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Un aforisma al giorno
(ti leva qualche rompiscatole di torno!):
«Spesso il male arriva sospinto dal bene!»
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Carige sfida Consob sul bilancio .............................................................................. 2
Castagna va dritto all’aumento ................................................................................. 3
Quei mal di pancia sullo stipendio del ceo-dg ..................................................... 4
Ruoli, Equitalia chiama ................................................................................................ 5
Assiteca compra Gpa in due tappe .......................................................................... 6
Equitalia alza bandiera bianca: su 545 miliardi ne recupererà 30 ................ 7
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Rassegna Stampa del giorno 23 Gennaio 2014
Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi
Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007
1
Debito italiano in calo nel terzo trimestre 2013 ................................................. 8
L’Abenomics passa alla «fase tre» ........................................................................... 9
Mini-Imu, ultimo appello alla cassa ......................................................................... 10
Condoni fiscali, rate e giudici distratti
L’Italia degli evasori senza punizione ............................................................. 11
Europa a caccia della nuova crescita
Davos ascolta la lezione giapponese ............................................................... 13
E le «lepri» dell’export saranno ancora più veloci ............................................. 14
L’Italia taglia il debito e paga 22 miliardi alle imprese
Ma a Bruxelles non basta ................................................................................... 15
L’Abi risponde a Bankitalia Bazoli: pronti per il test Bce ................................. 16
Bce, piano anti-deflazione nuovi prestiti alle banche
se danno credito alle imprese ......................................................................... 17
Il successo dell’apprendistato tremila posti fissi in più al mese.
Confcommercio contro il job act ................................................................... 18
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PER L’AUTHORITY I CONTI DEL 2012 E DEL PRIMO SEMESTRE 2013 NON SONO
CONFORMI AGLI IAS
Carige sfida Consob sul bilancio
La banca non ci sta e si prepara a impugnare la decisione di Vegas. Tra i punti contestati la
valutazione delle controllate Berneschi attacca Bankitalia: così si creano solo sofferenze
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Rassegna Stampa del giorno 23 Gennaio 2014
Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi
Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007
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Banca Carige è pronta a impugnare la delibera del 13 gennaio con cui la Consob ha contestato all’istituto ligure
la non conformità ai principi contabili las e alle migliori pratiche valutative del bilancio consolidato e di quello
civilistico del 2012 e della relazione semestrale consolidata al 30 giugno 2013. L’ authority presieduta da
Giuseppe Vegas, al termine dell’attività istruttoria condotta sulle scritture contabili di Carige e tenuto conto della
nota del 2 dicembre 2013 con cui l’istituto genovese ha esposto le proprie considerazioni sui fatti e sulle
circostanze contestate sottolineando di non condividere i rilievi mossi, ha trasmesso alla banca la delibera di non
conformità dei bilanci, chiedendole allo stesso tempo di rendere noto al mercato i rilievi formulati. Nel dettaglio,
le carenze e le criticità rilevate dalla Consob riguardano, con riferimento al bilancio consolidato 2012 e alla
semestrale 2013: le modalità con cui è stato effettuato l’impairment test sulle controllate Banca Carige Italia e
Banca del Monte di Lucca; la valutazione della partecipazione nella Banca d’Italia, che avrebbe dovuto essere
iscritta al costo e non pro-quota del patrimonio netto in quanto non ritenuto espressivo del fair value. Per quanto
riguarda invece i rilievi formulati sul bilancio civilistico 2012, essi fanno riferimento anche alla valutazione delle
controllate assicurative (Carige Vita Nuova e Carige Assicurazioni), la quale, secondo la Consob, «sarebbe stata
effettuata applicando tassi di attualizzazione che non considererebbero adeguatamente i rischi specifici associati ai
flussi finanziari stimati». A fronte di tali osservazioni l’autorità di vigilanza sui mercati ha chiesto a Carige di
illustrare quale sarebbe stato l’effetto sui bilanci di una contabilizzazione delle poste contestate secondo il metodo
indicato dalla Consob. La banca, pur non condividendo il giudizio dell’ authority e riservandosi l’impugnazione
del provvedimento, ha pertanto riesposto gli schemi di stato patrimoniale e conto economico. Sulla base di tale
riesposizione, le perdite consolidate del 2012, pari a 62,5 milioni, salirebbero fino a un massimo di 132,7 milioni,
mentre quelle del primo semestre 2013, pari a 29,3 milioni, sarebbero dovute lievitare in un range compreso tra
567,7 e 601,5 milioni. Carige, come detto, non condivide le conclusioni cui è giunta la Consob e, oltre a
preannunciare ricorso contro la delibera dell’ authority, ha sottolineato che le ipotesi di non conformità sono
essenzialmente relative a poste di bilancio di natura interamente valutativa la cui eventuale rettifica non produce
alcun effetto monetario e non incide sul patrimonio di vigilanza né sul patrimonio tangibile della banca. Ieri
intanto a margine della commemorazione di Corrado Faissola è tornato a parlare l’ex presidente di Carige
Giovanni Berneschi, che ha criticato l’approccio tenuto da Bankitalia nel corso delle ispezioni sui crediti. «Banca
d’Italia», ha affermato Berneschi, «non è stata pesante ma pesantissima: se vogliono creare sofferenze, quella è la
strada». Bankitalia aveva esortato l’istituto genovese a rafforzarsi patrimonialmente per un importo di circa 800
milioni e 1’ operazione è tuttora al vaglio del nuovo amministratore delegato Piero Montani. Un’operazione nei
confronti della quale, secondo Berneschi, ci sarebbe interesse da parte di più soggetti, anche se l’aumento di
capitale, «almeno per il grosso, non potrà che essere realizzato con l’ingresso di nuovi soci» nella banca lig
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BPM IERI L’INSEDIAMENTO DEL NUOVO CONSIGLIERE DELEGATO, NOMINATO
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Castagna va dritto all’aumento
Le prossime scadenze saranno la riforma della governance e la ricapitalizzazione da 500
milioni
Per gli analisti positivo il pressing del consorzio. Adesso focus sulla redditività. Il titolo perde il
2,5%
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Milano – Giuseppe Castagna ha completato il percorso di insediamento al vertice della Banca Popolare di Milano
(ieri -2,5% a 0,49 euro) e ora tira dritto verso le prossime tappe: la riforma della governance e l’aumento di
capitale. Oltre alla carica di consigliere delegato il banchiere ex Intesa Sanpaolo ricoprirà anche quella di direttore
generale. Lo ha deciso ieri il consiglio di gestione di Bpm nella prima riunione dopo la nomina di venerdì scorso.
Il doppio incarico è dovuto a una comprensibile esigenza di stabilità: la carica di dg infatti non decade insieme al
consiglio di gestione e dunque Castagna potrà restare al timone della popolare anche in caso di imprevisti
ribaltoni. Circostanze senz’ altro non inedite in una banca come la Popolare di Milano. Di certo, concluso l’iter di
insediamento, nei prossimi mesi non mancheranno i banchi di prova per Castagna e per il presidente Piero
Giarda. Il principale sarà senza dubbio l’aumento di capitale da 500 milioni propedeutico alla rimozione dei
cosiddetti add-on, cioè gli accantonamenti prudenziali aggiuntivi per 7,3 miliardi imposti nel 2011 dalla Banca
d’Italia sui finanziamenti erogati dalla banca. Finora i tempi dell’aumento sí sono prolungati oltre il previsto.
Inizialmente l’operazione era prevista per l’autunno del 2013. Poi, dopo la bagarre sulla governance, il
management ha deciso di rinviare tutto al 2014. Adesso Castagna dovrà imbastire speditamente l’ operazione,
anche perché il termine fissato dalla banca (31 luglio) sembra difficilmente rinviabile. All’orizzonte però c’è un
ostacolo, come anticipato ieri da MF-Milano Finanza. L’impegno di pre-sottoscrizione siglato lo scorso anno con
Mediobanca, Barclays, Deutsche Bank e Jp Morgan è infatti condizionato nero su bianco a una modifica incisiva
degli assetti di governo. Insomma, prima dell’aumento serve la riforma della governarice. Per la verità i documenti
ufficiali non fanno esplicito riferimento alla spa, anche se quella sarebbe certamente la soluzione prediletta dal
consorzio di garanzia e dal mercato. Per Intermonte «il progetto di cambio della governance è positivo in quanto
permetterà una maggiore partecipazione alla vita societaria da parte degli investitori istituzionali. Non ci
aspettiamo, però, uno stravolgimento degli assetti fondamentali. Non si arriverà secondo noi alla trasformazione
in spa», precisano gli analisti della sim. Eppure per qualche analista le condizioni del consorzio pongono più di
un’incognita sull’esito dell’ aumento. Di questa opinione, ad esempio, è Banca Imi. «Avere un impegno di
presottoscrizione con le banche condizionato a una modifica incisiva degli assetti di governo potrebbe aumentare
il rischio di esecuzione dell’ aumento di capitale di Bpm», temono gli analisti di Banca Imi. Va peraltro ricordato
che sempre ieri Standard & Poor’s ha denunciato la debole corporate governance di Bpm e Carige. Tale
debolezza, secondo l’agenzia di rating, rende pìù vulnerabili ai rischi al ribasso legati alla prolungata recessione e
limita la loro capacità di portare a termine gli aumenti di capitale in programma nei tempi prestabiliti. Aumento e
riforma a parte, Castagna dovrà poi mettere le mani nella macchina operativa di Bpm. Terminata la
ristrutturazione di Piero Montani, adesso Castagna è ínfattí la figura ideale per sviluppare l’attività di crescita,
anche commerciale, e quindi potenziare la redditività
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BACKSTAGE
Quei mal di pancia
sullo stipendio del ceo-dg
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Rassegna Stampa del giorno 23 Gennaio 2014
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La nomina di Giuseppe Castagna al vertice ella Popolare di Milano è stata accolta con favore dalle varie anime
della banca. Il nome dell’ex direttore generale di Intesa Sanpaolo è riuscito a mettere d’accordo i sindacati
nazionali e quelli locali, senza contare dell’appoggio arrivato da dipendenti ed ex dipendenti. Eppure, stando a
quanto si sussurra nei corridoi di Piazza Meda, negli ultimi giorni questo consenso plebiscitario avrebbe subito
qualche contraccolpo. La causa sarebbe stata la notizia dello stipendio da 1,6 milioni annui stabilito per il
banchiere, con una componente fissa di 800 mila euro e altri 800 mila variabili. «Non voglio fare polemiche, ma
mi auguro solo che se li meriti tutti», ha tagliato corto ieri il segretario di un importante sindacato del credito. A
dire il vero questi mal di pancia non stupiscono, visto) che le retribuzioni dei banchieri sono un tema molto caro
ai rappresentanti dei lavoratori. Soprattutto da quando la crisi finanziaria ha costretto i bancari a tirare la cinghia
con pesanti piani di ristrutturazione e migliaia di esuberi. Va comunque notato che la retribuzione di Castagna è
in linea con quella dei principali banchieri italiani. In più, suggerisce qualcuno, nei prossimi mesi al numero di
Bpm non mancheranno certamente le chance per dimostrare che quegli 1,6 milioni sono stati ben meritati.
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Nella direttiva della società per la riscossione procedura personalizzata
Ruoli, Equitalia chiama
All’appello i debitori oltre 10 mila euro
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Sulla rottamazione dei ruoli Equitalia busserà alla porta dei debitori oltre i 10 mila euro e che sono
contemporaneamente creditori nei confronti della pubblica amministrazione. Il contatto tra gli uffici della
riscossione e il debitore/ beneficiario si renderà necessario per evitare che nelle more della verifica
dell’assolvimento del debito tributario per poter procedere ad incassare il credito con la p.a. ci siano intoppi
derivanti dalla sospensione deì ruoli dovuta all’adesione della sanatoria. È quanto emerge dalla direttiva sulla
rottamazione dei ruoli di Equitalia. Il responsabile della divisione della riscossione fa riferimento, nella direttiva,
al concetto di inadempimento con riferimento alle previsione dell’articolo 48-bis del dpr 602/1973. E cioè alla
procedura amministrativa che prevede una verifica per chi ha cartelle per oltre 10 mila euro prima di procedere al
saldo dei crediti che a sua volta ha con la pubblica amministrazione. Per Equitalia la norma della legge di stabilità
sulla rottamazione dei ruoli crea il rischio di un disallineamento non avendo coordinato le disposizioni.
«sussistono dubbi», è scritto nel documento, «in ordine alla portata della sospensione contemplata dall’articolo 1
comma 623 della legge di stabilità 2014, volta letteralmente a consentire il versamento delle somme dovute entro
il 28 febbraio e la registrazione delle operazioni relative». Il problema sorge secondo Equitalia «atteso che la stessa
legge non ha espressamente escluso la sospensione del pagamento in favore del beneficiario né l’attivazione a
monte della stessa procedura di verifica» Per Equitalia l’intento del legislatore è di consentire che anche la
registrazione dei pagamenti possa, al pari del versamento, avvenire nei tempi tecnici necessari deve naturalmente
trovare adeguato bilanciamento con l’esigenza di non arrecare regiudizio all’effettiva riscossione delle somme
dovute. Per queste ragioni, alla società della riscossione risulta pportuno nei singoli asi concreti prenere contatto
con il ebitore/beneficiario assoggettato alla verificare invitarlo a valutare se ricorrono i presupposti per aderire alla
definizione agevolata ed esercitare immediatamente la facoltà in modo da consentire a Equitalia di comunicare il
versamento che di fatto ha ridotto l’inadempimento.
Target raggiunti con cinque anni di anticipo
Assiteca compra Gpa
in due tappe
L’operazione, da chiudere nel 2015, farà nascere il più grande broker assicurativo d’Italia
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Importante acquisizione per Assiteca, principale gruppo privato nel settore brokeraggio assicurativo in Italia. Ha
rilevato, inizialmente attraverso un contratto di affitto del ramo di azienda, le attività di Gpa (ora Verconsult).
Assiteca, nata nel 1982 per iniziativa di alcuni professionisti del settore, oggi conta diciotto sedi in Italia: Milano,
Lecco, Torino, Genova, Manzano (Udine), Verona, Piacenza, Modena, Cesena, Ancona, Pescara, Firenze, Prato,
Livorno, Roma, Napoli, Salerno, Taranto. Inoltre tre uffici diretti in Spagna a Madrid, Barcellona e Siviglia, e una
presenza nel mondo garantita dalla collaborazione con Eos Risq e Lockton Global Network. Il bilancio dell’anno
scorso si è chiuso con una crescita dei ricavi (giunti a 44,7 milioni) e dei premi intermediati (440 milioni).
L’operazione, che prevede un’opzione di acquisto entro giugno dell’anno prossimo vede quindi la nascita del più
grande gruppo di brokeraggio assicurativo italiano che si posiziona subito alle spalle dei principali player
internazionali. Assiteca incorporerà circa 80 persone, che si aggiungeranno all’ attuale organico di 404 addetti.
Inoltre otto nuove filiali a Pavia, Varese, Vicenza, Conegliano Veneto (Treviso), Bologna, Cagliari, Catania e
Foggia. Assiteca investirà 12 milioni. Le provvigioni che incrementeranno i ricavi netti pesano all’incirca 13-15
milioni e permetteranno di anticipare di cinque anni i target di sviluppo previsti. Il business acquisito daAssiteca
riguarda soprattutto l’amministrazione pubblica e i privati. Attraverso l’assunzione degli affari con il settore
pubblico porterà infatti il proprio giro d’affari con lo Stato da15% al 15% diventando così uno dei player più
importanti del mercato. «I motivi principali dell’operazione sono due» dice il presidente di Assiteca Luciano
Lucca «accelerare la crescita dimensionale e migliorare il posizionamento sull’amministrazione pubblica. Nei
prossimi due anni ci concentreremo sul consolidamento e sulla marginalità: aver raggiunto i nostri target con
cinque anni di anticipo ci permette di non fare investimenti troppo impegnativi per il prossimo futuro». Con
l’occasione è stata annunciata la nascita di Assiteca Crowd. L’ equity cro - wdfunding rappresenta un metodo di
raccolta di capitali, effettuato tramite portali intemet autorizzati da Consob, finalizzati a sostenere i progetti delle
start up innovative. La raccolta è rivolta al pubblico con importi individuali piuttosto piccoli. L’Italia ad oggi è il
primo Paese al mondo con una regolamentazione ad hoc sull’equity crowdfunding.
Equitalia alza bandiera bianca:
su 545 miliardi ne recupererà 30
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Equitalia fa la voce grossa con le sue minacciose cartelle esattoriali, ma alla resa dei conti si rivela debole come un
agnellino. Lo ha ammesso lo stesso presidente dell’ente Attilio Befera in un’audizione nella commissione
sull’Anagrafe Tributaria. La debolezza di Equitalia è tutta in questi numeri: ìn 15 anni - ha spiegato Befera - i
crediti fiscali vantati dallo Stato e non riscossi ammontano alla stratosferica cifra di 545 miliardi (cioè quasi un
quarto del debito pubblico italiano) ma di questi è possibile recuperare, solo «teoricamente» però, una parte
«residuale e minima, pari al 5%-6% del totale». vale a dire che su quasi 550 miliardi euro, lo Stato ne potrà
recuperare forse una trentina, 32 nell’ipotesi migliore. Befera, ha spiegato che la differenza è così rilevante perché
una parte «rilevante» dei crediti vantati dall’erario non è riscuotibile perchè fa capo a società che non esistono più,
persone decedute o fallimenti. «li problema - spiega Befera -è che da 15 anni non vengono restituiti agli enti
impositori i ruoli con le motivazioni». Durante l’audizione Befera se l’è presa anche la residenza fittizia, che ha
definito una vera e propria «patologia fiscale» che colpisce i coniugi con più case, e porta allo spostamento della
residenza di uno dei due, per «non pagare l’imposta dí bollo» e ottenere i benefici fiscali sulla prima casa. La
domanda che si pone Befera è: «Perchè comuni danno residenza se non c’è la separazione tra i coniugi? È il
Comune che deve intervenire». Befera assicura che l’Agenzia «interviene sulla patologia, dove ci rendiamo conto»
della residenza fittizia. «Questi casi in passato erano abbastanza rari, ora stanno aumentando. Si tratta di una
patologia fiscale che andrebbe colpita a monte, per evitare furbate».
Eurostat. Letta: «È un’altra riprova della bontà del cammino di politica economica
intrapreso, avanti sulla crescita preservando la tenuta dei conti»
Debito italiano in calo
nel terzo trimestre 2013
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ROMA Il debito pubblico italiano resta il secondo più alto come percentuale sul Pil dell’intera Ue ma è calato nel
terzo trimestre 2013 (132,9%) di 0,4 punti rispetto al trimestre precedente (133,3%). È la prima riduzione dal
terzo trimestre 2011 secondo quanto ha indicato ieri l’Eurostat: in termini assoluti è sceso da 2.076,371 a
2.068,722 miliardi di euro. Fra il secondo e terzo trimestre 2o11 il debito pubblico italiano era sceso di 1,88
punti sul Pil; poi sono seguiti sette trimestri di crescita; in effetti, fra il terzo ed il quarto trimestre del 2012 il
debito era rimasto praticamente invariato (-0,03 punti). Rispetto al terzo trimestre del 2012 il debito è però
aumentato e di molto, tanto in valori assoluti (da 1.996,512 a 2.068,722 miliardi) quanto come percentuale sul
Pil (da 127,0% a 132,9%, circa sei punti percentuali)L’ultimo bollettino della Banca d’Italia, del resto, ricorda che
se è vero che nel mese di novembre 2013 (ultimo dato mensile disponibile) il debito pubblico italiano è salito fino
a quota 2104 miliardi, in dicembre il debito dovrebbe essersi ridotto fortemente, riflettendo il consistente avanzo
delle amministrazioni pubbliche (atteso alla luce dei risultati del settore statale) e il netto calo delle disponibilità
liquide del Tesoro, tornate poco sopra il livello osservato alla fine del 2012. Pertanto, anche il dato sullo stock del
debito di fme anno dovrebbe essere coerente con quella percentuale del 132,9% del Pil, che è poi il livello
indicato dallo stesso Governo nel documento programmatico di bilancio dello scorso mese di ottobre: gli aumenti
del debito e del fabbisogno pubblico verificatisi durante il 2013 anche per effetto del pagamento dei debiti
pregressi della pubblica amministrazione vengono in ogni caso reputati compatibili con il conseguimento
dell’obiettivo del 3% per quel che riguarda l’indebitamento netto del nostro Paese, che è il parametro di
disavanzo valido ai fini del Trattato di Maastricht. Tornando alle cifre diffuse da Eurostat, esse indicano che in 23
Paesi della Ue il debito pubblico - relativamente al terzo trimestre - è aumentato anno su anno. Gli incrementi più
alti si sono verificati a Cipro (+25,3 punti percentuali), in Grecia (+19,3), Spagna (+14,3) e Slovenia (+4,0.’1
debito rispetto al Pil nello stesso periodo si è invece ridotto in Germania (-2,8 punti percentuali), Lettonia (-2,0),
Bulgaria (-1,4), Danimarca (-0,9) e Lituania (-o,8). Nel complesso, il debito pubblico dell’Eurozona nel terzo
trimestre del 2013 è sceso rispetto al trimestre precedente, attestandosi al 92,7% del Pil, con una riduzione di 0,7
punti: in questo caso si tratta del primo ribasso dal quarto trimestre del 2007. In valori assoluti, il debito di
Eurolandia è sceso da 8.875,107 miliardi del 2° trimestre a 8.841,823 del terzo. Rispetto al terzo trimestre 2012 il
debito pubblico nei 17 Paesi della moneta unica è comunque aumentato, in termini assoluti (era di 8.529,324
miliardi) e in percentuale sul Pil (era del 90,0%). La discesa dello stock del debito italiano nel terzo trimestre 2013
è stata salutata con soddisfazione dal presidente del Consiglio, Enrico Letta: «Dopo i dati Istat sulla ripresa
dell’industria - ha dichiarato - si tratta di un’altra riprova della bontà del cammino di politica economica
intrapreso, un nuovo segnale che ci incoraggia a proseguire sulla strada delle politiche per la crescita, nel rispetto
della tenuta dei conti pubblici».
R.Boc.
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Il forum di Davos
Il ritorno di Tokyo
Davanti a una platea di ceo globali Abe rassicura gli investitori su crescita e fine della
deflazione
L’Abenomics passa alla «fase tre»
Il premier giapponese illustra le prossime tappe per il rilancio: deregulation e riforme
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DAVOS – Nel primo giorno della kermesse del Wef il premier giapponese Shinzo Abe è arrivato a Davos con un
messaggio forte per il gotha della finanza e dell’economia mondiale: la “terza freccia” dell’Abenomics - quella
relativa alle liberalizzazioni del settore dell’energia, al miglioramento del sistema sanitario puntando su nuove
tecnologie, alla deregolamentazione del Fondo di investimento pensionistico pubblico che oggi gestisce 1.2oo
miliardi di dollari, e a quello delle riforme strutturali - verrà scoccata presto. Così, davanti a unaplatea di ceo
globali in religioso silenzio, Abe ha annunciato entro l’anno anche il taglio delle tasse sulle imprese del 2,4%,
dimenticando però di ricordare che in aprile aumenterà la tassa sui consumi all’8 per cento. Ha annunciato che a
primavera «i salari aumenteranno per sostenere i consumi interni» e per far crescere l’inflazione, tanto da uscire
dalla trappola della deflazione. L’Abenomics passa alla fase tre, dopo lapolitica espansiva monetaria e la maggiore
flessibilità di quella fiscale, ora tocca a deregolamentazione e riforme, un osso duro per qualsiasi governo. Abe
con una oratoria potente ha promesso di dare il 3o% delle posizioni dirigenti sul lavoro alle donne, per
incentivare l’occupazione femminile. «Il Giappone è tornato», ha rivendicato il premier in un evidente tentativo
di corteggiare e rassicurare gli investitori internazionali. Tokyo è tornata alla crescita dopo «anni di Pil asfittici se
non negativi» e questo è il frutto della determinazione di un Paese che vuole «diventare business friendly ed
attrarre capitali stranieri e dieci milioni di visitatori per le Olimpiadi di Tokyo previste nel 2020», ha sottolineato
orgoglioso. Il premier ha promesso di superare «come una trivella» l’opposizione interna alle riforme, e ha
rassicurato che il Paese sta per liberarsi dallo spettro della deflazione. Nessun riferimento alle critiche di lo accusa
di “esportare” la deflazione in Europa ed Usa. Poi una stoccata geopolitica alla Cina: «L’incremento delle spese
militari in Asia (con un chiaro riferimento alle tensioni con Pechino per le isole contese le Senkaku/Diaoyu, e
rivendicate anche da Taiwan, ndr) deve essere ridotto per non disperdere il dividendo della crescita». «Se la pace e
la stabilità dovessero essere minacciate in Asia, le conseguenze per il mondo sarebbero enormi », ha avvertito Abe.
Nessun accenno diretto dal parte del premier giapponese all’Europa che, invece, era stata al centro di un
seminario svoltosi almattino il cui titolo sembrava un auspicio: «L’Europa è tornata?». Messi da parte i catastrofisti
dell’anno scorso sull’Eurozona, tutti i partecipanti hanno parlato di crescita, di un sistema fmanziario in salute e
diuna politica monetaria accomodante. Un cocktail che ha permesso di superare la fase acuta nella Ue. Ma come
sempre ci sono delle Cassandre. L’Europa dovrà fronteggiare a breve il problema del debito pubblico e privato
troppo elevato in molti Paesi, che «non può essere lasciato nel casssetto per troppo tempo», ha ricordato Kenneth
Rogoff, professore ad Harvard ed ex capo economista dell’Fmi. Nessun accenno però al debito americano (oggi al
r00% del Pil) e a quello giapponese (al 230%). Un allarme che pecca quantomeno di strabismo geopolitico. Come
se non bastasse, si è aggiunto il Nobel americano Robert Shiller, che in un’intervista alla Cnbc, ha ricordato come
«i prezzi del mercato azionario in alcuni Paesi sono «troppo alti» (senza specificare quali) e c’è il pericolo di una
nuova «bolla». Infme a suonare gli ultimi due allarmi è stato AxelWeber,presidente della svizzera UBS ed ex
presidente della Bundesbank. Weber ha posto l’accento sul rischio di vittoria dei Tea Party europei, i movimenti
anti-euro alle elezioni per il rinnovo del parlamento Ue. Inoltre, ha ricordato l’ex banchiere centrale tedesco, il
rischio è che dopo l’asset quality review alcune banche europee subiscano effetti negativi (a causa di possibili
fughe di notizie), innescando una speculazione al ribasso in attesa dei dati definitivi sugli stress test di novembre.
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La confusione
Continuano il pressing per il rinvio della scadenza di domani
All’ultimo minuto
File ai Caf per il calcolo e la compilazione dei modelli F24
Mini-Imu, ultimo appello alla cassa
Si paga il 40% della differenza tra gli importi determinati con aliquota del Comune e aliquota
base
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A poche ore dalla scadenza per pagare la mini Imu la casistica, tutt’altro che semplice, sembra ormai completa.
Ma le proteste e le richieste di far slittare il termine di domani, 24 gennaio, si infittiscono, a testimonianza di
un’oggettiva difficoltà di oltre 9 milioni di contribuenti nell’adempiere a un compito ancor più fastidioso che
oneroso. Ricordiamo che l’abitazione principale ha ottenuto l’esenzione dall’Imu dopo una lunga battaglia
parlamentare all’interno del Governo e la stessa sorte hanno avuto le categorie cosiddette “assimilate”, cioè
(sempre limitatamente a un solo immobile) quelle assegnate a separati o divorziati, quelle di cooperative a
proprietà indivisa, gli immobili degli ex Iacp, la casa appartenente al personale in servizio effettivo di forze
dell’ordine e militari, quelle in comodato a figli e genitori che vi risiedano, quelle di anziani e disabili che
risiedono in istituti di ricovero, le abitazioni dei residenti all’estero iscritti all’Aire. Una categoria speciale di
immobili chiamati all’appello del 24 gennaio è quella che comprende i terreni agricoli, coltivati direttamente, in
possesso di coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali (Iap). In alcuni casi, dati i cambiamenti avvenuti
nel corso del 2013, la differenza va calcolata sull’intero anno, in altri solo sul secondo semestre (sivedano le
schede riassuntive qui a fianco). Il meccanismo di calcolo consiste nel verificare che il Comune abbia determinato
un’aliquota per l’abitazione principale superiore a quella “teorica” al4 per mille (0,76% per i terreni), fare i conti
separati con le due aliquote, applicando in ambedue i casi tutte le detrazioni, e calcolare poi la differenza tra i due
importi risultanti dai conteggi. Il risultato finale, considerato al”, è la mini Imu da versare domani. Le reazioni
alla scadenza di domani, comunque, sono preoccupate. «La sfortuna di questi contribuenti - sottolinea Corrado
Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia - è quella di essere residenti in Comuni i cui Sindaci hanno pensato
bene di deliberare furbescamente, in molti casi poche ore prima del termine loro concesso, un aumento
dell’aliquota Imu credendo di potere ricevere dallo Stato maggiori somme per i propri bilanci». La Cgia di Mestre
ricorda che saranno chiamati a versare l’imposta oltre 9 milioni di proprietari di prima casa. La provincia dove, in
termini percentuali, ci sono più contribuenti chiamati a pagare la mini-Imu è Reggio Emilia, con i85.095
proprietari, il 98,3% del totale di chi possiede un’abitazione principale. E al terzo posto Roma (87,6%), nella cui
provincia c’è però il record inter - mini di numero dei contribuenti chiamati alla mini Imu: 1.322.286. Mentre
non ci sarà nessun conguaglio nei Comuni delle province di Aosta, Bolzano, Trieste e Ogliastra: i municipi qui
hanno lasciato l’aliquota base del 4 per mille. «Nella maggior parte dei casi - segnala il segretario della Cgia
Giuseppe Bortolussi - gli importi per singolo contribuente saranno relativamente contenuti; tuttavia il caos che è
esploso in queste ultime settimane ha disorientato” cittadini». Per il presidente di Arpe-Federproprietà, Massimo
Anderson, che chiede il rinvio della scadenza di domani «La situazione è semplicemente scandalosa. E il problema
riguarda sia la mini Imu che la Tares: sono milioni gli italiani ai quali i bollettini ancora non sono pervenuti».
Allarme anche dai Caf: Unimpresa, cui aderiscono 90o Centri di assistenza fiscale distribuiti in 6o province in
tutta Italia, segnala che «In queste ore stanno aumentando le file dei cittadini, costringendo i Caf a svolgere il
servizio di assistenza anche oltre i normali orari di apertura degli sportelli». La confusione, spiega il presidente
Paolo Longobardi, è legata anche alla scadenza dei versamenti della Tares: «Questo doppio pasticcio fiscale è la
prova che il Governo di Enrico Letta non ha mantenuto le promesse».
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Nel 2000 si annunciava il carcere per omessa dichiarazione dei redditi: da allora sono passati
14 anni e non se n’è fatto nulla
Condoni fiscali, rate e giudici distratti
L’Italia degli evasori senza punizione
Angiola Armellini accusata di nascondere 1.243 immobili e gli altri casi
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Le tasse le pagano solo i plebei», diceva Leona Helmsley, l’anziana imperatrice immobiliare di New York. Quando
la incastrarono, si offrì in cambio della libertà di donare i suoi alberghi alla città: le diedero 16 anni di galera, le
fecero la foto segnaletica e la misero dentro. E aveva evaso molto meno di quanto è contestato ad Angiola
Armellini, accusata d’aver nascosto al fisco oltre due miliardiSia chiaro: la figlia del palazzinaro Renato Armellini,
il «re del mattone» per il quale fu adattato («Quod non fecerunt barbari, fecerunt Armellini») un antico e feroce
adagio contro la famiglia Barberini, è innocente finché non sarà condannata nei tre gradi di giudizio. Auguri.
Come ricorda il Messaggero, tuttavia, non solo il padre finì in numerose inchieste giudiziarie per bancarotta e
truffa, e si sa che le colpe non possono ricadere sui figli, ma lei stessa «nel 1991, assieme al padre e alla sorella
Francesca, era rimasta coinvolta in una frode fiscale e falso in bilancio per oltre 50o miliardi di lire. E ancora, nel
1996, la donna fu coinvolta, assieme all’ex marito Alessandro Mei, in una bancarotta fraudolenta da 200 miliardi
di lire». Insomma, non è nuova a grattacapi del genere. Un’Ansa del 1996 ricorda: «Un’amnistia “salva” dal Fisco
gli eredi del costruttore Armellini. La settima sezione del Tribunale di Roma ha infatti concesso l’amnistia ad
Angiola, Francesca ed Alessandra Armellini, figlie di Renato, imputate di evasione fiscale e falso in bilancio per
avere occultato - secondo quanto afferma l’associazione Codacons in un comunicato - profitti per circa 1000
miliardi di lire. In seguito ad una denuncia di un collaboratore di Armellini gli inquirenti indagarono su quattro
società che attraverso un gioco di fusioni e accorpamenti e false partecipazioni avrebbero occultato profitti di
un’attività edilizia molto vasta: ben 2.500 appartamenti costruiti e venduti nella Capitale. La Guardia di finanza
accertò nel 1988 l’evasione fiscale e le falsità compiute per nascondere i profitti. Le eredi di Renato Armellini
hanno ottenuto un condono per ro miliardi rateizzati al posto dei 35o miliardi evasi. Nel corso del processo i
difensori hanno sostenuto che la somma sborsata dagli Armellini era sufficiente perché nessun ufficio fiscale
aveva inviato un avviso di accertamento dei redditi evasi. Così come nessun giudice aveva inviato entro il
novembre ‘92 un decreto di citazione a giudizio. In casi del genere, hanno spiegato gli avvocati, il condono si
ottiene pagando un’imposta sul 20% di quanto dichiarato nella denuncia dei redditi». Come mai, chiedeva
furente l’associazione dei consumatori avvertendo che avrebbe denunciato tutti, «queste fortune capitano solo ai
palazzinari? Come mai l’ufficio delle imposte ha omesso di notificare agli Armellini gli avvisi di accertamento per i
profitti occultati? Come mai il giudice istruttore ha lasciato trascorrere due anni prima di ordinare il rinvio a
giudizio? Come mai il presidente della settima sezione ha lasciato passare un altro anno prima di citare a giudizio
gli Armellini? ». Dice oggi la Finanza che la signora, pur avendo portato nel 1999 la residenza a Montecarlo e
risultando cittadina monegasca fino al 2010, risulta aver vissuto dapprima «senza dichiaralo, in un’ampia villa
all’Eur e, successivamente, in un lussuoso appartamento su due piani intestato a società lussemburghesi» nel
centro di Roma, neppure «classificato come civile abitazione». Se Angiola Armellini abbia davvero nascosto negli
ultimi anni al Fisco, attraverso un giro di società, due miliardi e cento milioni di euro frutto della rendita di
1.243 immobili sui quali non sono mai state pagate neppure l’Ici e l’Imu, così come risulta dalle accuse del
sostituto procuratore Paolo Ielo e dei finanzieri che hanno «proceduto al disconoscimento degli effetti scriminanti
di io scudi fiscali presentati nel 2009», lo accerteranno i giudici. Ma certo stupisce la velocità con cui la notizia
della (presunta) mega-evasione sembra essere stata cotta, mangiata, ruminata, digerita e rimossa dall’opinione
pubblica. Come se gli italiani dessero ormai per scontata, anche in momenti come questi di difficoltà pesanti, la
presenza di furbetti e furboni che sottraggono risorse alla collettività. Pochi mesi fa la Guardia di finanza
comunicò di avere scoperto dal i gennaio alla fine di agosto 4.933 evasori totali (poi saliti a oltre ottomila in tutto
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il 2013) e di avere denunciato 1.771 protagonisti dei casi più scandalosi, che avevano nascosto al Fisco redditi per
almeno 17 miliardi e mezzo di euro. Una cifra che da sola vale quattro volte l’Imu sulla prima casa. E più del
doppio di quel margine di flessibilità per 7,5 miliardi promessoci dall’Europa che a luglio fece scattare verso
Enrico Letta una standing ovation in Parlamento. Eppure, su 62.536 persone detenute a fine dicembre 2013 nelle
patrie galere di evasori fiscali diciamo così «semplici» praticamente non ce n’è uno. La legge, infatti, prevede il
carcere solo per chi è colpevole, in base all’articolo 2 della legge 74/2000, di «dichiarazione fraudolenta mediante
uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti». Traduzione: chi non fa fatture false ma finge
semplicemente di non esistere («Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi
una volta e poi entri nel tunnel», dice Antonio Albanese nei panni di Certo La Qualunque) in galera come
evasore non ci va. Una situazione che i cittadini perbene, che si trovano a sopportare il peso di un’evasione che si
collocherebbe tra i 120 miliardi stimati dalla Corte dei Conti e i 180 calcolati dalla britannica «Tax Research»,
trovano insopportabile. E che certo non può essere giustificata dall’eccesso (che c’è) di pressione fiscale.
All’Agenzia delle entrate contano le ore: proprio in questi giorni potrebbe finalmente passare in Parlamento la
delega al governo «alla revisione del sistema sanzionatorio penale tributario secondo criteri di predeterminazione
e di proporzionalità rispetto alla gravità dei comportamenti, prevedendo la punibilità con la pena detentiva
compresa fra un minimo di sei mesi e un massimo di sei anni, dando rilievo, tenuto conto di adeguate soglie di
punibilità, alla configurazione del reato per i comportamenti fraudolenti...». In bocca al lupo. Sarebbe bene,
tuttavia, che i cittadini restassero con gli occhi aperti sul cammino reale di questa iniziativa. C’è una notizia
dell’agenzia Ansa, infatti, che ricorda come la promessa fosse già stata fatta: «L’omessa dichiarazione sarà punita
con la reclusione da uno a tre anni: il limite di punibilità sarà più basso: ioo milioni di imposta evasa. Per le
dichiarazioni fraudolente sarà previsto il carcere da sei mesi a sei anni (ridotti a 2 anni se l’evasione è sotto i 30o
milioni). La dichiarazione infedele, invece, diventerà reato e sarà punita da uno a tre anni di carcere se supera i
150 milioni di imposte evase e un reddito imponibile occultato pari al io per cento...». Non si parlava di euro, ma
di lire. E quella promessa di mettere le manette agli evasori fu fatta i13 marzo del 2000. Da allora sono passati
quattordici anni. Le denunce Ottomila scoperti dalla Finanza lo scorso anno: 1.771 sono stati denunciati,
avevano nascosto redditi per 17, 5 miliardi
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La ripresa Il Forum
Europa a caccia della nuova crescita
Davos ascolta la lezione giapponese
Nella ricetta di Abe liquidità, meno tasse e investimenti privati
L’appello di Rogoff ai governi: più coraggio sulla finanza pubblica
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DAVOS - Il mondo a lezione da Shinzo Abe. O almeno così vorrebbe il premier giapponese che si presenta sul
palco del World Economic Forum di Davos come il candidato leader della ripresa occidentale. Lo dice con una
battuta: «Il mio cognome è diventato una formula, “l’Abenomics”, ma continuerò a usarlo». E la prima giornata
del vertice tra capi di governo, banchieri, manager e imprenditori tra le Alpi svizzere. Rispetto agli ultimi
appuntamenti, oppressi dalla crisi finanziaria, si coglie qualche segnale di ottimismo, sia nei dibattiti sia nelle
conversazioni private. Certo, a parte la Germania, l’Unione europea è sempre in difficoltà. Con una nota di
allarme particolare per la Francia e una certa apertura di credito nei confronti dell’Italia. La disoccupazione resta
la parola più citata. Ma almeno l’analisi degli esperti e gli annunci dei politici si stanno spostando dal territorio
dell’austerità a quello del rilancio. Il premio Nobel Michael Spence, insieme con altri economisti, ha preparato
uno studio sui «Nuovi modelli di crescita». Un lavoro che ancora fino all’anno scorso sarebbe stato
semplicemente fuori tema. Se è così diventa comprensibile la scelta di assegnare a Shinzo Abe la copertina di
questa edizione. Il Giappone ce l’ha quasi fatta, è l’opinione largamente condivisa, dunque, vediamo che cosa può
insegnare a tutti gli altri. Abe, però, è un personaggio complesso, non riducibile a una visione economica, per
quanto audace e innovativa. Il “suo” Giappone deve essere in grado di recuperare centralità politica nell’area, a
costo di entrare in rotta di collisione cón il grande vicino, la Cina. Come dimostra la contesa sugli isolotti
disabitati di Senkakus (versione giapponese) o Diaoyus (cinese). «Il Giappone e la Cina si trovano in una
condizione simile a quella di Gran Bretagna e Giappone nel 1914», ha dichiarato ieri Abe in un’intervista con il
quotidiano «Financial Times». Basterebbero queste parole per macchiare le slides sui progressi economici che lo
staff del primo ministro ha distribuito ai giornalisti. Sul palco di Davos il leader di Tokio ha voluto tenere
insieme strategie diplomatiche e aperture economiche. Con una qualche enfasi ha lanciato «un appello all’Asia»,
sostanzialmente alla Cina: «Rendiamo trasparenti i nostri bilanci militari, negoziamo nuove regole sulla
navigazione, stabiliamo un canale di comunicazione diretto tra i nostri eserciti». Non prima, però, di dilungarsi
sulla «caccia alla crescita» condotta con un modello «a tre frecce». Ecco i titoli: «una coraggiosa politica
monetaria», cioè continue iniezioni di liquidità nel sistema per sbloccarlo da un periodo di deflazione
(depressione e contrazione dei prezzi) durato 15 anni. Poi: «Politica fiscale flessibile», con massicci interventi
pubblici (circa 20 mila miliardi di yen a regime, circa 142 miliardi di euro). Infine: «Promozione degli
investimenti privati» e «rafforzamento della partecipazione delle donne alla forza lavoro». Il punto di partenza è già
fuori dalla portata di molti Paesi europei: il 68% delle donne tra i 25 e i 44 anni prende parte alla produzione
(l’Italia è al 46%). L’obiettivo è di portare la percentuale al 73% entro il 2020. Questo «Giappone vibrante», è la
conclusione di Abe, potrebbe offrire ulteriori opportunità di crescita a Cina, Corea del Sud, India; dare slancio
alla rincorsa degli Stati Uniti e, di rimbalzo, rianimare anche lo stagno europeo. Anche nella nostra parte del
mondo si prova a ragionare su leve simili. Perfino il vice direttore generale del Fondo monetario, Min Zhu, invoca
uno sforzo straordinario di politica fiscale, cioè investimenti pubblic i , per andare oltre l’insufficiente 1% di
crescita media europea. L’economista americano Kenneth Rogoff sollecita i governi Ue a concordare misure di
integrazione più aggressive, mettendo mano, se è il caso, anche alla ristrutturazione dei debiti pubblici. Tocca alla
politica aprire <da caccia alla crescita », o meglio a governi con piani perseguiti con forza. Questo è il segnale del
primo giorno di Davos, nel segno del Giappone (quasi) rinato.
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Viaggio dentro la ripresa
E LE «LEPRI» DELL’EXPORT
SARANNO ANCORA PIÙ VELOCI
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Finora la discussione sulla ripresa prossima ventura si è giocata sui decimali di punto di incremento del Pil ma è
interessante anche cercare di capire le principali caratteristiche di questa risalita. Un’avvertenza però è necessaria
all’inizio del nostro piccolo viaggio. Lo scenario è del tutto nuovo e come sottolinea Luca Paolazzi, direttore del
Centro Studi Confindustria, «i confronti con il passato hanno poco senso e i livelli pre-crisi, quelli del 2oo7, non
costituiscono un punto di riferimento ». Cominciamo allora dall’occupazione. Sarà senza lavoro? Secondo
Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, «solo dal terzo trimestre del 2014 l’occupazione risalirà» e
dovremo aspettare la fine dell’anno perché cali anche il tasso di disoccupazione. Si sa, il mercato del lavoro
risponde in ritardo e anche l’economista Innocenzo Cipolletta concorda che dovremo aspettare 6-8 mesi prima di
vedere novità, anche perché ci sarà tantissima cassa integrazione da riassorbire. Le profonde ristrutturazioni che
hanno attraversato il manifatturiero ne hanno anche modificato profondamente l’organizzazione e quindi non
sappiamo fino in fondo cosa succederà in tema di organici quando riprenderanno gli ordini. Il terziario potrebbe,
invece, creare nuovi posti di lavoro e il caso Esselunga (2 mila assunzioni in due anni) fa sperare. La ripresa o il
rimbalzo sarà esogeno ovvero determinato dalla domanda mondiale. Per quanto riguarda i consumi interni il
rimborso dei pagamenti della pubblica amministrazione ha dato e continuerà a dare ossigeno a imprese edili e
fornitori della sanità. Per auto ed elettrodomestici, settori portanti della nostra industria, secondo Cipolletta «le
note positive si avranno solo nel 2015». Fino ad allora si dovranno accontentare quasi esclusivamente del
ricambio di un parco macchine esistente che mostra i segni del tempo. Le buone notizie arrivano, invece,
dall’estero. A crescere di più stavolta non saranno i Paesi emergenti ma i nostri tradizionali mercati di sbocco
come Germania, Usa e Francia e c’è quindi a disposizione delle nostre imprese esportatrici - che hanno già salvato
l’Italia negli anni scorsi - una nuova cavalcata vincente che vale da sola l’1,4% del nostro Pil 2014. «Ne
approfitteranno le imprese dotate di marchi internazionali, brevetti, risorse umane adeguate e capaci di operare
investimenti diretti all’estero. In breve quelle capaci di stendere reti lunghe » sostiene De Felice. Per Paolazzi a
fare la differenza «saranno le qualità dell’imprenditore capace di pensare globale più che questo o quel settore».
Esempi da imitare sono quelli, come racconta Cipolletta, delle 4o imprese del mobile di Pordenone che hanno
creato Vantarla per vendere negli Usa via web e hanno comprato dei capannoni nel Delaware per stoccare le
merci. Il ‘14 quindi accentuerà la polarizzazione dell’industria italiana, da una parte le lepri capaci di correre
ancora più veloci nell’arena globale e dall’altra le tartarughe appesantite dalla mancata ripartenza dei consumi
interni. Paolazzi pensa che la ripresina si potrà giovare anche di fenomeni di on-shoring. «Ci si è accorti che
delocalizzare spesso vuol dire trasferire competenze ad altri e poi perderle. Si ritorna a produrre in Italia per
riacquistare velocità di risposta ai mercato, abilità sartoriale, sviluppare nuove competenze». Fenomeni di questo
tipo hanno riguardato la Bosch di Bari e ora la Whirlpool nel Varesotto ma sono condannati a convivere con
spinte contrapposte. Che porteranno ancora a produrre in Asia o in Polonia per abbassare il costo del lavoro.
Meno ottimista sui ritorni in Italia è De Felice che sottolinea anche come «gli investimenti diretti degli stranieri in
Italia sono pressoché inesistenti». A suo dire sono ancora bassi pure gli investimenti nell’ammodernamento degli
impianti. Relativamente ottimista è invece Cipolletta che conta su un ricambio quasi obbligato del macchinario.
«I competitor stranieri lo fanno e anche i nostri devono mettersi al passo delle tecnologie. L’obsolescenza si paga».
Infine l’economista e attuale presidente del Fondo Italiano di Investimento segnala come la ripresa si
accompagnerà «a una più accentuata managerializzazione delle imprese vuoi come necessità per tenere il passo
globale vuoi perché il cambio generazionale non è più rinviabile».
Conti Tajani annuncia la procedura Ue sugli arretrati di Stato
L’Italia taglia il debito
e paga 22 miliardi alle imprese
Ma a Bruxelles non basta
Casa, verso l’accordo sulle aliquote Tasi
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ROMA - Nel 2013 lo Stato ha pagato, direttamente-e attraverso gli enti locali, quasi 22 miliardi di debiti arretrati
alle imprese. I dati sono stati resi noti ieri dal ministero dell’Economia, proprio mentre da Bruxelles il vice
presidente della Commissione Ue, Antonio Tajani, preannunciava l’intenzione di aprire una procedura
d’infrazione per il mancato rispetto della direttiva che impone il pagamento dei debiti entro 3o giorni. Tra luglio,
quando è cominciata l’operazione, e dicembre sono stati girati alle imprese una media di 3,6 miliardi al mese: in
tutto 21,6 miliardi pagati sui 27,2 resi disponibili dai vari decreti «sblocca debiti». Non tutte le Regioni, in ogni
caso, hanno sfruttato appieno l’opportunità, chiedendo al Tesoro i fondi disponibili per il saldo degli arretrati. La
Campania non ha chiesto 865 milioni, la Calabria ha rinunciato ai suoi 15o, la Sicilia non ha presentato l’istanza
per ottenere 206 milioni ed è in ritardo sugli adempimenti per ottenere i 6o6 milioni stanziati per pagare le
fatture arretrate della sanità. In ritardo anche Sardegna e Molise. 11 pagamento degli arretrati inciderà sul debito
pubblico 2013, previsto dal governo al 132,9% del prodotto interno lordo. Secondo i dati diffusi ieri da Eurostat,
nel terzo trimestre del 2013, il debito italiano è comunque apparso per la prima volta in calo dopo molto tempo,
con una riduzione del rapporto sul pil rispetto ai tre mesi precedenti. Nel frattempo, il governo si avvia a chiudere
l’accordo con i Comuni sull’impianto della nuova tassa sulla casa. I sindaci avranno la possibilità di alzare le
aliquote della Tasi sulle prime e le seconde case, in un misura complessiva compresa tra lo o,1 e lo 0,8 per mille,
per finanziare una riduzione dell’imposta sulla casa di abitazione per le famiglie con i redditi più bassi. E
otterrebbero dallo Stato una parte del gettito Imu sugli immobili strumentali delle imprese, per un importo di un
altro miliardo di euro, e raggiungere così lo stesso gettito garantito dall’Inni prima versione. L’intesa di massima è
stata raggiunta nel corso di un incontro all’Economia tra il ministro Fabrizio Saccomanni ed una delegazione
dell’Associazione dei Comuni, guidata dal presidente e sindaco di Torino, Piero Fassino, al termine del quale
tutti si sono detti soddisfatti. L’ipotesi di accordo sarà approfondita da un tavolo tecnico, poi sottoposta a una
verifica definitiva tra il governo ed i Comuni martedì 28, e dovrebbe eliminare le incertezze residue che ancora
gravano sulla struttura ed il peso delle nuove imposte sulla casa per quest’anno. I contribuenti con i redditi più
elevati pagheranno un po’ di più su prime e seconde case, mentre quelli che guadagnano meno o hanno più figli
a carico dovrebbero avere un alleggerimento dell’imposta sulla prima casa.
M. Sen.
Credito
L’Abi risponde a Bankitalia
Bazoli: pronti per il test Bce
ROMA - Il nostro è un parere «razionale, costruttivo e di alta qualificazione giuridica» dice il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli al termine della riunione del Comitato esecutivo dell’Associazione che ha confezionato la
risposta alla Banca d’Italia sulle nuove regole del governo bancario. Un parere razionale ma comunque critico,
visto che nel documento Abi sono state inserite le osservazioni non proprio positive formulate direttamente dalle
banche popolari. «C’è una certa fibrillazione» nella categoria ha osservato Luigi Odorici, amministratore delegato
della Popolare Emilia Romagna spiegando che le disposizioni di Bankitalia possono «rompere vecchi equilibri».
Patuelli, nell’intento di smorzare i toni del confronto, ha affermato che «non ci sono i presupposti di necessità per
intervenire con un defibrillatore». I malumori tra le banche popolari però restano. Si vedrà se in Banca d’Italia la
disponibilità a discutere le osservazioni degli interessati arriverà fino al punto di accogliere le richieste degli istituti
cooperativi sui quali il pressing per un adeguamento di modello e struttura dura da tempo. C’è da vedere anche
come si svilupperà la discussione in Parlamento sulla direttiva Ue. In ogni caso le nuove regole indicate dalla
Vigilanza vanno al di là degli indirizzi europei, con cui la normativa italiana è in gran parte già in linea. I punti
più significativi riguardano il taglio dei componenti dei consigli di amministrazione e la delimitazione dei poteri
del presidente. Sulla situazione complessiva del sistema bancario è intervenuto il presidente del consiglio di
sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, ieri sera a Brescia assieme a Patuelli per la commemorazione
dell’ex presidente dell’Abi, Corrado Faissola («ci sarebbe tanto bisogno di banchieri all’antica»): «Ad eccezione di
singoli casi, il sistema, e mi riferisco soprattutto alle banche di grandi dimensioni, potrà affrontare il test della Bce
con relativa sicurezza e tranquillità».
S.Ta.
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Miliardi di euro
il capitale aggiuntivo di cui avranno bisogno le banche italiane secondo S&P’s
Bce, piano anti-deflazione
nuovi prestiti alle banche
se danno credito alle imprese
Debito pubblico italiano in calo al 132,9%
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ROMA - Se c’è un dettaglio che spiazza nel panorama europeo ormai ricco di germogli di ripresa, esso riguarda la sua
materia prima di b ase: il denaro. I segni positivi sono tornati su nell’area-euro - dall’export, alla fiducia delle imprese,
alle vendite al dettaglio, ai primi tenui segnali di discesa del debito pubblico. Eppure il credito ai produttori non segue.
Milioni di imprese restano minacciate dal rischio di asfissia finanziaria, al punto che nella Banca centrale europea sta
maturando la convinzione che occorra fare qualcosa e si studiano strumenti nuovi per agire: fra questi, un sistema dí
finanziamento alle banche che le spinga a fornire più sostegno alle imprese. Il tempo stringe, perché non si tratta di un
problema limitato solo ai Paesi più colpiti dalla crisi. L’ultimo bollettino della Bce mostra una divaricazione crescente
nel complesso dell’area: mentre la fiducia delle imprese ritorna, anche fra le piccole e medie, i finanziamenti si
contraggono a ritmo crescente. Il calo annuale dei prestiti al settore privato in Eurolandia era dell’I% all’inizio del
2013 e sì è deteriorato progressivamente all’1,6% a novembre scorso. I prestiti delle banche alle
aziendedel«settorenonfinanziario », cioè all’economia reale, erano in contrazione annuale del 2,5% all’inizio del 2013
ma hanno raggiunto meno 3,9% agli ultimi dati. Questo peggioramento costante inizia ad apparire incompatibile con
gli scenari di una ripresa che riporti lavoro fra le decine di milioni di disoccupati oggi in Europa. A sua volta, la stretta
del credito frena gli investimenti e sta alimentando la gelata che spinge ormai parte d’Europa verso la deflazione. I
prezzi alla produzione industriale sono già di oltre i13% in media dell’area-curo e la tendenza non accenna a
invertirsi.11consiglio direttivo della Bce, malgrado le divisioni interne, ormai capisce che non può restare a guardare
ancora a lungo. Probabilmente entro la primavera, la banca centrale di Francoforte dovrà muovere per cercare di
rompere la spirale. Per adesso nell’Eurotower sí passano in rassegno i diversi strumenti per intervenire, ma ce n’è uno
che oggi sembra più accettabile degli altri a una maggioranza dei banchieri centrali europei: un’offerta di
finanziamento alle banche che le incoraggi a trasferire il credito alle imprese produttive, invece che a investirlo in titoli
di Stato. Non sempre è andata così, in passato. Le due grandi aste di denaro (Ltro) lanciate dalla Bce nella fase acuta
della crisi, fra fine 2011 e inizio 2012, fornirono sì ossigeno alle banche per mille miliardi sulla durata di tre anni. Ma
arrivarono in minima parte al settore produttivo, perché gli istituti di credito preferirono investire in titoli di Stato.
Quella manovra, volutamente, contribiùadevitare l’ insolvenza dell’Italia e a ridurre i rendimenti dei bond dei governi.
Ora invece l’obiettivo è arrivare alle imprese, senzaperò imporre alle banche dí dirigere il credito verso di loro. Per
riuscirci, sempre di più, la Bce sta guardando all’ esperienza della Bank of England. Non è probabilmente un caso se
l’ultimo bollettino mensile dell’Eurotower riserva un’analisi all’andamento del credito in Gran Bretagna. Ciò che
interesse è lo schema di «funding for lending» («finanziamento in cambio di prestiti») lanciato a Londra nel 2012: gli
istituti commerciali hanno diritto a maggiore liquidità da parte della Bank of England in proporzione all’aumento
defloro prestiti all’economia reale; in più, il costo del finanziamento della banca centrale sale se loro riducono i crediti
al settore privato. Se una regola del genere valesse oggi in Italia, centinaia di banche dovrebbero pagare tassi più alti
presso 1’Eurotower. Il «fundingforlending » dellaBankofEn-” gland non è stato un successo senza mezzi termini: ha
contribuito a un nuovo boom dei prezzi degli immobili, ma molto meno al rilanció dell’attività produttiva. Nella Bce
tuttavia l’esperimento di Londra viene seguito con successo, nell’idea di arrivare a fare qualcosa del genere con le
correzioni adeguate. È un passo necessario per tornare verso un minimo di normalità, ora che il debito pubblico dà
segni dí potersi stabilizzare in area euro. Nel caso italiano, il calo c’è stato nel terzo trimestre al 132,9% dal trimestre
precedente, anche se non nell’andamento annuale. La Bce però avverte nel suo ultimo bollettino che il credito potrà
ripartire davvero solo se le banche «miglioreranno la loro posizione di capitale». Come dire che qualcuno prima o poi,
in qualche modo, dovrà asportare tutti quei crediti in default dai loro bilanci.
Il successo dell’apprendistato
tremila posti fissi in più al mese
Confcommercio contro il job act
“Non c’è ancora ripresa, il Pil salirà solo dello 0,3%”
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Rassegna Stampa del giorno 23 Gennaio 2014
Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi
Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007
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ROMA - Giù le mani dall’apprendistato: la formula funziona e crea occupazione stabile, metterlo in soffitta e
sostituirlo con il Jobs act sarebbe un grossolano errore. Confcommercio boccia il contratto unico, punto centrale
del piano per il lavoro proposto dal segretario del Pd Renzi, e fa notare come il caro, vecchio apprendistato stia
già generando quei posti di lavoro che tutti cercano. L’associazione dei commercianti lo dice con i numeri e con
le parole del presidente, Carlo Sangalli. «È bene che il governo metta tra le sue priorità il lavoro, ma se le proposte
da valutare vanno nella direzione esclusiva del contratto unico la cosa ci preoccupa e non poco», ha detto. Quanto
alJobs act, «attendiamo di conoscerne i contenuti, di certo siamo contrari a una nuova riforma». Di più: chi
ingessa la flessibilità «infligge un colpo mortale alle imprese del commercio, del turismo, dei servizi e della
logistica». Il contratto unico, secondo Sangalli, «rischia di azzerare con un colpo di spugna tutto ciò che è
avvenuto dopo il modello fordista». Quanto alle cifre, Confcommercio, nel suo osservatorio annuale sul mercato
del lavoro, fa notare come ogni mese 3.000 contratti di apprendista vengono confermati, creando posti di lavoro
stabili. Nel settore terziario in particolare, ogni cento apprendistati cessati ce ne sono 52 confermati. Dai 205 mila
contratti del 2005 siamo passati ai 224 mila del 2012; nella fascia di età che va dai 15 ai 34 anni il rap - porto fra
apprendisti e dipendenti è dell’11,4 per cento (14,8 nel commercio). Ora va detto che il contratto d’apprendistato
così come è stato riformulato (tre modelli) è particolarmente vantaggioso per le piccole imprese che nei tre anni
del rapporto di lavoro non versano un euro di contributi. E alla fine del periodo di formazione non sono
obbligati ad assumere (anche se l’azienda che non lo fa dovrà rispettare dei limiti nel ricorso a nuovi contratti di
apprendistato). Evidentemente il piano Renzi, secondo le piccole imprese, non garantisce gli stessi vantaggi.
Confcommercio è semmai convinta che «bisognerebbe migliorare la fruibilità» del vecchio contratto. Una
richiesta che trova d’accordo anche il ministro del Lavoro Giovannini che ha preso con l’associazione dei
commercianti «l’impegno assoluto ad agire per sbloccare le difficoltà e potenziare i contratti di apprendistato », in
un momento come questo «in cui le imprese stanno cominciando a pensare a nuove assunzioni». Il rapporto
Confcommercio fa anche il punto della situazione economica e prospetta il 2014 come un anno nero, soprattutto
sul fronte dei consumi stima una ulteriore lieve riduzione dello 0,2 per cento dopo la contrazione del 2,4 per
cento dell’anno scorso. Per le associazione dei consumatori, il quadro sarebbe ancora più nero: l’osservatorio di
Federconsumatori stima una nuova frenata dell’1,1 per cento, portando così la contrazione degli acquisti degli
ultimi tre anni al meno 9,2. Quanto al Pll, il rapporto del Centro studi Confcommercio prospetta una crescita
dello 0,3 per cento (dopo il meno 1,8 del 2013). Per Sangalli «abbiamo toccato il fondo e smesso di scendere», i
segnali sono dunque «non di ripresa, ma di fine della crisi». Male anche il fisco: la pressione resta «pressoché
costante alivelli record. Il governo l’ha stimata al 44,2 per cento nel 2014, in lievissimo calo rispetto al 44,3 dello
scorso anno
La Fiba-Cisl
Vi augura di trascorrere
una giornata felice
Arrivederci a
domani, 24 Gennaio
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per una nuova rassegna stampa!
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