veneziamusica e dintorni Edizioni La Fenice VeneziaMusica e dintorni n. 54 – febbraio 2014 Testata in corso di registrazione Direttore responsabile Giampiero Beltotto a cura di Leonardo Mello VeneziaMusica e dintorni è stata fondata da Luciano Pasotto Editore Fondazione Teatro La Fenice Campo San Fantin San Marco 1965 30124 Venezia Realizzato da Dali Studio S.r.l. veneziamusica e dintorni Edizioni La Fenice Sommario 3 4 Editoriale 40 Sul Carnevale di Venezia Lo «zapping» musicale di Vittorio Montalti di Alberto Massarotto 42 L’«Anatra digeritrice» di Mauro Lanza di Alberto Massarotto 4 Il Carnevale e il teatro: l’unicità di Venezia di Leonardo Mello 8 Il Carnevale di Venezia 2014 9 La festa (e le opere) della Fenice 11 Una «Cavalchina» datata 1907 13 La «Cavalchina» ieri e oggi di Roberto Bianchin 15 Il «Carnevale dei Ragazzi» della Biennale 16 Lirica 16 Troppe regie dilettantesche e banali di Massimo Bernardini 19 «Il campiello» di Wolf-Ferrari 21 «La bohème»: un nuovo stile di Michele Girardi 23 Sinfonica e contemporanea 23 Strawinsky e Venezia di Paolo Cattelan 26 Igor incontra Gesualdo di Paolo Cecchi 28 «Elegy for Young Lovers», un’opera astratta e poetica di Pier Luigi Pizzi 31 Henze: la musica, gli incontri, l’Italia di Enzo Restagno 34 Al lavoro con l’autore dell’ «Elegy» Il racconto di Francesco Antonioni 36 Dossier «Nuova Musica alla Fenice» 2 36 Creare collegamenti fra tradizione e contemporaneità di Cristiano Chiarot 37 Tre commissioni a tema di Fortunato Ortombina 38 La ricerca sulla memoria di Luigi Sammarchi | veneziamusica e dintorni 44 Dintorni – Inediti 44 «Le fate» di Wagner: un saggio inedito sul primo lavoro teatrale di Chiara Facis 49 Dintorni – Teatro 49 «L’ispettore generale» secondo Damiano Michieletto a cura di Leonardo Mello 51 Carta Canta 51 Le recensioni di Giuseppina La Face Bianconi 53 Le lettere di Verdi e Gaetano Fraschini di Giorgio Gualerzi 55 Le «differenze» in scena diventano libro 56 In memoria di Carlo di Giampiero Beltotto editoriale C arnevale e Venezia sono due termini che viene subito naturale accostare, quasi fossero un’endiadi. La grande festa del rovesciamento delle regole, della trasgressione vitale e sfrenata, dei teatri affollati e dello sciame di maschere che invade gioiosamente calli, campi e campielli costituiscono un vero e proprio «marchio di fabbrica» della città lagunare, le cui origini risalgono al mitico e lontano Medioevo. Momento di sfrenatezza e divertimento che attraversa i ceti sociali e le appartenenze identitarie, il Carnevale, rilanciato dopo un lungo periodo di silenzio verso la fine del secolo scorso, è diventato un appuntamento culturale e mondano tra i più importanti a livello internazionale. Per quindici giorni Venezia – tra regate in costume, balli in maschera come la celebre Cavalchina, pranzi di gala e danze di piazza – si trasforma in un unico, grande palcoscenico, dove la popolazione si mescola e si fonde con le migliaia di visitatori, rinnovando un’antica tradizione di accoglienza di cui sono testimoni, per esempio, i tanti diari di viaggio di illustri personaggi stranieri, affascinati e increduli di fronte alla magia della città d’acqua cosparsa di coriandoli e costumi. Raccontarne in brevi cenni passato e presente è sembrata dunque quasi un’esigenza irrinunciabile. Ma, restando fedeli all’approccio multidisciplinare della rivista, molti altri sono come di consueto gli argomenti affrontati. Tra questi uno in partico- lare assume però un’importanza centrale: partendo dall’attenzione rivolta dalla Fenice alla musica d’arte contemporanea, sia nel cartellone sinfonico che in quello lirico, abbiamo voluto costruire un piccolo «dossier» incentrato sulla figura di Hans Werner Henze, di cui a marzo andrà in scena al Malibran uno dei capolavori, quell’Elegy for Young Lovers scritta a quattro mani con il poeta-librettista Wystan Hugh Auden. Il compositore tedesco, tra i massimi del secondo Novecento, scelse in giovane età, appena ventisettenne, l’Italia come patria adottiva, per non lasciarla mai più, anche se forse il nostro Paese è stato con lui meno generoso di quanto gli spettasse di diritto. Eppure da noi sono nati molti dei suoi lavori più celebri e applauditi, compresa la citata Elegia. Sulla stessa falsariga si collocano gli interventi che raccontano il progetto «Nuova Musica alla Fenice», fortemente voluto dai vertici del Teatro e quest’anno dedicato alla memoria di Giovanni Morelli. Giunta alla terza edizione, l’iniziativa vede protagonisti tre giovani autori italiani, inseriti nella normale stagione concertistica, tutta improntata al Novecento. Abbiamo dunque pensato, dopo l’inquadratura istituzionale, di dare loro voce permettendogli di illustrare la genesi del brano inedito creato ad hoc e di parlare del proprio percorso artistico e della situazione in cui si trova a vivere chi sceglie la composizione come propria espressione artistica e professionale. veneziamusica e dintorni | 3 Sul Carnevale di Venezia Il Carnevale e il teatro: l’unicità di Venezia di Leonardo Mello «Tutti i teatri, tutti i ridotti erano aperti. Le botteghe da caffè, le trattorie, le malvasie, i magazzeni da vino riboccavano di gente, come pure le strade, la Piazza, e la Piazzetta di San Marco per molti casotti ove ammiravansi animali feroci, funamboli, e prestigiatori. Che diremo delle maschere? Qui tu vedevi un Pantalone, che dialogava con qualche Zane, o Brighela. Là un Arlechino che, in mezzo ad un crocchio, faceva pompa della propria eloquenza. Da un’altra parte un Matacino, o Pagliaccio, oppure un Trufaldino, oppure qualche nazionale mascheretta in vesta e zendado neri». C osì, con la consueta precisione, Giuseppe Tassini descrive l’esplosione di vitalità che caratterizza da sempre il periodo carnevalesco a Venezia. Una distesa di persone, attratte da fenomeni da baraccone, anima le calli e i campi cittadini, mentre i luoghi deputati allo spettacolo fanno a gara per proporre rappresentazioni musicali o comiche. Questo sciame di cittadini, mescolato a un imponente numero di visitatori approdato in laguna per l’occasione, il più delle volte gira mascherato, o da solo oppure costituendo una delle tante compagnie. Tra i molti elementi evocati in quest’efficace sintesi della festa per antonomasia, uno sembra però essere peculiare, anzi esclusivo della realtà veneziana: l’intrinseca unione tra divertimento, sfrenatezza, mascheramento, ambiguità e la loro radicata «dimensione scenica». Molte volte si è sentito affermare che Venezia è «un enorme teatro all’aperto», mettendo in evidenza dunque la teatra- 4 | veneziamusica e dintorni lità diffusa di questa città, che di fatto nel corso dei secoli inventa una concezione moderna della macchina spettacolare, liberandola dal mecenatismo di corte per farle assumere connotati di stile protoindustriale. La festa, il rito e il teatro Il Carnevale, pur non essendo l’unica parte dell’anno in cui le sale restavano aperte, rappresenta certamente il periodo in cui massima è la concentrazione di spettacoli. Per comprendere però lo stretto collegamento che si stabilisce tra la dimensione teatrale e la ricerca spasmodica di evasione, accompagnata spesso da un’abbondante e vitalissima dose di trasgressione e licenziosità, bisogna andare un po’ più a fondo in entrambe le direzioni. La pausa carnevalesca, vero e proprio momento di sollievo nella continuità del vivere quotidiano, non è un’invenzione veneziana. Le sue radici sono antichissime, e si perdono in quel cosiddetto «mondo alla rovescia» che – a prescindere dai dubbi etimologici che ancora esistono sull’origine del suo nome – rappresenta la sua essenza principale. Strumento del potere, il Carnevale permette di trasgredire la norma, di evadere dai ruoli codificati a cui chi appartiene a una determinata società – al di là del ceto e del censo – necessariamente deve sottostare. Ecco dunque che già nell’Oriente più arcaico, e poi durante i diversi momenti consacrati a Dioniso dall’antica Grecia, oppure nei Saturnali romani, per fare solo alcuni esempi, la trasformazione e il rovesciamento dello status quo servono, in fondo, come elemento di controllo sociale: nella Sul Carnevale di Venezia stessa concessione di infrangere provvisoriamente le regole è insito di per sé l’ordine di ritornare subito dopo a rispettarle. Nella civiltà occidentale come in quella orientale queste pratiche possedevano uno stretto legame con la religione. L’estasi, l’ebbrezza, la sfrenatezza erano spesso indotti da un dio, e sempre inseriti in un contesto rituale, governato da figure sacerdotali. Per rendersene conto basta pensare alla crudele vendetta operata da Dioniso nei confronti di Penteo, il re tebano che non vuole tributargli i sacrifici e gli onori dovuti. Attraverso un processo di smarrimento della propria ratio il sovrano viene umiliato e privato dalla follia delle Baccanti della propria stessa vita, come ci racconta Euripide nell’omonima, corale tragedia. Oltre all’elemento rituale, però, un altro, nel caso della Grecia, emerge in primo piano: Dioniso è il dio del teatro, a lui sono indirizzate tutte le pratiche sceniche, che si tratti di tragedia come di commedia (le rappresentazioni teatrali erano sempre inserite in momenti dell’anno dedicati alla divinità, come le Grandi Dionisie, che erano le più importanti). Rito e teatro dunque si fondono, attraverso la figura di Dioniso, in un insieme che ha al suo terzo vertice la maschera, da sempre potente ed enigmatico mezzo per «vestirsi» di un’altra natura rispetto alla propria. Riportando questi schematici cenni al discorso iniziale, e riprendendo le parole del Tassini, si potrebbe dire che, nel corso del tempo, proprio a Venezia cifra fondamentale del Carnevale, nato nella forma in cui ci viene descritto già nel Medioevo, e poi mantenuto in vigore fino al secolo XIX, sia proprio la sua teatralità. Abbondantemente depurata del suo carattere religioso, la festa assume in laguna la forma di un unico grande spettacolo, composto di molti diversi tasselli. Se infatti questa parentesi trasgressiva non è certo appannaggio esclusivo della Serenissima – innumerevoli sono le declinazioni di questa usanza, basti pensare alla Festa dei Pazzi, o a quella dell’Asino, estremamente vitali in altre zone della Penisola nel corso dei secoli – la sua forte dimensione scenica differenzia il Carnevale veneziano da tutti gli altri, rendendolo un evento unico e irripetibile nello sviluppo della cultura occidentale (è in questo senso difficile costruire parallelismi sia con altre grandi mani- festazioni nazionali, una per tutte Viareggio, che con i Carnevali internazionali come Rio). Ma in questo meccanismo importanza rilevante assume proprio la storia delle scene lagunari. Tra Quattrocento e Cinquecento in Venezia si assiste al fenomeno dell’insorgere delle Compagnie di Calza, gruppi conviviali che si assumono l’onere, tra le tante altre possibilità di intrattenimento, della rappresentazione teatrale, intesa come divertimento dilettantesco rivolto esclusivamente agli adepti. Con il passare del tempo però queste formazioni amatoriali vengono soppiantate dall’arrivo in città di professionisti quali i comici dell’arte, che vedono aprirsi per loro ghiotte opportunità di lavoro. Ecco dunque che la commedia all’improvviso, sempre recitata attraverso maschere che rendono facilmente riconoscibili i tipi umani che imitano e prendono in giro, diviene una delle modalità più apprezzate di svago, sia per le fasce più popolari che, anche se in misura minore, per le allegre brigate di nobiluomini. D’altro canto, nel Carnevale del 1637 la messinscena dell’Andromeda, opera scritta da Benedetto Ferrari e musicata da Francesco Manelli, inaugurando il primo teatro pubblico (quello di San Cassiano), dà inizio anche all’altro filone spettacolare cui Venezia ha contribuito più d’ogni altro grande centro europeo, il melodramma, vera passione cui gli abitanti non avrebbero più potuto rinunciare. Intorno al teatro insomma si svolgeva la vita cittadina, in un universo che andava ben oltre il momento della visione, occupando gran parte delle discussioni filosofiche e delle chiacchiere da caffè, come sapeva bene lo stesso Carlo Goldoni, spesso al centro di aspre polemiche e severi confronti con l’opera dei suoi due maggiori concorrenti, Carlo Gozzi e Pietro Chiari. Questa situazione, anomala rispetto alla prassi delle altre grandi corti, tra Seicento e Settecento permette di avere attivi, a Venezia, fino a sedici teatri, divisi tra quelli «musicali», la maggioranza, e quelli invece destinati alla commedia. E simbolicamente questo percorso si conclude con l’edificazione, nel 1792, del più importante di essi, la Fenice, ad opera di una società di appassionati che soppianta le nobili figure impresariali del passato. In questo contesto dunque, per tirare le somme del discorso, si inserisce l’irrinunciabile teatralità del Carnevale di Veveneziamusica e dintorni | 5 Sul Carnevale di Venezia nezia, teatralità che contraddistingue non soltanto gli spettacoli veri e propri, ma le stesse cerimonie tradizionali, come il Volo dell’Angelo (poi della Colombina) e la processione delle Marie, coinvolgendo l’intera vita sociale della città. Stato e Chiesa La preminenza del Carnevale come cuore delle feste cittadine però, oltre alle condizioni favorevoli cui si accennava poco prima, deriva anche da fattori di tipo politico e sociale. Da una parte sta la Chiesa, che molto presto comprende l’importanza di quell’«interruzione della normalità» che questo momento dell’anno rappresenta. Come molto spesso è accaduto in altri ambiti, le autorità ecclesiastiche hanno nei confronti di queste manifestazioni, nate pagane, un atteggiamento di inclusione, arrivando a «cavalcare» l’evento, e cercando d’altro canto – dove possibile – di limitarne la licenziosità. Così si hanno notizie certe di coinvolgimento nello sfrenato divertimento carnevalesco di alte cariche religiose, tra cui anche numerosi Papi. L’attenzione a questo tipo di pratiche – dove attraverso il rovesciamento delle regole si soddisfa un’ampia serie di appetiti, da quello sessuale al semplice appagamento della fame atavica che opprime il popolo – non poteva d’altro canto che essere alta da parte delle gerarchie cattoliche, che permettevano la licenziosità «incanalandola» in un determinato momento dell’anno e dunque in qualche modo istituzionalizzandola. Con le Ceneri tutto tornava alla normalità, i signori erano di nuovo signori, i servitori servitori. Se questo discorso vale in generale, contorni ancora più precisi assume a Venezia, dove la Chiesa, sin dal Quattrocento, aveva stabilito un dialogo, spesso difficile, con l’autorità civile. La Serenissima, infatti, possedeva una politica piuttosto anomala nei confronti di queste esplosioni di vitalità. E questo tema non ci può che condurre nuovamente a quel legame tra Carnevale e teatro (come si diceva, i due elementi vengono a coincidere anche dal punto di vista temporale, essendo la festa carnevalesca la stagione scenica di gran lunga più importante). Nei confronti delle rappresentazioni 6 | veneziamusica e dintorni – senza attardarci in dettagli storici – la Repubblica praticava un atteggiamento duplice: da un lato, ufficialmente, gli spettacoli erano proibiti grazie a parti, vale a dire decreti, che ne limitavano o impedivano la diffusione. Dall’altra però era sempre possibile (salvo in momenti tragici come guerre o pestilenze) trovare una deroga, spuntare una concessione «provvisoria». Questo approccio fondamentalmente tollerante ha di fatto permesso per almeno due secoli la normale apertura delle sale. Un elemento da non dimenticare, in questa benevolenza delle istituzioni, ancora una volta consiste nella concezione moderna del teatro veneziano: molte illustri famiglie nobili, assai influenti anche a livello politico, avevano visto nelle scene da una parte la possibilità di arricchirsi (anche se le esperienze felici, da questo punto di vista, non sono state molte) e dall’altro di accrescere il proprio potere e il proprio prestigio in città. Di fronte a questo tipo di politica anche la Chiesa è costretta a una sostanziale accettazione del fenomeno, limitandosi a qualche sporadica incursione moralistica rivolta agli esponenti più reazionari della classe patrizia. Decadenza e rinascita «I teatri […] erano ormai vecchi e infelici. Le decorazioni di specchi e lumiere eseguite da artigiani specializzati, talvolta così eccezionali che il pubblico accorreva a vederle anche in ore diverse dagli spettacoli, erano un ricordo degli anni migliori; i candelieri d’argento dei palchi, gli ornati di passamanerie e di stucchi d’oro, gli “sguazzaroni”, sui quali invigilava una minuziosa serie di editti santuari, si corrompevano senza che nessuno pensasse a restaurarli. I venditori di “folpi” e di pere cotte infestavano la platea, la gente mangiava e sputava dai palchi, le donne e i cicisbei conversavano ad alta voce, gli spettatori annoiati si smascellavano in rumorosi sbadigli, i corridoi puzzavano di smoccolatura e di piscio». Con queste parole Ludovico Zorzi, attento studioso dei costumi veneziani, ritrae implacabilmente la situazione in cui versano le scene lagunari alla fine del Settecento, quando l’esperienza millenaria della Serenissima è giunta alla sua conclusione. In Sul Carnevale di Venezia un quadro ancora piuttosto divertente e «mosso» si stagliano gli elementi che contribuiscono a rendere quel periodo storico ormai concluso. Parallelamente, anche la cornice esterna, la strada, il campo, la Piazza perdono il vitalismo dei tempi d’oro. Certo il Carnevale non scompare, le manifestazioni più antiche e importanti continuano a essere proposte, così come durante l’Ottocento a San Marco si celebra la tradizionale e imponente corsa della Cavalchina (cfr. le pagine seguenti) e la Fenice continua a essere il salotto più esclusivo e il luogo centrale della festa. Ma soprattutto durante il XX secolo quell’universo di colori, maschere, ciàcole, ebbrezza e spettacolo vanno scemando, fino a smarrirsi completamente e lasciando funzionanti soltanto le sale maggiori. La rinascita del Carnevale, ad opera della Scuola Granda di San Marco, un’associazione di liberi cittadini affiancati immediatamente da altri gruppi come la rinata Compagnia della Calza, avviene solo nel 1979. È da allora che, intuite le potenzialità anche turistiche dell’impresa, l’Amministrazione Comunale si è occupata del rilancio a livello internazionale, riportando la festa tra gli eventi più frequentati e seguiti dai media. Ma in sede conclusiva va notato che anche questo suo rifiorire avvalora il rapporto che il Carnevale, qui da noi, continua ad avere con il teatro, quasi che l’arte della scena ne rappresentasse in qualche maniera l’essenza più profonda. Determinante è infatti l’apporto a questo risorgimento offerto da un’istituzione come la Biennale Teatro, che entra in quegli anni nel vivo dell’organizzazione. Grazie anche a Maurizio Scaparro, l’allora direttore artistico della sezione prosa, che credeva molto nell’operazione, nei primi anni ottanta nacque il Carnevale del Teatro, attraverso le cui molteplici iniziative questi due termini, inscindibili, sono tornati a essere declinati insieme. Bibliografia essenziale Manlio Brusatin, Aldo De Poli, Venezia e lo spazio scenico, catalogo della mostra omonima, La Biennale di Venezia, Venezia 1979. Leonardo Mello, Il Settecento veneziano – Il teatro comico, Corbo e Fiore, Mestre 2013. Pompeo Molmenti, La storia di Venezia nella vita privata, volume III, Edizioni Lint, Trieste 1981. Fulvio Roiter, Carnevale veneziano, testi a cura di Antonio Giubelli, Edizioni Zerella, Venezia 1987. Giuseppe Tassini, Feste e spettacoli, Filippi Editore, Venezia, 2009. Ludovico Zorzi, Il teatro e la città. Saggi sulla scena italiana, Einaudi, Torino 1977. veneziamusica e dintorni | 7 Sul Carnevale di Venezia Il Carnevale 2014 I l Carnevale di Venezia 2014 si svolgerà dal 15 febbraio al 4 marzo, e sarà intitolato «La natura fantastica». Di seguito le linee programmatiche del direttore artistico Davide Rampello. «Un Carnevale globale perché ogni cultura ha, fin dalle proprie origini, attinto al patrimonio del fantastico e del fiabesco come metafora narrativa della vita. Un Carnevale dell’attualità perché il fiabesco naturalistico è il modo con cui affrontare, nella festa, i temi profondi del rapporto tra il genere umano e l’ambiente: i boschi, le valli, i mari, i monti, le lagune e le misteriose creature animali e vegetali che li abitano. Tutti conoscono l’esigenza dell’uomo di raccontare il misterioso naturalistico mediante la favola. Le culture planetarie, prima nella forma dei miti, poi in quella della natura antropizzata di cui tanta parte si trova nella tradizione favolistica mondiale, dispiegano un giacimento infinito di simboli e di caratteri intorno alla creazione e all’origine della vita, agli elementi atmosferici, agli esseri vegetali e alle creature animali. Oriente e Occidente, Asia e Oceania, Americhe ed Europa, Africa: nel Carnevale del fiabesco si cercherà il mascheramento ispirato alle fiabe storiche della tradizione europea, alle novelle arabe e mediorientali, ai simboli votivi delle culture africane e mesoamericane, fino alle allegorie indiane, mongole e dell’antico Catay. L’obiettivo sarà quello di stimolare il pubblico della festa a riscoprire, con i mascheramenti individuali e con quelli urbani, il rilievo del fantastico, 8 | veneziamusica e dintorni popolare e colto, esoterico e didascalico, nel suo rapporto tra l’uomo e l’ambiente. Venezia è in questo, come tutti sanno, un miracolo della fantasia essa stessa. Un pesce nella laguna, il punto d’intersezione delle culture alpine da un lato, dell’infinita landa d’acque che le galere percorrevano incessantemente sino all’Egitto dall’altro. Città interfaccia di Oriente e Occidente, dove i miti – e le paure – delle creature mostruose e stupefacenti d’oltremare venivano tradotti in narrazione, pittura, ornato architettonico, per poi essere esportati in Europa lungo i canali e le strade battute dai mercanti. A Venezia, nel Carnevale 2014, verrà rappresentato un enorme dizionario della fantasia: ogni maschera diventerà simbolica traccia materiale di uno straordinario incontro dello spazio con il tempo. […] Un dizionario del fantastico senza tempo, un’enorme mappa morfologica della creatività umana libera da costrizioni e felice di esplorare la natura con i suoi misteri, di cui dar conto con forme, suoni e attitudini, libere di viaggiare nelle teste dei nostri antenati come quelle dei nostri bambini. Per la città di Venezia, per le sue numerose istituzioni culturali, è un’occasione per contestualizzare nel territorio Veneto e lagunare la presenza del fantastico: dai boschi del Cansiglio alle cime delle Alpi, dagli orti e frutteti del Garda alle valli lagunari, dalle isole dell’Oriente oltremarino ai Fondaci armeni, turchi e greci. Un mondo di favola alimentato dai profumi e dai sapori dei forestieri, cresciuto nei segreti suoni delle lingue che i mercanti portavano dall’Oriente e dal nord Europa, documentato negli idiomi dei Principi e dei viaggiatori che affrontavano il lungo viaggio per Venezia, maestra di civiltà.» Sul Carnevale di Venezia La festa (e le opere) della Fenice I l Teatro La Fenice affiancherà alla Cavalchina, che si svolgerà sabato grasso, una programmazione estremamente variegata. Tre infatti saranno le opere allestite durante il Carnevale: La traviata, Il barbiere di Siviglia e Il campiello di Ermanno WolfFerrari. Il capolavoro verdiano è ormai quasi un simbolo della rinascita della Fenice, in quanto spettacolo della riapertura nell’ormai lontano 2004. Da allora l’allestimento di Robert Carson ha visitato con successo le platee di tutto il mondo, fino a raggiungere le quasi cento repliche. La lettura del regista americano, rispettosa e moderna al tempo stesso, è stata molto apprezzata da pubblico e critica, e si adatta particolarmente bene alla bacchetta del giovanissimo Diego Matheuz, direttore principale del Teatro lagunare dal 2011. L’opera rossiniana ambientata in Andalusia, dal 20 febbraio sarà riproposta in Sala Grande nella rodata e applaudita versione di Bepi Morassi, ormai specializzato nelle atmosfere del primo Ottocento (pur senza mai escludere «fughe» registiche in avanti o all’indietro). Sul podio Giovanni Battista Rigon, anch’egli esperto esecutore di melodie rossiniane. A questi due spettacoli, entrambi prodotti dalla Fenice, ed eseguiti dalla sua Orchestra e dal suo Coro, si affianca poi Il campiello, opera tarda del compositore italo-tedesco che prende a spunto la divertente storia goldoniana per mettere in note un Settecento affascinante e idealizzato (cfr. pp. 1920). La messinscena, firmata da Paolo Trevisi per il Teatro Sociale di Rovigo, giunge ora al Malibran nell’ambito di un progetto complessivo, «I Teatri del Veneto alla Fenice», che intende portare in città produzioni di pregio realizzate nel territorio veneto. Un Carnevale dunque all’insegna della varietà, che riunisce il dramma di Violetta alla vitalità esuberante di Figaro ma anche alle esilaranti inquietudini sentimentali dei personaggi corali di matrice goldoniana. E proprio l’amore, nelle sue molte possibili declinazioni e sfaccettature, potrebbe essere forse individuato come leit-motiv delle tre rappresentazioni, che si alternano nei due palcoscenici veneziani. veneziamusica e dintorni | 9 Sul Carnevale di Venezia Il barbiere di Siviglia di Rossini secondo Bepi Morassi (foto di Michele Crosera). La traviata di Robert Carsen (foto di Michele Crosera). 10 | veneziamusica e dintorni Sul Carnevale di Venezia Una «Cavalchina» datata 1907 U n documento storico di grande importanza narra la festa della «Cavalchina» al Teatro La Fenice: si tratta di una spassosa epistola-cronaca firmata il 5 febbraio 1907, con lo spiritoso pseudonimo di Marchese del Grullo, da uno dei principali collaboratori della «Gazzetta di Venezia». Graziosissima signora – Per fortuna Voi eravate assente: se a tanto splendore settecentesco si fosse aggiunto il fulgore dei vostri occhi e l’opulento candore delle vostre spalle, la Fenice sarebbe già in fiamme. Siamo al colmo: un guizzo di più avrebbe provocato l’incendio. Quando io lanciai l’idea della Cavalchina Goldoniana, avevo fiducia nel successo; ma esso ha superata ogni mia previsione. Tutte le donne belle di Venezia, tutte quelle che sono graziose se non sono belle, tutte quelle che son gentili, se non sono né graziose né belle, accolsero l’idea con entusiasmo e l’attuarono con supremo buon gusto. Io fui l’Herz della Cavalchina; Loro il Marconi. VI scrivo da un appartato camerino dove giunge attenuato il fragore della festa abbagliante. Quando entrai mezz’ora fa, ne rimasi accecato, e chiusi gli occhi, continuando a vedere come in sogno sete gonfie di guardinfanti candori di tupé, nei assassini su fossette rosee e su angoli di bocche rosse; bagliori di gemme, strascichi di seta, fiamme rosse e colme scollature, sentendo tuttavia il tintinnio di tutte le piccole armi della civetteria e l’armeggio dei ventalini dai manichi d’avorio e il curiosire degli occhialetti d’oro. […] L’ambiente non l’hanno guastato stavolta con goffe decorazioni del palcoscenico: la sala della Fe- nice è già di per sé una grande cosa: Quella scena dove Adriana Lecouvreur morì tre o quattro volte compianta e zittita alcune sere fa, essendo in stile, servì squisitamente all’uopo, e bastarono delle piante a vivificare lietamente quel rococò di carta, nel mezzo del quale alcune Dame di buona volontà si sacrificano a due ruote della Pesca […]. Sono là tutte le mie e le vostre care conoscenze: quelli che sappiamo più attivi del vostro Comitato di beneficenza. Pensate alle ruote e ai cavallini la Contessa Gabriella Brandolin, in goldoniana (pare una statuetta di Sèvres), la contessina Falier, in goldoniana bianca, la contessa Elena Papadopoli e la Contessa Albrizzi (baute), deliziose sotto le candide parrucche la signora Walther Zannoni, la signora Walther Oesterreicher; la Contessa Balbi Valier de Nordis, la Contessa Giustina Valmarana, la baronessa Hellembach. È il trionfo dei pizzi, del broccato prezioso, dei merletti e delle gemme. Tutto questo sul palcoscenico: Quanto alla Sala […] pensate ciò che dev’essere, così piena di aggraziato settecento quasi tutto autentico; tutta brulicante di pompadour fantasiosi, di tricorni neri, di parrucche bianche, di mantelli rossi, di giustacuori e di tragiche baute; tutta popolata di dame autentiche e di cicisbei malgrado loro posticci e di maschere d’ogni genere, fuorché il mediocre. Non potete averne un’idea, mia dolce amica; ed io rinuncio a darvene una, lasciando che la vostra intuizione ricostruisca la scena con gli elementi che vi offro. Pensate dunque: la Contessa Teresa Miari è arrivata poco fa con un lungo stuolo di Cavalieri (il cav. Pegorini, il tenente di vascello Comoli e il giovane Del Bono) mantelli rossi e giustacuori auveneziamusica e dintorni | 11 Sul Carnevale di Venezia tentici; la baronessa Treves avvolge in un dorato pompadour pesantissimo la maestosa figura. Biancheggiano nei palchi le acconciature (vi nomino le più settecentesche) della Contessina Dada Albrizzi, deliziosa; della Signora Braas, della Contessa Giustina Valmarana e Contessina, della Contessa Foscari, di Donna Paola Blaas, della Signora Berchet Cucchetti, la Signora Nash-Mayneri (una perfezione), la signorina Scarpa, la Signora Satom Semama, Contessa Da Schio Alverà, la giovane signora Toso, la signora Capon, la signora Augelina Levi Jesurum, la signora Letizia Ruol Carmignani, la signorina Rosa; un bellissimo settecento inglese la signorina Guggenheim; in veneziana la Contessa Grimani Chiaradia; in bauta Donna Paola Blaas. Pensate il lavoro di Vattovas, Gui ed altri celebri figari? Entête poudrée: le signore e le signorine De Laigue; una bella locandiera la signora Gerardt; poudrée la signora Stahler e la signora CucchettiBerchet. In gran toilette Mrs Merrick, la signora De Maria, la signora Anna Rietti e figlia, la signora Rietti-Stucky: nei palchi Walther una Geisha perfetta, la signorina Oesterreicher; – in pepiano lo splendore di Donna Angela Ceresa Mito con le sorelle signorina Marzot e signora Monici – a proscenio la bellissima signora Guarnieri di Feltre. Ancora veneziane, la signorina Mannati (popolana), la nob. Bianchi e la Contessina Nani Mocenigo. Direte che sono disordinato… […] Figuratevi che a mezzanotte irrompono le maschere caratteristiche, con la missione cinese: e si fa una fotografia al magnesio. Essi precedono di poco una portantina autentica con una coppia autentica di Eccellenze con servi, il tutto preceduto dal codega e seguito di Cavalieri. È la coppia Gelich della compagnia Zago, ammiratissima. Bellissimi i palchi dove brillano: la signorina Alverà, la signora Sullam Orefice, la Nob. Lichstenstern-Malfer, la Nob. Malfer-Paccagnella, le signore Aymo e figlie, Barozzi-Foscari, Foscari Meloncini; la Contesse Beschwe e M.lle Chevrillon, la C.ssa Sormani Moretti, le signore Viterbi Orefice, Rosada Antonini e figlia, Angeli Walsch, Tagliapietra Antonelli, Mazzaro, Santi, consolessa francese, e signorina, signorine Guidini e Venuti, signore Bonaldi Croze, Becher-Squeraroli, Stefanelli, Za- 12 | veneziamusica e dintorni dra-Vianello, Forti, Finzi-Ascoli, Casartelli, Miola, Scattola, ecc. ecc. In platea coppie bellissime di beduini, diavoli in quantità in costume e scostumati, bebè, dominò di tutti i colori; una giardiniera fresca, rotonda e scellerata, giapponesi e cinesi, e mille altre bizzarrie. Si vende intanto un album di caricature di Fez (sapete? è il caricaturista ricordato in dolce e brusco da Beppe Brunati nell’Oriente Veneziano) con prefazione brillantissima del piccolo e irrequieto Marco Londonio, incitatore e manipolatore della bricconata. Vedeste come hanno calunniato la Contessa Elena Papadopoli, la Contessa Balbi Valier De Nordis, la signora Bonaldi Croze, la Contessa Albrizzi e la sua adorabile Dada – e quella bruna signorina De Laigue, alla quale mi avevate detto, vorreste rubare il nero degli occhi e il segreto della flessuosità; la bar.sa Hellembach, Mme Steiner, la bella nordica dall’alta statura e dal ciuffo bianco, il conte Pippo, il Principe Fritz Hohenlohe, l’avv. Erenfreund, il nostro presidente il barone ed eterno giovane Mavneri, il cav. Barasciutti, il co. Mario e Leone Rocca, Beppe Brunati, il giovane Guetta, e la prandoniana eleganza di Paolo Labia. Li vendono tutti sedici per tre lire e vanno a ruba: ve ne manderò una copia e non me ne ringraziate: l’ebbi gratis. […] Fra poco si cenerà nelle sale della Fenice: una cinquantina di intimi vanno a Casa Albrizzi. Dolce amica (lasciatemi dire così, perché mi sento trasportato in settecentismo stilistico irresistibilmente) dolce amica, io depongo per ora la penna e vado a vedere se vi è qualche altra notevole cosa nella sala; poi me ne andrò e ve ne scriverò domani. Ove arriverà la gondola? La mia prima casa è quella dov’è il mio cuore – scriveva un platonico del 700 – aggiungendo: «In questo momento tutto avvampante d’affetto vi bacio le mani e vi stringo e bacio le ginocchia col pensiero». Credete! I secoli passano inutilmente per il cuore umano, ed io sarei come il platonico del 700, senza pensiero. Vostro Marchese Del Grullo (da «Gazzetta di Venezia», 5 febbraio 1907, anno CLXV, n. 36) Sul Carnevale di Venezia La «Cavalchina» ieri e oggi L di Roberto Bianchin* a «Cavalchina», momento centrale del Carnevale veneziano tra XIX e XX secolo, per molti anni è poi caduta nell’oblio. Nel 2007 rinasce dalle sue ceneri, e nel rinnovarsi e trasformarsi ogni anno è tornata a essere uno degli avvenimenti più importanti della grande festa cittadina. Pubblichiamo i brevi cenni storici scritti allora da Roberto Bianchin, in quel periodo anche tra gli artefici della rifioritura della manifestazione. Scalpitavano i cavalli, prima che venisse dato il segnale della partenza. Alcuni nitrivano così forte da spaventare le dame, molto eleganti, che assistevano alla gara. Quando qualcuno si impennava, vicino alle transenne, le dame si stringevano forte al braccio dei loro cavalieri. Poi la corsa incominciava. Veloce, tirata, dura, a tratti violenta, i cavalli lanciati in un galoppo sfrenato, i cavalieri che non disdegnavano colpi proibiti, specialmente nelle curve, pur di superarsi l’un l’altro e tagliare per primi il traguardo tra gli incitamenti e gli applausi della folla. Vincere a Venezia, nella Piazza San Marco trasformata in un’arena, era il premio più importante dell’anno per i cavalieri venuti da ogni parte del mondo. Poi, spenti gli ardori della corsa, si andava a festeggiare. Tutti assieme. Vincitori e vinti. Tutti al Teatro La Fenice, per il Gran Ballo della Cavalchina, la festa dei cavalieri della corsa più sfrenata del secolo. La festa più ricca, più sorprendente, più esclusiva, più mondana, più internazionale. Con le maschere più belle, i cibi più raffinati, le orchestre migliori, gli spettacoli più importanti. «Tutte le meraviglie si concentraron l’altra sera nel veglio- ne del teatro della Fenice – raccontano le antiche cronache – che con un portento i fratelli Meduna [gli architetti-scenografi che avevano ricostruito il Teatro dopo l’incendio del 1836] trasformarono da una sera all’altra in un palagio incantato». «Costrussero nella scena com’un atrio, una galleria, variamente adornata da colonne e da una ricorrente ringhiera – si legge nella «Gazzetta Privilegiata di Venezia del 3 marzo 1838 – e per via d’un grande specchio di cui copriron la parete del fondo, addoppiarono l’imponente spettacolo di quelle logge, di quegli ornamenti e di quel mare di luce che inondava la sala». Fu un «pensiero grandioso», annota il cronista dell’epoca, con cui fu costruito un «magico ricinto» in cui «s’ascose e riparò il Carnovale» in una notte «splendida ed assai gioconda», «singolarmente bella e animata», in quelle sale «affollate di tante persone, illuminate da tante cere, beccheggianti di tanto suono», in cui «in doppio cerchio si conducevan le danze per mezzo a quella fitta e viva siepe d’avidi riguardanti». Ogni cosa, in teatro, aveva mutato aspetto. Fu un’improvvisa trasformazione, un parapiglia, un allegro delirio, un tumultuoso spettacolo, in cui sembrava di venir trasportati «in un nuovo mondo» che assomigliava molto al «fantastico e bizzarro dominio dei sogni». Una magia che contagiò anche Lord Byron, che citò la Cavalchina nelle sue lettere (Letters and Journals of Lord Byron) magnificando il grande «masquel ball», insieme alle grazie di «Madame Contarini» che l’avevano evidentemente colpito, in una cor* Giornalista veneziamusica e dintorni | 13 Sul Carnevale di Venezia rispondenza con un amico (Letter CCCXVII to Mr. Murray), quando gli raccontava di quella volta «when I came to Venice for the winter». Questo accadeva al Gran Ballo della Cavalchina, nel Teatro La Fenice di Venezia, durante carnevali di duecento anni fa. Piano Piano, nel tempo, di quella grande festa si persero le tracce e si smarrirono i ricordi. Fino al momento in cui, una sera di nebbia, passeggiando pensieroso per campo San Fantin, l’attuale sovrintendente del Teatro, Cristiano Chiarot, vide un cavallo, un purosangue bianco, salire a passi lenti, eleganti, la scalinata del teatro. Il cavallo, naturalmente, era solo nella sua immaginazione. Ma l’idea c’era davvero: «Rifacciamo la Cavalchina!». Detto fatto, quella sera stessa chiamò il più celebre inventore di eventi internazionali di alta scuola, l’architetto di interni Matteo Corvino, lo incaricò di creare la Cavalchina del duemila, e gli affiancò due saltimbanchi – il regista Antonio Giarola e l’autore di queste note – di cui si era innamorato quando aveva visto, in un teatrino viaggiante di legni e specchi, un loro bizzarro spettacolo di varietà in cui la commedia dell’arte si mescolava alle antiche acrobazie circensi. La «nuova» Cavalchina, che miscela le reminiscenze del passato alle suggestioni del presente, debuttò al Carnevale del 2007 con un immediato successo internazionale. La sua formula è unica come unico è il luogo in cui si svolge. Un gran ballo in maschera dell’Ottocento con uso di spettacoli à l’ancienne. Una festa con lo spettacolo dentro. O, se preferite, uno spet- 14 | veneziamusica e dintorni tacolo con la festa intorno. La platea, liberata dalle poltroncine, diventa per una notte la sala da ballo più prestigiosa del mondo, dove celebri orchestre e affermati disc jockey si alternano fino all’alba con un repertorio che inizia classicheggiante, si apre alle musiche tra le due guerre, e diventa sempre più moderno con il passar delle ore, sempre più rock, poi sempre più discoteca di tendenza, accontentando il pubblico di ogni età e di ogni nazione. I nomi più celebri del jet set internazionale si aggirano, in splendidi costumi, nel foyer dov’è collocato l’open bar e dove vengono intrattenuti da curiosi personaggi di altri tempi, mentre nelle eleganti Sale Apollinee viene servito il ricco buffet di gala. Sul grande palcoscenico, tra un tempo e l’altro della cena, sfilano i numeri più vari e sorprendenti del teatro di varietà, portati in scena dagli artisti più affermati in campo internazionale, selezionati appositamente in ogni angolo del mondo in esclusiva per la Cavalchina. […] Con un piede nel passato, e lo sguardo nel futuro, la Cavalchina oggi rappresenta non solo l’evento più prestigioso del Carnevale di Venezia, ma una festa-spettacolo unica al mondo. Originale, divertente, folle, trasgressiva. Capace di riannodare i fili con la sua storia luminosa, come di volare alto oltre i confini dell’oggi. In due parole, assolutamente imperdibile. (dal libretto di sala della «Cavalchina», Teatro La Fenice, Venezia 2009) Sul Carnevale di Venezia Il «Carnevale dei Ragazzi» della Biennale I l ritorno, nel 2008, di Paolo Baratta alla presidenza della Biennale ha impresso una nuova direzione alle progettualità dell’ente veneziano, di cui si sono visti i risultati negli ultimi tre, quattro anni. L’obiettivo perseguito – pur restando la Biennale vetrina d’arte tra le maggiori a livello internazionale – è stato quello di concentrarsi sulle nuove generazioni. Questo è accaduto a due diversi livelli, e ha visto particolarmente attivi i settori dello spettacolo e dell’arte dal vivo. Il primo, attraverso più iniziative, ha convocato giovani talenti in laguna, mettendoli a confronto con professionisti e autentici maestri. Questa strada è stata condivisa con convinzione dai direttori artistici, come Àlex Rigola per il teatro, Ivan Fedele per la musica e Virgilio Sieni per la danza. La dimensione «College» ha avuto un forte impatto soprattutto sul comparto teatrale, cambiandone gli stessi connotati. Se per molto tempo ci si era abituati ad assistere annualmente a una rassegna delle migliori proposte sceniche, ora il festival ha ripreso la sua fisionomia etimologicamente biennale, alternandosi a un’annata prettamente laboratoriale, che ha coinvolto, nel ruolo di «trasmettitori di conoscenza» figure chiave della scena contemporanea, tra cui – per citare soltanto qualche nome – Luca Ronconi, Romeo Castellucci, Jan Fabre, Rodrigo García. Non rare sono state le volte che questi artisti emergenti, provenienti da scuole e realtà geografiche assai diverse, a conclusione del percorso comune hanno poi costituito nuovi gruppi e compagnie per continuare in proprio l’attività artistica e professionale. Sulla medesima falsariga si collocano anche, per quanto riguarda il cinema, le opere prime com- missionate e proiettate poi durante il periodo della Mostra. Il secondo livello riguarda più da vicino la formazione. Intensificando i rapporti con le scuole del territorio, e facendo in modo che gli ostacoli alla comprensione di un’opera d’arte venissero appianati mediante spiegazioni comprensibili e appetibili anche a un ragazzino delle elementari, la Biennale ha sempre più aperto le sue porte alla cittadinanza. In questo contesto si inserisce anche il «Carnevale dei Ragazzi», giunto alla sua quinta edizione e previsto dal 22 febbraio al 4 marzo. In questi undici giorni i Giardini della Biennale, e soprattutto il Padiglione Centrale, saranno invasi di bambini, accompagnati dai genitori, che verranno invitati a interagire gratuitamente con gli artisti e con gli operatori. Il fine è stimolare, attraverso un approccio esperienziale e allo stesso tempo ludico, l’attenzione e l’energia creativa di questi piccoli visitatori. Ogni anno il filone tematico cambia. Se nel 2012 tutto era incentrato sulle potenzialità del racconto, e nell’anno successivo faceva il suo ingresso la musica – con l’impegno diretto del direttore Ivan Fedele –, ora «La casina dei biscotti», questo il titolo della manifestazione, sviluppa maggiormente il lato performativo, affidandosi a un grande coreografo e danzatore come Virgilio Sieni e ai suoi interventi speciali. Da segnalare in chiusura la consueta presenza di partner stranieri, che portano a Venezia le proprie specificità culturali, fornendo anche ai più piccoli la possibilità di entrare in contatto con realtà molto diverse da quelle per loro abituali. veneziamusica e dintorni | 15 Lirica Troppe regie d’opera dilettantesche e banali P di Massimo Bernardini* er affrontare seriamente il tema della regia d’opera bisogna riflettere sullo scenario in cui ci troviamo. In Italia abbiamo sicuramente avuto grandi artisti che in questi anni hanno riletto l’opera. Mi vengono in mente ad esempio le tante produzioni di Giorgio Strehler cui ho assistito alla Scala e non solo. Ho anche avuto, nel recente passato, il privilegio di essere presente alle prove del Don Giovanni, vedendo lavorare insieme Muti e Strehler su una ripresa di quest’opera e ascoltando dalla viva voce del direttore d’orchestra il suo apprezzamento per l’esperienza di partnership con l’artista triestino. Parto da qui, perché in quel caso il rapporto che il regista stabiliva con l’opera era fortissimo: la cultura musicale di Strehler era cospicua – aveva praticato con costanza il violino in gioventù – e possedeva un’approfondita conoscenza del testo musicale. Questo è il primo punto di discrimine che si incontra analizzando il problema del teatro d’opera oggi. Ci sono due livelli di «non comprensione» in cui spesso cade la regia contemporanea: il primo riguarda direttamente il testo, il secondo quello che definirei il testo/musica. Si tratta infatti di testi musicati non soltanto perché cantati, ma anche perché teatralizzati. In qualsiasi forma di melodramma vi è sempre una profonda connessione di questi due livelli, cui si aggiungono l’orchestrazione, la scelta del tipo di voce, l’altezza di quella stessa voce. Il teatro musicale è lo sposalizio di tutti questi elementi, e la sua complessità deriva dall’interazione tra essi. In più, dall’Ottocento in avanti il compositore è pienamente consapevole non solo della struttura armonica scelta, di come l’ha strumentata, dei timbri vocali pre- 16 | veneziamusica e dintorni scelti e di tutte le precisissime indicazioni che dà ai professori d’orchestra e ai cantanti: oltre a tutto ciò, sappiamo che fornisce sempre anche delle note di regia. Ebbene, queste ultime negli ultimi cinquant’anni sono state sistematicamente bistrattate o ignorate, perché considerate al più inutili. Già questa mi sembra una posizione gravissima da parte della regia contemporanea. Perché se è possibile, e forse lecito, prendersi alcune libertà rispetto alle indicazioni originarie, mi sembra invece folle e arbitrario prescinderne completamente. Se si riprende in mano il carteggio tra Verdi e Boito ci si rende conto che il compositore ha in sé una enorme consapevolezza del rapporto scena/parola, nota/orchestrazione. Il compositore – e penso naturalmente anche a Wagner – dopo una lunga disamina ha valutato, corretto, rivalutato, ricorretto. Prima di arrivare alla stesura definitiva ha sperimentato un’infinità di modifiche e cambiamenti. E quando dico questo mi riferisco non soltanto alla creazione musicale, ma a una vera e propria immagine scenica che il compositore ha in mente. Trovo che davanti a una simile ricchezza tante regie di oggi arrivino disarmate. Questo accade perché il regista – a differenza di Strehler – spesso non ha la necessaria cultura musicale per entrare dentro questo mondo. Bisogna intendersene, non si può improvvisare. Nei frequenti dialoghi che ho avuto con Riccardo Muti, lui mi ha più volte detto che lavora sempre sul teatro italiano perché è l’unico di cui sappia pesare fino in fondo la parola: la conosce perfettamente e conosce anche il rapporto che * Giornalista e conduttore televisivo Lirica essa instaura con la scelta armonica e con la scelta dell’altezza vocale. Non affronta – che so – Strauss perché non ha la stessa padronanza. Nelle regie di oggi avviene l’opposto, c’è una presunzione totale. Spesso le scelte commerciali che fanno i grandi teatri italiani e mondiali coinvolgono famosi registi di cinema, televisione, prosa. Sono meccanismi che hanno a che fare con lo show business, grazie ai quali vengono contrattate persone che magari non amano il teatro d’opera, e sono solo curiose di fare quell’esperienza. Invece è necessario avere la consapevolezza di andare a sbattere con un testo di una complessità plurilinguistica enorme, che è il punto di arrivo di una lunga dialettica intellettuale e artigianale. Perché è questo che ci dimentichiamo: questi compositori erano degli incredibili «mestieranti» – uso volutamente questo termine un po’ forte –, era gente che riceveva continue commissioni da parte dei teatri. Scrivevano, mettevano in scena, spesso dirigevano. Provavano i propri lavori con il pubblico, verificandone l’esito, li cambiavano, lavoravano incessantemente con i musicisti. Poi, dopo cent’anni, arriva qualcuno che si sente in diritto di modificare le cose in modo arbitrario. È questo che rende alcune regie insopportabilmente banali. Però sotto c’è un altro problema, che investe un’opinione pubblica che scambia il dilettantesco per il nuovo. Mi succede di frequente, girando per i teatri italiani, di assistere a spettacoli che sono semplicemente dilettanteschi nella loro ansia di novità. Eppure, alla fine, quest’opinione pubblica «modernista» – per usare una parola antica – per premiare il nuovo a tutti costi esprime il suo incondizionato plauso. Come è successo in recenti episodi, non si è più capaci di distinguere il nuovo vero, problematico, discutibile, su cui fare anche delle battaglie, da tutto ciò che è nulla più che dilettantesco. Ci sono allestimenti che sono soltanto penosi, e in questi casi da parte delle istituzioni musicali bisognerebbe avere il coraggio di ammettere l’errore, di certificare che il tale regista non è in grado di mettere in scena questi grandi capolavori, si tratti di Verdi o di Wagner, di Rossini o di Puccini. Invece vedo che si resta prigionieri dello star system e dunque vince il nuovo per il nuovo. Il teatro lirico è ingabbiato nelle dinamiche perverse dello show business, dall’aspetto «comunicativo», per cui alla fin fine ciò che interessa è trasformare ogni cosa in evento, e quindi in caso. Se un regista fa in modo che per due mesi nei media si parli esclusivamente del suo Verdi rimpasticciato senza senso, anche se tutti lo criticano e il pubblico è indignato, si considera comunque un successo e la questione viene cavalcata. Però va detto che nel panorama attuale ci sono anche grandi registi. Fra quelli che negli ultimi anni mi hanno colpito positivamente al primo posto metterei Robert Carsen. Prima di tutto perché propone messinscene diversissime l’una dall’altra, e questo vuol dire che studia le partiture. Ha una cifra creativa che si ritrova costantemente, ma ogni volta se la gioca in maniera differente. Una delle cose più belle che ho visto, oltre alla famosa Traviata veneziana, per certi aspetti estrema ma molto consapevole, è stato il Candide di Leonard Bernstein alla Scala, inserito dentro un enorme schermo televisivo. In realtà Carsen mi piace perché, nel rispetto dell’opera che affronta, è sempre molto moderno nel suo approccio, basti pensare all’utilizzo che fa delle luci. Questo tema mi porta quasi naturalmente a menzionare un altro regista che apprezzo molto, Bob Wilson. Pur di tutt’altra scuola – per certi aspetti potrebbe essere quasi l’opposto di Carsen –, Wilson usa con grande maestria la luce, che è un elemento di cui i grandi compositori non potevano per forza di cose disporre. La tecnologia di cui il texano si serve non esisteva quando nacquero questi capolavori, ed essa offre inedite possibilità di illuminare la scena. Il Macbeth verdiano che ho visto al Comunale di Bologna, ad esempio, mi ha entusiasmato, anche se conteneva un difetto, non tanto contro la partitura quanto contro il pubblico. C’era infatti una linea di neon fra la buca e il palcoscenico che aveva un grandissimo effetto dal punto di vista visivo, ma probabilmente disturbava gli spettatori. A mio parere è sempre un delitto far soffrire il pubblico, anche se è la malattia patologica del Novecento. Tra gli italiani salverei Franco Zeffirelli, anche se non in toto, perché rispetta la partitura e i cantanti. Poi certo è il campione dell’illustrativismo, spiega tutta la storia per filo e per segno e fino in fondo. Non ha paura di usare le soluzioni più scontate, però senza dubbio sa che cos’è il teatro musicale. Poi veneziamusica e dintorni | 17 Lirica ovviamente Luca Ronconi. Ho negli occhi ancora adesso, oltre al mitico Viaggio a Reims di Rossini, l’uso di certi video all’inizio del Guglielmo Tell realizzato per la Scala nel lontano ’88, dove in enormi schermi erano riprodotte delle cascate alpine. Era meraviglioso! Ronconi è un gigante delle scene, anche se ha tentazione – nella lirica un po’ meno – di trasformare gli attori e i cantanti in strumenti della propria messinscena. Protegge molto bene le partiture, un po’ meno gli interpreti, ma in ogni caso dà un respiro visivo molto potente a quello che si sta sentendo. E devo dire che, in tempi più recenti, mi sono piaciuti alcuni spettacoli della Fura dels Baus: loro sono dei veri visionari. Questo mischiare materiali da video d’arte con una corporalità fisica in scena raggiunge esiti notevoli, anche se talvolta pure loro mettono alla prova i cantanti. Spesso si sente dire che non ci sono più i tenori, i soprani, i contralti di una volta: ebbene mi chiedo quanto un teatro di regia così esigente nei loro confronti non abbia pesato e non pesi tuttora su tutto questo. A un cantante che è alle prese con la complessità tipica del teatro musicale, alla quale accennavo prima, in cui si devono emettere note difficili inserite in una partitura complessa, dialogando con un partner o altre 18 | veneziamusica e dintorni volte con il coro, viene imposta anche la penitenza di eseguire movimenti innaturali che aumentano le difficoltà della sua interpretazione. Bisognerebbe avere un po’ di pietà per questi poveri artisti della voce. È vero che i registi più saggi tengono conto del fatto che loro devono prima di tutto sentire bene l’orchestra, ma al di là di questo dovrebbe essere loro riservata la posizione migliore per cantare e ascoltare. A partire da questo si può poi inventare una serie di azioni. Invece spesso queste ultime sono le prime che vengono fissate nel lavoro registico, e poi si cerca un compromesso con gli interpreti. Questa, secondo me, è una posizione sbagliata. Sono i cantanti e i direttori d’orchestra i veri padroni del teatro musicale. Sono loro che devono imporre le proprie condizioni. Poi la regia lavorerà su questi dati. Ma questo purtroppo non accade più, riportandoci al punto di partenza: il compositore, quando fissa le regole della sua opera, tiene presenti tutte queste implicazioni. Il fatto che le sue indicazioni siano l’ultima cosa seguita oggi nell’elaborazione di un allestimento la dice lunga sui limiti dell’attuale modo di affrontare il grande teatro musicale del passato, che dobbiamo rispettare proprio perché prodotto consapevole della propria epoca. Lirica «Il campiello» di Wolf-Ferrari approda al Malibran I l campiello è una delle più celebri commedie di Carlo Goldoni. Scritta per il Carnevale del 1756, quando è già da tre anni passato al Teatro San Luca, la sala più importante per la commedia, viene rappresentata con grande successo. Si tratta per molti aspetti di un’opera di svolta, che rappresenta un’evoluzione della famosa «riforma» che il poeta rifinisce e modifica nell’arco di tutta la sua carriera. L’ambientazione popolare, ma soprattutto la dimensione «corale» che contraddistingue questo testo lo rendono, in certa misura, un precedente di capolavori come Le baruffe chiozzotte, composto sei anni dopo con una maggiore consapevolezza d’intenti drammaturgici (e anche con una certa maggiore crudezza nel delineare i diversi personaggi). Ma l’allargamento a un numero consistente di «caratteri», tutti perfettamente delineati anche con poche battute, e il contesto in cui essi si trovano ad agire, rendono manifesta la grande arte dell’autore, che partendo dalle maschere della commedia dell’arte costruisce, in un iter progressivo e rispettoso delle abitudini sia degli attori che degli spettatori, opere dalla grande e indiscutibile modernità. Dell’importanza di questa commedia si deve essere reso conto, circa centottant’anni dopo, anche Ermanno Wolf-Ferrari (1876-1948), se proprio con Il campiello ha chiuso la sua attività goldoniana, dopo Le donne curiose (1903), I quattro rusteghi (1906) e La vedova scaltra (1931). La distanza temporale tra Il campiello (1936) e le due prime prove è notevole, e nel frattempo lo stile operistico del compositore italo-tedesco è andato trasformandosi, e più acuti, in un certo senso, si sono fatti i rimpianti per l’amato Settecento. Ecco dunque, nell’arco di cinque anni (1931-1936), sorgere due «trascrizioni» da Goldoni, entrambe firmate, per quanto attiene al libretto, da Mario Ghisalberti, drammaturgo con il quale la collaborazione diviene continua negli ultimi dieci anni di vita del musicista (sue le parole della Dama boba da Lope de Vega, 1937, e degli Dei a Tebe da Ludwig Strecker, 1943). Se pure questa sua ultima incursione nel mondo dell’Avvocato veneziano non rappresenta l’apice del suo teatro musicale, anche grazie all’adattamento di Ghisalberti Il campiello riesce a trasmettere all’ascoltatore atmosfere squisitamente goldoniane, che risuonano nell’arco di tutti gli atti, ma assumono particolare nitore nel terzo. Poco frequentato dai teatri italiani di oggi e di ieri – mentre invece grande successo riscosse in Germania – il teatro di Wolf-Ferrari rischia di perdersi nei meandri della storia novecentesca. Eppure uno studioso come Bruno Barilli, dopo aver assistito alla ripresa romana dei Quattro rusteghi (1929), sulle colonne del «Corriere Italiano» ne delinea un ritratto artistico di notevole spessore: «Ingegno lucido, scienza e facilità fanno oggi di lui uno dei compositori più illustri dell’Italia moderna. Il suo temperamento non è profondo, ma profonda è la sua cultura, e conciliante il suo umore, la sua comicità non è violenta né originale, ma sempre fine e trasparente, il suo lirismo non è possente e impetuoso, ma rivela un’anima nobilissima, tenera e sincera; il suo è un carattere amichevole, armonioso e eguale, Wolf Ferrari possiede l’arte innata di piacere, il gusto della cerimonia, l’abitudine dell’osservazione e il senso gentile sorprendente della parodia. Nell’apparenza egli è italiano tre volte, poiché deriva dal Rossini del Barbiere, veneziamusica e dintorni | 19 Lirica dal Mozart delle Nozze di Figaro e dal Verdi del Falstaff, ma soprattutto egli è moderno, perché cosciente, complicato e lieve sa sfruttare il suo largo sapere, senza mortificare il pubblico, conservando la sua futilità distinta e maliziosa. Le sue commedie musical, quasi senza vizii e senza perplessità, sono composte da un musicista che ha saputo educarsi con rigore e amore, assimilando durevolmente e amministrando la roba altrui da signore che conosce la misura e l’opportunità». A riproporre in tempi recenti Il campiello ha pensato qualche anno fa il Teatro Sociale di Rovigo in uno spettacolo diretto da Stefano Romani e firmato da Paolo Trevisi che il 28 febbraio approda al Malibran nell’ambito del progetto «I Teatri del Veneto alla Fenice», promosso dalla Fondazione veneziana e teso a portare in laguna il meglio delle produzioni nate all’interno del territorio regionale. (l.m.) La trama del «Campiello» Atto primo. In un campiello veneziano vivono varie persone: Gasparina con lo zio Fabrizio; due vedove bramose di nuovo marito e madri di belle figlie da marito, la sdentata Cate Panciana, con Lucieta, e la sorda Pasqua Polegana con Gnese; e Orsola, venditrice di frittelle, col figlio Zorzeto. Fra le case del campiello c’è una locanda, dove da poco alloggia il napoletano cavalier Astolfi, senza una lira ma amante della bella vita: gli piace Gasparina che, vanitosa com’è («caricata», ovvero affettata, tanto da usare la «z» al posto della «s»), sta al gioco della sua corte; e gli piacciono, al contempo, Lucieta e Gnese. Ma queste al gioco non stanno, innamorate come sono Lucieta (gelosa di Gnese) del merciaio Anzoleto (geloso di Zorzeto) 20 | veneziamusica e dintorni che sta per sposare; e Gnese di Zorzeto, con quale ha avuto il permesso di fidanzarsi da Orsola: ma per il matrimonio c’è tempo. A Lucieta il cavalier Astolfi offre un anello che ella, sdegnata, rifiuta: lo prende per lei sua madre Cate mentre il cavaliere si concentra sulla benevolente e leziosa Gasparina. Atto secondo. Mentre Fabrizio si lamenta del chiasso nel campiello, Astolfi invita a pranzo tutti quanti. La sdegnosa Gasparina, che nonsi vuole mischiare col popolino, rifiuta; ma l’occasione è buona lo stesso per il cavaliere, che può parlare al termine del convito con Fabrizio, chiedendogli in sposa la nipote. Fabrizio, napoletano pure lui, sa di che consistenza sia la condizione del cavaliere, ma non vede l’ora che Gasparina se ne vada di casa, e asseconda il progetto matrimoniale. Così Astolfi e Gasparina possono parlare un po’, giusto prima che, a forza di vino, si passi da un inizio di lite a un ballo generale. Atto terzo. Sempre più irritato dal gran chiasso del campiello, Fabrizio sta trasferendosi, ma ancora può invitare a casa Astolfi. Crucciato è Anzoleto, perché Lucieta è andata a casa di Orsola e Zorzeto: la aspetta e, quando esce, le dà uno schiaffo. Poi si riconcilia con l’amata per intervento di Cate, e quindi di nuovo si irrita vedendo passare Zorzeto, che insulta. Questi risponde a sassate: il campiello diventa tutto una rissa. Ma Astolfi interviene pacificatore e invita tutti un’altra volta, stavolta a cena. A tavola tutto si riappacifica; e il cavaliere annuncia che sta per sposarsi con Gasparina, con la quale se ne andrà da Venezia. Gasparina, commossa, saluta la sua città e il campiello dov’è vissuta («Bondì Venezia cara»). (dal Dizionario dell’opera, a cura di Pietro Gelli, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007) Lirica «La bohème»: un nuovo stile I di Michele Girardi* l 19 aprile torna in scena alla Fenice La Bohème di Puccini, con la direzione di Jader Bignamini e la regia di Francesco Micheli. L’opera, composta su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa e andata in scena per la prima volta l’1 febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino, è una tra le più rappresentate al mondo. In questo breve saggio Michele Girardi, specialista del Maestro di Torre del Lago, ne delinea la struttura e la situa nel felice contesto storico in cui è nata. I versi e le peculiarità drammatiche del libretto della Bohème, il vertice dell’arte drammatica e poetica di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, hanno imposto a Puccini di aderire con la massima naturalezza a un’azione prevalentemente priva di episodi statici, salvo le espansioni sentimentali dell’incontro tra Rodolfo e Mimì e il loro duetto sul letto di morte di lei. L’esempio della Traviata, fino a quel momento rimasta un unicum nel melodramma, aveva già fatto capire a Puccini come l’elemento attuale e quotidiano potesse venire stilizzato senza forzature all’interno del codice melodrammatico, ma fu guardando a Falstaff, in particolare, che poté trarre spunti decisivi per realizzare in Bohème la sua poetica visione della realtà, pur nell’ambito di un genere differente. Il Falstaff presenta un’azione che scorre velocissima senza un attimo di sosta, le parole suggeriscono invenzioni musicali che rompono sovente i legami con la strofa, mantenendone di esilaranti con la rima, per seguire la realtà drammatica che evolve rapidissima, senza mai far cogliere in un tal prezioso ordito la rassicurante presenza del numero chiuso. Nel Falstaff si possono iden- tificare brani della partitura corrispondenti agli schemi tradizionali, ma la loro conduzione, come accadrà in Bohème, si articola su presupposti più consentanei a una dialettica di tipo strumentale e sonatistico. Dall’ultimo capolavoro di Verdi, praticamente costruito su una mobile successione di recitativo e arioso, Puccini ebbe probabilmente la definitiva conferma di quale fosse il modo migliore di evadere dalle costrizioni dell’opera a numeri, rimanendo all’interno della propria tradizione, per creare un organismo unitario e coerente. Nella Bohème egli doveva trattare un’azione legata al quotidiano, dove ogni gesto rispecchiasse la vita di tutti i giorni. Al tempo stesso, mediante il concatenarsi delle situazioni, doveva conquistare un livello narrativo più alto, comunicando per metafora l’idea di un mondo in cui il tempo fugge, e di cui la giovinezza è protagonista (prospettiva già indicata nell’ultimo capitolo del romanzo di Murger). Nella Bohème un ironico disincanto è sempre immanente anche nei momenti più intensamente poetici. Il lato sentimentale sorge senza soluzione di continuità da un meccanismo che ha necessità di natura concreta, e ad esso ritorna trasformato in emblema. Nei primi due quadri dell’opera, particolare mai sottolineato a sufficienza, l’elemento comico ha larga parte e convive con quello sentimentale. A Falstaff guardano anche certi dettagli di pittura sonora: il piccolo «incantesimo del fuoco» (I.5) e il lieve spruzzo d’acqua con cui Rodolfo bagna il * Musicologo e Docente di Drammaturgia musicale all’Università di Pavia veneziamusica e dintorni | 21 Lirica volto di Mimì colta da malore (violini in pizzicato coi flauti raggrumati in una seconda maggiore, «Pensier profondo»), producono una sensazione quasi fisica – com’è per l’assottigliarsi della pancia di Falstaff, descritto da violoncelli e ottavino a quattro ottave di distanza. Anche il temino puntato dell’inizio di Bohème, che nel corso dell’opera torna sovente per ricordare come l’amore sia solo uno fra i tanti momenti dell’esistenza, verrà trattato con una concezione simile a quello esposto nelle tre battute iniziali del Falstaff, una quartina in staccato 22 | veneziamusica e dintorni che ricorre a ritmo indiavolato per tutta la prima parte dell’atto d’apertura. Se in Manon Lescaut è ancora percepibile la divisione in numeri chiusi, nonostante il coordinamento di intere sezioni della partitura tramite dissimulati espedienti sinfonici, con l’opera successiva Puccini si volge ad uno stile musicale differente, basato su un continuum sonoro modellato sulle specifiche esigenze drammatiche del soggetto. Un dispositivo di cui l’ultimo Verdi aveva disvelato le possibilità. Sinfonica e contemporanea Strawinsky e Venezia N di Paolo Cattelan* ella stagione sinfonica 2013-2014 della Fenice, tutta dedicata al Novecento, Igor Strawinsky ha un ruolo da protagonista. Paolo Cattelan ripercorre le tappe che legarono il compositore russo alla città d’acqua. Si firmava Igor Strawinsky: una traslitterazione latina sui generis dal russo che non rende inequivocabilmente in tutte le lingue europee la corretta pronuncia del cognome. Ma che, proprio per questo, allude ad una vicenda biografica molto complessa e a un ambivalente senso di appartenenza alla patria e alla Western Culture, fino alla fine avvenuta a New York il 6 aprile 1971, di primo mattino, nell’appartamento sulla Quinta Strada con vista su Central Park che la moglie Vera Arturovna de Bosset aveva appena acquistato. Qui, racconta Robert Craft, ancora pochi giorni prima di morire Strawinsky scriveva in russo firmandosi con caratteri latini e quando Vera Arturovna lo esortò a firmare anche in cirillico, per tutta risposta, sotto il suo sguardo, egli vergò invece una dedica: «Oh, come ti amo!». Le sue spoglie compirono poi un ultimo viaggio verso «Venise inspiratrice eternelle de nos apaisement» come recita la lapide di Sergej Diaghilew accanto a cui Strawinsky ha voluto essere sepolto nell’isola di San Michele. Per ironia della sorte, anni prima è stato proprio un veneziano, Gian Francesco Malipiero, in una «specie di monografia» che a suo dire non avrebbe voluto scrivere, a diffondere l’immagine di Strawinsky musicista apolide. Presente il 28 maggio 1913 a Parigi quando per la prima volta va in scena il Sacre du printemps, Malipiero parla di un’esperienza nuova, traumatica e senza ritorno («Mi svegliai da un lungo letargo») e di un successivo misconoscimento di Strawinsky come artifex novecentista delle tradizioni musicali classiche e della poetica della forma come mezzo di realizzazione del linguaggio musicale. Leggiamo dal volumetto che Malipiero ha dedicato a Strawinsky: «La prima guerra mondiale (1914) lo ha sradicato dalla sua terra e questo è il segreto di tutte le sue evoluzioni. […] Spesso ritorniamo col pensiero agli anni che precedettero la prima guerra mondiale e perciò, quando è la volta dello Strawinsky di allora, ci avviene di annullare mentalmente tutto il resto della sua produzione, persino la Sinfonia dei Salmi, l’Edipo Re, il Concerto per violino». Ma, con buona pace di Malipiero, il tratto biografico e artistico che più lega Strawinsky a Venezia è molto tardivo rispetto a quel «mitico anteguerra». Le prime venute nel Veneto, per via del Festival della Società Internazionale di Musica Contemporanea, ossia la Biennale Musica, datano 1925: in quell’anno Strawinsky fu a Venezia per eseguire lui stesso come solista la sua Sonata per pianoforte: un ascesso in suppurazione all’indice della mano destra guarì non appena cominciò a toccare i tasti: e questo «piccolo miracolo» fa da pendant nei Dialogues alla «rivelazione» avuta, nel 1926 a Padova, durante l’esposizione del corpo di Sant’Antonio (rivelazione da cui nacque il primo dei suoi lavori «sacri», il Pater noster per coro misto a cappella pubblicato nel 1932). Nel 1934 poi Strawinsky di- * Musicologo veneziamusica e dintorni | 23 Sinfonica e contemporanea rige alla Biennale il figlio Soulima in Capriccio. Ma è il «sacro» il più fertile terreno di crescita delle sue «interpretazioni veneziane» degli anni cinquanta. Nel 1956 su sollecitazione di Alessandro Piovesan, direttore del Festival musicale della Biennale, compone il Canticum Sacrum ad Honorem Sancti Marci Nominis, per coro, orchestra, due cantanti solisti (tenore e baritono) e organo «battente». La composizione presenta elementi eterogeni mirabilmente fusi in un’architettura: cinque Movimenti, come le cupole della basilica di San Marco (dove il 13 settembre 1956 l’opera sconcertò il pubblico e i critici), Movimenti costruiti su un testo latino eterodosso dove sono liberamente messi in sequenza passi tratti dalla Vulgata: a quelli dell’Evangelista ne sono accostati altri dal Cantico dei Cantici, dal Deuteronomio, dalle Epistole di Giovanni, altri ancora dal Libro dei Salmi. Serialismo dodecafonico e tonalità, intuizione poetica e storicizzante, formalismo e sperimentalismo coesistono in quest’opera che non resterà un ramo secco della produzione strawinskiana. Infatti solo due anni dopo, il 23 settembre 1958, è la volta di un’altra première sacra veneziana: Threni id est Lamentationes Jeremiae Prophetae, dedicata ad Alessandro Piovesan in memoriam del direttore della Biennale Musica appena scomparso. La sede dell’esecuzione è questa volta la Scuola Grande di San Rocco e l’organico più ampio di quello del Canticum: quattro solisti, coro misto e orchestra (nello strumentario ricercato e forse impreziosito da arcani retaggi veneziani compare anche un sarrusofono). Le Lamentazioni di Geremia appartengono tanto al rituale ebraico, dove rammentano il dolore per la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera di Babilonia, che a quello cristiano-cattolico dove sono incluse nei canti per la Settimana Santa, o sia nell’Ufficio pasquale delle Tenebrae quando, per commemorare la morte di Gesù, si spengono tutti i lumi. Distante da ogni modello di musica funzionale liturgica, il sostrato dell’opera è dodecafonico, la struttura integralmente seriale, la forma è tripartita asimmetricamente in parti dette Elegie (Prima – Tertia – Quinta) sempre tratte dalla Vulgata. Ma la seconda parte (Elegia Tertia) è ulteriormente architettata in tre volte (Querimonia, Sensus Spei, Solacium), 24 | veneziamusica e dintorni come una piccola cripta che contiene un «cuore palpitante» all’interno dell’opera. Ma il gioco dei simboli e la loro molteplice forza di rifrazione musicale è più radicato e permea interamente Threni. Le prime due Elegie sono punteggiate da interventi corali che contrassegnano l’intonazione del testo associandolo alla musica delle lettere dell’alfabeto ebraico: cinque lettere nell’Elegia Prima, quindici lettere nell’Elegia Tertia, dove ogni lettera riappare tre volte consecutive, e precisamente quattro lettere nella Querimonia, otto nel Sensus Spei, tre nel Solacium). Tanto rigore costruttivo, tanto rigore intellettuale non significa però che Strawinsky abbia giurato fede ad un sistema. Anche rispetto alla dodecafonia qui manifestamente assunta a fondamento e limite della composizione, egli progressivamente si libera dalla sistematicità e, per dirla con le parole di Roman Vlad, domina il materiale impiegato imponendo la «polarizzazione tonale della scala dodecafonica». A far da contraltare alle opere sacre degli anni cinquanta, Venezia è presente nella carriera di Strawinsky anche come luogo di esperienze teatrali, vale a dire la dimensione della riflessione spirituale fa da contraltare, come nella grande storia della civiltà musicale veneziana, alla sfera di un’arte diretta alla sociabilità. In tal senso The Rake’s Progress (La carriera del libertino) non può certo essere dimenticata in un discorso su Strawinsky e Venezia, a partire dal fatto ben noto che la première fu alla Fenice l’11 settembre del 1951. Per la verità, quando parla della scelta del teatro veneziano, il compositore si schermisce e sembra minimizzare. Dice che l’opera («decisamente un’opera composta di Arie, Recitativi, Cori e Concertati […]») aveva bisogno di un teatro non grande per il suo debutto, un teatro che rappresentasse appieno la vocazione «da camera» del testo musicale, come Così fan tutte di Mozart, prima di passare ai grandi teatri, al Metropolitan, alla Scala. Ma se si guarda dentro la partitura e dentro il libretto, affiora la possibilità di un tutt’altro genere di nesso tra l’opera e il luogo della sua prima esecuzione. Il Rake è infatti un Don Giovanni. Un Don Giovanni che Strawinsky vuole far rivivere in opera superando il tabù mozartiano e proiettandosi verso il più vasto pubblico possibile («coltivavo da molti anni l’idea di scrivere un’opera Sinfonica e contemporanea in inglese»). Nel novero delle ispirazioni , oltre ai celebri «quadri» di Hogarth, anche un modus operandi in cui si coglie un segno squisitamente veneziano. Non è un caso che nell’intervista avant-scène concessa nel 1951 a Emilia Zanetti, Strawinsky tenti un paragone tra H.W. Auden e Chester Kallmann – i librettisti del Rake – e Lorenzo Da Ponte. E dica che, in un confronto tra i libretti, quello del Rake sarebbe «altrettanto buono se non migliore» del Don dapontiano. E cosa aveva fatto Da Ponte per Mozart? Aveva raccolto sincreticamente la tradizione, forse suffragandola con la propria personale esperienza di libertino amico di Casanova, ma certamente fondendo Molière e Tirso per il tramite di quella librettistica con cui a Venezia nella seconda metà del Settecento era tornato in auge il mito «vecchissimo» del Burlador. Anche Strawinsky per il mezzo dei suoi poeti librettisti spinge sìncreticamente sulla tradizione: attraversa l’Ottocento, Faust, Goethe e Grabbe intuendo (come solo un musicista cèco di raro talento aveva fatto prima di lui: Erwin Schulhoff con Flammen) la possibilità di rinnovare lo spazio figurale, musicale e poetico della storia. Ma se anche il luogo eletto alla prima esecuzione doveva esercitare la propria funzione simbolica, questo, per Strawinsky, «cittadino del mondo», non apolide, non poteva che essere, quindi, Venezia. veneziamusica e dintorni | 25 Sinfonica e contemporanea Igor incontra Gesualdo S di Paolo Cecchi* travinskij iniziò ad interessarsi a Gesualdo – grazie soprattutto all’intercessione del querulo segretarioispiratore Robert Craft – attorno al 1954-1955, quando ha da poco dato inizio a quella svolta epocale del proprio itinerario artistico (che definì «la seconda grande crisi della mia vita») che lo portò ad abbandonare l’estetica e il polistilismo di conio «neoclassico», per intraprendere una strada che di lì a poco sarebbe approdata ad una personalissima appropriazione della tecnica dodecafonica. Ciò che verosimilmente interessava a Stravinskij dell’opera di Gesualdo erano due aspetti, che costituirono altrettanti problemi compositivi dei primi anni della propria svolta seriale, e che vennero via via dipanati e «risolti» nel corso della progressiva focalizzazione del nuovo linguaggio in opere come il Settimino, Agon, In Memoriam Dylan Thomas e Canticum sacrum: il costruttivismo contrappuntistico, ed in particolare la tecnica canonica (modalità compositive che sia nel periodo russo-parigino che nel trentennio «neoclassico» non costituirono, salvo rare eccezioni, un aspetto importante dell’officina compositiva di Stravinskij) e l’uso sistematico del cromatismo pantonale. Il compositore russo infatti già agli esordi del periodo seriale intensificò progressivamente il ricorso ad organizzazioni contrappuntistiche complesse (ad esempio elaborate soluzioni canoniche compaiono già in Agon, mentre in Canticum sacrum sono utilizzate procedure come la retrogradazione e l’inversione, sia in ambito «locale» che nell’organizzazione della macroforma della composizione), e nel contempo approdò all’uso della serie dodecafonica come formante principale della composizione 26 | veneziamusica e dintorni attraverso una progressiva intensificazione, nelle opere dei primi anni cinquanta, del ricorso sistematico al cromatismo, come ad esempio si constata nella serie di cinque suoni (Mi, Mi bemolle, Do, Do diesis, Re) che costituisce la struttura geneticogenerativa di In memoriam Dylan Thomas. Tra il 1957 e il 1959 Stravinskij concretizzò il proprio interesse per Gesualdo dapprima completando le parti mancanti del Sesto e del Basso nei tre mottetti (due dei quali contengono un canone) Illumina nos, Da pacem Domine e Assumpta est Maria, che Gesualdo pubblicò nel 1603 nella raccolta delle Sacrae Cantiones a 5, 6 e 7 voci. Si trattava de facto di un cauto tentativo (esperito non attraverso la tecnica della rielaborazione/ricomposizione, ma mediante il più «neutro» compito di innestare due voci composte ex novo in organismi contrappuntistici preesistenti, senza mutarne nulla dell’organico e della scrittura) di sondare le strutture e i meccanismi stilistici che stavano alla base del linguaggio gesualdiano, operazione che Stravinskij intuiva potesse risolversi non solo in un semplice (omaggio) all’ammirato predecessore, bensì in un’ulteriore tappa dell’indagine dell’ars antica del contrappunto dai franco-fiamminghi a Bach (nel 1956 aveva tra l’altro ultimato la rielaborazione per coro e orchestra delle variazioni canoniche per organo Von Himmel Hoch di Bach), esperita pensando ad una sua rifunzionalizzazione – per analogia delle strutture, non certo come calco stilistico – nell’ambito della propria nuova officina compositiva, che con * Musicologo - Insegna Storia e storiografia della musica all’Università di Bologna. Sinfonica e contemporanea Canticum sacrum, e poi con ben maggiore radicalità con Threni e con Movements, andò assimilando la lezione della serialità dodecafonica di Webern, nella quale la concezione e l’assetto contrappuntistico della texture della composizione costituiscono una caratteristica strutturale imprescindibile. Subito dopo l’esperienza di «restauratore sui generis» dei tre mottetti, Stravinskij decise di rielaborare per un organico orchestrale cameristico (2 oboi, 2 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, e quartetto d’archi) tre tardi madrigali gesualdiani a cinque voci (pubblicati nel 1611 negli ultimi due libri), prescegliendo tre esempi del lascito del compositore napoletano tra i più radicali dell’uso del cromatismo e della dissonanza trattata in modo irregolare: Asciugate i begli occhi, Ma tu cagion di quell’atroce pena e Beltà poiché t’assenti. La ricomposizione venne intitolata Monumentum pro Gesualdo di Venosa (un titolo che implicitamente sottolinea il carattere statico-rotativo – e quindi dotato di una sua fissità «monumentale» – della riconversione orchestrale rispetto al dinamismo orizzontale dei madrigali originali) e venne presentata in prima assoluta a Venezia nel 1960 (presunto quadricentenario della nascita del «nobile dilettante di musica»). La suddivisone e l’alternanza di gruppi strumentali via via variabili, ricavati dalla segmentazione dell’organico orchestrale, una accentuata verticalizzazione della trama contrappuntistica originale ottenuta attraverso raddoppi ed estensioni strumentali, il frequente emergere degli ottoni, danno l’impressione che Stravinskij abbia in un certo senso voluto celebrare Gesualdo attraverso Giovanni Gabrieli, «fossilizzando» la mercuriale mobilità dei madrigali originali in una trama strumentale che non di rado occultamente ricorda le grandi pagine vocal-strumentali dell’organista marciano. Inoltre Stravinskij utilizza nella propria rielaborazione una serie di tecniche – tra cui la suddivisione e la parcellizzazione delle singole voci originali tra più strumenti o gruppi strumentali, l’utilizzo di echi localizzati e di ripetizioni di brevi incisi, un divisionismo per «strati» timbrici potenzialmente anticontrappuntistico – che decostruiscono l’espressionismo e la strutturazione retorica degli originali – ad esempio mitigando spesso, mediante la diffrazione timbrica e la ripartizione pluristrumentale delle linee melodiche – l’effetto sia degli incontri dissonanti, sia della pervasiva ricorrenza delle colorature cromatiche. Si pensi ad esempio alla lunga, strepitosa ascesa cromatica delle cinque voci che compare in Beltà poiché t’assenti, in corrispondenza, poco dopo l’incipit, del verso «Come ne porti il cor, porta i tormenti» (gesto compositivo del quale si ricordò, sin quasi ai limiti della citazione, il tardo Monteverdi, nel secondo atto dell’ Incoronazione di Poppea, musicando l’invocazione polifonica dei famigli del filosofo, «Non morir Seneca»): nella rielaborazione stravinskiana l’episodio, esposto «divisionisticamente» dai fiati, suona espressivamente inerte quanto timbricamente suadente, quasi Stravinskij avesse voluto sterilizzare il radicalismo linguistico gesualdiano (costituito da un intrico di rigore costruttivo e di erosione dall’interno delle fondamenta della fabbrica contrappuntistica rinascimentale) onde pervenire ad una sorta di «sguardo dal di fuori» sonoramente realizzato dei tre madrigali reinterpretati, teso ad oggettivizzare una musica che egli voleva celebrare e nel contempo proiettare oltre se stessa, in un’operazione ri-compositiva ambivalente, ammirata e rapace. veneziamusica e dintorni | 27 Sinfonica e contemporanea «Elegy for Young Lovers», un’opera astratta e poetica I di Pier Luigi Pizzi* l 27 marzo giunge al Malibran l’Elegy for Young Lovers di Hans Werner Henze nell’applaudita versione di Pier Luigi Pizzi. Il regista spiega il suo approccio all’opera. Elegy for Young Lovers è un’opera di forte ispirazione, profonda, poetica. L’ho allestita con entusiasmo al Teatro delle Muse di Ancona nel 2005, dove è stata salutata da un generale consenso. Gioacchino Lanza Tomasi mi chiese subito di riprenderla al San Carlo di Napoli. Poi è andata in tournée a Bilbao e adesso approda al Malibran. Nuova occasione per riparlare di un’opera che, pur essendo di grandissima attualità, si potrebbe in un certo senso definire classica. Si tratta di un lavoro teatrale veramente compiuto, nato dall’operazione straordinaria realizzata da Hans Werner Henze e Wystan Hugh Auden, il poeta che ha composto il libretto. I due artisti si conoscevano da tempo ma non avevano mai lavorato insieme. Poi a un certo punto l’occasione è venuta e ne è nata questa Elegy. Ho conosciuto bene Henze, nei primi anni della mia attività di scenografo. Fu a Napoli, dove lui viveva all’inizio degli anni cinquanta. Io ero impegnato al Teatro di Corte con Il turco in Italia di Rossini, messo in scena da Franco Enriquez, con la direzione di Vittorio Gui. Henze venne a vedere lo spettacolo, ci incontrammo e nel tempo diventammo amici. Con lui regista ho allestito il Flauto magico a Stoccarda, e con lui autore e regista Der junge Lord a Francoforte. Ho dunque potuto frequentare Hans per tanti anni. Cosí, quando Alessio Vlad mi ha proposto di mettere in scena questa 28 | veneziamusica e dintorni sua opera sono andato a Marino, nei Castelli Romani, dove Hans viveva, per discuterne con lui. Abbiamo sperato che fosse presente alla prima di Ancona, ma purtroppo era già malato e non gli fu possibile. C’è molto di lui in quest’opera. Non dico che sia autobiografica, anche perché nasce dalla complicità con Auden, però presenta molti aspetti del suo carattere introverso. Un riccio che si chiudeva in se stesso. Aveva una forte personalità, addirittura a tratti perfino aggressiva, che nascondeva però una sorta di dolcezza, di timidezza e di fragilità. I suoi personaggi passano attraverso la sua psicologia e la sua sensibilità di artista e di uomo. Per questo mi soffermo sulle nostre frequentazioni, perché mi è stato estremamente utile conoscerlo di persona e ricevere spunti diretti per affrontare il lavoro di traduzione visiva della sua opera, che è estremamente semplice e austera, si potrebbe dire minimalista, nel senso migliore del termine. Un minimalismo che mira all’essenziale, quindi basato su pochi segni, ma in realtà carico di atmosfera e di indagini psicologiche. Rispetto ad altri allestimenti che ho realizzato a Venezia, su musiche di Britten, o Korngold, l’esigenza di concentrare tutta l’attenzione sulla tensione psicologica dei personaggi qui è forse ancora più esasperata. I personaggi di Henze sono figure inquiete, indefinite. Lo stesso plot, dove si parla di una storia accaduta tanti anni prima e poi per un caso tornata attuale, con tutte le conseguenze che ne derivano, si presta a un tipo di lettura carico di tensioni. * Regista Sinfonica e contemporanea L’egocentrismo del protagonista è di estrema modernità: io l’ho collocato fuori dal tempo. La vicenda può essere accaduta ieri o l’altro ieri. I personaggi sono vestiti come si vestirebbero oggi o come si sarebbero vestiti dieci anni fa. Tutto si svolge in un’alta montagna – che è un luogo della memoria – in un albergo che è spazio della mente, tutto profondamente indefinibile e indefinito. Certo ci sono alcuni elementi emblematici indispensabili al racconto, come la macchina da scrivere di Carolina, gli schedari e i materiali di lavoro, ma tutto ciò è collocato in uno spazio rarefatto, fuori da qualsiasi tipo di realtà quotidiana. La storia, nella sua dimensione poetica, è bella e inquietante. Già il titolo definisce un genere letterario preciso, l’elegia appunto, e tutto passa attraverso la trasposizione della realtà nell’astrazione poetica. Il protagonista è uno scrittore che ha cinicamente fabbricato il proprio successo letterario sfruttando l’ispirazione poetica di un altro personaggio, Hilde, con lucida consapevolezza. Il linguaggio, sia letterario che musicale, è crudo e allo stesso tempo ricco di colori, di atmosfere liriche indefinite. Tanto è vero che anche l’immagine scenica risulta indefinita con uno sfondo di montagne viste come ombre che appaiono e svaniscono e mutano come se fossero stati dell’anima. Un modo di visualizzare l’inquietudine e l’illogicità della narrazione, anche se siamo in presenza di una costruzione drammaturgica estremamente precisa, ottenuta grazie alla perfetta fusione delle due personalità del poeta e del compositore. È un’opera poetica che Henze ha vestito di note entrando perfettamente nel linguaggio di Auden. Il risultato espressivo ed emotivo è totalmente coinvolgente. Di conseguenza il lavoro di preparazione e di creazione ad Ancona, con il gruppo di interpreti, è stato molto intenso, perché è un’opera che richiede la condivisione e la partecipazione di tutti. Per quanto riguarda la ripresa al Malibran c’è un contrattempo che mi impedisce di seguire personalmente il riallestimento. Sono impegnato a Roma nella preparazione del Maometto II, lo spettacolo nato alla Fenice che ora viene riproposto al Teatro dell’Opera, in una nuova versione. Quindi ho approfittato del fatto che Massimo Gasparon, regista che spesso ha rimesso in sce- na spettacoli da me firmati, fosse disponibile per chiedere a lui di curarne la realizzazione. Sono sicuro comunque, che pur non avendo seguito direttamente la preparazione in Ancona, Massimo, conoscendo molto bene il mio modo di lavorare, non avrà problemi e anzi potrebbe anche avere qualche nuova intuizione, nella linea da me tracciata allora. Sarà interessante, a cose fatte, confrontare le due versioni. Tornando all’opera di Henze, e al livello di astrazione che ho voluto inserirvi per assecondare il suo clima poetico, devo dire che, parlando più in generale, questo approccio caratterizza con evidenza tutte le mie messinscene per così dire «contemporanee», ma è presente anche nel resto delle mie produzioni. Non sono mai stato incline al realismo e al verismo, e questo si vede già dall’orientamento verso opere che non appartengono a quel genere musicale. A Caracalla quest’estate, affrontando per la prima volta nella mia carriera la Cavalleria rusticana di Mascagni, ho trovato una chiave di lettura non verista, «depurata», cercando di eliminare quell’enfasi che è tipica di questo tipo di composizioni. E devo dire che questo scopo si è raggiunto con molta naturalezza, ambientando la vicenda non nella Sicilia di Verga, con il folclore che generalmente l’accompagna, ma nell’Italietta degli anni trenta, in epoca fascista, mettendo a confronto la beata indifferenza di tutto un paese e la solitudine disperata di Santuzza. Questo per dire che l’astrazione, molto più facile nel repertorio moderno o contemporaneo, in altri modi si può applicare praticamente a tutto il repertorio operistico dal barocco al melodramma. Altre riflessioni merita invece il ricorso all’attualizzazione, di cui si è abusato, che non può essere sistematico, e anzi in molti casi è forzato e pretestuoso, non avendo nessun tipo di riscontro in ciò che il pubblico vede e deve porre in relazione con i valori veicolati dalla drammaturgia e dalla musica. Quando si affronta un lavoro registico ci si deve rendere conto e convincere che non può essere completamente attualizzata un’opera che parla un linguaggio che non è quello di oggi, e per di più lo fa attraverso il canto. Il fatto stesso che gli interpreti cantino non appartiene al quotidiano. Certo vi sono dei casi in cui è possibile tentaveneziamusica e dintorni | 29 Sinfonica e contemporanea re operazioni del genere, soprattutto nell’ambito dell’opera buffa. Quando si è trattato di mettere in scena La pietra del paragone di Rossini la trasposizione funzionava benissimo, anzi la commedia ci guadagnava in ironia. Ma quando – per fare solo il primo esempio che mi viene in mente – Don Carlos si rivolge a Elisabetta di Valois, quando cioè ci troviamo in presenza di un linguaggio poetico e in una situazione storicamente definita, l’attualiz- 30 | veneziamusica e dintorni zazione non regge, si banalizza. Stiamo assistendo non a caso a un susseguirsi di esempi imbarazzanti, che superano ormai il limite di accettabilità. Credo che oggi la vera modernità stia nel portare in scena le opere rispettandole per quello che sono, senza per questo compiere operazioni museali o archeologiche. Reinventare le drammaturgie mi sembra al contrario terribilmente scontato. Sinfonica e contemporanea Henze: la musica, gli incontri, l’italia H di Enzo Restagno* o conosciuto Hans Werner Henze molti anni fa, non mi ricordo nemmeno quanti, forse trentacinque. Curiosamente non mi fu di nessuna utilità sapere la sua lingua, che invece mi servì molto per stabilire un rapporto con altri compositori di area tedesca. Avendo studiato a Vienna, conosco discretamente quell’idioma, ma Henze preferiva di gran lunga parlare italiano (tanto che uno dei suoi più grandi desideri a un certo punto è stato quello di diventare italiano, di immergersi nel nostro popolo, nella nostra natura e nella nostra storia e divenirne intensamente partecipe). Non ho mai sentito nella mia vita nessun tedesco parlare un italiano elegante e perfetto come il suo. Questo gli era possibile, oltre che, naturalmente, grazie alla sua intelligenza, soprattutto per le letture raffinate che aveva compiuto. Mi colpì sempre questo suo italiano così ben pronunciato, ricco di aggettivazione, impeccabile nella sintassi, pur sempre con un accento straniero che conferiva un tono ulteriormente scultoreo alla sua parlata. Lo incontrai per la prima volta, se non vado errato, al Festival di Montepulciano, che lui aveva appena cominciato a inventare e dirigere in quella magnifica cittadina della Toscana non lontana da Siena. Lui si era invaghito di quella bellezza, ma il fascino che suscitava in lui il nostro Paese non si limitava alla sola Toscana. Visse per esempio molto tempo a Marino, sui colli laziali, e ancora a Ischia, a Napoli, a Roma: di tutti questi posti aveva saputo impregnarsi in maniera molto significativa, al punto che di molti si ritrovano dei riflessi nelle sue opere. Si potrebbe rileggere il catalogo, peraltro molto vasto, delle sue composizioni sottolineando con la matita rossa i molti impulsi tratti da quei luoghi e dalla nostra letteratura, in particolar modo i classici. O ancora, per fare solo degli esempi, le tante ispirazioni legate al cinema nostrano, soprattutto quello romano. Via via la nostra amicizia si è consolidata, e quando pochi anni dopo cominciai a dirigere Settembre Musica, nulla mi parve più normale che consacrare un’edizione a Henze. Ogni anno, infatti, all’interno del festival, si costruisce il ritratto di un autore contemporaneo, rappresentando alcuni concerti a lui dedicati. Erano tempi più floridi, e c’era la possibilità di preparare anche un libro incentrato di volta in volta su un diverso compositore. Queste pubblicazioni prevedevano anche delle conversazioni, e approfittando di quell’occasione mi recai appunto a Marino ed ebbi modo, restandovi una settimana, di farmi raccontare tutta la sua vita. Henze aveva un carattere asciutto, sapeva cogliere benissimo l’essenza delle cose e da queste far tralucere poi quelle che definirei le riverberazioni sentimentali delle cose stesse. Discutemmo di tutto, a partire ovviamente dalle sue opere, ma spaziando anche nei tanti incontri felici della sua vita, come quello con Bertolt Brecht, o con Ingeborg Bachmann, o ancora con Wystan Hugh Auden, l’autore del libretto per l’Elegy for Young Lovers, che viveva allora nel suo eremo a Ischia. Bisogna premettere che Henze possedeva una natura musicale straordinaria, era quasi un enfant prodige, cominciò prestissimo a comporre e aveva una meravigliosa vena di spontaneità. Si ritrovò a fare i conti con la seconda guerra mondiale, e mi * Musicologo e critico musicale veneziamusica e dintorni | 31 Sinfonica e contemporanea raccontò di dovere la sua salvezza proprio al suo orecchio musicale. Era stato infatti arruolato in una compagnia panzer, e gli avevano affidato il ruolo di telegrafista. Ma visto che era così bravo nel captare i suoni fu presto spostato a terra, e dopo qualche tempo il suo panzer fu annientato dai russi. La sua vita, pur passando per il dolore e la miseria della guerra, è costellata di incontri, di scoperte. Scoperte soprattutto relative alla grande musica che il nazismo aveva proibito, fatto questo che lo accomuna ad altri artisti della sua generazione. Sto parlando di Schönberg, Berg, Webern, la scuola dodecafonica, e molti altri autori che erano considerati «degenerati». Dopo la guerra ci fu, anche da questo punto di vista, una grande liberazione: quelle musiche erano registrate ma sigillate in armadi d’acciaio, con doppi e tripli lucchetti. Mentre prima era vietata qualsiasi esecuzione e trasmissione radiofonica, a conflitto terminato si poteva finalmente suonarle e ascoltarle di nuovo. C’era un senso di ferita nei confronti della generazione precedente, che aveva portato la Germania alla catastrofe e, conseguentemente, in quel Paese la volontà di cambiare completamente era più forte che altrove. Si sentiva insomma la necessità di ripartire veramente da zero, tendenza in cui si inserisce anche l’avventura della Nuova Musica, della quale Henze fu, all’inizio, uno degli adepti, data anche la facilità con cui assorbiva immediatamente qualunque procedura seriale e dodecafonica. Ma questo non gli bastava, perché aveva molto più da dire. La musica che sorgeva da questo giustificatissimo rigore morale era però assolutamente spietata, quasi disumana. Si proponeva di essere completamente oggettiva e di cancellare le pulsioni esistenziali e individuali. Henze non si rassegnava a un tipo di scrittura del genere, quindi in pochissimo tempo fu considerato un apostata. I critici arrivarono a dire, per prenderlo in giro, che inseriva delle «canzoni» nelle sue opere. Questo perché possedeva un acuto senso della melodia e del teatro, tanto che fece furore con uno dei primi lavori, Boulevard Solitude, composto nei primissimi anni cinquanta. Vistosi dunque in un certo senso rifiutato dagli ambienti intellettuali tedeschi decise di autoesiliarsi, e scelse di trasferirsi in Italia, che era il Paese dei suoi sogni (il che non è poi strano, molti tedeschi colti, an- 32 | veneziamusica e dintorni cor prima di Goethe, hanno sognato l’Italia). Così venne da noi e qui rimase tutta la vita. Facendo un bilancio posteriore e complessivo, devo dire che forse l’Italia è stata un po’ avara, con questo grande compositore, nel senso che avrebbe potuto «adottarlo» un po’ di più. Certo aveva una cerchia di appassionati che stimavano il suo lavoro, tra cui critici importanti, ma esisteva anche un fronte a lui ostile. In alcuni ambienti era punto di riferimento, ma non già come maître à penser, ma piuttosto, al contrario, come figura da non imitare. Alcuni dei compositori più rigorosi di quell’epoca lo consideravano una sorta di occasione perduta, date le sue indiscusse qualità e capacità. Comunque il riconoscimento di Henze nel mondo fu grandissimo: lui, soprattutto da giovane, con Boulevard Solitude – che in fondo è una trasposizione nella Monaco disperata dell’immediato dopoguerra della vicenda di Manon Lescaut – e poi con l’Elegy for Young Lovers, conquistò tutti i più importanti palcoscenici internazionali. Il libretto di quest’ultima, scritto appunto da Auden – autore tra l’altro anche del Rake’s Progress di Strawinsky – affronta in modo squisito drammi esistenziali quali l’ambizione sconfinata di uno scrittore, che arriva quasi a provocare una tragedia per poterla mettere in scena. È un vecchio tema sul quale riflettere, in cui si afferma che l’esperienza vissuta, secondo la coscienza dell’artista, precede la creazione. Si rovescia insomma il punto di vista comune: Wagner non ha scritto il Tristano e Isotta perché ha avuto una grande storia d’amore con Mathilde Wesendonck, ma invece ha avuto quella storia d’amore per poter poi comporre il Tristano. Questo paradosso viene assunto come centro motore nella poetica dell’Elegy. L’opera, che ebbe un successo enorme, contiene anche delle pagine rigorosamente dodecafoniche, ma ha una larga cantabilità. Non mi inoltro qui nella descrizione della composizione, ma ci terrei in sede conclusiva a dire qualcosa sul rapporto tra la scrittura di Hans Werner Henze e la contemporaneità, che allora voleva dire la musica seriale e dodecafonica, weberniana o postweberniana. In fondo il compositore che idealmente fu più vicino a Henze è Strawinsky. E sappiamo che il grande musicista russo, da un certo momento della sua vita in poi, cominciò a scrivere musica seriale. Questo generò Sinfonica e contemporanea molte discussioni, nonché alcune alzate di sopracciglio e accuse di poco rigore nel suo approccio alla dodecafonia. Ed è vero, Strawinsky non è mai stato un compositore seriale rigoroso, e nemmeno ha mai voluto esserlo. Da vecchio però si è reso conto dei pregi che avrebbe potuto estrarre da quel tipo di scrittura, utilizzandola dunque in modo molto personale e intermittente (d’altro canto anche Alban Berg usò la dodecafonia a fasi alterne nei suoi componimenti). Un uso libero, dunque, che non rinnega mai completamente la sensibilità armonica, intendendo con questo sintagma il modo più diretto in cui l’orecchio umano può rapportarsi con la realtà acustica. Ecco quindi, in pochissime parole, la ragione della vicinanza ideale e culturale che per tutta la vita Henze ebbe con Strawinsky, il quale, proprio in occasione della rappresentazione romana dell’Elegy for Young Lovers, lo incoraggiò e aiutò moltissimo, segnalando questo giovane compositore al suo editore (un fatto rilevante, data l’enorme influenza che aveva negli ambienti musicali). L’Elegy, d’altro canto, da allora non ha mai smesso di essere allestita in tutto il mondo. Chiudo rimarcando una sua caratteristica, certo non esclusiva soltanto dei più grandi compositori, ma in essi piuttosto frequente: Henze componeva e orchestrava con una grandissima rapidità. E questo dato fa parte della naturale scioltezza della sua mano, che sembrava nata apposta per fissare le note sul pentagramma. (questo articolo nasce da una conversazione raccolta il 13 gennaio 2014) veneziamusica e dintorni | 33 Sinfonica e contemporanea Al lavoro con l’autore dell’«elegy» Il racconto di Francesco Antonioni F rancesco Antonioni, compositore affermato a livello internazionale, è stato per un lungo periodo collaboratore di Hans Werner Henze, quando l’autore tedesco era già anziano, e può dunque offrire la sua testimonianza diretta sia sul versante artistico che umano. Quando ha incontrato Henze? L’ho conosciuto in occasione dell’esecuzione di un mio brano orchestrale all’Auditorium di Roma. Sapevo che cercava un assistente, e mi sono proposto. Così sono rimasto a stretto contatto con lui per circa tre anni, dal 2004 al 2006. L’ho aiutato in particolare a scrivere la Phaedra e un pezzo intitolato Sebastian im Traum. In quel periodo era molto ammalato, ed era sicuro di morire, salvo poi riprendersi con un colpo di teatro. Andavo spesso a casa sua, mi dava i manoscritti e io glieli riportavo rimessi a posto. Nel linguaggio letterario si direbbe che gli facevo un po’ da editor. Ma forse è più calzante l’espressione «garzone di bottega». Quali erano gli aspetti più peculiari della sua tecnica compositiva? Henze aveva un modo di scrivere che potrei definire «artigianale». Noi tutti siamo abituati ad avere sottomano un’infinità di fogli di carta, oppure più spesso ancora un computer. Quindi possiamo buttare giù qualche idea e poi cambiare a piacimento. Henze invece correggeva pochissimo, 34 | veneziamusica e dintorni sembrava che scrivesse quasi sotto dettatura. In realtà il momento della scrittura non durava tanto, ma era invece assai lunga la fase in cui pensava alle cose da scrivere. Spesso passava tutta la giornata a riflettere sulla musica che avrebbe composto, poi la mattina dopo appena alzato la metteva su carta. Mi stupì molto una cosa: lui mi consegnava alcune pagine da rivedere, poniamo dalla 1 alla 10, io me le portavo a casa, ci lavoravo, le mettevo a posto, facevo delle osservazioni e delle precisazioni. Dopo una settimana gliele riportavo. Ebbene, quando ritornavo con il lavoro fatto mi dava le pagine 11-20: aveva cioè composto senza vedere le precedenti. Mi sono sempre chiesto come facesse. Poi ho scoperto che quando cominciava a scrivere aveva già molto chiaro il disegno generale dell’opera e anche gran parte dei dettagli. E questo processo avveniva tutto nella sua mente. Un’altra sua caratteristica, datagli dal grande talento oltre che dall’esperienza, era l’istinto assoluto per la durata. Aveva sempre molto chiaro in testa quanto dovesse durare una certa tensione di un pezzo perché avesse il giusto peso nella distribuzione generale della composizione. E questo sia nel teatro che nei brani orchestrali, senza differenze. Infatti quando si ascolta la musica di Henze in ogni pezzo si riconosce sempre una grande teatralità. Ma teatralità vuol dire, in senso tecnico, una percezione perfetta del ritmo e del passo che bisogna tenere in un testo musicale. Questo passo non è sempre veloce, a volte può essere anzi molto lento. Però anche in questo caso non è mai un momento nel quale si perde la concezione generale del lavoro. Sinfonica e contemporanea Che cosa ha ricavato da quell’esperienza? Il rapporto con Henze mi ha dato moltissimo. Prima di tutto ho compreso come ogni operazione artistica sia qualcosa di molto intimo. Entrare nella sua bottega di compositore mi è servito a confrontarmi con lui, possiamo dire, da pari a pari. Non perché ambissi a essere considerato un altro Henze, ma semplicemente perché ero presente in quando il compositore è nudo, quando cioè crea e fissa su carta le note. Questa è una grande attestazione di stima ma anche un atto di enorme onestà, perché è allora che si vedono gli errori, le incertezze, le decisioni prese lungo la strada, le necessità di adattarsi alle esigenze pratiche dei committenti. Più in generale, direi che ho capito quanto Henze abbia fatto di tutta la sua vita, di ogni istante della sua giornata, un momento della vita di un artista. Ed essere artista è una cosa che soltanto un grande artista può insegnare. Quell’incontro ha influenzato in qualche modo la sua poetica? Quando si entra in contatto con una personalità magnetica come quella di Henze direi che è inevitabile. Avevo però già un mio stile consolidato, che mi ha permesso di filtrare molte delle cose che provenivano da lui. Cionondimeno quel grado di complessità che ha la musica di Henze, la sua sottigliezza e intelligenza sono elementi dei quali ho voluto farmi influenzare. Ma vorrei aggiungere una riflessione. Chiunque, come me, conosca bene le sue partiture, quando le ascolta eseguire resta positivamente sorpreso. Mi spiego meglio con un esempio: la partitura è come un progetto architettonico, da cui poi sorge un palazzo. Nel caso di Henze, quando ci si trova di fronte alla realizzazione musicale di quel progetto che è la partitura ci sono sempre molte cose che alla lettura erano sfuggite. La messa in opera di una sua composizione è sempre una sorpresa sonora. veneziamusica e dintorni | 35 Dossier «Nuova Musica alla Fenice» Creare collegamenti fra tradizione e contemporaneità I di Cristiano Chiarot* l progetto «Nuova Musica alla Fenice», partito nel 2011 e da quest’anno dedicato a Giovanni Morelli, intende favorire l’ascolto di composizioni inedite all’interno della programmazione sinfonica del Teatro veneziano. Sovrintendente e Direttore artistico spiegano finalità e dettagli dell’iniziativa. La commissione di tre nuove composizioni, iniziata con la stagione 2011-2012, si inserisce in un disegno complessivo che la Fenice sta sviluppando negli ultimi anni. Tale disegno, perseguito con molta determinazione, considera la musica nella sua dinamicità e intende creare collegamenti tra la grande tradizione del passato e la realtà contemporanea, troppo spesso considerata un «genere» a sé stante e di difficile fruizione da parte del pubblico. In questo contesto abbiamo voluto riproporre, per fare un solo esempio, la Lou Salomé di Giuseppe Sinopoli, opera magnifica e dimenticata. Le motivazioni che ci hanno spinto in questa direzione partono da lontano e investono la funzione che, a nostro parere, deve svolgere una Fondazione come la Fenice: se da una parte infatti compito irrinunciabile è proporre spettacoli di qualità dove protagonista è il repertorio della nostra migliore tradizione, dall’altra diviene necessario guardare a quanto accade oggi, e alle molte energie che – faticosamente, dati i tempi – cercano di esprimere la propria creatività attraverso la musica. In questa strategia è stato subito chiaro che prioritario sarebbe stato muoverci noi verso questi giovani autori, supportandoli e invitandoli a far parte del nostro cartellone. Da tutto ciò è nata l’idea, al di là e oltre i dettami ministeriali, del progetto Nuova musica 36 | veneziamusica e dintorni alla Fenice, all’interno del quale in ogni stagione a tre compositori è commissionata un’opera inedita, eseguita in prima assoluta dalla nostra Orchestra. Questo progetto, che continuerà con regolarità nei prossimi anni, ha una particolarità che sottolinea e chiarifica ulteriormente le intenzioni che l’hanno fatto nascere: invece di costruire occasioni ad hoc, dove la nuova musica venga ascoltata da addetti ai lavori e spettatori particolarmente appassionati, abbiamo deciso di inserire questi brani all’interno della normale stagione sinfonica. In questo modo si ribadisce la volontà di creare un dialogo tra quanto nasce ora, nel tempo presente, e i capolavori musicali del passato, in un amalgama che ha contagiato il nostro pubblico, dimostrando – se ce ne fosse bisogno – che la buona musica esiste anche oggi ed esisterà sempre. (dal booklet del CD «Nuova musica alla Fenice», di imminente pubblicazione) * Sovrintendente Fondazione Teatro La Fenice Dossier «Nuova Musica alla Fenice» Tre commissioni a tema O di Fortunato Ortombina* ffrire ogni anno a tre giovani compositori la possibilità di vedere eseguito un proprio brano inedito fa parte della filosofia complessiva che permea la programmazione generale della Fenice, e che se da un lato favorisce appunto la nascita di novità assolute, dall’altro tenta di riproporre opere già eseguite ma – come spesso accade oggigiorno – mai più riprese. Intorno a queste due bisettrici ruota l’atteggiamento che vogliamo rivolgere alla musica contemporanea, e in questo senso ci è sembrato assolutamente naturale inserire le composizioni all’interno della nostra stagione sinfonica. Questo ha portato anche ad un altro elemento importante: trattandosi di stagioni a tema, è stato richiesto a ogni singolo autore di mettersi in relazione con un argomento specifico. Così il primo anno Filippo Perocco, Paolo Marzocchi e Giovanni Mancuso si sono confrontati con quella che era la spina dorsale del cartellone, vale a dire le sei Suite per orchestra di Bach e le nove sinfonie di Beethoven; mentre nell’annata successiva Edoardo Micheli, Federico Costanza e Stefano Alessandretti hanno tratto ispirazione dall’impalpabile relazione fra Čajkovskij e Mozart. [Nel 2014, poi, abbiamo consegnato come tema-guida a Luigi Sammarchi, Vittorio Montalti e Mauro Lanza la Scuola di Vienna]. Questo tipo di indirizzo, lungi dal voler esercitare un condizionamento, ha fatto sì che nascessero pezzi assolutamente originali a partire da quelle atmosfere. E a giudicare dai risultati estetici finora ascoltati, devo dire che è stata un’esperienza estremamente positiva, sia per il livello dei lavori che per la risposta del pubblico, che si è rivelato curioso e attento a queste nuove proposte, sfatando il mito dell’incomprensibilità del mondo musicale contemporaneo. Da tutto ciò si trae un segnale molto incoraggiante, che conferma a posteriori la convinzione da cui siamo partiti, cioè che esistono oggi, come sempre sono esistiti nella storia della musica, autori di grande bravura e serietà. Quanto alla scelta, abbiamo optato per musicisti che – pur con un curriculum professionale di tutto rispetto – non avevano ancora raggiunto la ribalta del sistema produttivo odierno. Ci siamo dunque dati alla ricerca, che se caratterizza l’atto creativo non può però essere meno determinante nei criteri di selezione di un’istituzione come la Fenice, considerando anche l’elevata propensione alla sperimentazione che da sempre contraddistingue il Teatro e la città in cui esso vive. (dal booklet del CD «Nuova musica alla Fenice», di imminente pubblicazione) * Direttore artistico Teatro La Fenice veneziamusica e dintorni | 37 Dossier «Nuova Musica alla Fenice» La ricerca sulla memoria di Luigi Sammarchi L uigi Sammarchi, nato a Bologna nel 1962, il 12 gennaio ha presentato, nell’ambito del progetto «Nuova Musica alla Fenice», il suo brano inedito, E sì com’io bevesse al fondo Lethe. Ne parliamo con l’autore. Qual è l’origine di questo brano? Il titolo è la citazione di un endecasillabo di Pico della Mirandola. È già da un po’ di tempo che lavoro sulla memoria, sulle implicazioni, mentali e filosofiche, che si stabiliscono tra essa e l’oblio (il Lete è appunto il fiume dell’oblio). Ho cercato di applicare queste speculazioni filosofiche a delle strutture musicali. E dato che Giovanni Morelli scrisse un saggio straordinario proprio su memoria e oblio mi è sembrato calzante, quasi naturale, dedicargli questo pezzo. Di solito, nel mio modo di procedere creativo, cerco di estrapolare la forma compositiva dalla citazione poetica. Mi può dire qualcosa in più sulla struttura del pezzo? Sostanzialmente è una forma ABA, cioè una struttura ad arco dove l’inizio è speculare alla fine. C’è una parte centrale dove vi sono delle figurazioni melodiche che via via prendono corpo. Ma nel momento stesso in cui prendono corpo si dissolvono. 38 | veneziamusica e dintorni Lei ha avuto modo di incontrare, nel corso della sua formazione, importanti figure di docenti. Da chi ha tratto maggiori stimoli per la sua carriera di compositore? Tra i miei insegnanti, Adriano Guarnieri è stato molto importante per gli imput che mi ha dato nel creare un mio autonomo percorso. Mi ha aiutato a mettere a fuoco la mia poetica, lasciandomi totalmente libero: lui è un docente che non vuole mai lasciare la sua impronta, almeno da un punto di vista compositivo. Ma è stato fondamentale nel darmi gli strumenti per iniziare. Per quanto riguarda poi Alvise Vidolin, forse il suo apporto è stato ancora maggiore. Oltre a essere un didatta straordinario, è tra gli esecutori più importanti nell’ambito della musica contemporanea. Una qualità di lavoro come la sua l’ho raramente incontrata nella mia vita. Ho infinita stima di lui sia dal punto di vista didattico che interpretativo. Per me è stata una figura essenziale, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica, che a mio parere è uno strumento fondamentale per agire sul suono. Una domanda d’obbligo, anche se forse un po’ banale: qual è il suo rapporto con la tradizione musicale occidentale? Me l’hanno già chiesto in precedenza, e non la trovo per nulla una questione banale, anzi la domanda mi sembra molto azzeccata. A partire dai miei studi, che si sono orientati maggiormente verso la musica antica che verso quella moderna, penso che non possa in nessun modo essere reciso il le- Dossier «Nuova Musica alla Fenice» game che ci unisce a chi è venuto prima di noi. Gli stessi Brahms, Mozart, Beethoven stabilivano un fortissimo rapporto con i loro predecessori. Non vedo per quale motivo non dovremmo farlo noi. Anche perché, non vorrei dire una cosa esagerata, ma sinceramente credo che la musica contemporanea debba uscire dall’equivoco del voler o dover fare sempre qualcosa di nuovo, perché il nuovo per il nuovo diventa immediatamente accademia. Alla fin fine è più giusto riflettere intorno ai grandi archetipi della musica. Io per esempio tuttora studio molto Beethoven, che secondo me era un musicista straordinario. Come vive oggi un compositore? Quali sono le difficoltà che incontra nel suo lavoro? In Italia è veramente dura, perché c’è un problema di fondo, direi istituzionale. Il nostro settore è in difficoltà, e non c’è alcun serio investimento da parte dello Stato, né in termini eco- nomici né in termini culturali. La musica avrebbe bisogno di essere molto più supportata. E se questo è vero in generale, ovviamente la produzione contemporanea ne viene ulteriormente penalizzata. Per questo trovo molto importante che la Fenice continui invece a promuovere gli autori di oggi. Perché la musica non è morta, è anzi assolutamente viva. Deve solo trovare spazi. Ci vorrebbe più attenzione, soprattutto da parte delle istituzioni politiche, nei confronti di quello che è un patrimonio fondamentale per il Paese. Anche all’estero ultimamente ci sono dei problemi, dovuti alla depressione, però per esempio in Paesi come la Germania c’è una grande fruizione di musica, per cui il settore sente meno la crisi, perché di gente che va a teatro ce n’è veramente tanta. Io non sono un esterofilo a priori, nemmeno la Germania la vedo come un paradiso terrestre, ma ho degli amici che lavorano là e quello che percepiscono è una grande attenzione e una grande partecipazione agli eventi musicali. Qui da noi tutto questo manca. veneziamusica e dintorni | 39 Dossier «Nuova Musica alla Fenice» Lo «zapping» musicale di Vittorio Montalti P di Alberto Massarotto* er chi si riconosce nelle meticolose narrazioni che Georges Perec adotta nel descrivere il mondo che lo circonda, riscontrerà nella musica di Vittorio Montalti un’attrazione esclusiva. Della raffinata predisposizione all’osservazione, il giovane compositore romano trattiene l’emozione suscitata cercando di traslarla in musica. Non rimane assolutamente niente di descrittivo o di puramente didascalico nei suoi lavori se non l’intento di riportare in vita le suggestioni che sono scaturite dalle immagini stesse. Su questo tipo di attitudine si impernia Unnamed Machineries, commissionato in occasione del progetto «Nuova musica alla Fenice» e collocato all’interno del programma del concerto sinfonico del Teatro previsto per il 7 e 8 febbraio. Unnamed Machineries presenta un’unica struttura che si propone come contenitore di sette figure musicali che il compositore fa convivere al suo interno attraverso l’elaborazione di particolari formule compositive predisposte ad hoc. Da una possibile individuazione intuitiva del materiale, niente viene lasciato al caso durante il processo elaborativo nel quale viene sperimentata l’effettiva reazione della sostanza alle regole introdotte. Un quadro dalla struttura unitaria resa acusticamente dall’innesto di diverse entità musicali collegate tra loro attraverso l’implicazione di un numero minimo di elementi comuni. Ne risulta una specie di zapping musicale in cui dalla presentazione della prima sezione, subito l’orecchio dell’ascoltatore viene proiettato alla seconda la quale, senza riuscire a completarsi durante la sua esecuzione, lascia immediatamente il posto ad un’altra parte della 40 | veneziamusica e dintorni prima unità attraverso un procedimento di accumulazione di entità scomposte e rimontate nella linearità consequenziale del lavoro orchestrale. A un simile procedimento viene inoltre applicata una suddivisione a blocchi cronometrici differenti, discernibili da una tacita applicazione della serie di Fibonacci. L’originale idea di ripetizione che sta alla base di Unnamed Machineries ricerca il suo fondamento nell’uso del loop parallelamente a una particolare ricerca del suono ottenuta da insolite preparazioni strumentali attraverso le quali lo strumento musicale si impreziosisce di corpi esterni al fine di provocare la distorsione del suono sul nascere dell’emissione, prendendo in considerazione una rinnovata gamma di fenomeni acustici che, spingendosi fino al rumore, ne allargano le possibilità timbriche. Procedimento che in altri lavori di Vittorio Montalti lascia il posto alla componente elettronica, approfondita tout court presso l’istituto Ircam di Parigi. L’esplorazione delle diverse dimensioni sonore ha consentito al compositore di acquisire nel tempo la possibilità di ribaltarne le prospettive dialettiche dovute alle vicendevoli incursioni della sfera elettronica su quella acustica. Un’attenzione particolare alla componente ritmica risulta quindi fondamentale e si risolve in un’accurata quanto spasmodica distribuzione di una serie di cambi di tempo su minimi segmenti di musica parallelamente a un’accurata articolazione delle figure ritmiche. Ne deriva un ossessivo gioco di rimandi simultanei distribuiti su piani differen* Pianista e musicologo Dossier «Nuova Musica alla Fenice» ziati che, investendo sia la nervatura motivica che quella ritmica, consentono al materiale implicato una sorta di evoluzione dovuta a un processo di alimentazione interna dello stesso come risultato dell’andamento esecutivo. Pur riscontrando un certo grado di riconoscibilità nell’ossessività dei tagli, Unnamed Machineries introduce a piccole dosi nuovi elementi genici alle singole sezioni capaci di modificarne l’assetto originario. Ne risulta un ascolto in cui l’identificabilità degli elementi viene ramificata in un tessuto in continuo rinnovamento. Analogamente alle suggestioni letterarie, le tecniche compositive adottate in Unnamed Machineries ricorrono nella poetica di Vittorio Montaldi sia sul piano strumentale che su quello teatrale. Ne è un esempio l’opera L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento rappresentata a Venezia in occasione del Festival della Biennale Musica 2013. Qui la fusione tra il piano acustico e quello elettronico si inserisce in contrappunto alle voci dei protagonisti all’interno di un’abbagliante discorsività. Il nome di Vittorio Montalti è ormai legato al Festival musicale del quale, oltre ad avervi partecipato attivamente più volte, ha ricevuto il Leone d’argento nel 2010. Tutte le composizioni di Vittorio Montalti sono edite da Edizioni Suvini Zerboni mentre la sua produzione artistica è consultabile sul sito web: http:// www.vittoriomontalti.com/vittoriomontalti.com veneziamusica e dintorni | 41 Dossier «Nuova Musica alla Fenice» L’«Anatra digeritrice» di Mauro Lanza I n un suo recente saggio, Jessica Riskin ripercorre le tappe delle «ambigue origini della vita artificiale» riconducendo la totalità delle sue argomentazioni alla mitica figura dell’anatra digeritrice. L’interesse suscitato dall’automa meccanico, progettato da Jacques de Vaucanson nella prima metà del Settecento, risiedeva nelle sue presunte capacità di adempiere alle funzioni fisiologiche dell’animale, oltre al fatto di comportarsi allo stesso modo. Ben presto l’automa raggiunse notorietà universale, elevato a emblema leggendario persino da Voltaire. Come attesta il saggio citato, da allora il fascino suscitato dall’anatra non ha registrato alcuna variazione. Lo testimonia il titolo della composizione che Mauro Lanza presenterà il 6 e il 7 giugno in occasione del progetto «Nuova musica alla Fenice». L’idea principale che investe Anatra digeritrice si edifica sulle possibilità fisiologiche che gli strumenti musicali, in quanto corpi meccanici, possono essere in grado di compiere in rapporto a quelle dell’automa. Le qualità organiche del suono che uno strumento musicale è in grado di rilasciare permettono un procedimento di rigenerazione del materiale musicale operato da un rinnovato punto d’osservazione rappresentato dal tema mitologico. Tale espediente ha consentito al giovane compositore veneziano di ottenere una sostanziosa gamma di sonorità da sfruttare attraverso l’orchestra per indagare l’imperscrutabile universo sonoro che ancora oggi tale strumento è capace di rappresentare. Il sistema di filtraggio timbrico applicato alla fonte sonora affonda le sue radici nell’esperienza compositiva della seconda Scuola di Vienna alla quale Mauro Lanza vuole rendere omaggio. 42 | veneziamusica e dintorni Oltre che al trattamento timbrico, in Anatra digeritrice il riferimento si espande allo spirito aforistico proprio della musica di quel periodo che investe le varie parti della composizione orchestrale. Il lavoro si compone infatti di una serie di entità formali che si rapportano direttamente alla natura degli ingranaggi indispensabili alle funzioni motorie dell’automa. Pur nella loro brevità, ciascuna delle componenti musicali interne di Anatra digeritrice presenta caratteristiche proprie. Per ciascuna delle sue parti è stato applicato il lavoro di declinazione dei timbri al fine di farle riverberare in maniera sempre diversificata scomponendone la simultaneità sonora al fine di mostrare singolarmente gli elementi che contribuiscono alla conformazione della sua immagine. L’esecuzione musicale di Anatra digeritrice si trasforma in questo modo in un’appassionante elencazione in musica dei meravigliosi elementi costitutivi dell’opera secondo un gusto d’elencazione proprio del catalogo considerato nell’accezione medievale del termine. Poiché qualsiasi cosa è sottoponibile a una possibile classificazione di oggetti di natura eterogenea, i singoli congegni meccanici dell’automa sono stati sottoposti a catalogazione tanto quanto il robot stesso ha fatto parte integrante di lunghe liste di affascinanti oggetti consimili. Partendo da questo aspetto tratto dalla propria curiosità, Mauro Lanza ne estende il raggio d’azione all’ambito musicale traendone il principio propulsore grazie al quale gli è stato possibile concepire molti suoi lavori che, pur mostrando caratteristiche anche molto diverse, conservano simili «congetture meccaniche». Dossier «Nuova Musica alla Fenice» In questo senso il lavoro orchestrale si avvicina alla ricerca scientifica del noto musicologo Giovanni Morelli, a cui il progetto è dedicato, in quanto autore di smisurati e intriganti cataloghi bibliografico-comparativi applicati a opere musicali tra loro apparentemente lontane. L’aspetto meccanico dei singoli congegni musicali è reso attraverso una meticolosità ritmica che, pur nella sua immediatezza, concorre a rinforzare gli elementi caratteristici di ognuno. Ne deriva una sistematicità che si rinforza dell’esperienza maturata presso l’Ircam di Parigi sia come compositore in ricerca prima, che, successivamente, in qualità di insegnante nel campo della sintesi per modelli fisici e della composizione assistita. Un passaggio fondamentale per il consolidamento della propria cifra stilistica, impreziosita da un’importante serie di residenze artistiche realizzate presso autorevoli centri di ricerca, consolidata attraverso l’alternanza di una serie di composizioni elettroniche e strumentali che si sono susseguite fino alla loro compresenza all’interno di un’unica soluzione. Tutte le composizioni di Andrea Lanza sono edite da Casa Ricordi mentre la sua produzione artistica è consultabile sul sito web https://soundcloud.com/ maurolanza (a.m.) veneziamusica e dintorni | 43 Dintorni – Inediti «Le fate» di Wagner Un saggio inedito sul primo lavoro teatrale C di Chiara Facis* onsiderati gli anniversari appena trascorsi, la contrapposizione Verdi-Wagner sembra rivelare sul suolo italico una propensione ben precisa. Se pensiamo infatti che il genio di Busseto ha pure visto di recente il suo culto ravvivato dalla fresca ricorrenza dell’unità nazionale, in questa sede il principe di Bayreuth sembra proprio destinato alla sconfitta. Ma prima di dichiarare che in Italia il repertorio wagneriano – richiedente una ben determinata qualità di studio, impegno, disposizione culturale – debba soccombere davanti alle più immediatamente accattivanti arie e pagine corali verdiane (beninteso che Verdi non è solo quello della trilogia popolare) si provi a considerare come alcune pregevoli letture – la Tetralogia presentata da Muti alla Scala o le più recenti interpretazioni di Daniele Gatti, per esempio – o come alcuni felici esperimenti possano suscitare un inatteso, entusiastico consenso da parte del pubblico italiano per un compositore in buona parte ancora da scoprire. È questo il caso, per l’appunto, della prima esecuzione in Italia di un’opera wagneriana di raro ascolto, Die Feen (Le fate), al Teatro Lirico di Cagliari nel 1998 che, grazie alla direzione di Gabor Ötvös e al sontuoso allestimento di Beni Montresor, ha riscosso indiscutibile successo non solo di critica, ma anche e soprattutto di pubblico. Perché, si dirà, si tratta dell’argomento leggiadro e ameno di una fiaba, perché questo è ancora il Wagner degli esordi, non quello maturo con tutte le sue manie ancestrali, il superomismo nietzschiano e le implicazioni mistiche troppo complesse per la solarità dell’anima latina. Ma è proprio prendendo in esame quella che è la prima opera teatrale completa dell’autore 44 | veneziamusica e dintorni tedesco – Die Feen, appunto – che si possono individuare nelle fondamentali componenti dello stile musicale wagneriano dettagli forse mai abbastanza rilevati, come l’influsso dell’opera italiana e la stima – peraltro costante a dispetto di qualsiasi forma di rivalità – per il genio di Mendelssohn; stima che non si sarebbe solo limitata alla parabola iniziale nella produzione del musicista di Bayreuth. C’è da osservare a proposito che Mendelssohn era stato a tutti gli effetti un fanciullo prodigio; Wagner no. Ma non solo. Mendelssohn, oltre a ciò, rappresentava per il mondo musicale del suo tempo quella facoltà suprema – di innata impronta mozartiana, si direbbe – di superare ogni dilemma compositivo, soprattutto nella facoltà di contemperare la vis drammatica dei contenuti dello Sturm und Drang entro strutture classiche di apollinea chiarità, con la semplice spontaneità che solo dei massimi geni poteva essere. Un esempio di stile, quindi, che all’epoca aveva sconfitto il signore della scena lirica mitteleuropea che era Weber. Nei primi anni trenta dell’Ottocento,dunque, il giovane Wagner si accostava a poco a poco alla sua maturità stilistica, sempre seguito quale genioin fieri dalla vigile presenza delle due sorelle maggiori che avrebbero rappresentato importanti riferimenti per la sua carriera artistica: Luise era infatti moglie del prestigioso editore Friedrich Arnold Brockhaus; Rosalie era attrice teatrale. Ed era soprattutto quest’ultima ad avere il ruolo del mentore ideale per il futuro grande musicista. Era stata infatti Rosalie, quale interprete nel ruolo di Margherita, ad approvare per * Musicologa Dintorni – Inediti prima le Sieben Kompositionen zu Goethes Faust opus 5 scritte dal fratello nel 1830, tanto per fare un esempio. Proprio in quel periodo, Richard stava iniziando a cimentarsi nell’opera lirica. Dopo un primo tentativo rimasto alla sola fase librettistica, il Leutbald, il giovane musicista pensò ad un’opera di carattere pastorale di cui nulla è rimasto. Sempre Rosalie, in seguito, aveva giudicato con severità il successivo esperimento del fratello nel genere lirico, Die Hochzeit (Le nozze), tratto da un testo di Johann Gustav Büsching, da lei rifiutato per il gusto dell’orrido che lo improntava. Così, dopo aver distrutto quel lavoro biasimato di cui è rimasta solo la partitura della prima scena (eseguita peraltro postuma, appena cent’anni dopo, a Rostock), Wagner si apprestò dunque nel 1833 alla composizione di quella che è rimasta a tutti gli effetti la sua prima opera lirica completa, Die Feen. A questo proposito, c’è da ribadire che, nonostante il teatro lirico dell’epoca vedesse la supremazia di Weber, come si è già detto, e di Heinrich Marschner, la cui ampia fortuna d’operista era stata determinata soprattutto dal suo lavoro teatrale del 1828, Der Vampyr – diretto nelle parti corali proprio da Wagner a Würzburg nello stesso periodo –, il giovane autore delle Fate, pur mantenendo la sua attenzione nei confronti dei modelli vigenti, non perdesse di vista soprattutto Mendelssohn, e tale ipotesi è suffragata da vari aspetti che non sembrano affatto dovuti al caso. Wagner, infatti, completò partitura e libretto delle Feen nel dicembre 1833, come si diceva, cioè nello stesso anno in cui Mendelssohn, alcuni mesi prima, aveva composto ed eseguito la sua ouverture Die schöne Melusine. Non basta. Wagner avrebbe tenuto a mente quel pezzo sinfonico al punto da utilizzarne il tema ascendente dell’incipit – il tema di Melusine – , proprio all’apertura del suo Rheingold, come Leitmotiv del Reno. Non solo. Lo spunto essenziale dell’ouverture che interessa Wagner per il suo nuovo libretto d’opera è proprio la medesima leggenda medievale d’origine francese, cioè la vicenda della naiade Melusina che diviene sposa di un mortale, ma non esita a scomparire con i figli e ogni beneficio compiuto non appena il marito trasgredisce al giuramento di non indagare mai sulla vera natura della consorte. Per non seguire pedissequamente il modello mendelssohniano, Wa- gner derivò la traccia per il suo libretto dal lavoro teatrale d’uno tra i più noti e raffinati favolisti italiani, le cui fiabe avrebbero interessato i musicisti di ogni tempo – si pensi all’Amore delle tre melarance musicato da Prokofiev o alla Turandotscelta da Busoni e Puccini –. Ci si riferisce in questo caso al veneziano Carlo Gozzi, la cui elaborata fiaba teatrale intitolata La donna serpente (1762) era imperniata proprio sulla leggenda di Melusina. Wagner dunque trasferì l’azione scenica dall’Oriente favoloso del Gozzi ad un paesaggio da leggenda bardica, dipanando la vicenda fiabesca in una «grande opera romantica» da tre atti, quasi una féerie, secondo la voga dell’epoca, per l’argomento fantastico e per i numerosi cambiamenti di scena nonché il complesso allestimento richiesti. L’antefatto dell’opera, riferito nel corso del primo atto, narra di un giovane principe, Arindal (tenore), il quale, accanitosi in una caccia spietata a una cerva di rara bellezza, decide di seguire la preda nel profondo delle acque di un fiume. Quivi trova un regno incantato dove incontra la fata Ada (soprano) della quale si innamora perdutamente. Ada impone ad Arindal di non chiederle mai nulla circa la sua identità; solo così potranno vivere felici. I due si sposano; dalla loro unione nascono due figli. Mentre le altre fate trepidano per l’immortalità di Ada, la coppia trascorre otto anni sereni. Ma un giorno Arindal viene meno alla promessa fatta alla sposa, trovandosi all’istante solo e reietto in una landa deserta a cercare invano la moglie e i figli scomparsi. Nell’angoscia lo trovano i tre fedelissimi Gunther (tenore), Morald (baritono) e Gernot (basso), i quali lo esortano a seguirli dimenticando la donna che lo ha sedotto, dipinta da Gernot come una perfida strega di nome Dilnovaz. Gravi oneri attendono infatti Arindal: suo padre, Re di Tramond, è morto, il suo regno è sotto assedio e sua sorella Lora, rimasta sola nel castello a sostenere l’avanzata dei nemici, attende da lui aiuto e rinforzi. Arindal, dunque, segue i tre amici, ma gli appare Ada che gli rammenta di essere pronta a lasciare per lui il privilegio della propria immortalità; Arindal, però, qualsiasi cosa accada e lo provi, non dovrà mai maledirla, pena una spietata punizione. Da quell’istante la ragione di Arindal viene messa a dura prova da una serie di allucinanti episodi, nesveneziamusica e dintorni | 45 Dintorni – Inediti suno dei quali corrisponde a realtà. Nel frattempo, il principe divenuto re giunge a Tramond in aiuto della sorella, ma l’angoscia non gli permette di assumere il comando delle truppe. Il fidato Morald lo fa per lui. Arindal crede di vedere in una scena allucinante Ada mentre getta i loro bambini in una voragine infuocata, ma in realtà ciò non è mai avvenuto. Mentre le truppe battono in ritirata, Harald, comandante del contingente alleato, ritorna dichiarando che la disfatta è dovuta ad un esercito guidato da una regina guerriera, Ada. Ma si tratta di falsità: Ada ha infatti sconfitto Harald perché questi era a capo di un drappello di traditori e ciò consente un clamoroso trionfo all’esercito di Tramond. Il regno, dunque, è salvo, ma Arindal, ormai fuori di sé, ha maledetto Ada ed è condannato alla pazzia, mentre la sua sposa rimane pietrificata. Nel frattempo, Lora e Morald assumono la reggenza di Tramond, sperando e pregando assieme al popolo affinché Ada e Arindal siano liberati dal sortilegio. Il giovane re, dopo aver a lungo vaneggiato nella sua follia quale novello Orlando pazzo per amore, cade addormentato; ode in sogno Ada che lo chiama e continua a vegliare su di lui pur prigioniera del maleficio. Quindi Arindal ode la voce del mago Groma che, invisibile ai suoi occhi, lo sollecita ad affrontare una serie di prove che egli dovrà superare con l’ausilio di uno scudo, una spada e una lira fornitegli dal mago stesso. Appaiono due fate amiche di Ada, Zemina (soprano) e Farzana (contralto), che accompagnano Arindal nelle prove. Levando lo scudo, il giovane, confortato dalla voce di Groma, dissipa dunque gli spiriti delle potenze ctonie che gli si parano di fronte sul cammino verso il mondo sotterraneo; lo stesso avviene dei guardiani di bronzo vigilanti un luogo segreto appena Arindal brandisce la magica spada. Infine, proprio in quella grotta nascosta, ecco Ada pietrificata. È allora che Groma consiglia ad Arindal di suonare la lira: grazie all’arcano potere di quella melodia e al messaggio d’amore dello sposo, Ada è sciolta dall’incantesimo. Affidato quindi il regno di Tramond a Lora e a Morald, Arindal per il suo coraggio riceve dal Re delle fate il dono dell’immortalità e regna per sempre con Ada nel mondo incantato. Da quanto si può evincere dal libretto e dalla partitura della prima opera teatrale wagneriana 46 | veneziamusica e dintorni completa, Die Feen denotano già alcune tematiche ricorrenti anche nelle opere della maturità, come, ad esempio, il divieto di porre domande circa l’identità e l’origine della persona amata, oppure come la pietà per una creatura ferita. Vi compaiono inoltre concetti di fondamentale importanza, come i temi della liberazione e della redenzione che tanta parte avranno nella Tetralogia. Inoltre, le immagini di regine guerriere presenti nel’opera – Ada a capo di un esercito alleato; Lora impegnata nella resistenza all’assedio – sono un chiaro riferimento ai grandi miti delle tradizioni celtica e scandinava – si pensi alle epopee delle regine Maev e Boadicea o al mito della fata Morgana nelle leggende britanniche – e preconizzano inoltre la figura di Brunilde. Sempre comune agli stessi filoni letterari è anche il mito della creatura soprannaturale che rinuncia alla propria immortalità – o la perde a causa di una punizione – per unirsi ad un amato mortale, come accade ancora nella Walkiria. Quest’opera prima di un autore ventenne non manca quindi di colti riferimenti. Per quanto concerne la partitura orchestrale e la mise en scéne, Die Feen riservano altre gradevoli sorprese. La parte orchestrale denota il tratto di un sinfonista già approvato nelle sue precedenti esperienze . Ne è un primo saggio l’ouverture in mi maggiore che non si configura come una semplice esposizione rapsodica dei principali Leitmotive, bensì come pezzo sinfonico chiaramente strutturato in base allo studio dei canoni beethoveniani e weberiani. All’alzarsi del sipario, anche la prima scena dell’opera, diretta in medias res – il giardino delle fate –, denota la padronanza del fattore scenico con il piglio del compositore cresciuto negli ambienti teatrali sin dalla fanciullezza; essa comporta infatti l’esecuzione di una pagina corale e, nel contempo, di un’azione coreografica. Impossibile a proposito non rammentare ancora l’influsso di Mendelssohn e del suo Sommernachtstraum, sia sotto il profilo scenico che musicale. La stessa sicurezza nella trattazione delle voci e della complessiva materia sonora si ritrova nei concertati e nei cori alla conclusione di ciascun atto, tutti condotti con notevole esperienza nell’orchestrazione e adeguato senso della componente spettacolare. Per quanto riguarda gli interpreti e le rispettive voci, molto esige Wagner dal tenore protagonista; Dintorni – Inediti il personaggio di Arindal, nonostante la sua prima aria nel primo atto sia notevolmente debitrice nei confronti dell’opera italiana – Wagner era infatti un sincero ammiratore di Bellini ed esortava gli interpreti tedeschi ad esercitarsi in «un bel legato all’italiana» –, denota già le caratteristiche essenziali dell’Heldentenor, con una tessitura insistita nel registro acuto ma non priva di pienezza e pastosità sulle note centrali e gravi. Ma è soprattutto nel suggestivo Lied sulle note dell’arpa, quasi un Leich da Minnesaenger nel terzo atto, alla scena dell’incantesimo, che la melodia tedesca per voce di Arindal riceve la sua regalità e la Saengerkrieg alla Wartburg trova già qui la sua ideale anteprima. Tuttavia, la vera dominatrice dell’intera opera è Ada, il personaggio in cui l’autore si esprime al massimo delle sue qualità. Immagine di una femminilità simbolica dalle mille sfaccettature sulla scena e nella parte musicale, Ada è a tutti gli effetti il personaggio più eloquente di questo felice saggio di precoce maturità wagneriana. Venus ed Elisabeth, femme fatale e amante pura, guerriera e trepida madre al contempo, la fata incarna l’archetipo di un dualismo lunare Diana-Ecate. Vocalmente, Ada è un soprano drammatico di acuto potente e notevole spessore emotivo, ma duttile nei repentini cambiamenti di registro e nelle innumerevoli sfumature dinamiche. Caratteristiche non facili da coniugare in un ruolo che è un vero banco di prova per le migliori interpreti wagneriane. Quasi un’elegia di grazia melanconica è l’aria – ancora improntata allo stile italiano – che Wagner minia per lei alla sua entrata in scena a metà del primo atto – «Wie muss ich doch beklagen» –, ma è nel cuore del secondo atto, nel lungo monologo drammatico «Weh’ mir, so nah’ die fuerchterliche Stunde», che la protagonista si rivela nella sua inconfondibile identità musicale e scenica, perorando il suo sentimento in un’infinita gamma dinamica, continue modulazioni e imperiosi crescendi, in un dissidio interiore che è già quello della Walkiria, fino al tema trionfale con cui Ada conferma la sua certezza nell’amore di Arindal. Un’aria importante per un personaggio d’alto rilievo degno di un’elettiva interprete wagneriana. Alla coppia ideale Ada-Arindal, Wagner pone a confronto una coppia di carattere realistico, Lora- Morald e, con minor successo, una coppia di carattere comico, Drolla-Gernot, quale nota di colore, ma è nei ruoli drammatici che il giovane autore riesce a dare il meglio di sé, delineando ad esempio una personalità coraggiosa e positiva come quella di Lora, ben rilevata dalle sue vibranti pagine del secondo atto come «O musst du Hoffnung schwinden» in cui la principessa guerriera si rivela nella sua dolente e sincera umanità, in un’aria in cui è ancora evidentissima la lezione belliniana. Nel suo complesso, la partitura procede trattata dall’autore con mano sicura fino a sfociare nella grande scena delle apparizioni del terzo atto, in cui l’eterea grafia delle pagine corali femminili e l’orchestrazione sfolgorante sono già quelle di Tannhäuser e di Lohengrin. Fermo restando il fatto, ovviamente, che nelle Feen non si possono certo reperire il superamento della forma chiusa e un discorso musicale continuo nonché la forma di rappresentazione totale (Wort-Ton-Drama), propri del Wagner maturo, si può in ogni modo affermare che essa rappresenta a tutti gli effetti l’interessante documento di un’evoluzione artistica nel suo pieno divenire. Ad onta di tutto ciò, Die Feen, Wagner vivente, non ebbero l’onore di una prima rappresentazione. I continui rinvii al teatro di Lipsia e i malintesi con il regista Franz Hauser rammaricarono a tal punto il giovane musicista da indurlo ad abbandonare il progetto dopo una revisione della partitura nel 1834 – in cui aveva riscritto il grande monologo di Ada nel secondo atto – e a dedicarsi alla composizione di una nuova opera lirica ispirata alla commedia Misura per misura di Shakespeare, intitolata in un primo tempo La novizia di Palermo – in ossequio allo stimato Bellini –, e poi come Das Liebesverbot –(Il divieto d’amare) – , che si rivelò peraltro di qualità inferiore rispetto al lavoro precedente. In seguito, Wagner volle donare la partitura autografa delle Fate in segno di riconoscenza al suo generoso mecenate Ludwig II di Baviera . Quel piccolo gioiello dimenticato dal suo autore avrebbe trovato esecuzione postuma all’Hof-und Nationaltheater di Monaco nel 1888, con la direzione di Franz Fischer. Tornando al rapporto fra gli italiani e la musica di Wagner, si nota che, tra le difficoltà attribuite ai cantanti nostrani nell’approccio al repertorio lirico veneziamusica e dintorni | 47 Dintorni – Inediti wagneriano, esiste ancora l’ipotesi che gli stranieri studino di più. Ma la storia dell’interpretazione wagneriana non difetta certo di egregi nomi italiani, basti pensare a Giuseppe Borgatti, primo interprete italiano del Siegfried nel 1899, voce chiarissima e fraseggio nitido da tipico Heldentenor; al mai abbastanza ricordato Mario Del Monaco, pregevole Siegmund e Lohengrin; a Renata Tebaldi, definita da Karl Boehm «grande Elisabeth» nonché Isolde. Se si guarda poi anche ai grandi interpreti stranieri, il nome leggendario a proposito delle Fate è quello di Birgit Nilsson, indimenticabile protagonista dall’acuto esemplare pur nel timbro inconfondibilmente brunito; un cenno a sé merita inoltre il tenore finlandese Raimo Sirkia, esperto nel repertorio lirico tedesco, che alla prima italiana delle Fate a 48 | veneziamusica e dintorni Cagliari nel 1998 ha presentato un superbo Arindal di vocalità nobile, quasi baritonale sulle note centrali, duttilissima in ogni sottigliezza dinamica. La sorte sembra essersi accanita sulla partitura originale di quest’opera fiabesca, irrimediabilmente perduta negli ultimi, rovinosi giorni del secondo conflitto mondiale. Rimane il fatto che, nel corso di tutta la sua produzione musicale e saggistica, dalla stima tributata a Bellini nelle sue prime esperienze teatrali – come Die Feen –, al Rienzi, al Parsifal concepito sulla visione del Duomo di Siena, Wagner, spirato proprio a Venezia scelta quale ultimo e ideale ubi consistam, ha reso chiara testimonianza del suo amore sincero per l’arte, la letteratura, la musica di questa nazione chiamata Italia . Proviamo a farlo anche noi. Dintorni – Teatro «L’ispettore generale» secondo Damiano Michieletto I a cura di Leonardo Mello l 21 gennaio, al Verdi di Padova, ha debuttato L’ispettore generale di Gogol’, firmato da Damiano Michieletto per il Teatro Stabile del Veneto. Il regista illustra i motivi della sua scelta e la lettura data alla pièce. Perché ha scelto questo testo? Durante i colloqui avuti con lo Stabile del Veneto mi era stato richiesto di allestire una commedia. Conoscevo bene L’ispettore generale, e l’ho subito proposto, prima di tutto perché, pur essendo un classico, non è abusato e viene raramente messo in scena, come del resto il suo autore. Esisteva solo una versione del Teatro di Genova, e un’altra diretta da Franco Branciaroli. Ma al di là di questo, la vera motivazione è che ero fortemente attratto dal tipo di comicità e di satira presenti nel testo, strettamente legate ai temi della corruzione e dell’ipocrisia. I personaggi mi affascinavano e mi comunicavano un’estrema vitalità. Quindi si preannunciava interessante ingaggiare una sfida con un testo mordace e corposo come questo, suddiviso in ben cinque atti, che a livello di portata drammaturgica equivale ad affrontare una commedia di Shakespeare. Per tutto ciò pensai che avrebbe avuto tutti gli ingredienti per diventare uno spettacolo efficace. Cosa la colpisce di più di questi personaggi, anche un po’ grotteschi nella loro meschinità? La possibilità, per me, di giocare sul limite: da una parte il realismo nell’impostazione dello spet- tacolo e dall’altra queste figure che invece arrivano a essere quasi caricaturali. Già in Gogol’ sono molto bold, per usare una parola inglese, molto «caricati». E poi trovo il meccanismo drammaturgico veramente geniale: la notizia che presto arriverà un fantomatico ispettore generale, cui segue uno scambio di persona – vero e proprio topos della letteratura teatrale: qualcuno che è scambiato per qualcun altro – e poi il finale a sorpresa quando l’autentico ispettore annuncia la sua venuta. Sin dalla prima lettura ho trovato straordinario il modo in cui Gogol’ sviluppa l’intreccio. Nella sua lettura c’è un riferimento alla contemporaneità? Alla nostra situazione attuale? No, anche se questa era stata la prima idea che mi era venuta: spingere molto il testo creando dei paralleli e dei riferimenti, anche didascalici e scoperti, a personaggi politici di oggi. Poi mi sono reso conto che basta leggere un giornale e si sprofonda in una situazione molto peggiore di quella descritta dalla commedia. Non passa giorno che non vi sia un episodio di corruzione, uno scandalo, una tangente… Perciò, alla fin fine, mi sembrava banale aggiungere cronaca su cronaca. Allora ho preferito creare un distacco estetico e narrativo, nutrendomi comunque della complessità del tempo in cui vivo, senza però far diventare lo spettacolo uno specchio dei problemi e della miseria in cui siamo immersi. Anni fa, conversando con registi come Luca Ronconi, Massimo Castri e Luigi Squarzina di Goldoni, veneziamusica e dintorni | 49 Dintorni – Teatro è emersa una personalità molto meno bonaria del commediografo veneziano di quella cui eravamo abituati, anzi direi quasi crudele. Lei ha allestito un riuscitissimo Ventaglio, quindi si è cimentato con la sua scrittura. Trova che vi siano delle corrispondenze tra lui e il sarcasmo esilarante di Gogol’? è chiaro che le attese del pubblico saranno molto precise e assai legate alle sue consuetudini. Credo che si possano incontrare delle forti corrispondenze dal punto di vista della comicità. Secondo me certe scene di Gogol’ si nutrono profondamente della tradizione italiana. Poi certo tutto dipende dal punto di vista che un regista assume nell’affrontare le opere che sceglie: un testo di Goldoni può essere letto come una semplice commedia, anche un po’ frivola, e può al contrario essere il ritratto crudele di una società allo sfascio. In tutti i suoi testi, anche quelli più comici, c’è il tema della dissoluzione economica e morale. Basti pensare alla Bottega del caffè, dove si ride molto ma a un livello sottostante si trova anche molto marcio. Quindi dipende tutto da cosa si vuol tirare fuori da questi testi. È anche un discorso di prospettiva: se fino a un certo punto la tradizione interpretativa si è mossa in una certa ottica è ovvio che in seguito si cerca di trovare altre piste, altri percorsi, altre sfumature. È chiaro poi che se si mette in scena Goldoni in Veneto, le aspettative sono di un certo tipo. È un po’ lo stesso tema del rapporto tra opera lirica e pubblico. Se, come ho fatto io, si allestisce un’opera di Verdi alla Scala, si sa già, ancor prima del debutto, che gli spettatori hanno determinate aspettative, e se la proposta scenica non le soddisfa il giudizio sarà comunque negativo, al di là del valore drammaturgico dell’operazione. Diranno sempre: «Questo non è Verdi!». Allo stesso modo se si mettono in scena Le baruffe chiozzotte a Venezia Sono due mondi diversissimi per tanti motivi, alcuni anche ovvi, legati a dimensioni, numero di persone coinvolte, budget... Da una parte ci sono attori, dall’altra cantanti che fanno anche gli attori. Nella prosa non c’è né il direttore d’orchestra né una partitura musicale che già stabilisce il ritmo narrativo, quindi questo ritmo lo si può costruire a proprio piacimento. Rilevate queste grosse differenze, però, l’obiettivo registico rimane lo stesso: raccontare bene una storia al pubblico. Non mi pongo mai il problema di quale pubblico mi troverò davanti, non mi chiedo se sia appassionato di prosa o d’opera. Cerco di fare in modo che la mia proposta sia di qualità, onesta intellettualmente e radicata nel materiale drammaturgico su cui lavoro e che devo restituire in scena. Poi lascio che gli spettatori giudichino. Tornando alla domanda, lirica e prosa da un punto di vista tecnico sono realtà molto diverse (è difficile, ad esempio, chiedere a un cantante di inventare un’improvvisazione, mentre con gli attori questo si fa di frequente), e anche il modo di organizzare le prove è profondamente differente, ma quello che accomuna questi due mondi, permettendomi di passare facilmente dall’uno all’altro, è il fine che mi pongo: creare una narrazione che sia efficace, costruire una comunicazione emotiva che transita dalla scena al pubblico. E questo vale per tutte le arti performative e dal vivo. 50 | veneziamusica e dintorni Lei passa con disinvoltura dalla prosa alla lirica. Il procedimento creativo è lo stesso o cambia? Carta canta Le recensioni L di Giuseppina La Face Bianconi* ’Istituto Italiano Antonio Vivaldi, fondato a Venezia nel 1947 e diretto da Antonio Fanna nella Fondazione Giorgio Cini, promuove alacremente la ricerca sulla personalità artistica e la musica del «Prete rosso». Escono con encomiabile regolarità i «Quaderni vivaldiani» (Firenze, Leo S. Olschki), ponderose monografie di autori sia italiani sia stranieri che alimentano una conoscenza sempre più capillare e plastica dell’opera di Vivaldi. Il penultimo «Quaderno», Antonio Vivaldi: A Life in Do- cuments di Micky White, ha il pregio di raccogliere organicamente e di trascrivere in ordine cronologico, commentandoli analiticamente, tutti i documenti relativi alla biografia del musicista e della sua famiglia, finora sparsi in tante pubblicazioni diverse: peccato non avervi incluso le informazioni tratte dai libretti delle opere e degli oratorii, cruciali nella traiettoria d’un musicista che fu in pri* Docente di Musicologia e Storia della Musica all’Università di Bologna Micky White, Antonio Vivaldi: A Life in Documents, Firenze, Leo S. Olschki, 2013 («Studi di musica veneta – Quaderni vivaldiani», 17), xviii-316 pp., ISBN 978-88-222-6221-9, euro 35. Fabrizio Ammetto, I concerti per due violini di Vivaldi, Firenze, Leo S. Olschki, 2013 («Studi di musica veneta – Quaderni vivaldiani», 18), xxxii-366 pp., ISBN 978-88-222-6209-7, euro 38. Christoph Wolff, Mozart sulla soglia della fortuna. Al servizio dell’imperatore, 1788-1791, Torino, EDT, 2013 («Contrappunti/Musica»), xiii-200 pp., ISBN 978-88-6639-960-5, euro 22. Emanuele d’Angelo, Leggendo libretti. Da “Lucia di Lammermoor” a “Turandot”, Roma, Aracne, 2013, pp., ISBN 978-88-548-6645-4, euro 15. veneziamusica e dintorni | 51 Carta canta mis compositore di teatro. L’ultimo «Quaderno» si deve a un violinista italiano, Fabrizio Ammetto, che si è addottorato in musicologia a Bologna e da alcuni anni è ordinario nel Dipartimento di Musica dell’Università di Guanajuato, nel Messico. Oggetto della sua dissertazione, qui pubblicata, sono I concerti per due violini di Vivaldi. Si tratta di ventotto composizioni che tra i tanti concerti del violinista Vivaldi spiccano, e non è un caso, per l’ampiezza delle dimensioni e per il piglio agonistico: in essi il compositore deve infatti lasciare spazio a entrambi i solisti, vuoi esaltando la competizione tra di loro sul piano del virtuosismo, vuoi aprendo ampi squarci dialogici nel discorso. In altre parole, l’organico incide sulle scelte stilistiche. Ammetto traccia la genesi del doppio concerto, a Roma, a Bologna; esamina le singole composizioni vivaldiane; ne determina la destinazione originaria, in qualche caso evidentemente didattica: il maestro guida e assiste l’allieva in una gara che punta al brillante esibizionismo tipico del genere «concerto». Il musicologo discute i dati filologici, i ripensamenti negli autografi, i casi d’incerta attribuzione, ricostruisce i due concerti incompleti, riordina le datazioni. È un lavoro di classe, che Michael Talbot, capofila della musicologia vivaldiana internazionale, considera «un modello di ciò che si può raggiungere con uno studio di questo tipo». Il musicologo tedesco Christoph Wolff, insigne studioso di Bach e Mozart nella Harvard University, riesamina la biografia artistica e umana di Mozart sulla soglia della fortuna (Torino, EDT). Negli anni dal 1788 al 1791 il musicista fu nominato Kammermusikus (compositore della musica di camera) dell’imperatore Giuseppe II e poi Leopoldo II. Contrariamente a un cliché diffuso, gli ultimi 52 | veneziamusica e dintorni quattro anni della vita di Mozart – pur nella cronica incapacità del compositore di gestire le proprie finanze – non furono una sequela di delusioni e mortificazioni; anzi, sulle ultime composizioni teatrali e strumentali non aleggia certo un’aura autunnale, bensì spira la brezza di una rinnovata primavera creativa. Prima d’essere assalito, il 20 novembre 1791, da un’infezione che in pochi giorni lo stroncò (5 dicembre), Mozart versava in una condizione di inesausto fervore inventivo e progettuale: lo testimoniano sia le creazioni dell’ultim’anno, Clemenza di Tito e Flauto magico in testa, sia la circostanza che la vedova Constanze, morendo nel 1842, poté lasciare ai figli un cospicuo patrimonio derivante dai proventi editoriali delle musiche da camera del musicista free-lance: un successo ahimè postumo. Ho segnalato di recente in questa rubrica l’edizione del libretto del Mefistofele di Arrigo Boito dovuta a Emanuele d’Angelo. Ora questo italianista melomane barese, col suo Leggendo libretti (Roma, Aracne), ci regala una raccolta di tredici saggi monografici che coprono un secolo scarso di storia dell’opera italiana, da Lucia di Lammermoor a Turandot. Il grande melodramma viene indagato «dalla parte del librettista», in un’analisi minuziosissima degli imprestiti e dei ricalchi poetici esibiti da poeti teatrali d’alta levatura, come Salvadore Cammarano e lo stesso Boito, o da astuti uomini di spettacolo come Giovacchino Forzano col suo Gianni Schicchi. I saggi – in qualche caso derivati da programmi di sala della Fenice – si leggono con piacere e con profitto, per la ricchezza dei rimandi letterari e intellettuali sempre saldamente ancorati alla lettera del testo. Carta canta Le lettere di Verdi e Gaetano Fraschini L di Giorgio Gualerzi ’anno centenario testé trascorso, solcato in lungo e in largo alla ricerca di testimonianze verdiane, non poteva trascurare le figure di illustri interpreti che lavorarono accanto e agli ordini del Maestro, sottraendoli a un ingiustificato quanto immeritato oblio. Fra costoro spicca per particolare importanza il tenore pavese Gaetano Fraschini, del quale fra un paio d’anni ricorrerà il bicentenario della nascita. Grazie alla famiglia Carrara-Verdi, gelosa (anche troppo) custode del lascito verdiano giacente presso la villa di Sant’Agata, lo studioso Dario De Cicco ha rivelato l’esistenza di un cospicuo gruppo di lettere, 24 in tutto di cui 22 comprese in un arco temporale che va dal 1857 al 1878, indirizzate dal cantante a Verdi. Esse, come scrive De Cicco, «ci guidano, per il tramite di due personalità dinamiche, poliedriche, pienamente inserite nel loro tempo e agenti entro ampi reticoli familiari, artistici, storici, politici e spirituali – tra luci e ombre, accelerazioni e stasi in un mondo artistico-musicale ottocentesco che tanta parte ebbe negli sviluppi della cultura melodrammatica». Vari sono i capitoli che compongono questo apprezzabile volumetto. In primo luogo come nacque, fin dagli anni quaranta, una speciale amicizia tra musicista e interprete, che si nutrì di reciproca stima e fiducia, facendo di Fraschini un insostituibile punto di riferimento, di cui Verdi non ebbe mai a pentirsi. Pochissimi altri cantanti, e certamente nessun altro tenore (compreso Tamagno), poterono, al pari di Fraschini, godere di una così lunga e durevole attestazione di simpatia da parte di Verdi e vantare altrettanta dismetichezza con lui. Fraschini rappresentava per Verdi una persona nella quale aveva piena fiducia, essendo sempre attendibile e affidabile sia sul piano umano sia – ciò che più conta per Verdi – su quello artistico. Non a caso il Maestro lo scelse per ben cinque «prime», fra cui, nella parte tenorile più ardua da lui scritta, Un ballo in maschera. E lo avrebbe voluto, se solo le condizioni di salute glielo avessero ancora consentito, quale Radames alla Scala. * Critico musicale Dario De Cicco (a cura di), “Amico carissimo...”. Verdi e Fraschini attraverso alcune corrispondenze, Libreria Musicale Italiana, Lucca 2013, 102 pp., ISBN 978-88-7096-747-0, 20 euro. veneziamusica e dintorni | 53 Carta canta Fraschini fu un cantante essenzialmente «in divenire», che – scriveva Rodolfo Celletti – passò da una fase in cui prevaleva «un canto impostato sull’emissione di forza e sullo squillo altisonante» a una nella quale, «fermo restando il vigore e il nitore del suono, una migliore tecnica e una più affinata sensibilità si traducevano in un fraseggiare ricco di modulazioni e sfumature» (Riccardo di Warwick apparteneva senza dubbio a questa seconda fase). Le missive di Fraschini sono anche stimolanti per la varietà di argomenti trattati. Si parla della seconda Guerra d’indipendenza e delle condizioni disperate in cui versava Ferdinando II di Borbone, della città di Lisbona («paese almeno semibarba- 54 | veneziamusica e dintorni ro»), dei baritoni Leone Giraldoni e Enrico Delle Sedie, della pratica dello spiritismo, del brigantaggio a Napoli e della carriera fra luci e ombre del soprano Anna de La Grange. Speciale interesse riveste infine il carteggio fra il tenore pavese e Ferdinando Guidicini, con intervento anche di Verdi, a proposito del ruolo dei cantanti nel processo creativo. Su tutto, ed è un po’ la sigla del libro, domina il pensiero di Verdi espresso in una lettera a Léon Escudier del 1863: «Godo assai assai del successo di Fraschini come se fosse cosa mia, e più che se fosse cosa mia perchè io amo e stimo molto Fraschini». Null’altro da aggiungere, salvo una nota di encomio per l’idea di questo prezioso libretto. Carta canta le «differenze» in scena diventano libro L a più ampia ricognizione sul teatro «emarginato», vale a dire quello perseguitato per ragioni politiche, ignorato o ostacolato in quanto lontano dai centri istituzionali, quello delle minoranze etniche, religiose, ideologiche, comportamentali (dagli zingari alle donne, dai gay agli ebrei, eccetera) è uscita da poco, per i tipi della Cambridge Scholars Publishing. Il volume, Differences on Stage – che si è aggiudicato il 2014 George Freedley Memorial Award, parte del Theatre Library Association Book Awards – è però curato dall’italianissimo Paolo Puppa, celebre docente di Storia del Teatro a Ca’ Foscari e drammaturgo in proprio, coadiuvato da Alessandra De Martino e Paola Toninato. L’opera, di quasi trecento pagine e ovviamente in lingua inglese, si presenta imponente nella sua struttura suddivisa in sei macrozone, a partire da quella più «teorica», «For a Theoretical Approach», che riunisce i contributi di Pasquale Verdicchio (Sophisticating Action: Gramsci and Theatre, or Can the Subaltern Act?), Gerardo Guccini (“Cultural Resistance” in the Eastern European Countries Through the “Projet de Recherche” and Matéi Visniec’s Dramaturgy) e Fernando Marchiori, che nel suo scritto Theatre Everywhere, Even in the Theatre. Stage Art and the Poetics of the Oppressed raccoglie personalità e modalità sceniche assai diverse tra loro ma tutte riconducibili agli insegnamenti del brasiliano Augusto Boal. La seconda parte, una delle più appassionanti, prende in considerazione alcune esperienze di «marginalità scenica» italiane (o che con il nostro Paese hanno un rapporto diretto), dal lavoro con i detenuti (sempre Puppa scrive un mirabile saggio sull’esperienza-pilota in questo senso, e non solo entro i confini nazionali, quella Compagnia della Fortezza diretta da più di venticinque anni da Armando Punzo con genialità e tenacia) al rapporto tra teatro e malattia mentale, evidenziato da Roberto Cuppone a proposito dell’epopea di Marco Cavallo, costruita nell’Ospedale psichiatrico di Trieste coinvolgendo pazienti e medici e sotto la direzione artistica di Giuliano Scabia. Essendo impossibile in questa sede dare conto per intero della ricchezza del libro, ci si limita a citare i titoli dei capitoli terzo e quarto – «The Game of Mirrors: Romani and Jewish Theatre» (dove si legge anche una riflessione sul teatro hyddish firmata da Paola Toninato) e «Translating the Other» – per passare alle magnifiche conversazioni che sempre Puppa intreccia sulle «differenze» con Lella Costa, Pippo Delbono e Daniele Lamuraglia nella quinta sezione, «Talking Theatre», al tempo stesso densa e godibile. Chiudono tre diverse scritture teatrali, tradotte in inglese, che – oltre a trattare da differenti angolature i problemi connessi all’alterità e alla discriminazione – danno un saggio della vitalità della drammaturgia nostrana: un monologo da Ragazze (Girls) di Lella Costa, un altro da Barboni (Tramps) di Pippo Delbono, uno degli spettacoli più poetici e belli degli ultimi vent’anni, e un ultimo, Alcestis, di Paolo Puppa, magistralmente tradotto da Joseph Farrell, anche autore della prefazione. Un libro scorrevole e utilissimo per chiunque intenda affrontare temi cruciali come questi, che investono assai da vicino le pratiche sceniche contemporanee. (l.m.) veneziamusica e dintorni | 55 In Memoria di Carlo C di Giampiero Beltotto arlo Mazzacurati appartiene senza alcun dubbio al ristretto numero di letterati, di artisti, di pittori e di uomini di cultura in genere che il Veneto ha regalato alla nazione in questi ultimi cinquant’anni. Stiamo parlando di Vedova e di Berto, di Meneghello e di Nono, di Parise, di Zanzotto e, appunto, di Carlo Mazzacurati. C’è un motivo ricorrente che lega questi nomi: l’universalità della produzione e la sua non autoreferenzialità. Zanzotto, certamente, poetava per il mondo che lo ascoltava. Parise, di sicuro, non era interessato a partecipare alla vita delle cricche che, invero, più che occuparsi di cultura, si sono spartite nei decenni posti e prebende. Così l’amico Carlo produceva storie. Il primo film che credo venga in mente a chi abbia sfiorato la sua poetica del paesaggio umano è Il toro. Un film che rende esplicito quell’esemplare antropologico che si è sviluppato tra l’Oglio e il Tagliamento, in quell’ambito antropizzato, divertente, tragico, curioso, a tratti da commedia dell’arte che era diventato il Veneto tra la fine della guerra e l’avvento dei capannoni. Mazzacurati ha amato delle Venezie gli uomini 56 | veneziamusica e dintorni e le donne che le abitano e le rendono, antiretoricamente, così riconoscibili. E un dono ci ha lasciato indimenticabile, per cui ciascuno di voi che sia nato da queste parti dovrebbe rendergli omaggio, imperituro omaggio: ha gettato via, finalmente!, la macchietta femminile legata alla servetta della monicelliana Carla Gravina e quella del carabiniere stupido, legata ai marescialli di De Sica. Magari cattivi, magari avidi, magari pasticcioni, questi veneti, ma non idioti. Grazie Carlo. Una riga per l’uomo. Egli era gentile. Educato. Non voleva comprendere le tortuosità della politica e la logica delle istituzioni: era un uomo bello nella sua innocente lettura di ciò che ciascuno di noi dovrebbe essere. Che peccato averlo conosciuto così tardi. Che peccato averlo solo sfiorato, e non stropicciato come si fa con quegli amici che sai che ti riaccolgono sempre, di qualsiasi canagliata ti sia macchiato l’anima. Ci rimangono i suoi film: ci auguriamo di essere così intelligenti da riuscire a inchiodarne la memoria nel cuore di questa civiltà di smemorati. veneziamusica e dintorni Troppe regie dilettantesche e banali di Massimo Bernardini «La bohème»: un nuovo stile di Michele Girardi Strawinsky e Venezia di Paolo Cattelan Igor incontra Gesualdo di Paolo Cecchi «Elegy for Young Lovers», un’opera astratta e poetica di Pier Luigi Pizzi Henze: la musica, gli incontri, l’Italia di Enzo Restagno «L’ispettore generale» Damiano Michieletto secondo I libri di Giuseppina La Face Bianconi Edizioni La Fenice
© Copyright 2024 Paperzz