Stagisti di Tutto il Mondo, Unitevi!

GALLERIA NEA PROGETTO FILMAP
CARLOS HERNANDEZ LORCA
IL QUINTO BEATLE PRIMAVERA SOUND FESTIVAL
RODGE GLASS RYAN GIGGS
SABATO 24 MAGGIO 2014 ANNO 17 N. 21
SUPERATO
IL MOMENTO
DEL «NO»
AL LAVORO
GRATUITO,
È ARRIVATO
IL TEMPO DELLA
MOBILITAZIONE:
I PRIMI ESEMPI
DA USA,
REGNO UNITO
E CANADA.
E ORA PROVANO
A CONCEDERE
GENTILMENTE
UN PO’ DI
VOLONTARIATO
ANCHE
ALL’EXPO
SCHIAVO A CHI?
(2)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
NON AVETE NIENTE DA PERDERE Gli stage sono un esempio
(LETTERALMENTE)
non soltanto di disuguaglianza
di classe, ma anche
di discriminazione in base all’età
Stagisti di tutto
il mondo unitevi!
di GREIG DE PEUTER, NICOLE COHEN, ENDA BROPHY *
●●●«Fanculo il tuo stage non retribuito». Questo slogan, scritto su un
cartello, era uno dei più coloriti al culmine del movimento Occupy.
Cartelli simili, impugnati dai giovani che si battono contro gli effetti della
crisi finanziaria, respingono con piacevole franchezza il mantra secondo
cui oggi dovremmo essere disposti a fare «di più per meno». Versione
aggiornata al XXI secolo della famosa risposta di Bartleby ai compiti che
il suo capo gli assegnava – «avrei preferenza di no» –, l’invettiva dello
stagista esprime la frustrazione che serpeggia tra i giovani, alle prese con
l’aumento dei debiti studenteschi e la riduzione delle prospettive di
impiego. Se un lavoro dignitoso e a tempo pieno sta diventando sempre
più difficile da trovare, non si può dire altrettanto per gli stage, siano essi
poco o affatto retribuiti. I media hanno dedicato agli stage moltissima
attenzione dopo che Ross Perlin ha pubblicato il suo saggio Intern
Nation: How to Earn Nothing and Learn Little in the Brave New
Economy. Minore attenzione ha ricevuto la crescente mobilitazione
contro il fenomeno dello sfruttamento degli stagisti e le condizioni
culturali che lo rendono possibile. Dalle proteste di piazza alle
campagne online, l’attivismo emergente sul tema degli stage rientra nel
tentativo più ampio da parte di
nuovi soggetti di riformare le
politiche del lavoro per tempi di
precariato. Prendiamo ad esempio
la Canadian Intern Association.
Fondata a maggio 2012,
l’associazione è forse il primo
gruppo che si sta organizzando
per affrontare il tema degli stage
non pagati o sottopagati in
Canada. I ventenni che
partecipano alle sue assemblee
sono trascinati dall’impeto della
protesta contro gli stage. «Non
avevo in programma una cosa così
da tanto tempo» racconta la
presidente dell’associazione,
Claire Seaborn. L’idea di fondare
un gruppo per i diritti degli stagisti
le è venuta in mente mentre
discuteva di stage con amici
davanti a una birra. «C’è stato
talmente tanto interesse verso
l’associazione che ho detto: ok,
penso che dovremmo farlo». E ci
sono tantissime ragioni per
proseguire. Secondo la mentalità
dominante, gli stage sono ritenuti
vantaggiosi per tutti: i datori di
lavoro possono mettere alla prova
le potenziali reclute e affidare loro
alcuni compiti banali; gli stagisti
possono vedere in prospettiva
un’occupazione, fare una preziosa
esperienza di lavoro, e stringere i
rapporti necessari a lanciare una
carriera. Questa logica tuttavia
ignora le relazioni di potere che
sottostanno al sistema degli stage.
Una delle molte criticità
evidenziate è che spesso agli
una città costosa), i mezzi di
stagisti non retribuiti viene chiesto sostentamento provengono da
di eseguire il lavoro che prima
prestiti personali o da lavori
veniva assegnato al personale
part-time. Gli stage sono un
retribuito dopo l’assunzione.
esempio non soltanto di
Inoltre gli stagisti non hanno
disuguaglianza di classe, ma anche
accesso alle tutele e ai benefit di
di discriminazione in base alla età.
cui godono i lavoratori
«Paga i tuoi debiti» è uno stanco
tradizionali. Gli stage possono
cliché, piuttosto che
aiutare a mettere il proverbiale
un’argomentazione etica, sul
piede dentro la porta, ma non
perché debba essere accettabile che
offrono garanzie: una indagine del
i giovani donino il loro lavoro. Una
2012 condotta negli Usa dalla
volta diventati stagisti, è difficile
National Association of Colleges
prendere posizione contro il
and Employers rivela che solo il
proprio sfruttamento. Lo stage ha
37% degli stagisti non retribuiti
dentro di sé la consegna del
hanno ricevuto offerte di lavoro.
silenzio. Per quanto sgradevole
Cosa ancor più importante, poche
possa essere il loro quasi-lavoro,
persone possono permettersi di
pochi stagisti sarebbero disposti a
lavorare gratis. Se fare uno stage
mettere a repentaglio il proprio
non retribuito continuerà ad
obiettivo (dalla laurea al full-time,
essere un passaggio obbligato sulla una referenza brillante) o
traballante scala della carriera di
annientare la propria buona
oggi, le professioni basate su
reputazione ribellandosi. Gli stagisti
questo sistema saranno
non sono solo ridotti al silenzio,
trasformate in modo da favorire i
sono anche invisibili. Nonostante la
più benestanti. Oltre che dai
loro condizione sia sempre più
genitori (tra i quali non tutti
controversa, non esiste alcuna
possono accendere una seconda
stima ufficiale sulla popolazione
ipoteca per finanziare un figlio che degli stagisti. Andrew Langille, un
a ventidue anni lavora gratis in
avvocato del lavoro di Toronto e
INTERNS
Una volta
reclutati,
è difficile
prendere posizione
contro il proprio
sfruttamento.
Lo stage ha dentro
di sé la consegna
del silenzio,
gli stagisti sono
invisibili
acceso critico degli stage non
retribuiti, stima che in Canada gli
stagisti siano circa 200.000. Ma è
una manciata di stagisti celebri ad
attrarre maggiormente l’attenzione:
Kanye West è stato stagista presso la
griffe di moda italiana Fendi; Lady
Gaga presso lo stilista irlandese di
cappelli Philip Treacy; Lauren
Conrad di The Hills presso Teen
Vogue. È improbabile che un cast
così scintillante possa scoraggiare le
domande per diventare stagisti
nelle industrie culturali e dei media,
che, accusano i critici, sono tra i
maggiori responsabili
dell’ingiustizia degli stage. Ad un
recente programma radiofonico
della Cbc, una ex stagista
dell’industria musicale ha
raccontato che i suoi compiti
includevano «la pulizia dei bagni». È
una immagine che colpisce
l’attenzione e sfida il mito sempre
più inutile che gli stagisti si limitino
a portare il caffè ai superiori.
Contraddice anche quanto
sostenuto dalle compagnie,
secondo cui gli stagisti
riceverebbero soprattutto
addestramento per la loro carriera e
perciò non meriterebbero un
salario. Essi eseguono una vasta
gamma di mansioni per le quali
normalmente le compagnie pagano
i lavoratori. Una ricerca condotta
dalla U.K. National Union of
Journalists ha rivelato che quasi
l’80% degli stagisti in campo
giornalistico che hanno pubblicato
dei contenuti nel corso della loro
esperienza lavorativa non erano
stati retribuiti. Quando stagisti non
retribuiti, con il loro lavoro,
generano profitti nelle arti, nei
media e nella cultura, le
corporations fanno cassa sulle
passioni dei giovani lavoratori. «Solo
perché a qualcuno piace il design,
questo non significa che non debba
essere pagato» dice Seaborn.
Gli stagisti al contrattacco
Lavorare gratis per pulire un
orinatoio è un grido remoto dal
mondo incantato della «classe
creativa». Gli stagisti più
disincantati stanno passando al
contrattacco. Negli ultimi anni, in
tutto il mondo sono sorti gruppi
che si battono contro il loro
sfruttamento: ad esempio, Intern
Aware in Gran Bretagna, Intern
Labor Rights negli Usa, Génération
Précaire in Francia, Repubblica
degli Stagisti in Italia, Hague
Interns Association in Olanda.
Stagisti presenti e passati, e i loro
alleati, seguono le questioni che li
riguardano online attraverso gli
account Twitter, le pagine
Facebook e blog come i due blog
canadesi Internsheep e Youth and
Work. Gli attivisti denunciano un
tasso di disoccupazione giovanile
galoppante, un mercato del lavoro
super-competitivo che spinge
coloro che cercano un impiego a
competere gli uni con gli altri, e la
tendenza degli stage gratuiti a
rimpiazzare le nuove assunzioni.
Che gli stagisti presenti e passati
stiano alzando la voce riflette
anche uno spostamento politico.
«Veniamo da un periodo di
liberismo sfrenato e di riduzione
dello stato sociale» spiega Langille,
«e le persone stanno imparando a
combattere battaglie per il lavoro».
Occupy ne è un esempio evidente.
«C’è una generazione che sta
entrando nella forza lavoro, una
generazione che non ne aveva mai
fatto parte prima» aggiunge
Langille. «E non penso che a
questi giovani piaccia quello che
vedono». Una tattica che gli
attivisti stanno utilizzando è quella
del ricorso alle controversie legali.
Un problema ricorrente è che gli
stagisti vengono classificati in
modo scorretto: i datori di lavoro
definiscono una persona «stagista»
ma le assegnano mansioni
altrimenti effettuate da un
lavoratore retribuito. Le
compagnie americane del mondo
dell’informazione dedite a questa
pratica sono ora sotto i riflettori
perché sono state chiamate in
giudizio in alcune class-action, ivi
comprese le cause contro l’editore
di riviste Hearst Corporation e il
gruppo Fx Entertainment Group.
«Queste cause sono assolutamente
necessarie» spiega un militante di
Intern Labor Rights,
un’organizzazione con sede a New
York. «Quando le compagnie
capiranno che sono a rischio i loro
profitti, i loro avvocati diranno
‘non potete più farlo’. E ci sarà
un’inversione di rotta». Le cause
legali hanno riscosso un certo
successo nelle rivendicazioni
salariali. Nel Regno Unito, la
National Union of Journalists,
attraverso la sua campagna
ALIAS
24 MAGGIO 2014
(3)
Nelle pagine, alcuni
momenti di mobilitazione:
in particolare in basso a
pag. 2 e in alto a pag 3
manifestazione del gruppo
Carrotworkers Collective di
Londra. La scritta: «The
slavery has evolved its
called unpaid internships».
è comparsa a New York
in Orchard Street
GERENZA
Il manifesto
direttore
responsabile:
Norma Rangeri
a cura di
Silvana Silvestri
(ultravista)
Francesco Adinolfi
(ultrasuoni)
con Roberto Peciola
redazione:
via A. Bargoni, 8
00153 - Roma
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ULTRAVISTA
e ULTRASUONI
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impaginazione:
il manifesto
ricerca iconografica:
il manifesto
Studenti dell’Ontario ha approvato
in agosto una mozione che
condannava gli stage non
retribuiti di sfruttamento.
«Cashback for Interns», ha aiutato
un ventunenne ex stagista non
retribuito a vincere una causa nel
2011. Le sue giornate di otto ore
includevano il compito
assolutamente ironico di
«assumere nuovi stagisti». Se i
costi da sostenere per le spese
legali e gli accordi extragiudiziali
minacciassero di superare il costo
della paga minima agli stagisti, gli
stagisti dell’industria mediatica
potrebbe arrivare a una soluzione
in un’aula di tribunale. Non
sorprende dunque che la
Canadian Intern Association sia
stata fondata da uno studente di
giurisprudenza e che i giovani che
lavorano nell’industria dei media
abbiano avuto una forte presenza
nelle riunioni del gruppo. In
Ontario, dove l’associazione ha la
sua sede, non ci sono normative
riguardanti gli stage non retribuiti
in sé. Tuttavia l’Employment
Standards Act di quella provincia
stabilisce dei criteri cui le
compagnie debbono attenersi
nell’utilizzo degli stagisti. La
norma afferma esplicitamente che
gli stage devono beneficiare gli
stagisti, e non i datori di lavoro.
“Se i criteri non vengono
soddisfatti, spiega Seaborn, allora
lo stagista dovrebbe ricevere un
salario minimo». Nonostante
questo, molti stagisti preferiscono
fare una buona impressione
piuttosto che consultare le norme
sul lavoro. La Canadian Intern
Association vuole «creare
consapevolezza» sulle norme
esistenti e «far rispettare la legge».
Tale mandato produce lo scenario
alquanto paradossale di un
gruppo di volontari impegnati in
un lavoro che spetterebbe ai
dipendenti pubblici, ampliando
ancora di più la gamma delle
mansioni affidate agli stagisti.
Seaborn definisce la Canadian
Intern Association un gruppo di
pressione che vede i datori di
lavoro come potenziali partner
nello sforzo di migliorare gli stage.
Vuole che, alla fine, l’associazione
predisponga una guida delle
«migliori pratiche» ed offra un
«marchio di conformità» alle
compagnie che si comportano
correttamente. Sebbene eviti
strategicamente un atteggiamento
di contrapposizione, la Canadian
Intern Association non è antitetica
allo spirito del sindacato. Dopo
tutto, Seaborn spiega che il
progetto è scaturito dall’idea di
«organizzare un gruppo di persone
che attualmente non sono
organizzate». E organizzare gli
stagisti è una sfida estremamente
difficile, anche perché sono
dispersi in tanti posti di lavoro
diversi e hanno posizioni
mutevoli. La scuola è comunque
un luogo in cui gli stagisti passati,
presenti e futuri si aggregano in
gran numero. I college e le
università stanno diventando
luoghi strategici per organizzarsi. I
campus costituiscono un
collegamento istituzionale
decisivo nella catena del lavoro
non retribuito: i career centres
pubblicizzano dubbie posizioni
non retribuite presso compagnie
for-profit, i programmi accademici
fanno pagare le tasse di iscrizione
per crediti guadagnati attraverso
posizioni non retribuite, e gli
insegnanti, come dice un attivista
di Intern Labor Rights, consigliano
ai loro studenti: «Oh, quello che ti
serve durante l’estate è uno stage».
È dunque incoraggiante che la
Canadian Intern Association abbia
ricevuto una formale espressione
di sostegno dall’esecutivo dell’RSU
(Ryerson Students’ Union).
Melissa Palermo, vicepresidente
del settore istruzione dell’RSU,
vede la collaborazione come una
naturale alleanza giacché il lavoro
di un sindacato studentesco è
«difendere gli studenti» che
devono affrontare una triplice
sfida: l’aumento delle tasse di
iscrizione, l’aumento
dell’indebitamento e l’aumento
della disoccupazione. Come
osserva Melissa Palermo, la
questione degli stagisti è
particolarmente acuta per gli
studenti dei corsi di
comunicazione, belle arti e design.
A livello provinciale, la
Federazione Canadese degli
Nominare e denunciare
L’attivismo degli stagisti reca i
segni delle condizioni precarie in
cui essi si trovano in vari modi. Gli
attivisti sottolineano l’importanza
di condividere le esperienze
personali di sfruttamento, ma
l’enfasi sulla denuncia va di pari
passo con l’esigenza di preservare
l’anonimato degli stagisti. Le
maschere indossate dai membri
del Carrotworkers’ Collective di
Londra, in Inghilterra, evidenziano
questo punto. Come dice un
partecipante di Intern Labor
Rights, «il rischio per la
reputazione è altissimo per chi
denuncia». Anche se sotto il
mantello dell’anonimato, molti
gruppi scelgono un approccio
conflittuale, come il «nominare e
denunciare» le compagnie che
pubblicizzano online stage non
retribuiti. Oltre ad aver prodotto
Surviving Internships: A Counter
Guide to Free Labour in the Arts
(Sopravvivere agli stage. Una
contro-guida al lavoro libero nelle
arti), il Carrotworkers’ Collective è
sceso in piazza per protestare
contro l’austerità. Il gruppo ha
partecipato a dimostrazioni in cui
faceva penzolare sculture a forma
di carota – la «carota» in questione
è la promessa di autonomia nel
lavoro creativo – e portava cartelli
con messaggi come «stage =
infinito lavoro gratuito». Nel 2013
l’Intern Aware Street Team ha
percorso le strade di Londra con
flashmobs e l’utilizzo di stunts
fuori delle sedi di imprese che
utilizzano gli stagisti senza pagarli.
Intern Labor Rights, un
sottogruppo di Arts & Labor, che è
scaturito da Occupy Wall Street,
ha proposto un’ingiunzione etica
diretta – «Pagate i vostri stagisti!» –
che è stata stampata sulle T-shirts.
Nel suo primo intervento, il
gruppo ha inviato una lettera alla
New York Foundation for the Arts
chiedendole di smetterla di
postare, sulla sua bacheca degli
annunci di lavoro, stage non
retribuiti di compagnie for-profit.
Quest’estate ha portato il suo
messaggio in piazza, scendendo a
Times Square per parlare con i
newyorkesi degli stage non
retribuiti nelle industrie creative e
non solo.
Canarini in miniera
Secondo un membro di Intern
Labor Rights, la tendenza tra i
giovani che aspirano a diventare
lavoratori della cultura a svalutare
il proprio lavoro rappresenta un
ostacolo alla crescita della
mobilitazione. «Questa
generazione non lo considera
neanche sfruttamento», spiega.
«Non capisco come una quantità
di lavoratori volenterosi,
intelligenti e altamente istruiti
possano entrare in un ufficio o su
un set cinematografico o in una
galleria, contribuire con tutta
quella conoscenza, energia ed
entusiasmo ad una organizzazione
e al suo successo, e poi pensare di
non avere niente da dare perché
non lavorano nel settore da cinque
anni… Tutta quest’idea che il loro
contributo non significhi niente,
che non abbia valore, l’hanno
completamente interiorizzata. È
terribile da vedere». Ciò rende
ancora più suggestivo lo slancio di
attivismo degli stagisti,
specialmente in un momento in
cui creare collegamenti su
LinkedIn è spesso la cosa che più
si avvicina ad una azione collettiva
nel mercato del lavoro. Questi
gruppi sorgono dalla presa di
coscienza che non sono i
fallimenti personali, ma forze
sistemiche a rendere così
inafferrabile la possibilità di
sistemiche a rendere così
inafferrabile la possibilità di
mantenersi in modo significativo e
sostenibile. E che se vuoi cambiare
le cose, non puoi farlo da solo.
Queste iniziative aggirano in gran
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concessionaria di
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Manifesto Usa del ’39
che pubblicizza una
scuola per cameriere
(4)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
MILIONI MAGICAMENTE
SCOMPARSI
PISTOIA – DIALOGHI SULL’UOMO ●●●La quinta edizione del festival
di antropologia del contemporaneo in programma dal 23 al 25 maggio, ideato e diretto da
Giulia Cogoli ha per tema: «Condividere il mondo. Per un’ecologia dei beni comuni». Ospiti
di questa edizione: l’esperto di paesaggio Mauro Agnoletti; gli antropologi Marco Aime,
Matteo Aria e Adriano Favole; il neuroscienziato ed etologo Enrico Alleva; lo storico
Alessandro Barbero; il filosofo Remo Bodei; la scrittrice e saggista Laura Bosio; i sociologi
Alain Caillé, Derrick de Kerckhove e Chiara Saraceno; l’attrice Lella Costa; l’economista e
filosofo francese Serge Latouche; i giuristi Ugo Mattei e Stefano Rodotà; L’Orchestra di Piazza
Vittorio; l’attore e regista Giorgio Scaramuzzino; il saggista e drammaturgo Luca Scarlini; il
linguista e filologo Luca Serianni; il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. Roberto Vecchioni
è in scena domenica 25 : «Il mestiere di condividere musica e parole»
Expo Pride: lavorare
gratis a Milano
di ROBERTO CICCARELLI
●●●Metti il lavoro gratis di 18.500
mila giovani e studenti volontari,
mentre la magistratura indaga su
un giro di mazzette milionarie,
arresta imprenditori e lobbisti e
avrai un grande evento: l'Expo a
Milano. Metti i comunicatori che
chiedono «consigli» alla rete su
come migliorare la kermesse che,
nelle intenzioni delle alte sfere dello
Stato, dovrebbe rilanciare la ripresa
economica. Metti la rete più
politica critica e brillante che c'è in
Italia e avrai uno squarcio sul futuro
del precariato in Italia: il lavoro
gratis. Sono questi gli elementi che
hanno dato vita il 21 maggio 2014 a
quello che in gergo si chiama
«epicfail» nella comunicazione, una
catastrofe epica. Per la prima volta
da quando i sindacati e l'Expo spa
hanno siglato l'accordo sul lavoro
all'Expo nel luglio 2013 c'è stato un
goffo tentativo di Expo 2015 di
cimentarsi in una discussione
trasparente su un argomento che
imbarazza tutti e viene taciuto
come il nefas – il non dicibile – in
una tragedia greca. L'hashtag su
twitter #AskExpo è stato sommerso
dai messaggi di centinaia di
persone che hanno chiesto
spiegazioni su un accordo che, per
la prima volta nella storia del diritto
del lavoro italiano, legittima il
lavoro gratuito del 90% della forza
lavoro impiegata direttamente nel
«grande evento», mentre solo 835
persone, tra stagisti, apprendisti e
contrattisti a termine, verranno
«assunte» da 7 o 12 mesi. «Perché
#Expo2015 - che doveva creare
lavoro- scommette sul
volontariato?» scrive @TwashWish.
«Un evento pubblico pagato con
soldi pubblici, sostenuto al 90% con
lavoro gratis, chi guadagna però è
privato perché?» domanda
@ufo_inthesky. Inevitabile è stato
l'intreccio tra il lavoro gratuito e gli
arresti dell'8 maggio della «cupola
degli appalti» composta tra gli altri
dal direttore generale di Expo 2015
Spa, Angelo Paris, vari imprenditori
e lobbisti provenienti da
tangentopoli. «Con tutti i milioni
investiti (alcuni magicamente
scomparsi) che avete preso, mi
venite a chiedere di volontari?».
Contro la corruzione, la
speculazione e il lavoro gratis
prodotti dall'Expo il primo maggio
Aspetto inquietante
di Expo è un
doppio livello tra
precari e volontari:
stagisti, contrattisti
a termine,
apprendisti
e, dall’altra parte,
le «sentinelle»
all'evento 5 ore e mezza del suo
tempo per due settimane. Ci sono
poi i volontari di «lungo periodo»
che potranno partecipare a progetti
di servizio civile e di «Dote Comune
Expo» per il semestre di Expo per 5
giorni a settimana. I «volontari per
un giorno» sono volontari aziendali.
Per 5 ore al giorno si dedicheranno
ad Expo. Gli studenti del Progetto
scuola faranno da guide ai coetanei
nei padiglioni. La selezione verrà
gestita dai Centri di servizio per il
volontariato (Csv) e dai sindacati
che formeranno i volontari
selezionati. Nelle
prossime settimane
scorso è sfilata la Mayday a Milano.
Il movimento NoExpo, composto
da centri sociali milanesi, dalla
rete «attitudine NoExpo» e dai
comitati civici come i NoCanal,
promette battaglia per tutto il
prossimo anno. In questa
cornice, si inserisce un'altra
vergogna tenuta ben nascosta: il
taglio di 25 milioni di euro ai
fondi per la stabilizzazione dei
precari della pubblica
amministrazione destinati al
comune di Milano per
Expo2015. La norma è stata
inserita proditoriamente nel
«piano Lupi» sull'emergenza
abitativa con il quale il governo
Renzi si vendicherà contro i
poveri che occupano le case
tagliando luce, acqua e gas.
Dal twitter ufficiale Expo
2015 assicurano che il
numero dei volontari è
stato ridotto a 10 mila, 7
mila dei quali saranno
impegnati fino a 14
giorni. La ragione del
ridimensionamento dei
numeri non è stata
spiegata, forse si teme
che i volontari chiamati
a lavorare gratis non
rispondano con
l'entusiasmo
auspicato
all'inizio. Il
programma
prevede un
doppio binario:
un'«esperienza
breve» per chi
vuole dedicare
SEGUE DA PAGINA 3
parte i vecchi sindacati, che hanno avuto
difficoltà o mancanza di interesse a coinvolgere
i giovani. I gruppi guidati dai giovani stanno
facendo rivivere l’interesse per questioni che
sono al cuore del movimento dei lavoratori: lo
sfruttamento da parte delle corporations, la
giustizia economica, la previdenza sociale.
Soprattutto, stanno sperimentando modi per
mobilitare e sostenere le persone oltre la base
sempre più ristretta dei sindacati classici. Una
partnership tra il Tuc (Trades Union Congress)
e il Nus (Nation Union of Students) nel Regno
Unito per affrontare le questioni dei diritti degli
stagisti in Gran Bretagna è un segno
promettente di collaborazione. In febbraio il
Tuc, che rappresenta 54 sindacati ed oltre sei
milioni di lavoratori, si è alleato con il Nus
lanciando una campagna della durata di un
anno per chiedere un equo trattamento degli
stagisti. Il Tuc ha sviluppato una app gratuita
per smartphone che informa gli utenti sui diritti
legali degli stagisti, fornisce aggiornamenti sui
social media da gruppi di pressione, e aiuta a
calcolare i salari dovuti. La battaglia degli
stagisti è un passo in avanti per la politica del
lavoro. Se questi gruppi riusciranno a
costringere i governi a imporre con maggior
rigore il rispetto delle norme esistenti, o se
denunceranno il comportamento di singole
aziende spingendole a implementare stage
«etici», un progresso significativo sarà stato
fatto. Ma sarà anche stata persa l’opportunità di
nominare, e di combattere, un problema più
ampio. Gli stage non retribuiti non sono una
questione isolata. Sono solo una delle molte
forme di lavoro gratuito fiorente nei settori più
celebrati delle industrie creative: il giornalismo
partecipativo fornisce fotografie, articoli e
commenti a grandi network privati; chi
partecipa gratuitamente ai reality prende il
posto degli attori retribuiti in programmi con
un copione; e scrittori professionisti lavorano
gratuitamente per grandi corporations. Il
combinato disposto di stage seriali e zero salari
è la svalutazione del lavoro, la depressione dei
salari in tutto il mercato del lavoro, e
l’assuefazione di una generazione di lavoratori
indebitati a passare da un lavoro occasionale
partiranno inoltre le procedure per
l’assunzione di altri 340 lavoratori
under 29 per i ruoli di supporto e
segreteria e di 195 stagisti con un
rimborso da 516 euro mensili. Il
10% di queste assunzioni a termine
verranno effettuate tra i lavoratori
che si trovano in cassa integrazione
straordinaria o in deroga, sono in
mobilità o in disoccupazione. Con
ogni probabilità, al termine
dell’esposizione, torneranno ad
essere precari in attesa di una
chiamata in occasione di una fiera,
un festival o un
intrattenimento
prodotto dal
bacino del
lavoro
immateriale
milanese.
Uno degli
aspetti
più inquietanti dell’accordo Expo è
la creazione di un doppio livello tra
precari e volontari: da una parte ci
sono i contrattisti a termine,
apprendisti e stagisti che otterranno
qualifiche di «operatore Grande
Evento», «specialista grande
Evento» o di «tecnico sistemi di
gestione Grande Evento». Dall’altra
parte, ci sono le «sentinelle» che
lavorano gratis e devono dimostrare
di condividere i valori dell’Expo:
«nutrire il pianeta» e «assicurare
un’alimentazione buona, sana,
sufficiente e sostenibile». Valori, in
effetti, difficili da non condividere.
L’Expo 2015 chiede ai volontari
l’impegno gratuito del tempo in
cambio di una vetrina persona in
cui allargare il «network
relazionale», sperando in uno stage
o in un lavoro.
Per entrambi il destino è unico,
quello della «porta girevole»: chi
lavora passerà il tempo tra il nero e
il sommerso, tra l’inoccupazione e
l’apprendistato, tra il precariato e il
lavoro gratuito. E viceversa,
all’infinito. Con il consenso dei
sindacati, quello dell'Expo è solo il
primo passo verso la
generalizzazione del lavoro
sottopagato o gratuito in tutto il
paese. Appoggiandosi alle reti del
volontariato e del terzo settore si
vuole mettere in concorrenza
precari e volontari bruciandoli in
nome del «sempre meglio che
niente». Meglio essere schiavi che
disoccupati.
Immagine di copertina
del libro «Expopolis»
(Agenzia X) scritto dal
giornalista di Radio
Popolare Roberto
Maggioni e dal laboratorio
di attivisti «Off Topic»
all’altro con poche aspettative dei loro datori di
lavoro.
Il lavoro non retribuito è emerso come una
questione calda per gli attivisti. Consideriamo
una manciata di esempi negli Stati Uniti. Il
gruppo W.A.G.E. (Working Artists and the
Greater Economy) si sta battendo affinché gli
artisti siano ricompensati, quando espongono
le loro opere nelle gallerie, con qualcosa di più
della semplice «esposizione». La Model
Alliance sta richiamando l’attenzione sull’uso,
invalso nell’industria della moda, di pagare le
modelle con i vestiti. Paga l’autore!, una
campagna organizzata da National Writers
Union, sta mettendo in discussione il fatto che
gli autori non vengano pagati su siti come
l’Huffington Post. La Freelancers Union sta
spingendo per una Unpaid Wages Bill per
aiutare i lavoratori freelance i cui clienti non
pagano. I tempi stanno diventando maturi per
una campagna trasversale contro il fenomeno
del lavoro non retribuito che include gli
stagisti, ma è più vasto. Molto più vasto. Sotto il
capitalismo, tutti i lavoratori subiscono il
problema del lavoro non retribuito, ossia
quelle parti dei nostri giorni, delle nostre
settimane o vite che generano valore
economico ma per cui non riceviamo in
cambio alcun compenso economico. Perciò,
anche se gli stagisti sono canarini nella miniera
dell’economia dell’austerity, il messaggio degli
stagisti attivisti, in sintesi, consiste al 99% in
questo: Non ti svendere.
*Enda, Nicole, and Greig collaborano a un
progetto di ricerca sulle politiche del lavoro nelle
industrie creative –
www.culturalworkersorganize.org.
Greig de Peuter insegna presso il
dipartimento di studi sulla comunicazione
della Wilfrid Laurier University.
Nicole Cohen è assistant professor presso
l’Institute of Communication, Culture and
Information Technology, University of Toronto
Mississauga.
Enda Brophy insegna presso la School of
Communication, Simon Fraser University.
L’articolo è stato pubblicato su Action il 9
novembre 2012
Traduzione di Marina Impallomeni
UNA RIBELLIONE
NON PRECARIA
Cultura precaria. Sono stata
precaria per tutta la mia vita, non ho
mai avuto un contratto più lungo di
qualche mese, mai una tredicesima né
tanto meno quattordicesima, mai
scatti d’anzianità o carriera, né premi
aziendali, né pacchi dono natalizi o
pasquali, né bonus alimentari, mai nulla
di tutto ciò e come me la grandissima
parte di chi, a torto o a ragione, ha
imboccato l’impervia strada del teatro,
del cinema, dell’arte, della poesia, della
musica, insomma di tutto ciò che si
riunisce sotto il nome di cultura.
Pensavo, prima dell’avvento tragico
della Fornero, di aver raggiunto con 37
anni di contributi, i lavori a nero, o a
colori ma senza contributi comunque,
non li si può contare anche se ci sono
stati ovviamente, l’agognato traguardo
della pensione che per la prima volta
avrebbe dato una seppur misera
regolarità alle mie finanze e pacificato,
magari a rate, la mia lotta quotidiana
con i creditori. Ma avendo cominciato
a lavorare molto presto, pur essendo
già nonna e lo dico rivendicando tutta
l’autorevolezza del ruolo, non ho l’età,
sembra ridicolo, ma non ho l’età.
Certo, ero stata ben preparata a
questo stile di vita, mia madre che è
stata una poeta, una pittrice e poi per
25 anni una gallerista, non aveva mai
una lira, ma non perdeva il buon
umore, forse apparente, anzi mi
diceva: «non avresti mica preferito una
mamma che non c’è mai? che è
sempre chiusa in un ufficio? Invece,
così, possiamo stare insieme e io ti
disegno i fumetti come ti piacciono e
decidi come vanno a finire le storie..».
Così io avevo il seguito, disegnato solo
per me, di Gordon (l’autore morì
dopo pochi numeri) e non rompevo le
scatole presa com’ero da Dale Arden,
il cattivissimo Ming e il dottor Zarro...
(per me bambina fu abbastanza
convincente, solo in seguito, nei
momenti peggiori, l’ho accusata di
avermi infilato in una trappola che mi
aveva reso una «disadattata a vita» col
suo seguir il proprio talento!). Nella
nostra famiglia, da generazioni, ognuno
se l’è rischiata in questo modo,
ognuno secondo i propri interessi e
passioni, ognuno con il proprio carico
di successi e insuccessi, considerando
comunque il proprio, scrittura, pittura,
cinema o teatro che fossero, un vero
mestiere da fare rigorosamente.
Nessuno si è arricchito, anzi, ma le
generazioni sono comunque passate
dall’una all’altra mantenendo uno
spirito di resistenza in un mondo che,
nonostante le guerre calde o fredde
che fossero, aveva per la cultura una
certa considerazione. Adesso è molto
più difficile, da una parte la vera
rivoluzione di internet che ha
modificato radicalmente le percezioni,
da verticali a orizzontali, anche nel
senso della profondità o superficie, e
non è negativa; dall’altra la vittoria
totale del capitalismo più disumano
ignorante e cinico che ci si potesse
immaginare... così ci si ritrova con un
passato arcaico, ignorato e
misconosciuto e un presente che a
volte sembra tingersi di colori
ottocenteschi e dickensiani con i
poveri che frugano nei cassonetti e i
profughi che diventano cibo per i pesci
del Mediterraneo, il tutto vivendo
precariamente giorno per giorno,
perdendo spesso il senso della realtà,
in attesa... in attesa... di una sana, nel
senso di non populista, ribellione.
ALIAS
24 MAGGIO 2014
(5)
NUOVE OPPORTUNITÀ CULTURALI AL CENTRO E ALLA PERIFERIA NAPOLETANA
Il Nea, un nuovo spazio espositivo a Napoli nel cuore del centro
storico, propone opere di grandi artisti della seconda metà
del Novecento, riservando attenzione anche ai giovani talenti
Metamorfosi
e simbolo animale
di ALBERTO CASTELLANO
●●●Napoli città d'arte, luogo che
ha un patrimonio artistico
invidiabile spalmato tra
monumenti, chiese e musei. Ma ha
avuto spesso un andamento
altalenante in quanto alla creazione
di eventi culturali legati all'arte, a
mostre di respiro europeo, a
interventi e installazioni che hanno
lasciato il segno, a presenze di
artisti internazionali. Se si
escludono gli eventi legati alla pop
art americana allestiti da Lucio
Amelio negli anni '70, le mostre
kolossal del Museo di Capodimonte
dedicate a Caravaggio, al '600 e al
'700, le costose installazioni
d'autore natalizie a Piazza del
Plebiscito nell'era bassoliniana, da
alcuni anni si cerca di fare di
necessità virtù sia a livello di
pubblico che di privato, si vivacchia
tra mostre di buon livello e altre
irrilevanti, tra qualche evento
sofisticato e qualcuno inutile e
pompato, tra spazi istituzionali (il
Madre regionale, il Pan comunale)
e gallerie private (soprattutto il
fantasioso e coraggioso Peppe
Morra, ma anche Laura Trisorio, Lia
Rumma, Alfonso Artiaco). Eppure
c'è la possibilità di ritagliare
qualche percorso artistico inedito,
di richiamare l'attenzione su un
segmento della produzione
contemporanea, su artisti meno
sponsorizzati di altri ma importanti
sul piano della ricerca e della
sperimentazione. Lo sta
dimostrando un nuovo spazio
situato tra Via Costantinopoli e
Piazza Bellini nel cuore del centro
storico culturale, che di sera diventa
uno dei punti nodali della movida
partenopea. Il Nea creato e gestito
da Luigi Solito e Bruno La Mura, è
uno spazio che propone opere di
grandi artisti nazionali e
internazionali della seconda metà
del Novecento, riservando allo
stesso tempo la giusta attenzione
verso i nuovi talenti. Ma
comprende anche un progetto
editoriale e un programma di
attività trasversali: performance
teatrali, laboratori per bambini,
reading, presentazioni editoriali,
videoproiezioni, design e
architettura e rassegne dedicate alla
musica di qualità. E così mentre
anche a Napoli si consuma in
questo periodo la «warholmania»
(una mostra al Pan in
contemporanea con quelle di Roma
e Milano), allo Spazio Nea si è
svolta con successo la mostra «Le
Metamorfosi e il simbolo animale»
in due parti track 1 (dal 13 marzo al
15 aprile) e track 2 (dal 18 aprile al
27 maggio) curata da Graziano
Menolascina. Sono tracks, tracce,
due atti di un unico progetto che
coinvolge artisti di rilievo
internazionale nel panorama
dell’arte contemporanea, come
spiega Menolascina, critico,
curatore di mostre ed esperto di
arte contemporanea barese: «Più
che un curatore mi considero un
regista dell'arte, ho lavorato da
giovane con Luca Ronconi e
quest'esperienza mi ha segnato.
Con l'arte mi piace raccontare,
assemblare le immagini e quindi gli
artisti in funzione del racconto,
costruire quasi uno spettacolo
teatrale 'statico', dare risalto allo
stile, all'epoca, alla tecnica degli
artisti del periodo dagli anni '60 al
2000 che maggiormente mi
interessa». Del titolo del progetto
dice: «Due poli, una continua danza
tra progresso e regressione, è qui
che si colloca il paesaggio delle
metamorfosi umane, osservate e
sperimentate dagli artisti in mostra
con varie tecniche e linguaggi, dalla
pittura, alla fotografia, dalla scultura
al video, all’installazione. Nella
seconda parte ci sono artisti che in
modi diversi si sono interrogati sul
tema dell’identità e delle mutazioni
che allontanano l’uomo dalla sua
natura originaria». Il simbolismo
evocativo di Andrea Fogli, i lavori
fotografici di Matteo Basilè, le
sculture di Isabella Nurigiani, i
materiali atossici di Yo Akao, il
ponte tra mondo arcaico e il
nonsense delle avanguardie
storiche di Vettor Pisani, lo
strumento filmico di Matthew
Barney, le metamorfosi reali e
futuribili di Robert Gligorov,
l'autoritratto di Urs Lüthi, il
travestimento del giapponese
Yasumasa Morimura, il «realismo
cinico» di Yue Minjun, gli esseri
deformati di Danilo Bucchi, la
quotidianità tragica e alienante di
Franco Menolascina, il confronto
tra dimensione interiore ed
esteriore di Felice Levini. I temi
dell’identità, della fusione di sacro e
profano, di mito e favola tornano
nei lavori di Luigi Ontani, mentre
Michele Zaza approda all’origine, a
una dimensione mitica dell’uomo
in opere dove lo spazio reale
diventa luogo sacro, Alessandro
Boezio presenta corpi che sono il
risultato di improbabili innesti dove
gli arti si confondono con membra
di animali, Silvano Tessarollo
indaga la condizione dell’individuo
contemporaneo, tra dimensione
umana e disumana, tra reale e
virtuale, Lamberto Teotino medita
sul presente offrendo una
possibilità condivisa di guardare
oltre il senso di sospensione e di
ambiguità del reale. E ancora gli
scatti di Marcello Di Donato,
rischiarati da una luce che sembra
provenire da tutte le direzioni, l'uso
provocatorio di Andres Serrano di
In alto: Bill Viola, sotto Andres Serrano,
La morgue (fotografia) e Gino De
Dominicis, Lo zodiaco (L’Attico, 1970).
In basso: alcuni aspetti del laboratorio
FILMap
materiali-simbolo della vita come
sangue, urina e latte, l’esplorazione
dell’interiorità dell’individuo che fa
Bill Viola con il video, l'analisi di
Gilbert&George delle paure,
ossessioni, emozioni che provano
gli individui di fronte a contenuti
forti quali sesso, razza, religione e
politica, la provocatoria ricerca di
Gino De Dominicis sui temi della
morte e dell’immortalità fisica, della
realizzazione dell’improbabile e
della confutazione
dell’irreversibilità dei fenomeni. Ma
prosegue l’esplorazione dell’arte
contemporanea e della sua visione
delle metamorfosi umane in un
viaggio tra radici e
contemporaneità.
PONTICELLI ■ UN NUOVO CENTRO DI PRODUZIONE
Nasce FILMap, riprese
del cinema del reale
di A.C.
●●●Nella dissoluzione di un vero centro
propulsivo napoletano sul piano della
produzione, distribuzione, diffusione della
cultura audiovisiva, negli ultimi anni i segni
di vitalità, i progetti concreti, le iniziative
interessanti arrivano dalle periferie. Se si
escludono i Figli del Bronx che operano e
lavorano a Napoli ma sono periferici per
vocazione, è la dura periferia di Scampia e
Ponticelli a produrre modelli possibili. E
proprio nei giorni scorsi è stato presentato
il FILMaP - Centro di formazione e
produzione cinematografica di Ponticelli
nato grazie all'intraprendenza dell'Arci
Movie e in particolare di Antonella Di
Nocera, ex assessore alla Cultura del
Comune di Napoli, animatrice storica e
coordinatrice dell'Associazione e ora anche
produttrice. Il progetto nato con il sostegno
di Fondazione «Con il Sud», prevede un
centro di formazione e produzione
cinematografica nella masseria Morabito,
sede storica dell' Arci Movie, quale esito di
un lavoro culturale e sociale che
l’associazione svolge da 25 anni nella zona
orientale di Napoli con cineforum,
rassegne, arene estive, attività educative e
formative. Di questo percorso FILMaP è il
naturale sviluppo. Sono previste tre diverse
attività, tre linee d'intervento
socioculturale: il Movielab con laboratori
gratuiti di cinema per bambini e ragazzi dai
10 ai 18 anni condotti da filmmakers
napoletani con 20 cortometraggi da
realizzare; un Atelier di Cinema del Reale
con il coordinamento scientifico del regista
Leonardo Di Costanzo, un percorso
formativo, orientato al cinema
documentario; l’acquisto di attrezzature di
ripresa e montaggio professionali, che
permetteranno di produrre lavori
audiovisivi di alta qualità, fino al formato
4k, ed utilizzabili sia per la realizzazione di
film documentari che di film di finzione.
Grazie alla costituzione di un parco di
strumenti tecnici digitali, FILMaP si
propone quale centro innovativo del
cinema indipendente napoletano e
ambisce a diventare un polo culturale di
riferimento anche sul territorio nazionale e
internazionale con il coinvolgimento di
partner diversi per competenza e specificità
come la Indigo film, Figli del Bronx,
Parallelo 41 Produzioni, Teatri Uniti, per
garantire una circuitazione delle opere
realizzate. Il progetto vuole essere anche
una risposta emergenziale ai vuoti
istituzionali e culturali come il tempo pieno
assente nelle scuole, l’audiovisivo ancora
non previsto nei programmi scolastici
ministeriali, una formazione specifica sul
documentario d’autore, la mancanza di
uno spazio fisico quale centro di
aggregazione culturale e sociale nella
periferia napoletana, ma anche di crescita e
formazione di giovani talenti.
(6)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
SPORT
●●●Dopo il fallimento del successore
di Alex Ferguson, David Moyes, Ryan
Giggs è addirittura diventato manager
pro tempore del Manchester United.
Nell'ultima partita casalinga dell'anno ha
fatto esordire un diciottenne che di
cognome fa Wilson (il suo nome però è
James). Il ragazzo (nella foto) se l'è cavata
benissimo, mettendo a segno una
doppietta da sogno. Per la serie, quando
la realtà supera l'immaginazione...
In pagina due foto di Ryan Giggs
nell’attuale campionato; in alto a sinistra
da giovane con l’allenatore Ferguson, in
basso oggi con Ferguson che lo ha
nominato, continuando a giocare,
allenatore pro tempore
CAPOLAVORI
DEL CINEMA POLACCO
La carriera di Mike finisce
bruscamente il giorno del suo
debutto, mentre quella di Ryan
vola sempre più in alto
LIBRI ■ «VOGLIO LA TESTA DI RYAN GIGGS» DI RODGE GLASS
Storia di un esordio
finito male all’ombra
di una leggenda
di LUCA MANES
●●●Immaginate di nascere a
Manchester, a due passi dal teatro
dei sogni, l'Old Trafford.
Immaginate che le divinità
calcistiche vi abbiano fatto omaggio
di doti tecniche ben al di sopra
della norma. Siete così bravi che a
chiedervi di giocare con il grande
Manchester United un giorno si
presenta sull'uscio di casa vostra il
più grande allenatore di tutti i
tempi, Alex Ferguson. A quel punto
è normale che sognate a occhi
aperti di diventare una delle
leggende di un club che ha fatto la
storia del calcio. Ma per Mike
Wilson il sogno si tramuta in
incubo nello spazio di 133 secondi.
Tanto dura il suo esordio in
Premier League, prima che una sua
sciagurata entrata a piè pari sulle
gambe di un malcapitato difensore
avversario ne stronchi per sempre
la carriera di brillante calciatore.
Colpa di un passaggio sbagliato di
Ryan Giggs, l'esatto opposto di
moderati arabi
Mike. Recordman di presenze e una
cornucopia di trofei l'uno, solo una
manciata di istanti tra i
professionisti l'altro, ben presto
ridottosi a racimolare le briciole nel
mondo delle leghe dilettantistiche.
Il sublime Ryan, come è normale
che sia, fa il pieno di soldi e fama,
ritagliandosi l'immagine di
calciatore modello. Lo sfigatissimo
Mike continua a essere uno
squattrinato esponente della
working class mancuniana e finisce
subito nel dimenticatoio. Pure nella
classifica dei flop dello United nei
26 anni di regno di Ferguson non si
merita un posto tra i titolari, ma
viene relegato in panchina. In realtà
ha qualche cosa in comune con
Giggs: un padre snaturato che,
guarda un po', di cognome fa
Wilson. Il piccolo Ryan sceglierà
l'appellativo della madre gallese,
finendo per giocare in nazionale
per i Dragoni e non con
l'Inghilterra, che così per colpa di
un genitore scellerato ha dovuto
rinunciare ai servigi di una delle
< 261 262 263 >
Mohammed VI, tiranno di
Rabat, ha funzionari fedeli in
patria e nel Sahara occupato.
Soprattutto ha funzionari e sudditi terrorizzati dalla sua ferocia e
da quella dei servizi segreti: ogni
ordine va eseguito, anche se disumano. La violenza di ufficiali
di polizia come Mohamed Ait
Omar o Mohamed Laalji, ossessivamente impegnati a incarcerare e torturare i civili sahrawi,
può spiegarsi anche così: sono
spaventati a morte dal loro re.
migliori ali di tutti i tempi. A esser
precisi, in tempi recenti si è
scoperto che anche il buon Ryan
era un donnaiolo impenitente che
considerava alla stregua di un
optional esser fedele alla propria
moglie. Nel bel libro di Rodge Glass
(Voglio la testa di Ryan Giggs, ed.
66thand2nd) Mike ha altri vizi: il
gioco d'azzardo e soprattutto
l'alcool, nemico-amico di un’altra
leggenda dei Red Devils, George
Best. Tanto per non farsi mancare
nulla, però, a un certo punto
anch'egli si ritrova
improvvisamente un figlio sul
groppone. Ma oltre quella di uomo
con mille problemi personali e
famigliari, la storia di Mike è
soprattutto quella di un tifoso che
stava per realizzare la massima
aspirazione per qualsiasi
appassionato di football: giocare
per la squadra del cuore. Il racconto
della passione viscerale per lo
United – trasmessa di generazione
in generazione, il bisnonno era già
un frequentatore assiduo dell'Old
Trafford – ricorda un po' il best
seller di Nick Hornby Febbre a 90˚.
L'impianto narrativo è molto simile,
con due piani temporali alternati:
da una parte la stagione 2007-08 si
incardina negli accadimenti del
burrascoso passato di Mike,
dall’altra Hornby, oltre a narrare
come fosse germogliato il suo
attaccamento all'Arsenal, descrive
la campagna dell'incredibile vittoria
in campionato nel 1988-89. Se il
buon Nick ha una «normale» vita
borghese, fatta di alti e bassi,
l'anti-eroe Mike sembra spuntar
fuori da un film di Ken Loach e
proprio non ne combina una
giusta. Il giorno in cui la squadra
vince la Coppa dei Campioni
segnando due goal nei minuti di
recupero al Bayern Monaco, tenta il
suicidio perché lui poteva, doveva
essere lì con Beckham e compagni
ad alzare il trofeo. Per la finale di
Champions League del 2008
compra un biglietto falso, inventa
scuse improbabili al lavoro per
volare a Mosca a seguire la squadra
– infatti viene scoperto e subito
licenziato – non riesce a entrare allo
stadio, si ubriaca come una cucuzza
al pub insieme a un gruppo di tifosi
dublinesi e quando la sua
ossessione segna il rigore che dona
ai Red Devils il trionfo nella
competizione per club più
prestigiosa del mondo non regge e
compie un «atto sconsiderato». Un
finale amaro per un libro che in vari
frangenti distilla riflessioni
tranchant sul calcio moderno. Il
raffronto con un passato in cui il
business e i soldi non erano tutto è
impietoso. Quando uscì Febbre a
90˚, si stava assistendo alla
definitiva affermazione della
Premier League. Il calcio era di
moda, la middle e la upper class lo
stavano reinterpretando a modo
loro, incastonandolo alla perfezione
nell'industria dell'intrattenimento.
Si perdevano radici importanti, si
cancellava una bella porzione di
genuinità, e non a caso il fratello di
Mike nella novella di Glass
preferisce abbandonare l'Old
Trafford e seguire lo Stockport
County, piccola squadra alla
periferia di Manchester che bazzica
nelle serie minori. Oggi sosterrebbe
lo United FC, il club creato dai tifosi
come risposta alla gestione tutta
finanza e marketing (e debiti) dei
proprietari americani dei Red
Devils, la famiglia Glazer. Per lui i
giocatori della Premier «sono solo
puttane miliardarie» pronte a
vendersi al miglior offerente. I
calciatori simbolo si contano sulle
dita di una mano. E uno di loro si
chiama Ryan Giggs.
Pacco a sorpresa. Sul blog InkTank
(www.inktank.fi) la divertente lista 82
mind-blowing movies facts you probably
didn't know, una piccola compilation di
curiosità sorprendenti ad uso di maniacali
film buffs. Dove, tra l'altro, si scopre che:
Arnold Schwarzenegger fu pagato intorno
ai 21429 dollari per ogni parola delle 700
totali pronunciate in Terminator 2 - Il
giorno del giudizio; il regista di Drive
Nicolas Winding Refn ha dovuto
sostenere l'esame di guida, prima di
ottenere la patente, appena nove volte;
per la sua breve apparizione in Una pazza
giornata di vacanza (Hughes, 1986) Charlie
Sheen rimase sveglio 48 ore di fila al fine
di ottenere un convincente aspetto
inguardabile; per ringraziarlo della voce
prestata in Aladdin (1992), la Disney inviò
in regalo a Robin Williams un quadro di
Picasso; provando sul set le effusioni
amorose di Brokeback Mountain, Jake
Gyllenhaal quasi rischiò di rompersi il
naso a causa dell'impeto manifestato nella
recitazione da Heath Ledger, mentre
pochi probabilmente ricordano che la
stella suprema del cinema porno
americano, Ron Jeremy, brilla uncredited
anche in Ghostbusters - Acchiappafantasmi
(Ivan Reitman, 1984).
Ancora una volta con
sentimento. A Praga, nel periodo
precedente l'invasione da parte della
Germania nazista, il buon padre di famiglia
Karl Kopfrkingl esercita la sua attività di
cremazione di cadaveri con volontà e
convinzione tali da attribuirle quasi il
significato di una missione benefica per
l'umanità: con queste premesse sarà
breve il passo dalla iniziale e blanda
adesione al nazional-socialismo fino alla
decisione di disporre dei forni con i quali
lavora a favore delle innominabili pratiche
messe in atto dall'invasore tedesco, a
costo anche di sacrificare i propri figli.
L'etichetta francese Malavida pubblica in
dvd il raro e inquieto Spalovac mrtvol
(L'incinerateur de cadavres, 1968),
capolavoro ceco di Juraj Herz, bloccato
durante le riprese a causa dei noti
avvenimenti dell'estate di quell'anno, e
successivamente uscito per soli tre giorni
all'inizio del '69, prima di subire una
censura semi-definitiva da parte delle
autorità sottoposte alla sorveglianza
sovietica (www.malavidafilms.com).
Così parla il cuore. Dopo il patrio
tributo di A Personal Journey Through
American Movies e l'esplorazione del
canone italiano con My Voyage To Italy, il
mai troppo lodato Marty Scorsese sta
presentando a Los Angeles - questo e il
mese prossimo - Masterpieces of Polish
Cinema, una vera e propria master class
avente ad oggetto la lunga e fertile
stagione del cinema polacco che va dagli
anni '60 agli '80, con 21 titoli
personalmente scelti e riproposti in
nuove edizioni scintillanti. Appuntamento
dunque fino al 24 giugno presso il Bing
Theater (5905 Wilshire Blvd), ma
attenzione particolare va prestata ad un
mini-omaggio dedicato al grande
visionario Wojciech Jerzy Has, collocato
invece nella sede di Cinefamily (611 N
Fairfax Avenue). Il 2 e 3 giugno ecco Il
manoscritto trovato a Saragozza (1965),
sublime esempio visivo di lotta tra
razionalismo e superstizione, un film che
Luis Bunuel dichiarò di aver visto tre
volte, «cosa per me assolutamente
eccezionale», mentre dal 9 all’11
proiezione della Clessidra, trionfo
flamboyant dell'immaginario, premio
speciale della giuria a Cannes nel 1973.
ALIAS
24 MAGGIO 2014
I FILM
BOLOGNA 2 AGOSTO... I
GIORNI DELLA COLLERA
DI GIORGIO MOLTENI E DANIELE SANTAMARIA
MAURIZIO, CON GIUSEPPE MAGGIO, MARIKA
FRASSINO. ITALIA 2012
0
Il film ricostruisce nella cupa
atmosfera degli anni di piombo,
la storia di un gruppo di ragazzi
che decide di uscire dall’Msi e fondare i
Nar fino ad arrivare alla strage di
Bologna del 2 agosto 1980.
DOM HEMINGWAY
DI RICHARD SHEPARD CON EMILIA CLARKE,
JUDE LAW. UK 2013 0Ambientato a Londra,
il film racconta la storia di Dom
Hemingway (Law), uno scassinatore
specializzato in cassaforti che dopo 12
anni di prigione va dal suo ex migliore
amico (Richard E. Grant) che nel
frattempo ha sposato la sua ex moglie e
cerca di recuperare i soldi che gli
spettano.
EDGE OF TOMORROW SENZA DOMANI (3D)
DI DOUG LIMAN, CON TOM CRUISE, EMILY
BLUNT. USA 2014
0
Film di fantascienza interpretato
da Tom Cruise un ufficiale
spedito contro gli alieni che
hanno invaso la Terra. Non avendo mai
partecipato a nessun combattimento è
subito ucciso, ma dopo pochi minuti si
risveglia e così via finché non raggiunge
una certa abilità e insieme a Rita,
soldato delle forze speciali, si avvicina
alla soluzione finale. Bill Paxton nel cast.
GIRAFFADA
DI RANI MASSALHA, CON SALEH BAKRI, LAURE
DE CLERMONT. ITALIA FRANCIA PALESTINA 2014
0
Yacine lavora come veterinario
nello zoo di Qalqylia nei
territori palestinesi, ma quando
la giraffa Brownie muore a causa di un
raid aereo, il figlio Ziad accompagna il
padre in una rocambolesca avventura
per trovare un nuovo compagno alla
giraffa femmina. Il compito di trafugare
una giraffa maschio da uno zoo
israeliano e farla passare ai check point
non sarà affatto facile. Rani Massalha è
un regista nato in Francia da padre
palestinese e madre egiziana.
GOOOL! (3D)
DI JUAN JOSÉ CAMPANELLA. ANIMAZIONE.
ARGENTINA SPAGNA 2013
0
Amadeo, un ragazzo timido ma
campione di calciobalilla,
riuscirà con l’aiuto degli omini
della sua squadra a salvare il suo
quartiere minacciato dalla
multinazionale del divertimento che
vuole spazzare via, tra l’altro, anche il
bar dove si intrattengono le infuocate
partite. E conquistare la ragazza
del cuore.
IN ORDINE DI SPARIZIONE
DI HANS PETTER MOLAND, CON STELLAN
SKARSGÅRD, BRUNO GANZ. NORVEGIA SVEZIA
2014
0
In una regione isolata della
Norvegia, Nils tiene libere le
strade guidando un enorme
spazzaneve. Cittadino modello, la sua
vita è sconvolta dall’omicidio del figlio,
finito per errore nel mirino della
malavita. Si vendicherà da solo contro
l’organizzazione criminale. Poi entra in
scena anche la mafia serba.
PANE E BURLESQUE
DI MANUELA TEMPESTA, CON EDOARDO LEO,
LAURA CHIATTI. ITALIA 2014
0
Una fabbrica di ceramiche ha
chiuso i battenti in un paesino
del Sud e la popolazione
naviga in cattive acque. Un giorno
arriva nella piazza del paese una
vecchia Citroën da cui scendono
quattro artste di Burlesque
capeggiate da Giuliana, una ragazza
del posto che torna nel suo paese
d’origine per vendere la proprietà
di famiglia.
SINTONIE
RESISTENZA NATURALE
SONG OF SILENCE
narrazione e ci porta dentro a un
mondo, il suo mondo, facendoci
condividere le sue avventure.
Gelsomina ha dodici anni, e vive in
campagna, la sua famiglia appare un po'
strana, sono isolati, il padre tedesco che
alleva api, la mamma che parla francese
(dolcissima Alba Rohrwacher), la
sorella Marinella, le piccoline. E una
storia d'amore, tra Gelsomina e il padre
fatta di complicità e sterzate brusche,
legami profondi e ricatti affettivi come
solo il rapporto con un genitore può
essere. Alice Rohrwacher riesce a
coglierne le direzioni impreviste, e
senza mai abbandonare la molteplicità
sposta il racconto nell'orizzonte della
protagonista, e un po'come accadeva in
Corpo celeste , la sua scoperta di sé
diventa quella del mondo. (c.pi.)
DI CHEN ZHUO, CON YIN YANING, WU BINGBIN.
CINA 2012
PINUCCIO LOVERO, YES I CAN
DI JONATHAN NOSSITER. DOCUMENTARIO.
ITALIA FRANCIA 1914
0
Dal regista di Mondovino,
quattro ritratti di viticoltori
italiani: Giovanna Tiezzi, figlia
dello storico ambientalista Enzo Tiezzi
e Stefano Borsa in Toscana nel loro ex
convento riconvertito in azienda
agricola in Toscana; Corrado Dottori e
Valeria Bochi, rifugiati
dall’industrializzata Milano nella fattoria
di famiglia nel magico territorio
marchigiano; Elena Pantaleoni, ex libraia
nei Colli Piacentini guida l’azienda
vinicola del padre; Stefano Bellotti, il
Pasolini degli agricoltori, un poeta
contadino.
0
Jing è un'adolescente
sordomuta, affidata alla madre
dopo il divorzio dei genitori.
Una vita che man mano che avanzano
gli anni si scontra sempre più con le
ostilità e le incomprensioni dei familiari.
Film d’esorido premiato in vari festival
oltre che dal network per la
promozione del film asiatico, appena
presentato al Far East di Udine
MALEFICENT (3D)
DI ROBERT STROMBERG, CON ANGELINA JOLIE,
JUNO TEMPLE. USA 2014
0
Diretto dallo scenografo di
Avatar, Alice in Wonderland di
produzione Disney, una
versione di La bella addormentata nel
bosco, protagonista non la bella, ma
malefica, la strega dal cuore di pietra
che lancia una maledizione contro la
piccola Aurora che al compimento dei
sedici anni si pungerà con il fuso.
THE GERMAN DOCTOR
DI LUCIA PUENZO, CON FLORENCIA BADO,
ALEXBRENDEMUHT. ARGEMNTINA 2012
8
Wakolda (questo il titolo
originale) è il nome di una
bambola di Lilith tornata a
Bariloche dove la famiglia che ha deciso
di riaprire l’albergo di famiglia, un luogo
tra i monti che sembra la Germania,
dove si parla tedesco e dove vive la
gente cresciuta nel mito di Hitler.
Nell’albergo vive un uomo misterioso
che fabbrica bambole con gli occhi
azzurri e promette di far crescere,
grazie ai suoi esperimenti, Lilith che è
nata prematura e non dimostra la sua
età. La Storia scorre in quella che
appare come una microstoria familiare.
Alle immagini d’archivio dell’orrore
nazista Puenzo preferisce lastoria
dell’inquietudine diffusa in quel luogo
popolato dii ombre. (c.pi.)
MAPS TO THE STARS
DI DAVID CRONENBERG, CON JULIANNE
MOORE, MIA WASIKOWSKA, CANADA USA 2014
1
Non è una satira. E soprattutto
non è una satira su Hollywood.
Cronenberg adotta la fiction
grandiosamente tragicomica di Wagner
(nato e cresciuto all'ombra
dell'industria del cinema. Da giovane
faceva l'autista delle star. I due sono
amici e il regista ha prodotto il primo
film dello scrittore, I Am Losing You), i
suoi personaggi, per uno degli horror
più crudeli che ha mai fatto - un horror
profondamente biologico, dove però lo
splatter è filosofico, non della carne.
Maps è pieno di personaggi che
desiderano identità che appartengono
ad altri e lottano ferocemente per
difendere meschinità abissali. (g.d.v.)
LE MERAVIGLIE
DI ALICE ROHRWACHER, CON MARIA
ALEXANDRA LUNGU, ALBA ROHRWACHER. ITALIA
2014
8
Come una maga scanzonata
Alice Rohrwacher mischia
qualcosa di sè, delle persone
che ha incontrato, le trasforma in
DI PIPPO MEZZAPESA, CON PINUCCIO LOVERO,
ANNA PAPPAPICCO. ITALIA 2013
1
Un secondo appuntamento con
Pinuccio Lovero, il becchino
senza lavoro perché nel suo
paese non muore nessuno, il
paradossale personaggio dalla vitalità
prorompente dal lavoro che
probabilmente non gli si addice. Mentre
nel primo film si mettevano in evidenza
le sue qualità organizzative, questa volta
le stesse saranno messe a frutto per
uno scopo più ambizioso, presentarsi
alle elezioni comunali di Bitonto. Perché
infatti lui no in mezzo a quella
straordinaria fauna di elementi che
tappezzano le nostre strade
ammiccando dai manifesti? In più la sua
campagna elettorale guarda lontano:
«Pensa al tuo futuro» ammonisce.
Pippo Mezzapesa osserva con rispetto,
elabora in maniera spietatamente
comica e dirige con uno sguardo
sferzante nei confronti della società.
(s.s.)
PIÙ BUIO DI MEZZANOTTE
DI SEBASTIANO RISO, CON DAVIDE CAPONE,
MICAELA RAMAZZOTTI. ITALIA 2014
8
Lascia la sua famiglia il giovane
Davide che assomiglia a una
ragazza e si inoltra nel
misterioso quartiere della sua città
dove ha intravisto affascinanti presenze,
una sorprendente realtà così lontana
dalla violenta negazione che ha
dimostrato suo padre nei suoi
confronti. Come un abitante notturno
dei Kensington Gardens, un’Alice nel
paese di Villa Bellini rannicchiata nel
cavo dell’albero antico, un fiero
cavaliere senza macchia che non si
lascia avvicinare ma a cui non sfugge
nulla, trova il suo gruppo di amici.
Racconto notturno e allusivo, quanto
più possibile sanguigno, con la messa in
scena dei sentimenti più elementari
intrecciati a quelli che ancora non si
sanno ben definire. (s.s.)
IL TRENO VA A MOSCA
DI FEDERICO FERRONE E MICHELE MANZOLINI.
ITALIA 2013
7
Un gruppo di amici di Alfonsine
decide di partecipare al festival
mondiale della gioventù a
Mosca nel 1957, armati di macchina
fotografica e cinepresa super 8 alla
scoperta del paese che aveva dato la
terra ai contadini, cacciato i padroni e
costruito una società fondata sulla
fratellanza e la solidarietà. Andare a
vedere con i propri occhi, fraternizzare
con i giovani di tutto il mondo,
cortegggiare le belle georgiane, scoprire
i tanti movimenti di liberazione e anche
osservare con non poca sorpresa i
materassi degli operai ammassati per
terra nelle baracche, uno stile ben
diverso dalle abitudini italiane. Quando
le «filmine» girarono per tutta la
Romagna, non si poté certo parlare di
quel tipo di povertà.. E poi ancora in
viaggio in Algeria alla scoperta di
un’altra rivoluzione. Poi con la morte di
Togliatti finisce un’epoca. (s.s.)
(7)
A CURA DI
SILVANA SILVESTRI
CON ANTONELLO CATACCHIO,
ARIANNA DI GENOVA, GIULIA
D’AGNOLO VALLAN, MARCO
GIUSTI, GIONA A. NAZZARO,
CRISTINA PICCINO
IL FILM
ANA ARABIA
DI AMOS GITAI, CON YUVAL SCHARF, YUSSUF ABU WARDA, ISRAEL FRANCIA 2013
SEDUCENTE
HORROR
COMETE
Italia, 2014, 4’, musica: Le Strisce, regia:
Tiziano Russo, fonte: Repubblica Tv
6
Decine di bizzarri personaggi
immobilizzati e sospesi tra le
luci e il fumo,
improvvisamente cominciano a
suonarsele di santa ragione al
ralenti, mentre un mangiatore di
fuoco illumina con le sue fiammate
questo locale che non vediamo mai
in un piano di insieme. Drag queen e
corpi seminudi caravaggeschi,
ballerine e anziani si affrontano
mentre Davide, il cantante della
band, urla in mezzo a un caos
straniante. Interessante videoclip,
anche se non proprio originalissimo,
diretto da Tiziano Russo per il
singolo del gruppo napoletano Le
Strisce che anticipa l’uscita del loro
terzo album Pazzi e poeti.
WEIGH OF GOLD, THE
UK, 2014, 4’50”, musica: Forest Swords, regia:
Benjamin Millepied, fonte: Youtube
6
Un performer (Billy Barry)
attraversa dei paesaggi
semidesertici muovendosi a
scatti (effetto ottenuto in
post-produzione). A filmarlo e il
fotografo, cineasta e coreografo
francese Millepied che coniuga la sua
arte con la musica di Matthew
Barnes (conosciuto dietro la sigla di
Forest Swords). Malgrado le buone
intenzioni sperimentali il risultato
non è però eccelso. La location è il
deserto della Giudea nonché il sito
di Nebi Musa.
VINCENT PRICE
UK, 2013, 4’50”, musica: Deep Purple, regia:
Jörn Heitmann, fonte: Youtube
1
Un ragazzo e una ragazza
credono di entrare in una
multisala cinematografica, ma
in realtà sono catapultati dentro un
film in bianco e nero con il grande
attore Vincent Price, cui la storica
rock band inglese ha dedicato
questo brano (incluso nel loro
ultimo album Now What?). I due
giovani devono così vedersela con
una galleria di personaggi horror, tra
cui Dracula e Frankenstein; mentre
lui è trasformato nella Mummia, lei –
nei panni di una sexy suora che fa la
lap dance – seduce Price per tentare
la fuga. Il tutto sotto gli occhi dei
Deep Purple che, imperterriti,
suonano nei sotterranei del classico
castello gotico. Le didascalie
scandiscono la narrazione e donano
il solito tocco da cinema muto, cui
contribuisce la scenografia di
Benedikt Lange e la fotografia di
Bernrd Wondollek. Ma i veri «morti
viventi» del clip sono proprio Ian
Paice, arzilli in scena da quasi mezzo
secolo.
MAGICO
Yael una giovane giornalista (Yuval Scharf) arriva in un’enclave tra Jaffa e Bat
Yam, in Israele per intervistare Youssef, il marito arabo di una donna ebrea
divenuta musulmana. Ma come varca l’inquadratura in quella stretta soglia - un
confine invisibile e fortissimo - si trova in un luogo altro. Nel cortile verde di
limoni, piante, orti, si intrecciano le storie di Youssef, Miriam, Sarah, Walid,
Jihad e di altri, gli amici, i vicini di casa ognuno con i suoi sogni traditi, le sue
amarezze, i ricordi piccoli e preziosi di incontri indimenticabili. Che si dipanano
lentamente, nel susseguirsi quasi poetico delle parole a cui è affidata la
narrazione, nei passaggi dagli uomini alle donne, tutti raccolti come in un coro,
che Yael compie nella sua ricerca.. La ragazza fa domande che rimangono senza
risposta. E riceve invece altre cose, altre storie: Miriam parla della madre, della
sua scelta coraggiosa. Era rimasta per sempre la nemica, difficile dimenticarlo.
Sarah è ebrea, si è rifugiata tra loro quando Jihad, il figlio di Youssef l’ha
cominciata a picchiare. I figli più grandi dell’uomo non la volevano, pure lei era
un corpo estraneo tra loro, ostile, ma oggi preferisce dimenticare. Gitai ha
girato l’intero film in piano sequenza con una Alexa riflettendo lo sgranarsi delle
ore nei passaggi di luce che pian piano cambiano anche la prospettiva dei
personaggi. Non è una semplice dichiarazione estetica, all’opposto il suo cinema
è politico per la libertà radicale che che oppone agli schematismi. (c.pi.)
IL FESTIVAL
DIVERGENTI
BOLOGNA, CINEMA LUMIÈRE, FINO AL 25
La VII edizione di Divergenti, festival
internazionale di cinema trans
organizzata dal M.I.T., Movimento
Identità Transessuale, con la direzione
di Porpora Marcasciano e la direzione
artistica di Luki Massa, dal titolo
A/Traversamenti... verso la felicità, è
dedicata al tema del complesso
intreccio tra percorso medico ed
esperienza reale. Oggi il festival inizia
alle 11.00 con «Oltre il bisturi»
approfondimento a fronte anche degli
ultimi studi, esperienze ed elaborazioni
politiche del movimento trans. Alle ore 18 tre corti sul la questione di genere vista
con gli occhi dei bambini e degli adolescenti (ore 18): Vestito nuevo (Spagna) Bajo el
ultimo techo (Messico) e You're Dead To Me (Usa). Alle ore 20 due film finlandesi, il
documentario Jotain siltä väliltä (Something In Between) e il film Open up to me,
Maarit divenuta donna, è costretta a fare i conti con il proprio passato da uomo.
Alle ore 22.15, prima dell’ultima proiezione a Vladimir Luxuria verrà assegnato il
riconoscimento congiunto Mit-Cassero come campionessa Lgbtq a Sochi. Chiude la
serata il documentario italiano I fantasmi di San Berillo premiato al 31˚ Torino Film
Festival. (foto di Zanele Muholi)
LA REPLICA
FAR EAST FESTIVAL
A MILANO
SPAZIO OBERDAN FINO AL 1 GIUGNO
La Fondazione Cineteca Italiana
presenta per la prima volta presso
Spazio Oberdan Milano la rassegna Far
East Film Festival 2014, il prestigioso
festival di Udine. In programma quattro
titoli dal festival appena concluso e
quattro dalle selezioni precedenti. Oggi:
Castaway on the Moon di Hae-jun Lee
(Corea del Sud, 2009) un suicidio non
riuscito, Cold Eyes di Cho Ui-seok e
Kiim Byung-seo (Sud Corea, 2013) una
giovane poliziotta contro un feroce
criminale, Soul di Chung Mong-hong (Taiwan, 2013) il corpo di un cuoco sembra
posseduto da un assassino psicopatico. Il 25: The Man from Nowhere di Jeong-beom
Lee (Corea del Sud, 2010), ex agente speciale salva una ragazzina e Cold eyes.
Martedì 28 Masquerade di Chang-min Choo (Corea del Sud, 2012) un sosia del re
sul trono, The Attorney di Yang Woo-seok (Sud Corea, 2013) un consulente legale
difende il figlio di un amico arrestato con l’accusa di essere comunista. Il 31 The
man from nowehere e Ipman: the Final Fight di Herman Yau (Hong Kong, 2013) sul
leggendario maestro di Bruce Lee. Il primo giugno The attorney e Firestorm di Alan
Yuen (Hong Kong, 2013) adrenalinico film d’azione.
LA MOSTRA
ISIA
DI PROGETTO IN PROGETTO
ROMA, ISIA (PIAZZA DELLA MADDALENA, 53)
FINO AL 31 LUGLIO
L’Isia - Istituto Superiore per le
Industrie Artistiche - di Roma compie
quaranta anni e li celebra con una
mostra «Di progetto in progetto».
L’Isia - Roma Design è dal 1973 il
primo istituto pubblico di design in
Italia e fa parte dell’Afam (Alta
Formazione Artistica e Musicale) del
Ministero dell’Istruzione, Università e
Ricerca (Miur). È una scuola
d'eccellenza che seleziona solo 30
studenti per anno accademico, con frequenza obbligatoria. Nel corso degli anni
ha formato alcuni noti designer industriali, tra i quali Roberto Giolito, da più di
25 anni in Fiat dove guida il Centro Stile (è lui il designer della nuova 500); Pinky
Lai, nato a Hong Kong, designer automobilistico di Porsche Carrera, Bmw, etc;
Fabrizio Buonamassa Stigliani, che è Watches Design Center Senior Director
presso Bulgari, in Svizzera; Annalisa Caricato, designer di borse Valentino. La
mostra comprende testi scientifici, foto, progetti e premi che da sempre
caratterizzano l’attività didattica e di ricerca dello storico Istituto, fondato nel
1973, tra gli altri, da Giulio Carlo Argan, critico d’arte e sindaco di Roma.
Rimane aperta fino al 31 luglio, con ingresso gratuito dalle 9 alle 18.
(8)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
Manager,
giornalisti,
faccendieri,
fidanzate
e musicisti
che per un verso
o per l’altro sono
passati alla storia
come «uno dei Fab»
STORIE ■ DIECI SCARAFAGGI «INDISPENSABILI», PICCOLI, GRANDI REGISTI OCCULTI
Il Quinto Beatle,
nascita di un mito
Come per ogni impresa di
successo, i Beatles contano su
tantissimi aiuti, provenienti
innanzitutto da dietro le quinte,
grazie a persone che degli
«scarafaggi» condivideranno tutto
(o quasi), salvo i riflettori della
fama e della gloria più o meno
imperiture. Da sempre, in tal
senso, circolano voci ufficiose,
rimbalzate ovunque, da Londra a
Liverpool, fino al mondo intero, su
un ipotetico Quinto Beatle che, di
nascosto, guida gli altri quattro:
non ce n’è una ma ben dieci
sarebbero le persone che
contribuiscono, lungo i «favolosi»
anni Sessanta, a plasmare un
capolavoro artistico-musicale che
da allora a oggi non smette di
produrre «ricchezza», tra inediti,
ristampe, merchandising e altro
ancora (indotto compreso).
di GUIDO MICHELONE
Quando nel 1962 un’oscura rock
band di Liverpool piazza il 45 giri
d’esordio, Love Me Do, nella hit
parade inglese, il pubblico fa la
conoscenza innanzitutto con un
poker di ragazzi poco più che
ventenni chiamati per nome di
battesimo - John, Paul, George,
Ringo - e solo in un secondo
momento anche come Lennon,
McCartney, Harrison, Starr
(nickname di Richard Starkey). La
forza dei Beatles consiste, da allora
fino gli ultimi trionfi come gruppo
(1968-69), nell’immagine compatta,
unitaria, indissolubile che i quattro
danno di sé: non a caso mai
espressione fu più azzeccata di
quella italiana usata per il titolo del
loro primo film Tutti per uno. E con
l’Alexandre Dumas dei Tre
moschettieri (che in realtà sono
quatto) si può aggiungere «uno per
tutti, tutti per uno», quasi a
sottolineare la funzione simbolica
esercitata reciprocamente:
insomma paiono un ensemble
autosufficiente, dove nessun
«esterno» sia necessario al loro
successo, alla loro musica, al loro
feeling. A questo contribuisce
sicuramente l’immaginario visivo
dell’epoca: i Beatles, come tutte le
formazioni (o «complessini») si
presentato vestiti, pettinati,
agghindati allo stesso modo: il look
sarà imitatissimo tra il 1963 e il
1966 nel passaggio dal r’n’r al beat,
come pure attorno al 1967-’68 con
l’era psichedelica. Dal vivo, ai
concerti, i Beatles non hanno
coriste, sezioni fiati o musicisti
aggiunti; sono loro quattro e basta;
nei dischi però la situazione è un
po’ diversa e proprio dagli studi di
registrazione e in genere dal
backstage e da tutto ciò che
insomma concorre all’exploit
duraturo di una rock band, occorre
partire nel vedere se davvero esista
un «Quinto Beatle», un personaggio
che, più degli altri, partecipi alla
grandezza di un quartetto che fin
da subito entra nella storia
contemporanea.
Ci sono artisti, manager,
impresari, tecnici, che di volta in
volta sin dal 1960 vengono indicati
come il «quinto uomo», insomma lo
Scarafaggio in più che se ne sta al
riparo, a far quasi da regista o deus
ex machina. E quasi per paradosso,
sia agli inizi sia nel declino dei
Beatles, si trovano uomini e donne
che entrano a far parte
dell’entourage, modificandone
pesantemente i connotati musicali:
i Quarrymen, Pete Best, Tony
Sheridan, Yoko Ono, Linda
Eastman, sono i nomi di chi, nel
bene o nel male, contribuisce al
solido assestamento e poi al triste
epilogo dei Fab Four medesimi. I
Quarrymen sono il gruppo in cui
suona Lennon, da cui prende il via
l’intera vicenda; Best è il primo
batterista che viene sostituito dai
discografici, alle soglie dell’exploit,
con una mossa ancor oggi avvolta
nel mistero assoluto; Sheridan è un
cantante grazie al quale i Beatles
(come Beat Boys) incidono i loro
primi singoli, come semplici
accompagnatori; Ono è la donna
che porta via il marito a Cynthia
Lennon, spingendolo - lei artista
Fluxus oltranzista - verso un
impegno politico e un’avanguardia
radicale che ideologicamente lo
allontaneranno dalla cultura
beatlesiana, sino a lavorare
esclusivamente con la nuova
moglie giapponese; la Eastman
infine è una fotografa newyorkese
che, ricambiata, s’innamorerà di
Paul (eterno scapolo)
conducendolo non solo all’altare,
ma a prendere le distanze da John e
Yoko (tre le due odio infinito) fino
ad abbandonare ufficialmente i
Beatles e a formare gli Wings dove
Linda suonerà la tastiera per un
intero decennio.
Nessuno però di questi cinque
«casi» può effettivamente aspirare
al titolo di quinto Beatle. Chi
allora? Per rispondere bisogna
anzitutto considerare che, in
quanto gruppo omogeneo, i
quattro Beatles «classici» tra il 1963
e il 1970 fanno insieme molto di
più di qualsiasi band venuta prima
o dopo, per cambiare lo scenario
della musica, dell'arte, la cultura
popolare e addirittura della società
e della politica a livello planetario.
Benché noti come «Fab Four»,
John, Paul, George, Ringo non
raggiungono lo status di icone pop
mondiali basandosi
esclusivamente sul proprio talento.
Astrid Kirchherr
Prima di Cynthia Powell, Jane
Asher, Patti Boyd o Maureen Tigrett
iscritte via via nel pubblico/privato
dei quattro Beatles (come mogli,
amanti, fidanzate, consigliere),
l'unica donna che ha una grossa
influenza sugli allora cinque
giovanissimi liverpooliani resta una
bella bionda tedeschina,
studentessa, esistenzialista e
fotografa di nome Astrid Kirchherr.
La ragazza, jazzofila, viene convinta
ad ascoltare i Beatles in una «cave»
di Amburgo dal fidanzato Klaus
Voormann, disegnatore e bassista.
Le successive foto in bianco e nero
di Astrid ai Silver Beatles attirano
recensioni entusiastiche,
diventando la prima persona a
ritrarre quella che, nel giro di un
paio d’anni, diverrà la band più
famosa al mondo. Le attenzioni
della Kirchherr, sono però, subito
rivolte a un altro bassista, il
meditabondo Stuart Sutcliffe,
anch’egli pittore e Quinto Beatle
effettivo (assieme a Pete Best non
ancora scavalcato da Ringo). La
ragazza interrompe il rapporto con
Voormann e comincia a flirtare con
Stu. Sulla pelle di quest’ultimo,
inventa l'aspetto forse più
iconicamente pregnante dei
Beatles: il taglio di capelli con il
frangione o alla paggetto (detto
anche Moptop), di gran moda nelle
Belle Arti tedesche. Convince
dunque Sutcliffe ad adottare questo
look mentre gli altri Beatles che
prima lo deridono, ben presto ne
seguono l'esempio. Il resto è storia.
Stuart Sutcliffe
Prima della scomparsa a soli
ventun anni per una emorragia
cerebrale, è il bassista ufficiale
della band, mentre McCartney
suona la chitarra ritmica. Amico di
Lennon già dal Liverpool College
of Art, dove entrambi
s’appassionano all’astrattismo e
alle avanguardie in genere,
Sutcliffe è di certo più interessato
alla pittura che alla musica; di
fatto si unisce unito alla band solo
per una questione di amicizia e
lealtà verso John. Quando Stu
riesce a vendere un suo quadro
per 65 sterline, Paul lo convince a
usare i soldi per comprare una
chitarra basso Hofner, che più
ALIAS
24 MAGGIO 2014
(9)
In queste pagine, da sinistra a destra,
dall’alto in basso: Mal Evans, Paul
McCartney e George Martin in studio;
Brian Epstein; ancora Martin, McCartney e
Ringo Starr; la copertina di «Revolver»
disegnata da Klaus Voorman; i Fab Four in
sala d’incisione; i primi vagiti dei Beatles,
con George Harrison, Stuart Sutcliff e John
Lennon; Klaus Voorman; di nuovo Voorman
con Astrid Kirchherr e Stu Sutcliff; John
Lennon, Neil Aspinall e George Harrison
fino al loro scioglimento, sarà uno
dei fondatori del Monterey Pop
Festival, il primo megaevento
giovanile nella storia (1967), ma
senza Beatles, perché da un anno (e
per sempre) lontani dal mondo dei
concerti. Morirà di cancro nel 1997.
Contribuirono
a plasmare
un gruppo
capolavoro
che da oltre
50 anni non ha
mai smesso
di produrre
ricchezza
come sostituto bassista.
tardi diventerà lo
strumento-simbolo di McCartney
stesso. Da quel poco che si evince
da dischi pirata o nastri fortuiti,
Sutcliffe non è un musicista
provetto, ma conquista il cuore
delle ragazzine grazie alla bellezza
e con l’interpretazione di Love Me
Tender di Elvis Presley. Oltre a
essere il primo Beatle a portare i
capelli come un Beatle dovrebbe,
Stu Sutcliffe passa alla storia per la
scelta definitiva di «The Beatles»
come nome della band, non senza
essersi prima consultato con il
fraterno Lennon.
Bruno Koschmider
Koschmider lavora con diversi club
tedeschi, in particolare al teatro
Bambi Kino, nel pittoresco
quartiere di Reeperbahn di
Amburgo. Per intrattenere le masse,
impiega diverse band di Liverpool,
tra cui i giovani Beatles, che
suonano dal pomeriggio all’alba per
una clientela di portuali, ladruncoli,
truffatori, magnaccia e prostitute.
Le band riescono dunque a esibirsi,
con brevi pause, anche per dieci ore
consecutive, per intere settimane
grazie alla dotazione di «pillole
dimagranti», rigorosamente Made
in Deutschland, offerte da
Koschmider. Le condizioni difficili e
un pubblico ostico, spesso litigioso
e ubriaco, aiutano i futuri Fab Four
a modellare le loro performance dal
vivo ricorrendo a un’altissima
energia che farà guadagnare loro
consenso e popolarità in tutto il
mondo a partire dai concerti inglesi
per trionfare poi nei tour mondiali.
In tal senso l’immagine o l’idea di
Bruno come Quinto Beatle non è
certo quella di uno stinco di santo.
Murray Kaufman
Murray Kaufman è un disc jokey di
New York, professionalmente noto
come Murray «The K», che viene
universalmente indicato come la
persona che apre ai Beatles
l’immenso mercato americano.
Mentre alcuni storici stanno ancora
disputando sul fatto che sia
Kaufman o un altro il primo dj
statunitense a far sentire per radio
un disco dei Beatles, Murray resta
di fatto il maestro auto-promotore
che si assume il ruolo non ufficiale
di collegamento tra la band e la
stampa Usa. I Beatles, tra l’altro,
sentono parlare di Kaufman,
qualche anno prima, collegato a un
gruppo femminile afroamericano
che gira l'Inghilterra sotto il nome
di Murray’s Dancing Girls: in
seguito noto come Ronettes.
Kaufman diventa così legato ai Fab
Four che, durante le loro prime
apparizioni a stelle e strisce, nel
corso di una conferenza stampa,
Ringo presumibilmente si riferisce a
lui quando parla di un «Quinto
Beatle».
Klaus Voormann
Nel 1960, a 22 anni, il grafico
pubblicitario Klaus Voormann visita
il club Kaiserkeller di Amburgo. Fin
da bambino studia il pianoforte
classico, e in gioventù non ascolta
una sola nota di rock and roll fino a
quando vede per la prima volta i
Beatles all’opera. A differenza di
Sutcliffe, che ha poco interesse a
imparare bene la musica (e forse
non ha nemmeno il giusto talento
per farlo), Voormann accoglie con
entusiasmo l’idea di suonare il
basso elettrico grazie all’amicizia
con i liverpooliani. Da lì in poi si
trasferisce in Inghilterra
continuando come musicista con
rock band del calibro di Manfred
Mann e The Trio, benché il
contributo più duraturo, a livello di
immaginario musicale, resta per
Klaus quello della pittura e dei
collage per alcune immagini tre le
più colte, popolari e
rappresentative nella storia del
rock. Voorman disegna infatti la
copertina in bianco e nero per
l'album beatlesiano di svolta
Revolver (1966) e progetta l’intero
design per la serie postuma delle
Anthology. Nonostante la perdita
della fidanzata Astrid Kirchherr (che
amoreggia con il Beatle Stu), in
Klaus non diminuisce l’entusiasmo
per l’intero gruppo, che anzi
aumenta negli anni, al punto che,
quando, nel 1969, Paul decide di
andarsene, John, George e Ringo, in
un primo momento, pensano a lui
Neil Aspinall
Se da un lato George Martin merita
tutto il rispetto per il lavoro di
affinamento sul suono dei Beatles
in studio, poi dall’altro lato è Neil
Aspinall il collante che tiene
insieme i Quattro in tour e davanti
al front office. Durante i giorni di
rodaggio nei club di Liverpool, da
concerto a concerto, Aspinall stipa i
quattro in un furgone scassato, sul
quale caricano anche gli strumenti.
Neil suona pure la tambura
(percussione indiana) in Within
You Without You e l’armonica a
bocca per Being for the Benefit of
Mr. Kite, entrambi in Sgt. Pepper.
Quando Brian Epstein muore in
circostanze misteriose, Aspinall
assume la gestione di Apple,
l'azienda dei Beatles da poco
fondata per gestire le loro questioni
contrattuali. E dopo lo scioglimento
della band organizza molti dei
progetti che potrebbero contribuire
simbolicamente (ma con un occhio,
anzi due al portafoglio) a
continuare l'eredità beatlesiana ad
esempio con l’operazione
Anthology su doppi cd e in dvd o
con la serie inedita Live at the Bbc
tuttora in corso.
Derek Taylor
Il trentenne baffuto giornalista
abbandona una promettente
carriera nella critica musicale per
assumere l'incarico di addetto
stampa dei Beatles. In primo luogo
incontra la band quando si trova a
recensire un loro spettacolo al
Manchester Odeon nel maggio
1963, con il datore di lavoro (il
quotidiano Manchester Daily
Express), il cui direttore vorrebbe un
pezzo che rifletta genuini sentimenti
borghesi, ovvero «anti-rock». Invece,
Derek offre una recensione in cui
descrive il gruppo come «fresco»,
«sfacciato» e «magnifico». Quando
poi l’editrice Souvenir Press gli
chiede di fare il ghostwriter al libro
autobiografico A Cellarful of Noise di
Brian Epstein, quest’ultimo lo invita
al primo tour della band negli Stati
uniti per aiutare a gestire le richieste
dei mass media. Taylor continuerà a
essere addetto stampa dei Beatles
Mal Evans
Detto «lo scaricatore» o «Big Mal»,
con i suoi due metri di altezza,
verrà forse ricordato per essere
letteralmente il «candidato più
grande» per il ruolo di Quinto
Beatle. Evans inizia come portiere e
buttafuori al Cavern Club prima di
diventare un road manager, nonché
la guardia del corpo dell’intera
band. Però Mal è anche qualcosa in
più, giacché occupa per i Beatles
differenti ruoli in un crescendo che
va dalla creazione allo smontaggio
di un palcoscenico, fino alla
distribuzione di autografi alle
centinaia di ragazzine in delirio.
Come e più di Aspinall, cantante e
strumentista in varie canzoni.
Evans risulta altresì tra i pochissimi
della cerchia ristretta, al di fuori
degli stessi «scarafaggi», ad apparire
in tutti i film beatlesiani: il cameo
più noto riguarda il nuotatore perso
nella Manica durante uno scherzo
in una sequenza di Help! diretto da
Richard Lester. Evans muore nel
1976 a Los Angeles, per un tragico
errore, quando due poliziotti
(chiamati dalla fidanzata)
irrompono nella sua camera
d’albergo e gli sparano sei colpi al
cuore, senza capire che il fucile in
suo possesso è scarico.
Brian Epstein
Da giovanissimo un aspirante
attore, quindi venditore di dischi
part-time a Liverpool, Brian Epstein
incontra i Beatles per la prima volta
durante una pausa pranzo nel
negozio di elettrodomestici dei suoi
genitori. Epstein ne riconosce il
potenziale artistico, commerciale,
comunicativo fin da quel primo
incontro, ma sa che deve lavorare
sodo anzitutto per cambiare
l’immagine dei Quattro. È infatti
merito suo il look che passa
dall’ormai consunta moda rock and
roll (jeans attillati, t-shirt bianca,
giaccone nero da «teddy boy») a
favore di un formalismo molto
british e un po’ sbarazzino, tra
camicie linde, cravattine nere, abiti
su misura e stivaletti in pelle con il
tacco (insomma il trend dei giovani
professionisti alla moda). Brian
perfeziona altresì lo stare in
pubblico vietando ai Beatles di
fumare, bere, dire volgarità sul
palco, insistendo su moderne
coreografie e azioni sincronizzate
come «marchio di fabbrica». Muore
in casa a soli 33 anni forse per
overdose, forse suicida, incapace
comunque di gestire la propria
omosessualità in un’epoca ancora
troppo bacchettona.
George Martin
Nel novembre 1962, durante le
sessioni di registrazione per il
singolo Please Please Me, il
produttore George Martin, allora
trentaseienne, dichiara compassato
alla band: «Signori, avete appena
fatto il vostro primo disco da
Numero Uno (nella hit parade)».
Martin è alla «cabina di regia» per
quel numero uno e per i 26
successivi in soli sette anni. L’altro
George è qualcosa in più di un
produttore: per i Beatles è via via
arrangiatore, consigliere,
orchestratore, direttore artistico e
occasionalmente pianista. Il suo
compito in particolare consiste nel
tradurre le visioni musicali di
Lennon e McCartney (che all’epoca
non sanno leggere le note, mentre
egli vorrebbe diventare un
compositore alla Rachmaninov) nei
suoni che catturano l'attenzione di
generazioni, fino a pervenire al
tocco magico genialissimo, come
per esempio l'aggiunta del
quartetto d'archi in Eleanor Rigby o
il superbo crescendo sinfonico alla
fine di A Day in the Life.
(10)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
RITMI
LIVE ■ DAL 29 AL 31 MAGGIO LA CREMA DELLA SCENA ALTERNATIVE
Indipendenza
catalana. Risuona
la Primavera
di JESSICA DAINESE
L'ultimo weekend di maggio è
una data importante nell'agenda
degli appassionati di musica indie
di tutta Europa: dal 29 al 31 va in
scena infatti, presso il Parc del
Fòrum di Barcellona, il variopinto
spettacolo del Primavera Sound
Festival. Nato nel 2001 come
rassegna di musica
prevalentemente elettronica, il
Primavera è diventato, nel corso
degli anni, uno degli eventi più
cool e influenti in ambito indie e
dintorni.
La Murmurtown Producciones
(i fondatori del festival), che già
dai primi anni Novanta organizza
eventi nei locali più trendy di
Barcellona, nel 2001 si trasferisce
al Poble Espanyol («villaggio
spagnolo»), un grande museo
architettonico all'aperto in grado
di ospitare più palchi e quindi un
gran numero di band. È allora che
nasce ufficialmente il Primavera
Sound. Nel 2005 il «festival urbano
per eccellenza» si sposta nella
location attuale, il Parc del Fòrum,
situato a pochi chilometri dal
centro di Barcellona. Al Parc del
Fòrum sono sistemati ben otto
palchi, tutti esterni ad eccezione
dell'Auditori, che si trova
nell'Edificio Fòrum. Dal 2012 la
Murmurtown organizza un
secondo festival, l'Optimus
Primavera Sound, a Oporto, in
Portogallo, il weekend successivo
all'evento di Barcellona e con una
line-up simile (anche se di
dimensioni ridotte).
A detta di molti, il Primavera
Sound è gestito con «efficienza
spietata»: le band suonano in
orario, le code al bar durano
pochi minuti, i bagni sono ben
tenuti, il pubblico è generalmente
socievole, e addirittura ci sono
chioschi dove è possibile prendere
in prestito un cellulare.
L'organizzazione è inoltre
impegnata a rendere il festival il
più possibile «verde», con un
piano di politica ambientale
disponibile sul sito ufficiale
dell'evento.
La gestione eccellente e il
programma ineccepibile hanno
permesso al Primavera di crescere
incredibilmente dalla prima
edizione ad oggi: le 8mila persone
del 2001 sono diventate oltre
170.000 nel 2013.
Il festival è noto per l'offerta
musicale eclettica e per
l'attenzione verso la musica
indipendente. Il genere musicale
prevalente è l'indie rock in tutte le
sue innumerevoli sfumature, ma
trovano posto sui palchi del Parc
del Fòrum anche artisti
electropop, dance, hip hop, jazz,
metal, noise, soul e chi più ne ha
più ne metta. Hanno partecipato
alle edizioni passate nomi del
calibro di Sonic Youth, Iggy and
the Stooges, Lou Reed,
Motörhead, The Smashing
Pumpkins, Pet Shop Boys. Ma
vediamo in dettaglio quali sono i
nomi più rilevanti di questa
edizione.
Attesissima è la reunion degli
Slowdive: a quasi vent'anni dal
loro scioglimento, torna una delle
band più significative del
movimento shoegaze britannico
degli anni Novanta. Pare che il
gruppo abbia anche in
programma un nuovo disco di
inediti: così ha dichiarato il
cantante e chitarrista Neil
Halstead in un'intervista.
Saliranno per la terza volta sul
palco del Primavera le icone
dell'indie rock statunitense, i
Pixies. La band di Boston ha fatto
parlare di sé qualche mese fa per
il licenziamento della bassista Kim
Shattuck (già frontwoman dei
Muffs), sostituta della storica Kim
Deal, la quale aveva lasciato la
band l'estate scorsa. Ora al basso
c'è un'altra donna, ma non una
Kim: Paz Lenchantin (già con A
Perfect Circle e gli Zwan di Billy
Corgan). È da poco uscito, a
ventitre anni dal precedente
Trompe le Monde, il nuovo album
della band di Black Francis, dal
titolo Indie Cindy.
Chi ama le sonorità più dure
non vorrà perdersi il live dei Nine
Inch Nails. Re del rock industriale,
e tormentato performer, Trent
Reznor saprà senz'altro
emozionare il pubblico con un
mix di vecchi hit e brani dal
recente Hesitation Marks.
Grande curiosità suscitava la
performance del nuovo gruppo di
Kathleen Hanna, The Julie Ruin,
che include anche l'ex bassista
delle Bikini Kill Kathi Wilcox,
Kenny Mellman, Sara Landeau e
Carmine Covelli. Pioniera del
movimento riot grrrl con le Bikini
Kill negli anni Novanta, leader
delle electro-punk Le Tigre,
attivista femminista, dopo un
GEORGE BEST
di F. AD.
Lo scorso giovedì, il 22 maggio,
George Best (foto), mitico attaccante
del Manchester United (1963-1974)
avrebbe compiuto 68 anni. In
memoria del calciatore gli Electric
Stars di Manchester hanno pubblicato
una cover elettrizzante di Belfast Boy,
lungo periodo trascorso lontano
dai palcoscenici per colpa di una
brutta malattia (una borreliosi, o
malattia di Lyme, diagnosticata
troppo tardi), la Hanna torna
sotto i riflettori con il progetto The
Julie Ruin. La band statunitense
avrebbe dovuto presentare
l'album Run Fast, uscito alla fine
dell'anno scorso, ma la band ha
appena annunciato sulla loro
pagina Facebook che, a causa di
una ricaduta di Kathleen Hanna,
verranno cancellate, almeno fino
al prossimo settembre, tutte le
date live previste. Auguriamo a
Kathleen di guarire presto, e di
poterla magari vedere in autunno
su qualche palco italiano.
Tornano al festival spagnolo
(avevano già partecipato nel 2003)
i leggendari Television di Tom
Verlaine, che ripropongono per
intero il loro album del 1977
Marquee Moon, una delle pietre
miliari della storia del rock. E
ancora da non perdere: gli Shellac
di Steve Albini, secondo gli
organizzatori «emblema stesso del
Primavera Sound». I progetti di
due ex membri dei Sonic Youth: i
Body/Head di Kim Gordon, e Lee
Ranaldo and The Dust. Il dream
pop di La sera, progetto solista di
Katy Goodman delle disciolte
Vivian Girls. Il suo terzo album
Hour of the Dawn, in uscita il 13
maggio, pare sia stato ispirato da
Pretenders, Minor Threat, Smiths,
e Cars. Goodman ha dichiarato
che il suo intento era di «suonare
come i Black Flag capitanati da
Lesley Gore». Le Helen Love, trio
gallese electropop-punk in fissa
con i Ramones, dalla carriera più
che ventennale. Dopo sei anni di
silenzio pubblicano Day-Glo
Dreams (Elefant Records).
Altri nomi da annotare:
Warpaint, quartetto femminile
losangelino (sono state
paragonate ai Cocteau Twins e ai
Siouxsie & The Banshees); Dum
Dum Girls, Superchunk, Mogwai,
Real Estate, Arcade Fire, Slint, !!!
Chk Chk Chk, Queens of the Stone
Age. Guida il contingente italiano
Teho Teardo, che si esibirà con
Blixa Bargeld, con il quale l'anno
scorso ha prodotto il notevole
album Still Smiling.
Durante i giorni del Primavera
Sound si terrà anche il
PrimaveraPro, appuntamento
dedicato ai professionisti
dell'industria musicale, con un
ricco programma di conferenze,
ON THE ROAD
Wovenhand
Il folk cupo venato di new wave e di
blues del progetto dell'ex leader dei 16
Horsepower, David Eugene Edwards,
presentano l’ultimo album Refractory
Obdurate.
Mezzago (Mb) SABATO 24 MAGGIO
(BLOOM)
Marina di Ravenna (Ra)
DOMENICA 25 MAGGIO (HANA-BI)
Steve Hackett
Lo storico chitarrista della band che fu
di Peter Gabriel torna in Italia per
presentare i suoi Genesis Extended.
Pordenone SABATO 24 MAGGIO (TEATRO
COMUNALE GIUSEPPE VERDI)
Trento DOMENICA 25 MAGGIO (AUDITORIUM
SANTA CHIARA)
Milano LUNEDI' 26 MAGGIO (GRANTEATRO
LINEA4CIAK)
Touché Amoré
brano che nel 1970 fu portato in
classifica da Don Fardon. Non c’è
paragone, la polvere del tempo è
scrostata via dalla band che aggiune
forti dosi di rock’n’roll. Al disco è
accluso anche un libriccino-tributo
con testimonianze di persone a cui
Best si accompagnò: da Sir Bobby
Charlton a Ryan Giggs ecc. Anche
Best, tanto per restare in tema con la
doppia pagina che precede queste
Pixies, Nine Inch
Nails, il ritorno
degli Slowdive.
Sono solo alcuni
dei nomi di spicco
attesi a Barcellona.
Il forfait
delle Julie Ruin
di Kathleen Hanna
showcase ecc. La delegazione di
artisti italiani che si esibiranno al
PrimaveraPro, scelti dai direttori
artistici e accompagnati da A Buzz
Supreme e Sfera Cubica, è
formata da Junkfood, C+C=
Maxigross, LNRipley e The
Vickers.
Particolarmente ricco il
contorno di iniziative ed eventi
che si terranno a Barcellona in
parallelo al festival: concerti a
ingresso gratuito, proiezioni di
film, e tanto altro. Il centro
nevralgico di Primavera a la Ciutat
sarà l'affascinante El Born, il
quartiere più artistico e modaiolo
di Barcellona.
Ora che sapete tutto sul festival,
ecco qualche consiglio pratico.
Non scordate di mettere in valigia:
crema solare e capellino, stivali e
impermeabile per la pioggia,
scarpe comode, e un maglione o
una giacca per la sera (potrebbe
fare piuttosto fresco). Lasciate a
DELLE OBLATE)
Torino GIOVEDI' 29 MAGGIO (BLAH BLAH)
Carla Bozulich
L'artista losangelina (conosciuta anche
come Evangelista) torna in Italia per
presentare il suo nuovo lavoro.
Torino SABATO 24 MAGGIO (BLAH BLAH)
Sant'Arcangelo di Romagna
(Rn) DOMENICA 25 MAGGIO (THE WILD
Buzzcocks
Da Manchester, una delle primissime
band punk rock.
Lugano (CH) VENERDI' 30 MAGGIO
(PALCO AI GIOVANI)
The Undertones
BUNCH)
Big Deal
Ásgeir
Bombino
Christian Death
Il duo inglese con il secondo album si
smarca dalle sole sonorità acustiche.
Milano MARTEDI' 27 MAGGIO (ROCKET)
Il desert blues del chitarrista tuareg
Omara «Bombino» Moctar.
Catania SABATO 31 MAGGIO (MERCATI
GENERALI)
FORUM)
(NEW AGE)
Miles Cooper Seaton
31 MAGGIO (ROCK'N'ROLL ARENA)
Firenze MARTEDI' 27 MAGGIO (CAFFETTERIA
A sinistra i Queens of the Stone Age;
in alto gli Slowdive; qui sotto i Nine Inch
Nails; in basso i Pixies
La band nordirlandese ha contribuito a
fare la storia del punk britannico.
Torino VENERDI' 30 MAGGIO (SPAZIO 211)
Roma SABATO 31 MAGGIO (TRAFFIC)
Arch Enemy
IN MONTI)
casa fotocamere professionali
(reflex) o videocamere: se non
avete l'autorizzazione
dall'organizzazione del festival
non vi permetteranno di farle
entrare. Dosate le energie: non ce
la farete a fare sia il tour de force
turistico di Barcellona di giorno
sia vedere tutti i gruppi che vi
interessano di notte. Selezionate
le band che non volete
assolutamente perdervi, ma
mettete in conto anche qualche
momento di relax in spiaggia o
nei parchi, com'è nel dna di
questa bellissima e rilassata città.
Per altre informazioni e per il
costo e la disponibilità di biglietti
ed abbonamenti, rivolgetevi al sito
ufficiale: www.primaverasound.es.
A CURA DI ROBERTO PECIOLA CON LUIGI ONORI ■ SEGNALAZIONI: [email protected]
Sbarca la band post punk californiana.
Con loro sul palco anche i francesi
Birds in a Row.
Assago (Mi) SABATO 24 MAGGIO (LIVE
Lo space folk del membro degli
Akron/Family.
Napoli SABATO 24 MAGGIO (RIOT STUDIO)
Avellino DOMENICA 25 MAGGIO (GODOT)
Roma LUNEDI' 26 MAGGIO (UNPLUGGED
righe, fu soprannominato il «Quinto
Beatle». Per quei capelli,
quell’attenzione mediatica, quella vita
rutilante che contribuirà anche alla sua
dannazione (arresti, alcolismo,
trapianto di fegato). I proventi delle
vendite vanno alla George Best
Foundation & The Manchester United
Foundation, attiva nelle periferie di
Manchester. Il mito di Best - c’è anche
un’autobiografia e un film tratto dal
La band death metal svedese è molto
apprezzata oltreoceano.
Roncade (Tv) VENERDI' 30 MAGGIO
Romagnano Sesia (No) SABATO
Colleen Green
Grunge pop per l'artista statunitense.
Roma LUNEDI' 26 MAGGIO (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)
Marina di Ravenna (Ra) MARTEDI'
27 MAGGIO (HANA-BI)
Arriva il cantautore islandese, sulla scia
di Bon Iver.
Milano MERCOLEDI' 28 MAGGIO (TUNNEL)
I padri del goth rock targato Usa.
Roma SABATO 24 MAGGIO (TRAFFIC)
Bologna DOMENICA 25 MAGGIO (FREAKOUT)
Marlowe Billings
Dietro questo progetto si cela il
fondatore dei Green on Red Dan
Stuart. Con lui Antonio Gramentieri
dei Sacri Cuori e, a Forlì e Treviso,
l'altro ex Green on Red Chris Cacavas.
Treviso SABATO 24 MAGGIO (MAVV)
Chrome
In Italia la storica band acid punk.
Milano SABATO 24 MAGGIO (COX 18)
Mayhem
Il black metal che arriva dalla Norvegia.
Milano SABATO 24 MAGGIO (FACTORY)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
ULTRASUONATI DA
STEFANO CRIPPA
LUCIANO DEL SETTE
VIOLA DE SOTO
GIANLUCA DIANA
MARIO GAMBA
GUIDO MICHELONE
ROBERTO PECIOLA
libro - non si è mai spento e anche i
suoi «aforismi» continuano a vivere
(su tutti: «Ho speso molti soldi per
alcool, donne e macchine veloci... il
resto l'ho sperperato»). A Belfast,
dove nacque, si atterra al George Best
Airport e sempre in città si racconta:
«Maradona good, Pelé better, George
Best». Info:
http://www.detour-records.co.uk/drc
ds85INFO_PAGE.htm
ANANSI
INSHALLAH (Believe)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Inshallah è il nuovo disco di
Stefano Bannò, alias Anansi. Con alle
spalle un curriculum di tutto rispetto
(da artista di strada in giro per l'Europa
ma anche da musicista per Roy Paci),
Anansi scatena in questo disco la sua
fantasia visionaria, per un album molto
introspettivo. E per il viaggio che
analizza la sua maturazione musicale e
umana, si è scelto un buon compagno,
Ghemon, che duetta con lui nella titletrack . Musicalmente, l'album spazia fra i
diversi generi della black music, con
qualche incursione nel pop. (v.d.s.)
JAZZ
Splendori delicati,
un po’ minimal
La conosciamo per le opere per voci,
per strumenti, per azioni teatrali sospese
tra un incanto urbano e un curioso
vagheggiamento di antichi riti e antiche
nenie. Ora abbiamo una serie di suoi
lavori per due pianoforti e per piano
solo, non suonati da lei (come succede in
alcuni suoi concerti o messe in scena)
ma da due ottimi strumentisti comer
Ursula Oppens e Bruce Brubaker. Di
Meredith Monk esce Piano Songs
(Ecm/Ducale): brani scritti tra il 1971 e il
2006, splendori delicati un po’ minimal,
un po’ «alla Satie», sempre personali. La
eguaglia in sapienza leggera Carla Bley
in Trios (Ecm/Ducale), ma qui siamo nel
campo di una sagace escursione nei
modi del jazz, compiuta dalla mirabile
pianista e compositrice insiema a Andy
Sheppard (sax) e Steve Swallow (basso
elettrico). Incredibile freschezza di
questa «musica d’uso» ricca di pensiero
e rilassata. Ambizioso assai il Vijay Iyer
di Mutations (Ecm/Ducale) con brani per
solo piano, per piano ed elettronica (i più
riusciti) e per piano, quartetto d’archi ed
elettronica. Oscillante tra eleganti
improvvisazioni e scrittura confusa di
stampo minimal. (Mario Gamba)
CLAYTORIDE
FOR HIS WINE AND CHAMBER (La Simbiosi
Dischi)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Vengono dal Veneto vicentino.
Dicono che non fa molta differenza
suonare rock nel ’68 e farlo adesso,
anzi tra dieci anni. Perché quel che
conta è l’unione creata in un gruppo
dalla musica. Appena tre anni di vita
artistica e un ep alle spalle, la band si
presenta con sette tracce trasportate in
studio dai palchi dei concerti. Le tre
chitarre, batteria e organo generano
ricordi e rimandi per mezz’ora,
rollando, impennandosi, scandendo gli
spartiti. La title-track chiude un
percorso di tributi, senza che questo
vada a danno di una propria, buona,
autonomia creativa. (l.d.s.)
MARCO COLONNA/
AGUSTI FERNANDEZ
DESMADRE (Fonterossa Records)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Ci si accanisce, a volte, contro
l’improvvisazione totale. Come se fosse
roba d’altri tempi o pratica folle. E in
effetti, ascoltando i 7 brani, si capisce
che la «follia» di questa musica riguarda
tempi «altri», in sintonia forte eppure in
discordanza con i nostri. Colonna ai
clarinetti, Fernandez al piano. L’uno
dentro un’urgenza dell’emozione
oppositrice, l’altro giocoso e
spregiudicato nelle esplorazioni
illuministiche. Un Ayler e un Taylor
giovani (lo si scrive tanto per capirsi).
Album di speciale importanza. (m.ga.)
BARBARA ERAMO
EMILY (Ikona/Goodfellas)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Il sodalizio artistico fra Stefano
Saletti e Barbara Eramo prosegue,
anche se il disco è intestato solo a
nome della brava cantante (che torna a
un progetto «solista» sei anni dopo In
trasparenza), all'insegna di una ricerca
sonora intelligente e raffinata. Un album
concept, come si diceva un tempo,
ancor più prezioso perché i testi sono
adattati dalla stessa Eramo su poesie di
Emily Dickinson. (s.cr.)
CANTAUTORI
ELETTRONICA
JAZZ/2
Classici processi
di rimando
Un’anima
da toccare
Come il trio
diventa vintage
BettiBarsantini è il bizzarro nome con
cui Alessandro Fiori e Marco Parente
hanno battezzato loro stessi e il curioso
progetto sonoro appena realizzato. Un cd
frutto di un processo di scrittura che ha
come riferimento il cantautorato classico
ma con molti rimandi - intelligenti e mirati
- alla sperimentazione. Le voci, potente e
duttile quella di Parente, mentre Fiori
sfoggia un lirismo quasi etereo, si fondono
alla perfezione e convincono soprattutto
in Dissocial Network e Il linguaggio. Cesare
Malfatti in Una mia distrazione (Adesiva
Discografica), invece, riprende le fila di un
discorso intrapreso anni fa con (l'ex)
socio Mauro Ermanno Giovanardi nei La
Crus, ma gioca, senza timore, su
atmosfere tinte di jazz. Alessio
Bonomo - un'apparizione nel 2000 a
Sanremo con un brano che colpì
l'attenzione di molti, La croce - si riaffaccia
con Tra i confini di un'era (Esordisco). Bello
e mai scontato viaggio in un mondo,
come spiega lui stesso, «che sta finendo»
ed è in attesa «di un qualcosa ancora
indecifrabile all'orizzonte». Tanti
progetti live e come autore Bonomo ha
lavorato anche per il cinema e il teatrocanzone. (Stefano Crippa)
Ambient e elettronica a braccetto in
Everything Collapse[D] (Aagoo/Rev Lab),
album a nome Deison & Mingle, due
musicisti del nordest italiano, Cristiano
Deison e Andrea Gastaldello (Mingle). Un
disco in cui i due riescono a tirar fuori
un'anima quasi «tangibile» alla freddezza
delle macchine, dei synth e dei computer,
grazie a una ricerca sonora attenta e a
idee armoniche e, perché no, melodiche,
che non è facile ritrovare in un genere di
nicchia come quello a cui si dedicano.
Meno ambient e più elettronica, ma
comunque di classe e lontana da pulsioni
pop, è ciò che si ascolta in Daisen
(Abandoned Building/Audioglobe), nuovo
per Fabrizio Somma, alias K-Conjong.
C'è spazio anche per brani catalogabili nel
genere neoclassico, alla Nils Frahm per
capirci, e sono proprio questi a dare al
disco quel tocco in più. Bello. Si cambia
registro con Artificial Sweeteners (Yep
Rock/ Audioglobe), ultima fatica per il
duo di Brighton Fujiya & Miyagi.
Elettronica pesantemente portata a
beneficio del divertissement, un disco
dance ancora più che pop, che farà felici
gli appassionati ma che a noi è risultato
alquanto indigesto... (Roberto Peciola)
La formula del trio nel jazz, fin dalle
origini, dai tempi di Jelly Roll Morton con
Baby e Johnny Dodds, resta vincente per
creatività e combinazioni, a partire dal
cosiddetto piano jazz trio, qui in evidenza
con il newyorkese Jamie Saft in The
New Standard (Rare Noise), che, al piano
e all’organo, in compagnia di due mostri
sacri - Steve Swallow (basso) e Bobby
Previte (batteria) - si discosta dalla
propria consueta avanguardia per offrire
un sound accorato: «tema più
improvvisazione» dagli echi quasi vintage.
Raro trovare un fiato al posto della
tastiera, ma nel solco degli ormai mitici
album di Sonny Rollins, il filippino Jon
Irabagon, in It Takes All Kinds (Kultur
Radio), come il Colossus al sax tenore
con la miglior sezione ritmica Usa (Mark
Helias e Barry Altschul), indica in otto
composizioni, spesso di ostico ascolto, la
via dai seguire nel perpetuarsi del jazz
sperimentale. E di sperimentalismo è
possibile discutere con il percussionista
catalano Xavi Reija in Resolution
(Moonjune) assieme a Dusan Jevtovic
(chitarra) e Bernat Hernandez (basso).
Guitar jazz trio condito di forti sapori
fusion e progressive. (Guido Michelone)
ANDREW HADRO
FOR US, THE LIVING (Tone Rogue Records)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Di origini messicane, ma attivo
negli States, il giovane baritonista
(anche al flauto), debutta in quartetto
con un album piacevole, che potrebbe
definirsi nuovo mainstream, in quanto
privo di ricerca esasperata, ma
impegnato a scandagliare le risorse
dello strumento, qui in chiave liricoespressiva, romanticheggiante, tra
original, una dedica a Lincoln, fatti di
cronaca e una bella versione di Sea of
Tranquillity di Maria Schneider. (g.mic.)
O LENDARIO
CHUCROBILLYMAN
MAN-MONKEY (Fon Fon Records)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Miracolo. Il mondo degli oneman band ribolle di novità, complice la
possibilità di avere più concerti se si
suona da soli. Legge dei grandi numeri,
non tutti sono dei talenti. Ma ogni tanto
spunta il genio autentico. Impressiona
sapere che viene dal Brasile. Ancor più
segnano l'ascolto i dieci brani autografi.
Echi di R. Johnston, Doo Rag ed H.
Adkins certo: ma quanto carattere!
Blues ortodosso, ghermitelo. (g.di.)
PIXIES
INDIE CINDY (Pias/Self)
❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Dai tempi di Trompe le Monde
(era il 1991) i Pixies erano ormai un
ricordo. Ricordo di una band seminale
dell’alt rock. Black Francis (o Frank
Black), deus ex machina, dopo molti
progetti solisti, lo scorso anno ha
rimesso insieme il gruppo pubblicando
in pochi mesi tre ep. 12 di quei brani
sono ora su questo Indie Cindy. Niente
di nuovo sotto il sole, i Pixies fanno i
Pixies, e non è poco, ma non
aspettatevi un capolavoro... (r.pe.)
31 MAGGIO (POLO FIERISTICO)
impegnata in un omaggio al
compositore afroamericano Lawrence
«Butch» Morris; nella formazione Alex
Ward, Edoardo Marraffa, Fabio
Morgera, Luca Calabrese, Sebi
Tramontana e Zeno De Rossi. Ancora
in cartellone Walter Marchetti, Reinier
Van Houdt, il norvegese Asamisimasa
ensemble alla sua prima apparizione
italiana, Vinko Globokar e Jean-Pierre
Drouet, il Maze-Ensemble for
Exploratory Music, il gruppo Ndima
con musiche tradizionali dei Pigmei
Aka, il Piccolo Coro Angelico con
ospite Vincenzo Vasi e allievi della
classe di percussioni del conservatorio
G.B. Martini, l’Orchestra del Teatro
Comunale di Bologna diretta da Tonino
Battista.
Bologna DA SABATO 24 A SABATO
■ EVENTUALI VARIAZIONI DI DATI E LUOGHI SONO INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTÀ
Four Tet + Mouse
on Mars
Al secolo Kieran Hebden, Four Tet è
tra i precursori della cosiddetta
«bedroom music», una delicata miscela
tra tecnologia elettronica e le calde
sonorità acustiche. Con lui il duo
tedesco che crea sonorità che vanno
dall’ambient alla techno, dal dub al
rock, al jazz fino alla jungle.
Riccione (Rn) SABATO 31 MAGGIO
(COCORICO')
Samaris
La nuova scoperta della musica
elettronica islandese.
Marina di Ravenna (Ra) VENERDI'
30 MAGGIO (HANA-BI)
Roma SABATO 31 MAGGIO (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)
Ema
La compositrice elettronica Erika
Anderson, in arte Ema.
Padova DOMENICA 25 MAGGIO (MACELLO)
Roma LUNEDI' 26 MAGGIO (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)
Marina di Ravenna (Ra) MARTEDI'
27 MAGGIO (HANA-BI)
Flying Lotus
L'hip hop nella sua forma più astratta e
psichedelica, accompagnato da Captain
Murphy and Thundercat.
Milano GIOVEDI' 29 MAGGIO (ALCATRAZ)
Spoleto (Pg) VENERDI' 30 MAGGIO
(PIAZZA DEL POPOLO)
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Paul McCandless
L’oboista e pluristrumentista americano
Paul McCandless si esibisce in duo con
il chitarrista Antonio Calogero per la
rassegna «Off in Jazz».
Messina DOMENICA 25 MAGGIO (CENTRO
MULTICULTURALE OFFICINA)
Caine/Bennink
Un duo formidabile quello composto
dal pianista americano Uri Caine e dal
batterista/performer olandese Han
Bennink, nella capitale per i recital della
IUC.
Roma MARTEDI' 27 MAGGIO (AULA MAGNA
DELL’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA)
Sacri Cuori
Il post rock catartico del progetto di
Antonio Gramentieri.
Morbegno (So) SABATO 24 MAGGIO
(MORBO ROCK)
Cremona SABATO 31 MAGGIO (CORDE
DELL'ANIMA)
Artchipel Orchestra
La Artchipel Orchestra - formazione
guidata da Ferdinando Faraò - si
esibisce a Milano prima di partecipare
al Fasano Jazz Festival.
Milano VENERDI' 30 MAGGIO (TEATRO PACTA)
Rock in Idro
Quattro giorni di concerti di altissimo
profilo. Si parte con Dead Headz + Tfj,
Sydney Kebosh, Dimitri Vegas & Like
Mike e Fatboy Slim (il 30), e si prosegue
con Russkaja, Snuff, You Me at Six,
Pennywise, Millencolin, Gogol Bordello,
Ska-P e The pOgues (il 31).
Bologna VENERDI' 30 E SABATO 31 MAGGIO
(ARENA JOE STRUMMER PARCO NORD)
Spring Attitude
Il festival esplora la musica
contemporanea, con particolare
attenzione all'elettronica. La seconda e
ultima serata prevede il live set di Four
Tet.
Roma SABATO 24 MAGGIO (SPAZIO
NOVECENTO)
Mojo Station
Il Blues Festival capitolino si sta
ponendo all'attenzione come una delle
principali rassegna dedicate alla musica
afroamericana nel nostro paese. Nelle
prime due serate sono in cartellone
Hola la Poyana, Marco Pandolfi e il
portoghese Frankie Chavez (il 30), Elli
De Mon, Angelo «Leadbelly» Rossi & R.
Solli e il Cedric Burnside Project (il 31).
A seguire dj set.
Roma VENERDI' 30 E SABATO 31 MAGGIO
(LOCANDA ATLANTIDE; INIT)
Lo Spirito del Pianeta
Quindici giorni di spettacoli e incontri
gratuiti in provincia di Bergamo, per il
festival giunto alla quattrodicesima
edizione. Ad aprire la rassegna sarà
Bob Geldof (il 30), mentre il 31
toccherà agli Altan e ai Mcnando.
Chiuduno (Bg) VENERDI' 30 E SABATO
Locus festival
Una sorta di anteprima per la rassegna
che vedrà il clou in luglio. Le due serate
ospiteranno, nell'ordine, Laura Mvula e
Gregory Porter.
Locorotondo (Ba) LUNEDI' 26
E MARTEDI' 27 MAGGIO (PIAZZA ALDO MORO)
Como Classica
Un viaggio alla scoperta degli strumenti
della musica classica. L'ultimo
appuntamento è con il violinista Ingolf
Turban.
Como DOMENICA 25 MAGGIO (AUDITORIUM
COLLEGIO GALLIO, ORE 18)
Parco della Musica
Attesi i concerti del chitarrista Walter
Beltrami (con G. Falzone, F. Bearzatti,
D. Gallo, S. Tamborrino) e del pianista
Enrico Zanisi (J. Rehmer, A. Paternesi)
nonché la «Lezione di jazz» di Stefano
Zenni, dedicata ai Concerti Sacri di Duke
Ellington.
Roma SABATO 24, DOMENICA 25
E MERCOLEDI' 28 MAGGIO (AUDITORIUM PARCO
DELLA MUSICA)
Angelica
Intensa settimana per la rassegna
bolognese, tra contemporanea e nuove
musiche. Scott Gibbons e Romeo
Castellucci presentano in prima
assoluta Unheard. Di grande importanza
la Wayne Horvitz European Orchestra,
31 MAGGIO (CENTRO DI RICERCA MUSICALE,
TEATRO SAN LEONARDO, TEATRI DI VITA)
In Memoriam
Un concerto dedicato alle vittime della
strage di piazza della Loggia è quello
che vede il pianista Stefano Battaglia, il
Michele Rabbia.
Brescia DOMENICA 25 MAGGIO (CHIESA
DI S. GIUSEPPE)
Casa del Jazz
Bluestop è il nome del recital che vede
confrontarsi i pianisti Enrico Intra ed
Enrico Pieranunzi, due maestri del jazz
italiano.
Roma VENERDI' 30 MAGGIO (CASA DEL JAZZ)
SULLE STRADE
DI PHILLY
Così funky. E irresistibile. Mr
President, alias Bruno 'Patchworks'
Howart torna con il secondo disco
solista dopo tre anni di silenzio. Nel
2011 Number One si muoveva su
coordinate più ruvide, ora tutto
diventa sottile e pop. Hips Shaking
(Favorite rec. FVR091CD; 2014) è un
lungo viaggio asperso di disco, soul,
funky. Un cocktail che si porta dietro
Roy Ayers, Harold Melvin & the Blue
Notes e tutto il giro MFSB, collettivo
di oltre 30 musicisti che negli anni
Settanta accompagnò la nascita del
soul di Filadelfia e della disco. Mr
President frulla anni Settanta e Ottanta
con un approccio ipermoderno. Ha in
mente la lezione del Philly soul e
quindi fiati e arrangiamenti molto
curati dettano legge. Howart è noto
per aver dato vita a una sequela di
progetti tra cui Uptown Funk Empire,
The Dynamics, Metropolitan Jazz
Affair. Molti dei dischi su cui si è
formato si ritrovano nel terzo volume
della serie Strange Breaks & Mr
Thing (BBE rec. 218 CCD; 2014),
doppio cd in cui spiccano soul, funk e
jazz da collezione. Come per i volumi
precedenti è aperta la caccia al
campione nascosto, quello che salta
fuori all'improvviso e accende rimandi
inattesi. Tutto merito del produttore
inglese Mr. Thing che da anni incamera
perle e che di tanto in tanto le
condivide attraverso le compilation
che cura. Occhio alla versione del
tema di The Sweeny (L'ispettore Regan)
della Woolwich Polytechnic School
Concert Band con un rutilante break
percussivo. Altra storia: occhio ai
delicati e ultralounge 35mm, gruppo
di base a Austin, Texas, guidato da
Fumihito Sugahara e Claude Nine.
Quest'ultimo (vero nome Claude
McCan) si era già fatto conoscere anni
fa con il progetto Los Bandidos, autori
di mash up e remix, tra cui una
versione elettronica rallentata di Come
Together dei Beatles. Ora pubblicano
l'omonimo 35mm (Ropeadope; 2014)
e flirtano con il Mediteraneo, con il
Martini, con stille di bossanova, con
pellicole analogiche, con jazz, surf,
Esquivel e Henry Mancini. Un cd che è
emanazione diretta della cocktail
generation, in cui spicca Swingin' Party.
Avvincente Alexia Coley che
pubblica Beautiful Waste of Time
(Jalapeno JAL 179; 2014), secondo
pezzo che anticipa Keep The Faith,
album che uscirà a settembre. Il primo
45 giri - anche debutto della ragazza su
Jalapeno, l'etichetta degli Skeewiff - era
il brano che dà il titolo al disco. Coley
è nota per aver collaborato in
concerto con Mick Jones dei Clash nei
suoi Big Audio e aver prestato la voce
all'orchestra di Laurie Johnson, noto
autore di colonne sonore (Il dottor
Stranamore) e temi tv (Agente Speciale, I
Professionals).
(12)
ALIAS
24 MAGGIO 2014
LORCA
di GIANCARLO MANCINI
●●●Le possibilità del fumetto
contemporaneo oramai sono all'attenzione di un pubblico sempre più ampio di quello formato
dagli appassionati, tanto da suscitare lo sdegno di uno dei grandi
storyteller del nostro tempo, Alan
Moore. È di poche settimane fa infatti la sua presa di posizione contro i troppi adulti che seguono le
storie disegnate, mutazione genetica e non solo commerciale che
di fatto ne cambia e ne cambierà
anche le modalità di racconto, le
storie, i personaggi, ecc.
Non c'è da preoccuparsi sullo
snaturamento del medium leggendo il bellissimo L'impronta di Lorca di Carlos Hernandez (Panini,
collana 9L, pp. 110, euro 18) con
le tavole di El Torres.
In dodici tappe Hernandez fa rivivere alcuni momenti della vita
di Lorca, cercando e trovando,
questa è la cosa più significativa e
apprezzabile, un modo personale,
un approccio da vicino a questo gigante della letteratura, della poesia e del teatro del novecento.
Una di queste tracce, la più profonda, è quella che congiunge Hernandez con le memorie familiari.
Il padre Alfonso infatti era un bambino quando in seguito al colpo di
stato militare del 18 luglio 1936 la
Spagna si trova dentro una guerra
civile tra il legittimo governo repubblicano e, appunto, i militari e
i falangisti che vogliono rovesciarlo per instaurare un governo clericale-conservatore.
Carlos è costretto dal padre ad
andare via da Granada, la città dove è nato e cresciuto e che ora è diventata zona di operazioni militari. La notizia della partenza lo ha
reso molto infelice per una ragione che non si comprende subito
in tutta la sua portata, ma che deve gran parte delle ragioni a quel
vicino di casa con cui il piccolo ha
stretto un rapporto speciale.
GRAPHIC NOVEL ■ CARLOS HERNANDEZ
Apriamo il sipario
sulla vita del poeta,
trionfante rinascita
Questo vicino è appunto Federico García Lorca. Oggi nessuna targa ricorda la sua presenza nella città andalusa, dice Carlos al figlio venuto a chiedergli qualche altra notizia su quel personaggio al quale
ha deciso di dedicare un libro. La
città non sembra ancora pronta a
farsi carico del tragico destino di
questo grande poeta, ucciso e poi
seppellito lontano dal cimitero e
In dodici tappe
l’autore
ricostruisce,
a partire
dai racconti
del padre
che lo conobbe,
i momenti salienti
della sua vita
da chiunque potesse piangerlo e
ricordarlo.
«Allora, scriverai una biografia?»
chiede il padre, «No. Ci sono un
sacco di biografie su Lorca».
Infatti questa non è proprio una
biografia, piuttosto un album fotografico, una raccolta di momenti
della vita di Lorca, sopravvissuto
con la sua presenza ben oltre l’assassinio, avvenuto il 19 agosto
1936.
Dopo la partenza da Granada
del piccolo Carlos assieme ai genitori, ci troviamo a Madrid, dove
un amico continua a non capacitarsi e a ricordare la sua presenza,
o forse dovremmo direttamente
dire la sua impronta, «Io sono del
partito dei poveri... Ma dei poveri
buoni». Frase enigmatica.
Poi New York, dove troviamo
Lorca immerso nella Harlem tumultuante degli anni '30. Sempre
forte è in quest'opera di Hernandez la consapevolezza del cammino che si è dovuto compiere in
Spagna affinché si potesse riconoscere l'impronta dell'autore di Yerma e di Bernarda Alba. Ancora nel
1980, quando il regime di Franco
era ormai acqua passata, un vecchio falangista rivendica ubriaco
l'assassinio del poeta, arrivando
perfino a brindare assieme a un
gruppo di vecchi soldati alla guer-
ra contro i «massoni e i rossi».
La fatica con cui si è riconquistata l'impronta di Lorca è la cosa
più lodevole di questo libro che
riesce a non essere consolatorio
ma ad offrirci la potenza della sua
presenza anche attraverso episodi
come quello dell'incontro a Cadaqués con Dalì nel 1951, dove
l'artista, completamente irretito
dal proprio narcisismo rinnega la
fratellanza che lo univa a Lorca e a
Buñuel ai tempi della residenza
studentesca, cercando di mostrarsi e di convincere il giornalista che
lo è venuto ad intervistare che lui
oramai è un sostenitore del franchismo. Se non altro, ripete a se
stesso quando rimane solo, perché il suo rivale Pablo Picasso è rimasto un comunista.
Molto forte è la presenza del teatro in questa graphic novel su Lorca, di quella Barraca con la quale
il giovane girava la Spagna portando in scena Shakespeare, Caldéron e Lope. La farandula pasa
bulliciosa y triunfante...«Arriva il
teatro con il suo mondo fragoroso
e trionfante… è quello di sempre,
di Lope il Burlone… trapiantato
nel secolo nostro di follia tuonante. È il Carro di Tespi con motore
a combustione. Il Camion della
Barraca è un’anima in pena… o si
rompe un vetro… o si fonde una
candela!»
Qualcuno ricorderà che un esperimento simile a quello della Barraca di Lorca fu il Camion di Carlo
Quartucci, uno dei pionieri dell’avanguardia teatrale italiana. E
in fondo più di un legame potrebbe scoprirsi tra il Lorca teatrante e
quella generazione che proprio a
partire dal rapporto con la vita ha
cambiato il modo e le possibilità
del fare teatro. E vengono anche
in mente le parole di un altro maestro di quegli anni sessanta di cui
oggi non si sente più parlare, quel
Giuseppe Bartolucci, che riparlando di quegli anni ruggenti, parlava
di un’avanguardia come mito di rinascita continua, libertaria e laica.
La stessa, ci scommettiamo, di Federico García Lorca.