Febbraio - Newsletter Parrocchia Spirito Santo

Anno XXVII - Numero 252 - Febbraio 2014
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Cari parrocchiani,
ogni anno il tempo liturgico della Quaresima ci introduce
in un cammino nuovo in cui è possibile mettersi in discussione davanti all’Amore che Dio ci propone con la
Sua Croce e Risurrezione.
La Quaresima non è un tempo di rigore in cui ci si priva
di alcune cose per poi riprendere il cammino di sempre,
ma è un tempo di Grazia dove mediane la preghiera ci si
pone in ascolto della Parola.
Mettersi in ascolto della Parola e lasciarsi muovere da
essa non è facile, ma bisogna fidarsi del Signore; forse
allora con sincerità bisogna che ciascuno in libertà si domandi: << io mi fido del Signore? >>.
La risposta non è facile trovarla, forse ci vorrà tutta la
vita, ma mettersi in ricerca di Dio della Sua Volontà è
l’atteggiamento particolare che serve per dialogare con il
Signore e comprendere che il nostro Dio nel Rivelarsi ci
mostra nella via della debolezza e della povertà l’Amore.
La Quaresima è perciò il tempo liturgico dove il cristiano
ricerca la via dell’Amore che in Cristo Gesù è segnata
dalla Sua Passione, morte e Risurrezione.
La proposta della Quaresima è perciò la via della sequela
e della Gioia.
Con rinnovato slancio perciò la Chiesa ci ricorda che la
via della conversione non è solo un dialogo intimo e personale che viviamo con Dio, ma è un cammino che rimodula i rapporti tra gli uomini secondo l’amore ricevuto da
Dio.
All’inizio della Quaresima perciò, non possiamo che
gioire di questa opportunità: rimuovere i pesi e le zavorre
che appesantiscono il passo potrebbe essere si un lavoro
difficile ma virtuoso.
Papa Francesco nel messaggio per la Quaresima così
scrive:<<La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quale cose possiamo
privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra
povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non
sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione
penitenziale>>.
Il tempo penitenziale della Quaresima ci pone perciò si davanti a un percorso in salita ma nello stesso tempo allettante perché si tratta della Vita che si apre ogni giorno davanti
a quella personale di ciascuno.
Gesù nel Vangelo ebbe a dire di se stesso: <<Io sono la Via
la Verità e la Vita>>, seguire le sue orme non significa forse tentare di realizzare il progetto che custodiamo nell’intimo del nostro cuore?
È vero c’è tutta la nostra umanità che fino all’ultimo giorno
ci appartiene, ma questa non è in opposizione con l’anima,
anzi più alimentiamo la vita dello spirito, più tutta la persona ne riceve luce, gioia che armonizzano le azioni.
Il cammino di conversione è si una lotta, un duello, ma ne
vale la pena prenderlo in considerazione, perché rimette in
evidenza ciò che è l’uomo: creatura creata per amore e con
amore da Dio che nella libertà può scegliere la via del peccato che lo separa da Lui.
La quaresima è perciò anche il tempo che ci permette di
conoscere le molteplici forme di peccato per incontrare lo
sguardo di Dio, che nella Sua misericordia sollecita il nostro pentimento e vivere per Grazia il Suo Amore.
Con la speranza che questo tempo liturgico ci propone, auguro a ciascuno un buon cammino quaresimale, certi che
non siamo soli, ma abbiamo al nostro fianco sempre la presenza di Cristo che ci accompagna nel viaggio che possiamo definire il Viaggio dell’Amore.
Il vostro Parroco
don Michele Palermo
E' CON NOI LUDOVICO
Abbiamo in parrocchia un nuovo confratello. Si
chiama Ludovico Gadaleta. E' nato a Milano nel
1982, da famiglia cattolica che lo ha educato alla
fede. Ha frequentato la scuola materna ed elementare presso le suore Apostole del S. Cuore di Gesù,
dove apprende la devozione al S. Cuore, che ha
sempre coltivato. A otto anni comincia, per proseguire sempre, a fare il chierichetto nella sua parrocchia di Santa Giustina. Frequenta le medie all'istituto Faes, che si ispira alla spiritualità dell'Opus Dei.
Frequenta il liceo classico in una scuola pubblica.
Superata la maturità, si iscrive alla facoltà di lettere,
corso di Storia contemporanea dell'Università cattolica del Sacro Cuore, dove si laurea (di 1 livello)
nel 2005 con una tesi su “Il card. Schuster e il problema comunista 1948-1953”. Nel novembre 2006,
quasi al termine della redazione della sua seconda
tesi, per ottenere la laurea magistrale, ascolta per
caso una trasmissione di Radio Maria dove un padre
rosminiano, don Umberto Muratore, all'epoca provinciale italiano, parla della vocazione. Gli scrive
chiedendogli un colloquio chiarificatore sulla propria vocazione, giunta ormai alla maturazione.
Dall'incontro, Ludovico ne esce con la ferma persuasione di essere chiamato a farsi religioso nella
congregazione fondata da Rosmini. Il 19.4.2007
all'Università Cattolica discute la sua seconda tesi su
“Mons. Marcel Lefebvre e il problema della libertà
religiosa durante il concilio vaticano II”, prima tesi
su tale argomento negli archivi dell'università. A 25
anni ottiene il titolo di dottore magistrale. Il 1 maggio successivo lascia la famiglia, che l'aveva sempre
incoraggiato a seguire la vocazione, e si reca al S.
Monte Calvario di Domodossola chiedendo di esse-
— COMUNITA’ VIVA —
re ammesso come postulante. Lo accoglie il rettore
e maestro dei novizi Padre V. Nardin. Il postulantato, sotto la guida di p. Luigi Cerana, dura tre mesi.
Il 15.8.2007 entra in noviziato, Vi resterà tale per
due anni, sotto la guida di don Vito, dedicandosi
allo studio della
storia e del carisma
della congregazione, alla vita del P.
Fondatore e all'acquisizione
della
sua
spiritualità,
nonché alla pratica
di vita religiosa.
Per alcuni mesi
soggiorna
nella
rosminiana parrocchia di San Giuseppe (Trapani),
per apprendere il
ministero pastorale. Il 16.8.2009 emette i suoi primi voti, temporanei,
nelle mani del provinciale P, Claudio Papa e viene
inviato a Roma per completare gli studi richiesti per
l'ammissione agli ordini sacri. Risiede tra S. Giovanni a Porta Latina e San Carlo al Corso, espletando vari incarichi. Dall'ottobre 2010 si stabilisce definitivamente a Porta Latina, si iscrive direttamente
al II anno di filosofia, superando in un anno i 16
esami previsti per il biennio. Ottenuto il baccellierato in filosofia, passa al triennio in Teologia, sempre
presso la pontificia Università Lateranense. Ormai
prossimo a terminare gli studi, dal 23.1.2014, su
invito del Provinciale, è assegnato alla nostra parrocchia per coadiuvare i confratelli don Michele e
don Jose. Vi rimarrà sicuramente almeno – ma speriamo oltre - fino al giugno prossimo, data per la
quale terminerà gli studi richiesti per accedere al
sacerdozio. Attualmente è Accolito e attende di poter emettere la professione religiosa perpetua nella
congregazione. E' cultore di Storia, moderna e contemporanea, della Chiesa, della liturgia. Ha frequentato presso l'Archivio Segreto Vaticano un corso di archivistica ed ha collaborato col riordino
dell'archivio storico rosminiano di Stresa. Si dedica
altresì a ricerche sulla storia della congregazione
rosminiana; sulla Rivista di filosofia rosminiana
sono apparsi suoi lavori sui rapporti tra Rosmini e
due mistiche trentine del suo tempo. Sulla medesima Rivista sono state anche pubblicate sue recensione librarie e un profilo biografico dello scomparso P. Mariani. Sul bollettino online “Speranze” è
comparsa una breve biografia di P. V. Nardin, scritta al momento della sua elezione a Preposito dal
Nostro. Noi diamo il benvenuto a Ludovico, che ha
mostrato tanta voglia di fare ed imparare, e siamo
lieti di essere strumento della sua formazione, alla
quale non ci sottrarremo, nel mentre gli auguriamo
una felice e feconda permanenza tra di noi, onorati
di far corona alla sua professione religiosa ed ordinazione sacerdotale, accomunati dalla stessa fede e
dall'identico carisma del “nostro” P. Fondatore, nella certezza che resteremo sempre uniti nelle preghiere.
36.ma GIORNATA PER LA VITA
Domenica 2 febbraio siamo giunti al tradizionale
appuntamento della “Giornata per la Vita. Il tema
scelto dai vescovi per quest'anno è “Generare Futuro”. Chi può generare futuro se non la famiglia? E'
da questa certezza che tutti i ragazzi che frequentano la Catechesi dal primo al quinto anno sono stati
coinvolti nella realizzazione di un grande quadro,
dove ognuno di loro ha potuto lasciare una traccia,
stampando l'impronta della sua mano. Il significato
del quadro è leggibile da tutti, è semplice, ma non
per questo scontato. Si tratta di una famiglia in cammino, che va incontro alla vita, protetta da un arcobaleno e da una colomba simbolo dello Spirito Santo. Ognuno si è potuto identificare nella figura della
mamma, del papà o dei figli; poiché fedele a Dio e a
suo Figlio, sa che lo Spirito Santo vigila sulla propria vita presente e futura. Tutti i ragazzi della Catechesi hanno partecipato con vero divertimento alla
realizzazione del quadro. Questo è stato un momento di letizia, di compartecipazione e di condivisione
anche per i catechisti. A partire dalla scelta del colore come elemento emozionale, l'uso della digito-
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pittura ha permesso ai ragazzi di sentirsi parte attiva
del progetto, che non è solo imprimere la propria
mano su un semplice foglio bianco, ma evidenziare
di far parte di un progetto ben più prezioso e grande,
il progetto di vita: “ci sono anch'io perchè la mia
famiglia ha generato futuro, ci sono anch'io perchè
Dio lo ha voluto”. La gioia non finisce qui perchè
oggi è la festa della Luce, la Presentazione di Gesù
al Tempio. La celebrazione della S. messa delle ore
10,30 ha inizio sul piazzale dell'oratorio con la benedizione delle candele e poi in processione tutti i
fedeli si dirigono in chiesa. I bambini e i ragazzi sono intenti a custodire la fiamma delle candele resa
tremolante dal vento. Al termine il Parroco don Michele benedice l'assemblea sul sagrato e tutti i messaggi scritti dai ragazzi, inviati al cielo con l'aiuto di
una mongolfiera bianca. Nonostante la pioggia,
grandi e piccoli si sono ritrovati con lo sguardo rivolto all'insù, a seguire il volo del pallone che si nasconde tra le nuvole di un cielo plumbeo, con una
preghiera personale e silenziosa rivolta al Creatore
per il gran dono ricevuto: la Vita.
An. Bi.
— ANNO XXVII - NUMERO 252 - FEBBRAIO 2014 —
60 ANNI DI TV
Il 3 gennaio 1954 vennero inaugurati i centri di
trasmissione RAI di Milano, Torino e Roma. La prima edizione del telegiornale è interamente dedicata
all'evento. Il telegiornale è “letto” in maniera impeccabile da due “speacker”, Furio Caccia (da Milano)
e Riccardo Paladini (da Roma), dotati di ottimo timbro di voce, perfetta dizione, di elegante portamento. Parlavano seduti, e presto furono soprannominati
“mezzobusto”. Nessuno prevedeva la rivoluzione
che sarebbe derivata.
Chi non era ancora nato, non può sapere tante cose
al riguardo. Già sembrava un miracolo ascoltare la
radio, che catalizzava la domenica tutta l'Italia sportiva. Poche le famiglie che avevano un televisore. I
primi a dotarsene furono, oltre ai benestanti, i pubblici locali, che organizzavano la visione in cambio
della consumazione. Poi qualche famiglia iniziò a
dotarsi di televisore: un catorcio, a valvole, in bianco e nero. Unico era il “canale”, pochi i programmi
(telegiornale, La domenica sportiva, con Enzo Tortora) e le ore di trasmissione. Man mano, i vicini
dei fortunati possessori di apparecchi tv, presero il
coraggio a quattro mani e chiesero di poter accedere
in casa per vedere qualche programma. Ma dopo
alcune richieste, peraltro accolte, si videro costretti a
comperare il proprio televisore. Man mano, aumentarono le rubriche, i canali (dalle discussioni relative
alla scelta del canale si passò man mano all'acquisto
di più apparecchi) , le ore di trasmissione. Tra i più
singolari, ricordo le lezioni per gli analfabeti, i quiz
(quali Lascia o raddoppia con Mike), valorizzazione
del campanilismo (con Campanile sera), musica (col
Festival di Sanremo), spiritualità (La posta di Padre
Mariano), Carosello (spazio pubblicitario), estrazioni del lotto, varietà, sceneggiati (memorabile “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli, che incontrai da
Mondadori e mi regalò un suo libro autografato)...
Ricordo che il sapere che in serata ci sarebbe stato
un bel programma, riempiva di gioia e dava una
sferzata per fare i compiti per tempo. Beppe Grillo è
chiamato “il comico” perchè lo faceva in TV; per
una battuta di politica fu estromesso. Essendo la
TV pubblica, ospitò “Tribuna politica” in occasione
di elezioni.
Più in particolare, ricordo che fui incaricato di accompagnare un bambino della mia scuola ad effettuare l'estrazione del lotto. Potei vedere da dentro
uno studio televisivo, con fiume di fili per terra, luci
abbaglianti, caldo... Al liceo avevo come professore
di matematica Attilio Frajese, docente di storia della
matematica e direttore generale al Ministero della
P.I. Candidatosi in politica, si assentò per la campa-
gna elettorale e ci inviò in sostituzione il figlio Paolo, allora studente di ingegneria, poi noto annunciatore del telegiornale, ricordato per aver strattonato
un disturbatore. Un istitutore della mia scuola fu
assunto in RAI e devolveva a vantaggio degli studenti eventuali – ma tanti – dischi che la RAI dismetteva per timore che gracchiassero. Mia figlia fu
compagna di elementari della nipote di Edmondo
Bernacca, nonno amorevole e “padre” delle previsioni del tempo. Un altro meteorologo, Giancarlo
Bonelli, è venuto in parrocchia due volte a parlarci
di cambiamenti climatici.
Il cammino della RAI si può delineare mediante due
linee o rotaie divergenti: una, in crescita, con l'allargamento di rubriche, servizi, “speciali”. Il fatto che
ogni italiano vedesse e sapesse le stesse cose, contribuì a “fare gli italiani”. La cultura e la conoscenza si
allargò notevolmente e largamente. I maggiori nomi
di questa buona TV sono Baudo e Bongiorno. L'apice più esaltante del servizio televisivo fu lo sbarco
sulla luna: comodamente da casa, abbiamo assistito
in diretta, alla realizzazione concreta di un sogno
accarezzato da secoli dall'umanità. Il servizio di
televideo può configurarsi antesignano di internet.
L'altra, in discesa: già alcune delle precedenti scelte
comportavano il rovescio della medaglia, come la
scomparsa dei dialetti, il facile invaghimento di bellezza e fortuna offerto a tutti. Si aprì e si dette maggior spazio a violenza, sesso, urla, parolacce. La televisione, comunque praticata ( da valletta o velina
o letterina; da annunciatore/annunciatrice della programmazione, del tempo, del traffico...) divenne
“trampolino” di notorietà per accedere, sfoderando
tutte le grazie, per attrarre al successo; molti giornalisti e corrispondenti sono approdati alla politica.
Chi non ricorda la “guerra dei foulard” delle corrispondenti di guerra mediorientale? Una scelta commerciale che infastidisce è l'interruzione della pubblicità nei programmi e momenti anche di peso, perchè fonte di guadagno. Tutta questa mole di informazioni, parole, immagini... riversate in casa, se da
una parte giova, se veritiera, alla conoscenza, d'altro
canto pesa sulle famiglie e le coscienze di ognuno,
che vengono a conoscenza di orrori, scempi, ruberie, diffamazioni... La potenza della televisione richiede un forte e fermo senso critico. Ad essa si può
adattare quanto dice Chomsky sulle tecnologie e sui
nuovi strumenti del comunicare: “questi hanno portato ad una maggior vivacità... ma per effetto negativo hanno provocato la tendenza a sospingere gli
utenti verso una visione molto più restrittiva, perchè
quasi automaticamente le persone sono attratte ver-
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— COMUNITA’ VIVA —
so quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse
vedute”. E' indubbio che la TV ha fatto un'enorme
azione informativa, ha aperto porte riservate a pochi e serrate da tempo, ha portato chiunque nei posti più belli e sconosciuti della terra, ha abbattuto
municipalità e provincialismi rendendo tutti capaci
di conoscere e giudicare le stesse cose, ha alzato il
velo su fenomeni occulti, quali il trattamento carcerario, la scomparsa di persone, ha scoperto e lanciato talenti, ha fatto compagnia a malati, disabili, anziani, persone sole... Ha ecceduto nel presenzialismo e nell'opportunismo dei protagonisti, nello scadimento di stile nel vestiario (dal smoking ai piedi
nudi ai blu jeans a Sanremo...), nel linguaggio
(abuso di espressioni di gergo, quali “ci racconta”,
“ci spiega tutto...”, basito...) , nel modo di parlare
(il tono o galoppante o decisionista o cantilenoso o
oratorico, con troppe intromissioni di eh...), nel discutibile accoppiamento di immagini (talora di repertorio) ai testi, nella declamazione dei titoli, la
cui eclatanza è spesso smentita dagli accertamenti
dei fatti o ingenera “equivoci” (come i “matrimoni
gay”, in realtà riconoscimento giuridico di stabili
unioni gay...), nel metodo (interviste per e di strada...), nella spettacolarizzazione di tutto (dal parlare
– talk show – alla culinaria, al traffico, al ricorso al
giudice..., con conseguente “sfida”, “lotta” tra concorrenti, uomini e donne..., inflazionando il titolo di
“campione”) nel portamento...; e nel giudicare e
sentenziare “presunte” illegalità, nel buttarsi tutti
assieme negli stessi giorni sullo stesso fenomeno
per sviscerarne le più recondite pieghe senza peraltro nulla o poco ottenere in termini di risposta e risultati, per poi lasciarlo all'oblio... E' addirittura
nata ed è stata osannata la figura e la tecnica del
comunicatore! Chi aiuta gli ascoltatori? Come all'inizio vigeva la brutta - ma allora perdonabile – abitudine di entrare in casa ed accendere il televisore,
oggi capita di trovare la forza di spegnerla con
“basta!” La TV è un potente e possente mezzo di
trasmissione di informazioni e opinioni che richiede forte personalità e acuta criticità. Oh, fosse la
comunicazione una espressione di "carità della verità" (G. Alberione)!
Antonio Pillucci
IMMIGRATI E ROSMINIANI
Uno tra i tanti problemi dell'attuale momento e
spina al fianco e al cuore per gli uomini di buona
volontà è quello dell'invasione di immigrati sul nostro territorio. Questo fenomeno è “frutto” della
globalizzazione, è dolora “risposta” alle condizioni
di vita in essere in vari Stati a noi vicini, specie
africani, assume aspetti raccapriccianti quando il
viaggio è pericoloso o si trasforma in morte o la
speranza di un lavoro si tramuta in compravendita
di persone; è particolarmente impegnativo per l'Italia, che si trova protesa nel Mediterraneo. Il problema è complesso, dovendosi conciliare accoglienza
e legalità, tutela degli ospiti e dei cittadini italiani,
cooperazione dell'intera Europa nella gestione
dell'emergenza. In questo quadro, i rosminiani danno un fattivo esempio. Dal 1976 è affidata ai Rosminiani la parrocchia di Isola Capo Rizzuto, in
provincia di Crotone. Essa, docile al suggerimento
del Padre Fondatore di espletare le tre forme della
carità (spirituale, intellettuale, materiale), esplica
una importante attività pastorale nella assistenza
agli immigrati giunti clandestinamente da ogni parte del mondo. Nel 1986 istituì la Fraternità di Misericordia. Di notte e di giorno si verificavano sbarchi di Albanesi, di fuggitivi dala guerra del Kossovo, soccorsi e accolti, in alloggi inizialmente improvvisati. Dal 1999 l'accoglienza è stata concentrata nei Campi di Sant'Anna, spazi lasciati liberi
dall'Aeronautica Militare, in tende, roulettes, contaniners. Il “S. Anna” è costituito da tre corpi: il Centro Accoglienza e Identificazione (CDA, il più
grande d'Europa), il Centro Identificazione ed
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Espulsione (CIE), il Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA). Dal 2007 la gestione è affidata
alle Misericordie d'Italia, che si sono aggiudicate
per due volte consecutive le gare d'appalto indette
dal Ministero dell'Interno, alle quali hanno partecipato molti altri enti anche internazionali. I compiti
esplicati sono accoglienza, distribuzione di vestiario, pasti tre volte al giorno mediante catering, servizi legale, sanitario, socio-pscicologico, mediazione linguistica, ludoteca per bambini, pocket money,
servizio navetta per Crotone e Isola Capo Rizzuto,
servizio religioso cattolico e islamico, laboratorio
donne, iniziative varie culturali e sportive... Vi sono
impegnati 300 operatori, con contratti sindacali,
alle dipendenze della Misericordia. Ne è attuale
parroco don Edoardo Scordio. Le Cronache si occupano del Centro solo in occasione di qualche sommossa (causata spesso dagli ospiti, sotto il centinaio, clandestini con reati a carico, del CIE, attualmente chiuso perchè distrutto), Dell'opera altamente umanitaria si ricorderanno i beneficiati che, giunti con gli occhi sbarrati dal terrore, potranno sperare
di vedere un futuro più umano. E serberanno imperituro ricordo e riconoscenza per la “buona Italia” e
i “Padri rosminiani”. Il Centro è un mirabile esempio di fattiva attuazione e concreta modalità di conciliare legalità e accoglienza.
a.p.
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STORMI DI STORNI SULLA FERRATELLA
Lo scorso mese di novembre 2013 “Comunità
viva” diede un bell'esempio di fattiva collaborazione con le Autorità municipali ai fini della cura degli
interessi pubblici della Ferratella. La nostra segnalazione sulle necessità di urgenti provvedimenti a
favore del verde di pertinenza della Scuola “P. Sarro” è stata la buona semente sul terreno fertile della
sensibilità del Servizio Giardini. Lo sfalcio del prato e la presa d'atto dell'opportunità di liberare l'intera area dalla non gradevole invasione dell'Aliantus,
specie arborea infestante, dannosa e ... maleodorante, sono state infatti disposizioni amministrativamente tempestive. Il nostro mensile ha così rinnovato un ulteriore proprio ruolo informativo sulle
occorrenze del Quartiere, allo scopo di sopperire
all'assenza di tale funzione, non più esercitata
dall'apposito Comitato, ormai da diverso tempo
inattivo.
Nel solco di tale fruttuosa esperienza, cogliamo
l'occasione per prospettare una valutazione su recenti accadimenti ambientali che, detto con un bisticcio di parole, riguardano gli enormi stormi di
storni che stanno via via assumendo l'abitudine di
stazionare da noi, invadendo in forza le chiome degli alberi d'alto fusto sia del verde pubblico che privato. Per il momento lo stazionamento è limitato al
solo tempo necessario per una sosta di riposo, prima di riprendere, con fantastici volteggi, il volo
verso le aziende agricole, obbiettivo prediletto degli
storni che intendono soddisfare i loro insaziabili
appetiti. Puntuali come esattori delle tasse partono
infatti per tempo al mattino, verosimilmente dall'area del laghetto dell'EUR, per dare l'assolto agi oliveti, frutteti, vigneti e campi seminati, depredandoli
dei frutti pendenti e della semente. Tanto per fare
un esempio dell'entità del danno arrecato, si pensi
che, nel caso degli oliveti, ogni stono divora ben
nove olive al giorno. Provino i miei ventiquattro
lettori a moltiplicare tale quantità per le centinaia di
soggetti componenti la colonia di appartenenza e di
rapportare il risultato a tutti i giorni della durata del
periodo di progressiva maturazione delle olive. Un
danno che meriterebbe norme che tutelano simile
flagello! La puntualità che detti volatili dimostrano
nel recarsi al “lavoro” è confermata anche dallo
scrupoloso rispetto per l'orario di ritorno, al tramonto, nei loro “dormitori” cittadini. A chi suo
malgrado transita sotto le querce di Piazza dei Cinquecento potrebbe infatti capitare di scivolare sulle
abbondanti deiezioni accumulatesi sui marciapiedi
e finire magari al CTO. E non solo! Oltre al potere
ustionante dovuto alla loro composizione chimica,
detti escrementi sono anche vettori di batteri e virus
infettivi, non escluso, forse, quello della temibile
aviaria. “Che fare?” ripeterebbe ancora una volta
Ignazio Silone, intestatario della Via ove ha sede il
nostro Municipio. La Ferratella invero non versa
nelle condizioni in cui si trovano i Lungo Tevere,
Termini e lo stesso verde circostante il laghetto, ma
una raccomandazione alle nostre sensibili Autorità
la rivolgiamo ugualmente. Riteniamo infatti che le
accennate, occasionali apparizioni ornitologiche
debbano essere monitorate per valutare un'eventuale progressiva tendenza degli stormi di stormi ad
adibire anche il nostro verde a loro indesiderabile
“dormitorio”. In tale evenienza occorrerà installare
anche da noi le apparecchiature foniche già funzionanti a Termini, riproducenti il verso del loro temuto nemico, il falco pellegrino, peraltro fisicamente
presente nei parchi del Quartiere. Per nostra fortuna!
Pietro Corona
DOPO L'ANNO DELLA FEDE
Vagavo, il solito tram tram della vita, erravo.
Impervio il cammino spirituale era.
Peccavo, mi sentivo un non peccatore.
Mi sono convertito però per merito della Grazia.
Scura la notte era ed ancor più scuro
il muro della confusione.
Poi ritrovai il percorso della fede
superando l'irto cammino della vita.
Non riconoscevo il sito, neppure il fine.
Ma andavo, ascendevo, miglioravo.
Poco alla volta. Pallida si intravedeva la luce.
Il buio era superato. S'intravedeva l'aurora celestiale.
Ero forte, sicuro, spiritualmente temprato.
Ero nello sbocco della fede, sempre
l'Onnipotente invocavo e ringraziavo
per la luce, il seguito di Cristo, per, rosminianamente,
“conversar con Dio... viver e morire e star con
Dio...”
nella potenza e nella sapienza della Croce.
Giuseppe Crifò
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— COMUNITA’ VIVA —
DON GIUSEPPE MOROSINI “SANTO”
Di recente, il nostro parrocchiano Dott. Antonio
Molfese, ha ricevuto a Ferentino dalla nipote dell'eroico sacerdote, il “Premio Morosini”. Detto riconoscimento è conferito a studiosi che hanno mostrato interesse ed effettuato studi e pubblicazioni
su don Giuseppe e il
suo sacrificio. Tale è
stato riconosciuto il
nostro Molfese il
quale, in segno di
ringraziamento, ha
assunto
iniziative
per far conoscere la
figura e l'opera di
don Morosini e avviare l'iter della causa di sua beatificazione e canonizzazione, diffondendo
“santini” dello stesso (presenti anche
nella nostra parrocchia), realizzando
un filmato per illustrarne la vicenda
umana e pubblicato
su
“Sette”
del
“Corriere della sera” del 20/12/2013 l'articolo di
seguito riprodotto, proprio nel 70.mo di tale immane tragedia di popoli e civiltà intere.
Merita di essere santo…don Giuseppe Morosini :storia di un prete soldato. di Antonio Molfese .
Trasformate
le
vostre
asce
in
spade
e le vostre falci in lance. Anche i deboli abbiano il
coraggio di combattere (Gioele,4,10). Tra le figure
eroiche del martirologio italiano, che nella resistenza seppero dare alto esempio di cristianità e italica
virtù, quella di Don Giuseppe Morosini, nato a Ferentino, è certamente una delle più nobili, forse la
più commovente; balza nitida nel suo carattere
sacerdotale e nel suo indomito amor di patria. Medaglia d’oro al valor militare, gli è stata eretta a
Roma una stele a Forte Bravetta, e nella città natale gli è stato dedicato un monumento a ricordo del
sacrificio. Frequentò le scuole elementari e mostrò
una predilezione per la musica, in particolare amava suonare un mandolino. Dopo la permanenza in
seminario, nel suo paese natale, dette l’addio alla
libertà, al comodo proprio e ai capricci, ma quando
durante le vacanza tornava a casa pareva un ciclone, specie quando giocava nel suo orticello tra gli
alberi da frutta.Passò due anni come novizio al Collegio Leoniano di Roma; si trasferì a Piacenza al
collegio Alberoni, dove ebbe compagno di studi
Don Casaroli, poi divenuto cardinale. A Piacenza
frequentò il conservatorio Niccolini, dove studiò
pianoforte. Ordinato presbitero il Sabato Santo del
1937 da Monsignor Luigi Traglia in San Giovanni
in Laterano, cantò la prima messa il giorno della
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resurrezione nella chiesa del Collegio Leoniano. Il
giorno dopo a Ferentino celebrò messa all’ altare
maggiore nella chiesa madre della città, assistito dal
vescovo Monsignor Alessandro Fontana. Chiamato
Don Peppino dai compaesani, iniziò la sua carriera
di sacerdote a tempo pieno, con i ragazzi trascorreva molto tempo in quanto egli si trovava a suo agio,
e non senza motivo egli era chiamato il “sacerdote
fanciullo”. Dopo lo scoppio della guerra, fu arruolato come tenente cappellano e inviato in Dalmazia.
Nel 1942 fu richiamato a Roma e inviato in missione nei paesi di Abruzzo e della Sabina e lì cominciò
ad aiutare i partigiani, fornendo loro aiuto materiale
e spirituale. Assistette anche una banda di partigiani, Banda Fulvi, dislocata a Monte Mario, dove
nelle caverne e nei nascondigli celebrava messa.
Don Morosini, sempre più impegnato nella lotta
partigiana, procurava armi, munizioni, false identità
e carte topografiche del territorio relative alla linea
di fortificazione GUSTAV,- dal fiume Garigliano
al Sangro passando per Cassino-, organizzata per
contrastare l’esercito alleato che avanzava dal meridione. Dopo alterne e drammatiche vicende, in seguito a delazione, fu arrestato dalla Gestapo di
Herbert Kappler e rinchiuso a Regina Coeli nel
braccio militare tedesco. Durante la prigionia un
ufficiale della Guardia Nobile di Sua Santità, Principe Enzo di Napoli Rampolla, si prodigò per farlo
rilasciare, ma il tentativo fu vano. Per evitargli la
fucilazione fu coinvolto inutilmente Il Professor
Francesco Bonfiglio, direttore dell'ospedale psichiatrico provinciale di Roma. Nonostante l’intervento del Papa Pio XII presso Hitler, tramite l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, il tribunale
germanico e Albert Kesserling, comandate militare
della zona , non concessero la grazia. A forte Bravetta il 3 Aprile 1944 fu fucilato alle spalle, e Monsignor Traglia, in seguito nominato Cardinale, lo
assistette amorevolmente durante il triste evento.
Il plotone di esecuzione unanimemente ritenne di
non colpire il condannato, per cui l’ufficiale responsabile, dovette provvedere di persona con un
colpo di pistola a porre fine alla vita del condannato, con lo sconforto dei bambini dell’oratorio, unici
spettatori. La salma fu tumulata in incognito al Verano e ritrovata grazie ad uno stratagemma dello
stesso Cardinale Traglia, che accompagnò il feretro
nel 1954 per la tumulazione nella Cappella del Sacrario delle vittime militari nella chiesa di Sant’Ippolito in Ferentino. Lunedi santo 3 Aprile 1944 “
l’aurora che sorge sui colli di Roma appare più rossa, perché tinta del sangue di un martire in più”.
Don Giuseppe Morosini, luminosa figura di soldato
di Cristo e della Patria, merita di DIVENTARE
SANTO.
Antonio Molfese Medico giornalista
[email protected]
Ricordo in occasione dei cento anni dalla nascita.
— ANNO XXVII - NUMERO 252 - FEBBRAIO 2014 —
710° della nascita e 640° della morte di F. Petrarca
Arqua’ Petrarca : tra natura e poesia.
Le nebbie non sono ancora svanite completamente anche se il sole è già alto. Il tergicristallo
cigola ritmicamente sul parabrezza, l'umidità di
questa valle è proverbiale, favorita peraltro dal sobbollire del terreno di tutta la zona termale. In un
gioco di marce, l'auto percorre la lieve salita del
colle, 5 km. sono sufficienti a far sì che, raggiunto
il poggio, la coltre di bianca nebbia si dissolva, ed
Arquà Petrarca ti appaia in tutta la sua straordinaria
oasi di pace. Il piccolo borgo di case chiare è ancora intatto, fermo nel tempo e con un lentissimo ritmo di vita che desta nel visitatore un ricordo di terre lontane, reminiscenze di giovanili letture. L'abitato si raccoglie intorno ad una erta via fatta di mattoni rossi, quasi un pavé ove le fessure tra sasso e
sasso testimoniano quanto il tempo e lo scorrere
delle acque piovane abbiano lavorato per separare
le une dalle altre.
Lasciata l'auto presso la piccola piazza, con naturalezza inspiri profondamente quasi ad immagazzinare nei polmoni ossigeno per il proseguo della salita.
Un paio di case contadinesche occhieggiano mimetizzate tra muri e cancellate, il verde non è molto,
qualche macchia, e cosa che sorprende, qualche
castagno che si erge più in alto di tutti gli altri alberi. Uno scompaginato nucleo bandistico, in piazza,
suona una marcetta militare, è giorno di festa. Un
trombone, un tamburo, un clarino, una trombetta, è
tutto. Le divise pur pulite denunciano gli anni, i
bottoni trovano asilo nelle asole con facilità, i fiocchi e le trine dorate hanno perduto in lucentezza.
Comunque si avverte, senza retorica alcuna ed in
ogni momento, quello spirito di solidarietà che anima le piccole comunità non ancora contagiate dagli
egoismi della società consumistica dei giorni d'oggi. Tra questi colli si sente in modo tangibile che
ciascuno è sempre pronto ad aiutare gli altri: e ciò è
molto importante.
Ed in aiuto ci viene subito e spontaneamente la custode della casa-museo ove Petrarca visse gli ultimi
suoi anni: si ritirò infatti in Arquà nel 1370, dopo
una vita intensa, fatta di viaggi, studi, lavori letterari, politici, e mondani. Attraverso un piccolo giardino, il cui sentiero porta alla loggia che immette
all'ingresso della casetta entriamo per visitare il piano terra dell'abitazione. E' la parte dove il poeta
passava ben poco tempo trattandosi di una ampia
cucina ed ove avvenivano gli incontri con i contadini che discutevano sui raccolti dei terreni adiacenti.
Al centro è disposto un grande tavolo a vetrina ove
sono raccolte le prime ristampe delle sue epistole
metriche, un'antica edizione del poema latino: l'Africa, che celebra le gesta di Scipione durante la
seconda guerra punica, ed opere di rara erudizione,
di alta meditazione e morale, oltre che scritti sulla
politica di quel tempo cui partecipava col cuore e
con il pensiero. Si scorge una copia riprodotta del
“Secretum” ove dialoga con S.Agostino alla presenza di una donna muta che raffigura la Verità.
Quei 3 libri scritti tra il 1347 e il 1353, che trattano
nel primo il “male” in generale ed ove figura la sua
malattia come la “voluptas dolendi.” Nel secondo le
sue passioni, ovvero l'accidia che lo tormenta. Nel
terzo l'amore per Laura e la gloria considerata la
colpa che gli impedisce di raggiungere l'equilibrio
spirituale. Laura è paragonata al lauro, simbolo di
vittoria poetica e gioca sul nome Laura scambiandolo con l'aura nel sonetto:”Erano i capei d'oro e
l'aura sparsi.” Varie sono comunque le edizioni del
“Canzoniere”, le liriche che cantano l'amore per
Laura e ne narrano la sua splendente ed incorruttibile bellezza. Conobbe questa dama ad Avignone,
allora sposa di Ugo de Sade, e ne seppe apprezzare
gli ardori, le speranze, i sorrisi, i rotti sospiri, le
dolci lacrime e gli scoraggiati abbandoni. Nella sua
poesia c'è un'arte di rara potenza che però fece
dell'irrequieto Petrarca un insoddisfatto della vita,
combattuto tra le abitudini mondane ed il desiderio
di solitudine.
Quella solitudine che lui cercò e trovò in questo
borgo padovano e che scopriamo ancor più quando
saliamo al piano superiore di questa villetta ove è
visitabile la sua camera, oggi disadorna, anche se
una pregevole trifora che guarda il giardino sottostante basta a rendere ricco questo ambiente, e dove
una sala rettangolare, con un soffitto a cassettoni,
rifatto dopo la morte del poeta, si apre ad una finestra con vetri cattedrali, spessissimi, congiunti tra
loro in lega di piombo, di un intenso color blue, e
che fanno intravedere i filari di viti lungo le fascie
collinari sottostanti. Nell'adiacente studio è esposta
una stampa della Valchiuse ove egli visse anni da
eremita, e che oggi ha stretto un gemellaggio con
Arquà. Non accessibile è un piccolo verone ove è
custodita la poltroncina sulla quale Petrarca reclinò
il capo alla vigilia del suo settantesimo compleanno, intento a leggere un'ode di Virgilio, ed ove in
una piccola libreria traforata, sistemata al lato della
stessa, la tradizione vuole che sia stata trovata, in
una scatolina, “ senza essere stata mostrata da lui a
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— COMUNITA’ VIVA —
persona” la canzone alla Vergine che fu poi posta
quasi a chiusura del “Canzoniere”.
“ Vergine bella, che di Sol vestita, coronata di stelle, al Sommo Sole
piacesti sì, che in te sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so 'incominciar senza tu 'aita, e
di Colui, ch'amando in te si pose.”
Con questa preghiera Petrarca descrive tutta la sua
fede ed ammirazione per la Madre celeste che definisce ad ogni capoverso: bella, saggia, pura, benedetta,santa,gloriosa,sola al mondo,dolce e pia, chiara,
sacra et alma, tale terra, d'alti sensi, tutta speranza, di
sante lacrime, umana, unica e sola, e chiude con l'invocazione...”raccomandami al tuo figliol che accolga
il mio spirito ultimo in pace.”
E quanto è scritto,in latino, sul sarcofago che conserva
le sue spoglie ci lascia ancor più intimiditi.
“Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli o Vergine Madre, l'anima sua, e tu figlio della Vergine perdona. Possa essa, stanca della
terra, riposare nella rocca celeste,” Un sommesso
chiacchierio, fa sì che l'orologio attiri la nostra attenzione: le dodici e trenta. La S. Messa è finita, la gente
torna a casa. Un chierichetto con ancora la cotta indossata, corre a perdifiato lungo la discesa. Lontano, la
banda strimpella le ultime note, l'auto, a motore spento, scende veloce lungo la via percorsa in precedenza,
le parole non le trovi né le vuoi cercare, pochi attimi
ancora e tutt'intorno sarà nuovamente un silenzio pastorale.
Sanguineti Maria Teresa.
POESIE
ANIMALI DA CIRCO
Animali da spettacolo,
addomesticati a dovere
per la gioia del pubblico,
per la gioia degl'incassi.
Tenuti a dieta bilanciata
devono guadagnarsi il pasto!
Animali in divisa per divertire
chi spesso è più animale di loro.
Che bravi animali, così agili,
dentro la gabbia d'un circo!
Ah, se potessero parlare,
sarebbe davvero un comizio.
Allo schioccare di una frusta
il cucciolo di leone salta
nel cerchio di fuoco.
La folla divertita applaude
e tra un numero e l'altro
gli animali del circo
sfilano danzando e
fischiando un sonetto,
poi s'incamminano sul filo
d'acciaio mostrando i denti.
Ma tutto questo non basterà!
C'è sempre l'esigenza di novità,
un numero ancora più strabiliante:
ecco il salto dell'elefante trapezista,
che senza rete e senza lodi, vola giù!
Intanto, la gente applaude entusiasta
e ignara che il circo sia come lo zoo:
una gabbia dove gli animali sanno solo
che la libertà è un sogno dietro le sbarre.
CACCIATORE DEL NORD
La notte è cupa
e sembra di essere
ai confini del mondo
dove c'è solo il ghiaccio,
di rado s'intravede
qualche orso polare,
una foca o un pinguino,
e non si vedono predatori.
L'inverno sembra eterno,
così, anche la notte
a malapena vede la luna;
qui regna il grande silenzio,
solo il vento sibila
e il freddo ti accarezza
cercando di prenderti l'anima.
Non ho scelto di essere cacciatore
però non voglio essere una preda,
la notte è lunga, sono solo
e non so cosa accadrà.
Uccido per sopravvivere,
anche se so che il cibo e il gelo
sono la mia vita e la mia morte,
prima o poi la notte giungerà.
Io sono qui tra i ghiacciai dei nord
sempre pronto a cacciare
un futuro ancora buio.
"Intanto seguo le orme di un orso,
dimenticandomi l'esistenza del sole".
Maurizio Lai
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