Un costume Atomico - Camping Club Campeggiatori Roman

In questo numero
Conosciamo le Kcal?
Se vogliamo dimagrire dobbiamo conoscere il cibo e il suo apporto calorico che è il
metro di misura al quale si riconducono tutte le diete.
Pronti per la prova
costume?
Se vogliamo costruire un corpo che ci
faccia sentire a nostro agio in costume è
molto importante iniziare valutando le
fondamenta.
Volley, fortissimamente
Originario della California e delle Isole
Hawaii, il beach volley è ora uno sport
molto popolare anche in regioni che non
presentano una linea costiera, come la
Svizzera.
Un costume Atomico
Storia di un costume che ha fatto Storia!
www.clubcampeggiatoriromani.it
Detto tra noi
...per tutti, però, questo luogo magico rappresenta il paese...
C
ari amici ed amiche,
siamo alle porte
della nuova stagione
primaverile e mi auguro
che sia per noi tutti una
stagione ricca di buoni
eventi così da di poterli
condividere insieme nel
nostro campeggio.
La nostra attività è in
continua evoluzione ed
anche quest’anno abbiamo lavorato sodo; sono
personalmente soddisfatto dei risultati raggiunti, che
potrete valutare personalmente, ed ottimista per tutti
i lavori in fase di realizzazione.
Il gradimento, da parte vostra, delle piccole o
grandi opere, le migliorie varie, che ogni anno
cerchiamo di realizzare all’interno del campo, sono
per noi consiglieri motivo di grande soddisfazione,
condizione essenziale e fondamentale per l’attività
del consiglio.
Sono molto apprezzati anche i vostri continui
suggerimenti che ci giungono e che teniamo in
seria considerazione in quanto finalizzati a rendere
sempre più efficiente la nostra struttura.
Abbiamo lavorato negli anni con questo spirito
e continueremo nella stessa direzione cercando
di rendere sempre più trasparente e costruttivo il
rapporto tra campeggiatori e consiglio; siamo, infatti,
convinti che uniti e compatti potremmo raggiungere
insieme ambiziosi traguardi, l’importante è che ce
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ne sia la volontà da parte di ognuno.
E’ pur vero che per molti il campeggio si riduce
ad una vacanza estiva, per altri più fortunati a
qualcosa di più, per tutti però questo luogo magico
rappresenta il ritorno al “PAESE” dove ogni anno
si possono passare piacevoli serate con gli amici,
godere la pineta ed il mare, e dimenticare per alcune
settimane il caos cittadino.
Proviamo a pensare, (magari a realizzare) che
ognuno di noi “regali” al campeggio un piccolo
contributo, qualcosa di positivo, un gesto, un
pensiero, un’azione positiva, qualsiasi cosa per
rendere più accogliente ed ospitale questo luogo
magico, sono certo che ogni vacanza breve o lunga
che sia diventerebbe una magnifica vacanza.
Mi auguro che tutti cercheremo di fare un piccolo
tentativo, basta poco, basta esserne convinti; vediamo
cosa ne viene fuori, diamoci un appuntamento
immaginario all’estate prossima, sulla spiaggia, in
piazza, al bar, in piscina e se ci ricordiamo, quando
faremo qualcosa di positivo, potremo dire io l’ho
fatto.
Grazie per l’attenzione che mi avrete dedicato e
buon campeggio a tutti.
“Dunque, miei concittadini americani, non
chiedete cosa il vostro paese può fare per
voi, chiedete cosa potete fare voi per il
vostro paese.”
JFK
Giancarlo Gallo
M
olti di noi conoscono il significato di queste due parole
Body = corpo e Building = costruendo/costruire. Che si
tratti di guadagnare montagne di muscoli o di perdere
un po’ di pancetta l’obiettivo finale è sempre e comunque quello
di modellare il corpo a nostro piacimento.
VALUTARE LE FONDAMENTA E PORSI OBIETTIVI REALISTICI
Prepararsi per la prova costume
Prova costume!
Siete pronti?
Se vogliamo costruire un corpo che ci faccia sentire a nostro
agio in costume è molto importante iniziare valutando le
fondamenta. Aver svolto in passato (soprattutto durante
l’età dello sviluppo) una qualsiasi attività sportiva regolare
rappresenta già un buon punto di partenza e di conseguenza
un bel passo in avanti verso il raggiungimento del nostro scopo.
Il peso, l’età, l’aspetto psicologico dell’individuo sono altri
fattori importantissimi per stabilire un corretto piano di lavoro.
In particolare quando parliamo di peso bisognerebbe far
riferimento non tanto a ciò che dice la bilancia ma a ciò che
dicono le varie tecniche di misurazione della composizione
corporea Queste metodiche consentono di misurare la
percentuale di grasso corporeo, percentuale che varia
nell›uomo (più bassa) rispetto alla donna (più alta). In base a tutti questi elementi dobbiamo porci degli obiettivi
realistici e partire con la convinzione che con un po› di
impegno, costanza e determinazione potremo raggiungere
validi risultati
PARTIRE CON IL PIEDE GIUSTO
Molti di noi desiderano avere un addome piatto e scolpito
come quello di molte modelle e modelli, ma solo pochi riescono. Il segreto per ottenerlo è semplice, bisogna prima di tutto
ridurre il grasso che ricopre questo gruppo muscolare. A cosa
ci servono tutti quelli esercizi che facciamo per allenare gli addominali? Sicuramente a poco se prima non ci preoccupiamo
di eliminare il più possibile il grasso che li ricopre. Un discorso
analogo può essere fatto per tutti gli altri gruppi muscolari.
Pertanto il primo periodo di allenamento avrà come unico
obbiettivo quello di perdere il grasso in eccesso e preparare
il nostro corpo al lavoro con i pesi. In questo primo periodo
l›attività aerobica sarà fondamentale. Dovremmo correre, pedalare, andare su e giù con lo step per circa 40-60 minuti al
giorno quattro o cinque volte alla settimana. Non occorre svolgere queste attività ad un ritmo esasperato (ci basterà tenere
un ritmo abbastanza tranquillo che ci consenta di parlare con
chi abbiamo di fianco). Se si utilizza un cardiofrequenzimetro
occorre cercare di rimanere attorno al numero di pulsazioni dato dalla formula [(220-età)*0.7)]. Due giorni alla settimana fate precedere alla seduta aerobica un lavoro blando
con i pesi cercando di aumentare di volta in volta il carico
utilizzato. Ricordate che i grassi vengono utilizzati a scopo
energetico solo dopo mezz’ora o più dall’inizio dell’attività
sportiva aerobica. Ricordate anche che le sedute di allenamento di tipo aerobico, se protratte per almeno 20 - 40 minuti,
«accelerano» il metabolismo per circa 12-36 ore. In pratica
anche dopo l’allenamento, il nostro organismo continuerà a
bruciare calorie in eccesso rispetto ai valori basali. Di conseguenza dovreste cominciare a notare la perdita dei primi kg di
tessuto adiposo, sempre che non facciate catastrofi in campo
alimentare! In questo primo periodo non è necessario seguire
particolari diete, basterà semplicemente rispettare i seguenti
Consigli alimentari. Nell’attività sportiva, specialmente se aerobica, si producono delle particolari sostanze, le endorfine,
oppiacei che danno una piacevole sensazione di benessere,
allentando quelle tensioni che possono essere la causa dell’assunzione indiscriminata di cibo.
3) OTTIMIZZIAMO DIETA E ALLENAMENTO
Dopo i primi 30-40 giorni di attività arriva il momento
di apportare le prime modifiche al nostro programma di
allenamento. Anche in questo secondo periodo l’attività
aerobica avrà un ruolo fondamentale. Tuttavia le sedute da
dedicare al lavoro cardiovascolare andranno ridotte da cinque
a tre sole sessioni settimanali. In questi giorni non verrà svolto
alcun esercizio con i pesi, verrà mantenuta l’intensità medio
bassa del primo mese e si aumenterà di 10-20 minuti la durata
totale dell’allenamento.
Due giorni alla settimana andranno dedicati all’allenamento
con i pesi. E’ questo il periodo adatto per costruire una solida
base di forza, scegliendo esercizi multiarticolari e allenando
tutti i muscoli del corpo nella stessa seduta di allenamento. Non
fermatevi troppo a riposare tra una serie e l’altra. Sessanta/
novanta secondi sono più che sufficienti. Riposate invece tra
un work-out ed un altro. Dormire aiuta il recupero fisico, non
sottovalutate questo fattore.
Evitate di strafare, non andate in palestra ogni giorno, e se
sentite che questo programma è troppo intenso per le vostre
possibilità, diminuite intensità e durata dell’allenamento. Dopo un esercizio il nostro corpo entra in una fase di stress in
cui vengono ripristinate le energie perse. E’ questo il segreto
che ci permette di migliorare allenamento dopo allenamento.
Il nostro corpo reagisce ai nuovi stimoli modificando le proprie
caratteristiche.
Se vi sentite stanchi è perché il vostro organismo è in quella
famosa fase di stress: se voi continuate ad allenarvi lo stress
aumenterà ulteriormente e non otterrete alcun beneficio, anzi,
vi sentirete sempre più stanchi e smotivati.
La dieta
Un vecchio detto cinese dice “Siamo ciò che mangiamo”. Ma come fare per mangiare correttamente? Quale dieta
seguire? Anche in questa fase potremo continuare a seguire
i consigli alimentari proposti per il primo periodo anche se
sarebbe opportuno apportare alcune modifiche. Nei giorni in
cui si pratica attività cardiovascolare è possibile introdurre un
pasto ricco di carboidrati come pasta, riso, gnocchi di patate
o cereali, anche a cena. Nei giorni di riposo e in quelli che
prevedono le esercitazioni con i pesi è preferibile limitare il
consumo di carboidrati (non più di 50 g) a cena, preferendo
frutta, verdura e fonti proteiche come la carne e il pesce.
E che dire degli integratori ? Certo alcuni sarebbero utili, ma
è anche vero che se seguiamo una dieta equilibrata possiamo
benissimo farne a meno. In ogni caso ognuno agirà secondo
scienza e coscienza valutando pro e contro di ogni prodotto.
Se i risultati saranno soddisfacenti sarà possibile passare alla
terza ed ultima fase di allenamento. In caso contrario è bene
proseguire il programma della fase 2 per altri 15-20 giorni.
Allenamento tipo
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LUN
MAR
CARDIO
PESI
60/80 minuti
MER
GIO
RIPOSO CARDIO
60/80 minuti
VEN
PESI
SAB
DOM
CARDIO RIPOSO
60/80 minuti
Per saperne di più
Conosciamo
le Kcal?
Se vogliamo dimagrire dobbiamo conoscere il cibo e il suo
apporto calorico che è il metro di misura al quale si riconducono tutte le diete. Capendo il valore energetico di ogni alimento si comprende come le diete non debbano essere ferree
ma adeguate allo stile di vita che normalmente conduciamo.
I
l numero di calorie – Kcal – contenuto nei vari alimenti indica
quanta energia l’organismo può trarre dall’introduzione dei
cibi in genere. Ogni alimento è composto da varie sostanze
nutritive ognuna delle quali favorisce un preciso apporto di calorie. Per esempio, le proteine – carne – contengono 4 calorie
per grammo, i grassi 9, i carboidrati (zuccheri, pane, pasta)
3,75. Da molto tempo, l’attenzione dei medici è puntata sulle
calorie in quanto esiste la certezza che una dieta troppo calorica è responsabile delle più gravi malattie legate all’alimentazione come l’arteriosclerosi e l’infarto. Naturalmente, anche
una dieta povera di calorie potrebbe arrecare danno all’organismo; può anche sembrare banale ma si tende, troppo spesso,
a dimenticare che solo un giusto apporto calorico giornaliero
mette al riparo dai rischi di una errata alimentazione. Vi potrà
sorprendere la prevalenza calorica di certi piatti rispetto ad altri ma una spiegazione c’è sempre; per esempio, l’olio contiene
molte più calorie del burro ed è usato molto più facilmente e
con assiduità in ogni piatto della nostra dieta giornaliera.
le corrispondenti alla propria situazione.
Ma quante se ne consumano?
Sottoponendosi ad una qualunque attività fisica si bruciano calorie. Si dovrà prendere in considerazione un tempo di lavoro
di 30 minuti per l’attività intrapresa per determinare la perdita
di Kcal. Infatti il nostro bioritmo ha bisogno di un lavoro continuativo, senza sosta, di almeno mezz’ora perché si inizino a
bruciare le calorie. Il lavoro, inteso come movimento precipuo
allo scopo non dovrà per forza essere un lavoro duro, di tipo
anaerobico, anzi, vanno benissimo tutti quei lavori aerobici che
fanno “riscaldare” in un tempo adeguato, senza sforzi eccessivi, i nostri muscoli che metteranno in funzione la nostra macchina. Solo dopo mezz’ora di lavoro continuativo si inizieranno
a bruciare le kcal e il nostro organismo continuerà a bruciarle
(anche senza l’attività sportiva) per almeno altre 12 ore.
Attività aerobica e consumo di grassi
La scelta dell’attività fisica più adatta al dimagrimento
La zona d’impegno fisico che determina l’utilizzo prevalente
degli acidi grassi a scopo energetico, è quella compresa tra il
65 e 75% della frequenza cardiaca massima, corrispondente al 50-60% delVO2 max. Tuttavia non è possibile dare un
valore di pulsazioni specifico poiché la frequenza cardiaca
massima varia da soggetto a soggetto.
UN PO’ DI CHIAREZZA SUL CONSUMO DEI GRASSI
Di seguito sono riportati alcuni algoritmi per la stima della
spesa energetica e del consumo lipidico in discipline aerobiche tipiche come la corsa e la camminata.
CORSA
Spesa energetica= 0.9 x km percorsi x kg di peso corporeo
Consumo di grassi in g: (kg peso corporeo x km percorsi)/20
CAMMINATA
Spesa energetica: 0.45 -0.50 per km percorsi x kg di peso
corporeo
Consumo di grassi in g: (kg di peso corporeo x km percorsi)/35
ESEMPIO
Calcolare la spesa energetica ed il consumo di grassi in grammi di un soggetto di 75 kg che percorre 10Km correndo a
velocità di 10 km/h (quindi c.a. un ora) oppure camminando
a 5 km/h (quindi c.a. due ore).
CORSA: spesa energetica= 0,9 x 10 x 75 = 675 Kcal
Grammi di grasso consumati: (75 x 10)/20 = 37,5g
CAMMINATA: spesa energetica: 0.5 x 10 x 75= 375 Kcal
G rammi di grasso consumati: (75 x 10)/35 = 21g
Nella camminata il consumo di grassi e’ percentualmente
maggiore ma, essendo il consumo calorico praticamente
della metà, i grammi di grasso consumati risultano meno che
correndo sulla stessa distanza.
Dimagrire, inteso come consumo metabolico di acidi grassi è
veramente difficile: si tenga conto che un atleta di livello mondiale che corre una maratona ossida circa 100 g di grassi (0.5 0.7 g/min come massimo) (dati di Poehman et al. 1991; Brehm
B.A e Gutin.B, 1986) mentre un marciatore ad alto livello che
gareggia nella 50 km di marcia consuma all’incirca 200-220
g di lipidi ( circa 0.91-1 g/min come massimo) (Dati di O’Biren
et coll.). E ancora: un soggetto bene allenato del peso di c.a. 70
Kg, che percorre 100 Km in bicicletta su terreno pianeggiante
e a velocità pressoché costante di 30 Km/h “brucia” circa 30 g
di grasso (E. Arcelli).
Si parla quindi di atleti “aerobici” per eccellenza, programmati
per sforzi prolungati che durano ore, con allenamento giornaliero, predisposizione genetica, fibre rosse “ottimizzate”, mitocondri attivi ecc.
Infatti l’utilizzo degli acidi grassi a scopo energetico, non avviene in maniera uniforme per tutti: se per quei soggetti aerobicamente molto efficienti la metabolizzazione degli acidi grassi
avviene sin dai primi minuti di corsa (5-10 minuti), per quelli
meno allenati l’utilizzo dei grassi avviene invece a tempi proporzionalmente più lunghi, in base al livello di allenamento. I
principianti, che non sono efficienti dal punto di vista metabolico possono anche non utilizzare gli acidi grassi nel corso di
una seduta di aerobica della durata di 30-40 minuti proprio
perché l’organismo non e’ ancora in grado di ottimizzare le
riserve energetiche. L’organismo, infatti, tende ad utilizzare i
carboidrati anche quando si corre a ritmo lento perché essi
richiedono una quantità inferiore di ossigeno rispetto agli acidi
grassi.
E la signora Maria che si allena 2 o 3 volte alla settimana
facendo complessivamente qualche decina di minuti su bike,
tappeto, step? Quanti grammi di grasso pensate che bruci?!
Ecco perché in palestra, con il classico approccio è così difficile
dimagrire e sono mediamente così scarsi i risultati dei clienti da
questo punto di vista.
Per dimagrire, conviene dunque passare attraverso l’incremento della massa magra.
Massa magra, calcolo massa magra
Innanzitutto... che cos’è la massa magra? Spiegarlo è importante, dal momento che molte persone hanno le idee confuse
sul suo significato:
la massa magra o LBM (dall’inglese Lean Body Mass) rappresenta tutto ciò che resta dell’organismo dopo averlo privato del
grasso di deposito (tessuto adiposo).
Questo dato, che non ha niente a che vedere con il peso ideale,
si differenzia leggermente da un altro parametro antropometrico, chiamato massa magra priva di grasso:
la massa magra alipidica o FFM (dall’inglese Fatty Free Mass)
rappresenta tutto ciò che resta dell’organismo dopo averlo privato di tutta la sua componente lipidica, compreso il grasso
primario o essenziale (che protegge gli organi interni, costituisce il midollo osseo, le ghiandole mammarie ed è presente in
vari tessuti).
La massa magra, dunque, è data dal contributo di ossa, denti,
muscoli, organi interni, tessuto connettivo e grasso essenziale.
La distinzione con la massa magra alipidica è importante, dal
momento che il grasso primario risulta essenziale per la salute
dell’individuo e non può essere intaccato, se non in minima
parte, dal dimagrimento; esso costituisce circa il 3% della massa corporea maschile ed il 12% di quella femminile.
La massa grassa (FM, dall’inglese Fat Mass) rappresenta la
quantità totale di lipidi estraibili dal corpo umano (grasso primario + grasso di deposito). Per quanto detto sinora, una massa grassa inferiore al 3% nell’uomo ed al 12% nella donna
non è compatibile con una buona salute e nei casi più drastici
addirittura con la vita stessa dell’individuo.
Quante calorie servono?
Per vivere, lavorare, affrontare una qualsiasi attività fisica e
per mantenersi in buona salute ogni persona ha bisogno di
introdurre, ogni giorno, una determinata quantità di calorie. Il
numero di calorie necessarie varia inevitabilmente in relazione
a molteplici fattori: a seconda dell’età, della costituzione fisica,
dell’altezza, del sesso e del tipo di attività fisica svolta normalmente dalla persona. Introdurre solo ed esclusivamente le
calorie di cui davvero si ha bisogno (e non di più) permette di
conservare per sempre, senza sforzo e a beneficio della salute,
il proprio peso ideale. Per dimagrire in fretta basta assumere
600/800 calorie in meno rispetto a quelle riportate nelle tabel-
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La storia del costume
da bagno da donna
I
l XX secolo è considerato, a tutta ragione, quello in cui si
sono succeduti i più grandi cambiamenti rispetto a qualsiasi
altro secolo. Piccole e grandi rivoluzioni a tutti i livelli
hanno modificato radicalmente il modo di vivere e di pensare.
Scienza, tecnica, costume, società, ambiente: la vita ha subito
modifiche sostanziali, che sorprendono soprattutto se si pensa
che questo processo è avvenuto in soli cento anni. Dall’uomo
sulla luna a Internet, la rivoluzione è passata anche attraverso
le abitudini quotidiane della gente comune. Naturalmente, in un
panorama a 360° gradi, non poteva mancare di avere un ruolo
fondamentale un fenomeno volubile e in continua evoluzione
come quello della moda. All’interno di questo più ampio
fenomeno, uno spazio importante è occupato dal costume da
bagno la cui evoluzione, nel nel corso dell’ultimo secolo, ha
rappresentato in modo netto e significativo la trasformazione
del pensiero e la progressiva liberalizzazione dei costumi e
delle abitudini sociali.
In un excursus sulla storia di questo particolare capo di
abbigliamento, si scoprono curiosità e storie legate alla
scoperta dei bagni in mare, alla nuova e piacevole abitudine
della villeggiatura, fino all’invenzione del bikini e all’invasione
sulle coste italiane dei cosiddetti tipi da spiaggia.
La storia del moderno costume da bagno affonda le sue radici
in un passato che appare remoto: esiste, infatti, un mosaico
romano che risale al III sec. d. C. a Piazza Armerina in Sicilia,
raffigurante una dozzina di donne che giocano, abbigliate con
indumenti che ricordano in modo inconfondibile il moderno
bikini: fasce o bende a due pezzi senza spalline. Questo
fatto potrebbe forse togliere un po’ di significato ai decantati
cinquant’anni di storia del bikini celebrati nel 1996.
Ciò che tuttavia rende affascinante la storia recente
del costume, è il velocissimo processo di riduzione, in
termini di misura, che ha caratterizzato l’abbigliamento
da bagno durante il secolo scorso.
Per tutta l’antichità resta poco diffusa la pratica di
immergersi in mare. Sono frequenti le abluzioni alle
terme o alle stufe, ma senza utilizzo di particolari
abbigliamenti. Medioevo e Rinascimento non
introducono cambiamenti significativi: ci si immerge
generalmente senza vestiti, salvo qualche mise da
bagno documentata fin dal 1400, caratterizzata da
corpetto con spalline e gonna, a volte completata da
un turbante.
Dal 1750 a Parigi si diffonde la moda dei bagni,
sia che questi avvengano in laghetti o fiumi, sia che
si tratti di benefiche immersioni in mare. E’ in questo
periodo infatti che prende il via l’abitudine di spostarsi
sulle coste della Normandia o della riviera mediterranea per
godere delle salutari proprietà dell’acqua di mare. Viene
creato per l’occasione un abito con corpetto e calzoni, in tela
spessa da marinaio, sovrapposto spesso da una grande gonna
che inevitabilmente a contatto con l’acqua si gonfia come un
pallone.
Con l’arrivo del XIX secolo le donne si immergono in mare e lo
fanno avvolte in abbondanti mantelli chiusi al collo. Le bagnanti
giungono in spiaggia dentro a cabine fornite di ruote o tende
in cui si cambiano d’abito. Nella seconda metà dell’Ottocento
l’abbigliamento da spiaggia è ancora molto castigato. Quando
non ci si immerge, o appena si esce dall’acqua, si sta in
spiaggia con leggeri abiti da città, di colore chiaro, con tanto
di guanti e parasole, per proteggersi dai raggi ed evitare la
tintarella, caratteristica delle classi inferiori. Brevi esposizioni
al sole, per scopi terapeutici, vengono consigliate dai medici
solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. I costumi da
bagno sono caratterizzati da pantaloni gonfi, al polpaccio,
completati da un abito lungo fino al ginocchio, stretto in vita e
dalla gonna ampia. Le calzature, sopra alle lunghe calze nere,
sono scarpine allacciate, e il capo è protetto da cuffiette. Subito
dopo il bagno, per restare al riparo da sguardi indiscreti, le
bagnanti infilano ampi accappatoi, forniti di cappuccio.
Negli anni settanta del XIX secolo gli abiti si accorciano
leggermente e le gonne delle sopravvesti si fanno meno ampie.
I completi si arricchiscono di nastri e spighette bianche e blu
secondo la moda alla marinara, con il collo rettangolare
sul dorso. Il tessuto più usato è la flanella. Nel frattempo le
spiagge si attrezzano, le cabine diventano fisse e compaiono
le prime poltrone in vimini a nicchia. Verso la fine del secolo
compaiono le prime magliette a righe bianche e blu, i decori
con oggetti marinari, fino alle decorazioni e ai fronzoli che
accompagnano gli ultimi anni dell’Ottocento. Maniche a sbuffo
e bustini sotto il costume per mettere in evidenza il vitino sottile,
gonnellini a campana, pantaloni più aderenti o alla zuava, il
tutto confezionato in sergia (stoffa diagonale) di lana, il tessuto
più diffuso, in genere nei colori blu, nero e rosso. Le scarpine
sono più leggere e traforate per lasciare passare l’acqua,
munite di lunghe stringhe da allacciare intorno alla caviglia,
mentre in testa furoreggiano foulards in tessuto impermeabile
da annodare sopra alla testa.
La tenuta da bagno non subisce cambiamenti significativi tra
il 1900 e il 1920: gli abiti si accorciano leggermente, le calze
non vengono più necessariamente indossate e vengono di poco
ampliate le scollature. I colori diventano più chiari, compaiono
le prime camicie da bagno, simili a camicie da notte bianche.
Si diffonde la linea “Impero”, senza tagli in vita. Nel frattempo
diventa una consuetudine il soggiorno estivo al mare. Questo
nuovo tipo di
villeggiatura,
che si affianca
alla tradizionale
campagna,
c o m p o r t a
anche
nuove
attrezzature
da spiaggia e
la
comparsa
dei
primi
stabilimenti
balneari. Rimini,
Viareggio e il
Lido di Venezia
diventano
famose in questo periodo. Anche la cura del corpo e la cultura
dei bagni di sole e di mare si impone, e le attività sportive
all’aperto richiedono abbigliamenti adatti, comodi e pratici.
Compaiono costumi interi e lunghi pagliaccetti aderenti. Gli
esperti di moda dell’epoca raccomandano fatture che non
infagottino la figura, realizzate con tessuti di ottima qualità che
non scoloriscano nell’acqua. Da evitare i modelli già pronti,
meglio realizzare in casa il vestito da bagno procurandosi
buona stoffa, in genere lana blu, nera, bianca o rossa, e gli
eventuali decori. La lana continua a essere preferita rispetto al
cotone in quanto, essendo più pesante, una volta bagnata non
aderisce al corpo e non diventa trasparente.
Negli anni Dieci, gli itinerari termali vengono preferiti al mare.
E’ l’epoca di Salsomaggiore, Fiuggi, Montecatini, Aix-le-Bains.
L’abbigliamento è lo stesso sfoggiato al mare. Lino bianco a
profusione per le signore, con abbondanza di merletti, ricami
e rouches, il tutto accompagnato da cappelli pieni di fiori e di
nastri e dall’immancabile parasole bianco, in perfetto stile Belle
Époque.
Per il nuoto fanno la loro comparsa le prime cuffie da bagno
sportive, simili a quelle attuali. Si diffonde l’uso della maglia
per la confezione dei costumi, mentre la cintura scende sui
fianchi. L’abbronzatura non è più condannata.
Nel corso degli anni Venti molti dei vincoli legati alla moda si
sciolgono. Costumi da bagno più ridotti si caricano di nuovo
significato quale espressione di una ritrovata libertà femminile.
I costumi degli anni Venti sono costituiti da corte gonnelline
in taffetas con la cintura sui fianchi oppure atletici costumi da
nuoto in jersey di lana, sfiancati e aderenti, senza maniche,
sempre abbinati a calzoncini shorts che arrivano a metà
coscia o a corte coulottes. I costumi atletici, sul modello della
nuotatrice Annette Kellermann (da cui prendono il nome),
smanicati e leggermente scollati in tondo sia davanti che sul
dorso, sono disponibili in nero o in colori base, spesso con
disegni geometrici tipo strisce o moderno design astratto. Le
donne proteggono le loro acconciature a caschetto indossando
cappellini di piquet bianco o cuffie da bagno.
Con la ritrovata passione per il sole e per il mare le spiagge si
coprono di ombrelloni e in mare si prende il largo sui pattìni.
Grandi sarti e couturiers di alta moda disegnano modelli di
costumi in seta e tessuti pregiati. Su tutto domina la semplicità,
ma accompagnata da una grande eleganza. E’ il pigiama la
novità balneare della fine degli anni Venti: larghi pantaloni
lunghi e morbidi, portati con bluse senza maniche, cinture a
fascia allacciate in vita e giacche. I capelli sono corti, spesso
coperti da fazzoletti che coprono la fronte annodati dietro il
capo. Gli anni Trenta propongono costumi mascolinizzati per
il nuoto: maglia lunga in tricot a tinte scure a cui vengono
abbinati calzoncini allacciati in vita da una cintura. Per la cura
del sole invece si prediligono costumi in taffetas o in seta a tinte
chiare. Domina il bianco e blu. Si trovano spesso coordinati
di giacca e borsa da spiaggia in spugna con decori marinari
e si moltiplicano i pigiama in mille varianti e tonalità. Esplode
la moda della cintura Valaguzza, un sofisticato accessorio
costituito dalla cintura in lana corredata da una fibbia capace
di contenere specchietto e trousse da trucco, ed eventualmente
anche le sigarette. La magica cintura consente alle signore
veloci toilettes per rinfrescare il trucco anche in mezzo ai flutti.
Le spiagge italiane si affollano. Rimini, Bellaria e Riccione,
diventano mete turistiche di rigore. Ma un po’ in tutta Italia le
spiagge si riempiono di bagnanti e di turisti: dalla Versilia a
Positano, dalla Liguria a Capri e Ischia, dalle coste dell’Istria
fino a Fregene, Ladispoli, Fiumicino, le vacanze autarchiche
degli italiani prediligono le nostre coste.
Nel frattempo le idee naturiste sui benefici del sole e dei suoi
raggi, fanno ridurre ulteriormente la stoffa con cui vengono
confezionati i costumi da bagno e da cura del sole.
Le scollature sulla schiena si ampliano, e dal 1932 i pantaloncini
si staccano del tutto dal corpetto. I costumi, realizzati in jersey o
Lastex, aderiscono al corpo slanciando la figura, si diffonde la
moda del pareo, da portare lungo o corto, indifferentemente.
Dal 1937 i costumi, ormai in tessuto di seta elasticizzato, sono
sempre più spesso costituiti da corti pantaloncini legati in
vita e reggiseno. Le fantasie che vanno per la maggiore sono
colorate stampe a fiori, mentre si diffondono le vestaglie da
portare sopra il costume: lunghe e ampie, fatte a redingote
con cintura in vita. Con gli anni Quaranta si assiste a una
moda condizionata dalla guerra e dalla scarsa reperibilità di
tessuti di buona qualità. La fantasia cerca di supplire a queste
mancanze. Compaiono così vestagliette più corte, decorate con
ritagli di stoffa, e ingegnose guarnizioni fai da te.
La grande rivoluzione arriva nel 1946, ad opera dello stilista
svizzero Louis Reard con il lancio del sarto francese Jacques
Heim: a Parigi infatti, fa la sua comparsa il bikini. La ridotta
mutandina che lascia scoperto l’ombelico, provoca un autentico
choc. Ci vorranno anni e bagnanti audaci e coraggiose prima
che il bikini entri nell’abbigliamento comune da spiaggia.
Intanto si vedono i primi pantaloni alla pescatora, i grandi
cappelli di paglia, fusciacche e sciarpe, in una profusione di
tessuti a pois, a quadrettini, ornati con spighette o sangallo. Gli
anni Cinquanta vedono ancora il veto ai succinti costumi due
pezzi. Il bikini è ancora bandito e spesso il suo uso in luogo
pubblico viene punito dalle forze dell’ordine per oltraggio al
pudore. La moda ufficiale propone prendisole al ginocchio,
bustini doppiopetto con gonnelline a godet. Il costume più
diffuso è intero, con gonnellino stretto e aderente. Torna la
spugna, in particolare per le giacche-accappatoio. A Capri si
vedono i primi shorts, con camicette annodate al giro spalla, e
pantaloni alla pescatora.
Le formose signore degli anni Cinquanta usano costumi interi
fascianti, con scollature a cuore e sostenuti da stecche. I tessuti
usati sono rasatello e popeline, mentre le giacche a tunichetta
da portare sopra i calzoncini corti sono in piquet, spesso a
righe verticali che slanciano la figura. L’eleganza storica di posti
come Capri e Portofino, impone una moda semplice, ma di
grande classe. Bermuda al ginocchio, casacche con cappuccio,
e in testa, per il bagno, turbante di spugna o cuffia di petali di
gomma, di gran moda alla fine degli anni Cinquanta. I sandali
sono di paglia o di pelle ma furoreggiano anche le ballerine
basse. Grandi camicioni infine sono usati anche per cambiare
il costume in mancanza della cabina.
I favolosi Sessanta iniziano senza portare grandi cambiamenti.
Baby-dolls, costumi interi, fantasie a quadrettini lanciate dai
bikini che Brigitte Bardot indossa a Saint Tropez fanno la loro
comparsa sulle spiagge.
La nuova moda optical si ripercuote anche nelle fantasie dei
Bikini
un costume ATOMICO
A
ll’inizio fu una bomba. Anzi, due bombe: quelle
all’idrogeno sganciate nel luglio del 1946 dagli
americani, che conducevano test nucleari, su un
atollo delle Isole Marshall, Bikini per l’appunto. Pochi giorni
dopo, ufficialmente il 5 luglio del 1946, un geniale quanto
sconosciuto sarto francese, Louis Réard sgancia, dai bordi
della piscina Molitor di Parigi, una nuova moda per l’estate:
invece del costume intero, faticosa conquista di decenni di
lotte femminili, un due pezzi destinato ad avere l’effetto di una
bomba sulle usanze dell’epoca. Reard riteneva, appunto, che
l’introduzione del nuovo tipo di costume avrebbe avuto effetti
esplosivi e dirompenti ed ecco quindi spiegato il nome del più
celebre indumento da spiaggia.
Il modello di Reard rifiniva il lavoro di Jacques Heim che, due
mesi prima, aveva introdotto l’Atome (così chiamato a causa
delle sue dimensioni ridotte), pubblicizzato come il costume da
costumi. I bikini hanno reggiseni imbottiti e slip allacciati sui
fianchi, con ricami, perline, tessuti a uncinetto. Impazzano le
fantasie di Emilio Pucci su borse, copricostume e bikini. La novità
è la rivoluzionaria Lycra (marchio depositato dalla Du Pont),
che garantisce aderenza al corpo e che asciuga velocemente. Il
decennio dei Sessanta è da ricordare anche per lo scandalo, in
America, suscitato dal primo topless, o monokini, indossato per
la prima volta nel 1964 da una ragazza americana sul Lago
Michigan. La moda degli Hippies e dei figli dei fiori influenza
gli anni Settanta. Costumi ridotti, reggiseni a triangolo, senza
imbottiture o strutture particolari, indossati con sandali dalla
zeppa in sughero altissima, e pantaloni a zampa di elefante.
Arriva anche in Italia la moda del topless, dapprima suscitando
scandalo e denunce poi entrando nelle abitudini comuni
delle spiagge italiane. In una progressiva riduzione delle sue
dimensioni, il costume da bagno arriva sino ai giorni nostri, tra
revival di stili, costumi interi, olimpionici e bikini, in una sfilata
di modelli che ogni anno, con l’arrivo dell’estate, si rinnovano.
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bagno più piccolo al mondo. Reard rese l’ Atome ancora più
piccolo, ma non riuscì inizialmente a trovare una modella che
osasse indossarlo. Finì quindi per ingaggiare come modella
Micheline Bernardini, spogliarellista del Casino de Paris.
L’evidente sex-appeal, e quindi il potenziale seducente del
bikini, ne ha fatto un ingrediente di successo di innumerevoli
film e telefilm dal momento in cui esso fu ritenuto accettabile
per il pubblico pudore. La storia del bikini è indissolubilmente
legata ad alcuni dei nomi più seduttivi della storia italiana e
internazionale: le dive del cinema.
Scoppiò così, tra le donne dello spettacolo, la moda del bikini,
perfido strumento di seduzione che però stentava a decollare
tra le donne normali. Tramontata l’epoca delle monarchie, la
spiaggia era ormai un luogo aperto a tutti, ma l’atteggiamento
verso la nudità, per quanto in evoluzione, viveva continui
arretramenti. Le prime a prendere di petto, è proprio il caso di
dirlo, questi tabù e questi attegiamenti furono le ragazze più
libere, che indossando il bikini non temevano la riprovazione
popolare o delle autorità.
Comunque, anche qualche diva stentava a osare. Come l’ex
campionessa di nuoto Esther Williams che, negli anni ’50, si
rifiutava di indossarlo nei suoi film. Almeno, fin quando non
furono i produttori hollywoodiani a imporglielo per contratto.
In Italia, il seducente costume, così come oggi lo intendiamo,
fu sdoganato da Sofia Loren, che con un due pezzi di raso
sbaragliò la concorrenza vincendo il titolo di Miss Eleganza
nel 1950.
In seguito, altri celebri esempi dell’inscindibile legame tra bikini
e cinema sono rappresentati dai surf movie degli anni ’60 o
da serie tv com Baywatch. Tra le icone più celebri del bikini
nel cinema, ritroviamo Ursula Andress nei panni della Bond
girl Honey Ryder nel 1962, Raquel Welch eroina preistorica
nel film One Million Years B.C. del 1966, Phoebe Cates in Fast
Times at Ridgemont High del 1982.
Furono però altre due vere bombe di fascino a portare il
bikini in giro per il mondo: Brigitte Bardot, a metà degli anni
Cinquanta, dalle spiagge mai così calde di Saint-Tropez,
e Marilyn Monroe, che nel film Niagara del 1953 riuscì
nell’ardua impresa di togliere il fiato al mondo. Ma ci volle
un tocco regale, ancora una volta, alla fine del decennio, per
convincere tutti che il bikini poteva rientrare a buon titolo nei
costumi occidentali: Margaret d’Inghilterra, figlia della regina
Elisabetta, non si fece alcun scrupolo a farsi immortalare in
due pezzi mentre sbarcava dallo yacht dell’Aga Khan a Porto
Cervo. E se poteva permetterselo una nobile…
Da allora nessuna donna italiana se la sentì di rinunciare a
questo costume delle meraviglie che ha conosciuto diverse
evoluzioni in stile e forme e ha resistito all’assalto del topless,
benchè già si palesava il trend verso la riduzione del pezzo
superiore al punto da coprire a malapena i capezzoli. In
sostanza, tuttatvia, il bikini è rimasto sostanzialmente invariato
fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando, completata la
massima riduzione possibile del pezzo superiore, l’attenzione
degli stilisti si è rivolta al pezzo inferiore, con l’introduzione
del tanga brasiliano, la cui parte posteriore è così ridotta da
scomparire tra le natiche.
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A sinistra: Marylin Monroe con uno dei primi bikini anni ‘50
Sotto: Il mosaico del pavimento di Piazza Armerina, in
Sicilia, che ritrae due donne che giocano con una palla vestite
solo di un bikini.
Fuoco Amico
Cosa differenzia la cottura sul fuoco da tutte le altre?
E’ il
gusto impartito dai fumi generati dalla vaporizzazione dei
liquidi e dei grassi e dalle reazioni di combustione del legno.
L
a grigliata è un’istituzione nel nostro paese.
Specialmente durante la bella stagione
diventa un rito quasi irrinunciabile. E’
un metodo semplice, spartano e genuino ma
nella sua semplicità nasconde pericoli per la
salute. E’ necessario acquisire delle tecniche,
apparentemente banali e semplici, che se però
non applicate alla perfezione possono portare
a grandi rischi per la salute di chi cucina ma
soprattutto di chi mangia. Cuocere direttamente
sulle fiamme è impossibile. L’unico modo è quello
di utilizzare dei legni completamente trasformati
in carboni.
Il carbone, se ben combusto, non produce fiamme
pur fornendo un intenso calore che permetterà la
cottura dei cibi. Le fasi preparatorie necessarie a
realizzare un buon fuoco e soprattutto un’ottima
brace, fondamentale per la realizzazione della
nostra grigliata, è relativamente semplice ma
serve una buona dose di pazienza. La legna va
disposta a forma di piramide in modo da creare,
all’interno del cumulo, una camera d’aria che
favorisca l’ossigenazione interna indispensabile
per realizzare un’ottima combustione. Una volta
disposta la legna più grossa all’esterno e alcuni legni secchi e
più piccoli verso l’interno, accendiamo il fuoco, con un pò di
carta o con gli accenditori appositi acquistabili in commercio.
ll fuoco, penetrando attraverso la camera creata, riscalderà
il legno nelle zone periferiche favorendo la combustione dei
rametti più piccoli, generando successivamente l’accensione
delle zone superiori della piramide. Quando la temperatura
raggiunge determinati livelli (che verrano descritti in seguito),
il fumo inizierà a diradarsi e con una buona areazione interna
il fuoco si alimenterà creando cenere dopo aver generato una
brace fumante e profumata dalle emissioni di combustione
della legna. Questo è ciò che darà carattere alle nostre
cotture.
La brace formatasi potrà essere gestita con l’utilizzo
di una paletta in acciaio e opportunamente distesa secondo le
proprie esigenze.
Attualmente, in commercio, è possibile trovare dell’ottima
carbonella di legna e delle bricchette compatte con un alto
potere comburente, questi favoriscono la creazione di una brace
riducendo drasticamente i tempi di realizzazione. Questi ultimi
però privano il Griller dell’atmosfera e della magia che si crea
davanti alle fiamme vive e danzanti.
Un buon fuoco e delle buone braci sono un ottimo
punto di partenza ma non rappresentano ancora il
termine Barbecue. Il barbecue, in italia, è qualcosa
di sottovalutato e scontato, ricondotto troppo spesso
al termine “grigliata” che è invece qualcosa di
completamente e profondamente diverso. Il barbecue
è un metodo di cottura, è uno stile che permette un
ritorno alle origini di ogni tempo. Dal paleolitico al
medioevo, dagli egiziani ai samurai, dai maya agli
esquimesi, tutti questi popoli hanno utilizzato il fuoco
per preparare i cibi e in molte parti del mondo è
ancora l’unico modo possibile di cuocere. Variano
le materie prime, variano le culture gastronomiche,
variano le lingue, variano forse anche i gusti ma il
fuoco è una profezia della globalizzazione moderna.
Che si chiami yakitori o kebab piuttosto che churraso
o asado o tandoori, tutti questi hanno in comune
l’aroma portante lasciato dal fumo di legna. Gli
americani sono i maestri indiscussi di questo metodo
di cottura. Importato dai popoli caraibici che lo
introdussero con il nome di barbacoa, il barbecue
può essere oggi considerato l’unico stile nativo e originale del
continente d’oltreoceano.
Il barbecue si sviluppa nel sud degli
Stati Uniti d’america. Dalls in Texas, Charlotte in Carolina,
Decatur in Alabama, Memphis nel Tennesse e Kansas City nel
Missouri, sono universalmente riconosciute come le capitali del
Barbecue. I Barbecue Joint sono ovunque e ognuno di essi è
un’esperienza unica fatta di carne, salse e fumo.
Barbecue in Texas significa Beef Brisket: la punta di petto del
manzo. Pit boss americani affumicano questi pesantissimi e
tenaci tagli di carne anche per 24 ore a bassa temperatura fino
ad ottenere una delle piu grandi preparazioni che un uomo
potrebbe mai assaggiare nella vita. Barbecue in Alabama
significa “Pork & Hickory”. Il pulled pork è una preparazione
a base di straccetti di spalla di maiale affumicata con legno di
Hickory (una particolare varietà di noce) per tempi lunghissimi
fino a quando si disfa a brandelli solo tirandola con le mani.
Il Barbecue a Kansas City significa Ribs. Non si sentirà mai
un’abitante del Missouri dire “costine affumicate” perché
per loro, affumicarle, rappresenta l’unico modo possibile
e ammissibile di mangiarle. Vengono affumicate a lungo
e spennellate con una densa, pungente, dolce e spessa
salsa barbecue a base di pomodoro. L’aroma di affumicato
rimane per giorni sulle dita anche lavandole con il sapone. Il
Brisket, Il Pulled Pork e le Ribs vengono denominate “The Holy
trinity of American Barbecue” cioè la santissima trinità del
barbecue americano. Il barbecue in italia è la grigliata. Non
esiste una cultura dell’affumicatura ma tutti ne vanno pazzi.
Pancette, salmone, salami, formaggi affumicati spopolano nei
nostri supermercati ma è praticamente impossibile trovare un
affumicatore.
L’italia gode di una grandissima stima per la sua cultura
enogastronomica. Molti Chef italiani sono rinomati nel mondo
per le loro doti artistiche ma veramente pochi, oggi, utilizzano
il barbecue. Il Maestro Vissani e pochi altri estimatori riescono
ad avere in carta dei polli allo spiedo cotti alla vecchia
maniera. Oggi la gastronomia italiana si spinge verso confini
filosofici che solo gli addetti ai lavori comprendono o dicono
di comprendere per non ammettere di non aver capito le
“sinusoidi” del gusto elaborate da qualcuno. L’alta cucina per
qualcuno è “troppo” alta e gli amanti della cottura sul fuoco
vivo amano la materia, il gusto, le sensazioni del palato, non
della mente. Il barbecue è uno stile che ha carattere e forza.
I sapori sono intensi e rustici proprio come quelli che ci hanno
accompagnato l’uomo nella sua evoluzione.
Molto di ciò che vedrete vi farà storcere il naso come in ogni
condizione in cui si è costretti a giudicare qualcosa con un
metro non adeguato. La questione fondamentale è che il
fumo sovrasta ogni cosa. Sarà sempre persistente e dominante
pertanto l’accostamento degli ingredienti dovrà avere la
forza necessaria a bilanciare l’esperienza gustativa. Per
fortuna, la nostra cultura culinaria è in grado di offrire delle
tecniche che permetteranno di ottenere dei piatti raffinati e
di stile pur essendo cotti nel carbone. Le tecniche elaborate
dagli americani unite allo stile raffinato della cucina italiana o
comunque mediterranea, darà vita ad un matrimonio di sapori
che andrà ben oltre la semplice salsiccia arrostita. Il barbecue
italiano moderno è ancora tutto da scrivere.
Burro aromatizzato
Come per l’olio, il burro aromatizzato è un tocco di sapore
eccellente in molte preparazioni. La procedura è semplice: si
lascia il burro a temperatura ambiente fino a quando raggiunge
una consistenza cremosa. A questo punto possiamo aggiugere
i nostri aromi: prezzemolo, basilico, semi di coriandolo,
scorza di limone, aglio, gorgonzola, noci, cipolla, rafano e
quant’altro. Una volta mescolato per bene, aiutandosi con un
foglio di pellicola, si avvolge a mò di caramella e si ripone nel
freezer per farlo rapprendere. Usata a piccoli dischi affettati su
una bistecca alla griglia per esempio, inizierà subito a fondere
e a fornire quel piccolo tocco di “unto” unito ai profumi degli
aromi che abbiamo mescolato.
Il RUB
“To Rub” è un termine inglese che significa “strofinare”. Nella
pratica del barbecue, il rub, è un misto di spezie, sapientemente
mescolate, che ha la funzione di aromatizzare la carne e al
contempo “proteggere” i tessuti. La funzione protettiva è
data dalla formazione di una crosta di spezie che limiterà
la fuoriuscita dei liquidi in cottura.
Esistono piu ricette di Rub
negli Stati Uniti che di sughi di pasta in italia. Le linee guida di
creazione di un rub da utilizzare nei nostri barbecue sono poche
ma fondamentali. Un rub ha sempre delle spezie chiamate di
“carrier” o portanti. Significa che tali spezie sono presenti in
quantità maggiore rispetto alle altre. Le spezie di carrier in un
rub sono il sale, la paprika dolce, lo zucchero grezzo di canna
e il pepe (nero o bianco).
Questo, che prende il nome di “four-four rub” (4 parti uguali
di tutto) è già un rub fondamentale che fornisce di per se una
aromatizzazione di base. Da questa base comune, si parte
aggiungendo altri aromi che forniscono diverse aromatizzazioni
e ovviamente diverse intensità di sapore. Aggiungengo al fourfour rub una quantità di aglio in polvere e cipolla in polvere si
ottiene un rub chiamato “All purpose” rub, cioè per tutti gli
usi. Va bene su carne, pesce e su tutto il resto. Da quest’ultimo
poi partono le declinazioni che tendono a personalizzare il rub.
Rosmarino o origano per il pollo, ginepro, chiodi di garofano
per il manzo, dragoncello, timo e aneto per il pesce e così via.
Uno stile molto diffuso è quello chiamato Cajun. I Cajun sono
un popolo che ha radicalmente modificato la cultura di New
Orleans e che possiede una tradizione gastronomica molto
interessante.
La marinatura
Nella cottura alla griglia, ma non solo, la marinatura è una
procedura certamente non obbligatoria ma sicuramente di
grandissimo effetto per i motivi seguenti.
CALORE SECCO
La cottura alla griglia, specialmente su braci di carbone
naturale, genera un calore detto “secco”. Il calore secco si ha
quando l’umidità relativa dell’ambiente riscaldato è molto basso
o anche nulla. Questo ambiente dalla bassa umidità tende a
far asciugare i liquidi presenti sui cibi. La carne o le verdure
quindi si seccano in fretta. Quante volte vi capita di fare una
grigliata di salsicce o di costine di agnello che diventano molto
asciutte dopo una decina di minuti?
La griglia non permette di
utilizzare liquidi in cottura. Un petto di pollo in padella, per
esempio, viene sempre cotto con almeno un filo d’olio.
L’olio chiaramente non evapora e la padella riesce, per
sua conformazione, a “contenere” comunque dei liquidi
che fuoriescono dalla carne. Nella griglia, invece, date le
temperature altissime e l’impossibilità di poter utilizzare alcun
liquido di cottura date le griglie, la possibilità che i liquidi
evaporino è elevata. Quelli che non evaporano cadono sulle
braci e si vaporizzano istantaneamente. Allo stesso modo,
spesso, gli olii presenti in superficie, in caso di temperature
elevate, raggiungono il punto di fumo e bruciano.
Spesso si tenta di cuocere sulla griglia, gli stessi tagli di
carne che si usano in padella. Filetto, controfiletto, bistecche
varie che abbiamo preso dal macellaio di fiducia a cui non
abbiamo risparmiato il “mi raccomando, bella magra”. La
carne magra, se cotta alla griglia, offre dei risultati davvero
scadenti. La carne, specialmente se “ben cotta” (e sarebbe piu
corretta chiamarla “mal cotta”) ha la stessa consistenza di una
barretta di crusca. Non sa di nulla ed è gommosa. Perchè la
carne cotta non sa di carne? Perchè le informazioni di sapore
della razza sono contenute nel grasso dell’animale e non nelle
sue proteine. Il sapore del manzo sta nel suo grasso, quello del
maiale, nel suo grasso e così via.
La cottura alla griglia è adatta per tagli che abbiano almeno il
20%, meglio il 30%, di materia grassa intrinseca.
Ciò non vuol
dire che dobbiamo mangiare tutto il grasso ma semplicemente
che in cottura, una parte di grasso fonde e spandendosi sulla
superfice impedirà all›acqua di evaporare (che rimane al di
sotto) e insaporirà la parte magra. Il resto lo toglieremo nel
piatto. I tagli magri, che non hanno grasso quindi, vanno
reintegrati di materia grassa.
TENACITA’ DELLE FIBRE
Quanto è facile trovare una bistecca tenera? Non so da voi
ma per me è davvero complicato. Il grado di tenerezza di una
carne dipende dal suo periodo di “frollatura”.
In poche parole, la frollatura è il tempo di permanenza delle
carni, in celle frigo a temperature ed umidità appropriate, che
va dal momento dell’abbattimento dell’animale al momento
della cottura. Piu è lungo questo periodo piu la carne “sa
di carne” e piu è tenera. Per tutta una serie di motivi, oggi,
i periodi di frollatura, purtroppo non vanno quasi mai oltre
le 2 settimane. Ne deriva una carne ancora “tenace” che
quando cotta opporrà comunque ancora resistenza al taglio e
alla masticazione. Calore secco, carenza di grasso e tenacità
delle fibre sono i problemi da risolvere per ottenere dei buoni
risultati.
QUANTO CUOCE L’ALIMENTO?
Stabilito il tempo di cottura possiamo stabilire quanta acqua
evaporerà. Un filetto da 4-5 cm cuoce in non piu di 10 minuti.
Una coscia di pollo con sovracoscia avrà bisogno di una
buona mezzora. Tempo di permanenza piu lungo, maggiore
evaporazione. Piu grasso sarà presente, piu sarà difficile che
la carne si secchi.
QUANTO E’ DURA LA CARNE?
C’è poco da dire, una sella di coniglio o un pezzo di punta
di petto di manzo? La differenza è abissale. Piu la carne
è ricca di tessuto connettivo piu sarà dura a meno che non
intervengano dei processi che riescono a trasformare il tessuto
connettivo in gelatina ma serve lungo tempo e tanta umidità.
FINALMENTE LA MARINATURA
La marinatura è il mezzo che ci consente di correggere i difetti
che abbiamo elencato sopra. Ci permette di insaporire, imbibire
e intenerire le carni da cuocere alla griglia. La marinatura
deve essere necessariamente composta dai seguenti elementi:
Grasso o Olio, Acido, Sale, Erbe o spezie o entrambe. L’olio
ha la funzione di dare il tocco di “sapore” alle carni che ne
sono carenti ma soprattutto riesce a “veicolare” i sapore nella
carne. Si possono utilizzare olio extravergine, olio di semi,
burro, panna, latte, strutto, latte di cocco. E’ l’ingrediente che
fornisce “corpo”.
L’acido è la componente fondamentale della marinatura
che è il fulcro di due parametri fondamentali ossia la
concentrazione della marinatura che a sua volta determina il
tempo di marinatura. Gli acidi possono essere piu o meno
concentrati che in base al tempo di marinatura determinano
le modificazioni delle proteine. Riescono praticamente a
“cuocere” l’alimento. Vino, birra, succo di limone, senape,
aceto di vino, aceto di mele, aceto balsamico, Worcestershire
sauce, Tabasco, succo di agrumi in genere, succo di mela,
succo d’ananas (potentissimo nell’intenerire), yogurt magro e
tutti quei liquidi a ph acido.
QUANTO ACIDO E PER QUANTO TEMPO
La concentrazione della marinatura, cioè la quantità di acido
presente, insieme al tempo di marinatura cioè al tempo di
permanenza della carne nell’emulsione, determina il grado di
intenerimento e insaporimento delle fibre. Ricordiamoci però
che la marinatura non andrà mai in profondità; è un processo
superficiale. La cosa cambia se decidiamo di marinare piccoli
pezzetti di carne, magari da infilzare su uno spiedino. Dei
piccoli pezzi di petto di pollo lasciati 24 ore in un’emulsione a
base di succo d’ananas risulteranno praticamente della stessa
consistenza di una gelatina. Si sfalderanno solo toccandoli.
Ovviamente la scelta dell’acido e del tempo di marinatura
“decide” il sapore finale dell’elemento. Maggiore
concentrazione, maggiore permanenza, minore percezione
del gusto originale. Bilanciare e sperimentare è l’unica via
percorribile. Le Erbe e le Spezie sono la chiave di volta,
personalizzano il sapore finale: Semi di finocchio, bacche di
ginepro, coriandolo, cumino, basilico, dragoncello, salvia,
scorza di agrumi....
Qui è solo la nostra fantasia a dettare regole
sempre in accordo con gli altri ingredienti chiaramente. Il sale
è il catalizzatore delle reazioni osmotiche tra gli umori della
carne e quelli dell›emulsione della marinatura. Praticamente
il sale è l’elemento capace di “attivare” l’effetto spugna della
carne. I liquidi esterni entreranno nella carne e viceversa.
Maggiore è la quantità di sale, maggiore la perdità di liquidi
della carne che difficilmente verranno bilanciati. In definitiva, il
sale nella marinatura deve essere in piccole quantità e diciamo
“non sufficienti” a salare l’alimento.
LE PROPORZIONI DELLA MARINATURA E COME USARLA
Non è semplice ma un riferimento potrebbe essere una parte
di grasso o olio, due parti di acido, il 2,5% di sale ed erbe
a piacere. Un mixer a bicchiere e uno stabilizzante (lecitina
di soia, senape, xantana, carragenina) ci aiuterà a tenere
insieme l’emulsione. Il grasso cioè si dividerà in particelle
piccolissime che saranno in grado di rimanere legate, grazie
allo stabilizzante.
L’emulsione quindi sarà il liquido in cui immergeremo la carne
per il tempo stabilito. La marinatura va sempre effettuata in
frigo e il contenitore deve essere sempre coperto. Terminato il
tempo di marinatura, questa deve essere buttata via e la quella
in eccesso rimossa con un panno. Non spennellare la carne
con la marinatura residua in quanto potrebbe esserci della
carica batterica residua. Adesso a voi la scena e inventate la
vostra marinatura.
Emulsioni
Con il termine “emulsionare” ci si riferisce ad una procedure che
permette di “legare” due liquidi altrimenti non legabili. Ricordate
l’esperimento in aula di scienze? Mettiamo dell’olio e dell’acqua
in un bicchiere e notiamo che l’acqua rimane in basso e l’olio
si deposita in superficie. Anche mescolando energicamente
riusciamo a mischiarli per qualche minuto ma lasciando
riposare, torneranno allo stato originale. Limone e aceto
invece si mescolerebbero senza problemi e sarebbe impossibile
separarli.
Per legare i due liquidi, in cucina, occorre una
sostanza chiamata “stabilizzante”: uno stabilizzante sarà in
grado di tenere insieme due liquidi, solitamente un olio e un
liquido acquoso. In questo modo si potranno creare condimenti,
salse e marinature con sostanze che altrimenti non potrebbero
stare insieme. Un esempio? Una bella marinatura per dei
bocconcini di coniglio può essere fatta con burro, centrifugato
di carote, succo d’arancia, miele millefiori e scorza di limone.
Aggiungendo uno stabilizzante, per esempio un cucchiaino di
senape o di lecitina di soia e agitando vigorosamente (meglio
usare un frullatore a immersione), otterremo un liquido liscio,
perfettamente amalgamato (appunto emulsionato) che sarà
in grado di veicolare meglio i sapori della marinatura. Altra
emulsione per condire una braciole di maiale alla griglia:
Olio extravergine, aceto balsamico, succo di mela e un
pizzico di cannella, il tutto tenuto insieme dalla solita
senape o lecitina. Otterremo una salsa aromatica e molto
saporita. Le emulsioni sono una base praticamente infinita
di condimenti, salse e marinature sfiziose e particolari.
La
senape e la maionese, ad esempio, sono due emulsioni naturali
comunemente utilizzate in cucina.
Le salse barbecue
Dire Barbecue Sauce in america è come dire sugo per la pasta
qui in italia. A quanti e quali sughi potremmo riferirci? Tanti,
troppi e tutti diversi che meriterebbero di essere elencati. Se
prendiamo a riferimento il termine “salsa” ci accorgeremo
subito che esistono, anche qui, profonde differenze tra noi e i
fratelli d’oltreoceano. Da noi, la salsa è un liquido, un fondo di
cottura, un condimento una crema, un frullato, un centrifugato,
una dadolata di gusti e chi piu ne ha piu ne metta. La salsa
non è definibile concettualmente perché in questa specifica
preparazione, la fantasia domina sovrana. In america la
musica è diversa. La salsa barbecue DEVE avere determinati
requisiti che variano in base alla locazione geografica. Iniziare
il discorso delle salse barbecue sarebbe troppo lungo e davvero
infinito.
Daremo solo una piccola infarinatura su quelle piu famose:
Alabama : White Sauce Kansas City: Traditional thick tomato
based sweet smoky and spicy barbecue sauce (niente paura….)
North Carolina Tangy hot red vinegar sauce
South Carolina Mustard sauce
La prima, white sauce o salsa bianca è a base di aceto,
maionese, pepe nero e altre sostanze piu o meno segrete. Ha
un gusto molto pungente e si sposa ottimamente con ogni
preparazione al barbecue. Spesso utilizzata per il pollo.
La seconda indica una salsa tradizionale, molto densa, a
base di pomodoro e aceto di mele, molto piccante e spesso
affumicata. E’ la classica salsa barbecue che gode di
una notorietà molto diffusa, addirittura si trova anche in
commercio in italia. La terza non è una vera e propria salsa: è
sostanzialmente dell’aceto di mele in cui si aggiunge zucchero,
peperoncino a scaglie e appena un po’ di concentrato di
pomodoro per colorarla. Sembra molto banale ma è ottima
sugli straccetti di maiale affumicato, il classico pulled pork. La
quarta è a base di senape, pepe, peperoncino e salsa
worcestershire. Molto pungente, acida e piccante, di difficile
collocazione in un menu italiano ma molto apprezzata nel sud
della Carolina.
Secondo la mia esperienza, la Kansas City BBQ Sauce, che
trova la massima espressione nella K.C. Masterpiece Barbecue
Sauce inventata da Rich Davis, ha certamente i requisiti per
essere amata da molti anche nel nostro paese. Così come la
White Sauce inventata nel 1925 dal grandissimo Big Bob
Gibson, uno dei primi e piu grandi Pit Boss della storia del
Barbecue americano. Le altre rimangono per i soli e veri
estimatori dell’American Barbecue. Impareremo a preparare
una famosa salsa barbecue dello stile di Kansas City in cui
è presente un’ingrediente molto particolare: Il Jack Daniel’s
Scotch Whiskey.
Olio aromatizzato
L’olio aromatizzato è un tocco di stile per i vostri piatti. Come
tutti sanno, è una prassi terminare la presentazione di un
piatto con un goccio di ottimo olio extravergine. Gli olii
non sono tutti uguali e ognuno può avere una connotazione
specifica in base al piatto: ogni cultivar offre fragranze diverse
e aromi particolari all’olio. Esistono olii molto delicati come
ad esempio quelli liguri o del garda oppure olii molto robusti
come i pugliesi e i siciliani. Un olio delicato può essere ottimo
nelle insalate o sul pesce o su tutte quelle preparazioni dai
sapori delicati, l’olio robusto si abbina invece a piatti di una
certa importanza come ad esempio della carne alla griglia o
delle zuppe di legumi. Aromatizzare un olio può avere diversi
scopi: a volte si cerca di “colorare” gli olii per schizzare i piatti
con note colorate di sapore, a volte si cerca invece di infondere
gli aromi particolari di una spezia o di un erba.
Non è una regola ma solitamente, se vogliamo solo colorare
un olio, utilizzeremo un’estrazione “a freddo”. Per un olio
al prezzemolo, per esempio, potremo frullare insieme olio e
prezzemolo in un robot da cucina, lasciare decantare e filtrare
facendo attenzione a non far cadere le particelle solide che
renderebbero torbido l’olio. Questo bell’olio verde darà
un tocco di sapore ma non avrà dei sapori percepibili. Al
contrario, l’estrazione “a caldo” si esegue quando è necessario
estrarre gli olii essenziali da una spezia o da un’erba.
Un olio al cumino per esempio, si può ottenere scaldando
a 60°C le spezie e l’olio e lasciando per qualche tempo a
temperatura costante. In questo caso, piu lungo, l’olio avrà uno
spiccato sentore della spezia che abbiamo scelto. Si possono
tutte le spezie di nostro gradimento e volendo un misto tra i
due tipi di estrazione per insaporire prima e colorare dopo il
nostro olio. Si possono, ad esempio, estrarre gli olii essenziali
della scorza di limone a caldo per poi colorare l’olio con della
curcuma per renderlo di un bel colore giallo. Un goccio di olio
al pepe e rosmarino può certamente trasformare un semplice
petto di pollo ai ferri dell’ultimo minuto, in un piatto sfizioso,
colorato e dietetico.
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Di che tinta sei?
Sei diventata nera, nera, nera, sei diventata
nera come il carbon!
Qualcuno ricorda questa canzone estiva?
Ma come ci si abbronza senza carbonizzarci?
Come prepararsi alla tintarella
A
Una
buona notizia!
La storia di Federico
Vi ricordate Federico? Il ragazzo che nell’estate 2012 e 2013 vi accoglieva alla reception? Beh, quel ragazzo ha fatto strada.
Ormai 26enne, dopo essersi laureato lo scorso anno in ingegneria ha ideato insieme ad un suo amico “Makoo”, una piattaforma
online in grado di “materializzare le emozioni”. Parlando direttamente, tramite il microfono del vostro PC potrete realizzare un
anello, un bracciale o qualsiasi amuleto così come vi sarebbe sempre piaciuto avere.
A partire da un messaggio vocale, che verrà registrato direttamente sul sito www.makoojewels.com, sarà possibile realizzare ed
acquistare dei gioielli unici e personalizzati che saranno plasmati e generati proprio dalla voce registrata.
L’idea ha riscosso davvero molto successo e recentemente ha visto Federico presentare il suo progetto in Italia, Irlanda, Israele e
Stati Uniti. Per scoprire come funziona guarda il video https://vimeo.com/87579235 se invece vuoi creare il tuo gioiello Makoo
vai direttamente su www.makoojewels.com
S
iamo un paese, come dice il nostro presidente nel suo editoriale,
siamo il dolce paese al quale facciamo ritorno. Un paese piccolo ma
pieno di gente, di persone competenti nel loro campo, professionisti
nel loro settore, persone che hanno sogni e vorrebbero realizzarli. A queste
persone chiediamo di farsi avanti e di dirci in cosa sono bravi e cosa
possono insegnare, in cosa possono consigliarci, quali le loro passioni
e in che maniera trasmetterle. C’è qualcuno disponibile a “regalare” il
proprio tempo per insegnare ai nostri ragazzi un’attività ludica, sportiva,
culturale, musicale? Se amiamo il nostro piccolo paesino sappiamo che
dovremo lasciarlo ai nostri figli, insegniamo loro a ereditare il testimone
per far continuare a vivere questo posto e gettiamo il seme del sapere per
crescere tutti insieme.
Guardate, se volete, l’intervento di Sir Ken Robinson a TED, è divertente
ed educativo e, sono sicuro, vi stimolerà a partecipare.
tutti piace mettersi al sole a prendere la tintarella,
ma molti non sanno che, oltre agli effetti positivi che
l’abbronzatura dona, ci sono diversi inconvenienti
legati ad una cattiva esposizione ai raggi solari. I raggi
ultravioletti, principali responsabili della tintarella, producono
diversi effetti sulla pelle, di cui alcuni positivi e benefici ma
altri che rappresentano seri svantaggi e quindi pericolosi rischi
da evitare. Sintetizzando, i benefici e gli svantaggi legati alla
tintarella possono essere riassunti nei seguenti:
BENEFICI
-
Stimolazione della formazione di melanina
Azione disinfettante a livello della cute
Sintesi della vitamina D
Effetto estetico
-
Colpi di sole, eritemi, edemi
Produzione di peluria
Invecchiamento della pelle
Causa di tumori della pelle, melanomi, ecc.
SVANTAGGI
Dobbiamo essere consapevoli di quanto un’eccessiva
esposizione ai raggi ultravioletti possa risultare dannosa. I
melanomi più pericolosi, infatti, provengono da brevi e intense
esposizioni al sole, tipiche delle brevi vacanze estive. Dunque,
sapersi difendere dai danni che il sole può causare alla pelle è
davvero importante.
Naturalmente se l’esposizione al sole è graduale, in ore adatte,
opportunamente distanziate, la pelle riesce a difendersi da sola
dai danni sia immediati che cronici. Se l’esposizione è invece
eccessiva o troppo brutale, la cute diventa anelastica, giallastra,
opaca e abbellita solo per brevi periodi da un’abbronzatura
temporanea.
Ci sono, comunque, alcune regole basilari dettate dai
dermatologi e dal buon senso che non sono certamente una
novità, ma considerando il grande numero delle vittime che il
sole fa ogni anno, vale sempre la pena di ribadire.
Come prepararsi?
Non si può pensare di affrontare il sole estivo con il colorito
da topo di biblioteca che ci ha donato l’inverno. Ecco che
allora un paio di lampade preparatorie, effettuate con tutte le
precauzioni del caso, stimoleranno il nostro corpo a sintetizzare
melanina, il pigmento bruno prodotto da cellule speciali dette
melanociti che serve a proteggere la nostra pelle dai dannosi
raggi ultravioletti.
In alternativa cercate di sfruttare il sole primaverile meno
potente e diretto per mettere le basi alla vostra abbronzatura;
un pomeriggio al parco a leggere un buon libro è sicuramente
una soluzione più piacevole e naturale. Inoltre, è bene sempre
esporsi al sole con gradualità. In particolare, non fidatevi delle
sensazioni, ma limitare molto il tempo di esposizione nei primi
giorni.
Di che fototipo sei?
Il fototipo individua la sensibilità di un soggetto verso
l’esposizione ai raggi solari. Esistono diversi fototipi a seconda
delle caratteristiche presentate da pelle, peli e capelli dei diversi
soggetti:
FOTOTIPO 0: Sono i soggetti albini che non hanno melanociti;
i peli sono bianchi, la pelle bianchissima e gli occhi sono chiari;
non hanno difese per mancanza di melanina quindi devono
evitare le esposizioni solari sia naturali che artificiali e usare
prodotti cosmetici solari a protezione totale, anche perché
senza melanociti non ci si abbronza mai.
FOTOTIPO 1: Sono i soggetti chiari, che hanno i capelli
rossi o biondissimi hanno poca melanina e devono perciò
usare prodotti ad alta protezione ed esposizioni molto brevi. I
soggetti di questo fototipo si abbronzano con estrema difficoltà.
FOTOTIPO 2: Sono i soggetti bianchi con pelle chiara che più
che abbronzarsi assumono un certo colorito. FOTOTIPO 3: Sono soggetti castani; devono usare prodotti
con moderata protezione ed esposizioni moderate soprattutto
durante i primi giorni perché si scottano. Riescono comunque
a scurirsi. FOTOTIPO 4: Sono i soggetti con pelle e peli tendenzialmente
scuri che si scottano solo nei primissimi giorni ma poi si
abbronzano bene perché hanno molta melanina. Ma anche il pesce fresco, e in particolare il merluzzo, le
acciughe, le sarde, il tonno, sono particolarmente indicati,
perché forniscono acidi grassi polinsaturi omega 3 e omega 6.
Inoltre i pomodori, sia crudi che utilizzati per il sugo, contengono
licopeni, carotenidi molto efficaci.
Infine, le proteine di origine animale contenute nel latte,
nelle uova e nella carne aiutano l’organismo a contrastare
l’aggressione del calore e dei raggi solari.
Factor) adeguato. Infatti, più alto sarà il fattore di protezione
più sarete protetti: la numerazione stabilisce quante volte in più
potete stare al sole rispetto all’assenza di filtro solare.
I filtri fotoprotettori dovrebbero avere la capacità di proteggere
la pelle anche dopo essere venuti a contatto con acqua, umidità
o sudore. Questa caratteristica di alcuni filtri è determinata dalla
presenza di derivati acrilici nella composizione del prodotto.
Ci sono due categorie di filtri resistenti: i water-resistant,
che mantengono il loro fattore di protezione anche dopo 40
minuti di contatto permanente con l’acqua, e i waterproof, che
agiscono anche dopo 80 minuti.
Dopo il sole
Dopo essersi esposti al sole con le dovute precauzioni, è
importante dare alle pelle tutte le attenzioni necessarie per
ripristinare l’equilibrio e contrastare la produzione dei radicali
liberi che aumenta decisamente durante l’esposizione al sole.
Alcuni consigli utili nei periodi post-esposizione solare sono:
- Integrare nella dieta le vitamine A, C ed E, perché sono dotate
di grande potere antiossidante (contrastano i radicali liberi).
La vitamina A e la vitamina C si trovano negli ortaggi e nella
frutta, la vitamina E invece è presente nei formaggi freschi, nel
burro e nell’olio, oltre che nel pesce fresco.
- Seguire una dieta il più possibile completa, fondamentale per
ricostituire tutte le riserve di minerali, vitamine, lipidi e liquidi
persi sotto il sole.
Esistono due tipi di filtri solari: fisici e chimici
FOTOTIPO 5: Sono i soggetti mediterranei con tantissima
melanina e quindi già protetti dalle radiazioni solari, infatti si
scottano raramente. Si consiglia comunque cautela e l’uso di
cosmetici che riparano dai raggi UVB responsabili degli eritemi
e che maggiorano l’effetto degli UVA. FOTOTIPO 6: Corrisponde alla pelle di colore che offre la
massima protezione contro gli UV perché i melanociti degli
afro-americani sintetizzano incessantemente, anche in assenza
di sole, dei grossi melanosomi ricchi di melanina (come più volte
è stato detto nel corso di questa prima parte), che occupano
tutto lo spessore epidermico fino allo strato corneo.
Una volta presa coscienza del fototipo si possono scegliere le
creme protettive più adatte. Tenete presente che anche coloro
che si scottano più difficilmente devono proteggersi comunque,
soprattutto nelle prime esposizioni.
Ovviamente vale sempre la precauzionze di prendere il sole
gradualmente e di evitare tassativamente le ore in cui il sole è a
picco (dalle 12 alle 15/15,30) dove i raggi del sole sono nocivi
e pericolosi per tutti i tipi di pelle.
Con gli anni, tutti sono diventati sempre più informati ed
esigenti, ed ognuno sa benissimo quali sono le abitudini giuste
da adottare quando si va in spiaggia e qual è la crema più
adatta al suo fototipo, perché tutti vogliono essere abbronzati,
ma nessuno vuole provare le sofferenze delle scottature!
I più accorti sono sicuramente quelli con una pelle molto chiara,
sempre alla ricerca di creme che non facciano passare neppure
l’ombra di un raggio di sole. Ma sarà vero? E’ una questione
controversa, visto che scienziati e commissioni tecniche mettono
in guardia dalle rassicuranti etichette che parlano di schermo
totale e dall’intreccio sulle confezioni di sigle e metodi di misura
che sono spesso differenti fra loro e di difficile interpretazione
per il consumatore.
Usare di una crema protettiva con un SPF (Sun Protection
1. I filtri fisici sono opachi e funzionano come una barriera,
riflettendo e filtrando la maggior parte della luce visibile e delle
radiazioni UV. Sono di solito utilizzati per le parti del corpo più
sensibili (narici, labbra, dita dei piedi).
2. I filtri chimici assorbono e riducono le radiazioni che
arrivano alla pelle, filtrando le lunghezze d’onda nocive.
E’ importante continuare a proteggersi anche se si è già
abbronzati: l’abbronzatura attenua solo parzialmente le
radiazioni UV (equivale ad un FPS di circa 4). Per questo, nella
scelta del filtro solare, iniziare con un SPF alto durante le prime
esposizioni, per poi abbassarlo nei giorni successivi.
Inoltre, le radiazioni UV agiscono anche quando la temperatura
è mite: ci si può scottare anche quando il cielo è nuvoloso e non
fa eccessivamente caldo.
Scegliete un filtro solare che ripari sia dai raggi UVA (i maggiori
responsabili dell’invecchiamento precoce), sia dai raggi UVB
(causa di scottature, macchie scure, rughe) ed applicatelo in
modo uniforme e, per lunghe esposizioni al sole, riapplicatelo
ogni due ore.
Per utilizzare in maniera ottimale filtri solari e abbronzanti è
bene seguire alcune norme basilari: prima di tutto applicare il
filtro in casa, circa 30 minuti prima dell’esposizione al sole e
mai quando si è già in spiaggia o all’aperto. Applicarlo nella
quantità necessaria e sulla pelle asciutta. In caso di bagni, il
filtro deve essere nuovamente applicato.
Idratazione
La pelle al sole perde liquidi, che vanno assolutamente
reintegrati.
Un consiglio è quello di bere molto. Infatti il sole e il caldo
tendono a disidratare la pelle rendendola più vulnerabile, e
non ci sono creme idratanti che reggano il confronto con una
buona bottiglia d’acqua. Sono particolarmente indicati anche
i succhi di carota (il betacarotene che contengono favorisce
la produzione di melanina), mentre sono da evitare vino e
birra (l’alcool ha infatti l’effetto contario), o bevande gasate e
zuccherate che oltre a non essere salutari potrebbero influire
negativamente sulla vostra linea.
Alimentazione
Sappiamo tutti che, soprattutto quando ci esponiamo al
primo sole l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale per il
benessere della pelle e quindi diventa fondamentale mangiare
i cibi giusti, sia per aumentare le difese della nostra pelle, sia
per abbronzarci in maniera più efficace.
E’ importante aumentare il consumo di frutta e verdura di
stagione almeno un mese prima dell’esposizione. Sono da
preferire i vegetali ricchi di betacarotene, come albicocche e
carote. Il betacarotene aiuta ad assumere un’abbronzatura
dorata e a conservarla più a lungo, ma non aumenta la
produzione di melanina, dunque non mette al riparo dagli
effetti nocivi delle radiazioni solari.
Riuscire ad ottenere un’abbronzatura bella e sana allo stesso
tempo non è così facile. Una buona crema solare e un buon
doposole ci aiutano a non scottarci e a mantenere un giusto
livello di idratazione, ma possono non essere sufficienti
a prevenire gli effetti nocivi dei raggi ultravioletti come
l’invecchiamento, la formazione di rughe, le macchie o i pori
dilatatati.
Per contrastare questi processi è necessaria l’azione
degli antiossidanti, molecole preziose, in grado di combattere
i processi degenerativi e garantire maggiore difesa alle cellule
del derma e dell’epidermide. Quindi prima di esporci al sole è
importante mangiare i cibi giusti.
I tipici cibi freschi della nostra tradizione culinaria sono ricchi
di antiossidanti a altre sostanze molto preziose per difendere
la pelle.
L’olio extra-vergine d’oliva, per esempio, che contiene
biofenoli.
Le carote che contengono betacarotene il cui effetto
è molto conosciuto.
Inconvenienti
Se nonostante questi consigli incorrete in piccoli inconvenienti
dopo l’esposizione al sole, ecco un consiglio su come risolverli
Occhi arrossati
Per gli occhi arrossati fate degli impacchi con
una tisana di fiori di fiordaliso.
La loro azione disinfiammante
calmerà il bruciore.
Pelle arrossata
Se la vostra pelle presenta arrossamenti,
detergetevi con acqua di amamelide, e spalmatevi di crema
alla calendula.
Per lenire il bruciore
Potete provare con un rilassante bagno
alla malva, o all’amido di riso, hanno il pregio di lenire il senso
di bruciore.
Mettetene una manciata abbondante in acqua
tiepida.
Per pelle fortemente arrossata o con eritema
sono necessari
interventi più decisi, come l’ olio di iperico o di aloe, che
idratano e leniscono.
Se la situazione è ancora più seria, è utile
assumere un centinaio di gocce di ribes nero, anche nei giorni
successivi.
30-50 gocce due volte al giorno.
Conservare l’abbronzatura
Ore ed ore sotto il sole per conquistare una tintarella invidiabile
ma, tornati in città bastano poche settimane per tornare al
pallido colorito di sempre. Come fare per conservare questo
colore dorato il più a lungo possibile?
Non disperare basterà
seguire questi semplici accorgimenti.
1. Non è l’acqua a portar via l’abbronzatura, per cui fai tutte
le docce e i bagni che desideri senza preoccupazioni.
2. Non utilizzare detergenti troppo aggressivi per lavarti,
perchè doccia dopo doccia seccano la pelle e sbiadiscono il
colore.
3. Utilizza detergenti ultradolci specifici per le pelli abbronzate,
che detergono nel pieno rispetto della pelle e non lavano via
l’abbronzatura.
4. Mantieni la pelle sempre molto idratata, è molto importante.
Infatti, se la pelle è secca finisce per squamarsi, se viene idratata
a fondo invece si mantiene elastica e compatta e il colore dura di
più.
Cospargiti di crema idratante alla sera prima di andare a
letto (anche senza farla assorbire completamente) e al mattino.
5. Fai un bagno idratante periodicamente.
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Volley,
fortissimamente
Volley!
Originario della California e delle Isole Hawaii, il beach
volley è ora uno sport molto popolare anche in regioni
che non presentano una linea costiera, come la Svizzera.
l beach volley è uno sport di squadra olimpico giocato sulla
Isemplice
sabbia. Nato come variante del gioco della pallavolo, da
ricreazione sulle spiagge si è evoluto fino a diventare
sport professionistico in vari paesi del mondo. Due squadre di
giocatori di due persone ciascuna si scontrano su un campo di
sabbia separato da una rete.
Come nella pallavolo, lo scopo del gioco è quello di mandare
la palla sopra la rete per farla cadere nel campo avversario
cercando di opporsi al medesimo obiettivo della squadra avversaria. Ogni squadra ha a disposizione tre tocchi, comprensivi del tocco del muro, a differenza della pallavolo. La palla è
messa in gioco con un servizio, ovvero un colpo del servitore
diretto sopra la rete al campo avversario. Lo scambio continua
fino a quando la palla tocca terra in campo, fuori dal campo
(out), o una squadra fallisce nel tentativo di attacco.
La squadra che vince lo scambio conquista un punto (Rally
Point System). Se è la squadra che riceve a vincere lo scambio,
oltre al punto guadagna il diritto al servizio. Il giocatore di
servizio deve cambiare ogni volta che si verifica questa combinazione.
Originario della California e delle Isole Hawaii, il beach volley
è ora uno sport molto popolare anche in regioni che non presentano una linea costiera, come la Svizzera.
A livello internazionale, le nazioni più vittoriose sono tra gli
uomini il Brasile (166 medaglie d’oro), gli Stati Uniti (54) e la
Germania (14). La coppia carioca Emanuel-Alison è Campione del Mondo ai Mondiali di Roma 2011. Tra le squadre femminili conduce sempre il Brasile (124 medaglie d’oro), seguito
da Stati Uniti (90) e Cina (17). La coppia di punta brasiliana
Larissa-Juliana è Campione del Mondo ai Mondiali di Roma
2011. Assieme all’Australia e alla Svizzera, queste sono le nazioni che con più frequenza sono salite sul podio degli eventi
FIVB e olimpici. Gli Stati Uniti conducono la classifica di presenze al World Tour (279 eventi), seguiti dall’Italia (216) e dal
Brasile (206), facendone le nazioni più attive nel panorama
internazionale.
Regole di gioco
Le regole del gioco si differenziano da quelle della pallavolo
principalmente per:
· area di gioco
· numero di partecipanti
· sistema di punteggio
· caratteristiche del tocco
· cambio campo
· caratteristiche del pallone
L’area di gioco è un rettangolo di sabbia che misura 16x8m,
profondo almeno 40 cm e composto da una sabbia fine ma
non appiccicosa, circondato da una zona libera larga almeno
3m e con uno spazio libero sopra l’area di gioco di almeno
7 m. Il campo è delimitato da linee di gioco larghe 5–8 cm, è
assente la linea centrale. L’altezza e le caratteristiche della rete
sono le stesse della pallavolo (2.24m per le donne e 2.43 per
gli uomini).
Il numero di partecipanti per squadra è di 2 giocatori e
non sono ammessi cambi. I giocatori sono liberi di disporsi
all’interno del campo da gioco, eccezion fatta per il giocatore
di servizio. Il fallo di posizione non è previsto. Deve essere
rispettato l’ordine del servizio. Un membro della coppia riveste
il ruolo di capitano. Si gioca a piedi scalzi, a meno di specifiche
e momentanee autorizzazioni.
Una partita è articolata in set e la vittoria si assegna al meglio
dei tre set. Per vincere un set sono necessari 21 punti, con un
vantaggio minimo di due punti. In caso di parità al termine del
secondo set, il terzo e ultimo set si assegna alla squadra che
ottiene per prima 15 punti con un vantaggio minimo di due
punti.
Si commette fallo di attacco se la palla viene colpita e
indirizzata dalle sole dita con i polpastrelli (pallonetto), o se
l’attacco in palleggio ha una traiettoria non perpendicolare alla
linea delle spalle (a meno che questo non sia stato indirizzato
al compagno). Per effettuare colpi a pallonetto vanno usate le
nocche. Qualsiasi tocco, compreso quello di ricezione e difesa,
deve essere pulito. La palla non può essere catturata, bloccata,
trattenuta o accompagnata. Fanno eccezione l’azione difensiva
di un attacco forte, che può essere difeso sopra la testa a mani
aperte e l’azione contesa a muro: in entrambi i casi la palla
può essere brevemente trattenuta. Il tocco di muro conta come
tocco di squadra.
Si effettua cambio campo alla fine di ogni set, ogni sette punti e
suoi multipli durante il primo e il secondo set, ogni cinque punti
e suoi multipli nel terzo ed ultimo set. Questo viene fatto per
mediare tra le due squadre le caratteristiche del campo, come
insolazione e ventilazione.
Il pallone, di pelle sintetica o similari, è ricoperto di un materiale
impermeabile. È leggermente più grande di quello da pallavolo
(66–68 cm) ed è gonfiato ad una pressione minore (171221 hPa), ma il peso deve essere lo stesso (260-280 g).
Nel beach volley è molto in uso segnalare al compagno
le intenzioni di muro nella fase “break”. Questi segnali
vengono fatti dietro la schiena con entrambe le mani, così da
poter differenziare i due giocatori, e sono tendenzialmente
quattro: un dito disteso della mano, indica che sul giocatore
corrispondente alla mano stessa, si terrà un muro lungo la linea
laterale del campo; due dita distese indicheranno invece un
muro diagonale; il pugno chiuso indicherà un “pull off”, ovvero
una “finta” a muro per raggiungere velocemente la posizione
di difesa; la mano aperta indica invece l’intenzione di murare
la palla e non una determinata zona del campo.
Storia del gioco
Il gioco della pallavolo in sala, da cui deriva il beach volley, è
stato inventato nel 1895 dall’americano William G. Morgan,
direttore della Ymca di Holyoke. Mescolando elementi presi in
prestito dal basket, dal baseball, dal tennis e dalla pallamano
inventa un gioco per la sua classe di economisti che avesse minor contatto fisico rispetto al basket. Il nome originale è
Mintonette, che deriva dalla parola badminton, infatti lo scopo
non è altro che quello di far volare -volley- una palla da una
parte all’altra della rete.
Sebbene si sia giocato a pallavolo sulla sabbia già sulle spiagge della Francia nel 1944 durante la seconda guerra mondiale in Normandia e in Bretagna, e si racconti che qualche
squadra maschile abbia giocato sulle spiagge di Waikiki, sulle
isole Hawaii, sempre nel 1944, la nascita del beach volley
viene fatta risalire al 1930, dove a Santa Monica (California),
venne per la prima volta trasferito il campo di pallavolo su
sabbia e fu giocata la prima partita di beach volley tra due
coppie di giocatori. Nello stesso anno lo sport sbarca oltreoceano in Palavas, Lacanau e Royan in Francia; vicino a Sofia, in
Bulgaria; a Praga, nella Repubblica Ceca e a Riga, in Lituania.
Nel 1947 si gioca il primo torneo ufficiale a State Beach, California, senza premio in denaro. Vincono Saenez-Harris.
Nel 1948 i vincitori del torneo tenuto sempre a State Beach
vengono premiati con
una cassa di Pepsi.
Negli anni ‘50 viene organizzato il primo circuito su cinque spiagge della California: Santa Barbara, State, Corona del
Mar, Laguna e San Diego. Il beach volley diventa parte integrante dello
stile di vita californiano.
Persino i Beatles a Sorrento Beach si dilettano a
colpi di palleggi e bagher
e Marilyn Monroe parla
della neonata disciplina.
Il presidente J. F. Kennedy
partecipa al primo evento
ufficiale di beach volley
sulle spiagge di Sorrento
Beach a Los Angeles.
Nel 1974 Si svolge a San Diego il primo torneo sponsorizzato, con un premio in denaro di 1.500$. Davanti a 250 spettatori sono vincitori Dennis Hare e Fred Zuelich.
Nel 1976, a State Beach va in scena il primo campionato di
beach volley con in palio 5.000$. Vincono Jim Menges e Greg
Leem davanti a 30.000 spettatori.
Nel 1980 negli Stati Uniti si svolge il primo tour organizzato,
con sette tappe in calendario ed un premio pari a 52.000$.
Nel 1984 si ha notizia del primo torneo di beach volley in Italia: viene organizzato al Fantini Club, sulla spiaggia di Cervia.
Nel 1986 davanti a 5.000 spettatori, si tiene a Rio de Janeiro
la prima esibizione internazionale di beach volley.
Nel 1987 sulle spiagge brasiliane di Ipanema viene organizzato il primo torneo internazionale omologato dalla FIVB. La
coppia americana, composta da Sinjin Smith e Randy Stoklos,
si aggiudica il premio in denaro di 22.000$.
Il primo World Tour - FIVB World Series
Negli anni 1989/’90 nasce il primo circuito internazionale
FIVB di Beach Volley sotto il nome World Series, che include
appuntamenti in Brasile, Italia e Giappone. La tappa brasiliana fa registrare il tutto esaurito. Sinjin Smith e Randy Stoklos
(USA) si laureano campioni del mondo.
Nel settembre 1990 si riunisce a Losanna il primo Consiglio
Mondiale della FIVB per stilare un programma di crescita del
beach volley.
Nel 1992 Il beach volley è presente alle Olimpiadi di Barcellona come sport dimostrativo. In seno alla FIVB viene creata una
sezione appositamente dedicata al beach volley.
Negli anni 1994/’95 Per la prima volta il beach volley è presente ai Goodwill Games disputati a San Pietroburgo (Russia).
Negli anni 1995/’96 Il ranking internazionale FIVB costituisce
uno dei criteri che regolano la qualificazione delle migliori
coppie ai Giochi Olimpici. Circa 600 atleti, in rappresentanza
di 42 Paesi, partecipano al torneo di qualificazione olimpico.
Oltre 50 Federazioni Nazionali prevedono al loro interno un
Consiglio Nazionale in materia di beach volley per promuo-
vere la disciplina nel proprio Paese.
La prima Olimpiade
Nel 1996 ad Atlanta si disputa la prima edizione del torneo
olimpico di beach volley, al quale assistono complessivamente
107.000 spettatori. Karch Kiraly conquista il terzo oro olimpico (due con il volley), aggiudicandosi il primo successo nella
specialità. Il podio maschile è nord-americano: oro ed argento rispettivamente per le coppie statunitensi Kiraly-Steffes
e Dodd-Witmarsh, bronzo per il duo canadese Child-Heese.
Nel torneo femminile, invece, le brasiliane Jackie Silvia e
Sandra Pires superano le connazionali Monica Rodrigues ed
Adriana Samuel. Terze le australiane Natalie Cook e
Kerri Ann Pottharst.
Nel 1998 Viene inaugurato il nuovo World Tour
Open, che fa tappa anche in Argentina, Canada,
Cina e Repubblica Ceca. Il beach volley entra di diritto nelle principali competizioni internazionali, tra cui
i Giochi del Sud-Est Asiatico, i Giochi Panamericani e
le Universiadi. Con l’obiettivo di offrire possibilità di
ascesa ai giocatori di medio livello, la FIVB introduce
le categorie inferiori: Challenger, Satellite e i tornei
amatoriali. Oltre 120 Paesi svolgono regolare attività
di beach volley.
Dal 1999 il World Tour è l’unico circuito internazionale riconosciuto dal CIO per la qualificazione ai Giochi
Olimpici. Per la prima volta il Campionato del Mondo di beach volley si svolge in Europa, precisamente
a Marsiglia. La manifestazione fa registrare 50.000
spettatori complessivi. L’oro va ai brasiliani José Loiola ed Emanuel.
Nel 2000 in Australia il beach volley diventa una delle discipline con maggior appeal. Andrea Raffaelli e
Maurizio Pimponi hanno l’onore di rappresentare i
colori azzurri per l’Italia anche se con scarsi risultati.
Le migliori 24 coppie al mondo si sfidano nel meraviglioso impianto di Bondi Beach, che può ospitare
fino a 10.000 persone. L’oro di Sidney va agli sta-
tunitensi Dain Blanton ed Eric
Fonoimoana, vittoriosi in finale sulla coppia brasiliana Zé
Marco-Ricardo. Gradino più
basso del podio per i tedeschi
Jörg Ahmann ed Axel Hager.
Le australiane Natalie Cook e
Kerri Ann Pottharst, inoltre, si
aggiudicano la prova femminile. Argento e bronzo per le
coppie brasiliane Behar-Bede
e Samuel-Pires.
Nel 2001 a Le Lavandou
(Francia) si disputa il primo
Campionato del Mondo Under
21 (24-26 agosto) con 24 coppie sia nel torneo maschile che
in quello femminile.
Dal 2002 per incoraggiare la
pratica del beach volley tra le
giovani generazioni, la FIVB
vara i Campionati del Mondo Under 21 ed Under 18 su base
annuale. Novità anche sul fronte regolamentare: si riducono
le dimensioni del campo (16x8 m) e viene adottata la formula
del rally point system.
Dal 2003 la Swatch diventa title sponsor del World Tour e
partner del Campionato del Mondo. Su manifesti, volantini e
biglietti compare il nuovo logo. La tecnologia diventa sempre
più protagonista degli eventi, con segnapunti elettronici ed apparecchi per la misura della velocità. Lo Swatch FIVB World
Tour si svolge in 22 tappe mondiali (10 maschili e 12 femminili), compreso il torneo di qualificazione olimpico, distribuite su
4 continenti con più di 700 atleti provenienti da oltre 50 Paesi,
che concorrono alla cifra record di 5 milioni di dollari. A Rio
de Janeiro l’oro mondiale va ai brasiliani Ricardo ed Emanuel.
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Nal 2004 ad Atene 24 coppie maschili ed altrettante femminili partecipano al torneo olimpico che si svolge in 12 giorni.
Non solo grande spettacolo in campo, nel magnifico impianto
costruito sullo stile degli anfiteatri dell’antica Grecia, ma anche
intrattenimento, con il coinvolgimento di 12 ballerini, dj, speaker multilingue e direttori di produzione. Il titolo va ai brasiliani Ricardo ed Emanuel, mentre, gli spagnoli Javier Bosma e
Pablo Herrera, vincono l’argento. Terzo posto per gli svizzeri
Patrick Heuscher e Stefan Kobel. Le statunitensi Kerri Walsh e
Misty May, poi, hanno la meglio sulle brasiliane Shelda Bede
ed Adriana Behar. Il bronzo va all’altra coppia statunitense
composta da Holly McPeack ed Elain Youngs.
Nel 2007 il World Tour si allarga a 34 tappe (17 maschili e
17 femminili), con un premio in denaro complessivo di 8.15
milioni di dollari.
Nel 2008 Pechino ospita il quarto appuntamento olimpico di
beach volley. Nei 14 giorni di gare si disputano 108 incontri
maschili e femminili, che incoronano campioni olimpici gli statunitensi Phil Dalhausser and Todd Rogers. Argento e bronzo
per le coppie brasiliane Araujo-Magalhaes ed Emanuel-Ricardo. Nel torneo femminile le statunitensi Kerri Walsh e Misty
May-Treanor s’impongono sulle cinesi Tian Jia e Wang Jie.
Terzo posto per l’altro duo cinese composto da Xue Chen e
Zhang Xi.
Nel 2009 il World Tour lancia un nuovo visual dinamico e suggestivo in grado di trasmettere in maniera innovativa e brillante tutta la forza e l’entusiasmo del beach volley: due campioni
ritratti in un’azione spettacolare sullo sfondo di un colosseo
gremito di fan. Il momento clou dell’anno sono i Campionati
del mondo, maschili e femminili, con un montepremi da un
milione di dollari, presentati da Conoco Philips dal 25 giugno
al 5 luglio a Stavanger in Norvegia. Il premio complessivo del
Swatch FIVB World Tour è di 7.7 milioni di dollari. Nel mese
di ottobre la FIVB assegna all’Italia l’organizzazione dei Mondiali del 2011.
Finale Giochi Olimpici Londra
La partecipazione
Cerchiamo, tra tutti i campeggiatori, quelli di voi che vogliano scrivere sul nostro foglio
informativo e abbiano voglia
di comunicare e di trasmettere arte, cultura, scienza, novità, sport, gioco, insomma,
tutte quegli interessi che possano contribuire a migliorarci
e farci crescere insieme, perchè dove entra la cultura e il
sapere entra la libertà. E come
diceva un grande cantautore
italiano:
La libertà è partecipazione.
Vi aspettiamo.
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