close

Enter

Log in using OpenID

"Foreste savane e Popoli Indigeni" (ottobre 2014)

embedDownload
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 12/09/14 15:31 Pagina 21
RORAIMA
Testo e foto
di PAOLO MOIOLA
LUNGO IL RIO BRANCO. VIAGGIO A RORAIMA / 1
FORESTE, SAVANE
Terra amazzonica di
foreste e savane,
Roraima è lo stato
brasiliano con la maggiore percentuale di
popolazione indigena.
I cui diritti sono stati
conquistati con una
lotta quasi sempre
cruenta (e tuttora
non conclusa).
A Boa Vista, capitale
di Roraima, abbiamo
visitato la Casa de
Saúde Indigena
(Casai), scoprendo
che i «mondi indigeni» resistono
nelle proprie
diversità.
E POPOLI
INDIGENI
M
anaus. Il taxi passa accanto all’Arena Amazonas, uno dei tanti monumenti allo spreco dei
mondiali di calcio organizzati dal
Brasile. Se lo stadio è modernissimo, la stazione delle corriere è
vecchia, sporca e molto triste. Da
qui partono i bus per alcune città
della regione.
In verità, per andare a Boa Vista,
capitale del confinante stato di Roraima, il mezzo di trasporto più comodo sarebbe l’aereo. Ma è anche quello più costoso. E poi abbiamo una curiosità, o forse uno
sfizio: passare per la Br-174, la
strada federale che unisce Manaus con Roraima e il confine venezuelano (Pacaraima), tagliando
foresta e savana (lavrado). Peccato che il viaggio per raggiungere
# Sotto: il corso del Rio Branco a Boa
Vista, capitale di Roraima.
Boa Vista - 800 km percorribili in
circa 11 ore - sia in gran parte notturno. Nonostante ciò, lungo il nastro d’asfalto - ci sono voluti quasi
35 anni (dal 1965 al 1998) per
completarlo - qualcosa riusciamo
comunque a vedere. Come, ad
esempio, il grande cartellone che
indica l’attraversamento della
terra indigena Waimiri-Atroari,
nata nel 1989.
Sono proprio i Waimiri-Atroari che
hanno pagato con lo sterminio la
costruzione della Br-174: da alcune migliaia di individui furono ridotti a poche centinaia. Sono sempre i Waimiri-Atroari a essere accusati, nel novembre del 1968, di
aver massacrato la spedizione di
pacificazione guidata da padre
Giovanni Calleri, missionario della
Consolata italiano1.
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 12/09/14 15:31 Pagina 22
RORAIMA
Null’altro si può vedere fino al
mattino, quando il bus attraversa
alcuni piccoli villaggi, poco prima
dell’arrivo a Boa Vista, la capitale
brasiliana situata più a Nord, l’unica oltre la linea dell’equatore.
Già nel pomeriggio ci incontriamo
con fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata. Sarà una
delle nostre guide. Lo conosciamo
come strenuo difensore della
causa indigena e grande conoscitore del popolo yanomami, con
cui ha condiviso una lunga parte
della propria esistenza2.
Lo stato di Roraima ospita la maggior percentuale di popolazione
indigena tra gli stati brasiliani: l’11
per cento del totale3. Si contano
(almeno) nove etnie diverse distribuite su 32 terre indigene:
Makuxi, Wapischana, Taurepang,
Ingarikó, Patamona, che vivono in
savana; Wai-Wai, Waimiri-Atroari,
Yekuana, Yanomami, che vivono in
foresta. A Roraima, i Makuxi sono i
più numerosi (oltre 20mila persone), seguiti dagli Yanomami,
questi ultimi divenuti - per varie
ragioni (alcune tragiche come l’invasione delle loro terre e la costruzione della Br-210) - uno dei popoli indigeni più conosciuti del
mondo.
Continua a pagina 25.
Breve cronologia di
RORAIMA
• 1600 - 1700 - Dal Nord - Guyana britannica e Guyana
olandese - giungono esploratori inglesi e olandesi. Quasi
sempre in cerca di oro e di indigeni da schiavizzare (cfr.
Nádia Farage, As Muralhas..., 1991).
• 1725 - Arrivano i primi missionari. Sono Carmelitani.
• 1750, gennaio - Ferdinando VI di Spagna e Giovanni V
del Portogallo firmano il Trattato di Madrid per stabilire un confine tra le rispettive colonie in America meridionale.
• 1755 - Viene creata la Capitania de São José do Rio
Negro, comprendente gli attuali stati di Amazonas e
Roraima.
• 1904 - Con la mediazione di Vittorio Emanuele III, re
d’Italia, viene risolta la diatriba territoriale tra il Brasile e la Guyana britannica.
• 1943, settembre - Un decreto legge smembra lo stato
di Amazonas, formando il Territorio federale del Rio
Branco.
22
MC OTTOBRE 2014
• 1962 - Il nome viene cambiato in Territorio federale di
Roraima. Con la nuova Costituzione del 1988 diventerà
stato di Roraima.
• 1964 - 1985 - Il Brasile diventa una dittatura militare.
La «Dottrina della sicurezza nazionale» prevede un’attenzione particolare per le frontiere e l’Amazzonia. Durante il regime viene anche deliberata la costruzione
della Br-174 e della Br-210 (Perimetral Norte).
• 1970 - 1990 - La popolazione aumenta di 5 volte a
causa dell’immigrazione da altri stati, in particolare da
Maranhão, Pará e Amazonas.
• 1992 - 2005 - Nel 1992 viene omologata (ratificata) la
Terra indigena yanomami; nel 2005 la Terra indigena
Raposa Serra do Sol.
• 2014, 31 maggio - Gli Yanomami festeggiano l’uscita
degli ultimi fazendeiros dalle proprie terre (regione
dell’Ajarani), a distanza di 22 anni dall’omologazione. Il
leader Davi Kopenawa riceve minacce di morte.
• 2014, 5 ottobre - A Roraima e in tutto il Brasile si tengono le elezioni per il presidente federale e per i governatori statali.
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 12/09/14 15:31 Pagina 23
MC ARTICOLI
Storie di «progresso» e di genocidi
Br-174 e Br-210: strade di sangue
Le strade portano «progresso»? La risposta non è ovvia. Come dimostrano la Br-174 e la
Br-210, due rodovias che hanno attraversato territori indigeni portando distruzione
ambientale, violenza, malattie. E un numero tale di morti da far parlare di genocidio.
oa Vista. La tomba di padre Giovanni Calleri,
missionario della Consolata nativo di Carrù (Cuneo), è posta ai piedi dell’altare di Nossa Senhora
do Carmo, la chiesa madre (Matriz) di Boa Vista costruita a duecento metri dal Rio Branco.
Sotto l’altare sono conservate una parte delle ossa del
missionario, recuperate nel novembre 1968 dagli uomini del Parasar, un corpo specializzato dell’Aeronautica militare brasiliana. In quegli anni il Brasile era governato dai militari. Il loro «Piano di integrazione nazionale» (Plano de Integração Nacional) prevedeva la
costruzione di strade (rodovias) per favorire la colonizzazione dell’Amazzonia. Una di queste strade era la Br174. La spedizione di Giovanni Calleri - composta da 8
uomini e 2 donne (un evento in sé) - venne incaricata di
trovare una mediazione con i Waimiri-Atroari, un’etnia
indigena che si opponeva al passaggio della strada sul
proprio territorio. Il gruppo fu massacrato (eccetto
una guida, forse corresponsabile), cadendo in una trappola ordita in alto, da chi aveva interesse a chiudere la
partita con un popolo orgoglioso e indomito.
Ne è convinto padre Silvano Sabatini, che da allora oggi ha 92 anni - combatte una lunga e faticosa battaglia per ristabilire la verità di quella tragedia. «L’avevo
abbracciato l’ultima volta il tredici ottobre (del 1968,
ndr) - scrive Sabatini -. Era un giovane di trentaquattro anni, ora un mucchio di ossa dentro un sacco. Ero
sconvolto e mi sentivo colpevole di quanto avvenuto,
per aver appoggiato, come presidente della Coprind
(Commissione pro-indio di Roraima, ndr), la spedizione e poi averla abbandonata nel momento cruciale,
per quelle che erano considerate le altre - e più “alte” priorità della Missione, cui non mi ero potuto sottrarre. Con fredda lucidità mormorai: “Calleri, giuro
che scoprirò la verità!”. Il mattino successivo, nell’Istituto di Medicina legale di Manaus, fu realizzato il riconoscimento delle salme. I sacchi furono disposti a
© geopt org
B
© Archivio MC
terra, accanto a nove piccole bare. Io stesso li aprii uno
per uno, mentre il medico legale passava loro vicino,
con uno sguardo disinteressato. Spettò a me trasferire
le ossa dal sacco alla cassetta. Le osservai attentamente e constatai che molte erano scheggiate. In tutti i
casi, il cranio era fratturato e, talvolta, completamente
# A sinistra: i membri della spedizione di padre Giovanni Calleri
© Archiv
M
(al centro con gli occhiali). Qui sopra: i resti mortali della spedizione. In alto: il cartellone lungo la Br-174 avverte che si sta
entrando nella riserva indigena. Pagina precedente: Boa Vista,
il monumento al garimpeiro, figura devastante per l’Amazzonia
e i popoli indigeni.
OTTOBRE 2014 MC
23
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 12/09/14 15:31 Pagina 24
RORAIMA
# A sinistra: la chiesa Nostra Signora del Carmine, a Boa
Vista, dove si trovano i resti di padre Giovanni Calleri.
Qui sotto: la scritta sulla lapide ai piedi dell’altare.
triturato. Quello di Padre Calleri presentava un foro
nell’occipite (...)»1.
La popolazione dei Waimiri-Atroari conta attualmente
circa 1.500 persone, ma negli anni Settanta-Ottanta
era arrivata sull’orlo dell’estinzione. Oggi la Br-174 unisce Manaus, capitale di Amazonas, con Boa Vista, capitale di Roraima, e con il confine venezuelano, attraversando le riserve indigene dei Waimiri-Atroari e dei
Taurepang-Wapischana-Makuxi (São Marcos). La
terra indigena Raposa Serra do Sol - occupata da
Makuxi, Wapischana, Taurepang, Patamona e Ingarikó
- viene invece soltanto sfiorata dalla Br-174.
el 1973, sempre il governo militare inizia la costruzione di un’altra rodovia: la Br-210, conosciuta
come «Perimetral Norte», che dovrebbe unire gli
stati di Amazonas, Roraima, Pará e Amapá. Il copione si
ripete: i lavori si svolgono su territori indigeni e fanno
strage tra le popolazioni. Gli Wajãpi di Amapá e soprattutto gli Yanomami di Roraima sono quelli che pagano le
conseguenze del «progresso» deciso dai bianchi. I lavori
di costruzione aprono la via a ogni genere di invasori: garimpeiros, fazendeiros2, cacciatori, boscaioli, avventurieri di ogni sorta. La violenza degli uomini si accompagna alle epidemie di morbillo (sarampo, in portoghese),
che fanno centinaia di morti tra gli Yanomami.
La costruzione della Br-210 viene sospesa nel 1977, ma
ormai i danni sono fatti. Oggi la strada è ridotta a poche
centinaia di chilometri, la gran parte impercorribili o
sterrati. Dunque, se si analizza la storia con occhi il più
possibile obiettivi, non si può negare che le rodovias Br174 e Br-210 siano state costruite sul sangue indigeno.
Parlare di genocidio non costituisce un’esagerazione, ma
il riconoscimento di una tragica realtà storica.
Paolo Moiola
NOTE
1 - Cfr. Silvano Sabatini, Il prete e l’antropologo. Tra gli indios dell’Amazzonia, Ediesse, Roma 2011, pag. 53.
2 - I garimpeiros sono i cercatori d’oro, i fazendeiros i grandi
proprietari terrieri.
N
# Qui sopra: padre Sabatini (92 anni). A sinistra: le copertine dei
suoi libri: Sangue nella foresta amazzonica e Il prete e l’antropologo. Tra gli indios dell’Amazzonia (scritto con l’antropologa
Silvia Zaccaria), in cui il confratello di padre Calleri smonta la
verità ufficiale sul massacro della spedizione.
24
MC OTTOBRE 2014
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 12/09/14 15:31 Pagina 25
MC ARTICOLI
Con fratel Carlo andremo a visitare la Casa de Apoio à Saúde do
Índio (Casai) della capitale. La Casai è una struttura federale in cui
vengono ospitati gli indigeni con
problemi di salute. Non è un vero
e proprio ospedale perché non ne
ha tutte le caratteristiche. Ad
esempio, non vengono eseguiti né
esami strumentali né operazioni
chirurgiche, che sono di pertinenza degli ospedali del Sistema
Único de Saúde (Sus).
Tanti soldi, poca efficienza
La Casai di Boa Vista è nella zona
dell’Università Federale e dell’aeroporto.
L’accesso sarebbe limitato agli indigeni e al personale addetto, ma
fratel Zacquini è conosciuto e con
lui si riesce ad entrare. Ci ripromettiamo (pur a fatica) di non tirare fuori dallo zaino né videocamera né macchina fotografica:
non è consentito, ma soprattutto
non è corretto.
Il complesso è grande e composto
da numerosi padiglioni di un solo
piano, tutti circondati da un porticato. Gli indigeni ospitati sono
moltissimi: si parla di almeno 600
persone. «Tenete conto che qui
ne arrivano non soltanto dagli
stati di Roraima e Amazonas, ma
in piccola parte anche dalla
Guyana e dal Venezuela», ci
spiega Carlo. Sono talmente tanti
che, negli spazi tra una casa e l’altra, sono state erette delle tende
(poco accoglienti, in verità) per
poterli alloggiare tutti. Difficile
dire quanti siano i malati e quanti
gli accompagnatori. Insomma,
l’impressione è che alla Casai di
Boa Vista l’organizzazione sia carente. Tra l’altro non incontriamo
personale medico, ma forse questo è un caso.
Quelli che arrivano qui sono gli indigeni che non possono essere curati nei Pólos-base (o Postos de enfermagem, ambulatori) distribuiti
nelle terre indigene e in cui lavorano (o dovrebbero lavorare) tecnici d’infermeria e, in numero minore, infermieri e medici. «Sono
queste persone - spiega Carlo che decidono chi debba essere
trasferito in città, ma poi sull’aereo salgono anche altri indigeni,
spesso senza avere motivi validi».
La gestione della salute indigena è
responsabilità della Secretaria
Especial de Saúde Indígena (Sesai),
un organismo federale nato nel
2010 in sostituzione della Funasa4.
La struttura organizzativa prevede
34 Distritos Sanitários Especiais
Indígenas (Dsei)5, distretti territoriali costituiti in base alla distribuzione geografica delle comunità
indigene. A sua volta ciascun distretto comprende Poli-base (Pólos-base, 346 in totale), strutture
Casai e una serie di Posti di salute
(Postos de saúde), che sono le
unità sanitarie più piccole e più
diffuse (751 a luglio 2011). La Sesai è dunque una struttura complessa che lavora con un budget
molto consistente (pari a 1.093
milioni di reais nel 2014, circa 364
milioni di euro)6.
Fratel Carlo conferma: «Molti soldi
pubblici vengono spesi per la salute degli indigeni, ma vengono
spesi male, come dimostrano le
troppe medicine che nei posti di
salute non si trovano o le malattie
relativamente semplici che non si
curano. Si sospetta che la causa
principale del cattivo funzionamento sia la corruzione, ma anche
l’incompetenza ha avuto un posto
importante».
A fine dicembre 2013 un gruppo di
Yanomani, per protesta contro la
Sesai, ha occupato la sede dell’organizzazione a Boa Vista e ha chie-
# Sopra: schema di un «Distretto
sanitario speciale indigeno» (Dsei).
Il governo di Brasilia sta ora
pensando a una nuova riforma,
contestata dagli indigeni.
sto le dimissioni della coordinatrice per l’area yanomami. Dopo
quella protesta, molti funzionari
sono stati rimossi ma i responsabili politici non sono stati toccati.
Ci guardiamo intorno con molta
curiosità cercando di raccogliere
immagini e sensazioni, anche se
non è la prima volta che visitiamo
una struttura della Casai7. Nelle
stanze o sotto le tende le persone
hanno steso le tipiche amache. E
poi fili con gli indumenti appesi ad
asciugare, molte borse di plastica.
C’è un numero notevole di bambini. In Brasile ogni 100 indigeni
morti 40 sono bambini. Il coefficiente di mortalità infantile (minori di 5 anni) è di 45,9 ogni 1.000
indigeni nati contro una media nazionale di 19,68.
Non tutti i piccoli ospitati alla Casai sono malati. Ci sono anche
quelli venuti al seguito della
mamma inferma. Tra gli indigeni le
patologie più diffuse risultano essere: la malaria, le parassitosi (verminosi), le patologie intestinali
(diarree, in primis), le infezioni
delle vie aeree superiori (faringiti,
sinusiti, otiti, polmoniti, bronchiti,
OTTOBRE 2014 MC
25
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 13/09/14 10:34 Pagina 26
RORAIMA
© Carlo Zacquini
© Carlo Zacquini
yanomami alla riunione
straordinaria indetta per
discutere sul progetto di
nuova sanità indigena (Boa
Vista, 21-22 agosto 2014);
un ausiliare d’infermeria
presta assistenza nella comunità di Watorikɨ (si noti
il segno fonetico in yanomae, ndr) nella regione Demini, Terra indigena yanomami; primo piano di un
giovane yanomami.
In basso a destra: Antonio
Alves, segretario della
Sesai, illustra il progetto
del governo.
ecc.), la tubercolosi, le epatiti virali, la lesmaniosi, la oncocercosi e
non manca la denutrizione9, soprattutto infantile. Al riguardo, va
ricordato che, da gennaio 2008 a
gennaio 2014, sono morti (ufficialmente) per denutrizione 419 bambini indigeni10. Il 55% del totale
con una popolazione indigena che
però non raggiunge lo 0,5% della
popolazione brasiliana.
Ai nostri occhi gli ospiti della Casai
di Boa Vista si notano anche per
alcune peculiarità esteriori. Uomini e donne hanno capelli folti, lisci e neri, anche quelli più avanti
con gli anni. «In quarantanove
anni - racconta fratel Carlo - ho visto un solo Yanomami coi capelli
bianchi, e forse una decina con
tracce di calvizie».
Un’altra caratteristica fisica che in
moltissimi si nota sono le bocche
26
MC OTTOBRE 2014
con dentature in pessime condizioni. «La questione della carie
dentaria è verament e molto
grave. Ci sono varie teorie che la
spiegano. Gli studiosi sembrano
però concordare su un punto: il
problema è scoppiato dopo il contatto con il mondo non-indigeno».
Molte donne hanno bambini al
collo, altre sono indaffarate a realizzare cesti, collanine e braccialetti, altre ancora a tessere qualche stoffa. A parte gli Yanomami,
che sono più riconoscibili, difficile
per noi distinguere un’etnia dall’altra. Gli indumenti non aiutano:
magliette e pantaloncini sono occidentali.
Complessità
versus luoghi comuni
Con sorpresa scopriamo che non
soltanto le stanze sono divise per
© Corrado Dalmonego
# In senso orario: delegate
etnia, ma addirittura i bagni. A sinistra - ad esempio - ci sono quelli
per i Makuxi, a destra quelli per gli
Yanomami. Fratel Zacquini è stupito del nostro stupore: «I motivi
sono vari, ma soprattutto perché tanto per fare un esempio - anche
giapponesi e coreani sono differenti come lingua e come usanze.
Non solo, ma alcuni indigeni sono
tradizionalmente “nemici” di altri.
Così, nella situazione eccezionale
della Casai, i responsabili hanno
fatto in modo che la convivenza
forzata non causasse maggiori
tensioni e che ogni gruppo indigeno si sentisse più a suo agio. Per
gli Yanomami, ma certamente non
solo per essi, il trascorrere - a
volte mesi - in un ambiente come
questo, lontani dai propri cari e in
una condizione totalmente differente, è una vera sofferenza».
Appena si guarda attorno, fratel
Zacquini incontra molti volti conosciuti. Ma non si ferma neppure
davanti a chi non ha mai visto:
dopo qualche attimo di reciproca
esitazione, tra lo stupore delle
persone, inizia a parlare in lingua
yanomami. «Non proprio - ci corregge ancora una volta -, io parlo
yanomae. Non esiste una lingua
yanomami, ma una serie di lingue
parlate da quella popolazione.
Come: yanomamɨ, ninam, sanuma, yawari, yaroamë e yanomae, appunto quella che io ho imparato. Gli Yanomami si dividono
21 27 Roraima 1 PM LL giste MC articolo 12/09/14 15:31 Pagina 27
MC ARTICOLI
È l’ennesima conferma dell’enorme complessità di quel mondo
indigeno che noi bianchi, per ignoranza, pigrizia o presunzione,
siamo soliti considerare come un
tutt’uno, spesso dipingendolo attraverso luoghi comuni e stereotipi.
Si avvicinano due giovani, parenti
della donna. Non hanno un filo di
barba, né un pelo sul torso nudo.
Al contrario di altri, questi due
sono curiosi almeno quanto noi.
Cercano un dialogo che però è
complicato, anche perché soltanto
una minoranza degli indigeni parla
portoghese.
È la globalizzazione?
(fine prima puntata - continua)
© Carlo Zacquini
in gruppi diversi (Vaiká, Yawari, Xiriana, Xirixana, Parafuri, Sanumá,
Pakitai, Xamatari, oppure Yanomami in senso stretto), che possono avere costumi parzialmente
differenti e soprattutto parlare lingue differenti».
L’altoparlante chiama una lunga
trafila di persone. Viene detto il
nome seguito dal gruppo indigeno
di appartenenza: Luis Wapichana,
Moises Taurepang, João Makuxi,
Mariana Yanomami, Barbado
Yawari, Maranhão Xirixana, Joaquim Sanumá, Geraldo Ingarikó...
Salutiamo una giovanissima
mamma yanomami circondata da
alcuni bimbi, tutti con il naso gocciolante. Proviamo a chiedere
come si chiami. «I nomi personali
non possono essere pronunciati
ad alta voce - ci spiega fratel Carlo
-. Quelli che sentite sono nomignoli affibbiati da non-indigeni».
Nel libro The Falling Sky, lo sciamano yanomami Davi Kopenawa
ne parla con toni severi fin dalle
prime pagine: «Prima che i bianchi
apparissero nella foresta e distribuissero i loro nomi senza ritegno,
noi prendevamo i nomi che la
gente ci attribuiva. Qui da noi
mamme e papà non danno nomi
ai bambini. (...) Non ci piace
ascoltare i nostri nomi,
anche se sono i soprannomi ricevuti
da piccoli»11.
Mentre sostiamo sotto una tenda,
siamo avvicinati da due poliziotti
che ci chiedono cosa stiamo facendo. «Stiamo soltanto salutando alcuni amici. Io sono un religioso», risponde fratel Carlo. I due
uomini non sembrano convinti,
ma se ne vanno senza fare ulteriori domande.
Davanti alla tenda, c’è un campetto da calcio in terra battuta
dove, nonostante il sole a picco, si
sta svolgendo una partita. Molti
altri ragazzi - quasi tutti Yanomami
- sono ai bordi in attesa di entrare
a giocare. Tanti indossano magliette di squadre brasiliane o internazionali. Alcuni hanno scarpini
da calcio. Qualcuno potrebbe concludere che la globalizzazione occidentale ha cancellato le differenze
anche con il mondo indigeno. Per
fortuna non è (ancora) così.
Paolo Moiola
NOTE
1 - Sulla vicenda si legga: Silvano Sabatini,
Sangue nella foresta amazzonica, Emi, Bologna 2001.
2 - Su fratel Carlo Zacquini si legga: Il
bianco che si fece Yanomami, MC ottobre
2013.
3 - Dato Funasa del 2009, riportato da: Instituto Socioambiental (Isa), Diversidade
Socioambiental de Roraima, São Paulo
2011, pag. 13.
4 - Ad agosto 2014 il governo ha fatto conoscere un progetto per privatizzare il sistema della salute indigena. Grande
preoccupazione è stata espressa dalle organizzazioni indigene e dal Cimi.
5 - Fonte: http://portalsaude.saude.gov.br.
6 - Orçamento da Saúde Indígena 20082014, presentazione di Antonio Alves, segretario della Sesai, ai delegati indigeni, Boa
Vista 22 agosto 2014.
7 - Si legga: La salute non passa dalla maloca, MC ottobre 2011 (sulla Casai di Atalaia
do Norte, stato di Amazonas); La banalità
del morire, MC novembre 2012 (sulla Casai di
Rio Branco, stato di Acre).
8 - Roberto Antonio Liebgott, Atenção à
saúde indígena no Brasil: uma realidade
devastadora, in Cimi, Relatorio Violência
contra os Povos Indígenas no Brasil. Dados de 2013, pag. 20.
9 - Irânia Ferreira Marques (Sesai), Subsistema de atenção à saúde indígena, relazione al 5.o Congresso brasiliano e internazionale di telemedicina e telesalute, novembre 2011.
10 - Fonte: João Fellet, BBC Brasil, su amazonia.org.br, 24 febbraio 2014.
11 - Davi Kopenawa - Bruce Albert, The
Falling Sky. Words of a yanomami shaman,
Harvard University Press, 2013, pag. 18. A
Davi Kopenawa va la solidarietà nostra e
della redazione davanti alle minacce di
morte ricevute a partire da maggio 2014.
In una prossima puntata di questa serie
pubblicheremo un’intervista con il leader
yanomami.
OTTOBRE 2014 MC
27
Author
Document
Category
Uncategorized
Views
0
File Size
1 845 KB
Tags
1/--pages
Report inappropriate content