che a sua volta sale.
Entrambi si componevano nello stesso momento: ho visto un legame vero tra la parola e
il tessuto. In un certo senso il tessuto è quel
che c’è di più vicino a ciò che noi siamo come
esseri umani: carne e spirito.
La bellezza. Quando ero in Oriente, ho capito che quei motivi ripetitivi non erano una
mera decorazione come per noi in Occidente,
ma l’ho percepita come un inno sacro, come
una musica che risuona. Sono stata completamente sedotta dalla ripetizione dei motivi su
quei tessuti. Ed è così che ho cominciato a disegnare sfere rosse, in modo ripetitivo, e ciò
mi ha procurato grande gioia, perché questa
maniera di dipingere non è un discorso logico.
Si può dire che la ripetizione concepita in
questo modo assomiglia a una forma di preghiera.
Il clic è stata semplicemente la vita. Dopo
aver compiuto cinquant’anni la concomitanza
di diversi eventi ha fatto sì che le cose avvenissero in modo naturale. Il fatto più straordinario è che quando ho iniziato a dipingere i miei
quadri le persone li hanno apprezzati e me lo
hanno detto, il che mi sembrava incredibile!
Tutti noi indossiamo abiti fatti di tessuti e
non pensiamo mai alla loro struttura. La stoffa stessa la nasconde. Ad esempio nel caso del
velluto o del raso, o anche della seta, la struttura non si vede, ma se non esistesse non ci
sarebbe neanche il tessuto. Pian piano ho
quindi capito il simbolismo del tessuto, come
un’opera umana, molto antica e primitiva. E
ho messo insieme il simbolismo del tessuto e
la vita, il pensiero, perché diventassero una
cosa sola. Ho compreso tutto ciò senza volerlo, e ancora oggi ne sono sorpresa e meravigliata.
Man mano che un tessuto “sale”
e si realizza sul telaio
trascina con sé lo spirito
Qui spirito significa qualcosa che esiste
grazie al tessuto
È la differenza rispetto alla carta
Che cosa evoca la ripetizione per la sua arte?
Ricorda un episodio o un clic che potrebbe aver
dato avvio al suo nuovo percorso?
Ho utilizzato molto presto dei tessuti perché per anni avevo collezionato stoffe e mi appassionavano. All’inizio m’interessavano i loro
colori, poi mi sono rapidamente resa conto
che era la struttura dei tessuti ad affascinarmi.
In effetti nel tessuto è contenuto lo «spirito
nascosto».
cato di riflettere e d’immaginare come gli uomini della preistoria avevano cominciato a utilizzare i loro tessuti, quale era stato il motivo
principale e fondamentale per elaborare una
tecnica di fabbricazione dei loro tessuti così
complicata quando hanno incominciato a diventare stanziali. E mi sono detta che ciò andava al di là del semplice fatto di proteggersi
e che aveva a che vedere con la religione. In
effetti, man mano che un tessuto “sale” e si
realizza sul telaio, si può dire che trascina con
Considero la religione qualcosa
che ristabilisce un legame nella vita
La musica non ha compito
più grave di questo
Dmitrij Shostakovich. Un mese
dopo, la «Pravda» stroncò il lavoro definendolo «caos anziché musica» in un articolo anonimo, da
alcuni attribuito allo stesso Stalin
che era presente alla rappresentazione. Non che si possa essere nostalgici di episodi del genere, ma
un capo di Governo che va a un
concerto oggi sarebbe già una notizia. Allora non lo era perché la
musica era considerata una cosa
seria. Il compositore aveva un
ruolo sociale, come qualsiasi altro
artista o intellettuale. E il potere,
quindi, lo controllava.
Questo è l’ambiente in cui nasce nel 1931 a Čistopol’, nella repubblica russa del Tatarstan, Sofia
Gubaidulina. Una grande compositrice, che non è mai stata una
brava ragazza. Anzi ha perseguito
con determinazione l’intento di
camminare sulla “cattiva strada”.
Del resto il consiglio le era stato
dato proprio da Shostakovich, un
altro genio che magari scriveva la
Quinta
Sinfonia semplificando
molto il linguaggio per far credere
a Stalin di essere tornato ai modelli del Realismo Socialista, ma
incontrando un talento come
quello di Gubaidulina non si sognava nemmeno di consigliarle di
limitare la propria creatività, anzi
la spingeva nella direzione opposta.
Per paradosso, quindi, proprio
in un ambiente culturalmente angusto, che l’aveva etichettata come
«irresponsabile»
per
le
sue
esplorazioni alternative, si sviluppa l’arte originale e corrosiva di
una delle compositrici più innovative e rappresentative del XX secolo.
«Sono una persona religiosa,
russa ortodossa, e considero la religione, nel senso letterale del termine, come qualcosa che lega, che
ristabilisce un legame nella vita.
La musica non ha compito più
grave di questo». Gubaidulina si
autodefinisce così, e definisce così
anche il suo percorso artistico ed
esistenziale. Ma per farlo in musica bisogna scegliere dei criteri
precisi, chiari per chi ascolta.
Lei ha fatto leva principalmente
sull’aspetto simbolico. «Cosa vuol
dire simbolo? Secondo me la massima concentrazione di significati,
la rappresentazione di tante idee
che esistono anche fuori della nostra coscienza. Le molteplici radici
che si trovano al di là della co-
scienza umana si manifestano anche attraverso un solo gesto».
Ma Gubaidulina fa di più e rilegge il suono stesso in chiave
simbolica. Per esempio il primo
movimento della sonata per violino e violoncello Gioisci è basato in
gran parte sul passaggio dal suono reale al suono armonico (dalla
concretezza alla leggerezza). Questo effetto si ottiene riducendo la
pressione del dito sulla corda. Più
il dito sale — «ascende», si fa leggero — più il suono diventa etereo, il timbro si trasfigura. Più
chiaro di così.
Ma ancora non basta e allora
compositrice compie un ulteriore
passo in avanti: poggia questo suo
mondo simbolico su inusuali combinazioni strumentali, utilizzando
un quartetto di sassofoni e percussioni (in Erwartung), oppure accostando il koto (strumento caratteristico della musica giapponese)
all’orchestra.
A volte richiama indirettamente
la musica popolare russa, come
nei casi in cui utilizza il bayan,
una fisarmonica cromatica a bottoni che raramente prima era entrata nella produzione colta. Gubaidulina ne intuisce l’estrema
forza espressiva e la usa spesso, in
particolare in un brano ritenuto
da molti un capolavoro: Sette Parole, del 1982, per violoncello, fisarmonica e archi.
Già la scelta di evocare le ultime sette parole di Cristo sulla croce senza utilizzare un testo dà la
misura del grado di astrazione
simbolica di un lavoro nel quale il
violoncello rappresenta la vittima,
il Dio-Figlio, la fisarmonica è il
Dio-Padre e gli archi lo Spirito
Santo. Ma la simbologia è soprattutto nei gesti, nei suoni. A volte
chiara, altre più nascosta, ma sempre presente sino al finale, dove il
violoncello sposta gradualmente
l’archetto verso il basso fino ad
arrivare sul ponticello nel momento della morte. Qui il suono si fa
violento, sgraziato, ruvido. Ma il
procedimento non è ancora finito,
l’arco passa al di là del ponticello,
in una regione in cui le corde producono un suono acutissimo, lontano, poco intonato. È la trasfigurazione, il passaggio da uno stato
all’altro.
Gubaidulina è una donna che
non ha avuto paura di attraversare
il ponticello. Più chiaro di così.
di RITANNA ARMENI
mmaginate il paesaggio toscano di un
dipinto del Rinascimento. Lo sfondo
di un quadro di Piero della Francesca
o di Leonardo da Vinci. Immaginate
le colline, i cipressi, la campagna ordinata dall’uomo, le viti, i prati digradanti. E
poi pensate a un manto, un grande manto,
che viene calato dal cielo su uno di questi
prati. Lo sfiora, quasi lo tocca, ma rimane a
qualche metro da terra, qualcosa in alto pare
trattenerlo e rimane sospeso fra cielo e terra,
fra l’azzurro e il verde.
Così si presenta al primo sguardo del visitatore la chiesa dedicata a Maria Theotokos
(Madre di Dio) a Loppiano, una piccola località situata in quel luogo già magico che è
la Val d'Arno. «Quel manto è grande, ma
anche dolcemente digradante per raccontare
— spiega il gruppo di architette, scultrici e
pittrici che lo ha realizzato — una chiesa accogliente come il manto di Maria, una chiesa
che collega il cielo alla terra, il Creatore alle
sue creature».
Sono andata a Loppiano per incontrare le
donne del centro Ave Arte nato all’interno
del movimento dei Focolarini. Quel centro lo
ha voluto Chiara Lubich, la fondatrice del
movimento, per saziare «la sete di bellezza
diffusa nel mondo». Quando la chiesa è stata
costruita, la comunità dei Focolarini a Loppiano c’era già da un pezzo. Le case nella
campagna toscana erano state ristrutturate,
l’antica fattoria era stata rimessa in funzione,
c’erano le cooperative, una sede universitaria,
un laboratorio di ceramica, una vita comunitaria, ma mancava qualcosa che a tutto questo desse un senso più alto, che mandasse il
segnale inequivocabile di una missione e di
una presenza. Ed ecco la decisione di affidare all’architetta Ave Cerquetti la costruzione
della chiesa «come suggello, come punto culmine della cittadella».
Erika Ivacson scultrice di origine ungherese, Elena Di Taranto, architetta, Dina Figuerido, pittrice di origine portoghese, Patrizia
Taranto, architetta e Vita Zanolini, coordinatrice del gruppo, sono le cinque donne che
hanno eseguito il progetto. Ora mi mostrano
il loro lavoro compiuto in tempo di record,
solo quattro anni dal 2004 al 2008. Uno
sforzo eccezionale e pienamente riuscito. Il
manto di Maria è lì, sfiora il prato e sotto il
manto c’è la chiesa, circolare, moderna, in
cui le linee curve si inseguono e si incontrano. «Ave mi ha chiamata una mattina per
spiegarmi la sua idea, aveva già tutto nella
sua testa e in un pezzo di carta: la forma circolare, il tabernacolo, le vetrate. Voleva un
progetto che esprimesse Maria, la comunità e
I
Solo donne
Tra le architette, scultrici e pittrici che hanno fatto la chiesa Maria Theotokos di Loppiano
l’apertura al mondo», racconta Elena Di Taranto.
C’è una rottura in questa chiesa dedicata a
Maria, Madre di Dio, rispetto alla tradizione
dell’arte sacra. Ed è nella linea curva che le
architette, le scultrici, le pittrici hanno scelto
come elemento architettonico caratterizzante.
Nulla in quell’edificio, che oltre la chiesa
contiene sale di incontro, centri per convegni, è diritto, squadrato, rigido. All’opposto
tutto è curvo, arcuato. È circolare la chiesa,
sono circolari i banchi di legno chiaro, si curvano le grandi finestre colorate, avanza
dall’alto in basso il tetto bianco diviso da tra-
Per un gruppo di uomini
scegliere di usare le modalità
morbide, luminose e accoglienti
scelte da cinque donne
sarebbe stato improbabile
vi che si inarcano. Non c’è bisogno che me
lo spieghino, è del tutto evidente: la linea
curva è il mezzo architettonico che riesce a
realizzare meglio l’idea dell’accoglienza. In
quella circolarità dei banchi attorno all’altare
si celebra una comunione e una comunicazione immediata fra i fedeli e i sacerdoti.
Consente, mi spiegano, «una particolare presenza corale attorno all’altare». In quel soffitto che si inclina si esprime un’idea di protezione, di accettazione di chiunque voglia
entrare nella casa di Dio. E le vetrate enormi
e colorate «creano un dialogo continuo tra
interno ed esterno, fra vita che si vive e si celebra».
Non ci sono fiori, non ci sono piante, rarissime e discrete le immagini sacre. La scelta
delle architette, delle scultrici e delle pittrici
del centro Ave è quello della semplicità disadorna, del vuoto che diventa bellezza. Non
si rinuncia alla grandezza, alla magnificenza
del sacro, ma non lo si esprime in modo tradizionale. È la fede, non altro, evidentemente, che deve riempire quello spazio, la fede
portata dagli uomini e dalle donne che si rifugiano sotto quel manto. L’edificio è fatto
per accoglierla.
Colpiscono le grandi vetrate colorate opera
di Dina Figuerido. «La luce — mi spiega —
scivola, è preponderante rispetto alle figure
che appena si intravedono. Da una parte la
passione di Cristo, dall’altra la vita di Maria». E, ancora una volta, quella luce è accogliente, come è accogliente, più di qualunque
marmo ricco, ornato e decorato, quella grande enorme pietra di Trani bianca, rettangolare, appena incisa, che Erika Ivacson ha scelto
come altare. «L’ho voluto così, disadorno,
bianco, grezzo, semplice perché tutti potessero riconoscerlo come loro, potessero vedere
in esso il sacrificio di Cristo per l’umanità».
Dietro l’altare un’altra vetrata e, dietro
questa, il tabernacolo, posto alla base del
campanile, con due enormi trasparenti fessure che vanno verso l’alto. Ancora una volta
l’interno e l’esterno si fondono, il verde dei
prati, della campagna lavorata dagli uomini
entrano nella casa di Dio.
Sono tutte donne coloro che hanno lavorato a quest’opera, è femminile il gruppo che
ha progettato e ha creato la chiesa di Loppiano anche se hanno collaborato, naturalmente, molti uomini. Un gruppo che poi ha proseguito il suo lavoro in molti altri luoghi sacri. «Crediamo in un’arte in cui ci sia la presenza di Gesù» mi spiega Vita Zanolini, la
coordinatrice del gruppo delle architette.
Il gruppo Ave è di sole donne solo per caso (e anche per tradizione visto che il movimento dei Focolarini è sempre stato diretto
da una donna), ma in questi anni di lavoro si
è accorto che esiste un’arte sacra, un modo
di costruire luoghi per la fede che solo le
donne riescono a creare. Si è reso conto di
avere un compito educativo e di quanto sia
importante che un’arte sacra femminile entri
in contatto con un sacerdozio maschile.
Sarebbe stato immaginabile un gruppo di
uomini così attento a rendere attraverso la
curva, la circolarità, gli spazi aperti, le trasparenze, la potenza e la imprescindibilità
dell’incontro fra l’umanità e Dio? Non posso
fare a meno di chiederlo anche se loro, quando mi hanno mostrato e illustrato la loro
opera, non hanno mai fatto accenno al femminile. Sorridono e ammettono che sarebbe
stato abbastanza improbabile per un gruppo
di uomini scegliere di usare quelle modalità
morbide, luminose e accoglienti. Avrebbe
preferito probabilmente una chiesa più diritta, squadrata. Avrebbe suggerito un’idea di-
versa del rapporto fra Dio e l’umanità. Forse,
addirittura un’idea diversa della fede. Aggiungono che, con loro grande stupore, il sovrintendente alle Belle arti di Firenze quando
era venuto a visitare la chiesa di Loppiano —
lui uomo — aveva detto che in quell’opera
era evidente la presenza di una capacità artistica tutta femminile. Mi raccontano di aver
scoperto in questi anni che, in effetti, il loro
modo di lavorare è diverso da quello di altre
équipe. «Siamo davvero un gruppo, lavoriamo d’intesa, ci correggiamo. In questi anni
ho capito che le idee dell’altra non mi escludono, non mi schiacciano, se mai mi contengono» dice Erika Ivacson. E Patrizia Taranto
racconta: «Andiamo sempre nei luoghi che
dobbiamo costruire o ristrutturare, non riusciamo a progettare asetticamente, a tavolino.
Dobbiamo conoscere chi ci dà una commissione, dobbiamo capire che cosa vuole veramente da noi».
Loro — di questo sono davvero, senza presunzione, convinte — hanno molto da insegnare ai loro committenti che sono sacerdoti,
vescovi, comunità e movimenti cattolici in
cui la componente maschile è preponderante
e che, spesso, non sanno che cosa fare. Di
fronte a stupendi monasteri, chiostri, chiese,
conventi non riescono a immaginare spazi diversi, a rispettare quel che deve essere salvato, a comprendere come si può innovare un
luogo sacro. «Un monastero — spiegano —
oggi non può essere quello di cinquecento
Quel manto è grande
ma anche dolcemente digradante
per raccontare una chiesa accogliente
che collega cielo e terra
Creatore e creatura
anni fa, va salvato nella bellezza che possiede, ma va fa riprogettato per i nuovi compiti
e per le nuove comunità. C’è nelle chiese,
nelle diocesi, nei monasteri un modo di vivere, da soli o con gli altri che deve essere innovato anche negli spazi». Loro ne sono
convinte. E lavorano, fiduciose nella loro
creatività, nella loro capacità di contribuire a
cambiare l’ambiente di vita di una comunità
di fede, di introdurre una modernità accogliente quanto la tradizione. Oggi sono un
gruppo molto richiesto, che ha cancellato,
quando ci sono stati, anche antichi muri verso un’équipe tutta femminile. «Sai quando
nel committente cadono le diffidenze?» mi
racconta alla fine sorridendo Vita Zanolini:
«Quando vedono che ascoltiamo e prendiamo appunti. A quanto pare non tutti lo fanno».
«Giochiamo a rincorrerci, Artemisia ed io.
E a fermarci, non senza trabocchetti, dai
più materiali e scoperti, ai più nascosti»:
era il 1947 quando la scrittrice italiana
Anna Banti dava alle stampe il suo
secondo romanzo, Artemisia, in cui
racconta la storia della pittrice italiana
vissuta nella prima metà del Seicento.
Scritto tra verità e fantasia ricorrendo a
documenti di archivio e, soprattutto, ai
quadri di Artemisia Gentileschi, il
romanzo è un suggestivo dialogo a
distanza tra due donne accomunate
dall’arte, e dalla difficoltà di emergere in
un mondo maschile. La prosa colta,
sofferta e poetica dell’Anna Banti del
secondo dopoguerra, incontra la pittura
vibrante, sofferta e coraggiosa
dell’Artemisia Gentileschi del XVII secolo:
chi legge si trova avvinto tra due donne e
due secoli che, pur diversi, si intrecciano.
Banti si assume il compito di ridare vita e
voce a quella donna che, superando
l’ostilità del suo tempo e attraversando
anche un umiliante processo per stupro
(quelli in cui la vittima finisce per essere
considerata colpevole), è comunque
riuscita a entrare nella storia dell’arte.
Una biografia capace di farsi
autobiografia che molto dice sull’arte. E
sulle donne. (@GiuliGaleotti)
Il saggio
L’umanità dietro
le mura
Ci sono patrie che restano assolutamente
uniche, nella loro rarità. È il caso di
quelle poche decine di persone nate nella
Città del Vaticano, lo Stato sorto nel 1929
i cui cittadini sono per lo più di passaggio
dai rispettivi Paesi di origine. Ebbene,
una donna, Matilde Gaddi, nata
all’interno delle mura vaticane nel 1943, ha
raccontato la sua “singolarissima” storia
nel volume L’umanità dietro le mura (La
Caravella, 2013): tra aneddoti e curiosità,
colpisce la prospettiva, del tutto inedita.
Quinta figlia di un gendarme, Matilde è
nata e vissuta per 23 anni — i suoi primi
23 anni — in Vaticano con la famiglia. Gli
episodi della «guerra non dichiarata tra
gendarmi e bambini, che fatalmente finiva
quasi sempre senza prigionieri», sono
deliziosi. Se gioco e gusto del proibito,
spensieratezza e incoscienza, segnano
l’infanzia di tutti, quando si muovono tra
le mura vaticane degli anni Cinquanta,
acquistano un sapore molto divertente.
Come le regole imposte alle donne che,
ad esempio, se proprio volevano usare la
bicicletta, dovevano rigorosamente
spingerla a mano. (@GiuliGaleotti)
La serie tv
Madre, aiutami!
Madre, aiutami! è il titolo di una serie
televisiva italiana che, dopo tanti filmati
che hanno avuto come protagonisti dei
sacerdoti, ha finalmente scelto di dare a
una suora questo
ruolo. Un intreccio
che prevedeva
suspence e pericoli,
affrontati da Virna
Lisi, che
interpretava madre
Germana, con
grande
compostezza e
insieme forte
coinvolgimento
emotivo. Madre
Germana combatte
contro tutti per
difendere la
bambina africana
che è stata accolta
in convento, e che
è in pericolo, e
soprattutto la
consorella Maria che, nella missione in
Congo, è stata violentata dai ribelli e poi
rapita. Scoprendo a poco a poco un
traffico di armi che coinvolge perfino il
Vaticano. Anche fra le suore alligna
l’invidia e l’indisciplina, ma chi fa la
figura peggiore è comunque la gerarchia
ecclesiastica che tradisce costantemente
diffidenza verso le donne, incredulità e
indifferenza verso la violenza sessuale, e
che alla fine è costretta alle scuse. Ben
rappresentati il coraggio femminile e la
dura vita nelle missioni africane.
(@lucescaraffia)
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LA
SIGNORA ANZIANA E L’AUTOBUS DI LINEA
«Il simbolo del fallimento della città»: con queste parole
un lettore ha inviato al «Corriere della Sera» la sequenza
di fotografie che pubblichiamo qui accanto. Roma è
sconquassata dalla pioggia, il traffico bloccato, una
signora anziana aspetta per quaranta minuti l’autobus che
dovrebbe riportarla a casa, dopo aver fatto la fila per
pagare una bolletta. Finalmente il mezzo arriva: gli
aspiranti passeggeri — ha raccontato Ester Palma
sull’edizione romana del quotidiano del 2 febbraio scorso
— chiudono gli ombrelli per salire a bordo. È quello che
fa anche l’anziana signora, ma i suoi movimenti sono
rallentati dall’età. Una passante si avvicina per aiutarla,
un passeggero già a bordo chiede all’autista di attenderla,
ma quando la donna sta per farcela, il conducente sbuffa
e riparte, lasciando l’anziana sul marciapiede. L’Atac ha
avviato un’inchiesta interna. Ma restano, indelebili, questi
tre fotogrammi a dimostrare l’inumanità quotidiana a cui
ci stiamo abituando.
D ONNA
CAPO DEL
CONSIGLIO
ECUMENICO DELLE
CHIESE
«Essere una voce profetica è un compito vitale per
l’ecumenismo del XXI secolo e per la Chiesa nel mondo di
oggi»: così Agnes Abuom, anglicana del Kenya (madre
protestante e padre cattolico, e madre a sua volta di due
figli), ha commentato la sua elezione a moderatore del
Consiglio ecumenico delle Chiese, ovvero la figura che
affianca il segretario generale (attualmente il luterano
norvegese Olav Fykse Tveit) nella guida del Consiglio. È
la prima volta che l’organo principale che riunisce le
diverse confessioni cristiane del mondo — 345 in
rappresentanza di circa 560 milioni di fedeli — elegge una
donna. La votazione è avvenuta a Busan, in Corea, nel
corso della decima assemblea del Consiglio che, ancora
per la prima volta, ha scelto di mettere al centro la
questione della responsabilità dei cristiani nella
costruzione della pace. Sebbene la Chiesa cattolica non
faccia parte del Consiglio, essa ha partecipato ai lavori
con una propria delegazione guidata dal cardinale Kurt
Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la
promozione dell’unità dei cristiani.
IL
SEGNO DI
STELLA KIM
SUL GHIACCIO
C’è una pattinatrice sudcoreana (vincitrice dell’argento a
Sochi) che, dalle Olimpiadi invernali di Vancouver (2010)
in poi, prima di scendere in gara si fa silenziosamente il
segno della croce: è così che Stella Kim Yu-na è divenuta,
senza volerlo, un simbolo della Chiesa cattolica
sudcoreana. Nata nel 1990, ha iniziato a pattinare a 5
anni, quasi per scherzo. Dopo aver vinto a 12 anni i
campionati sudcoreani di pattinaggio artistico, ha
debuttato sul palcoscenico internazionale, classificandosi
firmato e rinnovato ormai per il quinto anno consecutivo
da suor Ignazia Mercede Miscali, responsabile della
congregazione delle Figlie della Carità di San Vincenzo
de’ Paoli, e dal comandante della legione sarda dei
carabinieri, generale Luigi Robusto. Dopo la firma del
patto, siglato nella caserma Zuddas e inviato a tutti i
presidi dell’Arma che conta 277 stazioni nell’isola, suor
Ignazia ha espresso piena soddisfazione per il concreto
lavoro svolto insieme fin qui.
seconda in diverse competizioni mondiali. Nel 2005, la
duplice svolta: seri problemi a ginocchia e piedi prima, e
alla schiena poi, la tengono forzosamente lontana dal
ghiaccio per lunghissimi mesi, al punto che la sua carriera
sembra irrimediabilmente compromessa. Ma proprio
allora, attraverso Cho, un cattolico che guida la clinica
privata a Seoul dove è seguita, Yu-na entra in contatto
con alcune suore, iniziando — con la madre — il suo
cammino di conversione. Nel 2007 finalmente le cure
sembrano funzionare, e la ragazza torna sul ghiaccio:
arriva al terzo posto nazionale. Attaccata alla divisa c’è la
medaglia benedetta della Madonna donatale dalle suore.
Per questo la giovane ha voluto come nome di battesimo
Stella, per onorare la Vergine, Stella mattutina. Al dito
porta un anello con i grani del Rosario. Stella ha
raccontato che la fede le ha donato una nuova pace: «Al
momento del battesimo ho sentito un’enorme
consolazione nel mio cuore. Ho capito che era l’amore di
Dio e gli ho promesso che avrei continuato sempre a
pregarlo».
PROTO COLLO
TRA SUORE E CARABINIERI IN
BIMBE
SARDEGNA
Aiutare le vittime dei reati di riduzione in schiavitù, tratta
e commercio di schiavi extracomunitari ed europei; dare
speranza a quanti vogliono sottrarsi alle condizioni di
sfruttamento: questi gli obiettivi del protocollo d’intesa
L’OSSERVATORE ROMANO marzo 2014 numero 21
Inserto mensile a cura di RITANNA ARMENI e LUCETTA SCARAFFIA, in redazione GIULIA GALEOTTI
www.osservatoreromano.va - per abbonamenti: [email protected]
E D ONNE ACCUSATE DI STREGONERIA IN
INDIA
In diverse zone dell’India, soprattutto nei villaggi rurali
isolati in cui si vive senza possibilità di accedere ai servizi
di base, ricevere un’istruzione o integrarsi nella società, la
povertà spinge molte persone ad affidarsi alla
superstizione e a santoni e guaritori che praticano riti
legati alle tradizioni tribali e alla magia nera. Il tutto con
conseguenze talvolta mostruose. È il caso dei sacrifici
umani, ancora praticati come suprema forma di offerta
alla divinità. A farne le spese sono sempre le persone più
deboli: bambine e donne. Secondo quanto riferito dalla
Fondazione Fratelli Dimenticati onlus, una bimba di 4
anni è stata sacrificata dai suoi stessi genitori, mentre una
piccola di 7 è stata uccisa da due contadini che le hanno
asportato il fegato per effettuare riti propiziatori. Del
resto, cadaveri di bambini sono stati ritrovati sepolti
vicino agli altari di qualche stregone, circondati da
oggetti sacri. Le donne, considerate inferiori rispetto
all’uomo, in alcuni villaggi vengono accusate di
stregoneria e, per questo, punite anche con la morte:
secondo alcune ong indiane, sarebbero circa duecento le
donne uccise ogni anno perché ritenute streghe. Una
credenza frutto di quell’ignoranza contro cui si batte la
Fondazione Fratelli Dimenticati onlus: grazie alle loro
iniziative tanti bambini possono studiare per diventare
domani adulti responsabili. La fondazione è oggi
presente, oltre che in India, in Nepal, Messico,
Guatemala e Nicaragua.
SETTIMANA
DELLE SUORE CATTOLICHE STATUNITENSI
Si svolge dall’8 al 14 marzo 2014 la prima settimana
nazionale delle suore cattoliche presso l’università
cattolica femminile St. Catherine a St. Paul in Minnesota.
Inserito all’interno del mese dedicato alla storia delle
donne, l’appuntamento intende ricordare le suore delle
più diverse congregazioni che hanno segnato la storia del
Paese. La settimana di incontri vuole però, al contempo,
indicare vie per possibili cammini futuri, riflettendo sul
significato e le prospettive della vita religiosa. L’università
si appresta ad avviare un sito internet che raccolga
materiale proveniente dalle congregazioni femminili di
tutti gli Stati Uniti.
donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne
Guardare con occhi nuovi la Pietà di Michelangelo
Simbolo
per il nostro mondo
di LUC TEMPLIER
a Pietà di Michelangelo non ha ancora svelato tutti i suoi
misteri. Tutt’altro. I capolavori ne sono ricchi e li si può
interrogare all’infinito. È proprio la loro natura. Un giorno
mi è apparso un dettaglio che ha cambiato la mia visione
dell’opera. È lì, nei dettagli, che l’essenziale sopravvive sempre.
Al momento sto spiegando in un libro questa scoperta, e qui ve
ne offro un assaggio.
Siamo nel 1499, alla vigilia del passaggio a un nuovo secolo; periodo di transizione, teso, propizio alle urgenze e alle folgorazioni.
In meno di un anno, un giovane ventiquattrenne, in un solo blocco di marmo bianco di Carrara scolpisce un capolavoro immortale.
Ciò basterà, in effetti, a convincerci del carattere eccezionale di
una simile impresa, chiaramente ispirata alle mani dello scultore
abbandonato all’estasi creatrice. È in questa specie di ebbrezza,
necessaria, che Michelangelo scolpisce. Vi si butta e si accontenta,
dice lui, di liberare dal blocco la meraviglia che vi ha visto.
Una Pietà. Il tema è noto. È stato già trattato molte volte: la
Vergine, Maria, tiene tra le braccia Cristo morto, deposto dalla
Croce. Notiamo che la scultura s’iscrive in un triangolo, simbolo
dell’elevazione, della perfezione e della stabilità; uno sgabello a
tre piedi non è sempre stabile?
La prima cosa a sorprenderci è l’età di Maria. È giovane, troppo giovane, addirittura più giovane di Cristo. Il suo viso è di
un’impenetrabile perfezione; i suoi tratti sono magnificati, angelici. Nessuna emozione turba quel viso giovanile, liscio e inespressivo, esaltato dal contrasto con l’esuberanza dei drappeggi.
Nient’altro qui che la bellezza ideale di una giovane donna, archetipo della femminilità. A prevalere è l’accoglienza, necessariamente silenziosa: impressione accentuata dal gesto della mano sinistra, aperta, che sembra dire: «Così è».
Cristo è abbandonato. Sembra più vecchio di Maria, più piccolo della madre, della donna, della sposa, nelle cui braccia sci-
L
Nel 1964 quando l’opera è in mostra a New York
Hupka le scatta oltre duemila foto da singolari angolature
Per farlo pratica anche un foro nel soffitto
per cogliere il volto di Cristo, da sempre nascosto
vola e si lascia scivolare. Di fatto quel corpo giovane e bello non
mostra alcun segno di rigidità. Al contrario, a forma di S, è flessuoso, sensuale, languido. Le sue dita accarezzano il tessuto, il
piede è in equilibrio su una pietra, nel braccio e nel collo le vene
irrorate di sangue pulsano al ritmo lento dell’incanto.
Nel 1964 la Pietà parte per New York. Primo e ultimo esilio.
Robert Hupka, un fotografo, la segue nel viaggio. Scatta più di
duemila foto dell’opera, da angolature impossibili, nascoste allo
sguardo da secoli, in un allestimento a contrasto — su sfondo nero — ben diverso da quello di San Pietro. È a partire da quelle
foto eccezionali che vi invito a cambiare visione. Di fatto non vediamo più solo la Vergine e Cristo morto, ma una giovane donna
e un giovane uomo volontariamente offerto alle sue braccia. Una
coppia insomma. E i due sono vivi. Ma quale immagine potrebbe provare ciò che ho appena detto?
A New York Robert Hupka pratica un foro sul soffitto per cogliere il volto di Cristo, sempre celato al nostro sguardo, e che
solo l’artista, prima di lui, aveva contemplato. È sorprendente!
Perché il viso è vivo; di una straordinaria serenità. Sorride, fiducioso, beata beatitudine. Mai un volto umano era nato dal mistero divino dell’Arte con tanta forza consolatrice.
Allora, oltre a una Pietà, capiamo ciò che Michelangelo ha suggerito in questa sublime parabola: la capitolazione consenziente
del maschile al principio femminile. Giusta esaltazione dei valori
femminili a lungo calpestati, eppur vicini anche ai valori dei Vangeli.
Magnifico simbolo per il nostro mondo, governato da una maschile trionfante, orgoglioso, che lancia e rilancia continuamente
i suoi profitti, le sue competizioni, i suoi eserciti. Sublime messaggio per la nostra umanità, che ci invita a privilegiare, e ad affidarci, ai valori di accoglienza, apertura, accettazione, che il
principio femminile rappresenta qui. La Pietà, in questa prospettiva, potrebbe trovare posto su qualsiasi altare del mondo. Nel
silenzio dell’accoglienza, la frenesia si ritrova sospesa.
Ma perché, mi direte, questa allegoria non era mai stata commentata? Perché le rivelazioni importanti, sacre, non possono
mai essere fatte subito. Esse sono sempre velate: nella poesia,
nelle favole, nelle parabole. Nel marmo. Là aspettano, a volte
per lungo tempo, che qualche traghettatore (o passante) o qualche risvegliatore le colga. Perché senza una distanza, un velo,
l’essenziale suona come una sciocchezza.
Libera di essere quella che ero
La santa del mese raccontata da Francesca Romana de’ Angelis
oma, 9 marzo 1440. La notte
scende lentissima, questa sera.
Seduta accanto alla finestra
guardo l’ultima luce di questo
giorno dolce che porta con sé
la promessa di una primavera vicina. Una
tela tessuta di fili d’oro mi mostrò il mio
angelo custode. Da allora non ho tenuto il
conto del tempo, ma questa mattina ho
capito che la mia tela è compiuta. Dopo
aver trascorso qualche giorno accanto a
mio figlio malato mi preparavo a far ritorno a Tor de’ Specchi, la piccola comunità
religiosa che ho fondato e dove vivo ormai
da qualche anno, quando padre Giovanni,
la mia preziosa guida spirituale, mi ha
detto: siete stanca, fermatevi qui. Ho accolto il suo invito e sono rimasta perché le
sue parole mi sono suonate come un segno. In questa casa di Trastevere, la mia
casa coniugale, ho trascorso gran parte
della vita e forse è giusto che l’ultimo nodo si sciolga proprio tra queste mura. Non
ho paura della fine perché spero di raggiungere la pienezza di quel bene che ho
avuto il dono di vedere nelle mie estasi:
un mare d’infinita luce, gli angeli come
fiocchi di neve in cielo, Maria che mi proteggeva con il suo mantello e poneva il
Bambino tra le mie braccia. Non ho paura, ma il distacco è comunque difficile.
Oltre al figlio che portai in grembo ne lascio tanti altri, perché ho sentito figli tutti
quelli che ho amato. Non poterli soccorrere quando avranno bisogno di conforto, è
solo questo pensiero a darmi malinconia.
In alto, tra le stelle, porterò qualche
rimpianto — le parole non dette, i gesti
non fatti, il molto che era troppo poco —
e tanti ricordi. Il rosa del cielo di Roma
con il verde dei pini; la voce di mia madre
che mi leggeva i Vangeli e la Divina Commedia; il cuore generoso di mio marito
Lorenzo; le risate di allegria dei miei tre
figli bambini; il profumo della mentuccia
che fiorisce tra pietra e pietra lungo la via
Sacra che percorrevo fino a Santa Maria
Nova, la mia chiesa prediletta; l’asinello
che carico di viveri e di legna mi è stato
fedele compagno per le strade della città.
Di tutte le parole del mondo ne porterò
una sola, mitezza, perché è di quelle che
ne contengono infinite altre: amore, consolazione, tenerezza. Come la parola fame,
che non è solo fame, ma sofferenza, umiliazione, solitudine, paura.
Ho vissuto in tempi tristissimi. Papi,
antipapi, Roma invasa da stranieri o in
balia di famiglie potenti decise a conquistare il potere. E lutti, violenze, carestie,
l’ombra maligna della peste. Ho vissuto
anche molti dolori. Su tutti la perdita di
due figli, Giovanni e Agnese, una ferita
crudele di quelle che niente al mondo riesce a guarire. Eppure se penso alla mia vita vedo il dono di tanta grazia. I miei primi anni furono un tempo felice e protetto,
uno scrigno prezioso di forze intatte a cui
attingere quando la vita rischiava di portarsi via la limpidezza dei sogni. Ancora
non avevo lasciato l’infanzia e già immaginavo un futuro di solitudine e preghiera,
quando il mio destino prese un’altra strada. Troppo bella per essere monaca, disse
mio padre. Provai a protestare, ma inutilmente. Infine dissi sì, solo per amore filiale.
Fu durante il corteo nuziale verso palazzo Ponziani che qualcosa cambiò per
sempre nella mia vita. Ricordo che passato ponte Santa Maria — ho sempre amato
i ponti, quelle strisce sospese di terra che
uniscono riva a riva e gli uomini agli uomini — pensai che quella che attraversavo
era una Roma che non conoscevo, una città desolata e poverissima che aveva consumato tanto passato e tanta bellezza. Monumenti in rovina, misere casupole, strade
strette e fangose, bambini laceri e poche
dimore nobili, chiuse e protette come fortezze. Qualche mese dopo, guarita da una
malattia che forse era solo lo smarrimento
di una sposa adolescente, quel modo nuovo di guardare il mondo divenne un’idea.
Qualcosa dovevo fare. E qualcosa riuscii a
fare grazie al cuore amorevole di mia cognata Vannozza, all’infaticabile ancella
Clara, ma soprattutto a Lorenzo. Dopo le
perplessità dei primi tempi mio marito
comprese e mi lasciò libera di essere quello che ero. Tutti quelli che bussavano alla
nostra porta erano i benvenuti al mio cuore. Cominciai a distribuire farina, olio, vino, denari e la divina provvidenza tornava
sempre a riempire quello che io svuotavo.
Granai colmi e botti piene perché altre
bocche venissero sfamate. Col tempo vendetti i gioielli e gli abiti scoprendo la gioia
di trasformare il superfluo in necessario:
pietre e stoffe preziose diventavano cibo,
panni, medicamenti. Imparai che si può
pregare impastando il pane, raccogliendo
frutta e verdura nell’orto, tagliando legna
da ardere nelle vigne fuori le mura, inventando unguenti che curano i mali del corpo, e parole e gesti che curano quelli
dell’anima. E imparai anche che non basta
dare. Accogliere, proteggere, amare, cer-
R
Orazio Gentileschi,
«Visione di santa
Francesca Romana»
(1615)
Francesca Romana
de’ Angelis è nata a
Roma, dove vive e
lavora. Dopo la
laurea in lettere, ha
insegnato in un
liceo classico.
Studiosa di
letteratura italiana
del Cinquecento,
ha pubblicato saggi
ed edizioni di testi.
Per anni ha
collaborato a
programmi culturali
e scritto
sceneggiature per la
Rai. Tra le sue
opere, ricordiamo
la splendida
biografia di
Torquato Tasso,
Solo per vedere il
mare (2005, Premio
Massarosa), Storie
del Premio Viareggio
(2008), Con
amorosa voce
(2008). Per noi, ha
scritto la storia di
santa Martina
(gennaio 2013).
cando di portare gioia dove gioia non c’è.
Perché il cuore degli uomini — aveva ragione il poeta che ho amato fin dall’infanzia — è come quei piccoli fiori che, chinati
e chiusi dal notturno gelo, ritrovano vita
solo al tepore del sole.
Ormai anche l’ultima luce è andata via.
Dalla finestra accostata arriva il brusio dei
tanti che sono venuti a salutarmi. Raccogliere il coraggio dove si può. Quello che
ho ripetuto agli altri infinite volte, questa
sera lo dico a me stessa. Tenuisti manum
dexteram meam recita il Salmo.
La mano destra stretta nella tua, Signore, sarà più facile congedarmi da chi ho
amato.
Francesco Pinna
«Pala di sant’Orsola»
(XVI secolo, particolare)
di BARBARA HALLENSLEBEN
M
OLTE QUESTIONI
Pasquale Cati, «Il Concilio di Trento» (1588, particolare)
donne chiesa mondo
marzo 2014
Un programma di vita
modo nel dubbio e nell’angoscia» (n. 12).
Conosciamo bene, forse addirittura nel nostro
cuore, i due estremi qui citati. Si esprimono
attraverso l’apatia o l’aggressione, che si
trasformano facilmente l’una nell’altra, e che a
loro volta minacciano l’umanità stessa e
indeboliscono la speranza nella pace e nella
giustizia. Il messaggio antropologico centrale
del concilio si ricollega all’affermazione
biblica della creazione dell’uomo a immagine
di Dio e ha un centro cristologico: «Cristo,
che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il
mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta
la sua altissima vocazione», ovvero che «è
“l’immagine dell’invisibile Iddio” (Colossesi, 1,
15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli
di Adamo la somiglianza con Dio, resa
deforme già subito agli inizi a causa del
peccato. Poiché in lui la natura umana è stata
assunta, senza per questo venire annientata
per ciò stesso essa è stata anche in noi
innalzata a una dignità sublime. Con
l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in
certo modo a ogni uomo» (n. 22).
Nessun’altra affermazione del concilio è stata
citata tanto spesso e ha avuto effetti di così
vasta portata sulla comprensione della dignità
umana nei dibattiti attuali sui diritti
dell’uomo in generale e la libertà di religione
in particolare. Una teologia della donna ha il
suo posto all’interno di un’antropologia
teologica. L’uomo è immagine di Dio
«maschio e femmina» (Genesi, 1, 27). Va
notato che finora nei progetti
sull’antropologia teologica questo aspetto ha
ricevuto poca attenzione. Forse l’essenziale è
già stato detto quando definiamo l’umanità in
quanto tale come figura secondo l’immagine
di Dio? Il riferimento dell’immagine e
somiglianza di Dio al rispettivo genere non
conduce ad aporie? Quando Gesù ci rivela
l’immagine di Dio non solo come uomo, ma
come maschio, le donne sono forse escluse
dall’immagine e somiglianza di Dio o
addirittura dalla redenzione, o magari sono
incluse solo indirettamente? Se però siamo
stati creati come «maschio e femmina» a
immagine di Dio, che si è manifestata in
Gesù Cristo, allora perché anche le donne
non dovrebbero essere chiamate alla
repraesentatio Christi attraverso l’ordinazione
sacramentale? Per evitare queste aporie e non
ricadere in cliché patriarcali manca
l’approfondimento della questione teologica.
In questo spazio vuoto si sono inserite con
successo altre interpretazioni del doppio
genere delle persone: le teologie femministe,
che vogliono promuovere un’emancipazione
della donna in ambito sia ecclesiale sia
sociale; i gender studies, che nella forma
socioculturale del genere come gender, a
differenza del genere biologico come sesso,
vedono un costrutto basato su influenze
esterne, e allo stesso tempo analizzano le
trasformazione della sessualità così intesa nel
contesto della cultura e della società; il
riferimento all’equiparazione giuridica dei
sessi o il diritto umano della non-
Nata a Braunschweig (1957),
ha studiato teologia, filosofia e
storia all’università di Münster. Collaboratrice pastorale
nella diocesi di Hildesheim
(1984-1988), dal 1988 al
1989 ha lavorato nel segretariato della Commissione ecumenica europea Giustizia e pace a Basilea. Conseguita l’abilitazione nella facoltà di Teologia cattolica di Tubinga
(1992), dal 1994 è professoressa di dogmatica e di ecumenismo alla facoltà teologica
dell’università di Friburgo, di
cui (dal 2004 al 2006) è
stata decano. Fa parte della
Commissione teologica internazionale.
l’autrice
teologiche, ma
anche relative al
dialogo intercristiano e
interreligioso — e
non ultimo etiche
ed etico-sociali — si
decidono a partire
dall’immagine
dell’uomo: l’uomo è
sin dall’inizio un
animale sociale o
vengono prima i
suoi interessi individuali? La natura dell’uomo
è corrotta radicalmente dal peccato originale
o conserva la sua apertura alla grazia di Dio?
L’uomo ha un posto speciale nell’universo o è
un animale evoluto che con la sua intelligenza
tende ad agire in modo distruttivo?
L’orientamento al bene e alla felicità fa parte
della sua vocazione o è una forma di
alienazione attraverso la manipolazione
sociale? L’apertura religiosa dell’uomo è
segno di una promessa trascendente o non è
altro che un epifenomeno di determinate
funzioni cerebrali? L’antropologia teologica
non riesce a tenere il passo con il rapido
aumento delle domande. È una disciplina
relativamente giovane, che ancora non ha
trovato il proprio posto: non appartiene ai
trattati dogmatici classici, né ha uno spazio
preciso nella teologia morale e nell’etica
sociale. Un impulso decisivo l’antropologia
teologica l’ha ricevuto dalla costituzione
Gaudium et spes del Vaticano II, che non si
vuole pronunciare solo sulla «Chiesa nel
mondo contemporaneo», ma anche sull’uomo
nel mistero di Dio: «Che cos’è l’uomo? Molte
opinioni egli ha espresso ed esprime sul
proprio conto, opinioni varie e anche
contrarie, secondo le quali spesso o si esalta
così da fare di sé una regola assoluta, o si
abbassa fino alla disperazione, finendo in tal
discriminazione. Nell’ambito della teologia si
aggiunge una strettoia specifica: la questione
teologica della donna è stata largamente
limitata alla questione delle possibilità di
lavoro e di influenza delle donne nel servizio
alla Chiesa. In questo caso, però, ancora una
volta non si guarda alla donna come donna,
bensì alla donna quale detentrice di funzioni.
Dinanzi a ciò, già Giovanni Paolo II ha
orientato lo sguardo sulla vocazione stessa
della donna. Nella sua Lettera alle donne
(1985), dopo un omaggio alle diverse sfere di
competenza della donna e un esame di
coscienza autocritico per la mancanza di
rispetto dinanzi al ruolo delle donne nella
storia della salvezza, si legge: «Grazie a te,
donna, per il fatto stesso che sei donna!». È
questo il compito principale di una teologia
della donna: occorre mostrare che cosa la
teologia sa affermare sulla donna come donna
e non sulla donna nei suoi diversi ruoli. La
domanda fondamentale non può essere altro
che quella già citata: la differenziazione
sessuale delle persone, e quindi l’essere
donna, fa parte dell’immagine e somiglianza
di Dio della persona? La domanda non deve
necessariamente condurre ad aporie, ma può
essere posta anche in modo teologicamente
molto fecondo. L’affermazione circa
l’immagine e somiglianza di Dio dell’uomo
non è in primo luogo una definizione
contenutistica positiva, ma esprime
un’indisponibilità: l’uomo partecipa del
mistero di Dio. Non si esaurisce nell’insieme
di tutte le definizioni concettuali che
possiamo dare di lui. L’antropologia teologica
è una teologia apofatica. Da essa non si può
dedurre un’attribuzione di caratteristiche e di
modelli di ruolo. Questa intuizione
fondamentale non è affatto vuota e priva di
conseguenze. Porta a un altro tipo di
intuizione, guidata dall’attenzione della fede e
dalla fiducia: la differenza tra uomo e donna
ha a che fare con l’immagine che Dio ci rivela
di se stesso. Pertanto, non va interpretata
come conflitto e lotta tra i sessi, bensì come
ordinamento reciproco nell’unità dell’umanità
e nella speranza della redenzione e del
compimento. Questa fiducia dà avvio alla
ricerca delle tracce del mistero di Dio
nell’uomo e nella donna. Per tale compito
abbiamo a disposizione l’intero tesoro della
storia della salvezza: Maria, che come «colei
che ha partorito Dio» ha già il più alto titolo
onorifico che si possa attribuire a una
persona; le figure femminili dell’Antico e del
Nuovo Testamento, le sante della storia della
Chiesa, martiri e confessori, mogli, madri,
nubili e religiose, di ogni epoca, lingua e
cultura, nelle loro testimonianze orali e scritte,
nelle rappresentazioni artistiche, nelle
comunità e nelle istituzioni alle quali hanno
dato vita, nei molteplici frutti della loro fede.
Questa ricerca di tracce è inesauribile.
Comprende il mondo nel quale viviamo e le
nostre esperienze di vita, che cerchiamo di
interpretare riflesse nella storia della salvezza.
Porta alla scoperta di cose nuove e
inaspettate. La fenomenologia teologica, che
occorre sviluppare, non nasce da una distanza
osservatrice. Si dischiude nella sintonia tra
«persona – comunità – dono» che Giovanni
Paolo II ha elaborato in modo tanto
straordinario nella sua lettera apostolica
Mulieris dignitatem (1988). «L’essere persona
significa: tendere alla realizzazione di sé (il
testo conciliare parla del “ritrovarsi”), che non
può compiersi se non “mediante un dono
sincero di sé” (Gaudium et spes, n. 24).
Modello di una tale interpretazione della
persona è Dio stesso come Trinità, come
comunione di Persone. Dire che l’uomo è
creato a immagine e somiglianza di questo
Dio vuol dire anche che l’uomo è chiamato a
esistere “per” gli altri, a diventare un dono»
(n. 7). La dinamica del dono qui non è affatto
limitata alla donna, ma viene concessa
all’uomo e alla donna. Nella sua Lettera alle
donne il Papa vede proprio qui la forza
motrice della storia della salvezza: «A questa
“unità dei due” è affidata da Dio non soltanto
l’opera della procreazione e la vita della
famiglia, ma la costruzione stessa della storia»
(n. 8). Alla luce del dono di sé di Dio al
creato per amore, anche la teologia
antropologica non può essere sviluppata a
partire dalla logica dell’identità e della
delimitazione, bensì dal rapporto sempre
sorprendente con l’altro nella sua diversità.
Occorre il coraggio della fede per accettare
questa differenza, perché è qui che
sperimentiamo la bellezza più grande, ma
anche le ferite più profonde. La teologia della
donna non è in primo luogo una teoria, bensì
un programma di vita. Possiede
inevitabilmente un’apertura storica: «Quando
però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà
alla verità tutta intera» (Giovanni, 16, 13). È
comunque possibile formulare una
supposizione per il lavoro teologico futuro: la
Chiesa testimonia sin dall’inizio
l’autorivelazione di Dio, Padre, in due
persone, il Figlio e lo Spirito Santo. Dio
agisce nella storia con due mani, dice Ireneo
di Lione, il quale ha anche sviluppato le
tipologie Eva-Maria e Adamo-Cristo. Sarà più
facile riconoscere come significativo per la
storia della salvezza il genere maschile di
Gesù se riconosciamo la discesa dello Spirito
su Maria (Luca, 1, 35) come modo in cui Dio
ha reso possibile la missione storica del
redentore. Maria non è l’«incarnazione» dello
Spirito, ma in lei lo Spirito di Dio rende la
persona capace di partorire Dio. Così negli
Atti degli apostoli viene promesso all’intera
comunità della Chiesa: «Avrete forza dallo
Spirito Santo che scenderà su di voi» (1, 8).
Nel mondo delle immagini e del linguaggio
della Bibbia, accanto alla «vita in Cristo» c’è
il prendere forma della «sposa di Cristo» che,
con lui e per mezzo di lui, partecipa all’opera
salvifica del Padre. La scarsa attenzione per il
significato soteriologico dello Spirito sembra
andare di pari passo con la mancanza di una
teologia della donna. Non dobbiamo
lamentarci delle mancanze, ma possiamo
partecipare, in ciò che è possibile qui e oggi,
Michelangelo Naccherino, «Adamo ed Eva»
(1616, particolare)
alla storia di amore di Dio verso il suo creato.
Infatti, Dio «dà lo Spirito senza misura»
(Giovanni, 3, 34). Le donne sono tra quei laici
che non possono sfuggire al loro destino di
laici. Ciò non è inteso in modo cinico, ma
come compito, che proprio oggi sarà decisivo
perché la recezione del concilio abbia
successo: se le donne scoprono e vivono la
loro vocazione a partecipare alla missione
regale, sacerdotale e profetica di Gesù come
donne, e non come titolari di un ruolo al
servizio della Chiesa, contribuiranno a
modellare la vita della Chiesa come partecipi
di questa missione sacerdotale, regale e
profetica. Si creeranno così nuove tracce della
vocazione di tutto il popolo di Dio alla
missione per la salvezza dell’intero creato, che
dischiuderanno il futuro e porteranno con sé
nuove intuizioni e possibilità. L’integrazione
della differenza dei generi nel mondo dei
simboli della Chiesa attraverso l’ordinazione
sacramentale dei soli uomini è un disordine
benefico, che mantiene aperta per la Chiesa e
per l’intera umanità una domanda sul valore
indisponibile del rapporto tra uomo e donna.
Se questa apertura viene fraintesa come
risposta statica, nega la dinamica della storia
della salvezza come storia d’amore, che
giunge fino al compimento: «Lo Spirito e la
sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta:
“Vieni!”» (Apocalisse, 22, 17).
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