Premio Parthenope - Liceo Mazzini Napoli

Premio Parthenope
Giovani talenti per la Città
IV Edizione - 2013-2014
Napoli, città del futuro
Coordinamento redazionale
e progetto grafico:
Elio de Rosa editore
In copertina:
Il futuro non è scritto
di Gianmarco Capezzuto
Finito di stampare nel mese di Maggio 2014
© 2014 Elio de Rosa editore - Tutti i diritti riservati - Riproduzione vietata
80133 Napoli - Piazza Matteotti, 7 - Tel. 081.552.92.47 - Fax 081.790.1965
00195 Roma - Piazzale Clodio, 14 - Tel. 06.3972.1038 - Fax 06.3972.3543
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Sommario
Saluto del Presidente.............................................................................5
Introduzione di Pasquale Malva .........................................................7
Giudici e giudicati di Mauro Giancaspro ............................................9
Nota dell’editore di Elio de Rosa ........................................................11
NARRATIVA
Una Margherita per Napoli di Sara Rosa Napolitano .......................15
(un) Sospeso di Ferdinando Genovese...............................................23
Napoli in un click di Serena Durante .................................................27
Napoli: ritorno al futuro di Flaminia Clemente .................................35
Ci sarà una volta Napoli di Ludovica Fontanella...............................39
La scatola della speranza di Alessandra Gallucci ..............................43
Un nuovo inizio di Michele Gilostri ....................................................47
Nel silenzio del tramonto di Vittorio Mocerino .................................55
La strada giusta di Marisa Pesaola ....................................................63
Pasta la revoluciòn, siempre di Lorenzo Porcelli ...............................69
GIORNALISMO
Una nuova ripartenza per Napoli di Chiara Varricchio ....................79
Una città proiettata verso il futuro di Federica Palumbo ..................81
Il futuro di Napoli ricomincia dalla solidarietà di Edoardo Rocco....85
FOTOGRAFIA
Il futuro non è scritto di Gianmarco Capezzuto ................................93
La prima pietra di Enrica Greco.........................................................94
Oltre le macerie di Emanuela Falcone ...............................................95
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Il Rotary rappresenta un'organizzazione no profit che ha a cuore
progetti per migliorare la qualità della vita dei cittadini del mondo
sostenendo la pace, la cultura, l'approvvigionamento di acqua e cibo,
la salute, la scolarizzazione. Il Rotary Napoli Posillipo da quattro anni
porta avanti un progetto per incentivare le giovani intelligenze a migliorare le loro attitudini nel campo della narrativa, del giornalismo
e dell'arte della fotografia, istituendo il progetto Parthenope- Giovani
talenti per la città, dedicato ai ragazzi delle scuole superiori della nostra città.
La enorme partecipazione al progetto ci spinge a continuare nella
nostra opera di affiancamento agli insegnanti, ai genitori e all'istituzione scolastica regionale, sostenendo questo evento ideato e promosso dal nostro socio e past president Benedetto Gravagnuolo.
Un ringraziamento a Pasquale Malva che dall'istituzione del Premio Parthenope investe tempo e risorse in sostegno dei nostri giovani
talenti e a tutta la squadra dei giurati che hanno avuto l'onere e
l'onore della scelta dei migliori studenti.
Con l'augurio che i nostri premiati si facciano onore in Italia e nel
Mondo.
Grazie Rotary!
Annamaria Colao
Presidente 2013-2014
Rotary Napoli Posillipo
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Introduzione
Un mare di creatività: potrebbe così sintetizzarsi l’afflusso record
di partecipazione alla IV edizione del Premio Parthenope- Giovani
talenti per la città- che anche quest’anno il Rotary Club Napoli Posillipo, in collaborazione con Elio de Rosa editore, ha voluto promuovere e destinare agli studenti degli Istituti superiori di Napoli ,
coinvolgendoli in una “singolar tenzone” nel campo della narrativa,
del giornalismo e della fotografia.
I Rotariani del Posillipo, guidati dall’attuale presidente Annamaria Colao, hanno voluto proseguire e rinnovare l’idea del nostro
amato e compianto Benedetto Gravagnuolo, che alcuni anni fa volle
offrire ai nostri giovani l’opportunità di cimentarsi in una sfida esaltante di grande spessore culturale. Il Premio Parthenope, avvalendosi come sempre del patrocinio morale della Direzione Generale
Scolastica della Campania, dell’Assessorato alla Cultura del Comune
di Napoli, della Camera di Commercio, Industria ed Artigianato di
Napoli, a cui si affianca quest’anno la Direzione della Biblioteca Nazionale di Napoli, ha visto un’adesione convinta di oltre trenta scuole
napoletane ed ha mobilitato le energie positive di circa centocinquanta alunni di varia provenienza e formazione su di un tema beneaugurale: Napoli, città del futuro.
L’entusiasmo dei nostri giovani è un segnale significativo di resistenza, non solo morale, per sfatare e confutare un’immagine della
città di Napoli offuscata, mai come in questo periodo, da episodi di
violenza e di degrado. Resistenza ad un luogo comune che vuole erroneamente accomunare in un giudizio di superficialità, di pigrizia,
di insensibilità i giovani che , al contrario, sollecitati ad impegnarsi
in una sana competizione, gettano il cuore oltre l’ostacolo in vista del
raggiungimento di un traguardo, che non è soltanto di natura premiale ma legato soprattutto ad un riconoscimento delle loro compe7
tenze espressive, artistiche e creative da parte di una giuria altamente
qualificata.
Come coordinatore del Premio Parthenope-Giovani talenti per la
città mi corre l’obbligo di ringraziare, oltre che la Presidente pro tempore del Rotary Posillipo, il Direttore della Biblioteca nazionale,
l’Editore che ha curato la pubblicazione delle opere premiate e menzionate, l’Hotel Santa Lucia e lo staff che ha reso possibile questa
quarta edizione.
Un vivo ringraziamento ai colleghi Dirigenti scolastici, ai docenti
degli Istituti partecipanti e soprattutto ai nostri giovani studenti, veri
protagonisti di questa splendida avventura.
Un grazie speciale per l’impegno profuso nella selezione delle
opere va alle giurie, composte da Beatrice Cecaro, Mauro Giancaspro
e Aldo Putignano per la narrativa; Ottavio Lucarelli, Massimo Milone
e Armida Parisi per il giornalismo; Fabio Donato, Luciano Ferrara e
Sergio Riccio per la fotografia.
Un arrivederci all’edizione del 2015.
Pasquale Malva
Coordinatore del Premio Parthenope
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Giudici e giudicati
Ecco cosa succede a proporre ai nostri ragazzi di scrivere un racconto ambientato nella Napoli di oggi. Succede che la città, con la
sua sfiorita e inutile bellezza, con le sue inguaribili ferite e i suoi irrisolvibili problemi, prenda il sopravvento sulle vicende raccontate.
Il che, di per sé, non è un male, anzi: molti grandi scrittori, come Alberto Savinio e Italo Calvino, solo per citarne due, ci hanno abituato,
in forme diversissime e parimenti affascinanti, ad avvertire la città
come corpo vivente con i suoi odori e i suoi sentimenti, o come veri
e propri fantasmi.
Ascolto il tuo cuore città e Le città invisibili
sono i tioli di due opere che hanno lasciato un segno indelebile nel
nostro immaginario urbano e nel rapporto simpatetico, di odio o di
amore per una città, che sia o meno quella nativa, quella in cui viviamo o quella della pura fantasia.
Ma succede anche che i ragazzi, come sempre in buona fede, non
facciano alcuno sconto a chi nel tempo ha ridotto Napoli in un posto
dal quale fuggire e nel quale ritornare dopo molto tempo con tanta
speranza che qualcosa sia cambiato in meglio, per verificare, alla fine,
che nonostante tutto, non è cambiato niente.
Infatti una delle formule narrative ricorrenti, in queste giovanissime opere, variamente e diversamente sfociate negli esiti imprevedibili suggeriti dalla fantasia, è quella dell’allontanamento dalla
città, per lavoro, per studio, per amore, per bisogno di viaggiare. Si
tratta per lo più di un abbandono, definitivo o provvisorio, al quale
si contrappunta il ritorno, anch’esso provvisorio o definitivo, nel
corso del quale si rivede la propria città e si mette a confronto ciò che
si vede con ciò che si ricorda. Perché ricorre questa formula? Probabilmente perché c’è nei ragazzi il desiderio di fuggire da questa inquieta e difficile città, senza la certezza di non mettervi più, ma con
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la tacita speranza che al ritorno sarà cambiato qualcosa. Questo desiderio, diffusissimo tra i ragazzi che hanno scritto, anima diverse vicende, di volta in volta appassionate e dolenti, ironiche e disincantate,
gioiose e sorridenti, rapide e concise quasi a ritmo di rap.
Altra formula ricorrente è quella della proiezione nel futuro che
parimenti manifesta il fastidio della città contemporanea che sollecita il bisogno fantastico di vederla da un futuro nel quale Napoli
potrà essere diventata vivibile, pulita e organizzata.
Una terza, ancora: quella di affidare la testimonianza al nonno o
alla nonna che ricordano tempi migliori.
E certamente ci sono tanti altri espedienti e tante altre fantasiose
articolazioni e ambientazioni narrative.
Ma tra tante varianti e costanti, c’è alla base, quasi di tutti i racconti costruiti ora con il taglio del romanzato breve, ora con l’impronta del thriller, ora con un’impronta agilmente cronachistica, il
rifiuto della città per le condizioni in cui vive, rifiuto esasperato, più
che mitigato, da un profondo attaccamento a Napoli e dalla convinzione che l’antica capitale di un regno possiede, in fondo, certamente
tutti i numeri per ridiventare capitale europea.
Questa edizione del premio Partenope ha messo i giurati, bisogna
riconoscerlo, non solo nella sempre difficile condizione di dover fare
graduatorie e scegliere, ma anche e soprattutto in una sorta di disagio; perché ci si è resi conto che mentre noi giudichiamo il loro modo
di scrivere, essi giudicano quelli della nostra generazione per quello
che hanno fatto di questa città: e il loro giudizio, c’è poco da stare allegri, è assai poco lusinghiero.
Mauro Giancaspro
Presidente della Giuria
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Nota dell’editore
È un doppio piacere per me contribuire alla IV edizione del Premio Parthenope – Giovani talenti per la città – che anche quest’anno
il Rotary Club Napoli Posillipo promuove, in primo luogo per la mia
appartenenza al Club, poi per la mia vocazione di editore attento a
tutto ciò che di positivo e di creativo nasce e si sviluppa nella nostra
città.
È mia sincera speranza che questo piccolo riconoscimento dell’impegno e del talento degli studenti coinvolti, ed anche di tutti coloro che hanno partecipato ma che non è stato possibile includere in
questa piccola antologia, sia un incoraggiamento a fare sempre più e
sempre meglio, per poter poi affrontare al meglio un ingresso nella
vita reale che per loro sarà particolarmente impegnativo.
Elio de Rosa
Editore
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NARRATIVA
GIURIA
Beatrice Cecaro, Mauro Giancaspro, Aldo Putignano
NARRATIVA
Primo classificato
Sara Rosa Napolitano
Liceo Classico Vittorio Emanuele II - Classe II B
Una scrittura matura e coinvolgente che coniuga con amore il desiderio di sognare e una visione lucida di quel che ci circonda.
Secondo classificato
Ferdinando Genovese
Liceo Classico Jacopo Sannazaro - Classe I E
Parole intime e intense, pregne di sensazioni forti e contrastanti,
narrano di una Napoli nascosta e preziosa che non si vende ma si
dona solo a chi riesce ad accarezzarla.
Terzo classificato
Serena Durante
Liceo Scientifico Elio Vittorini - Classe III M
Un incantesimo in cui si mescolano realtà e fantasia, luci ed ombre,
in un delicato sovvertimento.
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Una Margherita per Napoli
Sara Rosa Napolitano
Stava lì, fissava il foglio, ma niente. Il bianco sconcertante di quelle
pagine vuote le metteva ansia. Niente, ecco cosa le veniva in mente: il
vuoto. Era in cerca di nomi, situazioni ed eventi, ma nella sua mente
girovagavano pensieri senza meta, senza destinazione, un insieme disordinato di parole messe a caso a cui cercava di dare un senso, ma
più ci provava e più le sembrava impossibile. Napoli, città del futuro:
questo il tema. In fondo, si diceva, che le importava del futuro di quella
città? Tanto un giorno se ne sarebbe andata, il tempo di finire gli studi
e via di lì, via da quella città senza un domani. Ecco, senza un domani,
appunto, senza futuro: come avrebbe fatto a scrivere di una Napoli del
futuro se non esiste? Intanto la data di scadenza per la consegna degli
elaborati si avvicinava e nel frattempo Margherita pensava che le sarebbe tanto piaciuto vincere quel premio, ma più passava il tempo e
più quel sogno pareva rimaner tale. «Scrivi di una Napoli apocalittica,
le catastrofi piacciono a tutti, sono avvincenti!» Così le avevano suggerito, ma le pareva assurdo, tra l’altro ci aveva già pensato Cappuccio
– non un principiante, ecco – e sicuramente gli era riuscito così bene
che riproporre quel tema sarebbe stato solo sconveniente. Tra l’altro
tutta questa “apocalitticità” non la convinceva per niente: avevano
frainteso, avevano preso il tema troppo alla lettera, il futuro non era
domani, il futuro era già oggi, lei questo lo sapeva, ma le pareva comunque difficile associare quel tipo di futuro a quel tipo di città e più
ci pensava e più perdeva le parole. Spense quel caos che aveva in testa
nel momento in cui decise di lasciar perdere carta e penna. «I racconti
si scrivono vivendoli» Si disse, una volta presa la decisione di fare un
giro in centro. È impossibile scoprire tutta Napoli nell’arco di una vita
intera, figurarsi in una sola giornata! Margherita sapeva anche questo,
d’altronde non voleva scoprirla tutta quella città, voleva solo trovare
un posticino, un angolo, un pezzo di futuro da raccontare. Prese la bi15
cicletta ed uscì. Piazza Dante, Port’Alba, via San Sebastiano, davanti
alla sua scuola, poi verso piazza del Gesù e ancora in direzione di piazza
Monteoliveto. Niente. Vicoli stretti che, come affluenti di un grande
fiume, sfociano tutti in via Toledo, poi piazza del Plebiscito fino al lungomare. Niente. Trovò storia, mare, sapori e gente che già conosceva,
ma niente di più. Così rifece la strada a ritroso e passò per la bottega
del nonno. Tornitore: un mestiere che non fruttava più, un lavoro antico, senza futuro, come quella città. Margherì lo salutò ed un sorriso
enorme l’accolse in quell’umile riparo, quella botteguccia che vedeva
in suo nonno la terza o quarta generazione di tornitori. Parlavano
molto Peppe e Margherì, o meglio lui parlava, lei gridava, chè era
l’unico modo per farsi sentire da quel vecchietto vigoroso. «Nonno,
devo scrivere una storia, ma non so che scrivere!» L’anziano uomo alzò
il capo con lo stesso sorriso di prima ancora stampato sul volto: «Eh,
ma tu si brava!» Margherì rivelò i propri denti in un sorriso riconoscente e si rese conto che suo nonno non avrebbe potuto aiutarla:
quell’uomo che ne poteva sapere del futuro? Com’era giusto che fosse
tra l’altro. Quando quella tornò a casa si convinse che durante le vacanze pasquali imminenti avrebbe avuto l’illuminazione: niente scuola,
nessun impegno ed una maggiore tranquillità avrebbero contribuito
alla stesura di quel racconto che stentava a nascere. Trascorse qualche
giorno e, nella monotonia di quel mercoledì che precedeva il giovedì
santo, Margherita provò a rimettere in mano carta e penna, così, sperando che un’idea avrebbe riempito tutto quel bianco. Appena due secondi dopo qualcuno bussò alla porta. Aprì. Era sua madre con almeno
quattro buste della spesa. «Mamma, non mi viene proprio niente in
mente, la storia della catastrofe e del Vesuvio che erutta non mi piace
proprio. Io voglio raccontare la realtà, ma la realtà è davvero pessima,
la realtà è che non esiste una Napoli del futuro!» I carciofi e i funghi
in barattolo nella dispensa, il latte e la panna in frigo, poi la frutta fresca nel cestello e… «Scrivi la realtà allora» Ancora cibo da mettere a
posto, poi bagnoschiuma e balsamo per capelli, ma adesso anche Margherita dava una mano, «Ma non vincerò quel maledetto premio se
racconto le cose come stanno! A chi piace sapere che non c’è niente di
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buono in questa città?!» Due confezioni di carta igienica e un pacco di
fazzoletti. Questo va lì, questo va qua e ancora: «Marghe, io credo che,
in fondo, qualcosa di buono ci sia anche qui. Non parlo della storia,
dei panorami e dei monumenti che il mondo ci invidia: io parlo della
gente, qua c’è la gente del futuro, quella che ogni giorno costruisce il
domani di questa città, bisogna solo scovarla!»
Ancora combattuta e titubante, Margherita perse un po’ di speranza, la stessa che, in vista di una probabile vittoria, l’aveva accesa
quando decise di partecipare a quel concorso. Non era il denaro ad
averla motivata, ma quel riconoscimento, quella possibilità di dimostrare a tutti quanto valesse. Eppure iniziava a dubitare di se stessa,
delle sue capacità. Non trascorse molto tempo quando Margherita scoprì che, dopo tutto, non avrebbe dovuto guardare così lontano per trovare quella gente, quelle persone di cui sua madre parlava. Cominciò
a rendersene conto il martedì seguente, dopo un temporale che aveva
profumato l’aria di muschio e terriccio bagnato. Sua zia, la sorellastra
di sua madre, abitava nei pressi dei quartieri spagnoli, in un piccolo
stabile pregno di muffa e dalle scale ripide. «Entrate care,» Un paio
d’occhiali grandi e tondi, una chioma bruna ed un nasino sporco di farina le si presentarono sull’uscio della porta, mentre un acre odore di
bruciato invase dapprima le narici di Margherita, poi anche quelle di
sua madre. «Si sente un buon profumino, non è vero? Sto preparando
un dolce allo yogurt davvero delizioso!» E, nemmeno il tempo di concludere, già si trovava in cucina, fra mestoli e contenitori vari, in cerca
di un guanto e una presina per sfornare quel dolce dall’aspetto tutt’altro che delizioso. Ecco che, da una teglia rotonda, un ammasso bruciacchiato di farina, zucchero, yogurt e chissà quali altri ingredienti si
ergeva come a voler scoprire il mondo oltre la stessa casseruola. Margherita non riuscì a frenare un risolino, uno di quelli che sfuggono nonostante le labbra serrate, il quale le costò un buffetto dietro la nuca
da parte di sua madre. A quel punto la zia rise rumorosamente: «Va
bene, l’aspetto non è il massimo, l’ho lasciata troppo tempo in forno,
ma ti assicuro che, per il resto, ho seguito per filo e per segno le indicazioni che dà questa ricetta,» disse zia Maria mostrando una rivista
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«non un grammo di zucchero in più, non uno in meno!» Questa simpatica parentesi lasciò, per un po’, il sorriso stampato sul volto delle
tre donne che, accomodatesi su di un vecchio divano in soggiorno, cominciarono a parlare del più e del meno. Zia Maria era vecchia ma non
troppo, bella ma non troppo, svampita, troppo; due occhi verdi e grintosi testimoniavano una vitalità ed una forza d’animo notevoli. Quella
donna, difatti, aveva cresciuto da sola suo figlio, quello che, nonostante
i trent’anni passati, rimaneva ancora “il piccolo”, e che riusciva a darle
sempre mille soddisfazioni. «Fabio mio,» cominciò «proprio ieri, per
l’ennesima volta… ah, piccolo mio!» A metà tra l’amarezza per l’accaduto e l’orgoglio per il figlio, la zia iniziò a raccontare ogni cosa con
minuzia di particolari: «Ecco, sarà stata almeno la quarta volta, ma
mica s’è lasciato scoraggiare, anzi! Un grande e grosso “recchione”
sulla saracinesca, uno schifo! Che ignoranza, che ignoranza!» E aveva
ragione zia Maria, ignoranza era il termine più adatto: l’ignoranza
porta alla paura e la paura all’odio e alla repulsione. Omofobia: lo dice
la parola stessa, “paura dell’uomo”, ecco cos’era, paura dettata dall’ignoranza e dalla disinformazione. Ma Fabio, come diceva anche la
zia, non s’era lasciato scalfire da quelle parole d’odio e, anzi, questa
volta non si era limitato a cancellarle, ma le aveva trasformate in
un’ironica provocazione. “Anche simpatico, bello e single” aveva aggiunto. Ora la saracinesca del suo negozio di intimo poteva dirsi sicuramente la più originale di via Foria e, chissà, magari per un po’ non
avrebbe avuto a che fare con uno o più anonimi idioti. Intanto, tra un
sorso di caffè e l’altro, l’attenzione cadde su di una coperta bianca e
rosa, interamente realizzata dalla zia con l’uncinetto. «Questa mi piace
di più dell’altra!» Affermò Rosa – sì, era così che si chiamava la madre
di Margherita –, mentre la sorella continuava, animatamente, a sostenere il contrario: «Questa è bella, sì, ma niente in confronto all’altra,
così piena di colori! Con quei decori che ho fatto, poi… un amore! La
signora Giuseppina mi ha detto che la vuole assolutamente comprare,
hai capito? Quella! Quella pidocchiosa, chella spilorcia…» Aggiunse,
alzando il tono della voce «Vo’ dicere ca ‘a cupèrta tene valore, no?»
Margherita rise di nuovo, questa volta insieme con la madre e senza
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provare a trattenersi. Tuttavia come darle torto? E non s’intende riguardo la tirchieria della signora Giuseppina, o almeno non solo, bensì
sulla bellezza di quelle coperte fatte a mano, con quei giochi di colore
e quelle fantasie geometriche così particolari. Maria e Rosa l’avevano
imparato dalla loro nonna paterna: era un’arte, quella dell’uncinetto,
che apparteneva al passato, ma che forse avrebbe avuto modo di non
estinguersi attraverso le nuove generazioni, magari, attraverso Margherita. D’un tratto un bip, ecco, un sms: “Magghi, domani da me allora?” Era Valeria, compagna di classe, amica di sempre. La risposta
fu un “sì” secco, da sms, seguito da una faccina sorridente. Così comunicano i giovani: risposte brevi e coincise, domande che vanno subito
al punto, frasi sconnesse, segmenti, assenza di connettivi; e come scrivono, così vivono, passando velocemente da un discorso all’altro, tralasciando i “poiché” o i “semmai”, abituati alla rapidità della rete, alla
possibilità di aprire, con un click, una nuova pagina, di accedere a un
nuovo sito internet. «È ora di andare… ah, quasi dimenticavo, devo
anche comprare due cosine al supermercato!» Così dicendo, Rosa risvegliò – si fa per dire – sua figlia, ancora attaccata a quel telefono cellulare, dunque presero ciascuna il proprio spolverino, salutarono
Maria e s’avviarono verso il supermercato di sempre, quello vicino
casa. Reparto ortofrutta, una lattuga e mezzo chilo di pomodorini,
l’una dalla Spagna e quelli dalla Sicilia: ormai, dopo lo scandalo della
terra dei fuochi, dopo la paura per Margherita, Rosa aveva preso l’abitudine di controllare sempre la provenienza dei prodotti agroalimentari, assicurandosi che provenissero da qualsiasi parte dell’Italia o
dell’Europa, ma non da lì. Camorra, clan dei Casalesi, sversamento illegale di rifiuti tossici, inquinamento delle falde acquifere, diossina,
alto tasso di tumori, bonifica dei territori: i telegiornali e i quotidiani
ne parlavano da tempo e tante manifestazioni erano già state fatte, ma
intanto l’orgoglio napoletano, ancora una volta, era stato offeso dalla
corruzione e dalla criminalità; e nel frattempo si moriva, si moriva di
camorra e nel silenzio di un Paese codardo e corrotto. Intanto arrivarono alla cassa, madre e figlia, l’una che pagava, l’altra che imbustava,
il solito “gioco di squadra”. Quella sera trascorse in fretta e Margherita
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si lasciò andare a un sonno senza sogni, profondo e rigenerante. Il
giorno successivo, poi, poté avere una nuova testimonianza di quella
Napoli ancora viva, quella Napoli che ancora combatte per il domani:
accadde proprio in compagnia di Valeria, tra i vicoletti del centro storico. «Passiamo un attimo da Anna, dai, è da un po’ che non la vedo,
mi farebbe piacere fare due chiacchiere…» Margherita non si fece pregare, tra l’altro la conosceva bene e trovava fosse una personcina molto
cordiale: si trattava di un’amica della madre di Valeria, una persona
piena di risorse, ricca di qualità morali e dal forte senso dell’umorismo.
La donna, una quarantenne assai minuta, accorreva qua e là, prima
da un cliente poi vicino gli scaffali, poi ancora un cliente e rieccola a
sistemare cassette piene di frutta e verdura. Anna aveva aperto un
punto vendita di prodotti biologici e gli affari parevano andare abbastanza bene: l’idea era quella di offrire ai napoletani prodotti del luogo,
genuini, sicuri, controllati. «Roba buona, questo è sicuro!» Ed aveva
ragione Anna, roba buona eccome! Le due ragazze, tuttavia, non si
trattennero a lungo per non disturbare la commerciante intenta a servire un paio di clienti, così salutarono e continuarono a girovagare per
il centro storico. «Purtroppo non c’è stato modo di chiacchierare...»
Esordì Valeria «Non è stato facile avviare l’attività, sai? Ma Anna è una
che non si arrende facilmente: si era messa in testa che avrebbe venduto prodotti biologici e l’ha fatto, tra l’altro l’orto è proprio suo, suo
e del compagno, e quante procedure, non ne hai idea! Procedure su
procedure, tanti soldi investiti, un sacco di tempo per avviare il tutto
e tantissima determinazione.» Negli occhi di Valeria si poteva leggere
una profonda stima per quella donna che l’aveva praticamente cresciuta, accompagnata in ogni fase della sua vita. Più avanti comprarono un pacco di patatine e, arrivate a piazza Luigi Miraglia, si
sedettero su di una panchina: «Che hai fatto poi con quel lavoro?
Quella roba del concorso...» La domanda fu seguita da un rumoroso
sgranocchiare «Niente, proprio niente. Non mi viene un’idea, vorrei
scrivere qualcosa di vero, ma originale, qualcosa che mostri la Napoli
di oggi in prospettiva di un domani migliore, ma mi mancano le idee…
beh, forse qualcosa… non lo so...» Qualche secondo per masticare
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un’ultima patatina e poi Valeria: «Senti, perché non fai un’intervista
ad Anna? Potrebbe essere un buon inizio, no? “Il biologico, agricoltura
del futuro”: l’ho letto da qualche parte su internet, potrebbe andare!»
Non le piaceva, Margherita non voleva dirglielo, ma non ne era convinta: ecco, l’idea non era niente male in verità, raccontava una piccola
grande realtà napoletana, questo sì, ma non tutto, una sola parte e non
abbastanza. Margherita voleva far vedere di più, voleva mostrare ancora altro, ma come inizio, in effetti, poteva andare bene. «Mi hai dato
un’idea, potrei raccontare alcune storie di gente comune, persone che
danno a questa città un futuro diverso e migliore… sì, mi piace, ma voglio storie vere e poi non mi basta solo Anna, di chi altro posso parlare?» Le due si alzarono dalla panchina e si fecero strada tra il via vai
di gente sino a piazza Bellini, continuando a discuterne: «Non saprei…
una ricerca su internet?» Propose Valeria, suscitando il riso dell’amica
«Sì, e cosa scrivo su Google? “Napoletani per il futuro”? Magari tra le
immagini trovo pizze volanti e un Pulcinella in versione Goldrake!»
L’amica, sentitasi derisa e al contempo divertita, scosse il capo e accennò un sorrisino. Nel frattempo eccole arrivate, portoncino rosso,
secondo piano. La terza casella sul citofono riportava due cognomi:
Esposito e Della Corte. «Chi è?» La voce di Anselmo, il padre di Valeria, attraverso il citofono pareva ancor più roca, si direbbe quasi cupa.
Fu lo stesso ad accoglierle. Un uomo semplice, pochi capelli, una barba
folta e grigia, un paio d’occhialetti sul naso e due orecchie fin troppo
piccole: «Buongiorno, tutto bene? Margherita, è da un po’ di tempo
che non ti vedo, come stai? Hai trascorso una buona Pasqua?» Intanto,
occupata a preparare il pranzo, Lina si sporse appena dal muro che separava il cucinotto dal soggiorno per salutare sua figlia e l’amica. Poco
dopo si ritrovarono tutti a tavola: «Stamattina ho parlato con Gianni:
dice che sta meglio e non vuole tornare là…» Anselmo parlava alla moglie di un ragazzo della Sanità, uscito dal tunnel della droga e quello
della malavita: il padre di Valeria lavorava in una comunità di sostegno
per tossicodipendenti e giovani “difficili” e, spesso, Margherita aveva
avuto modo di ascoltare le loro storie. Qualcuno riusciva ad uscirne
davvero, qualcun altro non ce la faceva. “La debolezza e il senso di
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vuoto portano a drogarsi,” Le disse una volta lo stesso Anselmo “c’è
chi si fa di eroina, chi si uccide i polmoni con le sigarette, chi beve per
sentirsi meglio: sempre questione di debolezza!” Ed era per questo che
aveva deciso di fare quel lavoro, per dare forza a chi non ne avesse a
sufficienza. «Gianni deve capire che può esserci un futuro migliore!»
Non appena Anselmo pronunciò quelle parole, Margherita ebbe un
sussulto: aveva trovato un’altra storia da raccontare. Così, improvvisamente illuminatasi, capì cosa avrebbe dovuto scrivere, e questa volta
a mancarle non erano le parole, ma carta e penna o un computer acceso. Dopo aver mangiato Margherita e Valeria si rifugiarono nella cameretta di quest’ultima. Era fatto, era pronto, tutto già scritto nella
sua testa. Capì che poteva esserci un filo conduttore fra la vicenda di
suo cugino Fabio, la battaglia di Anna per il biologico e il continuo sostegno ai tossicodipendenti da parte di Anselmo. Adesso aveva qualcosa da raccontare, adesso che anche i capelli ricominciavano a
crescere, capì che quella città doveva avere un’altra possibilità. Ne
parlò all’amica che, entusiasta, le mise subito a disposizione il proprio
computer portatile. «Ecco, scrivi tutto!» e Margherita lo fece eccome:
scrisse dapprima della leucemia e di come fosse riuscita, grazie al supporto di amici e parenti, a non abbattersi mai; scrisse di quanto avesse
poi odiato quella città, o meglio quella gente che aveva reso Napoli una
discarica, un luogo di morte; scrisse ancora della sua rinascita, della
sua guarigione, ma anche della voglia di andar via, in un posto migliore. Continuò a scrivere, arrivando a narrare le storie di quelle persone che, forse, erano riuscite a farle cambiare idea, quelle persone
che ancora ci credevano e che erano più forti dei forti: Napoli era anche
e soprattutto quella gente e Margherita adesso lo sapeva, l’aveva finalmente capito. Eccola la Napoli del futuro, l’aveva trovata. Guardò Valeria e sorrise. Era felice.
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(un) Sospeso
Ferdinando Genovese
La speranza l’ho persa tra la pioggia, tra i rantoli dell’inverno e il
fumo delle sigarette alla stazione. L’ ho smarrita tra i vicoli e tra la
sporcizia, dove ignorata e silenziosa si nasconde la bellezza vera, che
si espande e dilaga in rivoli di sangue tra le pietre dei marciapiedi.
La speranza l’ho masticata, e vomitata nella solitudine delle luci
notturne appese per i capelli ai radi lampioni. In solitudine e in compagnia.
Giorgio s’alzò presto quella mattina. Accadeva raramente, tuttavia
quel giorno il suo corpo si trovava comodo e a proprio agio con il
resto del mondo, decidendo così di tornarne a farne parte il prima
possibile.
Quando s’alzo però quella sensazione interna gli scivolò di dosso
portandolo alla drastica decisione di uscire di casa per evitare l’indiscreto sguardo della solitudine che lo cingeva e gli formicolava su
tutto il corpo. Uscito, si trovò immerso in un mondo mattiniero diverso da quello che gli era consueto, tutto era più calmo e per quanto
fosse concentrato sui suoi passi non riusciva ad ignorare la luce che
scendeva e si adagiava delicata sui palazzi del corso, s’appoggiò al
muretto con le braccia incrociate per guardare la città sdraiata sotto
di lui abbracciata ai ricordi e rimpianti, incagliata a questo rovo di
disagio, di urla troncate. Impassibile e spietata.
Meravigliosa.
Decise quindi di percorrere il corso fino a giungere ad un piccolo
mercato dove dalle prime luci dell’alba la gente s’era messa a correre
contro la disperazione. E gliela si leggeva in faccia la disperazione,
sotto gli occhi arresi e decisi, nei tendini tesi e nelle bocche affamate,
Giorgio si muoveva tagliando tutt’altro che disinvolto quella danza
frenetica, coperta da un velo di allegria consolatoria e contagiosa,
come un ultimo, ennesimo grido.
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Tra i rifiuti un banchetto rivoltato con delle carte a terra, dietro
di questo una vecchia piegata su se stessa, una chiromante, una lettrice di sogni, il viso rigato dall’esasperazione, le gambe troppo esili
per reggere la sua anima e la sua forza. Parla con dio, gli dice di avere
più neanche lacrime da piangere, ma lui se ne sta in disparte, per non
lordarsi i piedi.
E fame rabbiosa scuote il corpo di lei rassegnato.
Mentre Giorgio camminava, il tempo sembrava rallentare ad ogni
passo, le spine dorsali brillavano di sudore sotto al sole, qualcuno
s’asciuga la fronte, qualcuno canta, un vecchio amico gli fa un cenno
con la mano, gli sorride e gli urla qualcosa, ma Giorgio è troppo lontano per sentirlo, ma non per ricambiare il sorriso.
L’atmosfera mattutina iniziava a dissiparsi nell’aria e la gente a
mescolarsi tra le strade, i vicoli si illuminano della luce riflessa dei
panni appesi che, mentre li si guarda dal basso, frastagliano il cielo,
e quiete per qualche secondo, spezzata dall’eco d’un grido giocondo,
e il sole si stempera fino a sfioragli un lembo di volto, e una risata
lontana lo contagia, poi attimi di silenzio.
Quando si sedette al tavolino d’un piccolo bar che affacciava su via
Costantinopoli erano da poco passate le dieci, una fresca brezza gli accarezzò il viso, Giorgio sorrise, si tolse gli occhiali e sospirò, quasi sessant’anni prima di fermarsi e guardare davvero quello che lo
circondava; la luce che batteva sulle imperfezioni dei mattoni, i colori
di Port’Alba, le rughe del libraio sull’uscio e l’odore di sigaro. Da lì poteva vedere i ragazzini giocare alla fontanella schizzarsi e ridere, poteva
vedere la preoccupazione gravare sulle sopracciglia dei lavoratori e sulle
loro mani, che ogni mattina vivevano la giornata. In ogni secondo si
consuma il loro domani, o presunto tale. Un anziano seduto sulla panchina, gli occhi vivi e trascorsi piegati sulle sue scarpe, lucide, di tempi
persi tra gli odori della città, tra la carne e la passione, e gli occhi d’un
amore estinto tra i fiori estivi, bagnati dal temporale, tra l’amarezza e
la gioia d’essere vivi. E tutta quella gente in movimento frenetico e irregolare, che con le risa e la gioia tradiva l’immensa pietà che provava
nei confronti della vita, e la cingeva, la consolava, le baciava i piedi.
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Che buon caffè, il più buono della sua vita, come sempre.
Dietro di lui due signori parlano della nuova metropolitana di Garibaldi “signò l’avete vista? questo è il futuro!”, mentre li ascolta a
capo chino Giorgio sorride, si rimette gli occhiali e s’accende una sigaretta, e di nuovo il tempo sembra immergersi sott’acqua, e tutto
viene filtrato. Poi torna serio, come se tutto gli fosse chiaro e gli occhi
iniziano ad abituarsi allo stupore.
Tutto sfugge tra le dita delle mani, tra le luci logore e giallognole
del sabato sera, tra il vomito d’un compagno sbronzo, tutto accompagnato da questa musica che galleggia ora tra le nuvole riflesse, ora
tra i gradini bui e le piazze desolate; e se non riuscirete a sentire che
le urla, e non i silenzi tra di esse, il calore e la gioia di vivere, non sarete biasimati, sono cose che non possono essere regalate. Ma accadono, e sono un dono meraviglioso.
Pagò un caffé.
E un sospeso.
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Napoli in un click
Serena Durante
Non chiedetemelo, per favore, non chiedetemi cosa mi spinse a entrare in quel negozio di antiquariato. Non lo so e non lo saprò mai.
Era cominciato tutto come una normale mattina. Terminati i corsi
all’Accademia delle Belle Arti, mi incamminai fischiettando lungo
Port’Alba per tornare a casa. Il tipico odore dei tranci di pizza appena
sfornati mi pizzicò il naso, accompagnato purtroppo dal puzzo di alcuni sacchetti della spazzatura abbandonati ai lati degli edifici. Napoli è sempre stata così, del resto: perfetta e dannata.
Era di questo che volevo trattare nella mia tesina, il modo per cui
questa città potesse perdere la sua fama infelice e diventare di nuovo
un luogo magico e invidiato.
Non so bene che cosa mi attrasse di quel negozietto nascosto fra le
mura crepate di un palazzo: forse la porta di legno di un marrone stinto,
piccola e bassa e quasi incastrata fra i mattoni spaccati; forse la finestra
coperta da una pesante tenda rossa che mi impediva di vedere cosa ci
fosse all’interno; forse la maniglia argentata a forma di corno napoletano e il batacchio dalle sembianze della maschera di pulcinella; non
lo so, fatto sta che mi fermai.
Non avevo mai notato quel negozio, nonostante passassi di là
tutti i giorni. Se non avessi avuto la consapevolezza che era impossibile, avrei detto che fosse comparso il giorno precedente, anzi la
mattina stessa, perché davvero non ne avevo memoria. Ed era tanto
bizzarra quella dimenticanza – e tanto curioso il fatto che gli altri
passanti non sembravano nemmeno degnare di uno sguardo la
porta quando ci passavano – che senza nemmeno rendermene
conto mi avvicinai.
Io, che non ero mai stata un tipo curioso, non trovai appagamento
nel restare immobile fuori l’uscio di legno, fissando gli occhi del batacchio che sembravano guardare me, soltanto me. Un’ansia mista a in27
condizionata anticipazione mi fece battere forte il cuore mentre abbassavo la maniglia.
La prima cosa che mi arrivò, dopo nemmeno due passi all’interno,
fu un acre odore di polvere che mi face starnutire. La porta si chiuse
dietro di me con un tonfo sordo che mi rimbombò nelle orecchie.
L’ambiente era più spazioso del previsto ma piuttosto buio: la luce
proveniva solo dalle finestre ed era filtrata dalle tende, donando così
alla stanza un’illuminazione rossastra alquanto spettrale. Pensai che
non avrei mai voluto trovarmi lì dentro di notte.
Del proprietario non c’era traccia: del resto avrebbe facilmente
potuto confondersi fra i vari articoli che il negozio offriva e passare
ai miei occhi completamente inosservato.
Cianfrusaglie, solo cianfrusaglie, cianfrusaglie di tutti i tipi. Vecchie lampade a olio, vasi che volevano spacciarsi per copie malfatte
di quelli greci, orologi a pendolo, radio; e poi tipici oggetti napoletani
quali la maschera di Pulcinella, i corni, sorpassate edizioni dei libri
della Smorfia e statuine del presepe di varie dimensioni dai volti scoloriti e un po’ inquietanti.
Storsi il naso, non solo per la polvere: per qualche motivo, la mia
mente si era convinta che avrei trovato qualcosa di spettacolare una
volta oltrepassata la porta. Seccata per aver solo sprecato tempo, mi
voltai per andarmene.
«Oh, un cliente! Da quanto tempo!»
Sobbalzai, colta di sorpresa, e quasi inciampai in una vecchia poltrona.
«Vieni, vieni pure avanti giovinetta! Cosa posso fare per te?»
Un uomo anziano, più peli sul mento che in testa, sbucò lentamente da dietro un’ennesima tenda rossa che nascondeva probabilmente un ripostiglio o un magazzino. Andando per esclusione,
conclusi che dovesse trattarsi del proprietario.
Rimasi immobile, boccheggiando senza capire perché non trovassi le parole. La cosa più intelligente da fare sarebbe stata dire che
non avevo trovato ciò che stavo cercando e andarmene, eppure non
lo feci. La voce non mi obbediva, e quando finalmente tornò fu per
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dire ciò che voleva lei.
«Io… Stavo solo curiosando».
«Ma certo, ma certo!» sorrise il vecchio, sistemandosi meglio sul
naso gli occhiali spessissimi. «Fa’ come se fossi a casa tua».
A disagio, strinsi le braccia al petto e presi a girare nel negozio,
nella speranza di sfuggire allo sguardo del proprietario. Mi ritrovai
a fissare quadri antichi – tutti falsi – e mobili polverosi in stile Roccocò alla disperata ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione
abbastanza da convincere il vecchio che avevo intenzione di comprarla, per poi fingere di ricordarmi che non avevo soldi e uscire di
corsa e con una parvenza di dignità. Sbirciai mappamondi con ancora
l’Unione Sovietica segnata sopra, ombrelliere decorate, un servizio
da tè sbeccato, quadretti con la caricatura di Totò ed Eduardo de Filippo, statuine di San Gennaro, e più passavano i minuti più sentivo
il sudore imperlarmi la fronte. Avrei voluto sparire.
«Studi all’Accademia delle Belle Arti?».
La voce del vecchio mi fece sobbalzare di nuovo e nel voltarmi
urtai un pianoforte che diffuse la sua eco scordata in tutto il negozio.
«Uh… Sì» balbettai.
Il proprietario annuì piano.
«Lo sapevo, ti vedo spesso passare di qui» spiegò, e io pensai che
era curioso come questa conoscenza non fosse affatto reciproca.
«Aspetta, credo di avere ciò che fa al caso tuo».
E sparì dietro la tenda.
La parte più sveglia della mia mente mi urlava di girare i tacchi e
scappare, facendogli credere di aver avuto solo l’allucinazione di un
cliente, eppure non riuscivo a muovermi. Il resto del mio corpo era
paralizzato e pizzicava, in attesa, come se sapesse che qualcosa stava
per accadere.
Il vecchio riapparve dopo poco con in mano una macchina fotografica, di quelle antiche, con il soffietto.
«Questa» mi illustrò, avvicinandosi, «è una Zeiss, più o meno
degli anni cinquanta. Ne ha passate tante ma funziona ancora».
Me la porse e io la guardai, ma non potei impedirmi di sollevare un
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sopracciglio con aria scettica: il vecchio se ne accorse e ridacchiò.
«Non mi credi? Provala, se vuoi. Ha già il rullino all’interno».
Io scossi la testa e sbrigativamente gli allungai l’apparecchio.
«Guardi, sono sicura che sia perfetta» disse, «ma mi è appena venuto in mente che non ho soldi qui con me. Mi scuso per averle fatto
perdere tempo. Arrivederci».
Feci per andarmene ma lui mi afferrò per un braccio con una forza
e una decisione che non mi sarei mai aspettata da quelle braccia stanche. Sorrideva.
«Prendila» mormorò, come se fosse un gran segreto, e mi parve
di vedere un luccichio nei suoi occhi grigi. «Non sono i soldi che mi
interessano. Sono sicuro che ti risulterà utile. Coraggio, non farti pregare».
Che altro potevo fare? Farfugliando parole confuse sul fatto che
una macchina fotografica ce l’avessi già, e di ultimo modello per
giunta, presi l’apparecchio, ringraziai a mezza voce e scappai a passo
svelto da quel negozio bizzarro.
Quando mi ritrovai nuovamente in strada tirai un sospiro di sollievo
come se l’aria mi mancasse da tempo. Il Sole mi sembrava più luminoso
che mai. Feci qualche metro in mezzo alla folla e mi appoggiai a un edificio, cercando di riprendere il fiato che nemmeno mi ero resa conto di
aver perso. Guardai l’apparecchio che avevo portato via da quell’avventura: un’antica e inutile macchina fotografica. Scossi la testa: il peggior
affare della mia vita, senza dubbio.
Me la misi sotto il braccio e mi immersi nella folla e nei pensieri,
incamminandomi finalmente verso casa. Avevo una tesina su cui riflettere, non avevo tempo per un negozio bizzarro e l’ancor più bizzarro suo proprietario.
Posso già dirvi che, per quanto in seguito li avessi cercati, né il negozio né il vecchio li ritrovai più.
Non sono mai stata un tipo superstizioso. Ma quando, tornata a
casa, venni a sapere che spolverando mia madre era riuscita a urtare
e a far cadere la mia preziosa – e moderna – macchina fotografica
mi ci vollero diversi minuti per riuscire a convincermi che questo in30
cidente non avesse nulla a che fare con la mia visita in quel negozio.
Ancora più strano, poco dopo pranzo mi arrivò l’illuminazione per
la tesina – e riguardava nuovamente il mondo della fotografia: avrei
potuto inserire foto dei luoghi più belli di Napoli alternati a quelle
dei posti più degradati, e invitare a immaginare di avere una bacchetta magica per trasformare le immagini negative della città. E
senza più la mia fotocamera digitale mi ritrovai costretta a scendere
armata solo della mia nuova – antica – macchina fotografica e di un
gran nervosismo.
Appurai ben presto che il vecchio non aveva mentito sul fatto che
l’apparecchio funzionasse ancora. E rapidamente mi tornò il sorriso
sulle labbra, come se un’adrenalina inspiegabile mi scorresse nelle vene
tutte le volte che premevo il pulsante e la macchina fotografica rumoreggiava per informarmi che aveva registrato l’immagine sul rullino.
Forse era la convinzione che le fotografie sarebbero uscite sicuramente in bianco e nero, ma trovavo molto più soddisfacente immortalare le scene più degradanti piuttosto che i monumenti e le
chiese più famose: i sacchetti della spazzatura abbandonati vicino a
cassonetti vuoti, insulti sgrammaticati e disegni sconci sui muri,
buche profonde nelle strade, facciate degli edifici storici degradate, i
Quartieri Spagnoli e i suoi purtroppo caratteristici bassi; anche le
chiese che avrei dovuto fotografare e inserire nella sezione delle bellezze di Napoli le aggiungevo mentalmente nella categoria opposta
quando vedevo che nessuno ne entrava e ne usciva, che tutti ignoravano di avere davanti un capolavoro dell’architettura, dell’arte e in
generale della cultura.
Continuai a spostarmi da un lato all’altro della città e a fare foto
finché il rumoreggiare della macchina fotografica cessò, indicandomi
che il rullino era terminato.
Scoprii di essere sudata. Come se avessi fatto una fatica terribile
a ogni scatto. E in qualche modo mi era salito nuovamente quel senso
di rassegnazione davanti alla situazione di Napoli, come se attraverso
l’occhio della fotocamera l’avessi vista sotto un’ennesima luce negativa, che amarezza.
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Decisi di portare il rullino in uno dei pochi negozi ancora attrezzati per svilupparli e dormirci sopra.
Due giorni dopo avevo le mie foto, sigillate nella gonfia busta dorata.
Ero sola a casa quando decisi di chiudermi nella mia camera e
guardarle. Un brivido di eccitazione che non aveva senso, a pensarci,
mi faceva tremare le mani mentre aprivo la busta e le tiravo fuori,
una a una.
Davvero non so spiegarvi perché mi sentissi così felice, eppure sapere che quelle erano le mie foto, scattate con la mia macchina fotografica – che ormai non giudicavo più un affare sfortunato – a quella
che era la mia città mi riempiva il cuore di una gioia insensata. Liberai la scrivania di tutto ciò che non mi serviva – libri, fogli, portapenne, anche il portatile che chiusi e posai sul letto – e accesi la
lampada per osservare al meglio le foto.
La prima cosa che mi fece trasalire e fermare il respiro fu lo scoprire che non erano affatto in bianco e nero come pensavo, bensì a
colori. Non mi chiesi come fosse possibile, ma lo accettai come una
distrazione inaspettata. E mi accorsi anche che le mie abilità di fotografa erano incredibilmente migliorate, perché ne avevo scattate alcune da angoli che sinceramente non ricordavo nemmeno di aver
immortalato. Non so dire, ripeto ancora, perché fossi così felice. Non
avevo fotografato niente di allegro, e lo sapevo benissimo. Eppure mi
sentivo il cuore leggero e nuovamente la pelle fremeva, come in attesa di qualcosa.
E poi me ne accorsi. Avevo fatto una solo foto alla strada, perciò
quando la trovai ero sicura che sarebbe stata quella con l’enorme
buca nell’asfalto che le automobili facevano di tutto per evitare.
Eppure la buca non c’era. Aggrottai le sopracciglia, un senso di
confusione e allarme si cominciò a sostituire alla inspiegabile contentezza. Accostai la fotografia al viso e strinsi gli occhi, eppure non
riuscii a vedere nulla. Non una sola scanalatura nell’asfalto, che anzi
sembrava essere stato appena posato ed era lucido e senza dossi.
Confusa, afferrai una seconda foto e lì le differenze erano ancora
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più evidenti: invece dei sacchetti della spazzatura abbandonati che
avrei dovuto vedere c’era un marciapiede pulito, con il cassonetto
perfettamente chiuso. E io ero certa di non aver fotografato nulla di
simile.
Per un momento pensai che mi avessero dato le foto di qualcun
altro, ma non era possibile: erano le mie, senza dubbio – ma era
come se le avessero modificate al computer. E dovevano essere stati
molto abili davvero, perché nessuno avrebbe creduto che non fossero
degli scatti autentici.
Con mani che tremavano dalla confusione e non più dall’eccitazione ripresi le foto una alla volta e le esaminai con più attenzione:
tutte, tutte avevano almeno un dettaglio aggiunto o eliminato.
Le crepe e le scritte sui muri erano sparite; le chiese deserte e dimenticate si erano trasformate in luoghi affollati, con dozzine di persone immortalate a metà del gesto di uscirne o entrarne; e i Quartieri
Spagnoli, poi, avevano perso i loro bassi e li avevano restaurati in
modo decoroso e mostravano tutto tranne che il degrado sociale. E
anche la gente sembrava più distinta.
Rimasi a fissare quelle foto, immobile, senza sapere bene se sentirmi spaventata o meno. Ero confusa, non comprendevo come
fosse possibile e lanciavo occhiate preoccupate alla macchina fotografica che giaceva sul mio letto, fissandomi con il suo obiettivo.
E poi improvvisamente capii.
Per qualche motivo… per qualche strano, incomprensibile motivo,
quelle foto riflettevano ciò che io avrei desiderato mutasse della mia
città. Le mie speranze, i miei sogni, erano fissi su quelle foto.
Niente di tutto ciò era vero, naturalmente. Napoli era ancora come
la conoscevo, ma le fotografie mi stavano parlando, mi stavano dicendo che impegnandomi e convincendo tutti a impegnarsi a loro
volta sarebbe giunto il giorno in cui avrei potuto finalmente immortalare la stessa scena nella realtà.
Per cambiare le cose, a volte, basta solo volerlo con passione ardente e un... click pieno d’amore.
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NARRATIVA
Menzioni Speciali
Flaminia Clemente
Liceo Classico Umberto - Classe I L
Ludovica Fontanella
Liceo Classico Jacopo Sannazaro - Classe IV G
Alessandra Gallucci
Liceo Scientifico Vittorini - Classe IV H
Michele Gilostri
Liceo Scientifico Giuseppe Mazzini - Classe III B
Vittorio Mocerino
Liceo Scientifico Elio Vittorini - Classe IV H
Marisa Pesaola
Liceo Scientifico Elio Vittorini - Classe V H
Lorenzo Porcelli
Liceo Umberto I - Classe III L
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Napoli: ritorno al futuro
Flaminia Clemente
Un giorno San Gennaro, Santo patrono e protettore della città di
Napoli, andò dal Padreterno per manifestargli tutta la sua preoccupazione per la città più bella del mondo che, a suo giudizio, peggiorava di giorno in giorno.
“Signore - disse il Santo - come dobbiamo fare? La mia città va
sempre peggio, non ha un futuro, i Napoletani giovani se ne vanno a
studiare fuori, quelli che rimangono sono rassegnati al declino. Io
vorrei che Voi interveniste; mai per comando, ma pensateci Voi ...”
“San Gennà, non ti preoccupare - rispose Dio - tu continua sempre
a fare il miracolo ...
Lo sai i tuoi paeseani come sono, alla fine si organizzano sempre
in qualche modo: l’arte di arrangiarsi ce l’hanno nel sangue. Si sono
sempre “apparati” con i dominatori stranieri, i francesi, gli spagnoli,
gli austriaci, i piemontesi. Poi hanno sopportato pure i politici della
prima, seconda e terza repubblica italiana. Ce la faranno anche questa volta”.
San Gennaro, pur con il massimo rispetto, obiettò: “Signore, non
mi prendete in giro. Qua la situazione è grave bisogna fare qualcosa!”
Rispose Dio: “Gennaro, ma tu che vorresti fare? Che proponi?
Dimmi e io vedo che si può fare!”
“Signore mio - disse Gennaro - io veramente non so da dove cominciare. Questi stanno sempre allegri, come dice la canzone: basta
che ci sta ‘o sole ... magari la squadra di calcio che vince ... e di tutto
il resto non se ne importano proprio. Io non saprei da dove cominciare.”
San Gennaro sperava in una risposta sicura dall’Onnipotente perché si trovava proprio in difficoltà, fino a quando, ormai privo di speranze, riuscì a ricevere finalmente una risposta dal Padreterno,
stanco delle lamentele del Santo patrono di Napoli. “Dobbiamo chie35
dere consiglio ai Napoletani - disse il Signore - a quelli migliori che
già stanno qua da noi, in Paradiso. Organizza un bel banchetto, scegli
tu gli invitati e sentiamo cosa ci dicono.”
A San Gennaro l’idea piacque molto e iniziò a fare l’elenco degli
invitati. Certo era difficile fare la selezione, più di duemila anni di
storia, poi se non inviti qualcuno quello si offende ... Magari sento
prima i Napoletani normali, quelli non famosi, mi faccio aiutare a
fare una lista, pensò.
E così fece, raccolse le opinioni e fece la sua selezione: undici napoletani DOC, famosi e autorevoli che avrebbero aiutato a inquadrare
i problemi e a proporre le soluzioni. Il numero fu scelto perché era
lo stesso della squadra di calcio. Mandò loro gli inviti e nella data fatidica si presentarono tutti. Ma, poiché erano Napoletani, ognuno si
fece accompagnare. Si sa, l’invitato può invitare e le famiglie di Napoli sono molto grandi: fratelli, sorelle, cugini, amici ... stretto stretto
un centinaio di persone.
Era uno strano spettacolo perché erano tanti e venivano da epoche diverse. Si guardavano straniti tra loro e attendevano qualcuno
che gli dicesse cosa dovevano fare.
San Gennaro allora disse: “Guagliò, ma quanti siete? A me servivano undici saggi ma voi siete centinaia e centinaia ... Allora facciamo
una cosa: gli undici scelti si siedono attorno a questo tavolo e gli altri
tutt’intorno, come se fosse uno stadio.” Fattasi un po’ di calma, San
Gennaro spiegò che il Padreterno aveva voluto chiamare gli uomini
più celebri della storia di Napoli, affidando a lui il compito di coordinare la discussione, per ragionare tutti insieme e cercare una soluzione ai problemi di Napoli e dei Napoletani.
Il primo a parlare fu Eduardo de Filippo che urlò “Fuitevenne” ma
San Gennaro lo redarguì: “Eduà ... ma allora non hai capito niente ...
noi li dobbiamo incoraggiare e tu li fai scappare?”. Aggiunse Massimo
Troisi: “Chi parte sa che cosa lascia ma non sa che cosa trova”.
San Gennaro prese la parola e cominciò ad illustrare tutti i problemi della città ma questo scatenò un’accesa partecipazione: le voci
che si alzavano sempre di più, sfuggendo al controllo di Gennaro. Al36
lora Dio, per ristabilire l’ordine, prese la parola e disse: ”Calma,
calma, cari figlioli: la nostra città non è più come una volta. Ormai
Napoli è conosciuta come un luogo dove prevale la criminalità e dove
ci sono cumuli di spazzatura lungo le strade, non c’è lavoro né futuro
per i giovani. Per questo motivo vi ho radunato qui, perché chi più
di voi può sapere cosa fare? Dite le vostre proposte e se saranno accettate da me, le realizzerò”.
Allora, prima di iniziare la discussione, per mettere ordine, chiesero consiglio ai Greci, primi colonizzatori e abitanti di Napoli. Fu
stabilita una regola: poteva parlare solo chi avesse avuto la coppa di
vino in mano. Chiunque avesse interrotto o trasgredito questa
norma, sarebbe stato cacciato per quarantotto giorni fuori dalle mura
del Paradiso e avrebbe passato la giornata arando e zappando il terreno della pianura angelica”. Quando si dice la democrazia!
Il primo che ebbe la coppa in mano, come ospite, fu Boccaccio che
pure essendo toscano aveva amato tanto Napoli e le Napoletane che
ancora la rimpiangeva e infatti disse che tutti questi problemi lui non
li vedeva, a Napoli ci si divertiva molto di più che a Roma e Firenze,
non ne parliamo di Milano.
Poi intervenne un’autorità: parlò don Pedro de Toledo. Bisognava
ispirarsi alla Spagna come aveva fatto lui: Napoli come Madrid, Barcellona e Siviglia e passò la coppa a un re, Carlo III di Borbone che
sottolineò che Napoli poteva andare oltre trovando una sua strada.
Le voci si alzarono di nuovo.
La regola della coppa era già stata dimenticata e dalla folla sbucarono sottobraccio Masaniello e Pulcinella, strana coppia, ma certamente napoletanissima. Masaniello diceva che era tutta colpa delle
tasse che metteva il viceré e che dovevano ribellarsi. Pulcinella consigliava a Masaniello di starsi attento che manco gli era bastata la lezione che aveva avuto mentre Eleonora Pimentel Fonseca gridava
che bisognava fare una bella rivoluzione ma che i Napoletani dovevano organizzarsi meglio perché quella a cui aveva partecipato lei era
finita male e le era costata la condanna a morte.
A questo punto, Benedetto Croce salì in cattedra sostenendo che
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solo la filosofia poteva salvare Napoli, ma erano in pochi ad ascoltarlo. “Ai Napoletani piacciono le canzoni, non la filosofia” disse Enrico Caruso e si mise a cantare “O sole mio” trascinando tutti nel suo
entusiasmo che diventò ancora più forte quando al coro si aggiunse
Renato Carosone.
San Gennaro era avvilito e pensava “Ma questi Napoletani sono
proprio scombinati, vogliono solo cantare, ballare e divertirsi”.
- Silenzio! Sentiamo il Dottore – gridò per tacitare lo schiamazzo
e diede la parola a Cardarelli, un medico famoso, che disse: “Voi non
avete capito niente: il problema è medico. Qui ci vuole una bella cura
ricostituente per la città, non solo le strade e i palazzi ma soprattutto
le persone!”
“Giusto - disse Totò - siamo uomini o caporali!” e ripresero a parlare tuti insieme …
Il Signore lesse nel pensiero di San Gennaro lo sconcerto e la preoccupazione e disse: “Gennaro, non ti preoccupare. I Napoletani
sono brava gente, sono generosi e intelligenti, vedrai che ce la faranno da soli. I personaggi della storia possono servire da ispiratori
ma sono i Napoletani di oggi che si devono dare da fare ”.
“Signore - disse San Gennaro - hai proprio ragione. Ho sbagliato
a chiederti di intervenire. Non c’è niente da fare, non ci dobbiamo
aspettare che qualcuno risolva i nostri problemi. I Napoletani hanno
fantasia da vendere e, nonostante l’apparenza, sono grandi lavoratori, almeno la maggior parte di loro. Ce la faranno da soli, anche
questa volta”.
E così ancora oggi, la città continua la sua vita, sembra che tutto
vada male ma invece qualcosa si muove, cambia, migliora, grazie ai
Napoletani di buona volontà. San Gennaro guarda da lassù, con gli
illustri concittadini che nei secoli hanno fatto grande la nostra città,
fa il miracolo puntualmente e, quando proprio è necessario, dà un
piccolo aiuto alla sua e nostra Napoli.
38
Ci sarà una volta Napoli
Ludovica Fontanella
“Sembrava una giornata come tante” iniziò il nonno. “Era il lontano 2079, più precisamente il 15 aprile 2079” proseguì. Noi tutti lo
ascoltavamo come fosse stata l’anteprima di un nuovo brano ancora
non uscito su youtube.
“Quello fu uno degli anni più importanti del secolo. E sì, proprio
così, nel 2079 la città di Napoli conobbe uno splendore inimmaginabile. Sapete era dal…” interrompemmo il nonno prima che iniziasse
a raccontarci un altro dei suoi aneddoti, sentiti e risentiti, di cui
ormai conoscevamo ogni dettaglio. Il nonno aveva una capacità mai
vista prima di cambiare discorso nell’arco di pochi secondi. Gli ricordammo della storia che ci stava raccontando e senza esitare riprese:
“Dunque, il 15 aprile del 2079, mi svegliai alle 7.00 com’ero solito
fare per andare a lavorare. M’imbarcai sul battello A148 che andava
da Posillipo sino ai pressi dei vecchi quartieri spagnoli dove si trovava
il mio ufficio.” Tiffany interruppe il nonno per chiedergli cosa fossero
i quartieri spagnoli. Il nonno spiegò che erano parte della storia napoletana ma che, purtroppo, in quelle zone non sempre si viveva
bene e così, proprio in quegli anni, furono riedificate sino ad avere il
magnifico contrasto degli edifici colorati di oggi che incorniciano le
meravigliose antiche chiese barocche.
Una volta chiarita la spiegazione, riprese la storia: ”Il nonno, cari
ragazzi, lavorava in un ufficio di scambi culturali. Era uno dei primi
che si vedevano a quei tempi. Ora voi siete abituati a vederne tanti,
ma prima non era così. Furono costruiti intorno al 2070 per incrementare il turismo ed anche per ampliare gli orizzonti degli studenti
napoletani che in questo modo avevano la possibilità di conoscere
nuove culture. Comunque, quando arrivai, trovai il mio capo, il signor Esposito in uno stato di insolita agitazione: non trovava un
nuovo progetto che avrebbe dovuto assegnarmi. Dopo estenuanti e
39
meticolose ricerche si accorse che erano stati sottratti anche altri documenti, fascicoli, timbri e sigilli. Allarmati dal capo, tutti i dipendenti, nessuno escluso, si adoperarono per dare il loro contributo
affinché venissero individuati i responsabili; così, tutti insieme si decise di rivolgersi alla polizia. Dopo pochi minuti si presentò nel nostro ufficio una poliziotta. Era l’ispettrice Lotswerd…” noi tutti
balzammo al sentire quel nome. “Lotswerd? La nonna?” domandò
incredulo Giovanni. “E si!” Rispose il nonno sorridendo; “È così che
io e la nonna ci siamo conosciuti. A proposito di nonna… Ragazzi,
dobbiamo andare ad innaffiare le piante del giardino, è il nostro
turno oggi.” Pregammo il nonno di terminare prima la storia, ma lui,
inflessibile, iniziò uno dei suoi interminabili discorsi: cominciò dicendo che tutti, ognuno nel proprio piccolo, dobbiamo collaborare
nella nuova iniziativa per aumentare le zone di verde e finì spiegando
che ogni condominio ha un proprio giardino da curare e di conseguenza ogni condomino ha il compito di aiutare per la crescita di tale
giardino. Allora, una volta attrezzati, scendemmo in giardino, innaffiammo tutte le piante e addirittura ne piantammo delle nuove. Una
volta rientrati, subito chiedemmo al nonno di continuare la storia e
lui così fece.
“Dunque, l’ispettrice Lotswerd comprese l’importanza del progetto; infatti il capo le spiegò che si trattava di una grande opportunità che l’Unione Europea offriva alla città di Napoli, poiché, in
occasione della visita di rappresentanti europei, sarebbero stati concessi importanti fondi che il capo intendeva utilizzare per depurare
le acque del mare, inquinate da fin troppi decenni. L’ispettrice Lotswerd disse che le servivano più elementi e che qualsiasi dettaglio
sarebbe stato utile. Al capo venne in mente solo che probabilmente
aveva un’altra copia del progetto a casa. Sì, dopo averci pensato, gli
si illuminò il viso: ricordò che il signor Gennaro gliene aveva fatto
una fotocopia. -Chi è il signor Gennaro?- Domandò la poliziotta. Intervenni io spiegando che il signor Gennaro era uno dei responsabili
dell’ufficio e sorridendo aggiunsi che era l’unico in grado di usare la
fotocopiatrice!
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- Dunque mi state dicendo che questo signor Gennaro ha avuto
l’occasione di vedere il progetto? - domandò con tono di sospetto la
signorina Lotswerd. Il capo assunse un’espressione di disapprovazione ed esclamò: - Lei sta insinuando che sia stato il signor Gennaro
a rubare il progetto? È assurdo… Lo dice solo perché vuole archiviare
il caso! Cercai di calmarlo, ma la poliziotta chiese di poter parlare con
Gennaro. A questo punto il capo, tornato in sé, le disse che non era
in ufficio poiché aveva preso una settimana di ferie. La signorina Lotswerd si allontanò. Dopo poco ci comunicò che il signor Gennaro era
in spiaggia con amici e che ora si sarebbe recata lì per scoprire qualcosa. Le chiesi di accompagnarla e lei acconsentì. Salimmo sulla volante della polizia, una di quelle con la sirena, ed è lì che iniziammo
a parlare e…” Purtroppo, Tiffany interruppe il nonno sul più bello ed
esclamò: “ Nonno, davvero sei salito sulla macchina della polizia?
Come quelle dei film?” il nonno sorridendo rispose “ Beh, Tiffany, la
macchina non era come quelle dei vecchi film… ai miei tempi già
c’erano le macchine elettriche e quella era proprio così, come quelle
che spesso vedete passare per la strada.
“Ma le macchine antiche erano molto più belle. Perché non ci
sono più?” chiese Giovanni. “ Vedi, Giovanni, è vero che le macchine
antiche erano più belle, ma inquinavano molto l’aria e inoltre erano
più grandi e quindi aumentava il traffico. Oggi, grazie alle macchine
elettriche ed anche grazie ai battelli intercity e alle nuove linee della
metropolitana, l’aria è più pulita e ci si muove più facilmente.”. “Dai,
nonno, continua la storia!” esclamai. Lui continuò: “una volta arrivati
al mare, trovammo il signor Gennaro, con altre persone, che gettava
pericolosi rifiuti in mare. Subito la signorina Lotswerd chiamò rinforzi e il signor Gennaro, insieme ai suoi “amici”, venne arrestato. Io
e la signorina Lotswerd continuammo a vederci e mi raccontò che
dalle indagini era emerso che a dirigere queste operazioni c’erano dei
clan di camorristi i quali avevano paura che, se vi fossero state opere
di depurazione del mare, sarebbe stata scoperta la loro terribile attività delittuosa.” Noi tutti rimanemmo a bocca aperta ed io chiesi che
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ne fosse stato del progetto. “ Ah, giusto, il progetto!” esclamò il nonno
e continuò: ”La polizia recuperò i fascicoli rubati e il capo insistette
perché il progetto venisse realizzato. E così fu. Guidai io stesso i rappresentanti provenienti da tutta Europa. Rimasero affascinati dallo
splendore di Napoli e così ci diedero fondi sufficienti non solo per
depurare le acque del mare ma anche per restaurare molti monumenti. Napoli divenne ancor più bella: il mare era più limpido che
mai, aumentavano sempre più le macchine elettriche e inoltre,
adesso, le bellezze di questa città erano finalmente conosciute in tutta
Europa e ogni anno arrivavano milioni di turisti per visitare la città
e arricchire la nostra cultura. Ma la cosa più bella, ragazzi, è che, da
allora, la polizia ha continuato le indagini contro la camorra, che
vanno avanti ancora oggi e probabilmente andranno avanti anche
domani, finché, finalmente, non ce ne sarà più bisogno. Così, quell’anno fu fondamentale per darvi Napoli come la conoscete oggi: un
mix di arte, storia, tanto verde, ma anche tradizioni e… a proposito
di tradizioni, andiamo a mangiare una pizza?!
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La scatola della speranza
Alessandra Gallucci
Guardava la sua piccola scatola dei desideri, il suo unico tesoro.
Guardava la foto che le aveva dato sua nonna, Napoli durante il suo
splendore. Ora Napoli non era più come prima,non c’erano più cosi
tanti alberi, fiori, prati, tutto era stato spazzato via da due secoli di
rivolte. Lei conservava gelosamente nella sua scatola un petalo di
margherita ormai ridotto a brandelli, era il suo tesoro più prezioso.
Lei non ne aveva mai vista una, erano davvero difficili da trovare, era
la cosa a cui teneva di più, più della sua unica bambola di pezza.
Napoli era regredita, lo sviluppo tecnologico aveva fatto arricchire
pochi facendo morire di fame molti. C’erano sempre più edifici e
sempre meno vita. Le strade erano deserte, affollate solo di insetti e
sporcizia, di malinconia e tristezza. Gli abitanti erano ormai lasciati
a loro stessi, stanchi di lotte perse in partenza e ormai stremati dalla
fame e dalle condizioni in cui vivevano.
La piccola Bea andava ancora alle elementari, era una bambina
piena di vita e questa vita grigia e triste che l’aspettava non le si addiceva. Viveva in quartiere ormai abbandonato da tutti, pochi erano
quelli che avevano il coraggio di viverci o che non potevano vivere
altrove. Ogni mattina si alzava all’alba, faceva colazione con acqua e
quell’unico biscotto che poteva avere e con il suo zainetto rosa camminava per un’ora e mezza verso la scuola. Con il tempo era diventata
una bambina coraggiosa, quella che lei viveva era una vita che ti metteva alla prova tutti i giorni, a tutte le ore. Potevi ritrovarti coinvolta
in una protesta da un momento all’altro ma l’importante era nascondersi. Sapersi nascondere ti salvava la vita, e ormai Bea lo sapeva fare
benissimo. Aveva capito che il modo migliore per passare le ore nascosta in angolino o in un qualche fessura era quello di immaginare,
immaginare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa potesse distrarla da quello
che stava succedendo intorno a lei. Di solito Bea immaginava la sua
vita. Lei voleva diventare una principessa oppure un’archeologa.
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Ormai non c’era quasi più nulla da scoprire ma molto da dissotterrare, intere città ridotte in brandelli ricoperte da metri e metri di detriti. Bea amava la natura, aveva imparato ad apprezzarla. Aveva
moltissimi libri sui fiori e le piante, ma non sapendo ancora leggere
bene si limitava a guardare le figure. Guardava tutti quei petali colorati che lei probabilmente non avrebbe visto mai, tutti quei germogli
che lei poteva solo ammirare su un libro. Erano fascicoli di sua
nonna, li aveva conservati a lungo, erano ormai ingialliti e consumati
ma non passava un giorno in cui la piccola Bea non guardasse ogni
pagina. La sua immagine preferita era quella di una margherita. Non
sapeva perché ma quell’immagine l’aveva sempre attratta. Forse perché era una delle poche immagini che era conservata in condizioni
migliori delle altre o forse perché lei ne possedeva una, possedeva
quell’unico petalo, che per lei era preziosissimo.
Bea nascondeva quel libro nella sua scatola, insieme agli altri tesori lasciati dalla nonna. L’aveva costruita il padre e lei l’aveva decorata. La nascondeva ogni sera nel suo guardaroba per poi cacciarla
ogni mattina. Camera sua era la stanza più grande della casa, era
piena di finestre e di conseguenza era piena di luce, quando il sole
splendeva ogni raggio riusciva a passare e ad arrivare nella sua camera. Un giorno mentre sfogliava il libro vicino alla finestra Bea si
accorse che due pagine erano state attaccate, vide in controluce una
pagina che non corrispondeva a quella successiva e notò la filigrana
più doppia. Non esitò a scoprire perché due pagine erano state incollate. Senza dire niente ai suoi genitori cercò ogni modo possibile
per non rovinare il libro e capire cosa era stato nascosto. Era meravigliata, come poteva non essersene accorta prima? Trovò un taglierino nel laboratorio di suo padre; era un falegname, un lavoro
modesto ma che riusciva a mantenere la famiglia, a cibarla e a non
farla morire di freddo durante l’inverno. In quegli anni nessun lavoro
era scontato, ogni lavoro veniva rivalutato. Bea riuscì a separare delicatamente le due pagine con il taglierino del padre. Ci trovò una pagina ingiallita. Le batteva forte il cuore, infondo era una bambina,
cose di questo genere non le capitavano tutti i giorni. Aprì il foglio e
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ci trovò una lettera di sua nonna. Lei sapeva leggere meglio di tutti i
suoi compagni di classe, era estremamente intelligente e autonoma,
lo aveva imparato in poco tempo quasi da sola. Non esitò a leggere
quella lettera. Il cuore le batteva sempre di più ad ogni frase, parola,
virgola che leggeva. Batteva, batteva velocemente.
“Cara piccola Bea,
come ben sai me ne sono andata via prima che tu nascessi. Non
ti ho mai potuta vedere, la malattia mi ha portato via da te troppo
presto, troppo. Non so se leggerai mai questa lettera, non so se tua
madre la troverà prima di te o nessuno la troverà mai. Tu sei intelligente, lo so. La troverai. Capirai.
Ti ho lasciato dei “vecchi” ricordi. Non so se parlerete molto di
me, ma voglio dirti che ogni singolo oggetto è stato mio.
La foto la scattai io, era il giorno del mio matrimonio, Napoli
era splendida, ma si iniziava a percepire nell’aria ciò che l’aspettava; non era nulla di positivo. La gente era sempre più irrispettosa
di ciò che la terra offriva e prima o poi la terra, sai cara Bea, smetterà di offrire. La terra ci offre tutto ma noi dobbiamo saperlo accettare, e l’uomo ormai non è più capace di questo, si crede
superiore, crede che per lui tutto è illimitato, ma nulla è scontato.
Prima o poi l’uomo dovrà rendersene conto.
Il libro invece Bea era il mio libro preferito. Il giardinaggio era
la mia passione. Mi sono laureata in biologia ma poco prima della
pensione ho lasciato il mio lavoro in laboratorio per dedicarmi alla
botanica. È stata una liberazione ma anche una condanna. Ho
paura Bea che tu non potrai mai vedere tutti questi fiori che ora
posso vedere io. La vita senza fiori è impossibile sai. I fiori, le piante
sono loro a tenerci in vita e noi lentamente stiamo distruggendo
tutto ciò che ci fa vivere. Noi non siamo immortali Bea, noi non possiamo distruggere ciò che ci tiene in vita. Non ci è permesso. Per
questo ti ho lasciato il petalo, voglio farti sapere che c’è speranza.
La speranza non muore. Vive finché anche una sola persona crede
di poter cambiare le cose. Bea tu devi sempre essere quella persona,
non devi mai abbandonare la speranza.
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Ora Bea voglio chiederti una cosa, che tu sia una bambina, una
piccola donna o una madre promettimi che prima o poi riuscirai a
fare ciò che ti sto per chiedere :
quando mi sposai con tuo nonno andammo a vivere in provincia,
era un luogo più calmo e tranquillo, più adatto a noi. Ti chiedo di
andare nella nostra vecchia casa, la casa in cui tua madre è cresciuta e di raccogliere più fiori possibile. C’era un grande giardino,
ci portavo spesso tua madre. Sono sicura che troverai molto, voglio
che raccogli tutti i fiori che puoi. Una volta tornata a Napoli Bea
devi fare un’ultima cosa, dai ad ogni persona che incontri un fiore.
Dai speranza alla gente Bea, come hai dato speranza a me.
Tua nonna Beatrice”
Bea scoppiò a piangere. Nessuno le aveva mai parlato di sua
nonna, le era stato raccontato solo il minimo, forse per non farla soffrire. Bea non si era mai sentita cosi responsabile e fiera di esserlo.
Lei avrebbe reso felice sua nonna. Corse dalla madre per farle leggere
la lettera, non poteva riuscirci da sola. Appena la madre iniziò a leggerla non riuscì a trattenere le lacrime, era sorpresa, non aveva idea
dell’esistenza di quella lettera. Corse alla macchina, chiamò il marito
e gli disse che non sarebbero tornate per cena, andavano a fare una
gita in campagna.
Un’ora dopo arrivarono in quella vecchia casa, il passare degli
anni si poteva notare, l’intonaco per terra, le crepe nel muro, la polvere sui mobili. La piccola Bea e sua madre arrivarono al giardino,
la situazione era cambiata, totalmente opposta, il passare degli anni
non aveva intaccato un centimetro di quel parco. C’era un uomo che
in quel momento annaffiava le piante, appena le vide sorrise alle due
donne e disse solo due parole - Vi aspettavo - dopo di che si girò e se
ne andò. Da quel momento era tutto nelle loro mani. Bea corse nel
giardino e inizio dolcemente a cogliere più fiori che poteva. Bea aveva
speranza e ora poteva far sperare tutta quella gente che aveva dimenticato come si fa, tutta quella gente che non credeva più in nulla, tutta
quella gente che aveva smesso di vivere.
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Un nuovo inizio
Michele Gilostri
Camminavo stanco, sul quel marciapiede zeppo di foglie gialle che
morenti continuavano ad abbandonare i loro rami per dare spazio all’autunno. Avevo le mani nascoste nel tascone della felpa, il cappuccio
tirato su e lo sguardo basso di chi non vuole problemi. Silenzioso, a
tratti bambino, mi divertivo a calpestare quelle foglie secche per riascoltare quel piacevole scricchiolio da sempre amato. Continuavo a
fare passi precisi, mirando all’accumulo prescelto. Le foglie continuavano a spezzarsi e ad apparire quasi croccanti. Il tragitto verso casa
così diminuiva senza che me ne accorgessi e in un attimo ero persuaso
dal tentativo di capire l’origine precisa di ogni foglia caduta al suolo.
Continuavo a immaginare l’albero e il ramo su cui aveva vissuto, cercando di ricostruire il percorso di caduta. Non era difficile dopotutto,
considerando che ogni albero distava dall’altro pochi metri. Alzai lo
sguardo, e una foglia, si era appena staccata dal ramo più alto. Osservai la caduta. Il vento la spingeva così distante, sempre più lontano.
Tanto tempo aveva trascorso in compagnia delle stesse simili, sempre
le stesse, strofinandosi l’una con l’altra attraverso quelle poche brezze
che le permettevano il fruscìo.
Trasferirsi era stato davvero stancante. Il mio nuovo coinquilino,
Simone, dipingeva quadri surreali e si reputava uno dei più grandi artisti incompresi di sempre. Appena conosciutici, mi invitò subito a giocare una partita a scopa con le carte napoletane, che poco dopo vinse.
Era simpatico, ma da quella volta erano state poche poi le occasioni
d’incontro. Ci salutavamo solo al mattino quando lui non andava allo
studio oppure la sera quando io rincasavo prima.
I giorni passavano lenti e ogni mattina seguivo svogliatamente i
corsi all’università, mentre il pomeriggio lavoravo come barista nell’esercizio pochi metri avanti sul marciapiede del mio palazzo. Vivere
in città mi risultava diverso dal paese. Notavo la gente uscire dalle
grandi stazioni Metrò sempre di fretta, a passo veloce, scrutando ner47
vosamente le lancette dell’orologio e blaterando qualcosa tra sé nel
rendersi conto di essere in ritardo.
Nessuna pausa, molto stress, tanto caos. La scelta era stata fatta da
me medesimo: avevo rinunciato a vivere tra gli affetti per mandare
avanti una carriera giuridica di cui forse non ero realmente convinto
fino in fondo. Non ero in armonia con la città, mi percepivo disadattato, depresso e ogni sera, dopo aver cenato con un hot dog o un hamburger anche cotto male, mi coricavo con uno strano senso di
incompletezza, di vuoto, che mi portava ad acquietarmi e ad abbandonarmi al sonno fantasticando in tutto lo straordinario paesaggio di
Sant’Arcangelo, il mio amato paesino d’ origine. Mia madre, quasi ogni
sera, mi telefonava sapendo che avevo staccato a lavoro. Mi chiedeva
se filava tutto per il verso giusto e ogni tanto, sentendomi particolarmente stanco, mi proponeva di ritornare a casa, da loro. Le rispondevo
con un gran giro di parole che tutto sommato serviva più convincere
me, anziché lei. Desideravo acquisire maggiore sicurezza nei miei progetti e perciò terminavo la telefonata con una frase tipo : “...Beh, ora
vado a letto. Domani mi spetta una giornata impegnativa!”.
Un pomeriggio al bar, mentre preparavo qualche espresso al bancone, mi era capitato di scorgere un bambino in un passeggino, accompagnato dalla madre che parlava al cellulare e sorseggiava il caffè.
Il piccolo giocava con le sue dita, alternando il pollice e l’indice in
bocca. Si divertiva con poco, ma i suoi occhi poggiavano su di me. Insomma, io non lo avevo mai visto e non ci conoscevamo neanche, ma
continuava a fissarmi.
Ciò che mi sorprese fu che non riuscii a identificare di che sguardo
si trattasse o cosa stesse pensando mentre mi osservava con così tanta
attenzione, però seppi percepire che non c’era paura o timore in ciò
che faceva. Lo definii per un attimo “egoista” perché sembrava non
importarsene della reazione che quello sguardo faceva scaturire in me.
Di solito quando noti che qualcuno ti sta guardando e incroci lo
sguardo, l’altro subito finge di guardare altrove. Quel bambino era lì e
nonostante volessi combattere il suo sguardo con il mio, vinceva sempre lui. Mi fissava e sembrava addirittura che volesse giocarci con il
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mio viso, voleva toccare, dare sfogo al tatto. Guardava attento, sorpreso, stupito, pensieroso. Sembrava che a momenti si facesse delle
domande mentre socchiudeva le palpebre e arricciava le sopracciglia
per sforzarsi di cercare una risposta. Dopo un po’, mi sembrava che
ciò che cercava potessi darglielo io; non c’erano clienti a cui preparare
il caffè e perciò mi accostai a lui, piegandomi sulle ginocchia e gli sorrisi. Mi sorrise anche lui, un sorriso vero! Non un sorriso finto come
quello che si ha stampato in faccia scartando i regali di parenti lontani
a Natale. Era un sorriso pieno, forte, sincero, spudorato. Allungò le
manine e toccò le mie guance mentre sorrideva gioioso.
Lì capii che forse dovremmo avere meno paura di guardare, osservare o anche studiare le persone.
Perché non si può essere liberi di interagire con chi ci pare per
quanto tempo vogliamo? Siamo noi i fautori delle domande che ci poniamo e chi ci circonda ha le risposte. Non solo nelle parole, ma anche
negli occhi.
La giovane donna salutò e uscì dal bar con il passeggino e io mi sentivo veramente bene.
Dopo quel giorno cominciai ad osservare in modo accurato i volti e
gli atteggiamenti delle persone, cercando in un certo senso di tramutarmi in loro. Avevo trasformato la realtà in un grande spettacolo di
cui ogni persona mi capitasse davanti era protagonista. Ognuno interpretava il proprio ruolo e io mi limitavo a guardare, a riflettere e a perfezionarmi. Passavano i mesi e mi accorgevo di guadagnare man mano
sempre più autostima, per quanto riuscivo a spingere il mio pensiero
oltre tutto il resto. Amicizie nuove non ne avevo fatte e perciò passavo
la giornata in silenzio: sia in aula magna la mattina, che al bar il pomeriggio. Le uniche battute scambiate erano con i clienti al bancone o
con Enzo, il proprietario del bar. Lo conoscevo sin da piccolo, era un
caro amico di mio padre cheera trasferito a Napoli 15 anni prima di
me in cerca di fortuna e con il sogno di aprirsi un bar. Anche grazie a
lui mi ero deciso a lasciare casa, nessun altro avrebbe dato lavoro in
una grande città ad un ragazzo sconosciuto proveniente da un arroccato paesino del centro della Basilicata.
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Quando ero ai corsi, non facevo altro che interessarmi a ciò che si
diceva in modo da non accumulare arretrato. Una mattina, appena finita la lezione di diritto penale, mentre rimettevo in borsa il quaderno
con gli appunti, il mio silenzio e la mia concentrazione vennero messi
duramente alla prova da una sottile voce femminile molto vicina a me.
Mi voltai.
«È un po’ che ti osservo, sai? Hai un’ aria molto misteriosa. Non
hai amici con cui venire la mattina?» disse lei.
In effetti,da quando ero arrivato a Napoli nessuna ragazza che non
fosse stata una cliente, mi aveva mai rivolto la parola, perciò risposi
imbarazzato mentre passavo le dita nervosamente tra i capelli: «Il pomeriggio sono impegnato a lavoro e la mattina vengo qui, non ho tanto
tempo per gli amici».
Appena messo penna e quaderno in borsa ci incamminammo insieme verso l’uscita dell’università. Una volta fuori parlammo della
laurea in giurisprudenza e dei progetti futuri. Si chiamava Arianna. Mi
risultava una conversazione piacevole e lei una compagnia perfetta. Ci
rivedemmo anche nei giorni successivi. La prima domenica libera finimmo per pranzare insieme e per passeggiare più volte lungo la meravigliosa via Caracciolo. Ci godevamo insieme quella lieve brezza che
faceva svolazzare il suo foulard. Ci gustavamo quello sfondo azzurro
di cielo e mare che nel suo fondersi diventava celeste e poi bianco.
Consideravo tutto perfetto, sin quando lei dal nulla, propose di salire
a casa sua a prendere il caffè del dopo pranzo. Mai, al mio paese una
ragazza avrebbe potuto propormi una cosa del genere, sarebbe subito
stata considerata male e tutti l’avrebbero guardata con disprezzo.
Mi sentii scosso e senza neanche capire il perché annuii. Salimmo
da lei all’ ultimo piano di un belpalazzo in piazza Vittoria.
Infilò lentamente le chiavi nella serratura, cercando di non far rumore. Girava piano, nell’incertezza della presenza o meno dei suoi genitori in casa. La porta non si apriva ancora, c’erano le mandate.
La casa era vuota.
Entrammo e come promesso mi avviai in cucina per preparare il
caffè. Emozionato e un po’ scosso la guardavo intensamente mentre
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si sedeva su una sedia di legno, di quelle pratiche, da cucina. Versai lo
zucchero nel bicchiere e aspettai che uscisse il primo caffè, quello più
denso e cremoso per mettercene giusto un sorso e creare la crema. Lei
continuava a fissarmi mentre poggiava il suo gomito sul tavolo d’ acero
e giocava ad attorcigliarsi i capelli con le dita. Mi fissava e io, impassibile nello sguardo, mi sfogavo sbattendo la crema nel bicchiere con un
cucchiaino. Quel silenzio piacevole interrotto a poco a poco dall’ acciaio
stridente sul vetro, mi faceva sentire irrequieto e ansioso nell’ incertezza del dopo. Il fischio della macchinetta catturò la nostra attenzione.
Versai il tutto in due tazzine e aggiunsi la crema. Volevo che fosse il
migliore che avesse mai assaggiato. Le piacque. Lo sapevo.
Mi sedetti anch’io, vicino, e lei impassibile continuava a giocare con
i suoi capelli castani mentre con l’altra mano accompagnava la tazzina
calda alle sue labbra carnose rivestite dal rossetto. Il silenzio mi piaceva. Non c’era bisogno di parlare… Era la stessa sensazione di quando
tutto ti sembra a posto. Di quando rispondi a qualcuno a tono, sicuro
di te. Di quando consideri in una frazione di secondo, che ti piace lo
svolgersi di una conversazione interessante. Io ero lì e mi sembrava
tutto così giusto. Riflettevo su quante e innumerevoli potessero essere
le conversazioni da introdurre, ma nulla poteva soddisfarmi più di quel
silenzio. Mi godevo quei tre sorsi di caffè… Continuavamo a fissarci.
Mi sentii scoperto, invaso, da quello sguardo che per qualche attimo
sentivo nella mente. Lo sentivo cercare, frugare tra i miei pensieri. Ipnotizzato, cercavo di difendermi facendo finta di pensare ad altro.
Tutto inutile. Era brava, capiva tutto. Ero in enorme difficoltà. La tensione aumentò e mi alzai con la scusa di aprire la finestra dal caldo di
quella domenica di metà giugno.
Pensai che se mi fossi avvicinato di nuovo così tanto a lei sarei caduto nella trappola, quindi preferii incrociare le gambe e poggiarmi
accanto al piano cottura. Poi accesi una sigaretta e spostai le tazzine
macchiate di caffè nel lavello. Capì che ero un po’ nervoso perché subito mi invitò a togliere le scarpe e mettermi comodo sul divano bianco
di pelle, nell’altra stanza. Finii la sigaretta rapidamente, mi avviai in
soggiorno e mi sedetti, lei rimase per un attimo in cucina mentre sciac51
quava le tazzine. Mi urlò da lì di iniziare ad accendere la TV di fronte
a me. Era abbastanza grande, doveva essere un plasma da 42’’. Mi sedetti appoggiando un braccio al lato e l’altro in orizzontale tenendo
quasi il retro del divano. La vidi uscire dalla cucina con il suo vestitino
grigio, si intravedevano due gambe sode, colorite, depilate e prive di
grasso, in una camminata che la rendeva irresistibilmente sexy. Manteneva lo sguardo penetrante e io mantenevo il mio. Si sedette al mio
fianco e si voltò verso lo schermo.
In tv, una fiction perditempo e poco interessante, di quelle che si
vedono quando non si ha niente da fare, o per addormentarsi di pomeriggio dopo pranzo. Mi voltai verso di lei per chiederle che canale
volesse vedere.
Il suo viso abbronzato, gli zigomi alti, le sopracciglia poco folte, castane e curate. I capelli mossi, disordinati a furia di giocarci, e quegli
occhi... Valevano più di una vincita alla lotteria, più di qualunque auto
importante. Quegli occhi erano la più grande opera mai realizzata. Per
lo più aggressivi e spudorati, ma a momenti teneri e compassionevoli,
suggerivano una forte corazza all’esterno dettata da grande audacia e
stima di sé. Mi fermai.
Senza volerlo mi accorsi che ce l’avevo fatta anche io. Ciò che forse
lei provava a fare pochi minuti prima con me seduta al tavolo della cucina, l’avevo appena fatto io con lei. Ero entrato dentro di lei, nel profondo, ed ora sapevo come uscirne alla grande.
Non persi tempo, mi accostai a lei con respiro profondo, la baciai,
sicuro di me, continuai. Sapevo già che non le dispiaceva. Le scostai i
capelli accarezzandole il viso. Li spostai dietro l’orecchio che cominciai
subito dopo a baciare, lentamente, per poi scendere sul collo. Continuai a sfiorarla con le labbra qualche minuto fino a quando mi strinse
il polso di botto e mi guidò rapidamente in camera sua. Si tolse in un
attimo il vestitino e io il bermuda beige, poi la camicia e rimanemmo
entrambi in intimo. Esplodevo di felicità ammirandola priva di vesti e
presi il comando della situazione posandomi su di lei con i gomiti poggiati sul materasso e il petto appena strusciante sul suo. Ripartìi. Incominciai a far scendere i miei baci lenti verso il suo petto mentre
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mossi le mani per godere del suo corpo. Movimenti lenti e passionali
che risvegliavano a poco a poco la sua sensibilità. Osservai per un attimo la sua testa volta all’indietro e il labbro morso dai suoi incisivi. Si
catapultò su di me.
Prese a baciarmi sulla bocca mentre la sua mano destra si spostava
lentamente sul mio corpo con carezze estremamente piacevoli. Quella
ragazza che si stava prendendo cura di me era in quel momento tutto
ciò che avevo sempre desiderato, era lei, la ragazza dei miei sogni.
Quella intrigante, audace e piena di sé, quella bella, con cui ogni discorso vale oro e ogni silenzio diventa ancora più eloquente...
Quella ragazza mi aveva rapito.
Più la guardavo perso negli occhi, mi veniva quasi voglia di piangere
dalla felicità. Sempre movimenti lenti ma decisi. Continuavo a baciarla
dappertutto e percepivo le nostre anime e le nostre menti fondersi in
un qualcosa di grandioso e celestiale. Sentivo di amarla con tutto me
stesso, sempre, in ogni attimo, l’amavo come fosse la migliore, l’unica.
La baciavo e continuavo a godermi ogni istante, erano i più belli
della mia vita. Sentivo l’odore delle nostre pelli confondersi. Interminabili attimi di pura felicità si susseguivano l’uno dopo l’altro.
Due corpi, una sola anima. Alla fine ci abbandonammo soddisfatti,
ansimanti e sudati. L’abbracciai, forte.
Non ci parlammo ma finimmo per fumare entrambi godendoci il
soffitto bianco.
Fu proprio in quel momento che pensai a mio padre e a come mi
ripeteva sempre di non far passare mai nessun giorno della mia vita
senza aver imparato qualcosa, anche la più futile.
Sussurrai a bassa voce “Oggi ho imparato ad amare, papà”.
Napoli mi aveva segnato irrimediabilmente. Scrutando le vite delle
persone che passavano al bar e leggendo i loro pensieri ero cresciuto,
maturando consapevolezze sempre più profonde. Il contesto di quella
città in così poco tempo mi aveva prima affascinato e poi conquistato.
L’aria di mare e l’odore di caffè, lo strano dialetto e i ragazzini che giocavano a pallone per strada, mi cullavano in soffici manti di emozioni
impagabili. Sapevo di non poterne più fare a meno. Ero diverso, sicuro
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di me. Ma soprattutto, Napoli mi aveva fatto conoscere l’amore di una
ragazza che riusciva a farmi sentire realmente completo e amato.
Forse fino a quel momento ero vissuto soltanto in attesa di certezze
su cui fondare il mio futuro. Ma Napoli nella sua straordinaria generosità me le aveva regalate senza che io gliele avessi chieste.
Ora avevo tutto ciò che mi serviva per andare incontro al destino.
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Nel silenzio del tramonto
Vittorio Mocerino
Il cielo era di un viola spietato, pronto a trasformarsi in blu scuro
prima del necessario. “Presto farà buio, devo arrivare prima del tramonto” pensò. Nonostante il sole illuminasse ancora la via, le luci dei
lampioni si accesero improvvisamente. Adesso riusciva ad intravedere
meglio l’entrata del cimitero. Incominciò a correre verso l’enorme cancello e proprio mentre stava per varcare la soglia si bloccò. Fermo, immobile, guardava dinanzi a sé come se avesse visto un fantasma. Stava
avendo un ripensamento, nulla di cui preoccuparsi seriamente. Negli
ultimi tre anni non era mai riuscito a varcare quella soglia, aveva timore di non reggere il peso di quegli occhi. Quegli occhi azzurri e privi
di cattiveria. Gli occhi di una bambina innocente, morta a causa sua.
Terrorizzato e abbattuto era pronto a ritornare indietro, anche oggi la
sua impresa non sarebbe riuscita. Un raggio di sole lo colpì in pieno
volto, incominciò a intravedere il sole rosso che si nascondeva dietro
l’orizzonte. Pensò a quel tramonto e alla promessa fatta. Il suo sguardo
mutò improvvisamente. Ritemprato da quei pensieri si diresse a passo
deciso verso il cancello, e lo oltrepassò.
Ettore dormiva beatamente nella penombra della camera da letto.
Sua moglie Elena era da pochi minuti sveglia e lo guardava attentamente. Riusciva a intravedere le spalle muscolose segnate da tanti
anni di pallanuoto e con un dito le sfiorava dolcemente. Ettore riprese coscienza lentamente, sentiva il soffice tocco di sua moglie e
senza dire una parola si girò e prese tra le mani il viso di Elena, i suoi
occhi azzurri splendevano come la prima volte che li vide. La baciò
con passione, i loro corpi cominciarono ad avvicinarsi sempre più
come se fossero stati fatti per stare uniti. Poi un telefono cominciò a
squillare, uno scampanellio acuto che rimbombava per tutta la casa.
“Chi può mai essere a quest’ora?” si chiesero entrambi. Ettore
prese il telefono e rispose: “ Pronto?” - “Buongiorno Ettore!” Il forte
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accento inglese del capo Rick era inconfondibile “Scusa per l’orario
ma voglio che tu venga immediatamente in sede, meglio non parlare
al telefono”. Infine aggiunse “ Ah Ettore, quasi mi ero dimenticato,
buona Pasqua” poi richiuse. Il silenzio scese trai due amanti, fu Elena
dopo un po’ di tempo a romperlo: “ È proprio necessario che tu vada
a lavoro? Potresti dire a quel tuo brutto capo che non ti senti bene
ma ti prego resta con noi”. Ettore non rispose. Aveva gli occhi rivolti
verso le lenzuola, era immerso profondamente nei suoi pensieri. L’atmosfera d’amore e di passione precedente era scomparsa definitivamente. Elena prese nuovamente la parola: “È da tempo non dedichi
neanche un minuto alla famiglia, sei sempre in quell’ufficio a lavorare, Desiree sente la tua mancanza, io sento la tua mancanza.” Il
nome di sua figlia lo fece evadere dai suoi mille pensieri, guardò
Elena con un’aria determinata: “Lo faccio per la piccola, per te, per
tutti quanti. Adesso non posso spiegarti i dettagli ma fidati di me, è
per una causa giusta”. Una lacrima si fece strada sul volto di Elena,
poi una seconda. Lo sguardo di Ettore si addolcì, le spostò i capelli
biondi che le coprivano il viso, asciugò le lacrime con la sua mano e
infine si chinò e le diede un bacio. Lei gli sorrise e aggiunse: “Non
fare tardi”, poi si rimise sotto le coperte a dormire. Ettore guardò
l’orologio, le lancette segnavano le cinque e quaranta. “Non penso
che a quest’ora ci sia traffico, per le sei dovrei arrivare in ufficio”. Si
preparò in fretta e furia ma senza trascurare la dovuta eleganza della
giacca e della cravatta. Si guardò allo specchio per l’ultima volta: i
capelli castani corti erano al loro posto, la barba era come sempre
poco folta e curata alla perfezione. Prima di uscire di casa, però,
passò per la camera della figlia Desiree. La vista di sua figlia gli strappava sempre un sorriso. Dormiva come un angioletto vicino al suo
peluche. Si avvicinò alla piccola e la baciò sulla fronte, poi se ne andò
e chiuse la porta. Uscì di casa che erano le sei meno dieci e si avviò
verso la sua automobile. Il sole non era ancora sorto ma il cielo stava
perdendo oscurità per dar spazio alla luce.
Quella mattina andare a lavoro fu diverso, non c’era tutto il caos
che contraddistingueva gli altri giorni lavorativi ma vi era una pia56
cevole quiete. Ogni mattina si faceva un lungo tratto di strada da
piazza Vanvitelli fino all’ufficio in via Caracciolo e in quel lasso di
tempo ammirava la sua bella Napoli in tutte le sue sfaccettature: l’ordine e l’eleganza del vomero, la caotica Salvator Rosa, il lungo e bellissimo corso Vittorio Emanuele e infine quel lungomare
spettacolare. Ettore era legato come nessun altro alla sua città e non
voleva difenderla a tutti i costi. All’età di dodici anni si era trasferito
a Londra con la sua famiglia per motivi di lavoro ma il legame con
Napoli non si era mai spezzato. Quando a ventiquattro anni si laureò
in scienza della criminologia conobbe Rick, il suo capo. Lavorarono
insieme per diversi anni fino a quando quest’ultimo non fu trasferito
a Napoli per condurre un’indagine di grande importanza. Ettore continuò a lavorare nella capitale inglese per altri tre anni, facendo molta
esperienza e guadagnando una bella reputazione nel settore. Poi la
chiamata. “Pronto parlo con Ettore?” La voce gli era familiare ma
non riusciva proprio a capire chi potesse essere. “Sì sono io, ma chi
parla?” rispose Ettore un po’ confuso. “Che tristezza! Neanche il suo
vecchio capo riconosce” Disse ridendo. La conversazione durò a
lungo, in fondo erano diventati grandi amici lavorando insieme, ma
ad un tratto Rick arrivò al punto: “Mi fa piacere che ti sia trovato
bene nella mia bella Londra, ma… che ne diresti di tornare a Napoli
per lavorare con me? Si è appena liberato un posto e sei stata la prima
persona a cui ho pensa...” - “Accetto subito”, rispose Ettore prima
che l’amico riuscisse a finire la frase. E così dopo circa venti anni
dall’ultima volta era ritornato a vivere sotto lo sguardo dormiente del
Vesuvio.
Arrivò puntuale in ufficio e si diresse subito dal suo capo. Bussò
alla porta e dopo aver sentito “Avanti.” la aprì ed entrò. Vide Rick seduto dietro la scrivania che gli fece segno di accomodarsi.
Ettore era pronto a qualsiasi cosa, lo sguardo dell’amico inglese era
pesante, la tensione era palpabile, passarono dei secondi prima che
parlasse poi iniziò: “Ettore sei sempre stato un fedele amico e un
grande collega, penso che tu sia pronto per questa prova. Già tempo
fa ti accennai di una missione che sto compiendo da quando sono ar57
rivato a Napoli. Adesso è tempo che tu sappia ogni dettaglio di
quest’ultima. Ho bisogno del tuo aiuto.” - “Sono pronto ad accettare
questa missione” rispose Ettore con sicurezza. “Abbi pazienza,
ascolta con attenzione tutto ciò che sto per dire e poi rispondimi”.
Dopo un lungo sguardo riprese il suo discorso: “Sono diversi anni
che l’intelligence americana ha stabilito una sua base qui a Napoli
per monitorare alcuni movimenti sospetti da parte di camorristi, sospetti fondati” - “Perché mai gli americani dovrebbero interessarsi a
questioni tra camorristi?” - “Perché non si tratta del solito spaccio di
droga intercontinentale o della faida tra bande, si parla di cose
grosse, si parla di chili plutonio da vendere ad Al Qaeda! Gli americani sono subito intervenuti ed ne hanno discusso con la Nato durante un convegno straordinario. Hanno discusso per vari giorni e
infine hanno trovato una soluzione. Eliminare per sempre tutti gli
esponenti della camorra in un unico giorno. Li hanno classificati
come terroristi, vogliono tutti morti.” Lo sguardo di Rick era gelido.
“È una follia, non può essere. Ci vorrebbero migliaia di agenti specializzati, anni di ricerca spionistica, non dovrebbero trapelare notizie all’esterno e poi…” Ettore fu bloccato con un segno della mano di
Rick. “Milleottocento agenti provenienti dalle file delle migliori organizzazioni militari del mondo, in sei mesi abbiamo localizzato tutti
gli obiettivi. Non si sono sparse voci perché gli enti locali non sono
stati presi in considerazione. Questa notte alle tre guiderai una squadra di cinque agenti per eliminare due importanti boss. Adesso a te
la scelta”. Ettore rimase spiazzato, non poteva credere a quelle parole. Poi tutta la tensione accumulata sul suo viso si trasformò in un
grande sorriso: “Staniamoli tutti a quei bastardi!”
Arrivò a casa verso le sei, aveva passato la Pasqua a pianificare la
strategia per quella notte, adesso aveva solamente voglia di dedicarsi
alla sua famiglia. Entrato a casa vide la sua bambina: aveva il suo solito peluche con sé, lo guardava con quegli occhi azzurri che Ettore
amava più di ogni altra cosa al mondo. In pochi istanti tutta la tensione e i brutti pensieri si dispersero, voleva passare tutta la serata a
giocare con la sua piccola Desiree.
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“Sono le due, cinquantadue minuti e trenta secondi... Siete nel
luogo stabilito?” Rick parlava alla ricetrasmittente. Seduto sul sedile
posteriore dell’auto nera poco lontana dalla villa, Ettore era pronto
a confermare: “Si signore, pochi minuti e l’operazione avrà inizio.
Passo e chiudo.”
La pioggia era forte, l’aria fredda ma Ettore sudava sotto il giubbotto antiproiettili. “Entreremo in azione alle tre in punto. Non attiriamo l’attenzione, questa pioggia ci nasconderà. Ricordate di
eliminare subito il bersaglio, potrebbe essere armato.” Ettore e i suoi
uomini aspettavano solo che le lancette segnassero l’ora stabilita per
uscire allo scoperto e compiere la loro missione. Mentre le lancette
scattavano sempre più lentamente, un vortice di pensieri invasero la
sua mente. Pensava alle lacrime versate da sua moglie quella mattina
e immaginò le lacrime che avrebbe potuto versare se quella missione
fosse andata storta. Poi l’immagine di sua figlia, gli occhi erano diversi. Tutta la luce che li caratterizzava e li rendeva speciali era sparita per lasciar spazio a oscurità e lacrime. Un tuono lo fece
sobbalzare, diede uno sguardo all’orologio: l’ora era giunta. Scesero
di corsa dalla vettura e si avviarono verso il cancello che portava al
giardino. “Sparate ai cardini laterali e alzate senza fare rumore.” ordinò Ettore. Due agenti eseguirono l’ordine con i loro fucili d’assalto
silenziati. “E la prima parte è fatta…” pensò. Si avviarono verso l’edificio attraverso un viale in pietra centrale fiancheggiato da una serie
di enormi colonne doriche. La pioggia aumentò di intensità coprendo
il rumore dei loro passi che oramai avevano raggiunto l’ingresso. “La
casa è enorme, avranno sicuramente qualche passaggio segreto per
fuggire, non dobbiamo farci vedere né tantomeno sentire fino a
quando non saremo faccia a faccia con l’obiettivo.” poi, dopo aver ripreso fiato, continuò: “Sfrutteremo il rumore di un tuono per rompere una finestra, Harry entrerà ed aprirà la porta agli altri”. Non
appena Ettore terminò la frase, un fulmine si scaglio non lontano da
lì, Harry corse subito verso la finestra e, proprio nel momento in cui
il suono del tuono raggiunse la casa, ruppe la finestra con il calcio
del fucile. La porta dopo pochi secondi si aprì e il resto del team fece
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irruzione nella casa. Ettore la osservò per qualche attimo e con pochi
gesti indicò a tutti che strada prendere: si dividevano. Avanzò lentamente e con il fucile puntato in direzione delle scale e cominciò a salire. “Probabilmente le stanze da letto si trovano al piano superiore”,
pensò. Salite le scale, si ritrovò dinanzi a un lungo corridoio buio, si
fece coraggio e avanzò. La prima porta a sinistra era socchiusa e notò
subito che era un bagno. Continuò a camminare, i suoi occhi si erano
adattati all’oscurità e riusciva a vedere altre due porte davanti a sé.
Poi un rumore, la maniglia di una porta cigolò. Ettore puntò l’arma
verso la seconda porta, pronto a far fuoco, e intravide una sagoma,
l’indice poggiato sul grilletto. Una bambina uscì dalla porta con un
orsacchiotto in mano. “Dio mio stavo per ucciderla!” Ettore abbassò
l’arma e corse subito verso di lei. Un attimo prima che le tappasse la
bocca, la bambina emise un grido acuto. Un’altra porta si spalancò
con violenza e un uomo in boxer e maglietta bianca uscì con una pistola tra le mani. Ettore alzò subito la sua arma, non in tempo.
L’uomo aveva già sparato una raffica micidiale di colpi.
Via Roma era affollatissima, migliaia di turisti invadevano le
strade e il sole brillava alto nel cielo. Ettore, insieme alla sua famiglia,
si dirigeva in piazza del Plebiscito per assistere al discorso del nuovo
sindaco di Napoli. Il discorso era iniziato da un pezzo e riuscirono
ad ascoltare solamente l’ultima parte. “Sono ben due anni che la camorra è stata sradicata dalla nostra bella città e le conseguenze sono
visibili a tutti. Migliaia di aziende investo ogni anno nella nostra città,
offrendo posti di lavoro e benessere a tantissimi cittadini. Migliaia
di studenti lasciano i propri paesi d’origine per venire a studiare nelle
nostre meravigliose università! In soli due anni, con grandi impegni
e sacrifici, abbiamo reso questa città, ex capitale dei rifiuti e della
corruzione, la città più visitata e bella del mondo!” La folla urlava ed
esultava, il sorriso e la gioia invadevano quella piazza… non per un
uomo, non per Ettore.
Riaprì gli occhi. Era disteso sul pavimento e guardava il soffitto
di quel corridoio oscuro. “Non sono morto!” pensò. Un dolore intenso al petto rese arduo alzarsi in piedi. Poi lo vide, quell’uomo era
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disteso a pancia sotto sul pavimento, in un lago di sangue. Quattro
proiettili lo avevano colpito dietro la schiena. Harry era all’altezza
del bagno con un fucile tra le mani. Era stato lui a sparare al camorrista e a salvare la vita ad Ettore. Quest’ultimo però notò del sangue
sul suo giubbotto antiproiettili ed impaurito si girò indietro. La bambina era a terra. L’orsacchiotto era zuppo di sangue. Aveva due fori,
uno in pieno petto e l’altro in prossimità del cuore. Ettore si avvicinò
tremante, le mise una mano dietro il collo e la osservò: era ancora
viva, ma non sarebbe sopravvissuta a lungo. L’uomo scoppiò in lacrime. La bambina aprì gli occhi, erano azzurri e splendenti come
quelli di sua figlia Desiree. Mentre sputava sangue pronunciò le sue
ultime parole: “Papà qui è buio… voglio il tramonto…” - “Ti prometto
che lo vedremo insieme.” disse l’uomo guardandola negli occhi. Poi
quegli occhi si spensero.
Ettore correva, non voleva che il sole tramontasse prima di averla
trovata. Correva in quel dedalo di tombe cercando disperatamente
la foto della bambina. Molte persone stavano uscendo dal cimitero,
aveva poco tempo. Smise di correre. Una tomba fu improvvisamente
illuminata da un raggio di sole. L’aveva trovata. La croce era adornata
da una marea di fiori e lumini che quasi nascondevano la foto della
ragazza. Ettore piegò le ginocchia e incominciò a parlare: “Perdonami
se ho impiegato tre anni a venire, ho avuto molta paura. Sono arrivato, è il momento di guardare il tramonto insieme”. L’uomo con le
lacrime agli occhi si girò verso il sole, la sua luce era bellissima. Dopo
circa tre anni Ettore si sentì nuovamente felice. Spostò alcuni fiori
per guardare meglio la bambina e rimase molto colpito. Quella bambina gli stava sorridendo, un sorriso che non aveva mai avuto il piacere di vedere, ma che da quel momento non avrebbe mai
dimenticato.
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La strada giusta
Marisa Pesaola
Forza. Libertà. Volontà. Chiunque ci veda passare, ci riconosce in
queste parole. I piedi si muovono con solenne costanza, superandosi
a vicenda a ogni passo, eppure non sto semplicemente camminando.
Trascino pensieri, mi lascio governare da risolute speranze stanche
di essere astratte proiezioni di una comune insofferenza. Sono un
granello d’idea mosso da un’immensa ondata di gente che bagna via
Toledo. L’anima si mischia al corteo, si unisce ai cori gridando con
la voce di tutti, urla e alzate di mani sono amalgamate in quell’aria
che oggi sceglie il profumo dell’agitazione. Siamo il movimento di un
unico corpo, siamo l’espressione di un’unica voglia, siamo il volto di
un unico pianto.
Oltrepassiamo lo sguardo eterno della statua di Dante, i palazzi
protesi sulla Ztl, il monumento incombente su piazza Carità. È una
sacra processione in onore di possenti, intime radici.
Ho difficoltà a distinguere gli odori tra le piante umide della pioggia del giorno prima e gli aromi allacciati alla gente. Chiudendo gli
occhi, prevale il muschio, abbarbicato ai presepi e alle vecchie pareti,
quando non mi prende la stretta allo stomaco di quello che viene cucinato. Pizza, panzarotti e sfogliatelle sbucano da bar e ristoranti, paralleli alle fragranze casalinghe del ragù e della genovese, quelle che
conquistano i vicoli per giorni.
Osservo le persone che mi circondano, e sono tutte alla pari, parti
uguali e indivisibili di qualcosa di grande. Immagino che ognuno di
loro abbia motivi più che validi per combattere, per protestare, per
provare a cambiare le cose. Chiudendo gli occhi, posso fingere di essere immobile, ad aspettare che qualcun altro difenda la causa al
posto mio. Eppure la magia è proprio in questa danza a cui contribuisce ogni singola parte. Ogni sguardo trasuda frammentari riflessi
di ribellioni personali, che in realtà appartengono a tutti.
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Giro la testa e vedo la mia ribellione farsi strada in un’aura sorridente di tenace dignità: mio fratello Dario, con un megafono tra le
mani, accalorato dal coro che sta guidando, e mia madre, che spinge
la sua carrozzina, le spalle dolcemente curvate e l’andamento fiero.
Non possiamo permetterci di pagare il diritto alla vita che il nostro
stato dovrebbe garantirci. Nuovi tagli alla sanità e alla ricerca scientifica, la scomparsa dei fondi per adeguare Napoli ai portatori di handicap, assistenza quasi nulla alle famiglie.
E allora noi tre siamo qui. Dario per riprendersi la città che gli
viene negata, mia madre per sostenere la sua determinazione, ed io.
Io, i miei vent’anni sudati, la piccola camera traboccante di libri, sempre insufficiente lo spazio per la cultura nascosta tra i vestiti. Io, mille
strade nelle gambe, mille fantasie negli occhi, mille dubbi nelle unghie rosicchiate, mille lacrime abbandonate in gola. Io, l’amore per
le passeggiate consumate strisciando lungo le mura e le storie di Partenope, e l’odio al solo pensiero di trasferirmi.
Io non sono qui soltanto per mio fratello, per mia madre, né per
le innumerevoli ragioni della manifestazione. Sono qui per ritrovare
la terra che amo, i profumi agrodolci e i sapori mediterranei, quella
frittura mista di tradizioni e continue metamorfosi. Sto tirando
avanti perché Napoli m’incanta, mi attrae, mi scaccia e mi richiama
nel suo ventre tormentato ogni giorno. Ogni giorno si aggrappa a me,
unghia contro carne, i muscoli tesi e la mente offuscata da incessanti
martiri. Mi graffia, se ne pente, mi pulisce le ferite e mi culla con la
sua tarantella spaurita e audace.
M’infiammo, e s’infiamma il corteo. I quartieri spagnoli, la galleria
Umberto I, la funicolare e il teatro a piazzetta Augusteo, la fontana
davanti il San Carlo sembrano avere il fiato sospeso, come se volessero farsi da parte per incoraggiare il nostro irrefrenabile cammino.
La gente ci osserva, affiorando da portoni avvizziti o da balconi angusti, sbirciando oltre le vetrine dei negozi. Chi non si unisce a noi,
di sicuro non ci ostacola. Il sole stesso ci accompagna, e per una volta
sembra tutto inatteso, più giusto. Carabinieri e poliziotti non sono il
nemico, l’avanguardia pronta al sacrificio dell’esercito rivale, non
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oggi. Sono parte di noi, sono fratelli, e padri, e figli, e amici, e amanti.
Sono napoletani, come Dario, come mia madre, come le mani
sventolanti del corteo. Come la ragazza a destra, tutta piercing e tattoo, che fende l’aria con una bandiera, o come l’operaio alto il doppio
di mamma che si offre di aiutarla a guidare la carrozzina di mio fratello. Come il vecchietto che ci aspetta all’ingresso del Palazzo Reale
in piazza del Plebiscito, perché ieri la mia ostinata energia l’ha convinto che vale la pena accodarsi, o come sua moglie che gli prepara il
pranzo lamentandosi dell’osteoporosi.
Napoletani come me, a dispetto di tutto, innamorati di Napoli come
me. Pacifici guerrieri di truppe diverse, ricopriamo il nome della città
di speranza, trepidazione, comune insofferenza, in un disperato sguainato baccano. E non c’è pacifico guerriero migliore di Dario. Mio fratello, con il carattere coraggioso e l’indole gentilmente schietta, è la
persona più brillante che conosca. I tre anni di differenza che lo rendono primogenito mi hanno insegnato valori di altri tempi, i suoi occhi
fumosi come un vecchio film neorealista mi hanno cresciuto a pane,
amore e fantasia. Abbracci vigorosi e rassicuranti mi hanno sorretto
quando mi sconvolgeva l’assenza di un padre mai conosciuto. Le sue
mani grandi mi hanno rivelato un modo inconsueto, particolare, per
ammirare il mare, lasciando penetrare in ogni cellula dell’essere la melodia della sabbia macchiata di sole. La voce di Dario ha il dono di ammaliare, affascinare, forgiare il vento convincendolo di essere un
gabbiano. Ed è la sua voce a trainare la manifestazione, a condurre assordanti migliaia di passi con un’imponente andatura, sincronia di
mondi disparati, e quasi posso percepire il rumore delle sue parole
bussare alle porte dell’indifferenza.
Forza. Libertà. Volontà. Aleggiano tra i corridoi all’università e
sulle sedie in biblioteca, rischiarano le espressioni fiacche e scuotono
la polvere addormentata sulle coscienze. È circa un mese che non si
parla d’altro: lo sciopero nazionale più grande da quando se ne ha
memoria, di cui Napoli è stata inconsapevolmente eletta leader.
La mia città, la nostra città, questo luogo enigmatico che non garantisce nulla, disposto a regalarti la meraviglia del caos in cui
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piombi. Un paradosso vivente, la contraddizione per eccellenza, è ora
teatro di una svolta, di un “Basta!” che s’impone umile in ogni anfratto. Il passato le mette una mano sulla spalla guardando il futuro
dritto negli occhi, e sa che Napoli può farcela. Può far esplodere le
bombe seppellite da anni sotto un velo di omertosa insensibilità, può
condurre un paese intero verso l’esile solco che lo separa da una civiltà migliore.
E lo sappiamo tutti, mentre marciamo verso il mare, che questa
volta non è come le altre. Questa volta funzionerà. Ci basta un’occhiata alla meraviglia della natura intorno a noi per saperlo. Il golfo
soffice delle forme del Vesuvio è il morbido sfondo di un’ostinata
camminata, l’incipit di un viaggio. I tavolini salmastri dei bar in via
Caracciolo osservano il nostro passaggio, gli scogli attendono lo scorrere del clamore d’idee e progetti pronti a trasformarsi in realtà.
Do uno sguardo a mio fratello, poi torno con gli occhi lucidi al
viale e aspetto il flusso di ricordi che mi legano a quel luogo. Io e
Dario sul pedalò qualche estate prima, o le gare di velocità sui pattini,
o i coni gelato gocciolanti di risate e cioccolato. E poi gli ultimi tempi,
le passeggiate tranquille, lui con un libro sulle gambe ed io dietro la
sua carrozzina, fino alla spiaggia. Ci stendevamo sulla sabbia e sprofondavamo in Proust, Calvino, Tabucchi, La Capria, Rodari. Così potevamo concederci di trascurare per un po’ la frustrazione e la
delusione, di assaggiare la salsedine e il riverbero luminoso delle
onde. Molte cose sono comunque rimaste invariate dopo l’incidente
che due anni fa lo ha paralizzato. Come il nostro appuntamento fisso
mai rimandato, il 22 di ogni mese, da piazza dei Martiri dritti in libreria, godendoci un giretto a Santa Lucia e qualche volta un caffè
freddo con macarons al Gambrinus. Sin dall’inizio avevamo scelto il
giorno 22 perché nella smorfia napoletana questo numero indicava
‘o pazzo, e noi due ci siamo sempre reputati fuori dal comune, non
senza un certo orgoglio. Pure le tombolate in pieno agosto sono ancora una piacevole abitudine, inventando storie divertenti, o le partite a tressette sul tavolino tarlato nella camera di mamma, tra
battute e sfortuna sfacciata.
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È anche per questi ricordi che oggi stiamo sfidando un destino
inaccettabile. Stiamo affrontando i tabù per distruggerli, la sorte per
riscriverla. Stiamo attraversando le viscere che ci hanno generato,
portando con fatica l’affanno di una terra gravida di simboli e luoghi
comuni. Stiamo plasmando una possibilità che vale molto. Vale per
me, per Dario, per mia madre, per la ragazza con la bandiera, per
l’operaio gentile, per i due vecchietti inseparabili, per quell’unico
corpo che invade e pervade la strada.
Forza. Libertà. Volontà. Chiunque parlerà di noi, ci ricorderà in
queste parole, perché di queste parole stiamo cambiando il significato. Stiamo sfilando tra bellezza e orrore, impregnando a spicchio a
spicchio Napoli per farla riemergere dallo sconforto. Stiamo avanzando verso la strada giusta, verso la città del futuro. La nostra città,
nel nostro futuro.
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Pasta la revoluciòn, siempre
Lorenzo Porcelli
Il piano aveva funzionato alla perfezione. Sarebbe stato scalpore
e scandalo nazionale.
Il trascendentale manifesto ro’ Dittator era stato oltraggiato.
Sicurezza inutile, elusa in poco tempo: due stencil e cinque bombolette.
Ora l’inquietante immagine appesa dal palazzo reale, simbolo
della dittatura, aveva assunto un tono ben diverso: nella mano destra
gli era magicamente apparsa una forchetta e , sotto, un piatto di spaghetti, simbolo del popolo napoletano.
Sotto c’era una scritta fatta frettolosamente : Pasta la revolucion,
sempre.
Semplice, ma efficace.
I napoletani erano diversi, diversi da com’erano un tempo. Quarantasette anni di dittatura, dopo la Strage dei Rifiuti, avevano bruciato ogni speranza. La gente non voleva più scendere in strada.
Aveva paura.
L’aria di mare era stata sostituita da quella stantia delle tossine
che oramai infestavano tutto il territorio cittadino e quello circostante. Ogni attività aveva dichiarato fallimento: nessuno veniva più
a Napoli. Ma nessuno neanche usciva.
La tirannia ro’ Dittator era ferrea.
Quarantasette fatidici anni prima, circa una settimana dopo
l’esplosione terribile dei sedici inceneritori di rifiuti cittadini che
aveva fatto marcire la città definitivamente, quell’uomo era venuto
fuori così, dal nulla. Con le sue truppe paramilitari, promettendo di
aiutare il popolo oramai abbandonato dallo stato, velocemente aveva
preso il potere e occultato diabolicamente ogni problema, mostrandosi alla gente come un profeta, un salvatore… Ma quei paramilitari,
lentamente, erano diventati macellai al servizio del suo enorme po69
tere; stroncavano inesorabilmente nel silenzio, insieme con la vita,
le idee e le parole di quelli che avevano capito che in realtà Napoli
aveva accolto un altro millantatore.
Quarantasette anni di esecuzioni, condanne, terrore, reclusione.
Alcune case furono distrutte e molta gente, non avendo un posto
dove stare, scendeva e vagabondava per strada. Ma le tossine erano
così potenti che bastavano due giorni di inalazioni che il sangue ti
usciva da tutti i pori.
Le vie divennero mattatoi a cielo aperto. Ma o’Dittator era buono,
concedeva un respiratore ed una bombola di ossigeno al mese ad ogni
famiglia per non privare il suo amato popolo della libertà di uscire.
Solo un respiratore per nucleo familiare.
In media ogni nucleo contava quattro, cinque o più persone. Una
bombola di ossigeno per dieci persone fa dieci minuti di respirazione
a testa. Ogni trenta giorni.
I napoletani avevano sempre vissuto la loro vita all’esterno: un
caffè, una chiacchiera con gli amici… ma ben presto capirono che
fuori non potevano starci più.
Allora presero una decisione che fu dura da accettare ma sembrò
l’unico modo per sopravvivere: spostarsi giù, nell’altra Napoli….
Fu riscoperto e riattivato l’ antico sistema di sotterranei che correva sotto l’intera città.
Così Napoli riprese a vivere un poco .
I commercianti, i professionisti, i nullatenenti, gli scugnizzi, tutti
si riversarono negli immensi cunicoli per ricercare la libertà di vivere
che gli avevano tolto.
Mancava il mare, il sole, il caldo ma il popolo si ritrovava di nuovo
unito nel sottosuolo, nella rinata Napoli Sotterranea.
Grazie a tutti gli ingegneri e agli operai, fu costruito un enorme
sistema di illuminazione e di rifornimento idraulico.
La gente tornò a sorridere. Ma non tutti. Non Tatore.
Tatore aveva ormai diciassette anni e fuori non c’era mai stato, o
almeno non lo ricordava.
Poco dopo la sua nascita, suo padre fu individuato come un peri70
coloso dissidente e con lui tutta la famiglia. Sua madre, poco prima
di essere catturata, riuscì a consegnarlo ad una donna che passava,
una perfetta sconosciuta. Ma quella donna lo crebbe con amore,
come avrebbe fatto la madre biologica finché ne ebbe la forza poi
anche lei lo lasciò ma nelle mani amorose di un’altra donna, una che
era sterile… Tutti ricordavano la gioia che si vedeva negli occhi della
nuova madre che in quell’attimo di felicità aveva raggiunto lo scopo
di una vita.
Così Tatore, che aveva avuto ben tre madri, diventò grande in
fretta: la gente lo conosceva in tutti i cunicoli e una delle tante cose
che spesso si dicevano di lui era che, nonostante la sua giovane età,
parlava e ragionava come un uomo fatto, forse perché era cresciuto
così, sempre solo dentro.
La notte rimuginava su tutto ciò che gli era capitato, se era giusto
o no, e si chiedeva che cos’era giusto e se o’ Dittator per caso se lo
chiedeva mai o se invece era sempre già sicuro di saperlo. Spesso si
domandava se il tiranno avesse mai provato quello che la gente provava tutti i giorni lì sotto, se c’era un motivo in tutto quello che faceva. Se esisteva veramente un dio lì su.
Dopo tante notti di insonnia passate a pensare, giunse alla conclusione che se mai fosse esistito un dio di sopra, chi sa dove, lo
avrebbe aiutato a realizzare quello che aveva pensato…
Sotto non puoi fare le delle cose che puoi fare sopra. Gli spazi sono
decisamente ristretti: se sei un bambino, ad esempio, non puoi giocare a pallone. Devi trovarti qualcos’altro da fare.
Alcuni imparavano teoria del ritmo per rallegrare gli animi degli
altri, altri cercavano parole per descrivere quel poco che avevano attorno, mentre pochi avevano l’immaginazione per disegnare qualcosa che non avevano mai visto. Tatore era uno di questi.
Dipingevano con gli spray che avevano portato dai vecchi negozi
di sopra, tutti i cunicoli, riempivano e rallegravano muri umidi e tristi, donavano quel tocco di colore che faceva pensare al sole che mancava e la gente guardava e spesso sorrideva, così un semplice disegno
riusciva a cambiare un poco la loro giornata buia.
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Fu da questo che Tatore capì la forza che poteva avere una semplice immagine: forse poteva veramente ribaltare quel dannato sistema marcio che odiava e far scattare la rivoluzione.
Fuori non c’era mai stato e non sapeva come comportarsi.
Guardando quel poco di immagini sull’unica TV della città che si
trovava di sotto e parlando con gli anziani, ormai troppo anziani per
comprendere ciò che stava progettando ,iniziò a memorizzare i loro
ricordi per fissarsi nella mente la struttura della città, a individuare
i punti dove nascondersi, dove uscire e dove entrare, dove i Macellai
facevano la ricognizione, i turni, le ronde e soprattutto dove erano le
telecamere nascoste che controllavano tutto.
Segnò ogni cosa su un quadernino non decidendosi mai a trovare
il momento e il mezzo giusto per agire, fino a quando gli capitò di rivedere insieme ad un anziano un cortometraggio- tributo alla presa
di potere ro’ Dittator.
I Macellai alla fine, come estremo omaggio, affiggevano alla facciata del Palazzo Reale un enorme manifesto che ritraeva il loro leader in una posa tipicamente dittatoriale.
Il filmato risaliva a quarantasette anni prima e nessuno in tutto il
sotterraneo sapeva dirgli con certezza se si trovava ancora lì. Chi lo
sapeva era morto da tempo. L’unico modo per verificare era uscire
fuori.
La possibilità era unica e significava privare qualche malcapitato del suo respiratore e del suo ossigeno. Non poteva cercare alleati, non lo avrebbero mai aiutato.
Disegnare a mano libera significava portarsi dietro troppi spray e
soprattutto aver bisogno di più or tempo Gli stencil andavano molto
meglio: semplici e cinici.
Dopo aver programmato ogni cosa, mentre tutti dormivano,
diede un bacio sulla fronte alla sua ultima madre e si avviò verso il
Tunnel Borbonico.
Lo percorse tutto nel buio, con il fiato corto e la paranoia di ritrovarsi qualcosa o qualcuno di inaspettato davanti. Finalmente trovò
l’uscita e, essendosi equipaggiato con respiratore e bombola, aprì la
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botola che lo separava dal mondo reale...
Appena l’aprì senti un odore nauseante e l’ultima cosa che ricordò
fu una mano che lo strappava ad ogni esitazione e lo buttava fuori
dalla botola.
Dopo un iniziale stordimento, si accorse che aveva ancora il respiratore sulla faccia e la bombola dietro, ma la luce era fioca e il pallido plenilunio era l’unico aiuto per riuscire a distinguere le forme
nel buio. Tentò di alzarsi ma poggiò le mani su dei frammenti di
vetro e si lasciò scappare un flebile grido trattenuto quando si sentì
afferrare e in un sibilo, chiare parole “Zitto! Ci farai scoprire!”. La
voce era bassa ma dura e ben comprensibile e bastò un attimo per
capire che aveva compagnia.
“Eh? Chi sei?”
“Rimandiamo a dopo le domande, abbiamo un piano da svolgere.”
Un piano da svolgere?- Non aveva mai parlato a nessuno di cosa
aveva in testa.
“Seguimi, ti guido io.”
Tatore si trovò a disagio, dovendo seguire qualcuno che non aveva
nemmeno ben visto, ma capì che forse ne sapeva più di lui.
Attraversarono la strada, e rifugiandosi nelle tenebre riuscirono
ad arrivare fino all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale.
Era uno spettacolo macabro, c’erano ancora corpi di ribelli ormai
in decomposizione, attaccati da stormi di corvi famelici, lasciati lì per
suscitare terrore in chiunque avesse osato seguirne l’esempio: uscire
fuori, gridare alla luce del sole che non era possibile vivere così, che
Napoli non voleva morire…
Tatore era rimasto sconvolto da ciò che aveva visto, quando finalmente sentì la tensione calare, ripropose la domanda.
“Allora chi sei?”
La figura misteriosa si tolse allora il cappuccio e nell’ombra Tatore fu felice di ritrovare un volto conosciuto.
Era una ragazza che viveva nel suo stesso quartiere, lì sotto, una
tipa taciturna ma sveglia.
73
“Pensavi che lì fossimo tutti idioti e che nessuno aveva capito cosa
in realtà volevi fare?”
Rimase basito. Non sapeva che rispondere, non aveva mai capito
le donne, forse troppe madri….
“Ho trovato la tua idea semplice ma geniale, e quindi ho deciso di
aiutarti. Non te l’ho detto subito perché sennò avresti mandato tutto
all’aria. Conosco bene questo palazzo, se vuoi riuscire nella tua impresa ti conviene stare al passo”.
Il silenzio prese di nuovo il potere e la ragazza iniziò a scavalcare
il cancello.
“Allora ti seguo” fu tutto quello che Tatore riuscì a mormorare.
Quando furono entrambi dentro, iniziarono a correre ed era lui che
seguiva lei.
Le porte erano tutte aperte e c’era un solo uomo a controllare.
Tatore fu preso dal panico, ma la ragazza con un guizzo gli scivolò
alle spalle.
“Strano,” disse Tatore “pensavo che avremmo trovato qualche difficoltà in più”
“Mai dire mai” rispose la ragazza con il fiato corto.
Giunsero alla scala che conduceva al tetto e salirono. Da lì nell’oscurità piano piano riuscirono a tirare su il manifesto. Pochi secondi
e Tatore aveva il suo capolavoro su cui mettere mano. Velocemente
tirò fuori dallo zaino gli attrezzi del mestiere: un poco di nastro adesivo, qualche spruzzo e nel buio entrambi riuscirono a sentire il debole riso di compiacimento dell’altro.
Il piano aveva funzionato alla perfezione. Sarebbe stato scalpore
e scandalo nazionale.
Il trascendentale manifesto ro’ Dittator era stato oltraggiato.
Sicurezza inutile, elusa in poco tempo: due stencil e cinque bombolette.
Ora l’inquietante immagine appesa dal palazzo reale, simbolo
della dittatura, aveva assunto un tono ben diverso. Nella mano gli
era magicamente apparsa una forchetta, e sotto, un piatto di spaghetti. Simbolo del popolo napoletano.
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Sotto c’era una scritta fatta frettolosamente: Pasta la revolucion, siempre.
Semplice, ma efficace.
Avrebbe sicuramente riacceso con una risata dissacratoria un
poco di fiducia nei cuori dei napoletani.
Tornarono giù silenziosamente e quasi empaticamente si avvicinarono l’uno all’altra, come se entrambi avessero capito qualcosa…
Ma una luce accecante ed un rumore metallico li fecero regredire di
quel poco che erano avanzati.
Tatore aveva capito subito cosa li aveva fatti cadere nel sacco,si
erano avvicinati troppo alle telecamere.
“Fermi dove siete o spariamo a vista.”
Erano circondati.
Ma ci fu un guizzo e in un istante vide che la ragazza colpì tre di
loro in un solo colpo e scappò dentro il palazzo.
“Prendetela! Noi rimaniamo qua.”
Tre delle sette guardie rimanenti si affrettarono per scendere a
loro volta nel palazzo e rincorrerla.
“Tu, mani dietro la testa, oppure te la facciamo saltare.”
Era in trappola. Era circondato da quattro Macellai con il grilletto
facile e caldo che sicuramente non avrebbero avuto pietà di un traditore ma cominciò lo stesso a correre con quel poco di fiato che gli
rimaneva. Lo aveva capito, era tutto finito, però… come era bella Napoli, sotto le stelle...
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GIORNALISMO
GIURIA
Ottavio Lucarelli, Massimo Milone, Armida Parisi
GIORNALISMO
Primo classificato
Chiara Varricchio
LICEO UMBERTO - III L
Partendo dalla descrizione di una stazione della Metropolitana di
Napoli, l’articolo constata che l’eccellenza a Napoli esiste e ipotizza,
con dovizia di argomentazioni, che può diventare il volano di una
concreta via di ripresa della vita economica e sociale.
Secondo classificato
Federica Palumbo
Liceo Vittorini - IV M
Parole intime e intense, pregne di sensazioni forti e contrastanti,
narrano di una Napoli nascosta e preziosa che non si vende ma si
dona solo a chi riesce ad accarezzarla.
Terzo classificato
Edoardo Rocco
Liceo Tito Lucrezio Caro - I D
Il mondo della solidarietà, presente in città con gruppi di volontariato molto attivi, è raccontato con vivacità e precisione. L’articolo
sottolinea con vigore il valore dell’accoglienza inteso come motore
per una convivenza pacifica fondata sull’inclusione.
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Una nuova ripartenza per Napoli
Chiara Varricchio
NAPOLI - La stazione Toledo della metropolitana di Napoli è, secondo il quotidiano inglese “The Daily Telegraph”, la più bella d’Europa, vincitrice del premio Emirates leaf International award come
“Public building of the year”. Progettata dall’architetto catalano
Oscar Tusquets Blanca, arricchita dalle opere di William Kendridge,
Bob Wilson e Achille Cevoli, la stazione di Toledo fa parte del progetto “Stazioni dell’arte” promosso dall’amministrazione comunale
di Napoli volto alla creazione di un museo decentrato e distribuito
sull’intera area urbana che si articola in 13 fermate sulle linee 1 e 6
della metropolitana, dove si possono ammirare 180 opere di 90 tra
artisti e architetti di fama mondiale. Questo non è l’unico riconoscimento per il capoluogo campano che occupa anche il 16esimo posto
della classifica grazie alla stazione di Materdei. Un’altra ripartenza,
insomma, per la città di Napoli che così prova nuovamente a reinserirsi nel panorama culturale e sociale europeo. Sì, perché Napoli di
opportunità per essere protagonista della scena internazionale mostrando le sue mille potenzialità ne ha avute tante, non tutte adeguatamente sfruttate. Tra i centri più importanti della cultura italiana,
culla di intellettuali e sede di invenzioni e innovazioni che hanno
cambiato il modo di vivere di gran parte della popolazione mondiale,
Napoli ha sicuramente un passato glorioso, ricco di storia. Ma forse
è proprio in questo mastodontico passato che la città è rimasta intrappolata, pietrificandosi come se non ci fosse un domani. Questa
immobilità politica e sociale ha creato un terreno fertile per la proliferazione delle numerose forme di illegalità che attanagliano il nostro
vivere quotidiano. È arrivato il momento di risorgere dalle ceneri, e
sembra che la volontà collettiva di rimettersi in gioco dei napoletani
sia forte e motivata dalla ricerca di un riscatto sociale agli occhi dell’Europa e del mondo. La metropolitana che ha puntato i riflettori
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sul rinnovamento artistico della città deve essere preservata e valorizzata così come Metronapoli sta facendo, organizzando visite guidate gratuite per turisti di ogni nazionalità. Proteggere il nostro
patrimonio culturale è indispensabile per costruire su basi solide il
futuro della nostra terra, restituendo a Napoli il prestigio che merita
così da trasmettere alle generazioni successive l’amore e l’orgoglio di
essere napoletani. Un errore comune nella gestione della città, però,
è di focalizzarsi su un unico soggetto del quadro, trascurando il resto
del paesaggio e la cornice che lo circonda, che spesso sono abbandonati al degrado più totale. Monumenti importantissimi che ornano
il centro della città sono rovinati da atti di vandalismo, così come i
treni e le metropolitane adibite al trasporto pubblico sono diventati
ormai la tela per i graffiti degli emergenti artisti di strada. Napoletano civile sembra essere quasi un ossimoro, ma con l’impegno e la
perseveranza di chi tiene veramente al miglioramento della città possiamo auspicare un radicale cambiamento della situazione, vedere
Napoli all’interno del processo di globalizzazione che freneticamente
avvolge le nostre vite sotto una nuova luce, una luce di speranza e di
rinnovamento, la luce della cultura volta alla sconfitta dell’ignoranza
che genera illegalità e criminalità. I numerosi eventi internazionali
che Napoli ospita, dall’ America’s Cup alla Coppa Davis fino all’attuale mostra di Andy Warhol, devono essere il trampolino di lancio
verso un futuro più luminoso che punti sull’immenso patrimonio artistico e culturale di cui la città dispone e di cui i napoletani in primis
devono prendere consapevolezza. Napoli ha ancora tanto da offrire
al mondo, non c’è da meravigliarsi se artisti provenienti da ogni dove
rimangano abbagliati dalla bellezza di questi splendidi luoghi e
spesso sono proprio benefattori stranieri che finanziano opere pubbliche per il rilancio del turismo campano. Il treno è da sempre simbolo del progresso e in questo caso rappresenta la metafora perfetta
per esprimere la nuova direzione verso la quale la città si sta avviando
con la costanza e la fermezza di proseguire questo viaggio sfrecciando
sui binari del futuro.
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Una città proiettata verso il futuro
Federica Palumbo
Andy Warhol a Napoli, dal 18 aprile al 20 luglio, con centottanta
opere che raccontano il rapporto tra l’incontrastato re della pop art
e la città incontrastatamente ritenuta regina di pizza, camorra e immondizia.
O forse no?
Il vero e proprio boom di affluenza alla mostra, organizzata dall’associazione Spirale di idee e curata da Achille Bonito Oliva, noto
critico d’arte, accademico e curatore italiano, sembra dirci qualcosa
di diverso.
Nei primi quattro giorni di apertura, si sono registrati ben 14.000
visitatori, accorsi in massa per poter ammirare la mostra “Andy Warhol “Vetrine”.
“Il titolo della mostra - spiega Achille Bonito Oliva - nasce dall’esposizione al pianterreno di Palazzo Roccella di un nutrito gruppo
di opere su carta tratto dalla serie Golden Shoes, realizzata da Warhol
all’inizio della sua carriera nella Grande Mela quando, a metà degli
anni 50, lavorava come grafico pubblicitario e vetrinista per i negozi
di Madison Avenue”.
Un successo senza precedenti e, senza dubbio, un segnale di ripresa, per una città in forte crisi e per il Palazzo delle Arti, che sul finire del 2011 era prossimo alla chiusura.
La mostra, aperta tutti i giorni, escluso il martedì, dalle 9, 30 alle
19, 30 e la domenica dalle 9, 30 alle 14, 30, ospita ben 180 opere provenienti da musei, fondazioni e collezioni private, per fare spazio alle
quali è stata necessaria un’ampia organizzazione delle attività del
PAN.
Grande forza e coraggio devono essere riconosciuti quindi a chi
ha lavorato per portare questa mostra al Palazzo delle Arti, sapendo
reagire ad un grave momento di crisi.
81
La mostra racconta il rapporto che l’artista istaurò con la città di
Napoli, sin dalla sua prima visita del 1967. Wharol ritornò più volte
nella città partenopea, dove strinse legami d’amicizia con importanti
figure, quali il gallerista Lucio Amelio e Mario Franco. Anche grazie a
tali amicizie Andy Warhol ottenne numerose commissioni di ritratti
(esposti nella mostra) da parte di residenti della città. Proprio su commissione di Lucio Amelio, infatti, Warhol realizzò l’headline work
“Fate presto”, reinterpretazione della prima pagina de “Il Mattino”
pubblicato il 26 novembre 1980 (tre giorni dopo il terremoto in Irpinia). Con l’articolo si chiedeva un intervento tempestivo a soccorso
delle vittime del sisma, evento che colpì particolarmente l’artista.
Ancora una volta Warhol si ispira ai paesaggi di Napoli per la realizzazione della serie di lavori “Vesuvius”, nella quale il vulcano viene
riproposto con colori accesi, diversi e contrastanti. L’artista infatti
affermò: «Per me l’eruzione è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario ed anche un grande pezzo di scultura[… ]Il
Vesuvio per me è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale».
Tale rapporto tra l’artista e la città potrebbe sembrare apparentemente una forzatura, visto il contrasto tra il carattere prorompentemente contemporaneo dello stile di Warhol e il fatto che Napoli,
tradizionalmente, è considerata come (e, perché negarlo, è a tutti gli
effetti) una città antica, ricca di storia, ma allo stesso tempo chiusa
nel suo mondo, dove in diversi casi la tradizione non è unicamente
elemento di ricchezza, ma è legata ad una cattiva giustificazione di
quella che si rivela essere nient’altro che arretratezza e chiusura.
Spesso emerge la concezione di una città-isola, con un’identità
tanto forte da configurarsi nell’immaginario collettivo come un
mondo a sé stante.
Una città da dove, spesso, chi è proiettato verso il futuro, potendo,
fugge.
Il successo della mostra sembra, però, lasciare intravedere uno
spiraglio di ripresa: una tale partecipazione è sicuramente indice di
una società interessata, pronta ad aprire gli occhi verso nuovi oriz82
zonti, a guardarsi attorno. Emerge quindi un rinnovato interesse per
la cultura, fattore chiave nello sviluppo delle singole personalità e,
attraverso queste, della società.
I paesi più sviluppati hanno compreso tale legame tra formazione,
sviluppo personale e evoluzione sociale, andando, pertanto, a incentivare e promuovere l’interesse per la cultura.
Alcuni dei più importanti musei al mondo prevedono infatti ingressi gratuiti in alcuni giorni fissi, come il Louvre nella terza domenica del mese o per alcune fasce d’età (in molti paesi europei i
minorenni non pagano il biglietto e i giovani fino a 24 anni hanno
diritto a uno sconto). Senza arrivare a citare il caso limite di Londra,
in cui per gran parte dei musei l’ingresso è gratuito per tutti i turisti.
Le capitali di alcuni fra i paesi più avanzati al mondo sembrano
aver compreso che una città proiettata verso il futuro, per raggiungere il traguardo ha bisogno di tutti. Anche Napoli si è dimostrata
all’altezza rendendo possibile, grazie a un importante sponsor, l’ingresso gratuito durante i primi tre giorni della mostra.
Tale successo lascia quindi ben sperare in un futuro migliore, possibile e non lontano anche grazie all’arte. Possiamo credere e sperare
come afferma Achille Bonito Oliva: “La speranza è che la città capisca
che la cultura può sviluppare reazioni a catena incontenibili e costruttive. Baudelaire diceva che la bellezza è speranza di felicità. E
oggi anche a Napoli la speranza è quello che può bucare la bolla della
finanza e può sviluppare un movimento sociale collettivo”.
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Il futuro di Napoli ricomincia dalla solidarietà
Edoardo Rocco
Lo scorso 8 aprile si è celebrata la Giornata internazionale dedicata al popolo Rom, la più numerosa minoranza in Europa, circa 11
milioni di persone, l’unica etnia a non avere uno Stato di appartenenza.
Alla vigilia di questa importante Giornata, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato un incontro a Napoli, nella chiesa di San Pietro
Martire, per far conoscere i risultati della loro attività e le “buone notizie”, frutto dell’esperienza e dell’amicizia con i rom presenti in Italia.
Napoli è stata scelta, hanno spiegato gli operatori di Sant’Egidio, perché è la seconda città in Italia per presenza di rom, circa 4.500 tra città
e hinterland. Ma anche perché, rispetto alle problematiche dell’integrazione, racchiude in sé le contraddizioni di un percorso complesso
e ancora tutto in salita: città accogliente da un lato, città intollerante
dall’altro. A Napoli permane un forte pregiudizio nei confronti dei rom,
hanno denunciato gli operatori di Sant’Egidio, richiamando nei loro
interventi episodi di cronaca, anche recenti, che si sono verificati in
città. L’ultimo è del 12 marzo scorso. Nella notte, nel quartiere di Poggioreale, una quarantina di persone ha assalito con urla, insulti e sassi
i rom residenti nel campo di via del Riposo. Un vero e proprio raid,
scaturito dall’accusa di una ragazza di 16 anni che, poco prima, aveva
raccontato ai suoi genitori di essere stata molestata da due nomadi,
mentre rientrava a casa. L’intervento della polizia ha evitato il peggio.
La ragazza è poi stata visitata in ospedale e i medici l’hanno trovata in
un forte stato d’ansia, ma dal controllo specialistico non sono emersi
segni di violenza. Insieme all’episodio del campo di via del Riposo, è
stato ricordato anche quello che ha avuto per protagonista Angelica,
una altra giovane rom di 15 anni. La sua storia ha inizio il 14 maggio
del 2008, quando i rom del campo di via Argine, quartiere Ponticelli,
sono costretti ad abbandonare i loro precari insediamenti. La miccia
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che fa esplodere la protesta popolare è una notizia di tre giorni prima:
il tentato rapimento di una neonata del quartiere ad opera di una ragazza rom. Angelica Varga, in Italia da poco tempo, si dichiara innocente, ma viene condannata dal giudice perché di “etnia rom, dunque
incline a compiere delitti analoghi”. Angelica è stata 3 anni in carcere
a Nisida e un anno in una comunità di accoglienza nel Vesuviano.
Scontata la pena, è tornata libera e ha scelto di abbandonare Napoli e
l’Italia. Perché qui l’integrazione è lontana e il pregiudizio ancora dominante, ha detto ai suoi avvocati, quelli che con coraggio l’hanno assistita nella sua lunga odissea.
La strategia europea per le etnie rom parla di lotta alle discriminazioni, a partire dall’ inclusione sociale. Ma come si fa a realizzare l’inclusione sociale, sostengono gli operatori della Comunità di
Sant’Egidio, quando la maggior parte dei rom, decine e decine di famiglie con bambini piccoli e anziani, vengono lasciati vivere in catapecchie maleodoranti, circondate da cumuli di spazzatura, senza acqua
per lavarsi. A Napoli, negli ultimi anni, alcuni campi sono stati sgomberati per essere sottoposti ad urgenti bonifiche. Ma le bonifiche non
sono mai state fatte e i rom sono rimasti senza neanche più un ghetto
nel quale stare. Chi ha provato ad andarsene ha incontrato le più intolleranti resistenze da parte delle comunità limitrofe e così la maggior
parte di loro ha trovato sistemazione sotto i ponti di autostrade o nei
parcheggi di grossi centri commerciali, dove sono sorte altre baraccopoli spontanee. Oggi a Napoli e nel suo hinterland, dei 4.500 rom presenti, solo 1.000 vivono in campi autorizzati, gli altri 3.500 occupano
ancora insediamenti spontanei, privi di luce, gas e fogne.
Il lavoro di chi quotidianamente si impegna per l’integrazione dei
rom è come una corsa ad ostacoli che sembra non finire mai. Ma le
buone notizie e “alcuni piccoli miracoli” presentati dagli operatori
della Comunità di Sant’Egidio dimostrano che la battaglia contro discriminazioni e umiliazioni può essere vinta e che Napoli può diventare nel futuro una città molto accogliente. A partire da quello che
tanti volontari stanno già facendo, soprattutto per l’istruzione e la
salute dei piccoli rom.
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Il Programma “Diritto alla scuola, diritto al futuro” è stato avviato
dalla Comunità di Sant’Egidio nell’anno scolastico 2008/2009 e ha
l’obiettivo di favorire la frequenza scolastica regolare degli alunni
rom, prevenendo il coinvolgimento dei bambini in attività di accattonaggio e educando alla convivenza tra diversi. Perché i rom sono
un popolo giovane, più di un terzo è in età scolare, e l’integrazione
deve passare necessariamente per la scuola.
Il Programma è una sorta di contratto sottoscritto dalla Comunità
di Sant’Egidio e dalla famiglia rom e prevede l’erogazione di una
borsa di studio mensile all’alunno rom meritevole. In cambio la famiglia deve conseguire alcuni obblighi, tra cui quello di non far superare al bambino tre assenze mensili non giustificate e di impiegare
il contributo economico ricevuto nelle spese riguardanti l’alunno
(materiale scolastico, libri, gite d’istruzione, etc.).
Grazie all’attività instancabile degli operatori di Sant’Egidio e al
coinvolgimento delle famiglie dei piccoli rom, Napoli si è classificata
prima in Italia nella lotta all’evasione scolastica dei rom. Più di 100
famiglie rom hanno accettato di firmare un contratto che vincola il
bambino a non assentarsi dai banchi di scuola più di 3 volte al mese.
In cambio dell’impegno, la famiglia riceve dai 50 ai 100 euro al mese
come borsa di studio, finanziata da banche e da singoli benefattori.
I risultati del progetto sono davvero incoraggianti: oggi a Napoli 125
ragazzi rom frequentano regolarmente la scuola, e tra questi almeno
il 60 per cento ha ottenuto una media di voti tra il 7 e 1’8.
Negli interventi dei volontari di Sant’Egidio si è parlato anche
dell’impegno della Comunità per la salute dei rom, con particolare
riferimento proprio all’esperienza di Napoli dove dal 2008 esiste un
ambulatorio medico gratuito, ospitato oggi nella parrocchia dell’Immacolata Concezione a Cupa Carbone, vicino all’aeroporto di Capodichino. Qui, grazie alle prestazioni gratuite di medici volontari, si
effettuano circa 100 visite al mese e i bambini di etnia rom vengono
regolarmente avviati al ciclo vaccinale. Molti di loro, passano poi
dall’ambulatorio ai banchi di scuola. Un lavoro di rete che premia
l’impegno di operatori e volontari.
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Nell’ambulatorio di Cupa Carbone i medici effettuano anche visite
specialistiche rivolte agli adulti rom. In una prima fase di accoglienza, hanno spiegato i sanitari presenti all’incontro, vengono date
informazioni e raccolte eventuali richieste specifiche. Per ogni paziente viene poi compilata una scheda in cui si annota diagnosi e farmaci per la terapia che viene garantita gratuitamente grazie al Banco
Farmaceutico. Nei casi di emergenza, vengono accompagnati al
Pronto Soccorso degli ospedali.
Il mese scorso ha preso avvio anche un Progetto per la prevenzione e la cura dentistica realizzato in collaborazione con un gruppo
di Igienisti dentali di Napoli. Il Progetto è rivolto in particolare ai
bambini rom e ne sono già stati coinvolti 30, dai 5 ai 10 anni.
Un altro progetto in corso riguarda la prevenzione e la cura delle
malattie infettive ed è realizzato in collaborazione con i distretti sanitari della Asl Napoli 1.
Nel corso dell’incontro, gli operatori di Sant’Egidio hanno parlato
anche del diritto allo sport dei bambini rom che frequentano il progetto “Sport senza frontiere”, un modo per utilizzare lo sport come
strumento di inclusione, prevenzione e benessere psico-fisico.
Le “piccole buone notizie” raccontate a Napoli dagli operatori
della Comunità di Sant’Egidio rappresentano l’altra faccia di Napoli,
quella fatta di esperienze concrete di integrazione che tutti possono
prendere da esempio e in cui tutti possono impegnarsi per una Napoli del futuro accogliente e realmente solidale.
L`integrazione è l`unica strada per evitare fenomeni di intolleranza nei popoli europei e di illegalità nei popoli rom. E, come hanno
sottolineato gli operatori di Sant’Egidio, la prima integrazione deve
partire proprio dai banchi di scuola, perché più di un terzo di questa
minoranza è in età scolare.
Ma per poter lavorare alla scolarizzazione dei bimbi rom, chiedono quelli che si impegnano ogni giorno a fianco del popolo rom, è
fondamentale evitare lo spostamento dei campi da un posto all’altro
della città, perché questo significa solo spostare il problema e, soprattutto, creare traumi nei piccoli.
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L’incontro organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, alla vigilia
della Giornata internazionale dedicata al popolo Rom, si chiude con
un messaggio di speranza per una crescita dell’Europa intelligente,
sostenibile e inclusiva e un obiettivo da raggiungere attraverso azioni
concrete: niente più baracche, ma rom integrati nei luoghi di lavoro,
nelle scuole, nelle case. In città accoglienti dove la solidarietà e il rispetto degli altri diventano pratiche di vita quotidiana.
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GIORNALISMO
Menzioni Speciali
Pietro Cappabianca
VE Sbordone - "Dalla cultura scaturisce il futuro"
Fabio Crimaldi
IE Sannazaro - "Chi lo avrebbe detto?"
Davide De Capola
II F Umberto - "Tecnologia al servizio dell'eccellenza"
Davide Limatola
II B Vittorio Emanuele
"Futuro in Campania: tra i rifiuti la voglia di rinascere”
Federica Lupi
VA Genovesi - "(Ri)scoprire Napoli”
Laura Pezzella
IH Vittorini - "Napoli, la tomba perfetta"
Giulia Sodano
VD Vico - "Napoli, dalle macerie al futuro"
90
FOTOGRAFIA
GIURIA
Fabio Donato, Luciano Ferrara, Sergio Riccio
91
FOTOGRAFIA
Primo classificato
Gianmarco Capezzuto
Liceo Scientifico Tito Lucrezio Caro - Classe I D
Uno squarcio di vita partenopea fotografato da un occhio divertito
che sottolinea le contraddizioni della città ma ne sottolinea la determinazione ad andare avanti.
Secondo classificato
Enrica Greco
Liceo artistico Suor Orsola Benincasa - Classe IV
Un’immagine costruita sapientemente con un esplicito intento metaforico connotato da ironia e pensosità.
Terzo classificato
Emanuela Falcone
Liceo artistico Suor Orsola Benincasa - Classe IV
Davanti alle macerie di Città della Scienza che tagliano l’orizzonte
con una linea netta i corpi seminudi di un gruppo di ragazzini
pronti a tuffarsi in mare: l’immagine è un inno alla vita che prende
la sua rivincita su chi semina distruzione.
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Gianmarco Capezzuto - Il futuro non è scritto
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Enrica Greco - La prima pietra
94
Emanuela Falcone - Oltre le macerie
95
FOTOGRAFIA
Menzioni Speciali
Nunzia Ambrosio
IV Liceco Artistico Suor Orsola Benincasa
"Suoni e silenzi in uno scatto"
Lucia Avella
IIIJ ISIS Casanova - "Linea di terra"
Giulia Baldascino
IF liceo classico Vittorio Emanuele
"Suoni e silenzi in uno scatto"
Emanuela Fidanza
IV Liceo artistico Suor Orsola Benincasa
Giorgia Landieri
IIIJ Isis Casanova - "Amore di periferia"
Chiara Maffei
IV G. Sannazaro
"Il nostro viaggio verso la luce: la luce è il nostro futuro"
Francesca Magnacca
IV M Vittorini - "Dalla terra dei fuochi... Alla terra dei sogni"
96