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EDUCAZIONE alla MEMORIA STORICA
CINEFORUM
_Il PREZZO della PACE e della LIBERTA’_
Auditorium Cappelli
16 dicembre 2014
“Signor colonnello: Sono il tenente Innocenzi.
Accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!”
“Mica ci arrivo a casa.”
“E come no? Ti ci porto io, in braccio!
Eh, altro che licenze questa volta... Congedo illimitato!”
Tutti a casa, 1960
Martedì 16 dicembre 2014, le classi 2^ e 3^ della Scuola Secondaria di 1° grado dell’Istituto
Comprensivo “A. R. Chiarelli”, hanno partecipato al 3° ed ultimo incontro della Rassegna di
Cineforum “Il Prezzo della Libertà e della Pace”, a cura dell’Università del Tempo Libero
di Cisternino (BR) e della Federazione Italiana Associazioni Partigiane.
Gli alunni, accompagnati dai rispettivi docenti e dalla prof.ssa Maria Pia Pugliese,
referente del Progetto “Educazione alla Memoria Storica”, hanno preso visione del film del
1960 “Tutti a Casa” con Alberto Sordi, Eduardo De Filippo e Serge Reggiani, per la regia
di Luigi Comencini, musiche di Francesco Lavagnino.
In apertura i relatori, prof. Mario Gianfrate, prof.ssa Gianna Caroli e l’avv. Laura Fano,
Associazione Schiavi di Hitler, hanno illustrato con dovizia di particolari il quadro politico
e militare italiano all’indomani dell’Armistizio dell’8 settembre 1943, dal quale si dipana
la storia raccontata nel film “Tutti a casa”.
Il protagonista è Alberto Sordi, già interprete de “La Grande Guerra”, 1959 di Monicelli,
che torna in divisa, stavolta ai tempi del secondo conflitto mondiale, ad impersonare, come
sua consuetudine, il volto umano con pregi e difetti dell'italiano medio.
In Veneto, durante la Seconda Guerra Mondiale, il sottotenente Innocenzi comanda il
proprio reggimento dimostrandosi un ufficiale ligio al dovere. L'8 settembre 1943 viene
inviato nei pressi della caserma per compiere un'esercitazione. Poco dopo la sua partenza la
radio annuncia la firma dell'armistizio decisa dal governo Badoglio, che pone fine allo stato
di belligeranza dell'Italia contro gli Alleati. Al suo ritorno Innocenzi trova la caserma
distrutta e abbandonata, e scopre con stupore che i tedeschi gli sparano contro.
I suoi superiori non sono in grado di fornirgli istruzioni precise. Egli cerca allora di
raggiungere con la sua truppa un altro reggimento, ma i suoi uomini si danno alla fuga
approfittando dell'oscurità di una galleria. Con lui rimane soltanto il soldato Ceccarelli che,
potendo beneficiare di un permesso di convalescenza, desidera ritornare a Napoli dai suoi
familiari.
Quando Innocenzi si rende conto che l'esercito italiano è completamente allo sbando, decide
di fare come tutti gli altri: ritornare a casa propria. Si mette quindi in viaggio verso Roma, in
compagnia di Ceccarelli e di altri due soldati. Alcuni contadini procurano loro abiti civili e,
dopo varie avventure, Innocenzi e Ceccarelli riescono a raggiungere Roma. Di fronte al
rischio di essere costretti a unirsi all'esercito fascista del Nord, i due uomini si danno
nuovamente alla fuga e riescono a raggiungere Napoli, ma vengono arrestati dai tedeschi
che li costringono a lavorare alla rimozione delle macerie.
Durante lo svolgimento del lavoro Innocenzi riesce a fuggire insieme a un gruppo di
prigionieri. Grazie alla complicità di un sacerdote, i fuggiaschi si nascondono nel campanile
di una chiesa e da questo osservatorio assistono all'arrivo di un gruppo di partigiani che si
scontra con i tedeschi.
Innocenzi scorge allora Ceccarelli, disteso al sole dopo essere stato ferito durante un
tentativo di fuga. Senza esitare abbandona il proprio rifugio per soccorrerlo, ma poco dopo
l'uomo muore tra le sue braccia. Innocenzi si unisce allora a un gruppo di partigiani,
s'impadronisce di una mitragliatrice e inizia a sparare. È il 28 settembre: ha inizio
l'insurrezione di Napoli.
I drammatici avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale sono stati affrontati in
numerosi film italiani. Pochi di essi, tuttavia, sono riusciti a rappresentare la complessità di
quanto avvenne nell'estate del 1943, periodo di transizione che vide la caduta del fascismo
e la nascita del regime di Salò nel Nord del Paese, mentre i tedeschi occupavano Roma e il
Re Vittorio Emanuele III, con il governo presieduto da Badoglio, fuggiva a Brindisi. Due
film fecero da battistrada in questo senso, “Estate violenta”,1959 di Valerio Zurlini e “Tutti
a casa”, 1960 di Luigi Comencini.
Nella prefazione alla sceneggiatura del suo film Comencini scrisse: “Tutti a casa non è un
film di guerra. È un viaggio attraverso l'Italia in guerra compiuto da quattro uomini allo
sbando (quattro 'stupidi' senza soldi) che vogliono ritornare a casa. Sordi non è un
vigliacco, ma un ufficiale che tiene immensamente al proprio grado e che fino alla fine
cerca di compiere quello che ritiene il proprio dovere. L'unico problema è che, senza
saperlo, non ha capito nulla”.
Nel suo tentativo di immergersi nella storia recente del Paese, Comencini non scelse certo la
strada più facile: nell'Italia del 1943 la confusione era enorme dopo la destituzione di
Mussolini e la scissione dell'Italia in fazioni opposte e in territori dallo statuto precario.
L'Italia divenne teatro di una guerra civile tra fascisti e antifascisti e luogo di scontro tra gli
occupanti tedeschi e gli Alleati appena sbarcati. La popolazione, scossa in tutti sensi, faceva
fatica a seguire il corso degli eventi e ad adottare un comportamento razionale. Nel
settembre 1943, dopo l'armistizio, l'Italia mutò schieramento e cadde in preda alla peggiore
confusione: i tedeschi, fino a quel momento alleati, diventavano improvvisamente nemici. I
soldati, in mancanza di istruzioni precise, non sapevano cosa fare; un'unica idea pervadeva
le loro menti: ritornare a casa.
Innocenzi incarna l'ufficiale di riserva improvvisamente costretto a prendere decisioni di sua
iniziativa, mentre fino a quel momento il fascismo gli aveva insegnato soprattutto a
obbedire senza porsi domande. Di fronte alle proprie responsabilità egli scopre la
necessità di agire. Partendo dunque dal drammatico tema del "passaggio dalla guerra
subita alla guerra popolare" ‒ secondo le parole di Comencini ‒ il regista costruisce un
film che gioca costantemente sui cambiamenti di tono, oscillando tra il dramma e la farsa.
Ma non si tratta di un artificio formale, visto che gli improvvisi mutamenti di registro
restituiscono in modo del tutto adeguato gli aspetti grotteschi o ridicoli presenti anche nelle
situazioni più dolorose.
Per esprimere in modo emblematico la visione di un popolo che deve imparare di nuovo a
vivere, Comencini inventa un personaggio al quale Alberto Sordi presta il proprio
eccezionale talento di 'povero diavolo' costantemente superato dagli avvenimenti: lo
sguardo smarrito dell'attore, dell'uomo abituato dal regime politico a rinchiudersi nel
proprio guscio, è attraversato dall'entusiasmo, dall'esitazione, dallo stupore e infine da una
reazione coraggiosa. Nel farsi carico di una presa di coscienza che in un primo momento è
soltanto una reazione affettiva priva di basi ideologiche, il personaggio di Sordi raggiunge la
dimensione di un archetipo umano.
In conclusione, il prof. Gianfrate ha invitato tutti gli alunni a ricercare in ambito domestico
documenti, oggetti ed informazioni sui propri parenti coinvolti nella drammatica esperienza
di guerra, affinchè il loro sacrificio diventi per le nuove generazioni messaggio di libertà e
di pace e culto della memoria.
A tal proposito, egli ha consegnato alla memoria della nostra scuola la Storia Partigiana di
sua madre Amalia.
Nell’anniversario della Liberazione
…dirò di mia madre, Amalia.
Ripeteva spesso: “Quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto perché sentivamo di farlo,
malgrado i rischi. Ma ho l’impressione che molti abbiano dimenticato”. Per questo parlerò
di lei.
Inizierò dall’epilogo, da quella immemorabile giornata dell’aprile 1945. A Torino è stato
dato l’ordine che sancisce l’inizio dell’insurrezione per l’una – in codice, “Aldo dice 26x1”
-. Sulla città, dalle diverse vallate, confluiscono i partigiani.
Mia madre ha preso posto nell’ultima camionetta della lunga fila, tra il conducente del
mezzo e un giovane partigiano. Poco fuori il paese li attende un’imboscata dei
“repubblichini”; alcune raffiche di mitragliatrice e quel giovane partigiano cade riverso,
con il volto rigato di sangue, tra le braccia di mia madre. La camionetta inverte la marcia e
fa ritorno al paese per andare a seppellire quell’ultimo caduto dal nome ignoto, morto per
la Patria.
Mia madre non aveva a quel tempo una coscienza politica. La sua era stata una educazione
cristiana, non bigotta; ma è chiara in lei la consapevolezza di un impegno in prima persona
– quali che ne siano le conseguenze e i pericoli – per scacciare i tedeschi e i fascisti che
imperversano nella zona.
E’ staffetta partigiana, tiene cioè i collegamenti tra le diverse bande operanti nel territorio.
Ha avuto lei l’incarico di avvisare i giovani rimasti in paese, a Boves, che è in procinto un
rastrellamento da parte dei fascisti e dei tedeschi. Viene però preceduta. In prossimità di
Boves vede il fumo delle cascine incendiate, delle stalle nelle quali sono rinchiusi gli
animali che bruciano vivi. Riuscii a farla scrivere: “Iniziarono ad interrogare la gente
radunata nella piazza del paese, per sapere dove si nascondessero i partigiani ma nessuno,
malgrado gli schiaffi ed i calci, rispose alle loro domande. Fu allora che i tedeschi, ma
soprattutto i repubblichini di Salò che portavano il teschio sul loro fez, sfogarono la
propria rabbia sparando ed uccidendo gente inerme”.
Scene raccapriccianti in cui si imbatterà spesso, come nella giornata del Corpus Domini
1944 a Bagnolo Piemonte: “Presero quattro giovani di diciotto, diciannove anni e li
impiccarono ai balconi, mani e piedi legati, ma anziché usare la corda li appesero con quei
grossi ganci che usano i macellai per appendere la carne, conficcati nel collo. Dopo
parecchie ore, quando i fascisti andarono via e ci potemmo avvicinare, uno dei quattro
partigiani, nome di battaglia Genova, ebbe ancora la forza di invocare “mamma””.
Più volte fermata, a lungo interrogata, tenuta in ostaggio riesce a fuggire con l’aiuto di uno
storpio che è in realtà un partigiano; nasconde per mesi un giovane militare meridionale –
che poi diviene suo marito, mio padre – sbandato dopo l’8 settembre e che non ha aderito,
come obbligano i bandi pubblici, alla RSI, fin quando la delazione di una spia fascista lo fa
catturare e deportare nel campo di concentramento Dachau.
Aveva ancora tanta rabbia dentro da alterarsi perché la scuola non insegna ai giovani
questa gloriosa pagina di storia recente che è la Resistenza. Temeva che gli anziani
avessero dimenticato e i giovani non sapessero.
Ho parlato di lei non per rinfocolare odio ma perché nessuno dimentichi che tutto ciò è
potuto accadere, che tanti giovani un giorno, senza nulla chiedere e nulla pretendere,
salirono sulle montagne, lottarono, caddero dinanzi ai plotoni di esecuzione o nei lager
tedeschi, per riconquistare la perduta libertà e per riscattare l’Umanità dalla vergogna e
dal terrore in cui il fascismo e il nazismo l’avevano gettata.
Prof. Mario Gianfrate
“Quello muore…”
“E che vuoi fare?”
“… Non si può stare sempre a guardare”
Tutti a casa, 1960
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